Il nuovo libro di Corrado Calabrò: la poesia e la bellezza salveranno il mondo? Forse…

Il video dell’intervento del prof. Calabrò

(in calce al servizio la recensione del Corriere della Sera del 22 dicembre)

20 dicembre 2018 – Una serata romana all’insegna della poesia e della bellezza: le liriche di Corrado Calabrò – poeta e giurista orgogliosamente calabrese – raccolte in Quinta dimensione” hanno riempito il Tempio di Adriano, a Roma, facendo riscoprire il senso dell’amore, della passione, del bello. Sentimenti di difficile lettura ai nostri giorni, col tempo che inesorabile sfugge a qualsiasi manomissione e costringe a tante rinunce, prima su tutte quella di fermarsi a pensare, a riflettere, a meditare. La poesia svolge questo non sempre facile compito di invitare a soppesare i propri sentimenti con la lievità di versi che invitano a scoprire e scoprirsi. Corrado Calabrò, in sessant’anni di poesia, ha saputo coniugare il suo sdoppiamento tra il rigore dell’uomo delle istituzioni e il poeta dell’amore, tra poetare e vergare di diritto, tra la fermezza del giurista e la passionalità del cantore. Il risultato è sotto gli occhi di chi conosce già le sue straordinarie liriche e di chi si accosta ad esse anche solo per un’occhiata di sfuggita: quest’ultima operazione – avvertiamo – è impossibile, giacché basta un verso per catturare l’occhio e la mente e indurre a inseguire un avanti e un indietro. La scoperta dei versi di Calabrò, difatti, è un divelarsi continuo di suggestioni e affreschi di sentimento che disarmano l’innocua paura della parola scritta, in un tratteggio ora tenero ora selvaggio, ora moderno e al tempo profuso di classica armonia. Una poesia che conquista e travolge l’indifferenza cui ci stiamo abituando: uno dei suoi capolavoro Roaming del 200 (544 versi) chiude – dopo un sogno infinito che tratteggia il mondo di ieri e di oggi – così: Soto stupite stelle / si smarrisce per noi la distinzione / tra provenienza e destinazione.

Questa nuova raccolta poetica non ha seguito l’ordine cronologico delle liriche apparse in svariate decine di volumi, ma – curata dal valente Marco Corsi editor di poesia di Mondadori – ha una scansione per temi e sezioni. Non è stato facile selezionare tra le migliaia di versi e soprattutto scartare seguendo i temi dell’amore, del mare, dell’astrofisica. Calabrò, nel corso del tempo, ha raggiunto una piena maturità espressiva, ma risulterebbe una bizzarria guardare con occhio diverso la sua produzione poetica degli anni passati, tra sperimentazione e puro classicismo, poiché l’insieme della sua poetica rappresenta, senza dubbio, un meraviglioso affresco di emozioni e di sentimenti di cui diventa difficile non appropriarsi.

La serata al Tempio di Adriano, aperta da Gianni Letta, amico di lunga data ma sincero e genuino ammiratore del Calabrò poeta, con un delizioso affresco dell’autore, arricchito di riferimenti e annotazioni argute, ha visto sul tavolo la presenza anche di Carlo DI Lieto (autore di un delizioso volume su Calabrò), dell’editor Marco Corsi e del filologo Giuseppe Rando, che hanno catturato l’attenzione della sala con puntuali rimandi all’energia poetica di Calabrò e al suo dominare il verso secondo un felice estro di creatività e di passione.

Moltissimi gli ospiti illustri. Erano presenti tra gli altri: il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi e il presidente emerito Pasquale De Lise, il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli,  l’ambasciatore Renato Varriale e gli ex ambasciatori Anna Blefari Melazzi, Alessandro Minuto Rizzo e Felice Scauso, il preside della Facoltà di Lettere della Sapienza Roberto Nicolai, il presidente Emmanuele Emanuele, i giornalisti Antonio Padellaro, Roberto Napoletano e Roberto Sommella, il manager Franco Bernabè, l’ex presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino e della Corte d’appello Giovanni Lo Turco, Paolo e Giovanna Portoghesi, Pippo Franco, il prof. Franco Romeo, Andrea e Gitte Monorchio, l’on.le Gerardo Bianco, la principessa Maria Pia Ruspoli, Sandra Carraro, l’ex avvocato generale dello Stato Ignazio Caramazza, l’ex Ministro Mario Ciaccia.

Ha chiuso la serata un applauditissimo recital di poesie lette dall’autore e dall’attrice Maria Letizia Gorga(s)

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Il testo dell’intervento del prof. Corrado Calabrò al Tempio di Adriano

Vi ringrazio tutti, uno per uno.

La poesia – ha scritto Heidegger – è un colloquio e questo significa che stabilisce un rapporto binominale tra autore e lettore, tra autore ed ascoltatore. Point to point; non si spalma indiscriminatamente sull’uditorio come i mass media.

Sì, nella mia infanzia e nella mia prima adolescenza ho vissuto una doppia vita. D’inverno studio, orari da rispettare.

L’estate, l’estate era un’altra cosa. L’estate era vacanza, vacatio da qualsiasi imposizione. Vivevo, nelle lunghe estati, in una casetta ai bordi della spiaggia a Bocale. Bocale è solo a 15 chilometri da Reggio Calabria ma allora era come Macondo; la vita era rimasta indietro di un secolo: una macchina a ritroso nel tempo.

Da giugno a ottobre vivevo in quella casetta, dalla soglia sempre insabbiata per le onde lunghe che in autunno giungevano a lambirla.

Leggevo, leggevo furiosamente.

E facevo grandi nuotate.

Tuttavia certe notti la nostalgia, la nostalgia della mamma, mi accorava.

E certi pomeriggi, stando seduto sulla spiaggia, stringendo le ginocchia tra le mani, seguivo con lo sguardo le navi che s’allontanavano piano piano nello Stretto di Messina verso oriente rimpicciolendo sempre più fino a venire ingoiate nella distesa liquida. Anche dopo la loro scomparsa mi pareva di continuare a vederne una parvenza, come il sorriso del gatto sparito di Lewis Carroll. Avrei voluto seguirle, a nuoto o in barca a vela, fino a raggiungere “la soglia che segna il limitare a un nuovo giorno”.

Fu lì, fu allora che provai per la prima volta l’impulso a poetare.

Il mare è stato il mio imprinting dell’indeterminatezza della poesia, del desiderio dell’illimite, di un orizzonte che s’apra su un ulteriore orizzonte, di un sipario mentale che s’alzi su un altro scenario, in un inseguimento senza fine verso l’«oltre da me».

Vivere a Roma mi ha indotto maggiormente a ricordare il mare. Roma è una città stupenda, che mi ha dato tanto, è la mia città. Anche se è da condividere il giudizio di Argan: “Non conosco una città che sappia peggiorare meglio di Roma”.

Ma ogni mattina, quando vado al balcone e apro le imposte, avverto come un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni volta sul momento non capisco che cos’è. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare.

Ma forse la mia è solo una spiegazione posticcia dello sdoppiamento delle mie inclinazioni e del mio vissuto.

Una spiegazione di cui forse non c’è bisogno.

Osserva Bergson che “c’è, nel profondo dell’animo della maggior parte degli uomini, qualcosa che, impercettibilmente, fa loro eco”, come un altro-da-sé. Un altro noi-stessi porge l’orecchio quando parliamo, ci legge quando scriviamo. E Rimbaud ha scritto “Io è un altro”, Je est un autre.

Quel mondo venne spazzato via quando avevo sedici anni: la terra passò di mano e io non ci rimisi più piede, come se all’improvviso non esistesse più.

Nelle estati successive scoprii le grandi spiagge sabbiose e il mare caldo di Locri, di Gioiosa, di Riace, dove avevo dei parenti.

Quel mare, quando ormai non ci andavo più, mi avrebbe riservato una sorpresa.

È stato Sant’Agostino a intuire per primo il legame misterioso tra passato, presente e futuro.

Poi (quindici secoli dopo…) è venuto Einstein a rivelarci scientificamente la continuità tra passato e presente: “Per chi crede nella fisica”, ha detto Einstein, “la linea che divide passato, presente e futuro è solo un’illusione”. La compresenza di passato, presente e futuro, questa è la grande rivelazione della relatività. Noi vediamo oggi quello che è accaduto in una stella due miliardi di anni fa. Lo vediamo come se accadesse ora; e per noi accade adesso, in questo momento. E un osservatore che, dotato di un potente telescopio, guardasse la Terra da un pianeta distante 1939 anni luce, vedrebbe Pompei mentre viene sepolta da una coltre di cenere, i corpi che si contorcono negli ultimi spasimi, vedrebbe Plinio che, incidendo con uno stilo una tavoletta cerata, descrive l’eruzione del Vesuvio mentre le polveri e i gas stanno per soffocarlo.

E nessun osservatore è privilegiato; nessuno può dire: «È il mio tempo che regola quello degli altri». Il tempo esiste in funzione degli eventi che si verificano; e per ogni osservatore si verificano nel momento in cui gli appaiono.

Ho costeggiato per anni a nuoto, da adolescente e nella prima giovinezza, estate dopo estate, le spiagge di Riace, in Calabria, senza sospettare minimamente che sotto pochi metri d’acqua – quell’acqua che portavo a me una bracciata dopo l’altra – ci fosse un’altra presenza, sdraiata su un letto di sabbia. Dopo averli cullati per millenni nel suo liquido oblio, il mare ci ha offerto – ha offerto a noi – i guerrieri di bronzo, alzatisi in piedi ai nostri giorni come se soltanto adesso, soltanto per noi, prendessero forma dall’inconscio dell’artista (che è anche il nostro stesso inconscio). Corpi perfetti, di contemporanei, ma con gli occhi di chi non ha più fretta.

Di chi sono i guerrieri di Riace? Di Fidia, di Lisippo, di un Pitagora reggino, d’ignoto scultore?

Come il mare, così l’arte, la poesia non sono nostre o di un altro. Una poesia, una composizione musicale, una statua, un quadro non appartengono all’autore più di quanto non appartengano al lettore, all’ascoltatore, al contemplatore che, entrando in sintonia (in sumpάteia, dicevano i greci), li faccia rivivere dentro di sé.

Quando questo avviene, allora si realizza un piccolo miracolo: poeta e lettore, musicista e ascoltatore, pittore e contemplatore sono un tutt’uno per il tratto di tempo in cui entrano in risonanza. Lo scultore che, millenni or sono, scolpiva i suoi guerrieri di Riace e noi che per un dono del mare li sfioriamo oggi con gli occhi e con le dita, siamo contemporanei. Beethoven, che quasi due secoli fa scriveva le ultime note su uno spartito, e noi che siamo oggi pervasi dalla sua musica siamo contemporanei.

Ecco, è tutto qui. È questo, questo nonnulla che fa l’arte, che fa la poesia.

Un mito greco vuole che Zeus, essendosi reso conto che ananké, la necessità inesorabile, avrebbe reso insopportabile la vita agli uomini, abbia dato loro prima eros e poi, giacché neanche eros è dissociabile dalla morte (eros kai thanatos), la bellezza: l’amore per la bellezza avrebbe dato ai mortali un palpito, un assaggio dell’immortalità di qualcosa che ci trasporta – o, meglio, promette di trasportarci – al di là del quotidiano. È questo che fa l’arte, che fa la poesia: ci distoglie dalla camera premortuaria della nostra quotidianità; è come se ci sottraesse per un po’ alla spietata irreversibilità dello spazio-tempo.

Non so se sarà la bellezza a salvare il mondo. Temo di no; ma forse potrà farci accettare di avere aperto gli occhi fuggevolmente su un pianeta qualsiasi di una stella modesta: una tra i miliardi e i miliardi di stelle che brillano nel cielo notturno. (Corrado Calabrò)

La recensione pubblicata il 22 dicembre dal Corriere della Sera