Minniti attraverso il suo libro lancia il programma per guidare il PD

7 novembre 2018 – Ieri sera alla Sala Bernini del Residence di Ripetta di Roma, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti ha presentato il suo libro Sicurezza e libertà  – Terrorismo e immigrazione: contro la fabbrica della paura (Rizzoli). Con l’autore sono intervenuti il cardinale Angelo Becciu (Prefetto della Congregazione della cause dei santi), Gianni Letta, e Walter Veltroni, moderati da Lucia Annunziata (direttore di Huffington Post). Di grande spessore la parterre: in prima fila D’Alema, Gentiloni, Zanda, lo stato maggiore del partito e tantissimi calabresi accorsi a dare sostegno al conterraneo Minniti: il presidente del Consiglio regionale Nicola Irto, il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà, mescolati a deputati e senatori dei vari schieramenti. Una prova generale per la futura (?) “incoronazione”. Del libro s’è parlato poco, anche se dentro vi sono le basi del programma che potrebbe far rinascere la sinistra in Italia. Il discorso, com’era da aspettarsi, è stato essenzialmente politico. Tutti aspettavano la conferma della candidatura, ma non ce n’è stato bisogno.

Minniti, pur se punzecchiato a più riprese dall’Annunziata – come avevamo anticipato ieri – non ha sciolto la riserva sulla sua candidatura alle primarie per la segreteria del partito democratico, ma ha fatto un discorso di ampio respiro, lasciando intendere quello che è il suo programma, che punta a riunificare le tante anime dem e a tornare a parlare al e col popolo. Per la verità, la sua discesa in campo è praticamente scontata, basta leggere tra le righe del suo discorso che riportiamo integralmente. Un discorso di sinistra – ha notato l’Annunziata – come  non se ne sentivano da tempo.

Dopo l’introduzione – splendida come al solito – di Gianni Letta che ha raccontato in due battute tutto quello che c’è da sapere su Minniti (ed è davvero tanto!), un’acuta riflessione del cardinale Angelo Becciu e una approfondita analisi di Walter Veltroni, la moderatrice Lucia Annunziataha dato la parola all’autore, non senza uno dei suoi graffi abituali di giornalista con gli attributi: «Tu non avresti scritto questo libro se non ci fosse stata di mezzo una grande sconfitta della sinistra, non solo in Italia, sui temi della sicurezza. Comunque sia, questo è un testo divisivo, che richiede un dibattito profondissimo dentro la sinistra e sulla sua sconfitta che – come dire – può anche fare male. Sei pronto ad ammettere questo?»

Marco Minniti ha raccolto la provocazione. Nel ringraziare l’eccesso di presenze (che è in ogni caso graditissimo) ha detto: «Mi fa molto piacere avere visto persone con le quali abbiamo condiviso un pezzo della nostra vita. Altro che divisività, questo libro raccoglie esperienze, le cose che abbiamo fatto insieme in questa nostra vita, lo considero un segnale veramente straordinario. E tuttavia non voglio eludere la questione soltanto con una mozione degli affetti. Io penso che noi abbiamo subito, la sinistra, il centrosinistra, ha subito la sconfitta più dura della nostra storia, probabilmente. Nel partito democratico si sono incontrate varie culture politiche e, naturalmente, quando dirò questo forse qualche pezzo della cultura democratica con cui ci siamo incontrati non sarà del tutto d’accordo: è stata la sconfitta più dura della nostra storia, io penso più dura anche del 1948, e so perfettamente che ci sono “sentimentali” nel mio partito, che dicono che il 48 è stato un elemento importante perché ha consentito di garantire la democrazia italiana. E lo dico con il massimo di equilibrio possibile. E, tuttavia, non sfugge a nessuno che il mio giudizio è molto drastico. E la risposta non può essere quella di archiviare la sconfitta: la sconfitta c’è, è sotto i nostri occhi. Una grande forza politica lo fa sapendo che è di fronte a quella sconfitta deve dare una risposta. La mia convinzione, che ho scritto nel libro, è che noi abbiamo subito questo scacco politico ed elettorale perché non siamo riusciti ad intercettare due sentimenti – lo so che è un termine un po’ impegnativo la parola sentimenti, però secondo me è un sentimento – che sono la rabbia e la paura.

Noi abbiamo ascoltato le cose che han detto qui Gianni Letta, il cardinale Becciu, Walter Veltroni, io li ringrazio tantissimo per le bellissime parole che hanno detto, che hanno usato nei miei confronti, io mi considero ultimo fra cotanto senno. E, tuttavia, il tema cruciale è esattamente questo: rispetto a due sentimenti che spesso hanno toccato parti grandi dei ceti più deboli e più esposti del popolo italiano – chiamiamo le cose con il loro nome – cosa abbiamo fatto noi? Li abbiamo ascoltati a sufficienza? Abbiamo agito a fianco a loro? Oppure, in alcuni casi, non abbiamo dimostrato una sorta di approccio aristocratico? E cioè di fronte alla persona che aveva rabbia o una persona che era impaurita abbiamo in qualche modo trasmesso il messaggio che la rabbia e la paura erano una sorta di intesa con l’avversario, di intesa col nemico, era un senso di fragilità che poteva portare ad essere strumentalizzati dall’avversario o dal “nemico”. Non c’è cosa peggiore che possa avvenire a una grande forza politica: è quella di fronte a un sentimento trasmettere il messaggio che quel sentimento viene da una forza politica o da una cultura politica biasimata. Perché quello crea un canale di incomunicabilità. È questo che è avvenuto. Lasciatemi dire: quello che è avvenuto il 4 di marzo è una rottura sentimentale. Se di fronte a una rottura sentimentale noi non discutiamo veramente, affrontando anche discussioni che possano apparire divisive noi veniamo meno al nostro ruolo e alla nostra funzione politica. L’unica cosa che non si può fare in questo momento è nascondere la polvere sotto il tappeto».

Un grande applauso ha interrotto Minniti e l’Annunziata ne ha approfittato per dire che – come tutti – è contentissima di ascoltare finalmente parole che quasi non si ascoltano mai. – Ma chiede, provocatoriamente «E pensi di poterlo vincere su questo tema? Vincere nel senso di cambiare l’onda del dibattito…»

Minniti replica d’impeto: «Il problema non è quello che faccio io, che è cosa, sinceramente, molto marginale: è quello che fa la sinistra. Io penso che la sinistra non possa pensare di costruire una svolta riformista se non affronta questi temi, ma, aggiungo, non è un problema soltanto di necessità, è un problema che la sinistra deve convincersi che ha gli strumenti migliori per poter affrontare queste grandi tematiche che oggi attraversano la cultura del mondo».

«Ci sono tre questioni: la prima è il concetto di sicurezza. Cos’è la sicurezza? Io penso che non ci sia termine migliore per poterla definire con due parole: bene comune. La sicurezza è un bene comune, innanzitutto è uno straordinario bene, qualcosa di molto importante che ha che fare con la vita di ciascun individuo, comune. E perché la sicurezza non esiste se ogni cittadino è rinchiuso nella propria individualità. La sicurezza è la ragione per la quale uno si incontra con l’altro, ma – se ci pensiamo – è la finalità vera dell’individuo, la finalità vera dell’individuo nella vita è incontrarsi con un altro. Ora, qui c’è un punto delicatissimo: se la sinistra non affronta il modo di come un individuo si incontra con un altro, qual è il tema che affronta? Il tema dell’individuo che si incontra con un altro si chiama, in una sola parola, socialità. La sinistra ha vissuto sempre di questa parola, la sinistra l’unica cosa che non deve fare è quella di preoccuparsi se c’è socialità.

«Seconda questione: chi è che vive la messa in discussione di questo bene comune? Sono le persone più ricche? Le persone più abbienti? O sono le persone più deboli, più fragili della società? La mia risposta non può che essere chiarissima: sono le persone più deboli e più esposte della società. Se c’è un quartiere di periferia – e stiamo discutendo questa settimana di quartieri di periferia – nel quale una persona che ci vive si sente insicura – è insicura – perché guardate poi la sensazione e la realtà spesso sono cose molto vicine, io devo parlare con quella persona. Se una persona è molto ricca e ritiene il quartiere dove sta essere insicuro, cambia quartiere: se non gli piace la città cambia città. La sinistra deve stare a coloro che coi risparmi di una vita si sono comprati una casa in un quartiere di periferia. La sinistra deve stare vicina a coloro che non possono permettersi di pagare un affitto più elevato. È chiaro qual è il tema. Noi dobbiamo stare accanto a coloro che ci chiedono di avere un aiuto. La sinistra deve stare accanto a coloro che prendono l’autobus la mattina. Sapete qual è il problema per noi? È che su quell’autobus non siamo più saliti. Aggiungo: se non lo fa la sinistra, chi lo fa? E se la sinistra non fa questo non viene meno al suo ruolo e alla sua funzione storica? Ma qui c’è la terza questione. I ceti sociali più deboli e più esposti. La sicurezza è un bene comune, ma poi c’è il problema della ricetta per affrontare il bene comune. Sicurezza è soltanto ordine pubblico? È soltanto quello di garantire che ci sia una macchina della polizia a controllare il territorio? E ci sono persone con le quali abbiamo lavorato a fianco giorno per giorno, minuto per minuto, e l’abbiamo fatto tenendo in mente questo principio. Per garantire la sicurezza di una piazza c’è soltanto bisogno che ci sia una macchina delle forze di polizia? No, c’è bisogno che quella piazza sia una piazza ben illuminata, che sia al centro di una capacità di integrazione sociale, c’è bisogno che quella piazza sia il cuore di politiche istituzionali urbanistiche pubbliche e private, e io sottolineo moltissimo pubbliche. C’è bisogno che quella piazza cioè sia pensata come un incrocio di politiche che una volta si sarebbe detto interdisciplinari. Qui c’è il punto fondamentale. La destra, i nazional-populisti non ce la fanno ad affrontare questa sfida. A mio avviso, l’unica che può affrontare questa sfida è la sinistra, perché la sinistra ha gli strumenti per poterlo fare con tutto il senso di una grande alleanza coi sindaci delle città del nostro Paese. Se la sinistra non fa questo, non è che rimane più unita. Se la sinistra non fa questo viene meno a una sua funzione e a un suo ruolo storico in qualche modo abbandona il campo, il campo del rapporto con la gente e con il popolo del nostro Paese.

«Infine, un’ultimissima osservazione, per dire qual è la crucialità di questa riflessione. Sicurezza: è possibile pensarla in maniera contrapposta all’altra parola umanità? La mia risposta è categoricamente no. Questo è un discrimine radicale e insormontabile tra la sinistra e i nazional-populisti. I nazional-populisti, come appare evidente da questi cinque o sei mesi di governo, dicono una cosa semplicissima: di fronte alla parola sicurezza è lecito pensare di poter avere uno scambio con le libertà, di fronte alla parola sicurezza è lecito pensare di cancellare la parola umanità. La sinistra sa perfettamente che il suo compito è esattamente l’opposto. Non di mettere in discussione le libertà, non di auspicare nessuno scambio tra sicurezza e libertà, né tantomeno di cancellare la parola umanità. Perché una democrazia che non ha più la parola umanità e la parola libertà è una democrazia che sta perdendo se stessa. Comprendete però che trasmettervi un elemento di maggiore ansia e preoccupazione, tutto questo, non è un ragionamento teorico, tutto questo è una sfida che, in questo momento, le grandi democrazie del pianeta stanno vivendo. Questa è la sfida ed è il cuore della partita: se di fronte a un bisogno di sicurezza si debba rinunciare a libertà ed umanità, la mia risposta è no, la risposta della sinistra non può che essere no. Questa è la partita nella quale si vince o si perde il futuro delle nostre democrazie. Mai come adesso le nostre democrazie sono state così disposte. Mai come adesso noi dobbiamo pensare che un grande Paese come l’Italia non può fare a meno di avere una grande Europa. Non c’è contraddizione fra un grande Paese come l’Italia e l’esigenza di avere una grande cornice sovranazionale. Anzi, la sfida che viene lanciata alla fine del libro è esattamente questa: se si vuole avere la vera realizzazione di un interesse nazionale, l’interesse nazionale oggi passa attraverso il fatto che l’Europa superi gli elementi di burocratismo e di barocca gestione dell’esistente. Se noi vogliamo correggere le distorsioni della globalizzazione del pianeta noi abbiamo bisogno di un’Europa forte e democratica. Noi abbiamo avuto per vent’anni un dato. E cioè che l’idea che i singoli stati-nazione potessero correggere la globalizzazione è stata sconfitta: ogni singolo Paese da solo non può correggere le distorsioni sociali della globalizzazione. Per questo bisogna buttare il cuore oltre ogni ostacolo. Mentre i nazional-populisti oggi dicono “bisogna ridurre l’Europa al minimo comun denominatore” la sinistra riformista deve dire che c’è bisogno dell’Europa unita».  (rrm)