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Bandiere blu in Calabria: un punto di partenza, non di arrivo

di NICOLA A. PRIOLO – L’Italia ogni anno si sveglia con la stessa liturgia balneare, una specie di rito laico che annuncia l’estate più di qualsiasi calendario: l’uscita delle Bandiere Blu. È un momento in cui le regioni si misurano come in una gara di atletica, chi ha più vessilli, chi ne perde uno, chi ne guadagna due, chi resta stabile e finge di essere soddisfatta. È un gioco di specchi, un esercizio di immagine, un modo per dire al mondo che il mare è pulito, che i servizi funzionano, che la spiaggia è degna di essere fotografata e postata. E ogni anno, puntuale, la Liguria si piazza in cima alla classifica, con i suoi trentatré vessilli che sventolano come un esercito ordinato, disciplinato, pronto a ricevere milioni di turisti che arrivano sapendo già cosa troveranno: parcheggi, treni, alberghi, ristoranti, porti, sentieri, comunicazione, brand, continuità.

La Liguria è un marchio, un’abitudine, un riflesso condizionato. È la certezza che, se vai lì, qualcosa troverai.

Poi c’è la Calabria, che quest’anno conferma le sue ventitré Bandiere Blu, un numero che farebbe pensare a una regione in piena salute, una regione che ha finalmente deciso di investire, di crescere, di mostrarsi. Ventitré località premiate, terza in Italia, davanti a regioni più ricche, più strutturate, più raccontate. Ventitré vessilli che, sulla carta, dovrebbero attirare fiumi di turisti, voli pieni, treni affollati, prenotazioni anticipate, entusiasmo, curiosità, ritorni. Ventitré Bandiere Blu che dovrebbero essere un biglietto da visita, un invito, una promessa. E lo sono in alcune zone della Calabria. Purtroppo in tanti cosi invece restano lì, come medaglie appuntate su un vestito che nessuno guarda, come premi vinti da un atleta che corre da solo in un campo abbandonato. Le Bandiere Blu non bastano, non servono, non incidono se tutto il resto intorno continua a essere fragile, intermittente, improvvisato, invisibile. La Calabria Grecanica, per esempio, non ne ha nemmeno una. Zero. Una cifra che pesa più di qualsiasi numero positivo, perché racconta un’assenza, una mancanza, un’occasione persa. E non perché il mare non sia bello, non perché l’acqua non sia pulita, non perché la costa non abbia potenzialità. Ma perché mancano i servizi, le infrastrutture, la continuità amministrativa, la capacità di presentarsi al mondo con un’immagine coerente. Manca la manutenzione, manca la progettazione, manca la volontà di trasformare un territorio in un sistema.

E così la Grecanica resta fuori dalla mappa, fuori dalla narrazione, fuori dal circuito turistico che conta. È un pezzo di Calabria che continua a vivere di un’estate corta, di un turismo di ritorno, di un affetto familiare che non si traduce mai in economia, in sviluppo, in futuro. E allora la domanda diventa inevitabile: a cosa servono le Bandiere Blu se poi i turisti non arrivano? Se la Liguria, con trentatré vessilli, conta cinque milioni di arrivi l’anno, mentre la Calabria, con ventitré, si ferma a un terzo? Se la Puglia, con ventisette, riempie aeroporti, treni, masserie, spiagge, mentre la Calabria resta lì, a guardare gli altri crescere? Se il vessillo è un simbolo, ma questo non si traduce in movimento, in economia, in lavoro, allora il problema non è il mare, non è la spiaggia, non è la qualità dell’acqua. Il problema è tutto il resto.

La Calabria Grecanica, poi, è l’esempio più evidente di questo cortocircuito. Un territorio che potrebbe essere un laboratorio di identità, di cultura, di paesaggio, di storia, di mare, di cammini, di archeologia, di enogastronomia. Un territorio che potrebbe raccontare un Mediterraneo diverso, più profondo, più autentico, più antico. E invece resta ai margini, come se fosse un’appendice, un pezzo di terra che non riesce a entrare nel discorso regionale. Zero Bandiere Blu non significa zero valore. Significa zero capacità di trasformare il valore in sistema. Significa zero investimenti strutturali. Significa zero continuità amministrativa.

Significa zero visione.

Che cosa ce ne facciamo delle Bandiere Blu se poi i turisti vanno altrove? Se il vessillo diventa un trofeo che non porta benefici? Se la Calabria continua a essere una regione che vince premi ma perde opportunità? Se la narrazione resta ferma, immobile, incapace di trasformare un dato positivo in un racconto convincente? Forse la risposta è che la Calabria deve smettere di accontentarsi di un numero, di un vessillo, di una classifica. Deve iniziare a costruire un’immagine, una reputazione, una presenza. Perché il turismo non è un miracolo, ma un lavoro. Non è un dono, ma una strategia. Non è un’estate, ma un progetto.

Le Bandiere Blu sono un punto di partenza, non un punto di arrivo. Sono un segnale, non una garanzia. Sono un’opportunità, non una soluzione. E finché la Calabria non capirà questo, resterà sempre una regione che ha tutto, ma non riesce a farlo vedere. Una regione che vince premi, ma non vince turisti. Una regione che ha ventitré Bandiere Blu, ma non ha ancora trovato il modo di farle diventare ciò che dovrebbero essere: un motore, non un ornamento. (nap)

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