L’Aeroporto di Reggio decolla con nuovi record, ma Ita taglia i voli da e per Roma e Milano

di PINO FALDUTO – Il tema del trasporto aereo a Reggio Calabria va affrontato con equilibrio e serietà, evitando letture parziali.

È un dato di fatto che oggi lo scalo reggino sta vivendo una fase di crescita. I voli sono aumentati, i passeggeri crescono e sono in corso interventi infrastrutturali importanti, a partire dalla nuova sala imbarchi, che migliora concretamente l’esperienza dei viaggiatori.

È altrettanto corretto riconoscere che le compagnie low cost, a partire da Ryanair, hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale in questa fase.                                                 Senza queste compagnie, oggi, Reggio sarebbe ancora più isolata. Allo stesso modo, va riconosciuto il lavoro svolto dalla Regione Calabria e il ruolo politico di chi ha sostenuto questa strategia.

È giusto dirlo chiaramente: il presidente Roberto Occhiuto e l’onorevole Francesco Cannizzaro hanno spinto in modo convinto sul rafforzamento del sistema aeroportuale, ottenendo risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Proprio per questo, però, il dibattito va portato un livello più avanti, non riportato indietro.

Quando si critica il modello degli incentivi o si mette in discussione l’attuale fase di crescita, bisognerebbe ricordare da dove veniamo.

Per oltre dodici anni, Reggio Calabria e la Città Metropolitana sono state governate dalla stessa classe politica che oggi solleva dubbi sul sistema.

In quegli anni, però, non è stato rafforzato il ruolo strategico dell’aeroporto di Reggio, né è stata costruita un’alternativa reale.  Un fatto resta evidente: Reggio è stata progressivamente spogliata del ruolo di aeroporto di rete, mentre il baricentro delle attività della compagnia di riferimento nazionale veniva spostato su Lamezia.            

Cosa sta succedendo davvero all’aeroporto

di Reggio Calabria

Il problema dell’Aeroporto di Reggio Calabria non è la mancanza di voli.

Il problema è la perdita del ruolo funzionale dello scalo.                                                                              Dal punto di vista tecnico e infrastrutturale, sta avvenendo una trasformazione precisa:

Reggio viene progressivamente riclassificata, di fatto, da aeroporto di rete a aeroporto leisure, cioè uno scalo basato quasi esclusivamente su traffico turistico e incentivato.

Questo processo avviene quando si verificano tutti i seguenti fattori tecnici: i collegamenti di rete vengono ridotti o resi marginali; gli orari non consentono più l’andata e ritorno in giornata; le frequenze su Roma e Milano non sono più adeguate al traffico professionale.                                                                      Quando questi tre elementi vengono meno, il traffico business smette di utilizzare l’aeroporto, anche se il numero complessivo dei passeggeri può crescere.

Questo è un punto fondamentale: la crescita dei passeggeri non coincide con la crescita del ruolo dello scalo.

Le compagnie low cost non sono il problema. Il problema nasce quando diventano l’unico pilastro del sistema. Dal punto di vista tecnico: le low cost operano su rotte incentivabili; non garantiscono continuità pluriennale; modificano orari e frequenze in base alla redditività.

Questo significa che non possono sostituire i collegamenti di rete, quelli che servono a: imprenditori; professionisti; funzionari; aziende che lavorano fuori regione.

Nel frattempo, il traffico di rete viene concentrato su altri scali, che assumono il ruolo di hub regionale, mentre Reggio viene lasciata a una funzione secondaria.

Il risultato finale è tecnicamente chiaro: l’aeroporto diventa dipendente da incentivi pubblici; perde la funzione economica di infrastruttura di lavoro; non sostiene più le professioni e l’impresa.

In sintesi, quello che sta succedendo a Reggio non è l’assenza di voli, ma l’assenza dei voli giusti.

Il risultato è che oggi la città dipende quasi esclusivamente che legittimamente operano secondo logiche di mercato.

Questo non è un male in sé. Diventa un problema se manca il secondo pilastro.                                                                         Perché senza collegamenti stabili e affidabili su Roma e Milano, con orari compatibili con il lavoro, si indebolisce il traffico professionale; si rende più difficile fare impresa; si scoraggiano le giovani classi professionali.

Ed è qui che nasce la contraddizione politica.

Dopo dodici anni di governo locale, non è credibile limitarsi a smontare un percorso che, oggi, sta dando risultati, senza indicare una soluzione alternativa immediata e praticabile. Soprattutto quando, in tutto questo tempo, non si è riusciti a risolvere i nodi strutturali noti, come il limite all’operatività della pista 33, a causa del torrino da demolire.

Il punto, quindi, non è “contro” qualcuno.

Il punto è come si completa il lavoro iniziato. Le cose da fare sono chiare: consolidare il ruolo delle low cost senza demonizzarle; affiancare collegamenti stabili per il traffico professionale; vincolare gli incentivi a continuità e orari utili; risolvere definitivamente i limiti strutturali dello scalo – chiarire il ruolo di Reggio come città del lavoro e delle professioni, non solo del turismo.

Quello che si sta facendo va riconosciuto.

Ma proprio perché qualcosa sta funzionando, va rafforzato, non indebolito con critiche prive di alternative. (pfa)

(Imprenditore)

Infanzia: troppe criticità del Sistema 0-6. Alle famiglie serve sostegno vero

di FRANCESCO RAO – In Calabria il sistema integrato zero-sei anni continua a essere raccontato come una priorità strategica. Nei fatti, però, resta uno dei simboli più evidenti della distanza tra pianificazione istituzionale e vita reale delle famiglie. Non è più il tempo dei convegni, delle linee guida, dei documenti programmatici. È il tempo delle verifiche. E le verifiche, oggi, restituiscono una verità scomoda: il sistema 0-6 in Calabria esiste più sulla carta che nella quotidianità dei territori, soprattutto nelle aree interne. Il punto non è se le risorse esistano.

Il punto è come vengono trasformate – o non vengono trasformate – in servizi reali. Perché, mentre si discutono modelli pedagogici e architetture normative, ci sono famiglie che non hanno un solo posto nido nel raggio di decine di chilometri. Ci sono madri costrette a rinunciare al lavoro. Ci sono comunità che continuano a svuotarsi perché mettere al mondo un figlio diventa una scelta economicamente e logisticamente insostenibile, e il divario territoriale non è più tollerabile. Non si può continuare ad accettare che nascere in un piccolo comune dell’entroterra significhi partire già con un diritto educativo ridotto. Questo non è un limite tecnico.

È una scelta politica, anche quando viene mascherata da complessità amministrativa alla quale, spesso, manca una simmetria tra politica e burocrazia e, soprattutto, manca la conoscenza reale dei territori e della loro complessità sociale. Altro nodo, ancora più grave, è quello della sostenibilità economica. Negli ultimi anni si è parlato molto di costruire nuove strutture. Poco – troppo poco – di come mantenerle aperte. Senza personale stabile, senza copertura della spesa corrente, senza modelli gestionali sostenibili, il rischio è semplice: inaugurazioni, foto, tagli di nastro e poi servizi che funzionano a metà o non partono affatto. Tutto ciò rimarrà inalterato fino a quando la politica non deciderà di considerare l’istruzione come investimento e non come costo. E qui si entra nel terreno delle responsabilità. Perché programmare un servizio senza garantirne la gestione nel tempo non è prudenza amministrativa. È scaricare il problema sul futuro. È trasferire il costo sociale sulle famiglie.

La governance, poi, resta uno dei punti più deboli. Il sistema integrato 0-6 richiede una regia vera tra Regione, Ambiti, Comuni, scuola e soggetti accreditati. Dove questa regia non esiste o resta una sporadica occasione per svolgere qualche convegno, il risultato rimarrà invariato e continuerà a essere sotto gli occhi di tutti: progettualità episodiche, servizi disomogenei, territori lasciati indietro. Nel frattempo, il personale educativo sarà sempre più difficile da reperire, soprattutto nei territori interni. E senza personale qualificato non esiste sistema educativo: esistono solo strutture vuote e fallimenti colossali. Il dato più duro è quello sociale: in molte realtà calabresi l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia è ancora condizionato dal reddito familiare. Questo significa che il diritto educativo non è universale, ma selettivo. E un diritto selettivo non è più un diritto garantito a tutti.

La Calabria, oggi, non ha bisogno di ulteriori diagnosi. Ha bisogno di decisioni operative. Piani territoriali obbligatori per Ambito, con obiettivi misurabili annualmente. Fondi strutturali per la gestione e non solo per i cantieri. Tariffe realmente progressive e detraibili.In questo passaggio la politica dovrà agire, facendo diventare l’istruzione un investimento e non un costo. In tal senso, condivido una curiosità: le famiglie interessate, portano in detrazione le somme spese per i servizi educativi zero-sei? Gli accreditamenti del privato, in tale ambito, potrebbero essere un’opportunità, anche perché potrebbero essere rappresentate dal Terzo settore in regime di co-progettazione, ma non dovranno rivelarsi un’opportunità per poche famiglie e opportunità di utilizzo miope di fondi pubblici.

Ecco perché é necessario che siano previsti incentivi reali per portare educatori nei territori interni in modo stabile e continuativo. Il coordinamento pedagogico previsto é un grande risultato ma dovrà essere funzionale e soprattutto presente nelle fasi di programmazione e monitoraggio, evitando una presenza meramente formale finalizzata al solo adempimento amministrativo. Ogni bambina e ogni bambino hanno il diritto di ricevere la migliore offerta didattica e, per questo, occorre investire anche nella formazione continua, attraverso la quale sia possibile disporre di personale docente altamente formato e motivato. In tal senso, mi piace pensare che la scuola non debba avere dipendenti, ma costruttori di futuro. Ma la domanda politica resta una sola, e non può più essere elusa: cosa cambierà concretamente entro il prossimo anno scolastico, alla luce dei recenti confronti avvenuti presso il Consiglio regionale in occasione di un evento pubblico? Oltre ai numerosi post sui social e ai tanti reel, quanti nuovi posti saranno realmente attivi dal prossimo settembre? Quali servizi oggi inesistenti partiranno davvero? Quali territori smetteranno di essere zone educative scoperte? Perché, se non esistono risposte verificabili, il rischio è uno solo: trasformare il sistema 0-6 nell’ennesima occasione persa. Nell’ennesima riforma raccontata bene e realizzata male.

Tutto ciò la Calabria non può più permetterselo. Non può permetterselo dal punto di vista demografico. Non può permetterselo dal punto di vista sociale. Non può permetterselo dal punto di vista economico. Soprattutto, non può permetterselo dal punto di vista della credibilità delle istituzioni. Oggi la sfida non è più dimostrare che il sistema 0-6 è importante. Questo lo sanno tutti.

La sfida è dimostrare che la politica è ancora capace di trasformare le priorità dichiarate in diritti reali. Il tempo delle buone intenzioni è finito. Ora servono risultati. Misurabili, visibili e immediatamente verificabili dai cittadini. (fr)

Calabria e sottosuolo: storie di energia antica con la geotermia invisibile

di  MARIO PILEGGI  – L’Italia è un Paese che vive su più livelli. In superficie, città, borghi e paesaggi modellati da secoli di storia e trasformazioni urbane. Sotto, un mondo invisibile fatto di rocce, sedimenti, acque sotterranee e calore naturale. È in questo spazio silenzioso, lontano dallo sguardo ma vicino alla vita quotidiana, che si nasconde una delle risorse energetiche più diffuse e meno valorizzate del Bel Paese: la geotermia a bassa entalpia.

Eppure, quando si parla di transizione energetica, l’attenzione si concentra quasi sempre su ciò che è visibile: pannelli fotovoltaici sui tetti, impianti eolici nelle aree aperte, grandi infrastrutture percepibili nel paesaggio. Raramente lo sguardo si rivolge verso il basso, come se il sottosuolo fosse soltanto un vincolo tecnico o uno spazio già saturo di funzioni. In realtà, sotto gran parte delle città e dei quartieri italiani è presente una risorsa energetica continua, disponibile tutto l’anno, capace di fornire calore e raffrescamento senza alterare il volto urbano.

La geotermia a bassa entalpia non è una tecnologia confinata a pochi territori “eccezionali”. Al contrario, sfrutta una condizione comune a larga parte del territorio nazionale: la stabilità termica del sottosuolo a basse profondità. Dai grandi centri urbani alle città medie, dalle aree costiere alle pianure alluvionali, fino a molte zone collinari, il terreno e le acque sotterranee mantengono temperature pressoché costanti, generalmente comprese tra 12 e 20 °C. Condizioni ideali per sistemi di climatizzazione efficienti, affidabili e programmabili nel lungo periodo.

In questo senso, la geotermia rappresenta una risorsa diffusa, utilizzabile in una vasta porzione dei quartieri italiani. Non richiede nuove infrastrutture visibili, non occupa superfici pregiate e non entra in conflitto con il patrimonio storico, architettonico e paesaggistico che caratterizza gran parte delle città del Paese. È proprio questa invisibilità a renderla particolarmente adatta al contesto nazionale. In un Paese in cui la tutela dei centri storici è un valore fondante, la possibilità di sfruttare il calore naturale del sottosuolo senza modificare skyline e prospettive urbane costituisce un vantaggio strategico.

All’interno di questo quadro generale, Roma rappresenta un caso emblematico. Non perché sia un’eccezione, ma perché concentra in modo paradigmatico molte delle condizioni che rendono la geotermia a bassa entalpia una risorsa strategica per le città italiane. Roma è una città costruita in verticale: in alto, la stratificazione millenaria della storia; in basso, una complessa architettura invisibile di rocce, sedimenti, acque sotterranee e calore naturale.

Il sottosuolo romano non è soltanto il fondamento fisico della città o un archivio archeologico. È un sistema geologico complesso e dinamico, modellato da antichi mari, cicli vulcanici e processi fluviali, che offre condizioni particolarmente favorevoli allo sfruttamento geotermico. A profondità di poche decine di metri, il terreno e le acque sotterranee mantengono temperature pressoché costanti durante l’anno, generalmente comprese tra 16 e 20 °C.

Questa stabilità termica è alla base del funzionamento delle pompe di calore geotermiche, in grado di trasferire calore dal sottosuolo agli edifici in inverno e di dissiparlo nel terreno durante l’estate. Il risultato è una climatizzazione continua ed efficiente, con consumi ridotti e assenza di emissioni locali. In un contesto urbano storicamente vincolato come quello romano, la geotermia si distingue per la capacità di integrarsi nel tessuto esistente senza interferire con il paesaggio.

Roma diventa così una lente attraverso cui leggere il potenziale geotermico di molte altre città italiane e, più in generale, di intere regioni del Paese. Un esempio particolarmente significativo è rappresentato dalla Calabria, dove il sottosuolo racconta una storia energetica antica ma ancora poco valorizzata. La presenza diffusa di sorgenti termali, note e utilizzate fin dall’antichità, costituisce la manifestazione più evidente di un calore naturale che risale in superficie attraverso rocce fratturate e circuiti idrici profondi.

Dalle Terme Luigiane, lungo la costa tirrenica cosentina, alle Terme di Caronte nella piana di Sant’Eufemia, dalle Terme di Galatro sull’Aspromonte occidentale fino alle Terme di Antonimina–Locri sul versante ionico reggino, il territorio calabrese mostra con chiarezza come il calore endogeno sia una componente strutturale del sistema geologico regionale. Queste acque calde non rappresentano soltanto una risorsa termale o terapeutica, ma sono anche un indicatore di un potenziale geotermico diffuso, sfruttabile a basse profondità per il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici.

In molte aree della regione, soprattutto nelle pianure costiere e nei fondivalle, il sottosuolo mantiene temperature stabili già a poche decine di metri di profondità, una condizione ideale per l’impiego della geotermia a bassa entalpia in ambito residenziale, pubblico e produttivo. Un potenziale riconosciuto anche a livello normativo: la Legge Regionale 40/2009 e il Regolamento Regionale n. 3/2011 disciplinano infatti l’utilizzo delle risorse geotermiche a bassa entalpia in Calabria, definendo procedure autorizzative chiare e prevedendo iter semplificati per impianti di piccola e media taglia.

Dal punto di vista tecnico, la geotermia a bassa entalpia si fonda su un principio semplice ed efficace: la capacità del sottosuolo di mantenere temperature relativamente costanti a basse profondità. In molti contesti urbani, le acque sotterranee svolgono un ruolo decisivo, grazie alla loro elevata capacità di immagazzinare e trasferire calore. Quando correttamente gestite, le falde possono funzionare come vere e proprie riserve termiche naturali, come dimostra il caso dell’acquifero delle ghiaie di base del Tevere, esteso lungo l’asse fluviale e caratterizzato da temperature comprese tra 18 e 19 °C. Le tecnologie geotermiche applicabili in ambito urbano si articolano principalmente in sistemi a circuito chiuso, basati su sonde geotermiche, e sistemi a circuito aperto, che utilizzano direttamente le acque di falda. In entrambi i casi, il cuore del sistema è la pompa di calore geotermica, capace di fornire più unità di energia termica per ogni unità di energia elettrica consumata, con rendimenti nettamente superiori a quelli dei sistemi tradizionali.

Le elevate prestazioni trovano conferma anche nelle applicazioni reali. Studi condotti su edifici residenziali in ambito urbano, inclusi casi romani, mostrano coefficienti di prestazione compresi tra 5 e 6, con riduzioni significative delle emissioni di anidride carbonica rispetto alle soluzioni convenzionali.

Il vero salto di qualità risiede nel passaggio dalla scala del singolo edificio a quella urbana. La realizzazione di distretti geotermici, in cui più edifici condividono una rete di scambio termico alimentata dal sottosuolo, consente di ottimizzare l’uso della risorsa e di ridurre i costi complessivi. In questo scenario, la geotermia può integrarsi efficacemente con le comunità energetiche rinnovabili e con gli strumenti di pianificazione energetica e climatica, come i PAESC, che ne riconoscono sempre più il ruolo nella riduzione delle emissioni climalteranti.

In questa prospettiva, la geotermia non appare più come una tecnologia di nicchia, ma come una infrastruttura energetica invisibile, capace di rafforzare la resilienza climatica, migliorare la sicurezza energetica e accrescere la qualità della vita urbana.

Sotto le nostre città non scorrono soltanto reti e infrastrutture tradizionali, ma anche un flusso costante di energia termica naturale: valorizzarlo significa costruire una transizione energetica radicata nel territorio e coerente con l’identità dei luoghi. (mpi)

(Geologo Consiglio Nazionale Amici della Terra)

Turismo in Calabria: nasce la rete di 43 comuni uniti per il futuro del territorio

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Un progetto ambizioso con l’obiettivo di superare i confini amministrativi e di valorizzare, in maniera integrata, un territorio straordinario che va dall’Alto Ionio al Pollino, dalla Sila all’antica Sibari, includendo ricchezze naturali, artistiche, archeologiche, culturali e identitarie, come la preziosa presenza della minoranza linguistica arbëreshë. È questo l’obiettivo della Rete Turistica dei Comuni, nata lo scorso 30 gennaio a Cassano allo Ionio.

La costituzione della Rete è avvenuta con l’approvazione unanime dello Statuto da parte delle amministrazioni partecipanti, nel corso di un incontro a Cassano allo Ionio. La sede legale della rete sarà nella Città di Corigliano-Rossano, comune capofila e promotore del progetto. La sede operativa, invece, sarà itinerante e si sposterà sulla base della sede del presidente in carica.

43 Comuni, dunque, hanno scelto di fare rete, con una identità comune importante forse mai pienamente valorizzata, che unisce le acque limpide dell’alto ionio calabrese con gli speroni rocciosi del Pollino ed i boschi della Sila, l’antica Sibari con la preziosa minoranza linguistica arbereshe, creando un modello di collaborazione stabile e strategica ma anche una rete di risorse straordinarie, in grado di rilanciare i territori in chiave turistica e culturale.

L’incontro si è aperto con i saluti istituzionali del sindaco di Cassano allo Ionio, Gianpaolo Iacobini, che ha espresso grande soddisfazione per il clima di cooperazione e ha voluto ringraziare chi, lavorando con determinazione, è riuscito a mettere attorno allo stesso tavolo sindaci e amministratori di realtà anche molto diverse tra loro.

Dopo gli interventi dei tecnici, che hanno relazionato sullo statuto, la discussione ha coinvolto numerosi amministratori presenti, con diversi interventi sulle prospettive della rete, il ruolo che potrà assumere e la programmazione delle prossime tappe. Tra i temi già avviati, la scelta del nome ufficiale, l’individuazione del primo presidente e la definizione dell’organigramma. A concludere i lavori, l’intervento del sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi, che ha sottolineato come da sempre il territorio avesse avuto l’esigenza di mettersi intorno ad un tavolo non per affrontare emergenze, come purtroppo spesso è capitato, ma per programmare il futuro a partire dalla valorizzazione delle proprie risorse. Per questa ragione la fondazione ufficiale della Rete dei Comuni rappresenta un obiettivo importante e deve essere motivo di orgoglio per tutti, anche perché dimostra come sui territori lavori una classe dirigente con voglia e capacità di mettersi in discussione, di fare lavoro squadra e costruire percorsi di lungo termine per il futuro della nostra terra.

Per il sindaco di Saracena, Renzo Russo, «la Rete dei Comuni non è un esercizio formale né una sommatoria di buone intenzioni: è lo strumento attraverso cui Pollino e Sibaritide possono affermarsi come una vera destinazione turistica. Una scelta strategica che va rafforzata, resa più efficace e messa nelle condizioni di generare servizi, visione e opportunità concrete per i territori e per chi vi opera».

Per il primo cittadino «la direzione è quella giusta, perché solo un’azione condivisa può creare il contesto necessario, in termini di infrastrutture, servizi e politiche pubbliche, all’interno del quale gli operatori turistici possano lavorare, investire e crescere in modo coerente con l’identità dei luoghi».

«L’obiettivo condiviso – ha ribadito – è arrivare ad uno strumento che possiamo chiamare come vogliamo ma che dovrà comunque rendere tutti i servizi generali che interessano il turismo (tra i quali anche l’offerta sanitaria e la mobilità per intenderci) migliori di come sono ora».

Tuttavia, «condividere gli obiettivi non basta. Oggi – ha evidenziato il sindaco – serve rendere la Rete uno strumento più efficace, capace di produrre azioni misurabili, progettualità strutturate e politiche di promozione realmente integrate con quanto già avviato a livello regionale, a partire dal brand Calabria Straordinaria. La sfida non è comunicare di più, ma comunicare meglio, partendo dai contenuti». «Per fare questo – ha continuato – è necessario compiere un passo ulteriore: alzare il livello del confronto e della comparazione. Guardare fuori, studiare modelli che hanno già funzionato, apprendere da chi ha saputo trasformare l’identità in prodotto turistico, evitando autoreferenzialità e scorciatoie. La Rete deve diventare luogo di apprendimento collettivo, non solo di rappresentanza».

«In questa direzione – ha proseguito – va anche il rafforzamento della governance interna: l’impegno dei Comuni a individuare un coordinamento politico e uno tecnico-amministrativo stabile è un passaggio decisivo per dare continuità alle scelte e trasformare le idee in atti concreti. Senza una struttura solida, non c’è visione che possa reggere nel tempo».

Per il sindaco Russo, dunque, «la Rete dei Comuni rappresenta una grande opportunità di rilancio per Pollino e Sibaritide. Una sfida che chiede maturità istituzionale, capacità di ascolto e ambizione».

«La strada è tracciata – ha concluso Russo – ora serve percorrerla insieme, con maggiore consapevolezza e con lo sguardo rivolto a chi ha già dimostrato che costruire una destinazione è possibile, se si parte dall’identità e si governa il processo».

Per il consigliere comunale Luigi Garofalo «l’approvazione dello Statuto e la nascita ufficiale della Rete Turistica dei Comuni rappresentano un momento di grande valore per l’intero territorio e un segnale concreto di visione, maturità e volontà di crescita condivisa».

«Mettere insieme 43 Comuni, realtà diverse ma unite da una storia, un patrimonio e un’identità comuni – ha proseguito Garofalo – significa compiere una scelta coraggiosa e lungimirante. La Rete nasce con l’obiettivo di superare i confini amministrativi e di valorizzare, in maniera integrata, un territorio straordinario che va dall’Alto Ionio al Pollino, dalla Sila all’antica Sibari, includendo ricchezze naturali, artistiche, archeologiche, culturali e identitarie, come la preziosa presenza della minoranza linguistica arbëreshë».

Secondo il Consigliere comunale cassanese, la costituzione della Rete Turistica dei Comuni rappresenta «un’opportunità concreta per programmare lo sviluppo, rafforzare l’attrattività turistica e costruire un’offerta capace di raccontare il territorio nella sua interezza, puntando su qualità, sostenibilità e identità».

«È particolarmente significativo – aggiunge – che questo percorso nasca dal dialogo e dalla collaborazione istituzionale, lontano da logiche emergenziali e orientato invece a una visione di lungo periodo. La valorizzazione del patrimonio artistico, ambientale e culturale non è solo una leva turistica, ma uno strumento di crescita economica, sociale e occupazionale per le nostre comunità».

«Al Sindaco Gianpaolo Iacobini – ha concluso Garofalo – va il merito di aver lavorato ad un’iniziativa importante e concreta, che mette al centro il territorio e la collaborazione tra enti. In un momento storico in cui prevale spesso la logica dell’autonomia e della frammentazione, riuscire a creare una forte sinergia con tanti comuni, tra cui Corigliano-Rossano con la sua forza e dimensione, non è affatto scontato. È un esempio virtuoso di costruzione condivisa, che merita di essere valorizzato e seguito. Questa Rete dimostra che quando si lavora insieme, con spirito costruttivo e senso di responsabilità, è possibile costruire percorsi ambiziosi e credibili. È un risultato che deve renderci orgogliosi e che merita di essere sostenuto con convinzione nelle prossime fasi operative».

Ripensare la Calabria con la riforma delle province: un’opportunità per creare un nuovo futuro amministrativo

di  DOMENICO CRITELLI  e DOMENICO MAZZA – Il Senato ha approvato, nei giorni scorsi, il ritorno all’elezione diretta del Presidente e del Consiglio Provinciale degli Enti intermedi in Friuli Venezia Giulia. La modifica, rispetto alla legge Delrio, era contenuta nello Statuto regionale e, di fatto, consentirà ai friulani di tornare al suffragio universale. Il Friuli resta una Regione a Statuto Speciale. Il Governo regionale, godendo di autonomie decisionali, ha incanalato la proposta nel giusto binario, accelerando il processo riformatorio. L’auspicato ritorno all’elezione di primo grado, per tutti gli ambiti provinciali del Paese, in verità, è una discussione già in atto nelle Commissioni Parlamentari. Quanto accaduto nel nord-est del Paese potrebbe e dovrebbe favorire un’accelerazione del medesimo processo per tutte le altre Regioni italiane.

Avviare un forum in Calabria sulla revisione dei contesti intermedi 

Chiaramente, c’è da augurarsi, anche in Calabria, l’avvio di una discussione che apra a un rilancio del sistema elettorale provinciale. Senza dimenticare che l’occasione sarebbe propizia per stimolare una revisione più coerente e adeguata degli ormai superati contesti territoriali, al fine di avviare una soluzione sistemica, coerente e funzionale, degli ambiti intermedi. Se non altro, per sfruttare la speciale opportunità che la questione friulana offre alla Calabria affinché si ripensi l’impianto statuario e le sue articolazioni, disegnando una Regione coerentemente europea. Un dibattito scevro da condizionamenti centralisti e che non risenta dei lasciti Borbonici e Sabaudi nella perimetrazione degli ambiti. Vieppiù, che rifugga dalla visione di interessi esclusivamente concentrati nelle solite aree di potere consolidato. Il fine di tale operazione, naturalmente, dovrebbe essere allontanare i processi sperequativi derivati da un regionalismo deviato e confliggente, per aprirsi a una sintesi territoriale da inquadrare nel claim “Calabria Una”. Non una visione legata ai personalismi, ma un sistema oleato per superare feudi di potere e piccole patrie insite nei centralismi burocratici. Un’iniziativa di rottura con i vecchi schemi territoriali per unificare la Calabria attraverso grandi aree omogenee, restituendo dignità e potere di scelta ai cittadini. È da più tempo, d’altronde, che a titolo personale, e come componenti del Comitato Magna Graecia, sollecitiamo le Istituzioni e la Politica più in generale, ad aprire un forum sulla tematica. Una ricognizione sugli squilibri territoriali o lo “sviluppo differenziato” dei sottolivelli territoriali che la Calabria ha del tutto ignorato negli ultimi decenni. Palazzo Madama ha dato un indirizzo che dovrebbe sollecitare i partiti a misurarsi sul terreno della visione generale. Non è più solo il semplice dato elettorale e tecnicistico. Una Classe Dirigente, che forma il proprio consenso sul rapporto diretto con gli Elettori, si riappropria della dignità e di una rinnovata funzione di rappresentanza. Ecco perché ci aspettiamo che nella terra che diede il nome all’Italia si intraprenda un nuovo cammino riformista partendo dall’esistente, ma per disegnare un nuovo futuro amministrativo. L’obiettivo non dovrà essere quello del passo del gambero, ma lo slancio della gazzella che inquadri la nostra Regione come avamposto dei nuovi equilibri Euro-Mediterranei.

La legge Delrio: base normativa da cui ripartire

Il DL76/14 (legge Delrio) aveva l’intento di avviare una funzione di gradualità verso un modello esaltante le autonomie locali, i Comuni e le Aree Vaste. I parametri demografici e territoriali che la norma definiva (350mila abitanti e 2500km² di superficie) puntavano a razionalizzare e rimodulare territorialmente gli Enti intermedi. Il territorio italiano, purtroppo, si presenta agli occhi dell’analista geopolitico come un mosaico di Province estremamente disomogenee. A fronte di contesti elefantiaci e ingestibili esistono casi di ambiti aggreganti un esiguo numero di Comunità. Si pensi alle Province di Prato e Trieste che contano, semplicemente, sei Comuni sotto di esse. Piuttosto che, per analizzare realtà a noi vicine, ai casi di Province come Vibo e Crotone. Enti, quest’ultimi, sottodimensionati e impalpabili rispetto alle tre Province storiche della Regione. Chissà quante altre realtà, in lungo e in largo per il Paese, contraddicono la funzione stessa dell’ente Provincia. Istituto, il richiamato, che resta comunque Ente intermedio che non deve sovrapporsi, ma integrare le realtà che lo compongono. Va da sé, quindi, che la Calabria potrà ripensare la sua articolazione istituzionale, rendendola funzionale a interessi diffusi e non elettoralistici. Affermare un principio di bilanciamento demografico oltre che di estensione territoriale, dovrebbe essere l’imperativo categorico di un Governo regionale che si è posto l’obiettivo di riscrivere la narrazione di questa terra. Garantire uniformità e omogeneità dei collegi elettorali rispetto agli ambiti vasti, sarebbe il minimo comune denominatore per costruire una rinnovata forma di consenso. Premessa necessaria, quest’ultima, per rispondere alle esigenze di un Popolo che richiede ai propri Rappresentanti una reale e comprovata conoscenza dei territori. Ripartire, quindi, da una perimetrazione e equa suddivisione in quattro aree: nord-ovest, nord-est, centro e sud, dovrebbe essere il focus del libro mastro che il Consiglio Regionale dovrebbe adottare per rinnovare la declinazione regionale. Non già e non più “la Calabria e l’Altra Calabria”, epiteti che marchiano una terra pervasa da profonde sperequazioni nei suoi contesti intermedi, ma “Un’altra Calabria”. Quella dei due mari: Jonio e Tirreno.

L’asse jonico-silano: il nuovo motore della “Calabria Una”

​Il rilancio della Calabria passa, inevitabilmente, dalla ricomposizione dell’Arco Jonico. L’unione tra la Sibaritide e il Crotonese in un’unica grande Provincia è l’atto di rottura necessario contro il centralismo atavico che connota la Regione. Integrare Corigliano-Rossano e Crotone significa superare la frammentazione per dare vita a un Ente intermedio di oltre 400mila abitanti. Un nuovo ambito capace di unificare il nodo di Sibari, i porti di Corigliano e Crotone, l’aeroporto Pitagora, le eccellenze agroalimentari e il patrimonio archeologico e culturale dell’intero territorio. L’area vasta dell’Arco Jonico non sarebbe una nuova casella burocratica, ma il baricentro strategico per ottimizzare l’intero sistema regionale. Solo creando un polo jonico compatto e autorevole, legittimato dal suffragio universale, la Calabria potrà smettere di viaggiare a due velocità e trasformarsi in un Hub moderno e centrale nel bacino del Mediterraneo. (dc / dm)

(Comitato Magna Grecia)

Giustizia: le intercettazioni costano quasi 20 milioni di euro l’anno solo in Calabria

di PINO NANO – Emblematica la fotografia che fa l’Eurispes del sistema delle intercettazioni in Italia, un dossier esplosivo coordinato dai prof. Mario Caligiuri (Presidente della Società dell’Intelligence) e Luciano Romito, entrambi Università della Calabria.

I dati sono per certi versi inediti e anche indicativi. L’Eurispes presenta oggi i risultati della ricerca “Intercettazioni–Conoscere per migliorare”, coordinata dai Professori Mario Caligiuri e Luciano Romito, che analizza l’utilizzo degli strumenti di intercettazione da parte dell’Autorità Giudiziaria italiana nel periodo 2022-2024 utilizzando i dati messi a disposizione dalle fonti ufficiali.

La ricerca Eurispes parte da una premessa di base che fanno i due ricercatori: «L’ampio utilizzo delle intercettazioni nelle attività investigative è un incontestabile dato di fatto, ma il loro numero e la loro tipologia mutano inevitabilmente con la contestuale evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione».

I dati sono a tratti anche esplosivi

In Italia ogni anno ci sono milioni di intercettazioni, che incidono sulla vita e la libertà delle persone, sul funzionamento delle Istituzioni, sull’organizzazione della società, ma «vi sono, poi – sottolineano i due analisti – ampie differenze in base alle caratteristiche del territorio in cui l’Autorità Giudiziaria è chiamata ad operare, al dispiegamento di forze attuato dallo Stato, nonché a peculiarità dettate da singoli eventi storici o fatti legati alla sicurezza nazionale».

È stata condotta un’analisi sull’intero periodo 2013-2023, focalizzandosi sull’andamento storico dei bersagli suddivisi per tipologia di intercettazione.

«Particolare attenzione – spiegano i due studiosi – è stata riservata al biennio 2022-2023, durante il quale sono stati identificati i bersagli per categoria di intercettazione (intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche, trojan, altre tipologie), per tipologia di ufficio (Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario, con distinzione tra DDA, ordinaria e terrorismo; Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni; Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello), nonché i costi e le spese di giustizia connesse alle attività di intercettazione».

È abbastanza, insomma, per comprendere la vastità del fenomeno.

La ricerca evidenzia in particolare una grossa lacuna: in Italia non esiste un sistema uniforme di rilevazione delle spese specifiche per periti trascrittori e fonici.

Su 26 Corti d’Appello interpellate nel corso della ricerca condotta dall’Eurispes, solo 13 hanno risposto, con dati parziali e non confrontabili. Le spese sono registrate in forma aggregata sotto la voce “ausiliari del magistrato”, impedendo – sottolineano i due analisti – una valutazione puntuale di questa voce di costo.

Il dato più emblematico è quello delle spese: pensate, oltre 193 milioni di euro annui.

Nel 2022 lo Stato ha sostenuto spese per intercettazioni pari a 192,6 milioni di euro, salite a 193,5 milioni nel 2023. Palermo guida la classifica con oltre 44-48 milioni annui, seguita da Napoli (17-20 milioni), Milano e Roma (12-14 milioni ciascuna). Il divario con Campobasso, ultimo in classifica con meno di 500mila euro, è di circa 100 volte.

Le intercettazioni telefoniche dominano

Le intercettazioni telefoniche rappresentano circa il 71-74% del totale, confermandosi lo strumento investigativo principale. Seguono le intercettazioni ambientali (16-17%), informatiche (5-7%) e tramite trojan (5%). La categoria “altro tipo” risulta marginale (meno dell’1%).

Al Sud la massima concentrazione investigativa

Le regioni del Sud (Sicilia, Campania, Calabria, Puglia) mostrano una maggiore intensità investigativa, con oltre la metà delle intercettazioni complessive. Dato atipico rispetto al resto del Paese, per la Toscana che presenta una quota elevata di intercettazioni di Altro tipo (62), seconda solo alla Sicilia. Le regioni con meno di 1.000 bersagli per tipologia di intercettazione (Molise, Trentino-Alto Adige, Abruzzo, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Basilicata, Umbria) mostrano una bassa intensità investigativa.

Secondo l’Eurispes, Calabria, Puglia e Lombardia registrano un numero simile di bersagli intercettati, con valori compresi tra 7.207 e 7.573. Significa che quasi 8 mila calabresi sono intercettati. Ciascuna di queste regioni rappresenta circa il 9% del totale nazionale. Ma la Calabria da sola conta un numero totale di bersagli pari a 7.573, di cui 5.203 telefoniche, 1.067 ambientali, 827 informatiche, 476 tramite trojan e nessuno altro tipo.

A questo proposito gli studiosi sottolineano che la Calabria si distingue per l’elevato numero di intercettazioni informatiche, 827 in tutto, con l’11% superiore sia alla Puglia con il 5 % sia alla Lombardia con il 6%, «segnalando un ricorso più marcato a tecnologie digitali». Le intercettazioni tramite trojan sono invece presenti in tutte e tre le regioni, con valori più alti in Calabria, il 6 % rispetto al 4% della Puglia e al 5% della Lombardia, suggerendo un uso più intensivo di strumenti invasivi.

La regione con minore numero di “bersagli” in assoluto è il Molise.

Si tratta della regione d’Italia più piccola tra quelle a statuto ordinario e la seconda più piccola per numero minore di popolazione dopo la Valle d’Aosta, considerando che i dati relativi al Circondario del Tribunale di Aosta sono però compresi all’interno del distretto della Corte d’Appello di Torino. Il numero totale di intercettazioni in Molise è di 93, di cui 45 telefoniche. Seguono Trentino Alto-Adige con 683 (1%) intercettazioni di cui 504 telefoniche e l’Abruzzo con 831 (1%) di cui 650 telefoniche.

«È chiaro – sottolinea il prof. Mario Caligiuri – che la forte incidenza nel Sud e nelle Isole riflette una maggiore presenza di fenomeni criminali storicamente strutturati o una conseguente più intensa attività di contrasto». Ma qui parliamo di fenomeni strutturali come Cosa Nostra, la Ndrangheta, la Camorra e la Sacra Corona Unita.

DDA e criminalità organizzata

Le Direzioni Distrettuali Antimafia dispongono il 41-42% delle intercettazioni totali, confermando il ruolo strategico nella lotta alla criminalità organizzata. Napoli, Palermo e Reggio Calabria sono i distretti più attivi. La Sezione Ordinaria rappresenta il 57-58% del totale, mentre i procedimenti per terrorismo si attestano sotto l’1%, concentrati principalmente a Milano, Roma, Genova e Firenze.

I dettagli sono molto interessanti.

Nel 2022 le DDA italiane – ripetono Mario Caligiuri e Luciano Romito – hanno fatto ampio ricorso agli strumenti di intercettazione, con una distribuzione significativa tra i vari distretti di Corte d’Appello. Le tipologie considerate includono intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche, tramite trojan e di altro tipo. La distribuzione dei bersagli sottoposti ad intercettazione evidenzia una forte concentrazione nei distretti del Sud Italia. «Napoli si conferma il distretto con il volume più alto di bersagli intercettati di cui 5.250 telefoniche e 1.062 ambientali; Palermo segue con 2.086 telefoniche e ben 963 ambientali; i distretti di Reggio Calabria, Catania e Roma mostrano anch’essi numeri elevati, con oltre 1.800 intercettazioni telefoniche ciascuno».

La ricerca Eurispes ci dice che le intercettazioni telefoniche rappresentano la forma più utilizzata in tutti i distretti, con punte massime a Napoli, Catania, Palermo e Catanzaro. Le ambientali sono particolarmente rilevanti a Palermo (963), Catanzaro (333), e Brescia (328), indicando l’importanza delle captazioni in luoghi chiusi per indagini complesse.

Le intercettazioni informatiche invece, e tramite trojan, sono in crescita, con numeri significativi a Catanzaro (427 informatiche, 170 trojan), Palermo (354 e 347), e Brescia (162 e 155), segno dell’evoluzione tecnologica delle tecniche investigative.

Le intercettazioni di Altro tipo sono marginali, con solo Firenze (36) e Potenza (2) che ne registrano un utilizzo. Campobasso, L’Aquila, Trieste e Trento mostrano volumi molto bassi, con meno di 100 intercettazioni telefoniche e quasi assenza di tecniche avanzate.

Il trend: da 141.774 a 83.883 bersagli in dieci anni

L’indagine -aggiunge Mario Caligiuri- evidenzia una significativa riduzione del numero di bersagli sottoposti ad intercettazione: dai 141.774 del 2013 agli 83.883 del 2023, con un calo del 40,8% in dieci anni. Il punto di minimo è stato raggiunto nel 2022 con 82.494 bersagli. Il primo semestre 2024, tuttavia, registra 48.166 bersagli, suggerendo una possibile inversione di tendenza.

La ricerca Eurispes sottolinea in particolare la necessità di: implementare i software ministeriali per distinguere le spese per trascrizioni e perizie foniche; Definire con precisione i requisiti professionali per periti trascrittori e fonici; Garantire maggiore trasparenza nella gestione degli incarichi e delle spese; Uniformare la rilevazione dei dati a livello nazionale.

L’assenza di una figura formalmente riconosciuta

Nonostante l’inserimento della categoria “trascrizione” nell’albo dei periti – sottolineano i due autori della ricerca –, non esiste infatti ancora una definizione normativa chiara dei requisiti professionali. “L’elenco nazionale conta solo 76 iscritti, di cui 39 senza indicazione dell’ordine professionale di appartenenza.

Il decreto ministeriale attuativo è ancora in attesa di emanazione». Il che vuol dire che rispetto a questa montagna enorme di denaro pubblico che viene ogni anno utilizzato per le intercettazioni, ci sono ancora dei “buchi neri” che sarebbe utile affrontare e soprattutto risolvere. (pn)

Il centro storico di Crotone come motore di sviluppo urbano sostenibile

di ROMANO PESAVENTO –Il centro storico di Crotone può oggi essere reinterpretato secondo i paradigmi più avanzati della rigenerazione urbana contemporanea, superando definitivamente l’approccio che lo considera un ambito statico, da preservare esclusivamente nella sua dimensione materiale e memoriale. Le più recenti esperienze europee e mediterranee dimostrano come i centri storici capaci di affrontare le sfide della contemporaneità siano quelli che riescono a funzionare come sistemi urbani complessi, adattivi e produttivi, nei quali la tutela del patrimonio si integra con processi di innovazione economica, sociale e culturale.

In questo quadro, il centro storico non è più soltanto un oggetto di conservazione, ma diventa un dispositivo attivo di sviluppo urbano. Il patrimonio storico-architettonico, se inserito all’interno di strategie integrate e multilivello, può operare come infrastruttura culturale capace di generare economie della conoscenza, della  creatività e dell’esperienza. La rigenerazione non si configura quindi come un intervento puntuale o episodico, ma come un processo continuo, fondato sulla capacità di attivare relazioni tra spazi, funzioni, comunità e territori.

La stratificazione storica di Crotone, dalle origini magnogreche fino alla città fortificata dell’età moderna e alle successive trasformazioni ottocentesche e novecentesche, costituisce un capitale culturale latente di straordinario valore. Questo patrimonio non deve essere interpretato come una sequenza di testimonianze isolate, ma come un sistema complesso di segni, strutture e relazioni che può essere riattivato attraverso modelli di heritage-led regeneration. Le fonti documentarie conservate presso l’Archivio Storico cittadino restituiscono l’immagine di una città dinamica, segnata nei secoli da cantieri, innovazioni tecniche, ridefinizioni funzionali e intensi scambi commerciali e culturali con il Mediterraneo. Tale dimensione evolutiva non appartiene soltanto al passato, ma rappresenta una chiave interpretativa fondamentale per il presente e per la costruzione di scenari futuri.

In questa prospettiva, il Castello di Carlo V assume un ruolo strategico. Da struttura militare e difensiva, esso può essere reinterpretato come infrastruttura culturale contemporanea, secondo i modelli dei cultural hub e dei poli di innovazione culturale diffusi in numerose città europee. Il Castello può ospitare funzioni legate alla ricerca, alla produzione culturale, alla formazione avanzata, alle residenze artistiche e alla sperimentazione sociale, configurandosi come luogo di connessione tra patrimonio storico e pratiche contemporanee. Il riuso adattivo di grandi complessi monumentali, se correttamente progettato, è in grado di generare effetti moltiplicatori sull’economia urbana, attivando filiere creative e rafforzando l’attrattività territoriale.

Parallelamente, il patrimonio diffuso del centro storico, composto da edifici religiosi, palazzi civili, spazi pubblici, tracciati viari storici e ambiti residuali, può essere attivato secondo il paradigma della città a rete. In questo modello, ogni elemento del tessuto urbano diventa nodo di un sistema policentrico, capace di ospitare funzioni differenziate e complementari. Chiese, piazze e palazzi non sono soltanto beni da tutelare, ma risorse urbane da interpretare e riattivare attraverso usi compatibili, temporanei o permanenti, in grado di rispondere alle esigenze contemporanee senza comprometterne il valore storico.

In tale contesto, la conoscenza aggiornata del patrimonio assume un ruolo centrale. Le attività di studio, classificazione e catalogazione non rappresentano un mero adempimento tecnico, ma costituiscono la base operativa per una pianificazione consapevole. La catalogazione rende il patrimonio leggibile, programmabile e comunicabile, consentendo di individuare potenzialità, criticità e priorità di intervento. Essa diventa quindi uno strumento strategico per orientare politiche di valorizzazione che sappiano coniugare tutela, innovazione e sostenibilità economica.

I modelli di sviluppo più efficaci mostrano come i centri storici economicamente resilienti siano quelli capaci di generare ecosistemi ibridi, nei quali attività tradizionali, artigianato evoluto, professioni culturali e tecnologie digitali convivono e si rafforzano reciprocamente. In questo scenario, Crotone può promuovere l’integrazione tra memoria storica e innovazione digitale, trasformando archivi, mappe storiche, narrazioni urbane e ricerche scientifiche in contenuti multimediali, applicazioni culturali, percorsi interattivi e prodotti editoriali e audiovisivi. Tali strumenti ampliano la fruizione del patrimonio e aprono nuove opportunità occupazionali, in particolare per le giovani generazioni, favorendo la nascita di nuove professionalità legate alla cultura, al turismo e alla comunicazione.

La dimensione dinamica del centro storico si rafforza ulteriormente nel rapporto sistemico con il territorio, in particolare con il sito di Capo Colonna. È possibile configurare un modello territoriale integrato in cui il centro storico svolge il ruolo di hub interpretativo, creativo e organizzativo, mentre il sito archeologico e il paesaggio costiero rappresentano l’esperienza simbolica, ambientale e identitaria. In questo assetto, la città diventa il luogo della narrazione, della produzione culturale e dell’innovazione, capace di generare servizi, contenuti e prodotti che alimentano l’intera filiera culturale e turistica del territorio.

Un ulteriore elemento strategico riguarda la capacità del centro storico di attrarre comunità temporanee, quali studenti, ricercatori, artisti e professionisti della cultura. Queste presenze contribuiscono a rinnovare il tessuto sociale ed economico, stimolando la nascita di micro-imprese, iniziative culturali, eventi e reti collaborative. Il centro storico può così configurarsi come laboratorio urbano permanente, in cui la sperimentazione non sostituisce la tradizione, ma la rinnova e la rende funzionale alle esigenze del presente.

In questo quadro, assume un ruolo centrale una strategia di comunicazione culturale strutturata e coerente, fondata su contenuti scientificamente solidi e su linguaggi contemporanei. Rendere visibile e comprensibile il processo di trasformazione del centro storico significa rafforzare il posizionamento di Crotone come città della cultura e dell’innovazione mediterranea, capace di attrarre interesse, competenze e investimenti. La comunicazione diventa così parte integrante del progetto di sviluppo urbano, contribuendo alla costruzione di un’immagine condivisa e riconoscibile.

In conclusione, il centro storico di Crotone può configurarsi come motore dinamico di sviluppo urbano sostenibile proprio perché luogo di sintesi tra memoria e innovazione. La sua storia, lungi dall’essere un limite, rappresenta una risorsa attiva che, se interpretata con strumenti contemporanei e tradotta in progettualità coerenti e di lungo periodo, può generare crescita economica, coesione sociale e una rinnovata centralità della città nel contesto mediterraneo.  (rpe)

Zes unica e infrastrutture elettriche per la transizione energetica in Calabria

di PETRO PAOLO VERSACENegli ultimi anni, l’Italia ha conosciuto una crescita significativa nella produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico ed eolico.

Gli aumenti di capacità sono stati, approssimativamente, 1 GW nel 2021, 3 GW nel 2022, 5.8 GW del 2023, 7.5 GW nel 2024, e 7 GW nel 2025, per un totale installato di circa 83 GW sul territorio nazionale.

Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) prevede, per il 2030, obiettivi ambiziosi di incremento della capacità rinnovabile nazionale, stimati in ulteriori 50 GW rispetto al 2025. Di questi, una quota significativa di nuovi impianti è destinata al Sud Italia, dove maggiore è la producibilità da fonte solare, e più numerose le richieste di connessione alla rete pervenute. Tali richieste, nel complesso, superano esponenzialmente i target per il 2030, arrivando a oltre 348 GW.

Il raggiungimento dei traguardi del PNIEC è legato, in misura notevole, alla rimozione dei vincoli infrastrutturali e burocratici ancora esistenti sul sistema elettrico, dove le criticità maggiori appaiono legate alla saturazione della capacità di trasporto, e ad una flessibilità insufficiente per gestire con efficacia l’aumento della generazione variabile delle energie verdi.

In questo contesto, l’istituzione della Zona Economica Speciale (ZES) Unica per il Mezzogiorno, emerge non solo come strumento di semplificazione e agevolazione fiscale per la manifattura dell’industria delle rinnovabili, ma si configura al contempo come potenziale volano della transizione energetica. L’incremento dell’autoconsumo da fonte rinnovabile nelle filiere produttive del Mezzogiorno consentirebbe, da un lato, un miglioramento della produttività attraverso la riduzione dei costi energetici e, dall’altro, un contributo significativo agli obiettivi di capacità rinnovabile al 2030, anche grazie alla riduzione della pressione sulla rete elettrica.

Criticità del sistema elettrico ed interventi pubblici a sostegno

L’integrazione delle rinnovabili nella rete elettrica nazionale è ostacolata da tre criticità principali:

· Saturazione reale: principalmente nelle aree con alta concentrazione di impianti, dove la capacità di trasporto locale non riesce a sostenere ulteriori immissioni di energia.

· Saturazione virtuale: causata dell’eccessivo numero di richieste di allacciamento concentrate in poche aree, per progetti che spesso mancano dei requisiti essenziali per essere autorizzati.

· Carenza di flessibilità: dovuta all’insufficiente diffusione di strumenti di bilanciamento come accumuli, smart grid e sistemi di gestione dinamica della domanda, senza i quali la crescita della produzione elettrica non programmabile rimane difficoltosa.

Il PNRR e i Fondi di Coesione rappresentano, ad oggi, i principali strumenti pubblici volti rafforzare la rete elettrica e facilitare l’integrazione delle rinnovabili nel Sud Italia.

· PNRR: potenziamento infrastrutturale e autoproduzione

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede ingenti investimenti per la modernizzazione della rete di trasmissione e l’incentivazione dell’efficientamento energetico delle strutture produttive. Progetti chiave comprendono il Tyrrhenian Link e il potenziamento della linea SA.CO.I 3, elettrodotti marini destinati ad aumentare capacità e affidabilità delle connessioni al Sud e con le isole. Il programma ‘Transizione 5.0’ per le imprese, esteso al 2028 dall’ultima Legge di Bilancio, incentiva, fra l’altro, gli acquisti finalizzati all’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili destinata all’autoconsumo, mediante credito d’imposta.

· Fondi di Coesione: smart grid e progetti regionali

Il Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività per la transizione verde e digitale (PN RIC) 2021- 2027, finanziato mediante fondi coesione UE e nazionali, sovvenziona la modernizzazione e digitalizzazione

delle reti nelle regioni meno sviluppate. Il programma integra il PNRR, intervenendo sulle reti di media e bassa tensione, fondamentali per il collegamento di impianti distribuiti in aree industriali e rurali. Si segnalano inoltre interventi per lo sviluppo del fotovoltaico distribuito e l’autoconsumo industriale, con relativi sistemi di accumulo, destinati a terminare nel marzo 2026.

La ZES come leva per la transizione energetica

Il Piano Strategico della ZES Unica individua, tra le tecnologie trasversali da promuovere, quelle pulite ed efficienti (Cleantech), con l’obiettivo non solo di rafforzarne la manifattura locale, ma anche di favorirne l’integrazione strutturale all’interno delle filiere produttive da sviluppare.

La ZES Unica diviene quindi una risorsa determinante per riallineare la crescita industriale del Mezzogiorno con gli obiettivi di sostenibilità ambientale e sicurezza energetica nazionale.

Gli incentivi ZES comprendono:

· Crediti d’imposta per investimenti;

· Possibilità di cumulo con altri strumenti nazionali ed europei;

· Procedura unica semplificata per la riduzione dei tempi autorizzativi.

La Legge di Bilancio 2026 estende il credito d’imposta fino al 2028, prevedendo stanziamenti per 2,3 miliardi di euro nel 2026, 1 miliardo nel 2027 e 750 milioni nel 2028.

Pur precisando che lo sviluppo diretto delle infrastrutture energetiche di produzione, trasporto e distribuzione è escluso dall’ambito di applicazione degli incentivi ZES, questi ultimi possono svolgere un ruolo fondamentale nel favorire investimenti privati in impianti fotovoltaici, sistemi di accumulo e soluzioni di autoconsumo energetico da parte delle imprese, in particolare quelle energivore.

Investimenti locali in rinnovabili ed efficienza energetica, abbinati a procedure semplificate e incentivi fiscali, consentirebbero di alleggerire la bolletta energetica delle imprese, aumentandone la competitività; migliorare la resilienza energetica delle aree industriali; ridurre la congestione della rete in loco, e la dipendenza dagli interventi di espansione infrastrutturale.

La ZES potrebbe inoltre diventare uno strumento di governance della transizione energetica, favorendo il coordinamento tra livelli istituzionali, accelerando i processi autorizzativi e riducendo l’incertezza regolatoria che oggi frena molti investimenti. Un utilizzo mirato e selettivo degli incentivi, integrato con la pianificazione dello sviluppo della rete e con i fondi europei, consentirebbe di massimizzare l’impatto delle risorse pubbliche, evitando sovrapposizioni e dispersioni.

In prospettiva, il successo della ZES Unica dipenderà dalla capacità della politica di riconoscerne il ruolo non come semplice strumento agevolativo, ma come pilastro di una strategia nazionale capace di coniugare sviluppo infrastrutturale, autonomia energetica dei territori e crescita industriale, trasformando la transizione energetica in una leva di sviluppo duraturo e inclusivo. (ppv)

(Esperto energia e concorrenza)

Le aree interne della Calabria come laboratorio del futuro
La Calabria può generare sviluppi dai territori

di  FRANCESCO RAO Le aree interne della Calabria costituiscono, oggi più che mai, uno snodo cruciale per comprendere le trasformazioni in atto nella società contemporanea e per ripensare, in chiave innovativa, le politiche di sviluppo territoriale. Esse non rappresentano semplicemente porzioni marginali dello spazio geografico, ma veri e propri dispositivi sociali nei quali si intrecciano fragilità strutturali, eredità storiche e potenzialità inespresse. In tale orizzonte, l’analisi dei bisogni sociali non può essere ridotta a un adempimento formale o a una fotografia statica delle carenze, bensì deve assurgere a strumento ermeneutico e operativo, capace di orientare risposte pubbliche tempestive, mirate e autenticamente sartoriali, costruite cioè sulla trama concreta delle comunità e delle loro aspirazioni. Il paradigma dell’intervento uniforme, fondato su modelli standardizzati e replicabili indistintamente, ha progressivamente mostrato la propria inadeguatezza di fronte alla complessità dei contesti locali. Le aree interne non domandano politiche calate dall’alto, bensì processi di accompagnamento fondati sulla conoscenza profonda dei territori, delle loro dinamiche relazionali, delle vocazioni produttive e delle fragilità sociali. Solo una lettura integrata dei bisogni – sociali, educativi, ambientali, economici e culturali – consente di immaginare strategie di sviluppo capaci non soltanto di contrastare lo spopolamento, ma di generare nuovi insediamenti di senso, lavoro e cittadinanza. In tale prospettiva, le tipicità territoriali non possono essere confinate nel recinto folklorico né esibite come residuale testimonianza di un passato immobile. Al contrario, esse vanno riconosciute come espressione viva di una sapienza collettiva che intreccia metodo, passione e responsabilità verso la custodia della tradizione. La tradizione, infatti, non è mai mera ripetizione, ma continua rielaborazione creativa di pratiche e valori, capace di rendere il passato funzionale al futuro. La dieta mediterranea, in questo senso, assurge a paradigma emblematico: non solo modello nutrizionale, ma sintesi virtuosa di equilibrio tra uomo, ambiente, cultura e produzione, riconosciuta a livello internazionale come patrimonio immateriale dell’umanità. Le filiere agroalimentari, artigianali e turistiche, se adeguatamente strutturate e sostenute, restituiscono un rapporto organico tra procedure lavorative, territorio ed ecosistema, nel quale l’attività produttiva non si configura come atto predatorio, bensì come gesto responsabile e rigenerativo. In tale relazione si fonda una concezione avanzata di stabilità economica, non legata esclusivamente alla massimizzazione del profitto, ma alla capacità di produrre valore durevole, equamente distribuito e ambientalmente sostenibile. Accanto a tali indicatori materiali, emerge con forza il ruolo delle istituzioni formative e amministrative. La scuola, in particolare, è chiamata a superare una visione autoreferenziale del sapere per configurarsi come autentico presidio di cittadinanza attiva e laboratorio di futuro. Essa deve educare non solo alla conoscenza, ma alla responsabilità verso il territorio, al riconoscimento delle risorse locali, alla progettualità come competenza civile prima ancora che tecnica. Gli Enti locali, dal canto loro, non possono limitarsi a una funzione regolativa o distributiva, ma devono farsi promotori di visione, facilitatori di reti e catalizzatori di processi di sviluppo integrato. In tale cornice si inserisce il tema, ormai ineludibile, della visibilità territoriale. La costruzione di una narrazione positiva, credibile e strutturata delle aree interne passa attraverso l’utilizzo consapevole delle reti digitali, dei media tradizionali e, soprattutto, attraverso la promozione di eventi capaci di restituire centralità culturale e simbolica a luoghi troppo spesso relegati ai margini del discorso pubblico. Non si tratta di comunicare per attrarre, ma di raccontare per riconoscere, rendendo visibile ciò che per troppo tempo è rimasto invisibile o sottovalutato. In questa direzione, la destagionalizzazione del turismo rappresenta una leva strategica di primaria importanza. Superare la logica dell’evento episodico per costruire una programmazione culturale, enogastronomica e formativa distribuita lungo l’intero arco dell’anno consente non solo di stabilizzare i flussi, ma di radicare economie locali resilienti, capaci di generare occupazione qualificata e continuità reddituale. L’immissione di risorse economiche nei circuiti locali, così intesa, non è fine a sé stessa, ma strumento per alimentare processi virtuosi di crescita sociale e coesione comunitaria. È in tale orizzonte che si colloca, in modo strutturale, la prospettiva del welfare generativo. Un welfare che non si limita a riparare le fratture sociali, ma che investe sulla capacità delle persone e delle comunità di produrre valore, relazioni, autonomia. La valorizzazione lavorativa di soggetti spesso considerati marginali – giovani, donne, persone in condizioni di fragilità – si configura così non come gesto assistenziale, ma come scelta strategica di sviluppo umano e territoriale. La co-progettazione tra Enti locali e Terzo Settore, in questo quadro, assume una valenza che travalica il piano tecnico-amministrativo per divenire opzione culturale e politica. Essa rappresenta una modalità avanzata di governo dei processi sociali, fondata sulla corresponsabilità, sulla partecipazione e sulla fiducia reciproca tra istituzioni e società civile. Attraverso la co-progettazione si afferma una concezione della cosa pubblica come bene comune dinamico, costruito quotidianamente dall’interazione tra soggetti diversi ma convergenti in una visione condivisa di futuro. Le aree interne della Calabria non chiedono visibilità effimera né interventi emergenziali. Esse reclamano progettualità lungimirante, capace di coniugare rigore analitico, radicamento territoriale e visione strategica. È a partire dall’analisi profonda dei bisogni sociali, dalla valorizzazione delle tipicità come risorsa e dalla costruzione di reti generative che può prendere forma una Calabria capace non soltanto di resistere ai processi di marginalizzazione, ma di rigenerarsi come spazio di innovazione sociale, economica e culturale. In questa prospettiva, lo sviluppo non è mera crescita quantitativa, ma processo qualitativo di espansione delle libertà, delle opportunità e della dignità delle persone. Ed è proprio in tale concezione alta e complessa dello sviluppo che le aree interne possono divenire non periferie da salvare, ma centri propulsivi di una nuova idea di Mezzogiorno: non subalterno, ma generativo; non assistito, ma protagonista. (fr)

«Fottersene del Sud»: classico sport nazionale che piace a tutti i governi

di MIMMO NUNNARI – “Fottersene del Sud” [la frase non è elegante ma rende l’idea] è uno sport nazionale da sempre praticato volentieri da Governi di ogni colore, politici di tutti i partiti, burocrati famelici, giornalisti improbabili, intellettuali della domenica e opinionisti salottieri che considerano il Meridione un “fastidio”; sostenuti nel loro insolente e mal celato menefreghismo, da un’opinione pubblica indifferente, seduta sugli spalti, come una qualunque bifolca tifoseria. Ancora oggi è così. Lo abbiamo visto di recente col ciclone “Harry” e in questi giorni con la frana di Niscemi. Ci sono stati, con i primi stentati interventi governativi, solidarietà nazionali somiglianti alle lacrime artificiali dei film, che Anna Magnani chiamava “lacrime di mezza lira”.

Questa partecipazione incerta e miseria, non spontanea, verso la sofferenza delle persone colpite dalla furia di “Harry” l’ha spiegata bene con una lettera a Francesco Merlo, titolare della rubrica “Posta e risposta”su la Repubblica, un lettore di Bolzano (sic): «Caro Merlo, ho (ri)scoperto che esiste l’indifferenza nei confronti del Meridione. In Sardegna, Calabria e Sicilia sono state distrutte dal devastante ciclone spiagge, strutture economiche e commerciali, interi quartieri delle città. La triade geografica del Sud non è come l’Emilia Romagna: nessuna mobilitazione dei partiti, delle associazioni nessuna sottoscrizione indetta dai quotidiani (anche la Repubblica, il mio quotidiano che leggo dal 1978) e, infine, notizie riportate nelle pagine interne e nelle tv solo spazio marginale. E già tutto dimenticato. Quale amarezza. È la sedimentazione razzista che appare e ritorna quando si tratta del Sud?». [Firmato Antonio Testini – Bolzano]. Merlo, firma di prima grandezza del giornalismo italiano, catanese d’origine, uno che non le manda mai a dire, ha risposto: «Ha ragione a indignarsi: la disgrazia al Centro e al Nord fa esplodere gli animi e stimola la fraternità e le sottoscrizioni, mentre la disgrazia al Sud provoca rassegnazione e diffidenza, addolorate alzate di spalle, una stanca pietà che mai diventa solidarietà, aiuto e partecipazione. Un po’ perché nel nostro disgraziato Sud la disgrazia è considerata endemica, il prolungamento della normalità. E un po’ perché prevale l’idea che è meglio farsi gli affari propri, evitare di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso, dove anche l’aiuto chissà poi dove andrebbe a finire: persino nella pietà si può bagnare il becco. Da tempo ho smesso di pensare che il buon giornalismo possa cambiare il mondo. Sono però sicuro che il cattivo giornalismo lo danneggia.

Buon giornalismo sarebbe chiederci, raccontare, spiegare perché quelle terribili immagini di distruzione del ciclone Harry, che ha colpito il Sud, fanno più paura che pena». Bene Merlo, giornalista raro è straordinario, e bene il lettore di Bolzano. Ma una cosa possiamo fare se un pezzo grande di Paese pensa (sbagliando) che è meglio «evitare – come scrive Merlo – di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso». Possiamo smetterla di restare in silenzio e di usare, per denunciare l’insolenza storica, le discriminazioni, i pregiudizi nei confronti del Meridione, un linguaggio corretto, civile. Abbiamo sempre parlato con educazione, cedendo anche alla rassegnazione, al fatalismo. Ma basta. La nuova narrazione sul Sud non aspettiamola da fuori. Cambiamola, cominciando ad alzare la voce, usando un linguaggio “robusto”, aspro e legittimo quando occorre, senza atteggiamenti di riverenza, prudenza, o complessi di inferiorità. Serve solo controllo, per non uscire fuori dalle righe. Aristotele diceva che le parole sono dei suoni che diventano linguaggio quando attribuiamo loro un significato: quale miglior suono nel dire che c’è una parte d’Italia [Governi, politica, opinione pubblica] che del Sud “se ne fotte”? Per trovare una qualche verità sulla questione “differente” del Sud – la vera anomalia italiana – abbiamo dovuto aspettare non un meridionalista, un antropologo, uno storico ma un lettore (di Bolzano) che scrive al suo giornale e un signor giornalista che gli risponde, ricavando in sintesi la conclusione che “fottersene del Sud” è uno sport nazionale. Praticato da sempre.

Un esempio illuminante, per capire quando l’Italia cominciò a “fottersene del Sud”, lo troviamo negli atti parlamentari del primo anno di vita (1861) dell’Italia appena diventata nazione. Allora, con un voto vergognoso, si capì che direzione prendevano i programmi di sviluppo del nuovo Regno d’Italia. Successe che in una delle prime sedute del Parlamento fu approvato un progetto di legge per rilanciare i porti di Livorno, Genova e Venezia; e contestualmente si respinse analoga misura in favore dei porti di Napoli, Salerno e Palermo. Nessuno diede spiegazione per i due pesi e due misure. Era questo, all’inizio del cammino della nuova Nazione, l’andamento. E niente è cambiato nel modo di procedere. Tutte le promesse di fare dell’Italia un Paese veramente unito caddero nel dimenticatoio già all’inizio e seguitarono con tutti i Governi, alimentando fratture rancori e disuguaglianze. Quello dello sguardo indifferente e/o di disprezzo, che umilia terribilmente i meridionali, è quel primo tradimento compiuto dall’Italia verso il suo Sud e quel che ne venne dopo, diventando un modello. Negli anni di fuoco, a ridosso dell’Unità, l’antimeridionalismo (il “fottersene”) ha svolto un preciso ruolo nell’immaginario sociale italiano: ha creato categorie mentali e schemi interpretativi che hanno via via condizionato politiche, strategie, alleanze e scelte di campo, fino a “istituzionalizzare” l’esistenza delle due Italie, fenomeno unico nell’Europa democratica. L’esodo per fame, di dimensioni bibliche, con la prima e la seconda ondata migratoria, ha fatto il resto. Negli anni cruciali per la riedificazione della Nazione italiana gli emigrati del Sud hanno consentito al sistema del Nord Italia di funzionare ai massimi regimi e di agganciarsi alla locomotiva dell›economia europea.

Al contrario, al Sud l’esodo massiccio ha provocato, con l’impoverimento progressivo [e lo svuotamento dell’anima del Sud], una forte incrinatura nell’identità dei territori, favorendo lo stabilizzarsi di quella forma estrema di marginalità sociale che ha provocato tanti guai e continua a produrli . Alle regioni meridionali è stato poi cucito addosso il vestito di periferie assistite, precludendo loro tutti gli spazi possibili di crescita. La versione del welfare che il Sud ha conosciuto è stata centrata esclusivamente sulla diffusione non di servizi, ma di sussidi una tantum, funzionali all’assistenza, non alla produzione e allo sviluppo. E queste forme di assistenza sono state inoltre sempre mal indirizzate, diventando col passare degli anni forme di indebolimento della coscienza civile e della solidarietà collettiva.

Ognuna delle regioni del Sud ha cominciato ad aspettare paziente infrastrutture e servizi che altrove già si realizzavano, e velocemente; cosicché, quel poco di sviluppo che ha sfiorato le esteriorità di queste terre, fermandosi solo alla facciata, è stato uno sviluppo “distorto”, che ha favorito, insieme a illegalità, omologazione ai modelli di consumo del Nord, senza che ci fosse un corrispondente vero progresso. Con la conseguenza del riprodursi di una spaventosa crisi economica e civile: causa prima di una incontrollata espansione del fenomeno mafioso e motivo principale dell’aspetto [ad arte disegnato] di palude del Sud, di acqua stagnante, dove ogni cosa rimane immobile e maleodorante. Di questo Sud così mal nato e così malcresciuto, non per sua colpa, l’Italia se ne fotte. Lo abbiamo visto anche con la scarsa emozione di fronte al ciclone “Harry”: niente titoli in prima pagina o servizi adeguati, sui giornali nazionali, niente approfondimenti o servizi speciali nei Tg. Solo cronache scarne: il minimo sindacale. Se non ci fossero state le proteste sui social, la vicenda sarebbe passata in cavalleria, perché nei Tg e sui giornali si parla di… politica estera: un classico, quando si vogliono oscurare temi scomodi e seri. “Lacrime di mezza lira” anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha proposto di utilizzare i fondi già stanziati per il Ponte sullo Stretto per gli interventi nelle zone colpite dal ciclone.

Cioè, se abbiamo capito bene l’ideona sarebbe impiegare fondi già destinati al Sud; cioè, pagarsi i danni con i propri soldi. È la filosofia del menefreghismo. La conferma che la sinistra – ma non solo –  sul Sud improvvisa ed è distratta, non ha una visione di lunga gittata.

Vecchia questione, sulla quale non è più tempo di sorvolare, continuando a usare un linguaggio da educande. Anche il linguaggio può essere ribellione, ribellione contro chi del Sud “se ne fotte” da più di un secolo e mezzo. Bisogna solo evitare – va detto chiaro a scanso di equivoci – di avere nostalgie per i tempi borbonici, quando al Sud le classi più povere furono impoverite ancora di più e furono soffocati ideali e tentativi riformistici per migliorare le condizioni di vita della gente. Cioè, ricordiamocelo, anche i Borboni se ne “fottevano” del Sud. (mn)