Da Ue e PNRR miliardi alla Calabria ma ritardi e burocrazia rallentano la crescita

di CARMELO IDÀ

Infrastrutture e trasporti, innovazione tecnologica, lavoro e turismo. E ancora competitività delle imprese, transizione energetica, salute e inclusione sociale, istruzione e cultura. Il menù completo porta la firma di Bruxelles. La Calabria deve infatti all’Europa decenni di continuo ed instancabile sostegno economico. Agende, programmi operativi e Fondi per lo sviluppo hanno consentito di realizzare importanti investimenti in tutti i settori, strategici e meno. Parliamo di oltre 70mila progetti dal 2000 ad oggi.

I programmi di finanziamento

Dal Por Calabria 2000/2006 fino all’ultimo Programma regionale Fesr Fse+, l’Unione europea ha stanziato 12,31 miliardi. A questi finanziamenti si aggiungono i fondi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, 11,63 miliardi, e quelli previsti dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, altri 8,17 miliardi. Trenta miliardi o giù di lì.

Cosa è stato fatto con questi soldi

La prima voce di bilancio in termini di spesa è quella relativa alle infrastrutture e ai trasporti. Seguono i lavori pubblici, gli investimenti in beni e servizi, gli incentivi alle imprese e i contributi a sostegno delle famiglie. Il comparto agricolo è quello che ha beneficiato molto dei fondi europei e che allo stesso tempo ha il più elevato tasso di percentuale di obiettivi di investimento raggiunti. Nel complesso i ritardi sono molto elevati, sia sul fronte dell’avanzamento dei lavori sia su quello dei pagamenti. Lo evidenzia la Corte dei conti.

La crescita della Calabria

Con il Por 2000/2006 alla Calabria sono stati concessi 4,1 miliardi. L’effetto sul Pil regionale è stato un incremento pari all’1,1% proprio a termine programma. Tra il 2008 e il 2014, però, gli effetti delle crisi economiche internazionali che si sono succedute hanno praticamente azzerato quel risultato riportando indietro la regione di anni. La pandemia ha fatto il resto rallentando la crescita. Nel 2025 il prodotto interno lordo regionale ha fatto registrare un balzo in avanti dell’1,3%, un risultato superiore rispetto alla media nazionale. Le previsioni di crescita per il 2026, a causa della crisi energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente, sono viste fortemente al ribasso, non oltre lo 0,6%.

La spinta esercitata dal Pnrr

La Banca d’Italia nel suo report annuale attribuisce gran parte del risultato di crescita del Pil alla spinta sugli investimenti esercitata dal Pnrr che ha contribuito ad un rafforzamento economico dell’intero Sistema regione. C’è la crescita ma, dice Bankitalia, i tempi della burocrazia frenano ancora lo sviluppo del territorio. Per la Corte dei Conti la spesa è rallentata a causa di persistenti difficoltà amministrative e progettazione carente, che frenano l’attuazione degli interventi. Non mancano le irregolarità e neppure i tentativi di frode. Questo vale per tutte le misure di sostegno europeo.

Le altre misure europee

Insieme ai fondi del Pnrr ci sono da spendere i 2,9 miliardi del Fondo europeo di sviluppo regionale e del Fondo sociale europeo plus e ben 8,17 miliardi del Fondo per lo sviluppo e per la coesione. Quest’ultimo porta in dote il finanziamento per la realizzazione dei nuovi ospedali di Vibo Valentia (126 milioni), della Piana di Gioia Tauro (116 milioni), della Sibaritide (102 milioni) e del termovalorizzatore di Gioia Tauro (372 milioni), progetto non ancora avviato.

I finanziamenti Fesr Fse+

Questo pacchetto finanzia principalmente l’innovazione tecnologica, la transizione digitale ed ecologica, il rafforzamento della competitività delle piccole e medie imprese e lo sviluppo sostenibile urbano e rurale. I fondi sostengono start-up, ricerca industriale e investimenti produttivi.

I finanziamenti Fsc

I Fondi per lo sviluppo e per la coesione destinati alla Calabria hanno una dotazione di 4,8 miliardi per le infrastrutture: 2,25 per l’ambiente, 1,6 per il trasporto, 900 milioni per le infrastrutture digitali e la competitività delle imprese. La piattaforma OpenFsc certifica che al 31 dicembre 2025 relativamente alla spesa per i 17.802 progetti previsti solo il 14% risulta concluso e l’8% è stato liquidato. Il 68% è in corso mentre il 10% non è stato ancora avviato. Secondo i dati OpenCoesione, i pagamenti monitorati ammontano a circa 214,7 milioni di euro su un totale programmato di circa 2,9 miliardi.

Oltre le scadenze, i rischi

Se i fondi strutturali e di investimento non vengono spesi entro i tempi stabiliti, si incorre in conseguenze finanziarie e operative definite dai regolamenti europei. La conseguenza principale è la perdita definitiva delle risorse che avviene con il “disimpegno automatico”. Significa che le risorse stanziate ma non spese o non certificate entro tre anni dalla fine dell’anno di impegno vengono automaticamente cancellate dalla Commissione europea. Di recente la giunta regionale ha riprogrammato 57 milioni di investimenti su 17 interventi diversi per scongiurare il rischio di perdere i fondi.

Perché la Calabria non riesce a stare al passo con le altre regioni

L’eccessiva frammentazione del quadro finanziario e la mancanza di una visione d’insieme frenano i risultati nel lungo periodo e non rendono strutturali gli obiettivi perseguiti con gli investimenti. Il mosaico si compone di tessere che finiscono per essere adattate ai tasselli che le devono contenere: i soldi stanziati hanno più importanza del modo in cui i progetti realizzati si inseriscono nella rete di sviluppo locale. 

Non è un problema solo calabrese, tant’è che la stessa Commissione europea ha deciso di far cambiare passo al sistema dei finanziamenti, non più a pioggia, ma mirati, sposando il sistema degli obiettivi adottati con il Pnrr. Per la Corte dei conti è importante prevedere cosa accadrà dopo la chiusura dei cantieri. Perché i progetti non gestiti al meglio risulteranno un inutile e dannoso spreco di denaro.

[Courtesy LaCNews24]

Crotone deve volare. Polemiche sullo scalo

di MARILINA INTRIERI – In queste ore assistiamo all’ennesimo tentativo di trasformare una questione strategica per il territorio, il futuro dell’aeroporto di Crotone, in terreno di polemica elettorale. È un copione già visto che rischia però di produrre un danno reale: indebolire un percorso faticosamente ricostruito dopo anni di crisi. Lo dico da donna politica che ha sempre operato per la salvaguardia di questa importante infrastruttura.

Chi oggi solleva critiche dovrebbe avere il senso della misura e della memoria. Nella fase in cui lo scalo attraversava le maggiori difficoltà, con bandi andati deserti e il concreto rischio di chiusura, non si registrarono iniziative risolutive durante il II Governo Conte, quando esponenti del territorio sedevano in quella maggioranza parlamentare.

L’aeroporto di Crotone non è una realtà consolidata che oggi subisce un ridimensionamento. È, al contrario, uno scalo che è ripartito dopo un fallimento, dopo anni in cui la sua chiusura era considerata da molti un esito inevitabile, anche alla luce delle scelte o delle inerzie di alcuni governi regionali precedenti. In tanti momenti difficili le istituzioni regionali, senza distinzioni di parte, lavorarono per evitare che il territorio perdesse definitivamente un’infrastruttura strategica.

Oggi, con l’attuale governo regionale guidato dal Presidente Roberto Occhiuto, si è costruito un modello di rete aeroportuale che tiene insieme Lamezia, Reggio Calabria e Crotone. Un modello necessario in una regione con una popolazione limitata ma con tre infrastrutture aeroportuali, che possono reggere solo se inserite in una strategia unitaria. Un’operazione complessa ma indispensabile, soprattutto per la struttura più fragile, che è proprio Crotone.

All’interno di questo disegno, la gestione affidata a Sacal e al suo amministratore delegato Marco Franchini sta portando avanti investimenti strutturali e una programmazione progressiva, fortemente sostenuti dal governo regionale. Un lavoro che non può essere letto con la lente della polemica quotidiana sul singolo aeroporto, o peggio sul singolo volo o sull’orario di un volo.

Leggo, anche sui social, che qualche rappresentante istituzionale locale parla di “paradosso”, senza riconoscere che la programmazione aeroportuale è per sua natura dinamica e regionale, non locale. Le scelte delle compagnie aeree, soprattutto low-cost, rispondono a logiche di mercato complesse. Il rafforzamento di uno scalo come Crotone richiede continuità, credibilità istituzionale e stabilità, non attacchi quotidiani che rischiano di minarne le prospettive.

Le criticità che esistono vanno affrontate: orari dei voli, collegamenti con mercati strategici, accessibilità per l’utenza. Ma trasformare ogni fase di assestamento in uno scontro politico significa indebolire lo scalo proprio nel momento in cui ha bisogno di essere tutelato per consolidarsi.

Va detto con chiarezza: oggi l’aeroporto di Crotone ha una prospettiva. E questa prospettiva è legata alla capacità della Regione, guidata dal Presidente Occhiuto, di sostenere una programmazione di medio periodo.

È su questo che la politica deve concentrarsi. Tra poco si apriranno nuove opportunità, e sarà proprio in quella fase che si misurerà la serietà di tutti: senza una forte e unitaria azione istituzionale, il rischio di tornare indietro non è teorico.

Per questo serve un cambio di tono.

Non una politica che cerca visibilità nella polemica, ma una politica che sostenga la programmazione regionale, accompagni il lavoro di Sacal e costruisca condizioni favorevoli per attrarre compagnie e nuove rotte.

L’aeroporto di Crotone non è un tema da campagna elettorale. È un’infrastruttura fragile, che ha già conosciuto il baratro.

Chi, come me, ha davvero a cuore il suo futuro lo sa: oggi più che mai servono responsabilità, concertazione e visione. La memoria istituzionale è il primo requisito della credibilità politica. Tutto il resto è rumore. (mi)

Bandiere blu in Calabria: un punto di partenza, non di arrivo

di NICOLA A. PRIOLO – L’Italia ogni anno si sveglia con la stessa liturgia balneare, una specie di rito laico che annuncia l’estate più di qualsiasi calendario: l’uscita delle Bandiere Blu. È un momento in cui le regioni si misurano come in una gara di atletica, chi ha più vessilli, chi ne perde uno, chi ne guadagna due, chi resta stabile e finge di essere soddisfatta. È un gioco di specchi, un esercizio di immagine, un modo per dire al mondo che il mare è pulito, che i servizi funzionano, che la spiaggia è degna di essere fotografata e postata. E ogni anno, puntuale, la Liguria si piazza in cima alla classifica, con i suoi trentatré vessilli che sventolano come un esercito ordinato, disciplinato, pronto a ricevere milioni di turisti che arrivano sapendo già cosa troveranno: parcheggi, treni, alberghi, ristoranti, porti, sentieri, comunicazione, brand, continuità.

La Liguria è un marchio, un’abitudine, un riflesso condizionato. È la certezza che, se vai lì, qualcosa troverai.

Poi c’è la Calabria, che quest’anno conferma le sue ventitré Bandiere Blu, un numero che farebbe pensare a una regione in piena salute, una regione che ha finalmente deciso di investire, di crescere, di mostrarsi. Ventitré località premiate, terza in Italia, davanti a regioni più ricche, più strutturate, più raccontate. Ventitré vessilli che, sulla carta, dovrebbero attirare fiumi di turisti, voli pieni, treni affollati, prenotazioni anticipate, entusiasmo, curiosità, ritorni. Ventitré Bandiere Blu che dovrebbero essere un biglietto da visita, un invito, una promessa. E lo sono in alcune zone della Calabria. Purtroppo in tanti cosi invece restano lì, come medaglie appuntate su un vestito che nessuno guarda, come premi vinti da un atleta che corre da solo in un campo abbandonato. Le Bandiere Blu non bastano, non servono, non incidono se tutto il resto intorno continua a essere fragile, intermittente, improvvisato, invisibile. La Calabria Grecanica, per esempio, non ne ha nemmeno una. Zero. Una cifra che pesa più di qualsiasi numero positivo, perché racconta un’assenza, una mancanza, un’occasione persa. E non perché il mare non sia bello, non perché l’acqua non sia pulita, non perché la costa non abbia potenzialità. Ma perché mancano i servizi, le infrastrutture, la continuità amministrativa, la capacità di presentarsi al mondo con un’immagine coerente. Manca la manutenzione, manca la progettazione, manca la volontà di trasformare un territorio in un sistema.

E così la Grecanica resta fuori dalla mappa, fuori dalla narrazione, fuori dal circuito turistico che conta. È un pezzo di Calabria che continua a vivere di un’estate corta, di un turismo di ritorno, di un affetto familiare che non si traduce mai in economia, in sviluppo, in futuro. E allora la domanda diventa inevitabile: a cosa servono le Bandiere Blu se poi i turisti non arrivano? Se la Liguria, con trentatré vessilli, conta cinque milioni di arrivi l’anno, mentre la Calabria, con ventitré, si ferma a un terzo? Se la Puglia, con ventisette, riempie aeroporti, treni, masserie, spiagge, mentre la Calabria resta lì, a guardare gli altri crescere? Se il vessillo è un simbolo, ma questo non si traduce in movimento, in economia, in lavoro, allora il problema non è il mare, non è la spiaggia, non è la qualità dell’acqua. Il problema è tutto il resto.

La Calabria Grecanica, poi, è l’esempio più evidente di questo cortocircuito. Un territorio che potrebbe essere un laboratorio di identità, di cultura, di paesaggio, di storia, di mare, di cammini, di archeologia, di enogastronomia. Un territorio che potrebbe raccontare un Mediterraneo diverso, più profondo, più autentico, più antico. E invece resta ai margini, come se fosse un’appendice, un pezzo di terra che non riesce a entrare nel discorso regionale. Zero Bandiere Blu non significa zero valore. Significa zero capacità di trasformare il valore in sistema. Significa zero investimenti strutturali. Significa zero continuità amministrativa.

Significa zero visione.

Che cosa ce ne facciamo delle Bandiere Blu se poi i turisti vanno altrove? Se il vessillo diventa un trofeo che non porta benefici? Se la Calabria continua a essere una regione che vince premi ma perde opportunità? Se la narrazione resta ferma, immobile, incapace di trasformare un dato positivo in un racconto convincente? Forse la risposta è che la Calabria deve smettere di accontentarsi di un numero, di un vessillo, di una classifica. Deve iniziare a costruire un’immagine, una reputazione, una presenza. Perché il turismo non è un miracolo, ma un lavoro. Non è un dono, ma una strategia. Non è un’estate, ma un progetto.

Le Bandiere Blu sono un punto di partenza, non un punto di arrivo. Sono un segnale, non una garanzia. Sono un’opportunità, non una soluzione. E finché la Calabria non capirà questo, resterà sempre una regione che ha tutto, ma non riesce a farlo vedere. Una regione che vince premi, ma non vince turisti. Una regione che ha ventitré Bandiere Blu, ma non ha ancora trovato il modo di farle diventare ciò che dovrebbero essere: un motore, non un ornamento. (nap)

In Parlamento le pre-intese per l’autonomia differenziata. Il rischio di spezzare l’unità d’Italia

di ERNESTO MANCINI – Nei prossimi giorni le Commissioni parlamentari competenti saranno chiamate ad esprimersi, attraverso atti di indirizzo, sulle preintese raggiunte dal Governo con le Regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria) in materia di autonomia differenziata per settori importanti come sanità, protezione civile, professioni e previdenza integrativa.

Non fanno parte di tali preintese il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d’Aosta perché regioni a statuto speciale. L’Emilia-Romagna, a seguito di un costante dibattito pubblico nel territorio ed una forte pressione popolare, ha revocato ogni precedente intesa preparatoria a suo tempo sottoscritta nel 2018.

È molto probabile che le pre-intese non verranno fermate dalle Commissioni nel prosieguo dell’iter legislativo. Il motivo è politico prima ancora che tecnico: il forte vincolo che lega la maggioranza parlamentare al Governo lascia prevedere un sostanziale via libera al Ministro Roberto Calderoli, dominus incontrastato sull’ autonomia perché ampiamente e formalmente delegato dalla Presidente del Consiglio. Egli potrà così proseguire il percorso fino alla stipula delle intese definitive, da approvare con legge ordinaria dello Stato, ai sensi dell’art. 2, commi 4 e 5, della legge n. 86/2024. 

Del resto, segnali in questa direzione, sono già evidenti. In sede di Conferenza unificata Stato-Regioni-Enti locali del 2 aprile scorso si è votato secondo schieramenti politici: le Regioni governate dalla destra hanno espresso parere favorevole, quelle guidate dalla sinistra parere contrario. Contrario è stato anche il parere dell’Anci che rappresenta i Comuni italiani. Ora il Parlamento dovrebbe svolgere un ruolo ben diverso: non ratificare decisioni già prese dal Governo ma indirizzare quest’ultimo a fermare il procedimento e ritirare le pre-intese. Sussistono infatti gravi profili di illegittimità costituzionale. 

1) Il caso dell’autonomia differenziata in sanità.

Per comprendere agevolmente tali profili di illegittimità, è sufficiente fare un esempio concreto: il settore sanitario.

Le intese prevedono, fra l’altro, che le regioni del Nord possano determinare autonomamente le tariffe e i criteri di remunerazione delle prestazioni sanitarie e cioè, in senso ampio, il valore delle prestazioni (ricoveri, prestazioni ambulatoriali, ecc.), senza essere vincolate, come invece continuerebbe a succedere per le altre regioni, ai parametri stabiliti a livello nazionale.

Una simile scelta è tutt’altro che neutra. Le tariffe sanitarie, infatti, non costituiscono un semplice prezzo tecnico, ma rappresentano uno degli strumenti centrali di gestione del Servizio sanitario pubblico. Esse incidono in modo diretto su molteplici profili: la gestione dei bilanci delle aziende sanitarie, la programmazione e il controllo della spesa pubblica, la determinazione del valore economico delle prestazioni, la comparabilità tra strutture e territori, nonché le analisi di costo/efficacia delle politiche sanitarie.

Le tariffe, perciò, non si limitano a remunerare le prestazioni, ma orientano le scelte del sistema sanitario, influenzando investimenti pubblici e privati nonché l’organizzazione dei servizi.

Proprio in ragione di tale funzione strategica, è necessario che la loro determinazione resti allo Stato, così da garantire uniformità nei livelli di assistenza, evitare diseguaglianze territoriali, contenere il rischio di squilibri e di competizione distorsiva tra Regioni, assicurare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’opposto si verificherebbe se si accedesse alla autonomia differenziata alle regioni su tale funzione.

1) la violazione dei princìpi costituzionali

Da quanto precede discende, in primo luogo, la violazione del principio di sussidiarietà: la determinazione delle tariffe sanitarie incide sui livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e sull’uniformità dei diritti fondamentali. Si tratta di ambiti che, per loro natura, richiedono una gestione unitaria a livello statale, come previsto dall’art. 118 della Costituzione e non, all’opposto, una gestione differenziata tra singole regioni o regioni del nord e regioni del centro sud.

In secondo luogo, è evidente la violazione del principio di specificità: la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, ha chiarito che forme particolari di autonomia possono essere riconosciute solo in presenza di condizioni realmente differenzianti. Qui, invece, l’attribuzione del potere tariffario non è giustificata da alcuna peculiarità territoriale concreta.

Ancora. Si compromette l’unità dell’ordinamento: consentire sistemi tariffari regionali differenziati significa, di fatto, creare più sistemi sanitari distinti, in contrasto con l’unità giuridica ed economica della Repubblica sancita dall’art. 5 della Costituzione.

Non meno grave è la violazione del principio di solidarietà e del modello di regionalismo cooperativo: dare alle Regioni più forti la possibilità di fissare, a seconda della convenienza, tariffe maggiori o minori rispetto a quelle statali significa innescare una competizione tra sistemi sanitari, favorendo l’attrazione di investimenti e risorse, penalizzando, tra l’altro, le aree più deboli.

A cascata derivano ulteriori violazioni: violazione del principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.), perché i cittadini riceverebbero trattamenti diversi in base al luogo di residenza;  violazione del diritto alla salute (art. 32 Cost.), che rischierebbe di diventare dipendente dalle risorse regionali; violazione del principio di coordinamento della finanza pubblica (art. 117, terzo comma), poiché lo Stato perderebbe strumenti essenziali per governare la spesa sanitaria e garantire l’equilibrio complessivo del sistema.

2) Oltre la sanità. Le altre funzioni strategiche 

L’autonomia differenziata non è una mera riforma organizzativa, ma è un passaggio forzato di poteri che confligge con i principi costituzionali e l’uniformità del servizio sanitario nazionale.

Peraltro, il tema delle tariffe regionali sganciate da quelle statali rappresenta soltanto uno dei tasselli di un più ampio disegno di differenziazione che il Governo intende riconoscere alle Regioni del Nord in ambito sanitario. A ciò si aggiungono, infatti, ulteriori e significativi svincoli dalla normativa statale: dalla disciplina dell’edilizia sanitaria, alla gestione dei fondi sanitari di natura assicurativa per i cittadini del Nord, fino all’autonomia nelle politiche di assunzione del personale e nell’impiego delle risorse finanziarie.

La sanità, peraltro, è solo una parte del progetto. Le richieste di autonomia differenziata investono infatti anche funzioni strategiche quali la protezione civile, le professioni e la previdenza complementare e integrativa. Ne risulta un quadro già di per sé profondamente incisivo sugli equilibri del sistema, capace di alterare in modo strutturale l’assetto unitario della Repubblica.

Ma l’aspetto, se possibile ancora più critico, risiede nell’effetto ulteriormente progressivo e accumulativo di tale disegno: sia il Governo sia le Regioni del Nord hanno infatti esplicitamente riservato la possibilità di estendere ulteriormente l’autonomia differenziata, una volta determinati i Lep, a tutte le restanti materie concorrenti Stato-Regione – ben diciotto – tra cui settori nevralgici come istruzione, trasporti, ricerca, governo del territorio, energia, ecc. All’interno centinaia di funzioni di cui molte strategiche.

In questa prospettiva l’autonomia differenziata non si configura più come un intervento circoscritto ed eccezionale bensì come un processo graduale di svuotamento delle competenze statali, destinato a tradursi, nel tempo, in un vero e proprio smantellamento dell’unità sostanziale dello Stato, con la conseguente frammentazione e differenziazione dei diritti e delle garanzie su base territoriale.

Si tratta dell’originario disegno secessionistico e disgregatore dello Stato nazionale.

Questi signori della maggioranza non si rendono conto di quello che fanno lasciando tutto in mano a Calderoli, secessionista della prima ora. Se, invece, se ne rendono conto, sono nemici della “patria” o della “nazione” come lorsignori amano chiamare lo Stato o il Paese traditi.

3) Conclusione

In conclusione, va chiarito che seguendo la prevalente dottrina costituzionale, chi scrive è a favore di un regionalismo avanzato per il quale va favorita ogni possibilità che lo Stato trattenga per sé soltanto funzioni irrinunciabili e davvero strategiche.

In presenza di situazioni sempre più complesse e di respiro internazionale lo Stato deve essere snello ed assolutamente capace di gestire le situazioni più complesse svincolandosi da strutture caratterizzate solo da pesante ed inutile burocrazia centralizzata. Un regionalismo avanzato, a ben guardare, rafforza lo Stato liberandolo da inutili burocrazie.

Ma ciò, sempre in linea con la dottrina prevalente, deve avvenire mediante il trasferimento di funzioni fondato sull’interesse generale e, comunque secondo criteri di parità e uniformità, escludendo assetti differenziati. È quanto avvenne negli anni Settanta quando, all’indomani dell’istituzione delle Regioni, furono trasferiti interi settori organici dell’amministrazione – quali l’urbanistica, l’assistenza sanitaria, l’agricoltura, il turismo e parte dei lavori pubblici – secondo una logica di omogeneità, parità e contestualità del trasferimento, ferma restando la posizione di sovra ordinazione legislativa e amministrativa dello Stato.

Il Parlamento ha oggi l’occasione di respingere, mediante un atto di indirizzo (mozione, ordine del giorno o risoluzione), questo illegittimo e, forse, anche illecito tentativo di autonomia differenziata.

Qualora, invece, si decidesse, come è probabile, di dare seguito all’iniziativa promossa da Calderoli col sostegno della maggioranza, la difesa dell’unità della Repubblica si sposterebbe inevitabilmente sul piano giurisdizionale e democratico e cioè davanti alla Corte Costituzionale, attraverso l’impugnazione della legge da parte delle regioni dissenzienti o mediante un giudizio incidentale di legittimità costituzionale, ovvero nelle piazze e nel  corpo elettorale referendario, mediante il referendum abrogativo.

Si tratta di strumenti che, alla luce della evidente abnormità giuridica e politica del progetto, presenterebbero elevate probabilità di successo. (em)

Comunali 2026 Reggio. Le prime proiezioni: oltre 20 punti di scarto tra Cannizzaro e Battaglia

Il nostro tradizionale studio sui flussi di voto offre le prime proiezioni sull’appuntamento elettorale più rilevante della Calabria: attenzione non è un sondaggio sulle intenzioni di voto, bensì l’analisi dei flussi elettorali dei partiti e delle liste fatta attraverso un algoritmo proprietario che ci ha permesso di anticipare, con un elevato margine di esattezza, il risultato delle precedenti consultazioni elettorali. (vedi le regionali del 2022, le politiche e le ultime regionali del 2025: ci siamo andati molto vicini!)
Cosa dovremo, dunque, aspettarci dalla contesa Cannizzaro-Battaglia per la conquista di Palazzo San Giorgio?

Euna partita il cui risultato sembra già scritto. L’analisi dei flussi elettorali dei partiti e delle liste– ripetiamo fino alla noia che non si tratta di un sondaggio, ma di uno studio sui dati reali disponibili – non lascia spazio a dubbi ed interpretazioni.

Salvo clamorosi colpi di scena, sempre possibili quando si parla di elezioni, la sfida per la fascia tricolore di Reggio Calabria sembra destinata a chiudersi al primo turno, a favore del candidato del centrodestra Francesco Cannizzaro.

L’analisi è stata condotta per conto di Calabria.Live sulla base dei risultati storici nelle ultime competizioni tenutesi negli scorsi cinque anni, vale a dire le comunali del 2020, le politiche del 2021, le europee del 2024, le più recenti regionali del 2025 e il referendum costituzionale del 2026, comparandoli anche con i sondaggi nazionali sulle principali forze politiche e con il numero e la composizione delle liste.

Mancando ancora tre settimane al voto, il margine di errore è ovviamente ampio, anche se tale metodo utilizzato nelle passate elezioni in Calabria è risultato piuttosto attendibile e vicino agli esiti finali, indicando comunque una tendenza dell’elettorato.

L’affluenza stimata al 60-62%

Cominciamo dal dato dell’affluenza che dovrebbe collocarsi tra il  60 e il 62%, portando al voto poco più di 85.000 elettori su circa 142.000 aventi diritto. Si tratta di una percentuale realistica, inferiore a quella del 2020, quando  su un totale di 147.063 aventi diritto votò il 66,86%, poco più di 98.000 elettori. Si consideri che alle regionali del 2025 la percentuale è stata del 52,54% con 74.575 votanti, mentre nel recentissimo referendum costituzionale sulla giustizia è stata del 53,54% con 71.047 votanti. La flessione di 4 punti potrebbe realizzarsi anche per il ridotto numero di liste e di candidati, 10 in meno rispetto alle comunali del settembre 2020, e quindi una minore mobilitazione dell’elettorato.

I numeri delle liste. Netto vantaggio di Cannizzaro sui competitor

Anche il numero delle liste e dei candidati è un elemento molto indicativo in una competizione come quella comunale dove sono proprio le liste e i candidati consigliere a trainare il risultato. Parliamo di elemento puramente indicativo perché non sono rari i casi in cui il candidato sindaco ottiene un numero di voti inferiore o superiore al suo stesso schieramento in virtù del meccanismo del voto disgiunto, al punto da ribaltare i pronostici.

Il candidato del centrodestra Cannizzaro schiera un “esercito”  nettamente superiore, quasi preponderante, rispetto ai suoi competitor. A suo sostegno ci sono ben 11 liste (erano 12, ma quella del consigliere regionale Giannetta è stata esclusa), contro le 6 di Domenico Battaglia, le 2 di Eduardo Lamberti Castronuovo e l’unica lista di Pazzano.

Più in dettaglio, i candidati a sostegno di Cannizzaro sono 349, mentre quelli di Battaglia 192, 60 quelli di Lamberti Castronuovo e 32 quelli di Pazzano.

L’analisi dei flussi elettorali.

Centrodestra al 54-60 %, Campo largo ai 30-34%, Terzo Polo di Lamberti 6-8%, La Strada di Pazzano 4-6%.

L’analisi dei flussi sulle coalizioni e sulle singole liste porta a questi risultati. Si ribadisce che si tratta di analisi sui risultati storici e altri elementi statistici e non di un sondaggio. Inoltre, lo studio è condotto rigorosamente sulle coalizioni e sulle liste e non sui candidati sindaco. Ciò perché il sistema del voto disgiunto porterà inevitabilmente ad uno scostamento tra il risultato delle coalizioni e quello dei candidati sindaci. Dipenderà dalla capacità dei candidati sindaco di penetrare nei campi avversi.

CENTRODESTRA 54-60 % 

PUNTO DI CADUTA 56%

Forza Italia 16-17 %

Forza Italia, che nelle regionali con le sue tre liste ha ottenuto quasi il 30%, necessariamente spalmerà il suo consenso non solo sulla lista ammiraglia, ma anche su quella del candidato sindaco e su almeno altre due liste civiche. Realisticamente, Forza Italia sarà il primo partito della coalizione, collocandosi sopra  l’11,10% delle comunali 2020 e molto vicino al 17,05% delle politiche 2021.

Fratelli d’Italia 10-11%

Fratelli d’Italia, che alle comunali del 2020 aveva realizzato il 7,75%, migliorerà certamente questo risultato, pur lontano dalle percentuali di camera 2021 (22,29%) e regionali 2025 (14,06%).

Reggio Futura 7-8%

Reggio Futura, la lista ispirata dall’ex sindaco ed ex presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, parte  dai quasi 5mila voti raccolti dal candidato della Lega Sarica alle ultime regionali e potenzialmente può collocarsi come terza forza della coalizione di centrodestra.

Lega 5-6 %

La Lega, che a Reggio Calabria ha un consenso piuttosto modesto (4,69% alle ultime comunali, 3,89% alle politiche, 6,11% alle europee), ha realizzato un solo exploit alle regionali dello scorso ottobre (15,10%) grazie appunto alla performance della candidatura Sarica. È assai verosimile che si collochi su una percentuale leggermente più alta rispetto alle comunali 2020.

Alternativa Popolare 3- 3,5%

Alternativa Popolare appare, per la sua composizione, una delle liste civiche più attrezzate, peraltro testata anche dal recente sondaggio Swg (1,5%). Appare realistico che possa superare la soglia del 3%.

Azione 2-2,5 %

La lista di Calenda ha un consenso storico intorno al 4% (camera 2021, europee 2024) e viene testata da Swg al 2%.

Noi Moderati 1- 1,5%

La lista di Lupi vede un allineamento tra i dati storici (1,7% alle camera, 1,12% alle regionali) e il sondaggio Swg.

Dc-Udc  1- 1,5%

Per la lista Dc-Udc, testata Swg all’1,5%, l’unico dato disponibile è quello delle regionali 2025, l’1,3%.

Altre liste civiche 9%

Le restanti tre liste civiche a sostegno di Cannizzaro possono complessivamente vantare un bacino elettorale stimabile intorno al 9 %.

CAMPO LARGO  30-34%

PUNTO DI CADUTA 32%

Partito Democratico 11-13%

Il PD, sicuramente primo partito del Campo Largo, migliora il risultato delle comunali del 2021 (10,53%), ma cede probabilmente parte del consenso ottenuto alle regionali (18,32%) alle liste civiche ispirate dal candidato sindaco Battaglia e dall’ex sindaco Falcomatà.

AVS 4- 4,5%

La lista AVS, che parte dal 3,25% delle ultime regionali, può realisticamente drenare parte del consenso ottenuto sempre alle regionali dalle liste Cinque Stelle (3,25%) e Tridico Presidente (5,18%), anche se bisognerà capire le indicazioni ufficiali di queste formazioni.

Casa Riformista 2-2,5 %

Stesso discorso per Casa Riformista che, pur partendo dal deludente 0,5% delle regionali, ha le potenzialità per attingere al consenso disperso delle liste non presenti con il loro simbolo. Da Swg viene testata all’1,5%.

Altre liste civiche 12-14%

Le tre liste civiche vantano un bacino piuttosto ampio grazie all’assenza dei simboli e delle liste Cinque Stelle, Tridico Presidente e Democratici &Progressisti, i cui elettori potrebbero convergere su queste proposte localistiche di sinistra.

TERZO POLO LAMBERTI CASTRONUOVO  6-8%

PUNTO DI CADUTA 7%

Cultura e Legalità  3 – 4%

Reggio Normale  3 – 4 %

Le due liste che sostengono il candidato Lamberti Castronuovo, che gode di buona notorietà e grado di fiducia, appaiono attrezzate a contendere il consenso moderato alternativo ai due principali competitor del centrodestra e del Campo largo. La stima è molto approssimativa poiché non esistono particolari raffronti. La coalizione terzo Polo è stimata al 6% da Swg.

LA STRADA – PAZZANO 4 – 6%

PUNTO DI CADUTA 5%

La lista che sostiene Saverio Pazzano gode di un elettorato da “zoccolo duro” stimabile intorno al 4-5% (circa il 5% alle ultime comunali del 2020), ma potrebbe potenzialmente ampliarlo attraendo gli elettori di Cinquestelle, Tridico Presidente e Democratici e Progressisti, non rappresentati direttamente.

CONCLUSIONI

La possibilità di analizzare un dato molto fresco, le regionali del 5 ottobre 2025, quindi appena otto mesi fa, rende molto plausibile i risultati a cui si è giunti. Il centrodestra, in quell’occasione, si attestò al 61,02%, contro il 37,42% del campo largo, con circa 24 punti di distacco. Assai improbabile che in questo breve lasso di tempo ci possa essere uno stravolgimento. Peraltro anche il risultato del referendum sulla giustizia, con una prevalenza del SI in controtendenza con il dato nazionale, attesta una particolare forza del centrodestra nella città dello Stretto.

Naturalmente, essendo la materia elettorale molto delicata e qualche volta imprevedibile, non si può escludere a priori un assottigliamento del distacco calcolato dall’analisi in circa 24 punti percentuali.

Resta interessante capire le dinamiche del voto disgiunto, cioè l’andamento dei quattro candidati rispetto al voto dei rispettivi schieramenti. E questo dipende dall’attrattività, dalla notorietà, dalla capacità comunicativa di ciascun competitore.

Elezioni a Reggio. Il dilemma di Cannizzaro: vincere o stravincere?

di SANTO STRATI – Scorrendo le liste dei candidati depositate ieri entro mezzogiorno (termine ultimo consentito) e guardando i numeri della coalizione di centrodestra, viene naturale immaginare che non ci sia partita. Il centrodestra può fare tranquillamente gol a porta vuota. Dall’altra parte non ci sono antagonisti in grado di sbaragliare la facile vittoria del deputato azzurro Francesco Cannizzaro e l’unica alternativa seria, quella del Polo Civico, testardamente portata avanti dal dott. Eduardo Lamberti Castronuovo, medico, editore e tante altre buone cose ancora, non ha i numeri per fare scintille in grado di appiccare il sacro fuoco del cambiamento. Quello che i reggini con la testa sulle spalle sognano da anni, con l’intento di una rivoluzione gentile che smonti la politica usurata e di maniera che 12 anni di sindacatura Falcomatà ha offerto ai cittadini. Sempre presente per le photo opportunity di inaugurazioni, premi e cotillons, ma poco reattivo alle reali esigenze di cambiamento che una città in agonia chiedeva senza avere ascolto.

Scordiamoci il passato e guardiamo il futuro: questa città è in totale stato di abbandono, i cittadini pagano tasse comunali altissime in cambio di servizi inesistenti o inadeguati (leggi spazzatura, tanto per fare un esempio pratico), oltre a gabelle che premiano dirigenti e penalizzano gli abitanti che incorrono in qualche contenzioso con il Comune (una follia quest’ultima da sanare subito). È una città che vive di illusioni e di chimere, alimentate da ospiti illustri di passaggio, che però non vanno oltre i sogni del primo mattino: appena svegli scompare la memoria del sogno e ci si trova davanti alla drammatica realtà del quotidiano. Prezzi alle stelle, politiche del lavoro pressoché inesistenti, sanità affidata alla generosità e al buon cuore degli ottimi medici di famiglia o dei meravigliosi specialisti del Grande Ospedale Metropolitano (GOM) che sopperiscono con grande fatica all’improponibile realtà della sanità regionale che non riesce in alcun modo a venire incontro a chi ha bisogno di cure.

S-profondo Sud, verrebbe da dire, dove, tanto per fare un esempio, per fare un ponticello sul Calopinace (poche decine di metri) ci vogliono anni e ogni volta si scopre che sono sbagliate le misure. Dove per il Lido Comunale, in vergognoso degrado da anni, ci si ricorda dei lavori necessari puntualmente la settimana prima che si apra la stagione balneare. Dove lo sviluppo del territorio si basa sulla conoscenza del burocrate di turno che dà lo sprint a pratiche che rischiano di sonnecchiare per anni. E il cahier de doléances sarebbe lunghissimo.

Lo sa benissimo Francesco (Ciccio) Cannizzaro che, da consumato attore della politica nazionale, annusa e soppesa l’aria che tira reagendo di conseguenza. È certo di vincere, ma, astutamente, mostra l’umiltà necessaria per essere credibile anche con chi non lo ama molto.

La sua candidatura ha un solo dilemma: vincere o stravincere? Nel primo caso, una vittoria di maniera significa che, alla fine è prevalso il fuoco amico con l’ipocrisia di chi ha consumato le labbra in baci  affettuosi, una stra-vittoria indicherà che all’appello hanno risposto tutti. Ma questo significa che le cambialette elettorali da pagare si raddoppiano. Stravincere potrebbe diventare una complicanza con i tanti che pretenderanno riconoscenza, secondo una tradizionale e antica usanza mai venuta meno.

È allora, qui, che si capirà se l’ex-deputato e ora<ale – mostrare gli artigli e tenere a bada i questuanti, mantenendo gli impegni presi con i reggini. Ovvero, il cambiamento si può fare e la squadra scelta per amministrare dovrà lavorare di gomito, dimenticando qualsiasi altra attività.

Un impegno molto serio, a parole, difficile da mantenere se subentrerà e prevarrà l’arte del compromesso che sta alla base della politica. Sfidare la tradizione delle cambialette politiche da pagare sarebbe il primo vero gesto da sindaco che vuole davvero trasformare la Città.

Non ci dimentichiamo che Reggio nei prossimi anni, sia come Comune sia come Città Metropolitana, avrà da gestire una montagna di soldi per le opere pubbliche (anche se non si dovesse fare il Ponte) e le infrastrutture che la mobilità regionale non può più permettersi di rinviare. Una politica del fare (che peraltro è congeniale a “Ciccio”) significherà volere davvero il bene dei cittadini e della Città.

L’ipotesi del ballottaggio è estremamente remota, ma va comunque considerata: la destra, storicamente, al ballottaggio perde regolarmente. Non fosse mai, ma con questa sinistra inesistente i mali di Reggio non troverebbero rimedio. L’analisi del “non fatto” parla da sola e la disaffezione e lo scoramento che si coglie negli elettori di sinistra bastano a far capire non basterà cambiare area politica nell’amministrazione, ma occorreranno gli uomini e le donne capaci di portare a termine un progetto di rinnovamento.

Il Polo Civico si presenta con una lista di persone tutte per bene ma manifesta chiaramente la sua debolezza: non sono classici portatori di voti e la “rivoluzione gentile” dei civici dovrà essere ancora una volta rinviata.

A Cannizzaro, se eletto, toccherà lavorare 18 ore al giorno, rimboccandosi le maniche e mettendo insieme una squadra non solo di amministratori con gli attributi, ma anche di collaboratori efficaci ed efficienti in grado di supportare un’azione che potrebbe (e dovrebbe) essere davvero”rivoluzionaria”.

Auguri.

25 aprile, il presidente Occhiuto: «Celebriamo libertà e democrazia»

In occasione della festa della liberazione celebriamo una ricorrenza che appartiene al Paese intero, a ciascuno di noi: il giorno in cui l’Italia archiviò il nazifascismo, ritrovando la strada della libertà», ha detto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto.
«Una festa che affonda le sue radici nei valori più alti della Costituzione repubblicana, nata dal sacrificio di donne e uomini che hanno dato la propria vita per restituire al Paese dignità, diritti e futuro. Il 25 aprile deve essere sempre più un momento di unità, mettendo da parte le divisioni. Una giornata in cui riconoscerci come comunità, nel rispetto della nostra storia e dei principi che ci tengono insieme. Ricordare significa custodire quella memoria, il modo più autentico per onorare chi ha lottato per consegnarci un’Italia libera, democratica e in pace», ha concluso.

«Il 25 Aprile è la radice della nostra libertà. È il giorno in cui l’Italia ritrova il senso più alto dell’unità e sceglie la strada della democrazia, nata dal coraggio di chi si oppose alla sopraffazione e consegnò al Paese i valori poi scolpiti nella Costituzione». Così il Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Salvatore Cirillo, in occasione della Festa della Liberazione.
«Quest’anno – aggiunge – la memoria della Liberazione si intreccia con un anniversario particolarmente significativo: gli 80 anni della Repubblica e del voto alle donne. Nel 1946, con il referendum istituzionale e con la partecipazione femminile al voto, l’Italia compì un passo decisivo verso una democrazia più piena, fondata sulla partecipazione, sui diritti e sulla dignità di ogni persona».
«Non possiamo non ricordare, in questa data, anche il contributo della Calabria e del Mezzogiorno. Già con lo sbarco degli Alleati nel 1943, il Sud fu protagonista del primo atto concreto verso la Liberazione. A questo si aggiunge il sacrificio di tanti calabresi, molti dei quali giovanissimi, che servirono il Paese pagando spesso un prezzo altissimo per la libertà».
«L’auspicio – conclude il Presidente del Consiglio regionale – è che questa memoria continui a parlare soprattutto alle nuove generazioni, aiutandoci a custodire le istituzioni democratiche, il valore della libertà e il senso di una comunità fondata su partecipazione, rispetto e responsabilità».

«Il 25 aprile ci ricorda da che parte stare. È la Liberazione: una conquista di democrazia e libertà che, in un tempo segnato da guerre, nuove forme di odio e autoritarismi che tornano a minacciare la libertà, parla con ancora più forza». Così, sui suoi canali social, l’europarlamentare Giusi Princi.

«È il giorno in cui rivendichiamo – prosegue – il nostro impegno antifascista, democratico, europeo. In cui onoriamo il sacrificio di chi ha combattuto perché la dignità umana fosse rispettata ovunque e perché mai più si tornasse agli orrori del passato».

«Come europarlamentare del PPE – aggiunge l’On. Princi –, sono orgogliosa di portare questa voce al cuore delle istituzioni europee. L’UE nasce dai valori della Resistenza e della riconciliazione. Oggi quei valori non vanno solo celebrati: vanno difesi, con coraggio e con i fatti, davanti alle autocrazie, alla propaganda, all’odio. La memoria è un impegno. Buon 25 aprile”, conclude l’europarlamentare calabrese».

Piano regionale dei trasporti una “condanna” per l’Arco Jonico

di DOMENICO MAZZAIl nuovo Piano Regionale dei Trasporti non si configura come uno strumento di coesione, bensì come un manifesto di secessione infrastrutturale interna. L’Arco Jonico, area che per morfologia e collocazione dovrebbe fungere da cerniera vitale tra i flussi adriatici e la dorsale tirrenica, viene deliberatamente declassato a zona di risulta. La sistematica esclusione della Sibaritide e del Crotonese dalle grandi direttrici di mobilità europea non rappresenta un mero errore di calcolo. È la precisa volontà di disconoscere la valenza geografica di un territorio che ospita un quarto della popolazione regionale. Ignorare la funzione connettiva di quest’area significa amputare la Calabria della sua proiezione verso l’oriente, condannandola a una marginalità irreversibile.

​L’anacronismo della mobilità moderna: l’amputazione del nodo di Tarsia

​L’accantonamento del nodo ferroviario di Tarsia assurge a simbolo plastico dell’anacronismo politico calabrese. In un’epoca in cui la logistica moderna esige intermodalità e rapidità di innesto, recidere il legame naturale tra lo Jonio e la futura AV Sa-Rc è un atto di sabotaggio strategico. Questa scelta rivela l’ossessione di una Governance regionale arroccata sul feticcio del triangolo Cosenza-Istmo-Stretto: un sistema tripolare che fagocita risorse per auto-conservarsi. Vieppiù, incapace di concepire uno sviluppo coerente, reticolare ed euromediterraneo. Il deviatoio di Tarsia non sarebbe stata una semplice opera pubblica, ma la chiave di volta per un’integrazione reale. La sua negazione cristallizza il dualismo regionale, separando di fatto la Calabria produttiva da quella burocratica. Delinea, altresì, una Regione a due facce: da un lato quella veloce ed emancipata, dall’altro quella lenta e sottosviluppata.

​La crisi della rappresentanza: dall’egemonia numerica alla sudditanza politica

​Esiste una sproporzione inaccettabile tra la consistenza numerica della delegazione jonica nei palazzi regionali e l’irrilevanza dei risultati ottenuti per il territorio. La quantità degli eletti nell’Arco Jonico non si è tradotta in qualità dell’azione politica, rivelando una Classe Dirigente prostrata alle logiche del centralismo regionale. Questa subalternità istituzionale trasforma i rappresentanti locali in meri esecutori di direttive che favoriscono sistematicamente il versante ovest della Regione. La mancanza di una visione unitaria e di una massa critica jonica permette al baricentro politico di ignorare con disinvoltura le istanze di centri come Corigliano-Rossano e Crotone, riducendo la rappresentanza a un simulacro privo di reale potere negoziale.

​Dalla subalternità alla passività: il perverso gioco delle Istituzioni

​Alla subalternità dei Rappresentanti regionali si somma la passività di molti Governi cittadini dell’Arco Jonico. Dai grandi centri fino ai borghi più piccoli, si assiste a una gestione condominiale del potere. Molti Sindaci sembrano aver smarrito la funzione politica del loro ruolo, riducendosi a meri burocrati del presente. L’azione amministrativa si esaurisce nella firma di una delibera ordinaria per coprire buche e badare a sfalci e potature, scambiando la normale manutenzione per un traguardo di civiltà. Esiste una cronica incapacità di guardare oltre il confine del proprio campanile. Invece di fare massa critica e ragionare come un’unica metropoli lineare jonica, ci si accontenta di gestire il proprio piccolo orto, rinunciando a proiettare il territorio in un contesto extra-regionale o nazionale. La politica locale è passata dal progetto alla gestione, dal sogno alla sopravvivenza. Questa mancanza di ambizione trasforma i sindaci in guardiani di un declino amministrato, incapaci di opporsi al centralismo regionale perché privi di una visione alternativa e unitaria. Questa pigrizia amministrativa è forse l’ostacolo più grande: senza un Establishment locale pronto a battere i pugni e proporre progetti d’area vasta, i rappresentanti regionali avranno sempre gioco facile nel restare silenti e sottomessi.

​Verso il paradigma di un’enclave costiera: il diritto alla mobilità negato

​L’esito finale di questa pianificazione è la trasformazione dell’Arco Jonico in una paradossale enclave costiera: un territorio che – pur affacciato sul mare e dotato di potenzialità agroalimentari e turistiche d’eccellenza nonché di ecosistemi per la rigenerazione industriale – vive le condizioni di isolamento tipiche delle aree interne più depresse. Il disprezzo per il diritto alla mobilità dei cittadini jonici lede i principi fondamentali di uguaglianza territoriale sanciti dai trattati europei. Se il Piano dei Trasporti non verrà radicalmente emendato, l’Arco Jonico cesserà di essere il paradigma dello sviluppo calabrese per diventare il monumento permanente al fallimento della Regione. ùCon la consapevolezza che la Calabria – contrariamente a ogni logica di rispetto di tutte le aree geografiche componenti il mosaico sistemico regionale – ha scelto di viaggiare a due velocità, mutilando consapevolmente parte del proprio territorio e del proprio futuro. (dm)

(Comitato Magna Graecia)

La Calabria e la grande “fuga” dai libri: legge solo il 58%

di GUIDO LEONE – Studiare tutti e leggere tutti. Dal più anziano al più giovane. Dal Nord al Sud.

È quanto si auspica,ogni anno, dal 1996, per la Giornata mondiale Unesco del Libro e del diritto d’autore finalizzata a celebrare i molteplici ruoli del libro nella vita della società umana e per proporre una riflessione seria sulle politiche culturali, dove centrale resta l’educazione alla lettura e l’importanza delle biblioteche intese non solo come luogo di conservazione e di accumulazione, ma come centri vivi di rielaborazione e di produzione di cultura.

Per tradizione l’Italia è un paese dove si legge poco e finiamo in fondo alla classifica.

L’Italia si posiziona purtroppo agli ultimi posti in Europa per la lettura, con circa il 65% della popolazione sopra i 16 anni che nel corso del 2022 non ha letto nemmeno un libro all’anno. Ecco cosa rilevano i dati più aggiornati forniti dall’Ufficio statistico dell’Unione Europea, l’Eurostat.

Le cause di questa condizione sono diverse e vanno dalle scadenti competenze alfabetiche degli italiani, ovvero da quell’insieme di strumenti che consentono capacità autonome di lettura comprensione e interpretazione del testo alla concorrenza del web per i giovani, abituati ad un tipo di fruizione diversa e ad essere sempre connessi, il che non aiuta la concentrazione che richiede la lettura di un libro.

I bassi livelli di lettura sono dovuti anche ad un analfabetismo di ritorno.

Il libro, dunque, oggetto silenzioso ,insostituibile strumento di cultura, in Italia muore di freddo.

Ma quanti sono gli italiani che leggono?

Nel 2025, la percentuale di lettori in Italia è scesa al 56%. Si tratta di un calo considerevole rispetto al 2022, quando come detto la percentuale era del 65%.

In Italia nel 2025 sono cresciute del 4% le persone tra i 15 e i 74 anni che si dichiarano lettrici e lettori (almeno un libro letto anche in parte negli ultimi dodici mesi, compresi e-book e audiolibri), raggiungendo i 33,9 milioni: sono adesso il 76% della popolazione, contro il 73% dell’anno precedente. La crescita riguarda tutte le fasce d’età: tra i 15-17 anni i lettori sono cresciuti del 5% nell’ultimo anno e sono adesso l’89% della popolazione, nella fascia 18-34 anni sono cresciuti del 2% e sono ora l’82%, nella fascia 35-54 anni sono cresciuti del 3% e sono ora il 79%, nella fascia 55-74 anni sono cresciuti del 2% e sono ora il 68%. Calano, però, tempi e frequenza di lettura: la quota di chi apre un libro almeno una volta a settimana è passata dal 72% dei lettori del 2022 al 61% del 2025, mentre quella di chi legge solo qualche volta al mese è passata dal 26% al 38%.

Il quadro interno all’Italia mostra forti disuguaglianze geografiche. Un dato recente evidenzia che al Sud e nelle Isole solo il 62% degli over-15 dichiara di avere letto almeno ‘qualcosa’ nell’anno,contro il 77% del Centro-Nord, una differenza di 15 punti percentuali. Secondo l’Istat  questa disparità dipende da infrastrutture carenti: mancano librerie e biblioteche capillari, la distribuzione del mercato editoriale è meno penetrante e l’accesso al libro è ostacolato spesso in alcune aree. A ciò si aggiungono disparità sociali e demografiche: la lettura risulta mediamente più diffusa tra giovani, donne, persone con titolo di studio più elevato.

Quale la situazione nella nostra Regione?

Nel 2025, in Calabria, secondo l’AIE, circa il 58% della popolazione sopra i 15 anni ha dichiarato di aver letto almeno un libro, sia esso cartaceo, ebook o audiolibro, nei dodici mesi precedenti. Il dato evidenzia una significativa distanza, 15 punti percentuali in meno, rispetto alla media del Centro-Nord, che si attesta al 73%. 

La Calabria, perciò, si conferma tra le regioni con i tassi di lettura più bassi.

Il dato si inserisce in un quadro nazionale dove, nonostante la crescita della lettura nel 2025, permangono disuguaglianze geografiche.

I dati evidenziano, peraltro, una carenza infrastrutturale, con il 90% dei comuni calabresi privo di librerie.

In alcuni rapporti basati su tendenze precedenti, il tasso di lettura in Calabria risulta persino inferiore, posizionando la regione in fondo alle classifiche per consumo culturale.

Il dato del 58% è una stima che include chi ha letto anche solo in parte un volume, inclusi fumetti, libri di cucina o guide turistiche.

I libri cartacei, poi, nella nostra regione sono letti dal 24,3% di persone dai 6 anni in su, gli e-book dal 7,1%. Gli audiolibri sono usati appena dallo 0,9% delle persone.

La Calabria, poi, è la prima regione italiana ad avere la percentuale più bassa di famiglie che non ha libri in casa, il 17% ne possiede da uno a dieci, il 15% da undici a venticinque, il 4,5% più di quattrocento.

Anche questo dato è praticamente costante da quasi un ventennio.

Di fronte a questa evidenza, si pone il tema di garantire un’offerta pubblica adeguata, atteso che la non lettura è sempre più connotata come una condizione correlata al livello socioeconomico, culturale e geografico: le fasce più deboli(basso titolo di studio, basso livello tecnologico, area geografica di residenza, ecc,) e chi vive nel Sud legge sempre meno libri.

Squilibri che si sono accentuati anche con la recente pandemia.

A fronte, dunque, di quella che possiamo definire una vera e propria emergenza culturale, anche la scuola, dove manca spesso e volentieri l’abitudine al leggere, è chiamata a costruire un rapporto  tra il giovane allievo ed il libro come momento positivo e di crescita spirituale e culturale.

Non basta studiare testi, bisogna leggerli, commentarli, discuterli. I libri vanno “vissuti” nell’ambito scolastico, perché lettori si diventa. (gl)

(Già Dirigente tecnico U.S.R. Calabria)

Qualità delle acque in Calabria: una questione non più rinviabile

di MARIO PILEGGI – Continuare a sottovalutare le evidenze che emergono dalla Carta della Vulnerabilità Integrata dell’acquifero superficiale della Piana di Lamezia Terme non è più una scelta neutra. È una responsabilità che può tradursi in rischio concreto.

I dati disponibili restituiscono un quadro chiaro. Il territorio è sottoposto a pressioni ambientali significative e persistenti che, se non adeguatamente governate, possono evolvere in criticità diffuse e progressivamente più difficili da contenere.

Non si tratta, dunque, di scenari ipotetici, ma di condizioni già rilevate e documentate. Condizioni che richiedono un cambio di approccio: dalla semplice presa d’atto alla gestione consapevole del rischio. In questo senso, la conoscenza scientifica non è un elemento accessorio, ma il presupposto indispensabile per ogni scelta di pianificazione e tutela del territorio.

In questo contesto, anche interventi di rigenerazione sociale e urbana come il progetto “Intrecci – Abitiamo il Lametino”, che punta al superamento di situazioni insediative critiche come quella di Scordovillo attraverso l’abitare diffuso, assumono un valore strategico non solo sul piano sociale ma anche ambientale, contribuendo a ridurre pressioni e vulnerabilità nei territori più esposti.

La Piana di Sant’Eufemia rappresenta uno dei contesti territoriali più complessi e strategici della Calabria. Qui la ricchezza delle risorse naturali – in particolare quelle idriche – convive con una marcata fragilità ambientale. Questa esposizione deriva dalla combinazione tra caratteristiche geologiche favorevoli alla circolazione delle acque e un’elevata intensità di attività umane.

Il sottosuolo è costituito da estesi depositi alluvionali, prevalentemente sabbie e ghiaie, che conferiscono un’elevata permeabilità. La falda acquifera è spesso superficiale, soprattutto nella fascia costiera. Il risultato è evidente: l’acqua si infiltra rapidamente e, insieme ad essa, possono infiltrarsi anche gli inquinanti.

In termini idrogeologici, si tratta di un acquifero libero ad elevata permeabilità, con tempi di ricarica rapidi ma una ridotta capacità di attenuazione naturale dei contaminanti. Se da un lato queste condizioni rendono la Piana un sistema idrico di grande valore strategico, dall’altro ne aumentano sensibilmente l’esposizione ai fenomeni di contaminazione.

A rendere ancora più delicato questo equilibrio contribuisce la storia stessa del territorio. La Piana è infatti il risultato delle imponenti opere di bonifica realizzate nel corso del Novecento, che hanno trasformato un’area originariamente paludosa in uno spazio agricolo e infrastrutturale. Interventi fondamentali per lo sviluppo economico, ma che hanno profondamente modificato l’assetto idraulico e ambientale. Ne deriva un sistema fortemente antropizzato che richiede oggi una gestione continua, attenta e tecnicamente fondata per mantenere le condizioni di equilibrio raggiunte.

In questo quadro si inserisce la Carta della Vulnerabilità Integrata, adottata dalla Regione Calabria con Decreto Dirigenziale n. 12225/2018. Il provvedimento recepisce i risultati degli studi sui valori anomali di concentrazione degli inquinanti nelle acque di falda dell’area industriale lametina e ne dispone l’utilizzo nelle attività di pianificazione e controllo.

La Carta si configura come uno strumento conoscitivo, capace di integrare dati geologici, idrogeologici e territoriali per individuare le aree maggiormente esposte al rischio di contaminazione e supportare le politiche di prevenzione.

La vulnerabilità di un acquifero dipende dalla facilità con cui le sostanze inquinanti possono raggiungere e diffondersi nelle acque sotterranee. Nel caso della Piana di Sant’Eufemia, tale vulnerabilità risulta elevata per diverse ragioni.

In primo luogo, la permeabilità dei sedimenti favorisce una rapida infiltrazione delle acque meteoriche. Questo processo, naturale e necessario per la ricarica della falda, diventa critico quando l’acqua trasporta contaminanti.

In secondo luogo, la scarsa profondità della falda riduce i tempi di transito, aumentando la probabilità che le sostanze inquinanti raggiungano rapidamente il sistema acquifero.

Infine, la continuità idraulica dell’acquifero facilita la diffusione degli inquinanti lungo le direttrici di flusso, estendendo l’area interessata anche a partire da sorgenti localizzate.

Le principali fonti di rischio: dove nasce la contaminazione. In questo contesto naturale già sensibile si inserisce una forte pressione antropica. La Piana ospita numerose attività che possono costituire potenziali fonti di contaminazione, definite nella Carta come “centri di pericolo”.

Le attività industriali, concentrate nell’area produttiva di Lamezia Terme, utilizzano metalli pesanti, solventi e idrocarburi. In caso di dispersioni o perdite, queste sostanze possono contaminare suolo e falda. Le anomalie rilevate nelle acque sotterranee suggeriscono che tali fenomeni non siano soltanto teorici.

L’agricoltura intensiva rappresenta un’altra fonte significativa di pressione. L’uso di fertilizzanti azotati, pesticidi e reflui zootecnici può determinare il rilascio di nitrati e composti chimici che, soprattutto nei terreni più permeabili, raggiungono facilmente la falda.

Gli scarichi civili, in particolare nelle aree non completamente servite da reti fognarie efficienti, possono contribuire alla diffusione di sostanze organiche, batteri e detergenti attraverso sistemi di smaltimento non adeguati.

A queste si aggiungono discariche e aree di abbandono rifiuti, nonché infrastrutture di trasporto – aeroporto, rete ferroviaria e viabilità principale – dove il rischio è legato a sversamenti accidentali di carburanti e lubrificanti.

Tipologie di contaminanti e dinamiche di diffusione. La contaminazione delle falde nella Piana non è riconducibile a una singola sostanza, ma a un insieme complesso di composti chimici.

I metalli pesanti – come piombo, cadmio, mercurio e cromo – sono caratterizzati da elevata persistenza e tendenza al bioaccumulo. La loro presenza è spesso legata ad attività industriali e può avere effetti rilevanti sulla salute umana.

I composti inorganici, tra cui nitrati, nitriti, solfati e cloruri, derivano principalmente dall’agricoltura e dagli scarichi civili. La loro elevata solubilità li rende particolarmente mobili nelle acque sotterranee.

I composti organici di origine antropica – idrocarburi, solventi, pesticidi – presentano comportamenti diversificati: alcuni sono volatili, altri persistono nel suolo e rilasciano contaminanti nel tempo.

Nella maggior parte dei casi queste sostanze coesistono, dando origine a miscele complesse, i cosiddetti “cocktail chimici”, che rendono più difficile sia la valutazione del rischio sia la gestione degli interventi di bonifica.

Le vie di contaminazione sono molteplici: infiltrazione con le acque meteoriche, percolazione da impianti, trasporto lungo il flusso di falda e diffusione dai sedimenti. In un sistema permeabile come quello della Piana, questi processi risultano particolarmente rapidi ed efficaci.

La Carta della Vulnerabilità Integrata distingue tre classi principali: alta, moderata e bassa vulnerabilità.

Le aree ad alta vulnerabilità comprendono la fascia costiera, le zone industriali e i territori con falda superficiale. Qui il rischio di contaminazione è immediato e richiede monitoraggi frequenti e controlli rigorosi.

Le aree a vulnerabilità moderata includono gran parte dei comparti agricoli e delle aree urbanizzate. In questi contesti il rischio è più lento ma cumulativo, legato all’accumulo progressivo di contaminanti.

Le aree a bassa vulnerabilità, localizzate soprattutto nelle fasce pedemontane, presentano condizioni più favorevoli grazie alla minore permeabilità e alla maggiore profondità della falda.

Questa classificazione non ha solo valore descrittivo: serve a definire priorità e strategie. Dove il rischio è maggiore devono concentrarsi monitoraggi, controlli e limitazioni più stringenti.

La Carta della Vulnerabilità non è soltanto uno strumento tecnico. È una base operativa per orientare le scelte di gestione del territorio.

Nelle aree più esposte è necessario rafforzare i controlli e limitare le attività potenzialmente inquinanti. 

Nelle aree intermedie occorre ridurre le pressioni diffuse, promuovendo pratiche agricole sostenibili e migliorando le infrastrutture. 

Nelle aree meno vulnerabili la priorità è preservare le condizioni esistenti.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dall’aggiornamento continuo dei dati e dalla loro condivisione.

La gestione del rischio ambientale richiede infatti una comunicazione chiara, trasparente e continua. Informare significa rendere i cittadini consapevoli e partecipi, rafforzando il rapporto tra istituzioni e comunità.

La Piana di Sant’Eufemia è un territorio di grande valore, ma anche estremamente delicato. La presenza di un acquifero superficiale in un contesto ad alta pressione antropica impone un approccio integrato alla gestione del rischio.

La Carta della Vulnerabilità Integrata offre oggi uno strumento concreto per trasformare la conoscenza in azione.

La tutela della falda e dell’ambiente si fonda su tre elementi chiave: monitoraggio continuo, pianificazione consapevole e partecipazione informata.

In gioco non c’è soltanto la qualità dell’ambiente, ma la sicurezza delle risorse idriche e, in ultima analisi, la qualità della vita delle comunità che in questo territorio vivono. (mp)

(Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra)