La clamorosa inchiesta della Procura di Roma: un terremoto giudiziario non farà crollare il Ponte

di SANTO STRATI  – La Procura di Roma ha fatto sapere attraverso una nota di aver aperto un’indagine per “corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio” contro l’ex Presidente aggiunto della Corte  dei Conti, Tommaso Miele, l’ex componente del Consiglio di Amministrazione della Società Stretto di Messina, avv. Giacomo Francesco Saccomanno, e l’imprenditore reggino, residente a Roma, Vincenzo Virgiglio.  La Procura romana ha incaricato i carabinieri del Ros a eseguire un decreto di perquisizione a carico dei tre indagati: sono stati sequestrati cellulari e altri dispositivi elettronici e documenti che – secondo quanto riferisce la nota della Procura – “verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.

Le indagini, come spiega la nota della Procura di Roma, “hanno documentato le condotte dei tre – indagati, in concorso tra loro, per corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio – tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica ‘Ponte sullo Stretto di Messina’”.

Un vero e proprio terremoto giudiziario “contro” il Ponte, che arriva a poche settimane dalla prevista consegna delle risposte della Società Stretto di Messina ai rilievi mossi dalla Corte dei Conti con la sentenza del 29 ottobre scorso che ha bocciato la delibera del Cipess che dava il via alla costruzione dell’Opera sullo Stretto. Non sarà questo, comunque a bloccare l’iter del progetto che, com’è noto, si trova ad avere numerosi “avversari” più per pura ideologia che per concrete valutazioni di carattere scientifico.                      

Il Ponte, non è un mistero, non piace alla Sinistra perché è un progetto di “destra” (anche se piaceva a Prodi e a molti esponenti dell’Ulivo prima che Monti ne decretasse nel 2011 la fine) e questo ha fatto sì che il confronto si sia spostato dal piano scientifico (se soltanto si facessero parlare gli scienziati e solo chi ha la competenza per farlo) a quello ideologico. Un progetto faraonico che l’Europa ci chiede e che non collega due sponde, bensì l’Europa al Mediterraneo, ipotizzando un hub di sviluppo del territorio calabro e siculo senza precedenti. E con le conseguenti positività derivanti dalla costruzione dell’Opera: ovvero l’alta Velocità ferroviaria e la nuova Statale 106. Senza queste due infrastrutture il Ponte non avrebbe senso, quindi è facile immaginare che la costruzione del Ponte sarebbe condizionata alla realizzazione della vera Alta Velocità (Roma-Reggio in tre ore non è un sogno irrealizzabile) e di tutte le altre opere stradali di collegamento che darebbero vita a una seria “rivoluzione” nella mobilità calabrese e siciliana. E non dimentichiamo il ruolo strategico del Porto di Gioia Tauro in questo disegno grandioso che è avversato da chi non ama il Mezzogiorno.

Con questo sia chiaro che a nessuno è permessa alcuna allusione a “inchieste a orologeria”, perché il lavoro delle Procure merita il massimo rispetto e la legalità è l’unico baluardo a difesa della democrazia. Certo, se l’inchiesta dovesse diventare – secondo uno standard ormai consolidata – molto lunga, non aiuterà a snellire l’iter procedurale che dovra condurre a una nuova deliberazione del Cipess e a un nuovo esame della Corte dei Conti.

Secondo la nota della Procura, “L’avvocato e l’imprenditore, al fine di condizionare l’esame della Corte dei Conti in favore della società ‘Stretto di Messina Spa’, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata. I due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, secondo l’accusa, avrebbe offerto la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla Corte Contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.

Sono accuse molto pesanti che gettano molte ombre sull’intera vicenda del Ponte che ha sempre seguito i massimi criteri di trasparenza. Sono accuse che – ci auguriamo – dovrebbero essere supportate da una montagna di documenti inoppugnabili: perché ci sia corruzione ci deve essere un “corruttore” e un “corrotto”. Falcone diceva “seguite i soldi”: la Procura ha trovato la “pistola fumante” con un giro di denato sospetto?
Perché, intanto, è stata messa sotto le scarpe la reputazione di tre persone che – fino a quando una sentenza non dichiarerà il contrario – sono persone per bene, inserite nella società.

Quali benefici personali sarebbero derivati da queste presunte azioni corruttive e dalla rivelazione di segreti che tali non potrebbero non essere, visto che la sentenza della Corte dei Conti è pubblica e non “riservata”. E quali vantaggi ne sarebbero derivati alla Società Stretto di Messina che si è vista bocciare il progetto da una sentenza sfavorevole, perdendo praticamente un anno nell’iter realizzativo?

A queste domande ci saranno risposte, ci auguriamo, rapide, perché diversamente si sarà costretti a pensare che, ancora una volta, la cultura del sospetto e l’inosservanza del dettato costituzionale sulla presunzione d’innocenza possono distruggere carriere onorate e vite private.

Esempi di malagiustizia ce ne sono fin troppi. Si chiede solo una giustizia rapida che dia risposte.

Ne hanno diritto i tre indagati, su cui il fango mediatico è già partito e sarà impossibile da ripulire, ove dovessero risultare “non colpevoli”.

Ma, intanto, ancora una volta un avviso di garanzia non tutela l’indagato, ma legittima una “condanna” mediatica irreversibile e non oppugnabile.

La Calabria vola, ma solo a metà: troppe criticità negli aeroporti

di LEO BERENOVIC – C’è un’immagine che continua a tornarmi in mente: l’aereo per Bruxelles che parte pieno, e la città che resta vuota. È un’immagine semplice, quasi banale, ma racconta tutto. Racconta una Calabria che vola, sì, ma vola solo a metà. Perché questo volo, che pure ha registrato un riempimento dell’83% – un numero dignitoso, persino buono per una rotta stagionale – non porta nessuno dentro. Porta via i calabresi, riporta chi vive fuori, ma non introduce nessuno alla regione. È un flusso monodirezionale, come monodirezionale è diventata la vita economica e sociale di Reggio Calabria.

E la cosa più evidente, quando sali su quell’aereo, è l’età media. Sui voli per la Spagna – Alicante, Malaga, Palma, Ibiza, Valencia – vedi famiglie con bambini, passeggini, giovani coppie, gruppi di amici, nonni che viaggiano con i nipoti. L’età media è tra i venticinque e i quarantacinque anni. È un’umanità che si muove per piacere, per scoprire, per vivere il Mediterraneo. Sull’aereo per Reggio, invece, siamo quasi tutti over cinquanta. Over sessanta. Pensionati. Emigrati di ritorno. Figli e nipoti che tornano a casa. È un volo di ritorno, non di scoperta. Un volo che porta via, non che porta dentro.

Eppure, quando parlo della Calabria Grecanica, succede qualcosa che mi sorprende ogni volta. Le persone si accendono. Mi dicono che è da anni che vogliono venire in Calabria. E non è una frase di cortesia: è reale. Perché ormai hanno già fatto tutto. Hanno visto la Sardegna, la Toscana, la Sicilia, il Lago di Garda, le Cinque Terre, le Dolomiti, le Alpi, Napoli, la Puglia. La Calabria è l’ultimo grande “non visto” d’Italia, l’ultima frontiera autentica del Mediterraneo. È il luogo che tutti desiderano, ma che nessuno sa come affrontare.

E qui arriva la parte che mi pesa di più: sono costretto a dire la verità. Dopo aver esaltato la Calabria in tutti i modi possibili, arriva inevitabile la domanda: “Come ci si arriva? Come ci si muove? Dove si dorme? Quanto ci vuole?”. E lì non posso mentire. Devo parlare delle strade, dei servizi, dei trasporti, della frammentazione, dell’assenza di un sistema. Devo dire che la bellezza non basta, che la potenzialità non diventa mai realtà.

C’è un numero che spiega tutto meglio di qualsiasi discorso: le presenze turistiche per abitante. È un indicatore semplice, quasi brutale, che misura quanto un territorio sia realmente attrattivo. La Calabria è ferma a 2,5 presenze per abitante. La Puglia è a otto. La Toscana a quindici. Il Trentino a venticinque. L’Algarve a trenta. Le Canarie a quaranta. Malta a cinquanta. Non è una differenza: è un abisso. E dentro quell’abisso ci sono le strade, i servizi, i trasporti, la comunicazione, l’organizzazione, la visione.

La Calabria sopravvive nei numeri grazie a cinque località turistiche. Tropea arriva a venticinque presenze per abitante, Praia a Mare supera le venti, Scalea si muove tra quindici e venti, Diamante tra dodici e quindici, Soverato intorno alle dieci. Il resto della regione è un deserto statistico, non di bellezza. La Calabria Grecanica, per esempio, ha meno di una presenza per abitante. Alcuni comuni arrivano al tristemente noto, zero virgola. Non perché non siano belli – anzi, sono tra i più affascinanti d’Europa – ma perché non sono raggiungibili, non sono organizzati, non sono raccontati.

E quando guardi cosa succede fuori, capisci ancora meglio il quadro. Dal Belgio, oggi, partono mediamente una quindicina di voli per il mare della Spagna, e in estate diventano una trentina. Dall’Olanda ne partono una media di trenta, in estate tra i quaranta e i cinquanta. Dalla Danimarca una quindicina, dalla Norvegia quasi una ventina. Per la Calabria, invece, dal Belgio partono due voli: uno per Reggio, uno per Lamezia. Dall’Olanda uno. Dalla Danimarca zero. Dalla Norvegia zero. La Spagna domina ovunque. Il Sud Italia regge. La Calabria non esiste.

E tutto questo ti torna in mente proprio quando arrivi a Reggio. L’aereo atterra, scendi, e dall’esterno la nuova aerostazione è bella, moderna, luminosa. Un biglietto da visita che altrove sarebbe la normalità, ma qui sembra quasi un miracolo. La guardi e pensi: “Ecco, forse qualcosa si muove”. Poi però ti ricordi che molti dei voli internazionali verranno sospesi nella stagione invernale, e quella facciata nuova diventa subito un simbolo fragile, un futuro che non riesce a diventare presente.

E appena metti piede fuori dall’aeroporto, la Calabria ti riprende per mano e ti riporta alla verità. Per andare a ritirare l’auto a noleggio devi camminare per centocinquanta metri. Niente di male, il problema non è la distanza: è dove e come la percorri. Esci dall’area aeroportuale vera e propria, quella dove per parcheggiare si paga, e ti ritrovi davanti a una rotonda completamente invasa dalle auto. Non un centimetro libero. Nessun marciapiede. Nessun percorso pedonale. Nessuna striscia. Cammini in mezzo alla rotonda con il trolley, sperando che chi arriva ti veda. Attraversi come puoi, senza un’indicazione, senza un segnale, senza un’idea di ordine.

Sbrigata la parte amministrativa del noleggio, vai a prendere l’auto. È parcheggiata a pochi metri, ma quei pochi metri sono un concentrato di tutto ciò che la Calabria non riesce a nascondere: spazzatura per strada, parcheggio selvaggio, buche nell’asfalto, segnaletica scolorita o assente. È come se la città ti dicesse: “Benvenuto. Questa è la verità. Prendila così com’è”. E tu la prendi. Perché la ami. Ma la vedi. E la racconti.

E allora il volo per Bruxelles diventa un simbolo ancora più chiaro. Non della marginalità, ma dell’occasione mancata. Una rotta che potrebbe essere annuale, stabile, strategica, e che invece resta appesa alla stagionalità come tutto il resto. Una rotta che funziona solo perché i calabresi all’estero non smettono di tornare, mentre chi dovrebbe arrivare per la prima volta non trova un motivo per farlo. Reggio continua a vivere in questa sospensione: abbastanza viva da non morire, troppo immobile per rinascere.

La Calabria è desiderata, ma non è pronta. È amata a distanza, ma non rassicura da vicino. È raccontata con entusiasmo, ma vissuta con fatica. È un luogo che incanta e poi disorienta. È un territorio che ha tutto, tranne ciò che serve per trasformare quel tutto in un sistema. (lb)

Ripartire dalla Calabria per rilanciare tutto il Paese: è un interesse nazionale

di DOMENICO NUNNARI – Oggi l’Italia  – ha scritto Walter Veltroni qualche settimana fa sul Corriere della Sera –: è un Paese fermo, immobile: crescita demografica sotto lo zero, stipendi fermi a prima del 1990, crescita del Pil che negli ultimi anni è stata tra le più basse del mondo, collocandoci al 182° posto su 196. Un Paese paralizzato da una politica incapace di trovare regole di funzionamento nitide che rendano efficiente, trasparente, razionale il rapporto tra esecutivo e parlamento, in un equilibrio che garantisca una stabilità autentica e una alternanza tra schieramenti ugualmente legittimi perché ancorati ai valori democratici e antifascisti della nostra Costituzione». Questa di Veltroni è la fotografia di un’Italia immobile come una statua di sale, drammaticamente stretta tra un Governo (Meloni) con grosso deficit di competenza che tira a campare e un’opposizione (Pd in prima fila) che ha una visione di futuro uguale a quella di un amministratore di condominio. Veltroni, saggista e narratore, è stato politico di primo piano, vice di Prodi a Palazzo Chigi, finito, in buona compagnia, ai margini della politica nella stagione grigia della strategia suicida dei partiti, che puntano ad escludere, non a includere, come accadeva nel tempo ormai lontano della politica pre-Tangentopoli.

Ma questo oggi passa il convento: ministri dai quali non compreremmo un’auto usata e politici dell’opposizione “buoni a nulla, ma capaci di tutto”, per dirla con Leo Longanesi. E il problema del Pd non è solo Elly Schlein; se guardiamo a chi c’è intorno alla Italo-svizzera-americana leader piddina, ci viene in mente quel trafiletto di Fortebraccio (pseudonimo di Mario Melloni, penna dall’ironia urticante, famoso negli anni Sessanta e Settanta) sull’Unità, quando scrisse: “Si fermò una macchina, s’aprì la portiera, non scese nessuno. Era Nicolazzi”. Franco Nicolazzi, piemontese, veterano della prima Repubblica, era ministro, esponente del Psdi; se cambiamo il nome, scegliendo uno a caso, tra quelli che stanno intorno a Elly, dalla macchina continuerà a non scendere nessuno. Il Pd [il campo largo] vorrebbe mandare a casa Meloni presto o alle prossime elezioni, ma per riuscirci serve un’idea di Paese, una strategia, una visione, che non c’è. L’unica cosa chiara, a sinistra, dove sono ammalati del complesso della superiorità (complesso che nasce in realtà da un profondo senso di inferiorità o insicurezza) è la confusione: “La sinistra è sparita. Da trent’anni non rappresenta più il popolo” (Copyright Massimo Cacciari).

Che fare, dunque? Ricette non ce ne sono e in ogni caso per scrivere una ricetta ci vuole il medico e il medico non c’è. Mancano strategie, manca l’idea di paese capace di tirarsi fuori dalle dipendenze e dalle subalternità esterne, per poter scrivere il futuro dell’Italia nella rivoluzione geopolitica mondiale in corso. Non è facile fare uscire dall’immobilismo l’Italia, o meglio le Italie, perché è inutile nascondere che sotto la stessa Costituzione convivono due paesi distinti e separati, che camminano in parallelo da sempre, mai insieme. Non vogliamo essere ripetitivi o apparire ossessionati da una antica irrisolta questione, ma il vulnus Nord-Sud [il nodo] è la grande ferita nazionale, mai rimarginata: il divario economico, infrastrutturale e sociale tra Settentrione e Mezzogiorno è come un corpo nato intero e poi mutilato già nella culla. L’aver tenuto separate le aree dello sviluppo e del sottosviluppo ha giovato a un modo di gestire la società civile e il mondo del lavoro in maniera utile soltanto alle esigenze della parte sociale dominante del Paese; al mondo del benessere e al mondo capitalistico, interessati entrambi più al dominio del mercato del lavoro che alla crescita armonica del paese.

Oggi, nell’Italia fondata sul lavoro solo sulla carta, ma in realtà basata sull’immobilismo e sulla confusione, i limiti del sistema emergono ancora più evidenti, ma nessuno vuole vederli; né la classe politica e ancora meno la classe intellettuale, che ha perso voce e autorevolezza, con la scomparsa della figura dell’intellettuale inteso come coscienza critica del proprio tempo; sostituito da ciarlatani mediatici che sfruttano una facciata di competenza e un linguaggio pseudo-accademico per sedurre il pubblico dei talk show. C’è stato un tempo in cui gli intellettuali, per esempio, erano in grado di rimproverare la classe dirigente per l’indifferenza e il disprezzo verso il Sud dell’Italia. Trovo, sul tema, un vecchio – vecchissimo – ritaglio del Corriere della Sera, con le critiche (lagnanze) del napoletano Raffaele La Capria, uno dei più grandi narratori del secolo passato: “L’Italia non sente più la voce del Sud,  siamo sempre fermi a Eboli; inutilmente Levi, Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai a livello della classe intellettuale, l’ha semplicemente ignorata, per inseguire le proprie trame non sempre lecite”. Si sperava, a quel tempo di La Capria, che la classe politica migliorasse, fosse in grado di raggiungere il livello di quella intellettuale, ma è successo il contrario: gli intellettuali, prigionieri di logiche spettacolari che oggi dominano l’industria culturale, si sono trasformati in star mediatiche, più funzionali alla creazione di consenso, che suscitatori di pensiero critico. Sono scesi loro, al livello della classe politica, nel frattempo scivolata più in basso, rispetto a quella – pur criticabile – sulla quale puntava il dito La Capria. L’aver fatto sparire dall’agenda governativa, politica, e sindacale, l’annosa questione delle disuguaglianze Nord Sud, significa aver fatto sparire il problema – centrale –  dell’unità nazionale italiana, dello sviluppo distorto.

L’anomalia delle due Italie, come causa della mancata evoluzione italiana, è stata spesso registrata più all’estero che da noi. Anni fa, a The Economist, appariva incomprensibile la questione italiana, per di più in una democrazia occidentale: “Mamma mia, un paese due economie”, titolava un’inchiesta del settimanale britannico sull’assurdità del dualismo italiano, e avvertiva: “Se  l’Italia vuole crescere dovrà trovare un modo per ridurre le sue divisioni interne”. Che fare? Il problema, resta quello: crescere insieme, convincendosi – tutti – che uno sviluppo armonico conviene al Paese intero. Si può cominciare col recuperare culture – come quella del Mezzogiorno – rimaste ai margini del contesto nazionale, pur avendo potenzialità in grado di contribuire efficacemente alla costruzione dell’identità nazionale. In questa prospettiva, la riconciliazione Nord-Sud, appare l’unica via per guarire ferite di vecchia data e lacerazioni nuove, per poi ripartire tutti assieme.

Rammendare l’Italia, era il suggerimento – a nome di tutta la Chiesa – fatto qualche anno fa dal cardinale Gualtiero Bassetti, predecessore al vertice della CEI del cardinale Matteo Zuppi: “Occorre – diceva Bassetti – una riconciliazione sui fondamenti del nostro vivere insieme; dalle Alpi a Lampedusa, siamo un unico Paese, siamo veramente fratelli e sorelle d’Italia, che si riconoscono come tali, non solo in virtù della lingua e del territorio, ma anche in virtù di valori comuni”. Parole inascoltate, mentre pregiudizi, vittimismo, rancore, razzismo strisciante, restano gli ostacoli principali alla ricucitura dell’Italia, a una vera, salutare, riconciliazione. Se non si rimuovono tutti questi ostacoli, dando agli italiani una aspettativa soddisfacente di futuro, c’è il pericolo, col perpetuarsi di una storia nazionale incompiuta, di finire tutti nella voragine del fallimento. “Rimuovere gli ostacoli”, non è fare un favore al Sud, è un dettato costituzionale, finora rimasto applicato. Recita l’articolo 3 della Costituzione: “…È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese…”. La centralità dei principi costituzionali, non dovrebbe essere messa in discussione, se si vuole davvero cambiare. Per cambiare, serve una rivoluzione culturale, un mutamento di mentalità, capace, prima di tutto, di svegliare le popolazioni del Sud dal sonno in cui dormono da molto tempo. Perché questo accada basterebbe osservare e rispettare la Costituzione; porre fine, all’idea di una presunta cronica inferiorità del Mezzogiorno; smetterla, con l’idea che una parte (un terzo abbondante) di Paese è freno allo sviluppo; allontanare, dalla mente di molti, l’idea che del Mezzogiorno converrebbe fare a meno e convincersi che senza questo pezzo meridionale di paese l’Italia in futuro non esisterà. Da dove partire, per ricucire quest’Italia sfilacciata? Bisognerebbe partire dalla Calabria, e non lo dico per senso di appartenenza a questa regione, ma perché la sfida è civile, economica, culturale, sociale, e la Calabria, che è Sud del sud, è l’emblema di tutti i mali del Mezzogiorno. Ha un senso partire dalla Calabria di oggi, regione che malgrado i ritardi e i problemi endemici, ha tutte le potenzialità per diventare modello di sviluppo proiettato nel Mediterraneo. Partire dalla Calabria è un’opportunità, per tutti. Perché, lo spieghiamo qui di seguito.

“La Calabria è forte”, dice lo scrittore e ambientalista Francesco Bevilacqua. E ha ragione. Se un territorio, da cui da più di un secolo e mezzo, uomini e donne vengono strappati alle famiglie, alle comunità d’origine, agli affetti, alla cultura e alle tradizioni, per andare a creare – con fatica e sudore – sviluppo e ricchezza in altre parti del mondo, vuol dire che è solido, che è forte nell’anima.

Se chi in Calabria resta, tra difficoltà enormi [tradimenti di Governi, partiti, sindacati, diritti violati, mancanza di lavoro, prepotenza mafiosa], e non si perde d’animo, ma cerca l’alba dentro l’imbrunire, metabolizza le crisi, resiste alla mafia, che lo Stato non riesce a sradicare, e progredisce malgrado tutto, vuol dire che possiede una forza morale tale capace di rispondere a ogni avversità e all’estrema solitudine.

Se chi abita in Calabria – nonostante il deficit civile innegabile e l’oppressione mafiosa – resta ancorato alla Costituzione, come o meglio di cittadini di altre regioni, vuol dire che in questa porzione di Sud esistono tutte le condizioni e le potenzialità per guardare al futuro, con speranza; che le delusioni e i rancori, comprensibili e giustificati, nei confronti dello Stato lontano, non hanno incrinato il sano sentimento nazionale dei calabresi, il loro senso di appartenenza all’Italia, come accadde\accade col nordismo della Lega e di élite politiche e culturali che hanno una visione distorta, dell’essere nazione tutti assieme, trovando inconsapevole ispirazione in quel “moderatismo risorgimentale” preunitario, che immaginava l’Italia divisa in due: con da una parte “un grasso Belgio” [il Nord profondamente inserito in Europa]  e dall’altra “l’Africa” [il Sud abbandonato a se stesso, cit. Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi , 1991) ].

Quando si parla di Calabria, non bisogna pensare solo a chi vive nella regione di ormai scarsi due milioni di abitanti, ma anche alla Calabria della diaspora, anch’essa di quasi altri due milioni di anime, che in molte parti del mondo e della stessa Italia ha saputo plasmare il tessuto sociale, economico e culturale dei luoghi dove gli emigrati sono andati a vivere. Basterebbe leggere le interviste domenicali di Pino Nano su Calabria.Live, per rendersi conto del contributo [fondamentale] dei calabresi allo sviluppo delle regioni e delle città dove la ricerca di opportunità e lavoro li ha portati. Recentemente, Limes, l’importante rivista di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, ha pubblicato un saggio di Lorenzo Noto (analista e studioso del Mediterraneo), con questo titolo: “Roma capitale della Calabria”, in cui si spiega che la comunità numericamente più ampia nella capitale d’Italia è quella calabrese: più di trecentomila residenti a Roma sono originari calabresi. Buona parte di loro è ai vertici di pubblica amministrazione, presidi sanitari, centri di ricerca ed enti economici e fa parte delle cosiddette  eccellenze. Sfatiamo dunque l’idea del calabrese pigro o incapace.

Se potessi dare un consiglio al presidente della Giunta regionale, Roberto Occhiuto, e anche ai sindaci delle maggiori città, e perché no anche dei centri minori, direi loro: “Sedetevi attorno a un tavolo, magari in campagna, sotto una pergola, mettetevi a ragionare tutti insieme, lasciate da parte tatticismi politici e appartenenze, che in questo momento storico non hanno senso. Tutti insieme potete contribuire a far diventare la Calabria prima regione d’Italia: basta crederci! Le condizioni ci sono, tutte. Alla Calabria di oggi non manca niente, sotto l’aspetto umano e culturale; manca molto per altri aspetti, ma è inutile fare elenchi di lagnanze. Ciò che serve chiedetelo, magari alzando la voce e tenendo la schiena dritta, e stop alle sudditanze. Ha fatto bene Occhiuto, a respingere al mittente le pretese a stelle e strisce trumpiane di allontanare i benemeriti medici cubani, che tanto stanno dando alla Calabria. Non servono elemosine, spiccioli, favoritismi, lezioni saccentelle di opinionisti tuttologi della domenica. Bisogna avere l’ambizione di fare bene, prestando attenzione ai centri del sapere, come le Università [l’Unical è l’esempio da imitare] ; occorre un’azione profondamente innovativa, imparando proprio dal metodo sperimentato con successo dell’Università della Calabria, che primeggia a livello mondiale. E l’Università Mediterranea di Reggio, con l’ottimo super attivo rettore Giuseppe Zimbalatti è sulla scia.

Il Signore abbia in gloria Beniamino Andreatta – ideatore e fondatore del campus di Arcavacata [fortemente voluto da Riccardo Misasi e Giacomo Mancini, due indimenticabili leader ] –  professore, economista e politico, una delle figure pubbliche più originali e creative del Novecento. Non bisogna dimenticarli i pionieri delle Università calabresi come Andreatta: a Reggio, va ricordato il politico ed esponente cattolico Giuseppe Reale; a Catanzaro, il magistrato e operatore culturale, promotore di molte battaglie civili, Salvatore Blasco. Ad Arcavacata i successori di Andreatta: Cesare Roda, Pietro Bucci, Rosario Aiello, Giuseppe Frega, Giovanni, Gino Mirocle Crisci e Nicola Leone, che hanno fatto volare in alto l’università. E dopo Nicola Leone, che ha dato una spinta decisiva per  la trasformazione dell’Università della Calabria in un’eccellenza internazionale, Gian Luigi Greco – scienziato di fama mondiale – ambisce a consolidare e migliorare gli eccellenti traguardi già raggiunti. L’obiettivo, per tutti, istituzioni, società civile, segmenti intermedi della società, dev’essere il raggiungimento di un posto in prima fila, nel cammino faticoso della Calabria verso il futuro. Bisogna, prima di tutto, costringere gli “altri”, a capovolgere lo sguardo sulla Calabria storicamente considerata un’anomalia: scivolata, nel corso della sua storia, verso una marginalità sempre più estrema, per colpe esterne, ma anche interne [mediocrità e sudditanza delle classi dirigenti, malaburocrazia, sistemi corruttivi e mafiosi] , fino a diventare fanalino di coda dell’Europa, appena un gradino sopra delle enclavi spagnole Ceuta e Melilla, in terra africana.

Per capire qual è stato il “mal di Calabria”, bisognerebbe analizzare pezzo a pezzo le stagioni che hanno scandito la vita di un popolo spesso privato della sua libertà e dei suoi diritti, elementi fondamentali in una società giusta e democratica. Bisognerebbe analizzare ogni cosa con scrupolo, partendo da memorie lontane e interrogarsi su com’è potuto accadere che la Calabria sia passata da una civiltà di cui l’Europa le è debitrice, ad una situazione di decadimento civile, economico e culturale inarrestabile. Ma, oggi, non è più tempo per queste analisi; anzi, non servono più. C’è l’ultimo treno che passa [l’innovazione e il Mediterraneo] e bisogna prenderlo al volo, guardare al futuro. I tempi – regionali, nazionali, internazionali – suggeriscono l’urgenza di agire, di essere concreti. Occhiuto, molto opportunamente, ha detto che “pacificazione” sarà la parola chiave di questo suo secondo mandato. Gli suggeriremmo di aggiungerne un’altra parola, quasi simile: riconciliazione.

La riconciliazione è lo scatto che manca alla Calabria che conserva ancora nella sua anima il rancore scaturito da quella sventurata vicenda del capoluogo regionale del 1970, quando città sorelle – Catanzaro e Reggio – entrarono in conflitto per responsabilità di uno Stato che pasticciò tanto, al punto di scatenare una guerra tra poveri. Allora, serviva una mediazione, ma lo Stato si rivelò come sempre un’entità lontana, incapace di comprendere, di ascoltare e di trovare una soluzione equa. Oggi, il primo passo è riconciliare la Calabria con se stessa, superare gli strascichi rancorosi di quel periodo infausto, che resta il nodo da sciogliere nella complessa storia della regione. Riconciliare la Calabria è necessario, per considerarsi calabresi tutti alla stessa maniera ed essere più forti, con l’obiettivo di portare la regione nel cuore [al centro] dello Stato. Nell’Italia, che ha un Governo con una leader potenzialmente capace, Giorgia Meloni, con però dentro casa incapaci e nostalgici del fascismo, e con un’opposizione irrilevante e inaffidabile, la Calabria può diventare laboratorio politico, e fare la differenza. Può diventare riferimento, per uscire dalla gabbia della polarizzazione che sta indebolendo la nostra democrazia. Se Occhiuto, che si sta ritagliando un ruolo interessante nella politica nazionale, imbocca la strada della riconciliazione della Calabria al suo interno, e poi col resto del Paese, l’antica derelitta regione Sud del sud potrà volare. Non si tratta di avere una visione ottimistica del futuro, bensì di capire che le traiettorie della storia a volte cambiano e certe occasioni sono irripetibili. La sfida vera – non solo per la Calabria, ma per l’Italia intera –, sta nel Mediterraneo; a patto che ci sia a livello governativo, consapevolezza che investire sulla marittimita’ italiana è nell’interesse nazionale. L’Italia ha bisogno del suo mare, la sua area di azione è il Mediterraneo, e la Calabria, con la possibilità – potenzialità che ha di diventare  «frontiera avanzata» dell’Italia, nell’ottica di rapporti intercontinentali con l’Africa e con l’Asia, può essere avanguardia e ponte dell’Occidente, verso l’Oriente e l’Africa del Nord. Questo ruolo le compete, per la sua storia antica, che risale al tempo della Magna Grecia, dell’epoca longobarda, bizantina, araba e normanna. Partire dalla Calabria – la cui posizione geopolitica è cruciale – con l’obiettivo di rilanciare il Paese è interesse nazionale. La Calabria, se si apre ad una narrazione nuova, sarà in grado di contribuire a fermare il declino di un paese dove, in mancanza di un progetto nazionale, altri si preparano a decidere per noi. È questo il rischio.

Elezioni: cambia il voto ma il sistema politico rimane immutato

di DOMENICO MAZZA – C’è un fenomeno reale che attraversa la mappa elettorale della Calabria e che merita di essere guardato con onestà, senza sconti per nessuno. Meno di un anno fa le urne regionali consegnavano al centrodestra una vittoria netta, quasi plebiscitaria. Un mandato chiaro. Una mappatura del suffragio distribuita in modo omogeneo tra le Province. Una direzione di marcia precisa.

Poi, nel giro di pochi mesi, lo stesso corpo elettorale ha detto no al referendum costituzionale sostenuto dal Governo centrale. E, pochi giorni fa, ha premiato coalizioni opposte in diverse tornate amministrative. Guardando ancora più indietro, il copione si ripete: un’alternanza che non segue linee ideologiche riconoscibili, ma sembra obbedire a logiche diverse ogni volta.

La domanda giusta non è “cosa c’è che non va negli elettori calabresi”. La riflessione è: perché questo pendolo oscilla così? E soprattutto: chi lo spinge?

Per capire la volatilità del voto bisogna prima accettare un fatto scomodo: non esiste un unico elettore calabrese che si contraddice. Esistono partite diverse, giocate su campi differenti e con regole alternative.

Nel voto nazionale e nei referendum si decide – o si crede di decidere – la direzione del Paese. È il livello più emotivo, più soggetto agli umori del momento, alle narrazioni dei media, alla figura del leader. Il voto diventa spesso un giudizio sul Governo in carica, più che una scelta programmatica.

Nel voto regionale entra in gioco la credibilità del candidato, la sua capacità di intercettare risorse, di gestire la sanità, di rappresentare il territorio a Roma. È un voto più pragmatico e meno ideologico.

Al livello comunale, infine, la politica nazionale quasi scompare. Contano la conoscenza diretta, la fiducia personale, le reti di prossimità. Le stesse reti che possono essere virtuose o clientelari. Spesso, entrambe le cose insieme.

Questa dissociazione non è una patologia esclusivamente calabrese. È un limite strutturale in tutto il Mezzogiorno. Ed è, in misura crescente, la rotta seguita anche nel resto d’Italia. Il problema non è che gli elettori abbiano difficoltà a comprendere. Piuttosto, sono i partiti stessi a presentarsi in modo radicalmente diverso a seconda del livello elettorale. Tale condizione rende razionalmente difficile mantenere una coerenza di voto.

La sfiducia non è ignoranza e le responsabilità vanno condivise

C’è un’interpretazione comoda e sbagliata della volatilità elettorale. Si pensa che sia figlia dell’ignoranza civica, della pigrizia, del disinteresse. È una chiave di lettura che dice molto di più su chi la formula che sugli elettori che descrive.

In un territorio come la Calabria, la sfiducia trasversale verso qualunque coalizione non è cinismo. È esperienza accumulata. D’altronde, con decenni di promesse disattese alle spalle, una sanità commissariata per anni, infrastrutture ferme al palo e una disoccupazione giovanile che continua a spingere fuori i talenti migliori, meravigliarsi della citata condizione sarebbe da ingenui.

Cambiare schieramento ogni volta, quindi, non è incoerenza. È il tentativo, spesso disperato, di trovare qualcuno che finalmente mantenga la parola.

Il vero problema non è l’elettore che cambia idea. È un sistema politico che non offre alternative credibili e stabili. Che ricicla le stesse facce sotto simboli diversi. Che parla di sviluppo senza mai produrlo. In questo contesto, il “tanto sono tutti uguali” non è una resa intellettuale. È, spesso, una valutazione empiricamente fondata.

Detto questo, sarebbe disonesto fermarsi qui e assolvere tutti. Esiste anche una responsabilità del cittadino, ed è reale. La democrazia richiede uno sforzo minimo di connessione. Bisogna capire che la gestione della sanità regionale, la qualità dell’Amministrazione comunale e le scelte del Governo nazionale non sono compartimenti stagni. Sono vasi comunicanti.

Chi amministra il proprio Comune oggi è spesso il candidato regionale di domani. E, con ogni probabilità, sarà il parlamentare dopodomani. Votare senza questa consapevolezza significa rompere la catena di responsabilità che dovrebbe tenere insieme rappresentanti e rappresentati.

Ma questa consapevolezza non si costruisce con il rimprovero. Si realizza con una classe politica che offre coerenza tra i livelli. Con un’informazione locale impegnata a fare giornalismo, piuttosto che ad amplificare la propaganda. Infine, con scuole orientate a sviluppare l’educazione civica come pratica viva e non come materia di riempimento. La matita pesa. Ma il tavolo su cui scriviamo conta quanto noi

La metafora della matita leggera ha una sua forza. È vero: il voto ha un peso specifico enorme, e usarlo con superficialità produce conseguenze reali. Ma una matita, da sola, non basta. Serve anche un foglio su cui scrivere qualcosa di sensato.

Finché i partiti si presenteranno come forze nazionali a Roma e come comitati d’affari locali nei Comuni… Finché le campagne elettorali saranno fatte di slogan senza programmi verificabili… Finché chi governa male non pagherà conseguenze elettorali chiare, la volatilità del voto non sarà un problema degli elettori. Sarà il sintomo di un sistema che non funziona e che scaricare sulle spalle dei cittadini è, oltre che scorretto, controproducente.

Il disegno che viene fuori dalle urne calabresi non è un mostro informe nato dalla leggerezza di chi vota. È il ritratto fedele di un Establishment che non ha ancora deciso se vuole davvero essere all’altezza di chi lo sceglie. (dma)

(Comitato Magna Graecia)

La Calabria ha turismo ma non ha un sistema turistico regionale

di FRANCESCO AIELLO e MICHELE MERCURI – La Calabria non è una regione senza turismo. I numeri raccontano anzi una realtà diversa: nel 2024 le strutture ricettive ufficiali hanno registrato oltre 8,1 milioni di presenze e 1,75 milioni di arrivi. Si tratta di valori che collocano la regione al terzo posto nel Mezzogiorno, dietro Campania e Puglia. Eppure, osservando più attentamente la distribuzione territoriale dei flussi turistici, emerge un quadro molto meno lineare di quanto suggeriscano i dati aggregati. Il problema della Calabria non sembra essere l’assenza di turismo, ma la sua estrema concentrazione geografica, la forte dipendenza dalla stagione balneare e la difficoltà di trasformare alcune eccellenze locali in un vero sistema turistico regionale.

L’immagine che emerge dai dati ISTAT è quella di una regione nella quale il turismo si concentra quasi interamente lungo le coste, lasciando gran parte dell’entroterra fuori dai principali circuiti turistici. La Figura 1 mostra in modo molto netto questa polarizzazione: il 92,6% delle presenze turistiche regionali si registra nei comuni costieri, mentre ai comuni interni resta appena il 7,4%. Ancora più significativa è la distribuzione per zona altimetrica. Le aree di collina litoranea assorbono da sole il 63,4% delle presenze complessive, mentre la montagna interna, nonostante la presenza di sistemi territoriali di grande valore ambientale come Sila, Pollino e Aspromonte, si ferma al 2%.

Questi dati raccontano molto più della semplice vocazione balneare della regione. Mostrano, infatti, che il turismo calabrese coincide quasi interamente con il turismo costiero estivo. Le aree interne, pur frequentemente richiamate nel dibattito pubblico come possibile frontiera dello sviluppo turistico regionale, continuano ad avere un ruolo quantitativamente marginale. Il problema, quindi, non sembra essere soltanto la scarsità di infrastrutture o servizi turistici nell’entroterra, ma la stessa struttura territoriale del modello turistico regionale, fortemente selettiva e polarizzata.

La distribuzione provinciale dei flussi rafforza ulteriormente questa interpretazione. La Figura 2 evidenzia differenze territoriali profonde tra le cinque province calabresi. Cosenza concentra il maggior numero di presenze turistiche regionali (oltre 3,3 milioni, pari al 40,9% del totale) grazie soprattutto all’estensione della fascia tirrenica e dell’Alto Ionio. Vibo Valentia, però, pur disponendo di un territorio circa sei volte più piccolo di quello cosentino, registra oltre 2,4 milioni di presenze e rappresenta il vero epicentro del turismo regionale ad alta intensità.

I dati provinciali mostrano, infatti, che non esiste una sola Calabria turistica, ma almeno cinque modelli territoriali molto differenti. Vibo Valentia presenta il più alto indice di turisticità regionale, 16,37 presenze per abitante, e la maggiore densità turistica, con oltre 2.100 presenze per chilometro quadrato. La quota di turisti stranieri raggiunge qui il 37,5%, valore nettamente superiore alla media regionale. Al contrario, la provincia di Reggio Calabria mostra indicatori molto più deboli: appena il 6% delle presenze regionali, permanenza media di 2,42 notti e un indice di turisticità inferiore all’unità.

In altre parole, il turismo regionale appare fortemente polarizzato. Alcuni territori costieri concentrano quote molto elevate dei flussi turistici, mentre vaste aree regionali rimangono sostanzialmente marginali. Questa asimmetria emerge con ancora maggiore chiarezza osservando la distribuzione comunale degli indicatori di intensità turistica.

La Figura 3 indica uno degli elementi più interessanti dell’intera informazione statistica disponibile sul turismo calabrese. Le classifiche regionali per indice di turisticità e densità turistica sono dominate quasi esclusivamente dai comuni della Costa degli Dei, in provincia di Vibo Valentia. Ricadi raggiunge 184,8 presenze per abitante residente, mentre Tropea supera le 92 mila presenze per chilometro quadrato.  Si tratta di valori molto elevati nel contesto meridionale italiano e che testimoniano l’esistenza, in Calabria, di vere e proprie enclave turistiche ad alta intensità. Tropea, in particolare, rappresenta un caso di rilievo nazionale: è, infatti, l’unico comune calabrese presente tra i primi 25 italiani per densità turistica.

Eppure, proprio il confronto con il resto del Paese mostra anche i limiti strutturali del turismo regionale. Nessun comune calabrese compare, infatti, tra i primi 25 italiani per indice di turisticità, graduatoria dominata dai centri alpini e lacuali del Nord Italia. Il valore di Ricadi, pur molto elevato nel contesto regionale, resta circa la metà della soglia minima necessaria per entrare nella top 25 nazionale.

È qui che emerge il vero paradosso del turismo calabrese. Le eccellenze esistono. Alcuni territori raggiungono livelli di intensità turistica molto elevati. Ma queste concentrazioni rimangono geograficamente isolate e non riescono ancora a trasformarsi in un sistema turistico regionale integrato.

La Calabria appare così come una regione caratterizzata da forti polarizzazioni territoriali: alcune aree costiere attraggono flussi consistenti e mostrano indicatori comparabili con importanti destinazioni nazionali, mentre il resto del territorio resta sostanzialmente ai margini dei principali circuiti turistici. Più che un sistema turistico regionale diffuso, emerge, quindi, una geografia fatta di “piccoli poli” turistici localizzati, fortemente dipendenti dalla stagione balneare e scarsamente connessi alle aree interne. Il problema della Calabria, dunque, non sembra essere semplicemente “avere più turismo”. I dati mostrano che alcune aree ne hanno già molto. La vera sfida riguarda piuttosto la capacità di diffondere territorialmente questi flussi, governare la stagionalità, aumentare l’integrazione tra coste e aree collinari e montane e trasformare alcune eccellenze locali in una piattaforma stabile di sviluppo regionale. (oc)

[Courtesy OpenCalabria]

Il quasi inesistente rapporto tra il Ponte sullo Stretto e il territorio

di GIOVANNI MÒLLICA – Uno spettro si aggira per l’Italia; ma non è il Comunismo evocato da Marx nel suo Manifesto.

È il rapporto – tormentato come tutti gli spettri – tra Ponte sullo Stretto di Messina e territorio.

Gli elementi che condizionano tale rapporto sono essenzialmente due: il potente trio Governo/Stazione appaltante/Contraente generale (che ha il compito di realizzare materialmente l’opera) e chi dovrà ospitarla, cioè il fragile e titubante binomio costituito da politica e tessuto produttivo locale. Ai quali spetta concordare con i primi – che gestiscono le risorse tecniche ed economiche – quali ricadute debbano atterrare dalle nostre parti.

Una cosa è certa: la collaborazione tra i due elementi è praticamente inesistente e, a tutt’oggi, non ha prodotto alcun risultato positivo.

La parte, affatto trascurabile, dell’opinione pubblica siciliana e calabrese favorevole all’opera tende ad attribuire la responsabilità di tale clamoroso insuccesso all’inerzia dei politici, degli imprenditori e dei sindacati nostrani. Sintetizzabile nel trito slogan autoaccusatorio “la colpa è nostra”. Ma questa è solo una parte della verità. Probabile conseguenza della scarsa consapevolezza dei propri diritti, nonché della convinzione che debbano essere “gli altri” – Arabi, Normanni, Angioini, Borboni, fino ai Garibaldini e ai Piemontesi – a portarci il benessere. E che ora sia il turno di Romani e Milanesi.

Per comprendere meglio le antiche radici del  problema possiamo scomodare le parole dette dal Principe di Salina al rappresentante del Governo piemontese che gli offriva la carica di Senatore del neonato Regno d’Italia: “Noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia”. Per vocazione.

Il discorso si potrebbe chiudere qui ma vale la pena fare qualche passo in più per spiegare che – a nostro parere – nel caso del Ponte, le colpe degli insuccessi non sono solo delle vittime.

In un grande progetto infrastrutturale, la Stazione appaltante non deve solo interloquire con gli Enti (MIT, FS, Anas, Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Corte dei conti, ecc.) coi quali condivide il compito di realizzare materialmente l’infrastruttura,  ma deve essere anche il regista del rapporto col territorio. Da ben prima che inizino i lavori fino a tutte le fasi di manutenzione. Se non lo fa viene meno al suo ruolo istituzionale e non può trincerarsi dietro l’inerzia e l’incompetenza degli Enti locali perché ha la responsabilità giuridica e morale di massimizzare il ritorno socio-economico dell’investimento pubblico sul territorio che lo ospita.

Per comprendere In cosa dovrebbe consistere concretamente tale impegno, distinguiamo due aspetti: quello strettamente tecnico/trasportistico e quello socio/economico. Non è una distinzione da poco: per assolvere al primo l’opera deve integrarsi con i piani di mobilità locale e il coinvolgimento del territorio è indispensabile. In altre parole, l’opera e le reti di trasporto locali devono essere compatibili. Non dubitiamo che i policy maker siciliani e calabresi faranno sentire la loro voce. Sperando che si facciano supportare da tecnici adeguati. Per quanto riguarda ‘aspetto socio-economico siamo all’anno zero.

Tentiamo di capire in cosa dovrebbe tradursi quest’ultimo. Lo Statuto della società e la Legge istitutiva prevedono espressamente la valorizzazione delle aree adiacenti l’infrastruttura. La stessa presenza delle due Regioni nell’azionariato della Stazione appaltante è mirata a garantire che ogni fase decisionale generi rilevanti ricadute occupazionali e la crescita delle competenze locali. A dispetto di alcune generose iniziative che non hanno avuto reale sostegno né da parte delle Amministrazioni né da parte di Concessionaria e Contraente generale, a pochi mesi (?) dall’apertura dei cantieri l’impatto del Ponte sul territorio presenta solo i prevedibili disagi e nessun concreto beneficio.

Per far sì che le imprese e la manodopera locale partecipino ai lavori di costruzione in modo strutturato, è necessario che la Stretto di Messina SpA, le associazioni di categoria e gli enti bilaterali attivino Tavoli di monitoraggio e pre-qualificazione. Organismi facili da attuare con pochissima spesa che, però, per funzionare necessitano di informazioni che solo i primi due posseggono, come, ad esempio, l’elenco dettagliato delle Figure professionali da coinvolgere durante il crono programma dei lavori. Il fatto che tali notizie, pur richieste, non siano mai state diffuse depone molto male sull’effettiva volontà di cooperazione da parte delle aziende romano-milanesi.

Non c’è da inventare nulla: la strada è stata già tracciata da alcuni decenni a opera di altre Stazioni appaltanti europee (Modello danese) e poi seguita nelle grandi opere in diverse parti d’Italia. Viene spontaneo chiedersi perché, sulle sponde dello Stretto, non si possa seguire lo stesso percorso. E come mai nessuno protesti.

Il consenso crescerebbe esponenzialmente, gli ambientalisti, costretti a prendere atto dell’accresciuta sensibilità in materia, ridimensionerebbero il loro ostruzionismo e gli stessi partiti di sinistra rimarrebbero privi del sostegno di ecologisti improvvisati e animalisti della domenica. Anzi, tenterebbero di spacciare il mutamento di rotta come una loro vittoria.

Il coinvolgimento del territorio non è una gentile concessione del Governo centrale. Per essere ancora più chiari: se la Concessionaria continuerà a gestire l’opera in un’ottica puramente burocratica, i grandi gruppi industriali porteranno fornitori e maestranze specializzate dal Nord e dall’estero, lasciando le briciole alle ditte e alla manodopera siciliana e calabrese. In violazione di quello che è chiamato “prevalente interesse pubblico”.

L’impatto sul territorio si vedrà solo se le forze economiche, sociali e civiche locali riusciranno a imporre alla Stazione appaltante la creazione e il rispetto di Protocolli di Sviluppo Locale specifici, che traducano quelle astratte righe dello Statuto in impegni numerici, percentuali di subappalto garantite alle imprese sane dell’area e Piani di Formazione da avviare immediatamente. Fino a quel momento gli slogan incentrati sui “cantieri pronti a partire” rimarranno annunci che non producono un solo posto di lavoro reale. 

Siamo e restiamo convintamente favorevoli al Ponte sullo Stretto ma siamo altrettanto certi che non è la stessa cosa avviare oggi un effettivo e preciso percorso di crescita o affidarsi a quello che presumibilmente partirà tra dieci anni. Incomprensibile e preoccupante che siano in tanti a non pensarla come noi. (gmo)

SANITÀ: Il piano di rientro penalizza i calabresi anche nell’acquisto dei carburanti

di GIACINTO NANCI – In questi giorni si discute favorevolmente sul decreto del Governo per lo sconto sulle accise a causa dell’aumento dei carburanti dovuto dell’assurda guerra di Trump all’Iran. È questa l’occasione per segnalare, la stragrande maggioranza dei calabresi ormai non lo ricorda più, che noi calabresi le accise sui carburanti li paghiamo maggiorate dal lontano dicembre 2009 e lo continueremo a fare, anche dopo la fine della guerra all’Iran, a causa di una delle imposizioni del piano di rientro sanitario cui siamo sottoposti dal lontano dicembre 2009. Questa citazione sulle accise serve solo per ricordare tutte le altre ingiuste e dannose imposizioni cui sono sottoposti i calabresi a causa dell’ingiusto e dannoso piano di rientro anche alla luce dell’ininfluente, ai fini economici e sanitari, della recente chiusura del commissariamento sanitario calabrese di cui Il governatore commissario Occhiuto si è vantato. L’aumento delle accise sui carburanti, che noi calabresi paghiamo in più degli altri italiani, in verità è poca cosa rispetto alle altre gravi e dannose imposizioni del piano di rientro sanitario cui siamo sottoposti noi calabresi. Ebbene, oltre all’allora chiusura di 18 ospedali il blocco del turn over dal 2009, la limitazione dei posti letto il pagamento maggiorato dei tickets sanitari che per lunghi anni noi calabresi abbiamo pagato, il piano di rientro sanitario ci ha imposto dal 2009 una maggiorazione delle tasse IRPEF e IRAP per oltre cento milioni l’anno. Ci ha imposto il pagamento di un prestito “lacrime e sangue”. Infatti il Governo ci ha fatto un prestito di 428 milioni per sanare il presunto deficit sanitario che noi calabresi stiamo restituendo a 30,7 milioni l’anno fino al 2040 (si 2040) per un totale di 922 milioni di euro. Dei 30,7 milioni che paghiamo ogni anno solo 9 sono di capitale e oltre 21 sono di interesse ad un tasso del 5,89% che è molto vicino a quello usurario per questi tipi di prestiti che è del 6,03%. Per questi tipi di prestito il tasso di interesse normalmente è dell’uno per cento, in pratica lo Stato fa quasi l’usuraio con i calabresi. In più per la programmazione della nostra sanità mancano le centinaia di milioni per le cure fuori regione dei calabresi, soldi che neanche arrivano in Calabria perché vanno direttamente dati alle regioni dove noi andiamo a curarci. Ma perché siamo entrati nell’ingiusto e dannoso piano di rientro sanitario? Siamo entrati perché avremmo fatto uno sforamento della spesa sanitaria per un ammontare di circa un miliardo e mezzo. Il piano di rientro sanitario calabrese è ingiusto perché il presunto sforamento è stato causato dall’endemico sottofinanziamento della sanità calabrese fatto dalla Conferenza Stato-Regioni. Ma perché la Conferenza Stato Regioni ha da sempre sottofinanziato il sistema sanitario calabrese?. Semplicemente perché non ha applicato un semplice comma di una legge dello Stato: comma 34 dell’art.1 della legge 662 del 1996. Il comma 34 stabilisce 5 criteri per decidere il riparto pro capite dei fondi sanitari che sono: 1) popolazione residente 2 )frequenza dei consumi sanitari per età e per sesso 3) tassi di mortalità della popolazione 4) indicatori relativi a particolari situazioni territoriali ritenuti utili al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni e 5) indicatori epidemiologici territoriali. 

Ebbene, da sempre è stato applicato solo il primo dei cinque criteri che ha costretto al sottofinanziamento la sanità calabrese, tutti gli altri (mai applicati) ci avrebbero favorito. La Calabria avrebbe dovuto avere molti più finanziamenti delle altre regioni perché ha molti più malati cronici delle altre regioni. Siamo entrati in piano di rientro perché dove c’erano e ci sono molti più malati cronici sono arrivati meno finanziamenti che non sono bastati per curare i troppi malati ed è anche questo il motivo per cui 15 anni di pluri commissariamento non sono serviti a “risanare” il deficit e a farci uscire dal piano di rientro. Che in Calabria c’erano e ci sono molti più malati cronici e che avremmo per questo dovuto avere più finanziamenti, oltre a tutti gli istituti di statistica sanitaria, lo ha certificato anche il CDA n.103 del lontano 30 settembre 2015 (vidimato dai Ministeri prima dell’Economia e poi della Salute della serie tutti sanno) firmato dall’allora commissario al piano di rientro Scura che alla pag. 33 dell’allegato n.1 scrive “si denota una presenza di almeno il 10% di malati cronici in più che non nel resto d’Italia”. Visto che il DCA n. 103 è fornito di dettagliate tabelle ho potuto quantificare (allora nel 2015 oggi sono molti di più) in 287.000 i malati cronici in più nei due milioni di calabresi rispetto ad altri due milioni di italiani. Per questi malati cronici in più in Calabria dovrebbero, quindi, arrivare molti più fondi e non meno per come è sempre avvenuto. Sappiamo quanto costa curare una patologia cronica ogni anno, sappiamo quante sono le patologie per ogni ragione sarebbe logico e corretto finanziare le sanità regionali in base ai reali bisogni dei malati nelle varie regioni. Per questi malati cronici in più in Calabria sarebbero dovuti arrivare, con una stima al forte ribasso, almeno 150 milioni di euro in più ogni anno. Se si sommano quindi  i 100 milioni di euro avuti in meno da sempre per l’applicazione del criterio di riparto demografico, i 150 della mancata applicazione del criterio epidemiologico, i 100 della sovrattassa IRPEF e IRAP, i 30 milioni del prestito “lacrime e sangue” e i circa 200 in media ogni anno per le cure fuori regione si può capire perché la sanità regionale è ridotta all’emergenza. Se a tutto ciò si aggiungono i milioni per gli stipendi negli anni degli 11 commissari: uno regionale, 5 uno per ogni ASP e uno per ogni ospedale regionale vediamo che al danno si è aggiunta anche la beffa. Un’altra beffa è che nello stesso periodo in cui noi calabresi siamo dovuti entrare in piano di rientro per lo stesso ammanco di un miliardo e mezzo dovuto allo scandalo del San Raffaele di Milano lì il governo ha subito autorizzato quattro banche pubbliche (quindi anche con i soldi dei calabresi) a risanare il deficit . Cosa fare allora? Il governatore Occhiuto dovrebbe andare (sembra che mandi sempre un delegato) di persona alla prossima seduta della Conferenza Stato Regioni e pretendere a) l’applicazione completa della legge 662 per fare arrivare i giusti finanziamenti per i malati calabrese fatto indispensabile per poter chiedere contemporaneamente la chiusura del piano di rientro, b) la chiusura dell’usuraio prestito “lacrime e sangue”, c) la chiusura di tutti i costosi commissariamenti e d) la proroga del PNNR (firmato da Occhiuto stesso) per la completa sua applicazione  quanto riguarda i 20 ospedali di comunità di cui sembra solo due verranno completati, almeno a “risarcimento” dei 18 ospedali chiusi nel 2011  a causa dell’apertura del piano di rientro. La Campania che si trovava nelle nostre stesse condizioni ha avuto la chiusura del piano di rientro nientemeno che dalla Corte dei Conti cui si è rivolta il governatore De Luca. Sig. Governatore Occhiuto se vuole bene ai malati calabresi non deve perdere altro tempo altrimenti come Lei sa già i calabresi da quando è cominciato il piano di rientro continueranno ad avere (unica regione italiana) una aspettativa di vita alla nascita non in aumento ma in discesa. In pratica da quando è iniziato il piano di rientro in Calabria si muore prima. Se Lei, governatore Occhiuto, fa queste cose, magari le accise sui carburanti maggiorate le possiamo pure continuare a pagare. (gn)

(medico di Famiglia in pensione ed ex ricercatore Health Search LPD)

Da Ue e PNRR miliardi alla Calabria ma ritardi e burocrazia rallentano la crescita

di CARMELO IDÀ

Infrastrutture e trasporti, innovazione tecnologica, lavoro e turismo. E ancora competitività delle imprese, transizione energetica, salute e inclusione sociale, istruzione e cultura. Il menù completo porta la firma di Bruxelles. La Calabria deve infatti all’Europa decenni di continuo ed instancabile sostegno economico. Agende, programmi operativi e Fondi per lo sviluppo hanno consentito di realizzare importanti investimenti in tutti i settori, strategici e meno. Parliamo di oltre 70mila progetti dal 2000 ad oggi.

I programmi di finanziamento

Dal Por Calabria 2000/2006 fino all’ultimo Programma regionale Fesr Fse+, l’Unione europea ha stanziato 12,31 miliardi. A questi finanziamenti si aggiungono i fondi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, 11,63 miliardi, e quelli previsti dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, altri 8,17 miliardi. Trenta miliardi o giù di lì.

Cosa è stato fatto con questi soldi

La prima voce di bilancio in termini di spesa è quella relativa alle infrastrutture e ai trasporti. Seguono i lavori pubblici, gli investimenti in beni e servizi, gli incentivi alle imprese e i contributi a sostegno delle famiglie. Il comparto agricolo è quello che ha beneficiato molto dei fondi europei e che allo stesso tempo ha il più elevato tasso di percentuale di obiettivi di investimento raggiunti. Nel complesso i ritardi sono molto elevati, sia sul fronte dell’avanzamento dei lavori sia su quello dei pagamenti. Lo evidenzia la Corte dei conti.

La crescita della Calabria

Con il Por 2000/2006 alla Calabria sono stati concessi 4,1 miliardi. L’effetto sul Pil regionale è stato un incremento pari all’1,1% proprio a termine programma. Tra il 2008 e il 2014, però, gli effetti delle crisi economiche internazionali che si sono succedute hanno praticamente azzerato quel risultato riportando indietro la regione di anni. La pandemia ha fatto il resto rallentando la crescita. Nel 2025 il prodotto interno lordo regionale ha fatto registrare un balzo in avanti dell’1,3%, un risultato superiore rispetto alla media nazionale. Le previsioni di crescita per il 2026, a causa della crisi energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente, sono viste fortemente al ribasso, non oltre lo 0,6%.

La spinta esercitata dal Pnrr

La Banca d’Italia nel suo report annuale attribuisce gran parte del risultato di crescita del Pil alla spinta sugli investimenti esercitata dal Pnrr che ha contribuito ad un rafforzamento economico dell’intero Sistema regione. C’è la crescita ma, dice Bankitalia, i tempi della burocrazia frenano ancora lo sviluppo del territorio. Per la Corte dei Conti la spesa è rallentata a causa di persistenti difficoltà amministrative e progettazione carente, che frenano l’attuazione degli interventi. Non mancano le irregolarità e neppure i tentativi di frode. Questo vale per tutte le misure di sostegno europeo.

Le altre misure europee

Insieme ai fondi del Pnrr ci sono da spendere i 2,9 miliardi del Fondo europeo di sviluppo regionale e del Fondo sociale europeo plus e ben 8,17 miliardi del Fondo per lo sviluppo e per la coesione. Quest’ultimo porta in dote il finanziamento per la realizzazione dei nuovi ospedali di Vibo Valentia (126 milioni), della Piana di Gioia Tauro (116 milioni), della Sibaritide (102 milioni) e del termovalorizzatore di Gioia Tauro (372 milioni), progetto non ancora avviato.

I finanziamenti Fesr Fse+

Questo pacchetto finanzia principalmente l’innovazione tecnologica, la transizione digitale ed ecologica, il rafforzamento della competitività delle piccole e medie imprese e lo sviluppo sostenibile urbano e rurale. I fondi sostengono start-up, ricerca industriale e investimenti produttivi.

I finanziamenti Fsc

I Fondi per lo sviluppo e per la coesione destinati alla Calabria hanno una dotazione di 4,8 miliardi per le infrastrutture: 2,25 per l’ambiente, 1,6 per il trasporto, 900 milioni per le infrastrutture digitali e la competitività delle imprese. La piattaforma OpenFsc certifica che al 31 dicembre 2025 relativamente alla spesa per i 17.802 progetti previsti solo il 14% risulta concluso e l’8% è stato liquidato. Il 68% è in corso mentre il 10% non è stato ancora avviato. Secondo i dati OpenCoesione, i pagamenti monitorati ammontano a circa 214,7 milioni di euro su un totale programmato di circa 2,9 miliardi.

Oltre le scadenze, i rischi

Se i fondi strutturali e di investimento non vengono spesi entro i tempi stabiliti, si incorre in conseguenze finanziarie e operative definite dai regolamenti europei. La conseguenza principale è la perdita definitiva delle risorse che avviene con il “disimpegno automatico”. Significa che le risorse stanziate ma non spese o non certificate entro tre anni dalla fine dell’anno di impegno vengono automaticamente cancellate dalla Commissione europea. Di recente la giunta regionale ha riprogrammato 57 milioni di investimenti su 17 interventi diversi per scongiurare il rischio di perdere i fondi.

Perché la Calabria non riesce a stare al passo con le altre regioni

L’eccessiva frammentazione del quadro finanziario e la mancanza di una visione d’insieme frenano i risultati nel lungo periodo e non rendono strutturali gli obiettivi perseguiti con gli investimenti. Il mosaico si compone di tessere che finiscono per essere adattate ai tasselli che le devono contenere: i soldi stanziati hanno più importanza del modo in cui i progetti realizzati si inseriscono nella rete di sviluppo locale. 

Non è un problema solo calabrese, tant’è che la stessa Commissione europea ha deciso di far cambiare passo al sistema dei finanziamenti, non più a pioggia, ma mirati, sposando il sistema degli obiettivi adottati con il Pnrr. Per la Corte dei conti è importante prevedere cosa accadrà dopo la chiusura dei cantieri. Perché i progetti non gestiti al meglio risulteranno un inutile e dannoso spreco di denaro.

[Courtesy LaCNews24]

Crotone deve volare. Polemiche sullo scalo

di MARILINA INTRIERI – In queste ore assistiamo all’ennesimo tentativo di trasformare una questione strategica per il territorio, il futuro dell’aeroporto di Crotone, in terreno di polemica elettorale. È un copione già visto che rischia però di produrre un danno reale: indebolire un percorso faticosamente ricostruito dopo anni di crisi. Lo dico da donna politica che ha sempre operato per la salvaguardia di questa importante infrastruttura.

Chi oggi solleva critiche dovrebbe avere il senso della misura e della memoria. Nella fase in cui lo scalo attraversava le maggiori difficoltà, con bandi andati deserti e il concreto rischio di chiusura, non si registrarono iniziative risolutive durante il II Governo Conte, quando esponenti del territorio sedevano in quella maggioranza parlamentare.

L’aeroporto di Crotone non è una realtà consolidata che oggi subisce un ridimensionamento. È, al contrario, uno scalo che è ripartito dopo un fallimento, dopo anni in cui la sua chiusura era considerata da molti un esito inevitabile, anche alla luce delle scelte o delle inerzie di alcuni governi regionali precedenti. In tanti momenti difficili le istituzioni regionali, senza distinzioni di parte, lavorarono per evitare che il territorio perdesse definitivamente un’infrastruttura strategica.

Oggi, con l’attuale governo regionale guidato dal Presidente Roberto Occhiuto, si è costruito un modello di rete aeroportuale che tiene insieme Lamezia, Reggio Calabria e Crotone. Un modello necessario in una regione con una popolazione limitata ma con tre infrastrutture aeroportuali, che possono reggere solo se inserite in una strategia unitaria. Un’operazione complessa ma indispensabile, soprattutto per la struttura più fragile, che è proprio Crotone.

All’interno di questo disegno, la gestione affidata a Sacal e al suo amministratore delegato Marco Franchini sta portando avanti investimenti strutturali e una programmazione progressiva, fortemente sostenuti dal governo regionale. Un lavoro che non può essere letto con la lente della polemica quotidiana sul singolo aeroporto, o peggio sul singolo volo o sull’orario di un volo.

Leggo, anche sui social, che qualche rappresentante istituzionale locale parla di “paradosso”, senza riconoscere che la programmazione aeroportuale è per sua natura dinamica e regionale, non locale. Le scelte delle compagnie aeree, soprattutto low-cost, rispondono a logiche di mercato complesse. Il rafforzamento di uno scalo come Crotone richiede continuità, credibilità istituzionale e stabilità, non attacchi quotidiani che rischiano di minarne le prospettive.

Le criticità che esistono vanno affrontate: orari dei voli, collegamenti con mercati strategici, accessibilità per l’utenza. Ma trasformare ogni fase di assestamento in uno scontro politico significa indebolire lo scalo proprio nel momento in cui ha bisogno di essere tutelato per consolidarsi.

Va detto con chiarezza: oggi l’aeroporto di Crotone ha una prospettiva. E questa prospettiva è legata alla capacità della Regione, guidata dal Presidente Occhiuto, di sostenere una programmazione di medio periodo.

È su questo che la politica deve concentrarsi. Tra poco si apriranno nuove opportunità, e sarà proprio in quella fase che si misurerà la serietà di tutti: senza una forte e unitaria azione istituzionale, il rischio di tornare indietro non è teorico.

Per questo serve un cambio di tono.

Non una politica che cerca visibilità nella polemica, ma una politica che sostenga la programmazione regionale, accompagni il lavoro di Sacal e costruisca condizioni favorevoli per attrarre compagnie e nuove rotte.

L’aeroporto di Crotone non è un tema da campagna elettorale. È un’infrastruttura fragile, che ha già conosciuto il baratro.

Chi, come me, ha davvero a cuore il suo futuro lo sa: oggi più che mai servono responsabilità, concertazione e visione. La memoria istituzionale è il primo requisito della credibilità politica. Tutto il resto è rumore. (mi)

Bandiere blu in Calabria: un punto di partenza, non di arrivo

di NICOLA A. PRIOLO – L’Italia ogni anno si sveglia con la stessa liturgia balneare, una specie di rito laico che annuncia l’estate più di qualsiasi calendario: l’uscita delle Bandiere Blu. È un momento in cui le regioni si misurano come in una gara di atletica, chi ha più vessilli, chi ne perde uno, chi ne guadagna due, chi resta stabile e finge di essere soddisfatta. È un gioco di specchi, un esercizio di immagine, un modo per dire al mondo che il mare è pulito, che i servizi funzionano, che la spiaggia è degna di essere fotografata e postata. E ogni anno, puntuale, la Liguria si piazza in cima alla classifica, con i suoi trentatré vessilli che sventolano come un esercito ordinato, disciplinato, pronto a ricevere milioni di turisti che arrivano sapendo già cosa troveranno: parcheggi, treni, alberghi, ristoranti, porti, sentieri, comunicazione, brand, continuità.

La Liguria è un marchio, un’abitudine, un riflesso condizionato. È la certezza che, se vai lì, qualcosa troverai.

Poi c’è la Calabria, che quest’anno conferma le sue ventitré Bandiere Blu, un numero che farebbe pensare a una regione in piena salute, una regione che ha finalmente deciso di investire, di crescere, di mostrarsi. Ventitré località premiate, terza in Italia, davanti a regioni più ricche, più strutturate, più raccontate. Ventitré vessilli che, sulla carta, dovrebbero attirare fiumi di turisti, voli pieni, treni affollati, prenotazioni anticipate, entusiasmo, curiosità, ritorni. Ventitré Bandiere Blu che dovrebbero essere un biglietto da visita, un invito, una promessa. E lo sono in alcune zone della Calabria. Purtroppo in tanti cosi invece restano lì, come medaglie appuntate su un vestito che nessuno guarda, come premi vinti da un atleta che corre da solo in un campo abbandonato. Le Bandiere Blu non bastano, non servono, non incidono se tutto il resto intorno continua a essere fragile, intermittente, improvvisato, invisibile. La Calabria Grecanica, per esempio, non ne ha nemmeno una. Zero. Una cifra che pesa più di qualsiasi numero positivo, perché racconta un’assenza, una mancanza, un’occasione persa. E non perché il mare non sia bello, non perché l’acqua non sia pulita, non perché la costa non abbia potenzialità. Ma perché mancano i servizi, le infrastrutture, la continuità amministrativa, la capacità di presentarsi al mondo con un’immagine coerente. Manca la manutenzione, manca la progettazione, manca la volontà di trasformare un territorio in un sistema.

E così la Grecanica resta fuori dalla mappa, fuori dalla narrazione, fuori dal circuito turistico che conta. È un pezzo di Calabria che continua a vivere di un’estate corta, di un turismo di ritorno, di un affetto familiare che non si traduce mai in economia, in sviluppo, in futuro. E allora la domanda diventa inevitabile: a cosa servono le Bandiere Blu se poi i turisti non arrivano? Se la Liguria, con trentatré vessilli, conta cinque milioni di arrivi l’anno, mentre la Calabria, con ventitré, si ferma a un terzo? Se la Puglia, con ventisette, riempie aeroporti, treni, masserie, spiagge, mentre la Calabria resta lì, a guardare gli altri crescere? Se il vessillo è un simbolo, ma questo non si traduce in movimento, in economia, in lavoro, allora il problema non è il mare, non è la spiaggia, non è la qualità dell’acqua. Il problema è tutto il resto.

La Calabria Grecanica, poi, è l’esempio più evidente di questo cortocircuito. Un territorio che potrebbe essere un laboratorio di identità, di cultura, di paesaggio, di storia, di mare, di cammini, di archeologia, di enogastronomia. Un territorio che potrebbe raccontare un Mediterraneo diverso, più profondo, più autentico, più antico. E invece resta ai margini, come se fosse un’appendice, un pezzo di terra che non riesce a entrare nel discorso regionale. Zero Bandiere Blu non significa zero valore. Significa zero capacità di trasformare il valore in sistema. Significa zero investimenti strutturali. Significa zero continuità amministrativa.

Significa zero visione.

Che cosa ce ne facciamo delle Bandiere Blu se poi i turisti vanno altrove? Se il vessillo diventa un trofeo che non porta benefici? Se la Calabria continua a essere una regione che vince premi ma perde opportunità? Se la narrazione resta ferma, immobile, incapace di trasformare un dato positivo in un racconto convincente? Forse la risposta è che la Calabria deve smettere di accontentarsi di un numero, di un vessillo, di una classifica. Deve iniziare a costruire un’immagine, una reputazione, una presenza. Perché il turismo non è un miracolo, ma un lavoro. Non è un dono, ma una strategia. Non è un’estate, ma un progetto.

Le Bandiere Blu sono un punto di partenza, non un punto di arrivo. Sono un segnale, non una garanzia. Sono un’opportunità, non una soluzione. E finché la Calabria non capirà questo, resterà sempre una regione che ha tutto, ma non riesce a farlo vedere. Una regione che vince premi, ma non vince turisti. Una regione che ha ventitré Bandiere Blu, ma non ha ancora trovato il modo di farle diventare ciò che dovrebbero essere: un motore, non un ornamento. (nap)