La Calabria, una regione che “vive” di turismo e cultura solo due mesi l’anno

di LEO BERENOVIC – C’è un momento, ogni anno, in cui la Calabria sembra svegliarsi da un lungo sonno. Succede tra fine giugno e l’inizio di luglio, quando le prime luci dei palchi cominciano a spuntare nelle piazze, quando le Pro Loco tirano fuori i tavoli di legno, quando i comuni pubblicano i cartelloni estivi con la stessa enfasi con cui altrove si annunciano le stagioni teatrali. È il preludio dell’epopea delle sagre: un fenomeno che non è solo gastronomico, non è solo folklorico, non è solo turistico. È un fenomeno politico, economico, antropologico. È la fotografia di una regione che ha scelto di vivere due mesi l’anno e di sopravvivere negli altri dieci. La Calabria è una regione a fisarmonica: si apre a luglio, esplode ad agosto, si richiude a settembre. Il resto dell’anno è un lungo inverno culturale, anche quando il clima non lo sarebbe. È un paradosso che si ripete da decenni: una terra che potrebbe vivere di cultura dodici mesi l’anno, ma che concentra tutto, sagre, concerti, premi letterari, festival, rassegne, in un’unica stagione, come se il tempo stesso fosse un bene scarso, come se la cultura fosse un frutto che matura solo d’estate.

Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. I numeri degli aeroporti, soprattutto. Perché gli indicatori veri non sono le presenze ISTAT, spesso incomplete, ma gli arrivi aeroportuali: persone reali che entrano in Calabria. Lamezia Terme, il vero hub della regione, registra ogni anno tra i tre e i tre milioni e mezzo di passeggeri. E la distribuzione stagionale è chiarissima: giugno circa trecentomila arrivi, luglio quattrocentomila, agosto mezzo milione, settembre ancora trecentomila. Trecentomila arrivi in un mese che la Calabria considera “di coda”, “di chiusura”, “di rientro”. Trecentomila persone che arrivano quando i comuni hanno già smontato i palchi, quando le sagre sono finite, quando i premi letterari hanno già consegnato le targhe, quando la cultura torna a dormire. Reggio Calabria, l’altro aeroporto, è più piccolo: nel 2025 ha raggiunto il milione di passeggeri. Picco ad agosto, ma settembre e ottobre con ottime performance. L’autunno non è una stagione morta. Due dei tre mesi, vivi, pieni, attraversati da flussi costanti. Eppure, culturalmente, è un deserto.

Per capire perché, bisogna guardare alla struttura profonda della regione. La Calabria ha una caratteristica che nessun’altra regione italiana possiede: l’ottantacinque per cento delle presenze turistiche si concentra tra giugno e settembre. Non perché il resto dell’anno sia impossibile da vivere, ma perché la regione ha costruito un modello culturale basato sulla stagionalità estrema. È un modello che si autoalimenta: più eventi d’estate, più pubblico d’estate; più pubblico d’estate, più fondi d’estate; più fondi d’estate, più politica d’estate. È un ciclo che si ripete, che si rafforza, che diventa identità.

La politica del consenso gioca un ruolo decisivo. Un concerto porta voti. Una biblioteca no. Una sagra porta foto, folla, applausi. Un laboratorio linguistico grecanico porta quaranta persone motivate, ma zero ritorno mediatico. La cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. La programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo. La continuità è stata sostituita dalla stagionalità. Reggio Calabria è il caso più emblematico. Ogni estate investe tra trecentomila e un milione di euro in concerti, intrattenimento, palchi, service, artisti. La cultura strutturale — musei, biblioteche, teatri — riceve briciole. È la città che preferisce un concerto da ventimila persone a un progetto culturale annuale da duecento persone. È la città che ha trasformato il Lungomare in un palcoscenico politico. È la città che ha rinunciato a una programmazione culturale per inseguire la folla. È la città che ha scelto la quantità al posto della qualità, il rumore al posto della profondità, la visibilità al posto della costruzione.

Ma l’epopea delle sagre non è solo urbana. È anche dei borghi. Bova, Roghudi, Gallicianò, Palizzi, Condofuri: luoghi che potrebbero essere laboratori culturali europei. Luoghi che custodiscono una lingua antichissima, un patrimonio antropologico unico, una identità che non esiste altrove. E invece, d’estate, diventano un mosaico di sagre: della porchetta, del pane, del vino, della pasta fatta in casa. Sagre che costano tra i cinquemila e i venticinquemila euro, spesso finanziate da contributi regionali fino a cinquantamila euro, con sponsor privati da duemila a cinquemila euro, con Pro Loco che mettono volontariato e fondi propri.

La lingua greca di Calabria, patrimonio unico, viene celebrata in eventi estivi, non in progetti annuali. La cultura grecanica diventa folklore stagionale. Diventa un costume, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso. Diventa un ricordo, non un futuro.

E poi ci sono i comuni turistici: Scilla, Roccella, Siderno, Locri. Comuni che hanno un potenziale enorme, ma che lo usano solo d’estate. Scilla organizza eventi tra quaranta e centoventimila euro, tutti concentrati ad agosto. Roccella ha un Jazz Festival che è un gioiello, ma è sempre estivo, con un budget tra duecento e quattrocentomila euro. Siderno investe tra trenta e ottantamila euro in sagre e concerti. Locri tra cinquanta e centocinquantamila euro. L’archeologia, che potrebbe essere un motore culturale annuale, è relegata a iniziative sporadiche, occasionali, marginali.

Anche i premi letterari sono stagionali. Premio Tropea, Rhegium Julii, Premio Palmi, premi grecanici, festival di poesia: tutti concentrati tra luglio e agosto. Perché d’inverno non c’è pubblico. Perché i fondi regionali finanziano solo eventi turistici. Perché la politica vuole la folla. Perché la cultura è trattata come intrattenimento. La letteratura diventa un accessorio del turismo. Diventa una parentesi, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso.

Eppure, la Calabria potrebbe avere una stagione culturale lunga otto mesi. Potrebbe vivere di cultura da settembre a giugno. Potrebbe costruire una rete di comuni che collaborano, una strategia culturale regionale, una professionalizzazione degli operatori culturali. Potrebbe vivere di archeologia, di lingue minoritarie, di borghi, di trekking culturale, di festival letterari, di musica da camera, di teatro, di residenze artistiche, di scuole di scrittura, di laboratori permanenti.

Perché potrebbe? Perché il clima è mite fino a novembre. Perché la scuola inizia tardi. Perché il turismo lento è in crescita. Perché la diaspora rientra più volte l’anno. Perché i borghi sono vivi tutto l’anno. Perché i costi sono più bassi fuori stagione. Perché settembre ha trecentomila arrivi a Lamezia. Perché ottobre è ancora vivibile. Perché dicembre è un mese forte. Perché la cultura dice che la Calabria potrebbe essere molto di più. Ma non lo fa. Non lo fa perché mancano fondi per cultura annuale e strategie culturali. Non lo fa perché mancano reti tra comuni e spesso manca professionalizzazione. Non lo fa perché manca volontà politica e la cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. Non lo fa perché la programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo e perché la continuità è stata sostituita dalla stagionalità.

L’epopea delle sagre è un racconto affascinante. È un racconto che parla di comunità, di identità, di convivialità. È un racconto che parla di tavolate, di musica, di piazze piene, di estate che sembra non finire mai. Ma è anche un racconto incompleto. È un racconto che nasconde una fragilità profonda. È un racconto che mostra una regione che vive due mesi l’anno e sopravvive negli altri dieci. È un racconto che mostra una cultura che si accende e si spegne, che si apre e si chiude, che si mostra e si nasconde.

La Calabria potrebbe scrivere un’altra storia. Potrebbe scrivere una storia di cultura permanente, di identità strutturale, di continuità. Potrebbe scrivere una storia che non dipende dal clima, dai fondi, dalla politica del consenso. Potrebbe scrivere una storia che non vive solo d’estate. Potrebbe scrivere una storia che vive tutto l’anno. Ma per farlo deve scegliere se vuole essere una regione a fisarmonica o una regione a respiro lungo, se vuole vivere due o dodici mesi. Deve scegliere se vuole l’epopea delle sagre o l’epopea della cultura. Per ora, ha scelto le sagre. Ha scelto i palchi. Ha scelto i concerti. Ha scelto le piazze piene. Ha scelto la folla. Ha scelto la visibilità. Ha scelto l’estate. Ma la storia non è finita. La storia può cambiare. La storia può essere riscritta. La storia può essere allargata. La storia può essere approfondita. La storia può essere trasformata.

La Calabria può ancora scegliere. E forse, un giorno, lo farà. Io, intanto, da turista ottobrino, mi arrangerò, durante il fine settimana, nei giorni feriali tanti interessanti incontri, poco altro.

Non c’è troppo cemento in Calabria. è soltanto mal distribuito

di DOMENICO MAZZAProgettare il futuro di un territorio fragile come quello calabrese non significa imboccare la via della decrescita. Non significa rinunciare alle opere necessarie a rompere l’isolamento storico delle nostre comunità. Il progresso ha bisogno di infrastrutture moderne, sicure, efficienti. Negarlo sarebbe pura ipocrisia.

Ma la Calabria non soffre di un eccesso di cemento in senso assoluto.

Soffre di un cemento mal distribuito.

Piazzali che nessuno usa convivono con strade dissestate che tutti maledicono. Rotatorie sovradimensionate sorgono dove basterebbe un incrocio, mentre un ponte necessario resta un progetto sulla carta da vent’anni.

Il problema non è costruire. Il problema è costruire nel posto sbagliato, e non realizzare in quello giusto.

È qui che entra in gioco il depaving. Un principio che sta guadagnando credito in diversi contesti europei. Una visione di sistema che si inserisce a pieno titolo nei processi di rigenerazione urbano-naturalistica.

Leuven, in Belgio, ne è l’esempio più maturo: la rimozione sistematica dell’asfalto è parte integrante della sua strategia climatica urbana. Anche Genova lo ha inserito nel proprio piano urbanistico comunale.

Si tratta della rimozione fisica dell’asfalto e del cemento non più utili. Si restituisce così il suolo alla sua funzione originaria: assorbire l’acqua, produrre, respirare. Non è un concetto astratto importato da altri luoghi. È una pratica che sta prendendo piede per contrastare il dissesto idrogeologico e recuperare terreno produttivo.

Lo sviluppo non può più essere una colonizzazione a senso unico, dove ogni opera nuova si somma alla precedente senza che nulla venga mai tolto. La vera svolta culturale sta nel principio di reciprocità. Dove nasce il nuovo, il vecchio deve tornare alla terra.

Il depaving non frena chi costruisce. Corregge chi ha costruito male.

Non è un limite al fare. È il completamento del fare.

Strade doppie, piazze balena, pianure scivolo: lo stesso vizio ovunque

Il settore della viabilità offre l’esempio più immediato, e riguarda da vicino tutti gli enti competenti. Il depaving, del resto, trova nelle aree urbanizzate il suo terreno d’elezione. E in Calabria di aree urbane ce ne sono: centri costieri, collinari. Contesti contenuti nelle dimensioni, ma reali.

Negli ultimi decenni queste aree si sono chiuse nel cemento. Hanno perso l’equilibrio tra le strade e le aiuole, tra i marciapiedi e gli alberi.

È qui che si gioca la partita più delicata. Quando un ente pianifica una nuova strada, quel progetto dovrebbe rispondere a una sola domanda: quali sono le esigenze reali di quel tratto, di quei quartieri, di quei flussi di traffico? Se bastano due corsie per servire l’area, costruirne quattro è un doppio errore.

Un’opera sovradimensionata non restituisce grandezza. Al contrario, costa il doppio. Resta sottoutilizzata. Richiede più manutenzione nel tempo. E soprattutto sottrae suolo, verde, terra che in quel punto non andava tolta.

Quando nasce un tracciato moderno, poi, la vecchia carreggiata dovrebbe sparire. Troppo spesso non accade. Resta al suo posto, abbandonata al degrado: una ferita che non si rimargina mai. Una cicatrice impermeabile che il territorio si porta addosso.

Lo stesso vizio, nelle città, cambia forma.

Piazza Bilotti a Cosenza non è sbagliata perché è nuova. È sbagliata perché è stata pensata come una distesa di mattoni. Quasi una colata di cemento a simboleggiare una balena spiaggiata al centro della città.

Non è un caso isolato, sia chiaro.

Sulla falsariga, in diversi comuni calabresi, sono sorte altre piazze. Ma il disegno è stato sempre identico: il cemento ha preso il posto del verde senza alcun compromesso. Ovunque lo schema si ripeta, l’effetto è lo stesso: una fonte di calore impressionante. Un isolante che respinge ogni logica di mitigazione climatica.

Il problema, ancora una volta, non è costruire. È costruire senza lasciare che la terra respiri.

Il cemento assorbe calore, ma non restituisce ossigeno. Solo il suolo vivo lo fa.

Stesso registro si riscontra fuori dalle città. Qui, addirittura, si allarga fino a diventare sistema. Lungo il Crati, nelle piane alluvionali dello Jonio, nel Gioiese e nel Lametino, si sommano piazze di cemento, capannoni industriali mai decollati, strade secondarie che nessuno percorre. Insieme formano un unico, gigantesco scivolo. I drammatici eventi alluvionali degli ultimi vent’anni lo confermano. Quando le piogge si fanno violente, l’acqua non trova più la spugna naturale del terreno. Diventa un’onda, alimentata da ogni metro quadro di suolo sigillato senza motivo.

Pianificazione circolare: prendere, restituire, mettere in sicurezza

Rompere la catena delle emergenze richiede una pianificazione circolare, urbanistica e infrastrutturale insieme. Non basta, però, che i Comuni sappiano intercettare i fondi. Il problema è a monte. 

Ma lo strumento per uscire dall’impasse esiste già. L’Europa lo prevede da tempo: alcune Regioni, come l’Emilia-Romagna, lo hanno già colto. Anche la Calabria deve adeguarsi, se vuole davvero tutelare il proprio territorio.

Il PNRR, d’altronde, lo dimostra. In molti Comuni calabresi le risorse sono arrivate, anche in misura consistente. Ma la scelta è ricaduta spesso su opere che l’Europa finanzia, senza che venga richiesta alcuna restituzione alla terra. Piazze, riqualificazioni urbane, arredo urbano: interventi utili, forse, ma quasi mai accompagnati da un principio di compensazione coerente. 

Si somma cemento. Si restituisce poco, raramente abbastanza.

Bisogna cambiare prospettiva. Il depaving va generalizzato a tutti i bandi di riqualificazione urbana. Il cambiamento deve riguardare la regola del finanziamento, non un generico appello di principio. Ogni nuova opera pubblica, ogni ammodernamento infrastrutturale, deve contenere per obbligo un piano di compensazione tramite depaving.

Non deve restare un’eccezione. Deve diventare la regola.

Bisogna cancellare, smantellare, ridimensionare il cemento inutile. E rigenerare gli spazi in aree di laminazione naturale, in corridoi ecologici veri.

L’uomo prende, ma deve anche restituire! Non con un principio astratto: con bandi che impongano la restituzione. Con opere che creino equilibrio oltre che sicurezza. Con progetti che lascino respirare la terra invece di sigillarla.

Solo così la Calabria smetterà di rincorrere il fango dopo ogni pioggia.

Solo così comincerà, finalmente, a governare il proprio futuro invece di subirlo.

Prendere e restituire. Fare bene, o non fare.

Non c’è futuro senza pareggiare i conti con la terra.

(Comitato Magna Graecia)

Mariagrazia Arena è la nuova vicesindaca di Reggio

Vi svelo chi sarà a ricoprire il ruolo di vicesindaco al Comune di Reggio Calabria: Mariagrazia Arena. È uno dei magistrati di maggiore esperienza del distretto giudiziario di Reggio Calabria, dove ha ricoperto i principali incarichi direttivi degli uffici giudiziari». È quanto ha detto il sindaco di Reggio, Francesco Cannizzaro, rivelando sui social il nome del suo vice.

E non una persona qualsiasi: «Una donna delle istituzioni, apprezzata per il rigore istituzionale, le capacità organizzative e l’impegno nel miglioramento dell’efficienza degli uffici, con una costante attenzione ai procedimenti nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata», ha spiegato Cannizzaro, sottolineando come si tratti del primo vicesindaco donna nella storia di Reggio.

«È stata una proposta del tutto inaspettata, che mi ha colta alla sprovvista – dichiara Maria Grazia Arena – ma alla quale ho scelto di rispondere positivamente con profondo senso di responsabilità e gratitudine per la fiducia accordatami dal nuovo sindaco di Reggio Calabria. Ho sempre vissuto il mio percorso professionale con l’idea che il lavoro sia, prima di tutto, un servizio alla cittadinanza; con questo stesso spirito affronterò il ruolo che mi è stato proposto».

Il neo vicesindaco guarda alla nuova fase amministrativa che si apre per la città dello Stretto come a un momento di particolare importanza. «Siamo davanti a una fase nuova e stimolante per Reggio e, pur non essendo legata ad alcun partito, condivido pienamente l’entusiasmo, la visione e la volontà di cambiamento dell’onorevole Francesco Cannizzaro».

 

Arena ha poi voluto chiarire le motivazioni che l’hanno spinta ad accettare l’incarico, evidenziando come la decisione non sia stata influenzata da interessi personali o da ambizioni di carattere politico. «Alla luce dei diversi ruoli che ho ricoperto nel corso della mia esperienza professionale, è noto che non ho bisogno né di visibilità né di alcun vantaggio economico. Ciò che mi ha spinta ad accettare la proposta e ad assumere l’incarico di vicesindaco è esclusivamente la volontà di mettere le mie competenze e la mia energia al servizio della comunità a cui appartengo».

Parole che delineano l’approccio con cui Arena intende affrontare il nuovo ruolo all’interno dell’amministrazione comunale guidata da Cannizzaro, ponendo l’accento sul contributo che potrà offrire alla città. «Non ho accettato questo incarico per ciò che può dare a me – conclude Arena – ma per ciò che, mi auguro, potrò dare io alla mia città».

Il suo curriculum parla da solo, culminato nel 2016, quando il Consiglio Superiore della Magistratura l’ha nominata Presidente del Tribunale di Reggio Calabria.

Nel suo mandato decennale, tra le mura del Palazzo del Ce.DiR, Arena ha affrontato con il suo ufficio sfide cruciali, dalle croniche carenze di organico alla digitalizzazione dei servizi. Un ruolo che si è concluso a maggio 2026, con il formale passaggio di consegne al successore, il dottor Giuseppe Campagna, sigillando così una pagina storica per la giustizia reggina scritta all’insegna dell’autorevolezza e dell’indipendenza.

Ma facciamo un passo indietro: il percorso della dott.ssa Arena inizia nel 1981, anno del superamento del concorso in magistratura. I primi quattordici anni di carriera si sviluppano interamente sul campo, tra le trincee giudiziarie della provincia reggina. 

Tra il 1981 e il 1985 riveste le funzioni di Giudice presso il Tribunale di Locri, per poi trasferirsi fino al 1989 al Tribunale di Palmi. Il ritorno nella città dello Stretto avviene nel 1989, anno in cui assume l’incarico presso la Pretura Circondariale di Reggio Calabria, dove presterà servizio fino al 1995 consolidando una profonda conoscenza del tessuto sociale e criminale della regione.

Il 1995 segna il passaggio alle funzioni di secondo grado. Mariagrazia Arena fa il suo ingresso come Consigliere presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. All’interno degli uffici di Piazza Castello, il magistrato si distingue per rigore decisionale e capacità organizzative, doti che la porteranno, negli anni successivi, a ricevere la nomina di Presidente di Sezione nello stesso ufficio di secondo grado, un ruolo di grande responsabilità nella gestione dei delicati processi d’appello del distretto.

Tra i riconoscimenti, il Premio Kairos consegnatole nel 2023 per i suoi meriti «di rappresentante di una giustizia altamente professionale ed equa».

 

Il turismo internazionale resta il punto debole della Calabria

di FRANCESCO AIELLO E MICHELE MERCURIIl tema è particolarmente rilevante, poiché il turismo internazionale rappresenta il principale motore di crescita dei sistemi turistici nazionali ed europei. In molti territori italiani la domanda estera costituisce ormai la componente prevalente dei flussi turistici e contribuisce in misura decisiva alla destagionalizzazione, all’allungamento della permanenza media e alla crescita della spesa turistica. La Calabria continua, invece, a mostrare una forte dipendenza dalla domanda nazionale.

Alcuni dati consentono di collocare con precisione la Calabria nel panorama turistico italiano. Nel 2024 l’Italia ha registrato oltre 466 milioni di presenze, mentre la Calabria si è fermata a poco più di 8,1 milioni, pari all’1,75% del totale nazionale. Sul fronte del turismo internazionale, il divario appare ancora più marcato: in Italia il 54,5% delle presenze è generato da turisti stranieri, contro appena il 19,7% della Calabria.

Questa differenza emerge con ancora maggiore evidenza confrontando il peso della regione sul turismo complessivo con quello esercitato sul solo turismo internazionale. Pur rappresentando l’1,75% delle presenze turistiche nazionali, la Calabria intercetta appena lo 0,63% delle presenze straniere registrate in Italia. In altre parole, la regione partecipa ai flussi turistici internazionali in misura significativamente inferiore rispetto al suo già modesto peso nel turismo nazionale, segnalando una capacità di attrazione verso i mercati esteri ancora limitata.

La geografia dei turisti stranieri che scelgono la Calabria aiuta a comprendere meglio questa situazione. La Figura  mostra come il principale mercato estero sia la Germania, con oltre 500 mila presenze e una quota pari al 32,6% del totale straniero regionale. Seguono Repubblica Ceca (142 mila presenze), Polonia (102 mila), Regno Unito (98 mila), Svizzera (96 mila) e Austria (81 mila). Complessivamente, questi sei paesi generano oltre il 65% delle presenze straniere registrate nella regione.

Si tratta prevalentemente di mercati dell’Europa centrale e centro-orientale, fortemente orientati al turismo balneare e ai soggiorni nei villaggi e resort costieri. La composizione geografica della domanda estera appare quindi molto diversa da quella osservata nelle principali regioni turistiche italiane, dove assumono un ruolo più rilevante i mercati nordamericani, asiatici e dell’Europa occidentale.

Tuttavia, i valori assoluti non sono sufficienti per valutare la reale capacità attrattiva di una destinazione. Un mercato può infatti generare un elevato numero di presenze semplicemente per la sua dimensione.  Per questo motivo il rapporto introduce un indicatore particolarmente interessante: l’indice di specializzazione illustrato nella Figura 2 .

La Figura 2 consente di andare oltre i valori assoluti e di valutare la reale capacità della Calabria di attrarre i diversi mercati esteri. L’indice confronta il peso della regione nelle presenze italiane di ciascun paese con il peso medio della Calabria nel turismo nazionale. Valori superiori all’unità indicano una capacità di attrazione relativamente elevata; valori inferiori all’unità segnalano invece una presenza più debole di quanto ci si potrebbe attendere sulla base del peso complessivo della regione nel turismo italiano.

A una prima lettura il risultato appare netto: tra i principali mercati esteri soltanto la Repubblica Ceca presenta un indice superiore all’unità (1,65). Ciò significa che i turisti cechi scelgono la Calabria con una frequenza significativamente maggiore rispetto alla media dei visitatori che arrivano in Italia. Si tratta di un risultato coerente con la consolidata presenza dei flussi provenienti dall’Europa centro-orientale nelle principali località balneari della regione.

La distanza che separa la Repubblica Ceca dagli altri mercati è significativa. Nessun altro paese raggiunge infatti valori prossimi all’unità. Canada (0,68), Polonia (0,62), Ucraina (0,54) e Argentina (0,53) costituiscono il gruppo relativamente più favorevole, ma evidenziano comunque una capacità di attrazione inferiore alla media nazionale. La Calabria appare pertanto sovra-rappresentata in un solo mercato estero e sotto-rappresentata in tutti gli altri principali bacini di provenienza.

Più complessa appare invece la situazione dei grandi mercati europei. La Germania, pur rappresentando il principale mercato estero della Calabria in termini assoluti con oltre 500 mila presenze, registra un indice pari a 0,44. È probabilmente questo il dato più significativo dell’intera analisi. In altre parole, i turisti tedeschi arrivano numerosi in Calabria, ma in misura molto inferiore rispetto a quanto avviene nelle principali destinazioni italiane concorrenti. Una considerazione analoga vale per il Regno Unito (0,38) e soprattutto per la Francia (0,24), che evidenziano una capacità di attrazione relativamente modesta.

È proprio questa apparente contraddizione a rendere interessante la lettura dei dati. La Calabria non è assente dai principali mercati internazionali: tedeschi, britannici, francesi, svizzeri e austriaci sono presenti e contribuiscono in misura significativa ai flussi turistici regionali. Tuttavia, la loro incidenza risulta sistematicamente inferiore a quella osservata nel resto del Paese. Il problema, dunque, non sembra essere l’assenza di relazioni con i mercati internazionali, quanto piuttosto la limitata capacità della regione di intercettarne una quota più consistente.

Nel complesso, la Figura 2 restituisce l’immagine di una destinazione che mostra punti di forza in alcuni mercati specifici, ma che fatica ancora a consolidare una presenza competitiva nei principali bacini turistici internazionali. Più che una debolezza generalizzata, emerge una struttura della domanda estera fortemente selettiva, concentrata in pochi paesi e ancora poco diversificata rispetto a quella delle regioni italiane maggiormente inserite nei circuiti internazionali del turismo.

Questo risultato assume particolare rilevanza se si considera che la ripresa del turismo successiva alla pandemia è stata trainata soprattutto dalla componente internazionale. Mentre molte regioni italiane hanno beneficiato della crescita dei flussi provenienti dall’estero, la Calabria continua a dipendere in larga misura dal mercato nazionale e da un numero relativamente ristretto di paesi europei.

Naturalmente, questi dati non implicano che la regione sia priva di attrattività internazionale. Al contrario, esistono territori che mostrano una significativa capacità di attrazione verso la domanda estera. La provincia di Vibo Valentia, ad esempio, registra una quota di stranieri pari al 37,5%, quasi il doppio della media regionale, grazie soprattutto alla notorietà internazionale della Costa degli Dei. Tropea e Ricadi presentano quote di visitatori stranieri particolarmente elevate. Si tratta però di risultati concentrati in un unico sistema turistico locale, che non sembrano ancora tradursi in una più ampia internazionalizzazione dell’intero comparto regionale.

Se il primo limite strutturale del turismo calabrese è rappresentato dalla sua forte concentrazione territoriale, il secondo riguarda dunque la limitata capacità di attrarre domanda internazionale. La Calabria continua a partecipare solo marginalmente ai grandi flussi esteri diretti verso l’Italia e la sua presenza nei mercati internazionali appare ancora confinata a pochi segmenti specifici.

Comprendere le ragioni di questa debolezza è fondamentale per interpretare le prospettive future del settore. Prima di attribuirla esclusivamente a fattori di competitività, tuttavia, è opportuno distinguere tra diverse tipologie di turismo internazionale. Non tutti gli stranieri che arrivano in Calabria sono infatti turisti nel senso tradizionale del termine. Una parte dei flussi potrebbe essere collegata alla presenza delle comunità di origine calabrese residenti all’estero e ai fenomeni di ritorno nei luoghi delle proprie radici familiari.   Comprendere il peso effettivo di questi flussi è essenziale per valutare correttamente il grado di internazionalizzazione del turismo calabrese. Proprio questo tema sarà al centro del prossimo approfondimento. (fa e mm)

[Courtesy OpenCalabria)

Le madri sole, una povertà che richiede risposte urgenti

di GIUSY NURI Sappiamo da tempo che la povertà ha tanti volti, e uno di questi, pressoché sconosciuto, è quello delle cosiddette madri sole: nuclei monogenitoriali composti da donne con figli minori, tutte con storie diverse ma accomunate dalla condizione difficile di dover crescere un figlio senza avere un compagno accanto. Secondo i dati Istat, sono in forte ascesa – circa un milione e duecentomila in Italia, trentamila in Calabria.

Sono storie diverse: donne vittime di violenza che hanno denunciato il partner, donne separate o divorziate, vedove, ragazze madri che hanno detto no all’aborto accettando una maternità difficile. Volti che raccontano una povertà ancora nascosta e invisibile, soprattutto nelle regioni meridionali. Save the Children, nel dossier Le equilibriste. La maternità in Italia, ha raccontato gli ostacoli che queste donne affrontano per raggiungere autonomia economica e sociale, in quanto “single”, segmento particolarmente vulnerabile dell’universo femminile.

Nonostante la consapevolezza crescente, le madri sole restano invisibili agli occhi delle politiche pubbliche. Mancano interventi mirati, soprattutto sul piano fiscale, e chi affronta condizioni di ulteriore svantaggio – come la disabilità di un figlio o la condizione migrante – vive una doppia fragilità.

Proprio per dare una risposta concreta a questo grido di aiuto, il Centro Comunitario Agape favorì la nascita della Cooperativa Sociale Soleinsieme, con l’obiettivo di offrire alle donne un percorso di autonomia lavorativa e sociale, ma anche uno spazio di accoglienza e sostegno. Grazie alla Provincia di Reggio Calabria, guidata allora da Giuseppe Raffa, fu assegnato un bene confiscato in una zona centrale della città, dove nacque la Sartoria Sociale Soleinsieme: un progetto che unì istituzioni e realtà sociali, coinvolgendo anche i detenuti della Casa Circondariale di Arghillà in un percorso di giustizia riparativa per la ristrutturazione del bene.

Negli anni, la sartoria è cresciuta e si è trasformata: da semplice attività produttiva è diventata un luogo di incontro, ascolto e aggregazione, un punto di riferimento per le donne del territorio. Da questa evoluzione è nato lo Spazio Donna, un ambiente accogliente dove si intrecciano creatività, diritti, salute, benessere e orientamento. Qui le donne trovano percorsi personalizzati, laboratori esperienziali e momenti di confronto che favoriscono la crescita personale e la costruzione di nuove opportunità.

Lo Spazio Donna rappresenta oggi la naturale evoluzione della storia di Soleinsieme: dalla stoffa alle storie, dal lavoro alla cura, dalla manualità alla relazione. È un modello di welfare comunitario che continua a rispondere ai bisogni di lavoro, ascolto e sostegno psicologico, con attenzione alle nuove fragilità dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nel 2015, su impulso della Comunità Agape, fu presentato un progetto di legge per il sostegno delle famiglie monogenitoriali in difficoltà, approvato all’unanimità dalla Commissione Politiche Sociali ma poi naufragato per mancanza di copertura finanziaria. Sarebbe un segnale importante se quella iniziativa venisse ripresa dall’attuale governo regionale, per costruire alleanze tra istituzioni e terzo settore e favorire politiche di inclusione e autonomia per queste madri coraggio, che hanno diritto a essere ascoltate e a non essere lasciate sole.

(Presidente Cooperativa

Soleinsieme)

Rapporto Bankitalia, Nel 2025 il Pil della Calabria 1,1%: È il più alto del Sud e del Paese

di ANTONIETTA MARIA STRATINel 2025 il Pil della Calabria è il più alto del Sud e dell’Italia. È quanto emerso dal rapporto annuale L’Economia della Calabria di Bankitalia, che rileva come nella nostra regione il Prodotto Interno Lordo sia aumentato dell’1,1%, un valore superiore a quello osservato nel Mezzogiorno e nel Paese. Dati che si aggiungono a quelli appena rilasciati dalla Svimez, che certificano come «per il quarto anno consecutivo il Sud è cresciuto più della media italiana. I dati a consuntivo del 2025 registrano un PIL delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del centro-nord, con un tasso di crescita, però, inferiore al 2024 quando raggiunse l’1%».

«Non avveniva da molti anni – scrive la Svimez – dal periodo del boom economico del dopoguerra. Preoccupa, però, il dato del divario di crescita dell’Italia rispetto all’Unione europea. Se nel 2025 il Pil nazionale è cresciuto di mezzo punto percentuale, al di sotto anche dello 0,8% del 2024, resta stabilmente inferiore alla media Ue a 27, +1,5%. La Spagna prosegue la sua significativa espansione +2,8%, la Francia si attesta allo 0,8%, la Germania, invece, dopo la recessione del biennio precedente, è ferma a un modesto 0,2%», mentre Bankitalia rileva come «le aspettative per il 2026 risentono degli effetti derivanti dal conflitto in Medio Oriente, che ha già determinato un deterioramento della fiducia delle famiglie e delle imprese».

Nell’industria in senso stretto – si legge nel rapporto di Bankitalia – le vendite sono aumentate in misura moderata; l’attività di investimento si è mantenuta sui livelli dell’anno precedente, ancora favorita dall’ampio ricorso agli incentivi fiscali, tra i quali quelli legati alla Zona economica speciale per il Mezzogiorno (Zes unica). Gli scambi con l’estero hanno continuato ad espandersi per il quinto anno consecutivo, superando il miliardo di euro; l’incidenza sul Pil, seppur in crescita, rimane contenuta. Il settore delle costruzioni ha evidenziato un miglioramento, beneficiando dell’avanzamento dei lavori pubblici, in parte connesso alla prosecuzione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

«Nel triennio 2022-25 gli investimenti in opere pubbliche sono quasi raddoppiati – scrive la Svimez – in entrambe le aree del Paese: +88,3% al Sud e +87,8% al Centro-nord. Si registra, inoltre, una certa variabilità tra le singole regioni ma comunque in un contesto di crescita che per tutte, ad eccezione di Trentino Alto-Adige (regione a statuto speciale) e Abruzzo (dove la componente privata ha “corso”), è stato superiore al 60%. Le regioni che hanno fatto segnare gli incrementi più rilevanti sono il Friuli – Venezia Giulia , la Valle d’Aosta, il Lazio, la Toscana, la Puglia e la Calabria».

Le compravendite di abitazioni – scrive invece Bankitalia – sono tornate a crescere; i prezzi sono saliti, proseguendo la tendenza in atto negli anni più recenti. Anche nel terziario l’attività è aumentata. Le presenze turistiche sono cresciute sensibilmente, principalmente nella componente straniera. Gli aeroporti regionali hanno superato i 4 milioni di passeggeri, grazie all’incremento dei voli, che restano maggiormente concentrati nella stagione estiva, soprattutto quelli internazionali. I traffici di container presso il porto di Gioia Tauro – fortemente specializzato nel transhipment – hanno raggiunto un nuovo picco storico».

Lo scalo, infatti, segna un nuovo record con una movimentazione container, nel 2025, di circa 4,5 milioni di Teu, in aumento del 14% sull’anno precedente. Si tratta – evidenzia il rapporto – di circa un terzo del totale del trasporto di container in Italia.

La redditività è rimasta positiva per la maggior parte delle imprese, favorendo un ulteriore incremento della liquidità aziendale, che si collocava già su livelli storicamente elevati. Il settore produttivo regionale, pur avendo registrato negli ultimi anni un lieve rafforzamento della dimensione media delle imprese, resta ancora fortemente polarizzato su realtà di piccola scala. La capacità innovativa e l’intensità brevettuale regionale continuano ad essere tra le più basse del Paese.

Prendendo in prestito i dati dalla Svimez, si può notare come «nel Sud spicca il dato dell’Abruzzo +1,9%, grazie al traino dell’industria e, in particolare, delle costruzioni. Anche la Campania registra un buon risultato con una crescita dello 0,9%, la Calabria fa meglio della media nazionale con uno 0,8%».

Nel 2025 – scrive Bankitalia – l’occupazione in Calabria è cresciuta più intensamente che nel Mezzogiorno e nella media nazionale, con un aumento sia dei lavoratori dipendenti sia, in misura più marcata, degli autonomi. Il miglioramento si colloca in un contesto caratterizzato da una dinamica salariale di lungo periodo meno favorevole rispetto al resto del Paese, anche legata alla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni accumulata nel biennio 2022-23 e non ancora pienamente recuperata. La crescita dell’occupazione si è accompagnata a una riduzione delle persone in cerca di lavoro, a fronte di una quota di soggetti inattivi rimasta stabile su livelli elevati nel confronto con la media nazionale.

Il reddito reale delle famiglie calabresi ha continuato a crescere, sostenuto dall’espansione dell’occupazione. Pur in presenza di una lieve ripresa dell’inflazione, i consumi hanno mostrato una dinamica positiva, in miglioramento rispetto al biennio precedente, beneficiando anche dell’incremento dei flussi turistici; è rimasto ampio il ricorso al credito al consumo.

La dinamica dei prestiti al settore privato non finanziario si è rafforzata, sospinta dall’intensificarsi della crescita del credito alle aziende di medie e grandi dimensioni e dalla ripresa dei mutui abitativi alle famiglie. Il costo dei finanziamenti si è ridotto per le imprese, mentre è rimasto pressoché stabile per le famiglie. Il tasso di deterioramento del credito è diminuito per le imprese, collocandosi su un livello prossimo al valore medio nazionale e inferiore a quello del Mezzogiorno; per le famiglie consumatrici l’indicatore è rimasto stabile. L’espansione dei depositi bancari si è intensificata, soprattutto per il settore produttivo; il valore di mercato dei titoli in custodia ha continuato a crescere, anche se a un ritmo meno intenso dell’anno precedente. La rete degli sportelli bancari presenti sul territorio regionale si è ulteriormente ridimensionata.

Bankitalia, poi, ha rilevato come «la situazione di bilancio è migliorata per la Regione, che ha conseguito il pieno rientro dal disavanzo; per le Province e i Comuni permane invece una condizione meno favorevole rispetto al complesso degli enti locali a livello nazionale. Nel triennio 2022-24 è proseguito il processo di digitalizzazione dei Comuni calabresi, favorito anche dall’aumento della spesa per investimenti in nuove tecnologie; nel confronto nazionale persistono tuttavia ritardi nell’erogazione dei servizi online».

Rilevante, poi, il contributo del turismo per l’economia regionale: rispetto alla media nazionale, la spesa turistica incide in misura più elevata sui consumi interni e il settore dell’ospitalità assorbe una quota maggiore di occupazione, soprattutto nei mesi estivi; tuttavia, anche per l’ampio ricorso a forme contrattuali flessibili, i livelli retributivi risultano inferiori a quelli medi degli altri settori.

«Il comparto turistico in regione – si legge – presenta ancora ampi margini di crescita. L’intensità turistica – misurata dal rapporto tra presenze e popolazione residente – è inferiore al dato nazionale; nell’ultimo decennio le presenze sono aumentate ma meno della media del Paese, risentendo di un recupero più lento nella fase post-pandemica. Il settore si caratterizza ancora per una forte concentrazione sulle aree costiere, un’elevata stagionalità e una minore incidenza delle presenze straniere».

La dotazione di posti letto relativamente più ampia in rapporto agli abitanti si associa a un più basso grado di utilizzo delle strutture alberghiere, che si allinea ai valori nazionali solo nei mesi di luglio e agosto. La qualità delle strutture risulta in miglioramento, anche se resta più contenuto in regione il peso di quelle di fascia più alta. L’offerta ricettiva presenta una dimensione media più elevata, in riduzione negli ultimi anni anche per l’ingresso sul mercato di piccoli operatori del comparto extra alberghiero. L’incidenza degli affitti brevi risulta inferiore rispetto alla media nazionale, nonostante una maggiore disponibilità di abitazioni non occupate (vuote o utilizzate da non residenti). «I dati diffusi dalla Banca d’Italia rappresentano una positiva notizia per la Calabria e confermano che la nostra regione sta cambiando passo». È quanto afferma il Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Salvatore Cirillo.

«La crescita del Pil dell’1,1%, superiore alla media del Mezzogiorno e dell’Italia, l’aumento dell’occupazione del 3,8%, il calo della disoccupazione, l’export cresciuto del 10,8% e il nuovo record del porto di Gioia Tauro raccontano una Calabria più dinamica, più competitiva e più fiduciosa».

«Questi dati vanno letti dentro il percorso avviato in questi anni dal governo regionale guidato da Roberto Occhiuto. Un’azione seria, concreta e determinata, che sta producendo effetti misurabili sull’economia, sul lavoro, sulle infrastrutture e sulla capacità della Calabria di attrarre investimenti e opportunità».

«Non si tratta di un punto di arrivo, ma di una solida base da cui ripartire per costruire il futuro della nostra terra. La strada intrapresa è quella giusta. Come Consiglio regionale, in piena sintonia con l’esecutivo, continueremo a sostenere ogni iniziativa utile a consolidare questa crescita, creare nuova occupazione e valorizzare i territori, per fare della Calabria una protagonista centrale e propositiva nel contesto del Mezzogiorno e dell’intero Paese», conclude Cirillo.

«Il rapporto annuale della Banca d’Italia certifica in maniera autorevole la solidità dell’azione di governo portata avanti dalla Regione Calabria sotto la guida del presidente Roberto Occhiuto e della maggioranza di centrodestra». È quanto afferma il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Giacomo Crinò, commentando i dati contenuti nell’ultimo rapporto sull’economia regionale.

«Conti in ordine, crescita dell’export del 10,8%, aumento degli investimenti e dell’occupazione delineano una Calabria che ha cambiato passo. Sono risultati che premiano una visione politica chiara, una gestione responsabile delle risorse pubbliche e un lavoro quotidiano che continua a produrre effetti concreti sul territorio. La sfida adesso è consolidare questi traguardi e proseguire con determinazione lungo il percorso di crescita e sviluppo intrapreso». (ams)

Tre km di mare e decenni di distanza: Il dibattito che manca allo Stretto

di MASSIMO MASTRUZZO – Negli ultimi mesi il progetto del collegamento stabile tra Sicilia e continente è tornato al centro del dibattito pubblico nazionale. Come spesso accade in Italia quando si parla di grandi opere, il confronto si è rapidamente trasformato in uno scontro ideologico: favorevoli contro contrari, sostenitori dello sviluppo contro difensori dello status quo, visioni politiche contrapposte che finiscono per oscurare la questione più importante.

Perché il vero tema non è il Ponte.

Il vero tema è il rapporto che l’Italia ha avuto con il proprio Mezzogiorno negli ultimi decenni e la difficoltà di affrontare con onestà intellettuale il problema del divario infrastrutturale che continua a separare una parte del Paese dal resto della nazione.

È difficile negare che il Centro-Nord abbia beneficiato della gran parte degli investimenti destinati all’Alta Velocità ferroviaria. La dorsale Torino-Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli rappresenta una delle più importanti opere infrastrutturali realizzate in Italia e ha contribuito in modo decisivo alla crescita della mobilità, della competitività e dell’integrazione economica di vaste aree del Paese.

Allo stesso tempo, però, è altrettanto difficile ignorare che gran parte del Mezzogiorno sia rimasta esclusa da questo processo.

Oggi la rete ferroviaria italiana ad Alta Velocità, quella progettata per velocità comprese tra 250 e 300 km/h, si interrompe sostanzialmente a Salerno. Calabria, Basilicata, Molise e Sicilia non dispongono di infrastrutture comparabili a quelle presenti lungo l’asse principale del Paese. La Sicilia, in particolare, non possiede alcuna linea AV nel senso tecnico del termine e persino i grandi investimenti in corso sulla direttrice Palermo-Catania-Messina prevedono prestazioni inferiori rispetto alle linee storiche del Centro-Nord.

Si tratta di una realtà oggettiva che raramente occupa il centro del dibattito pubblico nazionale.

Eppure, mentre si discute del costo del collegamento stabile sullo Stretto, spesso si dimentica che l’Italia ha già investito e continua a investire decine di miliardi di euro in altre infrastrutture ferroviarie strategiche.

La sola direttrice Milano-Venezia, con particolare riferimento alla tratta Brescia-Verona-Padova, comporta investimenti che raggiungono valori per chilometro superiori a quelli delle prime linee AV italiane. Il Terzo Valico dei Giovi, le opere di accesso al Brennero, la Torino-Lione e i grandi nodi ferroviari di Bologna, Firenze e Roma hanno assorbito e assorbiranno complessivamente decine di miliardi di euro.

Nessuno mette seriamente in discussione la loro funzione strategica. Ed è giusto che sia così.

Le infrastrutture servono a creare sviluppo, ridurre le distanze, aumentare la competitività e migliorare la qualità della vita dei cittadini.

La domanda che molti si pongono è dunque un’altra: perché quando si investe nel Nord si parla quasi esclusivamente di opportunità, mentre quando si investe nel Sud il dibattito sembra concentrarsi soprattutto sui costi?

Naturalmente il collegamento stabile sullo Stretto può e deve essere sottoposto a valutazioni rigorose. È legittimo interrogarsi sulla sostenibilità economica dell’opera, sui tempi di realizzazione, sugli aspetti ambientali e sulle priorità della spesa pubblica.

Ma un confronto serio dovrebbe analizzare anche ciò che questa infrastruttura potrebbe produrre in termini di benefici economici, logistici e territoriali.

Oggi l’attraversamento dello Stretto rappresenta uno dei principali colli di bottiglia della mobilità italiana. I treni che collegano Sicilia e continente devono ancora affrontare procedure di traghettamento che comportano tempi di attesa e operazioni incompatibili con una moderna rete ferroviaria ad alte prestazioni.

Non si tratta di una questione simbolica o ideologica.

Si tratta di un limite infrastrutturale reale che interrompe la continuità della rete nazionale.

Il fattore tempo: la vera infrastruttura del XXI secolo

Nel dibattito sul Ponte si parla molto di denaro e troppo poco di tempo.

Eppure tutte le grandi rivoluzioni infrastrutturali degli ultimi decenni sono nate da un obiettivo preciso: ridurre il tempo necessario per spostare persone e merci.

La storia dell’Alta Velocità italiana ne è la dimostrazione più evidente.

Quando Milano e Roma sono state collegate da una rete ferroviaria moderna, i tempi di percorrenza si sono ridotti drasticamente. Quel cambiamento non ha semplicemente migliorato il trasporto ferroviario: ha modificato il modo in cui le due principali aree economiche del Paese si relazionano tra loro.

Ridurre i tempi significa avvicinare territori, ampliare i mercati del lavoro, favorire gli investimenti, attrarre imprese, incrementare il turismo e rendere più efficiente l’intero sistema economico.

Oggi, invece, una parte significativa del Mezzogiorno continua a trovarsi in una condizione di distanza temporale dal resto del Paese che appare sempre meno compatibile con le esigenze di una moderna economia europea.

Raggiungere Palermo da Roma in treno richiede ancora circa undici o dodici ore. Per Catania si sfiorano frequentemente le dieci ore. Anche i collegamenti con la Calabria rimangono significativamente più lenti rispetto agli standard delle principali direttrici nazionali.

Il completamento della linea AV/AC Salerno-Reggio Calabria, insieme al collegamento stabile sullo Stretto e agli interventi di ammodernamento ferroviario in Sicilia, potrebbe modificare radicalmente questo scenario.

Le stime oggi disponibili indicano una significativa riduzione dei tempi di percorrenza tra il Centro Italia e l’estremo Sud della penisola. Roma e Reggio Calabria potrebbero essere collegate in poco più di tre ore e mezza. Roma e Messina potrebbero avvicinarsi alle quattro ore. Palermo e Catania diverrebbero sensibilmente più accessibili rispetto alla situazione attuale.

Naturalmente questi risultati non dipenderebbero esclusivamente dal collegamento stabile sullo Stretto. Sarebbero il frutto di un sistema infrastrutturale integrato composto da nuove linee ferroviarie, tecnologie più moderne e collegamenti più efficienti.

Tuttavia è difficile immaginare una piena continuità ferroviaria tra Sicilia e continente senza il superamento dell’attuale interruzione rappresentata dallo Stretto.

Ed è proprio questo il punto.

Nel XXI secolo la competitività di un territorio si misura sempre più in ore e minuti.

Le regioni che restano lontane dalle grandi reti di trasporto rischiano inevitabilmente di perdere attrattività, investimenti e opportunità di crescita. Al contrario, quelle che vengono integrate nei principali corridoi logistici e ferroviari europei acquisiscono nuove possibilità di sviluppo.

La riduzione delle distanze temporali non è un lusso.

È una condizione essenziale per garantire pari opportunità economiche e sociali ai cittadini.

Il Mezzogiorno lontano da se stesso

Esiste poi un aspetto del dibattito infrastrutturale che raramente trova spazio nel confronto pubblico nazionale.

Quando si parla di divario tra Nord e Sud, l’attenzione si concentra quasi sempre sui collegamenti verso Roma, Milano o Torino. Eppure una delle principali criticità del Mezzogiorno riguarda i collegamenti interni tra le stesse regioni meridionali.

Paradossalmente, il Sud non è soltanto lontano dal Nord. In molti casi è lontano da sé stesso.

Spostarsi tra due città del Mezzogiorno può richiedere tempi incompatibili con le esigenze di una moderna economia europea. Collegamenti che in linea d’aria separano territori relativamente vicini diventano viaggi lunghi, complessi e spesso poco competitivi.

Basta osservare alcuni esempi concreti. Raggiungere Vibo Valentia partendo da Lecce può richiedere tempi di viaggio superiori a quelli necessari per attraversare alcune nazioni europee. Situazioni analoghe si riscontrano nei collegamenti tra Calabria e Puglia, tra Basilicata e Calabria, tra Molise e Puglia o tra Sicilia e resto del Sud.

Questa frammentazione infrastrutturale produce conseguenze economiche rilevanti.

Le imprese incontrano maggiori difficoltà nel costruire filiere produttive integrate. I lavoratori vedono ridursi le opportunità di mobilità professionale. Gli studenti universitari affrontano spostamenti più lunghi e costosi. Il turismo stesso risente della difficoltà di creare itinerari rapidi e competitivi tra territori che potrebbero invece rappresentare un unico grande sistema economico e culturale.

Per questo motivo il tema delle infrastrutture nel Mezzogiorno non può essere affrontato esclusivamente come una questione di collegamento con il Nord Italia.

La vera sfida consiste nel costruire una rete capace di connettere efficacemente il Sud con il resto del Paese ma anche il Sud con sé stesso.

In questa prospettiva, opere come la Napoli-Bari, la Salerno-Reggio Calabria, il potenziamento della Palermo-Catania-Messina e il collegamento stabile sullo Stretto non rappresentano interventi isolati, ma parti di un unico disegno infrastrutturale destinato a ridurre le distanze interne del Mezzogiorno e a trasformare territori oggi separati in un sistema maggiormente integrato.

Un’opera che riguarda l’Italia, non soltanto Sicilia e Calabria

Non è un caso che l’Unione Europea consideri il collegamento stabile dello Stretto uno degli elementi strategici del corridoio Scandinavia-Mediterraneo, una delle principali direttrici della rete TEN-T destinata a collegare il Nord Europa al Mediterraneo.

L’opera non viene considerata rilevante perché rappresenta un simbolo politico.

Viene considerata rilevante perché costituisce l’anello mancante di una catena infrastrutturale che dovrebbe garantire continuità ai flussi ferroviari e logistici lungo uno degli assi più importanti del continente.

Per questo motivo ridurre il dibattito a una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari rischia di essere un errore.

La vera domanda non è se il collegamento stabile sullo Stretto sia una grande opera.

Lo è. Così come lo sono state la Milano-Bologna, il Terzo Valico, il Brennero o la Torino-Lione.

La vera domanda è se l’Italia intenda affrontare finalmente il tema dell’integrazione infrastrutturale del Mezzogiorno con lo stesso approccio utilizzato per altre aree del Paese.

Per decenni il Sud ha accumulato ritardi infrastrutturali che continuano a pesare sulla competitività delle imprese, sulla mobilità dei cittadini e sulla capacità di attrarre investimenti.

Discutere il progetto è legittimo. Criticarlo è legittimo. Persino respingerlo, se studi e valutazioni dimostrassero che esistono soluzioni migliori, sarebbe legittimo.

Ciò che appare sempre meno accettabile è che il confronto si sviluppi quasi esclusivamente sul terreno dell’appartenenza politica e dell’ideologia.

Perché un’opera di questa portata non dovrebbe essere valutata in base a chi la propone o a chi la contesta.

Dovrebbe essere valutata in base a una domanda molto più semplice: quale Italia vogliamo costruire nei prossimi cinquant’anni?

Un’Italia in cui una parte del territorio continua a rimanere strutturalmente più distante dal resto del Paese oppure un’Italia che prova finalmente a completare la propria rete infrastrutturale e a garantire a tutti i cittadini le stesse opportunità di mobilità, sviluppo e crescita.Perché, in fondo, il collegamento stabile tra Sicilia e continente non riguarda soltanto l’attraversamento di tre chilometri di mare.

Riguarda il modo in cui una nazione decide di connettere le proprie comunità, di distribuire opportunità e di costruire il proprio futuro.

Per decenni l’Italia ha investito per accorciare le distanze tra le aree più sviluppate del Paese.

Oggi la vera sfida è capire se intenda fare lo stesso con quelle che sono rimaste più lontane.

Il dibattito dovrebbe partire da qui. Non dalla domanda su chi sia favorevole o contrario.

Ma dalla domanda se sia accettabile che milioni di cittadini continuino a vivere in territori che impiegano il doppio del tempo per raggiungere il resto del Paese, che dispongono di collegamenti meno efficienti e che restano ai margini delle principali reti europee di trasporto. Perché la velocità non è soltanto una questione ferroviaria.

È una questione di diritti, opportunità e competitività. Ed è su questo terreno che dovrebbe misurarsi il confronto pubblico, se davvero si vuole discutere del futuro del Mezzogiorno e dell’Italia intera. (mm)

(Direttivo Nazionale MET – Movimento Equità Territoriale)

La clamorosa inchiesta della Procura di Roma: un terremoto giudiziario non farà crollare il Ponte

di SANTO STRATI  – La Procura di Roma ha fatto sapere attraverso una nota di aver aperto un’indagine per “corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio” contro l’ex Presidente aggiunto della Corte  dei Conti, Tommaso Miele, l’ex componente del Consiglio di Amministrazione della Società Stretto di Messina, avv. Giacomo Francesco Saccomanno, e l’imprenditore reggino, residente a Roma, Vincenzo Virgiglio.  La Procura romana ha incaricato i carabinieri del Ros a eseguire un decreto di perquisizione a carico dei tre indagati: sono stati sequestrati cellulari e altri dispositivi elettronici e documenti che – secondo quanto riferisce la nota della Procura – “verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.

Le indagini, come spiega la nota della Procura di Roma, “hanno documentato le condotte dei tre – indagati, in concorso tra loro, per corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio – tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica ‘Ponte sullo Stretto di Messina’”.

Un vero e proprio terremoto giudiziario “contro” il Ponte, che arriva a poche settimane dalla prevista consegna delle risposte della Società Stretto di Messina ai rilievi mossi dalla Corte dei Conti con la sentenza del 29 ottobre scorso che ha bocciato la delibera del Cipess che dava il via alla costruzione dell’Opera sullo Stretto. Non sarà questo, comunque a bloccare l’iter del progetto che, com’è noto, si trova ad avere numerosi “avversari” più per pura ideologia che per concrete valutazioni di carattere scientifico.                      

Il Ponte, non è un mistero, non piace alla Sinistra perché è un progetto di “destra” (anche se piaceva a Prodi e a molti esponenti dell’Ulivo prima che Monti ne decretasse nel 2011 la fine) e questo ha fatto sì che il confronto si sia spostato dal piano scientifico (se soltanto si facessero parlare gli scienziati e solo chi ha la competenza per farlo) a quello ideologico. Un progetto faraonico che l’Europa ci chiede e che non collega due sponde, bensì l’Europa al Mediterraneo, ipotizzando un hub di sviluppo del territorio calabro e siculo senza precedenti. E con le conseguenti positività derivanti dalla costruzione dell’Opera: ovvero l’alta Velocità ferroviaria e la nuova Statale 106. Senza queste due infrastrutture il Ponte non avrebbe senso, quindi è facile immaginare che la costruzione del Ponte sarebbe condizionata alla realizzazione della vera Alta Velocità (Roma-Reggio in tre ore non è un sogno irrealizzabile) e di tutte le altre opere stradali di collegamento che darebbero vita a una seria “rivoluzione” nella mobilità calabrese e siciliana. E non dimentichiamo il ruolo strategico del Porto di Gioia Tauro in questo disegno grandioso che è avversato da chi non ama il Mezzogiorno.

Con questo sia chiaro che a nessuno è permessa alcuna allusione a “inchieste a orologeria”, perché il lavoro delle Procure merita il massimo rispetto e la legalità è l’unico baluardo a difesa della democrazia. Certo, se l’inchiesta dovesse diventare – secondo uno standard ormai consolidata – molto lunga, non aiuterà a snellire l’iter procedurale che dovra condurre a una nuova deliberazione del Cipess e a un nuovo esame della Corte dei Conti.

Secondo la nota della Procura, “L’avvocato e l’imprenditore, al fine di condizionare l’esame della Corte dei Conti in favore della società ‘Stretto di Messina Spa’, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata. I due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, secondo l’accusa, avrebbe offerto la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla Corte Contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.

Sono accuse molto pesanti che gettano molte ombre sull’intera vicenda del Ponte che ha sempre seguito i massimi criteri di trasparenza. Sono accuse che – ci auguriamo – dovrebbero essere supportate da una montagna di documenti inoppugnabili: perché ci sia corruzione ci deve essere un “corruttore” e un “corrotto”. Falcone diceva “seguite i soldi”: la Procura ha trovato la “pistola fumante” con un giro di denato sospetto?
Perché, intanto, è stata messa sotto le scarpe la reputazione di tre persone che – fino a quando una sentenza non dichiarerà il contrario – sono persone per bene, inserite nella società.

Quali benefici personali sarebbero derivati da queste presunte azioni corruttive e dalla rivelazione di segreti che tali non potrebbero non essere, visto che la sentenza della Corte dei Conti è pubblica e non “riservata”. E quali vantaggi ne sarebbero derivati alla Società Stretto di Messina che si è vista bocciare il progetto da una sentenza sfavorevole, perdendo praticamente un anno nell’iter realizzativo?

A queste domande ci saranno risposte, ci auguriamo, rapide, perché diversamente si sarà costretti a pensare che, ancora una volta, la cultura del sospetto e l’inosservanza del dettato costituzionale sulla presunzione d’innocenza possono distruggere carriere onorate e vite private.

Esempi di malagiustizia ce ne sono fin troppi. Si chiede solo una giustizia rapida che dia risposte.

Ne hanno diritto i tre indagati, su cui il fango mediatico è già partito e sarà impossibile da ripulire, ove dovessero risultare “non colpevoli”.

Ma, intanto, ancora una volta un avviso di garanzia non tutela l’indagato, ma legittima una “condanna” mediatica irreversibile e non oppugnabile.

La Calabria vola, ma solo a metà: troppe criticità negli aeroporti

di LEO BERENOVIC – C’è un’immagine che continua a tornarmi in mente: l’aereo per Bruxelles che parte pieno, e la città che resta vuota. È un’immagine semplice, quasi banale, ma racconta tutto. Racconta una Calabria che vola, sì, ma vola solo a metà. Perché questo volo, che pure ha registrato un riempimento dell’83% – un numero dignitoso, persino buono per una rotta stagionale – non porta nessuno dentro. Porta via i calabresi, riporta chi vive fuori, ma non introduce nessuno alla regione. È un flusso monodirezionale, come monodirezionale è diventata la vita economica e sociale di Reggio Calabria.

E la cosa più evidente, quando sali su quell’aereo, è l’età media. Sui voli per la Spagna – Alicante, Malaga, Palma, Ibiza, Valencia – vedi famiglie con bambini, passeggini, giovani coppie, gruppi di amici, nonni che viaggiano con i nipoti. L’età media è tra i venticinque e i quarantacinque anni. È un’umanità che si muove per piacere, per scoprire, per vivere il Mediterraneo. Sull’aereo per Reggio, invece, siamo quasi tutti over cinquanta. Over sessanta. Pensionati. Emigrati di ritorno. Figli e nipoti che tornano a casa. È un volo di ritorno, non di scoperta. Un volo che porta via, non che porta dentro.

Eppure, quando parlo della Calabria Grecanica, succede qualcosa che mi sorprende ogni volta. Le persone si accendono. Mi dicono che è da anni che vogliono venire in Calabria. E non è una frase di cortesia: è reale. Perché ormai hanno già fatto tutto. Hanno visto la Sardegna, la Toscana, la Sicilia, il Lago di Garda, le Cinque Terre, le Dolomiti, le Alpi, Napoli, la Puglia. La Calabria è l’ultimo grande “non visto” d’Italia, l’ultima frontiera autentica del Mediterraneo. È il luogo che tutti desiderano, ma che nessuno sa come affrontare.

E qui arriva la parte che mi pesa di più: sono costretto a dire la verità. Dopo aver esaltato la Calabria in tutti i modi possibili, arriva inevitabile la domanda: “Come ci si arriva? Come ci si muove? Dove si dorme? Quanto ci vuole?”. E lì non posso mentire. Devo parlare delle strade, dei servizi, dei trasporti, della frammentazione, dell’assenza di un sistema. Devo dire che la bellezza non basta, che la potenzialità non diventa mai realtà.

C’è un numero che spiega tutto meglio di qualsiasi discorso: le presenze turistiche per abitante. È un indicatore semplice, quasi brutale, che misura quanto un territorio sia realmente attrattivo. La Calabria è ferma a 2,5 presenze per abitante. La Puglia è a otto. La Toscana a quindici. Il Trentino a venticinque. L’Algarve a trenta. Le Canarie a quaranta. Malta a cinquanta. Non è una differenza: è un abisso. E dentro quell’abisso ci sono le strade, i servizi, i trasporti, la comunicazione, l’organizzazione, la visione.

La Calabria sopravvive nei numeri grazie a cinque località turistiche. Tropea arriva a venticinque presenze per abitante, Praia a Mare supera le venti, Scalea si muove tra quindici e venti, Diamante tra dodici e quindici, Soverato intorno alle dieci. Il resto della regione è un deserto statistico, non di bellezza. La Calabria Grecanica, per esempio, ha meno di una presenza per abitante. Alcuni comuni arrivano al tristemente noto, zero virgola. Non perché non siano belli – anzi, sono tra i più affascinanti d’Europa – ma perché non sono raggiungibili, non sono organizzati, non sono raccontati.

E quando guardi cosa succede fuori, capisci ancora meglio il quadro. Dal Belgio, oggi, partono mediamente una quindicina di voli per il mare della Spagna, e in estate diventano una trentina. Dall’Olanda ne partono una media di trenta, in estate tra i quaranta e i cinquanta. Dalla Danimarca una quindicina, dalla Norvegia quasi una ventina. Per la Calabria, invece, dal Belgio partono due voli: uno per Reggio, uno per Lamezia. Dall’Olanda uno. Dalla Danimarca zero. Dalla Norvegia zero. La Spagna domina ovunque. Il Sud Italia regge. La Calabria non esiste.

E tutto questo ti torna in mente proprio quando arrivi a Reggio. L’aereo atterra, scendi, e dall’esterno la nuova aerostazione è bella, moderna, luminosa. Un biglietto da visita che altrove sarebbe la normalità, ma qui sembra quasi un miracolo. La guardi e pensi: “Ecco, forse qualcosa si muove”. Poi però ti ricordi che molti dei voli internazionali verranno sospesi nella stagione invernale, e quella facciata nuova diventa subito un simbolo fragile, un futuro che non riesce a diventare presente.

E appena metti piede fuori dall’aeroporto, la Calabria ti riprende per mano e ti riporta alla verità. Per andare a ritirare l’auto a noleggio devi camminare per centocinquanta metri. Niente di male, il problema non è la distanza: è dove e come la percorri. Esci dall’area aeroportuale vera e propria, quella dove per parcheggiare si paga, e ti ritrovi davanti a una rotonda completamente invasa dalle auto. Non un centimetro libero. Nessun marciapiede. Nessun percorso pedonale. Nessuna striscia. Cammini in mezzo alla rotonda con il trolley, sperando che chi arriva ti veda. Attraversi come puoi, senza un’indicazione, senza un segnale, senza un’idea di ordine.

Sbrigata la parte amministrativa del noleggio, vai a prendere l’auto. È parcheggiata a pochi metri, ma quei pochi metri sono un concentrato di tutto ciò che la Calabria non riesce a nascondere: spazzatura per strada, parcheggio selvaggio, buche nell’asfalto, segnaletica scolorita o assente. È come se la città ti dicesse: “Benvenuto. Questa è la verità. Prendila così com’è”. E tu la prendi. Perché la ami. Ma la vedi. E la racconti.

E allora il volo per Bruxelles diventa un simbolo ancora più chiaro. Non della marginalità, ma dell’occasione mancata. Una rotta che potrebbe essere annuale, stabile, strategica, e che invece resta appesa alla stagionalità come tutto il resto. Una rotta che funziona solo perché i calabresi all’estero non smettono di tornare, mentre chi dovrebbe arrivare per la prima volta non trova un motivo per farlo. Reggio continua a vivere in questa sospensione: abbastanza viva da non morire, troppo immobile per rinascere.

La Calabria è desiderata, ma non è pronta. È amata a distanza, ma non rassicura da vicino. È raccontata con entusiasmo, ma vissuta con fatica. È un luogo che incanta e poi disorienta. È un territorio che ha tutto, tranne ciò che serve per trasformare quel tutto in un sistema. (lb)

Ripartire dalla Calabria per rilanciare tutto il Paese: è un interesse nazionale

di DOMENICO NUNNARI – Oggi l’Italia  – ha scritto Walter Veltroni qualche settimana fa sul Corriere della Sera –: è un Paese fermo, immobile: crescita demografica sotto lo zero, stipendi fermi a prima del 1990, crescita del Pil che negli ultimi anni è stata tra le più basse del mondo, collocandoci al 182° posto su 196. Un Paese paralizzato da una politica incapace di trovare regole di funzionamento nitide che rendano efficiente, trasparente, razionale il rapporto tra esecutivo e parlamento, in un equilibrio che garantisca una stabilità autentica e una alternanza tra schieramenti ugualmente legittimi perché ancorati ai valori democratici e antifascisti della nostra Costituzione». Questa di Veltroni è la fotografia di un’Italia immobile come una statua di sale, drammaticamente stretta tra un Governo (Meloni) con grosso deficit di competenza che tira a campare e un’opposizione (Pd in prima fila) che ha una visione di futuro uguale a quella di un amministratore di condominio. Veltroni, saggista e narratore, è stato politico di primo piano, vice di Prodi a Palazzo Chigi, finito, in buona compagnia, ai margini della politica nella stagione grigia della strategia suicida dei partiti, che puntano ad escludere, non a includere, come accadeva nel tempo ormai lontano della politica pre-Tangentopoli.

Ma questo oggi passa il convento: ministri dai quali non compreremmo un’auto usata e politici dell’opposizione “buoni a nulla, ma capaci di tutto”, per dirla con Leo Longanesi. E il problema del Pd non è solo Elly Schlein; se guardiamo a chi c’è intorno alla Italo-svizzera-americana leader piddina, ci viene in mente quel trafiletto di Fortebraccio (pseudonimo di Mario Melloni, penna dall’ironia urticante, famoso negli anni Sessanta e Settanta) sull’Unità, quando scrisse: “Si fermò una macchina, s’aprì la portiera, non scese nessuno. Era Nicolazzi”. Franco Nicolazzi, piemontese, veterano della prima Repubblica, era ministro, esponente del Psdi; se cambiamo il nome, scegliendo uno a caso, tra quelli che stanno intorno a Elly, dalla macchina continuerà a non scendere nessuno. Il Pd [il campo largo] vorrebbe mandare a casa Meloni presto o alle prossime elezioni, ma per riuscirci serve un’idea di Paese, una strategia, una visione, che non c’è. L’unica cosa chiara, a sinistra, dove sono ammalati del complesso della superiorità (complesso che nasce in realtà da un profondo senso di inferiorità o insicurezza) è la confusione: “La sinistra è sparita. Da trent’anni non rappresenta più il popolo” (Copyright Massimo Cacciari).

Che fare, dunque? Ricette non ce ne sono e in ogni caso per scrivere una ricetta ci vuole il medico e il medico non c’è. Mancano strategie, manca l’idea di paese capace di tirarsi fuori dalle dipendenze e dalle subalternità esterne, per poter scrivere il futuro dell’Italia nella rivoluzione geopolitica mondiale in corso. Non è facile fare uscire dall’immobilismo l’Italia, o meglio le Italie, perché è inutile nascondere che sotto la stessa Costituzione convivono due paesi distinti e separati, che camminano in parallelo da sempre, mai insieme. Non vogliamo essere ripetitivi o apparire ossessionati da una antica irrisolta questione, ma il vulnus Nord-Sud [il nodo] è la grande ferita nazionale, mai rimarginata: il divario economico, infrastrutturale e sociale tra Settentrione e Mezzogiorno è come un corpo nato intero e poi mutilato già nella culla. L’aver tenuto separate le aree dello sviluppo e del sottosviluppo ha giovato a un modo di gestire la società civile e il mondo del lavoro in maniera utile soltanto alle esigenze della parte sociale dominante del Paese; al mondo del benessere e al mondo capitalistico, interessati entrambi più al dominio del mercato del lavoro che alla crescita armonica del paese.

Oggi, nell’Italia fondata sul lavoro solo sulla carta, ma in realtà basata sull’immobilismo e sulla confusione, i limiti del sistema emergono ancora più evidenti, ma nessuno vuole vederli; né la classe politica e ancora meno la classe intellettuale, che ha perso voce e autorevolezza, con la scomparsa della figura dell’intellettuale inteso come coscienza critica del proprio tempo; sostituito da ciarlatani mediatici che sfruttano una facciata di competenza e un linguaggio pseudo-accademico per sedurre il pubblico dei talk show. C’è stato un tempo in cui gli intellettuali, per esempio, erano in grado di rimproverare la classe dirigente per l’indifferenza e il disprezzo verso il Sud dell’Italia. Trovo, sul tema, un vecchio – vecchissimo – ritaglio del Corriere della Sera, con le critiche (lagnanze) del napoletano Raffaele La Capria, uno dei più grandi narratori del secolo passato: “L’Italia non sente più la voce del Sud,  siamo sempre fermi a Eboli; inutilmente Levi, Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai a livello della classe intellettuale, l’ha semplicemente ignorata, per inseguire le proprie trame non sempre lecite”. Si sperava, a quel tempo di La Capria, che la classe politica migliorasse, fosse in grado di raggiungere il livello di quella intellettuale, ma è successo il contrario: gli intellettuali, prigionieri di logiche spettacolari che oggi dominano l’industria culturale, si sono trasformati in star mediatiche, più funzionali alla creazione di consenso, che suscitatori di pensiero critico. Sono scesi loro, al livello della classe politica, nel frattempo scivolata più in basso, rispetto a quella – pur criticabile – sulla quale puntava il dito La Capria. L’aver fatto sparire dall’agenda governativa, politica, e sindacale, l’annosa questione delle disuguaglianze Nord Sud, significa aver fatto sparire il problema – centrale –  dell’unità nazionale italiana, dello sviluppo distorto.

L’anomalia delle due Italie, come causa della mancata evoluzione italiana, è stata spesso registrata più all’estero che da noi. Anni fa, a The Economist, appariva incomprensibile la questione italiana, per di più in una democrazia occidentale: “Mamma mia, un paese due economie”, titolava un’inchiesta del settimanale britannico sull’assurdità del dualismo italiano, e avvertiva: “Se  l’Italia vuole crescere dovrà trovare un modo per ridurre le sue divisioni interne”. Che fare? Il problema, resta quello: crescere insieme, convincendosi – tutti – che uno sviluppo armonico conviene al Paese intero. Si può cominciare col recuperare culture – come quella del Mezzogiorno – rimaste ai margini del contesto nazionale, pur avendo potenzialità in grado di contribuire efficacemente alla costruzione dell’identità nazionale. In questa prospettiva, la riconciliazione Nord-Sud, appare l’unica via per guarire ferite di vecchia data e lacerazioni nuove, per poi ripartire tutti assieme.

Rammendare l’Italia, era il suggerimento – a nome di tutta la Chiesa – fatto qualche anno fa dal cardinale Gualtiero Bassetti, predecessore al vertice della CEI del cardinale Matteo Zuppi: “Occorre – diceva Bassetti – una riconciliazione sui fondamenti del nostro vivere insieme; dalle Alpi a Lampedusa, siamo un unico Paese, siamo veramente fratelli e sorelle d’Italia, che si riconoscono come tali, non solo in virtù della lingua e del territorio, ma anche in virtù di valori comuni”. Parole inascoltate, mentre pregiudizi, vittimismo, rancore, razzismo strisciante, restano gli ostacoli principali alla ricucitura dell’Italia, a una vera, salutare, riconciliazione. Se non si rimuovono tutti questi ostacoli, dando agli italiani una aspettativa soddisfacente di futuro, c’è il pericolo, col perpetuarsi di una storia nazionale incompiuta, di finire tutti nella voragine del fallimento. “Rimuovere gli ostacoli”, non è fare un favore al Sud, è un dettato costituzionale, finora rimasto applicato. Recita l’articolo 3 della Costituzione: “…È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese…”. La centralità dei principi costituzionali, non dovrebbe essere messa in discussione, se si vuole davvero cambiare. Per cambiare, serve una rivoluzione culturale, un mutamento di mentalità, capace, prima di tutto, di svegliare le popolazioni del Sud dal sonno in cui dormono da molto tempo. Perché questo accada basterebbe osservare e rispettare la Costituzione; porre fine, all’idea di una presunta cronica inferiorità del Mezzogiorno; smetterla, con l’idea che una parte (un terzo abbondante) di Paese è freno allo sviluppo; allontanare, dalla mente di molti, l’idea che del Mezzogiorno converrebbe fare a meno e convincersi che senza questo pezzo meridionale di paese l’Italia in futuro non esisterà. Da dove partire, per ricucire quest’Italia sfilacciata? Bisognerebbe partire dalla Calabria, e non lo dico per senso di appartenenza a questa regione, ma perché la sfida è civile, economica, culturale, sociale, e la Calabria, che è Sud del sud, è l’emblema di tutti i mali del Mezzogiorno. Ha un senso partire dalla Calabria di oggi, regione che malgrado i ritardi e i problemi endemici, ha tutte le potenzialità per diventare modello di sviluppo proiettato nel Mediterraneo. Partire dalla Calabria è un’opportunità, per tutti. Perché, lo spieghiamo qui di seguito.

“La Calabria è forte”, dice lo scrittore e ambientalista Francesco Bevilacqua. E ha ragione. Se un territorio, da cui da più di un secolo e mezzo, uomini e donne vengono strappati alle famiglie, alle comunità d’origine, agli affetti, alla cultura e alle tradizioni, per andare a creare – con fatica e sudore – sviluppo e ricchezza in altre parti del mondo, vuol dire che è solido, che è forte nell’anima.

Se chi in Calabria resta, tra difficoltà enormi [tradimenti di Governi, partiti, sindacati, diritti violati, mancanza di lavoro, prepotenza mafiosa], e non si perde d’animo, ma cerca l’alba dentro l’imbrunire, metabolizza le crisi, resiste alla mafia, che lo Stato non riesce a sradicare, e progredisce malgrado tutto, vuol dire che possiede una forza morale tale capace di rispondere a ogni avversità e all’estrema solitudine.

Se chi abita in Calabria – nonostante il deficit civile innegabile e l’oppressione mafiosa – resta ancorato alla Costituzione, come o meglio di cittadini di altre regioni, vuol dire che in questa porzione di Sud esistono tutte le condizioni e le potenzialità per guardare al futuro, con speranza; che le delusioni e i rancori, comprensibili e giustificati, nei confronti dello Stato lontano, non hanno incrinato il sano sentimento nazionale dei calabresi, il loro senso di appartenenza all’Italia, come accadde\accade col nordismo della Lega e di élite politiche e culturali che hanno una visione distorta, dell’essere nazione tutti assieme, trovando inconsapevole ispirazione in quel “moderatismo risorgimentale” preunitario, che immaginava l’Italia divisa in due: con da una parte “un grasso Belgio” [il Nord profondamente inserito in Europa]  e dall’altra “l’Africa” [il Sud abbandonato a se stesso, cit. Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi , 1991) ].

Quando si parla di Calabria, non bisogna pensare solo a chi vive nella regione di ormai scarsi due milioni di abitanti, ma anche alla Calabria della diaspora, anch’essa di quasi altri due milioni di anime, che in molte parti del mondo e della stessa Italia ha saputo plasmare il tessuto sociale, economico e culturale dei luoghi dove gli emigrati sono andati a vivere. Basterebbe leggere le interviste domenicali di Pino Nano su Calabria.Live, per rendersi conto del contributo [fondamentale] dei calabresi allo sviluppo delle regioni e delle città dove la ricerca di opportunità e lavoro li ha portati. Recentemente, Limes, l’importante rivista di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, ha pubblicato un saggio di Lorenzo Noto (analista e studioso del Mediterraneo), con questo titolo: “Roma capitale della Calabria”, in cui si spiega che la comunità numericamente più ampia nella capitale d’Italia è quella calabrese: più di trecentomila residenti a Roma sono originari calabresi. Buona parte di loro è ai vertici di pubblica amministrazione, presidi sanitari, centri di ricerca ed enti economici e fa parte delle cosiddette  eccellenze. Sfatiamo dunque l’idea del calabrese pigro o incapace.

Se potessi dare un consiglio al presidente della Giunta regionale, Roberto Occhiuto, e anche ai sindaci delle maggiori città, e perché no anche dei centri minori, direi loro: “Sedetevi attorno a un tavolo, magari in campagna, sotto una pergola, mettetevi a ragionare tutti insieme, lasciate da parte tatticismi politici e appartenenze, che in questo momento storico non hanno senso. Tutti insieme potete contribuire a far diventare la Calabria prima regione d’Italia: basta crederci! Le condizioni ci sono, tutte. Alla Calabria di oggi non manca niente, sotto l’aspetto umano e culturale; manca molto per altri aspetti, ma è inutile fare elenchi di lagnanze. Ciò che serve chiedetelo, magari alzando la voce e tenendo la schiena dritta, e stop alle sudditanze. Ha fatto bene Occhiuto, a respingere al mittente le pretese a stelle e strisce trumpiane di allontanare i benemeriti medici cubani, che tanto stanno dando alla Calabria. Non servono elemosine, spiccioli, favoritismi, lezioni saccentelle di opinionisti tuttologi della domenica. Bisogna avere l’ambizione di fare bene, prestando attenzione ai centri del sapere, come le Università [l’Unical è l’esempio da imitare] ; occorre un’azione profondamente innovativa, imparando proprio dal metodo sperimentato con successo dell’Università della Calabria, che primeggia a livello mondiale. E l’Università Mediterranea di Reggio, con l’ottimo super attivo rettore Giuseppe Zimbalatti è sulla scia.

Il Signore abbia in gloria Beniamino Andreatta – ideatore e fondatore del campus di Arcavacata [fortemente voluto da Riccardo Misasi e Giacomo Mancini, due indimenticabili leader ] –  professore, economista e politico, una delle figure pubbliche più originali e creative del Novecento. Non bisogna dimenticarli i pionieri delle Università calabresi come Andreatta: a Reggio, va ricordato il politico ed esponente cattolico Giuseppe Reale; a Catanzaro, il magistrato e operatore culturale, promotore di molte battaglie civili, Salvatore Blasco. Ad Arcavacata i successori di Andreatta: Cesare Roda, Pietro Bucci, Rosario Aiello, Giuseppe Frega, Giovanni, Gino Mirocle Crisci e Nicola Leone, che hanno fatto volare in alto l’università. E dopo Nicola Leone, che ha dato una spinta decisiva per  la trasformazione dell’Università della Calabria in un’eccellenza internazionale, Gian Luigi Greco – scienziato di fama mondiale – ambisce a consolidare e migliorare gli eccellenti traguardi già raggiunti. L’obiettivo, per tutti, istituzioni, società civile, segmenti intermedi della società, dev’essere il raggiungimento di un posto in prima fila, nel cammino faticoso della Calabria verso il futuro. Bisogna, prima di tutto, costringere gli “altri”, a capovolgere lo sguardo sulla Calabria storicamente considerata un’anomalia: scivolata, nel corso della sua storia, verso una marginalità sempre più estrema, per colpe esterne, ma anche interne [mediocrità e sudditanza delle classi dirigenti, malaburocrazia, sistemi corruttivi e mafiosi] , fino a diventare fanalino di coda dell’Europa, appena un gradino sopra delle enclavi spagnole Ceuta e Melilla, in terra africana.

Per capire qual è stato il “mal di Calabria”, bisognerebbe analizzare pezzo a pezzo le stagioni che hanno scandito la vita di un popolo spesso privato della sua libertà e dei suoi diritti, elementi fondamentali in una società giusta e democratica. Bisognerebbe analizzare ogni cosa con scrupolo, partendo da memorie lontane e interrogarsi su com’è potuto accadere che la Calabria sia passata da una civiltà di cui l’Europa le è debitrice, ad una situazione di decadimento civile, economico e culturale inarrestabile. Ma, oggi, non è più tempo per queste analisi; anzi, non servono più. C’è l’ultimo treno che passa [l’innovazione e il Mediterraneo] e bisogna prenderlo al volo, guardare al futuro. I tempi – regionali, nazionali, internazionali – suggeriscono l’urgenza di agire, di essere concreti. Occhiuto, molto opportunamente, ha detto che “pacificazione” sarà la parola chiave di questo suo secondo mandato. Gli suggeriremmo di aggiungerne un’altra parola, quasi simile: riconciliazione.

La riconciliazione è lo scatto che manca alla Calabria che conserva ancora nella sua anima il rancore scaturito da quella sventurata vicenda del capoluogo regionale del 1970, quando città sorelle – Catanzaro e Reggio – entrarono in conflitto per responsabilità di uno Stato che pasticciò tanto, al punto di scatenare una guerra tra poveri. Allora, serviva una mediazione, ma lo Stato si rivelò come sempre un’entità lontana, incapace di comprendere, di ascoltare e di trovare una soluzione equa. Oggi, il primo passo è riconciliare la Calabria con se stessa, superare gli strascichi rancorosi di quel periodo infausto, che resta il nodo da sciogliere nella complessa storia della regione. Riconciliare la Calabria è necessario, per considerarsi calabresi tutti alla stessa maniera ed essere più forti, con l’obiettivo di portare la regione nel cuore [al centro] dello Stato. Nell’Italia, che ha un Governo con una leader potenzialmente capace, Giorgia Meloni, con però dentro casa incapaci e nostalgici del fascismo, e con un’opposizione irrilevante e inaffidabile, la Calabria può diventare laboratorio politico, e fare la differenza. Può diventare riferimento, per uscire dalla gabbia della polarizzazione che sta indebolendo la nostra democrazia. Se Occhiuto, che si sta ritagliando un ruolo interessante nella politica nazionale, imbocca la strada della riconciliazione della Calabria al suo interno, e poi col resto del Paese, l’antica derelitta regione Sud del sud potrà volare. Non si tratta di avere una visione ottimistica del futuro, bensì di capire che le traiettorie della storia a volte cambiano e certe occasioni sono irripetibili. La sfida vera – non solo per la Calabria, ma per l’Italia intera –, sta nel Mediterraneo; a patto che ci sia a livello governativo, consapevolezza che investire sulla marittimita’ italiana è nell’interesse nazionale. L’Italia ha bisogno del suo mare, la sua area di azione è il Mediterraneo, e la Calabria, con la possibilità – potenzialità che ha di diventare  «frontiera avanzata» dell’Italia, nell’ottica di rapporti intercontinentali con l’Africa e con l’Asia, può essere avanguardia e ponte dell’Occidente, verso l’Oriente e l’Africa del Nord. Questo ruolo le compete, per la sua storia antica, che risale al tempo della Magna Grecia, dell’epoca longobarda, bizantina, araba e normanna. Partire dalla Calabria – la cui posizione geopolitica è cruciale – con l’obiettivo di rilanciare il Paese è interesse nazionale. La Calabria, se si apre ad una narrazione nuova, sarà in grado di contribuire a fermare il declino di un paese dove, in mancanza di un progetto nazionale, altri si preparano a decidere per noi. È questo il rischio.