Artigianato, oltre 9mila le imprese, ma manca manodopera

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Nel 2025 le imprese calabresi dei settori delle “4 A” –  Alimentare e bevande, Abbigliamento e moda, Arredo e legno, Automazione e meccanica – ricercano oltre 9mila lavoratori, ma il 46% delle figure risulta di difficile reperimento, una quota superiore alla media dell’economia regionale. È quanto emerso da una ricerca di Confartigianato Imprese Calabria, in occasione della Giornata nazionale del Made in Italy del 15 aprile, spiegando come le maggiori difficoltà si registrano nella metallurgia e nei prodotti in metallo, dove non si riesce a reperire il 69,6% delle figure richieste, seguite da ceramica e vetro (64,2%) e dal comparto legno e mobili (57,6%).

Nella nostra regione, infatti, operano complessivamente 9.513 imprese nei settori delle “4 A”, con 21.670 addetti, all’interno di un sistema produttivo in cui l’artigianato rappresenta una componente centrale con 5.637 imprese, pari al 59,3% del totale, e quasi 10mila addetti, il 44,6% dell’occupazione complessiva dei comparti considerati.

La distribuzione territoriale evidenzia una presenza diffusa e articolata: nella provincia di Cosenza si contano 3.419 imprese, di cui 1.950 artigiane, con 7.420 addetti e un’incidenza delle “4 A” pari al 3,2% sull’economia provinciale; a Catanzaro le imprese sono 1.577, di cui 882 artigiane, con 4.358 addetti e un’incidenza del 2,7%; a Reggio Calabria operano 2.740 imprese, di cui 1.739 artigiane, con 5.431 addetti e un’incidenza del 3,9%; a Crotone si registrano 978 imprese, di cui 538 artigiane, con 2.032 addetti e un’incidenza del 3%; mentre Vibo Valentia, con 799 imprese di cui 528 artigiane e 2.430 addetti, si distingue per una vocazione particolarmente marcata, con un’incidenza del 4,5%, tra le più elevate a livello nazionale .

Sul fronte dell’internazionalizzazione, i dati confermano la rilevanza di questi comparti: nel 2025 l’export regionale delle “4 A” ha raggiunto i 575 milioni di euro, pari al 57,9% delle esportazioni complessive e all’1,5% del PIL regionale. A trainare è il settore alimentare, che rappresenta il 68,4% del totale, seguito da automazione e meccanica con il 19,8%, abbigliamento e moda con l’8,5% e arredo e legno con il 3,3%.

Nel dettaglio territoriale, Reggio Calabria si attesta come la provincia con il maggior valore di esportazioni nei settori delle “4 A” con 265 milioni di euro, seguita da Cosenza con 104 milioni e Catanzaro con 97 milioni, dove emerge una forte incidenza dell’automazione e meccanica (45,1%) e della moda (32,4%); Vibo Valentia registra 67 milioni di euro con una significativa specializzazione nella meccanica (51,9%), mentre Crotone si attesta a 43 milioni con una forte prevalenza dell’alimentare (65,8%) . In alcune realtà, come Vibo Valentia e Crotone, l’export delle “4 A” supera l’82% del totale provinciale.

«I dati confermano con chiarezza che le “4 A” rappresentano un pilastro dell’economia calabrese, con una presenza diffusa su tutto il territorio e una forte capacità di generare valore, occupazione ed export – dichiara il presidente di Confartigianato Calabria, Salvatore Ascioti –. Dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro, fino a Reggio Calabria, Crotone e Vibo Valentia, emerge un sistema produttivo articolato che tiene insieme tradizione manifatturiera e apertura ai mercati internazionali».

«Tuttavia – prosegue Ascioti – il vero nodo resta quello delle competenze: quasi un lavoratore su due è difficile da reperire. È indispensabile rafforzare il legame tra scuola, formazione e impresa, investire sui giovani e valorizzare i mestieri dell’artigianato come opportunità concreta di lavoro qualificato. Solo così potremo garantire continuità e futuro a un patrimonio produttivo che è anche identità del territorio».

In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, aumento dei costi energetici e incertezze sui mercati internazionali, Confartigianato Calabria ribadisce come il Made in Italy, fondato su qualità, innovazione e filiere territoriali, rappresenti un fattore strategico da sostenere per garantire competitività e sviluppo duraturo. (ams)

Le aree interne calabresi tra declino demografico e possibilità di rigenerazione sociale

di FRANCESCO RAO – Le proiezioni Eurostat indicano una riduzione della popolazione e un marcato invecchiamento. In Calabria, tali dinamiche si amplificano, trasformando la questione demografica in una vera e propria questione sociale e territoriale. Il mutamento della struttura demografica europea rappresenta uno dei processi più rilevanti della contemporaneità. Le proiezioni di Eurostat, stimano una riduzione della popolazione dell’Unione Europea da 451,8 a 398,8 milioni entro il 2100 (-11,7%), non descrivono soltanto una dinamica quantitativa, ma configurano una trasformazione qualitativa delle società europee: una transizione demografica avanzata, caratterizzata da bassa natalità, elevata aspettativa di vita e progressiva senilizzazione della popolazione.

Trasposta nel contesto calabrese, questa traiettoria assume i contorni di un’iper-transizione, nella quale i processi di declino demografico e di invecchiamento si intrecciano con fattori strutturali di natura economica, sociale e territoriale, producendo effetti cumulativi particolarmente intensi, soprattutto nelle aree interne. La transizione demografica come fatto sociale totale. In termini sociologici, la dinamica in atto può essere letta attraverso la categoria di “fatto sociale totale”: la trasformazione demografica incide simultaneamente sulla struttura familiare, sul mercato del lavoro, sui sistemi di welfare, sui modelli culturali e sugli assetti territoriali. Non si tratta, dunque, di una semplice riduzione numerica della popolazione, ma di una riconfigurazione dei sistemi di relazione sociale. In Calabria, tale processo si manifesta attraverso tre direttrici principali. Il primo: la rarefazione della popolazione giovanile, con l’evidente riduzione della coorte 0–19 anni, che non è solo un indicatore di bassa natalità, ma segnala la crisi della funzione riproduttiva della famiglia, l’erosione delle aspettative di stabilità economica, la trasformazione dei modelli di vita e di progettualità individuale; il secondo: la contrazione della popolazione attiva, ossia la diminuzione della fascia 20–64 anni, che a sua volta comporta un indebolimento della base produttiva, una riduzione della capacità contributiva e una pressione crescente sui sistemi di protezione sociale; ed infine l’espansione della popolazione anziana, che rappresenta, oltre all’aumento degli over 65 e, soprattutto, degli over 80, l’introduzione di una nuova centralità afferente alla longevità come dimensione sociale, che a sua volta genera una crescente domanda di servizi sociosanitari, nuove forme di vulnerabilità e una ridefinizione dei rapporti intergenerazionali. In tal senso, senza una ridefinizione strategica, le aree interne diverranno un’emergenza sociale, in quanto l’assenza di apposite politiche per governare la degenerazione non renderà possibile il capovolgimento della realtà, facendo divenire il problema sociale un’opportunità di rilancio strutturale. Sull’argomento sono state affrontate in più occasioni le diverse ipotesi praticabili, considerando che le aree interne calabresi costituiscono un osservatorio privilegiato per comprendere l’intensità dei rispettivi fenomeni sociali, che potrebbero divenire causa di marginalità o avanguardia. In tali contesti, la transizione demografica si combina con dinamiche di lunga durata, quali marginalità geografica, debolezza infrastrutturale e limitata diversificazione economica. Si configura così un processo di periferizzazione progressiva, in cui il territorio perde centralità nei circuiti economici e sociali, alimentando ulteriormente l’esodo demografico. Attraverso una visione ponderata, praticabile in prima battuta dai decisori politici regionali, considerare le aree interne come spazi di marginalità rappresenterebbe una lettura parziale del fenomeno, evitando di collocarlo in una prospettiva sociologica più ampia. Ecco perché bisogna interpretare tali dinamiche come laboratori di innovazione sociale, contesti in cui sperimentare modelli alternativi di sviluppo e spazi di ricomposizione tra comunità, ambiente ed economia.

Lo spopolamento come processo selettivo va considerato come uno degli elementi più rilevanti, in quanto la natura selettiva dello spopolamento, oltre a determinare una perdita indistinta della popolazione, genera sia una fuoriuscita prevalente di giovani e capitale umano qualificato, sia una permanenza di popolazione anziana o a bassa mobilità. Questa dinamica produce un duplice effetto: l’impoverimento del capitale umano locale e l’invecchiamento accelerato della struttura sociale. Il risultato complessivo sarà una forma di dualismo demografico interno, in cui alcune aree urbane manterranno una relativa vitalità, mentre le aree interne si avviano verso una condizione di progressiva rarefazione. La conseguenza previsionale genererà impatti sistemici sull’economia, sul welfare e sulla coesione sociale. A questo punto, diviene chiaro come la trasformazione demografica incida in maniera trasversale sui principali sistemi sociali. Nello specifico, sull’economia, con la riduzione dell’offerta di lavoro, la difficoltà di ricambio generazionale nelle imprese e la contrazione della domanda interna; sul welfare, con l’aumento della spesa sanitaria e assistenziale e la necessità di modelli innovativi (assistenza domiciliare, comunità di cura), che genereranno inevitabilmente pressione sui bilanci degli enti locali, i quali non potranno reggere, visti i costanti tagli praticati; infine, sulla coesione sociale, che si riflette anche nella tenuta democratica delle istituzioni, in quanto l’indebolimento delle reti comunitarie, il rischio di isolamento sociale, soprattutto per gli anziani, e la ridefinizione dei legami intergenerazionali non saranno teoria, ma rappresenteranno una realtà da governare senza le opportune risorse. La soluzione più volte proposta risiede nelle risorse latenti, ovvero nel capitale territoriale attivabile attraverso il welfare generativo. Nonostante il quadro critico, la Calabria dispone di un insieme di risorse che, se opportunamente valorizzate, possono attivare percorsi di rigenerazione. Il capitale territoriale è rappresentato dal patrimonio ambientale e paesaggistico, dalle identità culturali e dalle tradizioni locali, nonché dalle potenzialità del turismo sostenibile. In tal senso, sarebbe opportuno intravedere nell’economia identitaria il ruolo delle filiere agroalimentari di qualità, delle produzioni artigianali e della valorizzazione delle tipicità. Mettere a sistema tali elementi, resi disponibili dalla natura del territorio calabrese, è la chiave per attivare un modello di welfare generativo integrato. Proprio nel contesto calabrese, tale modello assume una centralità praticabile attraverso il paradigma del welfare generativo, inteso come sistema capace di attivare le risorse della comunità, basato sulla co-progettazione tra enti pubblici e terzo settore, e strumento per trasformare i bisogni in opportunità di sviluppo. Percorrendo tale strada, la visione del futuro della Calabria potrà rappresentare anche l’occasione per attivare una nuova grammatica dello sviluppo, considerando la sfida demografica non più come qualcosa da subire, ma come un’opportunità da praticare per compiere un cambio di paradigma strutturale, guardando ai prossimi 50-70 anni. Non è più sufficiente inseguire modelli di crescita quantitativa. Occorre impegnarsi a costruire nuove strategie attraverso le quali un nuovo metodo di sviluppo territoriale possa essere fondato sulla sostenibilità demografica, sull’integrazione tra politiche economiche e sociali e sulla valorizzazione delle specificità locali. In questa prospettiva, infrastrutture strategiche come il retroporto di Gioia Tauro e le politiche legate alla ZES possono rappresentare leve fondamentali, a condizione che generino ricadute occupazionali e sociali nei territori circostanti. I decisori politici sono chiamati a governare il cambiamento, ponendosi al cospetto della grande trasformazione demografica in atto e dei mutamenti climatici sempre più evidenti. Per la Calabria, come per altre regioni del Mezzogiorno e per le Isole, ciò significa dover contrastare lo spopolamento attraverso politiche attive, investire sulle nuove generazioni, ripensare il rapporto tra centro e periferia e costruire modelli di sviluppo inclusivi e sostenibili. Le aree interne, da luoghi del declino, possono diventare spazi di innovazione e resilienza.

La posta in gioco non è soltanto demografica: è, più profondamente, la capacità di questi territori di continuare a essere comunità vive, capaci di generare futuro in un contesto europeo sempre più segnato dall’invecchiamento. (fr)

(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)

Il Cammino della Magna Graecia Crotoniate: La visione integrata che può rilanciare Crotone

di ROMANO PESAVENTO –  L’evoluzione dei mercati mondiali e i profondi cambiamenti intervenuti nelle teorie economiche hanno portato a una nuova centralità della dimensione spaziale nello sviluppo. Lo spazio non è più un semplice contenitore delle attività economiche, ma diventa una variabile fondamentale che incide sulla localizzazione produttiva e sull’organizzazione stessa dei sistemi economici. I modelli più recenti mettono in luce il ruolo dei rendimenti crescenti, dei costi di trasporto e dei processi cumulativi nel determinare fenomeni di concentrazione produttiva, con il rischio che la crescita si concentri in poche aree lasciando indietro i territori periferici.

In questo scenario, territori come quello crotonese si trovano a dover affrontare una duplice sfida: da un lato colmare un ritardo strutturale, dall’altro costruire un percorso di sviluppo autonomo e sostenibile. Il tessuto produttivo locale continua a essere caratterizzato da una forte frammentazione e da una scarsa integrazione tra imprese, con limitata circolazione di informazioni, innovazioni e relazioni economiche. Le aziende, spesso, operano in modo isolato, internalizzando molte fasi produttive e dipendendo dall’esterno per tecnologie e input strategici.

Tuttavia, questa condizione non esaurisce il quadro. Accanto alle criticità, emerge una diffusa capacità imprenditoriale, una tendenza alla diversificazione e una notevole resilienza. In molti casi, le imprese locali dimostrano di saper cogliere opportunità anche in contesti difficili, sviluppando attività complementari e adattandosi ai cambiamenti del mercato. Questo patrimonio di competenze, spesso informali e stratificate nel tempo, rappresenta una base fondamentale su cui costruire nuove traiettorie di sviluppo.

In questa prospettiva, il territorio stesso diventa un fattore produttivo. Non si tratta soltanto di valorizzare singoli settori, ma di costruire un sistema integrato in cui economia, cultura e paesaggio siano strettamente connessi. Il crotonese dispone infatti di un patrimonio unico, che unisce storia millenaria, risorse naturali e tradizioni produttive.

Dalla Magna Grecia, legata alla figura di Pitagora, fino ai borghi medievali e alle tradizioni religiose dell’entroterra, il territorio offre una continuità culturale rara. A questa eredità si aggiunge anche la tradizione sportiva dell’antica Kroton, che ha dato i natali ad atleti straordinari come Milone di Crotone, Astylos di Crotone, Faillo di Crotone e Daippo di Crotone, simboli di eccellenza e disciplina che contribuiscono a rafforzare l’identità storica del territorio.

Uno dei simboli più alti di questa eredità è il Santuario di Hera Lacinia, centro religioso di primaria importanza nella Magna Grecia, da cui proviene il celebre Diadema aureo (550–500 a.C.) rinvenuto nell’Edificio B, testimonianza della raffinatezza artistica e del livello culturale raggiunto dall’antica città.

È in questo contesto che prende forma il progetto del “Cammino della Magna Grecia Crotoniate”, concepito come una vera infrastruttura territoriale capace di connettere luoghi, produzioni e comunità. Il cammino non rappresenta soltanto un itinerario turistico, ma uno strumento di sviluppo, in grado di attivare processi economici e sociali lungo tutto il territorio.

L’itinerario si sviluppa lungo due direttrici principali. La prima segue la fascia ionica, entrando nel territorio crotonese scendendo dalla fascia ionica cosentina e incontrando dapprima Torretta di Crucoli, centro legato alle tradizioni marinare e alla trasformazione del pesce, per poi proseguire verso Cirò e Cirò Marina, cuore della produzione del Cirò Doc, dove il paesaggio vitivinicolo rappresenta uno degli elementi più distintivi del territorio. Successivamente il cammino attraversa Melissa, luogo simbolo della storia agricola e sociale calabrese, e continua verso Strongoli, antica Petelia, ricca di testimonianze della Magna Grecia.

Scendendo verso sud, il cammino raggiunge il Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna, nodo simbolico dell’intero percorso, e attraversa l’Area Marina Protetta Capo Rizzuto fino a Le Castella. La città di Crotone rappresenta un ulteriore punto di connessione, con il Castello di Carlo V e il suo patrimonio urbano.

La seconda direttrice conduce nell’entroterra, dove il paesaggio cambia e si arricchisce di borghi, tradizioni e ambienti naturali. Si incontrano Santa Severina e Caccuri, fino a Cerenzia. Il percorso prosegue verso Mesoraca, con il Santuario dell’Ecce Homo e la Riserva Naturale Regionale del Vergari, per poi estendersi verso Cotronei e Petilia Policastro.

Lungo tutto il cammino, la valorizzazione dei prodotti agroalimentari diventa elemento centrale. Il vino Cirò, i formaggi, la liquirizia, l’olio extravergine e le produzioni locali si integrano con l’esperienza turistica, trasformando ogni tappa in un momento di scoperta. L’enogastronomia diventa così un ponte tra economia e cultura, contribuendo a costruire un’identità territoriale forte.

In questo modello, lo sviluppo non è più legato a un singolo settore, ma nasce dall’interazione tra più elementi. Il cammino diventa uno strumento per favorire l’integrazione tra imprese, ridurre l’isolamento produttivo e creare nuove opportunità di mercato. Allo stesso tempo, l’utilizzo di nuove tecniche di commercializzazione, come le piattaforme digitali e lo storytelling territoriale, consente di raggiungere nuovi pubblici e nuovi mercati.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento strategico: la possibilità di attrarre un turismo lento, sostenibile e destagionalizzato, capace di generare flussi economici distribuiti durante tutto l’anno. I cammini rappresentano oggi uno dei segmenti più dinamici del turismo europeo e internazionale, e il crotonese, per le sue caratteristiche, può inserirsi in questo circuito con una proposta originale e competitiva.

La creazione di una rete di accoglienza diffusa, fatta di agriturismi, strutture ricettive, aziende agricole e piccoli borghi, può rafforzare ulteriormente questo processo, favorendo la nascita di nuove microeconomie locali. Allo stesso tempo, il coinvolgimento delle comunità diventa fondamentale per garantire autenticità e qualità dell’esperienza.

Un ruolo importante può essere svolto anche dalla formazione e dall’innovazione, con percorsi dedicati al turismo esperienziale, al marketing digitale e alla valorizzazione dei prodotti tipici. Investire sulle competenze significa creare le condizioni per uno sviluppo duraturo e non dipendente da fattori esterni.

Inoltre, il cammino può favorire la nascita di nuove forme di imprenditorialità giovanile, legate all’accoglienza, alla guida turistica, alla trasformazione dei prodotti e ai servizi digitali. Questo aspetto è particolarmente rilevante in un territorio che ha bisogno di trattenere e valorizzare le proprie risorse umane.

Un ulteriore elemento di forza è rappresentato dalla possibilità di creare connessioni con altri itinerari regionali e nazionali, inserendo il crotonese all’interno di reti più ampie di turismo lento. Ciò consentirebbe di aumentare la visibilità del territorio e di intercettare flussi già esistenti.

Il cammino può anche diventare uno strumento educativo e culturale, coinvolgendo scuole, associazioni e comunità locali in un processo di riscoperta e valorizzazione dell’identità territoriale. Questo contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza e a creare una cultura diffusa dell’accoglienza.

Dal punto di vista economico, l’integrazione tra filiera agroalimentare e turismo può generare effetti moltiplicativi significativi, aumentando il valore aggiunto locale e favorendo la permanenza della ricchezza sul territorio. La trasformazione dei prodotti e la loro vendita diretta ai visitatori rappresentano un’opportunità concreta per le imprese locali.

Infine, la costruzione di un sistema territoriale integrato può contribuire a ridurre i costi di transazione, migliorare l’efficienza complessiva e rafforzare la competitività del crotonese nel contesto nazionale e internazionale.

In definitiva, il futuro del crotonese dipende dalla capacità di trasformare la frammentazione in connessione, valorizzando le risorse esistenti attraverso una visione integrata. Il “Cammino della Magna Grecia Crotoniate” rappresenta una possibile sintesi di questo percorso: un progetto capace di unire teoria e pratica, economia e cultura, locale e globale, aprendo la strada a uno sviluppo sostenibile e duraturo. (rp)

«Non ho paura» dice il Papa. E nemmeno noi

di DON MIMMO BATTAGLIA – Non ho paura». Tre parole. Le ha dette in volo, ai giornalisti, mentre l’aereo lo portava verso l’Africa, verso i poveri, i dimenticati, gli scartati, verso quella parte del mondo che il potere impara presto a non guardare. Semplici. Serene. Senza alzare la voce.

Mi sono fermato su quelle parole. A lungo.

Sull’Air Force One di ritorno dalla Florida, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha aperto il telefono e ha scritto parole di fuoco contro di lui. Lo ha chiamato «debole», «pessimo». Ha detto che senza la Casa Bianca quel Papa non sarebbe in Vaticano.

Due aerei in volo. Due direzioni. Due parole sul mondo.

Eppure c’è una domanda che brucia: perché il presidente più potente della terra ha sentito il bisogno di attaccare un uomo che non ha eserciti, non ha mercati, non ha bombe? Leone XIV ha chiesto la fine della guerra. Ha detto che troppe persone muoiono. Troppi innocenti. Ha detto: qualcuno deve alzarsi e dire che c’è un’altra strada. È questo il crimine?

Il Vangelo dà fastidio. Da sempre. Non perché sia sovversivo, in senso politico non lo è mai stato. Perchè non sta al suo posto, mette al centro chi il potere sposta ai margini: il fragile, il ferito, il bambino sotto le macerie, il migrante che nessuno vuole.

Non parla la lingua della forza, non conosce la grammatica del profitto, non si lascia ridurre a una bandiera o a un’ideologia. E chi ha costruito tutto sul potere, ogni volta che sente quella voce si trova davanti a qualcosa che non riesce a dominare. Non sa combatterla. Non sa ignorarla. Non sa comprarla.

E forse è proprio questo che inquieta di più. Non la forza di quella parola, ma la sua libertà. Il fatto che non abbia bisogno di vincere per essere vera, che non cerchi spazio e tuttavia lo trova. Che non si imponga, eppure resta. Come qualcosa che torna, anche quando provi a metterlo da parte. Come una domanda che non smette di aspettarti.

Leone non ha fatto politica estera. Ha pregato. Ha chiesto pace. Senza aggiunte, senza strategie. Pace. Ha parlato l’unica lingua che conosce: quella del Vangelo. Una lingua che non si lascia addomesticare, che non cambia accento a seconda di chi governa o comanda.

È una parola libera. E per questo inquieta. Una parola che non resta dove la metti: ti scavalca, ti precede, ti espone. E alla fine capisci che non sei tu a guidarla. Sei tu che devi lasciarti cambiare da lei.

La Chiesa non è un partito. Non nasce per contare, ma per custodire. Non occupa spazi, non si impone con la forza. Sta, piuttosto, lì dove la vita si spezza e chiede di essere raccolta. Lì dove qualcuno rischia di non essere più visto. Eppure una parola ce l’ha. Sobria, ma tenace. Antica, ma viva. È una parola che resta accanto al sangue versato senza abituarsi, che riconosce il volto di chi attraversa confini senza ridurlo a numero, che chiama la pace per nome, sapendo che costa, che chiede, che espone.

Non è una parola di parte. È una parola affidata. Appartiene al Vangelo. E il Vangelo non si trattiene per prudenza, non si adegua per convenienza. Accade. E quando accade, trova sempre il modo di farsi sentire.

Quelle tre parole – «Non ho paura» – non sono una risposta a Trump. Sono qualcosa di più profondo. Sono la libertà di chi sa da dove viene e dove va.

Leone non si rivolge al presidente americano. Non è il suo interlocutore. Il suo interlocutore è il povero che muore. Il migrante respinto, il bambino che non ha più casa. È lì che la sua parola si posa, è lì che prende forma, perché è a loro che, in fondo, deve rispondere.

Il potere sa gestire i nemici. Li riconosce, li studia, li affronta. E, se può, li neutralizza. Ha strumenti per questo. Sa come muoversi quando il gioco è chiaro. Ma resta spiazzato davanti a chi non si pone come nemico, davanti a chi non chiede nulla, non cerca consenso, non tratta, non ha bisogno di essere approvato. Una voce così non si lascia collocare. E proprio per questo disarma. Lascia il potere senza linguaggio, senza schema. E allora, quasi per riflesso, attacca.

Ma quell’attacco non è segno di forza. È il contrario, è il punto in cui emerge un limite. Perché ciò che non si può controllare, spesso, si prova a screditare. E tuttavia resta un’evidenza semplice: se Leone fosse davvero irrilevante, nessuno sentirebbe il bisogno di parlare di lui.

I vescovi americani lo hanno detto subito: Leone non è un rivale politico. Non gioca quella partita. È un pastore e parla da lì: dal Vangelo, dalla cura delle persone, da quella responsabilità silenziosa che passa attraverso le vite, non attraverso il potere.

Anche i vescovi italiani hanno rinnovato la loro piena comunione, non per semplice obbedienza, ma per riconoscimento, perché certe voci non si impongono, si riconoscono. Le riconosci da come si avvicinano, da ciò che tengono vivo, da chi non lasciano indietro.

E quella di Leone – scomoda, libera, disarmata – resta. Resta quando altre parole si consumano, resta come una presenza, resta quando il rumore si spegne e il silenzio dice la verità.

L’8 maggio Leone XIV verrà a Napoli. Camminerà con noi. E lo accoglieremo facendo nostre quelle tre parole: «Non ho paura».”

Nemmeno noi. (mb)

(Arcivescovo Metropolita  di Napoli)

Il contributo dei giovani per la rinascita di Reggio e della Calabria

di MARIO NASONE – La città di Reggio si stava preparando alla nuova tornata elettorale senza grandi entusiasmi, scandita dai vecchi riti della politica, del toto sindaco e delle curiosità sui candidati delle varie liste, quando la scena cittadina ha visto l’irrompere di una novità che si è presa la scena. Una nuova rete giovanile, il Forum delle idee 2013, ha convocato in piazza Italia, l’agorà cittadina, istituzioni e cittadini per presentare, dopo un anno di lavoro, una serie di proposte elaborate da otto tavoli tematici per dire la loro sulla Reggio del futuro che volevano, in grado di dare risposte alle attese dei giovani. Un movimento nato dal basso, composto da circa duecento giovani, senza padrini politici e senza sponsor, con un filo rosso che ha messo insieme giovani che hanno scelto di rimanere nonostante tutto, altri che devono decidere se restare, con uno sguardo anche a coloro che potrebbero ritornare. Un programma ambizioso ma corroborato da un serio lavoro di ricerca, sintetizzato in venticinque proposte su lavoro, ambiente, trasporti, cultura, welfare, ecc. Azioni possibili già sperimentate in altre città.

L’altra novità politica è stata quella del metodo che hanno scelto. Scartato il classico incontro con i candidati a sindaco con la proposta di sottoscrizione del loro dossier (che in genere tutti i candidati firmano tranquillamente), hanno illustrato le loro proposte ai quattro candidati a sindaco, i quali hanno semplicemente ascoltato diligentemente senza intervenire. Al di là delle proposte il messaggio che è stato lanciato, in un momento storico in cui prevalgono i segnali di rassegnazione o peggio i cattivi esempi da parte degli adulti, è stato l’invito a mettersi in discussione a chiedersi cosa significa fare spazio ai giovani, come evitare di strumentalizzarli o blandirli con promesse elettorali e renderli invece protagonisti?

Il primo passo che coinvolge tutti è il vero ascolto, da utilizzare in tutte le occasioni per facilitare la loro partecipazione attiva in famiglia, nella scuola, nella chiesa e per questo servono adulti che si mettano in connessione e li aiutino a fare uscire fuori i loro bisogni e soprattutto  i loro sogni.

Una Reggio nuova può nascere solo se si riuscirà a stipulare  un patto intergenerazionale tra adulti e giovani che decidono di camminare insieme abbandonando la logica del lamento per costruire percorsi di cambiamento iniziando dalle piccole cose. Educandosi a vicenda e proponendo la bellezza della partecipazione, dell’assunzione di responsabilità. Anche sul tema del lavoro formandosi e scegliendo quando possibile di fare impresa senza aspettare che arrivino opportunità. Su questo tante proposte interessanti e concrete contenute nel dossier per incentivare la scelta della restanza.                                               Prendendosi cura della città, dell’ambiente, riscoprendo la bellezza dei nostri territori, delle relazioni sociali, sperimentando l’esperienza dell’associazionismo sportivo, culturale, ambientale, religioso, di volontariato. Vivendo luoghi alternativi al mondo digitale dove  si possono coltivare amicizie reali e non virtuali

Il messaggio centrale del Forum dei giovani è quello del protagonismo, come se avessero raccolto l’invito di don Italo Calabrò da grande educatore che  invitava i giovani a non delegare la propria vita. Proprio due mesi di morire al liceo Vinci diceva agli studenti, la città è vostra, invitava a lottare con la non violenza per i propri diritti al lavoro, ad una scuola adeguata, all’impegno per gli ultimi.

In tutto questo centrale è il rapporto con la politica e con i consessi elettivi dove si decide la qualità della vita dei cittadini. I dati sull’astensionismo che riguardano soprattutto i giovani,  sono frutto di disinteresse, lontananza, sfiducia verso una classe dirigente di destra e di sinistra che ha fallito,  al di là della credibilità e dell’impegno di singole personalità. Prevale la logica dei favoritismi, della lottizzazione, dell’amichettismo come si dice oggi a scapito del merito e delle competenze di cui i vari schieramenti politici si accusano a vicenda e che utilizzano quando governano a piene mani.

Se questo è il modello di politica che si pratica come può attrarre i giovani? Peggio ancora quando tende a coinvolgerli attraverso promesse di favori e opportunità ad esempio di lavoro e di altre prebende, in un contesto sociale debole e esposto al ricatto del voto di scambio. Anche le nuove indennità previste per assessori e soprattutto per i consiglieri comunali rischiano di fare diventare posti di lavoro quelli che dovrebbero essere funzioni di servizio.

Il problema, quindi, non sono i giovani ma una classe politica che, se non li vuole definitivamente perdere, deve avviare una vera e propria rivoluzione mettendo al centro il bene Comune anche sacrificando le appartenenze, aprendo le porte del palazzo ai giovani e a tutti coloro disponibile senza chiedere contropartite, a dare un contributo, comitati di quartiere, associazioni, parrocchie, scuole

I candidati a sindaco sono disposti a fare questo? Ad esempio, con i giovani dopo avere ascoltato le loro proposte e a prendere impegni concreti? Iniziando con alcune scelte a costo zero, come la previsione di un assessorato alle politiche giovanili, la costituzione delle consulte con l’impegno a chiedere il loro parere obbligatorio sulle delibere che li riguardano come avviene ad esempio nel comune di Parma. Se vogliamo, come diceva Italo Falcomatà, fare innamorare i reggini e soprattutto i giovani della loro città, serve una bella politica che la aiuti a rialzarsi, che abbandoni lamenti, malgoverno, collusioni con la criminalità, logiche di potere e di interessi e non mendichi con la regione e il governo nazionale   quelli che sono invece diritti e rispetto. Con il  tema della disuguaglianza che l’autonomia differenziata farà aumentare e che dovrebbe diventare un impegno trasversale  per contrastarla della classe nostra classe politica. Per i giovani del Forum la sfida è doppia, riuscire intanto a continuare nel tempo  salvando  unità ed autonomia e cercare di coinvolgere più giovani possibili. 

La sera di sabato tornando a casa da piazza Italia vedevo altri giovani, che  mentre i loro coetanei animavano piazza Italia affollavano i locali della movida reggina. Riuscire a coinvolgerli in questi percorsi di protagonismo potrebbe dare a loro ad al movimento una  ulteriore occasione di crescita. (mn)

Tra geopolitica e declino del territorio la Calabria alle prese con la “modernità sociale”

di FRANCESCO RAO –I  recenti scenari di tensione internazionale, in particolare quelli che coinvolgono gli Stati Uniti e l’Iran, pur geograficamente distanti, producono effetti immediati anche nei contesti territoriali periferici. La Calabria, per caratteristiche strutturali e fragilità sistemiche, rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere come le dinamiche globali si traducano in impatti locali, incidendo su economia, coesione sociale e prospettive di sviluppo. Secondo i più recenti dati dell’Istat e della Svimez, il Mezzogiorno continua a registrare livelli critici in termini di occupazione, produttività e dinamica demografica. In Calabria, tali indicatori risultano ulteriormente aggravati da una progressiva riduzione della popolazione residente e da un costante incremento dell’età media. In questo contesto, il paradosso energetico regionale appare emblematico: pur essendo esportatrice netta di energia elettrica, la Calabria rimane fortemente dipendente dai derivati del petrolio e dal gas naturale. Tale dipendenza espone il territorio agli shock dei mercati internazionali, come dimostrato dalla recente impennata dei prezzi dei carburanti, che in alcune aree del Mezzogiorno hanno superato la media nazionale. Le conseguenze sono immediate e tangibili: l’aumento dei costi energetici incide sulla filiera agricola e agroalimentare, riducendone la competitività e generando effetti inflattivi che colpiscono soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione. In territori nei quali la spesa pensionistica rappresenta una delle principali fonti di circolazione economica, la contrazione del potere d’acquisto rischia di innescare un effetto recessivo diffuso. A ciò si aggiunge una trasformazione demografica profonda.

Le proiezioni dell’Istat indicano una significativa contrazione della popolazione entro il 2050, accompagnata da un progressivo invecchiamento. Il fenomeno migratorio, inoltre, assume caratteristiche sempre più articolate: non riguarda soltanto i giovani, ma coinvolge interi nuclei familiari e, in misura crescente, anche persone in età pensionabile. Parallelamente, la Calabria perde attrattività anche nei confronti dei flussi migratori extracomunitari, che tendono a orientarsi verso Paesi con maggiori opportunità occupazionali. Nonostante tali criticità, il territorio dispone di risorse strategiche rilevanti. L’elevato numero di ore di irraggiamento solare rappresenta un vantaggio competitivo significativo per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Tuttavia, la diffusione delle comunità energetiche resta ancora limitata, evidenziando un ritardo che non è soltanto tecnologico, ma anche culturale e politico. In questo scenario, il welfare generativo si configura come una possibile risposta strutturale. Superando la logica assistenziale, esso mira a produrre valore attraverso l’attivazione delle comunità locali, favorendo processi di inclusione, partecipazione e sviluppo sostenibile. Tuttavia, la sua piena attuazione richiede una chiara visione politica e un cambiamento profondo nei modelli di governance. Accanto alle politiche sociali, assume un ruolo decisivo la dimensione infrastrutturale.

La Zes Unica rappresenta un’opportunità concreta per attrarre investimenti e rafforzare il tessuto produttivo, a condizione che venga integrata in una strategia logistica efficiente. In tale prospettiva, il Porto di Gioia Tauro si configura come un asset di rilevanza internazionale, potenzialmente in grado di connettere il Mediterraneo ai principali corridoi commerciali globali.

Il confronto con modelli come Tanger Med evidenzia come la competitività territoriale dipenda dalla capacità di integrare infrastrutture, innovazione e capitale umano. Proprio quest’ultimo rappresenta il nodo centrale: la continua perdita di giovani qualificati riduce il potenziale di sviluppo e limita le possibilità di rigenerazione del sistema socioeconomico regionale. Iniziative come il reddito di merito costituiscono segnali positivi, ma non sufficienti se non inseriti in una strategia organica capace di creare opportunità concrete e durature. Senza un cambio di paradigma, il rischio è quello di perpetuare modelli del passato, inadeguati ad affrontare le sfide contemporanee.

La Calabria si trova oggi di fronte a una scelta cruciale: continuare a subire le dinamiche globali oppure costruire una propria traiettoria di sviluppo.

In questa prospettiva, la “nuova modernità sociale” rappresenta una possibile chiave interpretativa e operativa: un modello fondato sull’integrazione tra sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e coesione sociale.

Solo attraverso una visione di lungo periodo, capace di superare le logiche emergenziali e di investire sul capitale umano e sulle infrastrutture, sarà possibile invertire la tendenza e restituire centralità a un territorio che, oggi più che mai, ha bisogno di futuro.

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SANITÀ: È ARRIVATA LA FINE DEL COMMISSARIAMENTO IN CALABRIA

di FRANCO CACCIA – La notizia era nell’aria da tempo, ma ora ha i crismi dell’ufficialità: con la delibera del Consiglio dei Ministri del 9 aprile, il Governo Meloni ha sancito la fine del commissariamento della sanità in Calabria. Dopo diciassette lunghi anni di gestione straordinaria, le funzioni di programmazione ed organizzazione dei servizi sanitari tornano finalmente nelle mani della politica regionale. Si chiude così una stagione complessa per un settore vitale che incide direttamente sulla qualità della vita di ogni cittadino.

Dal rigore dei bilanci alla centralità della persona

Il bilancio di quasi un ventennio di commissariamento è, agli occhi dei calabresi, segnato da ombre profonde. Al netto di rare e lodevoli eccezioni, la sequela di commissari che si sono alternati verrà ricordata per gestioni spesso opache, talvolta imbarazzanti, e soprattutto per una sistematica chiusura di presidi territoriali.

Senza l’attivazione di servizi alternativi, queste scelte hanno di fatto eroso l’esercizio del diritto costituzionale alla salute. Per troppi anni, il dibattito si è ridotto a una serie di slogan punitivi: tagliare le spese, abbattere i costi, bloccare le assunzioni.

Sebbene il risanamento finanziario fosse una tappa obbligata e necessaria, la logica del risparmio non avrebbe mai dovuto trasformarsi in una barriera all’accesso alle cure.

La centralità di una visione

Le chiusure di ospedali e presìdi sanitari del territorio, in teoria, avrebbero dovuto rappresentare lo strumento per una riorganizzazione efficiente, volta a eliminare gli sprechi ed a potenziare i servizi. Tuttavia, la realtà è stata diversa. I calabresi non contestano il rigore in sé, spesso opportuno per bonificare il sistema, ma la totale assenza di una visione organizzativa complessiva. È mancata infatti una strategia capace di ricordare che la missione ultima della sanità non è far quadrare i conti, ma garantire la salute pubblica attraverso una gestione efficiente del sistema organizzativo, ospedaliero e territoriale.

Ripartire dalle risorse umane

Qualsiasi progetto, volto a ri-organizzare il sistema sanitario regionale, non può prescindere dalla valorizzazione del suo bene più prezioso: il capitale umano. Non esiste innovazione tecnologica o risanamento economico che possa funzionare senza il coinvolgimento attivo di chi, ogni giorno, opera in prima linea. È prioritario, dunque, avviare un’azione profonda per ri-motivare le professionalità che operano nelle aziende sanitarie e ospedaliere. Se si fosse data voce a chi lavora nelle trincee del sistema sanitario, molti miglioramenti sarebbero già realtà.

Dalla telefonata di supporto per la prenotazione di una visita/prestazione sanitaria, alla gestione dell’accoglienza nei servizi, fino alla fruizione della prestazione attesa, gli operatori maturano conoscenze preziose per elevare la qualità dei servizi e migliorare il livello delle cure per i cittadini.

Oggi, la vera sfida della nuova gestione è trasformare questo patrimonio di esperienze nel pilastro su cui costruire moderne politiche della salute.

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Nuova leadership per la salute di comunità

La fine del commissariamento non è un traguardo, ma un punto di partenza che impone alla politica regionale l’assunzione di responsabilità senza precedenti.

In questo scenario, la decisione più urgente e significativa riguarda la nomina dei Direttori Generali per le Aziende Sanitarie e Ospedaliere ancora prive di una guida stabile. Non è più il tempo delle nomine basate su equilibri di parte o logiche di appartenenza.

Per vincere la sfida del futuro, la Calabria ha bisogno di manager competenti e motivati, capaci di interpretare il mandato non come una gestione burocratica, ma come una vera e propria missione di rinascita.

La scelta dovrebbe essere altresì indirizzata, in via prioritaria, verso persone attente allo sviluppo del pensiero creativo. Le organizzazioni complesse, come il caso delle aziende sanitarie, sono infatti chiamate ad affrontare sfide continue che possono essere gestite con successo solo attraverso l’uso di approcci organizzativi moderni e partecipati.

Si pensi all’imminente apertura delle Case della Comunità, in Calabria ne sono previste ben 63, pilastri di una riforma che mira a rivoluzionare l’assistenza sul territorio e che richiede la partecipazione attiva dei comuni e del sistema degli enti del Terzo settore.

Questi nuovi presidi non sono semplici strutture fisiche a cui apporre una nuova etichetta per continuare a fare quanto si è fatto finora.  Sono invece servizi innovativi pensati per realizzare una sanità di prossimità, con cui rispondere ai bisogni dei cittadini direttamente nel loro ambiente di vita e coinvolgendoli attivamente per la promozione e la tutela della salute quale bene comune.

Siamo quindi ad una fase di transizione in cui è possibile fare della salute il principale fattore di coesione territoriale e di promozione della qualità della vita dei calabresi.

Quello che serve è avere nuovi leader all’altezza del compito, persone orgogliose del loro ruolo che accettino la sfida di accompagnare la Calabria nel cammino necessario per farla diventare, con merito, regione di eccellenza nel campo delle moderne politiche della salute.  (fc)

SANITÀ, LA CALABRIA FINALMENTE FUORI DAL COMMISSARIAMENTO

È davvero un evento storico: la Calabria, dopo 17 anni, esce dal commissariamento della Sanità. Occhiuto su Instagram, davanti a Palazzo Chigi, rivendica il risultato di un lungo lavoro. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, e con parere favorevole dei ministri dell’Economia Giancarlo Giorgetti e della Salute Orazio Schillaci, ha deliberato la revoca del commissariamento per la sanità della Regione Calabria.

«Siamo finalmente liberi da questa camicia di forza” ha detto il Presidente Occhiuto nel breve video postato su Instagram. (rrm)

Ponte sullo Stretto: I continui rinvii dal 2011 a oggi sono già costati 50 miliardi alla collettività

di ERCOLE INCALZA – Nel 2011 avevamo completato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e stavamo sottoponendo al CIPE l’intera proposta con la indicazione dell’importo pari a circa 6,5 miliardi di euro. Qualora il CIPE lo avesse esaminato e approvato, avremmo potuto disporre dell’opera entro il 2019. I dati sulla doman<da di traporto ed i ricavi annui stimati generati dal flusso di traffico previsto di 25 milioni di veicoli e 36.000 treni ogni anno ammontavano a circa 600 milioni di euro. In realtà, dal 2019 ad oggi, in circa sette anni avremmo potuto contare su un valore di circa 4,2 miliardi di euro.

Ma a questa analisi, che ritengo senza dubbio oggettiva, va aggiunta quella relativa alla mancata crescita del Prodotto Interno Lordo della Regione Sicilia a causa della assenza della continuità territoriale: un valore stimato, da un Istituto di ricerca indipendente, pari a 6,4 miliardi di euro l’anno. In tal modo, il danno stimato in questi sette anni di non disponibilità dell’opera è prossimo a circa 50 miliardi di euro.

Questo dato sembra incredibile e ci si meraviglia che i Governi presieduti da Monti, Gentiloni, Renzi, Conte 1 e Conte 2, Draghi, non ne abbiamo tenuto conto e, in fondo, anche la lunga istruttoria effettuata al Ministero dell’Ambiente dell’attuale Governo testimonia la sottovalutazione del danno creato dalla mancata disponibilità dell’opera.

Ma al macro valore prima denunciato bisogna aggiungere anche quello legato a:

• Inquinamento atmosferico generato dalle attese ai terminali.

• Ritardi nella distribuzione dei prodotti, con particolare attenzione ai prodotti food.

• Difficoltà dei prodotti siciliani a raggiungere i mercati nazionali ed internazionali.

• Difficoltà nella creazione di servizi comuni ed integrati nelle due realtà urbane di Messina, di Reggio Calabria e Villa San Giovanni.

Ancora più preoccupante è la sottovalutazione della disponibilità della Unione Europea nel garantire un contributo comunitario comparabile a quello riconosciuto per gli altri anelli mancanti che caratterizzano l’intero sistema della Unione Europea (il tunnel sotto la Manica, il tunnel ferroviario sotto i Pirenei, il tunnel Lione – Torino, il Terzo Valico dei Giovi, il San Gottardo, il Brennero, il corridoio Malmö – Copenaghen) un contributo che si aggira su un valore pari al 40% dell’opera. Una disponibilità che potrebbe scomparire in presenza di emergenze congiunturali ormai sempre più possibili alla luce delle attuali crisi internazionali.

Un’ultima considerazione è invece legata alla misura delle convenienze generate dalla realizzazione di reti ferroviarie ad alta velocità nel tratto Salerno – Reggio Calabria, Palermo – Catania e Catania Messina; opere il cui costo globale supera i 38 miliardi di euro ed il cui vantaggio funzionale viene abbondantemente ridimensionato o addirittura annullato dalla assenza della continuità territoriale.
Nasce, quindi, un interrogativo: come mai in questi anni questa tensione e questa attenzione sulla rilevanza di questi dati e di queste denunce sia praticamente stata quasi inesistente e come mai ancora oggi si continui a rinviare nel tempo l’avvio dell’opera?

Senza dubbio condivido la scelta di tentare ancora una volta di soddisfare le richieste formulate dalla Corte dei Conti ed apprezzo la velocità con cui la Società dello Stretto di Messina stia garantendo il rispetto dei vari impegni entro il mese di luglio, mi meravigliano e mi preoccupano invece sia le richieste avanzate dall’ANAC o quelle che potranno venire a valle di questo ulteriore approfondimento in corso da parte della stessa Corte dei Conti.

Sono convinto che chi ritarda l’attuazione dell’opera è cosciente del danno ed è cosciente anche del valore e della dimensione del danno stesso; quindi un simile comportamento, a mio avviso, si inserisce all’interno della famiglia della “colpa grave” ed ha solo un fine: contrastare la volontà del Governo e del Parlamento e come tale si caratterizza anche come un atto antidemocratico.

Molti esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle continuano a dichiarare scandalosa e indifendibile la realizzazione del Ponte sullo Stretto dimenticando il folle danno di 50 miliardi di euro già accumulato a causa di questa assurda e irresponsabile melina.

(Courtesy Il Riformista)

Elezioni reggine: la grande incognita del voto giovanile, quello del referendum

di EMILIO ERRIGO – C’è un elemento che più di altri merita oggi un’analisi attenta e non superficiale: il rapporto tra giovani e partecipazione democratica nel Mezzogiorno, e in particolare nella Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Non si tratta soltanto di leggere i risultati elettorali, ma di comprendere ciò che si muove sotto la superficie dei numeri, dentro una società che da troppo tempo viene descritta per le sue fragilità e troppo poco per le sue energie.

Il recente esito referendario nella provincia di Reggio Calabria ha visto prevalere il “Sì”, in controtendenza rispetto a molte altre aree del Paese. Un dato che non può essere ignorato e che merita di essere interpretato senza schematismi. Non è necessariamente il segnale di una distanza dei giovani dai valori costituzionali, né tantomeno una scelta uniforme e consapevole di tutte le fasce sociali. Piuttosto, riflette una complessità territoriale in cui incidono fattori molteplici: il livello di informazione, il rapporto con le istituzioni, la percezione della giustizia e, non da ultimo, il grado effettivo di partecipazione.

Ed è proprio qui che si innesta la questione centrale. Più che il risultato in sé, ciò che deve interrogare è il peso specifico della partecipazione giovanile. Nel Mezzogiorno, e in Calabria in particolare, il voto dei giovani non è ancora, in termini quantitativi, il fattore decisivo che invece potrebbe essere. Non perché manchi consapevolezza, ma perché troppo spesso manca il coinvolgimento reale, la percezione che quel gesto (una cabina chiusa e una matita su una scheda) possa incidere concretamente sul proprio destino.

Eppure, proprio in territori come Reggio Calabria, questa percezione potrebbe trasformarsi in una leva potente di cambiamento.

Qui, dove il mare dello Stretto si apre ogni giorno come un confine che unisce più che dividere, guardando verso la Sicilia, e dove l’Aspromonte veglia silenzioso alle spalle della città, la bellezza del paesaggio convive con una domanda profonda di riscatto sociale.

Sul lungomare, quello celebrato da Gabriele D’Annunzio come il chilometro più bello d’Italia, si incontrano generazioni (forse inconsapevoli) che portano con sé aspettative diverse ma una stessa esigenza: vivere in una comunità più equilibrata, giusta, più stabile, capace di offrire concrete opportunità.

Le prossime amministrative di maggio rappresentano, in questo contesto, un passaggio cruciale. Non tanto per decretare la vittoria dell’una o dell’altra parte politica, quanto per misurare la capacità del sistema democratico locale di riattivare la partecipazione, soprattutto tra i più giovani.

Se da quelle parti il dato referendario ha mostrato un orientamento preciso dell’elettorato attivo, resta aperta la domanda su quanti giovani abbiano effettivamente partecipato e, soprattutto, su quanti potrebbero farlo se adeguatamente coinvolti.

È qui che si gioca il vero equilibrio: non nella contrapposizione tra un “Sì” e un “No”, o tra “quel candidato” o “quell’altro candidato”, ma nella capacità di allargare la base democratica.

Lo stesso ragionamento si proietta inevitabilmente verso le elezioni politiche del 2027, quando una nuova generazione di neo-diciottenni entrerà nel corpo elettorale.

In quel momento, il tema non sarà soltanto quale scelta c.òompiranno, ma se e quanto sceglieranno di partecipare. La differenza, ancora una volta, non sarà determinata esclusivamente dagli orientamenti politici, ma dal numero di giovani che decideranno di esercitare il proprio diritto di voto.

Una matita tra le dita, in questo senso, diventa molto più di uno strumento: è il simbolo di una cittadinanza che si attiva, di una responsabilità che si assume, di una possibilità concreta di incidere sul proprio futuro.

Nella Città Metropolitana di Reggio Calabria, dove le contraddizioni sono evidenti ma è nascosta la vera forza delle comunità, l’auspicio è che proprio i giovani possano diventare il vero “piatto pieno della bilancia” della democrazia. Non tanto orientandola in una direzione precostituita, ma rafforzandola nella sua essenza più autentica: la partecipazione.

Un aumento esponenziale della presenza alle urne, soprattutto da parte delle nuove generazioni, rappresenterebbe di per sé un risultato straordinario, capace di restituire senso e vitalità al processo democratico.

In fondo, la democrazia non si misura soltanto nei risultati, ma nella qualità e nella quantità della partecipazione che riesce a generare.

Come ricordava Norberto Bobbio, “La democrazia è un insieme di regole, ma ha bisogno di cittadini che le prendano sul serio”.

Ma forse è proprio da una domanda, semplice solo in apparenza, che bisogna partire: quanti adulti sapranno davvero mettersi in ascolto, trovare parole sincere e uno sguardo autentico capace di incontrare quello dei giovani, entrando nel loro tempo senza giudicarlo, per accompagnarli con rispetto e fiducia a sentirsi parte viva di una comunità che ha ancora bisogno di loro?

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, ufficiale generale della Guardia di Finanza in riserva, docente universitario e attualmente insegna presso l’Università degli Studi della Tuscia, “Diritto Internazionale e del Mare” e “Management delle Attività Portuali”, al Corso di laurea magistrale di Economia Circolare)