Elezioni: cambia il voto ma il sistema politico rimane immutato

di DOMENICO MAZZA – C’è un fenomeno reale che attraversa la mappa elettorale della Calabria e che merita di essere guardato con onestà, senza sconti per nessuno. Meno di un anno fa le urne regionali consegnavano al centrodestra una vittoria netta, quasi plebiscitaria. Un mandato chiaro. Una mappatura del suffragio distribuita in modo omogeneo tra le Province. Una direzione di marcia precisa.

Poi, nel giro di pochi mesi, lo stesso corpo elettorale ha detto no al referendum costituzionale sostenuto dal Governo centrale. E, pochi giorni fa, ha premiato coalizioni opposte in diverse tornate amministrative. Guardando ancora più indietro, il copione si ripete: un’alternanza che non segue linee ideologiche riconoscibili, ma sembra obbedire a logiche diverse ogni volta.

La domanda giusta non è “cosa c’è che non va negli elettori calabresi”. La riflessione è: perché questo pendolo oscilla così? E soprattutto: chi lo spinge?

Per capire la volatilità del voto bisogna prima accettare un fatto scomodo: non esiste un unico elettore calabrese che si contraddice. Esistono partite diverse, giocate su campi differenti e con regole alternative.

Nel voto nazionale e nei referendum si decide – o si crede di decidere – la direzione del Paese. È il livello più emotivo, più soggetto agli umori del momento, alle narrazioni dei media, alla figura del leader. Il voto diventa spesso un giudizio sul Governo in carica, più che una scelta programmatica.

Nel voto regionale entra in gioco la credibilità del candidato, la sua capacità di intercettare risorse, di gestire la sanità, di rappresentare il territorio a Roma. È un voto più pragmatico e meno ideologico.

Al livello comunale, infine, la politica nazionale quasi scompare. Contano la conoscenza diretta, la fiducia personale, le reti di prossimità. Le stesse reti che possono essere virtuose o clientelari. Spesso, entrambe le cose insieme.

Questa dissociazione non è una patologia esclusivamente calabrese. È un limite strutturale in tutto il Mezzogiorno. Ed è, in misura crescente, la rotta seguita anche nel resto d’Italia. Il problema non è che gli elettori abbiano difficoltà a comprendere. Piuttosto, sono i partiti stessi a presentarsi in modo radicalmente diverso a seconda del livello elettorale. Tale condizione rende razionalmente difficile mantenere una coerenza di voto.

La sfiducia non è ignoranza e le responsabilità vanno condivise

C’è un’interpretazione comoda e sbagliata della volatilità elettorale. Si pensa che sia figlia dell’ignoranza civica, della pigrizia, del disinteresse. È una chiave di lettura che dice molto di più su chi la formula che sugli elettori che descrive.

In un territorio come la Calabria, la sfiducia trasversale verso qualunque coalizione non è cinismo. È esperienza accumulata. D’altronde, con decenni di promesse disattese alle spalle, una sanità commissariata per anni, infrastrutture ferme al palo e una disoccupazione giovanile che continua a spingere fuori i talenti migliori, meravigliarsi della citata condizione sarebbe da ingenui.

Cambiare schieramento ogni volta, quindi, non è incoerenza. È il tentativo, spesso disperato, di trovare qualcuno che finalmente mantenga la parola.

Il vero problema non è l’elettore che cambia idea. È un sistema politico che non offre alternative credibili e stabili. Che ricicla le stesse facce sotto simboli diversi. Che parla di sviluppo senza mai produrlo. In questo contesto, il “tanto sono tutti uguali” non è una resa intellettuale. È, spesso, una valutazione empiricamente fondata.

Detto questo, sarebbe disonesto fermarsi qui e assolvere tutti. Esiste anche una responsabilità del cittadino, ed è reale. La democrazia richiede uno sforzo minimo di connessione. Bisogna capire che la gestione della sanità regionale, la qualità dell’Amministrazione comunale e le scelte del Governo nazionale non sono compartimenti stagni. Sono vasi comunicanti.

Chi amministra il proprio Comune oggi è spesso il candidato regionale di domani. E, con ogni probabilità, sarà il parlamentare dopodomani. Votare senza questa consapevolezza significa rompere la catena di responsabilità che dovrebbe tenere insieme rappresentanti e rappresentati.

Ma questa consapevolezza non si costruisce con il rimprovero. Si realizza con una classe politica che offre coerenza tra i livelli. Con un’informazione locale impegnata a fare giornalismo, piuttosto che ad amplificare la propaganda. Infine, con scuole orientate a sviluppare l’educazione civica come pratica viva e non come materia di riempimento. La matita pesa. Ma il tavolo su cui scriviamo conta quanto noi

La metafora della matita leggera ha una sua forza. È vero: il voto ha un peso specifico enorme, e usarlo con superficialità produce conseguenze reali. Ma una matita, da sola, non basta. Serve anche un foglio su cui scrivere qualcosa di sensato.

Finché i partiti si presenteranno come forze nazionali a Roma e come comitati d’affari locali nei Comuni… Finché le campagne elettorali saranno fatte di slogan senza programmi verificabili… Finché chi governa male non pagherà conseguenze elettorali chiare, la volatilità del voto non sarà un problema degli elettori. Sarà il sintomo di un sistema che non funziona e che scaricare sulle spalle dei cittadini è, oltre che scorretto, controproducente.

Il disegno che viene fuori dalle urne calabresi non è un mostro informe nato dalla leggerezza di chi vota. È il ritratto fedele di un Establishment che non ha ancora deciso se vuole davvero essere all’altezza di chi lo sceglie. (dma)

(Comitato Magna Graecia)

La Calabria ha turismo ma non ha un sistema turistico regionale

di FRANCESCO AIELLO e MICHELE MERCURI – La Calabria non è una regione senza turismo. I numeri raccontano anzi una realtà diversa: nel 2024 le strutture ricettive ufficiali hanno registrato oltre 8,1 milioni di presenze e 1,75 milioni di arrivi. Si tratta di valori che collocano la regione al terzo posto nel Mezzogiorno, dietro Campania e Puglia. Eppure, osservando più attentamente la distribuzione territoriale dei flussi turistici, emerge un quadro molto meno lineare di quanto suggeriscano i dati aggregati. Il problema della Calabria non sembra essere l’assenza di turismo, ma la sua estrema concentrazione geografica, la forte dipendenza dalla stagione balneare e la difficoltà di trasformare alcune eccellenze locali in un vero sistema turistico regionale.

L’immagine che emerge dai dati ISTAT è quella di una regione nella quale il turismo si concentra quasi interamente lungo le coste, lasciando gran parte dell’entroterra fuori dai principali circuiti turistici. La Figura 1 mostra in modo molto netto questa polarizzazione: il 92,6% delle presenze turistiche regionali si registra nei comuni costieri, mentre ai comuni interni resta appena il 7,4%. Ancora più significativa è la distribuzione per zona altimetrica. Le aree di collina litoranea assorbono da sole il 63,4% delle presenze complessive, mentre la montagna interna, nonostante la presenza di sistemi territoriali di grande valore ambientale come Sila, Pollino e Aspromonte, si ferma al 2%.

Questi dati raccontano molto più della semplice vocazione balneare della regione. Mostrano, infatti, che il turismo calabrese coincide quasi interamente con il turismo costiero estivo. Le aree interne, pur frequentemente richiamate nel dibattito pubblico come possibile frontiera dello sviluppo turistico regionale, continuano ad avere un ruolo quantitativamente marginale. Il problema, quindi, non sembra essere soltanto la scarsità di infrastrutture o servizi turistici nell’entroterra, ma la stessa struttura territoriale del modello turistico regionale, fortemente selettiva e polarizzata.

La distribuzione provinciale dei flussi rafforza ulteriormente questa interpretazione. La Figura 2 evidenzia differenze territoriali profonde tra le cinque province calabresi. Cosenza concentra il maggior numero di presenze turistiche regionali (oltre 3,3 milioni, pari al 40,9% del totale) grazie soprattutto all’estensione della fascia tirrenica e dell’Alto Ionio. Vibo Valentia, però, pur disponendo di un territorio circa sei volte più piccolo di quello cosentino, registra oltre 2,4 milioni di presenze e rappresenta il vero epicentro del turismo regionale ad alta intensità.

I dati provinciali mostrano, infatti, che non esiste una sola Calabria turistica, ma almeno cinque modelli territoriali molto differenti. Vibo Valentia presenta il più alto indice di turisticità regionale, 16,37 presenze per abitante, e la maggiore densità turistica, con oltre 2.100 presenze per chilometro quadrato. La quota di turisti stranieri raggiunge qui il 37,5%, valore nettamente superiore alla media regionale. Al contrario, la provincia di Reggio Calabria mostra indicatori molto più deboli: appena il 6% delle presenze regionali, permanenza media di 2,42 notti e un indice di turisticità inferiore all’unità.

In altre parole, il turismo regionale appare fortemente polarizzato. Alcuni territori costieri concentrano quote molto elevate dei flussi turistici, mentre vaste aree regionali rimangono sostanzialmente marginali. Questa asimmetria emerge con ancora maggiore chiarezza osservando la distribuzione comunale degli indicatori di intensità turistica.

La Figura 3 indica uno degli elementi più interessanti dell’intera informazione statistica disponibile sul turismo calabrese. Le classifiche regionali per indice di turisticità e densità turistica sono dominate quasi esclusivamente dai comuni della Costa degli Dei, in provincia di Vibo Valentia. Ricadi raggiunge 184,8 presenze per abitante residente, mentre Tropea supera le 92 mila presenze per chilometro quadrato.  Si tratta di valori molto elevati nel contesto meridionale italiano e che testimoniano l’esistenza, in Calabria, di vere e proprie enclave turistiche ad alta intensità. Tropea, in particolare, rappresenta un caso di rilievo nazionale: è, infatti, l’unico comune calabrese presente tra i primi 25 italiani per densità turistica.

Eppure, proprio il confronto con il resto del Paese mostra anche i limiti strutturali del turismo regionale. Nessun comune calabrese compare, infatti, tra i primi 25 italiani per indice di turisticità, graduatoria dominata dai centri alpini e lacuali del Nord Italia. Il valore di Ricadi, pur molto elevato nel contesto regionale, resta circa la metà della soglia minima necessaria per entrare nella top 25 nazionale.

È qui che emerge il vero paradosso del turismo calabrese. Le eccellenze esistono. Alcuni territori raggiungono livelli di intensità turistica molto elevati. Ma queste concentrazioni rimangono geograficamente isolate e non riescono ancora a trasformarsi in un sistema turistico regionale integrato.

La Calabria appare così come una regione caratterizzata da forti polarizzazioni territoriali: alcune aree costiere attraggono flussi consistenti e mostrano indicatori comparabili con importanti destinazioni nazionali, mentre il resto del territorio resta sostanzialmente ai margini dei principali circuiti turistici. Più che un sistema turistico regionale diffuso, emerge, quindi, una geografia fatta di “piccoli poli” turistici localizzati, fortemente dipendenti dalla stagione balneare e scarsamente connessi alle aree interne. Il problema della Calabria, dunque, non sembra essere semplicemente “avere più turismo”. I dati mostrano che alcune aree ne hanno già molto. La vera sfida riguarda piuttosto la capacità di diffondere territorialmente questi flussi, governare la stagionalità, aumentare l’integrazione tra coste e aree collinari e montane e trasformare alcune eccellenze locali in una piattaforma stabile di sviluppo regionale. (oc)

[Courtesy OpenCalabria]

Il quasi inesistente rapporto tra il Ponte sullo Stretto e il territorio

di GIOVANNI MÒLLICA – Uno spettro si aggira per l’Italia; ma non è il Comunismo evocato da Marx nel suo Manifesto.

È il rapporto – tormentato come tutti gli spettri – tra Ponte sullo Stretto di Messina e territorio.

Gli elementi che condizionano tale rapporto sono essenzialmente due: il potente trio Governo/Stazione appaltante/Contraente generale (che ha il compito di realizzare materialmente l’opera) e chi dovrà ospitarla, cioè il fragile e titubante binomio costituito da politica e tessuto produttivo locale. Ai quali spetta concordare con i primi – che gestiscono le risorse tecniche ed economiche – quali ricadute debbano atterrare dalle nostre parti.

Una cosa è certa: la collaborazione tra i due elementi è praticamente inesistente e, a tutt’oggi, non ha prodotto alcun risultato positivo.

La parte, affatto trascurabile, dell’opinione pubblica siciliana e calabrese favorevole all’opera tende ad attribuire la responsabilità di tale clamoroso insuccesso all’inerzia dei politici, degli imprenditori e dei sindacati nostrani. Sintetizzabile nel trito slogan autoaccusatorio “la colpa è nostra”. Ma questa è solo una parte della verità. Probabile conseguenza della scarsa consapevolezza dei propri diritti, nonché della convinzione che debbano essere “gli altri” – Arabi, Normanni, Angioini, Borboni, fino ai Garibaldini e ai Piemontesi – a portarci il benessere. E che ora sia il turno di Romani e Milanesi.

Per comprendere meglio le antiche radici del  problema possiamo scomodare le parole dette dal Principe di Salina al rappresentante del Governo piemontese che gli offriva la carica di Senatore del neonato Regno d’Italia: “Noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia”. Per vocazione.

Il discorso si potrebbe chiudere qui ma vale la pena fare qualche passo in più per spiegare che – a nostro parere – nel caso del Ponte, le colpe degli insuccessi non sono solo delle vittime.

In un grande progetto infrastrutturale, la Stazione appaltante non deve solo interloquire con gli Enti (MIT, FS, Anas, Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Corte dei conti, ecc.) coi quali condivide il compito di realizzare materialmente l’infrastruttura,  ma deve essere anche il regista del rapporto col territorio. Da ben prima che inizino i lavori fino a tutte le fasi di manutenzione. Se non lo fa viene meno al suo ruolo istituzionale e non può trincerarsi dietro l’inerzia e l’incompetenza degli Enti locali perché ha la responsabilità giuridica e morale di massimizzare il ritorno socio-economico dell’investimento pubblico sul territorio che lo ospita.

Per comprendere In cosa dovrebbe consistere concretamente tale impegno, distinguiamo due aspetti: quello strettamente tecnico/trasportistico e quello socio/economico. Non è una distinzione da poco: per assolvere al primo l’opera deve integrarsi con i piani di mobilità locale e il coinvolgimento del territorio è indispensabile. In altre parole, l’opera e le reti di trasporto locali devono essere compatibili. Non dubitiamo che i policy maker siciliani e calabresi faranno sentire la loro voce. Sperando che si facciano supportare da tecnici adeguati. Per quanto riguarda ‘aspetto socio-economico siamo all’anno zero.

Tentiamo di capire in cosa dovrebbe tradursi quest’ultimo. Lo Statuto della società e la Legge istitutiva prevedono espressamente la valorizzazione delle aree adiacenti l’infrastruttura. La stessa presenza delle due Regioni nell’azionariato della Stazione appaltante è mirata a garantire che ogni fase decisionale generi rilevanti ricadute occupazionali e la crescita delle competenze locali. A dispetto di alcune generose iniziative che non hanno avuto reale sostegno né da parte delle Amministrazioni né da parte di Concessionaria e Contraente generale, a pochi mesi (?) dall’apertura dei cantieri l’impatto del Ponte sul territorio presenta solo i prevedibili disagi e nessun concreto beneficio.

Per far sì che le imprese e la manodopera locale partecipino ai lavori di costruzione in modo strutturato, è necessario che la Stretto di Messina SpA, le associazioni di categoria e gli enti bilaterali attivino Tavoli di monitoraggio e pre-qualificazione. Organismi facili da attuare con pochissima spesa che, però, per funzionare necessitano di informazioni che solo i primi due posseggono, come, ad esempio, l’elenco dettagliato delle Figure professionali da coinvolgere durante il crono programma dei lavori. Il fatto che tali notizie, pur richieste, non siano mai state diffuse depone molto male sull’effettiva volontà di cooperazione da parte delle aziende romano-milanesi.

Non c’è da inventare nulla: la strada è stata già tracciata da alcuni decenni a opera di altre Stazioni appaltanti europee (Modello danese) e poi seguita nelle grandi opere in diverse parti d’Italia. Viene spontaneo chiedersi perché, sulle sponde dello Stretto, non si possa seguire lo stesso percorso. E come mai nessuno protesti.

Il consenso crescerebbe esponenzialmente, gli ambientalisti, costretti a prendere atto dell’accresciuta sensibilità in materia, ridimensionerebbero il loro ostruzionismo e gli stessi partiti di sinistra rimarrebbero privi del sostegno di ecologisti improvvisati e animalisti della domenica. Anzi, tenterebbero di spacciare il mutamento di rotta come una loro vittoria.

Il coinvolgimento del territorio non è una gentile concessione del Governo centrale. Per essere ancora più chiari: se la Concessionaria continuerà a gestire l’opera in un’ottica puramente burocratica, i grandi gruppi industriali porteranno fornitori e maestranze specializzate dal Nord e dall’estero, lasciando le briciole alle ditte e alla manodopera siciliana e calabrese. In violazione di quello che è chiamato “prevalente interesse pubblico”.

L’impatto sul territorio si vedrà solo se le forze economiche, sociali e civiche locali riusciranno a imporre alla Stazione appaltante la creazione e il rispetto di Protocolli di Sviluppo Locale specifici, che traducano quelle astratte righe dello Statuto in impegni numerici, percentuali di subappalto garantite alle imprese sane dell’area e Piani di Formazione da avviare immediatamente. Fino a quel momento gli slogan incentrati sui “cantieri pronti a partire” rimarranno annunci che non producono un solo posto di lavoro reale. 

Siamo e restiamo convintamente favorevoli al Ponte sullo Stretto ma siamo altrettanto certi che non è la stessa cosa avviare oggi un effettivo e preciso percorso di crescita o affidarsi a quello che presumibilmente partirà tra dieci anni. Incomprensibile e preoccupante che siano in tanti a non pensarla come noi. (gmo)

SANITÀ: Il piano di rientro penalizza i calabresi anche nell’acquisto dei carburanti

di GIACINTO NANCI – In questi giorni si discute favorevolmente sul decreto del Governo per lo sconto sulle accise a causa dell’aumento dei carburanti dovuto dell’assurda guerra di Trump all’Iran. È questa l’occasione per segnalare, la stragrande maggioranza dei calabresi ormai non lo ricorda più, che noi calabresi le accise sui carburanti li paghiamo maggiorate dal lontano dicembre 2009 e lo continueremo a fare, anche dopo la fine della guerra all’Iran, a causa di una delle imposizioni del piano di rientro sanitario cui siamo sottoposti dal lontano dicembre 2009. Questa citazione sulle accise serve solo per ricordare tutte le altre ingiuste e dannose imposizioni cui sono sottoposti i calabresi a causa dell’ingiusto e dannoso piano di rientro anche alla luce dell’ininfluente, ai fini economici e sanitari, della recente chiusura del commissariamento sanitario calabrese di cui Il governatore commissario Occhiuto si è vantato. L’aumento delle accise sui carburanti, che noi calabresi paghiamo in più degli altri italiani, in verità è poca cosa rispetto alle altre gravi e dannose imposizioni del piano di rientro sanitario cui siamo sottoposti noi calabresi. Ebbene, oltre all’allora chiusura di 18 ospedali il blocco del turn over dal 2009, la limitazione dei posti letto il pagamento maggiorato dei tickets sanitari che per lunghi anni noi calabresi abbiamo pagato, il piano di rientro sanitario ci ha imposto dal 2009 una maggiorazione delle tasse IRPEF e IRAP per oltre cento milioni l’anno. Ci ha imposto il pagamento di un prestito “lacrime e sangue”. Infatti il Governo ci ha fatto un prestito di 428 milioni per sanare il presunto deficit sanitario che noi calabresi stiamo restituendo a 30,7 milioni l’anno fino al 2040 (si 2040) per un totale di 922 milioni di euro. Dei 30,7 milioni che paghiamo ogni anno solo 9 sono di capitale e oltre 21 sono di interesse ad un tasso del 5,89% che è molto vicino a quello usurario per questi tipi di prestiti che è del 6,03%. Per questi tipi di prestito il tasso di interesse normalmente è dell’uno per cento, in pratica lo Stato fa quasi l’usuraio con i calabresi. In più per la programmazione della nostra sanità mancano le centinaia di milioni per le cure fuori regione dei calabresi, soldi che neanche arrivano in Calabria perché vanno direttamente dati alle regioni dove noi andiamo a curarci. Ma perché siamo entrati nell’ingiusto e dannoso piano di rientro sanitario? Siamo entrati perché avremmo fatto uno sforamento della spesa sanitaria per un ammontare di circa un miliardo e mezzo. Il piano di rientro sanitario calabrese è ingiusto perché il presunto sforamento è stato causato dall’endemico sottofinanziamento della sanità calabrese fatto dalla Conferenza Stato-Regioni. Ma perché la Conferenza Stato Regioni ha da sempre sottofinanziato il sistema sanitario calabrese?. Semplicemente perché non ha applicato un semplice comma di una legge dello Stato: comma 34 dell’art.1 della legge 662 del 1996. Il comma 34 stabilisce 5 criteri per decidere il riparto pro capite dei fondi sanitari che sono: 1) popolazione residente 2 )frequenza dei consumi sanitari per età e per sesso 3) tassi di mortalità della popolazione 4) indicatori relativi a particolari situazioni territoriali ritenuti utili al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni e 5) indicatori epidemiologici territoriali. 

Ebbene, da sempre è stato applicato solo il primo dei cinque criteri che ha costretto al sottofinanziamento la sanità calabrese, tutti gli altri (mai applicati) ci avrebbero favorito. La Calabria avrebbe dovuto avere molti più finanziamenti delle altre regioni perché ha molti più malati cronici delle altre regioni. Siamo entrati in piano di rientro perché dove c’erano e ci sono molti più malati cronici sono arrivati meno finanziamenti che non sono bastati per curare i troppi malati ed è anche questo il motivo per cui 15 anni di pluri commissariamento non sono serviti a “risanare” il deficit e a farci uscire dal piano di rientro. Che in Calabria c’erano e ci sono molti più malati cronici e che avremmo per questo dovuto avere più finanziamenti, oltre a tutti gli istituti di statistica sanitaria, lo ha certificato anche il CDA n.103 del lontano 30 settembre 2015 (vidimato dai Ministeri prima dell’Economia e poi della Salute della serie tutti sanno) firmato dall’allora commissario al piano di rientro Scura che alla pag. 33 dell’allegato n.1 scrive “si denota una presenza di almeno il 10% di malati cronici in più che non nel resto d’Italia”. Visto che il DCA n. 103 è fornito di dettagliate tabelle ho potuto quantificare (allora nel 2015 oggi sono molti di più) in 287.000 i malati cronici in più nei due milioni di calabresi rispetto ad altri due milioni di italiani. Per questi malati cronici in più in Calabria dovrebbero, quindi, arrivare molti più fondi e non meno per come è sempre avvenuto. Sappiamo quanto costa curare una patologia cronica ogni anno, sappiamo quante sono le patologie per ogni ragione sarebbe logico e corretto finanziare le sanità regionali in base ai reali bisogni dei malati nelle varie regioni. Per questi malati cronici in più in Calabria sarebbero dovuti arrivare, con una stima al forte ribasso, almeno 150 milioni di euro in più ogni anno. Se si sommano quindi  i 100 milioni di euro avuti in meno da sempre per l’applicazione del criterio di riparto demografico, i 150 della mancata applicazione del criterio epidemiologico, i 100 della sovrattassa IRPEF e IRAP, i 30 milioni del prestito “lacrime e sangue” e i circa 200 in media ogni anno per le cure fuori regione si può capire perché la sanità regionale è ridotta all’emergenza. Se a tutto ciò si aggiungono i milioni per gli stipendi negli anni degli 11 commissari: uno regionale, 5 uno per ogni ASP e uno per ogni ospedale regionale vediamo che al danno si è aggiunta anche la beffa. Un’altra beffa è che nello stesso periodo in cui noi calabresi siamo dovuti entrare in piano di rientro per lo stesso ammanco di un miliardo e mezzo dovuto allo scandalo del San Raffaele di Milano lì il governo ha subito autorizzato quattro banche pubbliche (quindi anche con i soldi dei calabresi) a risanare il deficit . Cosa fare allora? Il governatore Occhiuto dovrebbe andare (sembra che mandi sempre un delegato) di persona alla prossima seduta della Conferenza Stato Regioni e pretendere a) l’applicazione completa della legge 662 per fare arrivare i giusti finanziamenti per i malati calabrese fatto indispensabile per poter chiedere contemporaneamente la chiusura del piano di rientro, b) la chiusura dell’usuraio prestito “lacrime e sangue”, c) la chiusura di tutti i costosi commissariamenti e d) la proroga del PNNR (firmato da Occhiuto stesso) per la completa sua applicazione  quanto riguarda i 20 ospedali di comunità di cui sembra solo due verranno completati, almeno a “risarcimento” dei 18 ospedali chiusi nel 2011  a causa dell’apertura del piano di rientro. La Campania che si trovava nelle nostre stesse condizioni ha avuto la chiusura del piano di rientro nientemeno che dalla Corte dei Conti cui si è rivolta il governatore De Luca. Sig. Governatore Occhiuto se vuole bene ai malati calabresi non deve perdere altro tempo altrimenti come Lei sa già i calabresi da quando è cominciato il piano di rientro continueranno ad avere (unica regione italiana) una aspettativa di vita alla nascita non in aumento ma in discesa. In pratica da quando è iniziato il piano di rientro in Calabria si muore prima. Se Lei, governatore Occhiuto, fa queste cose, magari le accise sui carburanti maggiorate le possiamo pure continuare a pagare. (gn)

(medico di Famiglia in pensione ed ex ricercatore Health Search LPD)

Da Ue e PNRR miliardi alla Calabria ma ritardi e burocrazia rallentano la crescita

di CARMELO IDÀ

Infrastrutture e trasporti, innovazione tecnologica, lavoro e turismo. E ancora competitività delle imprese, transizione energetica, salute e inclusione sociale, istruzione e cultura. Il menù completo porta la firma di Bruxelles. La Calabria deve infatti all’Europa decenni di continuo ed instancabile sostegno economico. Agende, programmi operativi e Fondi per lo sviluppo hanno consentito di realizzare importanti investimenti in tutti i settori, strategici e meno. Parliamo di oltre 70mila progetti dal 2000 ad oggi.

I programmi di finanziamento

Dal Por Calabria 2000/2006 fino all’ultimo Programma regionale Fesr Fse+, l’Unione europea ha stanziato 12,31 miliardi. A questi finanziamenti si aggiungono i fondi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, 11,63 miliardi, e quelli previsti dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, altri 8,17 miliardi. Trenta miliardi o giù di lì.

Cosa è stato fatto con questi soldi

La prima voce di bilancio in termini di spesa è quella relativa alle infrastrutture e ai trasporti. Seguono i lavori pubblici, gli investimenti in beni e servizi, gli incentivi alle imprese e i contributi a sostegno delle famiglie. Il comparto agricolo è quello che ha beneficiato molto dei fondi europei e che allo stesso tempo ha il più elevato tasso di percentuale di obiettivi di investimento raggiunti. Nel complesso i ritardi sono molto elevati, sia sul fronte dell’avanzamento dei lavori sia su quello dei pagamenti. Lo evidenzia la Corte dei conti.

La crescita della Calabria

Con il Por 2000/2006 alla Calabria sono stati concessi 4,1 miliardi. L’effetto sul Pil regionale è stato un incremento pari all’1,1% proprio a termine programma. Tra il 2008 e il 2014, però, gli effetti delle crisi economiche internazionali che si sono succedute hanno praticamente azzerato quel risultato riportando indietro la regione di anni. La pandemia ha fatto il resto rallentando la crescita. Nel 2025 il prodotto interno lordo regionale ha fatto registrare un balzo in avanti dell’1,3%, un risultato superiore rispetto alla media nazionale. Le previsioni di crescita per il 2026, a causa della crisi energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente, sono viste fortemente al ribasso, non oltre lo 0,6%.

La spinta esercitata dal Pnrr

La Banca d’Italia nel suo report annuale attribuisce gran parte del risultato di crescita del Pil alla spinta sugli investimenti esercitata dal Pnrr che ha contribuito ad un rafforzamento economico dell’intero Sistema regione. C’è la crescita ma, dice Bankitalia, i tempi della burocrazia frenano ancora lo sviluppo del territorio. Per la Corte dei Conti la spesa è rallentata a causa di persistenti difficoltà amministrative e progettazione carente, che frenano l’attuazione degli interventi. Non mancano le irregolarità e neppure i tentativi di frode. Questo vale per tutte le misure di sostegno europeo.

Le altre misure europee

Insieme ai fondi del Pnrr ci sono da spendere i 2,9 miliardi del Fondo europeo di sviluppo regionale e del Fondo sociale europeo plus e ben 8,17 miliardi del Fondo per lo sviluppo e per la coesione. Quest’ultimo porta in dote il finanziamento per la realizzazione dei nuovi ospedali di Vibo Valentia (126 milioni), della Piana di Gioia Tauro (116 milioni), della Sibaritide (102 milioni) e del termovalorizzatore di Gioia Tauro (372 milioni), progetto non ancora avviato.

I finanziamenti Fesr Fse+

Questo pacchetto finanzia principalmente l’innovazione tecnologica, la transizione digitale ed ecologica, il rafforzamento della competitività delle piccole e medie imprese e lo sviluppo sostenibile urbano e rurale. I fondi sostengono start-up, ricerca industriale e investimenti produttivi.

I finanziamenti Fsc

I Fondi per lo sviluppo e per la coesione destinati alla Calabria hanno una dotazione di 4,8 miliardi per le infrastrutture: 2,25 per l’ambiente, 1,6 per il trasporto, 900 milioni per le infrastrutture digitali e la competitività delle imprese. La piattaforma OpenFsc certifica che al 31 dicembre 2025 relativamente alla spesa per i 17.802 progetti previsti solo il 14% risulta concluso e l’8% è stato liquidato. Il 68% è in corso mentre il 10% non è stato ancora avviato. Secondo i dati OpenCoesione, i pagamenti monitorati ammontano a circa 214,7 milioni di euro su un totale programmato di circa 2,9 miliardi.

Oltre le scadenze, i rischi

Se i fondi strutturali e di investimento non vengono spesi entro i tempi stabiliti, si incorre in conseguenze finanziarie e operative definite dai regolamenti europei. La conseguenza principale è la perdita definitiva delle risorse che avviene con il “disimpegno automatico”. Significa che le risorse stanziate ma non spese o non certificate entro tre anni dalla fine dell’anno di impegno vengono automaticamente cancellate dalla Commissione europea. Di recente la giunta regionale ha riprogrammato 57 milioni di investimenti su 17 interventi diversi per scongiurare il rischio di perdere i fondi.

Perché la Calabria non riesce a stare al passo con le altre regioni

L’eccessiva frammentazione del quadro finanziario e la mancanza di una visione d’insieme frenano i risultati nel lungo periodo e non rendono strutturali gli obiettivi perseguiti con gli investimenti. Il mosaico si compone di tessere che finiscono per essere adattate ai tasselli che le devono contenere: i soldi stanziati hanno più importanza del modo in cui i progetti realizzati si inseriscono nella rete di sviluppo locale. 

Non è un problema solo calabrese, tant’è che la stessa Commissione europea ha deciso di far cambiare passo al sistema dei finanziamenti, non più a pioggia, ma mirati, sposando il sistema degli obiettivi adottati con il Pnrr. Per la Corte dei conti è importante prevedere cosa accadrà dopo la chiusura dei cantieri. Perché i progetti non gestiti al meglio risulteranno un inutile e dannoso spreco di denaro.

[Courtesy LaCNews24]

Crotone deve volare. Polemiche sullo scalo

di MARILINA INTRIERI – In queste ore assistiamo all’ennesimo tentativo di trasformare una questione strategica per il territorio, il futuro dell’aeroporto di Crotone, in terreno di polemica elettorale. È un copione già visto che rischia però di produrre un danno reale: indebolire un percorso faticosamente ricostruito dopo anni di crisi. Lo dico da donna politica che ha sempre operato per la salvaguardia di questa importante infrastruttura.

Chi oggi solleva critiche dovrebbe avere il senso della misura e della memoria. Nella fase in cui lo scalo attraversava le maggiori difficoltà, con bandi andati deserti e il concreto rischio di chiusura, non si registrarono iniziative risolutive durante il II Governo Conte, quando esponenti del territorio sedevano in quella maggioranza parlamentare.

L’aeroporto di Crotone non è una realtà consolidata che oggi subisce un ridimensionamento. È, al contrario, uno scalo che è ripartito dopo un fallimento, dopo anni in cui la sua chiusura era considerata da molti un esito inevitabile, anche alla luce delle scelte o delle inerzie di alcuni governi regionali precedenti. In tanti momenti difficili le istituzioni regionali, senza distinzioni di parte, lavorarono per evitare che il territorio perdesse definitivamente un’infrastruttura strategica.

Oggi, con l’attuale governo regionale guidato dal Presidente Roberto Occhiuto, si è costruito un modello di rete aeroportuale che tiene insieme Lamezia, Reggio Calabria e Crotone. Un modello necessario in una regione con una popolazione limitata ma con tre infrastrutture aeroportuali, che possono reggere solo se inserite in una strategia unitaria. Un’operazione complessa ma indispensabile, soprattutto per la struttura più fragile, che è proprio Crotone.

All’interno di questo disegno, la gestione affidata a Sacal e al suo amministratore delegato Marco Franchini sta portando avanti investimenti strutturali e una programmazione progressiva, fortemente sostenuti dal governo regionale. Un lavoro che non può essere letto con la lente della polemica quotidiana sul singolo aeroporto, o peggio sul singolo volo o sull’orario di un volo.

Leggo, anche sui social, che qualche rappresentante istituzionale locale parla di “paradosso”, senza riconoscere che la programmazione aeroportuale è per sua natura dinamica e regionale, non locale. Le scelte delle compagnie aeree, soprattutto low-cost, rispondono a logiche di mercato complesse. Il rafforzamento di uno scalo come Crotone richiede continuità, credibilità istituzionale e stabilità, non attacchi quotidiani che rischiano di minarne le prospettive.

Le criticità che esistono vanno affrontate: orari dei voli, collegamenti con mercati strategici, accessibilità per l’utenza. Ma trasformare ogni fase di assestamento in uno scontro politico significa indebolire lo scalo proprio nel momento in cui ha bisogno di essere tutelato per consolidarsi.

Va detto con chiarezza: oggi l’aeroporto di Crotone ha una prospettiva. E questa prospettiva è legata alla capacità della Regione, guidata dal Presidente Occhiuto, di sostenere una programmazione di medio periodo.

È su questo che la politica deve concentrarsi. Tra poco si apriranno nuove opportunità, e sarà proprio in quella fase che si misurerà la serietà di tutti: senza una forte e unitaria azione istituzionale, il rischio di tornare indietro non è teorico.

Per questo serve un cambio di tono.

Non una politica che cerca visibilità nella polemica, ma una politica che sostenga la programmazione regionale, accompagni il lavoro di Sacal e costruisca condizioni favorevoli per attrarre compagnie e nuove rotte.

L’aeroporto di Crotone non è un tema da campagna elettorale. È un’infrastruttura fragile, che ha già conosciuto il baratro.

Chi, come me, ha davvero a cuore il suo futuro lo sa: oggi più che mai servono responsabilità, concertazione e visione. La memoria istituzionale è il primo requisito della credibilità politica. Tutto il resto è rumore. (mi)

Bandiere blu in Calabria: un punto di partenza, non di arrivo

di NICOLA A. PRIOLO – L’Italia ogni anno si sveglia con la stessa liturgia balneare, una specie di rito laico che annuncia l’estate più di qualsiasi calendario: l’uscita delle Bandiere Blu. È un momento in cui le regioni si misurano come in una gara di atletica, chi ha più vessilli, chi ne perde uno, chi ne guadagna due, chi resta stabile e finge di essere soddisfatta. È un gioco di specchi, un esercizio di immagine, un modo per dire al mondo che il mare è pulito, che i servizi funzionano, che la spiaggia è degna di essere fotografata e postata. E ogni anno, puntuale, la Liguria si piazza in cima alla classifica, con i suoi trentatré vessilli che sventolano come un esercito ordinato, disciplinato, pronto a ricevere milioni di turisti che arrivano sapendo già cosa troveranno: parcheggi, treni, alberghi, ristoranti, porti, sentieri, comunicazione, brand, continuità.

La Liguria è un marchio, un’abitudine, un riflesso condizionato. È la certezza che, se vai lì, qualcosa troverai.

Poi c’è la Calabria, che quest’anno conferma le sue ventitré Bandiere Blu, un numero che farebbe pensare a una regione in piena salute, una regione che ha finalmente deciso di investire, di crescere, di mostrarsi. Ventitré località premiate, terza in Italia, davanti a regioni più ricche, più strutturate, più raccontate. Ventitré vessilli che, sulla carta, dovrebbero attirare fiumi di turisti, voli pieni, treni affollati, prenotazioni anticipate, entusiasmo, curiosità, ritorni. Ventitré Bandiere Blu che dovrebbero essere un biglietto da visita, un invito, una promessa. E lo sono in alcune zone della Calabria. Purtroppo in tanti cosi invece restano lì, come medaglie appuntate su un vestito che nessuno guarda, come premi vinti da un atleta che corre da solo in un campo abbandonato. Le Bandiere Blu non bastano, non servono, non incidono se tutto il resto intorno continua a essere fragile, intermittente, improvvisato, invisibile. La Calabria Grecanica, per esempio, non ne ha nemmeno una. Zero. Una cifra che pesa più di qualsiasi numero positivo, perché racconta un’assenza, una mancanza, un’occasione persa. E non perché il mare non sia bello, non perché l’acqua non sia pulita, non perché la costa non abbia potenzialità. Ma perché mancano i servizi, le infrastrutture, la continuità amministrativa, la capacità di presentarsi al mondo con un’immagine coerente. Manca la manutenzione, manca la progettazione, manca la volontà di trasformare un territorio in un sistema.

E così la Grecanica resta fuori dalla mappa, fuori dalla narrazione, fuori dal circuito turistico che conta. È un pezzo di Calabria che continua a vivere di un’estate corta, di un turismo di ritorno, di un affetto familiare che non si traduce mai in economia, in sviluppo, in futuro. E allora la domanda diventa inevitabile: a cosa servono le Bandiere Blu se poi i turisti non arrivano? Se la Liguria, con trentatré vessilli, conta cinque milioni di arrivi l’anno, mentre la Calabria, con ventitré, si ferma a un terzo? Se la Puglia, con ventisette, riempie aeroporti, treni, masserie, spiagge, mentre la Calabria resta lì, a guardare gli altri crescere? Se il vessillo è un simbolo, ma questo non si traduce in movimento, in economia, in lavoro, allora il problema non è il mare, non è la spiaggia, non è la qualità dell’acqua. Il problema è tutto il resto.

La Calabria Grecanica, poi, è l’esempio più evidente di questo cortocircuito. Un territorio che potrebbe essere un laboratorio di identità, di cultura, di paesaggio, di storia, di mare, di cammini, di archeologia, di enogastronomia. Un territorio che potrebbe raccontare un Mediterraneo diverso, più profondo, più autentico, più antico. E invece resta ai margini, come se fosse un’appendice, un pezzo di terra che non riesce a entrare nel discorso regionale. Zero Bandiere Blu non significa zero valore. Significa zero capacità di trasformare il valore in sistema. Significa zero investimenti strutturali. Significa zero continuità amministrativa.

Significa zero visione.

Che cosa ce ne facciamo delle Bandiere Blu se poi i turisti vanno altrove? Se il vessillo diventa un trofeo che non porta benefici? Se la Calabria continua a essere una regione che vince premi ma perde opportunità? Se la narrazione resta ferma, immobile, incapace di trasformare un dato positivo in un racconto convincente? Forse la risposta è che la Calabria deve smettere di accontentarsi di un numero, di un vessillo, di una classifica. Deve iniziare a costruire un’immagine, una reputazione, una presenza. Perché il turismo non è un miracolo, ma un lavoro. Non è un dono, ma una strategia. Non è un’estate, ma un progetto.

Le Bandiere Blu sono un punto di partenza, non un punto di arrivo. Sono un segnale, non una garanzia. Sono un’opportunità, non una soluzione. E finché la Calabria non capirà questo, resterà sempre una regione che ha tutto, ma non riesce a farlo vedere. Una regione che vince premi, ma non vince turisti. Una regione che ha ventitré Bandiere Blu, ma non ha ancora trovato il modo di farle diventare ciò che dovrebbero essere: un motore, non un ornamento. (nap)

In Parlamento le pre-intese per l’autonomia differenziata. Il rischio di spezzare l’unità d’Italia

di ERNESTO MANCINI – Nei prossimi giorni le Commissioni parlamentari competenti saranno chiamate ad esprimersi, attraverso atti di indirizzo, sulle preintese raggiunte dal Governo con le Regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria) in materia di autonomia differenziata per settori importanti come sanità, protezione civile, professioni e previdenza integrativa.

Non fanno parte di tali preintese il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d’Aosta perché regioni a statuto speciale. L’Emilia-Romagna, a seguito di un costante dibattito pubblico nel territorio ed una forte pressione popolare, ha revocato ogni precedente intesa preparatoria a suo tempo sottoscritta nel 2018.

È molto probabile che le pre-intese non verranno fermate dalle Commissioni nel prosieguo dell’iter legislativo. Il motivo è politico prima ancora che tecnico: il forte vincolo che lega la maggioranza parlamentare al Governo lascia prevedere un sostanziale via libera al Ministro Roberto Calderoli, dominus incontrastato sull’ autonomia perché ampiamente e formalmente delegato dalla Presidente del Consiglio. Egli potrà così proseguire il percorso fino alla stipula delle intese definitive, da approvare con legge ordinaria dello Stato, ai sensi dell’art. 2, commi 4 e 5, della legge n. 86/2024. 

Del resto, segnali in questa direzione, sono già evidenti. In sede di Conferenza unificata Stato-Regioni-Enti locali del 2 aprile scorso si è votato secondo schieramenti politici: le Regioni governate dalla destra hanno espresso parere favorevole, quelle guidate dalla sinistra parere contrario. Contrario è stato anche il parere dell’Anci che rappresenta i Comuni italiani. Ora il Parlamento dovrebbe svolgere un ruolo ben diverso: non ratificare decisioni già prese dal Governo ma indirizzare quest’ultimo a fermare il procedimento e ritirare le pre-intese. Sussistono infatti gravi profili di illegittimità costituzionale. 

1) Il caso dell’autonomia differenziata in sanità.

Per comprendere agevolmente tali profili di illegittimità, è sufficiente fare un esempio concreto: il settore sanitario.

Le intese prevedono, fra l’altro, che le regioni del Nord possano determinare autonomamente le tariffe e i criteri di remunerazione delle prestazioni sanitarie e cioè, in senso ampio, il valore delle prestazioni (ricoveri, prestazioni ambulatoriali, ecc.), senza essere vincolate, come invece continuerebbe a succedere per le altre regioni, ai parametri stabiliti a livello nazionale.

Una simile scelta è tutt’altro che neutra. Le tariffe sanitarie, infatti, non costituiscono un semplice prezzo tecnico, ma rappresentano uno degli strumenti centrali di gestione del Servizio sanitario pubblico. Esse incidono in modo diretto su molteplici profili: la gestione dei bilanci delle aziende sanitarie, la programmazione e il controllo della spesa pubblica, la determinazione del valore economico delle prestazioni, la comparabilità tra strutture e territori, nonché le analisi di costo/efficacia delle politiche sanitarie.

Le tariffe, perciò, non si limitano a remunerare le prestazioni, ma orientano le scelte del sistema sanitario, influenzando investimenti pubblici e privati nonché l’organizzazione dei servizi.

Proprio in ragione di tale funzione strategica, è necessario che la loro determinazione resti allo Stato, così da garantire uniformità nei livelli di assistenza, evitare diseguaglianze territoriali, contenere il rischio di squilibri e di competizione distorsiva tra Regioni, assicurare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’opposto si verificherebbe se si accedesse alla autonomia differenziata alle regioni su tale funzione.

1) la violazione dei princìpi costituzionali

Da quanto precede discende, in primo luogo, la violazione del principio di sussidiarietà: la determinazione delle tariffe sanitarie incide sui livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e sull’uniformità dei diritti fondamentali. Si tratta di ambiti che, per loro natura, richiedono una gestione unitaria a livello statale, come previsto dall’art. 118 della Costituzione e non, all’opposto, una gestione differenziata tra singole regioni o regioni del nord e regioni del centro sud.

In secondo luogo, è evidente la violazione del principio di specificità: la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, ha chiarito che forme particolari di autonomia possono essere riconosciute solo in presenza di condizioni realmente differenzianti. Qui, invece, l’attribuzione del potere tariffario non è giustificata da alcuna peculiarità territoriale concreta.

Ancora. Si compromette l’unità dell’ordinamento: consentire sistemi tariffari regionali differenziati significa, di fatto, creare più sistemi sanitari distinti, in contrasto con l’unità giuridica ed economica della Repubblica sancita dall’art. 5 della Costituzione.

Non meno grave è la violazione del principio di solidarietà e del modello di regionalismo cooperativo: dare alle Regioni più forti la possibilità di fissare, a seconda della convenienza, tariffe maggiori o minori rispetto a quelle statali significa innescare una competizione tra sistemi sanitari, favorendo l’attrazione di investimenti e risorse, penalizzando, tra l’altro, le aree più deboli.

A cascata derivano ulteriori violazioni: violazione del principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.), perché i cittadini riceverebbero trattamenti diversi in base al luogo di residenza;  violazione del diritto alla salute (art. 32 Cost.), che rischierebbe di diventare dipendente dalle risorse regionali; violazione del principio di coordinamento della finanza pubblica (art. 117, terzo comma), poiché lo Stato perderebbe strumenti essenziali per governare la spesa sanitaria e garantire l’equilibrio complessivo del sistema.

2) Oltre la sanità. Le altre funzioni strategiche 

L’autonomia differenziata non è una mera riforma organizzativa, ma è un passaggio forzato di poteri che confligge con i principi costituzionali e l’uniformità del servizio sanitario nazionale.

Peraltro, il tema delle tariffe regionali sganciate da quelle statali rappresenta soltanto uno dei tasselli di un più ampio disegno di differenziazione che il Governo intende riconoscere alle Regioni del Nord in ambito sanitario. A ciò si aggiungono, infatti, ulteriori e significativi svincoli dalla normativa statale: dalla disciplina dell’edilizia sanitaria, alla gestione dei fondi sanitari di natura assicurativa per i cittadini del Nord, fino all’autonomia nelle politiche di assunzione del personale e nell’impiego delle risorse finanziarie.

La sanità, peraltro, è solo una parte del progetto. Le richieste di autonomia differenziata investono infatti anche funzioni strategiche quali la protezione civile, le professioni e la previdenza complementare e integrativa. Ne risulta un quadro già di per sé profondamente incisivo sugli equilibri del sistema, capace di alterare in modo strutturale l’assetto unitario della Repubblica.

Ma l’aspetto, se possibile ancora più critico, risiede nell’effetto ulteriormente progressivo e accumulativo di tale disegno: sia il Governo sia le Regioni del Nord hanno infatti esplicitamente riservato la possibilità di estendere ulteriormente l’autonomia differenziata, una volta determinati i Lep, a tutte le restanti materie concorrenti Stato-Regione – ben diciotto – tra cui settori nevralgici come istruzione, trasporti, ricerca, governo del territorio, energia, ecc. All’interno centinaia di funzioni di cui molte strategiche.

In questa prospettiva l’autonomia differenziata non si configura più come un intervento circoscritto ed eccezionale bensì come un processo graduale di svuotamento delle competenze statali, destinato a tradursi, nel tempo, in un vero e proprio smantellamento dell’unità sostanziale dello Stato, con la conseguente frammentazione e differenziazione dei diritti e delle garanzie su base territoriale.

Si tratta dell’originario disegno secessionistico e disgregatore dello Stato nazionale.

Questi signori della maggioranza non si rendono conto di quello che fanno lasciando tutto in mano a Calderoli, secessionista della prima ora. Se, invece, se ne rendono conto, sono nemici della “patria” o della “nazione” come lorsignori amano chiamare lo Stato o il Paese traditi.

3) Conclusione

In conclusione, va chiarito che seguendo la prevalente dottrina costituzionale, chi scrive è a favore di un regionalismo avanzato per il quale va favorita ogni possibilità che lo Stato trattenga per sé soltanto funzioni irrinunciabili e davvero strategiche.

In presenza di situazioni sempre più complesse e di respiro internazionale lo Stato deve essere snello ed assolutamente capace di gestire le situazioni più complesse svincolandosi da strutture caratterizzate solo da pesante ed inutile burocrazia centralizzata. Un regionalismo avanzato, a ben guardare, rafforza lo Stato liberandolo da inutili burocrazie.

Ma ciò, sempre in linea con la dottrina prevalente, deve avvenire mediante il trasferimento di funzioni fondato sull’interesse generale e, comunque secondo criteri di parità e uniformità, escludendo assetti differenziati. È quanto avvenne negli anni Settanta quando, all’indomani dell’istituzione delle Regioni, furono trasferiti interi settori organici dell’amministrazione – quali l’urbanistica, l’assistenza sanitaria, l’agricoltura, il turismo e parte dei lavori pubblici – secondo una logica di omogeneità, parità e contestualità del trasferimento, ferma restando la posizione di sovra ordinazione legislativa e amministrativa dello Stato.

Il Parlamento ha oggi l’occasione di respingere, mediante un atto di indirizzo (mozione, ordine del giorno o risoluzione), questo illegittimo e, forse, anche illecito tentativo di autonomia differenziata.

Qualora, invece, si decidesse, come è probabile, di dare seguito all’iniziativa promossa da Calderoli col sostegno della maggioranza, la difesa dell’unità della Repubblica si sposterebbe inevitabilmente sul piano giurisdizionale e democratico e cioè davanti alla Corte Costituzionale, attraverso l’impugnazione della legge da parte delle regioni dissenzienti o mediante un giudizio incidentale di legittimità costituzionale, ovvero nelle piazze e nel  corpo elettorale referendario, mediante il referendum abrogativo.

Si tratta di strumenti che, alla luce della evidente abnormità giuridica e politica del progetto, presenterebbero elevate probabilità di successo. (em)

Comunali 2026 Reggio. Le prime proiezioni: oltre 20 punti di scarto tra Cannizzaro e Battaglia

Il nostro tradizionale studio sui flussi di voto offre le prime proiezioni sull’appuntamento elettorale più rilevante della Calabria: attenzione non è un sondaggio sulle intenzioni di voto, bensì l’analisi dei flussi elettorali dei partiti e delle liste fatta attraverso un algoritmo proprietario che ci ha permesso di anticipare, con un elevato margine di esattezza, il risultato delle precedenti consultazioni elettorali. (vedi le regionali del 2022, le politiche e le ultime regionali del 2025: ci siamo andati molto vicini!)
Cosa dovremo, dunque, aspettarci dalla contesa Cannizzaro-Battaglia per la conquista di Palazzo San Giorgio?

Euna partita il cui risultato sembra già scritto. L’analisi dei flussi elettorali dei partiti e delle liste– ripetiamo fino alla noia che non si tratta di un sondaggio, ma di uno studio sui dati reali disponibili – non lascia spazio a dubbi ed interpretazioni.

Salvo clamorosi colpi di scena, sempre possibili quando si parla di elezioni, la sfida per la fascia tricolore di Reggio Calabria sembra destinata a chiudersi al primo turno, a favore del candidato del centrodestra Francesco Cannizzaro.

L’analisi è stata condotta per conto di Calabria.Live sulla base dei risultati storici nelle ultime competizioni tenutesi negli scorsi cinque anni, vale a dire le comunali del 2020, le politiche del 2021, le europee del 2024, le più recenti regionali del 2025 e il referendum costituzionale del 2026, comparandoli anche con i sondaggi nazionali sulle principali forze politiche e con il numero e la composizione delle liste.

Mancando ancora tre settimane al voto, il margine di errore è ovviamente ampio, anche se tale metodo utilizzato nelle passate elezioni in Calabria è risultato piuttosto attendibile e vicino agli esiti finali, indicando comunque una tendenza dell’elettorato.

L’affluenza stimata al 60-62%

Cominciamo dal dato dell’affluenza che dovrebbe collocarsi tra il  60 e il 62%, portando al voto poco più di 85.000 elettori su circa 142.000 aventi diritto. Si tratta di una percentuale realistica, inferiore a quella del 2020, quando  su un totale di 147.063 aventi diritto votò il 66,86%, poco più di 98.000 elettori. Si consideri che alle regionali del 2025 la percentuale è stata del 52,54% con 74.575 votanti, mentre nel recentissimo referendum costituzionale sulla giustizia è stata del 53,54% con 71.047 votanti. La flessione di 4 punti potrebbe realizzarsi anche per il ridotto numero di liste e di candidati, 10 in meno rispetto alle comunali del settembre 2020, e quindi una minore mobilitazione dell’elettorato.

I numeri delle liste. Netto vantaggio di Cannizzaro sui competitor

Anche il numero delle liste e dei candidati è un elemento molto indicativo in una competizione come quella comunale dove sono proprio le liste e i candidati consigliere a trainare il risultato. Parliamo di elemento puramente indicativo perché non sono rari i casi in cui il candidato sindaco ottiene un numero di voti inferiore o superiore al suo stesso schieramento in virtù del meccanismo del voto disgiunto, al punto da ribaltare i pronostici.

Il candidato del centrodestra Cannizzaro schiera un “esercito”  nettamente superiore, quasi preponderante, rispetto ai suoi competitor. A suo sostegno ci sono ben 11 liste (erano 12, ma quella del consigliere regionale Giannetta è stata esclusa), contro le 6 di Domenico Battaglia, le 2 di Eduardo Lamberti Castronuovo e l’unica lista di Pazzano.

Più in dettaglio, i candidati a sostegno di Cannizzaro sono 349, mentre quelli di Battaglia 192, 60 quelli di Lamberti Castronuovo e 32 quelli di Pazzano.

L’analisi dei flussi elettorali.

Centrodestra al 54-60 %, Campo largo ai 30-34%, Terzo Polo di Lamberti 6-8%, La Strada di Pazzano 4-6%.

L’analisi dei flussi sulle coalizioni e sulle singole liste porta a questi risultati. Si ribadisce che si tratta di analisi sui risultati storici e altri elementi statistici e non di un sondaggio. Inoltre, lo studio è condotto rigorosamente sulle coalizioni e sulle liste e non sui candidati sindaco. Ciò perché il sistema del voto disgiunto porterà inevitabilmente ad uno scostamento tra il risultato delle coalizioni e quello dei candidati sindaci. Dipenderà dalla capacità dei candidati sindaco di penetrare nei campi avversi.

CENTRODESTRA 54-60 % 

PUNTO DI CADUTA 56%

Forza Italia 16-17 %

Forza Italia, che nelle regionali con le sue tre liste ha ottenuto quasi il 30%, necessariamente spalmerà il suo consenso non solo sulla lista ammiraglia, ma anche su quella del candidato sindaco e su almeno altre due liste civiche. Realisticamente, Forza Italia sarà il primo partito della coalizione, collocandosi sopra  l’11,10% delle comunali 2020 e molto vicino al 17,05% delle politiche 2021.

Fratelli d’Italia 10-11%

Fratelli d’Italia, che alle comunali del 2020 aveva realizzato il 7,75%, migliorerà certamente questo risultato, pur lontano dalle percentuali di camera 2021 (22,29%) e regionali 2025 (14,06%).

Reggio Futura 7-8%

Reggio Futura, la lista ispirata dall’ex sindaco ed ex presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, parte  dai quasi 5mila voti raccolti dal candidato della Lega Sarica alle ultime regionali e potenzialmente può collocarsi come terza forza della coalizione di centrodestra.

Lega 5-6 %

La Lega, che a Reggio Calabria ha un consenso piuttosto modesto (4,69% alle ultime comunali, 3,89% alle politiche, 6,11% alle europee), ha realizzato un solo exploit alle regionali dello scorso ottobre (15,10%) grazie appunto alla performance della candidatura Sarica. È assai verosimile che si collochi su una percentuale leggermente più alta rispetto alle comunali 2020.

Alternativa Popolare 3- 3,5%

Alternativa Popolare appare, per la sua composizione, una delle liste civiche più attrezzate, peraltro testata anche dal recente sondaggio Swg (1,5%). Appare realistico che possa superare la soglia del 3%.

Azione 2-2,5 %

La lista di Calenda ha un consenso storico intorno al 4% (camera 2021, europee 2024) e viene testata da Swg al 2%.

Noi Moderati 1- 1,5%

La lista di Lupi vede un allineamento tra i dati storici (1,7% alle camera, 1,12% alle regionali) e il sondaggio Swg.

Dc-Udc  1- 1,5%

Per la lista Dc-Udc, testata Swg all’1,5%, l’unico dato disponibile è quello delle regionali 2025, l’1,3%.

Altre liste civiche 9%

Le restanti tre liste civiche a sostegno di Cannizzaro possono complessivamente vantare un bacino elettorale stimabile intorno al 9 %.

CAMPO LARGO  30-34%

PUNTO DI CADUTA 32%

Partito Democratico 11-13%

Il PD, sicuramente primo partito del Campo Largo, migliora il risultato delle comunali del 2021 (10,53%), ma cede probabilmente parte del consenso ottenuto alle regionali (18,32%) alle liste civiche ispirate dal candidato sindaco Battaglia e dall’ex sindaco Falcomatà.

AVS 4- 4,5%

La lista AVS, che parte dal 3,25% delle ultime regionali, può realisticamente drenare parte del consenso ottenuto sempre alle regionali dalle liste Cinque Stelle (3,25%) e Tridico Presidente (5,18%), anche se bisognerà capire le indicazioni ufficiali di queste formazioni.

Casa Riformista 2-2,5 %

Stesso discorso per Casa Riformista che, pur partendo dal deludente 0,5% delle regionali, ha le potenzialità per attingere al consenso disperso delle liste non presenti con il loro simbolo. Da Swg viene testata all’1,5%.

Altre liste civiche 12-14%

Le tre liste civiche vantano un bacino piuttosto ampio grazie all’assenza dei simboli e delle liste Cinque Stelle, Tridico Presidente e Democratici &Progressisti, i cui elettori potrebbero convergere su queste proposte localistiche di sinistra.

TERZO POLO LAMBERTI CASTRONUOVO  6-8%

PUNTO DI CADUTA 7%

Cultura e Legalità  3 – 4%

Reggio Normale  3 – 4 %

Le due liste che sostengono il candidato Lamberti Castronuovo, che gode di buona notorietà e grado di fiducia, appaiono attrezzate a contendere il consenso moderato alternativo ai due principali competitor del centrodestra e del Campo largo. La stima è molto approssimativa poiché non esistono particolari raffronti. La coalizione terzo Polo è stimata al 6% da Swg.

LA STRADA – PAZZANO 4 – 6%

PUNTO DI CADUTA 5%

La lista che sostiene Saverio Pazzano gode di un elettorato da “zoccolo duro” stimabile intorno al 4-5% (circa il 5% alle ultime comunali del 2020), ma potrebbe potenzialmente ampliarlo attraendo gli elettori di Cinquestelle, Tridico Presidente e Democratici e Progressisti, non rappresentati direttamente.

CONCLUSIONI

La possibilità di analizzare un dato molto fresco, le regionali del 5 ottobre 2025, quindi appena otto mesi fa, rende molto plausibile i risultati a cui si è giunti. Il centrodestra, in quell’occasione, si attestò al 61,02%, contro il 37,42% del campo largo, con circa 24 punti di distacco. Assai improbabile che in questo breve lasso di tempo ci possa essere uno stravolgimento. Peraltro anche il risultato del referendum sulla giustizia, con una prevalenza del SI in controtendenza con il dato nazionale, attesta una particolare forza del centrodestra nella città dello Stretto.

Naturalmente, essendo la materia elettorale molto delicata e qualche volta imprevedibile, non si può escludere a priori un assottigliamento del distacco calcolato dall’analisi in circa 24 punti percentuali.

Resta interessante capire le dinamiche del voto disgiunto, cioè l’andamento dei quattro candidati rispetto al voto dei rispettivi schieramenti. E questo dipende dall’attrattività, dalla notorietà, dalla capacità comunicativa di ciascun competitore.

Elezioni a Reggio. Il dilemma di Cannizzaro: vincere o stravincere?

di SANTO STRATI – Scorrendo le liste dei candidati depositate ieri entro mezzogiorno (termine ultimo consentito) e guardando i numeri della coalizione di centrodestra, viene naturale immaginare che non ci sia partita. Il centrodestra può fare tranquillamente gol a porta vuota. Dall’altra parte non ci sono antagonisti in grado di sbaragliare la facile vittoria del deputato azzurro Francesco Cannizzaro e l’unica alternativa seria, quella del Polo Civico, testardamente portata avanti dal dott. Eduardo Lamberti Castronuovo, medico, editore e tante altre buone cose ancora, non ha i numeri per fare scintille in grado di appiccare il sacro fuoco del cambiamento. Quello che i reggini con la testa sulle spalle sognano da anni, con l’intento di una rivoluzione gentile che smonti la politica usurata e di maniera che 12 anni di sindacatura Falcomatà ha offerto ai cittadini. Sempre presente per le photo opportunity di inaugurazioni, premi e cotillons, ma poco reattivo alle reali esigenze di cambiamento che una città in agonia chiedeva senza avere ascolto.

Scordiamoci il passato e guardiamo il futuro: questa città è in totale stato di abbandono, i cittadini pagano tasse comunali altissime in cambio di servizi inesistenti o inadeguati (leggi spazzatura, tanto per fare un esempio pratico), oltre a gabelle che premiano dirigenti e penalizzano gli abitanti che incorrono in qualche contenzioso con il Comune (una follia quest’ultima da sanare subito). È una città che vive di illusioni e di chimere, alimentate da ospiti illustri di passaggio, che però non vanno oltre i sogni del primo mattino: appena svegli scompare la memoria del sogno e ci si trova davanti alla drammatica realtà del quotidiano. Prezzi alle stelle, politiche del lavoro pressoché inesistenti, sanità affidata alla generosità e al buon cuore degli ottimi medici di famiglia o dei meravigliosi specialisti del Grande Ospedale Metropolitano (GOM) che sopperiscono con grande fatica all’improponibile realtà della sanità regionale che non riesce in alcun modo a venire incontro a chi ha bisogno di cure.

S-profondo Sud, verrebbe da dire, dove, tanto per fare un esempio, per fare un ponticello sul Calopinace (poche decine di metri) ci vogliono anni e ogni volta si scopre che sono sbagliate le misure. Dove per il Lido Comunale, in vergognoso degrado da anni, ci si ricorda dei lavori necessari puntualmente la settimana prima che si apra la stagione balneare. Dove lo sviluppo del territorio si basa sulla conoscenza del burocrate di turno che dà lo sprint a pratiche che rischiano di sonnecchiare per anni. E il cahier de doléances sarebbe lunghissimo.

Lo sa benissimo Francesco (Ciccio) Cannizzaro che, da consumato attore della politica nazionale, annusa e soppesa l’aria che tira reagendo di conseguenza. È certo di vincere, ma, astutamente, mostra l’umiltà necessaria per essere credibile anche con chi non lo ama molto.

La sua candidatura ha un solo dilemma: vincere o stravincere? Nel primo caso, una vittoria di maniera significa che, alla fine è prevalso il fuoco amico con l’ipocrisia di chi ha consumato le labbra in baci  affettuosi, una stra-vittoria indicherà che all’appello hanno risposto tutti. Ma questo significa che le cambialette elettorali da pagare si raddoppiano. Stravincere potrebbe diventare una complicanza con i tanti che pretenderanno riconoscenza, secondo una tradizionale e antica usanza mai venuta meno.

È allora, qui, che si capirà se l’ex-deputato e ora<ale – mostrare gli artigli e tenere a bada i questuanti, mantenendo gli impegni presi con i reggini. Ovvero, il cambiamento si può fare e la squadra scelta per amministrare dovrà lavorare di gomito, dimenticando qualsiasi altra attività.

Un impegno molto serio, a parole, difficile da mantenere se subentrerà e prevarrà l’arte del compromesso che sta alla base della politica. Sfidare la tradizione delle cambialette politiche da pagare sarebbe il primo vero gesto da sindaco che vuole davvero trasformare la Città.

Non ci dimentichiamo che Reggio nei prossimi anni, sia come Comune sia come Città Metropolitana, avrà da gestire una montagna di soldi per le opere pubbliche (anche se non si dovesse fare il Ponte) e le infrastrutture che la mobilità regionale non può più permettersi di rinviare. Una politica del fare (che peraltro è congeniale a “Ciccio”) significherà volere davvero il bene dei cittadini e della Città.

L’ipotesi del ballottaggio è estremamente remota, ma va comunque considerata: la destra, storicamente, al ballottaggio perde regolarmente. Non fosse mai, ma con questa sinistra inesistente i mali di Reggio non troverebbero rimedio. L’analisi del “non fatto” parla da sola e la disaffezione e lo scoramento che si coglie negli elettori di sinistra bastano a far capire non basterà cambiare area politica nell’amministrazione, ma occorreranno gli uomini e le donne capaci di portare a termine un progetto di rinnovamento.

Il Polo Civico si presenta con una lista di persone tutte per bene ma manifesta chiaramente la sua debolezza: non sono classici portatori di voti e la “rivoluzione gentile” dei civici dovrà essere ancora una volta rinviata.

A Cannizzaro, se eletto, toccherà lavorare 18 ore al giorno, rimboccandosi le maniche e mettendo insieme una squadra non solo di amministratori con gli attributi, ma anche di collaboratori efficaci ed efficienti in grado di supportare un’azione che potrebbe (e dovrebbe) essere davvero”rivoluzionaria”.

Auguri.