La Locride non è povera: è ferma

di ETTORE LACOPO –

Nel 2024 Roccella Ionica è prima con 21.771 euro di reddito medio dichiarato, Platì ultima con 12.774. Fra i due estremi ci sono quasi novemila euro. Ma quel numero misura una cosa precisa: quanto dichiara, in media, chi presenta la dichiarazione.

Incrociando i dati del Ministero dell’Economia con quelli dell’ISTAT, si scopre che a decidere la classifica è soprattutto l’importo delle pensioni. La pensione media va da 11.758 euro a Grotteria a 22.518 euro a Locri, e da sola spiega l’85% delle differenze tra i 42 comuni. Aggiungendo lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti si arriva al 95%.

In altre parole, la classifica fotografa le carriere di chi ha lavorato ieri, spesso nel pubblico impiego. Dice poco su quanto produce il territorio oggi.

C’è anche un secondo effetto. Se il reddito si divide per tutti i residenti e non solo per chi dichiara, Siderno scende dal 6° al 25° posto e Gioiosa Ionica dal 26° al 40°. In quei comuni presenta la dichiarazione poco più di un residente su due.

Un’economia che vive di trasferimenti

I 42 comuni dichiarano in tutto 1,31 miliardi di euro. Il 40% sono pensioni, il 48% lavoro dipendente, appena l’8% lavoro autonomo e impresa.

Il confronto che conta è un altro. Dichiarano un reddito da lavoro dipendente quasi 42 mila persone, ma le imprese private non agricole impiegano meno di 18 mila addetti, titolari compresi. Il resto lavora nella scuola, nella sanità, negli enti pubblici, nei campi. I pensionati sono oltre 31 mila: quasi due per ogni addetto delle imprese private.

Il denaro arriva in buona parte da fuori, attraverso stipendi pubblici e pensioni, e viene speso qui. Lo si vede da come sono fatte le imprese: il commercio occupa il 31% degli addetti, l’edilizia il 12%, bar e ristoranti il 10%. La manifattura si ferma all’8%, contro il 21% italiano. Sono attività che vendono a chi abita nel territorio, non fuori.

Un modello che si consuma da solo

Le pensioni di oggi sono state maturate con carriere stabili e con il vecchio sistema di calcolo. Quelle di domani saranno calcolate sui contributi versati da chi oggi lavora a giornate o a tempo, con stipendi medi fra 10 e 12 mila euro, come a Platì, San Luca e Careri.

Nel frattempo la popolazione invecchia. Gli over 65 sono il 24% dei residenti, ci sono 178 anziani ogni 100 ragazzi sotto i 15 anni, e la fascia fra 20 e 39 anni pesa solo il 22%.

Se nei prossimi vent’anni il volume delle pensioni cala, cala anche la spesa che fa vivere negozi, bar e cantieri. Stare fermi non significa restare come siamo: significa declinare lentamente.

Tante imprese, troppo piccole

Nella Locride ci sono 146 addetti d’impresa ogni mille abitanti, meno della metà della media italiana (circa 316). Ogni sede ha in media 2,2 addetti, contro 3,6 nel resto del Paese. Su quasi ottomila unità locali, solo 187 superano i dieci addetti.

I dati ISTAT sui sistemi locali del lavoro permettono di guardare dentro i conti di queste imprese. Un addetto della Locride produce fra 18 e 23 mila euro di valore aggiunto l’anno. A Reggio Calabria ne produce 30 mila, a Bari 36 mila, a Milano 65 mila.

C’è un dato ancora più duro. Se al titolare si attribuisce lo stipendio che prenderebbe da dipendente, solo poco più di metà degli addetti lavora in imprese che riescono a remunerare tutto il lavoro impiegato. A Roccella e Marina di Gioiosa il margine medio per addetto, così calcolato, è negativo.

Molte attività stanno in piedi perché chi le gestisce si paga meno di quanto varrebbe il suo lavoro. Moltiplicare imprese così non crea sviluppo. Farle crescere sì.

La domanda c’è già

I turisti stranieri stanno arrivando. In provincia di Reggio Calabria le loro presenze sono passate da 157 mila nel 2019 a 212 mila nel 2025, il 35% in più. Nel 2025 i voli internazionali sugli aeroporti calabresi sono cresciuti di oltre il 40%.

L’offerta invece è ferma. Nella Locride ci sono 35 alberghi con circa 2.650 posti letto, gli stessi di sei anni fa; solo 11 hanno quattro o cinque stelle. Campeggi, bed and breakfast e agriturismi sono diminuiti. Cinque comuni concentrano due terzi dei letti.

Lo stesso vale per la terra. Gli ultimi censimenti mostrano che l’agricoltura dà lavoro al 19% dei residenti occupati, con 10.400 ettari di olivo, 2.345 di agrumi e quasi 600 di vigna. In Calabria l’agroalimentare vale circa metà delle esportazioni, ed è in crescita. Ma le 7.950 aziende agricole della Locride hanno in media meno di cinque ettari, due su tre producono meno di 8.000 euro l’anno, e solo l’1,8% trasforma il prodotto o fa agriturismo.

Il valore si crea trasformando e accogliendo. Oggi la Locride vende materia prima e ospita poco.

Cosa fare: crescere di dimensione, non di numero

I numeri indicano un vincolo preciso. Non manca il mercato: manca la dimensione delle imprese, che oggi non riescono a investire, a ottenere credito, a pagare stipendi capaci di trattenere i giovani. Ecco da dove partire.

  • Mettersi insieme. Reti d’impresa, consorzi e organizzazioni di produttori permettono a tante piccole aziende di comprare, vendere e investire come una media. L’obiettivo misurabile: raddoppiare in dieci anni le imprese con più di dieci addetti, oggi 187.
  • Trasformare qui ciò che si coltiva qui. Olio, agrumi e vino hanno bisogno di frantoi moderni, impianti di lavorazione comuni e un marchio del territorio. Ogni litro venduto sfuso è valore che si forma altrove.
  • Passare dal letto al soggiorno. Servono alberghi diffusi nei borghi, strutture di qualità aperte tutto l’anno, case oggi vuote trasformate in offerta registrata. I turisti stranieri viaggiano anche in primavera e in autunno: vanno intercettati lì.
  • Usare bene credito e incentivi. Agevolazioni per il Mezzogiorno e finanza agevolata funzionano per chi ha un progetto e una struttura. Accompagnare le imprese ad aggregarsi prima di chiedere fondi vale più di qualsiasi bando.
  • Formare per le filiere che crescono. Tecnici dell’agroalimentare, dell’ospitalità, del digitale: una formazione legata alle imprese del territorio è il modo più concreto per far restare chi oggi parte.
  • Una regia per 42 comuni. Molti comuni hanno meno di mille abitanti e da soli non possono progettare una filiera. Serve una strategia unica di comprensorio, con obiettivi misurati ogni anno sugli stessi dati pubblici usati qui.

Ogni anno senza scelte, la Locride consuma un pezzo della rendita che oggi la tiene in piedi: le pensioni di chi ha lavorato ieri. Quando quella rendita si sarà assottigliata, non ci sarà più il tempo per costruire un’alternativa.

I numeri non dicono che la Locride è povera. Dicono che è ferma. E un territorio fermo non resta com’è: si svuota.

I turisti arrivano, la terra produce, i giovani ci sono ancora. Mancano imprese abbastanza grandi da cogliere queste occasioni e una regia che le metta insieme. Questo non dipende da Roma né da Bruxelles. Dipende da noi.

Restare non basta più. Bisogna crescere, e bisogna cominciare adesso.

I limiti di questa analisi

Questa ricerca usa solo dati pubblici, e ha confini che è giusto dichiarare.

  • Mancano i bilanci delle imprese. Non esiste un dato aperto per comune: per distinguere le aziende pronte a crescere da quelle che sopravvivono servirebbero i conti delle singole società.
  • I redditi sono solo quelli dichiarati ai fini IRPEF. Restano fuori i forfettari, gli affitti in cedolare secca, i dividendi delle società e l’economia sommersa.
  • I dati non sono tutti dello stesso anno. Redditi 2024, imprese 2023, censimenti 2020 e 2021, produttività 2020. Le tendenze sono solide, i singoli valori vanno letti con cautela.
  • I piccoli numeri pesano. Nei comuni sotto i mille abitanti una sola azienda o pochi redditi alti spostano le medie.
  • Il turismo per comune si ferma ai posti letto. Arrivi e presenze sono pubblicati solo per l’intera provincia.

Indicano una direzione, non una sentenza. Ma la direzione è chiara.

Papa Leone incontra Calabria.Live: Santità, verrà in Calabria? «Se mi invitano, perché no?»

Nell’incontro del Santo Padre del 30 settembre, per celebrare i 10 anni di Calabria.Live, il Direttore Santo Strati ha chiesto al Pontefice se verrà in Calabria. Il Santo Padre ha subito risposto «perchè no?». «Se lo invitano – ha aggiunto il prefetto della Santa Sede – viene volentieri». Il Pontefice ha detto di conoscere Rossano e gli piacerebbe  venire a Reggio dov’è sbarcato San Paolo. Da lì è partita l’evangelizzazione cristiana di tutto il Paese.

Il Pontefice, dunque aspetta un invito: dai Vescovi, dai Presidenti Occhiuto e Cirillo. Sulle orme di San Giovanni Paolo II, sarebbe una grande gioia per tutti i calabresi. (rrm)

La vittoria di Ciccio e Roscioli: quali scenari dopo il “test nazionale” delle suppletive

di SANTO STRATI – Non si trasformerà in “calabrese di adozione”, ma potrebbe diventare un amico importante dei calabresi e dei reggini, in particolare. Fabio Roscioli, il neodeputato eletto il 28 settembre in sostituzione del dimissionario (per incompatibilità con la carica di Sindaco) Francesco (Ciccio) Cannizzaro ha conquistato il 51,02 per cento delle preferenze, superando persino la prestazione dello stesso Cannizzaro che nello stesso collegio, nel 2022, aveva raccolto il 49 per cento dei consensi. Ma la vittoria di Roscioli, in realtà, è la vittoria di Ciccio Cannizzaro con il governatore Roberto Occhiuto. Cannizzaro, in fatto di elezioni, è una macchina da guerra che, in abbinata a Occhiuto, si è trasformata in ulteriore oliato strumento di raccolta di consenso.

Non ha funzionato la cantilena (sciocca e inutile della sinistra e dei futuristi del generalone) del “papa straniero”, ha prevalso – soprattutto a Reggio il rinnovo della fiducia al Sindaco Cannizzaro che, ricordiamolo, aveva raccolto il 65 per cento delle preferenze con la sua candidatura.Ora si tratta di capire, valutare e individuare gli scenari prossimi venturi.C’è un clamoroso sconfitto, il campo largo: non ha funzionato pur avendo raccolto nel sondaggio nazionale del 25 settembre scorso il 43 per cento delle intenzioni di voto contro il 41 per cento del centrodestra. Ma i sondaggi, si sa, spesso sono ingannevoli e ancor più ingannevoli per il buon Frank Benedetto sono state le promesse di compattezza da parte di ben dodici-dodici liste a sostegno a base centro-sinistra. Il primario del Gom è stato l’agnello sacrificale di un copione che si ripete ormai da tempo: sinistra divisiva e dispettosa, irriconoscente ed egoista, che non solo ha fatto mancare l’adeguato consenso che sarebbe stato giusto aspettarsi (Benedetto si è fermato al 36 per cento) ma non ha saputo (voluto?) scuotere gli elettori del collegio uninominale 5 spingendoli a non disertare le urne. Il risultato del centrosinistra è fin troppo modesto e mortifica l’appassionato impegno di Frank Benedetto che si è speso oltre ogni ragionevole previsione a girare per il collegio, incontrare simpatizzanti e iscritti, a parlare con gli indecisi e i dubbiosi, senza però riuscire nell’intento.

La colpa di questa nuova débacle della sinistra in Calabria ha, ovviamente, dei responsabili che, ad ogni sconfitta, restano (stoicamente fuori della realtà) incollati al proprio posto, mantenendo ruolo e potere, indifferenti delle grida che vengono dal territorio e degli accorati appelli a intraprendere un nuovo corso. Non era una battaglia impari, tanto che qualche disilluso del pd e della sinistra tutta aveva persino – ingenuamente – valutato l’impatto di Vannacci come un salutare aiuto-contributo all’impresa. Ma, siccome le illusioni muoiono all’alba, sono bastate le prime indicazioni dei dati di affluenza per scemare ogni speranza. Era evidente che ci sarebbe stato un tracollo di votanti e quindi le chances di una rivalsa contro un centrodestra con perentori ordini di scuderia erano ridotte al lumicino.

Né l’aiutino (sperato) di Vannacci per erodere la montagna rocciosa del centrodestra è poi arrivato: se si considerano gli 8000 e passa voti raccolti dal candidato Giannetta, è facile intuire che dal generalone non sono arrivati più di tremila voti, sottratti – più al centrosinistra che agli ex-alleati.E allora la vittoria di Roscioli è risultata non solo il premio evidente di una strategia ancora una volta vincente, ma il forte distacco dall’avversario numero uno è talmente alto ha accentuato ancor di più il risultato di Cannizzaro e Occhiuto.I quali – ricordiamolo – si sono spesi in prima persona mettendoci la faccia e giocandosi il futuro tra gli azzurri. Soprattutto Occhiuto doveva confermare la sua supremazia, in termini politici, nell’ambito di una Forza Italia che grazie a Tajani è riuscita a non scomparire (come molti prevedevano) dopo la morte di Berlusconi, ma che registra una continua perdita di consenso, escludendo l’isola felice dei voti della Calabria.Occhiuto, che proprio il 30 settembre ha avviato il suo tour “letterario” per presentare il libro Il coraggio di governare freschissimo di stampa, uscito subito dopo le suppletive, propone con il suo volume un manifesto liberal-riformista che potrebbe cambiare volto all’intera compagine azzurra, riuscendo a coaugulare più forze in quel “centro” da sempre agognato da Berlusconi che, raccogliendo le ceneri della Democrazia Cristiana e dei socialisti-riformisti (diciamolo pure, decisamente “craxiani”) potrebbe cambiare lo scenario politico italiano. Occhiuto smentisce a piena voce l’intenzione di spodestare il segretario nazionale e prenderne il posto, anzi si concede in lodi sperticate a Tajani riconoscendogli la capacità di aver saputo non mandare allo sbaraglio l’eredità berlusconiana.

Convocati gli amici-nemici Tajani e Occhiuto da Gianni Letta nel suo ufficio a via del Nazareno (di fronte alla sede del Pd), nessuno dei due ha voluto modificare il proprio pensiero. E per questa ragione, sarà difficile trovare un compromesso: come potrebbe realizzarsi il manifesto-proposta di Occhiuto ispirato a temi liberali e riformisti se non cambia l’attuale organizzazione (chiamiamola così) di Forza Italia?E qui subentra Roscioli che fa parte della strategia Cannizzaro-Occhiuto per far partire dalla Calabria un’onda di rinnovamento azzurro che tiene alla larga i futuristi di Vannacci e i residui della destra-muscolosa e nostalgica e lancia segnali di autonomia alla Meloni. Il progetto è evidentemente molto ambizioso, ma non del tutto irrealizzabile.

«Io sono e resto vicesegretario di Forza Italia» ha ribadito a Roma in una Galleria Sordi gremitissima che sembrava davvero un minicongresso di Forza Italia. Ma nessuno – diciamo la verità – crede che l’obiettivo non sia la segreteria nazionale. Una legittima e fondata aspirazione, che è compatibile con la funzione di Presidente di Regione (ma non ci sono prescrizioni in questo senso: Tajani, il segretario, del resto, è vicepremier e Ministro degli Esteri).Roscioli deve, però, sapere che fare l’alias di Cannizzzaro non è impresa semplice: i reggini che lo hanno votato (anche se con una modesta affluenza, in linea con le altre elezioni suppletive) gli terranno gli occhi addosso. Così come faranno con il loro Sindaco: Ciccio ha un lungo e tortuoso cammino davanti nell’amministrazione cittadina, ma non è il tipo che si arrende facilmente, neanche davanti alle imprese impossibili. E governare Reggio è una di queste. (s)

«Non una proroga del PNRR. Una nuova politica europea di investimenti»

Negli ultimi anni il Mezzogiorno è cresciuto. Lo dice anche Svimez. Il PNRR ha portato una stagione di investimenti che non vedevamo da tempo e i Comuni del Sud hanno dimostrato di saper progettare, realizzare, rendicontare.

Un dato di partenza incoraggiante, che però deve fare i conti con la fuga di tantissimi giovani, specie laureati, in cerca di occupazione.

Dobbiamo fare in modo che si possa partire, ma si possa anche scegliere di restare. E soprattutto si possa tornare.

Per questo serve lavoro, naturalmente. Ma servono anche scuole, sanità, trasporti, servizi per le famiglie, cultura, ambiente. Perché le persone scelgono dove vivere… pensando alla propria vita».

Da qui la convinzione che l’Europa debba aprire una riflessione su un grande piano di investimenti e opere pubbliche anche per il dopo PNRR. Non una proroga del PNRR. Una nuova politica europea di investimenti.

Perché abbiamo scoperto che l’Europa, oltre a stabilire regole, può investire direttamente nella trasformazione dei territori. Sarebbe un errore disperdere questa esperienza.

Non è mancato un importante passaggio sul tema della coesione, concepita non come assistenza ma garanzia delle condizioni per competere a ogni territorio.

Ed è proprio qui che vedo una contraddizione forte con l’autonomia differenziata. Perché faccio fatica a immaginare un Paese che da una parte investe miliardi per ridurre i divari territoriali e dall’altra rischia di differenziare ulteriormente le possibilità dei cittadini in base al luogo nel quale vivono. Un bambino che nasce a Siderno, a Milano, ad Andria o ad Agrigento deve avere gli stessi diritti fondamentali e le stesse opportunità di partenza.

Dunque, sviluppo, coesione e il grande tema delle riforme e degli assetti istituzionali.

Abbiamo bisogno di un sistema nel quale Comuni, Regioni e Stato sappiano chi deve fare cosa e abbiano gli strumenti per farlo. Una riforma istituzionale, alla fine, funziona se migliora la capacità di governare i problemi reali, non se modifica soltanto l’architettura delle istituzioni», tenendo sempre bene a mente che se cresce il Mezzogiorno, cresce l’Italia. E non è una frase fatta. È economia. Perché Svimez ha calcolato che ogni euro investito nel Mezzogiorno genera circa 1 euro e 30 di valore aggiunto per l’intero Paese. E una parte di quell’effetto si produce direttamente nel Centro-Nord.

Un meccanismo economico elementare, per spiegare che un’impresa che cresce al Sud alimenta filiere che attraversano tutto il Paese. E vale anche il contrario: un Mezzogiorno che si impoverisce significa un mercato più piccolo anche per le imprese del Nord. Quindi ridurre il divario non è una concessione fatta al Sud. È interesse nazionale. Non dobbiamo investire nel Mezzogiorno soltanto perché il Sud ha bisogno dell’Italia. Dobbiamo farlo anche perché l’Italia ha bisogno del Sud.

Un ragionamento che vale ovunque perché se, ad esempio, cresce Siderno ma si impoverisce la Locride, Siderno non ha vinto. Dobbiamo imparare a ragionare per territori: città e aree interne, costa ed entroterra, Comuni, università, imprese e associazioni in un contesto libero da ogni condizionamento mafioso perché la lotta alla criminalità organizzata non è soltanto una battaglia di legalità, che già sarebbe sufficiente. È anche una politica di sviluppo.

E se il dopo PNRR riguarda anche la capacità dei Comuni di gestire le opere già realizzate, occorrono personale, competenze e risorse correnti che solo  un’Europa che continui a investire, uno Stato che garantisca le grandi infrastrutture e gli stessi diritti fondamentali ovunque,  Regioni che programmino guardando ai territori nel loro insieme e Comuni messi nelle condizioni di trasformare tutto questo in servizi e qualità della vita.

Da qui le tre proposte conclusive.

Un piano europeo di investimenti per il dopo PNRR, soprattutto per colmare i divari infrastrutturali; una riforma vera del governo dei territori, superando la Delrio e ragionando anche di unioni e fusioni tra Comuni; più strumenti ai Comuni: personale, competenze e risorse per far funzionare  ciò che abbiamo costruito. (mf)

[Sindaca di Siderno]

Così muore il territorio delle aree interne: negli ultimi 6 anni scomparsi 474 bar in Calabria

Così muore il territorio: dal 2029 al 2025 in Calabria sono scomparsi 474 bar, con una riduzione del 9,7%: le attività
sono passate da 4.906 a 4.432. Questi gli allarmanti dati forniti da Confesercenti Calabria: il calo colpisce soprattutto i comuni fuori dai capoluoghi, ovvero quelli delle aree interne.Un calo significativo, anche se inferiore a quello registrato a livello nazionale, dove nello stesso
periodo il numero dei bar è diminuito del 14,2%, passando da 169.839 a 145.766 imprese.
Il dato più rilevante emerge osservando la distribuzione territoriale della contrazione. Dei 474 bar
in meno registrati in Calabria, 408 riguardano comuni diversi dai cinque capoluoghi di provincia. In
pratica, circa l’86% della perdita interessa la rete diffusa dei centri piccoli e medi della regione.
Nei cinque capoluoghi calabresi il numero dei bar è passato complessivamente da 949 a 883, con
66 attività in meno e una riduzione di circa il 7%. Nel resto del territorio regionale, invece, si passa
da 3.957 a 3.549 attività, con una contrazione di 408 imprese, pari a oltre il 10%.
“È questo il dato che deve farci riflettere maggiormente”, dichiara Claudio Aloisio, presidente di
Confesercenti Calabria. “Il problema non riguarda soltanto i grandi centri urbani. Anzi, in Calabria
la perdita si concentra soprattutto fuori dai capoluoghi, dove la chiusura di un bar pesa spesso
molto di più sulla vita quotidiana di una comunità”.
“In tanti comuni il bar non è soltanto un’attività economica. È un luogo di incontro, un presidio
sociale, un punto di riferimento quotidiano. Quando una serranda si abbassa e non viene sostituita
da una nuova attività, si perde un servizio, si riducono le occasioni di socialità e il territorio diventa
un po’ più fragile”.
Le differenze tra le province sono marcate.
Cosenza registra la contrazione più consistente, passando da 2.086 a 1.809 bar: 277 aTvità in
meno, pari al 13,3%.
A Catanzaro le imprese diminuiscono da 866 a 786, con una perdita di 80 aTvità e una riduzione
del 9,2%.
Crotone passa da 436 a 389 bar, con 47 imprese in meno, pari al 10,8%.
A Vibo ValenVa il numero delle aTvità scende da 411 a 367, con una contrazione di 44 bar, pari al
10,7%.
Reggio Calabria presenta invece una dinamica nettamente diversa dal resto della regione: la
provincia passa da 1.107 a 1.081 bar, con una riduzione di appena 26 aTvità, pari al 2,3%.
“La Calabria non presenta quindi una situazione uniforme”, prosegue Aloisio. “Ci sono territori che
mostrano una capacità di tenuta molto maggiore e altri nei quali la contrazione della rete è
decisamente più evidente. Anche questo ci dice che le politiche non possono essere costruite con
strumenti indistinti: bisogna leggere le differenze territoriali e intervenire dove il processo di
desertificazione rischia di diventare più difficile da invertire”.
Il fenomeno calabrese si inserisce in una tendenza nazionale che, tra il 2019 e il 2025, ha visto
scomparire oltre 24 mila bar. Confesercenti stima una perdita di ricchezza per i territori superiore
a 7,2 miliardi di euro.
La desertificazione commerciale non riguarda soltanto i negozi, ma l’intera rete delle attività di
prossimità. Nei comuni minori, in particolare, la chiusura di un bar può avere un impatto che va
ben oltre il dato economico, perché riduce servizi, occasioni di incontro e presidio sociale.
L’iniziativa si inserisce nella campagna nazionale di Confesercenti a sostegno della proposta di
legge di iniziativa popolare, che riguarda anche i pubblici esercizi.
“Questo fenomeno non si misura soltanto nel numero delle imprese che chiudono”, conclude
Aloisio. “Si misura nella distanza crescente tra cittadini e servizi, nella perdita di vitalità dei centri
urbani e dei paesi, nella riduzione delle occasioni di lavoro e di relazione. Il fatto che la Calabria
abbia tenuto meglio della media nazionale non deve diventare un alibi. Al contrario, dobbiamo
intervenire adesso, quando esiste ancora una rete diffusa da difendere e rafforzare”. (rrc)

Vittoria bis di Cannizzaro: eletto Fabio Roscioli (51%)
Il campo largo non risponde (36,59%)
Vannacci infranto il sogno della Sassonia (10,94%)
Affluenza al 22,34%

di SANTO STRATI – Un distacco pesante dall’avversario di centrosinistra rimarca la vittoria di Fabio Roscioli su Frank Benedetto: è in realtà la vittoria-bis di Cannizzaro che ci ha messo la faccia (oltre a tutta l’animosità che lo caratterizza da sempre) con accanto il Presidnente Occhiuto. Una scommessa per due pienamente riuscita e un futuro nazionale (non c’entra niente Vannacci) che adesso viene riscritto con un’altraottica. La vittoria marcata del centro destra indica che la colazione sa essere coesa e inattaccabile e rappresenta in Calabria la punta di diamante del futuro di Forza Italia. Occhiuto, che continua a ripetere di non essere interessato, può puntare al prosimo congresso del partito (a gennaio) a spodestare l'”amico” Tajani (che a Reggio non si è visto) dalla segreteria giocando la carta del liberalismo democratico che può (e deve) fare a meno di Vannacci e dei suoi sodali. E Cannizzaro può vantare, ancora una volta, di essere davvero una “macchina da guerra” nelle elezioni. Ha riconquistato la fiducia dei suoi elettori (a Reggio città Fabio Roscioli ha stravinto) sostenendo che votare Roscioli equivale confermare la fiducia nel nuovo Sindaco.

I dati definitivi danno il 51,02% dei voti (38.359) a Fabio Roscioli (cdx), il 36,59% a Frank Benedetto (27.511 voti) (csx),il 10,94% a Domenico Giannetta (8.226 voti) e l’1,44% a Francesco Toscano (1.085 voti) (Dsp). Hanno votato 77.165 elettori su 345.486 aventi diritto al voto, e sono stati convalidati 75.181 voti. 1.387 le schede nulle, 596 le schede bianche, 1 scheda contestata.

In questa tornata elettorale ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto al voto (ma oltre 58.000 caòabresi iscritti all’anagrafe esterna non hanno potuto votare, ma il loro numero ha concorso nella statistica dell’affluenza). In pratica ha votato un elettore su cinque. C’è chi grida alla lesione democratica, ma nelle suppletive in genere va sempre così, una partecipazione modesta al voto, e in questo caso – a mio avviso – è mancata anche una comunicazione “virale” sull’appuntamento elettorale. Ancora ieri c’era tanta gente che non sapeva delle elezioni. Gli ultrasettantenni non guardano i social, molti non leggono i giornali, le vecchine sedute fuori della porta in molte aree interne si scambiano pettegolezzi sulle cose del paese, ma ignorano i media, da cui sono a loro volta ignorate. Un tempo arrivava il certificato elettorale a casa, difficile dimenticarsi dell’appuntamento con le urne: oggi con la tessera elettorale, dimenticata in qualche cassetto, la memoria si perde…

Nella segreteria di Cannizzaro attendendo la vittoria

L’elemento più rilevante è il “crollo” della colazione del campo largo. Giusto due giorni fa, un nsondaggio sulle intenzioni di voto dava il 43% al “campo largo”: bene, qui al collegio 05 il campo largo non ha risposto come avrebbe dovuto. C’era una coalizione gioiosa di dodici liste, ma ha prevalso il fuoco amico e il rifiuto di andare alle urne. Il risultato dovrebbe stimolare quanto meno un acceso confronto tra i “reggenti” del centrosinistra calabrese e il territorio. Evidentemente, manca questo elemento di dialogo e di discussione, senza il quale il risultato è una continua batosta elettorale. Il centrosinistra va – regolarmente – a perdere, quasi gioiosamente, ogni consultazione elettorale e nessuno si domanda perché. Forse è arrivato il momento di una seria riflessione e di un dibattito fuori dai denti. Ma, sicuramente, nessuno si aspetti le (dovute) dimissioni di chi è responsabile di questo continuo disastro elettorale. E se si andrà a votare – come si sussurra nei Palazzi romani – in primavera, con questa pochezza di idee e l’assenza continua di una figura leader in grado di coagulare gli impegni, sarà una nuova débacle, pur avendo la vittoria molto vicina viste le debolezze meloniane nella coalizione.

L’altro elemento da considerare riguarda Vannacci. I calabresi hanno votato Giannetta (l’uomo “moderato”) e non il generalone? Difficile poterlo affermare, ma non sono questi i risultati che i futuristi del generalone si aspettavano per dettare condizioni alla coalizione di centrodestra. Vannacci non ha sottratto voti al centrodestra, forse li ha levati al campo largo (che in questo caso si è ristretto a insaputa dei suoi mancati elettori), ma le analisi politiche è ancora troppo presto per vederle assumere contorni precisi.

Intanto, lo “straniero” (cavallo di battaglia – perdente – del csx) ha conquistato il seggio e raccolto il consenso dei reggini che hanno ridato fiducia a Cannizzaro. Adesso per l’avvocato romano ci sarà ui vero tour de force per portare a compimento i tanti dossier aperti che stanno sui tavoli romani. Un’impresa non facile, né tantomeno semplice ma Reggio, il suo territorio metropolitano, e, soprattutto, l’intera Calabria non possono attendere oltre. È il momento buono per cambiare radicalmente le cose e trasformare le promesse-miraggio in solide realtà. Lo vedremo nei prossimi mesi. (s)

(courtesy foto LaCnews24)

Suppletive Camera: affluenza al lumicino. Alle 23 ha votato il 14,97%

Secondo giorno di votazione nel Reggino per le suppletive della Camera: si vota fino alle 15 per scegliere il successore di Francesco Cannizzaro alla Camera dei Deputati. L’affluenza ieri è stata molto modesta: a mezzogiorno aveva votato appena il 3,43%, alle 19 il 10,26% e alle 23, alla chiusura dei seggi, la percentuale è arrivata a poco sotto il 15% (14,97%). Non è possibile fare il confronto con le passate elezioni del 2022 (49,40% alla stessa ora) perché allora si è votato soltanto in un  giorno, ma il segnale di una scarsa attenzione a queste elezioni è abbastanza evidente.

Il comune più virtuoso fra i 71 del Collegio 05 è stato Laganadi con il 40,19% di votanti (nel 2022 era stato il 68,44%), il più  “assenteista” Platì con appena il 2,34% (nel 202 votò il 31,30% degli elettori). Reggio città non ha brillato per la partecipazione al voto: a mezzogiorno aveva votato appena il 4,21% degli elettori, alle 19 il 12,55% con la chiusura, alle 23, del 19,29%: nel 2022 ha votato il 52,21% degli aventi diritto al voto.

Gli scrutini cominceranno subito dopo la chiusura dei seggi, alle 15. Quattro i candidati in lizza: Fabio Roscioli (centrodestra), Frank Benedetto (centrosinistra), Domenico Giannetta (Futuro Nazionale) e Francesco Toscano (AVS): risultato secco, vince chi prende più voti. Ma il risultato di quello che viene ormai considerato un test nazionale per le future consultazioni (si voterà a marzo?) dirà quanto “pesa” il campo largo della sinistra e quanto vale la “forza” dei futuristi di Vannacci. Due elementi davvero determinanti per la strategia futura di maggioranza e opposizione.

Una curiosità: dei quattro candidati solo Frank Benedetto ha potuto votare (gli altri tre non sono residenti nel collegio: Roscioli a Roma, Giannetta a Oppido Mamertina, e Toscano a Gioia Tauro. (s)

Suppletive Camera. Il voto in 71 comuni del Reggino: è un test a valenza nazionale

di SANTO STRATI – Non è per un semplice “rimpiazzo” che i cittadini di Reggio (e del collegio 05) sono chiamati ad esprimersi oggi, domenica 27 e lunedì 28: c’è in ballo qualcosa di molto più importante che un semplice “ricambio” in Parlamento. È tecnicamente una surroga, una sostituzione di un parlamentare (Francesco Cannizzaro) che si è dimesso da Montecitorio perché eletto sindaco: per l’attuale legge elettorale vanno fatte elezioni suppletive per eleggere il sostituto. Ma, per una strana combinazione politico-astrale, una semplice consultazione locale si è trasformata in un test importante che ribalta Reggio nello scenario nazionale della politica.

Gli elementi da tenere in considerazione sono soprattutto due: dando per quasi scontata (almeno dal punto di vista numerico) l’affermazione del candidato di centrodestra Roscioli (definito il suo “alias” dallo stesso Cannizzaro), resta da vedere che tipo di risultato porteranno a casa gli altri due competitor (non se ne abbia a male Toscano, onnipresente mister zerovirgola a ogni elezione).

Per quel che riguarda la sinistra questo voto rappresenta un test significativo sul “campo largo”: esiste con i numeri che verranno fuori o è solo utopia per gli ultimi benpensanti orfani di una politica che ha smarrito la strada? Se il risultato di Frank Benedetto sarà rilevante (nel caso dovesse vincere) lo scenario del  centrosinistra e dello pseudo campo largo diventa plasticamente più concreto: significherebbe che tutte le forze di sinistra (ripeto tutte, quindi dando per scontato che non ci saranno i quasi certi “dispettucci” del fuoco amico) hanno trovato un comune intento per un percorso politico che possa contrastare il centrodestra. Farà testo (in caso di sconfitta) il distacco dal vincitore: più sarà stretto, meno la vittoria del centrodestra apparirà un successo elettorale. Se il distacco tra Cannizzaro, ops Roscioli, e Frank Benedetto sarà grande ci sarà il de profundis per il campo largo: è una formula che gli scettici ortodossi di una sinistra che non esiste più considerano del resto impraticabile. E le ripercussioni sul piano nazionale non sarebbero certamente lievi. In verità, Benedetto si è speso molto in questa campagna elettorale, ma ha sbagliato strategia: «non passi lo “straniero”» ha lasciato indifferenti molti che aspettano ancora di ascoltare progetti e programmi. E anche questo depone a sfavore di una sinistra che dovrà fare un serio esame di coscienza per recuperare e  riavvolgere il nastro di un passato che non ritorna per le troppe illusioni perdute.

La tanta conclamata “unità” (a Reggio a sinistra hanno sbandierato 12 liste, ma si vota per il candidato non per la lista!) rimane una pia illusione che potrebbe, forse, dissolversi, azzerando gli attuali vertici (non solo regionali) e individuando forze fresche, energie nuove, con idee, passione e quell’entusiasmo che sembra ormai dissolto. Eppure gli orfani infelici della sinistra che non amano l’attuale dirigenza (regionale e nazionale) non sono pochi e dovrebbero tentare di confrontarsi in una assise popolare con il vago sapore di congresso.

Ma siamo nel campo delle ipotesi e delle suggestioni. E qui veniamo all’altro protegonista della sfida reggina, che non è il buon Giannetta che continua a dichiararsi un “moderato” alla corte del generalone (vero e proprio ossimoro della politica!), bensì Vannacci che ha osato in piazza Duomo a Reggio, davanti alla Cattedrale che ospita momentaneamente l’adorata patrona dei reggini, parlare di diavolo e di Barabba, parafrando Ponzio Pilato fino a rasentare la blasfemia. “Volete Barabba o Reggio?”, ha detto provocando non poca indignazione. Ma ahimè, lo scadimento della politica porta anche a questo e chi stava in piazza ad ascoltare il generalone avrà da fare qualche considerazione dopo questa piazzata, davvero di cattivo gusto.

Torniamo a Vanancci: se il suo candidato (Giannetta) ottiene una percentuale a due cifre, il generalone vince la sua sfida alla Meloni: senza di lui la Premier può dimenticarsi la vittoria (?) alle prossime politiche. Senza i suoi voti il centrodestra non può farcela, ma se la Meloni accetta i suoi voti scoppia l’inferno con Forza Italia e gli altri moderati di destra. Come si possono conciliare le inaccettabili dichiarazioni di Vannacci (un vero e proprio tuffo al passato) con l’attuale linea di governo che la sorella d’Italia vorrebbe riproporre per le consultazioni del 2027?

Bella domanda, ma non ce n’è una di riserva. E allora bisogna considerare quale percentuale di voto Giannetta (leggi Vannacci) ricaverà dalle urne dei 71 comuni del Reggino per poter delineare il ptossimo scenario nazionale. Abbiamo visto che, in caso di una discreta affermazione (a due cifre) non c’è storia e, anzi, bisognerà cominciare a dare peso ai vari sondaggi che – su scala nazionale – gli assegnano un 8-10%. Ma se – e sottolineo se – Gian-nacci  non prende (prendono) voti pesanti, allora il generalone dovrà tornare a più miti consigli e fare solo il rompiscatole di turno senza alcuna capacità politica. Ma chi vota Vannacci-Giannetta? Sicuramente i nostalgici fascistoni che sognano il ritorno all’ordine (ma quando mai?) e i delusi e fuoriusciti della Lega e di altre formazioni di centrodestra in cerca di un quarto d’ora di notorietà. I reggini che hanno la testa sulle spalle faranno sicuramente il giusto ragionamento e, probabilmente, non premieranno Gian-nacci , ma ricordiamoci che la democrazia si basa sui numeri e questi andranno rispettati.

Ovviamente, c’è anche lo scenario più fosco per il centrodestra: se la carica prorompente di Cannizzaro e Occhiuto non produrrà risultato, i sogni “nazionali” di entrambi svaniranno nel tardo pomeriggio di domani, lunedì 28 settembre. Occhiuto dovrà dimenticarsi la segreteria nazionale (anche se continua a ripetere che gli interessa solo continuare a fare il governatore della Calabria) e Cannizzaro dovrà tentare di risolvere i mille problemi di Reggio, da solo, senza il suo alias in Parlamento.  Buona domenica.

Per far crescere l’Italia bisogna togliere gli investimenti al Sud?

di MASSIMO MASTRUZZO – Giuseppe Conte dice che l’Italia non cresce. E indica dove trovare parte delle risorse per farla ripartire. «Bisogna puntare su investimenti e crescita», afferma il leader del Movimento 5 Stelle. Poi aggiunge: «E sblocchiamo subito i 13 miliardi bloccati dalla propaganda sul Ponte dello Stretto».

È una posizione politica legittima. Come è legittimo discutere il Ponte, contestarne il costo, valutarne l’impatto ambientale, mettere alla prova le previsioni di traffico e domandarsi se esistano investimenti più produttivi per Sicilia e Calabria.

Ma c’è una domanda che dal Mezzogiorno dovrebbe essere posta prima di tutte le altre.

Se il problema dell’Italia è la crescita, perché considerare sacrificabile proprio un investimento infrastrutturale collocato in una delle aree economicamente più deboli del Paese?

Perché un investimento al Sud viene rappresentato come una risorsa da recuperare per far crescere l’Italia, anziché come uno degli strumenti attraverso cui far crescere l’Italia?

E quando si parla di crescita, perché una grande infrastruttura nel Mezzogiorno viene contabilizzata prevalentemente come un costo e non valutata anche per il contributo che potrebbe dare allo sviluppo?

Non occorre essere favorevoli al Ponte per porre queste domande. Anzi.

Se si ritiene che il Ponte sia un investimento sbagliato, la domanda diventa persino più semplice: perché quei miliardi non devono restare al Sud?

Le risorse complessivamente destinate all’opera per il periodo 2024-2033 ammontano a quasi 14 miliardi di euro. Di questi, 6,2 miliardi sono a valere sul Fondo per lo sviluppo e la coesione, lo strumento che dovrebbe concorrere proprio alla riduzione degli squilibri economici, sociali e territoriali.

E su questo deve rispondere anche il Governo: se il Ponte è un’infrastruttura strategica nazionale, perché finanziarlo in misura così consistente attraverso il Fondo sviluppo e coesione?

Ma la risposta a questa contraddizione non può essere trasformare quelle risorse in un salvadanaio da rompere per finanziare indistintamente altre politiche nazionali.

Ed è qui che le recentissime scelte programmatiche del Movimento 5 Stelle meritano attenzione.

Nel 2019, tra le proposte programmatiche del M5S, compariva esplicitamente un «Piano straordinario di investimenti per il Sud», con l’obiettivo dichiarato di colmare il divario territoriale del Paese.
Sette anni dopo, nei 20 punti usciti da Nova e approvati dagli iscritti il 20 settembre, non compare un’analoga strategia esplicitamente dedicata al Mezzogiorno. Non compaiono “Sud” o “Mezzogiorno”, né la clausola del 34% o una strategia generale di perequazione territoriale Nord-Sud.

Ci sono naturalmente politiche nazionali che riguarderebbero anche i cittadini meridionali e c’è, ad esempio, una proposta perequativa in materia sanitaria. Ma sul Ponte la scelta è esplicita: «NO al Ponte sullo Stretto, SÌ al Ponte sul futuro per i nostri giovani», destinando i 13,5 miliardi indicati dal Movimento a scuola e servizi collegati.

Scelta legittima. Ma altrettanto legittima è la domanda: perché le risorse sottratte a un investimento in Sicilia e Calabria non devono finanziare altri investimenti in Sicilia e Calabria?

Proviamo allora ad applicare lo stesso metro al resto d’Italia.

Il Terzo Valico dei Giovi costa 8,498 miliardi di euro, di provenienza statale. Considerando il progetto unico con il Nodo di Genova e il collegamento Genova-Campasso si arriva a 10,623 miliardi. La motivazione è chiara: potenziare i collegamenti tra i porti liguri, il Nord Italia e l’Europa, aumentando la competitività del sistema logistico e produttivo.

Ed è giusto valutarlo così. Un’infrastruttura non viene giudicata soltanto per quanto costa oggi, ma anche per quello che può produrre domani.

Lo stesso principio vale per la nuova diga foranea di Genova, un’opera nell’ordine di 1,3 miliardi destinata anche a consentire l’accesso delle grandi navi e aumentare la competitività dello scalo ligure. Vale per i grandi collegamenti ferroviari internazionali e per le infrastrutture stradali considerate strategiche per le aree produttive del Nord.

Persino quando le previsioni iniziali devono essere riviste, le istituzioni possono decidere che un’infrastruttura continui a meritare sostegno pubblico.

È accaduto con Brebemi: a fronte anche di una revisione dei flussi di traffico, inferiori di circa il 26% rispetto alle previsioni del precedente piano economico-finanziario, è intervenuto un contributo pubblico di 320 milioni di euro.

È significativo anche il caso della Pedemontana Lombarda, per la quale Regione Lombardia ha autorizzato fino a 606 milioni tra prestito subordinato e aumento di capitale per le tratte B2 e C.

Questo non significa che Brebemi, Pedemontana, Terzo Valico o diga di Genova siano opere inutili. Significa qualcosa di diverso e molto più semplice: quando un’infrastruttura viene considerata strategica, la sua valutazione non si esaurisce nella cifra scritta accanto alla voce “costo”.

Perché questo principio dovrebbe cambiare attraversando lo Stretto?

Perché quando miliardi pubblici servono a collegare Genova, Milano, Torino e l’Europa si parla di competitività, logistica e sviluppo futuro, mentre quando miliardi vengono destinati a collegare Sicilia e Calabria al continente diventano risorse da “sbloccare” per far crescere l’Italia?

C’è poi Gioia Tauro.

Non avrebbe senso contrapporre semplicisticamente il porto calabrese a quello di Genova. Hanno caratteristiche e funzioni differenti. Ha senso, invece, osservare le politiche infrastrutturali costruite intorno ai due sistemi.
Attorno a Genova lo Stato sta costruendo un sistema fatto di porto, diga, collegamenti ferroviari, ultimo miglio e Terzo Valico, con l’obiettivo di collegare sempre meglio lo scalo ai grandi mercati del Nord e dell’Europa.

Gioia Tauro non è invece un porto da inventare. Nel 2025 ha movimentato quasi 4,5 milioni di TEU, confermandosi primo porto italiano per movimentazione container. Dispone di fondali che raggiungono i 18 metri e la stessa Autorità portuale indica oggi come obiettivo il passaggio dal primato nel transhipment alla costruzione di un grande hub logistico capace di produrre maggiori ricadute economiche sul territorio.

E allora la domanda è inevitabile: perché non costruire intorno a Gioia Tauro, con la stessa determinazione mostrata altrove, un grande sistema ferroviario, logistico e industriale capace di trasformare milioni di container in imprese, lavoro e ricchezza per la Calabria e per il Mezzogiorno?

Questo è il punto.

Il Movimento Equità Territoriale non deve trasformarsi nel difensore di un progetto del Governo Meloni per difendere il diritto del Mezzogiorno agli investimenti. Se il Ponte è un investimento valido, lo si dimostri attraverso costi, benefici e ricadute economiche e territoriali.

Se non lo è, quei miliardi diventino ferrovie, porti, strade, reti idriche, trasporto pubblico, università, ricerca, logistica e infrastrutture produttive di Sicilia, Calabria e Mezzogiorno.

Quello che non può diventare normale è un terzo scenario: cancellare un investimento nel Mezzogiorno e considerare automaticamente liberate quelle risorse per risolvere i problemi dell’intero Paese.

Perché c’è una domanda che precede persino quella sull’utilità del Ponte.

Per far crescere l’Italia bisogna davvero togliere gli investimenti al Sud?

Se il Ponte non serve, quei soldi restino al Sud.

Perché il problema non è stabilire se l’Italia possa permettersi di investire miliardi nel Mezzogiorno.

Il problema è capire se l’Italia possa ancora permettersi di non farlo. (mm)

(Direttivo nazionale MET Movimento Equità Territoriale)

Al Nord cattedre vuote: molti docenti del Sud rinunciano per gli affitti alle stelle

di ORLANDINO GRECO – Quello della scuola è uno dei temi cardine del processo in divenire del nostro Paese. Senza scuola non c’è né presente né futuro e, soprattutto, senza insegnanti non esiste quel riferimento fondamentale attorno al quale ruota l’intero meccanismo scolastico.

Ed è proprio partendo da questa considerazione che bisogna guardare a un fenomeno che sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti: sono 47 mila i posti vacanti al Nord, mentre il caro vita costringe sempre più docenti del Sud a rinunciare alle cattedre loro assegnate.

𝐋𝐞 𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐞 𝐚𝐥 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞

Il problema delle rinunce al ruolo da parte dei docenti del Mezzogiorno destinati al Settentrione sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza nazionale.

Tra aumenti vertiginosi degli affitti e un costo della vita ormai insostenibile, per molti non è più possibile lavorare lontano da casa. Docenti vincitori di concorso, in particolare residenti al Sud, preferiscono rinunciare all’immissione in ruolo al Nord e continuare a svolgere supplenze vicino alla propria famiglia e al proprio territorio.

È una situazione che deve necessariamente indurci a riflettere e che richiede interventi seri, concreti e risolutivi.

𝐔𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐠𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐚𝐫𝐢𝐚𝐭𝐨

Perché se da una parte rimangono scoperte migliaia di cattedre al Nord, dall’altra, al Sud, si continua ad alimentare la piaga del precariato storico, costringendo professionisti qualificati a rimanere nell’incertezza pur di non trovarsi in una condizione economicamente insostenibile lontano da casa.

Non possiamo limitarci a prendere atto del problema. Servono risposte politiche capaci di affrontare la questione nella sua complessità.

𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐞𝐫𝐢𝐝𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐧𝐞…

Italia del Meridione propone, pertanto, misure concrete e una forte sinergia tra Ministero dell’Istruzione, Enti Locali e Ministero dei Trasporti.

𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐨, 𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐬𝐨, 𝐢 𝐩𝐢𝐥𝐚𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐮𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐢𝐫𝐞:

1. 𝐈𝐧𝐝𝐞𝐧𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐬𝐞𝐝𝐞
Ripristinare un contributo economico perequativo per chi lavora lontano dal proprio domicilio, soprattutto nelle aree caratterizzate da un elevato costo della vita, così da riequilibrare l’effettivo potere d’acquisto degli stipendi.

2. 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐂𝐚𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚
Attivare protocolli d’intesa con i Comuni per destinare immobili pubblici, strutture disponibili o convitti a foresterie con canoni calmierati, riservate al personale scolastico fuori sede.

3. 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐚𝐠𝐞𝐯𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐮𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭𝐢
Prevedere tariffe bloccate e fortemente scontate su treni e aerei per garantire il diritto alla mobilità dei lavoratori e rendere concretamente sostenibile il rientro periodico nei territori di provenienza.

4. 𝐑𝐞𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐞 𝐬𝐛𝐥𝐨𝐜𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐜𝐢
Rendere più flessibile la mobilità in presenza di comprovati disagi economici e trasformare i posti in deroga sul sostegno al Sud in organico di diritto, così da contribuire al riassorbimento del precariato locale.

𝐈𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨

La scuola non può essere considerata soltanto una voce di spesa o una questione amministrativa. È un investimento sul futuro del Paese e gli insegnanti rappresentano il cuore di questo investimento.

Non possiamo permetterci il paradosso di avere cattedre vuote da una parte e docenti precari dall’altra. Quando un sistema costringe un insegnante a scegliere tra il ruolo e la possibilità concreta di vivere dignitosamente, significa che quel sistema ha bisogno di essere ripensato.

È una questione di scuola, ma anche di equità territoriale, diritto al lavoro e dignità delle persone. (og)

(Consigliere regionale della Calabria)