Cresce l’export in Calabria: il ruolo fondamentale dell’industria alimentare

di FRANCESCO AIELLO e VALERIA PUPO – Il recente Rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Calabria evidenzia che nel 2025 le esportazioni regionali hanno superato, per la prima volta, la soglia del miliardo di euro. Si tratta di un risultato simbolicamente importante, che conferma una dinamica positiva ormai in atto da diversi anni.

Tuttavia, il dato complessivo racconta solo una parte della storia. Per comprendere da dove derivi questa crescita è però necessario andare oltre il dato aggregato riportato dalla Banca d’Italia e analizzare, utilizzando i dati ISTAT sul commercio estero, la composizione delle esportazioni regionali e la loro evoluzione nel tempo.

La prima evidenza è che la Calabria esporta prevalentemente prodotti manifatturieri. Nel 2024, su circa 931 milioni di euro di esportazioni complessive, oltre 850 milioni provenivano dall’industria manifatturiera. Più del 90 per cento delle vendite all’estero è, dunque, riconducibile alle produzioni di un settore, mentre il contributo degli altri comparti rimane quantitativamente molto più contenuto. Non si tratta di un dato sorprendente. Nelle economie regionali di piccole dimensioni, caratterizzate da una domanda interna limitata e da un peso rilevante dei settori rivolti al mercato locale, la crescita di lungo periodo dipende dalla capacità di sviluppare attività in grado di competere oltre i confini regionali e nazionali. È proprio questa la funzione economica del settore manifatturiero e, sempre più, dei servizi avanzati: ampliare la base della domanda, intercettare mercati esterni e alimentare processi di maggiore produttività e innovazione che difficilmente possono essere sostenuti da attività rivolte esclusivamente al mercato locale. In questo quadro, il forte peso della manifattura nelle esportazioni calabresi rappresenta non solo una fotografia della struttura dell’export regionale, ma anche un’indicazione della direzione lungo la quale possono consolidarsi percorsi di sviluppo più duraturi.

Diventa, quindi, cruciale capire cosa muova davvero questa crescita. Un dato interessante, all’interno delle esportazioni calabresi, è il ruolo crescente dell’agroindustria.  Le esportazioni del comparto sono passate da circa 108 milioni di euro nel 2016 a oltre 362 milioni nel 2024. In appena otto anni il loro valore è più che triplicato, registrando una crescita significativamente più intensa di quella dell’export complessivo regionale (al netto delle esportazioni agroalimentari, le esportazioni calabresi sono passate da 307 mln di euro del 2016 a 569 mln del 2024, +85,3%). Questo andamento suggerisce che l’agroindustria non stia semplicemente beneficiando della favorevole dinamica delle esportazioni totali, ma stia progressivamente rafforzando la competitività internazionale della Calabria. Non si tratta, dunque, di un mero incremento quantitativo delle vendite all’estero, bensì del consolidamento di intere filiere produttive che mostrano una crescente capacità di trasformare risorse agricole in prodotti ad alto valore aggiunto, in grado di competere con continuità sui mercati extra-regionali e internazionali.

Naturalmente, questi risultati vanno interpretati con cautela. Le esportazioni agroalimentari calabresi rappresentano ancora una quota modesta sia del PIL regionale sia dell’export nazionale. Il punto, tuttavia, non è tanto la dimensione raggiunta, quanto la direzione del cambiamento in atto. In quest’ottica, l’uso dei numeri indice è molto utile perché consente di effettuare un confronto tra  le diverse dinamiche indipendentemente dai volumi di partenza. Ponendo pari a 100 il livello del 2020, nel 2024 l’indice dell’export agroalimentare calabrese raggiunge quota 262, mentre è pari a 159 per l’Italia, e 161 per il Mezzogiorno (al netto dei dati della Calabria). In altri termini, nel periodo successivo alla pandemia la crescita delle esportazioni agroalimentari calabresi è stata nettamente superiore sia a quella nazionale sia a quella delle altre regioni meridionali. È, tuttavia, fisiologico che economie o comparti già fortemente orientati ai mercati esteri presentino margini di crescita percentuale più contenuti, mentre realtà che partono da livelli ancora modesti possano registrare dinamiche molto più sostenute. Rimane il dato di fatto che l’evidenza empirica è coerente con l’ipotesi che il vantaggio competitivo dell’agroalimentare regionale non sia episodico, ma stia assumendo caratteristiche più strutturali. Una conseguenza naturale di questa dinamica è il progressivo aumento del peso dell’agroalimentare calabrese nei mercati di riferimento. Tra il 2020 e il 2024 la quota delle esportazioni agroalimentari regionali sul totale nazionale è passata dallo 0,48 allo 0,79 per cento. Nello stesso periodo, la quota della Calabria sull’export agroalimentare del Mezzogiorno è aumentata dal 2,9 al 4,8 per cento. Pur trattandosi ancora di valori contenuti, l’incremento è significativo e documenta un rafforzamento della presenza competitiva della regione sia nel contesto nazionale sia all’interno dello stesso Mezzogiorno. Questa progressione conferma che il dinamismo dell’agroalimentare calabrese non dipende semplicemente dall’espansione generale dell’export italiano, ma segnala un effettivo e strutturale  miglioramento del posizionamento del settore sui mercati esteri.

L’agroalimentare presenta, inoltre, una caratteristica che lo rende particolarmente interessante nel caso calabrese. A differenza di altre specializzazioni industriali, esso valorizza risorse radicate nel territorio: produzioni agricole di qualità, biodiversità, tradizioni alimentari, competenze produttive e marchi riconosciuti. Quando tali risorse vengono integrate con attività di trasformazione industriale, logistica, commercializzazione e marketing, il valore aggiunto trattenuto nella regione aumenta sensibilmente. Diversamente da altri settori manifatturieri, nei quali una parte rilevante degli input produttivi proviene dall’esterno , l’agroindustria può attivare filiere più lunghe e integrate, generando effetti moltiplicativi che coinvolgono, in prima battuta, il settore agricolo, ma anche i servizi e le attività connesse.

È proprio questo il punto centrale. La competitività internazionale nasce dalla capacità di incorporare conoscenza, qualità, innovazione e organizzazione nei beni esportati. L’agroalimentare che cresce è, quindi, quello che investe nella trasformazione industriale di materie prime, nella certificazione della qualità, nella costruzione di marchi forti e nella stabilità dei canali commerciali esteri. In quest’ottica, lo sviluppo dell’agroalimentare non contrasta con la necessità di rafforzare il peso dell’industria nell’economia regionale, ma ne rappresenta una concreta declinazione. Si tratta, infatti, di un settore che è a tutti gli effetti un nucleo centrale della manifattura calabrese e il legame con il territorio non è un limite, ma un volano per generare valore, a patto di operare su scala internazionale e con logiche di rete moderne.

Questa lettura è coerente con una riflessione pubblicata nel 2017, in occasione dell’istituzione della Zona Economica Speciale di Gioia Tauro. In quel contesto si osservava come gli incentivi, da soli, non sarebbero stati sufficienti a generare sviluppo duraturo se non accompagnati dalla crescita di filiere produttive strettamente collegate alle risorse del territorio. L’agroindustria veniva indicata come uno degli esempi più promettenti, proprio perché capace di trasformare produzioni agricole locali in beni destinati ai mercati nazionali e internazionali. A distanza di alcuni anni, la dinamica dell’export sembra offrire elementi che rafforzano quella prospettiva.

Le implicazioni di policy sono evidenti. Se si intende rafforzare l’agroalimentare come uno dei punti di forza della competitività regionale, gli investimenti devono concentrarsi sulla modernizzazione dell’intera filiera. Sarà, quindi, necessario rafforzare la ricerca applicata, orientandola ai fabbisogni tecnologici delle imprese, promuovere l’innovazione di processo e di prodotto, accelerare la digitalizzazione e potenziare  la logistica e i servizi per l’internazionalizzazione. In questo percorso, un ruolo cruciale spetta alla nascita di nuove competenze manageriali e tecniche, da coltivare attraverso una sinergia sistematica tra le imprese, le università e i centri di ricerca del territorio. Non si tratta soltanto di produrre di più, ma di produrre meglio, aumentando il valore incorporato in ogni bene esportato.

La Calabria ha spesso cercato il proprio futuro inseguendo modelli di sviluppo costruiti altrove. I dati suggeriscono, invece, che una parte della risposta potrebbe trovarsi proprio nella capacità di valorizzare in chiave moderna e competitiva le proprie specializzazioni produttive. L’agroalimentare non rappresenta certamente l’unica fonte possibile di sviluppo regionale e, da solo, non potrà colmare i divari che ancora separano la Calabria dalle aree più avanzate del Paese. Ma la dinamica osservata negli ultimi anni mostra che esiste una filiera capace di crescere, conquistare quote di mercato e competere oltre i confini regionali.

Più che un punto di arrivo, queste tendenze tracciano un’indicazione di percorso che, hic et nunc, definisce la direzione da seguire. Se sostenuto da innovazione, capitale umano altamente qualificato (Master II) e investimenti nella trasformazione industriale, il settore può consolidarsi ulteriormente come uno dei pilastri di una strategia fondata sulla proiezione internazionale e sulla capacità di creare valore. In fondo, il traguardo del miliardo di euro di esportazioni non rappresenta soltanto una soglia statistica: è il segnale che il sistema produttivo calabrese può competere con successo sui mercati globali. La sfida, ora, è trasformare questo dinamismo in un processo strutturale di crescita. 

[Courtesy l’AltraVoce /Il Quotidiano del Sud]

In cerca di normalità: decolla dall’Arena dello Stretto la Reggio del sindaco Francesco Cannizzaro

di  SANTO STRATI – uale città può permettersi di tenere l’insediamento del Consiglio comunale avendo come sfondo il mare dello Stretto? Reggio ovviamente. Una città alla disperata ricerca di normalità, che il nuovo sindaco Francesco (“Ciccio”) Cannizzaro vuole trasformare in una città più che normale, all’insegna della legalità, ma anche del decoro urbano, della pulizia, del viver bene. 

Reggio è una città disastrata da anni di malgoverno che non ha saputo sfruttare e utilizzare le tante opportunità che via via si sono presentate.  Una città dolente, diventata indolente che chiede solo di essere una città bellissima come preannuncia Cannizzaro, orgogliosa della sua storia millenaria e altrettanto vogliosa di poter mostrare il meglio di sé prima ai suoi cittadini, poi agli ospiti, ai forestieri, ai turisti che crescono in cifra esponenziale.

L’obiettivo del sindaco Cannizzaro non è impossibile, ma sicuramente pieno di asperità e risulterà difficilmente raggiungibile se non avverrà un miracolo di trasversalismo della politica: un superamento delle liti costanti maggioranza-minoranza senza risultati, una sorta di supercoalizione tra i tanti attori – vincenti e perdenti della tornata elettorale – con l’aspirazione di giungere al traguardo di un bene comune non più rinviabile. Non si tratta di fare inciuci, ma del rispetto reciproco che maggioranza e opposizione non devono far mancare, con l’obbligo per chi non governa di suggerire miglioramenti, proporre idee, controbattere con una dialettica franca e costruttiva percorsi e iniziative che portino, comunque, a uno sforzo collettivo proteso a realizzare e mantenere il “bene comune”. 

Quello che è mancato fino a oggi. Ci sono risorse e capitale umano straordinario non utilizzati, ci sono idee e progetti che non richiedono grandi investimenti, se non quelli di cervello e capacità operative.

L’idea del sindaco Cannizzaro di tenere la prima seduta del Consiglio comunale – lo abbiamo già scritto – è geniale: niente grigiori di un’aula pur maestosa e ricca di memoria, bensì niente pareti né tetti. Il mare e il cielo dello Stretto a far da cornice a un grande coinvolgimento popolare. Riuscito peraltro in pieno: forse mille o più persone hanno riempito i gradoni dell’Arena e sono rimasti fino alla fine, sentendosi a loro volta veri protagonisti della serata. 

L’obiettivo di Cannizzaro (un vero maestro nel raccogliere consenso) era di far sentire ai cittadini che la città è loro, non di chi la governa o la malgoverna: la città ai cittadini, offrendo però beni e servizi che non possono più essere da terzo mondo.

I cittadini di Reggio hanno mostrato questa legittima e ammirevole voglia di “normalità” che è possibile tornare ad avere soltanto esercitando legalità e buonsenso. Mostrando capacità e visione, perché i giovani devono smettere di andare via (seguiti a distanza da nonni, genitori e parenti) avendo le giuste opportunità di mettere a profitto per la propria collettività talento e competenze. E il discorso non vale solo per Reggio, bensì per tutta la Calabria.

Una terra che utilizza appena qualche decimale del suo straordinario patrimonio culturale, paesaggistico, artistico, e ancora meno del capitale umano – straordinario – di cui dispone ma che lascia andare via a rendere ancora più ricche le regioni del Nord e i Paesi esteri che hanno – con i nostri giovani laureati – risorse a costo zero: le spese di educazione e formazione le hanno affrontate le famiglie calabresi, spesso con costi e sacrifici enormi, poi vanificati da un distacco obbligato. Non per ulteriore formazione o specializzazione (e poi tornare) ma per assenza di opportunità.

Reggio era “bella e gentile” nel dopo terremoto e ha vissuto momenti importanti, fino a cadere nel girone infernale dell’indifferenza e dell’incapacità di immaginazione positiva per la sua gente. 

Oggi, la sfida – quasi impossibile ma non irrealizzabile – di Cannizzaro è questa: mostrare attenzione a ogni aspetto di vita della città e metterci la dovuta attenzione, la cura che fino a oggi non c’è più stata. Sia per quel che riguarda la vita quotidiana dei cittadini (acque, rifiuti, mobilità, imposte e tasse fuori controllo), etc sia per quel che concerne l’aspetto produttivo, quello che genera ricchezza. Mettersi a fianco delle imprese per costruire realtà che producono ricchezza e, soprattutto, occupazione diretta e indotto commerciale. Fare di Reggio una città di mare (non sul mare) con le sue straordinarie potenzialità turistiche e attrattive. Ma serve anche l’impegno dei cittadini per rendere bella e produttiva la città: le abitudini malsane (spazzatura lasciata dove capita, isole ecologiche ignorate per i rifiuti ingombranti, etc) e manutenzione e tutela del bello. A cominciare dalle statue del Lungomare lasciate a scolorirsi, devastate da incuria e mancata manutenzione.

Tutto questo il “politico” Cannizzaro lo sa e aver deciso di mollare il Parlamento per guidare una città tutto sommato recuperabile (“la più bella del mondo” ripete in ogni occasione il Sindaco) può sembrare a seconda dei punti di vista un gesto di amore o di opportunità. Non cambia se c’è – come sembra – la volontà di lasciare il segno, di rendere questa città orgoglio per chi ci vive e attrazione irrinunciabile per chi la osserva da lontano.

E allora la “festa” del 6 luglio all’Arena dello Stretto – onorata dalla presenza del vicepremier e ministro degli Esteri Tajani a sottolineare la presenza del Governo – diventa il trampolino per un riscatto ormai inderogabile. Reggio chiede di essere una città normale, ma pretende di poter mostrare i suoi tanti  aspetti positivi e di costruire il futuro dei suoi figli.

La serata dello Stretto non è stata una passerella di politici in cerca di consenso, bensì una pagina importante per la storia della Città che chiede di essere capita e consultata per le scelte future. 

La trasparenza del mare di Ulisse è stata prestata all’insediamento del nuovo Consiglio comunale. Un colpo di teatro – nel senso migliore del termine – che i reggini hanno mostrato di apprezzare molto. Ma da oggi la scena si sposta dal palco dell’Arena ai problemi quotidiani e a un impegno non indifferente non soltanto del Sindaco e della Giunta, bensì di tutto il Consiglio comunale, maggioranza e opposizione, che devono guardare, in positivo, al bene della città e dei suoi cittadini.

Le condizioni per il successo ci sono tutte e la politica del fare può mostrare che le cose si possono realizzare, se solo c’è la volontà e la capacità di agire. 

Non tutte le deleghe sono state assegnate: quella della Cultura, per esempio, non ha un assessorato, ma avrà – ha detto a Calabria.Live il Sindaco Cannizzaro – un consigliere delegato libero da altri impegni che possa rendere ancora più appetibile anche culturalmente parlando questa città. La cultura è uno dei volani più importanti per la crescita di un territorio – e qui si parla di Città metropolitana che non dev’essere più reggiocentrica – che mostra un patrimonio che tutti ci invidiano.

Reggio è una città di cultura, anche senza il titolo di Capitale appena sfiorato qualche anno fa, e ha risorse eccellenti che la possono mettere al centro della scena non soltanto italiana, ma internazionale.

È una città dove si respira cultura in ogni angolo ma ce lo hanno fatto dimenticare trasformando per esempio in un hamburgeria un patrimonio storico come il Teatro Siracusa o svilendo tanti altri luoghi che andranno restituiti alla città e ai suoi cittadini. 

L’agenda di Cannizzaro è molto impegnativa e, probabilmente non basteranno le 20 ore al giorno che lui pensa di dedicare al suo lavoro di Sindaco, ma ci sono le premesse per fare – e bene – molte cose. Non mancano le risorse, ma bisogna saperle spendere: i cittadini lo hanno capito da un pezzo, lo ha capito, da subito, anche il sindaco Cannizzaro. 

La Calabria regina del turismo: prima in Italia per crescita negli arrivi

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è davvero “Straordinaria”, nel turismo. Nel primo semestre del 2026, ha registrato il maggiore incremento degli arrivi turistici complessivi, con un +10,54%, rendendola prima in Italia.  A certificare questo successo, l’analisi dei dati della piattoforma “Alloggiati Web” del Viminale, si registra una crescita complessiva degli arrivi pari al 4,43% rispetto allo stesso periodo del 2025 sull’intero territorio nazionale. Le regioni che hanno mostrato i risultati più significativi assieme alla nostra regione sono Umbria: +9,70% e Piemonte: +9,22%. Anche altre regioni come Sardegna (+8,24%), Puglia (+7,43%) e Liguria (+6,56%) hanno contribuito a questo andamento positivo. Lo segnala il ministero del Turismo.

Per quanto riguarda la componente domestica, si è registrato un aumento degli arrivi dell’1,97%, con picchi in Umbria (+13,64%) e Liguria (+8,89%). Invece per gli arrivi dall’estero l’incremento è stato del 6,45% rispetto al 2025. Le regioni che hanno beneficiato maggiormente di questa spinta del turismo internazionale includono: Calabria +23,19%, Puglia: +14,63%, Abruzzo: +14,04%, Molise: +13,14%, Basilicata: +11,55%, Sardegna: +11,44%, Piemonte: +10,38%.

«Arrivi turistici in aumento del 4,5% a livello nazionale nel primo semestre del 2026 e boom della Calabria con più 11%. I dati del Viminale confermano che, nel mondo delle sfide globali, l’Italia del turismo continua a mettere a segno risultati da record. Il settore turistico si rivela sempre più strategico, confermandosi pilastro dell’economia nazionale. Il ministero del Turismo continuerà ad investire e a pensare positivo», commenta il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi.

Grande soddisfazione è stata espressa dal presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha sottolineato come si tratta di «numeri che certificano un trend di crescita ormai strutturale e che premiano il lavoro svolto in questi anni per rendere la Calabria più connessa, accessibile, attrattiva e competitiva».

«Oggi la nostra regione – ha detto – è una destinazione sempre più riconosciuta e apprezzata, in Italia e all’estero. Con questi risultati la Calabria contribuisce in maniera significativa alla crescita del turismo nazionale e si conferma uno dei territori più dinamici dell’intero comparto turistico italiano».

«La sfida, adesso – ha concluso – è consolidare questo percorso e trasformare questi numeri in ancora più sviluppo e opportunità per la nostra terra».

Per l’assessore regionale al Turismo, Giovanni Calabrese, «questo risultato non è frutto del caso, ma di una visione strategica fortemente voluta dal presidente Roberto Occhiuto, che ha restituito centralità al turismo quale leva fondamentale dello sviluppo economico della Calabria». 

«In questi anni – ha sottolineato – abbiamo lavorato con determinazione per cambiare il racconto della nostra regione, sostituendo una narrazione troppo spesso condizionata da stereotipi con una comunicazione positiva, credibile e moderna, capace di valorizzare l’immenso patrimonio naturale, storico, culturale, archeologico, identitario ed enogastronomico della Calabria».

«Un ruolo determinante –  ha evidenziato Calabrese – lo ha avuto l’intensa attività di promozione portata avanti sui principali mercati turistici attraverso una presenza qualificata nelle più importanti fiere di settore nazionali e internazionali. Abbiamo riportato la Calabria protagonista nei grandi appuntamenti del turismo mondiale, costruendo relazioni con tour operator, buyer, compagnie aeree, giornalisti e operatori del settore. Abbiamo presentato una Calabria autentica, accogliente e competitiva, capace di offrire esperienze uniche in ogni periodo dell’anno: dal mare ai parchi nazionali, dai percorsi della ciclovia ai cammini, dalla montagna ai borghi, dall’archeologia ai grandi eventi, fino alle straordinarie eccellenze agroalimentari». 

«Accanto alla promozione – ha aggiunto – è stata decisiva la scelta del presidente Occhiuto di investire con coraggio sul sistema aeroportuale calabrese. Gli importanti accordi sottoscritti con le compagnie aeree, in particolare con i vettori low cost, insieme al potenziamento degli scali regionali, hanno reso la Calabria finalmente accessibile come non lo era mai stata prima. Oggi la nostra Regione è collegata con numerose città italiane ed europee e le sue bellezze sono entrate stabilmente nei circuiti turistici internazionali». 

«Rendere una destinazione facilmente raggiungibile – ha proseguito – significa renderla competitiva, e i dati ci dicono che questa scelta è stata vincente. L’eccezionale incremento del 23,19% degli arrivi dall’estero è la dimostrazione più evidente dell’efficacia di questa strategia, supportati dalle politiche del Ministero del Turismo e del lavoro accurato e determinante di Enit. Sempre più visitatori scelgono la Calabria perché la conoscono, la raggiungono con facilità e scoprono una terra che offre autenticità, qualità dell’accoglienza e un patrimonio unico nel panorama italiano. Essere oggi la regione italiana con la maggiore crescita degli arrivi turistici rappresenta un motivo di orgoglio, ma soprattutto la conferma che gli investimenti in promozione, infrastrutture, accessibilità e qualità dell’offerta producono sviluppo, occupazione e nuove opportunità».

«Continueremo – ha concluso l’assessore Calabrese – a lavorare con la stessa determinazione per consolidare questi risultati, destagionalizzare i flussi e rafforzare ulteriormente il posizionamento della Calabria sui mercati nazionali e internazionali. Questi risultati appartengono a tutta la Calabria: agli imprenditori del turismo, agli operatori dell’accoglienza, ai sindaci, alle associazioni, alle comunità locali e a tutti coloro che ogni giorno lavorano con professionalità e passione per far crescere questo settore. A loro va il nostro sincero ringraziamento. Questa è la Calabria che cresce, che si fa conoscere nel mondo e che dimostra, con i numeri, di aver intrapreso un percorso di cambiamento concreto e irreversibile».

«Accogliamo con favore la tendenza positiva che emerge per il turismo in Calabria. Ogni segnale di crescita rappresenta un’opportunità per il territorio e conferma le grandi potenzialità della nostra regione», dice la Filcams Cgil, sottolineando come «sarebbe un  errore fermarsi ai dati sugli arrivi e sulle presenze. Il vero banco di prova è capire se questa crescita produce anche lavoro di qualità, salari dignitosi e maggiore stabilità occupazionale».

«Oggi migliaia di lavoratrici e lavoratori del turismo continuano a vivere condizioni di precarietà, stagionalità e redditi insufficienti. Se cresce il settore, ma continua ad aumentare il numero di chi lavora restando povero, significa che qualcosa nel modello di sviluppo non funziona.

La FILCAMS CGIL Calabria «lo sostiene da tempo – ha ricordato il sindacato –: il turismo non si rafforza soltanto con la promozione, ma investendo sulle persone. Formazione, qualificazione professionale, contrasto al lavoro irregolare, applicazione dei contratti collettivi e valorizzazione delle professionalità devono diventare priorità tanto quanto la promozione delle destinazioni».

«Nei mesi scorsi – scrive il sindacato – avevamo avanzato proposte precise per costruire una strategia regionale capace di mettere al centro il lavoro come leva dello sviluppo turistico. Quelle proposte restano attuali, forse oggi ancora di più».

«Perché il successo del turismo – conclude la nota – non si misura soltanto dal numero dei visitatori, ma dalla qualità del lavoro che è in grado di creare. È questa la sfida sulla quale la Calabria è chiamata a fare un salto di qualità». 

Se la politica in Calabria trova il coraggio di cambiare

di LEO BERENOVIC – La speranza è una parola che sembra fragile, eppure resiste più di tutte. Resiste alle frane, alle alluvioni, alle promesse che evaporano, ai tavoli istituzionali che si sciolgono come neve al sole. Resiste persino alle generazioni che partono, una dopo l’altra, come treni che non tornano più. La speranza è ciò che rimane quando tutto il resto sembra aver perso consistenza. È il filo che tiene insieme la Calabria, una regione che vive sospesa tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, tra il dolore della perdita e la vertigine del possibile.

La politica, quando è autentica, dovrebbe essere proprio questo: la gestione del possibile. Non l’arte dell’annuncio, non la coreografia delle inaugurazioni, non la liturgia delle conferenze stampa. La politica dovrebbe essere la capacità di trasformare la speranza in struttura, la visione in cantiere, il desiderio in progetto. Ma troppo spesso, in Calabria, la politica si è ridotta a un teatro di annunci a costo zero: parole che non costano nulla perché non generano nulla, promesse che non richiedono impegno perché non prevedono conseguenze. È la politica del “faremo”, del “stiamo lavorando per”, del “a breve partirà”. Una politica che non costruisce, ma intrattiene. Che non decide, ma rinvia. Che non ascolta, ma recita.

E intanto i giovani se ne vanno. Non è una fuga: è una migrazione silenziosa, continua, quasi fisiologica. Non c’è rabbia, non c’è rivolta. C’è un misto di rassegnazione e lucidità. Se ne vanno perché hanno capito che il possibile, qui, è troppo spesso un sinonimo di impossibile. Se ne vanno perché la speranza, da sola, non basta. Se ne vanno perché la politica degli annunci non produce futuro, e senza futuro non si resta. Se ne vanno perché la Calabria è diventata una regione che esporta talento e importa rassegnazione.

E allora la domanda è inevitabile: come si fa a fermarli? La risposta non è semplice, ma è chiara: bisogna rendere la Calabria un luogo dove il possibile diventa reale. Non un luogo perfetto, non un paradiso terrestre, non una regione miracolosamente trasformata. Basta che sia un luogo dove il futuro non è un’illusione. Dove restare non è un sacrificio. Dove partire è una scelta, non una condanna.

Per farlo, però, bisogna smettere con gli annunci a costo zero. Bisogna smettere di credere che la comunicazione sostituisca la costruzione, che la narrazione sostituisca la pianificazione, che il marketing territoriale sostituisca la politica territoriale. Bisogna tornare alla concretezza, alla fatica, alla lentezza del lavoro vero. Bisogna tornare alla politica come mestiere, non come spettacolo.

La Calabria non ha bisogno di slogan: ha bisogno di infrastrutture. Non ha bisogno di “visioni”: ha bisogno di manutenzione. Non ha bisogno di “eventi”: ha bisogno di continuità. Non ha bisogno di “eccellenze”: ha bisogno di normalità.

La normalità è rivoluzionaria, in Calabria. Una sanità che funziona, un trasporto pubblico affidabile, una scuola che non cade a pezzi, una burocrazia che non scoraggia, una giustizia che non si inceppa. La normalità è ciò che permette ai giovani di immaginare una vita qui. La normalità è ciò che trasforma la speranza in progetto.

Ma la normalità non si annuncia: si costruisce.

E costruire richiede tempo, competenza, responsabilità. Richiede una politica che non abbia paura di dire la verità: che non tutto si può fare subito, che non tutto si può fare ovunque, che non tutto si può fare senza cambiare qualcosa. Richiede una politica che sappia dire dei no, non solo dei sì. Che sappia scegliere, non solo promettere. Che sappia governare, non solo comunicare.

La Calabria è una terra che conosce bene la differenza tra annuncio e realtà. È una regione dove ogni famiglia ha almeno un cantiere mai finito, un progetto mai partito, un finanziamento mai arrivato. È una regione dove le inaugurazioni sono più numerose delle conclusioni, dove i comunicati stampa sono più lunghi dei bilanci, dove le parole pesano più dei fatti. È una regione che ha imparato a diffidare, a sospettare, a non credere più.

Eppure, nonostante tutto, la speranza resiste.

Resiste nei paesi dell’interno, dove gli anziani continuano a curare gli orti come se il mondo non fosse cambiato. Resiste nelle città, dove gruppi di giovani aprono bar, librerie, coworking, come se il futuro fosse già qui. Resiste nelle scuole, dove insegnanti ostinati continuano a credere che un ragazzo possa cambiare il destino di un territorio. Resiste nelle associazioni, nei comitati, nei movimenti civici che non si arrendono. Resiste persino nelle istituzioni, dove qualche amministratore prova davvero a fare politica, non spettacolo.

La speranza resiste perché la Calabria è una terra che non si arrende. Una terra che ha conosciuto tutto: la povertà, l’emigrazione, le frane, le alluvioni, le mafie, le promesse mancate, le occasioni perse. Eppure è ancora qui. È ancora viva. È ancora possibile.

Il possibile, però, non è un dono: è una costruzione. Il possibile è un ponte, non un sogno. Il possibile è un piano regolatore, non un post su Facebook. Il possibile è un investimento, non un annuncio. Il possibile è un patto tra generazioni: io costruisco oggi ciò che tu userai domani.

Per fermare i giovani, bisogna costruire questo patto. Bisogna dire loro: “Restate, perché qui succede qualcosa”. Bisogna dimostrare loro: “Restate, perché qui si lavora davvero”. Bisogna convincerli: “Restate, perché qui il futuro non è un miraggio”.

Ma per farlo, bisogna cambiare la politica. Bisogna cambiare il linguaggio, il ritmo, la postura. Bisogna smettere di parlare di Calabria come di una regione “difficile”, “complessa”, “problematica”. Bisogna iniziare a parlarne come di una regione possibile. Una regione che può fare ciò che non ha mai fatto: trattenere i suoi figli.

La Calabria non è condannata. La Calabria non è destinata alla fuga. La Calabria non è un luogo senza futuro. La Calabria è un luogo che deve decidere cosa vuole essere.

E la politica deve decidere se vuole essere parte del problema o parte della soluzione.

La speranza, da sola, non basta. Ma senza speranza, non si comincia.

La Calabria ha bisogno di una speranza concreta: una speranza che si misura in chilometri di strade, in posti di lavoro, in scuole ristrutturate, in ospedali funzionanti, in imprese che nascono, in giovani che tornano. Una speranza che non si annuncia: si costruisce.

E allora, forse, un giorno, i giovani non se ne andranno più. Non perché non possano partire, ma perché sapranno che qui, finalmente, è possibile restare. 

Reggio e il futuro da città euromediterranea

di DOMENICO NUNNARI – A Reggio, città più popolosa della Calabria, dirimpettaia della sicula Messina, con cui forma il cerchio magico dello Stretto, c’è il clima giusto, di rivincita, entusiasmo, per guardare al futuro con la voglia di rinascita, di un nuovo inizio, lasciandosi alle spalle cinquant’anni di solitudine – cominciati con la rivolta del 1970 – e gli ultimi anni di amministrazione comunale senza slancio, visione, che non si farà rimpiangere. 

La città della Fata Morgana ha l’urgenza di rimarginare vecchie ferite, inferte, a suo tempo, da un Governo nazionale (presieduto da Emilio Colombo, leader democristiano lucano, ma nato a Reggio) che pasticciò al punto – con la vicenda del capoluogo di regione – di mettere in guerra città consorelle. Ci fu l’aggravante, nella triste faccenda, di una politica cinica e miope della sinistra, guidata dal Pci, che regalò alla destra di Giorgio Almirante una rivolta spontanea, popolare, le cui radici affondavano nel risentimento antico – comune a tutto il Sud – per il non avere lo Stato (la Nazione) offerto le stesse opportunità di vita e di sviluppo abbondantemente concesse invece a città e regioni del Nord. Il Governo non capì, o non volle capire, e non lo capì o non volle capire neppure il Partito Comunista, che all’origine della protesta c’erano – oltre le ragioni sacrosante per il capoluogo regionale strappato – la non più sopportabile doppia andatura dell’Italia: una per il Sud e un’altra per il Nord. Hanno preferito, Governo e Pci, soffiare sul fuoco di una ribellione fatta  diventare scontro municipalistico, senza vie d’uscita, senza ragionevoli mediazioni che sarebbero state necessarie. Fu una trappola per Reggio. L’incapacità di agire e di prendere decisioni giuste da parte del Governo e della politica, unite a viltà varie, e a una comoda indifferenza verso le ragioni di Reggio, scatenarono una guerra fra poveri, fra città consorelle. La storia del capoluogo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già colmo di storiche trascuratezze e di diritti negati. Nello spirito originario della ribellione, c’era sicuramente la rivendicazione del riconoscimento di capoluogo regionale ma anche – implicito – quel mancato intervento-risarcimento dello Stato che sarebbe stato necessario – non solo a Reggio – per eliminare storiche disuguaglianze, ingiustizie, discriminazioni e politiche colonizzatrici. Il capoluogo ha solo acceso la miccia di una bomba che era pronta ad esplodere, nel Sud dimenticato ed escluso. Non vanno dimenticati, più o meno nello stesso periodo, i Fatti di Avola (1968) e di Battipaglia (1969): due dei più gravi episodi di rivolta nel Sud, nati come proteste operaie e contadine e sfociati in tragici scontri con le forze dell’ordine. Una “lettura”, non ideologizzata, delle rivolte di Avola e Battipaglia, e successivamente dei moti di Reggio, permette di intravedere, nell’esplosione della rabbia popolare, un’inedita frattura Sud – Stato, parallela alla frattura Sud – Pci, e Sindacato Cgil , che furono incapaci di capire e gestire le ribellioni meridionali, lasciando via libera – almeno nel caso di Reggio – alla destra, che egemonizzò la rivolta popolare. Queste cose, le disse il leader di Lotta Continua Adriano Sofri – non certo uno di destra – che si trovava a Reggio per seguire da vicino gli eventi: “Il più bel regalo che a Reggio poteva fare il PCI ai fascisti, è stato quello di tenersi in disparte, di non capire la protesta”. C’è da dire, ragionando in termini generali, che meridionalisti del calibro di Gramsci, Salvemini, Fortunato e Dorso, spiegarono – in tempi lontani – che dietro gli scoppi di rabbia nel Sud, c’erano sempre le colpe di una classe dirigente inetta; disagi profondi della popolazione e la trascuratezza dello Stato, sordo di fronte ad abusi e ingiustizie sociali. Più di mezzo secolo dopo la rivolta, non c’è più bisogno di scomodare meridionalisti e intellettuali, per lasciare la rivolta di Reggio alla storia, riconoscendo – con onestà intellettuale – tra le cause di quel moto popolare, vecchie vicende legate al Sud abbandonato, dimenticato. Solo la Chiesa, in quel momento drammatico, capì quale fosse il vero problema di Reggio. In città, c’era un santo vescovo piemontese, Giovanni Ferro [la sua causa di beatificazione procede, con i tempi della Chiesa], che comprese il popolo di Reggio e scelse da che parte stare, senza indugi. In un messaggio ai fedeli, pubblicato su “L’Avvenire di Calabria” del tempo, Ferro, riguardo alle proteste dei reggini scrisse: “Mi è apparso il volto autentico di Reggio, quello che rivela l’animo generoso di un popolo assetato di giustizia, ma paziente e forte, perché una grande fede ne illumina perennemente il cammino”. A Ferro, la cui causa di canonizzazione si sta svolgendo davanti al Dicastero per le Cause dei Santi in Vaticano, è stato recentemente assegnato alla memoria dall’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, il titolo di “Giusto per l’Umanità. Prima di essere nominato arcivescovo di Reggio, Ferro, nella qualità di rettore del Collegio cattolico Gallio di Como, durante le persecuzioni razziali, salvò la vita, nascondendolo all’interno dell’istituto educativo, a un ragazzino ebreo di 14 anni, Roberto Furcht. Reggio, adesso, dopo cinquant’anni di solitudine, con un ultimo decennio che è difficile da raccontare, e sul quale sarà meglio stendere un velo pietoso, deve prepararsi a voltare definitivamente pagina. La rinascita di Reggio sarà un bene per la Calabria intera, regione che ha bisogno di armonia, riconciliazione, e non di conflitti. Bisogna avere – trasversalmente – fiducia nel nuovo sindaco, Francesco Cannizzaro, politici che come deputato ha lavorato bene, con passione, determinazione, intelligenza. Bisogna sostenerlo, spronarlo, incoraggiarlo; criticarlo, se necessario, evitando però bizantinismi, personalismi, ipocrisie, ideologismi, polemiche povere, senza significato.

A Reggio, non manca niente, per diventare una metropoli mediterranea, in grado di proiettarsi nel futuro, di guardare a nuovi orizzonti. Ha bellezza, storia, fede, sapere; ha un patrimonio culturale notevole, un eccellente stabilimento meccanico (Hitachi Rail Italy ex Omeca) di livello internazionale, specializzato nella realizzazione di treni per le ferrovie e le linee metropolitane che tutto il mondo conosce, per la loro qualità. Facciamo un elenco, breve delle potenzialità di Reggio.

Bellezza

Il leggendario paesaggista e scrittore inglese Edward Lear la definì “uno dei più bei posti visti sulla terra”. E non fu solo lui, ad esprimersi con tanta ammirazione ed entusiasmo. Altri, lo imitarono: viaggiatori e scrittori, più o meno famosi; e non sbagliavano certo nell’esprimere i loro giudizi, e neppure esageravano. Louis Courier, libellista e militare francese, in una lettera inviata alla sorella , in Francia, scriveva: “Siamo in fondo allo stivale, nel più bel paese del mondo”. 

Patrimonio culturale e archeologico

Il museo nazionale archeologico, che ospita i famosi bronzi di Riace, è tra i più importanti del Mediterraneo e dell’Europa nel suo genere; a parere di alcuni autorevoli esperti viene ancor prima di quello di Atene, che è tra i più importanti al mondo. La rete dei siti archeologici, dove s’intrecciano insediamenti greci, romani e medioevali, ha un’estensione anche maggiore di Pompei. Il Piccolo Museo San Paolo, La Pinacoteca Comunale, il Museo diocesano e il Teatro Cilea completano la rete dei siti culturali.  

Rete del Sapere: Università Mediterranea, Accademia di Belle arti, Conservatorio Musicale, Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA), Università per Stranieri (che bisognerebbe riportare alla missione originaria immaginata dal fondatore, onorevole Giuseppe Reale.

Mediterraneo

Adagiata sullo Stretto, dirimpetto a Messina, Reggio si trova al centro geometrico esatto del Mediterraneo (una posizione geopolitica strategica) e si affaccia su uno tra i più importanti crocevia marittimi del mondo: lo Stretto, ricco di storia, cultura e biodiversità. 

Reggio, è una perla del Liberty italiano; è rinata, con questo stile dopo il devastante terremoto del 1908. Architetti famosi: Ernesto Basile, Camillo Autore e Gino Zani ne hanno ridisegnato il volto, fondendo l’Art Nouveau con le necessità della ricostruzione. 

Il Lungomare intitolato a Italo Falcomatà, sindaco della primavera reggina, è il simbolo dell’anima della città. Secondo una vecchia leggenda, Gabriele D’Annunzio lo definì “il chilometro più bello d’Italia”. Anche se D’Annunzio non l’ha mai scritto o detto, è veramente il chilometro più bello, non solo d’Italia. È comunque il luogo dove la storia millenaria, la bellezza naturale e la voce dei poeti dell’area magica dello Stretto s’intrecciano, in un abbraccio unico al mondo. Derek Walcott, il poeta Nobel per la letteratura 1992, a Reggio nel 1996, per ricevere il premio internazionale  Città dello Stretto del Rhegium Julii, dopo un’intervista al Tg1, sulla terrazza del Miramare, guardando incantato lo Stretto, disse che il mare di Reggio era bello come il suo dei Caraibi: “Da scrittore cresciuto nell’arcipelago caraibico dico che elemento comune con questo paesaggio, e quello della Grecia antica, è la presenza del mare”. 

Madonna della Consolazione in questo nome sacro c’è la storia di una devozione singolare, forse unica in tutto il Mezzogiorno. La Madonna della Consolazione, ha da sempre un ruolo speciale nella vita spirituale di Reggio. È stata invocata nei momenti di calamità e difficoltà: guerre, carestie e pestilenze; portata in processione nei giorni della ribellione per il capoluogo. È, per tutti – non solo i credenti – un faro di pace e protezione, il simbolo di una città che in Lei si unisce, invocando conforto e speranza. Il suo titolo, “Consolazione”, esprime  l’essenza della sua presenza: una Madre vicina che accompagna i fedeli nelle prove della vita quotidiana. Detto ciò, e prendendo coscienza di tanta ricchezza, per i reggini – in testa il nuovo sindaco Francesco Cannizzaro – è giunto il momento di produrre uno scatto di orgoglio, per superare un  passato triste e grigio, che è meglio dimenticare. Un nuovo inizio, con un futuro che dipende da ciò che si comincerà a fare con la nuova amministrazione, può spronare la città ad invertire la rotta, a riconciliarsi con se stessa, con il resto della regione e del Paese, avviando anche un dialogo concreto e indispensabile con la dirimpettaia Messina. Immaginiamo una grande metropoli euro-mediterranea (Messina e Reggio insieme) che si possa chiamare “Città del Mediterraneo”? Sognare, non è proibito. Intanto è l’ora di uscire dalla solitudine, di lasciare quella che per molto tempo (e forse lo è ancora) è stata un’isola di infelicità: una città incompresa, malamministrata – salvo brevi primavere –, asfissiata da un sistema mafioso  che condiziona la libertà dei cittadini e lo sviluppo; un sistema di cui bisogna liberarsi, con l’aiuto di uno Stato che dev’essere più governante, anziché inutilmente vigile con provvedimenti spesso più di facciata, che di sostanza. Quello che serve lo Stato faccia, per Reggio, la Calabria, non è solo l’intervento repressivo. Quel che realmente serve, lo ha suggerito qualche tempo fa in un articolato documento un gruppo di magistrati: “La lotta alla criminalità organizzata passa attraverso la rieducazione dei cittadini ad “abitare”, pienamente e liberamente, i territori […] Speriamo che nell’agenda del governo ci sia anche una riflessione […]. Ci auguriamo che siano previsti interventi incisivi che, accanto alla tradizionale logica securitaria, in sé insufficiente, aiutino i cittadini a ricreare luoghi dove realizzarsi, per ricominciare a pensare a Sud e verso Sud i loro progetti”. Non sono riflessioni sociologiche o filosofiche ma parole sagge pronunciate da chi spesso è lasciato solo a combattere la mafia, in avamposti sperduti e dimenticati. Reggio, in un futuro che può cominciare domani, potrà svolgere un ruolo fondamentale nel processo di sviluppo euro-mediterraneo; diventare testa di ponte dell’Italia e dell’Europa nel bacino mediterraneo. Serve solo che scocchi la scintilla collettiva capace di promuovere l’impresa della rinascita. Saranno determinanti l’università Mediterranea e gli altri centri del sapere nel futuro di Reggio. La sfida principale sarà formare i giovani all’eccellenza, mettendo in campo anche iniziative per trattenerli, valorizzando capacità e competenze. Un ruolo – trasversale – può svolgerlo la politica, che insieme alla comunità civile e sociale, ha la responsabilità di affrontare le sfide del nostro tempo confuso e disorientato, pieno di insidie. Tutti i parlamentari reggini – indipendentemente dallo schieramento cui appartengono –, Giusi Princi (unanimamente apprezzata a Bruxelles per le sue grandi capacità e risorse) in prima fila, dovrebbero sentirsi impegnati a contribuire – con una visione di vita democratica e civile  comune – ad un cambiamento che comporti modificazioni strutturali profonde, e anche il gusto di una vita migliore per tutti. Dopo anni di sudditanza, Reggio, con una corresponsabilità coraggiosa, ha l’opportunità di diventare laboratorio politico nazionale. Le tensioni e le differenze, non devono intimorire, anzi possono – come dice il papa nella sua lettera enciclica, Magnifica humanitas – diventare energie creative, se orientate ad una responsabilità condivisa. È questa la sfida di Reggio, in un Paese ammalato di “polarizzazione”, virus  deleterio che trasforma la politica in un’arena di scontro in cui spesso primeggiamo protagonisti insensati il cui cervello è turbato e offuscato dai neri vapori della bile. 

Morti sulle strade: non continuiamo a parlare di fatalità

di ROMANO PESAVENTO – C’è una profonda preoccupazione per il continuo susseguirsi di tragedie che, soprattutto in Calabria, continuano a trasformare le strade in luoghi di dolore e di perdita. Ogni vittima della strada rappresenta una sconfitta non soltanto personale o familiare, ma collettiva, perché una società che non riesce a proteggere i propri giovani vede incrinarsi il patto educativo e civile sul quale fonda il proprio futuro.

I dati ufficiali Istat-Aci relativi al 2024 delineano un quadro che impone una seria riflessione. In Calabria si sono registrati 3.107 incidenti stradali, con 96 persone decedute e 4.716 feriti, mentre lungo la Strada Statale 106 si contano 228 incidenti, 23 vittime e 406 feriti, confermando la persistente criticità di un’arteria che da troppo tempo rappresenta il simbolo di un divario infrastrutturale ancora irrisolto. Sul piano nazionale, la fascia di età compresa tra i 20 e i 24 anni registra il maggior numero di vittime della strada; particolarmente allarmante è anche l’incremento della mortalità tra gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni, passati da 51 a 80 decessi in un solo anno. Numeri che non descrivono soltanto un fenomeno statistico, ma raccontano una vera emergenza educativa e sociale che coinvolge direttamente il mondo della scuola.

Ridurre questi eventi alla categoria dell’incidente significa, troppo spesso, sottrarli alla loro reale dimensione culturale. Molte di queste morti non sono imprevedibili: sono il risultato di comportamenti che si costruiscono nel tempo, alimentati da modelli sociali nei quali il rischio viene banalizzato, la velocità è percepita come affermazione di sé, la trasgressione come prova di autonomia e il limite come un ostacolo da superare anziché una forma di tutela della propria libertà e di quella altrui. Quando un giovane sceglie di guidare distratto dallo smartphone, dopo aver assunto alcol o sostanze stupefacenti, o affrontando la strada con eccessiva velocità, quella scelta non nasce improvvisamente: è il punto di arrivo di una cultura che troppo spesso privilegia l’immediatezza, l’impulso e la ricerca dell’emozione rispetto al senso della responsabilità.

Allo stesso tempo, sarebbe profondamente ingiusto attribuire ogni responsabilità esclusivamente ai comportamenti individuali. La Calabria continua a pagare il prezzo di decenni di ritardi infrastrutturali. Strade dissestate, segnaletica insufficiente, manutenzioni discontinue, illuminazione carente e cantieri interminabili rendono il diritto alla mobilità sicura ancora oggi un diritto incompiuto. La Strada Statale 106 rappresenta emblematicamente questa contraddizione: un’arteria essenziale per migliaia di cittadini che continua a essere teatro di incidenti gravissimi e mortali. Quando lo Stato non riesce a garantire infrastrutture adeguate, la tutela del diritto alla vita risulta inevitabilmente indebolita.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che la sicurezza stradale debba essere riconosciuta a pieno titolo come una questione di diritti umani. Il diritto alla vita, sancito dalla Costituzione italiana e dalle principali Carte internazionali, non può essere garantito soltanto attraverso norme e controlli; esso richiede un investimento costante nella formazione della coscienza civica. Nessuna legge, per quanto severa, potrà sostituire una cultura fondata sul rispetto dell’altro, sulla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni e sul valore della responsabilità personale.

Per questa ragione il ruolo della scuola assume un’importanza decisiva. L’educazione alla sicurezza stradale non può limitarsi a incontri occasionali o campagne di sensibilizzazione concentrate in pochi momenti dell’anno scolastico. Deve diventare parte integrante dell’educazione civica e della formazione ai diritti umani, offrendo agli studenti strumenti per comprendere che ogni comportamento individuale produce effetti sull’intera collettività. Guidare responsabilmente significa esercitare una forma concreta di cittadinanza attiva, riconoscendo che la libertà personale trova il proprio limite nel diritto degli altri a vivere in sicurezza.

È necessario costruire una vera alleanza educativa tra scuola, famiglie, istituzioni, enti locali, forze dell’ordine, università e associazioni del territorio. La prevenzione non può essere affidata esclusivamente alla repressione delle condotte illecite, ma deve nascere dalla costruzione di una cultura della legalità che renda il rispetto delle regole una scelta consapevole e non un semplice obbligo imposto dall’esterno. Solo una comunità educante coesa può contrastare quella pericolosa assuefazione che rischia di trasformare ogni nuova tragedia in una notizia destinata a essere rapidamente dimenticata.

Ogni giovane che perde la vita sull’asfalto lascia un banco vuoto nelle scuole, una famiglia privata del proprio futuro e una comunità più fragile. Non possiamo accettare che intere generazioni crescano pensando che morire sulla strada sia un rischio inevitabile della quotidianità. La civiltà di un Paese si misura dalla capacità di proteggere i suoi giovani prima ancora che di piangerli.

Educare al valore della vita significa educare al rispetto delle regole, alla cura dell’altro e alla responsabilità delle proprie scelte. Solo quando questi principi diventeranno patrimonio condiviso della coscienza collettiva potremo dire di aver trasformato la sicurezza stradale da semplice obiettivo amministrativo a fondamentale presidio di democrazia, di giustizia sociale e di tutela dei diritti umani.

(Presidente Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina Diritti Umani)

L’antimafia penitenziaria non una teoria o slogan, ma una sfida da vincere

di GIOVANNA F. RUSSO – Ci sono giornate che non celebrano soltanto una ricorrenza, ma ci ricordano che dietro un’uniforme, dietro una toga, dietro un camice, dietro ogni funzione esercitata all’interno del sistema penitenziario, vi sono donne e uomini che hanno scelto di servire lo Stato in uno dei luoghi più difficili e meno conosciuti della Repubblica.

A voi, appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, ai Direttori degli Istituti, ai funzionari giuridico-pedagogici, agli educatori, agli operatori sanitari, agli psicologi, agli assistenti sociali, ai cappellani, ai volontari, alla Magistratura di Sorveglianza, ai Provveditorati, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e a tutte le Istituzioni che a vario titolo operano nell’esecuzione penale, desidero rivolgere il mio più sincero pensiero.

Viviamo uno dei periodi più complessi della storia recente del sistema penitenziario. Sovraffollamento, disagio psichico, dipendenze, crescente presenza della criminalità organizzata, tensioni operative, aggressioni, carenza di personale e nuove fragilità sociali mettono quotidianamente a dura prova chi è chiamato a garantire sicurezza, legalità e tutela della dignità della persona.

Ma oggi non desidero soffermarmi soltanto sulle difficoltà. Desidero parlare a voi, di voi. Di ciò che troppo spesso rimane invisibile. Perché il vostro lavoro inizia quando il cancello si chiude alle vostre spalle. Da quel momento il carcere diventa un mondo che pochi conoscono davvero. Pochissimi comprendono davvero cosa significhi lavorare per ore in un ambiente ad altissima tensione, gestire conflitti, prevenire violenze, scongiurare gesti estremi, affrontare la sofferenza umana senza mai perdere lucidità.

Pochissimi sanno cosa significhi tornare a casa e non poter raccontare ai propri figli, ai propri genitori o al proprio compagno ciò che si è visto, ciò che si è vissuto, ciò che si è dovuto affrontare. Ci sono paure che rimangono dentro. Ci sono responsabilità che non possono essere condivise. Ci sono ferite che nessuno vede. Eppure, il mattino successivo, siete ancora lì. Con la stessa uniforme. Con lo stesso senso del dovere. Con la stessa fedeltà alle Istituzioni. Per questo il mio primo sentimento è la gratitudine. Grazie perché siete il presidio quotidiano dello Stato nei luoghi in cui lo Stato è chiamato a dimostrare la propria forza migliore: quella della legge, della giustizia e dell’umanità.

Vi è, tuttavia, un’altra consapevolezza che non possiamo eludere. Sappiamo bene che, come in ogni grande Istituzione della Repubblica, possono manifestarsi episodi di deviazione dai principi che ispirano il servizio pubblico. Possono verificarsi comportamenti individuali incompatibili con l’etica istituzionale, con il giuramento prestato e con i valori costituzionali che ogni servitore dello Stato è chiamato ad incarnare. Ignorarli significherebbe non rendere un buon servizio alle Istituzioni. Ma sarebbe ancora più ingiusto consentire che poche condotte possano offuscare l’onore di migliaia di donne e uomini che ogni giorno servono lo Stato con disciplina, sacrificio e assoluta lealtà.

È proprio per tutelare questa maggioranza silenziosa che continuo a sostenere con convinzione che la prevenzione rappresenti la più alta forma di garanzia istituzionale. Prevenire significa formare, ascoltare. Esige accompagnare gli operatori, rafforzare i controlli, creare reti tra le Istituzioni, individuare tempestivamente i segnali di disagio e impedire che situazioni di vulnerabilità possano trasformarsi in casi estremi. La prevenzione non è sfiducia verso il Corpo, ma il più grande atto di fiducia che si possa compiere nei confronti di chi ogni giorno lo onora con il proprio servizio.

Ed è in questa prospettiva che desidero ribadire con forza un principio nel quale ho sempre creduto, che la legalità non è un concetto astratto, ma una responsabilità quotidiana. E l’antimafia penitenziaria non rappresenta una teoria né uno slogan: è un metodo di lavoro, una cultura istituzionale e un dovere costituzionale. Essa non nasce contro qualcuno, ma è pensata per proteggere tutti.

Protegge gli operatori onesti dalle pressioni, dalle intimidazioni e dai tentativi di condizionamento esercitati dalle organizzazioni criminali. Protegge i detenuti che scelgono percorsi autentici di cambiamento. Protegge l’Amministrazione Penitenziaria da ogni forma di infiltrazione, di assuefazione o di compromissione. Protegge, in definitiva, la credibilità dello Stato.

Antimafia penitenziaria significa impedire che il carcere diventi uno spazio nel quale le organizzazioni criminali continuino ad esercitare potere, a consolidare gerarchie o a perpetuare logiche di dominio. Significa affermare, ogni giorno, che dentro gli istituti penitenziari l’unica autorità legittimata ad esercitare il potere è lo Stato.

Come Autorità di garanzia ho sempre ritenuto che stare accanto alla Polizia Penitenziaria non significhi rinunciare all’indipendenza. Al contrario. L’indipendenza trova il proprio significato più autentico, il suo naturale spazio, quando sceglie di essere presente, di ascoltare, di comprendere e di contribuire alla soluzione dei problemi. Essere vicini alle Istituzioni non significa assolutamente essere accondiscendenti. Piuttosto, oggi, è il coraggio di riconoscere ciò che funziona, segnalare ciò che non funziona e lavorare insieme perché il bene prevalga sempre sulle criticità. So che questa scelta, talvolta, ha un costo. Costa incomprensioni, critiche l’essere isolati e bistrattati. Ma continuerò a percorrerla perché grazie a tanti di voi ho avuto la possibilità di leggere fino in fondo cosa sia questo mondo e non conosco altro modo di esercitare questo complesso mandato.

Ve lo dissi un anno fa: La sfida che ci attendeva sarebbe stata enorme! Oggi lo è ancora di più. Ma continuo a credere che nessuna riforma potrà nascere dalla contrapposizione permanente. Non nascerà dalla rabbia. Non nascerà dall’invidia. Non nascerà dai protagonismi. Non dall’egoismo. Nascerà soltanto se sapremo riscoprire il valore del “Noi”. Se lavorando insieme, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo, con umiltà, considerazione reciproca e senso dello Stato ci ritroveremo gli uni accanto agli altri. Perché, personalmente ‘accanto’ è l’unico modo che conosco per affrontare seriamente i problemi.

Accanto è l’unico modo che conosco per garantire, insieme a tutte le Istituzioni, i diritti delle persone private della libertà personale, la sicurezza degli operatori, la tutela della collettività e l’affermazione della legalità. Ed è soltanto così che potremo consegnare alla Calabria e perché no, all’Italia un sistema penitenziario più forte, più credibile, più giusto e più umano.

Quindi che San Basilide continui ad accompagnare tutti coloro che, nel silenzio quotidiano, scelgono di servire lo Stato con disciplina, onore e coscienza. Con profonda gratitudine, sincero rispetto e con la certezza che il futuro del sistema penitenziario si costruisce qui ed ora, scegliendo di camminare insieme. Perché le Istituzioni non diventano più forti quando imparano a combattersi, ma quando trovano il coraggio di camminare insieme. È questo il significato più profondo del servizio allo Stato.

(Garante regionale Calabria delle persone private della libertà
e Coordinatore nazionale forum dei Garanti regionali)

Il turismo internazionale resta il punto debole della Calabria

di FRANCESCO AIELLO E MICHELE MERCURIIl tema è particolarmente rilevante, poiché il turismo internazionale rappresenta il principale motore di crescita dei sistemi turistici nazionali ed europei. In molti territori italiani la domanda estera costituisce ormai la componente prevalente dei flussi turistici e contribuisce in misura decisiva alla destagionalizzazione, all’allungamento della permanenza media e alla crescita della spesa turistica. La Calabria continua, invece, a mostrare una forte dipendenza dalla domanda nazionale.

Alcuni dati consentono di collocare con precisione la Calabria nel panorama turistico italiano. Nel 2024 l’Italia ha registrato oltre 466 milioni di presenze, mentre la Calabria si è fermata a poco più di 8,1 milioni, pari all’1,75% del totale nazionale. Sul fronte del turismo internazionale, il divario appare ancora più marcato: in Italia il 54,5% delle presenze è generato da turisti stranieri, contro appena il 19,7% della Calabria.

Questa differenza emerge con ancora maggiore evidenza confrontando il peso della regione sul turismo complessivo con quello esercitato sul solo turismo internazionale. Pur rappresentando l’1,75% delle presenze turistiche nazionali, la Calabria intercetta appena lo 0,63% delle presenze straniere registrate in Italia. In altre parole, la regione partecipa ai flussi turistici internazionali in misura significativamente inferiore rispetto al suo già modesto peso nel turismo nazionale, segnalando una capacità di attrazione verso i mercati esteri ancora limitata.

La geografia dei turisti stranieri che scelgono la Calabria aiuta a comprendere meglio questa situazione. La Figura  mostra come il principale mercato estero sia la Germania, con oltre 500 mila presenze e una quota pari al 32,6% del totale straniero regionale. Seguono Repubblica Ceca (142 mila presenze), Polonia (102 mila), Regno Unito (98 mila), Svizzera (96 mila) e Austria (81 mila). Complessivamente, questi sei paesi generano oltre il 65% delle presenze straniere registrate nella regione.

Si tratta prevalentemente di mercati dell’Europa centrale e centro-orientale, fortemente orientati al turismo balneare e ai soggiorni nei villaggi e resort costieri. La composizione geografica della domanda estera appare quindi molto diversa da quella osservata nelle principali regioni turistiche italiane, dove assumono un ruolo più rilevante i mercati nordamericani, asiatici e dell’Europa occidentale.

Tuttavia, i valori assoluti non sono sufficienti per valutare la reale capacità attrattiva di una destinazione. Un mercato può infatti generare un elevato numero di presenze semplicemente per la sua dimensione.  Per questo motivo il rapporto introduce un indicatore particolarmente interessante: l’indice di specializzazione illustrato nella Figura 2 .

La Figura 2 consente di andare oltre i valori assoluti e di valutare la reale capacità della Calabria di attrarre i diversi mercati esteri. L’indice confronta il peso della regione nelle presenze italiane di ciascun paese con il peso medio della Calabria nel turismo nazionale. Valori superiori all’unità indicano una capacità di attrazione relativamente elevata; valori inferiori all’unità segnalano invece una presenza più debole di quanto ci si potrebbe attendere sulla base del peso complessivo della regione nel turismo italiano.

A una prima lettura il risultato appare netto: tra i principali mercati esteri soltanto la Repubblica Ceca presenta un indice superiore all’unità (1,65). Ciò significa che i turisti cechi scelgono la Calabria con una frequenza significativamente maggiore rispetto alla media dei visitatori che arrivano in Italia. Si tratta di un risultato coerente con la consolidata presenza dei flussi provenienti dall’Europa centro-orientale nelle principali località balneari della regione.

La distanza che separa la Repubblica Ceca dagli altri mercati è significativa. Nessun altro paese raggiunge infatti valori prossimi all’unità. Canada (0,68), Polonia (0,62), Ucraina (0,54) e Argentina (0,53) costituiscono il gruppo relativamente più favorevole, ma evidenziano comunque una capacità di attrazione inferiore alla media nazionale. La Calabria appare pertanto sovra-rappresentata in un solo mercato estero e sotto-rappresentata in tutti gli altri principali bacini di provenienza.

Più complessa appare invece la situazione dei grandi mercati europei. La Germania, pur rappresentando il principale mercato estero della Calabria in termini assoluti con oltre 500 mila presenze, registra un indice pari a 0,44. È probabilmente questo il dato più significativo dell’intera analisi. In altre parole, i turisti tedeschi arrivano numerosi in Calabria, ma in misura molto inferiore rispetto a quanto avviene nelle principali destinazioni italiane concorrenti. Una considerazione analoga vale per il Regno Unito (0,38) e soprattutto per la Francia (0,24), che evidenziano una capacità di attrazione relativamente modesta.

È proprio questa apparente contraddizione a rendere interessante la lettura dei dati. La Calabria non è assente dai principali mercati internazionali: tedeschi, britannici, francesi, svizzeri e austriaci sono presenti e contribuiscono in misura significativa ai flussi turistici regionali. Tuttavia, la loro incidenza risulta sistematicamente inferiore a quella osservata nel resto del Paese. Il problema, dunque, non sembra essere l’assenza di relazioni con i mercati internazionali, quanto piuttosto la limitata capacità della regione di intercettarne una quota più consistente.

Nel complesso, la Figura 2 restituisce l’immagine di una destinazione che mostra punti di forza in alcuni mercati specifici, ma che fatica ancora a consolidare una presenza competitiva nei principali bacini turistici internazionali. Più che una debolezza generalizzata, emerge una struttura della domanda estera fortemente selettiva, concentrata in pochi paesi e ancora poco diversificata rispetto a quella delle regioni italiane maggiormente inserite nei circuiti internazionali del turismo.

Questo risultato assume particolare rilevanza se si considera che la ripresa del turismo successiva alla pandemia è stata trainata soprattutto dalla componente internazionale. Mentre molte regioni italiane hanno beneficiato della crescita dei flussi provenienti dall’estero, la Calabria continua a dipendere in larga misura dal mercato nazionale e da un numero relativamente ristretto di paesi europei.

Naturalmente, questi dati non implicano che la regione sia priva di attrattività internazionale. Al contrario, esistono territori che mostrano una significativa capacità di attrazione verso la domanda estera. La provincia di Vibo Valentia, ad esempio, registra una quota di stranieri pari al 37,5%, quasi il doppio della media regionale, grazie soprattutto alla notorietà internazionale della Costa degli Dei. Tropea e Ricadi presentano quote di visitatori stranieri particolarmente elevate. Si tratta però di risultati concentrati in un unico sistema turistico locale, che non sembrano ancora tradursi in una più ampia internazionalizzazione dell’intero comparto regionale.

Se il primo limite strutturale del turismo calabrese è rappresentato dalla sua forte concentrazione territoriale, il secondo riguarda dunque la limitata capacità di attrarre domanda internazionale. La Calabria continua a partecipare solo marginalmente ai grandi flussi esteri diretti verso l’Italia e la sua presenza nei mercati internazionali appare ancora confinata a pochi segmenti specifici.

Comprendere le ragioni di questa debolezza è fondamentale per interpretare le prospettive future del settore. Prima di attribuirla esclusivamente a fattori di competitività, tuttavia, è opportuno distinguere tra diverse tipologie di turismo internazionale. Non tutti gli stranieri che arrivano in Calabria sono infatti turisti nel senso tradizionale del termine. Una parte dei flussi potrebbe essere collegata alla presenza delle comunità di origine calabrese residenti all’estero e ai fenomeni di ritorno nei luoghi delle proprie radici familiari.   Comprendere il peso effettivo di questi flussi è essenziale per valutare correttamente il grado di internazionalizzazione del turismo calabrese. Proprio questo tema sarà al centro del prossimo approfondimento. (fa e mm)

[Courtesy OpenCalabria)

Le madri sole, una povertà che richiede risposte urgenti

di GIUSY NURI Sappiamo da tempo che la povertà ha tanti volti, e uno di questi, pressoché sconosciuto, è quello delle cosiddette madri sole: nuclei monogenitoriali composti da donne con figli minori, tutte con storie diverse ma accomunate dalla condizione difficile di dover crescere un figlio senza avere un compagno accanto. Secondo i dati Istat, sono in forte ascesa – circa un milione e duecentomila in Italia, trentamila in Calabria.

Sono storie diverse: donne vittime di violenza che hanno denunciato il partner, donne separate o divorziate, vedove, ragazze madri che hanno detto no all’aborto accettando una maternità difficile. Volti che raccontano una povertà ancora nascosta e invisibile, soprattutto nelle regioni meridionali. Save the Children, nel dossier Le equilibriste. La maternità in Italia, ha raccontato gli ostacoli che queste donne affrontano per raggiungere autonomia economica e sociale, in quanto “single”, segmento particolarmente vulnerabile dell’universo femminile.

Nonostante la consapevolezza crescente, le madri sole restano invisibili agli occhi delle politiche pubbliche. Mancano interventi mirati, soprattutto sul piano fiscale, e chi affronta condizioni di ulteriore svantaggio – come la disabilità di un figlio o la condizione migrante – vive una doppia fragilità.

Proprio per dare una risposta concreta a questo grido di aiuto, il Centro Comunitario Agape favorì la nascita della Cooperativa Sociale Soleinsieme, con l’obiettivo di offrire alle donne un percorso di autonomia lavorativa e sociale, ma anche uno spazio di accoglienza e sostegno. Grazie alla Provincia di Reggio Calabria, guidata allora da Giuseppe Raffa, fu assegnato un bene confiscato in una zona centrale della città, dove nacque la Sartoria Sociale Soleinsieme: un progetto che unì istituzioni e realtà sociali, coinvolgendo anche i detenuti della Casa Circondariale di Arghillà in un percorso di giustizia riparativa per la ristrutturazione del bene.

Negli anni, la sartoria è cresciuta e si è trasformata: da semplice attività produttiva è diventata un luogo di incontro, ascolto e aggregazione, un punto di riferimento per le donne del territorio. Da questa evoluzione è nato lo Spazio Donna, un ambiente accogliente dove si intrecciano creatività, diritti, salute, benessere e orientamento. Qui le donne trovano percorsi personalizzati, laboratori esperienziali e momenti di confronto che favoriscono la crescita personale e la costruzione di nuove opportunità.

Lo Spazio Donna rappresenta oggi la naturale evoluzione della storia di Soleinsieme: dalla stoffa alle storie, dal lavoro alla cura, dalla manualità alla relazione. È un modello di welfare comunitario che continua a rispondere ai bisogni di lavoro, ascolto e sostegno psicologico, con attenzione alle nuove fragilità dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nel 2015, su impulso della Comunità Agape, fu presentato un progetto di legge per il sostegno delle famiglie monogenitoriali in difficoltà, approvato all’unanimità dalla Commissione Politiche Sociali ma poi naufragato per mancanza di copertura finanziaria. Sarebbe un segnale importante se quella iniziativa venisse ripresa dall’attuale governo regionale, per costruire alleanze tra istituzioni e terzo settore e favorire politiche di inclusione e autonomia per queste madri coraggio, che hanno diritto a essere ascoltate e a non essere lasciate sole.

(Presidente Cooperativa

Soleinsieme)

Rapporto Bankitalia, Nel 2025 il Pil della Calabria 1,1%: È il più alto del Sud e del Paese

di ANTONIETTA MARIA STRATINel 2025 il Pil della Calabria è il più alto del Sud e dell’Italia. È quanto emerso dal rapporto annuale L’Economia della Calabria di Bankitalia, che rileva come nella nostra regione il Prodotto Interno Lordo sia aumentato dell’1,1%, un valore superiore a quello osservato nel Mezzogiorno e nel Paese. Dati che si aggiungono a quelli appena rilasciati dalla Svimez, che certificano come «per il quarto anno consecutivo il Sud è cresciuto più della media italiana. I dati a consuntivo del 2025 registrano un PIL delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del centro-nord, con un tasso di crescita, però, inferiore al 2024 quando raggiunse l’1%».

«Non avveniva da molti anni – scrive la Svimez – dal periodo del boom economico del dopoguerra. Preoccupa, però, il dato del divario di crescita dell’Italia rispetto all’Unione europea. Se nel 2025 il Pil nazionale è cresciuto di mezzo punto percentuale, al di sotto anche dello 0,8% del 2024, resta stabilmente inferiore alla media Ue a 27, +1,5%. La Spagna prosegue la sua significativa espansione +2,8%, la Francia si attesta allo 0,8%, la Germania, invece, dopo la recessione del biennio precedente, è ferma a un modesto 0,2%», mentre Bankitalia rileva come «le aspettative per il 2026 risentono degli effetti derivanti dal conflitto in Medio Oriente, che ha già determinato un deterioramento della fiducia delle famiglie e delle imprese».

Nell’industria in senso stretto – si legge nel rapporto di Bankitalia – le vendite sono aumentate in misura moderata; l’attività di investimento si è mantenuta sui livelli dell’anno precedente, ancora favorita dall’ampio ricorso agli incentivi fiscali, tra i quali quelli legati alla Zona economica speciale per il Mezzogiorno (Zes unica). Gli scambi con l’estero hanno continuato ad espandersi per il quinto anno consecutivo, superando il miliardo di euro; l’incidenza sul Pil, seppur in crescita, rimane contenuta. Il settore delle costruzioni ha evidenziato un miglioramento, beneficiando dell’avanzamento dei lavori pubblici, in parte connesso alla prosecuzione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

«Nel triennio 2022-25 gli investimenti in opere pubbliche sono quasi raddoppiati – scrive la Svimez – in entrambe le aree del Paese: +88,3% al Sud e +87,8% al Centro-nord. Si registra, inoltre, una certa variabilità tra le singole regioni ma comunque in un contesto di crescita che per tutte, ad eccezione di Trentino Alto-Adige (regione a statuto speciale) e Abruzzo (dove la componente privata ha “corso”), è stato superiore al 60%. Le regioni che hanno fatto segnare gli incrementi più rilevanti sono il Friuli – Venezia Giulia , la Valle d’Aosta, il Lazio, la Toscana, la Puglia e la Calabria».

Le compravendite di abitazioni – scrive invece Bankitalia – sono tornate a crescere; i prezzi sono saliti, proseguendo la tendenza in atto negli anni più recenti. Anche nel terziario l’attività è aumentata. Le presenze turistiche sono cresciute sensibilmente, principalmente nella componente straniera. Gli aeroporti regionali hanno superato i 4 milioni di passeggeri, grazie all’incremento dei voli, che restano maggiormente concentrati nella stagione estiva, soprattutto quelli internazionali. I traffici di container presso il porto di Gioia Tauro – fortemente specializzato nel transhipment – hanno raggiunto un nuovo picco storico».

Lo scalo, infatti, segna un nuovo record con una movimentazione container, nel 2025, di circa 4,5 milioni di Teu, in aumento del 14% sull’anno precedente. Si tratta – evidenzia il rapporto – di circa un terzo del totale del trasporto di container in Italia.

La redditività è rimasta positiva per la maggior parte delle imprese, favorendo un ulteriore incremento della liquidità aziendale, che si collocava già su livelli storicamente elevati. Il settore produttivo regionale, pur avendo registrato negli ultimi anni un lieve rafforzamento della dimensione media delle imprese, resta ancora fortemente polarizzato su realtà di piccola scala. La capacità innovativa e l’intensità brevettuale regionale continuano ad essere tra le più basse del Paese.

Prendendo in prestito i dati dalla Svimez, si può notare come «nel Sud spicca il dato dell’Abruzzo +1,9%, grazie al traino dell’industria e, in particolare, delle costruzioni. Anche la Campania registra un buon risultato con una crescita dello 0,9%, la Calabria fa meglio della media nazionale con uno 0,8%».

Nel 2025 – scrive Bankitalia – l’occupazione in Calabria è cresciuta più intensamente che nel Mezzogiorno e nella media nazionale, con un aumento sia dei lavoratori dipendenti sia, in misura più marcata, degli autonomi. Il miglioramento si colloca in un contesto caratterizzato da una dinamica salariale di lungo periodo meno favorevole rispetto al resto del Paese, anche legata alla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni accumulata nel biennio 2022-23 e non ancora pienamente recuperata. La crescita dell’occupazione si è accompagnata a una riduzione delle persone in cerca di lavoro, a fronte di una quota di soggetti inattivi rimasta stabile su livelli elevati nel confronto con la media nazionale.

Il reddito reale delle famiglie calabresi ha continuato a crescere, sostenuto dall’espansione dell’occupazione. Pur in presenza di una lieve ripresa dell’inflazione, i consumi hanno mostrato una dinamica positiva, in miglioramento rispetto al biennio precedente, beneficiando anche dell’incremento dei flussi turistici; è rimasto ampio il ricorso al credito al consumo.

La dinamica dei prestiti al settore privato non finanziario si è rafforzata, sospinta dall’intensificarsi della crescita del credito alle aziende di medie e grandi dimensioni e dalla ripresa dei mutui abitativi alle famiglie. Il costo dei finanziamenti si è ridotto per le imprese, mentre è rimasto pressoché stabile per le famiglie. Il tasso di deterioramento del credito è diminuito per le imprese, collocandosi su un livello prossimo al valore medio nazionale e inferiore a quello del Mezzogiorno; per le famiglie consumatrici l’indicatore è rimasto stabile. L’espansione dei depositi bancari si è intensificata, soprattutto per il settore produttivo; il valore di mercato dei titoli in custodia ha continuato a crescere, anche se a un ritmo meno intenso dell’anno precedente. La rete degli sportelli bancari presenti sul territorio regionale si è ulteriormente ridimensionata.

Bankitalia, poi, ha rilevato come «la situazione di bilancio è migliorata per la Regione, che ha conseguito il pieno rientro dal disavanzo; per le Province e i Comuni permane invece una condizione meno favorevole rispetto al complesso degli enti locali a livello nazionale. Nel triennio 2022-24 è proseguito il processo di digitalizzazione dei Comuni calabresi, favorito anche dall’aumento della spesa per investimenti in nuove tecnologie; nel confronto nazionale persistono tuttavia ritardi nell’erogazione dei servizi online».

Rilevante, poi, il contributo del turismo per l’economia regionale: rispetto alla media nazionale, la spesa turistica incide in misura più elevata sui consumi interni e il settore dell’ospitalità assorbe una quota maggiore di occupazione, soprattutto nei mesi estivi; tuttavia, anche per l’ampio ricorso a forme contrattuali flessibili, i livelli retributivi risultano inferiori a quelli medi degli altri settori.

«Il comparto turistico in regione – si legge – presenta ancora ampi margini di crescita. L’intensità turistica – misurata dal rapporto tra presenze e popolazione residente – è inferiore al dato nazionale; nell’ultimo decennio le presenze sono aumentate ma meno della media del Paese, risentendo di un recupero più lento nella fase post-pandemica. Il settore si caratterizza ancora per una forte concentrazione sulle aree costiere, un’elevata stagionalità e una minore incidenza delle presenze straniere».

La dotazione di posti letto relativamente più ampia in rapporto agli abitanti si associa a un più basso grado di utilizzo delle strutture alberghiere, che si allinea ai valori nazionali solo nei mesi di luglio e agosto. La qualità delle strutture risulta in miglioramento, anche se resta più contenuto in regione il peso di quelle di fascia più alta. L’offerta ricettiva presenta una dimensione media più elevata, in riduzione negli ultimi anni anche per l’ingresso sul mercato di piccoli operatori del comparto extra alberghiero. L’incidenza degli affitti brevi risulta inferiore rispetto alla media nazionale, nonostante una maggiore disponibilità di abitazioni non occupate (vuote o utilizzate da non residenti). «I dati diffusi dalla Banca d’Italia rappresentano una positiva notizia per la Calabria e confermano che la nostra regione sta cambiando passo». È quanto afferma il Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Salvatore Cirillo.

«La crescita del Pil dell’1,1%, superiore alla media del Mezzogiorno e dell’Italia, l’aumento dell’occupazione del 3,8%, il calo della disoccupazione, l’export cresciuto del 10,8% e il nuovo record del porto di Gioia Tauro raccontano una Calabria più dinamica, più competitiva e più fiduciosa».

«Questi dati vanno letti dentro il percorso avviato in questi anni dal governo regionale guidato da Roberto Occhiuto. Un’azione seria, concreta e determinata, che sta producendo effetti misurabili sull’economia, sul lavoro, sulle infrastrutture e sulla capacità della Calabria di attrarre investimenti e opportunità».

«Non si tratta di un punto di arrivo, ma di una solida base da cui ripartire per costruire il futuro della nostra terra. La strada intrapresa è quella giusta. Come Consiglio regionale, in piena sintonia con l’esecutivo, continueremo a sostenere ogni iniziativa utile a consolidare questa crescita, creare nuova occupazione e valorizzare i territori, per fare della Calabria una protagonista centrale e propositiva nel contesto del Mezzogiorno e dell’intero Paese», conclude Cirillo.

«Il rapporto annuale della Banca d’Italia certifica in maniera autorevole la solidità dell’azione di governo portata avanti dalla Regione Calabria sotto la guida del presidente Roberto Occhiuto e della maggioranza di centrodestra». È quanto afferma il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Giacomo Crinò, commentando i dati contenuti nell’ultimo rapporto sull’economia regionale.

«Conti in ordine, crescita dell’export del 10,8%, aumento degli investimenti e dell’occupazione delineano una Calabria che ha cambiato passo. Sono risultati che premiano una visione politica chiara, una gestione responsabile delle risorse pubbliche e un lavoro quotidiano che continua a produrre effetti concreti sul territorio. La sfida adesso è consolidare questi traguardi e proseguire con determinazione lungo il percorso di crescita e sviluppo intrapreso». (ams)