di PROMETEO – L’on. Francesco Cannizzaro ha acceso la campagna elettorale con un comizio che, più che una piattaforma programmatica, è sembrato un esperimento di comunicazione totale: un po’ predica, un po’ curva sud, un po’ trailer di fantascienza. Il risultato? Un’esplosione social. A costo zero, verrebbe da dire e qui il merito va riconosciuto senza esitazioni. In tempi in cui la visibilità è moneta, Cannizzaro ha incassato subito. Ma la politica, a differenza dei social, non vive di “portata”, vive di “ritorni”, ossia di consensi. Il punto non è se il comizio sia piaciuto o meno. Il punto centrale è uno: quanto è stato utile per sostenere la causa in termini elettorali?
Quando una narrazione scivola dal politico al trascendente, quando le “raccomandazioni celesti” sostituiscono le priorità amministrative, si apre uno spazio che gli avversari non aspettano altro che occupare. E, infatti, lo spazio si è aperto. Al punto che una voce fuori dal coro come quella di Fiorella Mannoia — non esattamente una commentatrice di provincia — ha sentito il bisogno di intervenire postando come risposta una citazione di Antonio Albanese. Quando la politica diventa materiale da citazione artistica, significa che ha superato il confine della serietà per entrare in quello della rappresentazione. E qui, probabilmente, Indro Montanelli avrebbe sorriso. Non per approvare, ma per registrare. Montanelli sapeva che la politica italiana ha un talento naturale ossia prendersi sul serio mentre diventa caricatura di sé stessa. Il problema, quindi, non è estetico. È strategico. Cannizzaro partiva in vantaggio, almeno nelle prime ore dopo la presentazione delle liste e l’entusiasmo si era ben diffuso ma il vantaggio iniziale, soprattutto in politica, è come il ghiaccio d’estate: va gestito, non esibito in presenza di calde temperature. Ogni eccesso comunicativo produce un effetto collaterale inevitabile, utile soprattutto a mobilitare l’avversario. E il centrodestra, in questa fase, sembra aver fat to un regalo inatteso a un centrosinistra che partiva con l’etichetta di “perdente designato”. Perciò, la costante sovraesposizione mediatica sta aggregando centinaia di persone a schierarsi contro, mobilitando una forte riattivazione dell’elettorato latente. Tradotto: più parli forte, più qualcuno si sveglia per contraddirti, e questa azione, in assenza di fatti, crea più dubbi che fiducia.
Dopotutto, il contesto è letteralmente cambiato. Non siamo più negli anni ’70 o ’80, quando il comizio era il luogo della formazione del consenso. E non siamo nemmeno negli anni ’90, quando la televisione, con Berlusconi, polarizzava l’attenzione dettando il ritmo.
Oggi la politica è simultanea: ogni parola genera una reazione, ogni reazione un contro-racconto e il ciclo oltre ad essere immediato e spesso incontrollabile. Da questa considerazioni emerge il nodo vero della campagna reggina: la distanza tra narrazione e quotidianità. Perché, mentre si evocano grandi progetti, i cittadini continuano a fare i conti con i “piccoli problemi”: servizi, manutenzione, mobilità, qualità della vita. La politica che ignora questa gerarchia rischia di sembrare — per usare un eufemismo — distratta e distante. E una politica percepita come distratta alimenta un fenomeno ben più pericoloso di qualsiasi avversario: l’astensionismo.
L’astensione non fa rumore, ma decide le elezioni. Così, mentre le piazze si riempiono di entusiasmo e i social di visualizzazioni, cresce un elettorato silenzioso che osserva, valuta e non partecipa, in quanto non cerca effetti speciali, ma credibilità. Non slogan, ma sequenze logiche quali ascolto, proposta, soluzioni reali. Il rischio, per chi oggi si sente già vincitore, è di scoprire troppo tardi che la campagna elettorale non si vince “bucando” i social, ma attraversando i quartieri. E, soprattutto — per dirla alla Montanelli — ricordando che gli elettori non sono spettatori. Sono giudici. E, a differenza dei social, non concedono repliche. (p)
Basta con le funivie e gli appelli celesti
Non sappiamo che s’è un mentore (che non è una cattiva parola) o uno spin-doctor dietro la campagna elettorale che il candidato sindaco Cannizzaro e il Presidente Occhiuto stanno portando avanti, ma temiamo che – ahimé – si affidino unicamente al proprio estro creativo e all’esperienza politica (che non manca a entrambi). Però – c’è un grosso però – abbiamo l’impressione che stiano pesantemente sbagliando strategia di comunicazione, offrendo ogni giorno all’avversario continui spunti per un attacco spietato anche se da antagonisti “perdenti di successo”.
Ci permettiamo – pur non patteggiando per alcuno dei quattro contendenti – un modesto suggerimento ai due “vincitori sicuri”: lasciamo perdere le funivie (a chi servono?) e soprattutto gli appelli celesti. Se non si vuole perdere una partita a porta vuota (ma può capitare), occhio al territorio e solo concretezze. I reggini sono molto suscettibili e non dimenticano parole al vento che spesso diventano un buon pretesto per disertare le urne. Basta a chi ce l’ha più lungo: tutti e quattro i candidati mostrino la lista di governo e parlino solo di progetti concreti: così si vincono le elezioni. (s)
