Il neo sindaco Cannizzaro incontra il prefetto di Reggio Clara Vaccaro

Il neo sindaco di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro, si è recato presso l’Ufficio territoriale del Governo per incontrare S.E. il Prefetto, Clara Vaccaro.

«Doveroso da parte mia incontrare il Prefetto prima di ogni altra istituzione, sebbene il dialogo tra noi non sia mai mancato in questi anni, durante i quali ho esercitato il ruolo di parlamentare. Come in tutte le altre occasioni, si è trattato di uno scambio di idee cordiale e schietto – spiega Cannizzaro – ma questa volta sicuramente più prolungato, nel corso del quale ci siamo confrontati su numerose tematiche che riguardano la Città, approfondendo questioni strategiche per il suo sviluppo e miglioramento, con attenzione particolare ai servizi primari, alla vivibilità, a legalità e sicurezza, alle prospettive di crescita economica ed alle politiche sociali, a tutela delle fasce più fragili».

«L’obiettivo è affrontare con efficacia e celerità le questioni più rilevanti, nella consapevolezza che soltanto attraverso il confronto costante e la collaborazione sinergica sia possibile individuare soluzioni concrete ed efficaci», ha aggiunto.

«L’intenzione è quella di mantenere costantemente aperto un dialogo proficuo, nell’interesse collettivo – ha proseguito il nuovo primo cittadino reggino – in linea con l’impegno che ho assunto con i cittadini di costruire una Reggio più vicina ai bisogni delle persone, guardando al futuro con visione, equilibrio istituzionale e senso di responsabilità. Per raggiungere questi obiettivi so di poter contare quotidianamente sul fondamentale apporto della Prefettura di Reggio Calabria e quindi di Sua Eccellenza, Clara Vaccaro, alla quale ho rinnovato i miei complimenti per lo stile e l’efficacia con cui ha sempre svolto il proprio ruolo, in maniera costruttiva e rassicurante, diventando un punto di riferimento per tutti i reggini, non solo per le autorità, concorrendo ad avvicinare le istituzioni alla cittadinanza».

Elezioni Reggio 2026 / La politica che “buca” i social e perde il consenso

di PROMETEO – L’on. Francesco Cannizzaro ha acceso la campagna elettorale con un comizio che, più che una piattaforma programmatica, è sembrato un esperimento di comunicazione totale: un po’ predica, un po’ curva sud, un po’ trailer di fantascienza. Il risultato? Un’esplosione social. A costo zero, verrebbe da dire e qui il merito va riconosciuto senza esitazioni. In tempi in cui la visibilità è moneta, Cannizzaro ha incassato subito. Ma la politica, a differenza dei social, non vive di “portata”, vive di “ritorni”, ossia di consensi. Il punto non è se il comizio sia piaciuto o meno. Il punto centrale è uno: quanto è stato utile per sostenere la causa in termini elettorali?

Quando una narrazione scivola dal politico al trascendente, quando le “raccomandazioni celesti” sostituiscono le priorità amministrative, si apre uno spazio che gli avversari non aspettano altro che occupare. E, infatti, lo spazio si è aperto. Al punto che una voce fuori dal coro come quella di Fiorella Mannoia — non esattamente una commentatrice di provincia — ha sentito il bisogno di intervenire postando come risposta una citazione di Antonio Albanese. Quando la politica diventa materiale da citazione artistica, significa che ha superato il confine della serietà per entrare in quello della rappresentazione. E qui, probabilmente, Indro Montanelli avrebbe sorriso. Non per approvare, ma per registrare. Montanelli sapeva che la politica italiana ha un talento naturale ossia prendersi sul serio mentre diventa caricatura di sé stessa. Il problema, quindi, non è estetico. È strategico. Cannizzaro partiva in vantaggio, almeno nelle prime ore dopo la presentazione delle liste e l’entusiasmo si era ben diffuso ma il vantaggio iniziale, soprattutto in politica, è come il ghiaccio d’estate: va gestito, non esibito in presenza di calde temperature. Ogni eccesso comunicativo produce un effetto collaterale inevitabile, utile soprattutto a mobilitare l’avversario. E il centrodestra, in questa fase, sembra aver fat to un regalo inatteso a un centrosinistra che partiva con l’etichetta di “perdente designato”. Perciò, la costante sovraesposizione mediatica sta aggregando centinaia di persone a schierarsi contro, mobilitando una forte riattivazione dell’elettorato latente. Tradotto: più parli forte, più qualcuno si sveglia per contraddirti, e questa azione, in assenza di fatti,  crea più dubbi che fiducia.

Dopotutto, il contesto è letteralmente cambiato. Non siamo più negli anni ’70 o ’80, quando il comizio era il luogo della formazione del consenso. E non siamo nemmeno negli anni ’90, quando la televisione, con Berlusconi, polarizzava l’attenzione dettando il ritmo.

Oggi la politica è simultanea: ogni parola genera una reazione, ogni reazione un contro-racconto e il ciclo oltre ad essere immediato e spesso incontrollabile. Da questa considerazioni emerge il nodo vero della campagna reggina: la distanza tra narrazione e quotidianità. Perché, mentre si evocano grandi progetti, i cittadini continuano a fare i conti con i “piccoli problemi”: servizi, manutenzione, mobilità, qualità della vita. La politica che ignora questa gerarchia rischia di sembrare — per usare un eufemismo — distratta e distante. E una politica percepita come distratta alimenta un fenomeno ben più pericoloso di qualsiasi avversario: l’astensionismo.

L’astensione non fa rumore, ma decide le elezioni. Così, mentre le piazze si riempiono di entusiasmo e i social di visualizzazioni, cresce un elettorato silenzioso che osserva, valuta e non partecipa, in quanto non cerca effetti speciali, ma credibilità. Non slogan, ma sequenze logiche quali ascolto, proposta, soluzioni reali. Il rischio, per chi oggi si sente già vincitore, è di scoprire troppo tardi che la campagna elettorale non si vince “bucando” i social, ma attraversando i quartieri. E, soprattutto — per dirla alla Montanelli — ricordando che gli elettori non sono spettatori. Sono giudici. E, a differenza dei social, non concedono repliche. (p)

Basta con le funivie e gli appelli celesti

Non sappiamo che s’è un mentore (che non è una cattiva parola) o uno spin-doctor dietro la campagna elettorale che il candidato sindaco Cannizzaro e il Presidente Occhiuto stanno portando avanti, ma temiamo che – ahimé –  si affidino unicamente al proprio estro creativo e all’esperienza politica (che non manca a entrambi). Però – c’è un grosso però – abbiamo l’impressione che stiano pesantemente sbagliando strategia di comunicazione, offrendo ogni giorno all’avversario continui spunti per un attacco spietato anche se da antagonisti “perdenti di successo”.
Ci permettiamo – pur non patteggiando per alcuno dei quattro contendenti – un modesto suggerimento ai due “vincitori sicuri”: lasciamo perdere le funivie (a chi servono?) e soprattutto gli appelli celesti. Se non si vuole perdere una partita a porta vuota (ma può capitare), occhio al territorio e solo concretezze. I reggini sono molto suscettibili e non dimenticano parole al vento che spesso diventano un buon pretesto per disertare le urne. Basta a chi ce l’ha più lungo: tutti e quattro i candidati mostrino la lista di governo e parlino solo di progetti concreti: così si vincono le elezioni.
(s)

Vinitaly 2026: 101 aziende calabresi per mostrare le eccellenze della regione

di MARIA TERESA CRINITI – La Calabria si presenta al Vinitaly 2026 con numeri in crescita e una visione sempre più chiara: 111 aziende presenti e 104 banchi di assaggio raccontano una regione che non solo consolida la propria presenza, ma rilancia con ambizione il proprio posizionamento nel panorama vitivinicolo nazionale e internazionale.

A tracciare la rotta è l’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, che sottolinea come questa partecipazione non sia fine a sé stessa, ma parte di una strategia più ampia. “Non è un’operazione legata solo al vino – evidenzia – ma un’azione che serve a trascinare tutto il sistema: agricolo, agroalimentare, enogastronomico e turistico”. Un approccio integrato che punta a trasformare il vino in leva di sviluppo per l’intero territorio.

Tra le novità più significative, il ritorno e il rafforzamento del settore mixology, con particolare attenzione agli amari, comparto in cui la Calabria può vantare eccellenze di livello internazionale. Un segnale forte di diversificazione e modernizzazione dell’offerta, capace di dialogare con nuovi mercati e nuovi consumatori.

Ma è soprattutto sull’enoturismo che si gioca una delle sfide principali. L’obiettivo è superare il modello tradizionale del turismo balneare, concentrato in poche settimane estive, per costruire un’offerta destagionalizzata, sostenibile e legata ai territori interni. Cantine, borghi, aree rurali e parchi naturali diventano così elementi centrali di un nuovo racconto della Calabria, capace di attrarre visitatori durante tutto l’anno.

Fondamentale, inoltre, il lavoro sulla qualità e sulla ricerca, con il progetto scientifico sulla biodiversità vitivinicola sviluppato insieme al professor Attilio Scienza, che punta a valorizzare le peculiarità uniche del patrimonio enologico calabrese. Infine, uno sguardo ai giovani, oggi sempre più distanti dal consumo di vino e orientati verso i superalcolici. “Serve un cambio culturale – sottolinea Gallo – perché il vino è storia, identità, economia e può rappresentare anche una prospettiva per il futuro delle nuove generazioni”. Un messaggio che unisce tradizione e innovazione, con l’obiettivo di recuperare un legame profondo tra territorio, cultura e nuove opportunità di crescita.

In questo percorso si inseriscono anche i grandi eventi che la Regione continuerà a promuovere sul territorio: dal Vinitaly and the City in Calabria al Merano Wine Festival a Cirò, fino agli appuntamenti previsti a Sibari e Reggio Calabria nei mesi estivi. Un calendario strategico pensato per rafforzare l’attrattività e consolidare il brand Calabria anche fuori dai confini regionali. (mtc)

(Courtesy Telemia)

Vinitaly: per il vino calabrese un futuro di crescita e sviluppo

A Verona la Calabria mostra la sua immagine migliore: qualità e attenzione nella produzione e orgoglio di essere riusciti a produrre vini di altissimo valore qualitativo, apprezzati e indicati come modello di sviluppo intelligente nella filiera agro-alimentare.

Particolarmente soddisfatto il Presidnete dle Consiglio regionale Salvatore Cirillo, al suo primo appuntamento con l’evento di Verona: «Essere al Vinitaly significa portare qui il volto migliore della Calabria. Oggi stiamo raccontando una Calabria positiva, una Calabria che mette in luce le cose belle della nostra terra. Una Calabria che produce qualità, che custodisce tradizioni e che, negli ultimi anni, ha saputo crescere e farsi apprezzare sempre di più anche fuori dai confini regionali».

Il Presidente Cirirllo ha voluto partecipare all’evento inaugurale dello stand della Regione Calabria al Vinitaly di Verona, condotto dal giornalista Rai Massimiliano Ossini. È stato un modo di far sentire ai produttori non solo il sostegno della Regione, ma anche l’attenzione di tutta l’assemblea regionale, attenta allo sviluppo economico legato alla terra.

Con l’apertura ufficiale dello spazio regionale, hanno dunque  preso il via il via quattro giorni dedicati alle eccellenze vitivinicole calabresi.

Protagonisti i vitigni autoctoni, al centro di degustazioni guidate e masterclass che raccontano la ricchezza di un patrimonio enologico unico. Oltre 100 cantine provenienti da tutto il territorio regionale contribuiscono a costruire una narrazione corale della Calabria, mettendo in luce un tessuto produttivo dinamico e radicato, capace di esprimere identità, qualità e innovazione.

«I nostri vini ha detto il Presidente del Consiglio regionale – raccontano il territorio, raccontano la nostra storia, il lavoro dei produttori, la passione di chi ogni giorno investe in qualità e innovazione. Ed è proprio attraverso il vino che possiamo raccontare una Calabria autentica, capace di competere e di distinguersi».

Negli ultimi anni — ha sottolineato Cirillo — «l’attenzione verso i vini calabresi è cresciuta in modo significativo. Cresce la qualità, cresce l’interesse dei mercati, cresce la reputazione delle nostre produzioni. Il fatto che il Vinitaly continui a guardare alla Calabria e a sceglierla ancora una volta rappresenta una conferma importante di questo percorso».

«In questo contesto si inserisce anche il Vinitaly and the City, che, dopo la positiva esperienza di Sibari, farà tappa questa estate, ad agosto, per la prima volta anche a Reggio Calabria. Una scelta significativa, che rappresenta una grande opportunità per promuovere il nostro territorio, le nostre eccellenze e la nostra capacità di accogliere eventi di rilievo nazionale».

Intervenendo al panel dedicato al prossimo Vinitaly and the City in Calabria, Cirillo ha aggiunto: «Colgo l’occasione per ringraziare l’onorevole Francesco Cannizzaro per questa felice intuizione e il presidente Roberto Occhiuto e l’assessore Gianluca Gallo per averla sostenuta».

«Siamo pronti ad accogliere il Vinitaly in Calabria. Il Consiglio regionale farà la propria parte, sostenendo con convinzione questa iniziativa e contribuendo a valorizzare al meglio un appuntamento che rappresenta una vetrina straordinaria per la nostra regione sul piano turistico, culturale ed economico, capace di raccontare la Calabria migliore e di rafforzare l’attrattività delle nostre città e dei nostri territori. Valorizzare il patrimonio vitivinicolo calabrese significa sostenere imprese, lavoro, giovani e sviluppo, iniziando da oggi, qui a Verona, per proseguire nei prossimi mesi anche in Calabria e a Reggio, in particolare». (rrm)

Stop Commissariamento Sanità /1 – L’esultanza del centrodestra

Dopo 17 anni anni, la sanità calabrese è uscita dal commissariamento. Un annuncio quanto atteso e inaspettato, arrivato nella tarda serata di giovedì, fatto dal presidente della Regione, Roberto Occhiuto. Poche parole, ma d’impatto, le sue: «Evento storico: oggi la Calabria è ufficialmente uscita dal commissariamento della sanità».

Un vero e proprio momento storico, come ribadito dal presidente del Consiglio regionale, Salvatore Cirillo, che ha sottolineato come la fine del commissariamento rappresenta «un passaggio fondamentale per il futuro della nostra regione».

«In questo risultato è stato fondamentale il ruolo del presidente della Regione Roberto Occhiuto, che in questi anni ha portato avanti un lavoro serio, costante e determinato, affrontando una sfida che sembrava impossibile e restituendo alla Calabria una prospettiva nuova. È un traguardo che premia un impegno lungo, complesso e che abbiamo condiviso, costruito passo dopo passo».

«Si apre adesso una fase nuova – prosegue Cirillo – che restituisce alla Calabria piena responsabilità e autonomia nella gestione del sistema sanitario e che richiede continuità nell’azione di rilancio già avviata».

«Occorre proseguire con determinazione nel percorso di rafforzamento della sanità calabrese – conclude Cirillo – mettendo al centro il diritto alla salute dei cittadini e costruendo un sistema più efficiente, vicino ai territori e capace di rispondere concretamente alle esigenze delle comunità. È un impegno che chiama tutti a fare la propria parte e, come Consiglio regionale, continueremo a garantire il massimo supporto istituzionale in questa nuova fase».

Per Giacomo Crinò, vicepresidente del Consiglio regionale, «il superamento del commissariamento rappresenta anche il riconoscimento del grande lavoro svolto in questi anni. Desidero esprimere un sentito plauso al Presidente Roberto Occhiuto per l’impegno straordinario, la determinazione e la capacità di affrontare con serietà e concretezza una sfida complessa, grazie ai quali oggi si giunge a questo importante traguardo».

«Oggi si restituisce pienamente alla Calabria – ha aggiunto – la possibilità di programmare e governare in autonomia un settore fondamentale per la vita dei cittadini. Adesso si apre una stagione di responsabilità e impegno: sarà necessario consolidare i risultati raggiunti, rafforzare i servizi sul territorio e garantire una sanità sempre più efficiente, vicina alle esigenze delle persone e capace di ridurre le disuguaglianze. Come istituzioni, continueremo a lavorare con determinazione affinché questo traguardo si traduca in benefici concreti per tutti i calabresi».

«Con la revoca del commissariamento della sanità calabrese deliberata dal Consiglio dei Ministri si chiude una fase lunga e complessa di gestione straordinaria e si apre una nuova stagione di responsabilità istituzionale e programmazione ordinaria, nella quale la Calabria sarà chiamata a proseguire con determinazione il percorso di rafforzamento del proprio sistema sanitario», ha detto il vicepresidente della Regione, Filippo Mancuso.

«Si tratta dell’esito di una battaglia lunga e impegnativa – ha proseguito – vissuta a fianco del presidente Occhiuto, anche nel mio ruolo di presidente del Consiglio regionale della Calabria, il quale con il lavoro di risanamento e riorganizzazione portato avanti in questi anni ha consentito di raggiungere risultati significativi sul piano della governance e del controllo della spesa, condizioni che hanno reso possibile questo importante riconoscimento da parte del Governo».

«La fine del commissariamento rappresenta anche un segnale di fiducia verso la Calabria e verso la capacità delle sue istituzioni di assumere pienamente la gestione del sistema sanitario, con l’obiettivo di migliorare la qualità dei servizi e rispondere in modo sempre più efficace ai bisogni dei cittadini», ha concluso Mancuso.

«La decisione del Consiglio dei ministri di porre fine, dopo 17 anni, al commissariamento della sanità in Calabria è un risultato di assoluto valore, e rappresenta ancora una volta un impegno mantenuto dalla presidente Giorgia Meloni, che aveva indicato con chiarezza questo obiettivo durante la campagna elettorale per le Regionali». Lo afferma il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra.

«L’uscita da quella che il presidente Occhiuto ha giustamente definito la “camicia di forza” dalla gestione commissariale – prosegue Sbarra – segna il ritorno alla piena responsabilità della Regione su un settore strategico come la sanità. È un traguardo che premia il lavoro portato avanti in questi anni, anche grazie all’azione del presidente Occhiuto che ha determinato importanti risultati come la definitiva ricognizione del debito. Da oggi parte una fase nuova, fondata su autonomia, responsabilità e capacità di governo».

«Adesso si avvia una stagione decisiva, nella quale occorre consolidare i risultati raggiunti, rafforzare l’organizzazione dei servizi sanitari e garantire risposte concrete ai bisogni dei cittadini. Il Governo continuerà ad accompagnare questo percorso, sostenendo la Calabria affinché possa costruire un sistema sanitario più moderno ed efficiente», conclude.

«Accogliamo con grande soddisfazione la decisione del Consiglio dei Ministri di revocare il commissariamento della sanità calabrese, un risultato storico che segna una svolta fondamentale per la nostra regione», ha detto l’assessora al Welfare, Pasqualina Straface.

«Una sanità efficiente – ha proseguito – non è solo un servizio sanitario: è il cuore pulsante di un sistema di welfare che tutela la dignità e il benessere di ogni cittadino. Grazie al lavoro del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha guidato personalmente la sanità calabrese come commissario, da oggi, sicuramente, possiamo, lavorare con maggiore incisività e più libertà per garantire servizi più organizzati, tempestivi e vicini alle persone più fragili. Questo rende possibili interventi di welfare più mirati e incisivi: dalla presa in carico dei cittadini più vulnerabili, agli strumenti di sostegno per famiglie, anziani e persone con disabilità, fino alla promozione della salute mentale e della prevenzione».

«Oggi la Calabria – ha concluso Straface – può guardare avanti con determinazione, sicura che il benessere dei cittadini resta al centro di ogni nostra azione».

«Si tratta di un risultato storico, frutto del lavoro instancabile del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha assunto personalmente il ruolo di commissario alla sanità e, con determinazione e visione strategica, è riuscito a riorganizzare e rafforzare il nostro sistema sanitario. Un ringraziamento particolare voglio rivolgerlo alla nostra Premier Giorgia Meloni, la cui promessa mantenuta testimonia un impegno concreto e tangibile per il rilancio dei servizi pubblici essenziali.

Oggi la Calabria può guardare al futuro con rinnovata fiducia, consapevole che competenza, dedizione e collaborazione tra istituzioni politiche, nazionali e regionali, sono gli ingredienti che permettono di ottenere risultati concreti e duraturi per i cittadini, ha commentato l’assessore regionale Antonio Montuoro.

«Oggi si apre una nuova pagina. Grazie al lavoro di questi anni del presidente e commissario alla sanità della Regione, Roberto Occhiuto, che ha reso possibile questo traguardo, aprendo così la strada a politiche integrate che rafforzano l’istruzione e lo sport sul territorio. Ora l’impegno continuerà con più speranza e fiducia perché il prossimo obiettivo sarà la chiusura del Piano di rientro sanitario», ha detto l’assessora regionale all’Istruzione, Eulalia Micheli.

«Questa è la Calabria che guarda avanti: una Calabria dove salute, formazione e benessere fisico camminano insieme, creando opportunità concrete per i nostri giovani e rafforzando il tessuto sociale della nostra regione», ha concluso.

«La fine della fase emergenziale segna l’avvio di una nuova stagione di programmazione del nostro sistema sanitario», ha detto l’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Calabrese.

«Si tratta di un passaggio di grande rilevanza istituzionale, atteso da anni – ha proseguito – che segna la fine della fase emergenziale e l’avvio di una nuova stagione di programmazione e responsabilità nella gestione del sistema sanitario regionale. Il lavoro di risanamento e riorganizzazione svolto in questi anni dal presidente e commissario alla sanità, Roberto Occhiuto, ha consentito alla Calabria di compiere significativi progressi nella governance sanitaria e nel controllo della spesa, determinando questo riconoscimento da parte del Governo».

«Come assessore della Regione Calabria, esprimo soddisfazione per una decisione che riguarda l’intero sistema Calabria, che potrà ora contare su maggiore stabilità istituzionale, con effetti positivi su servizi ai cittadini, sviluppo economico e occupazionale. In questo contesto sarà possibile lavorare con ancora maggiore efficacia anche sul potenziamento dell’Ospedale di Locri, battaglia avviata sin da quando ero sindaco e che continuerò a portare avanti come assessore, anche in vista della chiusura del debito sanitario regionale. La fine del commissariamento rappresenta infine un segnale di fiducia verso il futuro della Calabria», ha concluso.

«La fine del commissariamento della sanità calabrese rappresenta un risultato storico, atteso da ben 17 anni, che nessun Presidente della Regione era riuscito a conseguire fino ad oggi. Un traguardo che porta la firma del Presidente Roberto Occhiuto, che su questo obiettivo ha investito tutto sé stesso, con determinazione, coraggio e visione», ha dichiarato il Capogruppo di Forza Italia al Consiglio regionale della «Calabria, Domenico Giannetta.

È il compimento di un impegno assunto con i calabresi e mantenuto con grande soddisfazione per l’intera comunità regionale. Il Consiglio dei Ministri – ha continuato – ha revocato una misura che, negli anni precedenti, si è rivelata fallimentare: non ha prodotto i risultati sperati e ha finito per ingessare il nostro sistema sanitario, bloccando investimenti e aggravando ritardi che oggi appaiono imperdonabili».

«Grazie a un’azione politica tenace, lungimirante e responsabile, si chiude una lunga e difficile stagione e si apre una nuova era per la sanità calabrese. Da oggi – ha incalzato il capogruppo forzista – possiamo finalmente tornare a programmare, investire, assumere personale, acquistare strumenti e tecnologie, restituendo centralità ed efficienza a un settore fondamentale per i cittadini. La sanità non sarà più soltanto un problema legato al piano di rientro, ma tornerà ad essere una priorità su cui costruire sviluppo, qualità e diritti».

«Adesso – ha concluso Giannetta – è il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare insieme: perché oggi, finalmente, siamo liberi».

«La fine del commissariamento della sanità calabrese segna una svolta attesa da 17 anni e apre una fase nuova per la Calabria», ha detto Rosaria Succurro, consigliera regionale della Calabria (Occhiuto Presidente).

«È un risultato storico – ha proseguito – che premia la visione, la lungimiranza, il coraggio, la capacità e la concretezza del presidente Roberto Occhiuto. Dopo una lunga stagione straordinaria, la Regione torna a governare direttamente un settore decisivo e può programmare con maggiore responsabilità ed efficacia, senza le pesanti restrizioni del regime commissariale».

«Tra l’altro – ha aggiunto Succurro – l’introduzione del Reddito di merito, altra promessa mantenuta dal presidente Occhiuto, rappresenta una misura innovativa che sostiene i giovani, ne valorizza l’impegno nello studio e contribuisce a contrastare la fuga dei talenti. Oggi la Calabria investe sulle persone e costruisce il proprio futuro – ha concluso la consigliera regionale – scommettendo sulle sue intelligenze e risorse».

Il Coordinamento Provinciale e Cittadino di Forza Italia Vibo Valentia esprime grande soddisfazione per l’uscita ufficiale dal commissariamento della sanità calabrese, un traguardo storico che segna la fine di un lungo periodo di gestione straordinaria e apre la strada a una fase di normalizzazione e rilancio del sistema sanitario regionale. Una fase che consentirà, dopo tanti anni, di avviare anche un percorso di riforme del sistema di cui la Calabria ha assoluto bisogno.

Per la senatrice della Lega, Tilde Minasi, si tratta «di un risultato importante, maturato al termine di un percorso istituzionale che ha visto la proposta del ministro Roberto Calderoli, con il parere favorevole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e del ministro della Salute Orazio Schillaci. È un segnale chiaro di fiducia verso la Calabria e verso la possibilità di restituire pienamente alla Regione la responsabilità della propria programmazione sanitaria».

«La fine del commissariamento – ha precisato – non rappresenta soltanto la chiusura di una lunga fase straordinaria, ma segna l’avvio di una stagione nuova, nella quale la Calabria torna a esercitare pienamente la propria responsabilità istituzionale nella programmazione sanitaria. Un passaggio che restituisce alla Regione un orizzonte di normalità e che deve ora tradursi in una fase di maggiore efficienza, fiducia e rafforzamento dei servizi, accompagnando con continuità il percorso verso l’uscita dal piano di rientro».

Per Valeria Sudano, commissario regionale della Lega, «è significativo che il via libera del Consiglio dei ministri sia arrivato su proposta del ministro Roberto Calderoli, esponente della Lega, condivisa dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, anch’esso esponente Lega, e dal ministro della Salute Orazio Schillaci. Un segnale di attenzione e di impegno concreto che testimonia il contributo determinante della Lega all’interno dell’azione di governo».

Il Commissario della Lega Calabria evidenzia il valore della nuova fase che si apre: «Adesso si crea un’opportunità concreta per rafforzare l’organizzazione sanitaria, migliorare l’accesso ai servizi e rendere sempre più efficiente la risposta ai bisogni dei cittadini. È il momento di consolidare quanto fatto e di programmare con visione e responsabilità».

 Finalmente dopo tanti governi di centrosinistra ed un valzer di commissari, spesso incompetenti, il primo Governo che riesce a mettere la parola fine», ha commentato il senatore di Fdi, Ernesto Rapani.

«L’uscita dal commissariamento comporta il ritorno alla piena autonomia amministrativa della Regione, che riacquista competenze dirette nella gestione della sanità. Ciò significa responsabilità nella programmazione, nella gestione delle risorse e nell’organizzazione dei servizi, senza il controllo diretto dello Stato attraverso un commissario», ha proseguito.

«Negli anni sono stati attuati interventi di risanamento, con verifiche sui bilanci e una revisione delle strutture sanitarie. Secondo il Governo, le condizioni attuali consentono il passaggio alla gestione ordinaria», ha detto ancora.

«Resta ora l’impegno per consolidare i risultati ottenuti, garantire equilibrio finanziario e migliorare l’accesso alle prestazioni – ha concluso il Sen. Rapani. Il superamento del regime straordinario apre una nuova fase per la sanità calabrese, con ricadute dirette sull’organizzazione dei servizi e sulla responsabilità politica delle scelte future».

La revoca del commissariamento è un momento che possiamo definire storico per la Calabria. Dopo anni di sacrifici, riorganizzazione e impegno, portato avanti dal Presidente Roberto Occhiuto, si restituisce finalmente alla Regione la possibilità di governare direttamente il proprio sistema sanitario. È un segnale di fiducia nei confronti del lavoro svolto e delle capacità della nostra classe dirigente», ha commentato il consigliere regionale di Fdi, Angelo Brutto.

«Questo risultato non arriva per caso, ma è il risultato di un lavoro sinergico tra Governo nazionale e istituzioni regionali. La collaborazione istituzionale ha dimostrato che, quando si opera con serietà e visione, è possibile raggiungere obiettivi importanti anche in contesti difficili come quello calabrese», ha proseguito.

In questo contesto, si sottolinea anche come sia stato mantenuto l’impegno assunto da Giorgia Meloni in campagna elettorale, alla luce dei significativi passi in avanti compiuti dal Servizio sanitario regionale.

Il presidente della Commissione Sanità guarda ora alle sfide future: «Adesso, si apre una fase nuova, che comporta responsabilità ancora maggiori. Dovremo consolidare i risultati ottenuti e migliorare ulteriormente i servizi offerti ai cittadini. La priorità resta quella di garantire una sanità efficiente, vicina ai territori e capace di rispondere concretamente ai bisogni delle persone. Come Fratelli d’Italia continueremo a lavorare  affinché questa nuova fase sia all’altezza delle aspettative dei calabresi. La sanità deve essere un diritto pienamente esigibile».

Stop Commissariamento Sanità /2 – L’opposizione frena l’entusiasmo

Diciamo la verità ai cittadini, la Calabria è uscita dal commissariamento, ma non dal Piano di rientro. Questo è il punto politico e amministrativo che la propaganda di Roberto Occhiuto tenta di oscurare. Non siamo di fronte a una liberazione automatica o a un cambio strutturale del sistema, ma a una scelta politica che restituisce alla Regione la gestione ordinaria e lascia vincoli pesantissimi». È con queste parole che il PD Calabria riporta con i piedi per terra l’entusiasmo generatosi per il tanto uscito dal commissariamento della sanità calabrese.

«Restare nel Piano di rientro vuol dire – spiegano i dem – continuare a operare con limiti rigidissimi su spesa, assunzioni, organizzazione della rete sanitaria e programmazione. Rimangono controlli centrali ancora forti e l’obbligo di rispettare parametri finanziari che negli anni hanno portato allo smantellamento di servizi pubblici fondamentali». «La revoca del commissariamento – attacca il Pd – sa tanto di scambio politico per accelerare sull’autonomia differenziata, a tutto vantaggio delle regioni del Nord. Si sta costruendo una narrazione trionfalistica mentre i problemi gravi restano al loro posto: carenza di personale, liste d’attesa, mobilità sanitaria passiva, difficoltà nei territori interni. Senza una modifica coraggiosa dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, continueremo a non avere le risorse che servono alla tutela della salute. Infine l’autonomia differenziata – concludono i dem calabresi – darà il colpo finale alla sanità calabrese».

«Apprendiamo la notizia della decisione del Consiglio dei Ministri di porre fine al Commissariamento della Sanità in Calabria, con commenti che parlerebbero del riavvio di una stagione tesa a consolidare i risultati raggiunti e di un’azione di accompagnamento di tale percorso», esordisce la Cgil Calabria, ricordando come «l’attività di commissariamento, in 17 anni, non ha portato alcuna risposta o migliore esercizio in Calabria del  diritto  costituzionalmente protetto quale quello della salute e quindi non contestiamo il superamento di  un istituto che non ha portato miglioramenti ne dei conti, ne dei servizi sanitari e quindi in  maniera altrettanto schietta dobbiamo affermare che  i cittadini calabresi continuano a fare i conti con le lungaggini delle liste d’attesa, con la necessità di ricorrere alle cure fuori regione o per chi ne ha la possibilità a rivolgersi con il pagamento delle prestazioni alle strutture private e quindi  sottraendo risorse alle casse familiari  e a volte decidendo, purtroppo, di smettere di curarsi».                                  

«Inoltre – dice il sindacato – rispetto a tale decisione governativa vorremmo capire quale impegno ci sarà per fronteggiare il deficit strutturale della sanità, che ad inizio 2026 è stato certificato in 118 milioni di Euro dalla Corte dei Conti. A nulla serve l’uscita dal Commissariamento senza un effettivo rientro dal debito e conseguentemente dal rilancio della rete Ospedaliera, dal potenziamento della Sanità Territoriale e della conseguente integrazione socio-sanitaria, ricordando, tra l’altro, che con la prossima scadenza del PNRR sarà sancita la perdita della grande occasione per avere Case della Comunità  e quindi l’effettivo rilancio dei servizi sanitari di prossimità».   «Quindi confermiamo la denuncia dei giorni scorsi rispetto alle gravi condizioni della sanità calabrese – conclude il sindacato – e continueremo a batterci per rivendicare in Calabria il diritto alla salute e lo faremo, così come già preannunciato, con la presenza dei banchetti che organizzeremo su tutto il territorio regionale, per la raccolta firme per la Proposta di Legge di iniziativa popolare per il rafforzamento del S.S.N e la valorizzazione del personale. In Calabria sarà l’occasione per far vivere la vertenza sanità con una mobilitazione popolare e una  partecipazione straordinaria dei cittadini sulle tematiche rivendicative della salute che meritano risposte serie e precise, ponendo fine alle false promesse e ad un disimpegno politico che è divenuto ingombrante».

«Dopo oltre sedici anni finisce il commissariamento della sanità calabrese. Ma è bene dirlo con chiarezza ai cittadini: questo non significa che i problemi siano risolti». Così apre il dibattito la Capogruppo del M5s del Consiglio Regionale, Elisa Scutellà, ricordando come «il piano di rientro resta attivo, i vincoli sui conti restano e la sanità calabrese continua a fare i conti con criticità profonde».

Liste d’attesa interminabili, carenza di medici e infermieri, servizi territoriali insufficienti e una mobilità sanitaria che ogni anno costringe migliaia di calabresi a curarsi fuori regione dimostrano che il sistema sanitario regionale è ancora fragile.

«La fine del commissariamento significa una cosa molto semplice: da oggi la responsabilità è tutta della politica regionale. Non ci sono più alibi», ha continuato.

Per questo stupisce ancora di più il sostegno del presidente Occhiuto all’autonomia differenziata in sanità. Parlare di autonomia sanitaria mentre la Calabria resta nel piano di rientro e continua a perdere pazienti verso altre regioni rischia di ampliare ancora di più il divario tra Nord e Sud.

Il diritto alla salute non può diventare un diritto geografico.

La fine del commissariamento può essere un nuovo inizio, ma lo sarà solo se si affronteranno davvero i problemi della sanità calabrese, con scelte coraggiose e non con operazioni di propaganda. Tutto questo arriva mentre si apre il tema dell’autonomia differenziata in sanità.

«Serve massima attenzione, prima di parlare di maggiore autonomia regionale bisogna garantire livelli di assistenza davvero uguali in tutto il Paese», ha concluso.

«L’uscita della Calabria dal commissariamento della sanità è un passaggio che merita un’analisi rigorosa e priva di facili trionfalismi. Se da un lato si chiude una stagione di gestione straordinaria, dall’altro è necessario chiarire ai cittadini che non siamo di fronte a un “liberi tutti”: la fine del commissariamento non coincide affatto con l’uscita dal Piano di Rientro». È quanto dichiara in una nota Elisabetta Barbuto.

«Bisogna essere onesti nella narrazione dei fatti – prosegue Barbuto –. Il Piano di Rientro dal disavanzo sanitario permane e, con esso, restano tutti i vincoli finanziari e strutturali imposti dai Ministeri competenti. La Calabria rimane un “paziente osservato” che deve ancora risanare debiti importanti e, soprattutto, deve dimostrare di saper garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che oggi vedono la nostra regione ancora in fondo alle classifiche nazionali».

Sulla sovrapposizione tra la figura del Commissario e quella del Presidente della Regione, Barbuto chiarisce: «Molti si chiedono cosa cambi realmente, dato che il Presidente Occhiuto ricopriva già il ruolo di Commissario. La differenza è politica e procedurale: finora la gestione era delegata dallo Stato; da oggi la responsabilità torna pienamente e direttamente in capo alla Regione. Non ci saranno più scudi burocratici o “imposizioni romane” dietro cui trincerarsi. Il Consiglio Regionale riacquista la sua centralità legislativa e la Giunta la sua piena autonomia gestionale. Questo significa una sola cosa: fine degli alibi».

«La vera sfida – conclude Barbuto – non si vince nelle stanze dei ministeri con la firma di un decreto, ma nelle corsie degli ospedali. Il successo di questa nuova fase si misurerà esclusivamente sulla capacità di abbattere le liste d’attesa, potenziare la medicina territoriale e fermare l’emorragia dei viaggi della speranza verso il Nord. La salute dei calabresi è un diritto che non può più attendere proclami, ma esige fatti concreti e misurabili. Continueremo a vigilare con estrema attenzione affinché questa ritrovata autonomia non diventi l’ennesima occasione sprecata per il nostro territorio».

«La fine del commissariamento della sanità calabrese, annunciata nei giorni scorsi, rappresenta senza dubbio un passaggio rilevante per la Regione. È tuttavia necessario chiarire che tale risultato non coincide con la conclusione del Piano di rientro né con la cessazione delle attività di monitoraggio da parte dei ministeri competenti. Si tratta piuttosto di una nuova fase, che offre maggiori margini di manovra ma richiede, al tempo stesso, responsabilità e chiarezza nelle scelte». È quanto afferma il consigliere regionale Enzo Bruno, capogruppo di “Tridico Presidente”.

«In questo contesto, desta attenzione la decisione di affidare al Politecnico di Milano l’elaborazione di un progetto per il nuovo ospedale di Catanzaro. Una scelta che solleva interrogativi non tanto sul profilo tecnico, quanto sull’impostazione complessiva della strategia sanitaria per il capoluogo e per l’intero territorio regionale – afferma ancora Bruno –. Il tema della realizzazione di un nuovo presidio ospedaliero non può essere affrontato come una semplice questione progettuale, ma richiede una visione politica, sanitaria e territoriale ampia, che tenga conto della storia, delle infrastrutture esistenti e dei bisogni reali della popolazione”.

«In questa prospettiva, appare centrale il ruolo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Dulbecco”, che per dimensioni, collocazione e funzione rappresenta un punto di riferimento strategico per l’intera area centrale della Calabria. È dunque necessario chiarire con trasparenza quali siano le risorse disponibili e quale sia il disegno complessivo per il suo sviluppo. Ad oggi, i tre plessi dell’AOU risultano già in grado di accogliere il numero di posti letto previsto, con la possibilità di intervenire attraverso mirate opere di ristrutturazione e integrazione. Interventi che riguardano, tra gli altri, il potenziamento del Pronto Soccorso, specialmente nel presidio di località Germaneto, in modo che sia orientato alle emergenze mediche, rimanendo al “Pugliese” il compito della grande emergenza chirurgica e traumatologica, oltre che l’adeguamento delle strutture esistenti. In questo quadro, la priorità non può essere esclusivamente quella edilizia, ma deve riguardare soprattutto l’innovazione tecnologica e organizzativa. La qualità dell’assistenza sanitaria oggi si misura sulla capacità di dotare le strutture di strumenti avanzati: robotica, digitalizzazione, intelligenza artificiale, diagnostica di ultima generazione».

«Permangono infatti alcune criticità evidenti, come la carenza di tecnologie fondamentali e la necessità, per molti cittadini, di spostarsi fuori regione per accedere a prestazioni ormai considerate di routine. Colmare questi divari rappresenta una priorità non più rinviabile. L’attenzione riaccesa sul tema dell’ospedale di Catanzaro può rappresentare un’occasione importante per avviare un confronto serio e costruttivo. È però necessario che tale confronto si traduca in scelte concrete, fondate su una chiara definizione delle risorse e su una visione coerente dello sviluppo della sanità regionale. Diventa quindi fondamentale il coinvolgimento delle istituzioni locali, delle forze politiche e della comunità, affinché si apra un confronto con la Regione orientato a garantire investimenti adeguati e a indirizzarli verso soluzioni realmente efficaci e sostenibili. La sfida – conclude Bruno – è quella di costruire un sistema sanitario moderno, capace di rispondere ai bisogni dei cittadini e di ridurre la mobilità sanitaria, valorizzando le strutture esistenti e investendo in innovazione. Una sfida che richiede scelte lungimiranti, trasparenza e una visione condivisa del futuro della sanità calabrese».

Francesco Cannizzaro: mi candido a sindaco di Reggio Calabria

di SANTO STRATI –Ha dato l’annuncio via social: «mi candido a sindaco di Reggio, lascio Roma». Il deputato reggino Francesco Cannizzaro dopo tanti tentennamenti ha spiazzato tutti decidendo di giocarci la faccia alle prossime elezioni per il Comune di Reggio. Una scelta sofferta (le sue aspirazioni nella prossima legislatura guardavano quanto meno a una nomina da sottosegretario) ma inevitabile per il centrodestra reggino che senza un candidato forte avrebbe rischiato grosso. L’esito negativo del referendum ha dissipiato ogni perplessità: il centrosinistra, pur senza una forte rappresentatività in città (Mimmetto Battaglia è una persona perbene ma manca di quella caratura politica adatta ad amministrare una città come Reggio) il centrosinistra avrebbe sfoderato ogni arma possibile per una “chiamata alle armi” dei suoi elettori e tentare il colpaccio.

E poiché l’eurodeputata (unica chance di successo, oltre Cannizzaro) ha continuato a insistere sul voler continuare nell’impegno a Bruxelles, il deputato azzurro di Santo Stefano d’Aspromonte ha dovuto decidere rapidamente, senza indugi. Una scelta sicuramente vincente, per una competizione elettorale che si preannunciava abbastanza pericolosa.

«Con questo video – ha detto Cannizzaro in diretta dalla sala stampa della Camera poco dopo le 20.30 – di fatto si sancisce la mia lunga pausa dai lavori parlamentari. Stamattina ho comunicato ai colleghi dirigenti nazionali del mio partito ai vertici di Montecitorio che mancherò per i prossimi due mesi perché impegnato anima e corpo nella campagna elettorale più entusiasmante della mia esperienza politica, ossia le amministrative di Reggio Calabria.

Sono stati mesi – ha continuato il deputato azzurro – molto intensi dove c’è molto fermento, molto attesa, ma soprattutto c’è voglia di cambiamento c’è voglia di vedere un futuro migliore per Reggio Calabria con grande ottimismo, grande speranza. C’è voglia di riscatto, ma soprattutto c’è voglia di far risorgere Reggio Calabria perché Reggio deve risorgere.

Reggio risorgerà e io dinanzi a questi sentimenti non sono per nulla indifferente per questo mi auguro che i mesi di pausa dai lavori parlamentari possano diventare anni perché ho deciso di candidarmi a sindaco di Reggio Calabria.

Lo faccio con tutto l’amore che si può avere per la propria terra per la propria città lo faccio per chi è dovuto andare via per chi deve vuole tornare  vper chi è rimasto lo faccio con tutto l’orgoglio di poter immaginare di indossare la fascia da primo cittadino della città più bella del mondo. Non potevo dirlo prima ,i tempi adesso sono maturi quindi il parlamento può aspettare Reggio no.  Saluto Roma e ci vediamo in Calabria».

Adesso lo scenario, evidentemente, cambia radicalmente. A che sembrava che il centrodestra volesse giocare a perdere, improvvisamente Cannizzaro mostra il suo poker d’assi a cui non credeva più nessuno nonostante il suo annuncio a piazza Duomo con accanto  il governatore Roberto Occhiuto che si era detto pronto a candidarsi con una sua lista a sostegno dell’amico Cannizzaro. Da quella famosa sera sembrava tutto cambiato. E, invece, “Ciccio” Cannizzaro sorprende con gli effetti speciali: ha i numeri e la giusta personalità da primo cittadino. Sicuro. (s)

Referendum Giustizia: tutto quello che c’è da sapere

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo chiede l’approvazione (SÌ) o la bocciatura (NO) del testo approvato dal Parlamento relativo alla riforma del sistema giudiziario.

La legge prevede l’istituzione di due diversi Consigli Superiori della Magistratura: uno dedicato ai giudici e uno ai pubblici ministeri. Entrambi restano organi composti in maggioranza da magistrati, come accade oggi, ma operano separatamente, attribuendo ai pubblici ministeri un proprio organo di autogoverno, distinto da quello della magistratura giudicante. La riforma crea inoltre una Corte disciplinare di rango costituzionale, alla quale viene affidata la competenza su tutti i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Anche questa Corte è prevalentemente composta da magistrati, ma si differenzia dagli attuali Consigli Superiori, ai quali non sarà più attribuita la funzione disciplinare, concentrandosi invece sul governo delle carriere.

Un altro elemento significativo riguarda il modo in cui vengono individuati i componenti degli organi di autogoverno. Il nuovo sistema abbandona il modello basato sull’elezione e introduce il sorteggio, con l’intento esplicito di incidere sul peso delle associazioni e delle correnti all’interno della magistratura. Votare SÌ equivale a confermare questa revisione costituzionale e a permetterne l’entrata in vigore; votare NO significa lasciare inalterato l’attuale assetto costituzionale.

Il referendum sulla giustizia del 2026, dedicato alla separazione delle carriere, si terrà domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15. In queste due giornate gli elettori saranno chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. La consultazione segue a breve distanza l’approvazione del testo, mantenendo molto vivo il dibattito pubblico sui suoi contenuti. Come per tutti i referendum costituzionali, non è previsto alcun quorum. La validità del voto dipende esclusivamente dall’esito tra voti favorevoli e contrari, non dal tasso di affluenza. L’esito sarà quindi determinato dalla maggioranza dei voti validi, indipendentemente da quante persone si presenteranno alle urne. È una scelta coerente con la natura del referendum confermativo, che non serve a misurare il “grado di interesse” generale, ma a consentire al corpo elettorale di assumere una decisione definitiva su una modifica della Costituzione.

L’assenza di quorum incide anche sul significato politico e istituzionale della consultazione. Ogni elettore che partecipa incide direttamente sul risultato finale, senza soglie minime da raggiungere. Per questo è fondamentale comprendere non soltanto le date del voto, ma anche le implicazioni concrete dell’approvazione o del rigetto della riforma.

Cosa comporta il SÌ e cosa il NO

Il referendum giustizia 2026 rientra pienamente nella categoria dei referendum costituzionali confermativi. Ai cittadini non viene chiesto di scegliere tra testi alternativi o di proporre una nuova disciplina, ma di accettare o respingere una legge costituzionale già varata dal Parlamento. Il quesito sulla scheda è formulato così: Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?.

In concreto, votare SÌ significa approvare la legge costituzionale e consentirne la piena entrata in vigore. La riforma inizierà a produrre effetti sull’assetto della magistratura secondo quanto previsto dal testo e dalle successive leggi di attuazione. Votare NO, viceversa, comporta il rigetto della riforma: la legge non diventerà operativa e rimarrà in vigore l’assetto costituzionale attuale.

È importante tenere presente che il referendum non permette di scomporre la riforma in singoli punti. L’elettore si esprime sull’intera architettura normativa, dalle norme sull’ordinamento giudiziario a quelle che istituiscono la Corte disciplinare. Per questa ragione, avere una visione complessiva del contenuto della riforma è essenziale per esprimere un voto informato, evitando letture eccessivamente semplicistiche.

Che cosa si vota il 22 e 23 marzo 2026

Il voto del 22 e 23 marzo riguarda una legge costituzionale che interviene sulla struttura dell’ordinamento giudiziario, in particolare sulla magistratura ordinaria. Il nucleo della riforma è la distinzione formale tra magistrati giudicanti e requirenti, collocati in due carriere separate, ciascuna con propri strumenti di autogoverno. La riforma modifica diversi articoli della Costituzione, ridefinendo la configurazione degli organi di autogoverno e i criteri di organizzazione delle funzioni giudiziarie.

Nel testo approvato, giudici e pubblici ministeri continuano a far parte di un ordine autonomo e indipendente, ma non condividono più gli stessi organi di governo interno. Vengono infatti istituiti due Consigli Superiori distinti, uno per la carriera giudicante e uno per quella requirente. Ogni Consiglio si occupa delle nomine, delle valutazioni di professionalità e delle progressioni di carriera dei magistrati della propria area.

Un altro elemento centrale è la creazione di una Corte disciplinare di livello costituzionale, incaricata di giudicare sulle responsabilità disciplinari dei magistrati. L’idea è quella di separare in modo più netto le funzioni di autogoverno da quelle disciplinari, affidando queste ultime a un organo autonomo e diverso dai Consigli Superiori. Il voto referendario, quindi, investe un insieme organico di norme che ridefiniscono il funzionamento interno della magistratura: i principi di autonomia e indipendenza restano, ma cambiano gli strumenti con cui vengono attuati.

Il contesto istituzionale della riforma

La riforma arriva in un contesto in cui da tempo si discute del funzionamento degli organi di autogoverno della magistratura. Il dibattito pubblico e dottrinale si è concentrato sulla capacità di questi organi di assicurare non solo l’indipendenza formale, ma anche una gestione equilibrata e trasparente delle carriere e delle nomine. La discussione ha riguardato sia i rapporti tra magistratura e politica, sia le dinamiche interne alla magistratura stessa.

In questo scenario, il legislatore ha scelto di intervenire sull’assetto organizzativo più che sui principi generali. La separazione delle carriere viene presentata come uno strumento per chiarire meglio i ruoli e ridurre possibili sovrapposizioni, soprattutto dal punto di vista della percezione esterna. L’obiettivo dichiarato non è comprimere l’autonomia della magistratura, ma rafforzarne la credibilità tramite un assetto ritenuto più coerente con la distinzione dei ruoli nel processo.

È anche significativo che il confronto non sia stato solo politico: all’interno della stessa magistratura si sono manifestate posizioni diverse sull’opportunità di rivedere i meccanismi di autogoverno e rappresentanza. Il referendum diventa così il momento conclusivo di un percorso lungo e complesso, in cui la decisione se confermare le scelte del Parlamento o mantenere lo status quo viene rimessa ai cittadini.

Separazione delle carriere

e autogoverno

Uno dei punti più sensibili riguarda il legame tra separazione delle carriere e autogoverno. La riforma non tocca l’autonomia esterna dell’ordine giudiziario, che resta garantita dalla Costituzione: giudici e pubblici ministeri continuano a essere soggetti soltanto alla legge e non vengono resi dipendenti dal governo o da altri poteri dello Stato.

La novità riguarda invece l’organizzazione interna dell’autogoverno. Con il nuovo modello, ciascuna carriera dispone di un proprio Consiglio Superiore, che gestisce gli aspetti centrali della vita professionale dei magistrati (nomine, valutazioni, progressioni). L’intento è rendere più netta la separazione dei percorsi e rafforzare l’autonomia reciproca tra funzione giudicante e requirente. Il Presidente della Repubblica conserva comunque un ruolo di garanzia, per assicurare continuità e equilibrio istituzionale.

Nel dibattito ricorre spesso il tema del passaggio da una carriera all’altra. Già prima della riforma, questa possibilità era severamente limitata e di fatto poco frequente. La separazione delle carriere interviene quindi su un terreno in cui i confini erano già piuttosto rigidi, stabilizzando una distinzione che in larga parte si era già affermata nella pratica. In questo senso, il referendum non oppone “autonomia” a “controllo”, ma propone un diverso schema di organizzazione interna, che gli elettori sono chiamati a valutare nel suo complesso.

Il sorteggio degli organi di autogoverno

Tra i profili più innovativi e discussi della riforma c’è il ricorso al sorteggio per la scelta dei componenti degli organi di autogoverno. Questa scelta interviene su un sistema che fino a oggi si è basato principalmente sull’elezione e sulla rappresentanza organizzata, e mette in questione il ruolo delle correnti nelle dinamiche interne.

È importante chiarire che non viene modificato il peso complessivo della componente togata: i magistrati restano maggioranza, con percentuali analoghe alle attuali. La discussione riguarda quindi non la struttura o l’autonomia dell’organo, ma il meccanismo con cui i suoi membri vengono selezionati.

Secondo i promotori, il sorteggio dovrebbe attenuare il peso delle appartenenze associative e degli equilibri consolidati nella gestione di nomine e carriere, favorendo una maggiore neutralità dei Consigli. La selezione casuale dei componenti mira a limitare la stabilità di alcuni assetti interni e a ridurre il rischio che le decisioni risentano di logiche di schieramento. È una scelta che riguarda non solo il rapporto tra giudici e PM, ma l’intero modello di autogoverno.

Al tempo stesso, questa soluzione solleva interrogativi importanti. Ridurre lo spazio dell’elezione implica una diversa idea di rappresentanza e apre questioni sulla responsabilità e sulla competenza degli organi così formati. Il referendum, su questo punto, chiama gli elettori a esprimersi anche su un modo nuovo di concepire l’autogoverno della magistratura, non soltanto sulla separazione delle carriere. Da qui nasce buona parte del confronto tra i sostenitori e i critici della riforma.

La Corte disciplinare e i procedimenti disciplinari

Un altro pilastro della riforma è la revisione del sistema disciplinare dei magistrati. Il testo prevede l’istituzione di una Corte disciplinare costituzionale, competente a giudicare tanto i magistrati giudicanti quanto quelli requirenti.

Con questa scelta, la funzione disciplinare viene sottratta agli organi di autogoverno e assegnata a un organo separato, dotato di una propria composizione e di specifiche garanzie di indipendenza. L’obiettivo dichiarato è distinguere con maggiore nettezza il governo delle carriere dall’accertamento delle responsabilità disciplinari, riducendo la sovrapposizione tra funzione amministrativa e funzione giurisdizionale.

La Corte disciplinare è composta da magistrati e da giuristi esterni, secondo criteri fissati nella legge costituzionale, e agisce come giudice specializzato in materia disciplinare. Anche qui non viene intaccata l’autonomia complessiva della magistratura, ma viene ridisegnata l’architettura organizzativa, concentrando in un organo dedicato il controllo disciplinare.

Nel dibattito, questo tema si intreccia spesso con quello delle carriere e del sorteggio, perché concorre a ridisegnare l’equilibrio dell’intero sistema. Il voto del 22 e 23 marzo riguarda dunque anche il modello di controllo e responsabilità all’interno della magistratura.

Le ragioni del SÌ

Chi sostiene il SÌ alla riforma insiste soprattutto sulla necessità di marcare maggiormente la distinzione tra chi giudica e chi esercita l’azione penale. In quest’ottica, la separazione delle carriere e degli organi di autogoverno serve a rafforzare la percezione di imparzialità del giudice, che viene visto come soggetto terzo rispetto all’accusa.

Un altro argomento a favore riguarda l’assetto interno della magistratura. Due Consigli Superiori separati vengono considerati uno strumento per garantire una maggiore autonomia reciproca, evitando interferenze e sovrapposizioni nella gestione delle nomine e delle promozioni. Secondo questa lettura, la riforma non riduce l’indipendenza, ma la riorganizza in coerenza con il dettato costituzionale.

Il sorteggio, per i favorevoli, è un meccanismo capace di ridimensionare il ruolo delle correnti e di incrementare la fiducia nei confronti degli organi di autogoverno. Viene presentato come un correttivo a derive associative considerate eccessive, con l’intento di rendere le decisioni meno segnate da logiche di appartenenza. Nel complesso, chi vota SÌ vede nella riforma un modo per rendere più chiara la distribuzione dei ruoli e più trasparenti i meccanismi interni.

Le ragioni del NO

Le posizioni contrarie alla riforma esprimono innanzitutto la preoccupazione per il possibile indebolimento dell’unità della magistratura, storicamente concepita come un unico ordine autonomo e indipendente. La separazione formale delle carriere viene percepita, da questa prospettiva, come un fattore di frammentazione, con potenziali ricadute sull’equilibrio complessivo del sistema.

Un altro punto critico riguarda la posizione del pubblico ministero. Alcuni ritengono che una carriera requirente del tutto separata possa nel tempo risultare più vulnerabile a pressioni esterne o comunque meno protetta rispetto a oggi. L’unitarietà dell’ordine giudiziario è vista come una garanzia ulteriore di indipendenza, soprattutto per chi è chiamato a esercitare l’azione penale.

Anche il sorteggio è oggetto di critiche. La riduzione degli spazi elettivi è interpretata come un indebolimento della rappresentatività degli organi di autogoverno e della possibilità per i magistrati di scegliere i propri rappresentanti. Secondo questa impostazione, le distorsioni emerse potrebbero essere affrontate con interventi mirati, senza ricorrere a una riscrittura così ampia della parte costituzionale. Il NO, in sintesi, esprime preferenza per il mantenimento dell’attuale modello di magistratura unitaria, pur riconoscendo la possibilità di migliorìe puntuali.

Pro e contro nel dibattito pubblico

Nel confronto pubblico, i pro e i contro della riforma vengono argomentati su più piani, non solo politico. Tra i favorevoli, viene spesso ricordata l’esigenza di chiarire i ruoli nel processo penale, rafforzando l’immagine di terzietà del giudice e l’equilibrio tra accusa e difesa. In questa chiave, separazione delle carriere e riorganizzazione dell’autogoverno sono viste come strumenti per rendere più trasparente il sistema, senza intaccarne l’indipendenza esterna.

Un elemento spesso valorizzato è il tentativo di intervenire sul funzionamento degli organi interni: il sorteggio viene letto come risposta a problemi reali legati al peso delle correnti; la Corte disciplinare come rafforzamento dell’imparzialità nella gestione delle responsabilità disciplinari.

Sul versante delle critiche, le perplessità riguardano soprattutto gli effetti di sistema. C’è chi teme che la separazione delle carriere possa accentuare divisioni interne e creare difficoltà di coordinamento tra funzioni giudicanti e requirenti. Altri sottolineano che il sorteggio, pur riducendo le correnti, ridimensiona la scelta democratica interna e lascia aperte domande su competenza e accountability. Il confronto, quindi, investe non solo i singoli istituti, ma l’idea di giustizia e di autogoverno che si vuole adottare.

Se vince il SÌ

In caso di vittoria del SÌ, la legge costituzionale entrerà in vigore. Verranno quindi avviate le modifiche previste: separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, istituzione di due Consigli Superiori separati e creazione di una Corte disciplinare costituzionale. L’applicazione pratica, tuttavia, richiederà l’adozione di leggi ordinarie di attuazione.

In questa fase, il legislatore dovrà definire nel dettaglio il funzionamento dei nuovi Consigli Superiori, i criteri di selezione (incluso il sorteggio) e l’organizzazione della Corte disciplinare. Fino a quando tali norme non saranno approvate, continueranno a valere le regole attuali, in modo da non interrompere il regolare funzionamento della giustizia. Il voto favorevole, dunque, non cambia immediatamente la gestione dei singoli procedimenti, ma avvia un percorso di ristrutturazione dell’assetto istituzionale.

Dal punto di vista del sistema, la vittoria del SÌ rappresenterebbe una scelta netta a favore del nuovo modello delineato dalla riforma. Sarà poi la concreta attuazione a mostrare quanto e come esso inciderà sull’equilibrio tra funzioni e sul funzionamento complessivo della giustizia.

Se vince il NO

Se a prevalere sarà il NO, la legge costituzionale non diventerà efficace. L’assetto tornerà a essere quello precedente: un’unica magistratura in cui funzioni giudicanti e requirenti appartengono allo stesso ordine, governato da un solo Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma approvata dal Parlamento resterà priva di effetti.

La vittoria del NO non blocca però ogni possibilità di intervento futuro. Il Parlamento potrà comunque adottare leggi ordinarie per intervenire su singoli aspetti dell’ordinamento giudiziario, nel rispetto dei limiti della Costituzione vigente (ad esempio su organizzazione degli uffici, disciplina o funzionamento del CSM). Un’eventuale nuova proposta di separazione delle carriere a livello costituzionale richiederebbe però un nuovo procedimento di revisione, con un nuovo eventuale referendum.

Sul piano politico e istituzionale, un esito negativo segnerebbe una chiara preferenza dei cittadini per il mantenimento della magistratura unitaria. Il tema della separazione delle carriere e dell’autogoverno non verrebbe per forza archiviato, ma dovrebbe confrontarsi con il segnale espresso dal corpo elettorale. In questo quadro, il NO non cancella il dibattito, ma ridisegna i margini entro cui potrà proseguire.

Capire che si tratta di un referendum confermativo è quindi fondamentale per cogliere il significato del voto: il SÌ porta all’entrata in vigore della riforma così com’è; il NO mantiene l’attuale assetto costituzionale. Non sono previste vie di mezzo né quorum: il risultato dipenderà solo dalla maggioranza dei voti validi. In questo contesto, la scelta degli elettori ha un impatto diretto e immediato.  (rrm)

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Lo strumento del referendum costituzionale è previsto dall’articolo 138 della Costituzione che permette ai cittadini di intervenire direttamente nel procedimento di revisione costituzionale. A differenza del referendum abrogativo, che ha lo scopo di cancellare una legge ordinaria già entrata in vigore, il referendum costituzionale ha una funzione confermativa: serve a stabilire se una legge di revisione della Costituzione, già approvata dal Parlamento, debba entrare definitivamente in vigore oppure no.

Il ricorso al referendum non è automatico. È previsto nel caso in cui, la legge costituzionale, nel corso dell’iter parlamentare, non è stata approvata con la maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna Camera. In questo caso, la Costituzione demanda al corpo elettorale la decisione finale, rafforzando il ruolo dei cittadini nelle scelte che incidono sull’equilibrio dei poteri dello Stato. Il referendum non consente di modificare il testo della riforma: l’elettore è chiamato a pronunciarsi sull’intero impianto normativo così come approvato dal Parlamento.

Una cosa molto importante da tenere presente  è che il referendum costituzionale non prevede quorum di partecipazione. Il risultato è valido indipendentemente dal numero di elettori che si recano alle urne: conta, quindi, esclusivamente la maggioranza dei voti validamente espressi. Questo aspetto rende il voto particolarmente rilevante, perché ogni scelta contribuisce direttamente a determinare se la riforma costituzionale produrrà effetti o resterà priva di efficacia.

80 anni di Repubblica: tre sindache calabresi del 1946

di  PINO NANO  – Millenovecentoquarantasei-2026 Voto alle donne. La democrazia italiana compie ottant’anni”. Ha tenuto un bellissimo discorso Giorgia Meloni l’altro ieri a Roma aprendo il convegno dedicato al voto delle donne, 80 anni fa le donne votavano per la prima volta nella storia.

Il diritto di voto alle donne italiane era stato riconosciuto il primo febbraio 1945, dopo anni di lotte, ma solo il 10 marzo del 1946, per la prima volta in Italia, le donne poterono entrarono nella cabina elettorale per votare alle elezioni amministrative e divennero finalmente eleggibili.

Sentite Giorgia Meloni: «Oggi celebriamo uno dei momenti fondativi dell’Italia di oggi e di quello che siamo come nazione, gli 80 anni del primo voto alle donne. Lo facciamo nell’anniversario del 10 marzo del 1946 con le prime elezioni amministrative con il suffragio universale, allora 6 donne hanno potuto indossare la fascia tricolore. Un viaggio che in fondo non si è ancora concluso e che è stato scandito da altre tappe successive».

Ma cosa ha rappresentato quel voto?

«Quel voto del 1946 – spiega la Premier – ha dato alla Repubblica un carattere democratico indelebile avviando un percorso ancora in atto verso la piena parità. La democrazia era nata ed era nata nel segno delle donne. Ottant’anni anni possono sembrare pochi, ma sono 80 anni che hanno forgiato il nostro popolo, che hanno permesso alle donne di affermarsi e dimostrare ciò di cui sono capaci. Un cammino lastricato dai sacrifici, dal coraggio, dal talento di molte donne e che ha consentito anche a me di arrivare a ricoprire questo incarico, ad essere la prima donna a capo del governo. Io non potrei essere dove sono se non fosse grazie a tutte le donne che prima di noi non hanno avuto paura di dimostrare il loro valore».

Ma questo naturalmente non basta.

È necessario – aggiunge Giorgia Meloni – che ci siano servizi che consentono alle donne di competere ad armi pari, di dover scegliere tra un figlio e la professione, di guadagnare meno e di non fare carriera solo perché donne. Sono fiera del record storico di occupazione femminile raggiunto dopo anni in cui la percentuale di donne occupate sembrava inamovibile, non lo è».

Nel 1946, alla fine delle varie tornate di elezioni comunali, 10 donne ricoprirono per la prima volta nella storia la carica di sindaco, e circa 2.000 quella di consigliera comunale. Tre di queste erano figlie di Calabria. Lydia Toraldo Serra, a Tropea (Vibo Valentia), Caterina Pisani Palumbo Tufarelli a San Sosti (Cosenza) e Ines Nervi in Caratelli a San Pietro in Amantea.

Non a caso, testimone qui a Roma di questo evento con Giorgia Meloni, che celebra il “Voto alle donne, a 80 anni da allora”, c’è anche la figlia di Lydia Toraldo Serra, primo sindaco donna di Tropea, Raffaella Toraldo, che all’Ansa racconta la storia della mamma-sindaco con una emozione e una passione civile che si tagliano a fette.

«Avevo tre mesi nel 1946, quando mia madre, Lydia Toraldo Serra, fu nominata sindaca di Tropea. Ancora mi allattava e quindi mi portava con lei ovunque. Tornava a casa spesso alle nove di sera. Potete immaginare che nella famiglia fu uno scombussolamento. Ma mio padre non l’ha mai fermata. Mia madre riusciva a conciliare i quattro figli con la politica. Era una donna coraggiosa e di larghe vedute. Si laureò a 23 anni in giurisprudenza e fece una tesi di laurea sul voto alle donne, già nel 1929. Dopo l’elezione la prima emergenza che affrontò fu la carenza di cibo: fermava i treni con le derrate alimentari. Rimase alla guida del comune calabrese dal 1946 al 1960, dapprima con la Dc, poi come indipendente. La famiglia l’ha sempre supportata».

A restituirci oggi la storia di queste pioniere della politica locale in Calabria è la rete digitale.

Ines Nervi in Carratelli, viene eletta il 31 marzo 1946 sindaca di San Pietro in Amantea (Cosenza), all’età di 42 anni, maestra elementare sposata e madre di due figli. Candidata capolista per la Democrazia Cristiana, mantenne la carica fino al 1952, contribuendo alla ricostruzione post-bellica locale.

Lydia Toraldo Serra, viene eletta l’8 aprile 1946 sindaca di Tropea (Vibo Valentia), con 1.358 preferenze per la Democrazia Cristiana, seconda solo al cognato. Nominata dopo una mediazione del vescovo locale, resse l’amministrazione per oltre 15 anni (fino al 1960), rafforzando il mandato nel 1952 con 1.929 voti nonostante conflitti interni al partito.

Caterina Pisani Palumbo Tufarelli, originaria di Nocara, candidata unica DC alle amministrative del 10 marzo 1946, fu nominata sindaca di San Sosti (Cosenza) il 24 marzo con consenso unanime, in un’Italia post-bellica letteralmente devastata.

Secondo gli analisti di ICSAIC (L’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia Contemporanea di cui è Presidente lo storico Paolo Palma) Caterina Pisani Tufarelli da sindaco ricostruì infrastrutture distrutte dalla guerra (campanile, scuole, cinema, mercato coperto, acquedotto, case popolari, orologio pubblico e asilo nido), ottenendo fondi grazie ai contatti diretti con De Gasperi; promosse alfabetizzazione e assistenza ai bisognosi, lasciando un dettagliato bilancio consuntivo nel 1952. Per oltre 30 anni fu presidente delle Dame di Carità. aiutando orfani, disabili e anziani. Promuoveva l’emancipazione femminile, sdoganando l’uso della bicicletta per le donne. Morta a Roma il 7 dicembre 1979 a 57 anni, è celebrata nella “Sala delle Donne” di Montecitorio tra le pioniere della Repubblica.

«Molte delle prime sindache elette in Italia – ricorda la stessa ministra Roccella – venivano da regioni del Sud, dalla Calabria, dalla Sardegna. Votarono l’89% delle aventi diritto. Le immagini dell’epoca restituiscono meglio di ogni parola le emozioni. Donne in file interminabili con figli in braccio e qualche panino, lunghe code per arrivare alla sospirata urna: qualcosa che oggi diamo per scontato».

Quarant’anni dopo, nel 1986, le prime cittadine erano salite a 145. Tra il 1986 e il 2016 il loro numero è aumentato di oltre sette volte: da 145 a 1.097. Negli ultimi trent’anni, secondo un’analisi condotta dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) su dati del Ministero dell’Interno – Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, sono 2.721 i Comuni italiani amministrati almeno una volta da un sindaco donna.

Le sindache in carica al 13 febbraio 2023, sulla base dei dati offerti dall’Anagrafe degli amministratori locali presso il Ministero dell’interno, sono 1.180, di cui 1.083 alla guida di comuni con popolazione inferiore a 15.000 abitanti. Oggi in Italia, al marzo 2026, le donne sindache sono quasi 1.200.

Solo in Calabria secondo i dati più recenti (2023) si contano 35 sindache su 404 comuni (8,6%), con la provincia di Cosenza in testa e Vibo Valentia capoluogo guidato fino a un anno fa, giugno 2024, da una donna, Maria Limardo.

«Le donne alla guida dei comuni, e le donne chiamate a ruoli di responsabilità nella politica hanno cambiato radicalmente il volto della politica italiana ed europea. Certamente l’hanno migliorata e l’hanno avvicinata molto di più ai bisogni del paese reale. Noi oggi, come ANDE, Associazione Nazionale Donne Elettrici – dice la Presidente Nazionale dell’Associazione Marisa Fagà –, ci prepariamo a festeggiare i nostri primi 80 anni di fondazione, lo faremo nei prossimi mesi qui a Roma con la consapevolezza di aver partecipato in maniera reale e fattiva alla cresta della nostra Repubblica. In questa stagione in cui la politica è caratterizzata da linguaggi violenti – e qui Marisa Fagà rispolvera tutto il carisma della sua storia politica e di donna di governo- è cambiata la natura del confronto, in quanto spesso la politica non è in ascolto della società, e i partiti sono sintonizzati su una frequenza più burocratica. Ecco perché noi oggi, come Ande, continuiamo a promuovere l’attività delle cittadine italiane che desiderano acquisire maggiore coscienza politica e a difendere la tutela delle libertà democratiche, premessa fondamentale di ogni processo civile».

Un anniversario importante, dunque, che richiama all’attenzione generale la storia delle donne in politica come un baluardo di democrazia e di libertà in un paese dove le donne sono la visione del futuro. (pn)

L’8 marzo occasione per rinnovare l’impegno per la parità di genere

di GIUSI PRINCI – La Giornata Internazionale della Donna, istituita l’8 marzo su iniziativa dell’Onu, non è solo una ricorrenza simbolica: è un monito a riflettere sul percorso ancora aperto verso la piena parità di genere e sulle disuguaglianze che ancora restano da colmare.

Un impegno che rappresenta oggi una priorità condivisa a livello europeo e assume particolare significato anche alla luce della storia dei diritti delle donne nei singoli Paesi. In Italia, il voto delle donne nel referendum del 2 giugno 1946 rappresentò una tappa decisiva nel riconoscimento della loro piena cittadinanza e nell’avvio di un percorso di progressiva affermazione dei diritti nella vita civile, sociale ed economica.

Tuttavia, nonostante i progressi, la strada verso la piena parità di genere è ancora lunga. Le disuguaglianze economiche e professionali sono ancora notevoli, basti pensare che in Europa le donne guadagnano in media il 12% in meno all’ora rispetto ai propri colleghi e le pensioni medie femminili sono circa il 24,5% inferiori a quelle degli uomini, riflettendo carriere spesso frammentate o interrotte da responsabilità di cura familiare.

Le donne sono inoltre sottorappresentate nei ruoli decisionali e di leadership, con quote inferiori alla parità nei consigli di amministrazione e nei vertici aziendali. A ciò si aggiunge il peso degli stereotipi di genere, che influenzano le scelte formative di bambine e bambini, con conseguenze che si estendono lungo tutto l’arco della vita. Proprio per affrontare questi divari, nel mio lavoro al Parlamento europeo, ho seguito importanti file in materia, come il Rapporto Annuale 2025 sui Diritti Umani e la Democrazia nel Mondo e il Rapporto sul Divario Retributivo e Pensionistico di Genere nell’UE.

Questi strumenti non sono solo tecnici, ma vere e proprie linee guida per ridurre i divari salariali e pensionistici, sostenere le donne imprenditrici e rafforzare la loro presenza nei settori economici più dinamici e innovativi. L’uguaglianza economica si ritrova anche al centro della nuova Strategia per la Parità di Genere 2026–2030, pubblicata recentemente dalla Commissione Europea. Saranno previste misure per ridurre il divario retributivo e pensionistico, facilitare l’accesso ai finanziamenti per le donne imprenditrici e promuovere strumenti finanziari dedicati a start-up e PMI guidate da donne. Si prevede anche l’istituzione di un Piano d’Azione per rafforzare la presenza femminile nella ricerca, nell’innovazione e nei settori tecnologici, riconoscendo la centralità della leadership femminile per la competitività dell’Europa.

Tuttavia, la parità di genere non si costruisce solo attraverso leggi e politiche pubbliche ma richiede anche un cambiamento culturale profondo. La violenza di genere, le disparità di opportunità e la mancanza di rispetto nascono da stereotipi radicati e da modelli culturali che ancora oggi sottovalutano il contributo delle donne.

Per questo motivo, il cambiamento devepartire dalla scuola e dall’infanzia, formando cittadini rispettosi, consapevoli e capaci di costruire relazioni fondate sulla parità. Per questo, l’8 marzo rappresenta un monito a rinnovare l’impegno verso una società in cui ogni donna possa vivere con dignità, pari opportunità e piena partecipazione. (gpr)

(Europarlamentare e componente della Commissione Femm (Diritti delle donne e eguaglianza di genere del Parlamento Europeo)