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IGNOTI ANGELI GARANTI DELLA SICUREZZA
GRAZIE A CHI IN DIVISA TRASCURA LE FESTE

Carabinieri in pattuglia nelle città

di FRANCESCO RAO  – L’attenzione di oggi è rivolta alle donne e agli uomini che hanno scelto un lavoro nel quale si è sempre in servizio, ritrovandosi a vivere buona parte della vita senza distinguere il giorno dalla notte, i festivi dai feriali. Questa distinzione, nel tempo, diverrà una circostanza vissuta anche dai rispettivi familiari i quali, da una parte avvertono chiaramente la gravosità di un impegno professionale molto più grande di quanto si possa immaginare e dall’altro, ritrovandosi a seguire la scansione dei turni, spesso non analoghi a quelli di un normalissimo impiegato, ci si ritroverà a vivere una quotidianità senza la presenza del congiunto, magari impegnato in attività di servizio. Ebbene, quanti hanno scelto di arruolarsi, oltre a compiere una scelta di vita, hanno anteposto al loro lavoro il senso del dovere come autentico servizio alla Patria. A comprendere queste sottili circostanze sono principalmente i familiari di quanti indossano una divisa. Dopotutto, non si sposa soltanto una persona, si sposa un mondo che finirà per ruotare intorno alla coppia ed alla famiglia, spesse volte determinando anche amicizie, frequentazioni e tempo libero.

L’idea di tutelare in tutto e per tutto i Cittadini, mettendo a rischio la propria vita, non è un gioco. Pensandoci bene, attualmente viviamo una fase nella quale il Cittadino da proteggere non è più l’abitante di un piccolo quartiere o di un paese con un perimetro circoscritto e con insidie conosciute e riconoscibili. Il complesso sistema di sicurezza e protezione, messo oggi in atto, vede il continuo intersecarsi di sistemi investigativi sottesi ad un agire condotto nelle fitte maglie di un villaggio globale nel quale le insidie, molto spesso non sono riconducibili ai soli fatti umani e sociali ma tendono ad afferire ad atti o fatti che trovano concretezza nell’etere, oppure vengono mossi  da sofisticati processi riconducibili all’azione dell’intelligenza artificiale, strada virtuale nel quale il crimine non ha tardato a percorrere in sostituzione dell’azione umana, per rendersi maggiormente invisibile nella conduzione degli illeciti fortunatamente sempre più scoperti  dal nostro sistema di intelligence investigativo e assegnati al vaglio dei Magistrati.

Proprio in questi giorni riflettevo che sempre più spesso ci si ricorda di queste persone e del loro valoroso impegno quando vengono a mancare alla vita terrena. Purtroppo, in tali occasioni si assiste alla mancanza di una seria cultura della legalità in quanto: da una parte troveremo la famiglia, rimasta da sola a piangere; poi ci saranno quanti costruiranno ponti d’oro, utilizzando parole che avrebbero fatto bene se fossero state pronunciate molto tempo prima e magari al cospetto di chi non c’è più. Infine, ci sono le persone dispiaciute per aver perso il valido riferimento umano e professionale, impegnato con il proprio lavoro ad essere un punto di riferimento all’interno del complesso tessuto sociale. Credo sia ormai tangibile una certa maturità nella quale risiede quel pensiero desideroso di avviare una nuova fase da contrapporre al passato.

Per poter concretizzare questa discontinuità, occorre iniziare a rendere quotidianamente onore alle donne e agli uomini impegnati in un lavoro complesso, praticato con l’intento di garantirci la massima sicurezza e non per arrecarci fastidio oppure per privarci la libertà. Tutto ciò, vorrei sperare possa divenire al più presto una esigenza sociale diffusa tesa a farci trovare in vita i diretti interessati. Porgere un saluto quando si incontra un appartenente alle Forze dell’Ordine, manifestando un cenno di gratitudine, equivale al riconoscimento che il cittadino compie nei confronti di quanti svolgono un lavoro al servizio della collettività, spesso incompreso.

Facendo ricorso alla memoria, il 4 novembre 2021 è stato celebrato il centenario del Milite Ignoto. Nessuno, tranne un ufficiale dell’Esercito, ormai venuto a mancare, conosce il nome e cognome di quel militare oggi sepolto a Roma presso il Vittoriano. Il Milite Ignoto, in realtà, rappresenta l’estremo sacrificio compiuto da una persona che rappresenta tutti i soldati ed i militari italiani che abbracciando le armi hanno creduto nel bene della Nazione. Questa realtà inizia a non avere più una ricorrente centralità nella formazione dei nostri giovani e lo scollamento dalla virtù sta divenendo un disvalore sociale e culturale, particolarmente registrato in occasione dei numerosi eventi di violenza che hanno visto proprio i giovani aggredire i rappresentanti delle Forze dell’Ordine.

Da sociologo impegnato per moltissimi anni nel settore formativo, non è mia intenzione puntare il dito nei confronti delle giovani generazioni. In onestà dobbiamo ammettere che le loro azioni sono frutto degli insegnamenti che noi adulti abbiamo offerto loro. Perciò, essendo stato previsto l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, credo sia urgentemente necessario far intervenire nelle aule delle Scuole italiane, promuovendo apposite iniziative, i nostri rappresentanti delle Forze dell’Ordine. Senza sottrarre tempo al personale operativo ed in servizio, sarebbe di particolare interesse condividere questo percorso con il personale in ausiliaria e in quiescenza. La loro grande esperienza, la loro conoscenza e la straordinaria professionalità che nel tempo i rispettivi Corpi hanno consolidato, è un patrimonio della Patria e come tale potrebbe essere di supporto nel delicatissimo percorso formativo da compiere.

Occorre consegnare alle nuove generazioni un rinnovato impegno civile nel quale proprio la Patria e il Tricolore possano continuare ad essere individuati quali valori autentici di una civiltà che con orgoglio e determinazione ha il dovere di promuovere. I nostri giovani, contrariamente alla mia generazione, non hanno potuto udire i racconti narrati dai Cavalieri di Vittorio Emanuele III, impegnati durante la Prima Guerra Mondiale e dai superstiti della Seconda Guerra Mondiale per meri motivi anagrafici. Quella parte di storia, spesso narrata dai nostri nonni, ci ha fatto vivere, rivivere e comprendere il significato della guerra, soprattutto apprendendo l’immane tragedia umana causata dall’odio e dalla volontà di imporre la superiorità nei confronti di altri popoli usando le armi. Un altro aspetto da non sottovalutare, comparando le esperienze tra diverse generazioni, consiste nel fatto che molti dei miei coetanei hanno giurato fedeltà davanti alla bandiera ed è bene ricordare che il giuramento militare è un “vincolo personale” che impegna ciascun militare e riveste un ruolo fondamentale per l’assunzione dello status militis.

In effetti, si diventa militari solo dopo aver pronunciato la formula del giuramento. Nel prestare il giuramento, previsto dall’art. 2 della legge 382/78, il militare assume ben quattro impegni con la seguente formula: “Giuro d’essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore a tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”. Tale formula riassume e sintetizza il disposto di due articoli della Costituzione: quello dell’art. 52, secondo il quale “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” e quello dell’art. 54, secondo il quale tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi adempiendo nell’esercizio della funzione con disciplina ed onore. Dalle mie parti, se ancora oggi continua ad essere viva, seppur in modo marginale, quell’onda lunga di un retaggio mentale che affonda le proprie radici in un contesto storico, maturato all’indomani della fase postunitaria, non deve essere motivo di superficialità nell’osservare il fenomeno stesso lasciando correre oppure sottovalutandolo. Molto spesso questo segnale viene raccolto ma tende ad essere elaborato per dividere e non per unire, mettendo da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, senza considerare l’art. 27 della Costituzione ossia: la responsabilità penale è personale.

Quando per motivi di opportunità tra i cattivi viene inserito “d’ufficio” il figlio di una persona che ha precedenti penali, la virtù del Cittadino è un valore oppure un disvalore?  Per questo ed altri motivi bisogna avere il coraggio di riaprire il confronto per animare quella cultura della Legalità che non deve e non può più essere un pretesto per fare carriera politica, oppure per ergersi ad esempio risultando poi colluso con il marcio. Tutto ciò non è un fatto recente, la causa risiede in quel contesto storico nel quale nel Meridione e quindi anche in Calabria, durante la fase preunitaria vi era una diffusa consuetudine tesa a riconoscere in alcune persone il ruolo di “addetti a mantenere l’ordine”. Ad essi spettava il compito di entrare nel merito di liti familiari e dirimere i conflitti; stabilivano la pena destinata ai colpevoli di abigeato, perpetrato ai danni di proprietari terrieri, i quali non si risparmiavano nel riservare ai “capi bastone” di paese prebende o riverenze e successivamente anche potere nelle amministrazioni locali.

Nei numerosi testi che ho studiato, in modo particolare quelli riconducibili alla letteratura meridionalista, non mi sono mai ritrovato a leggere di provvedimenti emessi da quei voluti “tutori dell’ordine sociale” finalizzati a prescrivere la frequenza della scuola per i poveri oppure l’avvio all’apprendistato, quale strada per far intraprendere sin da giovani l’arte del lavoro onesto. Al contrario, ieri come oggi, i promotori della “malavita” non hanno perso tempo ad accogliere nelle loro fila quei giovani volenterosi di accreditarsi ad un sistema apparentemente affascinante e dall’altra metterli nella condizione di farli finire in galera, in un obitorio oppure vittime di lupara bianca.  Essendo troppo giovani e non avendo strumenti per decodificare le dinamiche della malavita, è difficile per le giovani leve comprendere che il “potere” non è un fatto frazionabile ma un viatico usato di volta in volta per pilotare gli utili idioti e destinarli a commettere crimini per poi farli fuori nel minor tempo possibile.

Fatta questa brevissima parentesi storica, spero utile per comprendere le origini di una delegittimazione nei confronti di chi indossa una divisa, l’onda lunga di cui accennavo prima, continua ancora oggi, seppur in modo marginale, ad essere presente nel tessuto sociale con il chiaro intento di alimentare diffidenza e odio verso le Forze dell’Ordine. Se in passato l’analfabetismo era un limite, oggi quel limite è una rinnovata ignoranza nei confronti del delicatissimo ruolo svolto dalle Forze dell’Ordine.

La loro azione è svolta secondo precisi criteri normate dalle Leggi scritte, emanate dal Parlamento e non dalla mera volontà del “capo bastone”. Per essere più chiaro: sin dall’Unità d’Italia, in particolare i Carabinieri, hanno sottratto il potere di controllo a quanti lo esercitavano in proprio e abusivamente ogni qual volta si presentavano a casa dei malfattori per arrestarli. In quel caso, “don Peppe” – (nome di fantasia, nda) –, di volta in volta diventava sempre più impotente sia al cospetto della Legge sia agli occhi di una popolazione che da sempre lo aveva rispettato e soprattutto temuto. È questa la chiave di volta che dovremmo considerare per individuare la rottura di un equilibrio storico nel quale le persone, per ignoranza e per paura, non riconoscevano il potere della Legge, riposto in un atto scritto, ma si limitavano al rispetto della persona che imponeva loro le regole intrise di prepotenza e sottomissione.

Se da una parte gli effetti dello Stato Unitario iniziavano ad affermarsi in un Meridione traboccante di analfabetismo e ignoranza, i “capi bastone”, per legittimare il loro “potere”, intravedevano nelle Forze dell’Ordine il nemico da combattere. Questa frattura storica, senza voler disturbare Benedetto Croce, rappresenta ancora oggi l’asperità di un processo di codificazione legislativa nel quale l’Unità d’Italia, sin dai primi momenti, non è riuscita a raggiungere le periferie per far comprendere il vero senso della Nazione. Per molti miei amici, questa riflessione potrà apparire desueta, fuori moda e superflua ai canoni dell’agire quotidiano. Quando non si apprezza la propria Patria e quando i colori della Bandiera non sono più evidenti, un’intera società rischia di compiere un salto nel vuoto. Tale scelta potrebbe essere paragonabile alla volontà di un padre intenzionato a non spendersi più per i propri figli, mettendo da parte il principio del buon padre di famiglia.

Nel nostro caso, la Patria non dovrà diventare un contenitore nel quale lo sgomento e la rassegnazione siano capaci di cancellare il profumo della libertà, rendendo irraggiungibile la realizzazione del bene comune. Il nostro Meridione sta compiendo notevoli passi in avanti. Anche la nostra Calabria inizia ad avere una maggiore considerazione ed autorevolezza. Ciò è dovuto grazie al lavoro svolto per bonificare spazi oggi per i quali i nostri giovani sono chiamati ad esprimere tutto il loro entusiasmo e la loro capacità di essere innovativi per dare forma alla buonavita. Non dovremo trascurare una delle parti più importanti del nostro tessuto sociale: la crescita culturale delle persone, indispensabile per rafforzare il lavoro delle istituzioni, la qualità dei mezzi di comunicazione e il ruolo delle agenzie educative. Infine, non dimentichiamo l’importantissimo ruolo svolto nel corso degli anni dalle donne e dagli uomini appartenenti alle Forze dell’Ordine, impegnati quotidianamente con determinazione e professionalità, riconosciutaci anche a livello internazionale, per proteggere e tutelare la collettività dall’insidia criminale rimanendo spesso invisibili ma continuando ad essere sempre “operativi”.

Perciò, dire loro grazie per il lavoro svolto e farlo con maggiore frequenza, non potrà essere che un piacere ed una manifesta crescita culturale di una società che vivendo nell’incubo dell’insicurezza rischia di non distinguere più le guardie dai ladri. (fr)

[Francesco Rao è sociologo e presidente del Dipartimento Calabria Associazione Nazionale Sociologi]

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