SI PREPARA UN NUOVO SCIPPO PER IL SUD:
DEVIATI 73 MILIARDI DEL RECOVERY FUND

Quello che si preannuncia è l’ennesimo scippo al Sud. Le risorse del Recovery Fund destinate al Sud, che ammontano a 73 miliardi, rischiano di essere dirottate al Centro-Nord. È l’allarme lanciato dal Movimento 24 Agosto di Pino Aprile e ripreso dal leader de La Calabria che vogliamo, Giuseppe Nucera, il quale ha ribadito che «saremo vigili e decisi a chiamarvi alla mobilitazione e scendere in piazza per difendere i nostri soldi».

Questa settimana si deciderà il futuro del Mezzogiorno. «Purtroppo – si legge in una nota dei due Movimenti –, ancora una volta, il Parlamento sottrarrà al Sud 73 miliardi di euro dei fondi del Recovery Fund destinandoli al Centro-Nord, senza tenere conto dei criteri di ripartizione che la Commissione Europea ha stabilito per gli Stati membri.

Lo spiega in poche parole il Movimento 24 Agosto Equità territoriale che fa capo allo scrittore e giornalista Pino Aprile, il quale da anni con i suoi libri si batte contro il divario nord-sud e il “saccheggio” delle ricchezze da parte del Nord ricco e opulento ai danni del Sud “povero e disperato”. La Commissione Europea con il Next Generation EU (comunemente chiamato Recovery Fund) ha stanziato in totale 750 miliardi per superare la crisi economica derivante dalla pandemia (per affrontare la crisi finanzaria e non per ripagare delle vittime della pandemia).

Nella ripartizione dei 750 miliardi di euro tra gli Stati membri l’Unione Europea ha definito tre criteri:

1) Popolazione

2) Reddito pro-capite

3) Tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni

In base a questi criteri all’Italia sono stati attribuiti 209 miliardi di euro (la fetta più importante dell’ammontare totale).

«Nello specifico – afferma il documento del Movimento 24 agosto –, se il criterio fosse stato soltanto quello della popolazione l’Italia avrebbe ricevuto soltanto 97,5 miliardi di euro. Tutto il resto (111.5 miliardi di euro) è stato attribuito all’Italia perché il Mezzogiorno ha un reddito pro-capite medio di 17 mila euro rispetto ai 33 mila del Centro-Nord, e un tasso di disoccupazione del 17% rispetto al 7,6% del Centro-Nord. Se le risorse del Recovery Fund assegnate all’Italia sono ben maggiori rispetto al solo criterio della popolazione (più del doppio) lo si deve assolutamente alle condizioni economiche della popolazione del Mezzogiorno, per cui sembra ovvio che il 70% delle risorse complessive (calcolato in base ai tre criteri sopraccitati) debba andare al Mezzogiorno».

«Purtroppo – secondo la nota di M24-ET rilanciata da La Calabria che vogliamo –, questa ovvietà non è così per il Governo nazionale e per alcuni esponenti di rilievo del partito democratico che vogliono assegnare al Mezzogiorno il 34% delle risorse (e c’è pure andata bene!!). Da parte nostra faremo il possibile affinché siano informati tutti i 20 milioni di cittadini del Mezzogiorno e tutti i parlamentari del Sud che ancora non sanno che assistiamo all’ennesima rapina ai nostri danni, dopo quella che dura da vent’anni e che ci ruba 61 miliardi all’anno con il criterio della spesa storica. Partiremo con mail bombing e azioni mirate ad informare il maggior numero di persone possibile. E daremo conto ai cittadini dei lavori parlamentari.

 E se il governo non correggesse i criteri, chiederemo all’Unione Europea di non inviare all’Italia risorse che invece di ridurre le disuguaglianze, le aumentano».

Inoltre – secondo il Movimento di Pino Aprile –, appare necessario applicare, con eventuali aggiustamenti, il criterio di riparto tra i Paesi previsto per le sovvenzioni dal Dispositivo di ripresa e resilienza (popolazione, PIL pro capite e tasso di disoccupazione) anche all’interno del Paese (tra le regioni e le macro-aree), in modo da sostenere le aree economicamente svantaggiate, come indicato dalla XIV Commissione. Si tratta di una massa critica di risorse senza precedenti, la cui entità supera, in percentuale sul PIL nazionale, quella dell’internvento straordinario per il Mezzogiorno, il che rende evidente il fatto che siamo di fronte a un’occasione storica, probabilmente unica e irripetibile, per consentire al Mezzogiorno di colmare il divario rispetto alle zone più sviluppate del Paese». (rrm)

COVID IN OSPEDALE: MAI PIÙ MALATI SOLI
COSÍ CORBELLI HA VINTO LA SUA BATTAGLIA

È un’altra battaglia vinta, questa delle visite in ospedale per i familiari dei degenti Covid: Franco Corbelli, leader del Movimento Diritti Civili, che da 25 anni si batte dalla Calabria in difesa delle minoranze, ha ottenuto quello che chiedeva a nome dei tantissimi malati di Covid. Poter avere un familiare accanto, cosa prima impossibile.

«In Calabria – ha detto Corbelli – è stata vinta, grazie al Movimento Diritti Civili, una importante battaglia di Civiltà, di straordinario valore umano. Cancellata una inaudita crudeltà. I familiari possono incontrare i parenti ricoverati negli ospedali della regione. Per un’ora, tre volte la settimana, a giorni alterni. Ma la battaglia va avanti ininterrottamente da mesi, per far cancellare la disumanità dei poveri malati (non Covid), che continuano a morire negli ospedali senza un familiare accanto».

La battaglia non si ferma e dopo aver ottenuto questo primo, importante e significativo risultato, Corbelli punta ad annullare completamente «la crudeltà con il ritorno alla normalità», che consente ai parenti di recarsi in ospedale tutti i giorni per far visita ai loro congiunti, negli orari previsti e nel rigoroso rispetto, naturalmente, di tutte le norme anti Covid. Oggi i familiari possono, su formale richiesta e regolare autorizzazione della autorità sanitaria, vedere i loro parenti ricoverati tre volte la settimana, per un’ora la volta (a loro scelta in uno dei due orari previsti, a mezzogiorno o il pomeriggio) e a giorni alterni (martedì, giovedì e sabato, quelli che vengono indicati, ad esempio, nel modello predisposto dall’ospedale Annunziata di Cosenza, il più grande nosocomio della regione).

La comunicazione, con un video messaggio sulla pagina Fb di Diritti Civili, sta facendo registrare migliaia e migliaia di adesioni e visualizzazioni da tutta la Calabria, lo stesso Corbelli, che esprime la sua “soddisfazione per questo primo, «importante risultato, che fa finalmente vedere una piccola luce in fondo al tunnel della disumanità dei malati ricoverati, senza poter vedere e avere un parente accanto! Una grande conquista civile ottenuta in Calabria. Nel resto del Paese, purtroppo, pare, da come si apprende e legge anche sulla stampa, ancora no».

Corbelli spiega cosa ha ottenuto con le sue sollecitazioni e l’impegno del suo Movimento Diritti Civili: «Nella nostra regione c’è la possibilità per i familiari di poter incontrare i loro parenti ricoverati in ospedale. Quello che occorre fare è recarsi all’ingresso principale degli ospedali, come si sta facendo ad esempio al nosocomio dell’Annunziata di Cosenza (ma questo vale naturalmente anche per tutti gli altri ospedali della Calabria), chiedere di poter andare presso la direzione medica per presentare la richiesta di una visita e un incontro con il parente ricoverato. Il familiare deve compilare un modello e naturalmente nel rigoroso rispetto delle norme anti Covid, viene concessa l’autorizzazione per incontrare il proprio parente tre volte la settimana, a giorni alterni e per un’ora la volta, che sceglie il richiedente (alle ore 13 o alle 18.). È questo un grande, importante risultato, di straordinario valore umano, che si è ottenuto. In attesa che l’autorizzazione per la visita sia estesa a tutti i giorni della settimana e non solo tre volte ogni sette giorni – afferma Corbelli.

«Ricordo solo che sulla pagina Fb di Diritti Civili, da dove abbiamo promosso questa battaglia di civiltà, umanità e giustizia, ci sono le drammatiche testimonianze di alcuni familiari (le figlie) che hanno perso la mamma, malata (non Covid) e ricoverata, senza poterla vedere. Una crudeltà inaudita, contro cui Diritti Civili continua da oltre un mese a combattere, purtroppo da solo, nell’indifferenza generale delle istituzioni, dei partiti e della cosiddetta società civile». (rrm)

 

Il video di Franco Corbelli su Facebook

 

 

HA FUNZIONATO LA PROTESTA DEI SINDACI
NON C’È PIÙ LA DELEGA SUL “COPRIFUOCO”

Alla fine nella versione finale del nuovo Dpcm varato ieri dal Governo e illustrato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte è scomparsa la parola delega. Riguardava e implicava la responsabilità dei sindaci di attuare, ove necessario, la chiusura di strade e piazze, dopo le 21, in caso di affollamento. Questa improponibile chiamata di responsabilità (mancano risorse, mezzi e uomini per il controllo capillare di strade e piazze) è stata subito contestata dai primi cittadini di tutt’Italia e, ovviamente, ha visto in prima linea i sindaci calabresi, alle prese con un territorio difficile da controllare e con personale ridottissimo.

Quando Conte aveva detto da Palazzo Chigi in diretta televisiva «I sindaci potranno disporre la chiusura al pubblico dopo le 21 di vie e piazze dove si creano assembramenti, consentendo l’accesso solo a chi deve raggiungere esercizi commerciali o abitazioni private», tantissimi primi cittadini dal Piemonte alla Sicilia, passando per Roma e la Calabria, erano sobbalzati, parlando chiaramente di “scaricabarile” del Governo sulle amministrazioni locali.

Uno dei primi a reagire è stato il sen. Ernesto Magorno che è il sindaco di Diamante: «Chi governa – ha scritto su Twitter – deve decidere, non delegare. Lo scaricabarile relativo al #coprifuoco sui Sindaci è un qualcosa di inaccettabile anche perché ogni territorio ha le proprie problematiche relative a un adeguato controllo del territorio. I Sindaci vanno rispettati».

Il presidente dell’Associazione dei Comuni italiani (Anci)  Antonio Decaro, sindaco di Bari, ha subito contestato la posizione del Governo. «Non possiamo accendere la tv – ha dichiarato – e trovare il presidente del Consiglio che ci dice che dobbiamo mettere il coprifuoco: perché abbiamo fatto tre riunioni tra sabato e domenica e dobbiamo sentire questo. Abbiamo ricevuto una bozza, abbiamo scoperto che c’era questo tema dei sindaci, abbiamo detto che era inapplicabile, ci è poi stato assicurato che non c’era. E abbiamo visto che non c’era poi nel Dpcm. Siamo abituati a prenderci tutte le responsabilità, ho scritto al prefetto e ci devono dire chi dovrà far rispettare l’ordine pubblico. Non è previsto nei decreti che la polizia locale si occupi del contrasto al covid 19. Solo dopo il coordinamento del questore».

Simile l’atteggiamento del sindaco di Napoli Luigi De Magistris: «Il Dpcm mi sembra complessivamente equilibrato, ma potrebbe essere l’inizio di un’escalation. Molto deludente il primo impatto del Presidente: dopo 9 mesi di pandemia ascoltare un premier che scarica la responsabilità su chi sta combattendo a mani nude, l’ho visto come un segno o di scarsa sensibilità o di resa. Conte dice che noi sindaci possiamo chiudere le piazze, le vie dalle 21, come se avessimo le risorse per farlo. Se un generale arroccato nel suo palazzo non si rende conto che i soldati sono allo stremo, senza armi, senza munizioni, un po’ di preoccupazione ci sta».

Poi, con la distribuzione del comunicato ufficiale si è scoperto che la parola sindaci è scomparsa. Il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà aveva affidato a twitter il suo commento: «Lo scaricabarile non risolve nulla: è un errore scaricare sui sindaci la responsabilità sulle zone in cui applicare il coprifuoco. In un momento difficile come questo le istituzioni dovrebbero collaborare, lo scaricabarile non risolve nulla. Il Governo si ravveda e modifichi la norma del Dpcm».

Anche il sindaco di Cosenza ha sottolineato la politica dello scaricabarile del Governo. «Non si risolvono – ha scritto Mario Occhiuto su fb – i problemi con lo scaricabarile e con la demagogia. E infatti è stato tolto dal DPCM il riferimento ai sindaci dopo il discorso di Conte grazie alla protesta del presidente di Anci».

Da parte sua,  il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo ha voluto esprimersi sull’argomento con una dichiarazione all’Ansa: «Sulle nuove misure del Governo per il contenimento della diffusione del Covid, sono sulla posizione di De Caro: si sta scaricando troppo la problematica sui sindaci. Abbiamo problemi ad effettuare i controlli perché non abbiamo personale sufficiente per poterli eseguire. Abbiamo troppe cose da fare e troppi controlli da eseguire a fronte di una disponibilità di personale assolutamente insufficiente. Il coordinamento con i Prefetti funziona, ma c’é da tenere conto delle difficoltà che dobbiamo affrontare come Amministrazioni comunali».

Chiarita la non responsabilità dei sindaci anche dal ministro per le Regioni Boccia, resta il problema principale dei contagi. Qualunque iniziativa non potrà avere successo se non ci sarà la piena coscienza da parte dei cittadini che le misure, ancorché impopolari, vanno rispettate se si vuole contenere la pandemia. In Calabria risulta chiaro che la popolazione ha capito e si adatta a non violare le norme di base: la mascherina sempre e tenersi lontani da locali affollati e da assembramenti.

I numeri parlano da soli, ma c’è di conforto l’abbassamento della percentuale tra prognosi positive e morti o ricoveri in terapia intensiva. Questo può significare due cose: da un lato il personale medico e gli scienziati hanno fatto tesoro dell’esperienza passata e attuano protocolli più efficaci per  affrontare la pandemia; dall’altra è che – disgraziatamente – il virus si è fatto più pericoloso e non uccide, ma punta a diffondersi quanto più possibile. La morte dei pazienti equivale alla morte del virus e questo maledetto mostro che si è impadronito delle nostre vite, in qualche modo, lo ha capito. (rrm)

 

CON LA SETTIMANA DELLA LINGUA ITALIANA
È PROTAGONISTA LA CALABRIA NEL MONDO

Le seconde e terze generazioni di calabresi che vivono lontano dalla terra che ha visto nascere i loro genitori o i loro nonni, parlano due lingue: quella locale, per loro lingua madre, e il dialetto. Conoscono poco, pochissimo l’italiano ma sono in grado di chiacchierare in dialetto, la lingua appresa in famiglia. L’occasione della Settimana della lingua italiana, alla sua ventesima edizione, che si apre oggi e si svolge fino a domenica con varie iniziative in ogni parte del mondo, può essere propizia per avvicinare le centinaia di migliaia di connazionali nati all’estero, ma italiani a tutti gli effetti, alla lingua di Dante, considerando che è in arrivo il prossimo anno il 700 anniversario della morte (1321) del sommo poeta. Sono calabresi, ma prima di tutto italiani, che amerebbero conoscere la propria lingua, ma non sempre trovano condizioni favorevoli per seguire corsi dedicati all’apprendimento dell’italiano. E per loro questa settimana di eventi può davvero diventare lo sprone per individuare associazioni, circoli e gruppi di connazionali che organizzano lezioni (quasi sempre gratuite) per diffondere l’italiano e mantenere alto il rispetto della tradizione linguistica, senza per questo svalorizzare l’utilizzo del dialetto, che è una grande risorsa di cultura popolare e di tradizioni da preservare.

Non a caso, la missione di questa XX edizione è quella di coinvolgere le comunità italiane all’estero sul tema “L’italiano tra parola e immagine: graffiti, illustrazioni, fumetti. Una tematica che potrà essere declinata sia in chiave storico-linguistica, sia ponendo l’accento su forme espressive come il fumetto, la novella grafica e l’editoria per ragazzi: in fondo, l’italiano non è solo quello scritto sui libri, ma appare nei fumetti, persino sui muri, con graffiti spesso dall’improbabile grammatica. E i social aiutano non poco alla diffusione dell’italiano nel mondo, una lingua molto amata dagli stranieri, e molto di frequente “massacrata” dai nostri connazionali che non hanno avuto modo di impararla correttamente.

Grande importanza – affermano al Ministero degli Esteri – dovrà essere data al coinvolgimento della comunità italiana all’estero, sul piano divulgativo e progettuale: a tal fine è stata discussa la possibilità di lanciare, con la collaborazione della RAI, un concorso di idee, rivolto agli italiani all’estero, sul tema della  Settimana della lingua. Naturalmente, data l’emergenza mondiale per il covid, quasi tutti gli eventi in programma saranno su piattaforma online: un incentivo in più per collegarsi e seguire cosa si dice della nostra lingua a Buenos Aires, come a San Francisco oppure a Melbourne. Nelle iniziative sono coinvolti i Comites (Comitati degli italiani all’estero) che sono presenti praticamente in tutte le città dove ci sono in gran numero le comunità di nostri connazionali, ma anche il CGIE (Consiglio generale degli Italiani all’estero) le ambasciate e gli Istituti italiani di cultura, in modo da offrire un’ampia prospettiva sulla bellezza della lingua italiana, che fa da corollario, evidentemente, alla ricchezza artistica e paesaggistica del Paese, alle sue tradizioni e, non da ultimo, alla sua lunga e sempre più apprezzata offerta enogastronomica.

Ma non solo italiani: anche se la nostra lingua, secondo la classifica stilata nel 2018 da Ethnologue, è al 21° posto come lingua parlata nel mondo (madrelingua degli emigrati italiani in 26 Paesi del mondo), in realtà risale al quarto posto come lingua studiata. Nell’Unione europea lo studia solo l’1,1% degli studenti delle scuole secondarie, ma facendo una classifica che comprende tutto il mondo la nostra lingua risulta più studiata del francese  e viene dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese.

Nel contesto delle iniziative della Settimana della Lingua si può dire che la Calabria ha un ruolo da protagonista: è la regione che vanta il maggior numero di emigrati sparsi in ogni angolo della terra, ma soprattutto conta oltre 200 associazioni che riuniscono i calabresi promuovendo con molte iniziative, anche staccate dalla Settimana della Lingua, per incentivare lo studio e l’approfondimento dell’italiano. Iniziative che hanno raccolto sempre un vasto interesse facendo sentire la vicinanza dell’Italia e della Calabria a svariate centinaia di migliaia di italiani ormai residenti in Australia, in Canada, in Argentina e in tutto il Sud America, senza poter contare sull’opportuno, nonché necessario, supporto della Regione Calabria. Supporto che la compianta presidente Santelli aveva in mente di assicurare per valorizzare la grande risorsa dei Calabresi nel mondo: milioni di conterranei con cui riaprire in modo organico un dialogo, lanciando un ponte di contiguità e di reciproci interessi, per il bene della regione e del suo popolo ovunque esso si trovi. C’è da augurarsi che la futura assemblea regionale e la nuova giunta che verrà prosegua su questa via, promuovendo iniziative e attività che puntando sulla lingua – dialetto e italiano – riescano a raccogliere l’attenzione di chi vive lontano e stimolare la curiosità di conoscere la terra dei propri avi e apprenderne la lingua.

Le tante iniziative sulla lingua, avviate dalle associazioni dei calabresi nel mondo, hanno trovato ampi consensi perché, come si è detto, le nuove generazioni di calabresi, figli e nipoti di quanti sono arrivati a partire dall’inizio del secolo scorso nelle Americhe e un po’ dovunque, conoscono il dialetto e troppo poco l’italiano. Ma vorrebbero impararlo. C’è da riconoscere ai tanti promotori e presidenti delle associazioni calabresi di avere sempre tenuto nella massima considerazione la responsabilità di salvaguardare l’identità linguistica degli emigrati, mantenendo le tradizioni del dialetto e delle espressioni gergali di cui c’era il rischio che si perdessero le tracce. Il dialetto è stato nobilitato negli ultimi trent’anni perché contiene le tracce della tradizione linguistica e della caratterizzazione locale, così diversa anche tra aree poco distanti tra loro, che rappresenta una ricchezza culturale da preservare e custodire.

La Settimana della lingua italiana nel mondo è stata tenuta per la prima volta nell’ottobre 2001 – anno europeo delle lingue – su iniziativa di Francesco Sabatini, allora presidente dell’Accademia della Crusca e dal maggio 2008 presidente onorario, assieme alla Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del Ministero degli Affari Esteri. (dc)

 

Lo spot del Ministero degli Esteri della XX Settimana della Lingua italiana:

L’ADDIO A JOLE, GIÀ IN CAMPO LA POLITICA
LA DIFFICILE SCOMMESSA DELLA CALABRIA

di SANTO STRATI – Non si è ancora spenta l’eco del lungo, affettuoso, commosso addio alla presidente Jole, persino inaspettato per la sua vasta eco mediatica, che la politica, spietatamente, si è rimessa immediatamente in moto.

Messo da parte il dolore per la prematura scomparsa di una “guerriera” come poche, i giochi di potere non aspettano neanche un minuto per tracciare il percorso obbligato che rimette tutto in discussione. La facile vittoria del centro-destra (soprattutto in assenza del voto disgiunto) su un candidato fin troppo debole (Pippo Callipo) giusto nove mesi fa non deve ingannare: la partita si riapre con altri scenari in grado di sovvertire qualunque previsione ottimistica.

La Santelli aveva giocato, nella conferma dell’alternanza che ha caratterizzato 50 anni di Regione, un ruolo di ape regina, riuscendo a coagulare una destra rissosa e inizialmente non proprio coesa, col vantaggio di avere come avversario una sinistra divisiva e confusa. Gli sgarbi di Oliverio e a Oliverio, una sinistra che mal digeriva la figura di Callipo a capo della coalizione (e lo ha fatto brutalmente pesare già nelle prime sedute del Consiglio, favorendo l’addio del cavaliere di Pizzo sconfortato e disilluso), una sinistra dalle tante anime che non riusciva nemmeno a creare quel minimo di coagulo necessario per spuntare quanto meno una sconfitta meno clamorosa.

La domanda è: esiste ancora quella sinistra o ci sono le condizioni per ricostruire un percorso che, nel solco riformista, sappia riconquistare i cuori dei suoi elettori scoraggiati e delusi? In verità, il risultato prestigioso delle elezioni reggine (non c’entra Falcomatà, parliamo di liste) ha riacceso gli animi e la speranza che si può risalire la china, a patto che finisca il commissariamento (che più sbagliato con l’incolpevole Graziano non poteva essere) e che si faccia finalmente il congresso regionale. Le condizioni, nel dopo elezioni di Reggio, sembravano ideali per esigere una nuova rotta del Partito democratico in Calabria e, probabilmente, subito dopo Natale si stava individuando una data per riunire i dem e decidere cosa fare da grandi: spettatori o protagonisti?

Andava capitalizzato il vantaggio di Reggio, messa a profitto la pessima figura a Crotone (dove non è stato nemmeno presentato il simbolo), andavano radunate le forze fresche che, a braccetto con la vecchia guardia, potevano marcare la differenza.

Il 15 ottobre è venuto giù tutto. La povera Jole è scomparsa lasciando non solo inebetiti i suoi sodali della coalizione, ma ancor più smarrita l’opposizione che si trova, inevitabilmente, impreparata a gestire una “sede vacante” con lo sguardo obbligato a un futuro troppo vicino.

Questa volta non c’è il tempo di litigare, ma occorre individuare immediatamente la migliore strategia che possa condurre alla conquista della Cittadella di Germaneto. E questo vale – attenzione! – per entrambi gli schieramenti, a destra e a sinistra. Non ci sono le condizioni per un’avventura dal sapore civico – e sappiamo di dare un dispiacere a Carlo Tansi ringalluzzito dal successo crotonese – ma, obiettivamente, manca il tempo per organizzare e strutturare una coalizione di liste civiche in grado di non impantanarsi sotto il quorum capestro che lo statuto regionale impone. Quindi, i calabresi si mettano l’animo in pace e intuiscano da subito che sarà una partita a due, difficile e complicata, molto più della volta passata, perché c’è l’ombra e la minaccia malefica del Covid sulle elezioni e c’è una politica nazionale che non offre grande aiuto. L’unica cosa certa, al momento, è che non ci può essere, almeno formalmente, la rottura dei patti tra dem e cinquestelle, non c’è alcuna possibilità di una crisi di governo (anche se i numeri sono sempre più ballerini, soprattutto al Senato) né di rimpasto, perché quest’ultima (auspicabile) opportunità potrebbe rompere una corda già fin troppo tesa. Ci sono da prendere le decisione sul Mes (e la lite dem-grillini non accenna a placarsi) e c’è da stabilire cosa presentare all’Europa di fronte alle prospettive del Recovery Fund.

E allora, sono cavoli amari, da gestire sì con l’occhio vigile di Roma, per entrambi gli schieramenti, ma le scelte e le indicazioni devono essere prese in Calabria.

In questo momento non si può tentare un risiko di candidature a effetto, tanto per bruciare qualcuno e portare a risultato antipatie e asti remoti, ma occorre individuare lo scenario in cui si svilupperà il confronto.

Se si vuol dar credito alla regola dell’alternanza (una volta a destra, una volta a sinistra) la partita dovrebbe essere della sinistra. Sì, ma con quali candidati? Ce ne sono appena due, spendibili, e di sicuro avvenire: l’ex presidente del Consiglio Nicola irto (che nell’attuale consiliatura è stato vicepresidente) e Franco Iacucci, presidente dell’Amministrazione provinciale di Cosenza, nonché commissario del Pd a Crotone.

Sono due assi con caratteristiche assai diverse. Irto, molto conosciuto e apprezzato in tutta la provincia reggina, in realtà è ancora un “pivellino” della politica, pur avendo svolto con molta diligenza e assoluto rigore il suo ruolo durante la presidenza Oliverio, ma gli manca la presenza sul territorio. Gli basteranno due mesi scarsi per incrociare in lungo e in largo tutta la Calabria, ovvero le due province forti di Cosenza e Catanzaro, per raccogliere consensi? Il tempo è nemico che si rivela spesso imbattibile.

L’altro candidato di rilievo, Iacucci, ha dalla sua una serie di situazioni che lo favorirebbero non poco: conosce perfettamente la macchina regionale (è stato per tre anni nella segreteria di Oliverio) e ha una profonda conoscenza del territorio, ancor più allargata con la presidenza della Provincia cosentina, senza contare che è sindaco ad Aiello Calabro e ha avuto un ruolo da protagonista nell’Associazione dei Comuni italiani, sicché conosce a menadito quasi tutti i piccoli paesi della regione. Sia Irto che Iacucci sono apprezzati a Roma, il che non guasta, e una loro candidatura non troverebbe di certo ostacoli, sperando che non si debba arrivare di nuovo alla farsa delle primarie che, si è visto, non servono a nulla e, soprattutto, non rappresentano i veri orientamenti degli iscritti. La carta Irto-Iacucci (la scelta in casa dem non sarà certo facile) potrebbe tornare a far sorridere i dem calabresi e far sedere a Germaneto di nuovo un uomo di sinistra. A maggior ragione ove i cinquestelle (pur in caduta libera) decidano di convogliare sul candidato dem, evitando figuracce e facendo diligentemente la parte di chi rispetta i patti con l’alleato.

Ma la destra non starà certo a guardare: dopo l’assurda vicenda del veto di Salvini su Mario Occhiuto e il rischio di una frattura insanabile nella coalizione, con il nome di Jole Santelli “imposto” da Berlusconi si era creato il giusto amalgama per arrivare alla vittoria (come in effetti è stato). Qui, però, il vento a favore della destra è lievemente calato e, soprattutto, Salvini non conta più di tanto, qualora si pensasse di rivoluzionare il patto a tre che assegna la regione, in Calabria, a Forza Italia. La Meloni tiene un profilo basso, a livello delle amministrazioni locali perché punta in alto, con la segreta speranza di puntare a Palazzo Chigi, prima donna premier in Italia, quindi non spingerà sugli alleati a favore dell’unica candidata di successo attualmente sul mercato: Wanda Ferro. La Ferro ha l’unico difetto di essere di Fratelli d’Italia, ma sarebbe, certamente, un candidato forte per tutta la coalizione. Era già pronta per le elezioni del 26 gennaio scorso, quando scoppiò la crisi Salvini-Occhiuto, ma di fronte alla candidatura della Santelli fece onorevolmente un passo indietro. Oggi si presenta con un pedigree di tutto rispetto e tanta esperienza amministrativa (è stata presidente della Provincia a Catanzaro). Oltretutto ha saputo coltivare il suo elettorato in un territorio difficile come quello vibonese, mostrando capacità e competenza. Ha sfidato senza successo Oliverio nelle elezioni regionali del 2014, ma ha dovuto attendere che il Tar le riconoscesse il diritto di entrare in Consiglio quale miglior perdente.

Se prevale la logica dell’appartenenza, le cose si complicano, perché in casa del centro-destra, nel cortile di Forza Italia, ci sono troppi galli e l’individuazione del candidato diventa un esercizio alquanto difficile.

Per restare nel Vibonese, spicca la figura del sen. Giuseppe Mangialavori, un medico specialista (è senologo) bolzanino trapiantato da anni in Calabria, eletto al Senato nel 2018 dopo essere stato in Consiglio regionale “scalzato” poi da Wanda Ferro che rientrava di diritto in Consiglio. Ha buona conoscenza del territorio vibonese, ma non è abbastanza conosciuto nella Circoscrizione Sud né in quella cosentina. La sua candidatura, comunque, non è di quelle che scaldano gli animi, pur essendo un ottimo professionista della politica.

Ci sono altri nomi spendibili se Forza Italia mantiene il diritto di esprimere il presidente della Regione: escludendo il ritorno di Mario Occhiuto c’è l’opzione del fratello Roberto, attualmente deputato e vicecapogruppo di FI alla Camera. Potrebbe essere un’opzione di buon profilo, ma gioca contro di lui il fattore tempo. Lo stesso discorso vale per l’assessore Gianluca Gallo, infaticabile nel portare avanti la sua delega all’Agricoltura e al welfare in questi otto mesi di Giunta Santelli, e per l’ex assessore Mario Caligiuri (con delega alla Cultura dal 2010 al 2014 con presidente Scopelliti). Entrambi sono nomi sussurrati senza molta convinzione.

Poi c’è l’attuale sindaco di Catanzaro, che tentenna a fasi alterne verso Salvini e una Lega che in Calabria probabilmente non riuscirà mai ad attecchire. Secondo voci riservate, aveva siglato un patto con Salvini per andare a sostituire Nino Spirlì come vicepresidente: la Santelli avrebbe rimosso dall’incarico l’eccentrico autore televisivo lasciandogli probabilmente la delega della Cultura. Un disegno che l’improvvisa morte della presidente Jole ha completamente stravolto. L’idea di mantenere fino a fine consiliatura la vicepresidenza – secondo logica – gli avrebbe aperto le porte di Germaneto al successivo turno elettorale.

Messo recentemente in discussione dai suoi stessi consiglieri per la sfacciata simpatia nei confronti della Lega e lo stesso Salvini (da lui accolto sempre con grande entusiasmo a Catanzaro) Abramo è un ex di Forza Italia e non avrebbe quindi titolo per aspirare di entrare nemmeno nella rosa dei candidati.

E, naturalmente, c’è la solita incognita reggina di Francesco (Ciccio) Cannizzaro. Al deputato non manca l’acume di capire che, essendo Forza Italia il primo partito in Calabria (nonostante la mancata vittoria a Reggio e Crotone) e soffiando sul sentimento di dolore degli elettori di centrodestra orfani della Santelli, è prevedibile un pressoché sicuro bis del centrodestra a Germaneto. E a questo punto il buon Ciccio potrebbe seriamente pensare alla poltrona di governatore, vista la riduzione pesante di deputati che la Calabria subirà alle prossime politiche. Un candidato che ha carisma e intuito politico, più temuto che amato dai reggini, ma conosciuto in quasi tutto il territorio. Non gli mancherebbero le chances, purché non torni a fare il signor tentenna nell’individuazione di candidato presidente e liste. Queste ultime sono la versa Forza del centro-destra rispetto alla sinistra.  (s)

«ADDIO PRESIDENTE JOLE, GIÀ CI MANCHI»
IL COMMOVENTE TRIBUTO DEI CALABRESI

di MARIA CRISTINA GULLÍ – Se si interroga Google su Jole Santelli, i risultati sono incredibili: 4.480.000. Ieri erano già 248mila appena si era sparsa la voce della prematura scomparsa della Presidente della Regione Calabria, ma oggi ha raggiunto numeri che solo i grandi eventi o i grandi personaggi riescono a raccogliere. E Jole Santelli è comunque un personaggio che, dal cielo, si sarà commossa a vedere le tantissime manifestazioni di affetto e quanta commozione ha saputo suscitare tra i calabresi.

Non la conoscevano ancora a fondo, i calabresi, né la presidente Jole aveva avuto il tempo di portare avanti la strategia di crescita e sviluppo che aveva in mente: sognava una Calabria a colori, ma il destino – crudele quanto spesso bizzarro – non gliel’ha permesso: è stata proclamata presidente il 15 febbraio di quest’anno, esattamente dopo otto mesi il suo sogno di trasformare la Calabria si è infranto nella lotta impari con un male inesorabile.

Erano tantissimi, pur nel rispetto (difficoltoso, per la verità, vista la folla) i cosentini che già nelle prime ore del pomeriggio hanno cominciato a raccogliersi vicino alla Chiesa di San Nicola a Cosenza, per testimoniare un autentico dolore e un affetto che, in realtà, superava l’ambito cittadino. I cosentini adoravano Jole, ma per la verità intorno alla chiesa c’erano tanti calabresi – anonimi spettatori – giunti da ogni parte della Calabria col solo desiderio di rendere un tributo alla Presidente. E il lungo, sentito, applauso che ha accompagnato il feretro all’uscita dalla chiesa indica che la sua scomparsa ha lasciato non solo sbigottiti i calabresi, ma li ha fatti sentire come orfani di una quasi-mamma che s’era presa il compito di crescere e allevare nella legalità e nel rispetto sociale i suoi quasi-figli. Ci credeva la presidente Jole nel suo ruolo e, soprattutto, nella possibilità di dare un brusco cambio di rotta all’inamovibilità delle cose calabresi. Là dove era mancata la volontà politica, pensava e contava di poter dimostrare che con il concorso di tutti si possono cambiare le cose.

Alla cerimonia privata, per dire visto che è stato come un funerale di Stato, ha preso parte il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ieri mattina era a Bruxelles ed è arrivato a Lamezia per esser presente alle esequie. Accanto a lui altre autorità dello Stato:  la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, il vicepresidente della Camera Ettore Rosato, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani, il capogruppo di Forza Italia al Senato Annamaria Bernini, Maurizio Gasparri, il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, l’ex presidente della Regione Pino Nisticò (amico personale di lunga data della Santelli), Renata Polverini e numerosi esponenti politici. Il feretro è stato portato a spalla dagli assessori regionali dentro la chiesa, dove ha officiato l’arcivescovo della Diocesi di Cosenza-Bisignano mons. Francesco Nolé, affiancato dal vescovo emerito di Cosenza mons. Salvatore Nunnari e dall’eparca di Lungo mons. Donato Oliverio.

Intensa l’omelia di mons. Nolé: «Quello che viviamo oggi – ha detto – è un momento di sconforto per la morte di Jole Santelli ma a noi fedeli non rimane che ringraziare questa persona per il bene che ha fatto durante la sua vita. Jole aveva come la sua famiglia forti radici religiose e ha servito la comunità con dedizione e passione. Ringraziamo il Signore per il lascito della testimonianza di dignità, di delicatezza, del coraggio con il quale ha affrontato il suo dolore. Jole è stata una donna intelligente, preparata e determinata che ho imparato ad apprezzare quando da sottosegretario alla giustizia impedì la chiusura del tribunale di Tursi. L’ultima volta che parlammo – ha detto ancora mons. Nolé – ho avuto la conferma di quanto amasse la sua terra, la sua città, con un’umiltà capace di accogliere e di comprendere chiunque si trovasse in diffcoltà. Con la sua elezione a Presidente si era accesa una luce rosa su questa nostra terra che dobbiamo tenere viva. Cosa ci lascia Jole come testamento e testimonianza di cui fare tesoro? La dignità, la riservatezza e la sua delicatezza, non cedendo mai alle provocazioni. Ma anche il coraggio con cui ha affrontato la malattia, non facendola mai pesare sul suo lavoro e sulla sua attività amministrativa. La malattia, diceva, ti fa conoscere la libertà e ti spinge a non avere paura più di niente».

«Jole – ha poi detto l‘arcivescovo Nolé – ha fatto un un miracolo, ha radunato qui tanti rappresentanti istituzionali». Dopo averli ringraziati per la partecipazione, l’arcivescovo ha rimarcato «che sia un incoraggiamento affinché la vostra presenza sia di speranza e di sostegno, che ci sia speranza, conforto, vicinanza. Ne abbiamo bisogno. Mancano gli educatori alla legalità, e forse anche noi dobbiamo fare mea culpa. Dobbiamo impegnarci tutti affinché questo stato di diritto possa far esprimere le tante belle potenzialità della Calabria. Dobbiamo farlo per dare speranza al futuro. È questo il miglior modo di onorare Jole».

Antonio Tajani ha voluto sottolineare l’impegno della presidente Jole: «Il suo sorriso la sera della vittoria, a Lamezia, era il sorriso non di chi aveva sconfitto un avversario, era il sorriso di chi poteva dedicare tutta se stessa alla propria terra. Una donna meridionale che vedeva il Sud del nostro Paese non come un problema o come un peso, ma come una risorsa per tutta l’Italia. Si era rivelata subito, come presidente della Regione, leader dell’Italia meridionale in questa fase di pandemia. Stava facendo benissimo il suo lavoro e credo che abbia concluso la sua vita felice di poter lavorare per la sua terra che rappresenta una straordinaria ricchezza per tutta l’Italia».

A Cosenza, durante i funerali, in piazza correva una sola voce: «Già ci manca», a testimonianza di un affetto tanto profondo quanto inaspettato per la prima presidente donna della Calabria.

Ieri alle 19 il feretro è stato portato a Germaneto, alla Cittadella regionale, dove oggi sarà aperta la camera ardente dalle 9 alle 15. Alla chiusura della camera ardente l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace mons. Vincenzo Bertolone, presidente della Conferenza episcopale calabrese, benedirà la salma. Ad accogliere il corteo funebre con il feretro della Santelli c’era, proietatta sul Palazzo della Cittadella, una grande immagine della presidente Jole. Sarebbero stati tantissimi i calabresi che avrebbero voluto dare un saluto alla presidente Jole, ma a causa dell’emergenza Covid, alla camera ardente saranno ammesse solo autorità civili e militari.

immagine Santelli Cittadella

A Roma, martedì prossimo, alla Festa del Cinema, la Santelli avrebbe dovuto presentare il cortometraggio di Gabriele Muccino Calabria Terra mia, da lei fortemente voluto, per «comunicare al mondo la bellezza della sua regione». È stato deciso di fare ugualmente la presentazione, con la partecipazione del regista Muccino e del commissario straordinario della Calabria Film Commission Giovanni Minoli – da lei chiamato appena un mese fa – per onorare la memoria della Presidente Jole, il cui ricordo – siamo certi – non svanirà tanto facilmente. (mcg)

Il video della Protezione Civile Calabria sull’arrivo della salma della Presidente Jole in Cittadella

LA CALABRIA PIANGE LA PRESIDENTE JOLE
GRANDE TRISTEZZA, CORDOGLIO UNANIME

di SANTO STRATI – Otto mesi sono un tempo troppo breve per poter parlare di eredità politica, ma l’improvvisa morte di Jole Santelli lascia insieme un vuoto e un tesoro da capitalizzare. La presidente Jole nel suo troppo corto periodo di governo aveva dato un’impronta decisa su come amministrare una regione difficile come la Calabria.

Abbattendo, prima di ogni cosa, l’apparato burocratico, che strangola ogni iniziativa e blocca la crescita sia nel pubblico che nel privato, poi avviando una decisa azione votata al fare.

La presidente Jole, nel momento in cui aveva deciso di sfidare fino alle estreme conseguenze il male che l’aveva aggredita, sin dal primo annuncio della sua candidatura aveva voluto sottolineare che il progetto andava necessariamente coniugato al plurale: noi, noi, noi. Un obiettivo nobile, di difficile realizzazione in un tessuto territoriale politicamente lacerato sia a destra sia a sinistra, ma che meritava di essere esplorato e percorso per il bene della Calabria.

Non era un capriccio il suo attaccamento alla Calabria e, soprattutto, alla sua Cosenza: ci credeva veramente ed era convinta che, pur nella ristrettezza dei tempi a sua disposizione, sarebbe riuscita a lasciare il segno. Quel segno che contraddistingue i combattenti nati, quelli che ogni mattina, al risveglio, sanno che la giornata presenterà ogni tipo di insidie, soprattutto nell’agone politico.

La politica era un’idea costante, ci metteva la stessa passione che riservava alla sua terra, e in suo nome aveva sacrificato affetti, amicizie, comodità, accettando molte rinunce, ma cogliendo sempre grandi soddisfazioni personali.

La sua presenza in Parlamento non passava inosservata, i suoi interventi in aula erano sanguigni e passionali, ma non erano il solito comizio di autocitazioni e di parole suggestive ma vuote: i suoi erano discorsi, rigorosamente a braccio, che coglievano nel segno ed entusiasmavano la sua parte politica, facendo aggrottare le ciglia a qualche esponente dell’opposizione. Già, perché la sua simpatia/antipatia era trasversale: era amata/odiata, ammirata/invidiata a fasi alterne sia dai suoi colleghi di partito che dai suoi avversari politici, ma tutti dovevano riconoscerle la capacità di ammaliare e affascinare quando metteva gli artigli e combatteva le sue battaglie in aula e fuori.

Anche l’esperienza da sottosegretario non era passata sotto silenzio, sia alla Giustizia che al Lavoro. Jole Santelli ci metteva l’anima nelle cose che faceva e non demandava ad alcuno, non delegava, il disbrigo anche delle cose più banali. Da perfezionista amava occuparsi dei particolari e andava, poi, orgogliosa dei risultati conseguiti.

Anche da vicesindaco a Cosenza, con la delega alla Cultura, non aveva fatto mancare di far notare la sua capacità di rendere semplici le cose difficili, di trovare soluzioni rapide a inutilmente complicate procedure.

Non è stato facile, all’indomani dell’annuncio della candidatura alla Regione, affrontare l’amico fraterno Mario Occhiuto che andava a tradire facendo evaporare il suo progetto di governatore. Erano stati giorni difficili, di quasi rottura, ma aveva prevalso il buon senso e gli amici-nemici erano tornati in buona armonia per raggiungere insieme, con tutto il centrodestra unito, il traguardo di Germaneto. Traguardo, com’è noto, largamente raggiunto con una percentuale di voti di tutto rispetto (55,29% contro il 30,14% di Callipo).

E poi l’avventura a Germaneto, breve, ma intensa, vissuta con caparbietà e passione, ascoltando più spesso l’istinto che i buoni consigli. Le avevano rimproverato, in questi mesi, di fare troppo di testa sua, senza consultare nessuno, ovvero dando udienza ai più fidati consiglieri, ma poi decidendo in piena autonomia.

La sua battaglia contro il Covid ha marcato decisamente i rapporti Governo-Regioni, con le sue iniziative combattute (e vinte) a colpi di carta bollata dall’amico-nemico ministro Boccia, per poi essere adottate successivamente dal governo centrale.

La sua visione era disincantata, grazie all’esperienza politica maturata nell’aula di Montecitorio, ma indulgeva spesso – perché era nel suo carattere – a sognare. Nel caso dell’elezione a Presidente della “sua” Calabria, il suo sogno era di veder cambiare il territorio, far scomparire i pregiudizi, investire sulle intelligenze, vera risorsa insostituibile di questa terra. Voleva scommettere sui giovani, ma si fidava poco dei calabresi (chiamando personalità estranee alla regione per iniziative che le avrebbero portato molto rancore da parte degli esclusi) e sognava di trasformare con un piglio diverso, con una innovativa visione strategica di sviluppo. Aveva, la presidente Jole, i cassetti pieni di idee come la sua testa, e con una forza ammirevole lottando contro la malattia senza mai cedere né chiedere comprensione: la sua battaglia voleva e doveva condurla da sola, da fiera combattente, guerriera indomita, impegnata a combattere il pregiudizio che vuole la donna calabrese passiva e mai protagonista. Lei, invece, rappresentava l’esatto opposto e rimarcava il suo essere donna in un mondo – quello politico – solo da pochi anni riempito di presenze femminili. La sua forza era anche questa sfidare gli avversari sapendo di avere la capacità di batterli.

Alla campagna elettorale per la Regione, condotta con un filo di voce, non si era risparmiata un secondo e aveva saputo conquistare la simpatia di chi diffidava di lei, ritenendola non adatta al ruolo.

La scelta dei due primi assessori, il capitano ultimo (Sergio De Caprio) per l’Ambiente e l’astrofisica Sandra Savaglio per l’Università e la Scuola, aveva dato il primo segnale di discontinuità con il passato. Un’indicazione che la Giunta regionale che aveva in mente doveva lavorare sulle specificità e sulle competenze. Chi meglio del Capitano Ultimo – noto per le sue clamorose battaglie per l’ambiente – a difendere l’ecosistema calabrese? E chi meglio della Savaglio (che, ricordiamolo, conquistò alcuni anni fa la copertina di Time, come “cervello in fuga”), forte della sua capacità di dialogo con gli studenti all’Università avrebbe potuto gestire i temi della formazione e della ricerca scientifica.

La squadra, per la verità, ha mostrato la capacità di operare, pur con gli strozzamenti della burocrazia regionale ancora non domata, e se si guarda a questi pochi mesi di Presidenza Santelli non si può fare a meno di riconoscere un cambiamento di passo nell’affrontare problematiche e criticità.

Non dimentichiamoci l’emergenza covid che ha condizionato non poco l’attività di governo e messo a dura prova la capacità di gestire situazioni difficili: la Calabria è risultata la regione con meno casi di contagio, grazie anche a un’intelligente opera di “chiusura” delle frontiere regionali. La seconda ondata di Covid che stiamo vivendo la presidente Jole si stava preparando a fronteggiarla con provvedimenti che non l’avrebbero resa simpatica a molti calabresi, impegnati in attività imprenditoriali. Ma la vera sfida sarebbe stata quella di risolvere una volta per tutte il disastro della Sanità in regione: una sfida epocale contro un mostro ingigantito e fagogitato dalla piaga del commissariamenti continui. Il decreto Sanità Calabria aveva dato il colpo di grazia a nuove assunzioni, sistemazione di impianti, attrezzature, ospedali e centri di soccorso.

Sarebbe stato un compito difficile, ma non impossibile, costringendo il Governo con l’intelligenza e la forza della ragione a cancellare quell’assurdo provvedimento passato col nome di decreto Sanità. Quando i cinquestelle, con Conte a Reggio Calabria, l’avevano presentato in pompa magna come panacea di tutti i mali,  alla Regione c’era ancora Mario Oliverio che aveva tentato senza successo – il ricorso per la sua incostituzionalità.

La presidente Jole aveva detto durante la campagna elettorale e ripetuto poi da governatrice «lavoriamo facendo esperienza degli errori passati». Una formula applicata poco, anche per mancanza di tempo, però il suo modello – non da tutti apprezzato – di governo “snello” in grado di “fare” finalmente dimenticandosi degli annunci eclatanti (cui, in genere non segue nulla), andrebbe studiato e preso ad esempio.

Il suo successore (maschio o femmina che sia) dovrà fare tesoro di questo lascito, di questa modesta (in termini di durata) eredità politica ricca di spunti e di idee. La Calabria dovrà ricordarsi della presidente Jole, prima donna alla guida di una Regione e di una terra davvero complicata e difficile. Una Calabria che non può più permettersi di rinviare le scelte necessarie a garantire il futuro dei propri figli. Guardando alla crescita e allo sviluppo come un obiettivo non solo possibile, ma ineludibile per il bene dei calabresi di oggi e di quelli che verranno, di quelli che vivono in Calabria e di quanti hanno dovuto o scelto di stare lontano e studiavano con occhio generoso l’impegno della Jole. Addio presidente, anzi no, ciao. Resta tra noi la tua allegria, il presente delle cose avviate e dei progetti immaginati. Sarà facile sentire ancora la tua vicinanza. Amavi la Calabria che non tutta ricambiava l’affetto e l’attenzione prestata, ma oggi il cordoglio unanime che è stato espresso da ogni parte sta a indicare che un piccolo miracolo lo avevi già avviato. Il risveglio delle coscienze, senza il quale questa terra non troverà mai la strada della rinascita.         (s)

COSENZA MODELLO DI CITTÀ POST-COVID
L’ITALIA RIPARTE DA QUESTA ESPERIENZA

di FRANCO ROSSI – In tempi di pandemia e dintorni si riprendono attività, riflessioni, si rimettono in ordine appunti, si legge e si riflette su quello che è stato, che potrebbe essere, su errori fatti, su speranze future. Sono ormai mesi che quotidianamente si leggono proposte, previsioni, idee, progetti tutti affannosamente rivolti ad occupare spazi sulle testate, inviti nelle televisioni, dibattiti in convegni “da remoto”. Si leggono proposte banali e semplicistiche come quella dell’urbanista Lahoz secondo il quale una delle principali conseguenze, a breve termine, sarà inevitabilmente un maggior ricorso al trasporto privato e l’avversione per il trasporto pubblico proponendo la bicicletta quale alternativa più economica ed efficace, e per rendere disponibili le piste ciclabili non è necessario cambiare la morfologia delle città.

Ma l’Italia ripartirà da Cosenza. Un report di Ernst & Young afferma, infatti, che nella città calabrese, nella fase 2 che farà seguito all’emergenza coronavirus e che dovrebbe allentare il lockdown dovuto alla pandemia, sarà più facile ripartire. Il report ha condotto uno studio per verificare la situazione delle città italiane  alle prese con la cosiddetta Fase 2, incrociando gli indicatori di resilienza (fattori sanitari, economici e sociali) con i dati del contagio Covid-19. La città di Cosenza  sembrerebbe possedere le condizioni per proporre un modello propositivo e condivisibile  per la Fase 2. La Città sta attraversando un periodo di rinnovato interesse nei confronti di esperienze  riconducibili al tema dell’uso informale, spontaneo, temporaneo degli spazi urbani e del territorio, promosse direttamente dal basso, dalla cittadinanza attiva, in una logica di condivisione e collaborazione.

L’Università della Calabria ha accelerato il processo di supportare  lo sviluppo di imprenditoria  sul territorio, promuovere lo sviluppo della cultura imprenditoriale, dell’occupazione e del reddito attraverso la creazione di un ambiente fisico in cui possano essere concentrate tecnologie e competenze, per favorire aggregazioni di imprese, sviluppare sinergie e, in generale, per creare condizioni favorevoli per  lo sviluppo di attività economiche a carattere innovativo.

Il processo pandemico ha toccato pochissimo la Calabria ed attualmente l’intera regione risulta sostanzialmente zona meno colpita dal Coronavirus.

La Calabria potrebbe così avviare una fase di sperimentazione  avanzata prospettando modelli, tipologie, soluzioni in una  situazione di privilegio avvalendosi di esperienze consolidate. 

Una regione che si è avviata verso un percorso virtuoso esaltando la bellezza dei suoi paesaggi, la qualità della vita dei suoi insediamenti, la capacità storica di essere terra di accoglienza, e che si affaccia nel Mediterraneo ed in Europa in modo moderno, propositivo candidandosi ad essere una regione a servizio della pace, dell’eguaglianza e del progresso. 

Appare pertanto opportuno a chi scrive, sollecitare una riflessione su come è andata, quali innovazioni si sono determinate, quali risultati raggiunti, ma soprattutto come si deve andare avanti.

In tale quadro la Calabria si è caratterizzata per una attenta cura del proprio territorio sviluppando negli ultimi anni una esperienza significativa nel tentativo di ridare spazio alla società civile e ad una classe dirigente attenta ai processi di innovazione e rigenerazione. Le azioni e la stretta collaborazione che si è determinata tra i Comuni, le Università, le Imprese ed i loro territori rappresenta sicuramente una strada importante da perfezionare, meglio definire e sperimentare. 

D’altra parte la Calabria appartiene  a pieno titolo al novero dei  territori fragili e, proprio per questo motivo, rivolgere lo sguardo al territorio calabrese è  un esercizio sempre affascinante che si presta a differenti chiavi  interpretative. Una delle possibilità è quella di elencare alcune delle dicotomie che caratterizzano la regione, le quali forniscono spunti di riflessione e discussione di notevole interesse. In particolare  ne abbiamo selezionato due: Fragilità (fisica, sociale, economica) vs Qualità (ambientale e paesaggistica), Marginalità (rispetto all’Italia) vs Centralità (nel Mediterraneo). D’altronde se si guarda al passato il rapporto tra la malattia/e e i progressi nella progettazione delle città è andato storicamente di pari passo. All’inizio del XX secolo gli architetti hanno preso più idee da medici e infermieri che dalle teorie architettoniche. 

Le prime leggi urbanistiche sono nate nel XIX secolo durante la Rivoluzione Industriale per controllare le malattie infettive. Sono state introdotte per aumentare le dimensioni delle case, in modo da ottenere una maggiore ventilazione e più luce. Un po’ quello che sta per accadere ai nostri giorni. La paura della folla, il distanziamento sociale, il telelavoro, il divieto di andare a più di un chilometro da casa. La pandemia di coronavirus e il confinamento hanno cambiato il nostro modo di rapportarci alla città.

Le prime modifiche sono state rapide e circostanziali, come le restrizioni riguardanti gli spostamenti, i divisori nei supermercati, i segnali sui pavimenti o i balconi convertiti in centri di attività  sociale. Ma questi provvedimenti non possono essere sufficienti. Bisogna riflettere e immaginare come può essere il futuro dei nostri territori e delle nostre città, quali provvedimenti adottare, come  dare risposte certe. Abbiamo bisogno di comprendere i sogni delle persone, cambiare il mondo da quello ordinario a uno che non c’è ancora. Questo è essenziale se vogliamo vivere in un mondo sostenibile.  Una società sostenibile può scaturire solo da visioni che sappiano guardare oltre l’oggi, oltre i problemi immediati. 

Una consulta tra le Università, gli Enti Locali, le Imprese, e le Istituzioni con lo scopo di avviare poche ma incisive azioni:

– Sviluppo e innovazione delle filiere e dei sistemi produttivi locali (agro-alimentari, artigianali e manifatturieri),

– Sviluppo della filiera  dell’energia rinnovabile, 

– Cura e tutela del paesaggio, dell’uso del suolo e della biodiversità, 

– Valorizzazione e gestione delle risorse ambientali e naturali, Valorizzazione di beni culturali e patrimonio artistico legato al territorio,“Reti e comunità  intelligenti. 

Non resta che metterci al lavoro. 

Franco Rossi, ex assessore della Regione Calabria, è docente all’Unical.

DALL’UNICAL ANTICORPI CONTRO IL COVID
IMPEDISCONO LA REPLICAZIONE DEL VIRUS

Nella lotta contro il Covid, la Calabria, e più specificamente l’Unical, sta ritagliandosi una posizione di grande rilievo nel panorama scientifico internazionale. Inibire significativamente la replicazione del Covid: è questo ciò che fanno gli anticorpi anti Covid progettati e sintetizzati dai ricercatori dell’Università della Calabria e dello spin-off Macrofarm. Una notizia che fa inorgoglire, sopratutto se risultati così importanti provengono da una regione che, attualmente, si trova in difficoltà e, che fin dall’inizio della pandemia, si è rimboccata le maniche e si è messa a disposizione, con impegno e dedizione, della comunità per combattere questa terribile malattia di cui ancora non si riesce a intravvedere un decorso definitivo.

Questi risultati, che appaiono molto promettenti, provengono dai primi test, condotti sul virus isolato da pazienti. Sono stati raggiunti dal gruppo del prof. Serena DelbuePasquale Ferrante presso il laboratorio di Virologia Molecolare del Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche ed Odontoiatriche dell’Università degli Studi di Milano Statale. Il team dell’Unical sta avviando ora gli studi di sicurezza per la sperimentazione in vivo, necessari per passare allo sviluppo della terapia.

I ricercatori calabresi hanno svolto anche test in silico – simulazioni al computer – in collaborazione con la dottoressa Roberta Galeazzi, presso il Laboratorio di Modellistica Molecolare del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche. Sulla base dei dati ottenuti dagli studi in silico, sono stati progettati e sintetizzati differenti anticorpi “monoclonal-type” diretti contro diverse porzioni della proteina spike del Coronavirus (le proteine che ‘decorano’ la superficie del virus), uno dei bersagli più interessanti per lo sviluppo non solo di anticorpi ma anche di vaccini e agenti terapeutici e diagnostici.

Il team di ricerca dell'Unical

«Abbiamo progettato e sintetizzato in questi mesi cinque anticorpi “monoclonal-type2”, lavorando a ritmi serrati – ha spiegato Francesco Puoci, professore associato del Dipartimento di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione dell’Unical – La ricerca è ancora lunga e non possiamo ancora dire di aver trovato un trattamento efficace contro il Covid, ma i risultati sono stati finora incoraggianti. Sviluppare una possibile terapia è essenziale, perché il vaccino da solo potrebbe non bastare, almeno in questa prima fase. I nostri anticorpi avrebbero poi un importante vantaggio: proprio perché ‘sintetici’ hanno, rispetto a quelli ‘biologici’, una maggiore stabilità e costi di produzione più contenuti».

«La nostra tecnologia si basa sull’ingegnerizzazione 3D di polimeri a memoria molecolare – ha spiegato ancora il prof. Puoci – che riescono a riconoscere e captare differenti porzioni della proteina spike tra cui il dominio RBD e la subunità S1».

Rbd è la ‘chiave’ con cui il Coronavirus forza l’accesso alle cellule del nostro organismo; S1 è la subunità contenente il dominio Rbd ed è responsabile, quindi, del riconoscimento e del legame al recettore Ace2 presente sulla cellula ospite, nell’organismo umano.

Dei cinque anticorpi sintetici sviluppati dai ricercatori Unical, tre hanno inibito con percentuali superiori all’80% la replicazione del Coronavirus, e uno oltre il 90 %. Impedendo, quindi, l’interazione tra la proteina spike e il recettore Ace2, questi anticorpi sono potenzialmente in grado di bloccare il processo di infezione e di prevenire e/o contrastare la malattia prima che si attivi la cascata citochinica.

Il team che ha contribuito allo sviluppo dei nuovi anticorpi sintetici è composto, insieme al professor Puoci e alla dottoressa Ortensia Parisi, anche dal professor Vincenzo Pezzi, ordinario di Biologia Applicata, e dal dottor Rocco Malivindi, che hanno curato gli aspetti biologici della ricerca. Nel team anche il dottorando Marco Dattilo e il borsista Francesco Patitucci(rrm)

A CATANZARO IL ‘POLITECNICO DELLE ARTI’
UN PROGETTO DI CULTURA MEDITERRANEA

L’idea non è nuova, ma le parole del neo direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro Virgilio Piccari l’hanno rilanciata in grande stile: Catanzaro sede del Politecnico delle Arti, una sorta di super agenzia di formazione artistica e culturale, sotto un’unica regia gestionale, che possa catturare l’interesse di centinaia di giovani non solo calabresi. Un’occasione straordinaria, è stato osservato da più parti, per rilanciare l’immagine e la funzione di una Città che oggi soffre una sorta di crisi d’identità, soprattutto nel suo centro storico.

Il catanzarese Virgilio Piccari, che viene da Catania e il cui insediamento avrà inizio effettivamente dal 2 novembre, ha già cominciato a prendere contatti con i principali attori della città che stanno mostrando molto interesse al progetto. «Da cosa nasce – dichiara a Calabria.Live il direttore Piccari – l’idea del Politecnico delle Arti? Innanzitutto sono vent’anni che abbiamo richieste dal nostro comparto per progetti di internazionalizzazione. Quando io iniziai a dialogare con gli altri enti di formazione terziaria, quindi con i Conservatori, con l’Università, con gli enti lirici – parlo della mia esperienza catanese che vorrei riproporre in Calabria – immaginai sinergicamente di creare dei percorsi formativi congiunti, da fare in modo che diventassero un’attrazione irresistibile per ragazzi provenienti da altri Paesi e più specificamente del Mediterraneo (Algeria, Marocco, Tunisia, Grecia, Albania, la Spagna, etc). Immaginavo prima di tutto di coinvolgere due regioni, la Sicilia e la Calabria, affinché si potessero realizzare delle sedi diverse da quelle istituzionali (Conservatori, Dams, dipartimenti etc): questo potrebbe innescare un meccanismo virtuoso in grado di rivalutare i nostri centri storici con la creazione di una nuova istituzione aperta ad allievi che chiedono di formarsi e specializzarsi in Italia. Ovvero riproporre la grande tradizione culturale del nostro Paese specie nel settore dell’arte, che è molto apprezzata. Con tanti progetti che potrebbero mettere al centro le peculiarità dei territori, per esempio la ceramica, le tradizioni antiche calabresi come la tessitura della seta, e tanto altro ancora fino alla tecnologia nell’ambito dei computer games, della fumettistica, della comunicazione grafica. L’idea nasceva dall’obiettivo di dare di nuovo all’Italia l’appetibilità verso l’esterno per la formazione Per arrivare alla costituzione di un Politecnico delle Arti a noi servono accompagnamenti (e già abbiamo la disponibilità dell’Accademia di Belle Arti di Catania) e conosco il progetto del sindaco di Catanzaro quando ha parlato di Politecnico per coinvolgere il futuro Conservatorio. Del quale, in questo progetto, non si può proprio fare a meno. Tutto ciò creerebbe le condizioni affinché si possa riaccendere una luce verso il centro storico di Catanzaro: proprio oggi pomeriggio ho incontrato il presidente della Camera di Commercio e gli ho suggerito di convocare una conferenza di servizi con tutti gli esercenti commerciali del centro storico e proporre loro l’apertura notturna, una volta al mese, con un progetto del tipo “arte & commercio”. Proviamo a immaginare una notte al mese con tutti gli esercizi commerciali aperti con magari in vetrina un’opera d’arte. Quindi “accendere” il centro storico addirittura di notte e fare in modo che s’instauri un dialogo tra il movimento della gente e l’interesse prodotto dalle opere d’arte».

L’idea, in fondo, deriva da una considerazione molto semplice. Il Capoluogo di Regione vanta, ormai, una collaudata rete di strutture e agenzie della cultura e dell’arte, rete praticamente unica in Calabria. Tale rete è formata virtualmente dall’Accademia di Belle Arti, dalla Fondazione Politeama e dai suoi contenitori (Teatro, Complesso monumentale del San Giovanni), dal Conservatorio di studi musicali Tchaikovsky, dall’Università Magna Graecia, dall’originale Museo del Rock, dal museo all’aperto del Parco della Biodiversità, dal Museo di Arte Contemporanea MarCa. Catanzaro che ospita rassegne di alto livello, come il festival d’Autunno, il Magna Graecia Film Festival, Armonie d’Arte, AlTrove, Materia Design.

Ci sono, insomma, le condizioni per varare un progetto ambizioso. Più volte, negli ultimi tre o quattro anni, il sindaco Sergio Abramo ha insistito su questa idea, promuovendo anche riunioni operative con tutti gli attori culturali e formativi della città. Resta però il nodo della formula per concretizzare questo obiettivo, visto che le normative ministeriali non sono chiarissime e che i Politecnici delle Arti sono stati costituiti in altre realtà italiane un po’ a macchia di leopardo. In molte situazioni, si è scelta la formula del Consorzio tra Accademia, Conservatorio, Enti Locali e Università, puntando poi ad ottenere un congruo finanziamento dal Mibact.

Quale strada vorrà intraprendere Catanzaro non si sa. Il direttore Piccari, mosso da grande entusiasmo, sicuramente vorrà rilanciare la questione, guardando ai canali dei fondi europei che nell’ambito di progetti che riguardano l’arte e l’internazionalizzazione sono molto attivi e offrono una grande quantità di risorse finanziarie. Il Comune è certamente molto interessato perché sulla scommessa culturale si gioca il futuro della Città. È bene ricordare che l’Accademia di belle Arti, presieduta dall’ex parlamentare Pino Soriero, ha trovato casa nel centro storico grazie ad un accordo con l’Amministrazione comunale che le ha concesso un immobile di prestigio, l’ex Educandato.

I punti di forza del progetto sono i grandi contenitori culturali che Catanzaro può mettere a disposizione. Si parte del grande teatro Politeama, progettato dall’architetto Paolo Portoghesi, che ha una capienza pre Covid di mille posti. Poi il polo museale del San Giovanni che ha ospitato grandi mostre ed eventi anche internazionali. Altri musei di notevole interesse sono il già citato MarCa, il museo numismatico di Villa Margherita, l’originale Museo del Rock, il Museo Militare Musmi. Ad arricchire questa dotazione anche l’auditorium “Aldo Casalinuovo” e la rete di cineteatri presenti nel centro storico, il Comunale e il Supercinema.

Il problema, lo ripetiamo, è la forma gestionale che sarà scelta per governare questo insieme di strutture e agenzie. Se si riuscirà a trovare una sintesi, d’intesa con il Ministero, Catanzaro potrà diventare una meta ambita per centinaia di giovani che intendono studiare e formarsi nel variegato mondo delle arti, dalla pittura alla scultura, dal teatro al cinema, dalla musica classica a quella contemporanea. E il centro storico che vede una crisi aggravata dall’emergenza sanitaria potrebbe rivivere.

Ma non finisce qui: un progetto del genere – lo confessa anche il direttore Piccari – non può avere solo respiro cittadino: bisogna guardare all’ambito regionale, proprio per la posizione della Calabria al centro del Mediterraneo. Occorrerà bussare alla Cittadella e, sicuramente, la presidente Santelli si lascerà entusiasmare facilmente dal progetto. La Calabria deve puntare sull’industria culturale e il Politecnico delle Arti dovrà far parte di quel grande progetto culturale che cambierà radicalmente il volto della regione. (sds)