VERSO IL CONTE TER? ATTENTA, CALABRIA
E DE MAGISTRIS SI CANDIDA A PRESIDENTE

di SANTO STRATI – La secca legge dei numeri dice che il Governo Conte 2 ha ottenuto la fiducia, superando questa crisi anomala voluta da Renzi e dallo stesso risolta con la decisione di astenersi dal voto: i 16 voti renziani risulteranno comunque una discriminante che non si potrà ignorare nelle prossime settimane. È evidente che 156 voti a favore se da un lato fanno tirare un respiro di sollievo al presidente Conte, dall’altro indicano chiaramente che si tratta di una maggioranza raccogliticcia che non potrà offrire garanzie di un futuro tranquillo. La via d’uscita potrebbe essere quella di un Conte 3 con un nuovo esecutivo, con una maggioranza che farà a meno di Italia Viva, e tenterà di traghettare ad oltre l’elezione del Presidente della Repubblica questa legislatura, ovvero fino alla sua naturale conclusione. Ma sappiamo tutti che non sarà una passeggiata e che il quarto d’ora di celebrità vissuto in Aula dal sen. Lello Ciampolillo, ex impiegato di Bari, celibe e proprietario di una Opel Tigra del 2005, di cui sarà facile dimenticarsi presto, non lascerà tracce di alcun genere se non per un’impietosa quanto avvilente rappresentazione della nostra attuale classe politica. Non si tratta di avere 156 voti (con 140 contrari e 16 astenuti), ovvero una maggioranza numerica (pressoché fittizia) quando politicamente il Governo è in pratica “bollito”. Le prossime settimane saranno decisive per capire se ci sono le condizioni per una nuova maggioranza che possa garantire quella stabilità fondamentale per affrontare la pandemia, la crisi economica e i progetti del futuro. La Calabria apra gli occhi e stia attenta. Ovvero, i suoi parlamentari dovranno metterci un bel po’ d’impegno perché le sviste o, meglio, le colpevoli dimenticanze del Governo sulla nostra regione, non abbiano a ripetersi. L’esperienza del Recovery Plan che ha cancellato qualsiasi programma calabrese nell’ambito delle infrastrutture, non può trovare un bis. Qualcosa forse sarà ancora possibile rimediare quando il documento andrà in Parlamento, ma non c’è da stare allegri, visto che il tempo rema contro e l’Europa sta già dando segni di insofferenza per la mancata presentazione dei progetti per il Piano di Ripresa e Resilienza. progetti che – parliamoci chiaro – sono fumosi e vaghi e probabilmente non troveranno accoglienza in Europa che ci ha offerto sì 223 miliardi (più di qualsiasi altro Paese europeo) ma vuole piani d’investimento reali e concreti.

E mentre in Italia si consumava la sceneggiata tragicomica della fiducia a Conte, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha rotto gli indugi e dichiarato la sua discesa in campo per la conquista di Germaneto. Ieri era in Calabria, prima di dare ufficialità al suo impegno, e ne ha approfittato per annusare l’aria che tira, andando a trovare il geologo Carlo Tansi, al momento unico vero punto di rottura con la politica tradizionale. E lo stesso Tansi ha accolto a braccia aperte De Magistris immaginando di avviare insieme «un programma di governo virtuoso». Con quali ipotesi d’accordo non è ancora stato spiegato, ma è facile immaginare che Tansi abbia capito che non c’è posto per due galli nello stesso pollaio e che solo una mediazione può portare un risultato concreto. In altri termini si può tranquillamente ipotizzare una coalizione De Magistris-Tansi con l’appoggio di buona parte del Pd, la quasi totalità dei Cinque Stelle  (per quel poco che valgono, ad oggi, in Calabria) e i movimenti civici che vedono due attivi e ruspanti personaggi politici in continua ascesa: il sindaco di Cinquefrondi Michele Conia, e il consigliere comunale di Reggio Saverio Pazzano (già in corsa come sindaco nelle ultime elezioni reggine). La Calabria si tingerà d’arancione, nel senso demagistriano del termine (o non di quella del colore del rischio contagi)? È presto per dirlo, ma un ticket De Magistris presidente con Tansi vice e un assessorato (Ambiente?) a Tesoro di Calabria potrebbe essere un accettabile punto d’intesa. Anche perché se Tansi dovesse decidere di correre da solo ha la sconfitta garantita: accetterà di fare il secondo, quando fino all’altro ieri insisteva sulla sua insostituibile e unica candidatura?

Sarebbe interessante capire cosa pensano a questo proposito le varie anime della sinistra calabrese, dove il Pd, ancora divisivo e con un elettorato più incazzato che confuso, non mostra di avere idee chiare. Dall’altra parte il centrodestra mantiene un irrazionale silenzio disperdendo malamente l’eredità della povera Jole Santelli, compianta a parole ma politicamente già dimenticata. Ci sono pochi nomi e spesi con irriverente parsimonia. Ma il problema, ancora non l’hanno capito i nostri politici locali, non sono i nomi, ma il programma. La gente, gli elettori vogliono sentire, avere, leggere progetti che diano una visione di futuro. Ma, probabilmente, è chiedere troppo a una classe politica che non esiste. (s)

vedi anche l’altro articolo su De Magistris

 

CAMERA, ROBERTO OCCHIUTO ATTACCA:
«CONTE HA DIMENTICATO LA CALABRIA»

di SANTO STRATI – Comunque vada oggi in Senato (ma il Governo si salva, tranquilli) il premier Giuseppe Conte già da domani non potrà non tenere conto che il suo è un Governo raccogliticcio che se soddisfa, almeno in parte, le esigenze dei parlamentari che temono la fine anticipata della legislatura, dall’altra parte non tiene minimamente conto delle istanze dei cittadini: imprenditori, esercenti, professionisti, etc. Un Governo cui manca la stabilità e che si salva solo grazie alla “disponibilità” (da ricompensare a tempo dovuto) dei cosiddetti responsabili “costruttori”  che un tempo sarebbero stati impietosamente appellati con dil marchio infamante di voltagabbana. E che non può dipendere dalla “collaborazione” di pochi (in)volontari salvatori della legislatura.

La politica d’improvvisazione avviata sin dall’inizio della pandemia, purtroppo, continua a mostrare tutti i suoi limiti anche e soprattutto con il Recovery Plan. Hanno cominciato a lavorarci il 7 dicembre e i vari scervellamenti hanno partorito un mostro di incongruenze che, probabilmente, l’Europa rigetterà per assenza di progetti e di programmazione. Un Recovery Plan che si è dimenticato del Mezzogiorno e più assai della Calabria. Ha un bel dichiarare il presidente Conte che «se guardiamo al Recovery Plan, stiamo concentrando investimenti al Sud, secondo alcune stime, per circa il 50%. In qualche intervento – ha detto nella replica – si citava lo scarso interesse per la Calabria, ma ci sono 2,3 miliardi solo per le infrastrutture in Calabria».

Ci permettiamo di dissentire, perché nella bozza fatta circolare del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ci sono tre citazioni di una riga ciascuna che riguardano l’adeguamento della ferrovia Salerno-Reggio, dove appunto sono le uniche volte in cui appare la parola Calabria (perché legata a Reggio). Quindi, nonostante le rassicurazioni della sottosegretaria pentastellata Anna Laura Orrico e la manifesta contentezza (ma di che?) della deputata dem Enza Bruno Bossio, non troviamo traccia di questi fantomatici 2,3 miliardi, che, in ogni caso, sarebbero comunque una miseria.

Nel teatrino della politica del Governo e la patetica autodifesa di Conte (forte del fatto che non si può andare alle urne, causa covid e che il governo non può, per questo stesso motivo, cadere), per fortuna emerge un deputato calabrese che gliele canta, senza giri di parole e senza eufemismi. Il cosentino Roberto Occhiuto, vicecapogruppo di Forza Italia, si prende carico della difesa di tutto il Sud, vilipeso e dimenticato, e attacca a fronte alta, con convinzione e serietà. Si può non condividere la sua appartenenza partitica, ma per onestà intellettuale gli va riconosciuto che il suo è un discorso coraggioso, che prende davvero le ragioni della Calabria, del Mezzogiorno, per accusare l’inezia e l’ignavia di questo Esecutivo.

«Presidente Conte – ha aperto il suo intervento l’on. Occhiuto –, lei si è presentato qui, oggi, e ha chiesto ai parlamentari, evidentemente ai parlamentari che non sostengono il suo Governo, di aiutarla. Noi di Forza Italia le diciamo subito che noi aiuteremo il Paese, ma non il suo Governo! E lo ha detto con un certo imbarazzo, con l’imbarazzo di chi, come lei, siccome non le difetta l’intelligenza, non le difetta la capacità di comprendere quello che gli italiani pensano, avverte che c’è un distacco abissale tra quelle che sono le attività nelle quali è impegnato in questi giorni il suo Governo e quelli che sono i bisogni degli italiani; un imbarazzo che è lo stesso imbarazzo che abbiamo noi, lo abbiamo verificato nel corso dei mesi. In questi mesi, noi, in quest’Aula, abbiamo avuto sempre un contegno improntato alla leale collaborazione, pur nella differenza di posizioni, ce lo ha insegnato il presidente Berlusconi: vengono prima gli interessi del Paese e, poi, gli interessi della propria parte politica. Ma, oggi, il tempo del dialogo, purtroppo, è finito, signor Presidente. E questo imbarazzo era palpabile da quello che lei ci diceva, anche quando evocava la necessità di far riferimento alla nobiltà e alla dignità della politica. Presidente Conte, c’è un corollario che discende dal principio che lei ha evocato ed è questo, glielo ricordo io: quando un Presidente del Consiglio, che non si senta più importante del Paese, che non anteponga i propri interessi agli interessi del Paese, verifica di non avere una maggioranza adeguata, allora si dimette! Perché, se non lo fa, costringe il Paese ad avere un Governo incapace di affrontare la crisi in un momento così buio per la nostra Repubblica, oppure lo costringe ad avere un Governo costruito con voltagabbana o con parlamentari preoccupati soltanto della fine anticipata della legislatura».

Il deputato azzurro ha rimarcato che «C’è una distanza abissale tra il Paese e il suo Governo; certo, Presidente Conte, lei non è l’unico responsabile, per carità. Oggi ha fatto un intervento quasi autoassolutorio: qualche responsabilità ce l’ha, ha grandi responsabilità, perché lei ha guidato un Governo che in questi mesi si è limitato a inseguire la crisi, a inseguire il virus, e non ad anticiparlo attraverso provvedimenti appropriati; ha guidato un Governo che ha dimostrato i suoi ritardi nel tracciare i contagi e nel contenerli, nel piano delle vaccinazioni, nei risarcimenti alle imprese e alle partite IVA, nella cassa integrazione, nella scuola, nei trasporti, negli ospedali. Poi oggi ci dice “abbiamo, abbiamo fatto, abbiamo fatto, abbiamo fatto”: lo sappia, Presidente del Consiglio, gli italiani non si sono resi conto di tutte queste belle cose che il suo Governo ha fatto».

Non va tenero Occhiuto a proposito delle inadempienze sul Mezzogiorno: «Presidente, non una parola sul Sud nel suo intervento».  E lusinga Renzi, con l’ironia che alla fine flagella: «Secondo me, dice spesso cose giuste, ma fa sempre cose sbagliate.  Renzi dice cose giuste quando dice facciamo il ponte: il ponte va fatto perché costa più non farlo a causa delle penali, però poi liquida il ponte con un semplice tweet».

Poi Occhiuto incalza sulle responsabilità che sono di tutti e dei partner di Governo. «La crisi è in questo Palazzo, è nella maggioranza, è nel Governo, ma c’è una crisi ben più profonda, più grave, fuori da questo Palazzo. È la crisi che vivono le nostre imprese, gli italiani!. E allora io non voglio parlare di Conte, di Renzi, del Pd, dei Cinque Stelle. Voglio dire con grande chiarezza che non non le daremo la fiducia, però saremo disponibili a votare lo scostamento, il “decreto Ristori”, ogni provvedimento che il suo o qualsiasi altro Governo dovesse portare in quest’Aula e che andasse nella direzione di occuparsi della salute degli italiani e della loro sopravvivenza economica».

Occhiuto conclude parlando dell’argomento che tiene banco in questi giorni: Ci occuperemo anche di migliorare il Recovery Plan, perché non c’è nulla, per esempio, proprio sul Sud, non c’è nulla sulla Calabria, non c’è nulla sul porto di Gioia Tauro, non c’è nulla sulla 106, non c’è nulla sull’alta velocità. Noi faremo il nostro lavoro in parlamento, faremo il nostro dovere. Lei, Presidente Conte, faccia il suo dovere, si dimetta».

Non lo farà. Conte metterà in moto un rimpasto che tenga conto delle dovute ricompense e cambierà poco o niente nel Recovery Plan. Non c’è il tempo necessario per fare l’unica cosa giusta da fare: riscriverlo completamente. E intanto, gli italiani si guardano le tasche sempre più vuote (qualcuno ha visto qualche riduzione fiscale, nonostante la spaventosa crisi in cui siamo precipitati?), gli imprenditori osservano sconsolati le serrande abbassate e i negozi vuoti quando le alzano, gli esercenti sono alla fame. Giusti i provvedimenti per limitare il contagio, ma non si può imporre per legge di finire in povertà perché i “ristori” non bastano nemmeno – per fare un esempio – a pagare qualche mese di affitto a baristi e ristoratori. E tutta la filiera enogastronomica, un’eccellenza dell’Italia, la si sta lasciando fallire senza interventi rigorosi ed efficaci. Ha di che pensare già da stasera il presidente Conte, a capo di un Governo instabile che non promette nulla di buono. (s)

IDEA: NUOVA PROVINCIA PER LA SIBARITIDE
SI POTREBBE CHIAMARE “MAGNA GRAECIA”

La Calabria viaggia a due velocità: una che tenta di svilupparsi e cresce,  l’altra che pare abbandonata a se stessa, e si tratta della fascia dell’Alto Jonio. Per questo è nato il Comitato per la Provincia della Magna Graecia, che propone di scindere l’area in due capoluoghi che ‘amministrino’ separando e diversificando gli interessi delle due zone: Corigliano Rossano, per la Sibaritide, e Crotone per la sola area del Crotonese.

«Siamo figli della nobile Sybaris e della gloriosa Kroton – ha dichiarato Domenico Mazza, cofondatore del Comitato per la Provincia della Magna Graecia –. Siamo anche figli dello Jonio e prima d’ogni altra cosa siamo Italiani e si sa, per antonomasia, siamo il Paese dei campanili. Lanciare, quindi, un progetto d’area vasta che preveda come condizione, necessaria e sufficiente, l’istituzione di due capoluoghi alla guida della stessa, potrebbe indurre in confusione il pensiero, distratto e poco duttile, di coloro che sono avvezzi a considerare una provincia come il feudo del capoluogo, da sempre identificato come padrone».

«L’idea progettuale Magna Graecia – ha spiegato Mazza – nasce come abrogazione del concetto localistico, espletandosi in un connubio di città territorio che contribuisce per potenzialità ad inverare il concetto d’area vasta. Del resto, uno dei maggiori limiti della nostra Regione è stato quello di suddividere la stessa in aree provinciali, senza tener conto della peculiarità dei territori, delle affinità, creando giganti obesi e spropositati e semiterritori geopoliticamente piccoli ed inconcludenti».

«Magna Graecia – ha detto ancora – vuole osare di più!  Aspira ad incedere oltre al becero concetto di steccato dell’orto, sforzandosi di promuovere un’idea d’allargamento condiviso e sussidiario del territorio, riproponendo in chiave moderna e globale i fasti del passato con un pizzico d’impronta personale e non personalistica; non già una banale annessione come qualche miope sguardo vorrebbe vedere. Ed ecco che il passato si ripropone in tempo moderno. Le antiche Sybaris e Kroton, lasciano spazio alle contemporanee Corigliano Rossano e Crotone, le quali amministreranno rispettivamente l’area Sibarita e l’area Crotoniate ed afferenti propaggini Silane, poiché baricentriche alle relative pertinenze territoriali. Le stesse, con sussidiarietà, genereranno quel sano principio amministrativo non localistico che eleverà l’area vasta della Magna Graecia a modello di riferimento, non solo per la Calabria ma, per il Paese tutto».

«Il distaccamento amministrativo, in buona parte già presente nei due designati capoluoghi – ha detto ancora – non creerà sopruso, furto o vicendevole ruberia alcuna. Genererà, piuttosto, implementazione compensativa, non succursale ma razionale e rispondente alle esigenze d’un territorio, che avrà modificato la geografia amministrativa senza alterare la geoallocazione dei luoghi».

«La norma costituzionale – ha spiegato Mazza – prevede operazioni in tal senso, la nostra inoculatezza però ha impedito che progetti di siffatta levatura, ad oggi fossero partoriti. Ma vento di rinnovamento sta soffiando con conseguente cambio di visuale. Là dove sorgevano muri e steccati, ora s’apre l’orizzonte. I problemi che attanagliano le due aree, oggi, possono trasformarsi nel grido di dolore d’un solo popolo che si batte e continuerà a battersi per il riconoscimento dei suoi diritti e la riconquista del maltolto. Promuoviamo, quindi, la forza dei due Capoluoghi sui quali graverà l’onere e l’onore di guidare le rispettive aree di riferimento. Invertiamo, in chiave moderna, il concetto delle Città Stato dell’antica Grecia, ove tutto il territorio diventa città e la periferia si mesce al centro in un’amalgama duratura e consolidata. L’arco jonico non più sobborgo d’Europa, ma centro nevralgico del Mediterraneo».

Un obiettivo ambizioso, dunque, che punta a far ottenere  all’Arco Jonico «una sua identità e una sua autonomia» a beneficio di tutto «il territorio, compreso tra  Rocca Imperiale e lo Steccato di Cutro, passando per l’entroterra silano, riverberando, di riflesso, beneficio alla Calabria tutta».

«Le ricchezze della Calabria – ha detto Giuseppe Toscano, del Comitato – in agricoltura, in commercio terrestre e marittimo con due importanti porti e un aeroporto, in cultura, storia e turismo, risiedono in quella terra che fu approdo degli avi greci. Creando le giuste infrastrutture stradali e ferroviarie, questo lembo di levante della Calabria sarà il volano di tutta la Regione, comprese le stesse Cosenza e Rende».

«Questa parte della Calabria – ha detto ancora – non dovrà più  essere il serbatoio di voti di chi rema contro il progetto dell’area vasta Magnograeca. Bisognerà intercettare coloro che promuoveranno e porteranno al cospetto delle Istituzioni pubbliche, la bontà e la valenza di questo ambizioso progetto».

Una scommessa, quella intrapresa dal Comitato Provinciale della Magna Graecia, che vuole ottenere il riscatto «del motore propulsivo della Regione, porto naturale del Mediterraneo, baricentro e crocevia dei nuovi flussi economici dei prossimi anni: l’arco Jonico Magnograeco». (rkr)

È IL RECOVERY, BELLEZZA. ADDIO AL PONTE
DIMENTICATE LA CALABRIA, GIOIA E SS 106

di SANTO STRATI – Adesso ci si può proprio dimenticare del Ponte sullo Stretto: nel Recovery Plan messo a punto dal Governo non ce n’è traccia. Come non c’è traccia di finanziamenti da destinare al vero volano di sviluppo per la Calabria che è il Porto di Gioia Tauro, né per ricostruire ex novo la ss 106 o comunque avviare quel piano di risanamento della strada della morte ormai non più rinviabile. Si sono svegliati tutti, o quasi, dall’inspiegabile torpore che ha preso i nostri politici calabresi a proposito dei soldi dell’Europa per il post-Covid, ma temiamo sia un po’ tardi. Tardi per riscrivere completamente quel “benedetto” Recovery Plan che serve a convincere la UE a sganciare una paccata di miliardi (223, per essere precisi) a fronte di progetti infrastrutturali. Una sola la voce fuori dal coro, con l’innegabile sospetto che non abbia letto il documento: la deputata cosentina Enza Bruno Bossio (Pd) elogia gli investimenti previsti per il potenziamento della linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria arrivando a definirli «robusti interventi». «Un primo importante e significativo passo è compiuto» ha detto in una nota, improvvidamente diffusa senza, probabilmente, confrontarsi o riflettere sul fatto che i finanziamenti di cui tesse le lodi sono già stati previsti in un piano del 2012 e ammontano a poco più di 500 milioni a fronte di 223 miliardi messi a disposizione dell’Italia. Se non è sopraffazione questa nei confronti di una Calabria dimenticata, ancora una volta vilipesa, svillaneggiata per l’inezia dei suoi rappresentanti politici forse più preoccupati della crisi di governo che di iniziative per la propria terra.

L’indignazione – abbiamo scritto ieri – non basta più. Ma cosa si può fare? L’opera principale che avrebbe costituito una straordinaria opportunità per creare occupazione e sviluppo, il famigerato Ponte sullo Stretto, ce la possiamo dimenticare. Durante la campagna elettorale per le regionali dei mesi scorsi Conte aveva rilanciato l’idea del Ponte, tanto per mostrare un minimo d’attenzione nei confronti della Calabria, ma poi ci aveva pensato la sua ministra alle Infrastrutture, l’inadeguata (non lo diciamo noi) Paola De Micheli che aveva espresso l’esigenza di avviare nuovi studi di fattibilità sulla soluzione da scegliere per l’attraversamento stabile dello Stretto. Altri studi di fattibilità quando c’è già un progetto immediatamente eseguibile che langue da anni per l’incapacità dei nostri politici di alzare la voce ed esprimere forte l’istanza dei calabresi che ragionano. Contro una minoranza da sempre contraria al Ponte per partito preso e non per obiettive ragioni: non c’è nessun problema sismico che non si possa affrontare con le moderne tecniche di costruzione e i nostri progettisti, dotati di solidi attributi, rappresentano l’eccellenza nel panorama mondiale. Ma l’opposizione al collegamento stabile (lasciamo perdere la risibile proposta del tunnel) l’ha sempre avuta vinta, tra pseudo-ecologisti di giornata, ambientalisti catastrofisti e una bella e assortita comitiva di quelli che dicono sempre di no (ogni riferimento ai Cinque Stelle è decisamente voluto, non casuale). E Conte, ricevendo i sindaci delle cinque province in rappresentanza di tutta la Calabria, qualche mese fa, aveva promesso attenzione e impegni per la Calabria. Chi li ha visti? Ulteriore presa in giro di un Governo insensibile e troppo ballerino per occuparsi di cose importanti. Conte ripete spesso il suo mantra: «se non cresce il Sud non cresce il Paese». Ma come cresce il Mezzogiorno, con le briciole del Recovery Plan?

Ora, avviene che l’ultima occasione reale per veder realizzare un’opera colossale dai grandiosi impatti di natura tecnologica, turistica, paesaggistica, d’immagine, si chiama Recovery Fund, ovvero Next Generation Ue, ma nessuno ha minimamente pensato di inserire il progetto (ripetiamo già pronto, da rinnovare soltanto nella scelta dei materiali di nuova generazione ancora più sicuri per le zone ad alta densità sismica), nessuno ha voluto verificare se ci fosse il minimo ostacolo perché l’Europa dicesse no a un investimento infrastrutturale di 8-10 miliardi (tanto costa realizzare il Ponte). Ovvero, hanno pensato bene di “dimenticarsene”. «A pensar male – diceva Andreotti – si fa peccato ma spesso ci s’azzecca». Purtroppo mai parole risultano più profetiche e adatte alla circostanza.

Sul Ponte ha insistito Renzi, nel dichiarare guerra al presidente Conte, ma ne ha smontato l’ardire Romano Prodi che, ospite da Giovanni Floris a Di Martedì, ha detto testualmente: «Renzi ha chiesto il Ponte sullo Stretto a Conte». Prodi ha anche immaginato la sua ipotetica risposta: «Se mi vesto da muratore e vado domani a costruire il Ponte sullo Stretto, Renzi chi chiederebbe il ponte sulla Sardegna…». In buona sostanza neanche Renzi crede alla grande opportunità che viene offerta a calabresi e siciliani con i quattrini dell’Europa: è stato un ulteriore pretesto per attaccare il governo e vedere l’effetto che fa. Decisamente non un bell’effetto, viste le critiche che gli sono piovute addosso da ogni parte. Probabilmente a Renzi resta sempre l’ipotesi WWF per chiedere la tutela delle razze (politiche) in via di estinzione…

Il Ponte non piace a tutti, questo è evidente, meno che meno a chi del traghettamento sullo Stretto ha fatto un business ultramilionario, ma bisogna essere onesti nel riconoscere che non ci sono realmente condizioni di non fattibilità: è semplicemente una questione di natura politica. Manca la volontà politica di realizzare il Ponte con tutto quello che potrebbe rappresentare sia per la Calabria sia per la Sicilia. Verrebbero da ogni parte del mondo solo per vederlo o per attraversarlo: c’è un esempio che rischierebbe di impallidire al confronto, il ponte rosso del Golden Gate a San Francisco. Lì aspettano the Big One, il più disastroso terremoto (ipotizzato) della storia della Valley. Ma quando l’hanno costruito (tra il 1933-1937) non c’erano le tecniche di costruzione di oggi ed era ben evidente il rischio sismico della zona. È ancora là, viene riverniciato continuamente con quel bel rosso che lo caratterizza, ad attrarre milioni di turisti. Senza avere l’incantevole e inimitabile paesaggio dello Stretto, della Costa Viola, dell’Etna che fuma e degli affascinanti gorghi marini che hanno incantato Omero.

Ma anche a voler essere indulgenti sulla storia del Ponte, non è tollerabile che un documento che è passato anche dalla Commissione Trasporti della Camera abbia di netto tagliato qualsiasi ipotesi di finanziamento alla statale 106, al Porto di Gioia Tauro, alle mille altre problematiche infrastrutturali che affliggono la Calabria. È successo, forse potrebbe cambiare qualcosa dopo l’esame del Parlamento, a fine crisi, comunque vada per il Governo, ma andrebbe completamente riscritto e non ci sono i tempi necessari.

L’unica preoccupazione per i nostri politici – questo è evidente – è evitare lo scioglimento delle Camere e dover tornare al voto. S’inventeranno la qualunque pur di restare a galla fino al regolare termine della legislatura. Dopo, quando si tornerà a votare, per molti saranno utili cartoline ricordo di Montecitorio e Palazzo Madama, unico memo di nostalgia di momenti decisamente irripetibili. (s)

RECOVERY, L’INDIGNAZIONE NON BASTA PIÚ
LA CALABRIA NON PUÒ RESTARE IN SILENZIO

di SANTO STRATI – La scandalosa “elemosina” riservata dal Recovery Plan alla Calabria (poco più di 500 milioni a fronte di 223 miliardi che l’Europa ha offerto all’Italia), dopo la nostra denuncia di mercoledì sera su Telemia (con l’anticipazione della prima pagina di giovedì) e la pubblicazione sul quotidiano di giovedì qualcosa si sta muovendo. Come si può leggere negli interventi di cui riferiamo in altra parte del quotidiano, la mobilitazione è d’obbligo e l’indignazione, a questo punto, non può bastare. La Calabria non deve e non può restare in silenzio, soprattutto nei confronti dei suoi rappresentanti in Parlamento che hanno piena responsabilità per la mancata vigilanza sul nuovo “scippo” perpetrato ai danni della nostra terra. Si tratta di capire che cavolo combinano i nostri deputati e i nostri senatori che evidentemente sono distratti da altri interessi. Anche se le elezioni sono lontane, i collegi andrebbero comunque coltivati data l’aria che tira e considerato che della pattuglia dei 30 parlamentari attuali ne resteranno 19 (13 deputati, 6 senatori – erano rispettivamente 20 e 10), dopo l’approvazione della legge che ha ridimensionato il Parlamento, con un referendum che – ancora una volta – ha penalizzato le regioni più deboli, come la Calabria.

Il documento approvato in Consiglio dei Ministri (160 pagine che alleghiamo per chi voglia documentarsi direttamente) è stato scritto probabilmente pensando a un’Italia sempre vista a due trazioni: il Nord opulento e ricco, il Mezzogiorno straccione e destinato alla povertà perpetua. Ebbene, sarà il caso di segnalare a chi ha ancora una visione così manichea del divario Nord-Sud che le cose non stanno proprio così. Il Sud soffre di troppa indulgenza (colpevolmente prestata) nei confronti della classe politica degli ultimi 50 anni e da qui tutte le disgrazie dei un Mezzogiorno reietto e dimenticato, un fastidio per qualcuno che dimentica che le fortune del Settentrione si devono alle braccia, alla manodopera, ma anche all’ingegno, di milioni di meridionali che hanno lavorato per le grandi fabbriche. Producendo ricchezza in cambio, spesso, di condizioni umili, di un disagio diffuso, di sacrifici immani. Epperò, questa massa di “cafoni” venuti dal Sud ha dato un contributo straordinario alla crescita e allo sviluppo del Paese, quello sì a due velocità.

Per il Mezzogiorno la crescita continua a rimanere un miraggio se si continua ad alimentare la fuga dei cervelli, a sostenere l’emigrazione intellettuale delle risorse migliori tra i nostri ragazzi, costretti ad andar via per assenza di opportunità e di prospettive. Il Recovery Fund è forse l’ultima occasione, unica, per offrire le condizioni di occupazione, formazione, lavoro ai ragazzi del Sud, ai giovani calabresi che mostrano, in ogni occasione, di avere talento, estro e operosità, da far invidia a chiunque. L’occasione di una valanga di denaro, ossigeno per un Paese piegato e piagato dal coronavirus, è straordinaria per immaginare uno scenario fatto di progetti, programmi, proposte operative. E invece, cosa succede? Succede – come abbiamo scritto giovedì – che ci sono appena briciole per una terra che ha bisogno di infrastrutture, la cui realizzazione si traduce, abitualmente, in un gigantesco indotto con sbocchi occupazionali per tutti: dai laureati ai manovali, dai progettisti ai carpentieri, dai ristoratori ai tecnici d’informatica. No, invece si spolvera un vecchio progetto (è del 2012) sull’adeguamento della ferrovia Salerno-Reggio Calabria, senza neanche prevedere la realizzazione di una nuova linea ferrata apposta per l’Alta Velocità/Alta Capacità, ed è tutto. Del Ponte sullo Stretto (altra grande opportunità per alimentare occupazione) neanche a parlarne, della statale 106 nessuna traccia, di tutto il piano mobilità di cui la Calabria necessita in modo organico e urgente, niente di niente.

E pensare che hanno cominciato a lavorare a questo documento dal 7 dicembre, quando la parola Recovery Plan apparve per la prima volta all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri. Un documento che prima di arrivare al testo finale (?) di martedì, prima che scoppiasse il bubbone Renzi-crisi di governo, a quanto pare, ha subito continue riscritture, con alti e bassi, metti e togli, della maggioranza. Il Recovery Fund più pomposamente si chiama, in realtà, Next Generation Ue, un progetto che ha il compito di rimettere in moto i Paesi europei dopo la pandemia. Erano inizialmente 196 miliardi (la cifra più alta tra i Paesi europei perché si teneva conto del disagio socio-economico dei territori del Mezzogiorno), ma il già sostanzioso pacchetto di aiuti ha ricevuto altri contributi dal fondo di coesione, arrivando a 223 miliardi. Per trovare, lungo il cammino preparatorio, altri 7 miliardi dai fondi strutturali europei e circa un’ottantina di miliardi di risorse programmate nel quinquennio 2021-2026 dal bilancio italiano.

Alcune voci di spesa (tipo Sanità che da 9 miliardi è stata portata a oltre 20) hanno dato il pretesto a Renzi per attaccare a testa bassa l’intero documento e provocare la crisi di governo. Il testo attende ora i contributi di Parlamento, Regioni, Comuni e, soprattutto, parti sociali e imprenditori. Che il Sud, nella sua generalità, risulti penalizzato non è corretto affermarlo, ma che la Calabria sia stata mortificata e offesa (e defraudata di quanto gli spetterebbe di diritto) è una cosa che salta subito all’occhio. Ora la parola passa a chi la può avere. Superata la crisi, dopo martedì, Conte 3 o quello che sarà, occorre che i nostri parlamentari si rimbocchino le maniche e comincino a battere i pugni, alzando anche la voce se serve. Non è detto che qualcuno li ascolti, ma val la pena provarci. No? (s)

IL TESTO COMPLETO DEL RECOVERY PLAN

FUTURO DEI GIOVANI PRIORITÀ NAZIONALE
CALABRIA, RISCHIO DEVIANZA/MALAFFARE

di FRANCESCO RAO – Spesso richiamo l’attenzione dei lettori, soffermandomi sulla necessità di una maggiore equità sociale. Tali riflessioni, rappresentano in primis una richiesta d’aiuto da rendere alle famiglie più umili in quanto,  tutti i loro sforzi, messi in campo quotidianamente per tentare di far mantenere ai loro figli il passo in  una società propensa ad amare i numeri e non le Persone, rischiano di essere vani. Ebbene, in Calabria se le povertà educative ed i fenomeni di marginalità sociale, avessero avuto metà delle attenzioni e dei fondi utilizzati contro la malavita, con molta probabilità, oggi avremmo potuto registrare un divario sociale meno ampio ed una minore quantità di devianza e malaffare.

In passato, come d’altronde oggi, l’assistenzialismo di Stato nei confronti dei Meridionali ha giocato la partita peggiore favorendo il divario culturale e sociale tra un’Italia del Nord, impegnata a correre, innovare e produrre ed un Meridione, reso sempre di più simile ad un criceto chiuso nella gabbia e costretto a correre sul niente. Le povertà sociali, nella massima complessità sistemica, rappresentano oggi una tremenda priorità nazionale, destinata ad assumere nel futuro una pressante centralità emergenziale  difficilmente governabile in quanto, il dramma vissuto dalle future generazioni  si andrà a posizionare ben oltre gli spazi visivi creati nelle varie discussioni televisive alle quali siamo abituati ad assistere.
Il costante ricorso al rinvio, sarà uno dei futuri mali sociali che ne arrecheranno forti tensioni interne. Una volta si usava rinviare le decisioni in attesa di poter avere un dato. Oggi c’è il dato ma si preferisce rimandare le decisioni a seguito dei precari e temporanei accordi politici, dove le maggioranze parlamentari sono unite per tutto tranne che per governare i problemi che affliggono gli Italiani. Tutto ciò, presto o tardi, farà più danni della bomba atomica e l’enorme ferita sociale, causata dalla sottovalutazione di  questioni ampiamente conosciute, sarà visibile lungo tutta la penisola. In assenza di risorse e cure gli effetti del divario sociale potranno essere la futura emergenza nazionale, soprattutto dopo il 2030, fase nella quale, moltissimi nuclei familiari, oggi sorretti economicamente dalle pensioni di genitori e componenti della famiglia allargata, si vedranno privi dal marginale ma indispensabile aiuto economico.  A ciò si aggiunga un fatto storicamente reiterato: la fame continuerà ad essere il pretesto per garantire la peggiore manovalanza alla criminalità.  Questo mix esplosivo, in una terra come la Calabria, è paragonabile al sale cosparso dai Romani a Cartagine. A quanto pare, tutto continua a non interessare ai decisori politici.
Dopo quanto disposto nei giorni scorsi dal TAR della Calabria, il Consiglio di Stato ha decretato la riapertura delle Scuole, ponendo fine alla tanto discussa DAD. Oltre a restituire ai docenti ed ai discenti il mondo naturale della didattica, sarà sicuramente l’occasione per reiterare le scelte pregresse, compiute da settembre scorso in avanti che hanno dato origine ad una Italia colorata come un semaforo e la conseguente necessità per chiudere Scuole, ristoranti, bar ed alimentare la distanza sociale anche tra genitori e figli. Senza voler dare la colpa a nessuno, ma per riflettere il lungo e largo, sin da maggio scorso, la ricaduta epidemiologica era un fatto ampiamente prevedibile. Ricorderemo bene il grave errore compiuto durante la breve fase di tregua estiva: anziché essere un momento per mettere in sicurezza il “sistema Italia” è stata l’occasione per tornare al passato ed alimentare il panda rei dell’irresponsabilità, divenuto oggi una crescente insicurezza sociale che ha costretto il Governo ad aumentare l’indebitamento nazionale che proprio i giovani di oggi dovranno pagare in futuro.
Mi chiedo e vorrei chiedere ai miei gentili lettori: tutto ciò, è normale? Vogliamo renderci conto che mentre ci chiedono di stare dentro casa stiamo sotterrando in fondo al mare il futuro dei nostri ragazzi?
La mia generazione, negli anni ’80 del Secolo scorso, ha visto il proprio futuro fagocitato da un sistema politico poco lungimirante, scioltosi poi come neve al sole dal pool di Magistrati milanesi con l’inchiesta “mani pulite”. Abbiamo tentato in ogni modo di non arrenderci. Pochi di noi sono riusciti a compiere quanto avevano fatto in passato i nostri genitori ed i nostri nonni.  Vogliamo comprendere che il futuro dell’Italia è riposto proprio nella qualità del percorso degli studi compiuto oggi dai nostri ragazzi? Il loro impegno non dovrà essere l’ennesima truffa generazionale ma la creazione di opportunità concrete tese a far intravedere non la possibilità di vivacchiare nella mediocrità, ma l’opportunità per diventare l’eccellenza del futuro. Saranno i nostri ragazzi, una volta diventati adulti e professionisti, attraverso la loro azione, chiamati in causa per  restituire alla nostra Nazione quella forza e quel vigore che in passato ha reso l’Italia una delle 7 grandi nazioni maggiormente industrializzate del pianeta.
Prima di concludere, senza polemica alcuna, vorrei formulare una semplicissima domanda alle persone che hanno impugnato l’Ordinanza del Presidente f.f della Regione Calabria Nino Spirlì, credendosi più intelligenti di quanti, proprio in quel provvedimento, avevano avuto un sospiro di sollievo: per voi, difendere la vita è un fatto etico oppure una semplice bandiera politica?  La Politica, nobile scienza da voi sconosciuta, non è mettersi di traverso a prescindere. La Politica è lungimiranza, capacità di analizzare con lucidità i fatti guardando esclusivamente al bene comune e riuscendo sempre ad anteporre a qualsiasi scelta la tutela delle Persone, soprattutto quelle più deboli che grazie al vostro atto non avrete messo nella condizione di poter vivere con serenità.
Infine, vorrei condividere una doverosa precisazione metodologica: alla DAD preferisco la Scuola perché è il luogo della socializzazione e della crescita per eccellenza. Però, se frequentare le attività didattiche in presenza dovesse essere il pretesto per mettere in pericolo anche la vita di una sola persona, preferirei che si continuasse ad utilizzare per qualche altro mese la didattica a distanza, magari in un modo più appropriato ed aprendo gruppi di studio pomeridiani tra studenti per poter alimentare oltre al sapere anche la conoscenza, contribuendo a rendere salve molte vite umane. Dopotutto, un po’ di sacrificio e qualche rinuncia non ci farà più male degli effetti causati dal COVID, non metterà sotto stress Ospedali, medici e l’intero sistema sociale, letteralmente sfiancato e con una crescente penuria di risorse economiche.
Voglio continuare a sperare in mondo fatto di Persone, per intenderci, belle Persone. Il mondo dei numeri ha già mietuto tante vittime. (fr)
[Francesco Raomè un sociologo e docente, vive a Cittanova]
Credit foto: senivpetro – it.freepik.com

EUROPEA LA NUOVA BEFFA PER LA CALABRIA
DAL RECOVERY PLAN APPENA 0,5 MILIARDI…

di FABIO PUGLIESE – Il Piano Nazionale di ripresa e resilienza “#Next Generation Italia” approvato martedì in Consiglio dei Ministri, in materia di infrastrutture rappresenta nei fatti  la più grande colossale sconfitta nella storia della Calabria.

Oltre 220 miliardi di euro di investimenti e di questi al settore Infrastrutture ne saranno destinati 27,7. Un investimento unico nella storia d’Italia che però in Calabria non prevede praticamente nulla. Nella nostra regione, infatti, l’unico intervento previsto è il nuovo collegamento ferroviario ad alta velocità/alta capacità Salerno-Reggio Calabria per un importo di meno di un miliardo di euro complessivo.

Alla Calabria viene quindi destinato un finanziamento che nei fatti non supererà i 500 milioni di euro e che viene peraltro concentrato sulla costa tirrenica. L’importo restante, oltre 27 miliardi di euro, sarà investito nelle altre regioni italiane che, per inciso, godono di una rete infrastrutturale migliore di quella calabrese.

Tutte le forze politiche, nessuna esclusa, avevano sostenuto la necessità di finanziare il Ponte sullo Stretto ritenendola l’opera addirittura una “priorità infrastrutturale per la Calabria”. Nella realtà sarebbe stato molto meglio fare un’analisi costi-benefici per capire se la priorità infrastrutturale per la nostra regione era davvero quella di dover investire 4 miliardi di euro per la realizzazione di 3,5 chilometri di ponte oppure se, invece, sarebbe stato più conveniente investire quell’importo per realizzare oltre 200 chilometri di nuova strada Statale 106 su un tracciato ex novo in collina che avrebbe potuto rilanciare l’intera costa jonica calabrese evitando vittime, feriti e, soprattutto, spopolamento (in particolare giovanile).

Tuttavia, la novità è che nel Piano non c’è neanche il Ponte sullo Stretto ed anche questo è un fatto. Purtroppo è tutto nero su bianco.

Già prima della pandemia sia l’Istat che il rapporto Svimez evidenziavano le criticità legate all’area jonica calabrese. La crisi economica, la crescente disoccupazione, la diminuzione delle nascite, lo spopolamento caratterizzato sempre più da giovani (peraltro laureati), secondo gli studiosi avrebbero determinato a breve un ulteriore arretramento dello sviluppo e del progresso economico. Già prima della pandemia, secondo il rapporto Svimez, nel 2050 sulla costa jonica calabrese avremmo perso circa 150 comunità: significa che oltre 150 comuni sarebbero diventati “paesi fantasma” esattamente come oggi è Roghudi Vecchio.

Oggi e, soprattutto, tra qualche manciata di mesi dopo la pandemia, è davvero difficile pensare che questa prospettiva possa migliorare ma, anzi, peggiorerà per la crescente crisi economica ed in considerazione delle scelte assunte dal Governo che nei fatti ha deciso di non investire nulla nell’infrastrutturazione della Calabria.

Il Governo è fatto di uomini ed oggi, in maggioranza, costituito da populisti che avrebbero dovuto cambiare il mondo dopo 50 anni di malapolitica fatta – dicevano – di ruberie, corruzione e disonestà. Costoro oggi siedono in parlamento per merito delle loro denunce che nei cittadini hanno trovato larga condivisione. Però oggi c’è da chiedersi: qual è stata nei fatti  la loro visione? Quali sono state le loro scelte? Quali soluzioni hanno messo in campo per risolvere i nostri problemi?

Oggi il richiamo di Joe Biden agli americani “sognate con ambizione” stride fortemente con la desertificazione culturale espressa da un Governo cieco e, soprattutto, da una classe politica e parlamentare calabrese che non è stata capace di mettere al centro un’idea, una proposta ed una visione diversa che potesse far comprendere le potenzialità di una regione e di un’area in particolare, quella jonica, che poteva diventare strategica per l’intero Mezzogiorno e per l’Italia. Quindi anche per l’Europa.

Quello che non c’è scritto nel Piano Nazionale di ripresa e resilienza “#Next Generation Italia” non è colpa solo del Governo ma è colpa, soprattutto, di quei parlamentari e delle forze politiche calabresi che dovevano accendere una luce e hanno deciso di non farlo!

Essi avrebbero dovuto far comprendere al Governo che era necessaria lungimiranza e coraggio per costruire un futuro al Sud, in Calabria, sulla costa jonica calabrese. Avrebbero dovuto proporre investimenti utili e far comprendere che questi avrebbero generato lavoro, occasioni di produzione, fonti di maggiore reddito, ma soprattutto lo strumento attraverso il quale i cittadini di questo territorio avrebbero potuto contribuire al progresso morale e materiale della società.

Oggi, purtroppo, è già troppo tardi perché è tutto scritto ed approvato. Abbiamo perso una grande occasione, forse l’ultima. Cosa resta? Solo un grande bisogno di speranza per andare avanti… (pf)

SANITÀ CALABRIA, PER USCIRE DAL GUADO
SERVE DI NUOVO L’EQUILIBRIO FINANZIARIO

di FRANCESCO AIELLO – Il Commissario ad acta della sanità calabrese, il Prefetto Guido Longo, dovrà misurarsi con la sfida di ripristinare l’equilibrio finanziario del settore e di aumentarne l’efficienza nell’erogazione di servizi di qualità. È un settore importante per l’economia regionale: le spese correnti della sanità pesano l’11% del PIL calabrese e assorbono il 76% del spese in conto corrente del bilancio della Regione Calabria.

Quella di Longo sarà una sfida difficile, perché nell’offerta sanitaria regna inefficienza e disorganizzazione, tant’è che il comparto genera da anni disavanzi di rilevante entità. Nel 2019 il deficit corrente varia in una forbice compresa tra 160 e 175 milioni di euro.

Avere disequilibri del bilancio sanitario non è una specificità della Calabria: nel triennio 2017-2019 altre 12 regioni sono in deficit; nel 2006-08 erano tutte in deficit tranne la regione Marche che vantava un avanzo medio annuo di 900 mila euro. Nello stesso triennio, la Lombardia aveva un disavanzo, ma molto contenuto (in media 100 mila euro all’anno tra il 2006 e il 2008. Nel corso del tempo i “picchi” dei disavanzi regionali si sono ridotti in modo significativa, segnalando un ripristino dell’equilibrio finanziario (o una sua sostenibilità) in molti sistemi sanitari regionali. In tale ambito, la prima particolarità del caso calabrese è che avere i conti in rosso è diventato quasi “normale”: dal Rapporto 2020 del MEF sulla spesa sanitaria si ricava che dal 2006 al 2019 in Calabria la spesa corrente è sempre maggiore dei finanziamenti effettivi (un primato condiviso solo con la Sardegna che, tuttavia, gode di disciplina diversa nella gestione della spesa sanitaria). Oltre ad essere persistente, il disavanzo sanitario supera da molto tempo gli standard dimensionali al di là dei quali scatta l’obbligo della sigla di un Piano di Rientro (PdR), la cui prima sottoscrizione è del 2009 (già richiesto nel 2007 dalla Regione Calabria). La seconda particolarità della sanità calabrese è, quindi, la durata del regime di riordino degli squilibri finanziari: ben 11 anni.

È utile sintetizzare cos’è successo nell’ultimo decennio. La prima particolarità è che dopo la firma del Piano di Rientro, si è subito preso atto dell’impossibilità di rispettare gli impegni assunti in tema di contenimento dei costi, con l’implicazione che gli scostamenti rispetto agli obiettivi iniziali furono tanto significativi da rendere necessario il commissariamento. Un piano di “austerità commissariale” che dura ininterrottamente dal 2010, ma che non ha consentito alla Calabria di raggiungere una sostenibile posizione finanziaria. Gli stringenti vincoli del regime commissariale hanno sì calmierato la crescita dei costi, cambiandone anche la composizione, ma hanno avuto devastanti effetti sull’offerta sanitaria.

In Calabria, nel triennio 2007-09 la variazione della spesa sanitaria era pari al 4,78% all’anno. I costi sono diminuiti annualmente dell’1,29% nel periodo 2010-12 e si sono stabilizzati dal 2013 al 2015 (figura 2).  Dal 2016 in poi, la spesa è aumentata dell’1% all’anno. Nel 2019 essa è pari a 3,5 miliardi di euro, ossia +0,03% del valore nominale del 2009 (nello stesso periodo si è avuta una variazione del 7% in Italia, 8% nelle regioni senza PdR, 14% delle regioni che hanno siglato un PdR e, addirittura, +45% nelle autonomie speciali).

Il rigore della spesa imposto dal PdR ha cambiato anche la composizione della stessa (figura 4). Per esempio, la quota di costi per il personale sanitario è diminuita di 8 punti percentuali in 15 anni, passando da 40% nel biennio 2002-03 a poco meno del 32% nel 2018-19, allineandosi, in tal modo, alla media nazionale (che era 35% nel 2002-2003 ed è 30% nel 2018-19), ma rimanendo maggiore della quota del 27.4% delle altre regioni con PdR. Un altro costo di immediato controllo da parte delle Regioni è quello della farmaceutica convenzionata, il cui peso sul totale delle spese sanitarie è diminuito in Calabria dal 14% del triennio 2007-09 all’8% negli anni 2017-19 (in Italia questa quota è oggi 6.5% e si attesta a 7.2% nelle altre Regioni con PdR).

Le ipotesi su cui si basa l’intero processo di far allineare tra regioni la composizione della spesa sanitaria sono due. Da un lato si assume che l’organizzazione dell’offerta sanitaria sia omogenea nel paese e, dall’altro lato, si ipotizza che la produttività delle risorse (umane e non) dell’intero comparto sia uguale da regione a regione. Ora, dopo anni di compressione dei costi si è capito che queste due ipotesi non sono vere e, al momento, spiegano sia il basso impatto della spesa sia i disequilibri gestionali della sanità calabrese.

Occorre anche evidenziare come in Calabria le attività per ripristinare l’equilibrio finanziario facendo leva in via esclusiva sul contenimento della spesa non siano state neutre sulla dotazione strutturale del settore. Per esempio, in pochi anni la rete ospedaliera è stata smantellata chiudendo o depotenziando l’operatività di molti ospedali di piccola dimensione. L’effetto immediato è la riduzione dei posti letto disponibili da 4,47 per mille abitanti nel 2007 a 2,54 nel 2018 (dati Istat).

L’obiettivo era recuperare risorse sfruttando le economie di scala nell’offerta sanitaria e favorire la transizione dal regime ordinario a quello diurno. Tuttavia, è fallita la riorganizzazione territoriale dei servizi sanitari che doveva supplire alla riduzione del tasso di ospedalizzazione. Per esempio, il territorio calabrese rimane povero di strutture sanitarie e socio-sanitarie: nel 2018 i posti letto su 10000 residenti nelle strutture residenziali sono 18.92 contro una media italiana di 41,16. Nello stesso anno, i posti letto nelle strutture semi-residenziali sono 0.93 per 10000 residenti in Calabria e 9.87 in Italia. La mancata razionalizzazione della sanità di prossimità è stata anche alimentata dalla riduzione del personale sanitario e, in particolare, di tecnici e infermieri che rappresentano le figure professionali su cui si basa l’assistenza territoriale. La distanza col resto del paese è marcata: nel 2018, la Calabria ha una dotazione di 4,76 infermieri per mille abitanti contro una media italiana di 5,74 (il picco di 6,49 è nel nord est). In estrema sintesi, oltre al mancato riequilibrio economico-finanziario si è avuto anche il fallimento nella riorganizzazione dell’offerta sanitaria in grado di facilitare la transizione verso un modello di sanità con servizi territoriali complementari a quelli ospedalieri.

L’esito di questo processo è il livellamento verso il basso della qualità dei servizi e, quindi, il mancato rispetto dei livelli minimi fissati dal Comitato dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). La Calabria non li rispetta e, quando lo fa, ottiene valutazioni di poco superiori ai valori minimi fissati dal ministero della salute. Se fino al 2017 la Calabria è stata sempre valutata “inadempiente” da parte del Comitato LEA, nel 2018 ottiene un punteggio pari a 162, ossia solo 2 punti in più la soglia (160) che discrimina tra essere o meno adempiente. Rimane, comunque, la regione con il valore più basso dei punteggi LEA in un anno, il 2018, in cui si è avuto un generalizzato miglioramento della qualità in tutto il paese. Oltre agli indicatori LEA, è utile tener conto anche della percezione dei residenti: le indagini multiscopo dell’ISTAT indicano che nel 2010 su 100 pazienti ricoverati, solo 25 dichiarano di essere molto soddisfatti dei servizi di assistenza medica e 23 di quelli infermieristici. Nel 2018 la qualità percepita è diminuita a 21.4 per l’assistenza medica e a 20.1 per quella infermieristica.

La bassa qualità dell’assistenza sanitaria di matrice pubblica genera molti effetti. Il primo in ordine di importanza è il non soddisfacimento della domanda di servizi sanitari da parte dei residenti che subiscono una violazione del diritto alla salute. Il secondo effetto riguarda il mercato della sanità privata, che ha spazi non tanto per una sana competizione e virtuosa integrazione con la componente pubblica, ma per l’inefficienza della stessa: non soddisfare i LEA spinge, in senso letterale, i pazienti verso altre soluzioni, che diventano, quindi, non l’esito di una scelta razionale tra più alternative, ma una costrizione dovuta all’assenza di opportunità. Alcuni paradossi sono evidenti: i residenti si accollano il peso delle elevate imposte addizionali regionali necessarie per contribuire alla copertura dei disavanzi annuali generati, in gran parte, da ruberie, disorganizzazione e inefficienze, e su una quota crescente della popolazione grava anche il costo monetario addizionale di ricorrere a prestazioni offerte da strutture private e dal sistema delle professioni mediche di specialisti regionali ed extra-regionali. In questo secondo caso, è ricorrente anche l’effetto trascinamento sulla mobilità sanitaria verso altre regioni sollecitata, quando ritenuta necessaria, dai medici extraregionali, i quali indirizzano i pazienti preferibilmente verso i centri di provenienza.

La mancanza di dati disaggregati non consente di capire con esattezza quanta mobilità sanitaria sia indotta dalla qualità dell’offerta regionale e, pertanto, sia comprimibile facendo leva su un recupero di efficienza nell’erogazione dei servizi. Qualche considerazione può essere fatta guardando ai dati aggregati. Dal 2009 al 2019, la mobilità passiva vale in media 255 milioni di euro all’anno, ossia, in totale, 2.81 miliardi di euro (figura 5). Immaginando che il 50% (per essere prudenti) dipenda dalla bassa qualità dei servizi regionali, un’efficiente riorganizzazione del comparto genererebbe, a parità di costi, significative riduzioni dello stock di debito della sanità calabrese che ad oggi vale attorno a 1.2/1.5 miliardi di euro. Si, attorno. Sembrerà strano, ma nel 2020 i dati di bilancio delle amministrazioni sanitarie non consentono di conoscere con certezza il debito della sanità calabrese. È cosa nota, tant’è che il Commissario Longo dovrà regolarizzare “le poste debitorie relative all’ASP di Reggio Calabria e quelle eventualmente presenti negli altri enti del Servizio Sanitario Regionale”.

È evidente che siamo difronte a un circolo vizioso in cui gli originari squilibri finanziari impongono rigore nella gestione economico-finanziaria (più imposte addizionali regionali; controllo della spesa), senza preservare gli standard qualitativi minimi dei servizi. A valle, le inefficienze gestionali e sistemiche non consentono di minimizzare i disavanzi correnti, generano costi sociali non indifferenti e alimentano il debito del settore tramite il canale dell’obbligata mobilità sanitaria.

Il punto è capire cosa fare per consentire alla Calabria di avere una sanità pubblica efficiente. È certo che le linee di azione del nuovo commissario Longo devono essere diverse rispetto a quelle attuate nei ultimi dieci anni di esperienza commissariale. D’altra parte, non è più tollerabile giocare a tavolino con i costi sanitari, dato che la spesa pro-capite è già la più bassa in Italia (pari nel 2019 a 1083 euro per abitante, ossia il 7,6% in meno della media nazionale). Questi giochi contabili hanno ridotto al minimo i servizi anche perché non si è adottata alcuna azione per capire come impiegare al meglio le risorse disponibili. I tagli hanno amplificato, piuttosto che sanare, le sacche di inefficienza.

Cosa fare è formalmente contenuto nel decreto di nomina di Longo, che è chiamato a perseguire ben 26 obiettivi avvalendosi di una struttura di 25 persone messe a disposizione dalla Regione Calabria.

Dalla nomina traspare in modo chiaro che la scelta del Consiglio dei Ministri non è unicamente figlia di un approccio punitivo contro i “cattivi calabresi”, ma è il frutto di valutazioni che tanto hanno a che fare con il bisogno di modernizzare l’offerta sanitaria regionale (non a caso, nel decreto di nomina i termini “razionalizzazione” ed “efficientamento” ricorrono spesso). In breve, fare i “vigili” e “militarizzare il settore” è ritenuto necessario, ma non è sufficiente per soddisfare i fabbisogni sanitari dei residenti. Serve ripensare e rafforzare in chiave manageriale l’intera governance del settore con l’implicazione di operare un radicale spoil system nei segmenti più opachi e più deboli del comparto. Oggi, più che mai, le posizioni apicali della sanità calabrese devono essere assegnate con criteri meritocratici, allontanando la politica locale e nazionale da queste scelte, in modo da premiare le competenze e non le appartenenze. Servono sì nuovi dirigenti sanitari, ma diventa fondamentale introdurre serrati controlli amministrativi, moderni e snelli modelli organizzativi, trasparenti relazioni con la sanità privata, un uso capillare della tecnologia, rendere tracciabile tutta la spesa. Serve ricostruire la rete dell’assistenza territoriale, occorre prevedere periodiche verifiche nei posti di lavoro sanzionando i nullafacenti e premiando i tantissimi meritevoli. Per fare tutto questo un commissario non è sufficiente, perché per liberarsi da incrostazioni amministrative, bad practices gestionali e pervasiva corruzione è necessaria l’azione d’urto di una squadra di esperti (diversa dai 25 della struttura commissariale) in grado di stravolgere il modus operandi che, purtroppo, contraddistingue gran parte della filiera sanitaria (dagli uffici delle ASP alle corsie degli ospedali).

È proprio in questo perimetro dell’ambiente lavorativo che la sfida di Longo diventa ancora più difficile. Infatti, dovrà sì “pulire” il settore, ma è chiamato anche ad implementare programmi che incentivino, valorizzino ed attraggano competenze in modo tale che alla fine del suo mandato avremo una sanità con conti in ordine e più servizi, ma soprattutto capace di autodeterminarsi perché si sarà finalmente deciso di puntare sul merito e su una nuova cultura del lavoro. (fa) [courtesy OpenCalabria]

[Francesco Aiello è professore ordinario di Politica Economica presso l’Università della Calabria. Attualmente insegna “Politica Economica” al corso di Laurea in Economia ed “Economia Internazionale” al corso di Laurea Magistrale in Economia e Commercio] 

(Parte di questi contenuti sono stati già pubblicati dal prof. Aiello su Il Foglio del 2 dicembre 2020)

CROTONE, ULTIMA CHIAMATA PER IL VOLO…
E RYANAIR LASCIA LO SCALO ‘PITAGORICO’

Crotone e i crotonesi rischiano di rimanere, di nuovo, isolati. Ryanair, infatti, ha cancellato dal 17 gennaio i voli da e per Bologna e quelli da e per Milano-Bergamo fino al 27 marzo (ultimo imbarco da Crotone il 19 gennaio) per «esigenze di carattere commerciale». In buona sostanza, Crotone resta senza voli, isolata e beffata da un apolitica commerciale che non tiene conto delle esigenze del territorio e dei suoi abitanti. L’alternativa? Il FLixbus, oppure un comodo pullman per il Lamezia Airport, dove, invece, i voli continuano e, anzi, nonostante la crisi covid, crescono pure. La denuncia arriva dal Comitato Cittadino Aeroporto di Crotone che, in un post su Facebook, ha scritto di essere «basiti dal silenzio istituzionale. Nessuno ha fatto alcun accenno alla prossima cancellazione del volo Crotone-Bologna. Nessuno fa alcun accenno alla prassi, ormai consolidata di Ryanair, di cancellare i voli anche in aeroporti in continuità territoriale».

«Procedendo con questo ritmo – continua il post su Facebook – da Crotone sempre meno viaggiatori prenoteranno preferendo comprare voli per l’aeroporto di Lamezia Terme che non ha mai problemi simili. Pensiamo che un gestore aeroportuale attento debba far sentire la propria voce verso la compagnia aerea ed evitare la cancellazione dei pochi voli dallo scalo pitagorico».

A peggiorare la situazione, è la cancellazione definitiva del volo Crotone-Bologna, che il Comitato aveva cercato di scongiurare con una petizione online.

Il Comitato, poi, ha incontrato il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, per «illustrare i problemi dell’aeroporto affinché possa intervenire ed incontrare la Sacal e far presente i disagi vissuti dai cittadini».

«Abbiamo consegnato a lui – fanno sapere dal Comitato – con la massima disponibilità tutte le nostre idee, elaborate ed organizzate in un Piano dei trasporti ionico. Una base da cui partire per avere idee comuni per fare decollare la fascia ionica. Un documento che, come sempre, verrà condiviso affinché possa essere migliorato».

L'immagine può contenere: 3 persone, il seguente testo "COMITATO AIO CROTONE AEROPORTO"

«Abbiamo parlato della Sacal – ha proseguito il Comitato – di un gestore che non gestisce, e ha reso precario il nostro scalo. Abbiamo parlato di un’eventuale futura partecipazione del Comune di Crotone nel capitale sociale del gestore aeroportuale calabrese. Abbiamo invitato il sindaco di Crotone a non cedere ad alcun “ricatto” con la Sacal sul nostro diritto alla mobilità in cambio di soldi. La Sacal ha partecipato, volontariamente, ad un bando pubblico nazionale per la gestione di un aeroporto in continuità territoriale con tanti problemi».
«Deve provvedere – hanno aggiunto – al rilancio di tale infrastruttura con propri mezzi, e non facendo affidamento ad un territorio che è già fortemente penalizzato! Speriamo che il sindaco Voce faccia tesoro dei nostri consigli. Noi continueremo a lottare in ogni sede, affinché ciascun cittadino possa esser libero di partire, libero di tornare».
In merito a questa situazione grave, la segreteria provinciale della Cgil Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo e la Filt Cgil regionale, in una nota a firma del segretario generale Enzo Scalese e di Rossella Napolano, e di Nino Costantino della Filt Cgil regionale, hanno espresso preoccupazione per le conseguenze che si determineranno sul Crotonese in seguito alla cancellazione dei voli Ryanair e hanno chiesto al presidente f.f. della Regione Calabria, Nino Spirlì, l’urgente convocazione di un tavolo con Sacal per capire la situazione.

«La compagnia aerea Ryanair – si legge in una nota – ha cancellato tutti i voli dall’aeroporto di Crotone per Bergamo e Bologna, non solo quelli in programma dal 19 gennaio prossimo, ma anche quelli in calendario per febbraio e marzo, che pure erano ancora prenotabili sul sito della compagnia aerea. Ne consegue che lo scalo Sant’Anna fra pochi giorni non sarà più operativo per mancanza di collegamenti. Nè per i mesi successivi si prevede alcuna ripresa atteso che Ryanair, l’unica compagnia che operava collegamenti da Crotone».

«Davanti a questa situazione – continua la nota – non possiamo rimanere in silenzio, e non dovrebbero farlo nemmeno le istituzioni, ad ogni livello».

«La provincia Crotonese – continua la nota – e gran parte della fascia ionica versano in un atavico isolamento determinato da  una linea ferroviaria insufficiente e obsoleta, l’unica strada di collegamento, la Statale 106, frammentata e pericolosa. Parliamo, quindi, dell’incapacità di sopperire alla necessità di collegare il territorio al resto della regione in modo efficace e sicuro».

«Pertanto – hanno scritto Scalese, la Napolano e Costantino – chiediamo al presidente f.f. della Regione, Nino Spirlì, di convocare nel più breve tempo possibile le organizzazioni sindacali, gli Enti territoriali e la Sacal per capire come affrontare la situazione di emergenza per fare in modo di sbloccare l’isolamento di questo territorio che aggrava la già compromessa situazione economica e sociale, acuita  ulteriormente dall’emergenza Covid».

«Lo scalo – conclude la nota – rappresenta, infine, la possibilità, anche se parziale, di rimanere in contatto con il resto del paese e mantenere viva la speranza di una ripresa».

Bisogna, comunque, dire che tutti i rappresentanti politici istituzionali crotonesi hanno deciso d fare fronte comune per difendere l’operatività dell’Aeroporto di Crotone, e fare sentire con forza la voce della città indipendentemente dallo schieramento in cui militano. Accanto al sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, i parlamentari Sergio Torromino ed Elisabetta BarbutoMargherita CorradoElisabetta BarbutoNico Stumpo e il consigliere regionale Flora Sculco, che hanno chiesto un confronto immediato con il presidente della Sacal, Giulio De Metrio, che si è detto disponibile a incontrare la delegazione già nella prossima settimana.

L’iniziativa è nata dalla notizia dell’impossibilità «di prenotare, nei prossimi mesi e fino alla fine di marzo, i voli per Bergamo e Bologna ha determinato tutti, senza esitazione, a decidere di agire congiuntamente per scongiurare che una eventuale sospensione possa tramutarsi in una chiusura definitiva. Anche se questa ipotesi che, in maniera allarmistica, è stata diffusa sembra essere irrealistica poiché le sospensioni dei voli sono state operate da Ryanair su tutto il territorio nazionale in coincidenza con il periodo dello stato d’emergenza e con l’intero settore aereo in crisi a livello mondiale».

«Il che porta a pensare – si legge in una nota – che le ragioni della stessa siano da ricercare nella contrazione della richiesta in conseguenza delle note restrizioni alla mobilità interregionale e, come tali, quindi, temporanee. Le stesse ragioni che, probabilmente, hanno scoraggiato le compagnie aeree a presentare offerta in questa prima gara per l’aggiudicazione delle tratte onerate».

«Il confronto immediato sulle iniziative da adottare – continua la nota – è stato preceduto dalle doverose e necessarie interlocuzioni con la Sacal, in persona del suo presidente, ing. Giulio De Metrio, il quale ha comunicato che la società di gestione aeroportuale ha, finora, ricevuto esclusivamente la notizia di una sospensione dei voli fino alla fine di gennaio. Nel ribadire, inoltre, che la Sacal, contrariamente alle notizie diffuse in maniera assolutamente impropria, non ha assolutamente intenzione di abbandonare al proprio destino l’aeroporto crotonese sul quale punta al pari degli altri scali calabresi, il presidente si è dichiarato disponibile ad incontrare la delegazione crotonese già nella prossima settimana».

«Tutti insieme – prosegue la nota – per fare comprendere a chiunque, ed in qualunque sede, che le fisiologiche contrapposizioni politiche non saranno mai in grado di impedire loro di difendere la città e, nel frangente specifico, lo scalo pitagorico che continua ad essere un tassello importante, se non fondamentale, della logistica dei trasporti dell’area jonica».

«Vorremmo che fosse chiaro – hanno dichiarato i componenti la delegazione – che non siamo disposti a consentire che il nostro territorio sia ulteriormente mortificato e per ribadire la nostra ferma convinzione abbiamo deciso di fare sentire la nostra voce in maniera unitaria. Tante, troppe volte, la mancanza di unità di azione, ha fatto il gioco di altre realtà. Non deve più accadere. La città e l’intero territorio hanno bisogno di sperare in un futuro degno di essere vissuto dai nostri figli». (rkr

CALABRIA, SOFFIA VENTO DI POPULISMO
DE MAGISTRIS, AMATO-ODIATO, È TENTATO

di SANTO STRATI – È trascorso appena qualche giorno dalla firma del decreto di indizione dei comizi elettorali per l’11 aprile da parte del presidente pro-tempore Nino Spirlì, che già circola con insistenza la voce dell’inevitabile rinvio al 9 giugno. Un election-day che vedrà impegnati gli italiani nel rinnovo di importanti Consigli comunali (a Roma, Milano, Napoli, etc). E proprio da Napoli, dove concluderà il 9 giugno il secondo e ultimo mandato da sindaco, Luigi De Magistris viene “strattonato” dalla sinistra più a sinistra e dagli arancioni per un impegno personale come futuro governatore. E De Magistris, che conosce molto bene la Calabria (e Catanzaro, sia perché è stato alla Procura, sia perché ha sposato una catanzarese) ci sta pensando. La tentazione è forte, ma sono necessarie alcune condizioni per la sua discesa in campo. Innanzitutto c’è da vedere cosa succederà al Governo: chi entra, chi esce, e quali nuovi equilibri saranno partoriti dalla crisi mancata (?). Poi ci sono alcune perplessità che derivano dalla diversità di vedute sul futuro di Germaneto e, quindi della Calabria, tra la tentazione del civismo e l’inossidabile scelta dell’usato sicuro, con i partiti tradizionali.

Cominciamo dalla parte più facile: in Calabria sta soffiando un forte vento di populismo e il movimento arancione di De Magistris si attaglia perfettamente alle istanze di quanti non credono più nei partiti tradizionali e aspirano a un radicale cambiamento. Quando, lo scorso settembre, l’attuale sindaco di Napoli è venuto a Reggio per chiudere la campagna elettorale di Saverio Pazzano (La Strada) l’accoglienza in piazza è stata abbastanza calda: a quel tempo nessuno s’immaginava la repentina scomparsa della compianta Jole Santelli e non c’era motivo di ipotizzare un qualsiasi impegno a respiro regionale. Certo, i segnali di aspettative diverse erano ben evidenti: lo stesso successo riportato da Pazzano, antagonista-David contro Falcomatà-Golia, è stato superiore a quanto ci si attendeva. Poi ci sono le varie anime dei movimenti civici che mostrano aneliti populisti che niente hanno a che vedere con le promesse mancate dei pentastellati: a cominciare da quello di Pino Aprile, per finire a Carlo Tansi (Tesoro di Calabria) passando per il Movimento La Calabria che vogliamo di Giuseppe Nucera. Tante anime civiche che non sono riuscite a trovare una pur minima intesa, con toro-scatenato Tansi che ha subito rotto ogni premessa di accordo e annunciato più volte di voler andare per proprio conto.

E Tansi rappresenta una delle spine al fianco delle aspirazioni del primo cittadino di Napoli: l’ex capo della Protezione Civile calabrese ondeggia e tentenna sul possibile accordo con De Magistris e il suo peso elettorale (8-10%) è sicuramente determinante ai fini di una corsa che possa vedere una (im)possibile corsa unita a sinistra. È questa la parte più difficile: Stefano Graziano, attuale commissario dem in Calabria, napoletano, è il primo sponsor di De Magistris e sta cercando in tutti i modi di presentare questa candidatura come la soluzione alle divisività e incomprensioni che caratterizzano tutto il centro sinistra . Non sarebbe una soluzione “alla Callipo” che si è rivelata disastrosa sotto tutti i punti di vista (considerate anche le dimissioni quasi immediate dal Consiglio del re del tonno), ma un compromesso per battere un centrodestra già sicuro di avere la vittoria a tavolino. De Magistris incontrerà entro il 19 gennaio Tansi e i notabili del Partito Democratico in una sede simbolica (la sede del PD al Nazareno, a Roma) per capire se ci sono i margini per un’intesa che lo vedrebbe candidato governatore con Tansi alla vicepresidenza, oppure se è una missione suicida, senza alcuna possibilità di successo. Dunque è da immaginare che entro il 20 gennaio avremo la risposta definitiva dallo stesso De Magistris circa il suo impegno in prima persona per la conquista del Palazzo Santelli a Germaneto. Se dovesse essere negativa, difficile ipotizzare un suo impegno a favore di Carlo Tansi sempre più intestardito a correre da solo con le tre liste pronte già da prima di Natale: De Magistris non avrebbe alcun interesse specifico a inimicarsi i dem in una campagna contraria al loro (disperato) tentativo di unire e riunire le forze per la Presidenza della Regione.

I militanti di DemA Calabria, Rinascita per Cinquefronti e La Strada  hanno stilato un manifesto di intenti  pro De Magistris: «In un momento in cui si discute solo di nomenclature, e in cui il nome di de Magistris viene usato come spauracchio da certi ambienti del centrosinistra e da certo civismo di facciata – scrivono Michele Conia e Saverio Pazzano –, dopo aver parlato con​ tanti soggetti calabresi che lottano nei territori, portatori sani di valori democratici e protagonisti di vertenze legate ai diritti e consapevoli della necessità di un’alternativa seria, concreta, avulsa dal sistema di spartizione di posti e prebende che governa da decenni questa regione, il passo successivo è stato naturale. Abbiamo incontrato Luigi de Magistris e gli abbiamo chiesto di candidarsi per guidare uno schieramento di rottura, fuori da logiche stantie e schemi classici, perché come noi, conosce e ama la Calabria, come noi è consapevole che bisogna rompere col passato, come noi sa che questo non può avvenire per miracolo ma con un grande lavoro e con l’entusiasmo di chi sa che la Calabria ha le energie e le intelligenze per farlo. Gli abbiamo detto che saremo al suo fianco con le nostre energie e le nostre esperienze».

In questo contesto, non va però, dimenticata la figura di Mario Oliverio, “riabilitato” con colpevole ritardo e non ancora “riammesso” a corte dai dem (fa ancora parte della Direzione Nazionale): la sua assoluzione non gli dà via libera per una ricandidatura in prima persona (avrebbe il suo uomo da mettere in corsa, visto che ha ancora qualche grana giudiziaria da cui uscire) ma gli consente di tenere un atteggiamento oltremodo critico sulla proposta di Graziano per candidare De Magistris a rappresentare il centro-sinistra. Il suo scarso feeling con Graziano è arcinoto, come sono pesanti le dichiarazioni che ha fatto a proposito dei rumours sulla candidatura del “papa straniero” che viene da Napoli. Difficile presagire gli esiti dell’incontro prossimo venturo in cui ci sarà l’abbraccio dei dem all’avventura De Magistris-Tansi o se il gelo (probabile) metterà ulteriore scompiglio su un elettorato di sinistra sempre più disorientato e amareggiato.

Il candidato naturale che poteva essere l’ex presidente del Consiglio regionale (e attuale vicepresidente) Nicola Irto, in grado di raccogliere un discreto consenso per una partenza in pole position, non piace – a quanto sembra – ai piani alti del Nazareno, ovvero non è riuscito a trovare sponsor pronti a impegnarsi sulla sua persona. Ha un profilo pulito, Irto, ma ha il torto, durante i cinque anni di Presidenza del Consiglio, di non aver saputo adeguatamente seminare opzioni a suo favore e preparare il consenso necessario a favorire la discesa in campo. In confronto, De Magistris – amato-odiato in pari misura – a Catanzaro e in Calabria ha saputo tenere la piazza, anche nel confronto con il presidente De Luca, mostrando di aver maturato un’attitudine politica che non può permettersi di mandare alla deriva.

Le elezioni al 9 giugno potrebbero essere quella combinazione astrale di eventi che a volte cambiano il corso delle cose: finisce il mandato (non rinnovabile) a Napoli, e De Magistris si trova nelle condizioni ideali per tentare il ritorno in Calabria. La moglie e i figli sarebbero felici di tornare a Catanzaro, bisognerà vedere che ne pensano i calabresi. (s)