RIPARTENZA DALLA SCUOLA: DA CITTANOVA
MODELLO DI ENTUSIASMO E COMPETENZA

di FRANCESCO RAO – La Scuola continua ad avere una serie di criticità che il Covid, in buona parte, ha contribuito ad enfatizzare. Nell’ultimo anno, la pandemia oltre a mietere vittime ha letteralmente aperto uno squarcio nel sistema educativo e formativo italiano creando una fase priva di precedenti. Tutto ciò, contrariamente al passato, non potrà essere risolvibile con l’applicazione di metodi e soluzioni già praticate. Bisognerà attivare nuove strategie, ponendo come punto di partenza la volontà di far andare avanti ogni azione formativa, educativa ed aggregativa in sicurezza per rendere possibile ai nostri studenti di realizzare una duplice azione: evitare lo scoramento dei momenti di solitudine; rimettere in moto i processi formativi anche mediate l’utilizzo di spazi aperti.

Il primo elemento da tenere in considerazione dovrà essere una novità metodica nella quale,  la cabina di regia che dovrà seguire questa delicatissima fase non dovrà fermarsi con l’eventuale cambio di governo ma dovrà persistere nel rispetto della volontà istitutiva esercitando sempre facoltà d’indirizzo e controllo ma nel rispetto degli elementi che ne contraddistinguono la mission operativa da protrarsi sino a quanto non verrà dichiarata la fine della pandemia. Potranno essere sostituiti i componenti, potrà essere riveduta e corretta la curvatura progettuale, ma l’operatività della cabina di regia dovrà persistere sino al raggiungimento di un primo importantissimo traguardo: portare ad un limite fisiologico del 4%, su scala regionale, la dispersione scolastica in Italia.

Per alcuni versi, il sistema educativo e formativo italiano aveva già accumulato ritardi rispetto ad altri modelli europei. Tale affermazione, a scanso di ogni equivoco, non vuole essere una deminutio capitis nei confronti di quanti lavorano nel mondo della Scuola. E’ una constatazione dettata dalla contingenza temporale e dalle mutevoli richieste di professionalità richieste da un mercato del lavoro che corre, ponendosi un duplice obiettivo: generare occupazione e innovazione per poter poi raggiungere alti standard di produzione e competitività.

A seguito di una buona parte di riforme non del tutto perfezionate, il nostro sistema scolastico appare per mille versi incompleto. Vuoi per motivi di instabilità politica, vuoi per una rinnovata mentalità, tesa ad anteporre alla bontà dei progetti il concetto di discontinuità rispetto al passato tra chi ha governato e chi governa, oggi il cerino in mano se lo ritrova anche  l’attuale Presidente del Consiglio, Prof. Mario Draghi. Proprio lui, sin dai tempi non sospetti, aveva focalizzato la sua attenzione sulle numerose problematiche afferenti al mondo della Scuola, individuabili a volte come cause, ed a volte come effetti.  L’attuale Premier, sin dalle prime dichiarazioni nell’esercizio delle funzioni, ha ben pensato di condividere una necessità nazionale: far recuperare tempo ed opportunità formative ai nostri studenti  durante l’estate. Se da una parte si è levato lo scudo delle proteste, con questa riflessione, senza voler entrare nel merito politico,  vorrei muovere una proposta tesa ad illustrare l’opportunità e la visione offertaci dal Presidente Draghi.

Il periodo estivo,  oltre all’auspicata pausa pandemica, potrebbe essere anche una valida parentesi per restituire ai nostri studenti la possibilità di allineare competenze, socialità e rimettere in moto quell’arricchimento creativo, attivabile mediante la partecipazione ad attività laboratoriali da realizzare in appositi percorsi extrascolastici, messi in atto previo l’emanazione di bandi ai quali le Istituzioni scolastiche e gli Enti Locali potranno partecipare per erogare le attività programmate dal Ministero. Questo modello estensivo del percorso scolastico tradizionale, oggi più che mai, è necessario in quanto i dati illustrati nel grafico sottostante, indicano chiaramente la misura del divario esistente tra gli studenti residenti nelle macro aree dell’Italia e la necessità di dover agire per tempo senza dover continuare a procrastinare.

Proviamo a trasformare il dato in opportunità per poi immaginare l’Italia dei prossimi 30 anni. Non bisognerà essere in possesso di particolari competenze per dedurre quale sarà la proiezione e quale potrebbe essere il risultato: la penuria di conoscenza e sapere, alimenterà soprattutto la corruzione, la criminalità e la qualità delle politiche messe in atto per amministrare l’Italia intera, partendo dalla cellula più piccola del nostro Stato e cioè dai Comuni sino a raggiungere le più alte cariche istituzionali. Per illustrare tale circostanza, sono stati riportati i risultati dei test OCSE PISA del 2018, i quali prendono in esame l’ambito della lettura e della matematica.

I servizi pubblici: la scuola

Il lettore, come potrà evincere dalla lettura dei grafici, avrà sicuramente constatato l’emergenza educativa da governare nell’immediatezza. Rimandare, soprassedere, sminuire oppure applicare le pregresse misure, con l’intento di ottenere vecchi risultati, comporterà un incremento esponenziale del divario culturale non soltanto tra Nord e Sud ma si rischia di aprire ulteriori divari culturali anche nei luoghi dove tali fenomeni, sino a qualche anno addietro erano marginali o inesistenti. Il livello emergenziale, presente e futuro, riconducibile alle cause afferenti alla deprivazione culturale, non riguarderà soltanto quanti vivranno fenomeni di povertà educativa, ma tenderà ad estendersi anche a quei segmenti sociali che in passato apparivano sottratti a tale dinamica perché riconducibili ad una classe mediamente agiata ed oggi non più tale.  In tal senso, la Pandemia potrebbe essere paragonabile ad un catalizzatore che ha accelerato ogni processo emergenziale e dove erano presenti criticità non mitigate dalle politiche di governo o delle Regioni l’attesa di una mancata tenuta sociale non è un fatto da sottovalutare.

Il titolo di questa riflessione vuole essere una proposta concreta, utile per i ragazzi ma anche per l’intero Paese. Pertanto, prima ostacolare l’opportunità, aggrappandosi a mille scuse ed alimentando le solite forme di pregiudizio tese a bloccare la proposta sul nascere, chiederei la cortesia di voler provare ad immaginare una prosecuzione dell’attività scolastica nei mesi estiva, intravedendo immediatamente l’opportunità che risiede nell’iniziativa e mettendo da parte, sin da subito,  l’idea di una Scuola estiva, pensata sulla replicabilità del modello tradizionale  immaginando un laboratorio estivo di peer-education, svolto prevalentemente all’aperto e imbastito da quel modello di offerta formativa, da sempre affascinante che tutti noi conosciamo come l’“Estate Ragazzi”, frequentata annualmente da quanti non vedevano l’ora di poter indossare il cappellino colorato del “Gr.Est.” e le magliette colorate dei  rispettivi gruppi di gioco.

L’insuccesso scolastico, emerso dal monitoraggio invalsi, rappresenta un campanello d’allarme che molto presto diventerà assordante. Sulla scorta di tali evidenze, prevedere l’insuccesso formativo oggi non può essere più una tra le opportunità da perseguire ma dovrà essere il passo decisivo da compiere e portare a termine con un cronoprogramma ben definito. Far maturare un risultato in controtendenza alle dinamiche attuali nell’arco dei prossimi 7 anni non dovrà essere una missione impossibile ma un lavoro d’insieme, dove la cooperazione possa divenire l’elemento di novità teso a generare una sommatoria positiva. Tutto ciò, affinché possa realmente essere funzionale, non dovrà essere il programma di un governo, ma dovrà assumere l’aspettativa di uno Stato che investe annualmente i soldi del contribuente, tanto nei confronti dei docenti quanto nei confronti degli studenti, per poter avere come risultato, oltre ad una crescita culturale degli Italiani lo sviluppo socio-economico del Paese.

La funzione educativa e formativa rivolta ai nostri giovani, in prima istanza, dovrà avere questi obiettivi ed i docenti dovranno sentirsi i veri protagonisti del cambiamento che l’Italia ci chiede. Affinché possano trasferire ai loro discenti competenze, abilità e motivazione, occorre che gli stipendi del personale scolastico non sia tra i più bassi della pubblica amministrazione italiana. Per rimettere in moto la speranza ed avviare la crescita c’è bisogno di motivazione. La svilente quantità di cavilli burocratici esistenti che di fatto ostacolano la volontà di quanti vorrebbero poter diventare docente, si trasforma in una gigantesca scala mobile dove moltissimi aspiranti insegnanti trascorreranno più della metà della loro vita a conseguire titoli, spendendo soldi in corsi e testi per sostenere concorsi per poi sentirsi umiliati da norme e regolamenti messi in atto per rendere sempre più distante la meta. Ho avuto modo di conoscere molti docenti carichi di entusiasmo, ma con il passare degli anni ho visto spegnere l’ardente desiderio di compiere bene il proprio dovere in quanto esasperati da un sistema voraginoso e complesso dove c’è di tutto ma alla fine la Comunità educante è troppo piccola per accogliere e formare i nostri ragazzi. Le cause sono tante e in questa sede eviterò di approfondirle, un dato è certo: il Dirigente scolastico dovrà tornare ad occuparsi di coordinamento didattico, mettendo da parte le tonnellate di carte che alimentano la quotidiana burocrazia. Per quest’ultima fase, bisognerà affidare maggiori Risorse Umane e mezzi finanziari ai Direttori Amministrativi. I Docenti dovranno tornare ad insegnare, i genitori non dovranno sottrarre il lavoro ai Pubblici Ministeri ed i Giovani dovranno tornare a studiare per diventare grandi.

Gli insuccessi scolastici

Tornando alla proposta iniziale e mettendo da parte l’eventuale preoccupazione afferente a ciò che dovranno svolgere i nostri ragazzi, proviamo ad immaginare cosa e quanto potranno apprendere i nostri studenti utilizzando i due mesi estivi. Per i più piccoli, l’esperienza del gioco, unitamente ad altre attività didattiche, somministrate in modalità partecipate e tese ad ottenere anche restituzioni sulle discipline affrontate, seppur praticate in modo meno oneroso di come avviene durante l’Anno Scolastico, sarà sempre il punto di partenza per apprendere le regole, metterle in pratica e tornare a vivere il percorso di crescita in un segmento dove possa tornare a prevalere il noi e non l’egoistico io.

Questo modello di sperimentazione, con annesse attività trasversali quali educazione civica (per es. partecipare ad attività svolte dal volontariato o dall’azione Cattolica), oppure alla possibilità di svolgere percorsi tesi a conoscere l’ambiente,  potrebbero essere anche un validissimo vettore per far uscire dal paradigma del “learning loss[1]” moltissimi studenti, proiettati ad una forma di apatia diffusa e sempre meno propensi ad essere coinvolti nello svolgimento delle attività didattiche erogate attualmente in modalità D.A.D. Attraverso percorsi alternativi, da realizzare in sicurezza all’interno dei laboratori scolastici oppure nei parchi comunali, quanti frequenteranno tali attività, riparati dal caldo sotto gli alberi, potrebbero ritrovare gli stimoli ideali per rientrare in aula con maggiore carica e determinazione quando verrà avviata l’attività scolastica nel prossimo autunno. Oggi, l’onda lunga proveniente dagli Stati Uniti d’America ed il cambiamento sociale in atto, bisogna assumerli come variabili di sistema non come semplice novità.  Nell’arco di pochissimi anni, la mancata innovazione dei modelli forativi raderà al suolo i vecchi modelli di lavoro ed i traballanti modelli occupazionali. Ciò che le nostre giovani generazioni dovranno apprendere sin da subito, non dovranno essere soltanto le abilità ma bisognerà concentrarsi molto e di più sulle competenze.

C’è un settore in Italia che sta cercando tecnici però il segmento scolastico non è in linea con le richieste ed i poli tecnologici soffrono unitamente alle opportunità di sviluppo in quanto i percorsi afferenti al sistema di Industria 4.0 continuano ad essere poco incentivati. Non va sottovalutato il fatto che in Italia vi sia anche una parte del sistema Universitario ingessato su un modello che a volta potrebbe essere paragonabile alla prosecuzione delle segmento di Scuola Superiore. Idem per ciò che riguarda i Master post laurea. In tali percorsi, contrariamente a quanto avviene in altre parti del mondo, noi Italiani abbiamo fatto a modo nostro evitando agli studenti di trascorrere metà della loro giornata a contatto con il lavoro per il quale hanno deciso di studiare ed approfondire e rendendo il Master una prosecuzione dell’Università.

Perciò, l’idea di fondo che mi trova perfettamente in linea con quanto immaginato dal Presidente Draghi, tra l’altro rimarcato in più circostanze anche dal Ministro Patrizio Bianchi, potrebbe essere una Scuola aperta al territorio ed intenta a cogliere le opportunità di una crescita strutturale della società  in modo innovativo ed attraverso una duplice propensione tesa a volere e  sapere quanto sia importante  mettersi in gioco sin dalla giovane età.

In un sistema formativo moderno, il coinvolgimento di personale tecnico, educatori e professionisti disposti a lavorare durante la fase estiva su basi progettuali ben definite, utilizzando laboratori interni alla Scuola ma anche utilizzando luoghi quali parchi, Musei, Palazzetti dello Sport, Centri storici di Città o di Paesi, stazioni ferroviarie, sentieri di montagna, percorsi fluviali, spiagge non dovrebbe essere altro che una forte spinta emotiva per far crescere la capacità critica e la fantasia di questa generazione oggi reclusa in casa, intenta a trascorrere giornate standardizzate.

Penso ad attività didattiche e formativa non in linea con le disposizioni normative  di cui al Decreto Ministero della Pubblica Istruzione n. 139 del 22/08/2007, ma articolate in modo tale da promuovere oltre alle abilità le competenze e le conoscenze personali attraverso una serie di attività da svolgere mediante lo sviluppo dei quattro assi culturali di riferimento.

Come si potrà notare dalla tabella relativa all’insuccesso scolastico, i dati INVALSI documentano le dinamiche afferenti alla dispersione scolastica in Italia. Come già detto, potrà essere ampiamente prevedibile l’effetto che andrà a riverberarsi in tali contesti dove, oltre alla deprivazione culturale ed alla povertà educativa oggi si affiancherà l’effetto del “learnig loss” proprio a seguito delle problematiche più volte analizzate ed illustrate in questa ed in altre mie riflessioni. Oggi siamo ad interrogarci sulla durata della pandemia, ma non c’è una forte consapevolezza a quali difficoltà saranno esposti i nostri studenti.

Sulla scorta di questa brevissima riflessione, l’opportunità di rendere possibile l’avvio di percorsi sperimentali, tesi ad avviare attività scolastico-formative durante il periodo estivo, potrebbe essere anche una vera e propria opportunità per attivare scambi culturali, fruibili  dagli studenti residenti al Nord o al Centro Italia che trovandosi in vacanza nel Meridione d’Italia potrebbero frequentare le attività previste per il periodo estivo, suddivise per classi e gestite nel rispetto di una programmazione semplice ma efficace che potrebbe trovare in pochissimo tempo una condivisa attività di programmazione ed attuazione nel rispetto dei programmi Ministeriali e, come già detto,  in funzione  agli Assi culturali ed alle competenze chiave, nelle quali, potrebbero trovare spazio anche discipline proposte in modo democratico dagli stessi partecipanti. Quest’ultima opportunità, oltre a rendere maggiormente motivante la proposta, potrebbe essere un’ennesima trasversalità afferente all’abito dell’educazione civica ed alla tutela dell’ambiente.

Quindi, messa da parte ogni paura:

  • I Genitori non dovranno vedere i propri figli impegnati a Scuola 5 per ore al giorno durante l’estate, immaginando sofferenza e non processi di apprendimento ma sarà utile uno slancio di fiducia teso a far crescere i giovani e soprattutto rendere loro qualche opportunità in più per il futuro;
  • Nessuno dovrà veder bloccate le proprie ferie perché il proprio figlio o la propria figlia dovrà frequentare le attività estive;
  • Per i Docenti, non dovrà esserci la preoccupazione di dover insegnare anche durante l’estate, senza poter avere ferie (anche se ogni impiegato afferente al mondo della Scuola, come da CCNL, ha diritto a 32+4 giorni di ferie l’anno). Nulla di tutto ciò, quanti vorranno potranno lavorare anche in tali ambiti ma con nuovi metodi, rendendosi disponibili per tempo;
  • Gli Educatori insieme ai Professionisti coinvolti, non dovranno pensare di dover fare volontariato durante l’estate ma dovranno guardare all’opportunità di poter lavorare con giovani essendo retribuiti grazie ai fondi che dovranno essere messi a disposizione dallo Stato;

L’opportunità di mettere in campo un sistema che possa far “recuperare” tempo ed entusiasmo agli studenti, impegnandoli nei mesi estivi, con una pausa dal 10 al 20 agosto e prevedendo crediti formativi per il futuro per quanti sceglieranno di investire su se stessi mediante l’adesione a tali percorsi,  potrebbe essere un primo serio provvedimento per mettere all’angolo la virulenta pericolosità della povertà educativa, la deprivazione scolastica e il crescente fenomeno del Learnig Loss destinati ad alimentare nel tempo oltre ai fenomeni di dispersione scolastica anche l’analfabetismo funzionale e la decadenza sociale.

Scrivo questa riflessione perché gran parte del modello operativo esposto è stato ampiamente sperimentato durante l’estate del 2020 con le attività programmate e realizzate a Cittanova, mio Paese d’origine situato in Calabria, grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministro Bonetti, l’Amministrazione Comunale ha inteso promuovere questo modello inclusivo e tutti i partecipanti all’Estate Ragazzi” hanno dimostrato una straordinaria partecipazione ed una costante puntualità, dedicandosi con talento e passione ad ogni iniziativa. Personalmente la più grande soddisfazione non è stata l’aver scritto l’intera progettazione o l’esser stato nominato responsabile del progetto ma vedere tantissimi bambini e giovani, giocare e leggere, colorare e divertirsi durante un’estate piena di colori. (raf)

(Francesco Rao è un sociologo e docente, vive a Cittanova)

LA CALABRIA DA LUNEDÍ TORNA ARANCIONE
IN FUTURO SOLTANTO CHIUSURE PER ZONE

È ufficiale. La Calabria torna zona arancione da lunedì 12 aprile. Lo ha reso noto il presidente f.f. della Regione Calabria, Nino Spirlì.

«Il comportamento della nostra gente – ha detto Spirlì – il rispetto delle norme, l’aiuto delle forze dell’ordine e di tutti gli addetti alla sicurezza, quel senso di responsabilità che abbiamo, via via, accresciuto, hanno prodotto un importante risultato».

«Ciononostante – ha aggiunto – abbiamo consegnato al virus tante persone care, troppe. E continuiamo a essere troppo esposti agli assalti del Covid. Sono convinto che per i nostri imprenditori, commercianti, artigiani, e non solo per loro, sarà un nuovo timido inizio, che deve essere accompagnato da giusti risarcimenti che abbiamo – e ho personalmente – chiesto al Governo. Ma non dobbiamo abbassare la guardia e non dobbiamo sentirci completamente al sicuro: lo saremo solo se continueremo a tutelarci l’un l’altro, solidalmente».

«La nostra Regione – ha concluso Spirlì – ha difficoltà ultratrentennali, note e mai risolte, nel campo della Sanità. Chi oggi da lezione, ieri ha taciuto. Un silenzio assordante, mentre i ladri rubavano e mentre i conti non tornavano. Tanti chiedono conto a chi è al timone in questo tempo nemico, sapendo che il timone, loro, lo avevano consegnato ai pirati. Ma, tant’è: questo è il gioco delle parti. La cosa importante, al di là delle volgarità e delle nequizie di puro carattere pre-elettorale, è arrivare insieme a un porto sicuro. E lo faremo».

La consigliera regionale della LegaTilde Minasi, in merito al ritorno della zona arancione della Calabria, e quindi la riapertura delle attività, ha detto che «è importante evidenziare come determinate scelte vadano ponderate e basate sulle singole aree. Non può estendersi un provvedimento così drastico ad intere regioni, che magari, come nel caso calabrese, presentano ampie disparità di contagio da una zona all’altra».

«È fondamentale tutelare la salute – ha detto ancora – ma altrettanto va tutelato il contesto socio economico, a maggior ragione in situazioni già fragili come quelle che caratterizzano il nostro tessuto produttivo, basato in gran parte su piccole e medie imprese che, dopo un anno, riscontrano serie difficoltà a proseguire nelle loro attività. Sino ad oggi, la composta attesa di molte categorie e il loro dispendioso adeguamento ai protocolli, infatti, non ha garantito giusti sussidi e adeguati interventi normativi, non permettendo perciò di far fronte alle spese che continuano ad essere costanti a fronte di guadagni esigui, e a volte nulli». 

«Per questo, come ribadito anche da Matteo Salvini nel corso dell’incontro con il presidente Mario Draghi – ha proseguito la Minasi – è un dovere riaprire dove i numeri del contagio lo consentono. Si guardi, ad esempio, ai casi attualmente attivi nella provincia di Reggio, non tali da prevedere le chiusure totali.  Un’analisi in tal senso, e su questo si sta ragionando anche con il presidente Spirlì che si è recato appositamente a Roma, va assolutamente compiuta. La zona rossa perenne e per tutti non è più percorribile: ci si prodighi seriamente al completamento della campagna vaccinale, unico strumento per superare questa impasse e non assistere più a scene drammatiche come quelle registrate in questi ultimi giorni in tutta Italia».        

«La situazione è disperata e, nel Meridione soprattutto – ha sottolineato – si rischia seriamente di consegnare queste imprese, danneggiate dalla pandemia e senza liquidità disponibile, alla criminalità organizzata, che, come è noto, è solita operare nelle criticità sociali. E ci troveremo ad un punto di non ritorno. Non si può più chiedere alle comunità di scegliere tra salute e lavoro – ha concluso la consigliera regionale –. Su questo concentreremo tutte le nostre energie e il nostro impegno». (rcz)

L’ATTACCO AL LAVORO IN REMOTO AL SUD
FINANCIAL TIMES, REPLICA LA CARFAGNA

di SANTO STRATI – La parola magica è Southworking è nata durante la prima fase della pandemia: molti lavoratori meridionali, in piena crisi coronavirus, hanno fatto ritorno al Sud e per molti di loro si sono aperte opportunità di proseguire il lavoro in remoto, da casa, attraverso il cosiddetto smart working, detto burocraticamente lavoro agile. Finita la prima fase della pandemia, in molti hanno rinunciato a tornare al Nord, dando la propria disponibilità a continuare a lavorare da casa propria e questo atteggiamento che è stato emulato in modo considerevole è diventato un vero e proprio fenomeno che, appunto, è stato battezzato southworking, (lavoro dal Sud). Mara Carfagna Dalla Bocconi viene una solenne bocciatura del fenomeno, salvo che il ricorso al southworking non sia di breve durata, ma la ministra per il Sud Mara Carfagna, a questo proposito, in un’intervista al prestigioso quotidiano britannico Financial Times ha spiegato che, invece, potrebbe diventare una solida e ampia opportunità se le aziende confermassero la propensione a utilizzare il lavoro da remoto. Certo per ridurre il divario il Sud dovrebbe intervenire sulle infrastrutture digitali che sono scarse e inadeguate. Per questo – ha annunciato al FT – il Sud assorbirà il 48% degli investimenti per destinarlo alla banda ultra larga, è uno dei punti essenziali del Recovery Plan.  Commentando su FB l’intervista, la ministra Carfagna ha detto: «Il Financial Times mi ha interpellato in un’inchiesta sul southworking italiano, con dati-shock sull’esodo dal Meridione nell’ultimo decennio: più di un milione di emigrati dalle regioni del Sud verso il Nord. Tornare al Sud e lavorare da remoto è un’opportunità che stanno scoprendo in tanti e va incoraggiata».

Ci sono– è vero – pro e contro sul lavoro agile e sulle prestazioni per via telematica di dipendenti “meridionali” rimasti al Sud: per molte aziende del Nord il southworking ha significato una migliore produttività dei propri dipendenti collegati in remoto e l’abbattimento di alcuni costi (riduzione degli ambienti di lavoro, minori costi di energia, etc), per altre si sono create perplessità sull’effettiva convenienza del lavoro “agile”, più per una sorta di pregiudiziale infondata che per reali valutazioni sull’efficienza dei dipendenti “connessi” e non presenti in azienda: in genere si lavora di più stando a casa, senza rispettare orari rigidi, quello che importa è il prodotto finale che l’azienda si aspetta. E, naturalmente, si applica solo per determinate categorie di lavoratori: il settore manifatturiero, per esempio, può delegare e assegnare in remoto le mansioni di progettazione e amministrazione, ma la manodopera in fabbrica non è, di fatto, sostituibile.

Come in tutte le cose, c’è ovviamente, anche chi ha costruito opinabili teorie di efficienza ridotta e danni alle imprese. È una docente di Management e Tecnologia all’Università Bocconi di Milano, Rossella Cappetta, che si è lanciata a stroncare il southworking: «Danneggia imprese, lavoratori e società: il Sud non dev’essere il dormitorio del Nord», ha detto con intuibile animosità verso i meridionali. In un’intervista al giornale web Business Insider Italia, la Cappetta ha spiegato perché è, al contrario di quanto sostiene la Svimez che plaude al fenomeno, è contraria al lavoro in remoto (stando a casa propria, al Sud): «Le imprese moderne – ha detto – sono nate per affrontare situazioni di grande complessità. Questo vuol dire che danno il massimo e generano valore solo in questa condizione. Che non si verifica se i suoi dipendenti operano da remoto. Solo un pezzo del coordinamento può essere effettuato a distanza – ha specificato -. Inoltre non è pensabile abbandonare del tutto l’ufficio. L’ideale sarebbe creare un equilibrio che consenta di stare a casa due giorni e in azienda i restanti tre». Sarebbe un mix ideale se non ci fossero distanze incolmabili tra i lavoratori che scelgono di restare al Sud e la localizzazione delle aziende (in genere tutte al Centro-Nord).

Secondo la docente, «Questa forma di flessibilità può essere sostenibile adesso, in piena pandemia, ma non è ipotizzabile nel futuro. Non è possibile amministrare a distanza il cento per cento del lavoro». Vale, ovviamente, per i dipendenti ma non per i professionisti: «I lavoratori autonomi potrebbero trovare nel southworking un bilanciamento fra vita professionale e vita privata. Già molti grandi studi professionali hanno consulenti esterni che vivono dove preferiscono».

Nel caso delle aziende, la situazione – secondo la prof.ssa Cappetta – è diversa: «Le imprese sono comunità sociali, svolgono funzioni educative proprio come fa la scuola , ma questi meccanismi funzionano solo in presenza. Il southworking li distruggerebbe». Secondo la docente della Bocconi, «Le aziende risparmierebbero i costi di affitto, ma quelli necessari per organizzare il lavoro a distanza sarebbero molto maggiori. Inoltre verrebbe a mancare la formazione continua delle persone. Tutto questo si tradurrebbe in una flessione della produttività e quindi del fatturato. Ecco perché il southworking non può che essere una logica di breve periodo». E i lavoratori? «Si sentirebbero soli, isolati dai colleghi, avulsi dal contesto. Potrebbero perdere occasioni di avanzamento di carriera e perfino soldi».

Qualcuno obietta che i lavoratori del southworking scelgono piccoli borghi, località balneari, cittadine del Sud dove la qualità della vita è decisamente superiore a quella del Nord, ma è in fondo questa la motivazione che ha spinto a rimanere al Sud. Cosa importa da dove si lavora, visto che le tecnologie permettono questa agevole alternativa, se il risultato finale è ugualmente e qualitativamente ottimo? Se ci fossero opportunità d’impiego al Sud, in Calabria – per esser chiari – molti nostri giovani tornati perché costretti dalla pandemia avrebbero anche cambiato azienda, felici di produrre efficacemente per il territorio che li ha visti nascere e crescere. In attesa che il sogno si realizzi, ben venga, dunque, il southworking con grande soddisfazione dei lavoratori che respirano aria di casa e sono tornati a vivere in famiglia, tra amici e conoscenti, aspettando di poter costruire un futuro nella propria terra che già appare meno improbabile. (s)

JONIO-TIRRENO, CALABRIA DIVISA IN DUE
TRA SOGNI E PROMESSE, NON C’È FUTURO

di CARLO TANSI – Ricordate la vecchia lavagna delle elementari di un bel po’, ormai, di anni fa. Parlo di quella con i gessetti ‘farinosi’ divisa in due parti, su cui scrivere i nomi degli scolari buoni e dei loro compagnelli cattivi, da una riga bianca centrale tirata da un alunno, magari il capoclasse, o più spesso dall’insegnante. Una netta, e simbolica, linea di demarcazione, insomma, simile alla segnatura immaginaria che percorre logitudinalmente la Calabria fra i lati tirrenico e ionico.
Il primo collegato in maniera ampia e soddisfacente con autostrada, ferrovia e aeroporto di Lamezia. Il secondo invece rimasto all’epoca delle diligenze con la Statale 106 meglio conosciuta, in modo sinistro ma purtroppo meritato alla luce dell’inaccettabile numero di vittime mietute, come la ‘Strada della Morte’ e treni alimentati a combustibile fossile viaggianti lungo una rete di binari risalente in gran parte addirittura all’immediato Dopoguerra. Finita qui, che pure non è certo poco?
Neanche per idea. C’è persino di più, considerato come il divario, già di per sé abbastanza marcato sulla base di quanto peraltro premesso, fra la molto più ‘servita’ parte Ovest e la zona Est al contrario abbandonata al suo destino, una sorte assai grama, sia addirittura destinato ad aumentare. E di parecchio, per giunta. Fermo restando che è mia ferma intenzione bandire ogni forma di campanilismo, responsabile delle insopportabili forme di nanismo economico e culturale da cui è afflitta la realtà calabrese tenuta radente al suolo da una pesante zavorra.
Al di là di tutto, va detto che ai lauti finanziamenti del Recovery Fund è infatti stato programmato il superfluo raddoppio della galleria Cosenza-Paola, denominata Santomarco, per un costo di svariate centinaia di milioni di euro, ancora una volta sul Tirreno, che arricchirà ulteriormente, come si vocifera da queste parti, qualche illustre politico cosentino presente, sotto mentite spoglie, in una società a cui sarà affidato lo stesso ‘mega-progetto’ mentre non si segnalano progetti per la sempre più isolata e dimenticata fascia ionica.
A cui manca un collegamento veloce in grado di connettere le estese aree del comprensorio reggino, della Locride, del Soveratese, del Catanzarese, del Crotonese, con le ultime tre notoriamente connesse alle città di Catanzaro e Crotone, fino ad arrivare al grosso centro urbano di Corigliano-Rossano, alla Puglia e alla Lucania. Senza contare lo stato di abbandono in cui versa l’aeroporto della città di Pitagora, da tempo depotenziato in modo quasi totale, tra l’altro unitamente a quello di Reggio.

Scenario intollerabile, che non deve però alimentare ‘guerre fra poveri’ bensì, lo ribadisco, viceversa far lavorare tutte insieme le persone perbene alla ricerca del rafforzamento della nostra amata regione nel suo complesso.
Perché la Calabria, e sembra persino banale ma ahimè nient’affatto scontato dirlo, ha bisogno di progredire in modo uniforme. Non certo a due velocità. Bisogna in altri termini pensare al migliore futuro del sistema Calabria nel suo complesso. Basti ad esempio riflettere sul fatto che, a ognuno di noi, spostarsi da qui a Roma costi più del doppio di quanto non sia necessario spendere per un veneto o un milanese analogamente diretti da casa loro alla capitale. È il motivo per cui in cima alle priorità del movimento arancione, accanto a Lavoro e Sanità, troverà posto il delicato e strategico tema della Mobilità. Senza la cui migliore efficienza possibile non ci può essere crescita e sviluppo di un qualunque territorio. (ct)

(Carlo Tansi, geologo, ex capo della protezione civile in Calabria, è stato candidato governatore alla Regione nel 2020 e sarà candidato con Luigi De Magistris alle prossime elezioni regionali)

PONTE, IL MINISTRO CINGOLANI PERPLESSO
TUTTI CONTRO L’OPERA CHE AIUTA IL SUD

di SANTO STRATI – Il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha dichiarato a Radio Capital di essere “perplesso” a proposito del Ponte sullo Stretto, ma poi ha aggiunto che non ha “studiato il progetto”. Ora un ministro “perplesso” lascia indubbiamente anche noi (e probabilmente gran parte dei nostri lettori) più che perplessi. Che significa? Perché parlare se “non ho studiato il progetto”?. Il punto è che intorno al Ponte ci sono due scuole di pensiero quelli “che si deve fare comunque” e quelli che “non si deve fare e basta”. Alla prima categoria possiamo schierare i possibilisti, visionari e – se permettete – i realisti che guardano alle ricadute che un’opera del genere potrebbe avere in termini di occupazione, lavoro e, naturalmente, indotto: una grande quantità di posti di lavoro che farebbero respirare questa terra sempre più asfittica e ansiosa di vedere occupati i propri giovani, ma anche i manovali, carpentieri, artigiani, progettisti e via discorrendo che continuano a essere privati di ogni opportunità. Capacità e competenze non sono un metro valido per garantire lavoro dignitoso e all’altezza del proprio talento: è la drammatica situazione della Calabria, non stiamo scoprendo nulla di nuovo.

Alla seconda categoria quelli del NO a tutti i costi iscriviamo d’ufficio i talebani che non riescono a guardare oltre la propria ristrettissima “fede” ideologicamente povera e terribilmente ispirata alla “decrescita infelice”: quelli che il Ponte è la maledizione per le due sponde, che distrugge il paesaggio, che richiederà due ore per l’attraversamento, che verrà giù alla prima scossetta, e via discorrendo. Con tutto il rispetto per questa scuola di pensiero che non cambia mai idea nemmeno davanti all’evidenza dei fatti, c’è da iscrivere un’ulteriore categoria anti-Ponte che rispecchia – consentitecelo – un sentimento antimeridionalista mai sopito e che, stupidamente, continua a ignorare che se il Sud resta al chiodo, non ci sarà alcuna ripresa economica per il Nord, che dai consumi del Mezzogiorno ricava gran parte dei propri utili. E questa categoria è la peggiore, perché fa capo a personaggi politici che si oppongono senza argomentazioni valide alla realizzazione del Ponte, chiedendo nuove verifiche, nuovi studi di fattibilità, aprendo a bizzarre quanto suggestive soluzioni sottomarine, e via discorrendo. Quelli, per intenderci, dell’autonomia differenziata che la pandemia ha mandato al diavolo, ma che continuano a perpetrare l’infame pregiudiziale nei confronti del Sud e della Calabria, in particolare. Quelli che il Sud è un fastidio, come un foruncolo che non si decide ad esplodere: e pensare che l’importo del Recovery Plan è stato raddoppiato solo in funzione del disagio delle aree meridionali del nostro Paese, alle quali andrà, malcontato, appen ail 34% delle risorse, come da normativa voluta da Conte (prima era di gran lunga inferiore la percentuale degli investimenti riservati al mezzogiorno).

Tanto per rinfrescare la memoria, uno de maggiori esponenti di questa categoria si chiama Mario Monti. È stato presidente del Consiglio e non ha lasciato un buon ricordo di sé né dell’azione del suo governo. Nel nostro caso specifico, decise che il Ponte – nonostante il progetto già esecutivo e l’assegnazione alla società vincitrice dell’appalto-concorso – non si doveva fare. Dopo di lui, a corrente alternata, si sono avvicendati tanti protagonisti della politica nazionale che non hanno fatto gli interessi del Sud, né tantomeno si sono preoccupati di sentire il territorio (ovvero le due sponde interessate) prima di emettere solenni bocciature, generalmente suffragate dal nulla. Gli ultimi episodi sono rivelatori di un certo atteggiamento paternalistico-consolatorio: Giuseppe Conte – che è pur uomo del Sud –, dovendo anche tenere a bada nel governo i turbolenti pentastellati anti-ponte – aveva aperto alla possibilità di esaminare l’ipotesi del tunnel sottomarino, proposto dall’ing. Giovanni Saccà, ma giusto per animare un argomento che, quando ci sono consultazioni elettorali, fa sempre la sua grande figura; poi la ministra dei Trasporti e delle Infrastrutture Paola De Micheli che non ha trovato di meglio che suggerire l’avvio di nuovi studi preliminari, ignorando che esiste un progetto esecutivo approvato e che, volendo, già domattina si potrebbe mettere in atto. Cosa si può dedurre da tutto ciò, finendo alle “perplessità” del ministro Cingolani che a nostro avviso non dovrebbero far parte delle abitudini essenziali di chi sta al Governo? Che il ponte non si fa perché manca la volontà politica, forse perché la lobby dell’attraversamento a mezzo traghetto dovrebbe rinunciare a centinaia di milioni di ricavi l’anno (considerate, oltretutto, le vergognose tariffe applicate), o forse perché ci sono altri interessi nascosti, difficili da individuare o interpretare.

Si fa un gran parlare e se il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Enrico Giovannini glissa su una cosa che è di sua competenza, adducendo l’impossibilità di mettere il Ponte nel Recovery Plan perché c’è la scadenza del 2026 da rispettare («non potrebbe essere completata, ma apriremo presto un dibattito pubblico» – ha detto), non capiamo perché il ministro della Transizione Ecologica si occupa di materia non sua (anche se, ovviamente, ci sono evidenti implicazioni ambientali nell’opera) e parla senza avere studiato il progetto.

C’e un documento firmato da 150 studiosi (docenti, professori universitari, progettisti) che spiega perché il Ponte è necessario.  E da ultimo c’è persino la proposta di “abitare il Ponte”, suggerendo di integrare le infrastrutture per la mobilità con altri spazi abitati, ma nessuno al ministero si è degnato di darci almeno un’occhiata. Da 50 anni si susseguono studi e ricerche, ma non si riesce ad arrivare a capo della questione.

Mario Monti liquidò il 17 dicembre 2012 la società Stretto di Messina  (che faceva capo all’Anas) che doveva portare a termine la progettazione esecutiva: sono passati nove anni. «Se non ci fosse stata questa decisione, quanto meno improvvida – dice il prof. Enzo Siviero, professore di ponti e Rettore dell’Università telematica E-Campus –, il Ponte sarebbe oggi transitabile e l’economia del Sud e del Paese intero ne avrebbe tratto enormi benefici». In tutto il mondo si continuano a costruire ponti, anche nel Giappone che in fatto di terremoti non scherza, ma si vaticinano disastri solo nell’area dello Stretto. In verità, le nuove tecniche di costruzioni, la tecnologia avanzata, i materiali di nuova generazione, lascerebbero ampio spazio alla grande creatività dei progettisti italiani, apprezzati e ammirati in tutto il mondo. Invece si continua a dire NO. Ma qualcosa potrebbe cambiare.

I due governatori, Nello Musumeci per la Sicilia e quello pro-tempore Nino Spirlì per la Calabria, ci stanno lavorando su e, soprattutto dall’Isola traspare una forte determinazione per non lasciare niente di intentato per far riaccendere i fari sul progetto Ponte. Un convegno a breve dovrebbe fare il punto, non sulla progettazione – perché c’è già quella esecutiva – ma sulla necessità di far cambiare idea alla politica italiana, ovvero concentrare ogni sforzo perché il partito dei contrari al Ponte (che in realtà sono contrari allo sviluppo del Sud) una volta tanto non l’abbia vinta.

«Nel Ponte sullo Stretto – dice ancora il prof. Siviero – si intravede una straordinaria occasione per costruire un nuovo paesaggio attraverso l’abitare nell’accezione più estensiva del termine: prender dimora, lavorare, soggiornare, transitare ed incontrarsi in occasioni sociali. La posizione strategica di enorme suggestione del ponte, amplificata dall’altezza di circa 400 m delle pile che forniscono il vantaggio di un punto privilegiato di osservazione dello Stretto, sono i due elementi chiave che inducono a credere fortemente ad uno studio sulla fattibilità del progetto»: quello di realizzare torri abitative adiacenti alle pile del Ponte. Dice Siviero: «Il presupposto fondamentale su cui si intende lavorare è quello di non interferire con la redazione del progetto definitivo del ponte, in corso d’opera. Le torri potranno essere realizzate in un secondo momento rispetto al ponte, che manterrà quindi una totale indipendenza nei tempi di realizzazione. Allo stato attuale sono state fatte alcune verifiche dimensionali per valutare preliminarmente l’inserimento delle nuove strutture nel paesaggio dello Stretto e la compatibilità morfologica con il progetto preliminare del ponte. L’ipotesi valutata prevede la realizzazione di quattro torri, accoppiate a due a due, in adiacenza alle pile del ponte, sul fianco esterno. L’intera altezza delle torri avrà un rivestimento trasparente dal profilo curvilineo, per offrire meno resistenza al vento trasversale, ed aperto nella parte sommitale, per far passare i cavi di sospensione principali del ponte.
Ogni torre può avere uno sviluppo in altezza di 380 metri, escludendo il coronamento superiore, divisi in circa 80 piani, interrati esclusi. Ogni coppia di torri potrà essere collegata a quote coincidenti con i traversi delle pile del ponte, tramite spazi dalla funzione di rappresentanza che godranno di una vista privilegiata con una suggestiva prospettiva sull’impalcato e sullo scorrere dei veicoli sottostanti».
Le torri dovrebbero ospitare diverse funzioni: sale convegni, centri commerciali, uffici, abitazioni e alberghi. «L’attacco a terra degli edifici – ha spiegato il prof. Siviero – potrà essere integrato con gli svincoli di progetto del ponte, in modo da organizzare i flussi di traffico e costituire degli spazi di mediazione ed avvicinamento agli ambienti abitati superando differenti “scale di velocità di percorrenza” (dall’automobile, all’ascensore, ai corridoi interni di smistamento). I diversi ambienti, dai centri commerciali ai piani più bassi, sino alle residenze ed uffici ai piani più alti, parteciperanno al funzionamento di una “macchina” volta alla percezione del paesaggio circostante».

Questo, per dire che le idee non mancano e le argomentazioni non sono da meno. Per esempio, l’Associazione Costruttori siciliani (Ance) ha redatto un documento molto esplicativo a sostegno della realizzazione del Ponte dove si afferma che:

  1. il cantiere del Ponte sullo Stretto di Messina è stato già formalmente avviato. Infatti, per la realizzazione della pila ubicata in Calabria, è stato spostato l’asse ferroviario in località Cannitello e questa decisione praticamente testimonia l’avvio concreto di una fase fondamentale dell’intero progetto;
  2. il Ponte non è un’opera costosissima, infatti gli interventi strettamente legati alla realizzazione del ponte non superano i 4,5 miliardi di euro

3. Il Ponte non è un’opera che deve essere condivisa dalla unione europea perché nella approvazione del corridoio Berlino – Palermo (reti Ten–T) del 2005 è contemplata anche l’approvazione del Ponte e nella edizione, sempre delle reti Ten-Tdel 2013, fu riconfermata la continuità territoriale. quindi il Ponte sarebbe, insieme all’asse Torino–Lione e al terzo valico dei Giovi l’unico progetto infrastrutturale già approvato dalla Unione europea.

  1. Il Ponte non è un’opera che deve essere condivisa dalle regioni Calabria e Sicilia perché più volte formalmente approvato dai due organismi e riportato integralmente in apposite intese generali quadro previste dal decreto legislativo 190/2002
  2. Il Ponte è stato aggiudicato con una gara internazionale; quindi è un’opera che è stata sottoposta ad una evidenza pubblica che rafforza la trasparenza della scelta tecnica ed economica
  3. Il Ponte rende funzionale la continuità del corridoio Helsinki–La Valletta; con il recente avvio del tunnel del Fehmarn Belt, infatti, si completa il corridoio baltico-adriatico e, quindi, manca solo l’attraversamento dello Stretto di Messina per completare la rete.
    Da ultimo – secondo l’Ance siciliana – il Ponte «annulla il danno causato dall’attuale insularità, stimato in modo approfondito da Prometeia in circa 6 miliardi all’anno come mancato contributo alla crescita del Pil»

Se a tutto ciò si aggiunge che la Webuilt (ex Impregilo) dell’ing. Pietro Salini – che è aggiudicataria del progetto – si è detta pronta a investire in proprio per la realizzazione del Ponte (4 miliardi, lasciando allo Stato le spese per le opere accessorie, altri due), obiettivamente non si capisce questa perdurante e ostinata negazione dell’opera che cambierebbe la Calabria e la Sicilia. A chi oppone il pericolo di interessi mafiosi o della ‘ndrangheta, si può rispondere che con gli attuali sistemi di controllo antimafia difficilmente gli appalti finirebbero nelle mani sbagliate e che anche questa fa parte della pretestuosità permanente di chi non vuole il riscatto del Sud.

Immaginate la spinta per la crescita di tutto il territorio, l’occupazione e l’indotto: già gli stessi lavori sarebbero un irresistibile attrattore di turismo, figurarsi l’opera compiuta. Il Ponte – di cui, com’è evidente, siamo convinti sostenitori – è l’ultima chance per abbattere il pregiudizio e il divario nord-sud, con un’avvertenza: questa è davvero l’ultima occasione per realizzarlo. (s)

 

TROPEA LA BELLA, RICCHEZZA DI CALABRIA
È INCORONATA BORGO DEI BORGHI D’ITALIA

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI –  «Tropea era bella a tutte le ore. Quando il sole le cadeva addosso in picchiata o quando le stava di fronte e la tingeva di giallo e di oro. Ad interessare il forestiero era la sua vicenda storica, artistica e ambientale. Il quotidiano incanto di un flusso solare che frantuma i raggi sulle sue rocce, gli scogli, i faraglioni. Un incontro che non conosce stasi. Se una giovane con le guance rosse c’era, era lei. Pronta a progettare sogni e inventare speranze. Limpida e trasparente  come un’ammiraglia sopra il mare. Con la sua doviziosa ricchezza di colori tra le porte di pietra, e i suoi balconi. Tutta intera, prona e supina, distesa lungo i bordi del mare, sporgente con risoluta avvenenza in mezzo ai golfi di Sant’Eufemia e Gioia Tauro. Una rupe di arenarie superbie che strapiombava a Nord, Sud e Ovest, sopra un lembo di spiaggia bianca a cui erano congiunti due frammenti insulari: lo scoglio di San Leonardo, e poi il grande scoglio. Quello che Giffone chiamava Isola. L’isola di Santa Maria. Un grosso arenario ricco di piccolissimi fossili e dotato di movenze scenografiche particolari, dalla cui cima, si osservano la purezza dei colori del mare, si incontra la terra e si gode del chiarore del cielo».

S. Maria dell'Isola, Tropea

È accaduto!

Nella Calabria ormai perduta e irrecuperabile, Tropea viene eletta borgo dei borghi 2021.

Una sintesi perfetta di orgoglio e calabresità.

La cittadina che fu di Don Mottola e di Lidia Toraldo, simbolo di bellezza e meraviglia, vince la sua sfida. E diventa immediatamente  simbolo del riscatto e pienezza di forza di una terra che ha ancora tutto da scommettere. Che investe sul presente per elaborare al meglio il proprio futuro.

Tropea borgo dei borghi 2021, è un ambito e prestigioso traguardo che è merito di tutti i calabresi che hanno creduto in questa non facile missione, in una terra che dimostra di ancora una volta di credere in se stessa.

Una vittoria corale, che tocca le punte estreme di tutta la regione, con consensi e manifestazione di gioia mista o orgoglio da parte di tutto il mondo civile, quello politico, quello imprenditoriale e culturale, delle arti e delle professioni, e che vede nel successo riscosso dalla cittadina del Tirreno, l’avvio di un’opera straordinariamente importante, pronta a ridare alla regione la reputazione che merita.

Un sogno, dunque che si avvera e che ricorda che il futuro della Calabria è nelle nostre mani.  I calabresi di oggi e di domani. (gsc)

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CARLO TANSI: CALABRIA E TROPEA BACIATE DA DIO, NON DAGLI UOMINI

L’ex capo della Protezione Civile calabrese, nonché candidato governatore alle passate elezioni regionali, Carlo Tansi ha dedicato una nota alla vittoria della Perla del Tirreno: «Sono il primo – afferma Tansi – a plaudire all’incoronazione di Tropea quale Borgo più bello d’Italia per il 2021. E del resto sono stato uno dei fan più sfegatati e attivi affinché ciò accadesse con i click via social. Finito il momento della festa, però, bisogna analizzare alcuni aspetti chiave e purtroppo critici della vicenda, altrimenti faremmo il pessimo servizio di scordarci dei fattori che frenano la nostra meravigliosa terra malgrado le enormi potenzialità di cui gode.

Profili deteriori peraltro comuni a tante realtà della regione. Inefficienze e ritardi dovuti a una politica miope, indolente e talvolta corrotta, e alla nefasta ingerenza della criminalità organizzata, quando non anche al combinato disposto di questi fattori. È stato Iacona, del resto, in una bella puntata di Presa Diretta dedicata alla Calabria a spiegare agli italiani: ‘È un tesoro da accarezzare’. E giuro che allora io non ero ancora in campo con il mio progetto. Battute a parte, però, il noto giornalista durante la trasmissione sosteneva: “Se solo si valorizzassero tutte le risorse che vanta e non si abbandonasse il suo territorio, la Calabria sarebbe una regione ricca. Fra le più suggestive d’Italia, perché non è interamente avviluppata da mafia, malaffare e malapolitica. Qui, infatti, c’è tanta gente perbene che sta già gettando le basi per costruire il tesoro del futuro’ .

Il tasso di fiducia degli stessi calabresi verso la politica, le istituzioni e soprattutto una possibile ripresa economica, si attesta su livelli decisamente minimi. Ma Presa Diretta ha dimostrato che forse non tutto è perduto, come qualcuno affermò invece in passato. Basterebbe soltanto una presa di…coscienza per voltare pagina e riprogrammare il futuro. E mai come oggi, in virtù della pioggia di risorse che arriveranno attraverso il Recovery Fund, la nostra incantevole regione potrà avere la concreta chance di riemerge dagli abissi in cui è sprofondato». (rrm)

TRAGUARDO: VOTO PER CORRISPONDENZA
A MONTECITORIO UNA PROPOSTA DI LEGGE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Dalla Calabria a Montecitorio. È approdata, in Parlamento, la bozza della proposta di legge, scritta dai costituzionalisti Roberto Bin e Salvatore Cureri, frutto della campagna lanciata dal Collettivo “Peppe Valarioti”, un think tank composto da ragazze e ragazzi calabresi e non, per consentire ai fuori sede calabresi di votare alle prossime elezioni regionali.

Ciò è stato possibile grazie al presidente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Brescia, che ha spiegato che «si tratta di una proposta che ha lo scopo di consentire l’esercizio del diritto di voto ai cittadini cosiddetti “fuori sede” nelle elezioni regionali e comunali».

«La questione – ha aggiunto – è stata già trattata dalla commissione che presiedo, con l’esame della proposta della collega Dalila Nesci  sulle cosiddette Elezioni Pulite. L’emergenza sanitaria e la conseguente impossibilità di muoversi all’interno del territorio nazionale ci impongono ancora una volta una decisione innovativa su questa tematica, anche in vista delle elezioni che si terranno nel prossimo autunno».

«Dobbiamo superare – ha concluso – le numerose resistenze del Ministero dell’Interno registrate in questi anni di fronte a ogni possibile soluzione.
È in gioco non solo il diritto di voto di milioni di cittadini, ma anche la capacità delle istituzioni di dare risposte moderne a problemi antichi e mai risolti».
La sottosegretaria al Sud, Dalila Nesci, appoggia pienamente l’iniziativa dei giovani calabresi, ribadendo che «bisogna garantire il voto a studenti e lavoratori fuorisede alle prossime regionali e comunali. È urgente lavorare a una soluzione. Ringrazio i professori Bin e Curreri per la proposta di legge che condivido, e spero che tutti i gruppi potranno dare una mano in questa battaglia storica del MoVimento 5 Stelle».

«Serve un impegno comune – ha evidenziato –. È una questione di civiltà. Da relatrice della proposta di legge ‘elezioni pulite’, ho la piena consapevolezza del problema. Ci abbiamo lavorato nelle ultime due legislature, con due maggioranze diverse. Dobbiamo superare insieme ogni possibile ostacolo e spero nel contributo del Viminale. La società cambia e non possiamo votare come cent’anni fa. Il presidente Giuseppe Brescia promuove un’iniziativa parlamentare a cui anche il Governo dovrà dare la massima attenzione».

Quella del Collettivo Valarioti è una battaglia storica, nata dopo la morte prematura della presidente Jole Santelli, che vede costretta la Calabria tornare alle urne a un anno e mezzo dal voto e in piena emergenza covid-19.
«Una situazione senza precedenti, tale da richiedere l’attuazione di misure straordinarie per la tutela dei diritti fondamentali: l’esercizio democratico del voto e la salvaguardia della salute» si legge sul sito del Collettivo, che ha ritenuto urgente sollevare il problema dell’impossibilità, per i fuori sede, il ritorno in Calabria per votare, col rischio di essere veicolo del virus, contagiando amici e parenti, proponendo, così, il voto via posta.
«Un sistema – hanno spiegato – già rodato dai cittadini italiani all’estero, che da anni, possono esprimere senza problemi il loro suffragio andando a imbucare semplicemente una lettera. Le elezioni regionali in Calabria si potrebbero trasformare in questo modo in un esperimento di democrazia garantita da replicare poi, e su più larga scala, alla tornata di amministrative della primavera prossima, che vedrà coinvolte, tra le altre, metropoli come Roma, Milano, Napoli, Torino».
Una battaglia storica, quella intrapresa dai giovani calabresi che, se si concluderà con l’approvazione della proposta di legge, porrà fine a una delle più grandi problematiche che, da sempre, hanno visto i fuori sede protagonisti, impossibilitati, nel più delle volte, a esercitare il loro diritto a votare. Un diritto, che il Collettivo ha ribadito più volte, in quanto «votare – ha scritto su Facebook il Collettivo – significa prendere parte al processo democratico. È una manifestazione sana di interesse e partecipazione allo sviluppo e alla vita politica e pubblica di un territorio, anche, e soprattutto, quando si è lontani dal luogo di origine per percorsi di studio o lavoro».
Una iniziativa, dunque, di un certo peso e importanza, che è stata accolta e condivisa non solo da diversi Comuni calabresi – Cinquefrondi, Sellia, Crotone, Zambrone, Catanzaro, Montauro, Caraffa e Filogaso – ma anche da LiberaAnpiCgilCislUil,  l’Associazione Insieme per il Bene Comune e il Movimento Politico per l’Unità: «Partire dalla Calabria – si legge in una nota – terra di diritti negati, per riconoscere il diritto al voto reale per i cittadini e le cittadine in mobilità, potrebbe essere un precedente importante per l’affermazione di un diritto che dovrebbe essere ormai costituzionalmente garantito oltre che di adeguamento europeo».
Impegno, anche da parte della politica calabrese, dove i 5 Stelle, il Partito DemocraticoFratelli d’ItaliaItalia Viva hanno mostrato «la volontà di ascoltare la nostra istanza e aver deciso di farla propria» si legge in una nota del Collettivo, che ha dialogato non solo con la sottosegretaria Nesci, ma anche con i deputati Enza Bruno BossioAntonio Viscomi, la senatrice Silvia VonoWanda Ferro.
«Inoltre – si legge ancora – vogliamo ricordare l’impegno dei Consiglieri regionali Notarangelo e Tassone (PD), che per primi hanno dimostrato vicinanza a questa battaglia, presentando un’interrogazione al presidente f.f. della Giunta, Nino Spirlì. Infine, vogliamo citare i Consiglieri Pietropaolo (FdI) e Paris che si stanno interessando a loro volta dell’istanza».
«Il nostro lavoro va avanti – conclude la nota – nella convinzione profonda che solamente con un consenso largo e trasversale potremo vincere tutte e tutti insieme questa battaglia di democrazia, di civiltà, di libertà». (ams)

SVILUPPO DELLA CALABRIA UNA CHIMERA
ZES E PORTO DI GIOIA: PAROLE E ZERO FATTI

di FRANCESCO RAO – Lo sviluppo della Z.E.S. di Gioia Tauro non può essere un fatto riconducibile ad un tavolo tecnico, riunitosi presso la Regione Calabria alla presenza di esponenti politici ed autorevoli personalità senza coinvolgere gli industriali della Calabria. Dimenticare tale categoria, significa non avere ben chiara la centralità di quanto prevede l’istituzione delle Zone Economiche Speciali, approvata dal Governo centrale con la specifica volontà di creare sviluppo, occupazione e crescita del PIL nazionale.

Ho molto rispetto per il lavoro compiuto in questi mesi dal Presidente f.f. Nino Spirlì. Unitamente al suo entusiasmo ed all’instancabile disponibilità, proprio lui, per potersi collocare in una discontinuità rispetto al passato, avrebbe dovuto aprire molto e di più al coinvolgimento del tessuto socio-economico Calabrese per una duplice ragione: rendere funzionale l’apporto dei notevoli contributi messi a disposizione da quanti sono impegnati quotidianamente in una immane sfida tesa a concretizzare la propria azione imprenditoriale; ampliare la propria visione, tramutabile poi in un indirizzo politico teso a comprendere non soltanto l’appartenenza ad un partito politico ma preoccupandosi di fare sintesi tenendo in considerazione la platea delle opportunità raggiungibili in funzione delle istanze e della manifesta volontà collaborativa dei vari segmenti coinvolti.

La crescente complessità dei sistemi di sviluppo, unitamente a tutte le indicazioni contenute dalla Legge Bassanini, sono per il politico un invito a mettere da parte gli abiti del “Re Sole” per vestire con umiltà ed altruismo l’Ufficio ricoperto al fine di poter cavalcare ogni singola occasione di crescita e sviluppo in modo positivo, senza perdere ulteriore tempo ed opportunità. Il confronto e l’ascolto degli operatori afferenti ai settori interessati, non dovranno essere intese come un dover chiedere aiuto, ma bisogna saper scommettere velocemente sulle opportunità che ogni Focus Group potrà apportare a qualsiasi percorso amministrativo, soprattutto quando la fase di programmazione è avanzata e si è quasi al punto di spesa.  Mettere da parte questa sintesi, come avvenuto qualche giorno addietro in occasione del “tavolo Tecnico” riunitosi alla Cittadella Regionale “Jole Santelli”, si traduce in un bisogno teso unicamente a colmare colonne di giornali ed avere qualche foto in più per l’album dei ricordi. Il tutto è letteralmente mortificante per la Calabria e per i Calabresi.

Riflettendo a lungo, le informazioni veicolate in merito allo svolgimento del “Tavolo Tecnico” hanno fatto passare una notizia dove ha trovato spazio la dichiarazione dello stesso Spirì nella quale si evince l’avvio di una fase epocale, apertasi proprio a conclusione dei lavori del “Tavolo Tecnico sulla ZES”, adducendo a tale circostanza l’idea che per la prima volta si è parlato di futuro. Purtroppo non è così. Non è il sottoscritto ad asserire ciò e tale affermazione vuole essere un gesto di amicizia, espresso dalle Colonne di Calabria.Live, al Presidente f.f. Nino Spirlì. Lo stesso, rischia di passare alla storia non per aver lavorato bene per il futuro della Calabria, ma per aver reiterato un modello fallimentare già documentato nei dati pubblicati nel report prodotto da Banca D’Italia e utilizzato in occasione della consultazione pubblica SUD -Progetti per ripartire, 23 marzo 2021.

I grafici, riproposti nella presente riflessione, consegnano al lettore una realtà plastica che si pone all’opposto di quanto fatto veicolare dall’attuale Presidente Spirlì. Quindi, non si è parlato di futuro ma si continua a declinare tutto al trapassato remoto, senza voler comprendere l’immane quantità di ritardo accumulato e senza voler agire per invertire la tendenza che sino ad ora ha massacrato il futuro della Calabria, dei Calabresi e di tutte le potenziali opportunità di sviluppo mandate a fumo, tavolo dopo tavolo e giorno dopo giorno da una classe politica arroccata sulle proprie visioni ed innamorata esclusivamente delle proprie tesi.

IL GATEWAY

Infrastrutture - grafico

Iniziamo a dirci la prima verità: il Meridione, in termini di infrastrutture, è messo malissimo ed il grafico ne fotografa la realtà, Qualche esempio: ad oggi, il Gateway realizzato al Porto di Gioia Tauro dopo quasi 25 anni di tavoli, confronti e progetti, non può far circolare una maggiore quantità di merci, entrando in uno standard logistico europeo, perché a quanto pare, una galleria nei pressi di Paola e la qualità dei binari, impediscono di far scorrere treni con lunghezza superiore a 550 metri ed attivare l’impiego di treni ad alta velocità. Seppur il tema sia ricorrente da molti anni le soluzioni non sono mai state individuate in misura tale da raggiungere gli standard richiesti e mandare a regime le opportunità dell’intermodalità, indispensabile per poter conferire al Meridione l’opportunità di poter avviare un processo di sviluppo reale.

Senza voler criticare ma limitandomi a constatare i fatti, l’allora Presidente Oliverio, per ridurre il tempo di percorrenza di un voluto treno ad alta velocità, ha ben pensato di proporre l’abolizione della fermata nella stazione di Napoli Centrale. Di fatto, è stato in parte ridotto il tempo di percorrenza, ma non la qualità del viaggio. I binari, sino a Battipaglia, non consentono ai treni di poter correre nello standard dei famosi “Freccia Rossa” garantendo gli standard qualitativi fruibili sulla tratta Roma-Milano. Oserei dire, il trucco c’è ma non si vede. Anzi, abbiamo visto i convogli “Freccia Rossa” ma in realtà continuiamo a dover trascorrere molto più tempo del dovuto su quei treni per raggiungere la Capitale. Questa possiamo chiamarla soluzione?

Si parla di sviluppo ed in particolare di alta velocità da molti anni, soprattutto in ogni occasione di Campagna Elettorale. Pensandoci bene, se la politica avesse avuto a cuore le sorti del Meridione, la curvatura della famosa galleria che ostacola l’accelerazione dello sviluppo, sarebbe stata realizzata scavando con il cucchiaio ed i binari che impediscono di far correre il Meridione ad alta velocità sarebbero stati prodotti in pochi giorni da quel famoso Centro Siderurgico di Taranto di cui le sorti appaiono segnate. Ai nostri lettori vorrei fare una domanda: alla luce dei fatti e dei ritardi documentati, potremmo affermare che le riunioni ed i tavoli tecnici sino ad ora animati, sono stati un autentico fallimento perché non hanno fornito operatività reale a fronte dalle lucide analisi fornite? Inoltre, ad oggi, sapreste farmi sapere quanti treni hanno raggiunto la banchina del Porto di Gioia Tauro dopo l’inaugurazione del Gate Way? Non per essere eccessivamente pignolo, potremmo sapere con esattezza quanti treni sono partiti da Gioia Tauro grazie al Gateway? Infine, chissà MSC quanto è contenta nel dover registrare il reiterarsi di tali ritardi strutturali? A tal fine, vorrei far notare all’attuale classe politica che l’Armatore recentemente subentrato presso il Porto di Gioia Tauro, non lavora soltanto grazie allo scalo Calabrese. Quando tutto diverrà oneroso al punto tale da compromettere i profitti, cambiare rotta verso nuovi Porti, non sarà una tragedia, ma una semplice scelta praticabile in una settimana.

Oggi, la concorrenza portuale nel Mediterraneo non è più analoga a quella del 1995. I competitor di Gioia Tauro, sono più evoluti e soprattutto più celeri a recepire la domanda del mercato di riferimento. Basti pensare che il Porto di Tanger Med, situato anch’esso in una zona strategica, grazie all’istituzione di una sua zona  “franca”, oggi oltre ad essere il primo porto di transhipment nel Mediterraneo – dato confermato per il terzo anno consecutivo-, grazie all’istituzione della ZES sono presenti ben 600 imprese tra i quali Renault, Nissan e Adidas ed il valore prodotto complessivamente dagli insediamenti produttivi si traduce in circa 76.000 dipendenti e ben 4 miliardi di euro annui. La classe politica vuole dirci perché il Porto di Gioia Tauro, avviato nel 1995, dotato di gabbie salariali per i dipendenti grazie ad una concertazione sindacale messa in atto per rendere possibile lo start-up dello scalo Calabrese, sovrapposta alla velocità praticata dal Porto di Tanger Med, dove i lavori sono iniziati nel 2004 e la prima nave attraccava sulla banchina nel 2007, sono differenti?

Sempre dalle colonne di Calabria.Live, vorrei chiedere al Presidente Spirlì: quale cronoprogramma è stato deliberato al Tavolo Tecnico? Quando verrà reintegrato il componente mancante nel Comitato ZES? Quando chiederete a RFI di mettere nero su bianco se è disposta o meno ad intervenire sui binari e sul rifacimento delle gallerie senza continuare a tergiversare?

Per ottenere queste risposte bisogna attendere al 2900? Vi è poi un’ultima curiosità: sussiste forse qualche volontà finalizzata a mantenere la Calabria in un limbo di arretratezza, impedendo ogni tipo d’investimento?

Perché la durata dei procedimenti civili, espressi in giorni e suddivisi per ambiti processuali continua ad avere notevoli differenze in termini di durata?

Giustizia - grafico

Il grafico illustra come un processo civile svolto nel Meridione e un analogo procedimento svolto nel Centro Nord Italia ha una differenza del 63,3%. Tradotto: l’imprenditore del Centro-Nord avrà una Sentenza 406 giorni prima dell’imprenditore Meridionale che dovrà affrontare l’analogo problema nel Centro-Sud. Sulla scorta di tale realtà sorge una domanda: quale imprenditore, sarà disponibile ad investire al Sud? Lo Stato, avrà forse identica diffidenza ed evita investimenti pubblici? Anche per questa domanda, il dato è illustrato dal grafico che indica il calo della spesa pubblica per investimenti al Sud e Isole.

 

 

 

Calo spesa pubblica - graficoEssendo ridotta ogni forma d’investimento, risulta scontato per il Prodotto interno Lordo pro capite il crescente divario tra Nord e Sud, sia in termini di opportunità sia nella propensione a generare ulteriori interventi. Tutto ciò, sino al 1990, non alimentava tale proiezione. Come indicato dal grafico, sembrava esserci una ripresa economica avviata nel 1960 che vedeva un percorso di ripresa comune per le due componenti della penisola.

 

Pil pro capite Nord-Sud - grafico

 

L’espansione economica avviata grazia al Piano Marshall e le politiche d’intervento pubblico, seppur con una diversa organizzazione strutturale praticata per i diversi territori, faceva ben sperare ad una crescita economica complessiva dell’Italia presupponendo il superamento di quel divario Nord-Sud che ha sempre ha mantenuto viva la “Questione Meridionale” come processo irrisolto e generato dall’Unità d’Italia. A partire dalla metà degli anni ’90 del Secolo scorso, la forbice ha iniziato ad aprirsi ed oggi, il dato, non sembrerebbe essere afferente al segno positivo ma tutt’altro.

 

C’è da chiedersi perché si continua a perdere tempo quando la politica, pur disponendo di moltissimi dati, continua a “evitare” le opportunità di confronto ed a volte preferisce perdersi tra i colori delle varie fumate tese perpetuare l’occupazione del proprio scranno, utilizzando l’indicazione di candidature in una sorta di scacchiere nazionale per esercitare un potere paragonabile ad una guerra tra i poveri e contribuire, giorno dopo giorno, ad aumentare la quantità della discussione sfuggendo alla responsabilità dell’agire ed alla concretezza di avviare un processo di riordino legislativo e creare tutti i presupposti per pretendere che vi sia il raggiungimento di un’equità reale tra tutte le Regioni dell’Italia.

Siamo tutti Italiani e tutti, meritiamo analoghe cure, analoghe opportunità occupazionali, stessa durata dei processi, Scuole belle, arredate e dotate di sistemi informatici al passo con i tempi e politici pronti a comprendere la valenza del rispettivo mandato identificabile nel più nobile dei servizi alla propria Comunità e non l’esercizio del potere. Sia ben chiaro, il potere non va inteso come la possibilità di animare le copertine dei settimanali, oppure dall’essere al centro dei titoli dei giornali oppure frequentare salotti televisivi. Le priorità sono tante ed il tempo è poco. Oggi non vi è soltanto la necessità di avviare un processo di sviluppo, vi è anche un allarme demografico che andrà ad abbattersi principalmente sul Meridione ed in modo particolare nelle aree interne. Come illustrato nel grafico “la questione nazionale”, afferente alla dinamica demografica è un campanello d’allarme destinato a diventare assordante. Senza l’incremento occupazionale si amplifica tutto.

Questione nazionale - grafico

A tal fine, bisognerebbe invertire la rotta rispetto al passato affinché, le varie soluzioni proposte dalle fazioni politiche, non vengano interrotte di volta in volta in coincidenza con lo scadere della Legislatura oppure con la conclusione dell’esperienza di governo, ma trovino una continuità sino al raggiungimento dell’obiettivo. Continuando a praticare vecchi modelli, la politica sarà impegnata a promuovere nuove tesi per rendere accattivante la partecipazione dei rispettivi Elettori e il 2040 sarà sempre più vicino e con esso giungeranno una serie di problematiche da affrontare, riassunte nel grafico che riporta le dinamiche afferenti alla crescita dell’economia italiana. In tal caso, il Bilancio dello Stato non potrà coprire le voci di spesa da utilizzare per far fronte alle esigenze sociali sorte a causa del divario divenuto insostenibile. La dinamica che illustra quanto descritto si evince nel grafico la questione nazionale. Diciamolo ora a futura memoria: in assenza dei proventi ottenibili dalla ricaduta fiscale, ottenibile soltanto dall’incremento occupazionale e dal conseguente sviluppo, per far fronte alle spese correnti,  verranno ulteriormente tagliate le risorse destinate ai servizi, vi sarà un ennesimo allungamento dell’età lavorativa, per quanti avranno un lavoro e la marginalità sociale per quanti non avranno un lavoro sarà una conseguenza destinata a implementare i processi di desertificazione demografica ed economica per le aree meno sviluppate del Meridione. Con questo biglietto da visita, già stampato sui vari report e spero abbondantemente visionato dai Parlamentari, per il Meridione lo sviluppo, appare sin da oggi, una chimera.

A questo punto, visto che per la Calabria e per i Calabresi è impossibile poter pensare ad uno sviluppo economico, strutturato sulle potenzialità del Porto di Gioia Tauro e della Z.E.S., si smantelli immediatamente il Porto, il Gateway, tutti i capannoni vuoti presenti nell’area industriale, i binari che collegano la stazione di Rosarno con il Porto. Il Governo disponga l’abrogazione della Zes e si annulli la fiscalità agevolata ivi prevista, si chiuda l’Autorità portuale per ritornare alla coltivazione della terra, incrementando la produzione di qualità del bergamotto, dei mandarini e delle arance, facendo pagare un biglietto per quanti vorranno respirare la nostra aria, oppure per transitare lungo i sentieri presenti nei nostri parchi, per visitare le nostre Chiese, i nostri Borghi, oppure per gustare i sapori di questa terra o acquistare beni prodotti dalle mani consumate dei nostri artigiani. Il Sud, visti i ritardi documentati, non può essere sinonimo di sviluppo e crescita socio-economica su base industriale, dovrà continuare ad essere, per dono di Dio, terra da lavorare per produrre economia e lavoro, vivendo all’aria aperta con semplicità. Torneremo a studiare utilizzando i fiammiferi al posto delle calcolatrici e le macchine da scrivere al posto di potentissimi computer che non potremo permetterci. Faremo a meno della rete internet, perché per noi comunicare non è mai stato un limite. Per le comunicazioni più distanti torneremo a scrivere le lettere e se proprio vi farà piacere faremo a meno dell’orologio. Per i nostri avi bastava il sole per indicare l’inizio del giorno ed il buio per indicare l’ora del riposo. Non continuateci a prendere per i fondelli. Oggi, il più piccolo dei nostri giovani è un nativo digitale e ne sa molto più di voi. (fr)

UNA SILICON VALLEY NELL’AREA GRECANICA
IL PROGETTO ‘AGAPI’ PIACE ALLA CARFAGNA

di SANTO STRATI – L’acronimo utilizzato – Agàpi – non rende l’idea dell’ampio progetto che intende racchiudere: è un validissimo studio dell’Università Mediterranea di Reggio del 2019 che ha conquistato il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà e trasversalmente il deputato azzurro Francesco Cannizzaro, sempre in prima linea per tutto ciò che ha a che fare con le cose reggine. Agàpi significa Area Grecanica Advanced Platform for Innovation che tradotto volgarmente si potrebbe sostituire con una Silicon Valley nell’area grecanica. È questo, in sintesi, il nocciolo del progetto, già anticipato qualche settimana fa da Falcomatà alle assise telematiche volute dalla ministra per il Sud Mara Carfagna: il primo cittadino di Reggio ha anticipato quello che dovrebbe diventare un campus hitech, polifunzionale e poliattrattivo per offrire opportunità di lavoro e formazione per 400/500 giovani. L’area individuata è in parte il simbolo dell’industrializzazione fallita: da un lato le Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie, ormai dismesse, dall’altro l’area della ex Liquichimica che, in realtà, non potrebbe essere ex in quanto non è mai entrata in funzione.  Rimangono a simbolo dello spreco di denaro pubblico l’enorme ciminiera, mai utilizzata, e i grandi silos, ora arrugginiti, di una fabbrica che è servita solo a distruggere le coltivazioni di bergamotto  e agrumeti fiorenti, illudendo su possibili sbocchi occupazionali in un’area sempre alla ricerca di lavoro. I dipendenti non hanno mai fatto un’ora di lavoro (da subito in cassa integrazione non si sa più per quanti decenni) e il degrado ambientale lasciato da una delle tante cattedrali nel deserto della Calabria non ha bisogno di commenti.

C’è dunque, adesso, la possibilità di dare una scossa a tutta l’area, immaginando una forte cooperazione tra Università Mediterranea e aziende dell’innovazione tecnologica per costruire una Silicon Valley a sud del sud, dove peraltro non mancano giovani capaci e competenti e dove l’Ateneo reggino ha mostrato alti livelli di efficienza e di preparazione. Dall’annuncio di Falcomatà, in diretta streaming con la ministra, all’incontro con la titolare del dicastero per il Sud a Roma il passo è stato davvero breve, complice l’attivismo di Cannizzaro. Il deputato reggino, avendo sondato la disponibilità e, soprattutto, il grande interesse della Carfagna, ha portato con sé il rettore di Unimediterranea Marcello Zimbone, a illustrare personalmente il progetto.

Mara Carfagna sta facendo un ottimo lavoro, occorre riconoscerlo, e anche in questa occasione ha mostrato un piglio operativo davvero invidiabile: l’incontro non è stato un semplice scambio istituzionale di opinioni, bensì un vero e proprio confronto tecnico-operativo, con la ministra che ha chiamato un bel po’ di esperti per valutare la fattibilità del progetto e vagliarne le opportunità in termini di occupazione e formazione giovanile.

Per il Distretto dell’Innovazione servono 90 milioni di investimenti: si tratta di realizzare un Campus ipertecnologico per lo sviluppo di progetti specifici basati su soluzioni innovative. La progettualità e la realizzazione vedrebbe coinvolti le imprese, le startup, i Centri di Ricerca e le Università, oltre naturalmente alle realtà presenti e future dell’imprenditoria giovanile. Si tratta, in altri termini, di canalizzare progetti di alta tecnologia e attuarne la realizzazione in loco, in modo da offrire prima occupazione diretta e poi grandi opportunità di interscambio non limitate all’area regionale, bensì a livello nazionale e internazionale.

L’area in cui realizzare il Campus – riferisce una nota – è stata individuata nel comprensorio industriale di Saline Joniche (Montebello – RC) delle ex Officine Grandi Riparazioni delle FS, un’area di circa 37 ettari dove sorge una struttura industriale dismessa oltre 20 anni fa. Sarebbe un modo vantaggioso ed innovativo per riqualificare un’area totalmente abbandonata e sottoutilizzata, creando un nuovo indotto socio-commerciale e dando il là ad un’importante ricaduta occupazionale che si concretizzerebbe in 500 posti di lavoro. Il tutto con grande attenzione ai parametri di sostenibilità ambientale.

Tali attività sono tutte coerenti con le linee strategiche governative tracciate a supporto dell’innovazione e della transizione ecologica ed energetica. Secondo l’on. Cannizzaro, l’incontro con la ministra è «il primo concreto passo per avviare un corposo e produttivo iter atto a trasformare il Campus Agàpi in una solida realtà e non lasciarlo solo tra i sogni nel cassetto di più generazioni. Si tratta di una grande opportunità per tutto il Territorio, forse più semplice da realizzare che da immaginare, che oggi è all’attenzione del Ministro e che potrebbe segnare un netto cambio di passo per l’Area Grecanica e per tutta la fascia Jonica di Reggio Calabria».

Era metà giugno 2019 quando Università Mediterranea di Reggio Calabria, Ferrovie dello Stato, FS Sistemi Urbani, TIM, Huawei, CONSEL Consorzio Elis, NTT Data, Engineering, Aubay e SAS firmavano un protocollo di intesa per l’avvio di uno studio di fattibilità finalizzato alla creazione di un Campus ove sviluppare progetti ad alto contenuto tecnologico, formare nuove figure professionali e promuovere la nascita di imprese attraverso un incubatore/acceleratore di Startup e Spin Off Universitari. Lo studio si proponeva di realizzare ambiente di lavoro innovativo e cooperativo nel quale attrarre aziende e giovani talenti per sviluppare attività produttive nell’ambito delle nuove tecnologie (Sistemi 5G, IoT, Intelligent Transportation Systems, Intelligenza Artificiale, Realtà Virtuale, Big Data & Data Analytics, Blockchain, Robotica, Cybersecurity) e rafforzare, attraverso la creazione di nuovi progetti industriali, i settori produttivi già presenti sul territorio calabrese (settore agroalimentare, trasporti, etc.). Dopo poco meno di due anni, Falcomatà ha avuto la brillante idea di rispolverare lo studio e segnalarlo durante la due giorni dedicata al Sud: «Il progetto – ha spiegato Giuseppe Falcomatà alla ministra Carfagna e alla platea di amministratori locali in collegamento – intende realizzare una sorta di San Giovani a Teduccio nel profondo sud ed all’interno di 54 mila metri quadri di terreno. Esiste già un preliminare, che potrebbe diventare un progetto definitivo d’interventi per circa 90 milioni indispensabili alla costruzione di un distretto dell’innovazione. L’Università in questi anni ha preso contatti con importanti players internazionali e partner istituzionali per la realizzazione, in quest’area, di laboratori di start-up ed incubatori di imprese utili ad arginare il problema della disoccupazione, soprattutto, giovanile. I giovani neo laureanti, infatti, non hanno la possibilità di tradurre in produttività le conoscenze acquisite all’interno dei nostri atenei. Parliamo di una previsione di circa 400 nuovi posti di lavoro».

Le premesse ci sono. Le ex Officine FS dove sembrava potesse spostarsi l’Hitachi col suo polo produttivo delle ex Omeca (quale miglior location, con i binari che entrano dentro i capannoni?) offrono una soluzione ideale per un incubatore di giovani aziende innovative da affidare ai giovani ricercatori, informatici, sviluppatori di software che potrebbero sperimentare un percorso di perfezionamento e di crescita professionale senza uguali. Le risorse, ancora una volta è opportuno sottolinearlo, non mancano: quella che non c’è è la capacità di spesa. La sfida è tutta qui e i nostri ragazzi, una volta tanto, possono anche sognare di non aver più bisogno del trolley per andare via. Ma non si possono e non si devono deludere o, peggio, illudere. Staremo a vedere. (s)

 

CALABRIA RESTA TRA I CATTIVI PAGATORI
1 COMUNE SU DIECI SALDA ENTRO 30 GIORNI

La Calabria, che già risultava fanalino di coda nel 2020 nello studio sulle abitudini di pagamento della Pubblica Amministrazione condotto da Cribis, società del gruppo Crif specializzata nella business information, con un ritardo nel pagare i propri fornitori del 52,6%, oggi continua a essere indietro, anche se con un piccolo miglioramento: il 44,6% del Comuni calabresi, infatti, paga oltre i 60 giorni, 26,3 punti superiore alla media nazionale, che è del 18,3%.

È quanto emerge dal report dell’’Osservatorio Mpi di Confartigianato Imprese Calabria in merito all’Analisi tempi di pagamento dei comuni calabresi nei primi tre trimestri del 2020, esaminando i dati disponibili dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, dove viene rilevato che la quota dell’importo delle fatture ricevute è particolarmente elevata: il 47,1%, a fronte del 13,0% medio nazionale.

Secondo quanto emerge nel report, solo un Comune pagante su dieci (10,6%) è virtuoso e, come previsto dalla direttiva comunitaria recepita come legge in Italia, salda le fatture dei fornitori entro 30 giorni: si tratta di 42 Comuni dei 395 su cui è svolta l’indagine, che concentrano però solo il 7,7% dell’importo pagato dai Comuni (38 milioni di euro). Anche in tal caso si rileva una peggiore prestazione dei comuni calabresi in quanto la quota di fatture pagate entro il limite di legge risulta inferiore di 46,1 punti, rispetto alla quota media nazionale (53,8%).

Nel complesso, sono al di fuori dei limiti di legge, pagando sopra ai 30 giorni, l’89,4% dei Comuni della Calabria (353 Comuni). In media, nei primi tre trimestri del 2020, a fronte di un importo totale di 831 milioni di euro di fatture ricevute, i Comuni della nostra regione hanno pagato 500 milioni di euro (59,3% del totale fatture ricevute), mediamente in 60 giorni (prima regione della classifica nazionale per tempi medi di pagamento dei comuni più elevati): il dato è superiore a quello medio nazionale (36 giorni) e supera di 30 giorni il limite fissato nel 2013 dalla direttiva comunitaria sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (30 giorni).

 «Tali ritardi sono di particolarmente gravità nel pieno della crisi da pandemia che ha portato il 44,4% delle imprese calabresi in crisi di liquidità – ha spiegato il presidente di Confartigianato Imprese Calabria, Roberto Matragrano –. Nonostante un dimezzamento delle tempistiche negli ultimi anni, i ritardi sono ancora evidenti e i tempi vanno necessariamente accorciati».

«L’effetto delle misure –  ha aggiunto – sarebbe sicuramente un incremento di liquidità e lo smobilizzo dei crediti, elementi fondamentali per favorire l’operatività delle imprese, soprattutto le più piccole, messe in ginocchio dal ping pong delle aperture e delle chiusure determinate dalle misure di contenimento alla diffusione della pandemia. Le procedure necessarie per giungere al pagamento dei debiti devono essere tali consentire il rispetto dei termini imposti dalla normativa». (rrm)