PASSA IL DISEGNO DI LEGGE DI CALDEROLI
MA QUESTA ‘AUTONOMIA’ DIVIDERÀ L’ITALIA

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata (vecchio pallino di Zaia, Fontana e Bonaccini, quest’ultimo oggi dissidente) firmato dal ministro leghista Roberto Calderoli ha avuto l’approvazione del Consiglio dei Ministri. È un primo step su un provvedimento che già divide l’Italia a partire dai principi che lo ispirano. Il rischio maggiore riguarda la continuità del criterio della spesa storica, in attesa dei provvedimenti legislativi che dovrebbero equilibrare (e uniformare per tutti gli italiani, quelli del Nord, del centro e del Sud e delle Isole) i livelli essenziali di prestazione. Si registra già un coro di proteste e mugugni da ogni parte d’Italia, a partire dai 425 sindaci della rete Recovery Sud: ma il Governo evidentemente non s’accorge del sentiment del Paese e nessuno, evidentemente, si chiede il perché di questa protesta che non è di ieri, ma sta accompagnando l’orrendo (pur se modificato) progetto di Calderoli. Sarà anche questa un’altra porcata? Il dubbio,  che però non sfiora l’establishment governativo, ci sta tutto. (s)

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di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Una lunga introduzione che fa il panegirico del valore di un Paese unito, di diritti di cittadinanza uguali per tutti, dell’esigenza che tutte le parti contribuiscano al progresso nella premessa del disegno di legge sull’autonomia.

Quegli stessi  argomenti che poi, con con notevole capacità di affabulazione, vengono riproposti da Calderoli nella conferenza stampa fatta con Raffaele Fitto e Maria Elisabetta Alberti Casellati, nella quale parla della locomotiva che tira e di un’altra dietro che deve spingere nella stessa direzione.

E proprio in tale dichiarazione di principio vi è la subdola strategia che propone da un lato l’individuazione dei LEP, livelli essenziali delle prestazioni, di livelli uniformi come sarebbe corretto non se ne parla, che dopo essere stati individuati ovviamente non potranno trovare attuazione, poiché le risorse questo Paese non le ha per realizzarli; dall’altro invece si evidenzia la statuizione del diritto a trattenere il residuo fiscale ed andare a diverse velocità senza tener conto di quello che è accaduto perlomeno dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Perché deve essere chiaro a tutti lo sviluppo del Nord non è merito dei soli veneti e lombardi ma è stato fatto con lo sforzo di tutti. Il miracolo economico si è compiuto con il sudore dell’exodus dei meridionali. Ed il mercato del Sud ha consentito una riserva indiana per le aziende del Nord, mentre il piano Marshall è stato usato prevalentemente per rimettere in moto la cosiddetta locomotiva.

Il testo dimostra tutta la volontà di superare il Parlamento nazionale con scadenze catenaccio che consentano alla Presidenza del Consiglio,  con accordi con le singole regioni, di andare avanti indipendentemente da qualunque discussione e decisione.

Traspare in modo evidente l’esigenza di portare lo  scalpo alle prossime elezioni lombarde per cercare di avere quel consenso in pericolo, in conseguenza della pessima gestione del Covid che ha portato anche alle dimissioni dell’assessore Giulio Gallera e alla nomina di Letizia Moratti.

E poi quella di congelare la spesa storica. Infatti in molte parti della normativa del disegno di legge proposto si fa riferimento al fatto che le competenze dello Stato vengono trasferite senza aumento di costi. Ad un occhio superficiale sembrerebbe questo un modo corretto di procedere e dà alla Lega la possibilità di dichiarare che nessuno perderà nulla.

Evidentemente dimenticando che ogni anno si consuma uno scippo di 60 miliardi dal Nord al Sud, se si accetta il principio che la distribuzione della spesa sia fatta con equità, dando al bambino che nasce a Reggio Calabria la stessa quantità di risorse del bambino che nasce a Reggio Emilia.

Ma oggi non è cosi e la autonomia differenziata fa sì che questo meccanismo, che finora è stato adottato e che ha portato ad un furto all’italiana, con l’applicazione sbandierata subdolamente della modifica del titolo V, l’errore che con la complicità del PD ha aperto una breccia per consentire tutto quello che sta accadendo, diventi legittimo. D’altra parte come si possono avere uguali diritti di cittadinanza se le risorse a disposizione non lo consentono? Altrimenti, se fosse stato possibile, probabilmente già sarebbero stati realizzati! Penso all’infrastrutturazione, alla diversa sanità, al diritto all’istruzione, settori che registrano differenze importanti.

Nascondersi dietro l’attuazione della Costituzione, quando è rimasta totalmente inattuata fin dal primo articolo che recita  “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e quando oltre tre milioni di meridionali non ne hanno alcun diritto, e ha consentito che per cercare una occupazione 100.000 persone all’anno da decenni sono costrette ad emigrare, è da favola bella per spiriti candidi.

La dizione del costituzionalista Michele Ainis di una autonomia zoppa e barocca rende bene la mala fede che sta dietro al disegno. Perché non è incompetenza, tutto si può dire a Calderoli tranne che sia incompetente, ma perfetta mala fede. Così come con una malafede evidente sono stati condotti i colloqui con i Presidenti delle  Regioni meridionali, alcuni dei quali, come il siciliano Schifani,  hanno fatto finta di non capire per non andare in rotta di collisione con il partito di appartenenza, altri come Occhiuto hanno precisato i propri distinguo.

I due Presidenti di Campania e Puglia hanno dichiarato la loro contrarietà, anche se le dichiarazioni di Calderoli parlavano di adesione, immediatamente smentita. Non condivisione del  metodo scelto, dell’accelerazione sospetta, nonché del merito per cui viene definito il disegno  “irricevibile”.

D’altra parte la Lega secessionista ed eversiva  pensava, visto che il Mezzogirono spesso è stato un corpo morto che non ha dato nessun segnale di reazione, che poteva consentirsi qualunque cosa. In altri Paesi dell’Unione ci sarebbero cortei e barricate per un disegno di legge simile. In Francia probabilmente brucerebbero i palazzi del potere.

Calderoli è il nostro Putin, come il secondo ha occupato la Crimea, senza reazione alcuna, ed ha pensato di arrivare a Kiev, così il primo dopo aver visto come si era potuto gestire la conferenza delle Regioni ha pensato che potesse rendere legittimo lo scippo annuale e che si potesse passare dall’individuo soggetto di diritto al territorio.

Forse come Putin non si aspettava la reazione che sta montando, ma sappia che avrà altre e numerose sorprese e che il cammino dell’autonomia non sarà né veloce né semplice. Stupisce che  un uomo così accorto non abbia valutato le conseguenze nefaste sul Paese di un disegno di legge che Adriano Giannola, Presidente della Svimez, ha definito eversivo, e che molti costituzionalisti, in testa Massimo Villone, ritengono devastante per il Paese.

Invece di pensare a mettere a regime il Sud, una forza politica naif, che è riuscita a mettere le mani nei gangli vitali dello Stato, grazie al gioco di maggioranze, con la complicità colpevole del PD, oggi ufficialmente pentito, sta portando il Paese a spaccarsi. Cosa fare è difficile a dirsi se anche i Fitto e le Casellati tengono il sacco ad un Calderoli, “genio” del pastrocchio, meglio di un disegno “zoppo e barocco”!

L’aspetto positivo che sta avendo tale accelerazione è la spinta ad organizzarsi delle forze meridionaliste, che finalmente si sono rese conto che devono abbandonare presenzialismi e protagonismi per trovare un progetto condiviso per contrapporsi alla Lega ladrona. Se avverrà dovremo ringraziare l’insipienza di Calderoli. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud/L’Altravoce dell’Italia diretto da Roberto Napoletano)

IDEA SBAGLIATA CATANZARO METROCITY
CHE PENALIZZA CROTONE E L’ARCO JONICO

di ELISABETTA BARBUTO E DOMENICO MAZZA – C’era da aspettarselo. Noi ce lo aspettavamo. Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Abbiamo appreso dalla stampa la legittima aspirazione catanzarese di ambire al riconoscimento della Città Metropolitana. Quindi, la conseguente  proposta — occasione colta al volo — di una parte politica di attribuirsi la paternità pioneristica di questo ritorno al passato.

Del resto era nell’aria già da tempo e le avvisaglie, di una volontà in tal senso, non erano mancate.

Solo negli ultimi mesi, le Confederazioni sindacali sono state centralizzate per Area Vasta su Catanzaro. Le ex sedi provinciali di Crotone e Vibo sono rimaste nulla più che orpelli decorativi. Medesima sorte è toccata alle Camere di Commercio. Così come, analogamente, si era proceduto con le organizzazioni del Terzo Settore.

Tuttavia, pur essendo palese che Catanzaro aspirasse al riconoscimento di Capoluogo metropolitano, l’ipotesi di fagocitare nel prospettato Ente anche il territorio Crotonese ci lascia basiti. Non già per un rigurgito campanilista, ma perché totalmente avulso dal contesto istmico. Quanto detto comprova, ancora una volta, l’atavica patologia centralista ed ingorda sofferta dalla nostra terra.

Non abbiamo mai fatto mistero della nostra visione rispetto ad una sostanziale revisione degli ambiti d’Area Vasta sul territorio regionale.

Operazione, fra l’altro, neppure differibile in considerazione di alcune modifiche apportate, recentemente, alla geografia politica del Paese. Il riferimento va alla riperimetrazione con cui si è proceduto a circoscrivere i nuovi collegi elettorali, in occasione del decremento della Rappresentanza parlamentare. Vieppiù oggi, nell’evenienza della manifesta volontà del Governo di restituire alle Province i poteri detenuti fino al 2014. Riteniamo che, già entro il prossimo anno, le consultazioni elettorali provinciali saranno riaperte al suffragio universale.

Vero é che il decreto 56/14 (Ddl Delrio) stabiliva come propedeutici al mantenimento dell’ente Provincia i requisiti di 350mila ab e 2500 km² di superficie territoriale.

Come tutti sappiamo, l’attuale provincia di Crotone non dispone delle su citate caratteristiche. Nonostante ciò, malcomprendiamo il desiderio accentratore di Catanzaro atteso che il suo ambito territoriale sia già detentore dei titoli di cui sopra. Inoltre, trattandosi di Capoluogo di Regione, anche qualora i numeri non fossero stati suffragati, la richiamata norma stabiliva di non poter procedere a tagli o accorpamenti dell’Ente.

Ed è stato proprio lo studio approfondito del Ddl 56/14 che, già in tempi non sospetti, ci aveva spinto a maturare l’idea di rivedere gli ambiti intermedi della geografia amministrativa calabrese. In particolar modo, la condizione demografico-territoriale della provincia di Crotone. Immaginando ed esplicando, quindi, una ricostruzione dell’Ente che seguisse un processo maturato dal basso. Uno sviluppo coerente fatto di assemblamenti d’ambiti ad interesse comune.

Ecco perché abbiamo immaginato e disegnato una nuova grande Area Vasta dell’Arco Jonico. Un mosaico policromo dei territori Crotoniati e Sibariti. Una nuova Provincia, a saldo zero per lo Stato, che in fase statutaria soppiantasse l’ente Crotone per aprirsi a quello della Magna Graecia. Due Capoluoghi: Crotone a sud e Corigliano-Rossano a nord. Un unico contenitore di oltre 400mila abitanti, abbondantemente superiore ai 2500 km². Una lingua di costa, con propaggini pedemontane afferenti, di circa 200 km che lambisse l’Istmo e la Lucania. Il primo tassello di un disegno molto più grande, finalizzato ad abbracciare tutta la baia del golfo di Taranto. Un’Area (non Città che è cosa diversa) Metropolitana interregionale, calabro-appulo-lucana.

Un territorio con problematiche affini e accomunato dalle stesse inespresse potenzialità.

Turismo, agricoltura, recupero delle aree industriali dismesse o parzialmente tali. Ancora, distretti agroalimentari di qualità. Quindi, la necessità di impostare un rilancio delle politiche di mobilità per riconnetterlo all’Europa.

Riteniamo che la coesione fra ambiti sia alla base di una rinnovata politica inclusiva volta a favorire la cooperazione tra territori. Purtuttavia, non dobbiamo lasciarci trasportare dal cancro centralista. Piuttosto, bisogna aprirsi al policentrismo diffuso affinché sia rivalutato l’intero “Sistema Calabria” e non parte di esso.

Crotone è il lembo più a sud dell’Arco Jonico calabrese. La Sibaritide è la propaggine del nord est regionale. Non esiste affinità alcuna tra il contesto pitagorico e quello dell’Istmo. Parimenti a come, l’area jonica sibarita nulla condivide con i contesti vallivo-tirrenici cosentini. Storie diverse, economie differenti, orizzonti contrapposti.

Solo dalla nascita del su prospettato Ente, potrebbero risorgere quei principi di equità ed equivalenza territoriale tra i contesti jonici e quelli tirrenici della nostra Regione.

La Calabria non può continuare ad essere considerata feudo da suddividere a tre teste: quelle dei Capoluoghi storici. La storia degli ultimi 40 anni ci ha, ampiamente, dimostrato che tale visione è totalmente sperequativa. Bisogna ristabilire processi di pari dignità territoriale. Tali operazioni andranno perseguite tenendo in conto le esigenze e le peculiarità di ogni angolo della Regione.

Vogliamo augurarci che la politica regionale e quella locale non cedano a facili ed ingannevoli ammiccamenti centralisti.

Crotone dovrà decidere se continuare a sopravvivere in ginocchio, come la solita periferia dell’impero — complici i vari satrapi locali impegnati solo a tutelare le loro posizioni personali di potere a scapito della collettività — o pensare, realmente, a costruire il proprio avvenire.

Indignarsi oggi per questa proposta sarebbe il minimo, per non ritrovarsi un domani a dover scontare l’indifferenza generale che caratterizza le nostre zone, nonostante le accorate denunce di pochi. Non ha alcun senso risvegliarsi, improvvisamente, quando il danno sarà già stato realizzato. Per avviare poi, le solite recriminazioni vittimistiche e sterili cercando a posteriori il colpevole. Ora è il momento di reagire e di agire per manifestare con fermezza la nostra contrarietà a questa sciagurata proposta. Un’idea malsana ed antistorica che mira solo a tutelare gli interessi del Capoluogo di Regione. Certamente non quelli di Crotone e dell’Arco Jonico calabrese che, peraltro, verrebbero ulteriormente e definitivamente penalizzati anche nei futuri disegni infrastrutturali e nella condizione dei trasporti.

La via dello sviluppo per Crotone e per la dorsale dell’Arco Jonico è e resta verso nord.

È la strada tracciata della storia. È la strada per riprenderci il nostro futuro. (eb e dm)

 

MERCATO DEL LAVORO: LA CALABRIA NON È
UN PAESE PER GIOVANI, LO DICONO I NUMERI

Le cause della scarsa partecipazione dei giovani italiani al mercato del lavoro sono in parte culturali, in parte legate alla mancanza del servizio di orientamento e alla non corrispondenza tra formazione e qualità delle prestazioni richieste dal tessuto produttivo.

La questione dell’occupazione giovanile è gettonatissima sui social, ma se vogliamo parlarne senza sceneggiate è opportuno guardare qualche numero e fare qualche ragionamento.

In primissimo luogo le cifre della disoccupazione, che, ricordiamo, indicano quanti giovani cercano attivamente lavoro senza trovarlo. In Italia nel 2021 erano il 9,5% della popolazione in età da lavoro, contro il 3,6% della Germania, il 7,9% della Francia, il 7,7% dell’Area Euro. In generale nell’UE solo Spagna e Grecia sono messe peggio di noi.

Tuttavia se scendiamo nel dettaglio dell’occupazione giovanile esistente scopriamo qualcosa di interessante: nella fascia 15 – 24 anni il 23,9% degli occupati è sottoposto all’orrendo part time, ma in Danimarca sono il 45%, in Germania il 24%, in Olanda il 54% e nell’Area – Euro il 25%.

Da notare anche il dato sui contratti a termine: in Italia il 61% dei giovani tra 15 e 24 anni è occupato con contratto a termine, ma il dato non è lontanissimo da quello francese (56,1%) svizzero (54%) e addirittura inferiore a quello olandese (68%): segnale di una condizione largamente diffusa, per quella classe di età, in tutta Europa e non peculiarmente italiana.

È diffuso il fenomeno per cui ai giovani vengono inizialmente offerti posti di lavoro a basso contenuto professionale, ma non è un fenomeno tipico italiano; se guardiamo a due paesi paragonabili anche per popolazione all’Italia, vediamo che i giovani tra 15 e 24 anni sono occupati in professioni “elementari” (dati 2021) in numero di 148.000 in Italia, 149.000 in Germania, e 208.000 in Francia. Un altro profilo professionale piuttosto basso è quello dei sales services: in Italia 310.000 gli addetti, in Francia 333.000, in Germania 375.000. I giovani italiani non sono sostanzialmente più sottoccupati dei coetanei europei.

Tuttavia sono meno qualificati: sempre nella fascia 15-24 anni in Italia hanno concluso la secondaria superiore 1.612.000 lavoratori, contro 2.280.000 della Francia e 4.324. della Germania; sono laureati 627.000 italiani, 2.391.000 francesi e 1.696.000 tedeschi.

Alto invece il numero dei giovani italiani 15-24 anni che avviano un’attività autonoma: 99.200 in Italia contro 85.500 della Francia e 74.800 della Germania (dati 1° quadrimestre 2022). Il che però non è di per sé indice di una particolare propensione all’imprenditorialità ma sconta piuttosto un diffuso utilizzo del rapporto di lavoro autonomo da parte delle imprese per aggirare vincoli e costi del lavoro dipendente.

Sorprendentemente, le retribuzioni dei giovani italiani non sono da fame: nella fascia under 30 per un full timer la retribuzione media lorda annua espressa in PPS (Parità di Potere d’Acquisto) è di 25.123 € (dato Eurostat 2018); in Francia è di 23.434 €, in Germania 30.187 E, in UK 25.132 €, in Olanda 28.518 €.

I giovani italiani che percepiscono un salario povero (cioè inferiore ai 2/3 del salario mediano nazionale) sono il 15,94% del totale, in Francia il 15,85%, in Germania il 32% e in Olanda il 45% (in questi casi è determinante l’uso intensivo del part time) e nell’area Euro del 28%.

La retribuzione oraria espressa in Parità di Potere d’Acquisto per i lavoratori under 30 è di 10,53 € in Italia, 11,83 € in Francia, 12,74 € in Germania, 10,02 in Olanda e 11.8 euro per l’Area Euro.

Recentemente ha avuto una certa notorietà la notizia che le retribuzioni aumentano al crescere dell’anzianità: trattasi di ovvietà. A parte il fatto che gli stessi CCNL premiavano fino a poco tempo fa l’anzianità aziendale (e in alcuni casi lo fanno ancora) è naturale che le imprese privilegino in linea di massima, a parità di profilo professionale l’esperienza lavorativa.

Non è peraltro un fenomeno italiano: Eurostat ci dice che se prendiamo in considerazione tre classi di età (<30 anni, 30-50 e >50) nell’area € il rapporto tra la seconda classe e la prima è pari a un incremento di 138 vs. 100, in Germania di 153 vs. 100, in Francia di 140 e in Italia di 132. Siamo in linea con la realtà europea e addirittura ai margini inferiori per incremento dei salari in relazione all’età.

Non sono disponibili dati sui tirocini extracurricolari che comunque esistono, sia pure regolamentati in modi molto diversi, in tutta l’Ue. Altresì non esistono, ovviamente, dati attendibili sul lavoro nero o grigio, che certamente coinvolge un numero significativo di giovani, probabilmente in misura superiore a quella dei Paesi UE di maggiore industrializzazione, ma non certamente tale da determinare un differenziale decisivo sul complesso dell’occupazione giovanile.

Nonostante questi dati che dimostrano come le condizioni di lavoro offerte dal mercato ai giovani italiani siano del tutto simili a quelle dei giovani europei, ci differenziamo nettamente per la partecipazione dei giovani al mercato del lavoro: il dato dei Neet (Not in Employment,  Education or Training) tra i 15 e 29 anni è del 29,8%; nell’Area Euro è pari al 16,4% della popolazione di questa fascia d’età, in Germania del 14,6%, in Francia del 17,4& e perfino in Spagna e Grecia è inferiore (18,4% e 16,5%).

D’altra parte questo dato ha riscontro nell’analisi condotta da Eurostat sul labour slack, che dimostra come l’Italia potrebbe incrementare le forze di lavoro (la somma di chi lavora e di chi cerca lavoro) di quasi il 12%: un dato enormemente superiore a quello degli altri paesi europei (la seconda in graduatoria è l’Irlanda con poco più del 6%, la Francia e la Germania stanno attorno al 4%). Questi numeri si riferiscono al totale della popolazione in età da lavoro, ma è evidente la coincidenza con quelli riferiti alla fascia più giovane.

In sostanza il fenomeno italiano dei Neet è semplicemente il manifestarsi in quella determinata fascia di età di una propensione a fuggire dal mercato del lavoro che è comune alla società italiana.

Occorre, per verità, dire che è molto probabile che una quota consistente di Neet coincida con quote di lavoro nero, e ancor più di lavoro “grigio” (e questa è probabilmente una caratteristica “tutta italiana”) ma non in misura tale da giustificare la sproporzione con i Neet di Germania o Francia, a meno di postulare che tutti i lavoratori in nero in Italia appartengano alla fascia di età 15-9 anni.

In definitiva l’unico dato strutturale che sembra avere un effetto determinante sull’occupazione giovanile in Italia è quello relativo alla formazione e ai servizi al lavoro. Quanto alla prima basti notare che il mismatch tra domanda e offerta di lavoro nella fascia di età giovanile è del 41% per i profili più qualificati (programmatori, infermieri, disegnatori industriali, idraulici, elettricisti: come si vede, non scienziati nucleari, ma profili tranquillamente alla portata del sistema nazionale di istruzione-formazione).

Quanto ai secondi negli ultimi anni (e non solo a dire il vero) le politiche attive sono prevalentemente consistite in sgravi fiscali e contributivi per le aziende, in qualche intervento di sistema (Garanzia Giovani, Dote Lavoro Lombardia) e in zero servizi di orientamento, però in compenso in una importante mole di interventi normativi atti a vietare forme “improprie” di accesso dei giovani all’occupazione e a disincentivare, anche su pressione dei sindacati, forme innovative quali l’alternanza scuola-lavoro.

In definitiva: la disoccupazione giovanile italiana non è dovuta, se non marginalmente, a una propensione malvagia delle imprese a sfruttare i giovani lavoratori, che hanno in Italia trattamenti sostanzialmente analoghi a quelli di tutta Europa. Esiste un problema reale di formazione – istruzione e di servizi al lavoro, cui in generale le forze politiche e i sindacati rispondono non con politiche attive mirate ma con sussidi, divieti e obblighi.

A dimostrazione di una ormai conclamata inadeguatezza di forze politiche e sindacati a governare il mercato del lavoro e della connessa scelta di ripiegare sulla propaganda. Resta da comprendere se, oltre a questi dati oggettivi, vi sia anche una propensione “culturale” dei giovani italiani, che sarebbe interessante indagare. Ma questa, come si dice, è un’altra storia…

[Courtesy pietroichino.it]

«QUA SI CAMPA D’ARIA», PERÒ È PULITA
E LEGAMBIENTE PUNTA A EMISSIONI ZERO

Parafrasando Otello Profazio, con la sua conosciutissima ballata Qua si campa d’aria, si può dire che però, almeno, è aria di ottima qualità. Lo certifica Legambiente secondo la quale in Calabria la qualità dell’aria è buona. L’Associazione, infatti, ha pubblicato i risultati del report Mal’Aria di città. Cambio di passo cercasi, evidenziando che nella nostra regione non ci sono criticità importanti, o quasi.

I dati, infatti, sono parziali perché aggiornati solo fino a giugno 2022 per indisponibilità degli ulteriori dati ufficiali non presenti sul sito di Arpacal. Nonostante questo, quello che merge da Mal’Aria di città è che a differenza di molte città del Nord e del Centro del Paese in cui le concentrazioni di sostanze inquinanti mettono a rischio il benessere e la salute dei cittadini, per l’anno 2022 i capoluoghi calabresi rispettano i limiti di legge sia per le polveri sottili (PM10 e PM2.5) che per  il biossido di Azoto (NO2).

Tuttavia alcuni valori (PM2.5 a Cosenza e PM10 e NO2 a Crotone) risultano superiori ai nuovi obiettivi  europei al 2030 così come l’NO2 in tutte le città ed in particolare in diverse città che risultano superiori a quanto stabilito dall’OMS. Si tratta di situazioni che necessitano di attento monitoraggio e di interventi di riduzione delle emissioni (in particolare su Crotone e Cosenza).

Per la Calabria in particolare, i parametri delle PM2.5, molto pericolose per la salute umana, vedono tra le città virtuose Vibo Valentia, Reggio Calabria, Catanzaro e Crotone (4 μg/mc) che si trovano già tutte sotto il limite di 10 μg/mc stabilito per il 2030. Catanzaro e Crotone, si trovano anche in linea con i limiti raccomandati dall’OMS (5 μg/mc).

Per quanto riguarda, invece, l’NO2 dai dati emerge che tutte le città calabresi sono sopra i limiti dell’OMS anche se tra le poche città italiane che si avvicinano, in positivo, al limite OMS (concentrazione di NO2 minore o uguale a 10 μg/mc) ci sono Catanzaro (13 μg/mc), Reggio Calabria e Vibo Valentia (12 μg/mc), mentre Crotone risulta sopra i limiti previsti per il 2030.

«Il report Mal’aria 2023 – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – ci consegna dati tendenzialmente positivi per la nostra Regione, grazie anche ad un complesso di fattori tra cui le caratteristiche naturali dei territori e la carenza storica di un tessuto industriale inquinante, rilevando nelle nostre città capoluogo, una qualità dell’aria, meno preoccupante per la salute rispetto ai dati nazionali».

«Tuttavia costituisce un segnale allarmante – ha evidenziato – soprattutto a fronte dei dati sul biossido di azoto che dipende dal traffico veicolare, la circostanza che i dati ufficiali si fermino al mese di giugno 2022 quando dovrebbe esserne garantita la fruibilità e rese trasparenti le notizie sull’effettivo funzionamento delle centraline di monitoraggio, per come previsto dalla normativa vigente».

«Appare evidente – ha rilanciato – come tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla Regione Calabria, debbano attivarsi per  risolvere la problematica  nell’interesse della collettività calabrese, al fine di ripristinare strumenti di analisi efficaci e capillari sulla salubrità dell’ambiente ed evitare eventuali infrazioni comunitarie».

«Altrettanto evidente – ha concluso –  appare la necessità di mettere in atto, anche nelle città calabresi, per renderle più vivibili e sicure, le proposte avanzate da Legambiente nel report, per contrastare l’inquinamento atmosferico e per migliorare la qualità della vita delle persone».

Che fare, allora? È la stessa Legambiente a rispondere, proponendo una serie di interventi «a misura di città»:  Col passaggio dalle Ztl (zone a traffico limitato) alle Zez (Zone a zero emissioni), per esempio. «Come dimostra l’esperienza di Milano (con l’area B) e, soprattutto, dell’ultra Low Emission Zone londinese – ha spiegato Legambiente – le limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti riducono le emissioni da traffico del 30% e del 40%».

«Serve un grande piano di riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica e privata – ha ribadito Legambiente – e incentivare una drastica riconversione delle abitazioni ad emissioni zero grazie alla capillare diffusione di misure strutturali, come il Superbonus, opportunamente corretto dagli errori del passato come gli incentivi alla sostituzione delle caldaie a gas». Per questo, propone di utilizzare le low emission zone – zone a basse emissioni anche per il riscaldamento.

Altra azione necessaria, per l’Associazione, è il potenziamento del trasporto pubblico e trasporto rapido di massa attraverso  la quadruplicazione dell’offerta di linea e la promozione di abbonamenti integrati, come fece la Germania nell’estate del 2022. Per aiutare ulteriormente l’ambiente si potrebbe incentivare la mobilità elettrica condivisa (auto, micro, bici, van e cargo bike) e realizzare ulteriori 16.000 km di percorsi ciclabili.

Ancora, sarebbe opportuno «ridisegnare lo spazio pubblico urbano a misura d’uomo, “città dei 15 minuti”, sicurezza stradale verso la “Vision Zero”, “città 30” all’ora seguendo l’esempio di Cesena, Torino, Bologna e Milano», ha sottolineato Legambiente, ribadendo la necessità di rendere tutto elettrico anche prima del 2035. Un obiettivo che si può raggiungere «grazie – viene spiegato –  alla progressiva estensione delle Zez alla triplicazione dell’immatricolazione di autobus elettrici e l’istituzione dei distretti ZED (Zero Emissions Distribution)».

Soluzioni necessarie, soprattutto se «l’inquinamento atmosferico causa, ogni anno, in Italia più di 50 mila morti, oltre a contribuire a indebolire irrimediabilmente la salute dei cittadini», ha spiegato l’Associazione.

«Respirare aria pulita è un diritto fondamentale, ma in molte città italiane, l’emergenza smog è ancora una realtà» si legge sul sito della petizione online lanciata da Legambiente, dal titolo Ci siamo rotti i polmoni. No allo smog!

«È tempo di pretendere città più pulite e più vivibili». (rrm)

SANITÀ, DA 20 ANNI NEL RIPARTO DEI FONDI
ALLA CALABRIA TOCCANO SEMPRE DI MENO

di GIACINTO NANCII politici calabresi si stanno accapigliando perché ognuno vuole nella propria provincia la facoltà di medicina e chirurgia perdendo ancora una volta di vista i veri problemi della sanità calabrese che continua ad andare al macello.

Dopo 13 anni di piano di rientro infatti i conti della sanità calabrese continuano ad essere bocciati dalla Corte dei Conti, e siamo ultimi in Italia per applicazione dei Lea, ma la cosa più grave è che a parità di patologia, specialmente tumorale, in Calabria si muore prima che non nelle altre regioni.

Invece di accapigliarsi per avere ognuno la facoltà di medicina nella propria provincia che al massimo sforna laureati che poi emigrano, i politici calabresi dovrebbero battersi per modificare i criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni perché la Calabria è la regione che riceve pro capite, da più di 20 anni a questa parte, meno fondi per la sua sanità pur avendo tra i suoi circa due milioni di abitanti ben 287000 mila malati cronici in più che non in altri due milioni di altri italiani per come certificato anche dall’ormai lontano Dca N. 103 dell’ex commissario al piano di rientro sanitario calabrese Scura del 30/09/2015. Dca vidimato sia dal ministero dell’Economia che da quello della Salute, quindi tutti sanno.

A favorire questa necessaria battaglia dei politici calabresi per una migliore sanità è avvenuto che il governatore della regione Campania l’estate scorsa ha fatto un ricorso al TAR per contestare proprio i criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni che a suo dire penalizzano la Campania. Il ricorso ha una totale validità, tanto che prima che il Tar si sia pronunciato, la Conferenza Stato Regioni e il Governo hanno promesso e programmato per il prossimo anno la modifica dei criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni, comprendendo che il ricorso verrà sicuramente accolto. I politici calabresi avrebbero dovuto già da molto tempo fare loro il ricorso al Tar prima della regione Campania proprio perché la Calabria è molto più penalizzata non solo rispetto alla regione Campania ma rispetto a tutte le altre regioni.

Per rendere l’idea di quanto la Calabria e le regioni del sud sono penalizzate dall’attuale criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni basti dire che nel 2017 è stata fatta una modifica “parziale” (per come specificato dall’allora presidente delle Conferenza Stato-Regioni on. Bonaccini) dei criteri di riparto basati sulla “deprivazione” e non su quelli “demografici” correnti. Ebbene in base a questa parziale modifica (non riproposta ne tantomeno ampliata negli anni successivi e da qui il ricorso al Tar) alle regioni meridionali sono stati assegnati in più nel 2017 rispetto al 2016 ben 408 milioni di euro e se si considera che la modifica era solo parziale si potrebbe moltiplicare la cifra almeno per 4 e se questo riparto fosse stato fatto da 20 anni a questa parte in cui il riparto è stato fatto invece  con il criterio “demografico” la sanità del sud e quella calabrese, che è quella più penalizzata da questo criterio di riparto, avrebbero avuto molte più opportunità.

La sanità calabrese oltre a questo handicap del criterio di riparto è penalizzata anche dal piano di rientro stesso cui è sottoposta da oltre 13 anni perché esso fa ulteriori tagli alla sua spesa sanitaria, già insufficiente, proprio per ripianare il presunto deficit, e impone una maggiorazione delle tasse (Irap, Irpef, Accise etc..) ai calabresi, peggiorando oltre alla salute anche l’economia calabrese. Che fare allora?

Invece di litigare per la facoltà di medicina la Calabria si deve mettere alla testa delle regioni meridionali (così si ha più forza) perché il criterio di riparto dei fondi sanitari venga realmente e giustamente fatto non solo in base ai criteri della “deprivazione”, come vuole fare il governo e che ci darebbe certamente più fondi, ma  anche in base alla numerosità delle malattie presenti nella varie regioni in quanto essendo la regione con più  malattie croniche ci assegnerebbe i fondi giusti per poterle curare.

Con i fondi in più potremmo, invece di fare campanilismo per la facoltà di medicina nella propria provincia, pensare di creare dei centri di eccellenza per le varie patologie perché uno dei fenomeni che peggiorano i conti della sanità calabrese sono proprio le spese per le nostre cure fuori regione nei centri di eccellenza del nord, che nel 2021 sono giunte alla stratosferica cifra di 329 milioni di euro. Un esempio per capire.

La Calabria con una prevalenza di diabete mellito del 12% non ha un centro per la cura del piede diabetico, la regione Lombardia con una prevalenza di diabete del solo 4% ha più centri per la cura del piede diabetico, per cui i calabresi poi devono andare in questi centri al nord solo per l’amputazione del piede e non per la sua cura. Lo stesso vale per altre patologie.

E se si considera che la creazione di un centro di eccellenza costa pochissime decine di milioni di euro, con i fondi in più che dovremmo ricevere con la modifica dei criteri riparto, potremmo permetterci, oltre ai centri di eccellenza per le malattie croniche, perfino un centro di eccellenza “sullo studio della neurofisiopatolgia del canto del grillo”. Se vogliono fare un favore ai calabresi i nostri politici devono da subito iniziare la battaglia per la modifica del riparto dei fondi sanitari e oggi c’è l’opportunità di farlo visto sia il ricorso al Tar della regione Campania e sia gli ultimi gravi rilievi fatti dal Tavolo Adduce (organo ministeriale che ogni anno monitora le regioni in piano di rientro) al commissariamento della sanità calabrese, al commissario Occhiuto e al piano di rientro calabrese.

Altrimenti come i polli di Renzo, i nostri politici, faranno continuare a finire al macello i malati calabresi (che continueranno a morire prima degli altri italiani a parità di patologia). (gn)

60 ANNI FA NACQUE LA SCUOLA MEDIA UNICA
IL PNRR È L’OCCASIONE PER “RIPENSARLA”

di GUIDO LEONE – Sessanta anni veniva introdotta in Italia la scuola media unica, approvata con legge n. 1859 del 31 dicembre 1962. Un traguardo importante certo, ma il clima che si respira nelle scuole (e non solo!) non è dei migliori. La grave crisi economico-finanziaria  sta avendo gravi ripercussioni specie sulla scuola Sessant’anni, però, sono un arco di tempo significativo per provare a fare  un bilancio dell’esperienza della scuola media italiana le cui “vicende” storiche, istituzionali, culturali, pedagogiche e didattiche hanno finito per consolidare la sua immagine di “terra di mezzo” e mai parte integrata di un percorso unitario, armonico, continuativo dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado.

E quella della scuola non è solo una crisi di natura economico-finanziaria. Ci sono due questioni aperte e mai chiuse in questi anni. L’identità della scuola media e il suo raccordo con la scuola primaria (già scuola elementare) che la precede e la scuola secondaria di II grado (per anni denominata scuola “superiore”) quale esperienza non obbligatoria (almeno fino alla pubblicazione del DM 139/2007 (Il nuovo obbligo di istruzione che la seguiva).

 La scuola media, terra  di mezzo, è da molti anni, dunque, alla ricerca di una sua  identità, attratta dalla scuola superiore (il piano alto della “secondaria”), ma poi richiamata alla comune appartenenza alla scuola di base (il c.d. “primo ciclo” dell’istruzione). L’alternarsi di diverse denominazioni (scuola – di volta in volta – media, secondaria I grado, del primo ciclo, di base) rappresenta bene la non risolta ambiguità della sua secondarietà – di accesso ai saperi formali e al pensare per modelli – o di completamento della formazione primaria, quindi di consolidamento dell’alfabetizzazione strumentale. Una scuola ,insomma, che sembra non essere stata né carne né pesce.

La seconda questione è legata alla specifica età degli allievi che la frequentano (dagli 11 ai 14 anni). La scuola media coglie i ragazzi in un momento particolarmente delicato del loro sviluppo, quello della pre-adolescenza, in cui a cruciali trasformazioni fisiche, emotive e cognitive si accompagna l’affermazione della propria personalità spesso in contrasto con le figure adulte. Le sfide educative che pongono i pre-adolescenti sono ancora più difficili di quelli dell’età precedente e successiva.

Il quadro sulla scuola media che emerge dall’ultimo rapporto sulla scuola media in Italia della Fondazione Agnelli è veramente preoccupante: dall’età avanzata del corpo docente ai modelli didattici antiquati e basati su una troppo rigida specializzazione per discipline; dalla prevalenza di lezioni frontali all’indebolimento della relazione affettiva per il moltiplicarsi delle figure di riferimento ;dal rapporto scuola-famiglia, caratterizzato da tensioni crescenti a causa di un atteggiamento iperprotettivo verso i figli da parte di genitori sempre meno disposti a riconoscere l’autonomia dei docenti, a problemi di accoglienza e di integrazione dei ragazzi stranieri, all’età media dei docenti che va dai 58 ai 60 anni, mentre alle superiori è tra i 50 e i 60; alla discontinuità didattica, dovuta anche ad una quota superiore, rispetto al resto della scuola italiana, di docenti precari.

E poi i risultati complessivi degli allievi insoddisfacenti negli apprendimenti come testimoniano i confronti internazionali relativi alle conoscenze matematiche e scientifiche, spesso confermate dalle valutazioni a livello nazionale (Prove Invalsi),e che non sono in grado di reggere la sfida delle “competenze”, cui i 15enni, successivamente, sono chiamati dai severi test dell’Ocse-Pisa.

Il Rapporto della Fondazione Agnelli offre un quadro ancora più nitido di come e quando si manifestino le disuguaglianze sociali e i divari soprattutto territoriali, con effetti negativi sugli apprendimenti. Le disuguaglianze dovute all’origine socio-culturale, misurate in base al titolo di studio dei genitori sono ben visibili già alla scuola primaria, con una differenza in media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno studente i cui genitori hanno la licenza elementare. Ma poi deflagrano alla scuola media, arrivando fino a 46 punti, che equivalgono, alla fine del ciclo, a una differenza di quasi tre anni di scuola”.

Se al termine della primaria gli allievi nei diversi territori fanno registrare risultati simili, dopo i tre anni di scuola media il Sud resta molto attardato: 17 punti in meno per l’area che comprende (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia) e 27 punti in meno per l’area che comprende (Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia).

I divari territoriali, che la primaria riesce a contenere, nella scuola media esplodono, più che in passato, con significative criticità negli apprendimenti di base dei nostri preadolescenti imputabili anche all’organizzazione di questo segmento educativo, considerato l’anello debole della nostra scuola.

Ora le scuole medie del nostro Paese, per ragioni non propriamente pedagogiche, sono state assorbite nello loro interezza nel modello organizzativo noto come “istituto comprensivo”, in provincia di Reggio Calabria sono 36 le istituzioni scolastiche.

L’aver imposto la generalizzazione degli istituti comprensivi e l’avere poi elevato la soglia minima di alunni affinché una scuola possa disporre di autonomia funzionale e personalità giuridica cambia, nel bene e nel male, la geografia della scuola.

Ma mutano anche le condizioni per far pesare di più la variabile organizzativa per la messa a punto di approcci metodologici e didattici maggiormente aperti e dialoganti tra i diversi ambienti e livelli di istruzione, tra la scuola primaria da un lato e la scuola secondaria dall’altro.

Questo modo di procedere lascia perplessi: si generalizza un modello organizzativo, lo si impone come matrice dell’organizzazione della rete scolastica e come chiave di volta per mantenere in vita istituzioni scolastiche sul territorio, senza che vi sia stato alcun confronto o riflessione o analisi sui risultati finora conseguiti, là dove gli istituti comprensivi sono stati impiantati. Eppure, a quasi venti anni  di distanza, l’esperienza dei comprensivi avrebbe dovuto essere sufficiente per una valutazione approfondita, quanto meno per procedere con cognizione di causa e con motivazioni diverse rispetto a “ragioni meramente di cassa”.

Ma basta accampare ragioni di stabilità finanziaria, oggi come ieri, per stravolgere ogni cosa? Per fare nella scuola ciò che si vuole? 

L’anniversario ci lascia delle domande irrisolte: oggi, in questo nuovo contesto istituzionale ha ancora un senso e una missione la scuola media? Ha, cioè, significato mantenere una scuola media nell’attuale impianto del sistema scolastico italiano, articolato nei due cicli di istruzione e, in caso affermativo, secondo quale identità e con quale struttura curricolare? La generalizzazione del sistema in istituti comprensivi quali effetti avrà sul miglioramento della didattica e degli esiti scolastici?

Dato che ancora non si conosce bene il valore, o il disvalore, della loro introduzione, né quali siano i loro punti di forza e di debolezza. Se ad essi (dato che sono ormai diffusi da quasi due decenni), e in che misura, debba essere ricondotta la situazione di debolezza dell’attuale scuola media? Bisognerebbe anche chiedersi in che misura l’attuale impianto ordinamentale (quadri orari, monte ore settimanale e annuale, insegnamenti, flessibilità curricolare, etc.) incida sul successo scolastico?

E, ancora, l’attuale modello di governance corrisponde alle peculiarità e ai bisogni di tutte le componenti che operano in organizzazioni così complesse?

Le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del rimo ciclo di istruzione avrebbero dovuto far fare un salto di qualità dalla vecchia scuola media alla unitarietà della scuola del rimo ciclo rafforzando gli obiettivi di apprendimento e  per competenze dando un senso alla scelta organizzativa dell’istituto comprensivo di una educazione dell’allievo dai 3 ai 14 anni.

Un istituto comprensivo, dunque, per una scuola rinnovata.

E invece i risultati parlano d’altro, perché la scuola media da unica è restata unica, separata in casa in un comprensivo che non ha saputo divenire comprensivo, comprendere e comprendersi nonostante dieci anni di Indicazioni nazionali.

La priorità degli apprendimenti è fondamentale  più che mai nella scuola media. Ripensare, perciò, la secondaria di I grado è dunque un’altra delle priorità che il nostro sistema d’istruzione deve affrontare con le risorse del Pnrr, dopo che la pandemia,  abbiamo visto, ne ha messo in luce criticità antiche e gravi.

Il riscatto degli apprendimenti è allora ovviamente fondamentale nella scuola media, dove esplodono divari e disuguaglianze. Le politiche di cui si parla nel Pnrr vanno per forza declinate nel grado scolastico più in difficoltà: in particolare, l’orientamento, la formazione e il reclutamento dei docenti, la didattica, proprio le aree di intervento che abbiamo indicato.

Ci aspettiamo che questo governo  dia qualche risposta a questi ed altri quesiti. Ma tant’è la scuola come al solito può attendere. (gl)

CHI HA PAURA DELLE ZES MANIFATTURIERE?
SI PERDE IL SENSO DELLA LORO CREAZIONE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Chi ha paura di Virginia Wolf? Copiando quel titolo chi teme le Zes manifatturiere? Lentamente sembra che le cosiddette zone economiche speciali stiano andando nel dimenticatoio. Si sta perdendo il senso e la motivazione per cui sono state create.

Ed allora riepiloghiamo: il Mezzogiorno ha 20 milioni di abitanti. Sarebbe la sesta nazione d’Europa se fosse un Paese indipendente. Dopo Germania con oltre 80 milioni di abitanti, Francia con oltre 60 milioni, poi verrebbe la Spagna e la Polonia, poi il Nord se fosse un Paese separato e poi il Sud.

Per avere un rapporto popolazione occupati fisiologico, senza arrivare ai dati incredibili che si hanno in Olanda ma rapportandoci al rapporto esistente in Emilia-Romagna, che con 4 milioni di abitanti ha poco meno di 2 milioni occupati, vi è la necessità di creare 3 milioni  di nuovi posti di lavoro. Per arrivare a quei 9 milioni di occupati, compresi i sommersi, che renderebbero il mercato del lavoro meridionale adeguato a dare risposte alle esigenze della realtà, senza dover costringere 100.000 persone l’anno ad emigrare nonché altri 2 milioni a chiedere il reddito di cittadinanza e molti altri a cercare un lavoro senza trovarlo, diventando poi Neet.

Da quali settori debbano arrivare questi 3 milioni di posti di lavoro aggiuntivi può essere immaginato guardando le realtà a sviluppo compiuto. Perché oltre alla logistica, che potrebbe arrivare ad occupare anche 600-700 mila posti di lavoro, si pensi che la sola Amsterdam tra diretti ed indiretti ne occupa 700 mila, il turismo, raddoppiando le presenze, potrebbe occupare ancora 200-300 mila persone. Il resto dovrebbe arrivare dal manifatturiero.

Ma gli imprenditori locali sono fermi nella loro occupazione da oltre 10 anni. Quindi pensare che possano arrivare questi posti di lavoro da forze endogene è assolutamente improbabile. Per questo le altre realtà a sviluppo ritardato hanno utilizzato il sistema dell’attrazione degli investimenti dall’esterno dell’area. Cioè cercare le soluzioni perché alcune aree si rendono attrattive per coloro che hanno esigenza di fare investimenti in Europa. Cosa difficilissima perché la competizione è di quelle all’ultimo incentivo.

È il percorso che sta seguendo la Polonia, l’Ungheria. Che ha seguito la Germania per localizzare imprese nell’ex Ddr, l’Irlanda che è riuscita ad avere in questo modo la piena occupazione, senza dimenticare la madre di tutte le aree di attrazione che è la Cina con le sue Sez, Special economic zones.

Ma poiché pensare di rendere attrattivo tutto il territorio meridionale sarebbe stato complicato allora si sono create le Zes. Perché sarebbe stata una impresa? Perché creare le condizioni di attrattività in tutto il Mezzogiorno sarebbe stato troppo gravoso dal punto di vista economico e probabilmente la stessa Europa non lo avrebbe consentito.

Le condizioni necessarie per attrarre investimenti sono poche ma impegnative. Riguardano  un territorio ben infrastrutturato dà un punto di vista della mobilità, senza criminalità organizzata, con un cuneo fiscale favorevole in modo da avere un costo del lavoro contenuto e competitivo, ed infine con una tassazione sugIi utili  di impresa limitata, per rendere attrattiva la localizzazione.

Si capisce bene come estendere queste condizioni ad una realtà che ha il 40% del territorio italiano sarebbe stato estremamente complicato. Infatti per esempio il cuneo fiscale che con una normativa troppo estesa è stato consentito a tutto il Mezzogiorno sarà facile che venga abrogato, considerato il suo costo.

Così come pensare di avere un territorio come la Sicilia esente da criminalità organizzata è estremamente complesso, mentre se le aree sono limitate nelle loro dimensioni si potrebbero attuare meccanismi di controllo molto sofisticati che rendano le aree individuate “criminal free”.

Purtroppo nell’individuazione delle aree è prevalso l’interesse della classe politica dominante estrattiva, molto presente nelle regioni meridionali, che ha preferito aumentare le aree per dare un contentino ai propri clientes già insediati. In tal modo le Zes invece di diventare uno strumento per attrarre investimenti dall’esterno dell’area sono diventate aree a facilitazioni ampie per le aziende già esistenti, tradendo in modo totale la motivazione della loro esistenza.

Per questo vanno assolutamente ripensate le aree, facendole individuare invece che alle Regioni al Ministero per il Sud, in maniera che abbiano veramente le caratteristiche per essere attrattive e che non succeda quello che è accaduto recentemente a Catania con la Intel, che pare non abbia avuto le dimensioni di ettari necessari per l’insediamento. Non si capisce perché in quel caso non sia subentrato lo Stato, per evitare di attuare quell’esproprio a favore di Verona, che comprenderà adesso anche un trasferimento di ingegneri e di professionalità che in Veneto non sono a disposizione.

È indispensabile pensare alle Zes, considerato che alternativa ad esse non ve ne sono, perché non vi è altro modo di creare i posti di lavoro che servono al Sud in tempi sufficientemente contenuti, in modo da renderle operative e veramente attrattive. Bisogna assolutamente dare ai commissari  straordinari del Governo,  che si sono insediati nelle otto Zes create, degli obiettivi precisi in termini di attrazione di investimenti e di posti di lavoro da creare,  con una normativa stringente che nel caso in cui gli obiettivi non saranno raggiunti preveda che essi saranno immediatamente dimessi, come accade a un allenatore di una grande squadra quando si capisce che non è più all’altezza di mantenere i ritmi necessari.

Ogni Zes dovrebbe attrarre nei prossimi cinque anni di Governo della destra, per arrivare agli obiettivi stabiliti dei 2 milioni di posti di lavoro, un numero preciso di aziende multinazionali. L’obiettivo sono 400.000 occupati l’anno, 50.000 posti di lavoro per ogni Zes, il che vuol dire 10/15 grandi aziende in ognuna di esse.

Un traguardo ambiziosissimo come lo è un cambio di passo nello sviluppo del Mezzogiorno. Un impegno che dovrebbe riguardare tutto il Governo centrale e che certamente porterebbe risultati importanti in termini di crescita del Pil nazionale e nella migliore delle ipotesi, anche nel caso che la meta non fosse raggiunta, potrebbe in ogni caso attuare un impegno poderoso che potrebbe iniziare un cammino di grande interesse. 

Se poi a fianco ad esso si facessero nascere quelle zone turistiche, con una normativa analoga, che potesse far accelerare lo sviluppo delle presenze turistiche, attraendo i grandi operatori internazionali che non aspettano altro che di potersi insediare nel Mezzogiorno se le condizioni burocratiche, di sicurezza ma anche di tassazione vantaggiosa si avverano.

Se poi si comincia a lavorare perché i porti del Mezzogiorno possano andare a regime, visto che adesso sono assolutamente sotto utilizzati, a cominciare da Augusta frontaliere di Suez, allora forse le problematiche relative all’esigenza che le aree più ricche continuino ad aiutare quelle più povere e che i diritti di cittadinanza siano uguali in tutto il Paese, senza che nessuno debba assistere qualcun altro, saranno risolte, senza arrivare a forme larvate di secessione che in realtà non fanno altro che indebolire il nostro Paese.

Un libro dei sogni quello proposto, come si attiene al grande progetto che dovrebbe riguardare il Mezzogiorno e che se tutti i tasselli vanno al loro posto, a cominciare della alta velocità Salerno / Reggio Calabria / Augusta /Palermo, del ponte sullo stretto di Messina, del completamento delle autostrade a cominciare da quella ionica che colleghi Reggio Calabria a Bari, allora quello che oggi sembra un libro dei sogni potrebbe risultare invece un programma operativo realizzabile.

Questa è la vera scommessa che dovrebbe fare la Presidente Meloni se vuole rimanere nella storia di questo Paese come colei che ha risolto il vero problema che dall’unità d’Italia è ancora aperto e ha salvato l’Italia dal diventare una nuova frammentata Jugoslavia. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

DOCUMENTO: scarica da qui il Piano Strategico Calabria dell’Agenzia di Coesione: Piano-Strategico-Calabria_(Calabria.Live)

POVERTÀ LA NUOVA EMERGENZA DEL SUD
CALABRIA: FORTE RISCHIO DI ESCLUSIONE

Al Sud è emergenza poveri. È quanto ha denunciato il presidente della Svimez, Adriano Giannola, spiegando che lo shock energetico e la comparsa di nuove emergenze sociali, dovute agli effetti dell’inflazione, rischiano di provocare da 500mila a 600mila nuovi poveri solo nel Sud.

E la Calabria non è esclusa. In una recente intervista al Corriere della Calabria, il direttore Luca Bianchi, aveva dichiarato che «in Calabria la povertà già era aumentata nell’ultimo anno anche se con ritmi non elevati. Le persone che vivono in famiglie a rischio povertà ed esclusione in Calabria sono circa 800mila (40% della popolazione in linea con la media meridionale) nel 2020 erano il 39,7%».

La Svimez, nel suo rapporto presentato nel mese di novembre, aveva denunciato come il Pil calabrese scenderebbe a -0,9%, innescando la recessione.

«L’economia regionale risente maggiormente, rispetto al resto del Paese – ha spiegato Bianchi – del rialzo dei prezzi a causa della presenza più diffusa nella regione di nuclei familiari meno abbienti, colpiti dai rincari dei beni alimentari e dei prodotti energetici, i cosiddetti “beni incomprimibili”. In Calabria oltre il 35% dei nuclei familiari appartiene alla fascia di popolazione più povera (il doppio della media nazionale), in queste famiglie le spese per bollette (+34% di inflazione) e generi alimentari (+9%) coprono oltre l’80% della spesa complessiva».

Nel rapporto, infatti, viene evidenziato come «nel Mezzogiorno una famiglia numerosa su quattro è povera (24,9% per le famiglie con cinque o più componenti), mentre raggiungono quota 14,3% quelle con quattro componenti. Fra le famiglie di soli stranieri, l’incidenza della povertà è particolarmente alta e raggiunge quota 30,6% a livello nazionale, salendo al 37,6% nel Mezzogiorno. La presenza di minori incide in misura significativa sulla condizione di povertà: nel Mezzogiorno il 13,7% delle famiglie in cui è presente almeno un minore sono povere, contro l’11,5% medio italiano».

La povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata nelle regioni meridionali è all’8,2%.

«Fra i lavoratori dipendenti, le incidenze di povertà per l’Italia e il Mezzogiorno raggiungono il 7,5% e l’8,6% rispettivamente – si legge nel Rapporto –. Le quote più elevate si osservano fra le famiglie di operai e assimilati, anche se con uno scostamento tutto sommato 8 limitato del Mezzogiorno rispetto all’Italia (13,6% contro 13,3%). Se si guarda la dinamica si osserva un ulteriore aumento della povertà nel Mezzogiorno per queste famiglie: rispetto al 2020 si passa dal 12,7% al 13,6%. Si conferma più elevata, infine, l’incidenza nelle famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione: per questa categoria si parla di oltre una famiglia su cinque a livello nazionale (22,6%) e di quasi una su quattro nel Mezzogiorno (24%). L’incidenza è cresciuta di 6 punti percentuali rispetto al 2020 (contro i 3 del dato medio nazionale».

Una emergenza che non ha assunto proporzioni drammatiche grazie agli interventi del Governo che, tuttavia, non bastano più. Per il presidente Giannola «occorre che il Governo s’inventi qualche cosa e che continuino a crescere le attività di servizi come turismo, ristorazione e commercio».

Soprattutto, «da un lato – ha spiegato Giannola – va assicurata continuità alle misure contro il caro energia per mitigare l’impatto sui bilanci di famiglie per le quali i rischi di una nuova povertà energetica sono più concreti, e a favore delle imprese per salvaguardarne l’operatività; dall’ altro, va accelerato il rilancio degli investimenti pubblici e privati dando priorità ad uno straccio di politica industriale attiva per ampliare e ammodernare la base produttiva e creare buona occupazione soprattutto al Sud».

La Regione è intervenuta con 75 milioni di euro contro la povertà per il triennio 2021-2023.

Il Piano individua le azioni e gli interventi nell’ambito della lotta alle povertà e al disagio sociale nell’ottica della progressiva definizione di livelli essenziali delle prestazioni da garantire nell’ambito dei servizi sociali e dell’integrazione e assistenza socio-sanitaria. Il Piano regionale poggia su tre pilastri: l’attuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni legati al Reddito di cittadinanza/Reddito di inclusione; l’implementazione di servizi ed interventi a favore di persone in condizioni di povertà estrema e senza dimora; l’avvio e sviluppo di interventi e servizi in favore di coloro che, al compimento della maggiore età, vivono fuori dalla famiglia di origine sulla base di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria (Care Leavers).

«Sono risorse – ha spiegato l’assessore regionale al Welfare, Emma Staine – che si inseriscono nella valutazione complessiva di un fenomeno che non è legato solo alla ridotta o alla mancanza totale di reddito, ma riguardano l’accesso alle opportunità che consentono di partecipare alla vita sociale ed economica della nostra regione, con l’obiettivo prioritario di uscire dal meccanismo dalla mera erogazione di risorse monetarie, e di ragionare in termini di inclusione reale». (rrm)

LOCRIDE: IGNORATA LA STORIA MILLENARIA
MA LA CALABRIA FA “CULTURA” DA SEMPRE

di ARISTIDE BAVARammarico ma anche nuovi stimoli per continuare un importante percorso di rilancio del territorio nella consapevolezza che nessuno può mettere in discussione l’immenso patrimonio storico, culturale, archeologico e paesaggistico che la Locride si porta appresso.

L’esclusione della Locride dalle 10 finaliste a Capitale della cultura italiana 2025, probabilmente non è stata una grande sorpresa anche se in molti speravano che, almeno questo primo step sarebbe stato superato. Ma anche se è finito anzitempo un sogno “bello ma impossibile”, come è stato  più’ volte detto e scritto, la vera forza di questa candidatura è  il progetto di rilancio e valorizzazione del territorio che è stato preparato per supportare la richiesta. 

Lo stesso documento diffuso a caldo dai responsabili del Gal porta nel titolo il cammino continua e riassume quello che è stato, e rimane, il vero obiettivo della candidatura. Una candidatura preceduta dalla considerazione che si è partecipato con la consapevolezza delle complessità e delle difficoltà oggettive che si portava appresso ma anche dalla speranza che grazie a questa candidatura il territorio potesse dare – cosa che realmente  ha fatto – una prova di forte coesione che non era per niente scontata e ha finito per rinvigorire quel senso di autostima che, probabilmente per tutta una serie di vicende si era notevolmente affievolito. Quello che è certo, e adesso sono in molti a dirlo, è che il percorso iniziato con questa candidatura non si deve interrompere. Resta infatti la validità del progetto di largo respiro presentato e forse è proprio adesso il momento di riscoprire l’orgoglio di essere calabresi e cittadini della Locride perché le potenzialità di questa terra , piaccia o non piaccia, ci sono e non ce le può togliere nessuno.

A questo proposito sono significative le centinaia di testimonianze arrivate sui social dopo la notizia della mancata ammissione della Locride tra le finaliste. Testimonianze che provengono da ogni strato sociale e dai più disparati centri della Calabria, e non solo della Calabria, perché la candidatura si portava appresso anche la voglia di riscatto del Mezzogiorno.

Testimonianze scritte d’impatto nella immediatezza della notizia dell’esclusione,  da artisti, scrittori, professionisti, politici e semplici cittadini; nomi noti e meno noti ma tutti accomunati da un filo conduttore che rimane la voglia di riscatto e la valorizzazione del territorio. Tra gli altri abbiamo estrapolato alcune delle tante considerazioni: Bruna Filippone  (scrittrice e poetessa) «La cultura della Locride ha radici profonde di un passato nobile che ha visto il susseguirsi nei secoli di culture e popoli diversi, dai Greci ai Romani, ai Bizantini. Siamo il cuore della cultura Mediterranea…».

Silvana Fonti, docente, «Grande amarezza ma adesso è ancora più forte il bisogno di continuare a lottare per non distruggere quel che si è fatto sin’ora. La Calabria è molto bella e suggestiva e quando riesce ad attirarti non la lasci più». Antonino Napoli, avvocato, «Le sfide si possono vincere o perdere, l’importante è, dopo la delusione riuscire a conservare le forze positive che si sono coalizzate intorno al progetto».

Titta Parisi, psicoterapeuta napoletana, «Ogni sconfitta segna un nuovo inizio. Avanti tutta». Angela Guarnieri, medico di Genova, «Non vediamo l’esclusione come un sogno infranto ma come un inizio da cui tutto riparta». Domenico Laruffa, editore reggino «La Locride avrebbe meritato di più. Credo che la giuria non abbia valutato con la necessaria attenzione. Ci rifaremo». Francesco Ferraro «Credo che sia giusto portare avanti il progetto con più forza e determinazione. La conurbazione penso sia una cosa valida».

Franco Crinò, ex senatore e vicesindaco di Casignana «Candidarsi ad essere capitale italiana della cultura era e resta la volontà di affermare che la Locride vuole essere protagonista in positivo nel panorama Italiano e internazionale. Il mancato inserimento tra le finaliste deve spronarci ancora di più per mettere in campo la nostra offerta culturale per il 2025». Antonio Marte, medico chirurgo di Napoli «Il riscatto del Sud passa attraverso la cultura e la valorizzazione dei territori. Non bisogna rinunciare a battersi”. Cinzia La Scala, presidente Fidapa Siderno, «Andiamo avanti lo stesso con tutte le nostre attività».

Antonella Avellis, avvocato, «La candidatura era solo l’inizio di un percorso che di sicuro non può fermarsi ora. Bisogna continuare, crederci e lavorare con convinzione». Rita Todaro, odontoiatra di Vibo Valentia «La Locride è culla di cultura come poche. Guardiamo in positivo. Si troverà più forza e determinazione per renderla più accattivante e ricca di offerte». Sandra Polimeno, già consigliere provinciale «L’idea era sicuramente ambiziosa da  percorrere. Il progetto che di fatto è partito per promuovere la valorizzazione del nostro patrimonio culturale va sicuramente supportato  in tutte le sedi istituzionali».

Gabriella Sorrenti di Cittanova «Peccato; però non bisogna mollare!». Antonio Tallura, attore di Locri trapiantato a Roma «Un vero peccato… ma l’idea va portata avanti». Franco Scarpino, Governatore del Distretto Lions «Siamo sempre più motivati a rilanciare il nostro Mezzogiorno, escluso e dimenticato da molti. Andiamo avanti ancora più motivati». Francesco Ferraro, di Bovalino, ex primario di medicina «Credo sia giusto portare avanti il progetto con più forza».

Sergio Esposito, imprenditore di Battipaglia «Rinunciare mai. È solo con la nostra volontà e coscienza di uomini del sud che possiamo valorizzare il nostro territorio. Prodotti tipici, beni culturali, turismo sono le tre carte vincenti. Viva la Locride, viva la Calabria». Giuseppe Veraldi da Catanzaro: «Adesso ancora di più si deve lavorare per portare avanti il progetto». Giusy Russo, medico chirurgo di Vibo «C’è un po di amarezza ma tutte le iniziative fatte per promuovere le grandi potenzialià e le bellezze del territorio devono assolutamente andare avanti per poter dare opportunità di crescita e lavoro alla nostra terra».  

Gelsomina Vono, ex senatore della Repubblica «… comunque comincia una sfida».  Pasquale Bruno da Salerno «Non bisogna demordere; il territorio merita». Cosimo Pasqualino, già presidente dell’associazione provinciale cuochi «Crederci è l’unica cosa reale che c’è. Bisogna combattere chi ti impedisce di alzarti».

E, l’elenco potrebbe continuare all’infinito ma quello che va messo in evidenza è il fatto che la candidatura era una semplice tappa di un percorso intrapreso, finalmente insieme, dai 42 Comuni del comprensorio Locrideo. Un percorso che continuerà sino al 2025 per mettere in atto un importante processo di valorizzazione del territorio che unanimamente, ormai,  viene invocato dalla gente  e che la Locride, francamente, merita; per il suo immenso patrimonio e per la sua millenaria storia. (ab)

CAPITALE CULTURA, LA LOCRIDE È FUORI
LA SFIDA RIPARTA DAI TESORI DI CALABRIA

di ARISTIDE BAVA – La sfida per far diventare la Locride Capitale della cultura per il 2025 si è portata appresso anche, e soprattutto, la necessità della  valorizzazione dell’enorme patrimonio naturalistico, storico, culturale e architettonico del territorio arricchito anche, dalla presenza del Porto delle Grazie di Roccella che si può considerare una punta turistica molto importante del comprensorio.

Anche attraverso il Porto delle Grazie è certamente intuibile che le presenze turistiche tendono ad aumentare e queste presenze aiutano certamente a sperare in un  futuro positivo per l’intero comprensorio della Locride. D’altra parte ormai è ben noto che il territorio della Locride è pieno zeppo di “tesori” che nessuno può disconoscere e che proprio questo è stato uno degli aspetti che ha stimolato la battaglia per Locride Capitale della cultura per il 2025. Al Porto delle Grazie  si affiancano altre grosse potenzialità.

Dalla Villa Romana di Casignana al Teatro Romano di Marina di Gioiosa o il Naniglio di Gioiosa Jonica  patrimonio comune al pari del Museo di Locri o di quello di Monasterace. Un elenco a cui si aggiunge la Cattolica di Stilo, le prestigiose terme di Antonimina, il Musaba d Mammola tanto per ricordare alcuni siti di particolare importanza che messe insieme, unitamente alle altre potenzialità della Locride, enogastronomia compresa, possono certamente costituire una forza aggiunta per il territorio che ha, poi, nel mare la sua grande “meraviglia!” che fa da contrasto agli splendidi Borghi antichi di Gerace, Stilo, del teatro greco-romano di Portigliola e delle  tante altre ricchezze di un territorio che alla sua bella cornice marina accomuna le testimonianze dell’arte e della cultura dell’antica Magna Grecia e dell’età romana. 

Il discorso sta, dunque, nella capacità di promuovere l’intero territorio e questa occasione non può essere perduta perché, comunque vadano le cose ci sono due anni, a riflettori accesi, che la Locride deve sfruttare. E in questo lasso di tempo serve la giusta sinergia, anche istituzionale, per dare spinta alla difficile battaglia che il territorio può affrontare, sulla base della ipotesi progettuale di grande spessore  allegata alla candidatura che resta, comunque, in piedi perché si porta appresso la necessità e la voglia di riscatto del territorio. E c’è una forza aggiunta , quella dei borghi antichi che rimane, fuor di dubbio  grande forza trainante del territorio della Locride. 

La tendenza dei turisti, soprattutto stranieri, negli ultimi tempi,   ha confermato che i borghi antichi sono una grande fonte di attrattiva e fanno parte di una Calabria pressocchè sconosciuta che racchiude spesso tesori artistici, strutture architettoniche , tradizioni e culture che fanno parte di quelle testimonianza della storia millenaria del territorio. E se alcuni di essi sono già stati inseriti tra i borghi più belli d’ Italia come Bova, Gerace e Stilo, ci sono anche, a fare da appendice a queste punte di diamante, tanti centri interni ricchi di “tesori” e forti di una enogastronomia che è ormai diventata una vero e proprio punto di riferimento del nuovo turismo.

Che non necessariamente deve essere il turismo estivo. D’altra parte la fascia ionica reggina, situata, con l’intera provincia, nel cuore del Mediterraneo, tra  mare e  montagna presenta numerose e importanti testimonianze del suo glorioso passato e proprio i borghi antichi sono, principalmente, i gelosi custodi di queste tradizioni. Intanto i riflettori si accenderanno in maniera forte  sulla Locride il 17 e 18 febbraio quando i Lions del Distretto meridionale terranno il loro congresso intermedio proprio sul territorio della Locride. (ab)