La fotografia del Censis su un’Italia di “vecchi”
Servirebbe un Rapporto dedicato alla Calabria

di ANTONIETTA MARIA STRATI – È la fotografia di un Paese sempre più “vecchio”, con pochi giovani e un inarrestabile calo delle nascite: il 53° Rapporto Censis, presentato a Cosenza, restituisce – ha affermato il presidente della locale Camera di commercio Klaus Algieri – l’immagine di un territorio che negli ultimi anni sta perdendo risorse umane, soprattutto di giovani, verso l’estero e le regioni del Nord. Un impoverimento demografico e un progressivo invecchiamento della popolazione che occorre contrastare creando occasioni di sviluppo, puntando, per esempio, sulla cultura e sul turismo». E lo stesso Algieri lancia un’idea che dovrebbe venire condivisa a livello di Regione: perché non produrre un Rapporto Censis sulla Calabria? Un rapporto accurato, com’è nella tradizione e nello stile del Censis, sulla situazione sociale della Calabria per «fornire ai decisori istituzionali – ha detto Algieri – ulteriori strumenti di conoscenza del territorio in grado di supportare scelte di programmazione più consapevoli. Un documento per «provare a raccontare la Calabria, per dare a tutti gli attori politici, istituzionali e della società civile gli strumenti per comprendere la società e per orientare le scelte future». Un documento per «provare a raccontare la Calabria, per dare a tutti gli attori politici, istituzionali e della società civile gli strumenti per comprendere la società e per orientare le scelte future, a cui ciascuno potrà dare il suo contributo».

A presentare la situazione sociale dell’Italia, vista attraverso gli occhi del rigoroso Rapporto, è stato lo stesso segretario generale del Censis Giorgio De Rita, il quale ha offerto numerosi spunti per un’analisi disincantata della nostra società. Dalle attese per il futuro al rapporto con la politica, dall’impoverimento demografico del Sud al calvario quotidiano di cittadini e imprese nelle relazioni con lo Stato e le sue emanazioni, per concludere con i “grumi” positivi di nuovo sviluppo: l’impatto delle innovazioni 4.0 su impresa e lavoro; il recupero di aspettative nei confronti dell’Europa, ma anche le nuove aggregazioni per stili di vita e l’attenzione al clima e alla sostenibilità.

È stata la prima volta di una presentazione del Rapporto nel Mezzogiorno e la scelta di Cosenza si è rivelata indovinata proprio per l’accentuato interesse che la Calabria, ma anche tutto il Mezzogiorno, andranno a stimolare all’alba del nuovo Piano per il Sud che vedrà i centri di innovazione – e Cosenza è uno di questi – protagonisti di un processo di rinnovamento e nuovi investimenti. da qui l’esigenza di avere tra le mani uno strumento di analisi sociale molto accurato che rifletta la reale situazione sociale della regione più povera del Paese, ma insieme quella con maggiori opportunità di crescita e di sviluppo.

«Il Rapporto – ha spiegato De Rita – registra una società incerta e spaventata rispetto al futuro ma in cui si intravedono segnali di una ritrovata speranza, nelle imprese, innanzitutto, ma anche nei cittadini. Una maggiore consapevolezza nel fatto che non può esservi benessere individuale senza assumersi la responsabilità di agire per il benessere collettivo. In questo senso, nella ricerca dei punti di ripartenza non si potrà aggirare il problema di disporre di una “classe dirigente” in grado di tenere insieme una collettività individuando gli sforzi comuni da compiere e la direzione verso cui muoversi».

Presentazione del Rapporto Censis a Cosenza

Nel paragrafo dedicato all’esodo dal Sud, il Censis fa notare che «se l’emigrazione verso l’estero dei cittadini italiani dal 2007 è aumentata del 215,6%, quella dei giovani è cresciuta a un ritmo ancora più sostenuto: +226,8%. In un decennio, oltre 400mila 18-39enni sono emigrati, a cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni». Il Censis ha rilevato che il movimento dal Sud verso il Centro-Nord registra anche motivazioni di studio, con tanti giovani originari del Mezzogiorno che decidono di andare a studiare nelle regioni centrali e settentrionali. «Nell’ultimo anno accademico (2018-2019) le immatricolazioni di studenti originari del Sud in atenei del Centro-Nord sono state 25.107 (l’86,9% del totale delle immatricolazioni di studenti in un’altra area geografica, con 2.880 immatricolati in più rispetto a cinque anni prima), mentre 3.775 studenti (il 13,1%, ovvero 1.042 in più) hanno fatto il percorso inverso. Nell’anno accademico 2017-2018 (ultimo dato disponibile) le iscrizioni di studenti meridionali in atenei del Centro-Nord sono state 179.376 (il 90,1% delle iscrizioni in altra area geografica, 15.229 in più dall’anno accademico 2013-2014), mentre 19.729 (il 9,9%, 2.492 in più) sono state quelle di studenti del Nord e del Centro in università del Sud».

Per questa ragione, secondo la Camera di Commercio di Cosenza, «il Rapporto Censis dovrà diventare una sorta di dizionario che potrà aiutarci a definire ed interpretare i comportamenti della società del presente per guidare le azioni da intraprendere nell’immediato futuro. La fotografia che emerge dal Rapporto è quella di italiani sfiduciati. Oltre la metà della popolazione ritiene che nel futuro i propri figli e nipoti vivranno in una condizione peggiore nonostante gli sforzi attuali, si ha la percezione che l’ascensore sociale abbia smesso di funzionare».

Non è tutto negativo, però: emergono dalla lettura del Rapporto «alcuni timidi segnali di ritrovata speranza. Il futuro – afferma il presidente Algieri – si sta finalmente staccando dal presente permettendoci di guardare di nuovo lontano. La ripresa non passa più attraverso la responsabilità politica, la società ha compreso che il benessere individuale, passa per il benessere collettivo». (ams)

 

La Ndrangheta nelle ultime elezioni regionali?
Già “condannati” dai media i politici sott’accusa

di SANTO STRATI – Non si è ancora insediato il Consiglio regionale della Calabria e già cominciano le “assenze” forzate: gli arresti domiciliari che la Direzione Distrettuale Antimafia ha disposto per il neoconsigliere regionale Domenico Creazzo, di fatto, impediranno all’ex vicepresidente del Parco d’Aspromonte nonché sindaco (da oggi ex) di Sant’Eufemia d’Aspromonte di entrare a Palazzo Campanella. Entrare fisicamente, ovviamente, perché al momento l’accusa – pesantissima – di associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso non annulla il suo status di consigliere regionale. Una situazione che ricorda la dimora coatta inflitta al presidente Mario Oliverio che gli impedì per alcuni mesi di essere presente sia in Consiglio regionale che nel Palazzo della Giunta. Un provvedimento ai limiti della costituzionalità di cui non si parlava più fino ad oggi.

L’operazione coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri ha provocato 65 arresti, di cui 53 in carcere e 12 ai domiciliari, tra capi e gregari e il coinvolgimento di due politici molto conosciuti, con l’obiettivo di decimare la cosca Alvaro di Sinopoli. Un plauso senza riserve, come per tutte le iniziative giudiziarie contro la mafia e il malaffare. Però, l’arresto del neoconsigliere regionale Creazzo (8.033 voti il 26 gennaio scorso) e la clamorosa richiesta avanzata al Senato di autorizzare l’arresto del senatore villese Marco Siclari (eletto nel 2018 con 181.849 voti) per l’ipotesi di reato di scambio elettorale politico-mafioso, hanno reso l’inchiesta ancora più eclatante, con una risposta mediatica straordinaria. Che il pm Bombardieri – persona pacata e non in cerca di visibilità – probabilmente non cercava. I media sono invece alla ricerca della spettacolarizzazione continua, con buona pace della presunzione d’innocenza, e frullano tutto, senza alcun rispetto per le persone coinvolte. È il caso di domandarsi se il progresso dell’informazione (ormai immediata attraverso il web) debba passare per il trionfo dell’inciviltà, se il cinismo della cronaca debba prevalere sulla dignità degli accusati (su cui ancora non c’è un giudizio penale).

Premesso il massimo rispetto dovuto nei confronti di chi combatte tutti i giorni contro la ‘ndrangheta, il cancro più invincibile di questa terra, e che sulla legalità non ci possono essere né se né ma, qualche perplessità risulta, dunque, legittima sulla gogna mediatica cui vengono sottoposti gli indagati, già “condannati” dai magistrati inquirenti prima ancora di comparire davanti a un magistrato giudicante e prim’ancora che sia stata emessa una qualsiasi sentenza. I pm fanno il loro mestiere che è quello di condurre le indagini e sostenere la pubblica accusa, ma la reputazione di una persona perbene – non importa chi essa sia, semplice e anonimo cittadino, o rappresentante delle istituzioni – non può essere calpestata in questo modo dalla stampa e tv che infangano e “condannano” a priori chiunque vada sott’accusa. Non tocca alla stampa giudicare, quello è lavoro per i giudici, ma prima che ci sia una condanna la nostra Costituzione vuole che prevalga la presunzione d’innocenza.

Risulterà vero e dimostrato un ignobile scambio di voti col placet di una cosca mafiosa? Ben venga una condanna pesantissima ed esemplare, ma che ci sia una condanna. I processi non si fanno sui giornali o in tv e allo stesso modo non si presentano gli accusati – fatta salva l’eventuale flagranza del reato – come i “mostri” da sbattere in prima pagina. La storia degli ultimi 50 anni avrebbe dovuto insegnare qualcosa: ricordate il caso Tortora? molti giornali lo condannarono già dalla prima ignobile foto con i ferri ai polsi. Invece continua a crescere un’ansia giustizialista che mal si concilia col dettato costituzionale e i media, spesso, ci sguazzano dentro, pur con qualche eccezione. Basta guardare i titoli di qualche testata nazionale o di molte testate on line dedicati a questa vicenda che assegnano ai politici coinvolti la patente di mafiosità, senza alcuna riserva.

Giornali e tv, in gran parte, dimostrano infatti di cavalcare le motivazioni dei magistrati inquirenti “condannando” nei titoli gli indagati della procura antimafia. Esiste una notizia criminis e c’è un’indagine, ci sono arresti (i reati mafiosi non prevedono l’avviso di garanzia) e ci sono personaggi di conclamata personalità mafiosa. La notizia va data ovviamente con la dovuta evidenza senza nascondere nulla. Calabria.live non si occupa di cronaca nera o giudiziaria, quindi non troverete altri servizi sull’argomento, se non queste note contro il pessimo lavoro di gran parte dei media. Va informato giustamente e adeguatamente il lettore/spettatore/navigatore, però risulta prevalere sempre più di frequente il clamore e il sensazionalismo da sparare in prima pagina e chi se ne frega di mogli, figli, genitori che improvvisamente si ritrovano con la consapevolezza che niente sarà più come prima. Almeno ci fosse una giustizia veloce a condannare se colpevoli o assolvere se non colpevoli, invece ci sono tempi lunghi, lunghissimi e le esigenze di custodia cautelare (spesso legittime, qualche volta immotivate) servono solo a rovinare delle vite, indipendentemente se ci sia stato il reato o meno, se si è colpevoli o non colpevoli, se si è attori protagonisti o inconsapevoli comparse di un meccanismo giudiziario che prima stritola e poi non chiede nemmeno scusa.

La politica, purtroppo, continua non decidere di fare l’opportuna e adeguata operazione di pulizia nelle liste dei candidati, lasciando poi alla magistratura il compito di “stanare” le mele marce. E se poi qualcuno degli indagati, alla fine di un giudizio che non sarà rapido né immediato, dovesse risultare estraneo, ovvero “innocente” (o come recita il verdetto “non colpevole”), chi gli ridarà l’onore per la perduta reputazione? «La politica – ha fatto notare il consigliere regionale Pippo Callipo – deve svegliarsi e arrivare prima della magistratura: liberare le istituzioni dai tentacoli di ‘ndranghetisti e affaristi deve essere la madre di tutte le battaglie. La politica non può continuare a fare finta di niente. Lo abbiamo detto più volte in campagna elettorale: non si può essere disposti a tutto per vincere, è necessario che chi si candida ad amministrare la cosa pubblica faccia pulizia senza aspettare che arrivino le inchieste giudiziarie. Vigilare sulla composizione delle liste è possibile». Si dichiara garantista la neopresidente Jole Santelli: «La magistratura fa il suo lavoro e la politica non può che prenderne atto. Per quanto mi riguarda, sono garantista: ritengo che occorra estrema prudenza e, soprattutto, sia sempre necessario evitare condanne preventive. La lotta alla criminalità organizzata è una priorità nella nostra terra: bisogna evitare di sovrapporre i campi per non incorrere in strumentalizzazioni».

Non entriamo nel merito dell’inchiesta Eyphemos, non è mestiere nostro, ma un’accusa, ancor più infamante come quella di collusioni mafiose, dovrebbe basarsi su dati oggettivi (ci sarebbero molte inquietanti intercettazioni) e prove che, in questo caso, secondo molti giuristi, non nascondono problemi di dubbia costituzionalità: il voto è segreto, come si fa a stabilire che tot elettori hanno eseguito alla lettera l’ordine del mafioso di votare un candidato piuttosto che un altro? Come vengono contati o indicati i voti di scambio espressi in segreto all’interno di una cabina elettorale? Basandosi solo sulle percentuali dei consensi raccolti? La legge nell’accentuare le linee altamente punitive della norma precedente non ha dato risposte in questo senso.

Il reato di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416 ter del Codice penale) è stato sostanzialmente modificato con la legge 21 maggio 2019 n. 43, entrata in vigore l’11 giugno dello scorso anno. Recita la nuova formulazione: «Chiunque accetta, direttamente o a mezzo di intermediari, la promessa di procurare voti da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all’articolo 416-bis o mediante le  modalità  di  cui  al  terzo comma  dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità o in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa è punito con la pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis.

La stessa pena si applica a chi promette, direttamente o a mezzo di intermediari, di procurare voti nei casi di cui al primo comma.

Se colui che ha accettato la promessa di voti, a seguito dell’accordo di cui al primo comma, è risultato eletto nella relativa consultazione elettorale, si applica la pena prevista dal primo comma dell’articolo 416-bis aumentata della metà. [si arriva a 22 anni, ndr]

In caso di condanna per  i  reati  di  cui  al  presente  articolo consegue sempre l’interdizione perpetua dai pubblici uffici».

Probabilmente in tanti non conoscevano l’esatta formulazione del reato contestato ai due politici, su uno dei quali l’aula del Senato dovrà valutare l’eventuale fumus persecutionis. Se avete letto i tre commi che abbiamo riportato qualche riga su avrete le idee più chiare. O forse no.  (s)

 

In Calabria paura del contagio del coronavirus
L’allarme da medico del senatore Marco Siclari

di SANTO STRATI – Marco Siclari, senatore azzurro alla prima legislatura, ma prim’ancora medico e dirigente sanitario, aveva lanciato, per primo, un allarme inascoltato già lo scorso 26 gennaio, invitando il ministro della Salute Roberto Speranza a riferire in aula. Il ministro si è presentato quattro giorni dopo, quattro giorni preziosi per valutare in tempo i provvedimenti da prendere per la “straordinaria” prevenzione che il senatore aveva suggerito, un documento elaborato con alcuni colleghi anche cinesi e statunitensi. Adesso, la regione teme il contagio, quello di ritorno, quello potenziale dei suoi figli che vivono nelle zone colpite dall’epidemia e sottoposte a una pesante quarantena e che pensavano di tornare dai propri familiari in Calabria. A questo proposito Siclari mette in guardia sul probabile arrivo di emigrati e studenti: «Sta accadendo – ha detto – che mentre noi chiudiamo in Lombardia qualche città, in Piemonte qualche altra città, i cittadini,come pure gli studenti universitari che hanno visto le università chiuse del Nord, stanno tornando al loro paese d’origine. Quindi abbiamo un controesodo nelle proprie terre d’origine che può preoccupare. Noi dobbiamo consigliare a questi studenti, se hanno frequentato loro colleghi che vengono dalle città o dai comuni che sono stati messi in quarantena, di porsi il problema della quarantena anche loro, una quarantena volontaria. È un appello da estendere a tutti i governatori delle Regioni».

La Presidente Jole Santelli ha colto gli appelli che sono giunti da varie parti della regione e ha subito formulato l’ipotesi di un’ordinanza con le misure precauzionali rispetto all’emergenza coronavirus e le varie proposte sono al vaglio del comitato tecnico scientifico della Protezione Civile Nazionale che aspetta il parere vincolante del ministro della Salute. L’ordinanza regionale prevede la chiusura delle scuole e delle università e la sospensione delle manifestazioni pubbliche, nonché misure relative al controllo aeroportuale per il transito nazionale, l’istituzione di un ulteriore numero verde gestito dalla Protezione Civile Regionale e dal Dipartimento Sanità. L’ordinanza contiene anche l’adozione di misure precauzionali relative alle persone che arrivano in Calabria dalla cosiddetta “zona rossa” (intendendo, perciò, gli 11 comuni interessati dalle misure più restrittive) e le zone ad alto rischio, Cina e Corea. Se appare corretta l’adozione della quarantena là dove esistono focolai di infezione, d’altra parte non sembra opportuno “bloccare” città e attività in nome della cautela: occorre semmai predisporre i necessari presidi – come suggerisce il sen. Siclari – per evitare che i luoghi della sanità diventino essi stessi un focolaio dell’epidemia, in assenza di accorgimenti necessari per la prevenzione.

Ieri mattina, a SkyTg24, il sen. Siclari aveva esposto la sua preoccupazione di medico, sottolineando la necessità di bloccare la trasmissione del virus, anche utilizzando un questionario da lui elaborato con altri colleghi, che permette di fare uno screening preliminare sugli arrivi. Il questionario (che dovrebbe essere adottato a breve anche dal Parlamento Europeo) andrebbe compilato alla frontiera e alle dogane prima dello sbarco o della discesa dei passeggeri di navi, aerei, treni, pullman, nonché applicato su autisti e viaggiatori. Siclari ha ipotizzato, in caso di un forte coordinamento europeo sui controlli, l’eventuale sospensione del trattato di Schengen. «Se i Paesi europei non si adeguano e non si coordinano – ha detto Siclari – agiamo da soli con controlli per chiunque arriva, utilizzando il questionario, il cordone sanitario e la quarantena obbligatoria quando necessaria».

Sottoporre il questionario – afferma il sen. Siclari – significa poter conoscere lo stato di salute, dove e come hanno trascorso gli ultimi 30 giorni (in Cina o a contatto con persone provenienti dalla Cina o che sono stati nel paese nell’ultimo mese). Un questionario che permette di monitorare ogni ingresso e ogni eventuale ricovero, includendo anche i familiari che fanno visita negli ospedali, dove va anche indicato dove si è diretti, in modo da poter controllare eventuali rischi di ulteriore contagio.

Secondo il sen. Siclari in accordo con la Protezione Civile e utilizzando l’esercito vanno predisposti centri di prima selezione specifiche per chi ha sintomi da coronavirus in modo da evitare che vadano in ospedale a contagiare pazienti e personale medico e paramedico, com’è avvenuto in Veneto. Il tampone obbligatorio (gratuito) permetterà di individuare tra i ricoverati e i loro familiari eventuali tracce del virus, che com’è noto ha caratteristiche asintomatiche.

Il Governo nel decreto contro il coronavirus ha accolto le misure proposte dal sen. Siclari, recepite anche dal Consiglio d’Europa, bloccando iniziative pubbliche che prevedano di mettere a contatto grandi masse di persone e imponendo la quarantena là dove si siano riscontrati focolai di contagio. Il rischio è che ogni Regione attivi un suo protocollo che non necessariamente rispetta le indicazioni del decreto contro l’epidemia. E sarebbe un grave errore, perché sarebbe inevitabile una dispersione di risorse e di forze. A Cosenza, il sindaco Mario Occhiuto ha annullato la tradizionale Fiera di San Giuseppe. A Belvedere Marittimo il sindaco Vincenzo Cascini ha disposto la chiusura delle scuole (motivandola con l’esigenza di una necessaria disinfezione) e nell’alto Tirreno Cosentino, a Cetraro, Fuscaldo, San Demetrio Corone sono andate in autoquarantena alcune famiglie rientrate dalle cosiddette zone rosse della Lombardia. A Castrovillari il sindaco Domenico Lo Polito ha annullata la sfilata di Carnevale e i sindacati confederali Cgil CIsl e Uil Calabria hanno chiesto un incontro urgente alla Presidente Santelli e il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà ha invitato chi rientra dalle regioni del Nord a comunicare alle autorità sanitarie il loro arrivo per valutare l’eventuale quarantena volontaria presso il proprio domicilio. In poche parole, l’appello ai calabresi che vivono nelle regioni sottoposte a quarantena è di non tornare in Calabria, in questo momento. La prevenzione deve prevalere sulla paura, la consapevolezza e la ragione devono vincere la pur legittima voglia di scappare lontano e tornare nella propria terra. Quindi, è evidente che sarebbe opportuno rinviare i rientri in Calabria da zone a rischio.

I media, in verità, stanno forse esagerando: si consideri che il tasso di mortalità – con tutto il rispetto dovuto per chi è rimasto vittima del virus – è molto basso. Per intenderci, solo ogni giorno si contano una decina di morti vittime di incidenti stradali, ma questo non significa che bisogna abbassare la guardia. Il problema principale è che ancora non si è capito come ha fatto l’Italia ad essere il terzo Paese per numero di contagi. La risposta, molto banale ma più che ovvia, è che probabilmente negli altri Paesi non hanno attuato un’adeguato screening per valutare correttamente l’entità del contagio, come stiamo facendo in Italia. È una guerra contro l’ignoto che si è accanito, incredibilmente, contro le opulente regioni del Nord, trascurando il Centro-Sud. Ma è l’Italia tutta che deve combattere unita e con convinzione contro l’epidemia. Perché a Milano i bar sono costretti a chiudere alle 18? Fino alle 18 non c’è rischio di contagio? Possono far sorridere alcuni provvedimenti, ma si devono accettare le indicazioni della task force governativa e le misure imposte vanno sopportate se si vuole uscire da quest’incubo, senza commettere errori provocati da superficialità o approssimazione.

Marco Siclari a SkyTg24

Siclari a SkyTg24 ha ribadito che occorre fare tesoro degli errori compiuti dalla Cina «che s’è trovata improvvisamente con un picco di persone infettate e con un picco di medici e infermieri infettati. Noi dobbiamo evitare questo. Dobbiamo permettere al Paese di poter dare assistenza sanitaria a tutti per i prossimi mesi, anche qualora ci fosse un picco importante. per cui la prima cosa che bisogna fare è mettere in sicurezza le strutture sanitarie private, pubbliche, ospedali e centri di ricerca, dove chiunque, preso dal panico, dalla paura, va in prima persona a rivolgersi, per chiedere assistenza e diagnosi certa. Noi abbiamo fatto delle proposte: Caro Governo, fai un accordo con la Protezione civile e con l’Esercito. Negli ospedali più importanti di tutte le città, a Roma l’Umberto I, il Gemelli, Tor Vergata, il San Raffaele a Milano, il Gom che è l’ospedale metropolitano di Reggio Calabria, attrezziamo questi punti centrali dove va il cittadino a curarsi con delle strutture esterne, roulottes, moduli prefabbricati, però all’esterno, che siano dedicati a quei cittadini che hanno il sospetto di avere contratto il coronavirus. Evitiamo che possano entrare in un Pronto Soccorso o in un’area interna di qualunque ospedale, perché significherebbe chiudere l’ospedale, com’è avvenuto al Nord, e trovarci i medici infettati. Noi abbiamo bisogno degli ospedali, abbiamo bisogno dei medici, abbiamo bisogno degli infermieri e sempre di più per i prossimi giorni e le prossime settimane. perché aumenteranno i turni e crescerà il numero dei medici e degli infermieri che dovranno recarsi a domicilio per fare il tampone. Ecco le soluzioni immediate sono due: attrezziamo le strutture esterne e cerchiamo di formare i militari, gli infermieri e i medici per andare al domicilio di chi ha bisogno di assistenza. Occorre prendere atto che l’unica arma che abbiamo è la prevenzione per contenere il contagio».

Al momento tutti i casi sospetti in Calabria, dopo il controllo col tampone, hanno comunque dato esito negativo. Occorre, però, ugualmente tenere alto lo stato di allerta. Oggi a Catanzaro si terrà in Prefettura un vertice regionale, concordato con la Presidente Santelli, al quale partecipano i prefetti delle cinque province calabresi, i questori e i comandanti regionali e provinciali dell’Arma, i comandanti dei Vigili del Fuoco, il dirigente della Protezione Civile Calabria e altri responsabili sanitari e delle forze dell’ordine della regione: l’obiettivo è concertare una comune azione di prevenzione, l’arma più efficace contro la diffusione del virus. (s)

Il video del sen. Marco Siclari a SkyTg24

Callipo sui due neoassessori: premiato il merito
Santelli apprezza e punta su impegno comune

di SANTO STRATI – Non è soltanto fair play, ma un segnale di dialogo che non va sottovalutato. Il capo dell’opposizione in Regione Pippo Callipo plaude alle prime due nomine della neopresidente Jole Santelli e la governatrice ringrazia, rilanciando sull’esigenza di un impegno comune. È evidente che ciascuno dovrà svolgere al meglio il suo ruolo, ma è importante che l’opportuna dialettica maggioranza-opposizione non debba ridursi a continui scambi di insulti, insinuazioni e attacchi reciproci (come sta avvenendo ogni giorno a livello nazionale). L’undicesima consiliatura calabrese non è ancora iniziata (entro due settimane la prima convocazione del Consiglio regionale) e i segnali, consentiteci l’ottimismo, non sono cattivi. Sarebbe magnifico che, soprattutto sulle importanti iniziative che dovranno urgentemente essere adottate, prevalga la voglia di fare per un comune obiettivo: quello di rendere la Calabria una “regione normale”, quello di aiutare i calabresi a uscire dalla profonda crisi che non è irreversibile, quello di pensare finalmente e unicamente al bene comune. Se il merito sarà il segno distintivo di questa consiliatura tutta la Calabria avrà davvero serie opportunità di crescita e di sviluppo. Quello che serve a questa nostra terra è un impegno a “fare”: servono concrete azioni per sbloccare ciò che burocrazia e indifferenza hanno fino ad oggi mortificato o addirittura bloccato. L’agenda del fare è stracarica di punti, ma non ci si fermi all’elencazione delle cose che si dovranno fare: si facciano, e in fretta. A cominciare dal risanamento della sanità e dalla realizzazione del binario di Gioia Tauro che permetta l’intermodalità del Porto, per il serio utilizzo della Zona economica speciale (Zes) per finire alle opportunità di formazione, lavoro e occupazione per i giovani, senza dimenticare che crescita e sviluppo in Calabria si realizzano attraverso cultura, turismo, agricoltura e innovazione tecnologica.

«Quando si premiano il merito e la competenza, – ha dichiarato il cav. Callipo – quando si dà lustro alla propria terra, chi vuole davvero bene alla Calabria non può che essere contento. Per questo apprezzo la nomina della professoressa Sandra Savaglio ad assessore regionale all’Università, alla Ricerca scientifica e all’Istruzione, che, al pari di quella del colonnello Sergio De Caprio all’Ambiente, è garanzia assoluta di capacità e rigore. Ora però la presidente della Regione Jole Santelli riconosca che non si può governare da Roma e abbia il coraggio di continuare a volare alto».
«In campagna elettorale – prosegue Callipo – ho ribadito più volte quello che è stato un principio cardine di tutta la mia storia personale e imprenditoriale: il merito, la qualità, il valore acquisito sul campo devono avere sempre la meglio. Penso che ciò valga ancora di più nella gestione della cosa pubblica. Per questo – ha detto – non ho difficoltà a riconoscere che le prime due scelte della presidente Santelli per la Giunta vanno nella direzione opposta alle logiche della vecchia politica perché affidano settori importanti della Regione a personalità di riconosciuto prestigio. D’altronde, avevo promesso di fare proprio questo se fossi stato eletto alla guida della Regione e non cambio idea ora solo perché sono all’opposizione. Anzi, proprio in questa ottica costruttiva – è l’appello di Callipo – invito la presidente Santelli ad andare avanti su questa strada anche per gli altri assessorati e a non cedere alle pretese dei gruppi di potere indirizzate a premiare i portatori di voti e non la qualità. Se lo farà, se nominerà una giunta che sia tutta al livello di Savaglio e De Caprio – conclude – dimostrerà di agire solo nell’interesse della collettività, l’unico che, seppur da opposti ruoli, siamo chiamati a tutelare»

È un discorso, questo di Callipo, che merita attenzione e rispetto. La presidente Santelli gli ha immediatamente replicato, per ringraziarlo. «Ho apprezzato  – ha detto la neopresidente – le parole di plauso espresse da Filippo Callipo rispetto alle nomine di Sandra Savaglio e Sergio De Caprio. Un commento positivo che riguarda due personalità importanti che hanno deciso di impegnarsi per la Calabria. Relativamente alle mie parole circa l’impegno romano, credo che sia ovvio che la Calabria non possa essere governata da Roma, altrettanto vero è, però, che è indispensabile che la Calabria partecipi ai processi decisionali, abbia un ruolo in Conferenza Stato-Regioni e nei luoghi di concertazione negoziale in cui la Regione deve poter far valere la propria voce ed i propri diritti. Altrettanto necessario è il raccordo con il Governo nelle sue diverse articolazioni. Insomma, il governo di una Regione è materia complessa, che necessariamente impone un lavoro sul territorio, a Roma e Bruxelles. Dobbiamo tutti impegnarci affinché la Calabria riconquisti il ruolo che merita».

È una buona base di partenza, lo ribadiamo. Certo, non si pensi a un improvviso “innamoramento” reciproco tra i due avversari, ma è un buon inizio perché la maggioranza ascolti le proposte di chi sta dall’altra parte e la minoranza non faccia vuoto ostruzionismo su qualunque tema. Indubbiamente, il discorso Roma merita qualche annotazione aggiuntiva: la Regione Calabria ha due sedi fuori dal territorio, a Roma e a Bruxelles (anzi ne aveva anche una a Milano di cui si sono perse le tracce, ma magari si continua a pagare l’affitto dei locali) ed è corretto immaginare che possano svolgere quel ruolo di congiunzione con il governo centrale e l’Unione Europea. L’intento della Santelli, per Roma, è quello di approfittare di una sede pressoché inutilizzata, fino ad oggi, al di là di qualche impegno di rappresentanza, per avviare un processo di costante monitoraggio degli impegni governativi. Alla luce del nuovo Piano per il Sud la scelta di rendere finalmente utile la sede di piazza Campitelli non è da considerare banale: non si porti avanti il discorso della residenza romana della Santelli e quindi della “comodità” di governare da Roma, sarebbe semplicemente miserabile. Non è la presenza fisica a Germaneto o in qualunque altro posto a dettare l’agenda operativa, salvo a non volere un Presidente arroccato giorno e notte nel palazzone della Regione, il che – oltretutto – non sarebbe nemmeno produttivo. La Santelli, a ben vedere, punta a sfruttare la profonda conoscenza della politica (romana) per portare innegabili vantaggi alla Calabria, dando nuovo vigore agli uffici romani. Inutile stare a questionare sulle dichiarazioni («governerò tre giorni da Roma») ma si guardi e si verifichi l’azione del governo regionale e l’impegno del nuovo presidente. I calabresi non staranno solo a guardare, esigono concretezza e soluzioni, non parole e promesse da campagna elettorale. Avremo tutti modo di riscontrarlo, senza indulgenze o favoritismi: la Calabria si deve svegliare, il tempo delle attese è finito: lo tengano a mente i nuovi consiglieri regionali, non lo dimentichino i parlamentari mandati a Roma e a Bruxelles.

E, a proposito, non va trascurato l’impegno con l’Europa: l’eurodeputata grillina Laura Ferrara ha lanciato l’allarme sul mancato utilizzo della sede di Bruxelles che costa comunque 50mila euro l’anno di soli affitti. Occorre una presenza della Regione Calabria con una sede in Europa? Se sì, mettiamola in condizione di essere utile. (s)

La Cultura regionale all’astrofisica Savaglio
Continuano le sorprese della Giunta Santelli

di SANTO STRATI – E due. La costruzione della nuova Giunta della presidente Santelli va avanti a colpi di teatro (ma con scelte efficaci e fin qui apprezzabilissime): l’astrofisica Sandra Savaglio, uno dei migliori cervelli della Calabria nel campo della scienza, rientrata nella sua terra dopo varie (e fortunate) peregrinazioni dove ha potuto mettere in mostra il suo straordinario talento, è il nuovo assessore alla Cultura. La delega comprende l’Istruzione, la Ricerca Scientifica e l’Università. Una designazione che trova solo consensi e rivela l’obiettivo di Jole Santelli di mettere insieme una squadra di eccellenze (possibilmente locali) che diano la giusta spinta per la ripartenza della Regione.

La Savaglio, che attualmente insegna all’Unical, dopo prestigiosi incarichi all’estero, si è detta felice e onorata dell’incarico, e ha accettato subito. L’entusiasmo non è mai mancato all’astrofisica di Marano Marchesato (CS) che, come si ricorderà, conquistò la copertina di Time, alcuni anni fa, nel 2004, come simbolo dei cervelli in fuga. «La presidente Santelli mi ha chiesto – ha dichiarato la Savaglio – di far parte della sua Giunta. L’idea della Presidente è che la ricerca debba avere un ruolo di primo piano. Non posso che condividere».

Si è consultata con la famiglia, amici, colleghi, poi ha ringraziato la presidente Santelli per la fiducia e l’onore a lei riservati. «È una grande responsabilità – ha detto Sandra Savaglio – ma ho fiducia perché conosco l’energia, le capacità e la volontà dei giovani di questa terra. Il presidente concorda che è da qui che bisogna partire». E il titolo del suo libro Tutto l’universo per chi ha poco spazio-tempo può sembrare la sintesi ideale del suo modo di ragionare: «le cose che ancora non sappiamo sono sempre e comunque molte di più di quelle che conosciamo». La voglia di sapere che sa trasmettere ai suoi studenti la Savaglio – siamo certi – la diffonderà favorendo l’approfondimento non solo nel campo della scienza ma in tutte le basi della conoscenza. Nel suo libro la Savaglio ha scritto di essere «irritata dall’incapacità che rivelano certi scienziati di comunicare in maniera comprensibile»: la conoscenza, in buona sostanza, dev’essere alla portata di tutti e questo sarà, decisamente, la linea ispiratrice del suo mandato.

Sandra Savaglio su Time

52 anni, un curriculum di tutto rispetto e una carriera straordinaria nel campo della scienza, dopo la laurea conseguita nella sua Unical dove adesso insegna e dove era ritornata, Sandra Savaglio rivolgerà molta attenzione alla ricerca scientifica, che è la sua materia, ma non dovrà trascurare l’immenso tesoro culturale inespresso della Calabria. Serve catalizzare impegno e attenzione sulle capacità e le competenze presenti in regione, al fine di creare una forte attrazione sia per quanto riguarda gli itinerari culturali, visti gli evidenti sbocchi che essi potranno offrire al turismo, sia per la valorizzazione delle risorse archeologiche e artistiche della Calabria. Ssenza dimenticare le brillanti figure del presente e del passato della letteratura calabrese. Occorre far conoscere ai giovani calabresi gli scrittori che hanno visto la luce in questa terra (a cominciare da Corrado Alvaro) e avviare un processo di conoscenza e studio di tanti intellettuali che già appartengono alla storia (Leonida Repaci, Saverio Strati, Fortunato Seminara, Mario La Cava) e dare risalto ai nuovi scrittori che danno lustro alla Calabria e conquistano sempre più vaste aree di interesse soprattutto al di fuori della propria terra (tra cui, per fare qualche nome, Mimmo Gangemi, Gioacchino Criaco, Domenico Dara, Carmine Abate, Santo Gioffré, Rosella D’Agostino). E neanche trascurando il valente lavoro fin qui svolto dalla Calabria Film Commission guidata da Pino Citrigno. dato che il sistema multimediale cinema-video è un altro fondamentale tassello del processo culturale che aiuterà la Calabria ad emergere.

Indifferenza e trascuratezza fino ad oggi hanno creato ritardi notevoli nell’organizzazione e l’opportuna valorizzazione di aree che nascondono tesori inestimabili, ma non ci sono risorse né personale: per fare un esempio, basta con gli allagamenti negli scavi di Sibari e troviamo il modo di creare lavoro utilizzando l’impegno dei giovani per la rivalutazione di tante aree dimenticate (risolvendo anche il problema dei tirocinanti culturali sottopagati e sfruttati).

Il problema numero uno è che troppo spesso si parla della Calabria solamente per fatti di cronaca nera:, appare nei titoli di stampa e tv solo quando ci sono retate antimafia e morti ammazzati. Occorre, dunque, invertire la tendenza e gli spunti culturali per interessarsi di questa terra non mancano certo. È questo l’impegno principale che si chiede al nuovo assessore alla Cultura: fare in modo che siano valorizzate capacità, competenze e siano presentate, all’Italia, all’Europa, al mondo, iniziative che danno lustro e soprattutto la misura della potenza culturale di questa terra. Ci sono associazioni (vedi il Rhegium Julii di Reggio), premi letterari (Caccuri, La Cava, Sila, Nosside) che attirano un’attenzione che valica i confini regionali, eppure nessun giornale o tv nazionali offrono loro lo spazio che meriterebbero. Promuovere le iniziative di cultura significa produrre cultura, invitare autori, scrittori, intellettuali a parlare ai giovani calabresi è stimolare il processo culturale: certamente rimane qualcosa da queste iniziative importanti. Il resto sono passerelle evanescenti da sponsorizzare di cui la Calabria può fare tranquillamente a meno.

D’altro canto, Cultura & Turismo sono un binomio di sicuro successo nel piano di sviluppo della regione, non faccia l’errore la neopresidente di tenere per sé (come fece Mario Oliverio) la delega al Turismo: servirà un assessore impegnato se non h24, quasi, visto che c’è da reinventare quasi tutto. C’è da ricostruire la reputazione di questa terra e servirà una task force apposita che affianchi il lavoro di promozione e attrazione turistica del prossimo assessore. E la Savaglio, con la delega alla Cultura, dovrà lavorare fianco a fianco col futuro collega perché ogni iniziativa (escludendo, per carità, le sagre della melanzana e della polpetta che poco hanno a che fare con la cultura) possa trovare non solo l’adeguato rilievo ma anche e soprattutto il giusto sostegno economico e finanziario. I soldi investiti in cultura sono quelli che rendono più di tutti: occorre avvicinare i giovani alla lettura, favorire sempre di più incontri degli studenti con gli scrittori e gli intellettuali, far conoscere ai ragazzi la storia della propria terra, le tradizioni, gli usi, i costumi, il contesto millenario della civiltà magnogreca. Occorrerà rivitalizzare l’attività delle biblioteche, soprattutto quelle dei piccoli paesi e delle periferie: avvicinare i ragazzi ai libri significa offrire un modo efficace di apprendere e soprattutto comprendere. Utilizzando, ove serve, gli strumenti della tecnologia più avanzata: innovazione non significa trascurare la tradizione, vuol dire usare gli strumenti tecnologici e i dispositivi più diffusi (gli smartphone. per esempio) per inculcare l’idea che occorre sconfiggere l’ignoranza e che la cultura è la ricchezza più grande che aiuterà a crescere e ad affermarsi nella vita e nella società. La scuola ha i suoi demeriti, nonostante l’impegno e l’abnegazione di tantissimi insegnanti e docenti che lavorano, in Calabria, spesso in condizioni di estrema difficoltà e disagio. Le periferie devono, perciò, essere al centro della “rivoluzione culturale” che è giusto aspettarsi dal nuovo assessore alla Cultura. Non mancano alla Savaglio la capacità, l’intelligenza e l’acume di affrontare e risolvere le mille difficoltà che si troverà davanti.

È lo stesso impegno che riguarderà il primo degli assessori designati dalla presidente Jole: il Capitano Ultimo (è colonnello, ma scusate non riusciamo a chiamarlo diversamente) ha mostrato anche lui entusiasmo e determinazione e la sua guerra sarà quotidiana contro il degrado ambientale, i reati legati a bonifiche fasulle o mancate, impegni presi e non rispettati, abusi edilizi, ecc.. Due figure di spicco per il nuovo governo regionale che lasciano intravvedere una sorta di imprevedibile cambio di rotta nei precedenti standard di formazione delle giunte nella nostra regione. Certo, la presidente Jole sa bene che dovrà “pagare” qualche cambialetta firmata durante la campagna elettorale: le sei liste che hanno determinato il suo successo vogliono qualcosa in cambio. Una rappresentatività non solo di maniera e che possa esercitare anche il potere, quello – ci auguriamo – che aspira solo al bene comune (e non personale). Certo la Santelli, da consumata politica, mostra di saper sorridere a tutti, ma sta rivelando anche di voler decidere con molta determinazione, incurante dei malumori e dei probabili mal di pancia dei suoi alleati.

La prima riunione del Consiglio regionale per l’insediamento e la nomina del Presidente si terrà entro il 10 marzo: ci sono ancora due settimane di passione e di probabili ulteriori colpi di teatro. La Calabria ha bisogno di effervescenza e, in questi pochi giorni dalla proclamazione, Jole Santelli, che usa il “noi” non come plurale maiestatico, ha fatto capire che preferisce l’acqua frizzante: buon lavoro. presidente. (s)

Il referendum del 29: perché se ne parla poco?
Penalizzati la Calabria e gli italiani all’estero

di SANTO STRATI – Il prossimo 29 marzo gli italiani saranno chiamati al referendum confermativo per decidere sul taglio dei parlamentari. Un provvedimento di modifica costituzionale approvato sull’onda populista dei Cinque Stelle contro la “casta” e che probabilmente raccoglierà una marea di sì, giocando facilmente sui sentimenti dell’antipolitica che ormai convivono su moltissimi italiani. Ma siamo sicuri che questa scelta sia in linea con lo spirito dei Costituenti che, se hanno indicato in 630 il numero dei deputati e in 315 quello dei senatori, qualche ragionamento l’avranno pur fatto. Nel 1946, all’alba della ricostruzione postbellica, i sentimenti dell’antipolitica non esistevano, anzi c’era semmai una forte voglia di partecipazione: si costruiva l’Italia repubblicana, si stava ricostruendo il Paese. È la Costituzione rappresenta le fondamenta del nostro Paese: troppo facilmente si è cercato, questa volta, di “scassinarla” nei suoi principi di rappresentanza.

Come siamo finiti, ahinoi, con lo sciocco e bieco populismo dei pentastellati ce lo racconteranno negli anni a venire gli storici di professione, adesso occorre, invece, fermarsi un attimo a riflettere e cercare di bloccare un provvedimento che farà solo male, soprattutto alle piccole regioni, come la Calabria, e in modo particolare agli italiani all’estero che vedranno assottigliarsi ancor di più la propria rappresentanza parlamentare. La motivazione che il taglio dei parlamentari offrirà un grande risparmio agli italiani è risibile: gli 80 milioni risparmiati all’anno corrispondono a 1,35 euro per cittadino, come dire che ciascun italiano non offrirà più un caffè al politico democraticamente eletto dal popolo. Non prendiamoci in giro da soli. Invece, sarà l’avvio di un più temibile processo di revisione dell’attività politica, con una rappresentanza ristretta sempre più elitaria e di scelti e non eletti. È questo che la maggioranza degli italiani vuole? Non lo crediamo proprio. Non si tratta di confermare “privilegi” della casta, ma di mantenere i principi costituenti della giusta rappresentanza del popolo attraverso gli eletti.

Inspiegabilmente, del referendum se ne parla davvero troppo poco e, considerando che in questa occasione, non servirà il quorum, c’è il rischio che il voto confermativo di pochi assatanati dell’antipolitica sconvolgano la nostra vita futura. Occorre mobilitarsi per spiegare le ragioni del No (ma, per correttezza, anche le ragioni del Sì) perché gli elettori si sveglino e decidano in piena autonomia ma con la consapevolezza di cosa significherà approvare il provvedimento o respingerlo.

La politica, occupata più a valutare l’agonia perenne di un governo che si regge sulle stampelle, sta trascurando quest’appuntamento fondamentale per la nostra democrazia rappresentativa. Con qualche meritoria eccezione: il deputato Nicola Carè, eletto per il Pd nella circoscrizione estera Africa Asia Oceania Antartide e oggi passato a Italia Viva ha lanciato un accorato appello, cercando di spiegare le insidie nascoste nel referendum. «Per oltre un anno – ha detto l’on. Carè – mi sono battuto contro la riduzione della rappresentanza parlamentare, ma nonostante la contrarietà e l’impegno profusi, la riforma è stata accolta.  Tuttavia, attraverso il Referendum del 29 marzo prossimo, c’è ancora la possibilità di invertire la rotta. Tra poche settimane, proprio domenica 29 marzo, tutti gli italiani, anche all’estero, si pronunceranno su essa. Un referendum importante che sarà un atto di grande responsabilità di tutti gli elettori, perché questa scelta potrebbe alterare il funzionamento delle Istituzioni democratiche del nostro Paese».

Carè mette in guardia sui risultati del referendum: «In caso di definitivo accoglimento – ha spiegato –, si ridisegnerebbe, con 345 eletti in meno, la composizione del Parlamento. La riduzione penalizzerebbe soprattutto l’elettorato estero, già scarsamente rappresentato. I deputati da 12 a 8 ed i senatori da 6 a 4. A nulla sono valse valide rimostranze: solo la Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide di mia competenza raggruppa, ad esempio, 117 Paesi e Gerusalemme. Sono anni che chiediamo, a fronte di questa situazione e della massiccia migrazione italiana dell’ultimo decennio (aumentata del 70%) una più equa redistribuzione della rappresentanza in Parlamento. Non solo abbiamo ottenuto solo indifferenza, ma  questa già grave situazione peggiorerà. Sono circa 5 milioni e mezzo solo gli italiani registrati all’AIRE, quasi il 9% del totale della popolazione italiana. Si corre il rischio concreto di avere, ad esempio, solo nella Ripartizione Europa un Senatore della Repubblica ogni due milioni di elettori. Inaccettabile».

Quello del 29 marzo sarà il quarto referendum costituzionale. Gli altri si sono svolti nel 2001 modifica del titolo V, nel 2006 (modifica delle Ii parte della Costituzione, e nel 2016 quello sul bicameralismo: quattro anni fa votò oltre il 65% degli elettori che bocciarono la riforma (proposta da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi) che aboliva il Senato (per come è adesso).

Quanti saranno gli elettori che si recheranno alle urne per respingere (o approvare) una legge spinta da pura demagogia grillina per “punire” la democrazia parlamentare e ridurre la sua efficacia? Gianroberto Casaleggio (il padre dei pentastellati) sognava una Repubblica che potesse fare a meno della rappresentanza parlamentare e fosse affidata agli algoritmi della sua società. I grillini ortodossi hanno continuato in questa missione riuscendo, non si sa come, a piegare tutto il Parlamento a votare una legge di “autocastrazione” che in buona sostanza serve solo a mortificare se non ad umiliare l’attività politica, soprattutto quella sana. Come funzionerà la Camera con 400 deputati e il Senato con 200 senatori? Qualche dubbio sul corretto funzionamento della macchina parlamentare è lecito. Ma è il discorso di rappresentanza quello che più deve preoccupare: la Calabria, tanto per fare un esempio, perderà tre senatori e sette deputati, in totale 20 parlamentari (6+1 – dai resti – senatori, e 13 deputati) al posto di 30.

Mette in evidenza l’on. Carè che «saranno innumerevoli le implicazioni negative, tra cui principalmente un netto danneggiamento del rapporto eletto/elettore. Oggi esso è di un deputato ogni 96.006 cittadini e un senatore ogni 188.424. In caso di definitivo accoglimento vi sarà un deputato ogni 151.210 ed un senatore ogni 302.420. Il Paese diverrà, tra i 28 Stati dell’UE, quello con il peggior rapporto di rappresentanza».  Secondo Carè si mutilerà seriamente il Parlamento e, come immediata conseguenza, vi sarà la modifica dei collegi elettorali. Non è escluso – fa notare Carè – che si richiedano anche possibili correttivi legislativi come equiparare l’età dell’elettorato attivo (anche i 18enni potranno votare per il Senato) o modificare i delegati regionali per l’elezione del Senato e del Presidente della Repubblica. Vi è, insomma, il pericolo di rendere sempre più difficoltosi i lavori parlamentari. Una riforma pensata per rendere più agile la dialettica politica finirà per complicarla. Un grave danno anche per la credibilità internazionale e la stabilità economica. Al contrario, è compito della politica confrontarsi sulle vere priorità del Paese: occupazione, internazionalizzazione delle PMI, cooperazione globale e Green Economy. Svuotare le istituzioni democratiche non è di certo la risposta giusta. Bisogna chiedersi se sacrificare la democrazia elettiva e mutilare i nostri ideali costituzionali siano un prezzo accettabile. Certamente No. Una trasformazione così non è solo inutile, ma profondamente dannosa». (s)

Vedi anche l’intervista di Calabria.Live al sen. Andrea Cangini, uno dei promotori del referendum

La presidente Santelli vuol governare da Roma
Al “Capitano Ultimo” la delega dell’Ambiente

di SANTO STRATI – Al secondo giorno da presidente, Jole Santelli torna a Roma, fa visita alla sede di rappresentanza della Regione Calabria a di piazza Campitelli (una sontuosa quanto inutilizzata struttura) e annuncia che governerà tre giorni la settimana da Roma, perché «nella Capitale si decide tutto», mentre gli altri tre sarà in Calabria per gli affari correnti. Sembrava una battuta ad effetto, invece è proprio la volontà del Presidente che, per continuare a stupire, convoca una conferenza stampa alla Sala stampa della Camera per annunciare il suo massimo impegno per l’ambiente. E con un colpo di teatro presenta un uomo col volto mascherato: è il capitano Ultimo, quello che arrestò Riina, che, in realtà capitano non lo è più ma da colonnello è stato il vice comandante dei Carabinieri dell’Ambiente a Roma (il Noe).
La presidente è completamente afona, con disperazione dei cineoperatori che non riescono a far percepire nulla ai loro microfoni, l’assessore è senza volto: sembra di stare a una burla di carnevale. Scherzi a parte, la Santelli (che continua nonostante tutto a fumare) non riesce a recuperare la voce perduta durante la campagna elettorale, ma si fa capire ugualmente ed orgogliosamente esibisce il suo primo assessore: «Chi meglio del Capitano Ultimo – afferma – può tutelare l’ambiente, la più grande ricchezza che abbiamo in Calabria?»

La Regione – ha dichiarato Jole Santelli – si amministra da Catanzaro, ma si amministra soprattutto da Roma avendo rapporti quotidiani, costanti e seri con il Presidente, da parte della Giunta e del Consiglio regionale, augurandomi il concorso di tutti i parlamentari del centro destra che possano fare squadra per la Regione Calabria».

La convocazione alla Camera è per parlare di «un tema particolare che è l’ambiente – ha detto la Presidente Santelli –. Noi siamo una regione particolarmente fortunata: l’ambiente ha ombre oscure ma delle luci formidabili. Siamo in piena crisi rifiuti: la stiamo vivendo, le nostre città sono invase dai rifiuti, molti sindaci sono in estrema difficoltà perché non sanno come spiegare quello che accade. In realtà dobbiamo avviare una politica virtuosa sui rifiuti che porti a trasformare questo problema in opportunità: abbiamo il grande problema depurazione che dovremo affrontare, abbiamo un problema serissimo sulle bonifiche. Immaginate se riusciamo ad ottenere dall’Eni la bonifica di Crotone: abbiamo un’area enorme da utilizzare. Si pensi che siamo una regione che ha tre parchi nazionali, un parco regionale riserva marina: abbiamo 312mila ettari di superficie forestale ancora da progettare, abbiamo aree protette che corrispondono all’8% di tutta l’area nazionale. Insomma, abbiamo una ricchezza enorme».

È la premessa per introdurre il primo assessore della Giunta Santelli, l’assessore all’ambiente, il Capitano Ultimo (alias Sergio De Caprio). «Era la delega – confessa la Presidente – che mi pesava di più perché volevo il massimo: nella nostra terra l’ambiente è spesso associato a situazioni di mancata sicurezza: serviva un assessore che amasse l’ambiente e amasse la nostra terra e chi meglio del Capitano Ultimo, che peraltro è cittadino onorario della Calabria?»

Jole Santelli

Il Capitato Ultimo si è detto onorato di avere il privilegio di servire la Calabria: «Lo farò con tutta la forza e tutto l’amore che ho nel cuore, senza secondi fini se non il bene comune». Emozionato «perché è un incarico di grande responsabilità e lo affronteremo ovviamente in squadra secondo0 i principi di sempre che vedono l’autodeterminazione delle comunità al primo posto e la sussidiarietà nel rendere possibile questo esercizio che è la sfida più bella che voglio affrontare». Un discorso di sapore marxista (l’autoderminazione) che spariglia la “destrosità” di questo nascente governo regionale, ma è questa nomina (eccellente) che lascia immaginare scenari inconsueti nella composizione della futura Giunta.

La Santelli ha firmato subito l’incarico durante la conferenza stampa, ma il Capitato Ultimo dovrà avere l’autorizzazione per il distacco alla Regione Calabria e da quel momento sarà a tutti gli effetti il nuovo assessore all’Ambiente. Quasi certamente il distacco e la sua operatività dovrebbero coincidere con la nomina degli altri assessori e dei vicepresidenti.

Le dichiarazioni della Presidente regionale a proposito dell’eventuale governo guidato da Roma (che peraltro è la più grande città della Calabria, con i suoi circa 600mila calabresi che ci vivono) hanno fatto saltare sulla sedia il capo dell’opposizione. Il cav. Pippo Callipo ha immediatamente replicato alle intenzioni del governo “a distanza”: «Il “cuore della Calabria” – ha detto – sarà a Roma, dove la presidente della Regione ha la residenza da anni e dove è rientrata subito dopo l’insediamento alla Cittadella. Mentre apprezzava gli arredi della costosa delegazione romana della Regione, la presidente Jole Santelli ha voluto far sapere ai calabresi che intenderà governare la Calabria da lì, dove starà almeno per tre giorni alla settimana».
«Non serve aggiungere altro – ha detto ancora Callipo – e non bastano gli effetti speciali a coprire la gravità di queste dichiarazioni. I calabresi si stanno già rendendo conto che avranno una governatrice a distanza che si occuperà da Roma dei gravi problemi della Calabria. Non è certo un buon inizio. La Regione – conclude Callipo – non può essere gestita da lontano. E i calabresi non devono essere presi in giro. Con tutti i drammi e le emergenze che incombono sul territorio non possiamo assolutamente permetterci una governance part-time. La Calabria non è un reality show». (s)

Il primo giorno di Jole: in Calabria reputazione dovrà far rima con innovazione e occupazione

di SANTO STRATI – Inizia l’era Santelli, “la” Presidente. Stamattina la neogovernatrice Jole ha firmato i documenti di insediamento nelle mani del segretario della Giunta Ennio Apicella e ha raccolto il testimone dal vicepresidente Francesco Russo. Oliverio è fuori regione, le ha mandato un messaggio di augurio unitamente al voluminoso rapporto sulla sua consiliatura che ha fatto preparare prima di fare le valigie. Jole Santelli, in Parlamento, è sempre stata una battagliera deputata con una grinta sorprendente: oggi è apparsa, per un attimo, come una studentessa al suo primo giorno d’università. Confusa, emozionata, ma felice e conscia del lavoro che l’aspetta. Complice la quasi totale assenza di voce, la presidente Santelli ha comunque recuperato subito l’emozione con la sicurezza di chi sa di essere al posto giusto nel momento giusto. E ha spazzato da subito la prevedibile voglia del vincitore di fare terra bruciata su quanto lasciato dagli avversari: invece, la nuova Presidente ha detto di voler prendere il meglio dell’esperienza della giunta precedente, spiazzando persino il vicepresidente. Una dichiarazione di intenti che merita il dovuto rispetto: la Santelli ha chiarito che nella valutazione del merito non terrà conto delle appartenenze politiche: il fine comune, trasversalmente, deve permettere a maggioranza e opposizione, pur nel democratico confronto dialettico, di lavorare con un obiettivo condiviso. Trasformare la Calabria, invertire la rotta, partendo proprio dalla ricostruzione della reputazione di questa terra che è ai minimi termini.

Il capo dell’opposizione Pippo Callipo, forte del 254mila voti, sabato ha “dovuto” saltare la proclamazione perché avvisato troppo tardi della convocazione a Catanzaro. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca (diceva Andreotti): vogliamo sperare che questo stupidissimo incidente (se si è trattato davvero di un dispettuccio) sia l’ultimo atto della campagna elettorale, costituisca la fine delle scintille. S’è già perso troppo tempo ed entro dieci giorni la Presidente Santelli deve presentare la sua squadra di giunta. «Al netto delle belle parole, – ha dichiarato Callipo – i problemi quotidiani dei calabresi restano tutti drammaticamente attuali. Premettendo che nessuno ovviamente pretende che in pochi giorni vengano affrontate tutte le gravi emergenze che incombono sui territori, trovo comunque avvilente – ha aggiunto Callipo – che si continui a parlare solo delle trattative per le postazioni di potere, o di vecchie e nuove correnti di partito, senza che si intraveda nel dibattito politico nemmeno una vaga idea di come provare a invertire la rotta. Non una parola su come contrastare l’emorragia dei giovani e l’abbandono dell’entroterra, nessun segnale di sobrietà né di ritorno alla politica intesa come servizio alla comunità. La situazione che ho toccato con mano girando in lungo e in largo per la regione fa tremare le vene ai polsi. Nei paesi delle aree interne si vivono situazioni allarmanti: i cittadini subiscono la spoliazione continua di servizi fondamentali, moltissime persone in condizioni di disagio non hanno alcuna forma di assistenza, diversi sindaci devono addirittura lottare per non fare chiudere le scuole elementari perché mancano i numeri minimi necessari a mantenere le classi. La meritocrazia, inoltre, continua a essere calpestata e i nostri ragazzi migliori sono costretti a partire per vedere riconosciute altrove le loro competenze. Chi come me continua a coltivare la speranza di una nuova Calabria deve innanzitutto dare voce ai territori e misurarsi con la realtà che ogni giorno vivono migliaia di calabresi. Ha il dovere di farlo – conclude Callipo – chi ha un ruolo di opposizione, perché non possiamo certo permetterci di ricadere nel circolo vizioso delle vendette e dei giochetti tattici finalizzati solo ad accaparrarsi future poltrone, e ha il dovere di farlo soprattutto chi è stato incaricato dalla volontà popolare di governare nell’interesse della collettività. Non si può perdere altro tempo in consumate liturgie di potere, la Calabria sta affondando nell’indifferenza».

Queste dichiarazioni, Callipo le ha rese ieri. Ai calabresi – crediamo – sarebbe piaciuto vedere il capo dell’opposizione – anche se con Germaneto non ha molto a che fare – all’insediamento del nuovo presidente: una questione di fair play, senza nulla concedere alla maggioranza che governerà la Regione. E i calabresi – siamo certi – vogliono che la nuova governatrice faccia tesoro anche di quanto indicato da Callipo, soprattutto per il recupero delle periferie e il riequilibrio dei livelli minimi di assistenza. E l’appello di stamattina della Santelli del comune obiettivo che deve coinvolgere tutti, lo ripetiamo, va preso nella giusta considerazione, soprattutto se poi si dovesse verificare che quelle di oggi sono state parole di circostanza. Vogliamo, invece, dare, con un ottimismo che ci auguriamo contagioso, un po’ di credito a questa ventata “rosa” che caratterizzerà la presidenza: la Santelli non è tipo da girarsi i pollici e ha sempre mostrato di essere un’infaticabile macchina “politica” (si guardino i suoi sanguigni interventi a Montecitorio), ed è quello che serve in questo momento alla Calabria. Ha “minaccciato” i dirigenti: dimenticatevi di guardare gli orologi, annunciando un tour de force come mai prima in regione.

La presidente Santelli ha mostrato di avere le idee chiare soprattutto su una cosa: la reputazione della Calabria, che è fondamentale. Facile la rima con innovazione e occupazione, ma la reputazione va ricostruita e va fatto pesare che questa non è solo terra di malaffare, disoccupazione e di fannulloni (Salvini dixit in altri tempi, quando non gli importava molto del Sud): occorre lavorare in maniera tosta perché vengano conosciute le cose migliori (che sono la gran parte) e sia avviato un processo di quest’area dalla cattiva nomea. Può sembrare un compito difficile, pur avendo gioco a favore la cultura, il paesaggio, le inestimabili ricchezze archeologiche, la qualità dell’ambiente, il naturale ed esagerato senso di accoglienza della sua gente, ma non è impossibile. Anzi, si pensi a quanti potenziali turisti, nel mondo, ignorano persino l’esistenza della Calabria: gliela si faccia scoprire (epidemia coronavirus permettendo). Devono, però, cominciare a crederci, prima di tutto i calabresi, perché gli altri si accorgano che Sud non è sinonimo di sottosviluppo e precarietà. E la Calabria può diventare davvero la California d’Europa, con i Bronzi di Riace a far da attrazione (soprattutto se si riesce a farli proclamare patrimonio dell’umanità).

A non pochi sarà sfuggito come la stampa nazionale abbia praticamente “snobbato” la presentazione del Piano per il Sud fatta a Gioia nei giorni scorsi addirittura dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha affiancato Peppe Provenzano, il miglior ministro che il Mezzogiorno potesse desiderare. Poche righe sui media nazionali, mettendo più in evidenza l’uso bizzarro di un’immagine del mare di Trieste nelle slides del ministro dedicate al Sud, piuttosto che la grande innovazione del programma per il Mezzogiorno. Parliamo di 123 m-i-l-i-a-r-d-i in dieci anni, non di bruscolini. E una notizia così si merita giusto qualche titoletto e neanche un richiamo in prima pagina su Corriere, Repubblica e Stampa, tanto per fare il nome di qualche testata? La verità – amara – è che del Sud e della Calabria non frega niente a nessuno, lo sfasciume pendulo sul mare come lo indicava Giustino Fortunato è destinato a restare una fastidiosa incombenza per un’Italia che sempre più andrà a due velocità, come indicava ieri il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini. Ma se qualcuno ragionasse in termini obiettivi e analizzasse il Piano per il Sud di Provenzano & Co. scoprirebbe che la “fastidiosa (per il Nord) deriva” meridionalistica di questo Governo in realtà risponde a una logica ineccepibile: se non riparte il Sud non riparte l’Italia. E la Calabria deve essere la protagonista di questo progetto, di questo programma che non è un ulteriore pacchetto normativo di difficile realizzazione, ma un insieme di indicazioni per l’attuazione di leggi già esistenti. L’indicazione di come utilizzare e spendere i soldi che l’Europa mette a disposizione.

Presidente Santelli, negli ultimi venti anni, la Calabria ha stupidamente rinunciato a tanti miliardi europei, spesso rimandoli indietro, per incapacità di spesa e assenza di programmazione. Faccia suo il corposo documento del ministro Provenzano, attivi una squadra di governo degna di questo nome che non risponda a logiche di spartizione, pur nel rispetto delle posizioni conquistate col voto del 26 gennaio, ma sia un team di invincibili “guerrieri” decisi a respingere non solo qualunque idea di colonizzazione, ma anche l’insana voglia di marginalità che non nascondono le regioni del Nord in cerca dell’autonomia differenziata nei confronti delle regioni meridionali. Servono idee, ma soprattutto fatti: occorre dare risposte immediate alle tante, troppe, esigenze dei calabresi.

La soluzione trovata in tempi rapidi dal ministro Speranza per il centro di neurogenetica di Lamezia, anche se fa discutere l’abbinamento con l’Azienda Ospedaliera Universitaria Mater Domini di Catanzaro, fa capire che se c’è una mobilitazione si risolvono subito i problemi. E allora, Presidente, mobiliti, anche trasversalmente con l’opposizione, tutta la Calabria in uno stato di perenne agitazione positiva: nessuno ha la bacchetta magica e i trucchi dei prestigiatori, poi si sa vengono svelati, ma serve intelligenza e cultura politica. Abbiamo una storia politica alle spalle di cui andare fieri, la Calabria può davvero tornare protagonista. E se a compiere questo miracolo sarà una donna, cara Presidente Santelli, i calabresi saranno ancora di più orgogliosi della propria terra e dei suoi figli che, qualche volta, – come nel suo caso – ritornano. (s)

Il Piano strutturale contro lo sviluppo di Reggio
Il Comune soffoca la città: tasse sì, progetti zero

di SANTO STRATI – L’ultima vessazione del Comune, ai danni del gazebo di Sottozero, sul Lungomare (un’istituzione per la città) dà il senso di come Reggio sia ormai avviata a un inesorabile declino. Per chi non lo sapesse, alla vigilia di San Valentino sono stati messi i sigilli al gazebo della storica gelateria del patron Tito Pennestrì e del figlio Enzo per il presunto mancato pagamento di gabelle comunali, che peraltro i due mastri gelatieri sostengono di avere regolarmente assolto. Al di là della fondatezza del mancato pagamento, ci si chiede: ma non esistono altre forme meno plateali e meno dannose per i cittadini per richiedere eventuali pagamenti dovuti? Il giorno dell’amore, quando è naturale pensare che gli innamorati vadano a farsi la granita di fronte allo Stretto, si mettono i sigilli a una storica gelateria che rappresenta uno dei migliori biglietti da visita della città? Al di là di qualunque interpretazione di eventuali restrittive norme di legge, si tratta molto più semplicemente di una questione di buon senso. Che evidentemente a palazzo San Giorgio non sanno più nemmeno cos’è.

Ma non è questo che turba i sonni dei reggini, anche se l’indignazione per la vicenda Sottozero è più che palpabile. C’è qualcosa di più scientificamente perverso che andrà a soffocare qualsiasi anelito di sviluppo della città: sta tutto in una sigla che non è una squadra di calcio, PSC, piano strutturale comunale, ovvero la pianificazione urbanistica dei prossimi anni per una città ormai privata di tutto. Secondo il PSC, che i vertici del Comune hanno presentato in diversi incontri con la cittadinanza in questi giorni, bisogna dimenticarsi di qualsiasi iniziativa edilizia, con buona pace di lavoratori del comparto (manovali, carpentieri, operai), costruttori, progettisti. Il Piano Strutturale Comunale è, per dirla, in termini semplici un disastro totale e non si tratta di prendere le parti della Confindustria reggina che ha inviato, attraverso il presidente Domenico Vecchio, e l’ Associazione Costruttori (Ance) col neo-presidente Francesco Siclari, un’accorato invito al sindaco Giuseppe Falcomatà e all’assessore all’urbanistica Mariangela Cama perché ritirino il provvedimento. Si tratta di pensare e valutare vantaggi e svantaggi che questo PSC porterà alla città di Reggio e, a prima vista, sono i benefici che non sembrano prevalere.

PSC Reggio CalabriaRicostruiamo la storia. La prima settimana di gennaio la Commissione comunale  “Assetto del Territorio” approva e vara il nuovo Piano Strutturale Comunale (PSC), ovvero la programmazione di quello che occorrerà fare a Reggio nei prossimi anni, unitamente al Regolamento Edilizio e Urbanistico e al rapporto ambientale per la VAS (valutazione strategica). In commissione, riunita sotto la presidenza di Giuseppe Sera, la relazione dell’assessore Cama riceve 9 voti favorevoli e due astensioni. Il PSC passa quindi all’approvazione del Consiglio comunale nei giorni successivi. È lo strumento che andrà a sostituire il Piano regolatore generale in vigore dagli anni 90 e il suo principio ispiratore è il “consumo di suolo zero”, recependo la legge urbanistica regionale n. 19 del 2002. Ma perché viene approvato da una consiliatura ormai agli sgoccioli (a maggio si vota) un provvedimento che consegna alla futura amministrazione un impegno di non lieve responsabilità? Si dirà perché era da un bel po’ che stava in pentola a cucinare, ma a maggior ragione, forse sarebbe stato il caso di lasciare le decisioni su scelte strategiche alla nuova (?) amministrazione. O si deve immaginare che a spingere a votare subito il provvedimento è sia stata la convinzione che i reggini – senza riserve… – riconfermeranno tutti gli attuali componenti del Consiglio comunale, a partire dal Sindaco Falcomatà?

Nella loro lettera-richiamo, gli industriali reggini e l’Associazione Costruttori segnalano «l’esigenza di provvedere con particolare tempestività alla valutazione di provvedimenti urgenti tesi a scongiurare le gravissime criticità sorte in seguito all’adozione del Piano» con particolare riferimento all’entrata in vigore delle norme di salvaguardia che rischiano di ingenerare un blocco potenziale di oltre 1.000 pregresse pratiche edilizie in istruttoria anche da anni presso gli uffici competenti del Comune. «Tali problematiche – scrivono –, insieme con le ulteriori pure ipotizzabili in relazione all’adozione del PSC, giunto peraltro all’attenzione di questa Associazione apparentemente senza una adeguata condivisione con gli stakeholder territorialmente competenti, rischiano di produrre ingenti danni economici alla collettività» nonché agli imprenditori «oltre che effetti potenzialmente lesivi di diritti fondamentali dei cittadini». Data «la gravità ed importanza degli elementi di crisi rilevati, con riferimento allo specifico settore dell’edilizia e più diffusamente all’intero sistema economico metropolitano» i costruttori hanno chiesto un incontro urgente «per trovare soluzioni per una più adeguata e sostenibile adozione ed approvazione del PSC di Reggio Calabria, la cui natura strategica, se correttamente implementata, potrebbe già questa consentire di riavviare dinamiche di ripresa economica e sociale».

L’assessore all’urbanistica, ovviamente, difende il provvedimento: «Con questo piano – ha dichiarato – metteremo in sicurezza la città». Secondo l’assessore Cama «Il punto di forza di questo Piano è stato proprio quello di aver saputo coniugare quanto finora messo in campo, nel rispetto degli indirizzi e degli obiettivi strategici dell’Amministrazione Falcomatà, in coerenza con le disposizioni degli strumenti di pianificazione sovraordinati e non perdendo mai di vista gli adempimenti procedimentali previsti dalla legge urbanistica regionale (sic!)». A margine dell’approvazione, l’assessore all’Urbanistica del Comune di Reggio ha voluto sottolineare la condivisione del documento: «Ho avuto la fortuna di confrontarmi con professionisti di spessore, da subito molto collaborativi per la definizione di un progetto che sembrava fino a ieri pura utopia ma anche l’Ufficio di settore comunale ha fatto la sua parte». Il PSC approvato – secondo l’assessore Cama – «rappresenta per l’intera città un importante traguardo di democrazia partecipata. Il canale partecipativo sarà mantenuto anche e soprattutto nelle fasi dell’attuazione del PSC e divulgato presso la sede dell’Urban Center, appositamente strutturata con professionisti di settore. La collaborazione ed il supporto di tutti gli Ordini e Collegi Professionali della Città Metropolitana, consentirà di fornire le dovute spiegazioni ed informazioni tecniche sul nuovo strumento urbanistico. Semplificando il concetto – ha detto l’assessore – l’obiettivo è quello di comunicare ai cittadini come la risorsa suolo sia un bene comune non rinnovabile, da qui l’attenzione che ciascuno di noi deve avere per la salvaguardia e valorizzazione della città, dal centro alle periferie, attraverso regole chiare da rispettare».

Non sono d’accordo professionisti e operatori del settore edilizio e turistico. Più d’uno sottolinea che sono stati utilizzati dati e cartografie del 2008 (ovvero di 12 anni fa) e quindi dati largamente superati, facendo poi ricorso a Google Maps per le le scelte che non appaiono certo di rigenerazione urbana. L’arch. Pino Falduto (già assessore comunale col sindaco Italo Falcomatà) e manager reggino di successo (sua la realizzazione del centro commerciale Porto Bolaro), ha riferito di aver preso parte a uno degli incontri promossi dal Comune per illustrare il nuovo Piano Strutturale Comunale. «Dal dibattito – afferma Falduto – è emerso che il PSC è il sunto di tutti i vincoli imposti dalla Regione Calabria, dalla Provincia e dalla Sovrintendenza. L’assessore Cama ha voluto mettere in evidenza gli sforzi per porre correttivi alle norme di salvaguardia che di fatto dal 21 gennaio 2020 impediscono ogni attività legata al rilascio di autorizzazioni edilizie. Ho chiesto di sospendere l’iter amministrativo del PSC fino a quando la Regione Calabria e la Sovrintendenza non definiscono la rimodulazione dei vincoli. Dal dibattito è emersa l’incompatibilità del PSC con le reali capacità gestionali dell’ufficio urbanistica e le condizioni economiche e sociali della città». È molto scettico l’arch. Falduto sul PSC: «Purtroppo, leggendo le carte, è solo una sommatoria di vincoli che potrebbe creare difficoltà allo sviluppo della città. Se non si individueranno le zone dove sviluppare le strutture ricettive non capisco come si possa parlare di turismo. Abbiamo il dovere di sognare una città diversa. Mi auguro che l’amministrazione comunale si ravveda e possa cambiare il piano. Questo PSC fa venire gli incubi».

Di diverso parere una dei progettisti del PSC approvato dal Comune: «Cambia innanzitutto il concetto di piano urbanistico – ha detto l’arch. Francesca Moraci –: per svilupparsi ci dev’essere una forte concertazione con la città, un forte indirizzo che l’Amministrazione comunale nella flessibilità del Piano ovviamente darà e ci saranno le modalità che la legge urbanistica che la Regione Calabria prevede. Rispetto al piano regolatore questo PSC ha un livello di flessibilità maggiore: bisogna abituarsi a gestire in modo tecnico e consapevole quali sono le possibilità che il Piano individua. C’è, comunque, una fase, prevista dalla legge, durante la quale i cittadini possono proporre osservazioni al Piano». Per la cronaca, il PSC, oltre a quella dell’arch. Moraci, porta la firma degli architetti Francesco Karrer (capogruppo) e Loreto Colombo.

Dagli incontri con i cittadini per illustrare il PSC (ai quali finora non ha mai presenziato il sindaco Falcomatà) emerge il grande disorientamento dei reggini. Afflitti, peraltro, da una serie interminabile di insopportabili disagi: a cominciare dalla spazzatura (l’umido – che nessuno ritira –  ormai viene appeso per evitare che diventi attrazione per i topi), per continuare con l’acqua a singhiozzo (ma dov’è finita la magnificenza illustrata un anno fa con il Presidente Oliverio della diga del Menta?), alle buche che sono divenute dappertutto vere e proprie voragini e finire agli inasprimenti nelle tasse comunali richieste a commercianti e professionisti. Una città che il padre (Italo) aveva fatto sognare sul filo di una inimitabile primavera e che il figlio (Giuseppe) sta portando a risultare invivibile: e Falcomatà è il nome che Zingaretti spende di continuo, da diverse settimane, per indicare una rielezione che secondo lui rappresenta la naturale continuità del mandato del sindaco. Forse sarà il caso di invitare il segretario dem a passare almeno un weekend in città. Reggio e i reggini non sappiamo se l’accoglieranno con un sorriso… (s)

Per saperne di più, qui i dati sul PSC dal sito del Comune di Reggio

  • La vignetta-fotomontaggio col sindaco che batte le mani con sullo sfondo l’insostenibile situazione della spazzatura non raccolta a Reggio che illustrava questo servizio secondo il primo cittadino Giuseppe Falcomatà «genera solo confusione e inasprisce gli animi in un momento molto delicato in cui serve senso di responsabilità». Ribadendo il senso paradossale e ironico dell’illustrazione, non abbiamo alcuna riserva a evitare di “inasprire gli animi” dei reggini ed eliminare l’immagine del sindaco, lasciando solo la desolante istantanea dei sacchetti di umido sospesi ai ganci dei palazzi. Fosse possibile con un colpo di Photoshop eliminare anche i rifiuti dalle strade… (s)

Credibilità e fiducia: Provenzano, figlio del Sud
lancia la sfida per far rinascere il Mezzogiorno

di SANTO STRATI – Credibilità e fiducia sono i due elementi che contraddistinguono il Piano per il Sud presentato a Gioia Tauro dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte insieme con il ministro per il Sud Peppe Provenzano e il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina. La credibilità riguarda la serietà del documento programmatico (87 pagine), la fiducia è quella che occorre dare sia a Conte (che ci ha messo la faccia ed è venuto appositamente a Gioia Tauro) che al ministro Provenzano, entrambi figli di quel Sud che produce tanta ricchezza intellettuale e, purtroppo, la esporta senza contraccambio. Conte ha ribadito l’impegno della riserva del 34% di tutti gli investimenti a favore del Mezzogiorno «anche quando avremo finito il nostro mandato, dovranno cambiare la legge quelli che verranno dopo» e ha voluto marcare il fatto che per la prima volta si tratta di un impegno decennale che servirà a far germogliare le idee necessarie a scuotere il Meridione. Sia il presidente Conte che il ministro Provenzano hanno parlato al cuore del Sud, con convinto ottimismo e senza finalità di natura elettorale: il voto in Calabria è passato, non c’è bisogno di mostrare di essere più bravi degli altri, soprattuto a promettere. Ma questa volta, la sensazione è che non si tratti di promesse ma specifiche azioni con reale efficacia, che tengono conto che non c’è più tempo da perdere. Conte ha capito che il Mediterraneo è il vero motore della crescita e il Mezzogiorno, per la sua posizione geografica, è assolutamente idoneo a guidare la ripartenza. Il porto di Gioia Tauro ne è l’esempio più importante: in crescita e con grandi prospettive di sviluppo, per riaffermare la sua centralità nel Mediterraneo e la capacità di attrarre le mega navi container che hanno bisogno di profondità che a Gioia non mancano. E poi c’è la Zes, con le sue contraddizioni alimentate dall’Agenzia delle Entrate che ha tentato di smontare l’entusiasmo degli operatori della logistica, escludendoli dai benefici: «provvederemo a sistemare ogni stortura – ha replicato Provenzano a un giornalista – perché la Zes è parte importante di questo Piano». Una nuova politica territoriale per il rilancio delle periferie e delle zone costrette a una ingiusta marginalità, la rigenerazione dei contesti urbani con grande spazio alla cultura, motore della promozione dell’Italia nel mondo. Per fare tutto ciò serviranno professionalità e una task force in grado di soffocare qualsiasi accenno di burocrazia: la snellezza dovrà essere l’elemento distintivo di questo impegno. Senza ritardi , senza rinvii, con una politica decisionista che dia energia e vigore alle iniziative.

Perché dare fiducia, dopo i tantissimi proclami che dal 1970 ad oggi questa terra ha dovuto ascoltare speranzosa e persino intimidita dai vari personaggi politici che via via si succedevano? Semplice, perché, per la prima volta concorrono due cose che lasciano intravvedere elementi di concretezza: prima di tutto, il Piano per il Sud non è una nuova legge, ma il programma di attuazione di leggi già esistenti (a partire da quella Finanziaria) e poi, cosa non meno rilevante, i soldi ci sono, sono disponibili, bisogna solo spenderli. 100 miliardi in dieci anni, cui aggiungere altri 23, tra risorse comunitarie e interventi statali. Una ventata di novità, inaspettata, per certi versi, frutto di un lungo concertare durato quattro mesi tra Provenzano, Conte e una marea di consulenti, esperti e consiglieri giuridici.

Siamo, forse, davvero a una svolta per il Mezzogiorno e, a maggior ragione, per la Calabria. Occorre riconoscere al premier Conte che ha sempre sostenuto che se non riparte il Sud non riparte l’Italia. Conte ha sottolineato ai ragazzi dell’Istituto Severi di Gioia Tauro, che sono rimasti ad ascoltare per oltre tre ore, attenti e per niente annoiati, che occorre mantenere vivo l’orgoglio delle proprie origini. Lui viene da un paesello di 300 anime, in provincia di Foggia: è andato via, come tantissimi altri, ma non dimentica il profumo della sua terra, mantiene vivo il senso di appartenenza che è quello che ha suggerito ai ragazzi di Gioia di mantenere, come ha indicato l’importanza della cultura e dell’impegno: il futuro dei giovani è nelle loro mani, i politici – ma questo lo diciamo noi – si devono solo impegnare a non rubarglielo. E parte di questo futuro sta scritto in queste 87 pagine che non racchiudono poteri magici, ma offrono indicazioni di sviluppo e insieme di crescita sociale ed economica per tutte le popolazioni del Meridione. A cominciare dall’alta capacità ferroviaria che permetterà – ha detto il presidente Conte – di fare il tragitto Roma-Reggio in 4 ore.

A proposito del Piano, non si tratta di una legge, ha fatto presente il ministro Provenzano, quindi non ci sono tempi tecnici di approvazione, modifica, promulgazione: è un piano operativo, di attuazione, che spiega come utilizzare le risorse e come pianificare gli interventi. «C’è bisogno – ha detto Provenzano – di recuperare credibilità e fiducia nelle politiche di sviluppo e coesione. La credibilità che deriva dalla capacità di realizzare gli interventi programmati e di produrre cambiamenti tangibili e miglioramenti nella vita dei cittadini. La fiducia nella costruzione di un Sud che, nel prossimo decennio diventi la grande opportunità per un Paese che vuole ritrovare ruolo e collocazione internazionale. Il Piano Sud 2030 prova a fare tutto questo, individuando le risorse da attivare e le missioni da perseguire, i bisogni da affrontare e le opportunità da cogliere, le prime azioni con cui intervenire e i risultati da raggiungere, le procedure da migliorare e i processi da monitorare, gli strumenti da utilizzare e i soggetti da coinvolgere».

È un piano che copre un decennio dal 2020 al 2030. A breve termine l’obiettivo, nel triennio 2020-2022, è «la massimizzazione dell’impatto delle misure previste nella Legge di Bilancio 2020, che consenta di incrementare gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, agendo sul riequilibrio della spesa ordinaria e l’accelerazione della spesa aggiuntiva, sia in termini di competenza che di cassa. Tale obiettivo si può conseguire mediante: il riequilibrio delle risorse ordinarie, con l’effettiva applicazione della clausola del 34%; il recupero della capacità di spesa della politica nazionale di coesione (FSC); il miglioramento dell’attuazione della programmazione dei Fondi Strutturali e di Investimento europei (SIE)».

Parte integrante del Piano – ha detto il ministro per il Sud – «sarà l’attività di nuova programmazione per il periodo 2021-27, delle risorse della politica di coesione nazionale ed europea. L’ammontare complessivo di risorse aggiuntive per il Sud è notevole, circa 123 miliardi di euro». La destinazione di maggiori risorse per investimenti al Sud, però, «rappresenterebbe un’operazione debole e inefficace se non fosse accompagnata dall’indicazione di una strategia – un’idea di Sud al 2030 –  chiara e riconoscibile per i cittadini».

La Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza – ha spiegato Provenzano – individua cinque “missioni” nazionali della coesione, in vista della chiusura del negoziato dell’Accordo di Partenariato sul post 2020, oltre che della riprogrammazione del FSC. Le “missioni” sono state ulteriormente definite dal Piano Sud 2030, anche in aderenza con l’Agenda ONU 2030, e sono così articolate:

1) Un Sud rivolto ai giovani: investire su tutta la filiera dell’istruzione, a partire dalla lotta alla povertà educativa minorile, per rafforzare il capitale umano, ridurre le disuguaglianze e riattivare la mobilità sociale.

  • Scuole aperte tutto il giorno
  • Contrasto alla povertà educativa e alla dispersione scolastica
  • Riduzione dei divari territoriali nelle competenze
  • Potenziamento dell’edilizia scolastica
  • Estensione No Tax area (senza penalizzare le Università)
  • Attrazione dei ricercatori al Sud

2) Un Sud connesso e inclusivo: infittire e ammodernare le infrastrutture, materiali e sociali, come fattore di connessione e di inclusione sociale, per spezzare l’isolamento di alcune aree del Mezzogiorno e l’isolamento dei cittadini in condizioni di bisogno.

  • Un Piano Sud del MIT di oltre 33 miliardi
  • Emergenza viabilità secondaria
  • Il Fondo infrastrutture sociali per comuni medi e piccoli
  • Nuovi nidi al Sud
  • Inclusione abitativa per cittadini e lavoratori svantaggiati
  • “Case della salute” per l’assistenza integrata
  • Rinnovo della dotazione tecnologica sanitaria

3) Un Sud per la svolta ecologica: rafforzare gli impegni del Green Deal al Sud e nelle aree interne, per realizzare alcuni obiettivi specifici dell’Agenda ONU 2030 e mitigare i rischi connessi ai cambiamenti climatici.

  • Un “reddito energetico” per le famiglie
  • Una sperimentazione di economia circolare
  • Potenziamento del trasporto sostenibile
  • Contratti di filiera e di distretto nel settore agroalimentare
  • Gestione forestale sostenibile

4) Un Sud frontiera dell’innovazione: supportare il trasferimento tecnologico e il rafforzamento delle reti tra ricerca e impresa, nell’ambito di una nuova strategia di politica industriale.

  • Credito d’imposta in ricerca e sviluppo al Sud
  • Rafforzamento degli ITS al Sud
  • Potenziamento del “Fondo dei Fondi”
  • Space Economy Sud
  • Startup tecnologiche al Sud

5) Un Sud aperto al mondo nel Mediterraneo: rafforzare la vocazione internazionale dell’economia e della società meridionale e adottare l’opzione strategica mediterranea, anche mediante il rafforzamento delle Zone Economiche Speciali (ZES) e i programmi di cooperazione allo sviluppo.

  • Rafforzamento delle Zone Economiche Speciali (ZES)
  • Piano Export Sud
  • Sostegno al sistema portuale
  • La Difesa per un Sud frontiera e ponte del Mediterraneo

«A finanziare queste prime azioni – ha fatto presente Provenzano – concorreranno le risorse ordinarie in conto capitale derivanti dall’applicazione della clausola del 34%, i Piani Sviluppo e Coesione, riprogrammati ai sensi dell’art. 44 del decreto-legge n. 34 del 2019, come modificato dalla Legge di Bilancio 2020, che potranno finanziare ulteriori azioni coerenti, sulla base dell’avanzamento dei progetti e della loro cantierabilità. Infine, alcune azioni potranno beneficiare delle risorse provenienti dalla rimodulazione dei Programmi operativi nazionali e regionali».

Il ministro per il Sud, chiudendo, ha voluto citare Leonardo Sciascia, siciliano come lui: «il nostro peccato più grande è non credere che le idee possano cambiare le cose». I figli del Sud Conte e Provenzano (ma anche la Azzolina è meridionale, è nata in Sicilia) hanno mostrato di crederci. Lo scopriremo nei prossimi mesi. (s)

N.B. Il Piano per il Sud merita un’attenta lettura da parte di chi ha a cuore la crescita e lo sviluppo di questa terra. Chi avesse voglia di studiarselo, lo può scaricare integralmente da qui