REDDITO DI CITTADINANZA, TRA POLEMICA
ELETTORALE E SOSTEGNO PER I PIÙ DEBOLI

di PIETRO MASSIMO BUSETTAVoto di scambio o grido di dolore? Il reddito di cittadinanza continua ad essere un tema centrale rispetto all’andamento della competizione elettorale.

In molti lo ritengono uno strumento che è stato utilizzato in modo perverso da un raggruppamento politico senza scrupoli. Il Movimento Cinque stelle lo difende a spada tratta sfidando chiunque voglia eliminare una misura che, sostengono, ha salvato molti dalla povertà in un periodo particolarmente difficile, prima caratterizzato dalla pandemia ed ora da un aumento dell’inflazione che sta erodendo molti dei redditi degli italiani e delle pensioni, soprattutto quelle più basse. 

La cosa più facile é dire che incoraggia molti a scegliere di non lavorare, perché è molto più comodo avere un sussidio, che ti arriva mensilmente, piuttosto che faticare per avere un salario decente. E poiché tale strumento è utilizzato prevalentemente nelle regioni del Mezzogiorno il pensiero conseguente é che i meridionali sono nullafacenti, scansafatiche, e per essere completi aggiungerei anche mandolinari e mangia spaghetti. Completando la serie di luoghi  comuni che individuano le popolazioni dello stivale. 

Peraltro lo strumento ha colpito  pesantemente una certa imprenditoria del Nord che era abituata, soprattutto per i lavori occasionali e stagionali, ad avere tutta la manodopera che serviva loro. Ed in molti casi avere manodopera bianca e che parla in italiano è molto più comodo che  averla nera e che balbetta la lingua. Ma ha disturbato anche molta imprenditoria del Sud, abituata ad avere una massa disponibile che pressava  sul mercato del lavoro e che invece con tale strumento è venuta meno. 

Il tema è diventato di quelli dirompenti soprattutto perché  le forze politiche, che ritengono che tale strumento vada abolito o perlomeno pesantemente modificato, si sono convinte che abbia indirizzato il voto di molti elettori verso il Movimento5S, adesso partito, che del suo mantenimento ne ha fatto un cavallo di battaglia della campagna elettorale. 

Mentre dall’altra parte il Movimento 5S sostiene che è un loro merito aver saputo interpretare le esigenze di una popolazione marginale, che versa in stato di grande bisogno. Certamente non si può nascondere che alcune volte lo strumento può incoraggiare alcuni, abituati a vivere di espedienti, mettendo insieme reddito  di cittadinanza e lavoretti in in nero, a rinunciare ad un vero lavoro strutturato.

La verità però è che di lavori che abbiano una dignità sufficiente per essere chiamati tali,  nel Mezzogiorno, ve ne sono pochi e che le esigenze di un mercato del lavoro asfittico, nel quale l’offerta dei lavoratori sopravanza pesantemente la domanda delle imprese, sono sempre estremamente limitate.

Il macigno dell’esigenza della creazione di un saldo occupazionale di oltre 3 milioni di posti di lavoro,  per arrivare al rapporto popolazione occupati dell’Emilia-Romagna,  sta sempre lì ad incombere per dare quella spiegazione del fenomeno che molti non vogliono comprendere. Se ogni anno vi sono 100.000 persone che abbandonano la realtà del Sud, con un costo per le varie casse regionali di oltre 20 miliardi, considerato che ogni individuo per essere portato alla scuola media superiore  costa 200 milioni, è evidente che la realtà meridionale è più complessa di quanti la vogliano semplificare con stereotipi che sarebbe l’ora di abbandonare. 

E che invece la capacità di affrontare le difficoltà che la vita presenta é forse molto più grande nei ragazzi del Sud di quanto non abbiano coloro che evitano pure di  andare all’università, perché tanto il lavoro lo trovano facilmente dopo le scuole medie superiori. Tra parentesi non bisogna dimenticare che moltissimi di coloro che emigrano ogni anno, per  il primo periodo, che spesso non si limita a pochi mesi,  vengono aiutati pesantemente dalla famiglia, con rimesse importanti perché la remunerazione che percepiscono non è sufficiente per mantenersi fuori casa, cosa che provoca il primo salasso. 

 Il secondo si verificherà quando i genitori compreranno loro la casa nella periferia milanese. La gente del Mezzogiorno é in cerca di una forza politica che lo rappresenti, che si prenda carico di una problematica che dal 1860 è diventata sempre più irrisolvibile.

Stanca di vedersi utilizzare come colonia dove si può catapultare la Brambilla animalista a Gela, come la Fascina semi moglie a Marsala,  cerca, delusa  da molti partiti che dichiarano di volersene occupare solo a parole, qualcuno che la rappresenti adeguatamente e che possa contrapporsi ad una Lega che porta 100 rappresentanti nel Parlamento italiano, e ad un partito unico del Nord, nel quale si inserisce anche Bonaccini del PD, che vuole quell’autonomia differenziata che in assenza dei Lep, dei quali non si parla più, possa consentire ai bambini di Reggio Emilia di avere quei servizi che quelli di Reggio Calabria non riescono nemmeno a sognare. 

Per questo quello che viene dal Mezzogiorno e che andrebbe adeguatamente interpretato é un grido di dolore, una richiesta di aiuto, ma anche un moto di rabbia, perché ormai in tanti si sono stancati di essere sudditi, non di un re, ma di una realtà nordica che indirizza risorse, investimenti, infrastrutture, servizi in generale solo verso una parte.

E che al momento opportuno fa carte false per non perdere l’investimento della Intel, che porterà tanti posti di lavoro in un Veneto che non ha nemmeno il capitale umano da impiegare nelle fabbriche. 

Quando Conte dice a Renzi di provare a scendere tra la gente, senza la sicurezza che lo protegga, in modo assolutamente sbagliato perché  è sembrata una minaccia, evidenzia che il Sud è diventato una polveriera e che il pericolo che il bisogno possa portare a delle reazioni scomposte  é immanente.  

D’altra parte anche il segnale di Cateno De Luca, che oltre ad avere poco meno del 30%, non essendo supportato da alcun partito alle elezioni regionali siciliane, riesce a portare due rappresentanti nel Parlamento nazionale dà la dimensione di un disagio che non può essere ridotto alla questua di un popolo mendicante. 

Ma non mi pare che tali chiavi di lettura siano comprese da una realtà nazionale che continua il suo percorso, minacciando con Zaia di far saltare la formazione del nuovo Governo se non si procede immediatamente con quell’autonomia differenziata che sarà un ulteriore passo verso la secessione di fatto di una parte del Paese, che apre un panorama che potrebbe portare a  scenari non prevedibili. (pmb)

IL FUTURO DELLA CALABRIA SARÀ “GREEN”
DA LEGAMBIENTE 100 IDEE PER LA SVOLTA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Il futuro della Calabria parte e passa dalla transizione ecologica. Per questo Legambiente ha presentato 100 proposte da sottoporre al nuovo Parlamento in cui sono inserite, riforme e interventi su un tema che è stato dimenticato nella campagna elettorale conclusasi da poco, ma che è stata quasi completamente ignorata.

«La Calabria, così come l’intero Paese – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria nel corso della conferenza svoltasi a Lamezia Terme –  ha bisogno di programmazione e di capacità di visione. I temi ambientali che sono strettamente connessi a quelli sociali ed economici, devono costituire la priorità della prossima legislatura».

«Cambiamenti climatici, crisi energetica e fonti rinnovabili, rigenerazione urbana ed efficientemente energetico, ciclo dei rifiuti, economia circolare come pilastro della transizione ecologica, mobilità sostenibile: sono i temi che per Legambiente riguardano il futuro della Calabria, insieme alla tutela della biodiversità, al turismo sostenibile, all’agricoltura biologica, alla salvaguardia del patrimonio forestale ed un no deciso al ponte sullo Stretto, una cattedrale nel deserto».

Ma non è soltanto all’infrastruttura che l’Associazione ha detto no. Bocciatura secca anche per il rigassificatore di Gioia Tauro che, secondo Legambiente, non si dovrebbe fare.

Come spiegato dalla presidente Parretta, «anche l’impianto di Gioia Tauro avrebbe la funzione ipotetica di attenuare la gravità della crisi in corso diversificando le fonti di approvvigionamento energetico del Paese. Ribadiamo che non c’è logica alcuna nel realizzare rigassificatori per liberare il Paese dal ricatto del gas russo comprando il gas da Paesi come Egitto, Algeria, Libia, il Congo o gli Usa. L’Italia e la Calabria devono realizzare un’autentica transizione ecologica che renda l’Italia indipendente dall’estero in materia di energia».

Nella sede del Civico Trame di Lamezia Terme, dove Cristina Porcelli, direttrice Fondazione Tre e responsabile del Civico Trame ha ritenuto «significativo ospitare ospitare un dibattito pubblico sui temi ambientali proprio a Civico Trame, un presidio democratico e di legalità che vuole porsi come punto di riferimento del territorio nell’ambito del confronto e della partecipazione civica, della fruizione della cultura, dell’esercizio dei diritti», sono state presentate le 100 proposte, che hanno al centro: lotta alla crisi climatica, dimenticata in questa campagna elettorale, innovazione tecnologica, lavoro e inclusione sociale.

Nello specifico, si parla di nuove leggi da approvare, come ad esempio quelle sull’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili, sul consumo di suolo, sul riordino dei bonus edilizi, in materia di lotta alla gestione illecita dei rifiuti, alle illegalità lungo le filiere agroalimentari, e per la tutela della fauna e della flora protette; semplificazioni; velocizzazione degli iter autorizzativi a partire dagli impianti a fonti rinnovabili e dell’economia circolare;  approvazione di decreti attuativi mancanti, da quelli sull’end of waste per il riciclo  a quelli della legge di recepimento della direttiva Red II sulle rinnovabili, sull’agricoltura biologica o sui controlli del Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (Snpa), solo per citarne alcuni.

E poi, tra gli altri interventi da mettere in campo: uno spostamento di risorse pubbliche dai settori più inquinanti a quelli più innovativi e con minor impatto ambientale, intervenendo sui sussidi ambientalmente dannosi; potenziamento in organico e competenze degli uffici centrali e territoriali preposti al rilascio delle valutazioni di impatto ambientale, delle autorizzazioni e ai controlli; investimenti in nuove infrastrutture green, a partire da impianti eolici a terra e mare, fotovoltaici sui tetti, agrivoltaici, impianti industriali dell’economia circolare, quelli per smaltire l’amianto, mobilità urbana a zero emissioni, trasporto pendolare, ammodernamento di acquedotti, adeguamento dei depuratori esistenti e realizzazione dei nuovi, riqualificazione degli edifici scolastici, solo per citarne alcuni.

Secondo Legambiente, infatti, «se la transizione ecologica italiana andrà in questa direzione potrà contribuire davvero a tutelare l’ambiente, creare nuova occupazione, realizzare nuovi impianti di economia verde e aiutare famiglie e imprese a ridurre il caro bollette. Sul fronte occupazionale l’Italia, secondo l’ultimo Rapporto Green Italy di Fondazione Symbola e Unioncamere, vantava a fine 2020 oltre 3,1 milioni di occupati in green job».

«La spinta che può arrivare dalle rinnovabili – viene spiegato – in coerenza con il pacchetto europeo REPowerEU, secondo l’associazione confindustriale Elettricità Futura garantirebbe 470.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030, in aggiunta ai 120.000 di oggi. Secondo Fondazione Enel e The European House – Ambrosetti in Italia il percorso verso emissioni nette pari a zero entro il 2050 creerà 2,6 milioni di nuovi posti di lavoro».

Tra gli errori da evitare, poi, l’Associazione si focalizza sul ritorno al nucleare e, in particolare, sul Ponte sullo Stretto, un «insensato progetto» per Legambiente che, invece, suggerisce di concentrarsi sugli «investimenti in collegamenti veloci e frequenti tra la Sicilia, la Calabria e il resto della Penisola, portando le Frecce nei collegamenti tra Palermo, Catania e Roma, potenziando il trasporto via nave lungo lo Stretto e rafforzando i collegamenti in treno da Reggio Calabria a Taranto e Bari» .

Viene evidenziato, anche, il bisogno di accelerare sull’economia circolare, «facilitando, in primis, la realizzazione di una rete impiantistica innovativa su tutto il territorio nazionale e semplificando l’iter tortuoso di approvazione dei decreti End of waste».

Legambiente, infatti, ha ricordato che in diverse parti del Paese ci sono nuovi impianti industriali a servizio della «transizione ecologica che meritano di essere replicati» e, tra questi, cita i digestori anaerobici che producono biometano a Rende.

Accanto a queste proposte, poi, Legambiente indica tre fasi da seguire:  la prima, «l’Europa che ha una leadership importante a livello internazionale nella lotta alla crisi climatica; seguita poi dalla «riconversione ecologica del tessuto produttivo, che può garantire milioni di nuovi posti di lavoro, l’apertura di nuovi impianti produttivi o  la riconversione di quelli già esistenti».

L’ultima fase è rappresentata, infine, dalla «giusta transizione ecologica, un obiettivo da perseguire in primis penalizzando economicamente le aziende più inquinanti, a partire da quelle che hanno fatto extraprofitti clamorosi nel settore delle fossili; favorendo le riconversioni delle competenze professionali e dei cicli produttivi a maggior impatto ambientale, utilizzando anche le risorse europee del Just Transition Fund; contrastando gli interessi ecomafiosi che stanno già puntando ad acquisire appalti e risorse dedicati alla riconversione ecologica dell’economia; combattendo la povertà energetica e facilitando l’accesso a servizi e più innovative ai meno abbienti».

Giorgio Zampetti, direttore nazionale di Legambiente, ha evidenziato come «nei prossimi cinque anni, il nuovo esecutivo dovrà date risposte concrete ed efficaci per contrastate la crisi climatica, superare l’emergenza energetica e garantire una vera transizione ecologica. Non c’è più tempo, l’Europa ha fissato il 2026 come termine ultimo de cantieri del Pnrr e il 2030 per gli obiettivi climatici. I prossimi 5 anni saranno quindi fondamentali per il raggiungimento di questi traguardi».

«Occorre, dunque, correggere la rotta rispetto a quanto fatto fino ad oggi – ha concluso –. Noi non faremo mancare il nostro contributo, come dimostra l’Agenda di Legambiente che abbiamo presentato ai partiti e che mette al centro la difesa dell’ambiente e gli interessi delle imprese e delle famiglie».

Interessante, poi, l’intervento del prof. Raffaele Agostino, docente del Dipartimento di Fisica all’Università della Calabria, per mettere in luce come «fra le proposte di Legambiente, elementi trasversali sono l’Energia e la formazione».

«In questo contesto – ha detto – il sistema regionale universitario e quello della ricerca è attivo e pronto a rispondere alle sfide del cambiamento climatico, dell’uso razionale dell’energia, del rafforzamento delle infrastrutture anche attraverso la riduzione della piaga dell’emigrazione dei cervelli».

Ma non deve essere solo il sistema universitario e della ricerca a scendere in campo per la transizione ecologica. Serve anche che le istituzioni, in primis la Regione, facciano la propria parte in questo lungo percorso che è determinante per il futuro della Calabria e dei suoi cittadini. (ams)

 

 

IO BALLO DA SOLA: LA FUTURA PRESIDENTE
DOVRÀ FARE I CONTI CON LA COSTITUZIONE

di SANTO STRATI – La clamorosa affermazione del centrodestra, in realtà, è il successo personale di Giorgia Meloni. Con oltre il 44% dei consensi la leader di Fratelli d’Italia è destinata a vedersi assegnare l’incarico di formare il nuovo Governo da parte del Presidente Mattarella che non potrà non tenere conto delle indicazioni del popolo italiano. Sarà, dopo anni di governi “tecnici”, il ritorno di un presidente del Consiglio espressione del voto popolare. La Meloni sarà la prima donna presidente del Consiglio, ma si rassegni a subire l’attenzione minuziosa dell’opposizione che non le renderà la vita semplice. Ma, del resto, non sono semplici i problemi che da subito il futuro capo di governo dovrà affrontare: inflazione, caro bollette, crisi economia, il rischio sanitario, la guerra. E tenga conto Giorgia Meloni che da subito dovrà onorare col giuramento la Costituzione (rinnegando il fascismo, ai sensi della XII delle disposizioni transitorie e finali:  «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista»). Nonché chiarire la sua posizione sull’Europa. E, per quanto riguarda il Sud e la Calabria, spiegare senza indugi cosa pensa a proposito dell’autonomia differenziata che i partner leghisti voglio imporre a favore delle regioni ricche del Nord. 

In Calabria il suo partito non ha brillato com’è avvenuto nel resto d’Italia, superata dal partito di Conte (possiamo parlare già di Ex Movimento 5 Stelle?), ma i suoi rappresentanti che andranno in Parlamento dovranno, con coraggio, anche dissentendo da decisioni dell’alto, difendere e tutelare il futuro dei giovani calabresi. Auguri. (s)

MEZZA CALABRIA HA RINUNCIATO A VOTARE
IL TRISTE PRIMATO DELL’ASTENSIONISMO

di SANTO STRATI – In attesa di vedere i risultati veri che vengono dalle urne, dopo l’abbuffata di exit-poll e proiezioni che ci hanno accompagnato per tutta la notte, il primo avvilente risultato riguarda l’affluenza: la Calabria ha conquistato con il 50,74 per cento di votanti il triste primato della regione dove si è votato di meno. Un dato che sarebbe mortificante se non si considerasse che dei circa 500mila aventi diritto al voto che vivono fuori della Calabria una larghissima percentuale (per varie ragioni, in primo luogo economiche) ha rinunciato a tornare in Calabria a votare: il dato quindi non rispecchia la pur forte disaffezione e sfiducia nei confronti della politica, ma è indubbiamente inquietante. Se si guarda ai numeri si scopre che la Calabria ha perso il 13% di votanti rispetto alle elezioni del 2018, con il picco di Crotone precipitato al 45,96 per cento di affluenza e Reggio che registra un netto 12 per cento rispetto alle passate consultazioni politiche.

Il trend che le proiezioni e gli exit-poll fanno emergere indica una chiara (ed era scontata) vittoria di Giorgia Meloni. Non sappiamo ancora i numeri della regione per poter valutare se l’elettorato ha premiato – come lascerebbe intendere il dato previsionale – Forza Italia, ma di sicuro c’è da aspettarsi una netta flessione della Lega. Invece non si può non evidenziare la spettacolare e incredibile rimonta del Movimento 5 Stelle (che da oggi in avanti andrebbe meglio definito “partito di Conte”) grazie all’astuta (ed eticamente discutibile) strategia del nuovo “pifferaio nagico”, ovvero l’ex presidente del Consiglio, che ha praticamente fatto leva sui disperati del reddito di Cittadinanza, lasciando intendere la sua cancellazione in caso di mancata affermazione dei grillini. I troppi disperati (sono 220mila i percettori del Reddito di Cittadinanza in Calabria e almeno 200mila quelli che sperano di poterlo ottenere) come i topini di Hamelin dei fratelli Grimm sono scappati via dalle lusinghe delle altre forze politiche per salvaguardare l’aiuto di Stato. Una bella fetta di elettorato che ha premiato un movimento politico che – fatte le dovute minime eccezioni – ha realizzato poco, pochissimo per la Calabria e i calabresi (basta andare a guardarsi le statistiche di Camera e Senato sull’attività dei parlamentari pentastellati) in quasi cinque anni di mandato.

L’altro dato che, a caldo, va registrato riguarda i numeri della coalizione del centrodestra che pur essendo alti sono al di sotto dei un’eventuale intesa Pd-5 Stelle: in ogni caso nessuna coalizione ha, allo stato, i numeri che garantiscono la governabilità, salvo a immaginare un discutibile (per gli elettori) “inciucio” tra i fratelli di Giorgia e il duo Calenda-Renzi che – apparentemente – accetterebbero mai di entrare in un governo con Pd e 5Stelle. Ma siamo ancora nel campo delle primissime ipotesi e le valutazioni andranno fatte soltanto sui numeri definitivi. Nella serata di oggi avremo quasi certamente i risultati finali.

È calato, così, il sipario su una campagna elettorali pessima e basata sull’assenza di proposte politiche serie e di programmi che hanno escluso giovani, donne e lavoratori precari, mentre avanza l’inflazione, il caro bellette sta decimando imprese e lavoratori, e l’inverno si annuncia tra i più rigidi degli ultimi 50 anni, e non solo meteorologicamente parlando. Il futuro governo avrà il suo daffare e la Calabria, regina del non voto e cenerentola d’Italia e del Mezzogiorno, vedrà una nuova stagione di promesse non mantenute e di illusioni svanite. Potremmo e vorremmo felicemente sbagliarci. (s)

SI VOTA CON L’INCOGNITA ASTENSIONISMO
CALABRESI AVVILITI MA NON CAMBIA NULLA

di SANTO STRATI – Tra populismo di ritorno, sovranismo mascherato, una sinistra senza identità e in caduta libera e un centro – da molti vagheggiato – in cerca di spazi, agli elettori oggi non si presenta un’offerta in alcun modo allettante. Anzi,  saranno in tanti a guardare con sollievo la fine di questa orrenda e volgarissima campagna elettorale dove è prevalso il dileggio dell’avversario, la sua demonizzazione (da una parte e dall’altra), piuttosto che un confronto leale tra programmi e idee. E quando la politica scende a livelli così bassi, con una disaffezione fin troppo evidente, è ovvio che il populismo, quello becero e più insidioso, riesce a trovare spazi insperati.

Cosa resterà ai quasi quattro milioni di ragazzi che oggi, per la prima volta, si avvicineranno (?) alle urne, con la facoltà di esprimere il voto anche per la Camera alta (in precedenza votavano per il Senato solo i maggiori di 25 anni)? Non sappiamo la percentuale di quanti rinunceranno per fattori oggettivi (il non voto di chi studia e lavora lontano dal luogo di residenza è un’infame situazione che il Parlamento si è rifiutato di sanare) o per scelta ideologica, o, peggio ancora, per disinteresse totale e rifiuto della politica. Ma sarebbe un grave errore immaginare che ai giovani la politica non interessi, è semmai il contrario: è la politica che si è disinteressata delle nuove generazioni, declinando in quest’occasione una serie di verbi al presente indicativo, dimenticando di usare il tempo futuro. Una scelta scellerata che avrà il suo peso nella formazione delle future classi dirigenti: i nostri ragazzi, quelli bravi, laureati a pieni voti e con lode, ma anche quelli con un voto di laurea risicato, hanno imparato a proprie spese che la Calabria non è un paese per giovani. C’è chi il trolley l’ha preparato già dal primo anno di università, rinunciando, ahimè, a tre atenei che nella loro terra sfiorano l’eccellenza ma pur preparando una classe formata e competente di laureati, soprattutto, in campo scientifico, non vedono offerta poi alcuna opportunità di lavoro, di crescita delle competenze, di utilizzo delle capacità dei loro laureati. È colpa della politica regionale, si potrebbe dire per assolvere i governanti che si sono succeduti in 50 anni di Regione pur con lampanti indizi di colpevolezza, ma in realtà è tutto il sistema nazionale che viaggia su binari paralleli a rafforzare l’odioso divario. Nord e Sud continuano a essere separati grazie a una politica miope e occupata a spremere il Sud (ricco serbatoio di competenze formate a spese dei meridionali) e a valorizzare le già ricche regioni del Nord.

Una delle prime scelleratezze che il probabile governo che ci toccherà subire (vista l’impossibilità per gli elettori di scegliere a piacimento i propri rappresentanti) riguarda l’ampliamento del divario, ovvero l’applicazione dell’autonomia differenziata, dove a far testo sarà l’incostituzionale criterio della “spesa storica”: più hai speso (avendo le risorse), più avrai; meno hai investito (per mancanza di fondi destinati al Sud, spesso inutilizzati per incapacità), meno ti tocca. Questo significherà disagi ulteriori per le popolazioni meridionali, ma ai politici che nelle ultime settimane hanno riscoperto il Sud per fare incetta di voti con marketing social-populista, poco importa. Stasera in molti prepareranno i fazzoletti per dire addio ai Palazzi e qualcuno festeggerà l’insperata rimonta.

È facile trascinare le folle, con spregiudicate tattiche subliminali di pseudo-convincimento, giocando la carta del reddito di cittadinanza. “Giuseppi” Conte – che qualcuno continua a ritenere ingenuamente  l'”avvocato del popolo” – ha giocato sporco – diciamo la verità – facendo balenare la possibile cancellazione del reddito di cittadinanza da parte degli avversari e terrorizzando una schiera di disgraziati che nella stragrande maggioranza dei casi sopravvive grazie a questo strumento di welfare sociale. In Calabria, per dire, sono circa 220mila i percettori del reddito di cittadinanza e probabilmente altrettanti sono coloro che aspirano a poterlo ottenere: una massa incredibile di elettori presi per la gola (ci si consenta questa crudezza) con la garanzia del mantenimento del reddito di cittadinanza, ma solo se premiati dal voto. In verità, Conte, da buon incantatore di serpenti, ops – scusate – di folle di disperati adoranti non ha fatto altro che cogliere al balzo l’opportunità che i suoi amici e avversari gli hanno offerto. Nessuno dei politici ha capito cosa significa per milioni di italiani poter contare su una risorsa mensile assicurata per consentire una qualche sopravvivenza: lo strumento è giusto, ma la sua modalità di applicazione sbagliata. Va mantenuto, ma dev’esser un sostegno a chi il lavoro l’ha perduto o non riesce a trovarlo, non a chi preferisce poltrire (o lavorare in nero) e aspettare i quattrini sulla Postepay sociale. Non è un mistero che centinaia di operatori del turismo, quest’estate, si sono visti rifiutare offerte di lavoro da tantissimi giovani percettori del RdC: chi gliela faceva fare di andare a lavorare?

Stupidamente le destre, ma anche la sinistra, hanno gestito male la questione del reddito di cittadinanza e hanno offerto su un piatto d’oro una valanga di voti al partito di Conte (che col Movimento 5 sStelle crediamo abbia poco a che fare) che da dato per disperso ha riconquistato facilmente le piazze dei percettori dell’aiuto di Stato, molti disperati, troppi furbastri. Conte non ha fatto altro che cogliere il sentiment di una piazza avvilita, stufa e scontenta e trasformarlo in consenso. Un po’ quello che Grillo e i suoi hanno fatto nel 2018: allora si sono schierati contro la casta (ma poi lo sono diventati molti di loro) e hanno raccolto la rabbia e la voglia, ovvero lanciato la scommessa, di cambiamento. E qui, non tanto la destra con i suo proclami anti-profughi e il sovranismo mascherato da aspirazione al presidenzialismo (leggi potere assoluto), ha sbagliato, ma soprattutto la sinistra ha perso il treno della rinascita, trascurando la larghissima voglia di riformismo che l’avrebbe portata alla vittoria. Si è toccato con mano quanto sia distante il Paese della politica da quello reale. Ma non sperateci: nessuno farà un mea culpa e tutto resterà come prima, secondo la logica gattopardiana “cambiare tutto perché nulla cambi“.

Stasera conosceremo il nuovo volto del Paese e quali scenari si andranno a prefigurare. Se la Meloni non supera il 40% con la coalizione avrà poco da pretendere dal Paese che non ha mostrato di andare in delirio per leghisti nordisti-pentiti o fratellanze di dubbia affettuosità. Ma se Atene piange, Sparta non ride: a sinistra si raccoglieranno i cocci di una politica inesistente e il risultato sarà di una ingovernabilità assicurata. Cosa che il Paese, in questo momento, non si può permettere. Una sola proiezione possiamo permetterci, in attesa del voto: passato il 25 settembre, tutti quelli che hanno riscoperto il Sud (per ovvie necessità elettorali) se ne dimenticheranno in fretta. I nostri giovani continueranno a vedersi rubare il futuro, la Calabria sconterà più degli altri gli effetti perversi e nefasti del caro-bollette, il Ponte sullo Stretto tornerà dentro l’immutabile wish-list che il carosello della politica propina da anni a calabresi e siciliani, e la crescita e lo sviluppo del Sud resterà un sogno. Malgrado il Pnrr e le buone intenzioni del governatore Occhiuto. Buon voto a tutti. (s)

PONTE, RUOLO FONDAMENTALE PER MERCI
E COSÌ PREFERISCONO PENALIZZARE IL SUD

di ROBERTO DI MARIA – Al Ponte di Messina si pensa soprattutto come infrastruttura utile al passaggio delle persone da una sponda all’altra dello Stretto, trascurandone il ruolo, fondamentale per lo sviluppo economico di entrambe le regioni nell’ambito del trasporto merci.

Anche i più agguerriti nemici del Ponte non possono negare che un sistema di traghettamento, per quanto ben organizzato, rappresenta un oneroso collo di bottiglia per camion, tir, autoarticolati e per il cosiddetto trasporto Ro-Ro che tanto è cresciuto negli ultimi anni attraverso l’Adriatico. Con l’aggravante che imbarchi e sbarchi dei mezzi commerciali avvengono in maggioranza dal nuovo porto di Tremestieri, infelicissima e costosissima scelta a causa di prevedibili insabbiamenti che ne limitano l’utilizzo. 

Il trasporto dei pochi carri merci – oltre il 90% del trasporto merci si svolge su gomma, a dispetto delle raccomandazioni dell’Ue – è curato dalla flotta Rfi e subisce i rallentamenti derivanti dalla scomposizione e ricomposizione dei convogli prima dell’imbarco e dopo lo sbarco. Un traffico talmente limitato da risultare ormai residuale. Non potrebbe essere altrimenti: l’inevitabile lentezza delle operazioni e la relativa rottura di carico appesantiscono il sistema, sia in termini di tempo che, soprattutto, in termini di costo.

Proprio questo è il principale obolo che la Sicilia paga quotidianamente per un’insularità facilmente superabile, determinando quel “buco” di sei miliardi annui sottratti alle tasche dei siciliani, secondo le stime dell’istituto Prometeia. Questa “tassa” sul trasporto merci determina conseguenze nefaste per Sicilia e Calabria, tali da rendere oggettivamente impossibile rispettare la prescrizione dell’Ue di trasferire da gomma a ferro il 30% del trasporto merci entro il 2030. E il 50% entro il 2050.
Per l’incomprensibile gioia degli ambientalisti italiani, evidentemente lieti di inquinare pur di evitare la costruzione del Ponte.

Quanto esposto è un quadro ancora parziale delle conseguenze negative della discontinuità territoriale tra Sicilia ed Europa. È l’intero sistema logistico meridionale a pagarne le spese. Si pensi all’impossibilità di esercitare la funzione gateway agli scali siciliani perché il traghettamento “strozza” il flusso dei container. Rendendo irridente la definizione di “Sicilia hub del Mediterraneo”.

Porti come il Pireo, Algeciras e Valencia, che “guardano” verso Suez e il Nord Africa, analogamente a quelli del nostro Mezzogiorno, sono riusciti ad attrarre quantitativi di merci doppi o tripli rispetto a quelli di Genova e Trieste. Intorno a questi scali si va sviluppando la Logistica connessa alle nuove “catene del valore corte”, che attraendo i grandi Edc (European Distribution Centre) e la manifattura ad essi sempre più collegata, finiranno per dare un colpo mortale alla Pmi lombardo-veneto-emiliana. Un disastro economico facilmente prevedibile già anni or sono, verso il quale i governi nazionali conducono il Paese con colpevole incoscienza. 

Spagna, Grecia, Turchia, Egitto, Marocco e Cina lavorano alacremente per interfacciare i corridoi Ten-T europei con i futuri grandi assi trasportistici africani e mediorientali, che irradieranno sviluppo in territori abitati da centinaia di milioni di giovani ansiosi di crescere economicamente, socialmente e culturalmente. Ci vorranno decine di anni ma la programmazione geoeconomica va fatta ora, considerati i tempi lunghi necessari per realizzare le reti infrastrutturali necessarie.
I porti siciliani senza Ponte e quelli calabresi e pugliesi senza Av/Ac ferroviaria sono tagliati fuori da questi progetti planetari. 

Appare persino superfluo spiegare che nessun armatore, sano di mente, scaricherebbe i propri containers in un qualsiasi porto siciliano, sapendo che gli stessi dovrebbero essere re-imbarcati a Messina e re-sbarcati a Villa S. Giovanni per proseguire il loro viaggio verso l’Europa. Operazione che renderebbe impraticabile, dal punto di vista economico, questa soluzione, senza considerare le complicazioni in termini di strutture e navi da coinvolgere.

Possono comprendersi, in questo modo, le conseguenze che l’assenza del Ponte comporta non soltanto per la Sicilia, ma per l’intera Nazione, che perde l’occasione di sfruttare appieno le proprie regioni meridionali, protese come un enorme molo verso il Mediterraneo, su cui transita il 25% del traffico mondiale di containers.

La pianificazione della logistica sposata dall’attuale governo e dai precedenti, ha invece cristallizzato la sua attenzione su Genova e Trieste, destinandovi la quasi totalità dei fondi previsti del Pnrr per la portualità su tutto il territorio nazionale.

Per far piovere alcuni miliardi su Genova, l’Italia rinuncia a tentare di rivestire un ruolo chiave nell’ambito del sistema mediterraneo, condannando all’irrilevanza aree potenzialmente straordinarie come Augusta, Gioia Tauro e Taranto. Scali che – inseriti in un contesto locale ricco di opportunità (nuove Zes) – potrebbero generare un enorme valore aggiunto sia in fase di realizzazione che in esercizio. Valore aggiunto che, senza Ponte, resterebbe in buona parte inespresso. 

Ancora una volta, quindi, ci rendiamo conto di quanto assurdo e miope sia il benaltrismo del “prima le strade” o “prima le ferrovie” se non addirittura “prima i porti del Nord”. Perché tali infrastrutture hanno un senso soltanto se danno continuità al sistema infrastrutturale continentale. Condizione molto, ma molto più importante di quanto non si creda. 

Ciò che sorprende è che, in un mondo che resterà globalizzato ancora per tutto questo secolo – pur se in modalità più evolute di quelle viste alla fine del secolo scorso – l’Italia non riesca a cogliere l’importanza della connettività e qualcuno arrivi a considerare l’isolamento come un valore da mantenere. Un’idea che sta scavando la fossa alla Sicilia, coinvolgendo, come abbiamo visto, l’intero Paese. (rdm)

(Roberto Di Maria è ingegnere dei Trasporti)

BENVENUTI AL SUD, L’ELDORADO IGNORATO
MA CHE FA GOLA AI POLITICI QUANDO SERVE

di ORLANDINO GRECO – Sta per terminare l’ennesima “discesa al Sud” dei cosiddetti leader nazionali dei partiti politici. Siamo nelle battute conclusive di una campagna elettorale che mai come stavolta non ha suscitato l’entusiasmo e la speranza dei calabresi a causa non solo di una legge elettorale che sempre più mantiene distanti i cittadini dai propri rappresentanti ma anche di candidature blindate frutto solo del compromesso e tra dei desiderata delle segreterie romane.

Benvenuti al Sud! Terra di storia e cultura già utilizzata dagli alleati per lo sbarco in Sicilia ma incoronata dai giornali padani come terra di mafia, la più potente organizzazione criminale. Un alibi, vista la diffusa illegalità presente in tutto lo Stivale, per non investire al Sud, non fare infrastrutture e sottrarre risorse.

Benvenuti al Sud! Vi siete inventati il Nord come “locomotiva” dell’economia nazionale per mettere il Sud agli ultimi vagoni con l’assistenzialismo clientelare, generatore di quel serbatoio di voti ricattabili che fanno la gioia e il risultato di classi politiche diversamente ineleggibili.

Benvenuti al Sud! Dove i treni viaggiano in una sola direzione, verso il Nord, portando via migliaia di giovani ogni anno. Siamo le regioni del reddito di cittadinanza per eccellenza, geniale intuizione per un consenso permanente, punto di orgoglio del partito del “vaffa”, il quale ha dimostrato che, pur essendo maggioranza relativa in parlamento, non si può governare se sono l’inadeguatezza e l’approssimazione a connotare il nuovo che avanza.

Benvenuti al Sud! Nelle regioni della Spesa Storica, espediente politicamente scorretto, complici i governi nazionali di ogni colore politico, per sottrarre al Sud risorse destinate ad asili nido, trasporti, fasce deboli e welfare. Ideato da menti raffinate e ciniche per sottrarre scientificamente risorse al Sud e tenerlo in una condizione di bisogno e, quindi, di subalternità. La stessa subalternità dell’assordante silenzio che ha caratterizzato sul tema la nostra deputazione, spesso prone ai diktat romani al fine di assicurarsi un posto al sole nelle prossime elezioni politiche.

Benvenuti al Sud! Dove ad accogliervi per come meritereste non possono esserci i nostri giovani in quanto sono, diplomati e laureati, gli emigrati di oggi, costretti ad inseguire altrove i propri sogni. Costretti ad osservare malinconicamente da lontano le regioni del Sud invecchiare e spopolare, essendo quelle con l’età media più avanzata ed un tasso di natalità sempre più basso nel Paese

Benvenuti al Sud! Dove la Calabria è  la regione del disastro sanitario per eccellenza. I vostri governi e i vostri ministri ci hanno rifilato commissari pagati a peso d’oro ma dimostratisi incapaci di gestire un sistema corporativo privo di colpevoli ma pieno di vittime: la malasanità. Versiamo ogni anno agli ospedali del Nord una cifra fra i 250 e i 300 milioni di euro, una “pacchia” come si dice in questi giorni di campagna elettorale, nel mentre gli ospedali del Sud vengono tenuti in condizioni da quarto mondo, ridotti a serbatoi elettorali e nei quali nessun medico di valore vuol venire ad operare.

Benvenuti al Sud! Venite pure a promettere il Ponte sullo Stretto e l’alta velocità ma attenzione, perché siamo poveri ma non imbelli. Torna alla ribalta politica, da Pontida, la manfrina dell’autonomia differenziata, cioè un altro espediente scorretto per negare risorse al Sud forzando la Costituzione ed il pensiero di Luigi Einaudi. Non solo.

Emergono inquietanti elementi di una scuola di pensiero secondo la quale i miliardi del Pnrr destinati alle regioni meridionali sarebbero sprecati perché i sindaci del Sud non sono capaci di progettare e aprire i cantieri. Se, invece, i miliardi vengono dirottati al Nord, si aiutano le imprese della “locomotiva d’Italia” a fronteggiare la crisi energetica e l’impatto sui costi di produzione.

Benvenuti al Sud! Questa volta, però, ci sono sindaci pronti a fare le barricate e noi con loro. Vogliamo un’Italia unita, da nord a sud, nella solidarietà e nel benessere: lavoro, istruzione, sanità, trasporti. Al Sud come al Nord. Qualche passo avanti c’è stato. Non si saltella più cantilenando: “Senti che puzza… scappano anche i cani… stanno arrivando i napoletani”. L’Italia di mezzo, divertita, rideva. Ora vengono a chiedere i voti meridionali necessari per poter governare.

Benvenuti al Sud! Godetevi questo scampolo di fine estate: il nostro mare, il “nostro” sole, i borghi, i parchi, le testimonianze della nostra storia, tutto ciò, insomma, che non avete potuto prenderci e portare al Nord. Con l’occasione visitate il Porto di Gioia Tauro, il più importante del Mediterraneo, che avete discriminato per privilegiare i porti del Nord. In termini di cultura di governo e di interesse nazionale si può essere più miopi?! Avremmo dovuto avere il rigassificatore già da anni ed oggi si litiga per Piombino.

Benvenuti al Sud! Abbiamo la certezza che, alla fine, riusciremo a fare ciò che non è riuscito a Garibaldi e Cavour e non per colpa loro: un’Italia unita, giusta, uguale da Nord a Sud, con gli stessi diritti e gli stessi doveri in una Europa che col Recovery Plan vuole finalmente mettere fine alle diseguaglianze che avete creato e alimentato per decenni, impunemente.

Alla fine, nonostante i dubbi e le ipocrisie, andremo a votare perché il voto è un diritto che va esercitato e per noi è anche un dovere costituzionale. D’altronde il Sud è anche questo, è legalità accompagnata da un alto senso delle istituzioni ma su questi temi vi è ormai una consapevolezza diffusa per la quale le sorti del Mezzogiorno sono strettamente correlate alla ripartenza del Paese.

La politica, tutta, non potrà far finta a lungo di non saperlo ma noi saremo sempre pronti a ribadirlo, nell’interesse generale.

Benvenuti al Sud! (og)

(Orlandino Greco è segretario federale del Movimento Italia del Meridione)

RISCOPERTO IL SUD PER NON PERDERE VOTI
MA I MERIDIONALI NON SONO MICA FESSI

di GIOVANNI MOLLICACrediamo non si sia mai vista, in Italia, una campagna elettorale nazionale così sgangherata e becera. Adesso che è quasi terminata abbiamo l’impressione che il merito – o, meglio, il demerito – sia soprattutto di esponenti politici di sesso maschile. 

Che hanno ecceduto in attacchi personali (il nemico fascista, traditore della Nato, temuto da Ue e americani), in proposte cialtronesche (meno tasse per tutti, aumento delle pensioni, migliaia di nuovi posti di lavoro). 

Fino ad arrivare a più o meno aperte minacce da bulli di periferia (“…dovranno buttare sangue” e “…vieni senza scorta se hai il coraggio”).

Immaginiamo lo sconforto di Draghi. Viene il dubbio che il suo No a un nuovo incarico derivi dalla triste riscoperta dell’attualità del motto mussoliniano: “Governare gli Italiani non è impossibile: è inutile”.

In questo guazzabuglio di chiacchiere senza costrutto, diviene sempre più evidente che “l’agenda Draghi” è una pura invenzione: quello che un qualsiasi nuovo governo dovrebbe perseguire è “il metodo” dell’ex Presidente della Bce: affrontare i problemi del Paese uno a uno e con serietà.

E, soprattutto, dire la verità alla gente, anche se è poco gradita. Basta con le menzogne.

Solo Meloni – forse perché donna, più equilibrata dei maschietti e meno usa alla rissa e ai toni arroganti (chiedo scusa per il femminismo d’antan) – è rimasta una spanna al di sopra di polemiche. Più squallide che efficaci. Non parliamo di “politica” ma di “buona educazione”.

È anche vero, però, che le elezioni non sono un pranzo di gala e la conclusione della campagna elettorale merita qualche ulteriore riflessione. 

Vanno analizzati con realismo e crudezza sia l’eredità lasciata dall’attuale governo che gli aspetti più “politici” del confronto, sottolineando la sospetta tempistica con la quale alcuni leader hanno affrontato problemi che riguardano la vita dei cittadini.

In altre parole, la credibilità di un’iniziativa dipende anche dal momento nel quale viene proposta: le forze politiche che pontificano sull’energia solo quando appare imminente il suo razionamento sono poco affidabili, soprattutto se hanno ignorato il tema per anni. 

Magari irridendo con l’accusa di “sovranismo” chi sosteneva la necessità di una minore dipendenza dall’estero.

Lo stesso dubbio nasce se si parla di Ponte sullo Stretto, da realizzare immediatamente dopo essere andati al governo. 

Quando, solo poche settimane fa, chi oggi lo promette è uscito dall’aula per non votarne l’inserimento tra i programmi urgenti dell’Esecutivo.

Analogamente, gli strenui difensori di Draghi dovrebbero avere l’onestà intellettuale di ammettere che si è circondato di Ministri e Sottosegretari culturalmente e tecnicamente inadeguati rispetto ai pesantissimi compiti che il Premier aveva loro affidato. Giovannini, Carfagna, Gelmini e lo stesso Cingolani – a nostro personalissimo parere – si sono guardati bene dall’affrontare temi fondamentali per i loro Dicasteri. Che l’abbiano fatto per ignoranza (difficile!) o solo al fine di evitare grane, poco cambia perché il loro fingere di non vedere è la negazione del “metodo Draghi” ed espone il Premier all’accusa di “doroteismo”. 

Meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

L’esempio più eclatante è la Questione meridionale che si porta appresso un’infinità di “grane” – sarebbe meglio chiamarli drammi –, impossibili da occultare sotto il tappeto di media compiacenti. Così è accaduto che a pochi giorni dal voto è emersa la prorompente crescita del M5S nel Meridione, rendendo indispensabile una reazione da parte dei partiti che perdevano vistosamente i consensi che, scioccamente, credevano acquisiti.

In epoca non sospetta avevamo detto che solo chi era convinto che gli elettori del Sud fossero idioti poteva credere di prenderli in giro a lungo e in modo così volgare; ma evidentemente l’arroganza e il cinismo dei leader politici, degli opinion maker da salotto romano e dei direttori di media asserviti ai loro editori supera le più pessimistiche congetture.

Adesso sono in molti a tentare, pateticamente, di “metterci una pezza”.

Si è improvvisamente scoperto che “L’Italia non cresce se non cresce il Sud”, dopo che, per vent’anni, sono stati ignorati gli appelli di tanti meridionalisti disperati. 

Compreso chi scrive. Ci si accapiglia sul Ponte di Messina senza capire che è la premessa dell’individuazione di aree territoriali innovative, nelle quali sperimentare il futuro del trasporto, della mobilità e dell’economia green. 

Proiettandosi verso il Mediterraneo, l’Africa (Moraci).

Altro argomento che ha dominato la campagna elettorale è il ruolo dell’Italia nell’Ue e nel sistema politico internazionale. Non certo dal punto di vista economico (come sarebbe doveroso) né in quello geostrategico (da definire urgentemente, vista la nostra posizione geografica e quanto accade nel Mediterraneo) ma esclusivamente per quanto concerne lo schieramento. 

Ricorda l’intimazione “Amiken o Nemiken?” del soldato nazista creato dal grande Bonvi. Senza accettare la geniale risposta “Semplice conoscente”. 

Un’alternativa tragica che non dovrebbe essere la premessa ma la conseguenza logica delle prime due scelte. 

L’atlantismo può benissimo convivere con la nuova globalizzazione, senza essere figlio della Guerra fredda.

Aver evitato il confronto sulle fonti energetiche, sul futuro del Sud e sull’atlantismo sono solo alcuni dei tanti temi furbescamente utilizzati per mascherare la carenza di sensibilità sociale e di una vera cultura di governo da parte dei futuri policy maker. 

Speriamo che questo sia l’ultimo Parlamento imbelle, più legato alle poltrone che ad affrontare i problemi del Paese. Un Parlamento nelle cui spire Draghi è rimasto avvinto e dai cui riti (riteniamo) non vede l’ora di scappare.

Tornando all’oggi, era facile prevedere che l’aver fatto del Reddito di Cittadinanza l’unico efficace strumento di ricerca del consenso in un terzo del Paese diverrà un elemento di stravolgimento dei risultati elettorali e nella formazione di maggioranze omogenee. 

E darà nuovo vigore a metodi di governo basati sul compromesso. Finalizzati soprattutto all’ingresso nella “stanza dei bottoni”, allo scopo di non far fare ciò che serve veramente al Paese. Speriamo di sbagliarci. (gm)

SCUOLA IN CALABRIA, SI DEVE FARE DI PIÙ
BASTA PROMESSE, SERVONO IMPEGNI SERI

di GUIDO LEONE – L’anno scolastico è ripartito in questi giorni e non c’è da stare allegri. 

La pandemia continua a condizionarci la vita e per la scuola nulla cambia. Tutto è rimasto come prima, gli stessi disagi, gli stessi problemi di prima. Niente impianti di aereazione, nessuna prospettiva di ridurre il numero di alunni per classe, inflazione alle stelle, situazione politica caotica, stipendi divorati dalle bollette senza prospettiva di adeguamento economico dignitoso. Intanto bisogna continuare ad assicurare il buon funzionamento della scuola, su uno scenario infuocato dalla guerra Ucraina- Russia dalle conseguenze devastanti per l’economia dei singoli e dello Stato.

Ma di quale scuola? 

Stanno provando a parlarne le forze politiche in questa deludente campagna elettorale in vista del rinnovo del Parlamento. Le promesse contenute nei programmi di partiti e movimenti sono numerose, molto impegnative tali da farle apparire un libro dei sogni. 

Se è vero come è vero che queste promesse evidenziano un peso finanziario non indifferente nell’ordine di  svariati miliardi di euro non compatibili con le note al  documento di economia e finanza presentato dal governo Draghi che prevede invece delle riduzioni nelle spese per l’istruzione.

La verità è che nessun partito punta sull’istruzione come motore dello sviluppo del paese ponendola al centro dell’agenda programmatica, però tutti li a far proposte per cui è molto probabile che queste resteranno soltanto delle enunciazioni.

Così come desta preoccupazione il fatto che tra i candidati dei vari schieramenti nella nostra regione nessuno si sofferma a considerare la condizione della scuola calabrese. Vai a sapere che cosa pensano i candidati della scuola, al di là delle parole d’ordine, della scuola viva, della storia della scuola e dei risultati che hanno prodotto trent’anni  e più di politiche scolastiche  condotte in modo bipartisan dai vari ministri.

La scuola di Reggio e della Calabria, intesa come strumento strategico di crescita del capitale umano in funzione dello sviluppo del territorio, non ha mai avuto complessivamente su di sé l’attenzione piena della rappresentanza politica. 

Il nostro sistema scolastico ci restituisce severi aspetti di criticità: una crisi nei risultati scolastici che si manifesta già nella scuola dell’obbligo e che fa prefigurare successivi scacchi formativi; il fenomeno dei debiti scolastici che indica un rapporto non positivo con gli apprendimenti scolastici; i dati più sconfortanti in materia di sicurezza e di adeguamento degli edifici scolastici; un forte turn-over nei comprensori decentrati:mobilità docente esasperata; la permanenza di squilibri territoriali con molti comuni tagliati fuori dall’offerta formativa extra-curricolari per mancanza di servizi, inadeguata integrazione tra sistema dell’istruzione e della formazione professionale; inesistente il dialogo tra mondo della scuola e delle imprese. 

E questo solo per citare alcuni aspetti senza pensare che la Calabria sta ancora pagando lo scotto di discutibili processi di dimensionamento che non hanno tenuto conto delle peculiarità territoriali, dei bisogni formativo/educativi di determinate aree a rischio della regione, non razionalizzando i processi di accorpamento delle singole scuole in termini di moderna consortilità intercomunale, come avviene per altro genere indispensabile di servizi alla comunità.

In conclusione, le prove invalsi del 2022 confermano l’arretramento ulteriore degli apprendimenti degli studenti calabresi a tutti i livelli rispetto al periodo pre-pandemia: è un problema grave, che rischia di compromettere il futuro di questa generazione. 

Alla preoccupazione suscitata dai test negli ultimi anni, però, non ha fatto seguito una seria azione di recupero a livello regionale. Si può solo sperare che questo ulteriore campanello di allarme sulla perdita degli apprendimenti causata dalla pandemia, che ha pesantemente aggravato una situazione già prima insoddisfacente, sia seriamente affrontata a livello di governo nazionale e regionale e dal mondo della scuola.

È sul territorio, dunque, che si misura la capacità della politica ad affrontare i nodi strutturali di un sistema scolastico come il nostro che manifesta altre criticità ormai consolidate che vanno dagli alti tassi di dispersione, all’analfabetismo primario e di ritorno, alla cultura della illegalità peraltro molto diffusa.

Ma, calandoci nel nostro territorio, quello che ci interessa sapere di più è cosa intendono fare i  candidati al Parlamento dei vari partiti per i prossimi cinque anni. Sapere cosa ne pensano del sistema scolastico e universitario ai fini dello sviluppo della nostra regione, quale scuola vogliono per le nuove generazioni.

E siccome abbiamo detto che su questo versante tutto tace suggeriamo noi alcune domande: quale scuola per le nuove generazioni? Come tornare a investire sulla scuola per renderla al passo con le sfide del XXI secolo e per il raggiungimento degli obiettivi comuni dell’Ue? 

Quale docente? Quali competenze, percorso di formazione, percorso di carriera? Quale stato giuridico? Quale riconoscimento economico? Quale rivalutazione sociale? Quali proposte per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche?

Esiste una questione meridionale sulla formazione? Esiste un ritardo nello sviluppo della nostra regione alimentato anche da inadeguate e lacunose  politiche educative?

Insomma, il futuro della nostra regione e del Paese passa per i banchi di scuola. È così difficile capirlo? (gl)

L’INFELICE SOLITUDINE DEL CAPOLUOGO:
PERCHÉ CATANZARO È COME TRASPARENTE

di SERGIO DRAGONE – Catanzaro è sola. Una solitudine dimessa e malinconica, quasi rassegnata. Non la solitudine orgogliosa di chi è al comando e mette nel conto ostilità e invidie.

 Antonello Venditti, in una delle sue tante canzoni dedicate all’amata Roma, scrive “certo i nemici non le mancheranno mai”. 

Per Catanzaro è diverso. La sua solitudine è frutto di un processo lento e inesorabile che oggi la porta ad essere un “Capoluogo trasparente”, privo di rappresentatività, non riconosciuto dalle altre Città che, anzi, ormai ne mettono apertamente in discussione il ruolo. 

Non è riconosciuta da Reggio Calabria dove mai si è realmente chiusa la ferita del 1970. Non è riconosciuta dall’ambiziosa Cosenza, da sempre orgogliosamente autodefinitasi l’ “Atene della Calabria” e fucina di grandi leadership politiche. 

E perfino la giovane (è nata appena 54 anni fa) Lamezia Terme, forte della sua posizione e dei suoi enormi spazi, non fa mistero delle sue ambizioni e della sua insofferenza verso il Capoluogo.

Della crisi di rappresentatività politica mi sono già occupato un anno fa, all’indomani delle elezioni regionali che hanno assegnato a Catanzaro un solo consigliere regionale, fatto mai accaduto nella storia. 

Una situazione che, se vogliamo, si è ulteriormente aggravata, visto che Catanzaro eleggerà tra qualche giorno solo un parlamentare sui 19 spettanti alla Calabria.

Catanzaro è sempre più sola e lo dimostrano due questioni che hanno fatto discutere in questi giorni. 

La prima è la polemica suscitata dalla proposta – a mio parere fin troppo timida e perfino timorosa di non suscitare permalosità – del sindaco Fiorita di aggiungere il nome di Catanzaro a quello di Lamezia Terme nella denominazione ufficiale dell’aeroporto internazionale. 

La violenza della reazione che si è avuta a Lamezia Terme e la valanga di insulti che ha colpito il primo cittadino del Capoluogo, con tanto di striscione esposto sulla statale, dimostra che l’intenzione unificante di Fiorita è stata stracciata senza pietà. 

Ci sarà da lavorare su questo perché – come ha detto lo stesso sindaco di Catanzaro – la saldatura dei destini delle due Città è un processo irreversibile e che prescinde dai campanilismi e dalle classi dirigenti.

L’altra questione è la duplicazione della Facoltà di medicina, antica aspirazione della classe politica cosentina. Ebbene, senza il primato dell’unica Facoltà di medicina della Calabria, l’UMG – che già non brilla come performance, a giudicare dalle varie graduatorie nazionali – perderà ogni attrattività. 

È evidente che le maggiori responsabilità di quanto sta accadendo sono dei vertici dell’UMG, assolutamente disinteressati ai destini della Città, che hanno aperto, senza valutarne le conseguenze, alla possibilità di introdurre studi medico-scientifici ad Arcavacata. 

Ma colpisce molto l’atteggiamento sornione del presidente della Regione, Roberto Occhiuto – che è un politico molto abile e pragmatico – nel momento in cui benedice di fatto l’operazione, bollando le resistenze di Catanzaro come forme di campanilismo. 

D’altronde, lo stesso Occhiuto, interrogato sulla diatriba sul nome dell’aeroporto, aveva liquidato tutto con una battuta: “Si chiami aeroporto Pippo o Topolino, a me interessa potenziarlo”. Ineccepibile sotto il profilo amministrativo e di governance, discutibile sotto quello politico con una rappresentazione disneyana del ruolo del Capoluogo.

E allora, se già il primo inquilino della Cittadella mette in discussione, sia pure in modo garbato e all’interno di un ragionamento più ampio, il ruolo di Catanzaro, possiamo ben dire che il processo di isolamento del Capoluogo “trasparente” è praticamente completato.

La storia dei prossimi anni, forse decenni, ci dirà se questo processo è irreversibile. 

Non sarà facile senza rappresentatività politica. 

Un solo consigliere regionale e un solo deputato, per quanto validi, potranno fare ben poco, sovrastati numericamente dai rappresentanti delle altre Province. 

Solo per fare un esempio, la piccola Vibo Valentia potrà contare su tre consiglieri regionali, un deputato e forse un senatore.

La croce toccherà al sindaco Nicola Fiorita che dovrà tentare di ricucire rapporti geopolitici, tessere alleanze, riaffermare le prerogative del Capoluogo sapendo che si troverà davanti un muro. 

Dovrà usare intelligenza e cultura, che non gli mancano, ma anche l’arte della diplomazia e della mediazione.

Mi auguro che non sarà solo, a sua volta, in questo compito.

 Che io ritengo davvero arduo.

Ma deve tentare, osando di più, librandosi sulle piccole beghe comunali, proponendosi come elemento di equilibrio in una Regione attraversata da continui fermenti.

Nella Calabria dei mille campanili, le tensioni tra i territori sono destinate ad aumentare e quindi Catanzaro, recuperando la sua dimensione di Città “gentile” (rubo il claim al professore Valerio Donato), potrebbe essere un elemento di mediazione imprescindibile. 

Come nei decenni passati, quando le frizioni tra i territori portavano le forze politiche a puntare su presidenti di Regione catanzaresi, come Ferrara, Dominijanni, Olivo, Veraldi, Rhodio, Nisticò, Chiaravalloti, Loiero. 

Si può dire che con il mandato di Agazio Loiero (2005-2010) si è chiusa l’era della centralità politica di Catanzaro. 

La speranza è che se ne apra una nuova, non sappiamo quando.

Ma per ora siamo solo un Capoluogo “trasparente” a cui i nemici non mancheranno mai. (dg)