SIGNORILE: IL NO AL PONTE SULLO STRETTO
CI È COSTATO ALMENO 8 MILIARDI L’ANNO»

di SERGIO DRAGONE – «Io sono convinto che il Ponte sullo Stretto si farà, prima o poi, perché è la logica della convenienza ad imporre tale scelta. Non farlo sarebbe un suicidio, non solo e non tanto per Calabria e Sicilia, quanto per il Mezzogiorno, il Paese e per l’intera Europa». Claudio Signorile, ministro dei trasporti dal 1982 al 1987, è da sempre uno strenuo e netto sostenitore del Ponte sullo Stretto. Non a caso. A lui si deve nel 1985 la firma della concessione alla Società Ponte di Messina. «Sì – ricorda – c’era Bettino Craxi presidente del Consiglio e Nicolazzi era ministro dei lavori pubblici. Fu il primo passo, importante, ma quanto tempo si è perso».

Claudio Signorile è ancora oggi una delle personalità più significative del Meridionalismo, di cui ha una visione moderna e attuale, proiettata verso il futuro in un’ottica internazionale.

– Professor Signorile, da dove nasce questo suo ottimismo al punto da affermare che il ponte si farà ?

«Il mio non è ottimismo. È una netta convinzione che ho solo rafforzato negli anni. Sarà la convenienza generale dell’Europa a dettare la costruzione del ponte, superando resistenze e tentennamenti. Il ponte si farà. L’ordine del giorno approvato dalla Camera con cui s’impegna il Governo a reperire le risorse è un passo importante. Ma bisogna fare presto e bene».

– Cosa direbbe ad uno scettico per convincerlo a sposare la causa del ponte?

«Gli direi innanzitutto che il Ponte non è solo un ponte. Sembra una banalità, ma non è così. Il Ponte come io lo immagino è un sistema complesso, infrastrutturale, economico e sociale che determinerà straordinari effetti positivi sull’intero Meridione. Non è solo un ponte perché sarà il centro di complesse relazioni economiche, politiche e sociali nel cuore del Mediterraneo. Io insisto sulla visione mediterranea perché l’area è crocevia di culture e interessi economici, nonché l’area in cui si registrerà in futuro uno dei più alti tassi di sviluppo».

– Calabria.Live ha aperto un dibattito su un aspetto trascurato, il valore simbolico dell’opera.

«È un’intuizione giusta la vostra, che condivido pienamente. Aggiungerei però all’aspetto simbolico anche il valore identitario del ponte. Identitario di un Meridione che abbandona l’isolamento e si tuffa senza paura nel futuro. Capisco la gelosia con cui i siciliani custodiscono la loro cultura isolana, ma bisogna avere il coraggio di affrontare nuove sfide, di guardare nuovi orizzonti. Ma come si fa a non vedere i vantaggi derivanti dal ponte? Con l’alta velocità il porto di Augusta, faccio solo un esempio, si collegherà rapidamente al porto di Amburgo, nel cuore dell’Europa, aprendo tante prospettive».

– Nell’intervento con cui ho aperto su Calabria.Live il dibattito sul Ponte sullo Stretto l’esempio del ponte sull’Øresun, in Scandinavia. Lo ritiene calzante?

«Assolutamente si. L’Øresun è la dimostrazione del potere rivoluzionario che un’opera del genere può sprigionare. Voi avete sottolineato che l’Øresun ha generato risorse per 12 miliardi di euro in dieci anni contro i 4 miliardi necessari per la sua costruzione. Ebbene, Il Ponte sullo Stretto, per la sua capacità di proiettarsi nel centro del Mediterraneo, avrà un potere ancora più forte, recuperando in un arco temporale relativamente breve il costo iniziale. Sapete quanto è costata all’Italia la mancata realizzazione del Ponte sullo Stretto? Almeno 8 miliardi all’anno. Un’enormità, un autentico suicidio».

– Professor Signorile, lei ostenta ottimismo, ma avrà pure qualche elemento di preoccupazione?

«Sono preoccupato dei tempi, del rischio che si perdano le nuove opportunità derivanti dalla ripartenza economica europea. Sono preoccupato dalla lentezza con cui avanza la consapevolezza dell’estrema utilità dell’opera. I siciliani sono un po’ indietro. I calabresi, anche grazie a dibattiti come questo, cominciano a riflettere seriamente. Ma non si possono rinviare le decisioni all’eternità.Le due Regioni direttamente interessate mi sembra abbiano un atteggiamento timido. Sono convinto però che siamo alla vigilia di decisioni importanti. Il ponte si farà». (drs)

ALLARME COVID, AL VOTO IL 26 SETTEMBRE
NON SI PUÒ RISCHIARE RINVIO A PRIMAVERA

di SANTO STRATI – L’arco temporale fissato a suo tempo tra il 15 settembre e il 15 ottobre per l’election-day che dovrebbe riguardare anche il voto regionale calabrese si sta drasticamente assottigliando con l’avanzare del pericolo di nuove varianti e l’incremento costante di contagi. Al Ministero dell’Interno stanno, difatti, vagliando l’ipotesi di anticipare al 26 settembre rispetto alla data ottimale prevista per il 10 ottobre: sono due settimane che possono risultare significative in caso di una nuova ondata post-vacanziera di covid-19. Anzi, una prima ipotesi ventilava la data del 19 settembre, ma giacché a Roma i rientri dalla vacanze tradizionalmente si concludono non prima del 10 settembre, è sembrato un azzardo convocare i comizi elettorali a così poca distanza dal “ritorno al quotidiano”. Se così sarà, dovrà prenderne atto il presidente facente funzioni Nino Spirlì che entro il 25 agosto dovrà indire i comizi elettorali e fissare la data del 26 settembre. È fin troppo evidente che la Calabria non è in grado di sopportare alcun altro rinvio, tipo se ne riparla in primavera: la Regione dev’essere governata nella pienezza delle funzioni (da destra o da sinistra, lo decideranno gli elettori) e non si pensi di prolungare una situazione ormai al collasso.

Un anticipo, anche in questo caso, di quindici giorni, che non sono da sottovalutare a fronte di una campagna elettorale che ogni giorno riserva nuovi colpi di scena. In due settimane si fanno e si disfano accordi che sembravano inossidabili, si cementano nuove intese, si rompono rapporti. E quest’ultimo sembra sarà lo sport più voga quest’estate, visto che la composizione delle liste, in tutti gli schieramenti, ad esclusione di quello civico di Luigi De Magistris, sta compromettendo amicizie di lunga data e favorendo vicinanze insospettabili. Non avviene in casa De Magistris perché, per la maggior parte si tratta di neofiti del voto (ad esclusione dell’ex pd Giudiceandrea) che hanno poco da litigarsi: l’entusiasmo della partecipazione è una sufficiente prebenda per l’impegno di mettersi in lista. Al contrario, a destra e sinistra con i rispettivi centri c’è aria di bufera tra gli uscenti che “pretendono” di essere riconfermati (se convinceranno gli elettori, naturalmente), quelli rimasti fuori nella passata tornata elettorale del 26 gennaio 2020, e il cosiddetto nuovo che avanza, ovvero la truppa dei nuovi arruolati che, inspiegabilmente, è convinta di avere migliaia di voti dalla loro parte.

La visita-lampo di Enrico Letta che, di fatto, inaugura la campagna elettorale del centrosinistra calabrese (quale?) non riteniamo porterà segnali di pace né tantomeno sarà d’aiuto alla neo-candidata Amalia Bruni che raccoglie, in maniera quasi paritaria, sorrisi e malumori in una sinistra che continua a non riconoscersi nell’attuale commissariamento di Stefano Graziano, ultimamente supportato dal neocommissario di Cosenza Francesco Boccia. Un’accoppiata che continua a suscitare maldipancia in lungo e in largo e non lascia intravvedere grandi spazi di manovra per una coralità d’intenti «contro le destre». Quest’ultimo leit-motiv avrebbe senso se, per pura combinazione, il segretario dem riuscisse in una doppia missione impossibile: prima di tutto sbarazzarsi della intoccabile coppia Boccia-Graziano (con le ovvie conseguenze a via del Nazareno, in direzione) e quindi trovare l’intesa con De Magistris per presentare una coalizione apparentemente unitaria, alla quale Mario Oliverio non potrebbe fare più l’annunciata guerra. Oliverio ha provato in tutti i modi di avere un abbocco con il segretario dem, ma ogni tentativo è risultato vano, tanto che l’ex presidente ha lanciato provocatoriamente le sue liste e la sua candidatura che equivale a un drenaggio sicuro di voti a sinistra. Con il pretesto del libro di Drosi, Mario Oliverio ha lanciato una campagna elettorale sui generis, dove appare come il padre della patria, ovvero il padre nobile di una sinistra abbandonata, trascurata e vilipesa da Roma, e quindi l’unico in grado di convogliare gli smarriti compagni verso una meta comune. Nell’ipotetico quanto pressoché improbabile (ma non impossibile) accordo Letta-De Magistris, la posizione di Oliverio, indubbiamente, non potrà restare ingessata, in cambio di qualche generosa disponibilità. Allo stato attuale, Oliverio ha la forza di mandare in Consiglio regionale almeno due suoi rappresentanti che, in caso di corsa solitaria, andrebbero a costituire elementi di spicco della minoranza, ma il problema è che Oliverio dovrebbe “accontentare” più dei due papabili consiglieri che le sue liste potrebbero ottenere e le scelte obbligate (con relative esclusioni) alimenteranno nuovi dissapori e nuove lacerazioni a sinistra. Dall’altra parte, De Magistris potrebbe accettare di “sacrificarsi” in nome di una “legittima battaglia unitaria contro le destre”, ma dovrebbe uscirne da quasi vincitore: un incarico istituzionale di peso (ci sono circa 600 nomine di organismi pubblici da rinnovare), ma soprattutto un’opzione di peso in regione: difficilmente accetterà il sindaco di Napoli di mettersi da parte a favore della Bruni, chiederà, forte della valenza dei consensi che apparentemente porta in dote, una figura “nuova” che superi la logica del “nominato/a” ma risponda a un consenso espresso dal territorio (primarie?). E qui ritorna in primo piano Anna Falcone, la battagliera avvocata cosentina che sta conducendo un’indovinata campagna elettorale a favore di De Magistris con la sua Primavera della Calabria. Potrebbe essere la figura nuova su cui puntare o, in subordine, una vicepresidente espressione del territorio. In tale situazione – molto fantascientifica, sia chiaro – Germaneto si tingerebbe di rosa, in caso dell’insperata vittoria della sinistra: la Calabria sarebbe la prima Regione italiana guidata interamente al femminile.

Intanto, si preparano i probabili futuri “reggenti” dei dem calabresi: il deputato Nicola Carè (eletto nella circoscrizione Africa, Asia, Oceania, Antartide) con toccata e fuga dai dem a Italia Viva e ritorno e Luca Lotti (dem, fintamente ex sodale di Matteo Renzi). Qualunque soluzione, allo stato attuale, potrebbe offrire qualche seria opportunità di rifondare il partito in Calabria. È particolarmente rilevante che Carè voglia tornare in Calabria a occuparsi del territorio e “ricostruire” il partito. È il momento del ritorno alla “terra dei padri” e il deputato calabro-australiano, originario di Guardavalle (CZ), potrebbe rappresentare un’interessante novità per rivitalizzare una sinistra avvilita, stanca e demotivata. Apprezzato a Roma, avrebbe qualche possibilità di successo nel lavoro di coesione e ricucitura dei tanti strappi della sinistra.

Se Atene piange, Sparta non ride. Così, il sale grosso sparso a piene mani da Giorgia Meloni, dopo la delusione del CdA Rai, nei confronti della “vittoriosa” coalizione di centro-destra in Calabria, rimettendo in discussione la scelta di Roberto Occhiuto a candidato Governatore, non fa salire la pressione alla Lega che, in Calabria, nonostante gli sforzi e le transumanze in vista, vede decrescere ogni giorno i consensi. Wanda Ferro, clamorosamente battuta da Oliverio nel 2015, pensa sempre alla rivincita e si tiene pronta a qualsiasi evenienza, o almeno lo lascia intendere, perché a destra tutti sanno che, in realtà, le minacce della Meloni hanno un solo obiettivo: ridimensionare ulteriormente il peso della Lega in Calabria e conquistare ampi spazi di territorio fino a insidiare agli azzurri il ruolo di partito più votato. Per la verità, c’è anche un altro fine nella speciosa dichiarazione di “guerra” alla coalizione, ovvero un avviso di sfratto “mascherato” al vicepresidente Spirlì che ha ricevuto il mandato direttamente da Salvini (e sono due!). Spirlì non piace a gran parte della coalizione ed è malsopportato dai fans di Occhiuto, i quali hanno dovuto, al pari del candidato presidente, accettare l’imposizione del bis di Spirlì alla vicepresidenza. Spirlì, naturalmente, ha declinato qualsiasi invito a candidarsi e sondare di persona il consenso a suo favore (chi glielo fa fare?  Il rischio di flop è molto ampio…) e conta di tornare “regnare” in quel di Germaneto per grazia e volontà di Salvini.

L’avviso di sfratto ha naturalmente un concreto aspirante: l’attuale assessore al Lavoro e al Turismo Fausto Orsomarso. Sarebbe lui la merce di scambio per il ritiro delle minacce della candidatura disfattista di Wanda Ferro. Orsomarso è più che convinto delle ottime chances di successo di tale opzione e sta ipotecando la poltrona di vice all’ottavo piano di Germaneto. Al facente funzioni – al quale toccherà indire le elezioni che sanciranno la fine del suo interregno – probabilmente andrebbe un assessorato minore, sempre in base ai voti raccolti dalla Lega in Calabria e sempre che non ci siano sorprese sulla pressoché sicura vittoria di Occhiuto. Si accettano comunque scommesse. (s)

LO SCANDALO DELL’AEROPORTO DI REGGIO
PICCOLI AGGIUSTAMENTI, NESSUN RILANCIO

di SANTO STRATI – Sono trascorsi due anni dalla pomposa e superba presentazione dell’arrivo di 25 milioni per l’Aeroporto dello Stretto, frutto di un’abile mossa del deputato reggino Francesco “Ciccio” Cannizzaro nel tradizionale assalto alla diligenza della legge finanziaria. Un emendamento subito passato col risultato – straordinario – di avere una paccata di milioni immediatamente disponibili. Peccato che alla orgogliosa soddisfazione dell’allora presidente Sacal (la società che ha preso in gestione i tre aeroporti calabresi)  Arturo De Felice e di Ciccio Cannizzaro, siano seguiti due anni di vuoto totale, per scoprire, a qualche settimana dal secondo anniversario del proclama, che sono stati programmati solo piccoli, modestissimi, interventi di manutenzione che non serviranno certo a far rilanciare lo scalo. Ma se la Sacal – che continua a non voler rendere pubblico il piano industriale – ha delle evidenti e pesanti responsabilità, forse sarebbe il caso di rinfacciare alla Città Metropolitana di Reggio un atteggiamento di remissiva indifferenza, quasi a tenere lontano un fastidioso problema. Cosa ha fatto e cosa sta facendo la Metrocity per la popolazione della provincia reggina (e i dirimpettai cugini messinesi che ne trarrebbero vantaggio)? Poco, pochissimo, con scarsa attenzione a un problema enorme: che senso ha il progetto turistico della MetroCity se viene a mancare l’aeroporto? Come si può continuare a ignorare che l’azione della Sacal è stata unicamente rivolta a far crescere il traffico aeroportuale di Lamezia, trascurando sia Crotone sia Reggio, dimenticando l’obiettivo primario che era quello di fare rete tra i tre scali in modo da ottimizzare risorse, traffico e occupazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Aeroporto dello Stretto non genera traffico perché i passeggeri vengono demotivati da orari impossibili, la struttura è obsoleta, l’intero impianto aeroportuale è vecchio e, soprattutto, incoerente con il progetto del Parco lineare Sud che la Città di Reggio sta portando avanti. In particolare, andrebbe rivista la collocazione dell’aerostazione in prossimità della stazione ferroviaria (ora in disuso) che potrebbe costituire un punto di snodo rilevante nella mobilità da e verso l’aeroporto.

Nelle passate settimane c’è stato uno scambio epistolare tra il presidente della Sacal Giulio De Metrio e il sindaco Giuseppe Falcomatà. De Metrio contestando notizie «ingenerose e fuorvianti» sulla Sacal aveva affermato nella sua lettera che «per esperienza di settore ero e sono convinto che l’aeroporto abbia significative potenzialità di traffico inespresse, che è venuto il momento di cogliere dopo anni di incuria» e indicato le prime aree di intervento: «rimozione delle limitazioni operative, che in tutti questi anni hanno tenuto lontane dall’aeroporto le compagnie aeree più performanti e con prezzi al pubblico competitivi; riqualificazione delle infrastrutture aeroportuali, inserite in un quadro paesaggistico con pochi rivali al mondo, ma ridotte nel tempo in uno stato indecoroso; stimolo alle compagnie aeree a volare nel nostro aeroporto; attivazione di accessibilità su gomma, ferro ed acqua all’aeroporto, al momento lontana da un livello accettabile; promozione del decoro e dei servizi urbani intorno all’aeroporto (e direi anche in città) oggi molto migliorabili se si vogliono attrarre sia turisti che businessman; promozione e sviluppo del territorio, con una discontinuità visibile in campo culturale, sociale, turistico, economico».
C’è da sottolineare che per atterrare a Reggio è necessaria una particolare abilitazione dei piloti che le società di trasporto aereo si guardano bene dall’attivare (bisogna spendere qualche soldo) ed è questa una risibile scusa per motivare l’assenza dallo scalo di numerose compagnie. In realtà non servirebbe molto se la Regione (o la Città Metropolitana) volessero investire offrendosi di pagare la formazione “aggiuntiva” abilitante ai piloti delle varie RyanAir (per fare un esempio), ma è che manca proprio una visione strategica dell’utilizzo dello scalo. Solo i cittadini di Reggio e di Messina hanno chiaro cosa costa l’Aeroporto che non vola, in termini di tempo, di mobilità, di servizi.

La Sacal, assegnataria del bando unico voluto da Mario Oliverio, è una società a capitale misto pubblico-privato, ma non è presente in alcun modo nella compagine societaria né il Comune di Reggio né la MetroCity. Si allargherà il capitale ad altri soci? Adesso che la Sacal ha una forte crisi di liquidità (con iniezioni di fondi freschi garantite dalla Regione) sarebbe un’operazione di dubbia valenza finanziaria. E allora si dovrebbe ricorrere a chiedere alla Sacal la rinuncia a gestire lo scalo reggino e provvedere a un nuovo bando. Ma è pura illusione. Basta scorrere le note scritte da De Metrio a Falcomatà: «Torno a notare però con dispiacere che, anche dal suo staff e non è la prima volta, vengono diffuse notizie che mal si conciliano con quanto avviene tra di noi. Sarei stato… convocato, messo in mora, audito da comitati, pressato, invitato a maggiore incisività, e…chissà quant’altro? Si fa leva su progettualità sicuramente disinteressate che sbocciano simpaticamente gratis e fuori tempo massimo con tutto il corredo di valorizzazioni. Nulla di tutto ciò è avvenuto in mia presenza. Quando ho ritenuto, mi sono cortesemente reso disponibile, contando sulla correttezza dei rapporti, e non immaginando la diffusione di informazioni strumentali.

«Nonostante la crisi epocale – ha scritto De Metrio al sindaco di rReggio –, SACAL si è impegnata e continua a farlo senza sosta dal primo giorno nello sviluppo del sistema aeroportuale calabrese ed in particolare dell’Aeroporto dello Stretto, attraverso iniziative industriali e rapporti con interlocutori opportuni, fuori da sterili campanilismi, anzi cercando di curarli quando possibile. Mi auguro che i rapporti con gli stakeholder continuino a svilupparsi positivamente, così come sono cominciati, nella convinzione che si comprenda che non esistono bacchette magiche che risolvano problemi con radici lontane, che non esistono giudici e giudicati, ma solo attori che devono incidere in modo sistemico ognuno nel proprio ambito per avvicinare la Calabria al mondo».

Belle parole che confliggono con la scelta dei “piccoli” interventi di manutenzione predisposti con i famosi 25 milioni della Finanziaria. Progetti che non convincono il viceministro alle Infrastrutture, il leghista  Alessandro Morelli, il quale è in visita a Reggio in questi giorni. Morelli  ha espresso a nome del Ministero le sue perplessità: «ho visto un elenco di 9 piccoli progetti che dubito seriamente possano servire a rilanciare lo scalo reggino. Come già detto in più occasioni, l’obiettivo condiviso da istituzioni, società di gestione ed ente controllore deve essere migliorare l’accessibilità all’Aeroporto di Reggio Calabria per renderlo appetibile e competitivo a livello nazionale e internazionale. Questo significa garantire un accesso ferroviario diretto possibilmente all’interno dell’aerostazione, implementare le attuali linee viarie di accesso, e sviluppare i collegamenti via mare tra Messina e l’Aeroporto dello Stretto. Ci sono ben 25 milioni di euro a disposizione da quasi 3 anni: è bene che siano impiegati, in modo virtuoso, per rendere possibili soluzioni di questo tipo, e non per interventi di dubbia rilevanza, peraltro con l’esborso di ingenti quantità di denaro pubblico».

Il viceministro Morelli ha anche fatto presente di voler predisporre un tavolo tecnico «con tutti gli attori interessati, per ragionare su interventi seri atti a migliorare l’accessibilità dell’Aeroporto, utilizzando le risorse già disponibili e stanziandone delle altre se necessario».
Una società privata ha presentato un progetto per il rifacimento dell’intera area aeroportuale con una spesa complessiva di 32 milioni, ovvero appena 7 in più rispetto a quelli disponibili per “reti da pollaio e nuova pavimentazione col linoleum dell’aerostazione” (come qualcuno ha definito gli interventi previsti). Pensate che qualcuno abbia voluto analizzare, valutare o discutere questo progetto? La risposta è ovvia. Inutile chiedersi perché Reggio (ma tutta la Calabria) non riesce – è il caso di dirlo – a decollare. (s)

PNRR, CALABRIA: ILLUSIONI E PROMESSE
80% AL NORD E SOLO 20% AL MEZZOGIORNO

di SANTO STRATI – A conti fatti, l’«equa» ripartizione delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vedrà assegnare l’80% al Nord e un misero 20% al Sud. Altro che superamento del divario economico, territoriale, culturale, sanitario, industriale, etc: qui si tratta proprio di sottrazione autorizzata di risorse ai danni delle popolazioni meridionali, con un’evidente ripresa anche dell’emigrazione “povera” verso le regioni ricche. Non solo fuga di cervelli, inevitabile vista la mancanza di opportunità e di occasioni di lavoro per i nostri laureati e ricercatori che si formano a Cosenza, Catanzaro, Reggio (tre Atenei che hanno dimostrato di saper “produrre” eccellenze), ma anche il richiamo di manovalanza dal Sud (muratori, elettricisti, carpentieri, etc) necessaria al Settentrione per realizzare infrastrutture, ospedali, scuole, edifici pubblici, impianti di pubblica utilità etc. Visto che saranno insufficienti le forze lavoro dei migranti che sono già integrati nel processo produttivo e industriale del Nord, secondo alcune stime saranno almeno 500mila i giovani che il Recovery Plan costringerà a lasciare il Sud nei prossimi sei anni (quelli della durata del piano). Ai quali, per la cronaca, è bene sottolineare, andrà aggiunta l’emorragia giovanile dal Sud degli ultimi venti anni: un milione e mezzo. L’equivalente di una città come Milano, due terzi di una regione come la Calabria. Di cosa stiamo ancora a discutere?

Al Sud, se si esclude l’ipotesi Ponte sullo Stretto, per la cui realizzazione (?) al primo anno ci potrebbero essere 25mila nuovi posti di lavoro, non s’intravvedono grandi opportunità di occupazione. Del resto se la ripartizione delle risorse finanziarie rimane quella da più parti messa in evidenza (a partire all’economista pugliese Vincenzo Viesti che per primo ha lanciato l’allarme) c’è poco da illudersi: 175 miliardi andranno al Nord, 35 miliardi al Sud, con buona pace della ministra per il Sud Mara Carfagna che con un emendamento ha fatto portare la quota minima delle risorse destinate alle regioni meridionali dal 34 al 40%. La matematica non è un’opinione: se fosse realmente il 40%, il Sud avrebbe oltre 80 miliardi a disposizione, come si arriva a 35? Ovvero meno della metà? E pensare che, sulla carta, appaiono “appena” 22 dei 35 miliardi stimati.

Qualcosa, evidentemente non torna. L’autonomia differenziata richiesta a gran voce da Lombardia, Veneto ed Emilia, cacciata fuori dalla porta, rientra in maniera furba dalla finestra. E se della Calabria – come, purtroppo, abbiamo scritto fin troppe volte – non interessa niente alla politica romana, diversa è la situazione dell’intero Mezzogiorno, ovvero di un terzo d’Italia che si sente “dimenticato” e trascurato. E ha un bel ripetere l’ex premier Giuseppe Conte che «se non parte il Sud non parte l’Italia»: da buon meridionale, però ormai integrato nel Palazzo, sa bene che le intenzioni e le promesse portano consenso anche se poi non vanno a termine. E così sta accadendo.

Ecco perché la manifestazione di ieri dei tantissimi sindaci della Rete Recovery Sud accorsi in piazza Montecitorio a Roma, pur essendosi rivelata un flop di presenze, assume il tono di un preavviso chiaro al Governo di Mario Draghi. Non ci può essere sviluppo se non vengono attuate le condizioni minime per superare il divario sempre più forte tra Nord e Sud.

Ernesto Magorno con alcuni sindaci alla manifestazione del 21 luglio

Unico parlamentare calabrese presente il sen. Ernesto Magorno che è anche sindaco di Diamante (CS), il quale ha sottolineato a Calabria.Live che è tempo che la rete dei sindaci del Recovery Sud cominci a fare sul serio, facendosi sentire nelle stanze del potere. E gli altri parlamentari calabresi? E i sindaci della Calabria? Scarsa organizzazione per quanto riguarda i sindaci (ricordiamo la folta partecipazione alla manifestazione dell’Anci lo scorso novembre con la delegazione ricevuta da Conte) ma nessuna giustificazione per deputati e senatori della regione che hanno clamorosamente snobbato l’iniziativa, forse perché promossa dal Movimento 24 Agosto – Equità territoriale che fa capo a Pino Aprile.

È bello che a perorare la causa del Sud sia stato il sen. (ora del gruppo Misto) De Falco, il famoso comandante del «torni a bordo, cazzo!» dello sciagurato naufragio della nave Costa ai comandi di Schettino, ma, a quanto pare, anche ai parlamentari calabresi interessa poco della Calabria e del Mezzogiorno, come al resto di Camera e Senato. Se ne ricordino gli elettori quando torneranno alle urne. (s)

DA DRAGHI I SINDACI DEL RECOVERY SUD
INTOLLERABILE SCIPPO AL MEZZOGIORNO

Quante sono le risorse destinate al Sud dal Recovery Fund? È necessario fare chiarezza ed è quanto chiederanno a gran voce i sindaci del Recovery Sud  che oggi si riuniscono a Roma per incontrare (si spera) il presidente del Consiglio Mario Draghi. I sindaci della Rete Recovery Sud saranno in piazza, a Montecitorio, per chiedere l’equità territoriale tra Nord e Sud. E, a tal proposito, il senatore di Italia VivaErnesto Magorno, che ha confermato la sua partecipazione, ha rivolto un appello «a tutti i Primi Cittadini calabresi e al neo Presidente Anci Calabria, Marcello Manna, affinché la Calabria possa essere presente con il maggior numero di Sindaci possibile. È un momento cruciale e dobbiamo essere uniti. Ora come non mai».

È una questione spinosa, ma soprattutto intollerabile: si profila un ulteriore scippo al Sud che nessuno può permettere. Ricordiamo che la grande dotazione finanziaria destinata all’Italia – la più importante in Europa – è stata “generosa” giusto per garantire azioni destinate a ridurre il divario nord-sud: proprio l’esistenza di una situazione economica e sociale molto precaria nelle regioni meridionali ha giustificato l’incremento degli aiuti. Che, a conti fatti, apparentemente non supereranno neanche i 30 miliardi, altro che quota di riserva del 34% garantita da una legge del Governo Conte per gli investimenti nel Mezzogiorno.

In realtà, la ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha ottenuto, grazie a un emendamento al “decreto semplificazioni”, che i bandi del Pnrr siano vincolati a impegnare il 40% delle risorse in progetti legati alle Regioni del Mezzogiorno.

«È un vero e proprio vincolo di destinazione territoriale fissato con una norma. Le risorse ci sono e, oggi, ci sono anche le norme di tutela della loro effettiva destinazione territoriale – ha spiegato la ministra per il Sud, ricordando che  la quota Sud del Piano e del Fondo complementare (“il famoso 40% delle risorse territorializzabili, circa 82 miliardi”) si compone di «interventi infrastrutturali definiti e geograficamente collocati”, ma anche di “misure ad assorbimento, come il Superbonus, per i quali abbiamo usato criteri di riparto molto prudenziali, basati su dati storici».

«L’assegnazione delle risorse – ha aggiunto la ministra per il Sud e la Coesione territoriale – sarà accompagnata da un monitoraggio puntuale dell’effettiva localizzazione degli interventi, svolto al massimo livello dalla Cabina di Regia. In caso di scostamento, è prevista l’adozione di misure compensative e correttive».

La Carfagna, infatti, ha auspicato che «le tante discussioni e polemiche dei mesi e delle settimane scorse, le giuste preoccupazioni ma anche le incomprensibili (per il momento che stiamo vivendo) strumentalizzazioni, lascino ora il passo a un impegno comune e condiviso», quando, in realtà, quello che viene chiesto è soltanto «l’equità territoriale tra Nord e Sud» sulle risorse del Recovery, concetto che sarà ribadito a Roma, in piazza Montecitorio, nella manifestazione dei sindaci della rete del Recovery Sud, composta da circa 600 primi cittadini del Sud». Non ci saranno, ovviamente, tutti, ma sarà una rappresentanza alta, con l’auspicio che non si risolva tutto come nel precedente incontro di Conte con i sindaci calabresi lo scorso novembre che si è fermato a belle dichiarazioni d’intenti e grandi promesse (poi regolarmente disattese, come da copione).

«Una richiesta più che legittima – ha dichiarato la Carfagna –, sopratutto se il Mezzogiorno è stato, nuovamente, protagonista dell’ennesimo scippo: del 70% di 209 miliardi previsti, sono stati ridotti a 82 e, sicuri, ne arriveranno 35, mentre altri «47 saranno messi a gara in ambito nazionale, con bandi che metteranno in competizione le amministrazioni di tutto il paese».

Una gravissima mancanza, che è stata scoperta grazie al docente universitario dell’Università di Bari, Vincenzo Viesti, e che ha innescato una vera e propria indignazione, Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva delle Fonti (BA), a nome dei 600 amministratori meridionali, ha presentato alla Commissione Europea una petizione, chiedendo «di modificare il Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal Governo Italiano, favorendo un’equa suddivisione territoriale dei fondi», che ha ottenuto l’importante risultato che «il Parlamento Europeo vigilerà sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, per verificare se sarà rispettato il Mezzogiorno nella distribuzione dei fondi».

«La scelta del Governo italiano – si legge – di destinare al Sud il solo 40% teorico delle risorse del Pnrr, rischia invece di creare i presupposti per un’ulteriore gravissima divaricazione. 80 miliardi di euro (di cui solo 22 certi, come ha dimostrato l’economista Gianfranco Viesti) sembrano una cifra enorme. Non lo sono, se si considera quanto sia cronico e difficile da sradicare il nostro deficit di sviluppo».

«La quota di fondi destinata al Mezzogiorno – ha scritto la rete Recovery Sud – distribuita in Italia in netta difformità rispetto ai criteri europei, che ritenevano più meritevoli di sostegno le regioni ad alto tasso di disoccupazione e a basso Pil procapite, potrebbe ora ridursi al lumicino. La ragione è semplice: i fondi destinati ai territori saranno assegnati attraverso bandi che i Comuni meridionali (decimati nel personale, spesso colpiti dal dissesto e privati di risorse grazie al sistema della spesa storica introdotto dal federalismo fiscale) con difficoltà riusciranno a intercettare».

«La ministra Carfagna  – ha proseguito la Rete – ha annunciato che la quota destinata al Sud sarà blindata con una norma ad hoc, ma al momento è solo un annuncio e abbiamo subito troppi artifici e ritardi sulla nostra pelle (spesa storica, Lep, definanziamento di opere, riproposizione come nuove di altre opere già finanziate, ecc) per poter fidarci anche della più sincera delle promesse. Ecco perché è importante essere presenti dopodomani a Roma. Per evitare che un governo a trazione nordista possa vanificare ciò che chiede l’Unione Europea, ovvero che dalla pandemia si risollevi l’intera Italia, e non solo una parte, e che si riducano drasticamente le condizioni di disuguaglianza in cui versa l’Italia da un secolo e mezzo».

A sottolineare come la quota del 40% al Sud delle risorse del Pnrr «rischia di creare un’ulteriore divaricazione nei livelli di sviluppo a discapito del Sud, e acuire le difficoltà socio-economiche delle aree depresse le cui condizioni si sono vieppiù deteriorate a seguito della Pandemia da Covid 19», è stato Nicolò de Bartolo, responsabile Enti Locali del Coordinamento Cambiamo! della Provincia di Cosenza.

«La spesa nazionale per interventi a favore del Sud – ha sottolineato de Bartolo – è scesa dallo 0,47% del Pil degli anni Novanta allo 0,15% del 2015. I fondi europei hanno sostituito soltanto in minima parte le politiche di riequilibrio. Al Sud e alla Calabria che evidenzia più disparità  delle altre regioni  del Sud, deve essere dato ciò di cui ha effettivamente bisogno: a cominciare dal personale competente necessario ad elaborare progetti di sviluppo , come richiede il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza».

Per Francesco Bevilacqua, coordinatore regionale di Cambiamo!, «circa 87 miliardi di euro dovrebbero essere destinati a Regioni, Comuni, Province, città e Metropolitane del Sud, e, sicuramente, i Comuni sono i maggiori investitori pubblici e, dunque, è necessario che sappiano che cosa dovranno fare, con quante risorse e quali sono le regole per amministrarle».

A ribadire la necessità di una forte presa di posizione «per evitare che i fondi del Pnrr, che sono già stati ridotti al Sud, finiscano in prevalenza al Centro-Nord», il sindaco di Marcellinara, Vittorio Scerbo, sottolineando che «bisogna fare il modo che le istanze dei Comuni del Sud siano messe in grande risalto per quanto concerne, in primo luogo, i fondi da destinare alla progettazione e soprattutto all’assunzione di nuove professionalità tecniche da mettere a disposizione degli enti, a partire da quelli piccoli: le gravi criticità emerse per il reclutamento dei 2800 tecnici per gli interventi previsti dalla politica di coesione dell’Unione europea e nazionale per il ciclo di programmazione 2021-2027 hanno dimostrato, per ora, che i Comuni sotto i 3mila abitanti sono stati tagliati fuori dall’assegnazione di tali figure».

«Senza l’azione di coordinamento dell’Anci, e delle Anci meridionali soprattutto – ha concluso il sindaco Scerbo – anche quest’ultima opportunità di ripresa che può derivare dalle risorse del Pnrr rimarrà l’ennesima chimera per il riscatto del Meridione che vedrà drammaticamente aumenterà il divario di cittadinanza con le altre aree del Paese. In Calabria il 95% dei comuni è al di sotto dei 15mila abitanti, ebbene, ad oggi, senza i fondi del Pnrr, non ci sarebbero le risorse per progettare la rigenerazione urbana di questi territori: sarebbe un disastro!».

Anche  il tedesco Peter Jahr, a sostegno dei Popolari, ha ricordato che «l’Unione europea esiste anche per migliorare le condizioni di vita sul piano sociale rendendole uguali per tutti. È necessario ricordare al governo italiano che i fondi devono essere distribuiti con questa filosofia, dobbiamo esortare la commissione perché verifichi cosa si fa con i fondi stanziati».

Il laburista maltese Alfred Sant, invece, ha ricordato che «i piani dovrebbero contribuire al miglioramento della coesione economica e nazionale,  e le regioni meridionali devono recuperare molto terreno rispetto alle regioni del Nord. Tutto questo dovrebbe essere valutato nel contesto degli ultimi dati emergenti che mostrano le diseguaglianze economiche e sociali negli ultimi anni sono addirittura aumentate nell’Unione Europea e le regioni meridionali sono state le più colpite. Chiedo che la petizione resti aperta per un’ulteriore analisi, e vorrei chiedere alla commissione petizioni una lettera alla commissione europea per chiedere chiarimenti e un ulteriore follow up su questa situazione».

Angel Catalina Rubianes, della Dg Recover, ha sottolineato come «abbiamo ricevuto numerose lettere da portatori d’interesse che chiedono più risorse per il Sud.  Il regolamento prevede che le raccomandazioni specifiche per i Paesi siano rispettate e qui c’è una raccomandazione specifica per superare il divario infrastrutturale e per la coesione territoriale. Per il fondo di ripresa e resilienza l’unità di riferimento non sono però le regioni ma lo Stato membro. E molte misure, come la 3 e la 5, prevedono misure dedicate alle regioni del Sud. Inoltre, ci sarà un accordo operativo che sarà negoziato con il governo italiano che fisserà ulteriori dettagli sulla portata geografica di alcune misure contenute nel piano. E sono in corso negoziati per l’accordo di partenariato e i programmi operativi politica di coesione 2021-2027: ci saranno risorse specifiche per le regioni del Sud».

La Rubianes ha ricordato la scarsa capacità delle regioni del Sud ad assorbire le risorse europee, e la necessità di investimenti e risorse per il recupero delle acque reflue, molto importante per le regioni del Sud: «Noi siamo uno dei pochi comuni in Italia che, grazie a un investimento da 4 milioni di euro, già fa affinamento delle acque reflue. Questo dimostra che se siamo messi in condizione di presentare progetti, siamo in grado di intercettare i fondi. Ma non si vuole comprendere la gravità del problema. Nel Pnrr non abbiamo ritrovato progetti fermi dal 1971, come il completamento dell’autostrada Bari-Taranto, che arriva a 30 chilometri dal capoluogo ionico. E non vi è una riga sul grande Parco della transumanza che dovrebbe attraversare tutte le regioni meridionali, proposto da Recovery Sud. Dite al Governo italiano di ascoltare i Comuni meridionali, di dar loro urgentemente i fondi per affidare incarichi oppure si rischierà ancora una volta il flop».

Insomma, è fondamentale preservare e garantire le risorse del Recovery Sud al Mezzogiorno che «rappresenta il potenziale inespresso del nostro Paese» aveva dichiarato la sottosegretaria al Sud, Dalila Nesci che, dopo il nuovo emendamento che vincola i bandi del Pnrr a vincolare il 40% anche ai bandi, ha ribadito la necessità di «mettere gli enti locali nelle condizioni di operare. Poi, dovremo vigilare affinché i soldi siano spesi tutti e al meglio».

«Abbiamo risorse e opportunità – ha concluso – per superare, finalmente, il divario fra il Sud ed il resto del Paese. Il Sud ce la deve fare e ce la farà». (rp)

AVVISO AI MESTIERANTI DELLA POLITICA
OCCHIO AI PANDEMIALS, I NUOVI ELETTORI

di MAURO ALVISI – In Italia è nata una nuova “classe ultra economica” di nomadi intellettuali e creativi che crede e investe in una vita più libera e liberale. Dopo la reclusione coatta, frutto di una idea bolscevica, antieconomica e socialmente esplosiva della lotta al virus. Il Paese si sta riappropriando di una narrazione liberale, di una voglia di Nomadland da oscar elettorale. C’è voglia di on the road, di autostop del consenso, di salire a bordo di nuovi raggruppamenti. Soprattutto c’è voglia di partire con un partito che faccia ripartire.

Under 35 e over 55, Millenials in carriera e Boomers adultescenti, la minoranza e la maggioranza demografica italiana formano la nuova classe trasversale dei pandemials, i nuovi esploratori del consenso, futuri Indiana Jones delle urne. Altro che maggioranza silenziosa. Questa idea di voto liberale e liberante ha un potenziale devastante e non ancora intercettato. Sondaggi classici (come quelli condotti di recente da Antonio Noto) e monitoraggi scientifici del dialogo digitale (quelli che conduco da anni) arrivano alle stesse conclusioni. Fallite, con milioni di vittime, le narrazioni dell’idea fascista e comunista, è la nuova narrazione liberale a bussare prepotentemente alle urne. Una domanda politica non più latente che reclama una pronta offerta, distante dal giocare a fascisti e comunisti, coesa e chiara nei termini d’ingaggio. La pensa così un italiano su due. La voterebbe un italiano su tre. È un’Italia di nuovo alla “Viva l’Inghilterra” di Baglioni, non più figli dei fiori ma degli usciti fuori dal Covid19, che identifica stranamente la Perfida Albione come la più liberale delle nazioni, insieme ai Paesi Bassi e a quelli Scandinavi.

Questi tanti italiani ora si destano, come nell’inno di Mameli, vedono in Mario Draghi una forma tecnica efficace, quindi largamente incompiuta, dell’idea liberale. Donne e uomini europeisti (di recente lo sono diventati tutti) che non si sentono rappresentati dai vecchi schieramenti. Si collocano al centro con decisa inclinazione al centro destra, restando inclusivi anche di una minoranza liberale della sinistra, dove collocano Italia Viva e Calenda. Hanno di nuovo una visione neo rinascimentale e No Linkedin del loro Paese. Più cose sai più puoi fare, dare, vendere, comunicare e vivere. Despecializzati ma capaci di vera sintesi creativa, allenati dalla pandemia a riconoscere l’innata capacità adattiva italiana. Il mito della scalata sociale non li riguarda più. La pandemia li ha fortificati, nel loro stato di tardo adolescenza e di adultescenza, sono una fraternità di sconosciuti che fondano una sorta di nuovo nomadismo razionale del saper fare ed essere.

Plurilaureati o piccoli imprenditori, consulenti o barman, cuochi o scrittori, imprenditori o giornalisti, fotografi o insegnanti, commesse dei centri commerciali o grafici digitali e i tanti professionisti non riconosciuti. Gente che deposita i propri averi nel cloud e non in cassaforte, che quando si parla di politica cercano di nuovo la solidità di un partito. Sempre meno movimentisti e anti casta, con una paritetica distribuzione tra Nord, Centro e Sud del paese.

Figure politiche di alto rango come quella di Vincenzo Zoccano (già vice ministro a Famiglia e Disabilità nel governo Conte1), attivista da sempre per i diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie, il quale ha affermato:«Sull’importanza di rappresentare senso e consenso liberale di un universo di 7,5 milioni di persone con disabilità in Italia andrebbe riposta grande e maggiore attenzione. Una tematica trasversale, un indicatore di eccellenza civica e innovazione sociale, che tocca temi quali l’accessibilità ai servizi, al territorio e alle strutture, che assume un peso strategico in ambito turistico, economico e culturale, che traccia una linea di demarcazione tra Paesi avanzati e terzo mondo».

Occorre stanare allora questo nuovo nomadismo liberale, delineando l’identikit di molte potenziali personalità, nazionali e locali, capaci d’incarnarlo. Intanto sta per nascere una Fondazione che abbraccia Mediterraneo e Atlantico con un suo Centro Studi, attivo dal prossimo settembre, che lancerà in autunno un’Alta Scuola di Politica e Strategia di Governance del Territorio. Territorialità nel fare rete funzionale tra imprese e cittadini, comunicazione e informazione della rinnovata passione e strategia liberale sono i loro due pilastri. Rimettere le proposte e non le figure politiche al centro del vissuto democratico italiano, Euro Mediterraneo e Atlantico, con un programma articolato di riforme e un’agenda politica non a scadenza semestrale, a sostegno e sostenibilità di ogni emergenza ed eccellenza italiana Italia  da riposizionare come nuovo motore dell’Europa e nel mondo. Un impegno a tutto campo che non consegni l’idea liberale, cosi ambita e attesa, nelle mani di una tecnocrazia pseudo liberale, dove il voto non sia più l’ossessione quanto non lo sia mai più il suo continuo, quasi eterno rinvio. (ma)

[Mauro Alvisi è libero docente ed esperto di scenari socio-politici]

LE FRAGILI MOTIVAZIONI DEI NO-PONTE
TANTI PREGIUDIZI E SCARSA INFORMAZIONE

di ROBERTO DI MARIA – Capita spesso di leggere, nei giornali a diffusione nazionale, articoli contrari alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Opera, ricordiamolo ancora una volta, già appaltata ed inserita in un corridoio europeo TEN-T che, incredibilmente, nel 2013 è stata bloccata proprio dal governo italiano.

Tra le voci contrarie, ha trovato ospitalità sul quotidiano Domani del 12 luglio scorso Giorgio Meletti, che con il suo articolo (“La solita fiera di folli idee per spiegare la necessità del ponte sullo Stretto”) si è inserito a buon titolo tra le folte fila di esperti, o presunti tali, contrari all’opera.

Prendendo spunto dal voto della Camera dei Deputati che, a larghissima maggioranza, ha approvato una mozione finalizzata alla realizzazione dell’opera, Meletti non le ha mandate certo a dire. Prendendosela con tutti i parlamentari, fatta eccezione per Leu e per il Movimento 5 Stelle, (gli unici a votare contro), accusati di “propaganda”.

Nel merito, Meletti contesta la tesi, contenuta nella mozione, secondo cui le navi portacontainers provenienti dal Far East possano attraccare ad Augusta e qui trasferire sui treni il loro carico; tramite il Ponte sullo Stretto, questi convogli potrebbero raggiungere l’Europa continentale. Ciò eviterebbe alle navi una tortuosa rotta lunga tremila miglia per raggiungere Rotterdam, o un altro porto nordeuropeo, e trasferire lì i containers su ferro.

L’idea viene però definita sbrigativamente “stupida” da Meletti, perché “in un mercato libero nessuno lo farà mai”. Infatti, far viaggiare un container in treno costa molto più che in nave: “se non fosse così le merci arriverebbero in treno dalla Cina” afferma Meletti.

Peccato che le merci, in treno, dalla Cina arrivano, e già da parecchio tempo. Ma probabilmente Meletti ha seguito poco l’evoluzione dei flussi mercantili negli ultimi 10 anni. Si è iniziato a trasportare containers su ferro, dalla Cina verso l’Europa, nel 2011, anche se con soli 17 treni in un anno. Negli anni seguenti, però, il loro numero è salito esponenzialmente: si è arrivati a contare 379 treni nel solo mese di aprile del 2020!

Motivo? Il trasporto via terra risulta almeno due volte più veloce di quello via mare, anche se i costi sono, in effetti, superiori. D’altronde, a decidere il mezzo di trasporto non è soltanto il costo, ma anche il tempo, che ha anch’esso un valore; se il risparmio, in termini temporali, è consistente, il suo peso diventa determinante.

Tornando al trasferimento dei container dalle navi ai treni in Sicilia, occorre rammentare a Meletti qualche altro aspetto, che gli sarà sfuggito. Oltre al tempo risparmiato (da 5 a 6 giorni di navigazione in più, oltre all’attesa in rada che, per Rotterdam, può arrivare ad una settimana) bisognerebbe tenere conto anche di un altro fattore, a nostro avviso non secondario: le emissioni di CO2 , ossidi di azoto, particolato ed altri prodotti della combustione del “bunker” da trazione navale.

Che, per qualche migliaio di miglia in più non sono certo trascurabili, specie in un’epoca in cui lo sviluppo ecosostenibile viene posto alla base dei vari Piani di Ripresa post-Covid richiesti dalla UE ai paesi membri. Tuttavia, se lo hanno dimenticato gli ambientalisti italiani, unici in Europa a promuovere il trasporto marittimo anzichè quello su ferro (sullo Stretto, per opporsi al Ponte), possiamo forse rimproverare Meletti per questa svista?

Un’altra obiezione, contenuta nell’articolo di Meletti sul Domani, ha attirato l’attenzione di chi scrive: trasferire le merci su ferro ad Augusta e farle risalire la penisola fino a Milano, bloccherebbe l’intera rete Alta Velocità italiana. A conti fatti, Meletti arriva a stimare persino quanti treni compierebbero questo viaggio. Nel conto, il nostro giornalista considera anche i ”circa 70 giorni in cui il ponte sullo Stretto sarà chiuso a causa del vento” . Dato assolutamente destituito di fondamento, dal momento che il ponte è in grado di garantire il passaggio dei treni praticamente per 365 giorni l’anno, resistendo a venti che rarissimamente si manifestano nell’area.

Ma non è l’unico errore nella stima di Meletti. Il milione di containers considerato viene suddiviso in treni da 50 carri, uno per container. Ciò comporterebbe la necessità di instradare 20.000 treni l’anno, ovvero uno ogni 18 minuti “rendendo le linee ad alta velocità inutilizzabili dai treni passeggeri”.

Innanzitutto, rammentiamo a Meletti che essendo prescritta, lungo i corridoi TEN-T, la possibilità di realizzare treni fino a 750 metri, ed essendo la lunghezza di un container (1 TEU) pari a 7,5 metri, i treni conterebbero, ognuno, 100 containers anziché 50. Pertanto non sarebbero 20.000 l’anno, ma la metà. Il che produrebbe un “impatto” sulla rete AV, tanto cara a Meletti, di un treno ogni 36 minuti. Anche considerando l’inesistente chiusura del ponte ai treni per 70 giorni l’anno!

In realtà, le linee AV presentano una capacità di trasporto tale da sopportare persino il treno ogni 18 minuti indicato da Meletti, ma per tranquillizzarlo gli daremo un’altra informazione. Per collegare i porti del sud alla pianura padana non esiste solo la dorsale AV, ma anche quella adriatica.

La quale, già oggi, presenta le caratteristiche giuste (sagoma massima P/C80) per trasportare qualsiasi tipo di container. Non a caso, su questa linea si punta da almeno un decennio come corridoio merci in alternativa alla direttrice tirrenica. E persino il PNRR, tanto stitico per quanto riguarda le ferrovie meridionali, prevede il rafforzamento dei collegamenti diagonali tirreno-adriatico tra Paola e Sibari, al fine di avvicinare Gioia Tauro e la Sicilia al corridoio adriatico.

A proposito di Gioia Tauro, occorre ricordare a Meletti che il mercato del traffico merci via containers è talmente vasto, ancorchè in continua crescita, da non rischiare di tagliare fuori nessuno. Basti, in tal senso, un solo dato: Augusta avrebbe, nel momento di massima espansione, poco meno di 10 km di banchine. Se sommassimo ad essi i 4 di Gioia Tauro ed altrettanti di Taranto, arriveremmo appena a 18, a fronte dei 100 della sola Rotterdam. Ergo, la maggior parte del traffico container rimarrebbe appannaggio del nord Europa, anche se avessimo i 3 porti sopra citati riuniti in rete al massimo delle loro potenzialità.

Altro errore che abbiamo letto, a tal proposito, è quello che assegna alla portualità italiana soltanto la quota merci inerente il bel paese, pari ad un ventesimo di ciò che arriva nei porti nord europei. Un assurdo trasportistico, che dovrebbe invitare la Commissione Europea ed il Governo italiano a fermare, d’un colpo, tutte le opere previste nei sopra citati corridoi TEN-T, finalizzati proprio a collegare i porti italiani al centro dell’Europa. Non soltanto il Ponte (già fermato a suo tempo), ma anche il terzo valico di Genova ed il tunnel di base del Brennero. Che farsene, poi, della Verona-Trieste e della Torino-Lione AV/AC?

Tralasciamo altre affermazioni che si addentrano persino in valutazioni strutturali sulla capacità del Ponte di resistere a “tutto quel peso”, essendo certi che in 30 anni di studi e progetti fino al livello definitivo, qualcuno ci abbia già pensato; e con qualche titolo in più.

Consiglieremmo, tuttavia, a Meletti ed altri che soggetti che decidano di affrontare l’argomento “Ponte sullo Stretto” di approfondire un po’ di più il tema. Non deve essere facile, a giudicare dai 10 metri cubi di documentazione e studi contenuti nel progetto, anche relativi ai flussi di merci su scala internazionale.

Ma, se si vuole guardare con obiettività a domani (minuscolo e senza virgolette) quanto meno un’occhiata…  (rdm)

[Roberto Di Maria è un ingegnere dei trasporti]

LA SCUOLA E IL DIVARIO FORMATIVO A SUD
IL RILANCIO ITALIANO PASSERÀ DAI BANCHI

di FRANCESCO RAO – La scuola, intesa come sistema educativo e formativo della futura classe dirigente, dovrebbe rappresentare uno tra gli indiscussi punti di forza per qualsiasi nazione. Sulla scorta di tale affermazione, dovrebbero essere previsti una serie di azioni tese a verificare costantemente il posizionamento del punto di equilibrio posto lungo la curva dell’offerta formativa praticata dal sistema scolastico italiano.

In tal senso si potrà affrontare con lucidità il recepimento delle costanti sollecitazioni provenienti dal mercato del lavoro in stretta connessione al fabbisogno dei processi di produzione, garantendo così di volta in volta le necessarie rimodulazioni volte a garantire agli studenti di poter frequentare una scuola al passo con i tempi e di conseguire un titolo di studio immediatamente spendibile nel mondo del lavoro. Tutto ciò, oggi più che mai, rappresenta un validissimo modello predittivo finalizzato a conferire vita alla materializzazione delle sfide tecnologiche che costantemente domandano, al mondo della scuola e delle università, nuove competenze.

L’OCSE, con i puntuali rapporti annuali, tesi a monitorare l’apprendimento scolastico, svolge uno straordinario servizio. Purtroppo tale attività non è stata debitamente resa sufficiente e l’azione svolta dal noto istituto francese, volendo essere un tantino critico, ogni anno ha consegnato ai nostri competitor Europei tutte le criticità dei nostri studenti e di conseguenza abbiamo puntualmente fornito al mondo la mappa delle debolezze strutturali presenti e future. Al contempo è mancata una approfondita analisi di natura politica, volta ad avviare nuovi scenari finalizzati a superare definitivamente i trend che hanno iniziato a lanciare segnali di allarme sin dagli anni 90 dello scorso secolo.

Basti pensare che il protrarsi del gap tra studenti del Sud e studenti del Nord nel mancato raggiungimento di lodevoli obiettivi nelle discipline scientifiche e linguistiche ha conferito una rinnovata valenza al concetto antropologico consegnato alla storia da Cesare Lombroso, sotteso ad etichettare il Meridione ed i Meridionali principalmente come soggetti inferiori e criminali. Non è la prima volta che mi occupo di tali problemi. Da molto tempo continuo ad affermare che il Meridione avrà una seconda vita ed offrirà migliori opportunità ai propri giovani quando ci sarà una scuola capace di essere attuale e propensa ad interpretare prontamente i tempi senza doverli inseguire. In tal senso, qualche domanda sorge spontanea: a fronte dell’insufficiente profitto in ambito scientifico e linguistico che nel tempo ha interessato altissime percentuali di studenti Meridionali, richiamando nello specifico un mancato raggiungimento degli obiettivi previsti per la matematica, la chimica, la fisica e le lingue straniere, i vari governi come hanno risposto ai dati forniti annualmente dall’OCSE? Ed inoltre, quale azione è stata attuata per mitigare il crescente rischio della dispersione qualitativa e quantitativa che affligge il Meridione e le aree interne in particolare? Sono stati attuati corsi di aggiornamento obbligatori per i docenti? Sono state attuate azioni di monitoraggio per comprendere in quale preciso segmento formativo ha origine la negatività dei dati? Con buona probabilità, quando la forbice qualitativa si chiudeva si pensava a rincorrere il raggiungimento delle famose percentuali europee nelle quali l’Italia, ieri come oggi, ancora non ha livellato il rapporto con molti degli altri stati per quanto riguarda il numero di diplomati e laureati, trascurando l’idea della meritocrazia per scegliere la strada della quantità. Detto ciò, per quanto mi riguarda, continuo ad intravedere la scuola come l’ascensore sociale per eccellenza che le famiglie e gli studenti dovranno guardare con maggiore interesse e fiducia. Il rilancio dell’Italia passerà dai banchi di scuola e dalla straordinaria capacità messa in atto dalla stragrande percentuale di docenti, innamorati del loro lavoro e perfettamente coscienti del ruolo che lo Stato riconosce loro.

Vi sono però delle criticità che vorrei proporre all’attenzione dei nostri lettori e, puntualizzo sin da subito, che non è mia intenzione dubitare della professionalità dei docenti nell’effettuare la lettura dei recentissimi dati che non promuovono il nostro modello scolastico, credo sia giunto il momento di assumere in merito  una decisa presa di posizione puntualizzando che non basta aver conseguito una laurea ed aver vinto un concorso per poter essere docenti c’è bisogno di tanta passione.  Basta sentirsi con la coscienza pulita dopo aver ripetuto ai propri discenti il capitolo di storia o l’esercizio di matematica, reiterando l’identico modello appreso più di 30 anni addietro. Con buona probabilità quel metodo va rivisitato ed attualizzato in quanto bisogna saper affascinare gli studenti ed incuriosirli continuamente. Occorre rivedere le disposizioni dei banchi in classe introducendo sempre e di più la circolarità; sarebbe opportuno rivedere i modelli formativi nell’insieme, immaginando la programmazione del breve, medio e lungo periodo  soffermandosi spesso sull’idea della coprogettazione delle lezioni e rivedendo dove necessario la sostituzione della tipica lezione frontale con altri modelli formativi tesi a stimolare il lavoro di gruppo e la partecipazione, elemento di indispensabile necessità in quanto siamo proiettati ad essere una società di solisti e non una comunità di persone capaci di confrontarsi e trovare soluzioni condivise. Oggi, seppur l’istruzione sia un diritto garantito a tutti, le sacche di analfabetismo funzionale ed informatico rappresentano l’identica problematica affrontata dai governi nell’immediato secondo dopoguerra, con l’aggravante che oggi ad essere analfabeta funzionale è un laureato e non una persona completamente analfabeta.

Da oltre 30 anni a questa parte, mentre si registrava un crescente impulso innovativo dettato da una galoppante ascesa dell’informatica e della tecnologia, la modernità alimentava la disattenzione sociale rimanendo inglobato nella bolla speculativa materializzatasi nell’ultimo decennio del Secolo scorso. Tale periodo appariva come una fase di benessere destinata a non doversi esaurire mai. L’onda lunga del ’68 aveva ormai generato un’idea tesa a vedere superati i modelli verticistici ed i processi educativi si trasformavano da modelli normativi a modelli affettivi, spingendo i genitori a scegliere la scuola dove non esisteva la bocciatura alla scuola dove la bocciatura era una delle due variabili posta in funzione al profitto del discente. Questa breve premessa, si pone al centro tra la galoppante affermazione della postmodernità ed una delle pochissime ed intuitive azioni compiute dall’allora Ministro Mariastella Gelmini con l’istituzione degli Istituti Tecnici Superiori. Tale scelta, oltre ad interpretare correttamente i tempi, uniformava i cicli formativi italiani ai modelli europei. Tant’è vero che il super diploma, titolo conseguito dopo aver frequentato un percorso biennale a scelta tra uno dei 6 indirizzi, rappresentava il punto di partenza per risolvere la crescente richiesta di tecnici, proveniente dal mercato del lavoro paralizzato anche a causa della crescente  penuria di Risorse Umane altamente qualificate.

L’importazione di questo modello formativo, assunto dal sistema duale tedesco, supera qualitativamente tanti altri processi processi formativi anche afferenti al mondo universitario perché sono state introdotte due azioni innovative: la prima è l’inserimento di una percentuale di docenti provenienti dal mondo delle professioni; la seconda consiste nell’aver previsto durante il processo formativo una fase di Stage da svolgere in azienda, coinvolgendo il discente nei processi lavorativi dopo aver espletato una breve fase di affiancamento. Quest’ultimo elemento, in buona parte è l’elemento che consente all’azienda di formare una o più Risorse Umane su specifiche necessità ed alla fine del percorso poter procedere con l’assunzione.

Tutto ciò rispondeva ai complessi indicatori di cambiamento, provenienti principalmente dagli Stati Uniti d’America, nei quali oltre ad intravedere la necessità di rivedere il modo di fare scuola si avvertiva l’avvio di un divario formativo posto tra le principali cause della disoccupazione giovanile Italiana e soprattutto Meridionale. Questa affermazione, già nel 1995 e con una straordinaria lungimiranza, era stata consegnata al mondo da Jeremy Rifkin con la pubblicazione del suo best seller “la fine del lavoro”.

Oggi, a consolidare la bontà dell’analisi svolta dal noto economista americano vi sono una serie di circostanze. In prima battuta è individuabile la persistente volontà messa in atto dal mondo politico italiano nel protrarre un modello di scuola imbastita sulle abilità e trascurando di fatto le competenze. Questa scelta, in buona parte non ha tenuto in considerazione la dinamicità evolutiva dell’industria decretando nel lungo periodo un notevole ritardo strutturale, tanto nella preparazione dei nostri giovani quanto nell’ambito della ricerca, dell’innovazione tecnologica e della crescita economica dell’Italia.

Ad oggi possiamo vantare il primato di una scuola primaria d’eccellenza ma bisogna urgentemente rivedere l’accesso dei docenti nel più delicato segmento della scuola italiana, ossia la scuola secondaria di primo grado. I tre anni di questo segmento formativo richiedono una fortissima azione pedagogica,  pertanto i docenti impegnati in tale fase, seppur preparatissimi e dotati di buona volontà, dovranno annualmente essere formati per poter essere sempre pronti ad accogliere le nuove sfide educative, offrendo agli studenti l’opportunità di potersi proiettare al segmento di studi successi con una maggiore consapevolezza ed una preparazione più salda, soprattutto in ambito scientifico, linguistico ed informatico. Per le aree Meridionali, sempre più esposte a fenomeni di povertà educativa, deprivazione culturale e dispersione scolastica, per questo segmento formativo, sarebbe opportuno che il Ministero dell’Istruzione valutasse l’idea di istituire il tempo prolungato obbligatorio e la mensa. La delicatezza di questa fase, vissuta dagli studenti in coincidenza con la loro età evolutiva dovrebbe trasformarsi  in una vera e propria opportunità.

Infine, nel ringraziare tutti quei docenti che riescono a mettersi in gioco ogni giorno, superando ogni difficoltà e limite, finanche  dovendo qualche volta acquistare di tasca propria la carta per le fotocopie, mi sento di rivolgere un appello affinchè il governo riveda lo stipendio di quanti sono chiamati a formare la classe dirigente del futuro riconoscendo maggiori opportunità per quanti desiderano studiare, migliorarsi e far migliorare la scuola. Per una volta, proviamo ad immaginare l’asta della cultura come fonte di un benessere diffuso, intravedendo nella qualità il riconoscimento dei meriti. Tutto ciò, non farà bene soltanto ai docenti, farà bene ai nostri studenti ed all’Italia.

Oggi dobbiamo riflettere sulla pagella che in questi giorni ha fatto saltare dalla sedia quanti hanno intravisto da vicino la dimensione del nodo “scuola”, fin troppo grande al prospetto del pettine utilizzato per governare  il futuro di 8 milioni di studenti e la trasversalità complessiva che la scuola potrà arrecare alla crescita ed allo sviluppo della nazione, con un rinnovato e positivo impatto sociale che potrà caratterizzare il Terzo Millennio. (fr)

[Francesco Rao è un sociologo, vive a Cittanova]

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MARE E SPIAGGE DETURPATE IN CALABRIA
ADESSO BASTA CON I RIFIUTI ABBANDONATI

La cura e tutela dell’ambiente è una questione molto delicata e sentita in Calabria, sopratutto quando si parla dei rifiuti che, purtroppo, sono un’emergenza continua in una regione che vede le sue belle spiagge e il mare deturpati da cumuli e cumuli di spazzatura di ogni genere.

E non bastano le iniziative intraprese da Associazioni come quella di Plastic Free che, da tempo, ha avviato una importante campagna per ripulire le spiagge dai rifiuti o quelle intraprese da altre Associazioni o da cittadini che, volontariamente, ripuliscono strade e spiagge, perché, come ha sottolineato il commissario regionale della LegaGiacomo Saccomanno, «l’ambiente è una risorsa fondamentale per la crescita della Calabria, che deve assolutamente cambiare pagina e passo», sopratutto a seguito dei tristissimi e sconfortanti dati che sono emersi dalle ultime indagini di Legambiente.

Nel Dossier Mare Nostrum, divulgato nei primi giorni di luglio, è emerso che la Calabria si colloca al quarto posto nella classifica del mare inquinato con 458 infrazioni accertate, 635 persone denunciate e arrestate e 275 sequestri effettuati, mentre nella 28esima edizione di Comuni Ricicloni, sempre di Legambiente, è stato rilevato un dato preoccupante: su 404 Comuni calabresi, solo sette sono Rifiuti Free. Andando a livello Provinciale, emerge che tra le province calabresi, è quella di Cosenza a dominare le presenze con 5 comuni; Vibo Valentia con un solo comune e Catanzaro con uno. In cima alla classifica dei comuni rifiuti free calabresi troviamo San Benedetto Ullano (Cs), che per i risultati raggiunti ha ottenuto anche il titolo di “comune riciclone” a livello nazionale: con 1.453 abitanti, ha raggiunto l’80,3% di raccolta differenziata (rd) ed una produzione pro capite di secco residuo di 52,2 kg all’anno.

Un dato preoccupante, che fa capire la necessità di «incentivare la comunicazione e l’informazione per i cittadini affinchè si possa realizzare una raccolta differenziata di qualità, ma soprattutto aiutare i comuni con interventi mirati tra i quali, per esempio, l’applicazione della tariffazione puntuale, in nome del principio “chi inquina paga” e la realizzazione di impianti di riciclo e riuso in ogni provincia calabrese» come ha spiegato la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta, che ha sottolineato come «i dati dell’ultimo Report di Legambiente su “Comuni Ricicloni” ci restituisce l’immagine di una regione che può e deve fare molto di più per rendere più efficace il sistema di gestione dei rifiuti».

Ed è qui che entra in gioco la campagna Ricicla Estate: la raccolta differenziata ti segue in vacanza, promossa da Legambiente Calabria in collaborazione con il Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, composta da 40 tappe che vedrà coinvolti oltre 30 Comuni calabresi, nello specifico Catanzaro, Vibo Valentia, Cropani, Reggio Calabria, Crotone, Cittanova, Santa Maria del Cedro, Corigliano-Rossano, San Giovanni in Fiore, San Benedetto Ullano, Caulonia, Caminia di Stalettì, Cicala, Sersale, Villapiana lido, Tropea, Pizzo, Nicotera, Briatico, Drapia, Palmi, Davoli, Belvedere Marittimo, Zambrone, Steccato di Cutro, Santa Domenica di Ricadi, Lorica, Cariati, Siderno, Lamezia Terme, Parghelia, Le Castella.

La campagna nasce per ricordare che anche in vacanza bisogna fare la raccolta differenziata, e che i rifiuti non vanno abbandonati. All’interno degli stabilimenti balneari saranno collocati gli appositi bidoncini per depositare, in modo differenziato, i rifiuti, permettendo ai consorzi che garantiscono il riciclo di dare loro una nuova vita e trasformare quello che prima era solo un rifiuto in una preziosa risorsa. Grazie al lavoro dei volontari di Legambiente, bambini e adulti potranno imparare, giocando, a svolgere correttamente la raccolta differenziata.

«La direzione in cui andare è chiara – ha detto la presidente Parretta –, ed è quella tracciata dall’Europa nello stabilire la gerarchia comunitaria nella gestione dei rifiuti che definisce come prioritari gli obiettivi della prevenzione e del riciclaggio, con il chiaro obiettivo di discariche zero. Per realizzare la Calabria del futuro è necessario seguire il modello delle “4R”: ridurre, riusare, riciclare, recuperare».

«Non ci scoraggiamo – ha dichiarato l’assessore regionale all’Ambiente, Sergio De Caprio – ripartiamo, non ci demoralizziamo. Stiamo lavorando bene. Abbiamo adottato il servizio di tracciamento dei rifiuti e tutti i 404 comuni calabresi si sono iscritti. La raccolta differenziata è l’unica vera strategia per arrivare a discarica zero e gestire correttamente il ciclo dei rifiuti che va collocato al centro dell’economia circolare. Basta speculazioni. Con senso di responsabilità costruiremo rapidamente gli ecodistretti, valorizzeremo i rifiuti e li trasformeremo in risorsa».

«Sempre di più – ha detto ancora l’assessore regionale – dobbiamo riutilizzare i materiale perché questa è la strada individuata dall’Europa e l’Italia deve seguire questo modello d’avanguardia. Stiamo lavorando sulla depurazione, lo abbiamo fatto dialogando con tutti i sindaci, sappiamo che ci sono aree prive di depuratori o collettamenti, ed abbiamo investito 65 milioni di euro per intervenire. Il danno più grande deriva dalla mancata separazione delle acque bianche dalle acque nere. Abbiamo chiesto oltre 260 milioni di euro sul Recovery Fund affinché tutti i comuni della Calabria possano porre rimedio a questo fenomeno che è la maggiore causa dell’inquinamento».

Quella dei rifiuti, dunque, è un problema che deve essere affrontato in fretta e nel migliori dei modi perché, come ha evidenziato il segretario generale della Fisascat CislFortunato Lo Papa, i rifiuti, ma anche i cantieri aperti nel pieno dell’estate, sono fattori che «possono influenzare negativamente un ambito di primo piano per la Calabria», oltre che disincentivare il turismo.

«Come spiegare – ha dichiarato Lo Papa – a chi si appresta a godere delle nostre bellezze, la spazzatura per strada, i miasmi nauseabondi esasperati dalle alte temperature, a volte anche sulle stesse spiagge? Mentre il settore rifiuti continua ad essere in emergenza da anni, le istituzioni alternano la ricerca di soluzioni tampone al voltarsi dall’altro lato. Ecco il nostro biglietto da visita, monnezza e cattivi odori nel post Covid». (rrm)

ARTIGIANATO: TIMIDI SEGNALI DI RIPRESA
IN CALABRIA IN CRISI LE PICCOLE REALTÀ

In un periodo di incertezza, come quello che stiamo vivendo, sapere che, nel 2021, per 13 settori manufatturieri la produzione è tornata sopra i livelli pre-covid, è un’ottima notizia. Lo è ancora di più sapendo che, in Calabria, in cui è diffusa la presenza di Mpi ad alta vocazione artigiana e che conta 10.851 imprese, pari all’83% del totale manifatturiero e al 6% del totale economia e che di queste, il 59,4% sono artigiane che pesano sull’artigianato complessivo per il 19%.

È quanto è emerso dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Mpi di Confartigianato Imprese Calabria sulla base dei dati Istat, in cui è stato rilevato che tra i fattori di traino, vi è la forte domanda di prodotti per l’edilizia stimolata dagli interventi incentivati dal superbonus, su cui però pesa la crescita dei costi delle materie prime, con le attese sui prezzi ai massimi storici.

Ma, mentre il settore manifatturiero sembra riuscire, finalmente, a respirare un po’, «secondo l’elaborazione del centro studi su dati Istat, i primi quattro settore in cui si registra una riduzione del fatturato nel I trimestre 2021 rispetto ai livelli pre-covid sono quelli della produzione cinematografica (-39%), dei trasporti (-45,9%), delle attività di ristorazione (-52%) agenzia di viaggio, tour operator (-90%). Con questo scenario, vi è un rischio operativo Alto/Medio alto per le imprese calabresi il cui 38,8% lamenta, tra le principali criticità, la liquidità e gestione delle fonti di finanziamento. Tanto è vero che un’impresa su 4 (21,7%) non ha richiesto prestiti assistiti da garanzia pubblica per l’eccessiva difficoltà riscontrata nell’accesso alle misure (>11,3% dato nazionale). Senza dimenticare l’eccessivo costo del credito con la Calabria che registra il più alto tasso di interesse bancario attivo alle piccole imprese e pari al 9,38%».

Ma mentre i settori legati al legno, ai mobili, alla ceramica, alla metallurgia e all’alimentare segnano una buona ripresa, il turismo e il settore della moda registrano gravi perdite. Il turismo, in particolare, conta un -52,5% di presenze nel 2020 rispetto al 2019, con un -86% di presenze straniere; il settore della monda, che rappresenta l’8% del manifatturiero con l’abbigliamento in testa con un -36,3% di produzione (gennaio-aprile 2021 rispetto al 2019).

«Anche il settore dei servizi – si legge nel rapporto – in cui operano più del 50% delle imprese calabresi, è in ritardo».

Tra le tante difficoltà, le 32.500 imprese artigiane che operano in Calabria devono fare i conti ogni giorno anche con quelle aziende che di fatto poggiano la propria produttività su lavoratori “fantasma”, che penalizza chi svolge la propria attività imprenditoriale nel rigido alveo del rispetto delle norme legali e fiscali. Sotto attacco del lavoro sommerso in Calabria è il 22,1 per cento delle imprese artigiane. In particolare, il 32,6 per cento il settore delle costruzioni (pari al 13 per cento del totale economia), il 19,3 per cento i servizi e il 16,6 per cento il manifatturiero esteso: nel 2018, in sostanza, rispetto all’anno precedente il tasso di irregolarità degli occupati ha registrato un incremento di 9,2 punti percentuale.

Decine i settori dell’Artigianato esposti alla concorrenza sleale del sommerso: Costruzioni, autoriparazione, produzione di beni, somministrazione di servizi alla persona, trasporti, alloggio, ristorazione e pasticceria sono i settori maggiormente esposti alla concorrenza sleale del sommerso, anche se nessuna professione più dirsi immune dagli attacchi dell’irregolarità aziendale.

«La situazione, sebbene in lieve ripresa, non ci tranquillizza. Occorre lavorare tutti insieme per superare i diversi limiti della nostra regione – ha dichiarato il presidente regionale di Confartigianato Imprese Calabria, Roberto Matragrano –. Occorre sostenere il lavoro delle nostre imprese artigiane, il lavoro regolare, il lavoro in sicurezza. Occorre una maggiore consapevolezza dell’importanza non solo numerica ma anche di Pil prodotto delle Mpi calabresi e di quelle a valore artigiano».

«È arrivato il momento – ha concluso – che i problemi siano risolti con uno sviluppo serio della nostra regione. È’ necessaria un’azione di intervento incisiva a tutela e garanzia delle aziende calabresi». (rrm)

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