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MALEDETTA 106 E QUELLE GIOVANI VITTIME
DAVVERO IGNORATE DALLE ISTITUZIONI

I funerali delle vittime di Montauro sulla ss 106

di FRANCO CIMINO – Se non avessi avuto preoccupazioni familiari non riducibili e conseguenti incombenze non trasferibili, venerdì mattina sarei andato a San Luca per i funerali dei giovani morti sulla strada più importante del nostro territorio. La strada che avrebbe dovuto essere della crescita e dello sviluppo. Quelli che si realizzano anche attraverso la mobilità (di merci e persone, pensieri e azioni) e l’unificazione del territorio dai tanti pezzi ancora presenti. Questa strada, invece, si è rivelata il contrario, con l’aggravante aggiuntiva di procurare la morte a tanti che la percorrono, costretti a farlo.

Ma è di più, quella strada. Diciamolo anche nel giorno del dolore assurdo. È la strada dove sono transitati tutti i mali del mondo, le mafie di ogni genere, quelle fisicamente vissute e militarmente armate, i giudici costretti a super scorte per salvare la propria vita da queste, gli inganni di politici che ne hanno garantito, mentendo, sempre l’ammodernamento per la sicurezza e la modernizzazione, i soldi promessi e mai arrivati, i tanti, pur se pochi, gettati al vento in opere fatte male e nella corruzione che li ha in parte divorati. E fra tutti, l’incultura politica, che ha prodotto più danni delle stesse guerre.

Specialmente quando, qui e a Roma, non si è voluto capire che solo attraverso la costruzione di una moderna rete di infrastrutture moderne (stradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali) la Calabria potrà uscire dall’isolamento. E salvarsi la vita, salvando vite.

Per saltare a piè pari questa diffusa responsabilità e lasciarla rigidamente anonima, a ogni incidente mortale, quasi tutti, si attende che gli organi di Polizia e della Giurisdizione, giungano alla scoperta delle responsabilità di chi guida le auto. Le società delle assicurazioni sono in agguato e non aspettano altro che poter salvare le proprie tasche. Nel frattempo, ci pensiamo noi, con i commenti del giorno dopo, quello che precede l’oblio dopo l’ondata emotiva che ci commuove fino a quando i mass media non passeranno ad altra notizia.

Cosa diciamo, sempre, e in coro? “La colpa è di quello che andava veloce – No, è sicuramente dell’altro, che aveva bevuto – Ma, no sicuramente era drogato, uscivano dalla discoteca- Non sapeva guidare. Parlava. E poi il cellulare”. Alla fine di questi discorsi, quella strada non c’entra nulla. Non è colpevole affatto. E se la colpa è del guidatore, non è della strada. E se non è della strada, non sarà,di certo, di coloro i quali avrebbero dovuto “rinnovarla” o costruirne una nuova. E se la colpa non è di quelli là (come si usa dire da noi), non è di nessuno. Tutti, pertanto, assolti! Nessun colpevole tra noi, se non coloro i quali saranno condannati, com’è sicuramente giusto, per omicidio stradale.

Intanto le stragi continuano, senza soste e senza riduzione del numero. Pochi ricorderanno quella del 21 agosto del 2016. È avvenuta nel tardo pomeriggio del 21 agosto, a Santa Caterina dello Jonio, a meno di venti chilometri da Montauro. Quattro giovani, tutti di Badolato, morti nell’auto che è andata a sbattere contro l’unico albero che si trovava sul ciglio della strada, la stessa. Sempre quella.

Brutta già dal nome che porta, un numero freddo e cinico. Beffardo. Il 106. Un numero, questo, assai più basso di quello incalcolabile dei morti sulla strada. Che non dà scampo. Non perdona errori o scorrettezze dei conducenti. Tanti ve ne sono in vetture modeste, pochi se ne salvano.

Venerdì, si chiedeva silenzio, perché è il giorno del lutto. Ma è difficile, questa volta, in cui questo processo ai morti è già iniziato su vasta scala, restare in silenzio. Dicono obbligatoriamente parole, ciò che vediamo, anche attraverso le televisioni. O leggiamo sui giornali, stampati e in rete. Dicono che oggi a San Luca c’erano centinaia di persone e una decina di sindaci, tutti del luogo e dei paesi vicini. Ed è un fatto buono, in cui c’è tanto dei valori che si stanno perdendo. Dicono parole, le corone e i cuscini di fiori, degli amici e dei parenti, e quella del Comune. Gesto carico di significati, una coperta di seta su quei giovani corpi al posto delle lenzuola bianche che li hanno coperti prima del più amaro dei trasporti.

Dicono parole, la bella omelia del vescovo di Locri, mons Francesco Oliva. È ricca di tenerezza. Una carezza autentica sul volto di quei ragazzi, un abbraccio forte ai genitori e ai compagni che li hanno perduti, un bacio delicato sulla bambina che è rimasta senza la madre.

Dicono anche parole, ma diverse, le assenze. Quelle delle istituzioni tutte, regionali e nazionali. Sono parole di dispiacere, delusione. Di monito duro. Tutte si racchiudono in una domanda, che di null’altro ha bisogno: “se questa tragedia fosse avvenuta su una strada di un’altra regione, i ragazzi morti fossero di un’altra Città, pure calabrese, e magari tornassero da un altro luogo che non quello sottolineato in “neretto” dagli organi d’informazione, ci sarebbero state quelle assenze o non, invece, sarebbero intervenute le più alte autorità dello Stato, magari lo stesso presidente della Repubblica o del Consiglio e con loro il lungo codazzo di altre cariche pubbliche a scendere fino all’ultimo sindaco, in particolare quelli dalle facili dichiarazioni stampa? Sicuramente sì.

Noi siamo la Calabria, la regione degli stigma negativi, per i quali le morti hanno un diverso valore e meritano un diverso rispetto. Siamo una regione nella quale tutto coloro che discendono da un familiare portano su di sé le colpe di quello. Per cui anche le loro vite vengono valutate diversamente da quelle di ogni essere umano che voglia vivere con dignità la propria.

No, oggi, non può essere il giorno del silenzio, perché di silenzio su questa giornata ne scenderà a coltre spessa già da domani. Una coltre che non fa vedere. Nel silenzio che non ci fa sentire.

Oggi, la cosa più degna di “ bontà” che ci è facile fare, è pronunciare il nome dei quattro ragazzi. Solo il nome, Antonella, Domenico, Teresa, Elisa. E non per privarli del loro cognome e delle loro radici, tutti da rispettare. Ma per farli nostri.

Su quella maledetta strada, sono morti quei ragazzi, e senza colpa, che sono anche nostri. Ché in guerra nessuno muore colpevole. Ma da domani mattina, onoriamo tutte le vittime della 106, battendoci uniti per realizzare la nuova strada subito. Ché anche le promesse uscite dalla riunione di venerdì tra Anas e Regione, non ci bastano più. Specialmente, nei tempi, anche questi promessi, di realizzazione di una parte dell’opera. Il 2030 è un tempo troppo lungo. Come la scia di morte e di sangue che potrebbe lasciare. (fci)

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