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I ragazzi che fanno bellissima la cattedra / editoriale di Franco Cimino

Ragazzi a scuola

di FRANCO CIMINO – Sono state le otto e trenta di oggi quando sono rientrato a Catanzaro da una notte trascorsa quasi tutta “sveglia” in guardia medica con mia figlia Francesca, medico.

La Città sembra bloccata, lunghe file di auto ti trattengono alle sue porte. Lentamente vi entri e non trovi parcheggio neppure a inventarlo negli spazi vietati. Tutto coperto come da un velo di metallo, mentre vocio e passi induriscono l’aria già gravata dallo scirocco afoso di questi ultimi giorni di nuova estate. In altri tempi, quelli ben conosciuti nella Catanzaro del disordine urbano, anch’io probabilmente avrei inveito contro il solito “piove governo ladro”.

Ma questa volta no, questa volta è diverso. Tutto il rumore che senti é musica per le orecchie lungamente tappate dal silenzio “cosmico” degli ultimi diciotto mesi. E questo traffico d’auto e di persone che clacsonano e sgomitano, quei bar strapieni in spregio all’obbligo della “covidistanza”, fanno bene. Fanno proprio bene. Alla mente e al cuore. Dopo tanti timori e incertezze, che ci hanno tenuti col fiato sospeso fino a ieri, le scuole riaprono. Siamo al tradizionale primo giorno di scuola per migliaia dei nostri bambini e ragazzi. Ed è una festa. Come sempre. E da sempre. Una festa più bella di sempre.

Lo è per scolari e studenti, che rompono lo spazio neutro che separa la spensieratezza dell’estate dalle preoccupazioni degli studi. È uno spazio, questo, per quanto piccolo, gonfio di noia, di apatia, di nostalgia affaticata dalla rinchiusura totale in quelle scatole luminose in cui ingannevolmente pensiamo, anche noi adulti, di trovare tutto, come detta la sacra persuasività della più avanzata tecnologia. È festa per le famiglie tutte intere. Lo è per le mamme e i papà, che possono finalmente sottrarre i figli dalle moderne baby sitter, con i loro dispositivi che si sono sostituiti alla televisione “cattiva maestra” degli anni Novanta.

Lo è, soprattutto, per i nonni, che riprendono pienamente quel ruolo tanto gradito per quanto faticoso, di prendersi amorevolmente cura dei loro nipoti. Un ruolo che gli restituisce la gioia di sentirsi utili davvero. Utili ai figli. Utili alla società. Utili allo Stato, che, attraverso la figura educativa che essi si sono inventati, risparmia tantissimi soldi nella tutela della sicurezza dei suoi giovanissimi cittadini. E anche dei luoghi, quando la loro presenza davanti alle scuole e lungo il percorso per raggiungerle, diventa una sorta di vigilanza “armata”nei confronti di chi delinque, quasi sempre ragazzi come i nipoti, sulla testa dei giovani. Occupare con l’amore gli spazi urbani e illuminarli con il bene, specialmente se sono al buio, è dovere civico solenne. È atto di responsabilità sociale grandissimo. È generosità individuale assai preziosa. È azione morale altissima. È impresa politica tra le più significative.

Oggi è festa per i docenti. Nessuno più dei maestri/e e dei professori/esse può essere, tra le diverse categorie di lavoratori, tanto contento di tornare al lavoro. Solo chi sale, anche per poco tempo, o si avvicina, alla cattedra potrebbe capirlo. La loro fabbrica è l’aula. E quant’e bella l’aula anche quando ancora fosse angusta, piccola e sovraffollata, sempre fredda d’inverno o troppo calda dalla primavera, priva di quella luce naturale che dovrebbe accompagnare la luce del sapere. I docenti e il generoso personale non docente non se ne dolgono se non per il disagio provocato ai discenti. L’aula la fanno bella i ragazzi, la loro giovinezza che danza sull’oggi aperto all’avvenire. E sono sempre i ragazzi che fanno bellissima la cattedra e onorevoli i “ maestri”. Ed è il rapporto felice che si instaura tra docente e allievo che fa dell’insegnamento il mestiere vocazionale più bello del mondo.

Ne parlo al singolare perché è dal testa a testa, da occhi negli occhi, che inizia la grande operazione umana, sociale e politica insieme, di fare di tante singole individualità una classe. E, poi, un gruppo umano. E, infine, una comunità, che in miniatura impara a essere società riconoscendo e rispettando i ruoli al suo interno. E le istituzioni, le autorità, le nome sociali, le leggi e i principi fondamentali che li ispirano a tutela della libertà, che alberga immodificabilmente in ciascun essere umano. In ogni cittadino. È festa anche per il personale non docente che ha la fortuna di lavorare respirando tutta questa bellezza che gli danza attorno. Oggi, quindi, è festa della Scuola. Di questa istituzione che ha vinto tutte le sue battaglie resistendo agli errori, allo condizione di precarietà e alla progressiva emarginazione in cui è stata mantenuta da uno Stato che si è distratto più volte rispetto alla Costituzione, che pure l’aveva eletta regina del regno in cui utopia sarebbe diventata realtà.

Il Duemilaventuno è il settecentesimo anno della morte di Dante, il genio della letteratura che più che la Commedia all’Italia ha dato la lingua, lo strumento più potente per l’unificazione di un Paese nato diviso in mille parti diverse e distanti. Purtroppo, il solo Dante non è bastato a realizzare l’unità, sebbene in più opere egli avesse indicate le vie “politiche” per realizzarla. Occorrevano, dalla lingua in poi e dall’unità formale in poi, due strumenti fondamentali. Il primo, una scuola per tutti, sempre nuova e al passo con i tempi.

Il secondo, un’economia che, puntando sulla scuola di e per tutti, realizzasse, attraverso una politica di riequilibrio fra i territori fondata sullo sviluppo intelligente e sulla giustizia, la cancellazione dell’arretratezza del Mezzogiorno e il superamento del divario “ criminale” tra Nord e Sud. Sarà per questo motivo, unico e vero, che Sergio Mattarella, tra i migliori presidenti che la Repubblica abbia mai avuto, oggi si trova in Calabria per inaugurare il nuovo anno scolastico. Il fatto che abbia scelto Pizzo Calabro e l’Istituto Nautico posto a due passi dal mare e non una scuola povera della più lontana periferia calabrese, indica che le strade della rinascita e della crescita dell’intero il Paese, partono da qui. Da questa realtà che possiede tutto il potenziale che serve. E, allora, sia benvenuto il caos di questa mattina. E se è per la vita nuova di questa terra, che resti intanto.

Ieri sera, alla notizia della doppia vittoria italiana, quella del ciclista Filippo Ganna, campione del mondo della cronometro, e quella degli azzurri all’europeo di pallavolo, mi è venuto spontaneo dire: “e adesso cos’altro dobbiamo vincere?” Nel campo squisitamente sportivo, mi pare non resti nulla. Vinciamo, allora, la partita più bella. Quella della Scuola. Che è vittoria per la Civiltà e la Democrazia. (fc)

 

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