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Se la politica in Calabria trova il coraggio di cambiare

Calabria.Live quotidiano lunedì 6 luglio 2026

di LEO BERENOVIC – La speranza è una parola che sembra fragile, eppure resiste più di tutte. Resiste alle frane, alle alluvioni, alle promesse che evaporano, ai tavoli istituzionali che si sciolgono come neve al sole. Resiste persino alle generazioni che partono, una dopo l’altra, come treni che non tornano più. La speranza è ciò che rimane quando tutto il resto sembra aver perso consistenza. È il filo che tiene insieme la Calabria, una regione che vive sospesa tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, tra il dolore della perdita e la vertigine del possibile.

La politica, quando è autentica, dovrebbe essere proprio questo: la gestione del possibile. Non l’arte dell’annuncio, non la coreografia delle inaugurazioni, non la liturgia delle conferenze stampa. La politica dovrebbe essere la capacità di trasformare la speranza in struttura, la visione in cantiere, il desiderio in progetto. Ma troppo spesso, in Calabria, la politica si è ridotta a un teatro di annunci a costo zero: parole che non costano nulla perché non generano nulla, promesse che non richiedono impegno perché non prevedono conseguenze. È la politica del “faremo”, del “stiamo lavorando per”, del “a breve partirà”. Una politica che non costruisce, ma intrattiene. Che non decide, ma rinvia. Che non ascolta, ma recita.

E intanto i giovani se ne vanno. Non è una fuga: è una migrazione silenziosa, continua, quasi fisiologica. Non c’è rabbia, non c’è rivolta. C’è un misto di rassegnazione e lucidità. Se ne vanno perché hanno capito che il possibile, qui, è troppo spesso un sinonimo di impossibile. Se ne vanno perché la speranza, da sola, non basta. Se ne vanno perché la politica degli annunci non produce futuro, e senza futuro non si resta. Se ne vanno perché la Calabria è diventata una regione che esporta talento e importa rassegnazione.

E allora la domanda è inevitabile: come si fa a fermarli? La risposta non è semplice, ma è chiara: bisogna rendere la Calabria un luogo dove il possibile diventa reale. Non un luogo perfetto, non un paradiso terrestre, non una regione miracolosamente trasformata. Basta che sia un luogo dove il futuro non è un’illusione. Dove restare non è un sacrificio. Dove partire è una scelta, non una condanna.

Per farlo, però, bisogna smettere con gli annunci a costo zero. Bisogna smettere di credere che la comunicazione sostituisca la costruzione, che la narrazione sostituisca la pianificazione, che il marketing territoriale sostituisca la politica territoriale. Bisogna tornare alla concretezza, alla fatica, alla lentezza del lavoro vero. Bisogna tornare alla politica come mestiere, non come spettacolo.

La Calabria non ha bisogno di slogan: ha bisogno di infrastrutture. Non ha bisogno di “visioni”: ha bisogno di manutenzione. Non ha bisogno di “eventi”: ha bisogno di continuità. Non ha bisogno di “eccellenze”: ha bisogno di normalità.

La normalità è rivoluzionaria, in Calabria. Una sanità che funziona, un trasporto pubblico affidabile, una scuola che non cade a pezzi, una burocrazia che non scoraggia, una giustizia che non si inceppa. La normalità è ciò che permette ai giovani di immaginare una vita qui. La normalità è ciò che trasforma la speranza in progetto.

Ma la normalità non si annuncia: si costruisce.

E costruire richiede tempo, competenza, responsabilità. Richiede una politica che non abbia paura di dire la verità: che non tutto si può fare subito, che non tutto si può fare ovunque, che non tutto si può fare senza cambiare qualcosa. Richiede una politica che sappia dire dei no, non solo dei sì. Che sappia scegliere, non solo promettere. Che sappia governare, non solo comunicare.

La Calabria è una terra che conosce bene la differenza tra annuncio e realtà. È una regione dove ogni famiglia ha almeno un cantiere mai finito, un progetto mai partito, un finanziamento mai arrivato. È una regione dove le inaugurazioni sono più numerose delle conclusioni, dove i comunicati stampa sono più lunghi dei bilanci, dove le parole pesano più dei fatti. È una regione che ha imparato a diffidare, a sospettare, a non credere più.

Eppure, nonostante tutto, la speranza resiste.

Resiste nei paesi dell’interno, dove gli anziani continuano a curare gli orti come se il mondo non fosse cambiato. Resiste nelle città, dove gruppi di giovani aprono bar, librerie, coworking, come se il futuro fosse già qui. Resiste nelle scuole, dove insegnanti ostinati continuano a credere che un ragazzo possa cambiare il destino di un territorio. Resiste nelle associazioni, nei comitati, nei movimenti civici che non si arrendono. Resiste persino nelle istituzioni, dove qualche amministratore prova davvero a fare politica, non spettacolo.

La speranza resiste perché la Calabria è una terra che non si arrende. Una terra che ha conosciuto tutto: la povertà, l’emigrazione, le frane, le alluvioni, le mafie, le promesse mancate, le occasioni perse. Eppure è ancora qui. È ancora viva. È ancora possibile.

Il possibile, però, non è un dono: è una costruzione. Il possibile è un ponte, non un sogno. Il possibile è un piano regolatore, non un post su Facebook. Il possibile è un investimento, non un annuncio. Il possibile è un patto tra generazioni: io costruisco oggi ciò che tu userai domani.

Per fermare i giovani, bisogna costruire questo patto. Bisogna dire loro: “Restate, perché qui succede qualcosa”. Bisogna dimostrare loro: “Restate, perché qui si lavora davvero”. Bisogna convincerli: “Restate, perché qui il futuro non è un miraggio”.

Ma per farlo, bisogna cambiare la politica. Bisogna cambiare il linguaggio, il ritmo, la postura. Bisogna smettere di parlare di Calabria come di una regione “difficile”, “complessa”, “problematica”. Bisogna iniziare a parlarne come di una regione possibile. Una regione che può fare ciò che non ha mai fatto: trattenere i suoi figli.

La Calabria non è condannata. La Calabria non è destinata alla fuga. La Calabria non è un luogo senza futuro. La Calabria è un luogo che deve decidere cosa vuole essere.

E la politica deve decidere se vuole essere parte del problema o parte della soluzione.

La speranza, da sola, non basta. Ma senza speranza, non si comincia.

La Calabria ha bisogno di una speranza concreta: una speranza che si misura in chilometri di strade, in posti di lavoro, in scuole ristrutturate, in ospedali funzionanti, in imprese che nascono, in giovani che tornano. Una speranza che non si annuncia: si costruisce.

E allora, forse, un giorno, i giovani non se ne andranno più. Non perché non possano partire, ma perché sapranno che qui, finalmente, è possibile restare. 

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