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SVIMEZ, INCERTEZZA POLITICA E GUERRA
AMPLIERANNO IL DIVARIO TRA NORD-SUD

Adriano Giannola

dalla REDAZIONE ROMANA – Quello tra il Nord e il Sud sembra essere un divario che è destinato ad ampliarsi sempre di più, piuttosto che ridursi, a causa dell’incertezza che indebolisce la ripresa a livello nazionale. È quanto è emerso dalle anticipazioni del Rapporto Svimez sull’economia e la società.

La Svimez, infatti, parla di «storiche fragilità strutturali» tra Nord e Sud che non solo non si riescono a risanare, ma che aumenteranno a causa delle conseguenze della guerra in ucraina e i rischi di instabilità politica, nonostante «il Sud abbia partecipato alla ripresa nazionale del 2021»: in quell’anno, infatti, il Mezzogiorno ha visto il Pil crescere del 5,9%, a fronte di una crescita nazionale del 6,6%.

Un riscatto del Mezzogiorno inaspettato reso possibile grazie «all’intonazione insolitamente espansiva delle politiche a sostegno dei redditi delle famiglie e della liquidità delle imprese» scrive la Svimez, ma che, con lo shock della guerra in Ucraina, ha completamente cambiato le carte in tavola, rovesciando quella ripresa che il Sud si è conquistata con tanta fatica.

Aumento del costo dell’energia e delle materie prime; comparsa di nuove emergenze sociali; nuovi rischi di continuità economiche per le imprese; indeterminatezza delle conseguenze di medio termine dei due “cigni neri” della pandemia e della guerra, la cui comparsa a distanza così ravvicinata, sono solo alcune delle conseguenze di questa guerra, che al Mezzogiorno è costato caro: l’inflazione è cresciuta dell’8,4% contro il 7,8% del Centro Nord; la ripresa è ancora più lenta.

Ma, forse, il dato peggiore sono le previsioni dell’Associazione: nel 2023-2024 al Sud crolleranno i consumi, così come ci sarà un rallentamento degli investimenti, mentre nel 2022 si è registrato il +12,2%, un dato più alto del Nord, che registra il 10,1%.

Mentre è stimata una crescita del Pil al +3,4% nel 2022, «a rallentare la crescita nazionale – quasi un punto sotto le previsioni pre-shock Ucraina – è soprattutto la frenata di consumi e investimenti – spiega la Svimez – in entrambi i casi con effetti di composizione sfavorevoli al Mezzogiorno tali da determinare la riapertura della forbice Nord-Sud nel ritmo di crescita (+2,8% nel Mezzogiorno, +3,6% nel Centro Nord) che prima del nuovo shock sembrava potesse rimarginarsi. Il Mezzogiorno, comunque, recupera nel biennio 2021-2022 i livelli di PIL pre-pandemia».

Nelle previsioni della Svimez, in Calabria il Pil crescerà dello 0,1% nel 2023, mentre dello 0,4% nel 2024. Dati allarmanti, considerando che, nel prossimo biennio, il Pil calabrese è quello che crescerà di meno a livello italiano. Ma non è solo la nostra regione a trovarsi in difficoltà: «il Mezzogiorno – ha rilevato la Svimez – fa segnare tassi di variazione del Pil inferiori al resto del Paese, nonostante il significativo contributo alla crescita del PNRR. Nel 2023, il Pil dovrebbe segnare un incremento dell’1,7% nelle regioni centrosettentrionali, e dello 0,9% in quelle del Sud. Nel 2024, si manterrebbe un divario di crescita a sfavore del Sud di circa 6 decimi di punto: +1,9% al nord contro il +1,3% del Sud».

La Svimez, poi ha denunciato come «con l’instabilità politica potrebbero tornare le tensioni sui mercati finanziari, con effetti depressivi maggiori sull’economia meridionale»: per l’Associazione, infatti, «una prolungata situazione di tensione nei mercati finanziari possa determinare una perdita di Pil, nel biennio 2022-2023, di circa sette decimi di punto percentuale a livello nazionale. Nel Sud, la perdita di Pil arriverebbe al punto percentuale, mentre nel resto del Paese risulterebbe più contenuta arrestandosi a sei decimi di punto».

L’Associazione, poi, ha rilevato che «le imprese nel Mezzogiorno sono quelle più esposte allo shock Ucraina», in quanto l’aumento dei costi dell’energia incide maggiormente sui bilanci delle aziende del Mezzogiorno perché qui sono più diffuse le imprese di piccola dimensione, caratterizzate da costi di approvvigionamento energetico strutturalmente più elevati sia nell’industria che nei servizi. Inoltre i costi dei trasporti al Sud sono più alti, oltre il doppio rispetto a quelli delle altre aree del paese. Quindi il sistema produttivo meridionale si dimostra più fragile rispetto all’impatto della guerra».

«Si stima, infatti – si legge – che uno shock simmetrico sui prezzi dell’energia elettrica che ne aumenti il costo del 10%, a parità di cose, determini al Sud una contrazione dei margini dell’industria di circa 7 volte superiore a quella osservata nel resto d’Italia, rischiando di compromettere la sostenibilità dei processi produttivi con possibili conseguenze sul mantenimento dei livelli occupazionali».

Per quanto riguarda i dati sull’occupazione al Sud, la Svimez ha rilevato che, nonostante ci sia una crescita (nel I trimestre del 2022 l’occupazione nel Mezzogiorno è tornata ai livelli del primo trimestre del 2020 con ancora 280mila posti di lavoro da recuperare rispetto al primo trimestre 2009), la qualità del lavoro è peggiorata.

«Il recupero dell’occupazione nel 2021 – scrive la Svimez – è però interamente dovuto al Sud ad una crescita dell’occupazione precaria (dipendenti a termine e tempo parziale involontario). Nel Centro-Nord, riprende a crescere anche il tempo indeterminato. Dalla crisi del 2008, il progressivo peggioramento della qualità del lavoro, con la diffusione di lavori precari ha portato ad una forte crescita dei lavoratori a basso reddito, a rischio povertà. Intervenendo in un mercato del lavoro già segnato da una crescita dell’occupazione «senza qualità», la ripresa dell’occupazione del 2021 nel Mezzogiorno si è concentrata sulla crescita del lavoro precario che ha «spiazzato» le forme di impiego più stabile».

Per la Svimez, è importante dare continuità al Pnrr «per colmare i divari sui diritti di cittadinanza: nelle infrastrutture scolastiche e nei ritardi e divergenze nei sistemi produttivi», a partire dall’istruzione.

«Nel Mezzogiorno – è stato rilevato – circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. In Campania se ne contano 200 mila (87%), in Sicilia 184mila (88%), in Puglia 100mila (65%), in Calabria 60mila (80%). Nel Centro-Nord gli studenti senza mensa sono 700mila, il 46% del totale. Circa 550mila alunni delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano scuole dotate di una palestra».

«Solo la Puglia – si legge – presenta una buona dotazione di palestre mentre registrano un netto ritardo la Campania (170mila allievi senza, 73% del totale), la Sicilia (81%), la Calabria (83%). Nel Centro-Nord gli studenti senza palestra raggiungono il 54%. Il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado. Da segnalare che quasi un minore meridionale su 3 (31,35%) nella fascia tra i 6 e i 17 anni è in sovrappeso, rispetto ad un minore su cinque nel Centro-Nord, in Basilicata il 40% (Svimez-Uisp, 2021)».

Al Sud, poi, è stato rilevato che il tempo medio per alunno nella Scuola Primaria è di quattro ore a settimana in meno rispetto al Centro-Nord, e che solo il 18% degli studenti del Mezzogiorno riesce ad accedere al tempo pieno, rispetto ai loro coetanei del Centro-Nord che sono il 48%.

La Svimez, poi, nel rapporto dedica uno spazio alla sfida dell’attuazione del Pnrr e ai relativi tempi di realizzazione e al ruolo degli Enti locali: «nell’ultimo decennio 2012-2021 emerge che su circa 46.277 opere monitorate e concluse, il 49,6% riguarda Infrastrutture sociali (di cui: infrastrutture scolastiche (40%), abitative (6%), sport e tempo libero (14%), beni culturali (8%), sanitarie (4%), direzionali e amministrative (5%), culto (1,6%) e altre (20%)); al Sud tale quota sale al 53%.Si tratta di un ambito di intervento decisivo per raggiungere gli obiettivi di coesione territoriale previsti dal Pnrr».

«Rispetto al dato nazionale (1.007 giorni) – viene rilevato – i comuni del Mezzogiorno impiegano mediamente circa 450 giorni in più per portare a compimento la realizzazione delle infrastrutture sociali. Considerando le tre fasi progettuali delle opere (progettazione, esecuzione e conclusine dei lavori) il Mezzogiorno presenta in tutte le fasi evidenti ritardi rispetto al Centro e alle aree Settentrionali. Oltre 300 giorni di ritardo si accumulano nella fase di cantierizzazione (esecuzione) se gli enti locali del Mezzogiorno non dovessero invertire il trend e rendere più efficiente la macchina burocratica necessaria all’affidamento dell’appalto, all’apertura del cantiere e alla realizzazione dei lavori, avrebbero dei tempi estremamente stretti per portare a conclusione le opere nel rispetto del termine ultimo di rendicontazione fissato per il 31 agosto 2026 (Regolamento RFF 2021/241)».

Per l’Associazione, «gli investimenti del Pnrr in infrastrutture sociali nel Sud dovrebbero essere avviati al massimo entro fine ottobre 2022 per riuscire a chiudere il cantiere entro la conclusione del Piano (agosto 2026). I tempi per le restanti macro-aree sono un po’ più diluiti: Maggio 2023 per il Centro e l’estate 2024 per le aree settentrionali».

Le difficoltà delle imprese del Sud nel recepire e sfruttare tutto il potenziale delle misure di politica industriale legate al 4.0 previste dal PNRR si scontra con vincoli fisiologici e patologici del sistema produttivo meridionale: «La priorità accordata – si legge – alla coesione economica, sociale e territoriale dal PNRR, in tema di imprese e lavoro, andrebbe declinata nel contrasto alle tendenze divergenti tra strutture produttive regionali, definendo un mix di strumenti di politica industriale bilanciato tra consolidamento dell’esistente nelle aree forti, e ampliamento e riqualificazione della struttura produttiva delle aree in ritardo».

Per la Svimez, «il Pnrr sconta la mancanza di una vera e chiara politica industriale. Interventi come le Zone economiche speciali, i contratti di sviluppo, i fondi per l’internazionalizzazione, gli accordi di innovazione non sono parte integrante di una strategia unitaria di politica industriale attiva. La debolezza degli interventi verticali e di filiera pregiudica anche l’opportunità di beneficiare della domanda aggiuntiva di beni e servizi avanzati incentivata dal Piano, alimentando importazioni piuttosto che un ampliamento dell’offerta nazionale che potrebbe trovare nelle aree del Mezzogiorno una possibile localizzazione strategica».

La soluzione, dunque, sarebbe quella di «potenziare e caratterizzare territorialmente le misure di politica industriale del PNRR, integrandoli in una strategia che ne precisi gli obiettivi (sostenibilità, qualità del lavoro) e le priorità settoriali, supporterebbe la capacità attrattiva del Mezzogiorno. Ne risulterebbe rafforzata la finalità di coesione del PNRR, e valorizzato il ruolo del Mezzogiorno nel riposizionamento del Paese nelle catene del valore che vanno riconfigurandosi dopo il doppio shock della pandemia e dell’invasione russa dell’Ucraina». (rrm)

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