LE CHIACCHIERE AL SUD E I SOLDI AL NORD
L’ITALIA RISCOPRE IL NODO MEZZOGIORNO

di GIOVANNI MOLLICA – Un marziano di passaggio sulla Terra, assistendo al Forum di Sorrento sul futuro del Sud, si sarebbe convinto che il Governo Draghi sta preparando per il Mezzogiorno un radioso avvenire.

Lo stesso Libro Bianco redatto con grande cura dallo Studio Ambrosetti spiega che gli imprevedibili eventi degli ultimi anni – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica a quella del grano – hanno ulteriormente accresciuto la valenza “mediterranea” dell’Italia, rendendo strategiche (anche per l’Europa) le estreme regioni meridionali. Dal punto di vista mercantile come da quello militare.

Senza limitarsi a quelle che sono “convenienze” per Italia e Ue, il documento ammette che «…cambiare il paradigma di sviluppo strategico del Sud: non una macro-area in perenne conflitto con il Nord e “fanalino di coda” d’Europa, ma baricentro delle strategie di crescita, competitività e cooperazione del Mediterraneo…» è un obbligo dettato dalle gravi difficoltà economiche e sociali nelle quali versano quelle popolazioni.

Ma se al Forum, invece di un marziano appena arrivato, avesse partecipato una persona che conosce la Questione meridionale, probabilmente le sue reazioni sarebbero state diverse.

Per prima cosa si sarebbe chiesta perché il documento che serviva di base al Forum “Verso Sud” era stato commissionato ad Ambrosetti e non a Svimez o a Università come Federico II che al prestigioso Istituto milanese non hanno nulla da invidiare e si occupano di Sud da decenni. Inoltre, al di là di queste volgarità da bottegai – ma della serie “chiacchiere a Sud e soldi a Nord” -, questa persona sarebbe rimasta basita ascoltando il Ministro dell’Economia dire che «… dagli anni ’80 non sono stati fatti sostanziali progressi: il Pil pro capite al Sud è il 55% di quello del Nord…».

Un’affermazione di una gravità incredibile per chi è “del mestiere” da quasi 30 anni – Franco è stato Consigliere economico presso la Commissione europea, direttore del Servizio Studi della Banca d’Italia, Ragioniere generale dello Stato, direttore generale della Banca d’Italia e Ministro da più di un anno -, perché bolla di infamia i governi di quasi mezzo secolo che nulla hanno fatto per cambiare concretamente una vergogna europea.

C’è stato bisogno della Sars e della tragedia ucraina per rendersi conto dello spopolamento delle Regioni meridionali, del loro tasso di disoccupazione, delle diseguaglianze, della mancata applicazione dei Lep, delle carenze infrastrutturali, sanitarie e formative che affliggono da decenni milioni di cittadini italiani di serie B?

Certo, un marziano non è tenuto a sapere che il 40% del PNRR che Draghi, Franco e Carfagna rivendicano trionfalmente come strumento decisivo per il rilancio del Meridione è, in realtà, ampiamente sovrastimato e che è la metà di quanto l’Ue aveva destinato alla parte più derelitta d’Italia col Next Generation Plan EU.

Veniamo ai fatti. Siamo onorati che il Libro Bianco (pag. 25) auspichi la costituzione di un prestigioso “Advisory Board” per studiare i provvedimenti da adottare ma, insieme a questa “splendida” notizia, desidereremmo sapere quando saranno completati l’AV/AC SA-RC-PA/CT e la BA-TA/LE, il Ponte sullo Stretto, la 106 Jonica, i nodi logistici interportuali e, infine, quando saranno affrontate seriamente le bombe sociali derivanti dalle crisi in atto e imminenti a sud di Eboli, descritte con la solita documentata acutezza da Ercole Incalza. A tutt’oggi, Forum compreso, ci sono solo chiacchiere. (gm)

L’ALLARME DOCUMENTATO DELLA SVIMEZ
QUOTA SUD DEL PNRR OBIETTIVO DIFFICILE

di LUCA BIANCHI e CARMELO PETRAGLIA – Il Dipartimento per le Politiche di Coesione (DPCoe) della Presidenza del Consiglio dei ministri ha presentato la prima Relazione istruttoria sul rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Mezzogiorno di almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e del Fondo complementare (FoC).

Basandosi sulle informazioni aggiornate al 31 gennaio 2022 fornite dalle 23 Amministrazioni titolari dei 253 interventi previsti (di cui 223 finanziati dal PNRR e 30 dal FoC), la Relazione quantifica le risorse con destinazione territoriale, restituendo il quadro informativo da utilizzare come base per le verifiche in fase di attuazione dell’obbligo normativo della “quota Sud” del 40%. Al netto delle azioni di sistema (interventi di valenza nazionale per complessivi 11 miliardi di euro), la dimensione delle risorse destinate al Mezzogiorno si attesta su 86 miliardi, pari al 40,8% dei 211,1 miliardi in dotazione del PNRR e del FoC con destinazione territoriale.

A contribuire a questo risultato sono le quote del Ministero per il Sud e la coesione territoriale (79,4%) e delle altre Amministrazioni centrali che riportano percentuali significativamente al di sopra della soglia minima; nell’ordine, Infrastrutture e Mobilità Sostenibili (48,2%), Interno (47%), Innovazione tecnologica e transizione digitale (45,9%). Viceversa, le due Amministrazioni centrali che riportano “quote Sud” molto distanti dall’obiettivo sono il Ministero dello Sviluppo economico (24,8%) e il Ministero del Turismo (28,6%). Nel complesso risulta che, rispetto alla soglia minima del 40% (pari a 84,4 miliardi di euro), la fase di attuazione del Piano può avvalersi di un “margine di sicurezza” piuttosto limitato: 1,6 miliardi, appena 320 milioni di euro annui dal 2022 al 2026.

È questo, da solo, un dato che qualifica la “quota Sud” come un obiettivo che non sarà facile conseguire, a meno di non introdurre azioni correttive e di accompagnamento “in corsa”, sui quali la Relazione opportunamente si sofferma fornendo utili e condivisibili indicazioni. Deve trattarsi di necessari aggiustamenti da apportare alle procedure di attuazione già avviate, con particolare riferimento a due ambiti: gli interventi che vedono come soggetti attuatori gli enti decentrati beneficiari di risorse distribuite su base competitiva dalle Amministrazioni centrali; gli interventi di incentivazione a favore delle imprese. Aggiustamenti urgenti, non solo necessari.

Infatti, degli 86 miliardi potenzialmente allocabili al Mezzogiorno, ben 62 finanziano misure per le quali è stato espletato almeno un atto formale che già sta orientando l’allocazione territoriale delle risorse nelle fasi successive dell’attuazione. La Relazione fa emergere diversi profili di criticità, discussi in dettaglio per ciascuna delle quattro diverse modalità seguite dalle Amministrazioni centrali per quantificare le risorse da destinare alle regioni del Mezzogiorno. Le uniche risorse “certe” sono i 24,8 miliardi che finanziano progetti già identificati e con localizzazione territoriale e costi definiti. Meno di un terzo degli 86 miliardi della “quota Sud”.

Queste risorse sono per oltre la metà (14,6 miliardi) di titolarità del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, e in buona parte finanziano “progetti in essere”, ovvero interventi per i quali già esistevano coperture nel bilancio dello Stato poi sostituite da quelle del PNRR. I rimanenti 61,2 miliardi di euro rappresentano risorse “potenziali”, la cui destinazione effettiva alle regioni del Mezzogiorno dovrà realizzarsi in fase di attuazione superando diverse criticità che la Relazione tecnica porta all’attenzione del decisore politico. Una prima criticità riguarda i 28,2 miliardi “stimati” dai diversi Ministeri per finanziare prevalentemente misure non ancora attivate formalmente o attivate con procedure prive di specifici vincoli di destinazione territoriale. In diversi casi, le Amministrazioni dichiarano “solo un’adesione di principio” al rispetto del livello programmatico del 40% al Mezzogiorno.

Per alcuni Ministeri le risorse “stimate” incidono in maniera rilevante sulle risorse gestite che si prevede di allocare al Sud: l’82% per l’Agricoltura, il 61% per l’Istruzione e per il Lavoro, il 56% per la Transizione ecologica. Anche la destinazione finale dei 23,4 miliardi quantificati dai Ministeri per “riparto” (nel caso di misure attivate con procedure che prevedono una quota destinata al Mezzogiorno, ma non ancora arrivate alla selezione dei progetti da finanziare) è soggetta ad un certo grado di incertezza, con particolare riferimento alle risorse da distribuire agli enti territoriali su base competitiva. Al di là delle criticità legate alle diverse modalità di integrazione della clausola del 40% nei bandi ministeriali già rimarcate dalla Svimez e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, la Relazione del DPCoe porta all’attenzione un aspetto particolarmente critico per il conseguimento dell’obiettivo del 40%. In ben 15 su 28 procedure attive, per un valore complessivo di oltre 3 miliardi, non è stata disposta nessuna modalità di salvaguardia della quota Mezzogiorno sulle risorse non assegnate per carenza di domande ammissibili. Un’eventualità tutt’altro che remota alla luce del primo anno di attuazione del PNRR.

In altri casi, come nel bando Asili Nido, in presenza di insufficiente capacità 3 progettuale per circa il 50% delle risorse, è stata prevista una proroga dei termini, che però difficilmente sarà sufficiente a colmare il gap. In assenza di interventi sui meccanismi allocativi e sui soggetti attuatori, soprattutto nell’ambito dei diritti di cittadinanza, la mancata allocazione delle risorse nelle aree a maggiore fabbisogno richiederebbe l’attivazione dei poteri sostitutivi previsti dalla governance del PNRR. A completare il quadro vi sono infine 9,6 miliardi di euro di competenza del Ministero della Transizione ecologica (5,9 miliardi) e del Ministero dello Sviluppo economico (3,7 miliardi) per il finanziamento di misure nazionali già attivate per le quali sono disponibili dati storici di tiraggio a livello territoriale, anche se parziali.

La già citata notevole distanza dal target del 40% del Ministero per lo Sviluppo economico è determinata in larga misura ai crediti d’imposta previsti per l’intervento Transizione 4.0, che vale 13,4 miliardi (il 74% delle risorse gestite dal Ministero), e per il quale si fornisce un dato di “quota Sud” pari al 19,4% basandosi sui primi quattordici mesi di operatività dell’incentivo. Questa misura presenta quindi un’elevata problematicità dal punto di vista del rispetto del vincolo del 40%. Le risorse sono allocate in base alla dinamica “spontanea” delle richieste giudicate ammissibili, che a sua volta riflette la distribuzione delle imprese attive e dei relativi investimenti nelle diverse macroaree.

Ne consegue, come già evidenziato dalla Svimez, che il Sud vi accede in misura molto limitata, beneficiando di una parte molto esigua di risorse. Un quadro simile emerge anche con riferimento alla quota Mezzogiorno del Ministero del Turismo che si attesta solamente al 28,6%. Tale percentuale è riferita all’importo complessivo delle risorse con destinazione territoriale, che ammontano a 2,29 miliardi di euro, il 95% del totale delle risorse PNRR in capo al Ministero. Lo scostamento dal target del 40% è riconducibile a investimenti per 650 milioni di euro in cui il Mezzogiorno ha quota a pari a zero. Un rischio di ulteriore erosione della quota meridionale è imputabile al meccanismo spontaneo di allocazione territoriale delle risorse per i crediti d’imposta riservati alle imprese attive nel settore turistico.

Quest’ultimo, basato su procedure a bando o a sportello a livello nazionale, potrebbe penalizzare la partecipazione di imprese e iniziative localizzate nel Mezzogiorno potenzialmente beneficiarie. Analoghe conclusioni sussistono per le risorse PNRR a titolarità del Ministero per la Transizione ecologica (39,2 mld di euro, di cui poco più di 38,5 con destinazione territoriale), la cui quota complessiva destinata al Mezzogiorno è inferiore di 3 punti percentuali rispetto al vincolo normativo del 40%. Oltre al fatto che per alcuni interventi le risorse sono state territorializzate ex 4 ante nel Centro-Nord mentre per altri la quota al Sud è stata stimata modesta o nulla (per vincoli tecnologici, assetto di mercato, etc.), per gli investimenti per i quali non sussistono vincoli tecnici alla localizzazione nel territorio meridionale sono previste procedure competitive rivolte a imprese o a enti locali il cui esito finale è dipendente dalla capacità progettuale e di risposta dei territori.

Proprio per questi motivi, l’adesione delle regioni del Mezzogiorno potrebbe essere insufficiente ai fini del pieno utilizzo di tali risorse. Timori sulla capacità di spesa delle regioni meridionali riguardano anche le risorse in capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la cui quota destinata al Mezzogiorno si attesta al 37%. Il mancato rispetto del vincolo normativo è in questo caso giustificato dai criteri di riparto adottati, che hanno privilegiato la spesa storica per gli obiettivi di occupabilità, e dalla massima capillarità e copertura territoriale per ciò che concerne i progetti in infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore a titolarità degli Ambiti Territoriali Sociali. Per raggiungere la quota del 40%, per questi come per altri strumenti di sostegno, è necessario prevedere meccanismi correttivi che compensino eventuali inefficienze nelle capacità progettuali e attuative delle Amministrazione meridionali, e favoriscano la partecipazione dei soggetti economici del Sud. È necessario altresì predisporre modalità di salvaguardia in caso di mancato assorbimento.

Il tema è quello della declinazione a livello territoriale degli interventi nazionali di incentivazione da conseguire con una pluralità di strumenti come, ad esempio, maggiori aliquote di agevolazione per il Sud o criteri privilegiati di accesso agli interventi, soprattutto per quelle attività produttive e quegli ambiti tecnologici che presentano eccellenze nelle regioni meridionali. In definitiva, dalla Relazione arriva un forte monito al livello politico: il 40% è tutt’altro che un risultato acquisito, è un obiettivo che sarà possibile conseguire solo se saranno rimosse diverse criticità, avvalendosi di tutti gli strumenti di cui si è dotata la governance del PNRR, incluso il potere sostitutivo da parte dello Stato nei casi di palese inadeguatezza progettuale e realizzativa degli enti decentrati. Con efficacia, la Relazione evidenzia il trade-off tra efficienza allocativa ed equità perequativa che connota l’attuazione del Piano.

Esiste il rischio concreto, cioè, che per rispettare target e milestone da rendicontare in Europa, si debba sacrificare l’obiettivo del superamento dei divari territoriali che il governo italiano ha declinato con l’impegno a destinare alle regioni del Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse con destinazione territoriale. Un rischio che va scongiurato. Sarebbe davvero 5 paradossale sacrificare l’equità in nome dell’efficienza per rispettare i tempi di attuazione di un Piano che ha per obiettivo la riduzione delle disuguaglianze. (lb – cp)

L’8 aprile l’incontro “Sud, Calabria e Pnrr” della Svimez

L’8 aprile, a Catanzaro, alle 10.30, nell’Auditorium della Banca Centro Calabria, l’incontro Sud, Calabria e Pnrr – Prospettive di ripresa post-pandemia, organizzato dalla Svimez.

Si parte con i saluti di Giuseppe Spagnuolo, presidente Banca Centro Calabria e di Sergio Magarelli, direttore Banca d’Italia – Sede Catanzaro.

Introduce Vittorio Daniele, dell’Università Magna Graecia e Banca Centro Calabria.

Intervengono Luca Bianchi, direttore della Svimez e Francesco Aiello, dell’Unical e Open Calabria.

A seguire, la tavola rotonda che vedrà la partecipazione di Angelo Sposato, segretario generale Cgil calabria, Aldo Ferrara, presidente di Unindustria Calabria, Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, e Dalila Nesci, sottosegretaria per il Sud. Modera la giornalista Rai Karen Sarlo. (rcz)

 

L’EXPORT È IL TESORO DELLA CALABRIA
E IL PIL 2022 POTRÀ CRESCERE DEL 3,9%

Il Pil della Calabria crescerà del 3,9% nel 2022, se l’export continuerà a fare da traino. È quanto è emerso dal Rapporto Svimez, che è stato ripreso dall’Osservatorio Mpi di Confartigianato Calabria. Il report Tendenze a inizio 2022, tra rischi e opportunità, ha evidenziato come il dato rilevato dalla Svimez «per poco non permettere di raggiungere e superare il Pil pre-pandemia», ossia del 2019 e di come «l’ammontare delle vendite oltre confine di prodotti legno, arredo, metalli, alimentari e altra manifattura, realizzati nei settori a maggior presenza di micro piccole realtà produttive, ha superato quello pre pandemia (I-III trimestre 2019) del +27,4%, grazie al recupero delle esportazioni di mobili (+65,6%), metalli (+33,2%), alimentari (+29,8%) e prodotti tessili (+0,4%)».

Un dato confortante, se si considera che, sul sito della Regione, era stato indicato un dato preoccupante: nel 2020, le esportazioni calabresi ammontano a 401 milioni di euro rispetto al 2019, registrando un decremento del 16,2%. Una percentuale altissima, se si considera che quella nazionale era del 12,8%. 

L’Osservatorio, poi, riferisce come, invece, resta invece ancora preceduto da segno meno l’export dei prodotti moda made in Calabria (-32,4%) nonostante la performance positiva del tessile: il mancato recupero della Moda (38,9% dei settori di MPI) fa fermare a +1,9% i Settori di MPI (+8,3% al netto della Moda).  

A livello provinciale l’export di MPI nel periodo I-III trimestre 2021 recupera e supera i livelli pre crisi (I-III trimestre 2019) in modo più accentuato a Crotone e a Catanzaro.

Dati, quelli riportati dall’Osservatorio, che confermano quelli pubblicati a dicembre dall’Istat e riportati dall’Osservatorio Internazionalizzazione della Regione Calabria: nei primi mesi del 2021, c’è stato un recupero delle esportazioni calabresi del +32,5% e +19,2% la crescita dell’export regionale rispetto allo stesso periodo del 2020 e del 2019. Dinamiche positive, poi, sono state rilevate nelle Province: Crotone + 112,2%; Vibo Valentia + 47,5%, Reggio Calabria +34,4%, Cosenza +19,2% e Catanzaro +13,1%.

Tutto questo insieme di dati, in pratica, fanno rilevare come in Calabria le esportazioni calabresi ammontino a 394 milioni di euro (e una crescita stimata del 32,5%), che porta la nostra regione tra quelle che registrano una crescita superiore al valore nazionale, che è del 20,1%.

I dati delle Province. Come riporta l’Osservatorio, nei primi 9 mesi del 2021 il 49,6% dell’export calabrese (pari a195 M€) proviene dalla provincia di Reggio Calabria; seguono la provincia di Cosenza con un valore dell’export che si attesta sugli 80 M€ (pari al 20,6% dell’export regionale); la provincia di Catanzaro (56 M€, pari al 14,3%), la provincia di Crotone (35 M€, pari al 9,0%) e la provincia di Vibo Valentia (25 M€, pari al 6,5%).

Dinamiche positive caratterizzano tutti i territori calabresi: a Crotone si registra una crescita rilevante (+112,2%, da 17 M€ a 35 m€) e la provincia calabrese si colloca al primo posto nella graduatoria delle province italiane per variazione registrata rispetto allo stesso periodo del 2020.

 Valori superiori alla crescita media regionale si riscontrano a Vibo Valentia (+47,5%) – che nella classifica delle province italiane si colloca al 7° posto – e Reggio Calabria (+34,4%) (16° posto), mentre nella provincia di Cosenza l’incremento è del +19,2% e a Catanzaro del +13,1%.

 Complessivamente 98 su 107 sono le province italiane che registrano dinamiche positive rispetto allo stesso periodo del 2020.

 Lo scenario muta leggermente dal confronto con i primi 9 mesi del 2019: 80 sono le province che recuperano terreno, fra cui Crotone (+159,2%, che si colloca al secondo posto della graduatoria nazionale), Vibo Valentia (+58,1%, al 6° posto), Reggio Calabria (+23,8%, al 15° posto) e Cosenza (+16,6%, al 23° posto). Catanzaro rientra nell’alveo delle province che registrano variazioni negative (-23,0%).

Per quanto riguarda i settori, invece, è emerso come da gennaio a settembre 2021, l’export dei prodotti di agricoltura, silvicoltura e pesca abbiano registrato un calo del -3,4%, mentre a livello nazionale e meridionale si rileva un incremento del +11,3% e del +5,6% rispettivamente. I prodotti delle attività manifatturiere, invece, portano a casa un incremento del +36,2%. Una percentuale superiore alla crescita stimata per l’Italia, che è del +19,5% e per il Mezzogiorno del +15,9%.

«Le imprese calabresi continuano a dare grande prova di vitalità e resilienza – ha dichiarato il presidente di Confartigianato Calabria Roberto Matragrano –. L’impulso alla crescita che ha caratterizzato per la maggior parte il 2021, oggi però rischia di subire nel concreto un forte rallentamento per la presenza di numerosi ostacoli, primo tra tutti i rincari dei costi energetici e delle materie prime».

«Moltissime la segnalazione delle imprese – ha aggiunto – che stanno subendo un raddoppio dei costi sulle bollette, che si aggiunge ai rincari delle materie prime e al caro gasolio, con gli interventi del governo non sufficienti».

Il report  dell’Osservatorio evidenzia come sia tornato a crescere il numero delle nuove iscrizioni di impresa nell’anno 2021, permettendo la continuità della rigenerazione del tessuto produttivo imprenditoriale del nostro territorio, anche se inferiore a quello del 2019 (anno pre crisi), rimanendo inferiore del 7,6% (-754 unità). A livello settoriale, quello che cresce maggiormente è il settore delle costruzioni (+34,0%), mentre si osserva che il numero di start up, nel 2021 rispetto al 2019, registra una più accentuata riduzione nel manifatturiero (-25,8%) e nei servizi (-13,2%). Tra le province il numero di start up registrato nel 2021 rispetto a quello del 2019 subisce una riduzione più contenuta a Vibo Valentia (-3,6%).

«La forte crescita avuta dal settore edile – ha spiegato ancora Matragrano – è fortemente legata ai bonus edilizi introdotti dal Governo, ma anche in questo caso ci preoccupa l’incertezza legata alle continue modifiche che vengono introdotte sul tema dal Governo (9 in 20 mesi). Proprio l’ultima, prevista dal  DL sostegni ter con i limiti alla cessione del credito, ha creato scompiglio nel settore e siamo lieti che il Governo abbia accolto le nostre sollecitazioni, modificandola».

Resta, sempre negativo, Il trend del turismo che, ancora nei primi 9 mesi del 2021, non recupera i livelli dei primi nove mesi del 2019.

Nella nostra regione, infatti anche a causa del crollo accentuato della presenza di turisti stranieri, la dinamica registrata è ampiamente negativa e pari al -44,7%. Il turismo, quindi, è ancora ben lontano dai livelli pre-crisi. (rrm) 

ENERGIE RINNOVABILI: DA CALABRIA E SUD
PUÒ PARTIRE L’EOLICO E IL FOTOVOLTAICO

di BIANCA VIOLANTE – Il Mezzogiorno e la Calabria come punto di partenza per lo sviluppo degli impianti eolici e fotovoltaici. È quanto è emerso dal rapporto realizzato dalla Svimez in collaborazione con Ref Ricerche, che evidenzia come gli effetti del sistema economico di tali investimenti andrebbero a privilegiare sopratutto il Mezzogiorno, «divenendo un ulteriore strumento con cui sostenere lo sviluppo delle regioni meridionali nei prossimi anni».

«Gli investimenti nelle Fer – si legge nel rapporto – possono quindi rappresentare uno strumento utile a definire una nuova politica energetica e industriale, basata sulla diffusione di tecnologie altamente innovative, e in grado di favorire l’aggancio del Sud e del Paese alla nuova catena globale del valore».

Nel rapporto, infatti, che ha analizzato «gli investimenti sarebbero necessari nelle rinnovabili per partecipare al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione già oggi inseriti nel Pnieco» e «gli effetti macroeconomici che tale mole di investimenti teoricamente necessaria comporterebbe in termini di produzione, valore aggiunto e occupazione per l’Italia e il Mezzogiorno», viene specificato come i «nuovi investimenti teoricamente necessari nelle rinnovabili, oltre a rappresentare una condizione indispensabile per conseguire gli obiettivi di decarbonizzazione assunti dall’Italia e dall’Europa, verrebbero allocati in misure prevalente nel Mezzogiorno».

Questo perché il Sud, per quanto riguarda le energie rinnovabili, svolge un ruolo importante: «considerando il livello di potenza installata, nell’ultimo decennio, al nord e al centro è andato riducendosi il peso relativo della potenza idroelettrica e geotermica, a favore di quella fotovoltaica. Viceversa, al Sud si osserva una crescita relativa del peso sia di eolico che di fotovoltaico».

«Il buon posizionamento del Sud del Paese – si legge ancora – emerge chiaramente dalla ripartizione territoriale della produzione di energia elettrica da FER. Su un totale di 115.847 GWh prodotti nel 2019 dalle FER, il 33,5% è riconducibile al Mezzogiorno, il 27,7% al Nord-Ovest, il 24,8% al Nord-Est e il 14% al Centro Italia. Contribuisce al risultato del Mezzogiorno la sostanziale concentrazione in quest’area dell’eolico (96,5%) e il ruolo di primo piano nel solare (40,5% a fronte del 22,4% del Nord Est, del 18,9% del Centro e del 18,2% del Nord Ovest)».

Il Rapporto, inoltre, ricordando che per raggiungere gli obiettivi previsti dal Pniec al 2030 servono nuovi investimenti negli impianti rinnovabili, ha individuato in circa 82 miliardi gli investimenti necessari per la creazione di nuovi impianti da Fer, che andrebbero a privilegiare le regioni meridionali, verso cui sarebbero destinati circa 48 miliardi di investimenti, pari al 58,9% del totale.

Per la nostra regione, nello specifico, per l’eolico si tratterebbe di 3 milioni, 1 milione per il fotovoltaico per un totale di più di 4 milioni, ovvero il 5,6% del totale. Con questo investimenti, il valore aggiunto attivato sarebbe di oltre 1 milione, con la quota valore aggiunto sul Pil del 4,8%.

In una analisi macroeconomica, la mole di interventi «genererebbe, su scala nazionale, un incremento nel valore della produzione ‒ al netto delle attività non market ‒ di 148 miliardi di euro; per ogni euro di investimento se ne creerebbero 1,8 nell’intero sistema economico»: non si registrerebbe solo un valore aggiunto addizionale pari a 55 miliardi di euro, ma anche un impatto sul Pil, che sarebbe pari al +3,1% sul 2019 a livello nazionale, mentre per il Mezzogiorno sarebbe del +5%, rispetto al Centro-Nord che registrerebbe un +2%.

«Gli investimenti complessivamente ipotizzati – si legge nel rapporto – sarebbero tali da attivare, nell’intero periodo, 373 mila occupati aggiuntivi, di cui 156 mila nelle regioni meridionali e la parte restante, pari a 164 mila, in quelle del Centro-Nord». Nella nostra regione, poi,  si tratterebbe di 11 mila occupati in più.

Le analisi dei principali istituti internazionali (sono stati presi in considerazione gli ultimi Outlook pubblicati prima della COP 26 di Glasgow), pure con approcci e obiettivi differenti, concordano nell’evidenziare che Per raggiungere gli obiettivi di Zero Emission al 2050 è necessaria un’ulteriore spinta che sostenga lo sforzo per la decarbonizzazione, individuando: a) nel decennio 2020-2030 la fase cruciale per potere aspirare a conseguire gli obiettivi al 2050; nello sviluppo delle FER la chiave di volta, essendo particolarmente significativo l’apporto delle fonti fossili alla produzione di energia elettrica; per raggiungere gli obiettivi al 2050 e sviluppare davvero le rinnovabili è necessario un approccio che tenga insieme il ruolo della finanza verde, gli interventi del decisore pubblico, quelli del privato, dei grandi operatori, così come lo sviluppo di una rete diffusa.

Inoltre, secondo la Svimez, «le scelte della Ue, in questo contesto, sono strategiche:« L’Europa – si legge nel rapporto – si dimostra l’area mondiale che presta maggior attenzione alle politiche e alle strategie di sviluppo dell’economia verde e circolare. In questo senso un riferimento essenziale è lo European Green Deal e, più recentemente, l’approvazione del Fit for 55 e del Next Generation EU che assume il binomio innovazione ecologica/digitale e lo declina a livello europeo con attenzione all’economia vede, circolare e alle rinnovabili».

L’Italia, da questo punto di vista, non è da meno: è, infatti, tra i primi in Europa «per potenza installata e consumi di energia rinnovabili. Secondo i dati Arera, dal 1997 al 2020 l’apporto delle rinnovabili al totale dell’energia prodotta in Italia sale dal 18,5% al 41,2%, a fronte di un parallelo calo del termoelettrico dal 79,6% al 58,1%. Questo in particolare grazie alla crescita dal 1997 a oggi di solare ed eolico».

«Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito a un parziale rallentamento: i nuovi campi fotovoltaici hanno continuato a salire, ma a velocità ridotta. Il Paese rischia così di perdere terreno di fronte ad altri grandi protagonisti delle rinnovabili come Germania o Spagna, sia nel fotovoltaico che nell’eolico. Secondo diversi osservatori uno degli elementi di freno risiede nel sistema autorizzativo che rischia di rallentare iter di installazione dei nuovi impianti. Il Pnrr rappresenta un possibile ulteriore motore per lo sviluppo delle rinnovabili. Anche se deve essere visto come un pezzo di una strategia più ampia, a oggi perimetrata dal Pniec».

Per la Svimez, appare, poi, necessario rivedere e migliorare il sistema autorizzativo, segnalando «il rischio di un’eccessiva frammentazione dei centri decisionali; la presenza di normative spesso non omogenee nei diversi territori; la necessità di accelerare il percorso di individuazione delle aree idonee. Un passo avanti in questo senso nell’individuazione delle aree idonee sembra arrivare dal recente D.Lgs. n. 199/2021, di recepimento della Direttiva RED II, finalizzato a semplificare e accelerare le procedure».

È inutile dire che, per la Calabria, quella delle energie rinnovabili potrebbe essere una grande opportunità di ripresa post-pandemia e di rilancio economico, sopratutto a livello occupazionale. Viene da chiedersi, dunque, perché ci siano politici che, invece di cogliere l’occasione, preferiscano andare contro a quelle soluzioni che gioverebbero a una terra che ha bisogno e necessita di riscattarsi. (bvi)

 

Il convegno online sulle prospettive di Sviluppo delle energie rinnovabili in Italia e nel Mezzogiorno della Svimez

Domani mattina, alle 10, in forma online, è in programma la presentazione del rapporto realizzato da Svimez insieme a Ref Ricerche sulle Prospettive di sviluppo delle energie rinnovabili in Italia e nel Mezzogiorno.

Intervengono Luca Bianchi, direttore Svimez, Fabrizio Iaccarino, responsabile Sostenibilità e Affari Istituzionali Enel Italia, Eleonora Petrarca, responsabile Business Development Italia, Enel Green Power, Antonio Martini, direttore generale Dipartimento Energia, Regione Sicilia, Edoardo Zanchini, vicepresidente Legambiente, Roberta Lombardi, assessore alla Transizione Ecologica Regione Lazio. Conclude Alessia Rotta, presidente Commissione Ambiente alla Camera dei Deputati. (rrm)

CALABRIA LENTA E ULTIMA PER CRESCITA
SVIMEZ: LA PIÙ BASSA D’ITALIA CON +3,9%

La crescita della Calabria è e sarà lenta: è solo del 3,9%, contro quello nazionale che sarà del 4,2%. È quanto è emerso dal Rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno, che ha rilevato come la crescita della nostra regione sia quella più bassa tra quelle italiane, oltre che a rimanere stabile anche nel 2o22. Un dato, che preoccupa e che indica che la differenza tra la Calabria e il resto d’Italia sia più marcato: se al Centro-Nord è prevista infatti una crescita del Pil del 6,8% a fine anno, quel tasso al Sud si assesterà al 5%.

Nel rapporto, in cui viene evidenziato che il «2020 è stato l’anno terribile nell’Italia del «doppio divario» Italia/Europa, Sud/Nord», dove il Pil del Mezzogiorno era ancora «sotto di oltre 10 punti rispetto al 2008 e il Centro-Nord era spaccato tra un Nord locomotiva ormai stanca e un Centro sempre più in linea con il Mezzogiorno (-6% rispetto al 2008)», mentre a livello nazionale, la caduta del Pil, nel 2020, è stata di quasi 3 punti superiore alla media europea (-8,9% contro il -6,1%), «anche in virtù della maggiore rilevanza di alcuni comparti, come il terziario, legati al turismo, alla cultura e ai servizi alla persona».

Il quadro emerso per la nostra regione indica che per i Settori produttivi, si è registrato un calo, tra il 2020 e il 2021 un calo del -11,6%, mentre per quanto riguarda le diverse componenti del valore aggiunto, mentre nel complesso il Mezzogiorno ha visto una flessione del 7,9% su base annua, inferiore al -8,6%nazionale, la Calabria «mostra un calo più alto della media circoscrizione (-9,3%), dovuto alla maggiore flessione di agricoltura (-11,6%), costruzioni (-11,2%) e servizi (-9,1%); inferiore alla media del Sud la flessione dell’industria in senso stretto (-9,1%)». Per quanto riguarda la crescita dell’occupazione, si stima che entro fine anno in Calabria ci sarà una crescita del 1,3% e del 1,9% nel 2022.

Per quanto riguarda, invece, la spesa delle famiglie, è prevista nella regione una crescita del 6,6% nel 2021. Un ottimo dato, se si considera che, quella nazionale, è del 5,2%. Per il 2022, infine, si stima un incremento di 3 punti, leggermente inferiore di quella nazionale, stimata al 4,5%.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, nel rapporto è stato evidenziato che «alla crescita delle regioni del Centro-Nord (+1 milione 510 mila unità pari al +9,8%) si contrappone una flessione nelle regioni meridionali (-201 mila unità pari al -3,2%). Il divario tra le due aree territoriali si approfondisce ulteriormente considerando come il tasso di occupazione cresca quasi di 8 punti nel Centro-Nord mentre fletta quasi di 2 punti nel Mezzogiorno; il gap tra i due tassi sale da circa 12 ad oltre 20 punti percentuali (nel 2020, 65,4% e 44,3% rispettivamente nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno)».

«Nel 2022 la Svimez – si legge nel rapporto – prevede un aumento del Pil del +4,2% al Centro-Nord e del +4% nel Mezzogiorno. Nel biennio 2023/2024 prevediamo al Sud rispettivamente +1,9% il primo anno e +1,5% il secondo, mentre nel Centro-Nord il Pil crescerebbe del +2,6% nel 2023 e del +2% nel 2024. Nel quadriennio l’impatto relativamente maggiore delle manovre di finanza pubblica e del Pnrr al Sud rispetto al Centro-Nord, dovrebbe impedire al divario di riaprisi».

«Ma la debolezza dei consumi – continua il rapporto – conseguente alla dinamica salariale piatta (15,3% di dipendenti con bassa paga nelle regioni meridionali rispetto a 8,4% in quelle centro settentrionali), al basso tasso di occupazione e all’eccessiva flessibilità del mercato del lavoro meridionale con il ricorso al tempo determinato per quasi 920 mila lavoratori meridionali (22,3% al Sud rispetto al 15,1% al Centro-Nord) e al part time involontario (79,9% al Sud contro 59,3% al Centro-Nord), frenerebbe la crescita. La Svimez stima che, dopo lo sblocco dei primi licenziamenti da fine giugno, ci siano stati circa 10.000 espulsi dal mercato del lavoro, di cui il 46% concentrato nelle regioni meridionali. Di qui l’indispensabilità di un ruolo attivo delle policy».

Per la Svimez, infatti, «dei quasi quasi 15 punti di crescita previsti per l’Italia nel quadriennio, ben 7 sono riconducibili alla policy. L’effetto delle misure è maggiore al Sud, dove il contributo offerto dagli interventi copre il 58,1% della crescita cumulata nel quadriennio 2021/2024, contro il 45% nel Centro-Nord. L’economia meridionale potrebbe avere una spinta decisiva se si spenderanno interamente i fondi destinati al Mezzogiorno (40%) e se si riuscirà a trasformare la spesa per investimenti pubblici in nuova capacità produttiva in grado di intercettare una quota maggiore di domanda, interna ed estera».

Per l’Ente, «buona parte dei divari di genere, infatti, dell’Italia con l’Unione europea sono ascrivibili alla situazione delle regioni meridionali. La quota di donne neet è molto elevata nel Mezzogiorno, quasi 900mila, con valori intorno al 40% rispetto al 17% nella media europea. A conferma della maggiore difficoltà di accesso al mercato del lavoro delle giovani donne nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione delle 20-34enni laureate da 1 a 3 anni è appena il 44% nel Mezzogiorno a fronte di valori superiori al 70% nel Centro-Nord. Rispetto al secondo trimestre 2019, l’occupazione femminile nel Sud si è ridotta di circa 120mila unità nel 2021, (-5%, contro -3,3% del Centro-Nord)».

«Nel campo della sanità – si legge – si registrano valori di spesa pro capite mediamente più bassi nelle regioni del Mezzogiorno. La netta riduzione dell’assistenza ospedaliera operata per massimizzare i risparmi immediati non è andata di pari passo con il rafforzamento dei servizi alternativi all’ospedale, in primis la medicina territoriale. Su quest’ultimo fronte, come mostrano diversi indicatori, i risultati sono stati poco soddisfacenti, soprattutto nel Mezzogiorno, che già partiva da livelli più contenuti di servizi di assistenza territoriale. In particolare, il tasso di assistenza domiciliare integrata, calcolato su 10mila abitanti ultrasessantacinquenni, è pari a oltre 715 al Nord e a più di 636 al Centro mentre cala a 487 nel Mezzogiorno. Alle differenze nelle prestazioni erogate dai diversi Servizi 3 sanitari regionali si associa il fenomeno ormai strutturale della migrazione dal Sud al Nord del Paese dei cittadini alla ricerca di cure mediche».

Per quanto riguarda l’istruzione, la Svimez ha rilevato che «l’Italia e soprattutto il Mezzogiorno rimangono ancora distanti dai target europei nei servizi all’infanzia (il 33% di copertura nella fascia 0-2 anni). Il livello dei posti si attesta al 26,9% dei bambini fino a 2 anni con elevate disparità territoriali: circa il 15% la copertura nelle Regioni del Sud. Il divario tende a chiudersi con il passaggio alla scuola materna e primaria ma la carenza d’offerta a sfavore del Mezzogiorno si sposta dai posti agli orari di frequenza».

«Nel Mezzogiorno – si legge – è molto meno diffuso l’orario prolungato nella scuola d’infanzia (5,3% dei bambini), e, viceversa più diffuso l’orario ridotto (19,7%) rispetto al Centro-Nord (17,3% e 3,6% rispettivamente i bambini ad orario prolungato e ridotto) mentre nella scuola primaria la percentuale di alunni che frequentano a tempo pieno è più bassa nelle regioni meridionali (17,6%) rispetto al resto del Paese (47,7%). Gli early leavers meridionali che lasciano prematuramente il sistema formativo sono il 16,3% al Sud a fronte dell’11,2% delle regioni del Centro-Nord: 253mila giovani meridionali con al massimo la licenza media e fuori dal sistema di istruzione».

Per quanto riguarda la sfida del Pnrr, la Svimez, che ha rilevato che le regioni e Comuni del Sud «soffrono di un’evidente debolezza della macchina amministrativa, il cui numero degli addetti è esiguo», ha ribadito che va «rafforzato il supporto alla progettualità di questi Enti decentrati attraverso: Centri di Competenza nazionali a supporto della Pa (come Consip, Invitalia, Sogei), Centri di Competenza Territoriale, in raccordo con le Università» che l’Ente propone di costituire.

«Un’altra sfida decisiva – ha rilevato la Svimez – riguarda il coordinamento tra fondi del Pnrr e fondi della Politica di Coesione, che non possono andare avanti come due compartimenti stagno, bisogna programmarli e spenderli in sinergia per ottenere il massimo impatto sui territori meridionali. Per il completamento del ciclo 2014/2020 dovranno essere spesi entro il 2023 oltre 30 miliardi, ai quali si vanno a sovrapporre i nuovi fondi del periodo successivo 2021/2027, 83 miliardi, da utilizzare entro il 2030».

«Una quota rilevante di queste risorse dovrà essere impegnata al Sud», quindi è «indispensabile una complementarietà tra politiche di coesione nazionale ed europea col Pnrr, che può avvenire solo a patto che i Programmi della Coesione siano effettivamente aggiuntivi e che siano uniformate le modalità di governance. Questo coordinamento dovrà anche essere esteso alle politiche generali, valorizzando il contributo delle transizioni gemelle verde e digitale delle regioni del Sud, nell’ambito di un disegno di politica industriale che metta a frutto il posizionamento strategico del Paese nel Mediterraneo».

Per quel che riguarda le imprese, la Svimez da un lato «auspica che vi sia un’adeguata capacità di assorbimento delle risorse stanziate, in particolare quelle dedicate alla Transizione 4.0, da parte delle aziende meridionali. Dall’altro, che si semplifichi e si faccia chiarezza sull’obiettivo del trasferimento tecnologico, che rischia di incidere solo marginalmente se persiste l’attuale quadro estremamente frammentato di soggetti che se ne occupano».

«Solo così – ha concluso – l’attuale sistema economico (industria e servizi) del Sud potrà superare il tendenziale ampliamento del divario rispetto alle aree più avanzate del Centro-Nord in termini di capacità innovativa e livelli di conoscenza “inglobati”».

Per la ministra per il Sud, Mara Carfagna, «il rapporto Svimez 2021 presentato oggi conferma gli effetti positivi del Pnrr sulla crescita del Sud nei prossimi anni. Spero che questo possa mettere fine al dibattito spesso strumentale sulla “quota Sud».

«I fondi ci sono – ha sottolineato – l’abbattimento del “muro invisibile” che divide i cittadini del Sud da quelli del Nord non è più la richiesta inascoltata di una periferia del Paese. Non è più la richiesta solo della Svimez o del ministro del Sud, ma sta finalmente diventando una missione nazionale a cui tutti siamo chiamati a collaborare». (rrm)

Domani il convegno della Svimez e dell’Anbi sull’acqua

Domani mattina, alle 10,30, nel Centro Congressi Roma Eventi, è in programma il convegno organizzato dalla Svimez e dall’Anbi, dal titolo Conservare l’acqua per rispondere al grido d’aiuto dei territori, a cui saranno presenti il direttore Luca Bianchi e il presidente Anbi, Francesco Vincenzi.

L’importante incontro si incentra sulla necessità di urgenti interventi per la salvaguardia idrogeologica e la gestione idrica di fronte alle sempre più gravi conseguenze dell’emergenza climatica, alla luce delle scelte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Insieme ai presidenti Vincenzi e Bianchi, Giordano Colarullo, Direttore Generale Utilitalia, Tina Balì, Segretaria Nazionale Flai Cgil ed Erasmo D’Angelis, segretario AdBD Appennino Centrale, si confrontano con Alessandro Morelli, viceministro Infrastrutture e mobilità sostenibili, Francesco Battistoni, sottosegretario MiPAAF, Fabio Melilli, presidente Commissione Bilancio Camera, Gianpaolo Vallardi, presidente Commissione Agricoltura Senato, Alessia Rotta, Presidente Commissione Ambiente Camera, Filippo Gallinella, presidente Commissione Agricoltura Camera e Giuseppe L’Abbate, Commissione Agricoltura Camera(rrm)

COM’È INGIUSTO IL PAESE CON LA CALABRIA
E CRESCONO DISUGUAGLIANZA E DIVARIO

di SANTO STRATI – Il nuovo libro di Pino Aprile, il più strenuo difensore del Meridione e della sua gente, è un pugno allo stomaco e offre lo spunto per notare quanta disuguaglianza c’è ancora tra i due poli del Paese: il Nord cresce e corre, il Sud arretra e, inesorabilmente, ferma i sogni di migliaia di giovani, donne, laureati. Il divario è anche e soprattutto qui: nella palese sperequazione che si perpetra ogni giorno in qualunque campo, nonostante gli allarmi – appassionati – della Svimez, la eccellente associazione creata ai primi di dicembre del 1946 da un gruppo di personalità del mondo industriale ed economico. L’ultimo Rapporto Svimez – presentato qualche giorno fa e di cui parleremo nei prossimi giorni – lo dice chiaramente: il Nord riparte, il Sud fa fatica non solo a riprendersi dalla pandemia ma anche a programmare il suo futuro, nonostante il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Il ragionamento che suggerisce Aprile (Tu non sai quanto è ingiusto questo Paese, edizioni Pienogiorno), in realtà, non è che la diretta conseguenza delle tante pagine che il giornalista-saggista – oggi alla Direzione della tv calabrese LaC24 – ha dedicato al “furto” continuo e costante. Uno scippo urlato molto frequentemente con grande coraggio e onestà intellettuale anche da Roberto Napoletano sulla prima pagina del Quotidiano del Sud-L’altravoce dell’Italia: un esproprio legale e legalizzato dalla ricche regioni del Nord ai danni del Mezzogiorno.

Quando il gruppo di illuminati economisti e industriali, tra cui figuravano Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Donato Menichella e altri, nell’immediato dopoguerra diede vita all’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), non immaginava di anticipare di molti decenni l’idea che senza il Sud l’Italia avrebbe sempre marciato col freno a mano alzato. Erano industriali anche del Nord che si erano resi conto che occorreva immaginare progetti e sviluppare programmi di crescita reale per l’area più depressa del Paese, con l’obiettivo (pura illusione!) di realizzare l’unificazione anche economica dell’Italia.

Il problema è di crescita della ricchezza – per pochi – e la perdita di valore – per moltissimi. E il Covid si è rivelato un ottimo affare per i “ricchi” che sono diventati più ricchi, ma una disgrazia anche economica per i poveri che si sono ritrovati più poveri di prima. Ecco la disuguaglianza che emerge amaramente dalle pagine del libro di Pino Aprile: «la tutela sociale – scrive citando il prof. Viesti – è stata ed è in Italia più forte dove il benessere è maggiore». L’Italia era già molto disuguale da prima e il rapporto Oxfam 2020 rivela che i tre italiani più ricchi hanno quanto i sei milioni più poveri messi insieme. Il 20 per cento più ricco possiede il 70 per cento dei quasi 9300 miliardi del patrimonio nazionale; il successivo 20 per cento ha circa il 17 per cento di quei 9300 milairdi e al restante 60 per cento degli italiani rimane il 13 per cento della ricchezza. Aprile fa un esempio concreto: se fossimo una famiglia numerosa di dieci fratelli e avessimo 1000 euro, a due fratelli andrebbero 700 euro (350 a testa) ad altri due 85 a testa e ai rimanenti sei fratelli 21,60 euro a testa. Banalmente viene da pensare che forse è persino ottimistica come considerazione. Già, perché, soprattutto in Calabria, il divario, la sperequazione intollerabile, ha raggiunto livelli che dovrebbero far vergognare l’intera classe politica. E non solo quella del Mezzogiorno. Anzi è l’intera classe politica del Paese che dovrebbe fare un serio esame di coscienza sulle mancate promesse che, ad ogni elezione, vengono riproposte, salvo a rimangiarsi tutto, con la colpevole indifferenza dei parlamentari eletti al Sud.

Avevano provato con l’autonomia differenziata Emilia, Piemonte e Veneto a legittimare lo scippo con il pretesto della “spesa storica” (altra truffa ai danni delle regioni povere) secondo cui chi spende di più prende di più, chi è in difficoltà può restare a guardare. Il colpaccio dell’autonomia differenziata non è passato, anche a causa della pandemia, che ha accentuato, per altri versi, la dicotomia costante tra nord e sud, ma il divario non si è ridotto, anzi cresce, cresce continuamente e i numeri sono sconsolanti. Prendiamo i nostri giovani: «pur essendo la generazione più colta di sempre – fa notare Aprile – sono anche la prima, dall’Unità a oggi, a stare peggio dei loro genitori». È un problema di opportunità e di visione strategica.

Abbiamo quasi una generazione di inoccupati, ovvero di ragazzi che non hanno la più pallida idea di cosa sia il lavoro: con una scolarizzazione decisamente alta (abbiamo tre atenei che sfiorano l’eccellenza) la Calabria è la più grande esportatrice di cervelli. Prepara, forma i suoi ragazzi, ne fa laureati di altissimo valore, poi non offre loro alcuna occasione per esercitare una professione o un’attività di ricerca o di specializzazione. Li costringe a prendere il trolley verso le regioni intelligenti che non vedono l’ora di “utilizzare” le loro competenze, verso Paesi che fanno del merito una questione essenziale per la crescita e lo sviluppo e selezionano, per valorizzare, le capacità e le competenze che non hanno avuto costi di formazione. Dodici milioni di giovani – dice Aprile – corrono l’alto rischio di diventare i nuovi poveri, già oggi, persino se lavorano, perché è il crescita il fenomeno mondiale dei poor workers, quelli che, pur avendo un’occupazione e un reddito, non riescono a uscire dallo stato di bisogno.

Ci ha abituati all’indignazione Pino Aprile con i suoi libri, ma stavolta si supera ogni ragionevole rassegnazione: il quadro che, in modo ineccepibile, riesce a tracciare sulla disuguaglianza è terribile e amarissimo. I nostri ragazzi che vanno in Emilia, in Lombardia, in Piemonte “sopravvivono” grazie alle rimesse di genitori e nonni, mentre la Regione Calabria che spende e spande in cavolate varie non è riuscita dalla sua costituzione (era il 1970, non dimentichiamolo) a creare un percorso di sviluppo per i giovani, che metta in primo piano il problema lavoro. L’occupazione significa benessere non solo economico, ma possibilità di immaginare e costruire un futuro: ai nostri ragazzi abbiamo – tutti quanti – rubato il futuro e non ci sono scusanti. Quanti giovani calabresi vorrebbero restare nella propria terra, in famiglia, tra amici, nella sicurezza della casa dei genitori o dei nonni e devono, invece, guardare ai mercati che offrono loro opportunità di crescita. Il South Smartworking (ovvero, il lavoro da casa, fatto al Sud, nella casa di famiglia) è stato una boccata di ossigeno per molti giovani occupati che, causa pandemia, hanno lasciato momentaneamente le sedi di lavoro (chiuse) di Milano, Torino, Trieste, etc. E non vogliono, giustamente, ritornare al Nord perché hanno toccato con mano una qualità della vita che è ben differente da antipatiche routine quotidiane consumate nel ristretto di camere ammobiliate e sistemazioni di fortuna. È a loro che bisogna pensare, bisogna permettere alle nuove generazioni di disegnare il proprio futuro, immaginare una famiglia, poter crescere dei figli. Ma nel nostro Paese – grida giustamente Aprile – quello che manca è l’equilibrio: e chi più ha più trae per sé sottraendo a chi meno può.

In quest’ottica un buon utilizzo delle risorse che arrivano dall’Europa, il PNRR, potrebbe essere fondamentale per modificare almeno lo status sociale che ci sbatte in faccia l’ignobile differenza tra nord e sud: ai bambini in difficoltà, in Calabria – fa notare Aprile per chi l’avesse dimenticato – si spende undici volte meno che per quelli dell’Emilia Romagna. È desolante per non dire agghiacciante: la carenza di servizi riduce ulteriormente il potere di acquisto di chi vive al Sud. Dove – è bene rimarcarlo – non servono sussidi ma opportunità di lavoro, stabile e con un compenso dignitoso e adeguato. Ne sanno qualcosa le migliaia di precari utilizzati nella catena del commercio, sfruttati in virtù del bisogno, sottopagati e trattati come simil-schiavi che devono dire sempre di sì. È un quadro che emerge nitidamente dalle pagine di Aprile e che muove, inesorabilmente, una semplice domanda: ma quant’è ingiusto il Paese nei confronti dei calabresi? Se lo ricordino, questi ultimi, quando andranno alle urne per non premiare, nuovamente, i dispensatori professionali di speranze, soprattutto quelli ai quali della Calabria non interessa proprio niente. (s)


Stasera alle 21.30 a Reggio al Circolo del Tennis per i Caffè Letterari del Circolo Rhegium Julii Pino Aprile sarà intervistato dal direttore di Calabria.Live Santo Strati. Partecipano Enzo Filardo e Mario Musolino.

LA SVIMEZ: INVESTIRE NELL’ACQUA AL SUD
PER FAR CRESCERE IL PIL E L’OCCUPAZIONE

Nel Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, le perdite idriche e lo spreco dell’acqua sono un gravissimo problema. Eppure, se si investisse nel settore idrico, con un finanziamento aggiuntivo di 3 miliardi di euro da destinare alle imprese meridionali, si «genererebbe un incremento del Pil dello 0,3% in Italia, con un significativo recupero del Mezzogiorno: nel triennio 2021-2023 la maggiore crescita cumulata del Pil del Sud sarebbe +1,1%, contro +0,1% previsto per il Centro-Nord».

È quanto è emerso dal rapporto redatto dalla Svimez con il supporto di Utilitalia, che è stato presentato nel corso di un webinar sul tema Pnrr: Investimenti e nuove politiche per un moderno servizio idrico nel Mezzogiorno, a cui hanno partecipato il direttore Luca Bianchi, il presidente di Utilitalia, Michaela Castelli e il ministro per il Sud, Mara Carfagna.

Dal report, è emerso che «lo spreco dell’acqua, in particolare nelle regioni meridionali, è sempre troppo elevato: al Nord mediamente le perdite idriche si attestano intorno al 28%, al Sud superano il 47%, con picchi del 60% in alcuni capoluoghi siciliani e campani» e che «a fronte degli evidenti divari di qualità riscontrati, le tariffe mediamente non sono così difformi sul territorio nazionale: anzi, in alcune aree del Mezzogiorno sono perfino sensibilmente superiori rispetto a quelle del Nord, dove una parte dell’efficientamento del servizio si è riflessa in minori costi del servizio stesso oltre che nell’incremento della qualità».

Secondo il Report, «appena il 7% delle famiglie del Nord è poco o per niente soddisfatto del servizio, contro il 21% delle famiglie del Mezzogiorno, con una punta del 36% in Calabria».

«Rispetto a un investimento medio degli altri Paesi europei di 90 euro per abitante – si legge – l’Italia ha investito molto meno, circa 39 euro (dati 2017). Gli investimenti nel Mezzogiorno si attestano a meno, circa 26 euro, rispetto ai 39 del Centro-Nord. Per di più, nelle gestioni comunali in economia, significative in molte Regioni meridionali, l’investimento medio (2015-2016) scende tra i 4 ed i 7 euro per abitante. Per riequilibrare il divario di investimenti tra Nord e Sud, in base alla clausola del 34%, per la quale si è battuta a lungo la Svimez, e che è ormai legge, occorrerebbe un finanziamento aggiuntivo di quasi 3 miliardi da destinare alle imprese meridionali. Se, poi, si volesse riequilibrare in termini pro-capite il valore cumulato degli investimenti realizzati a partire dall’anno 2000, la misura di tale compensazione sfiorerebbe i 4 miliardi, con impatti maggiori in Sicilia, Campania e Calabria».

In base al Report, «il livello di fatturato per addetto è significativamente più elevato al Centro-Nord (circa 260mila euro) rispetto al Mezzogiorno (circa 184mila euro), così come la produttività lorda, misurata dal valore aggiunto per addetto, che al Centro-Nord si colloca intorno ai 134mila euro per addetto, contro i quasi 95mila del Sud. In base alle stime elaborate con il modello Nmods della Svimez, un piano di investimenti aggiuntivi per 3 miliardi nel settore idrico genererebbe un incremento del Pil dello 0,3% in Italia, con un significativo recupero del Mezzogiorno: nel triennio 2021-2023 la maggiore crescita cumulata del Pil del Sud sarebbe +1,1%, contro +0,1% previsto per il Centro-Nord».

«Sotto il profilo occupazionale – si legge – nel periodo di realizzazione degli investimenti, i posti di lavoro aumenterebbero di quasi 45mila unità, in gran parte, circa 40mila, concentrate nel Mezzogiorno, ma con una consistenza non trascurabile anche nel Centro-Nord (circa 5mila). Secondo il Report, serve nel Mezzogiorno una maggiore aderenza alle strutture d’impresa adottate al Nord, promuovendo aziende medio-grandi. Al Sud la dimensione media delle imprese supera di poco i 30 addetti, mentre al Centro-Nord raggiunge i 50. Inoltre, più di un terzo del valore delle gestioni idriche è privo di un soggetto industriale al Mezzogiorno, contro il 7,2% del Centro-Nord, con picchi in Molise, Calabria, Sicilia e Basilicata, dove oltre la metà del servizio idrico è in forma diretta».

«L’aver mantenuto in capo ai Comuni la gestione diretta del servizio idrico integrato nel Mezzogiorno, disapplicando sistematicamente la legge Galli, ha generato i ritardi rispetto al Nord. Nelle regioni dove la resistenza dei Comuni è stata maggiore nel cedere gli impianti a un gestore industriale, vi sono livelli più bassi d’investimenti e peggior qualità del servizio coniugata a tariffe più alte, proprio là dove le condizioni finanziarie e reddituali delle famiglie, in particolare al Sud, sono più precarie. La lievitazione dei costi, sommata alla mancata crescita delle tariffe, o alle blande riscossioni delle tariffe stesse pur se adeguate, rende insostenibile la resistenza dei Comuni».

Il Report contiene alcune proposte di policy per affrontare il problema: «Promuovere una gestione imprenditoriale; Allineare la governance agli standard nazionali; Individuare i gestori unici per ogni ambito ottimale; Imporre ai Comuni che erogano direttamente il servizio di cedere gli impianti al gestore individuato o di adottare il sistema regolatorio vigente e applicare tariffe coerenti con esso nel caso in cui non vi sia un gestore individuato; Garantire la capitalizzazione del gestore, realizzando una parte degli investimenti con un contributo pubblico, in modo da non scaricare sulle tariffe tutti gli oneri».

«Alla radice del divario di cittadinanza “idrico” ci sono scelte miopi della politica locale che hanno consegnato in molte parti del Mezzogiorno un servizio di pessima qualità, con perdite sulla rete anche del 70% e inesistenza di impianti di depurazione delle acque reflue” – ha commentato Luca Bianchi, Direttore Svimez –. Con il mantra illusorio dell’acqua pubblica è stata disapplicata la normativa nazionale, non sono stati fatti crescere i gestori industriali e si sono bloccati gli investimenti. Adesso bisogna accelerare per raccogliere la sfida della transizione ecologica e allineare le gestioni idriche del Mezzogiorno a quelle del Nord».

«Ridurre il gap infrastrutturale del sistema idrico al Sud – ha dichiarato la presidente di Utilitalia, Michaela Castelli – tutela i diritti dei cittadini ad usufruire di un servizio di qualità uniforme su tutto il territorio nazionale e, al contempo, può innescare una positiva dinamica di sviluppo economico e sociale. Occorre recuperare rapidamente il ritardo accumulato nelle regioni meridionali rispetto all’implementazione del quadro normativo e regolatorio nazionale. Nei territori in cui la riforma risalente a più di 25 anni fa non è stata ancora portata a compimento, servono interventi che permettano di superare le gestioni in economia, rilanciare gli investimenti e promuovere la strutturazione di un servizio di stampo industriale». (rrm)