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COSA POSSONO DARE I CALABRESI LONTANI
E COSA DEVE FARE LA REGIONE PER LORO

Emigrazione dal Sud anni 50

di SANTO STRATI – Esistono tante Calabrie. Quella fisico-geografica che dal Pollino si tuffa nello Stretto, tra Jonio e Tirreno, e le altre che vivono nel cuore di oltre sei milioni di calabresi che stanno lontano dalla propria terra. Quelli che hanno dovuto (a volte voluto) andar via e che conservano un ricordo forse sbiadito seppure carico di odori, sapori, immagini, di memoria di persone o cose. Quelli che, in gran parte, non sono più tornati, epperò mantengono una grande malinconia a volte velata dalla tristezza di una fine consapevolmente vicina senza aver ribaciato almeno una volta la terra che ha dato loro i natali. È quel sentimento che il poeta Corrado Calabrò ha definito calabresità, che chiunque sia nato in questa regione si porta dentro, nel proprio dna, e, incredibilmente, riesce a trasmettere alle generazioni successive: ci sono le seconde, terze, quarte generazioni di calabresi sparse in ogni parte del mondo che, pur senza conoscere la terra dei loro padri, la sentono propria, l’avvertono come una meravigliosa proprietà – impalpabile – che li fa sognare e li fa palpitare. Sono i calabresi nel mondo, una comunità grande quanto Roma e Milano messe insieme, che spesso non parlano italiano (ma il dialetto sì) e si sentono partecipi di quell’orgoglio unico di tale appartenenza. Soffrono quando leggono o ascoltano in tv le tragedie che, puntualmente, colpiscono la Calabria, inorridiscono davanti alle spietate cronache di morti ammazzati di mafia,, o di processi interminabili contro il malaffare – perché la stampa nazionale e straniera quando parla di noi si nutre solo di cattive notizie – e, a volte, gioiscono nel vedere qualche immagine della Calabria “bella” (non basterebbero migliaia di pagine, volendo mostrare quanti tesori inesplorati e sconosciuti sono lì, trascurati o, peggio, ignorati) che appare sul New York Times (ha messo la Calabria tra le mete di sogno dei turisti, qualche anno fa) o sulle tv planetarie di Murdoch. E piangono lacrime d’orgoglio quando scoprono che uno di loro – un calabrese – raggiunge vette importanti, si fa onore nella società, nella scienza, nelle istituzioni, dando lustro a una terra che dev’essere solo riscoperta, non inventata. Perché ha migliaia di anni di storia alle spalle, è al centro della culla della civiltà, e – per inciso – ha dato persino il nome alla grande Italia.

Quest’oceano di uomini, donne, anziani, adolescenti, giovani, di cui sappiamo poco e che, per contro, non sa molto della terra dei propri avi, è una risorsa inestimabile per la regione: è un’occasione straordinaria per utilizzare dei testimonial sinceramente autentici a marcare la differenza che tutti gli italiani ci invidiano. I calabresi fanno comunità, è un insieme coeso e inossidabile di persone che la diaspora ha portato lontano, anche nei posti più sperduti della terra. Eppure, quando s’incontrano – anche da perfetti sconosciuti – scatta un senso di fratellanza che è unico e inimitabile: figli di una madre matrigna che li ha fatti andar via se non allontanati, ma è madre di sangue, di passione, di dolore, di cui non ci si può dimenticare. Il grembo di questa terra è stato sempre gravido di gente destinata ad andar via: la storia dell’emigrazione di inizio secolo ha tanta narrazione calabrese. Prima partivano i braccianti, i contadini, gli artigiani, la valigia di cartone, alla bell’e meglio legata con lo spago, le lacrime negli occhi e la speranza – quella fortissima – di poter tornare, facendo crescere e studiare i figli, con il sacrificio della lontananza e delle rinunce; oggi continuano ad andar via, ma sono i figli di quelli che i nostri emigrati hanno mandato a scuola: col trolley, abbandonano affetti, amori, amicizie, abitudini, e vanno dove c’è qualcuno in grado di apprezzare le loro capacità e le loro competenze. Sono i giovani cervelli in fuga che non è più la madre matrigna che manda via, ma la stupidità e l’ottusità dei governanti che hanno distrutto e continuano a martoriare questa terra: abbiamo tre università che sfiorano l’eccellenza e sfornano fior di laureati e ricercatori, ma per loro non ci sono opportunità né di lavoro, né di crescita, né di formazione. Nè tantomeno prospettive di vita, col sogno di una famiglia, nella terra dei padri, dove l’aria è buona, non si dorme in soffitte spesso putride, e si mangia da mamma o da nonna in attesa di mettere su casa. Vanno tutti a lavorare all’estero o nelle metropoli italiane dove fanno ricche le multinazionali che ne intuiscono il valore e lo sfruttano rapacemente, visto che chi li ha formati non sa utilizzare questi giovani capaci. Destinati a far ricche le regioni già ricche sera alcuna possibilità di offrire alla propria terra competenza e capacità. E questa è la storia più triste della diaspora calabrese: abbiamo rubato il futuro ai nostri ragazzi e continuiamo a sottrarlo alle future generazioni: la Calabria deve cambiare registro, deve puntare sulle sue risorse, quel patrimonio umano che è straordinario e che può (deve?) rientrare. Per crearsi una vita migliore, speranze di futuro e vedere sviluppare la propria terra dove far crescere i propri figli.

Ebbene, la Regione (intesa come ente) fino ad oggi ha trascurato in maniera colpevole i suoi figli lontani, salvo a destinare qualche spicciolo alle tante associazioni di calabresi nel mondo – mille, qualche volta duemila euro – per contribuire alla solita festa di tarantella e salsiccia. Ma non è questo che serve, non è questo che crea coesione: non cercano – i nostri fratelli che vivono lontano – un tiepido segnale di presenza: vogliono partecipare, esser partecipi di una rinascita possibile, vogliono contribuire alla crescita che non è più un miraggio, e – ove ci siano le condizioni – vogliono ritornare.

Con la nascita della Consulta dell’emigrazione (voluta da una legge regionale) sembrava ci fossero i presupposti per cogliere la grande opportunità offerta dai calabresi nel mondo. Non se n’è fatto nulla, al di là di un po’ di viaggi (a carico della comunità regionale) promo-istituzionali su cui preferiamo stendere un velo pietoso. La compianta Jole Santelli, appena nominata presidente, aveva capito – una volta chiarito l’equivoco della Fondazione su cui c’è un processo penale in corso e che nulla ha a che vedere con la Consulta – che i calabresi nel mondo erano una risorsa in utilizzata, una miniera di opportunità per la regione. La sua fine prematura ha interrotto il sogno di coinvolgere come testimonial i calabresi nel mondo e creare un grande intelligente interscambio tra la Calabria e il resto del pianeta: opportunità di commerci, con incremento dell’export delle nostre eccellenze agro-alimentari – e attrazione di capitali di ricchi calabresi (ce ne sono tantissimi ad aver fatto fortuna all’estero) intenzionati a investire in Calabria.

La presidente Jole aveva intuito che la Consulta dell’Emigrazione non poteva essere più un club di pochi privilegiati con rimborso spese dei viaggi per incontrarsi qualche volta in Regione e scambiarsi modesti pareri e curiosità, bensì si dovevano mettere insieme, in rappresentanza di tutte le comunità di calabresi presenti in ogni parte del mondo, degli autentici innamorati della propria terra, disposti a lavorare gratis, per costruire un modello funzionale di continuità territoriale. Aprire gli atenei calabresi ai ragazzi, figli di emigrati, disposti a trasferirsi (e probabilmente a restare anche dopo la laurea), offrire agevolazioni per l’acquisto di terre e di aree da destinare a iniziative industriali, attrarre investimenti, facilitare il cosiddetto turismo di ritorno. Solo quest’ultimo, si consideri, porterebbe ogni anno centinaia di migliaia di turisti (aggiuntivi al turismo tradizionale) desiderosi di conoscere le terre dei padri: un indotto produttivo senza eguali per la popolazione e gli addetti al turismo. Per mandare avanti questi progettii non serve inventare nulla, basta far lavorare i consultori.

Poco prima di morire, la presidente Jole aveva espresso al direttore generale della Giunta Tommaso Calabrò il desiderio di rinnovare, con questi obiettivi, l’organismo dei consultori. Calabrò ha profuso energie e risorse ed è riuscito a individuare in pochissimo tempo i nuovi componenti della Consulta dell’Emigrazione (che, ripetiamo lavorano gratis): bene la Giunta regionale ha atteso quasi sei mesi per dare il via all’ufficialità, pur nella precarietà del Governo, ma non ha saputo cogliere il senso del progetto della Santelli. La burocrazia regionale ha vinto ancora una volta aiutata anche dalla malavoglia di qualcuno di rendere operativo un organismo di grande responsabilità, cui assegnare impegni su cultura, turismo, internazionalizzazione, emigrazione di ritorno.

I consultori nominati alcuni mesi fa non sono stati messi in condizione di lavorare – probabilmente con il pretesto del governo regionale in prorogatio – ma hanno comunque espresso entusiasmo e molte idee, con tanta voglia di mettersi a disposizione dei calabresi e della Calabria: il nuovo Governo regionale, qualunque esso sarà, non trascuri la magnifica opportunità di mettere a profitto un organismo della regione in grado di produrre ricchezza, oltre a mantenere vive le tradizioni, nel solco della cultura di cui la Calabria è ricca (e sfortunatamente grande esportatrice passiva). Contiamoci, costruiamo, attraverso le aree territoriali dei consultori, un’ampia rete di contatti che produca benessere e salvaguardi la nostra storia. Di calabresi, orgogliosi delle proprie origini. (s)

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OGGI UN INCONTRO INFORMALE A FALERNA

Stasera, a Falerna c’è una riunione informale dei consultori attualmente in Calabria (molti ritornati per le vacanze).«L’incontro – ha dichiarato a Calabria.Live il coordinatore e vicepresidente della Consulta Salvatore Tolomeo – più che una rimpatriata dei presenti in Calabria in collegamento con tutti gli altri assenti rimasti all’estero, si pone l’obiettivo di una opportunità di discussione sul ruolo rivestito su nomina della Regione Calabria.
I Consultori, ovunque presenti, hanno espresso entusiasmo, capacità professionali e sopratutto grande voglia di contribuire allo sviluppo socio-economico della Calabria con la realizzazione di programmi e progetti che si potrebbero realizzare insieme alla Regione Calabria con importanti ritorni per l’economia calabrese.
Per concretizzare ciò è però indispensabile un tavolo permanente di confronto per passare dalle idee alle fasi operative, una collaborazione continua e, non secondari, i tempi di realizzazione. Ovviamente occorre fornire gli strumenti normativi idonei come il Bilancio ora inesistente, il coinvolgimento nelle iniziative regionali fuori della Calabria, una struttura adeguata  con competenze per pianificare e realizzare i progetti.
È un auspicio che la prossima Presidenza dovrebbe recepire per il bene comune Calabria». (rcz)

 

 

 

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