L’EMIGRAZIONE, IL TRISTE FENOMENO CHE
ARRICCHISCE IL NORD AI DANNI DEL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «Attualmente  la stragrande maggioranza degli interventi viene effettuata con tecniche chirurgiche d’avanguardia e mininvasive, grazie alla laparoscopia con visione tridimensionale ed alla chirurgia robotica. Queste  competenze hanno permesso di trattare moltissime patologie in maniera ottimale e secondo i più alti standard terapeutici nazionali ed internazionali». Lo afferma Alfredo Ercoli, professore ordinario di Ginecologia ed Ostetricia e direttore della Scuola di Specializzazione in Ginecologia ed Ostetricia e direttore dell’Uoc di Ginecologia ed Ostetricia del Policlinico ‘G. Martino’. Di Padova? Eh no. Non ci crederete ma parliamo di Messina. 

Contraddicendo tutti coloro, molti di questi meridionali, che se hanno un problema di salute pensano che il miglior modo di risolverlo sia quello di comprare un volo low cost per il Nord. 

In realtà tutti sanno che le eccellenze sanitarie  in termini individuali sono certamente presenti in tutto il Paese. Ma mentre al Nord il sistema sanitario ha una organizzazione complessiva, che garantisce il malato in tutti i momenti della sua degenza spesso, invece,  nelle strutture meridionali a fianco alle eccellenze professionali vi è una realtà complessiva che non è all’altezza delle individualità, anche eccellenti, che vi operano. Tale situazione  di mobilità comporta un costo per la regione che subisce il trasferimento ed un vantaggio per chi invece accoglie i pazienti. 

Infatti le amministrazioni, che fanno parte del sistema sanitario nazionale, rifondono a quelle che accolgono i costi sostenuti per prestare le cure richieste. Anzi le strutture di accoglienza si sono organizzate in maniera tale che non vi siano liste di attesa per chi arriva da fuori, che invece permangono per i residenti, in modo da incoraggiare i pazienti alla emigrazione sanitaria. 

Un sistema messo a punto non solo per quanto attiene alla sanità ma anche per la formazione, che le Università del Nord offrono agli studenti del Sud. Recentemente il politecnico di Torino si preoccupava della bassa natalità del Sud, perché tale fenomeno avrebbe comportato una minore richiesta di iscrizione da parte degli studenti meridionali. 

Anche in questo caso il prezzo che viene pagato dal sistema economico meridionale è estremamente alto. Perché non riguarda solamente il costo dell’iscrizione presso le università, ma anche il costo del soggiorno che aiuta i sistemi economici di Pisa, di Bergamo o di Brescia, con una richiesta di affitto da parte dei pendolari, per tutti gli anni della frequenza.

Non solo ma a chiusura del periodo formativo, quando gli emigranti troveranno quel lavoro per il quale hanno deciso la frequenza nelle università settentrionali, i genitori compreranno magari una casa, vendendo quella posseduta, diminuendo enormemente il valore del patrimonio immobiliare del Sud, come sta avvenendo, e aumentando quello del Nord. 

Insomma il conto complessivo è di quelli che sembra incredibile. Il primo importo è quello relativo al costo della formazione dei 100.000 che ogni anno si trasferiscono per lavorare al Nord.

La maggior parte di essi ha una formazione universitaria. In media possiamo dire, considerato che vi sono anche delle professionalità senza titolo di studio,  che la formazione è quella media  superiore. 

Il costo complessivo per far nascere, crescere e formare  un giovane in modo che possa cominciare a lavorare è di circa 200.000 €, che moltiplicati per i 100.000 che ogni anno se ne vanno fa una somma vicina ai 20 miliardi di euro, che le regioni meridionali regalano a quelle del Nord, in prevalenza. In realtà vi sono anche le migrazioni internazionali che andrebbero sottratte a questa cifra. 

In questi anni è cresciuta anche la migrazione sanitaria dalle regioni del Sud a quelle del Nord con 4,25 miliardi di euro che si spostano verso il Nord. 

A Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto il 93,3% del saldo attivo. Il 76,9% del saldo passivo grava sul Centro-Sud. Delle prestazioni ospedaliere e ambulatoriali erogate in mobilità oltre 1 euro su 2 va nelle casse del privato.

Il Miur ha annunciato che nell’anno accademico 2022-23 ci sono state 331 mila immatricolazioni (147 mila maschi, 184 mila femmine). È una cifra costante negli ultimi anni. Il 25 per cento di studenti meridionali fuori sede si traduce in oltre 82 mila partenze. Applicando il criterio di spesa prudenziale dei 30 mila euro l’anno per ogni studente, il prodotto della moltiplicazione è di 2,47 miliardi di euro in fondi privati trasferiti dal Sud al Centro-Nord. 

Facendo la somma di tutte queste risorse andiamo verso i 30 miliardi annui che vengono trasferiti che, sommati ai 60 di spesa pro capite differente, calcolata dal dipartimento per le politiche di coesione, fanno  una somma complessiva di circa 90 miliardi annui. 

Pensate che qualcuno voglia rinunciare alla mucca grassa che si trova a mungere senza opporre resistenza? Sarà difficile.       Ovviamente l’autonomia differenziata porterà ad una aggravamento di questa situazione. Poiché avendo a disposizione meno risorse la sanità meridionale non potrà che peggiorare, mentre quella settentrionale avrà un standard sempre più di livello. 

Stessa condizione subirà la formazione universitaria, mentre l’impossibilità di trovare livelli adeguati di occupazione nel Sud alimenterà il processo migratorio dei giovani formati meridionali.

É uno schema tipico delle colonie che sarà difficile ribaltare senza interventi decisi e continuati, che non si vedono all’orizzonte. Bisogna comunque sottolineare che in parte tali  spostamenti sono dovuti a una reale differenza di assistenza o di formazione.

Ma nella maggior parte dei casi dipendono da una cattiva reputazione che le  strutture sia mediche che formative, al di là della loro reale valenza, in alcuni casi per loro colpa effettiva,  in altri per una vulgata cavalcata dagli interessi di chi vuole alimentare i trasferimenti, si sono “guadagnate”. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

Quell’amaro ritorno in Calabria

di GREGORIO CORIGLIANO – «Il paese sembra sprofondato in una inusuale letargia, ogni volta che torno, lo trovo più vuoto, intontito, privo di reattività. Lo scrive un emigrato di lusso, di penna e di intelletto, più che di mani. Si chiama Enzo Benedetto, avvocato di buon successo, sia in Calabria che a Milano, già sindaco di Rosarno, candidato e non di secondo piano alla Camera dei deputati, senza fortuna, ma con molto seguito e con comizi, finanche a Reggio. Concreto e affascinante nell’arringare le folle, dirigente della Dc degli anni ’80, seguace di Misasi, sia pure con spirito libero, carattere spigoloso, di indubbio e convincente eloquio, uomo molto attento. Parla degli ’80, come pulsanti di vita, ora, dice, che “i granelli della clessidra sono scivolati, quasi tutti, nell’ampolla inferiore e l’attrezzo, purtroppo, non può esser rovesciato, mi morde dentro, mi fa tanto male che vorrei ribellarmi”».

Come dargli torto? Siete stati in paesi grandi e piccoli della Calabria in questi giorni infuocati, ma tipici della regione? Avrete visto che se qualcuno è tornato, molti meno, rispetto al passato, è rimasto silenzioso, poco reattivo di fronte all’abbandono delle nostre comunità, come rassegnato, incapace di dire e di fare, solitario nelle piazzette solatee o all’ombra di alberi che vegetano per forza di inerzia o di natura senza ce alcuno faccia nulla per modificare lo stato delle cose.

«Chi sono io per pretendere di ribaltare il corso degli eventi, si domanda l’avv. Benedetto, arrestare un’inerzia che sembra dettata dal fato, bandire la rassegnazione, propiziare il risveglio?» questa, una domanda che, purtroppo in pochi ci siamo fatti, consapevoli della ineluttabilità delle cose e della mancanza di volontà ad agire anche per gli altri, per il bene comune che – è doloroso e amaro constatarlo – non ci appartiene o, meglio, non ci appartiene più. Cosa è successo perché la gente dorma o si appisola, non reagisce alle provocazioni, se e quando, poche, ci sono. E ci sono, purtroppo, solo da parte di quanti, come dice Vito Teti, credono nella restanza, ma, dico io, nella restanza che fugge, che è poi «scappanza pe non morire delusi». Restanza per tornare, scappanza per andar via e tornare l’anno (per qualcuno il mese) prossimo, con la speranza del risveglio.

«I sogni della mia giovinezza sono stati in gran parte sbranati dalla realtà ferina di un contesto ostile da cui mi sono allontanato con l’ingenua rabbia del vinto, senza spezzare del tutto il legame misterioso che continua a legarmi ad una terra che sento mia», aggiunge Enzo Benedetto.

Hai ragione, mio caro amico di un tempo che fu: il contesto è sempre ostile per quanti avremmo voluto o abbiamo fatto qualcosa, mai quanto era necessario, ma si doveva pur cominciare. E perché nessuno, pochi forse, ha proseguito? Se fai ti uccido, diceva un proverbio dl luogo dell’anima, se ti fermi ti accoltello. Non devi fare, ma se non fai… E se lo fai notare, ti prendi la reprimenda: «ma chi sei tu, cosa vuoi, non vivi qua, te ne sei andato, ci hai abbandonato. Che ne sai tu?». Si vede, si vede, dall’inerzia che caratterizza mattine e sere dell’anima del luogo o dei luoghi. E se non fosse per qualche iniziativa forestiera, ovviamente pur esse criticata: chi sono, cosa vogliono, chissà quanto guadagnano per un “cameduzzo i focu”, per “le orme dei Pooh”, o per l’albero della cuccagna che è auspicato ma invece è morto e sepolto, per fare esempi elementari, senza addentraci in rassegne culturali che, come tali, non ci sono state, e se ci sono state – come quella con Antonio Padellaro, è stato lasciato pressocchè solo: «ma che vuole costui, quanto ha guadagnato?».

Ed un circolo di cultura con dieci quindici soci, perchè non c’è o non c’è più? Costa fatica, questa è la verità. Si preferisce sopravvivere ai meriggi di questa estate «e vengo sommerso dall’onda dei ricordi e ripercorro, con piccoli e attenti passi, tutto il complesso vissuto di un sognatore, ancora perdutamente innamorato del futuro», chiosa l’avv. Benedetto, che ha, non certo vox clamans in deserto, molti compagni al duol. Torno, ma perchè ogni anno torno, mi dice Rosita Bagalà, che ha il figlio a capo dell’ambasciata di Tokio, o Denise Pontoriero, nata a Genova, con madre finnica, che con figlie al seguito, non rinunzia agli odori del mare o a contare le mattonelle del lungomare. La Calabria non è la stessa che hanno lasciato, è peggiorata: per questo si torna sempre! (gc)

LA NUOVA EMIGRAZIONE DAL SUD AL NORD
È ANCHE FAVORITA DAL GOVERNO MELONI?

di MASSIMO MASTRUZZO – Avevo già scritto di come fosse forte il sospetto che favorire l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord fosse il reale motivo di tale astio di questo governo verso il RdC, uno strumento che volente o nolente, e con tutti i suoi difetti da correggere, dalla sua comparsa aveva dato la possibilità di una scelta: restare (o meglio resistere) o emigrare. Opzione che i cittadini del Sud-Italia non hanno mai avuto il privilegio di avere. Mentre sarebbe bastato offrire le stesse opportunità, e soprattutto lo stesso diritto di accesso al lavoro in tutta Italia, per ridurre notevolmente la platea di accesso al RdC.

Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»
Indizio n.1: Il Pnrr, ottenuto per eliminare le diseguaglianze territoriali, di giorno in giorno viene sempre più dirottato dal Sud verso l’industria del Nord Italia. La prova più recente sono i 16 miliardi che il ministro Raffaele Fitto ha spostato dai Comuni alle grandi imprese del Nord Italia.
Indizio n.2: Hanno fatto saltare il progetto per la costruzione di 2.190 asili nido per 264 mila bambini. Un diritto essenziale negato, oltre che un danno per tantissime mamme lavoratrici al Sud e un’opportunità di lavoro mancata per insegnanti, personale scolastico e addetti ai trasporti.
Indizio n.3: A Milano inaugurano le linee metro più veloci d’Europa, mentre in Basilicata chiude ogni tipo di trasporto su rotaia, il nuovo treno “veloce” Bari-Napoli è più lento di quello vecchio e in Sicilia per andare da Siracusa e Trapani (266 chilometri) si impiegano 11 ore e 21 minuti.

Basterebbero questi tre indizi per avvalorare la prova che (ri)sbloccare l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord sembra essere l’assurdo progetto del governo Meloni, ma la prova decisiva (non me ne vogliano Lee Child e Tom Cruise) è rappresentata dagli incentivi in partenza necessari per assumere giovani Neet, cioè ragazzi entro i 29 anni che non studiano e non lavorano.

Disoccupati al sud, soldi al nord
Neet (Not in Education, Employment or Training) è l’Indicatore atto a individuare la quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione.
Il problema è che in Italia sono oltre 3 milioni, un quarto del totale e nessuno nell’Unione europea ne ha così tanti: lo ha ricordato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nella sua relazione annuale. «Se ne deve tener conto nel ridefinire le priorità per lo sviluppo economico e sociale…».

Il numero di coloro che non studiano e non lavorano cambia però notevolmente anche in base all’area geografica di riferimento.

Nel Nord Italia, infatti, la percentuale rilevata dall’Istat è del 20% del Nord-Ovest e del 18% del Nord-Est, nel Centro del 23% e nel Sud Italia si tocca il 39%. Una disparità fortissima che dovrebbe far preoccupare.

Neet un fenomeno che nel sud Italia coinvolge più di un giovane su quattro
L’enorme incongruenza è che il riparto fra le regioni ignora i fabbisogni e orienta ingiustificatamente i fondi dove il fenomeno è meno grave: In Veneto dove l’incidenza dei Neet è del 13% sono disponibili 8 milioni. Alla Campania, che ha più abitanti e una incidenza dei Neet del 27%, toccano 7,5 milioni. In Sicilia, dove la quota Neet arriva al 30%, appena 5 milioni. A fronte di questi dati appare facile pensare male: possibile che l’obiettivo di Meloni Salvini e Tajani sia (ri)favorire l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord? (mm)

(Massimo Mastruzzo è componente del Direttivo Nazionale Met – Movimento Equità Territoriale)

EMIGRAZIONE: INARRESTABILE EMORRAGIA
IN DIECI ANNI PARTITI DAL SUD IN 525MILA

Emigrazione. In Calabria è emergenza. È quanto è emerso dal rapporto dell’Istat su Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente 2021. La nostra regione, infatti, è quella che ha il tasso di emigratorietà più elevato: si parla di circa otto residenti ogni mille abitanti.

Nei dati provvisori riferiti al periodo «gennaio-ottobre 2022 – viene rilevato – rispetto allo stesso periodo del 2021, evidenziano un ulteriore moderato incremento dei flussi migratori interni (+4%) e dall’estero (+13%) e una forte riduzione dei flussi in uscita dal Paese (-20%)».

L’Istat ha rilevato, poi, che «nel 2021 è cresciuta (+6,7% sull’anno precedente) la mobilità interna (un milione 423mila trasferimenti). In aumento anche le immigrazioni (oltre 318mila; +28,6%) mentre diminuiscono le emigrazioni (poco più di 158mila; -1% sul 2020) soprattutto dei cittadini italiani (94mila; -22%)» e che «ha un età compresa tra i 25 e i 34 anni un emigrato italiano su tre: in totale 31mila di cui oltre 14mila hanno una laurea o un titolo superiore alla laurea».

Viene segnalato come ci sia una ripresa della mobilità tra Comuni: «nel 2021 – si legge nel rapporto – l volume dei trasferimenti di residenza interni al Paese, pari a 1 milione 423mila (+6,7% rispetto al 2020), è quasi in linea con il dato del 2019 quando si registrava circa 1 milione 485mila movimenti tra Comuni. L’aumento della mobilità residenziale si riflette sia tra i movimenti all’interno delle regioni (+7,4%) sia tra regioni diverse (+4,6%)».

«La mobilità interna – si legge – interessa soprattutto i cittadini italiani (in termini percentuali, quattro su cinque tra le persone che hanno cambiato residenza). Nel 2021 gli italiani che si sono trasferiti all’interno del Paese sono circa 1 milione 167mila, mentre i movimenti tra comuni degli stranieri sono 256mila. In termini relativi, invece, rispetto alla popolazione residente, il tasso di mobilità interna degli stranieri è più del doppio di quello degli italiani: si spostano oltre 50 stranieri per 1.000 residenti, contro 22 italiani per 1.000».

Ma, mentre il Centro Nord guadagna popolazione, il Mezzogiorno, invece, è in perdita: «In termini relativi i saldi migratori per 1.000 residenti più elevati si hanno in Emilia-Romagna (+3‰) e nella provincia autonoma di Trento (+2,3‰), quelli più bassi in Basilicata (-4,7‰), Calabria (-4,3‰), e Molise (-3,7‰). In generale, le regioni del Centro-Nord mostrano saldi netti positivi (in media, +1,3‰); viceversa, quelle del Mezzogiorno riscontrano tutte perdite nette di popolazione (-2,5‰)».

A livello regionale, in Calabria sono Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone a registrare la perdita di più residenti. A Crotone si parla del -6,6%, per Reggio del -5,2% e Vibo Valentia -5,7%.

L’Istat, poi, ha rilevato come le migrazioni dal Mezzogiorno al Centro-Nord siano in leggero aumento: «Nei 10 anni 2012-2021 sono stati pari a circa 1 milione 138mila i movimenti in uscita dal Sud e dalle Isole verso il Centro-nord e a circa 613mila quelli sulla rotta inversa. Il bilancio tra uscite ed entrate si è tradotto in una perdita netta di 525mila residenti per il Mezzogiorno».

Nel 2021 la ripresa della mobilità interna ha interessato anche gli spostamenti lungo questa direttrice. Ammontano a circa 112mila i trasferimenti dai comuni meridionali verso quelli settentrionali, in lieve aumento (+3%) rispetto al 2020, ma in deciso calo (-17%) rispetto al periodo pre-pandemico.

La regione verso cui si dirigono prevalentemente questi flussi è, in termini assoluti, la Lombardia (28%) ma, in termini relativi, l’Emilia-Romagna è quella che li attrae di più (quattro trasferimenti dal Mezzogiorno per 1.000 residenti). La provincia del Mezzogiorno da cui si registrano più partenze verso il Centro-nord è Napoli in termini assoluti (17mila partenze), mentre Crotone ha il tasso di emigratorietà più elevato: 11 residenti su 1.000 che si spostano al Centro-Nord. Viceversa, la provincia Centro Settentrionale che riceve più emigrati dal meridione è Milano (14mila arrivi), ma, in termini relativi, l’area metropolitana di Bologna è più attrattiva (6%).

Un fatto curioso, invece, è che nel 2021 oltre la metà degli espatri ha origine nelle regioni nel Nord Italia: in particolare partono dal Nord-ovest del Paese circa 29mila italiani (30,6% degli espatri) e dal Nord-est oltre 21mila (22,5%), mentre dal Sud si parla di 18mila partenze. Non poche, ma sicuramente minori rispetto al Nord che deve fare i conti con una emorragia di popolazione che sceglie di andare in Europa.

Nel 2021 gli italiani espatriati sono soprattutto uomini (55%), ma fino ai 25 anni non si rilevano forti differenze di genere (16mila per entrambi i sessi) e la distribuzione per età è perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 14%.

Un dato non trascurabile, poi, è che un italiano su quattro emigrato ha almeno una laurea. L’Istat, poi, ha rilevato come «negli ultimi dieci anni i giovani italiani che hanno trasferito all’estero la residenza sono costantemente aumentati, mentre molto meno numerosi sono i rientri in patria».

Ma non sono solo i giovani laureati a spostarsi all’estero. Tantissimi sono, infatti, i giovani laureati nel Mezzogiorno che decidono di spostarsi a Nord o al Centro. Una emigrazione che favorisce il Nord che, “orfano” dei suoi giovani che partono, riesce a recuperare popolazione grazie al movimento migratorio dei giovani del Sud.

«Il Nord guadagna oltre 116mila giovani risorse provenienti dal Sud e dalle Isole – viene rilevato – il Centro quasi 13mila. Ne deriva che il beneficio complessivo per le regioni settentrionali è pari a circa 77mila unità; il Centro recupera parzialmente e limita la perdita a circa 265 unità; le uscite dal Mezzogiorno verso l’estero e verso le altre regioni d’Italia, invece, determinano una perdita complessiva di poco meno di 157mila giovani residenti laureati. Le giovani risorse qualificate provenienti dal Mezzogiorno costituiscono dunque una fonte di capitale umano per le aree maggiormente produttive del Nord e del Centro del Paese e per i paesi esteri».

Quello che emerge dal Rapporto Istat è un quadro preoccupante, che fotografa un problema atavico del Sud e a cui non sembra trovare soluzione. Quanti talenti e menti brillante, dalla Calabria, sono partiti per un futuro migliore? Tanti, forse troppi. Alcuni sono tornati, altri hanno deciso di rimanere, altri sono partiti e non sono più tornati nella loro terra d’origine.

È ora che si prenda in mano la situazione e Regione, sindaci, sindacati, parlamentari, associazioni lavorino in sinergia per creare le condizioni per permettere ai giovani – ma a tutti – di restare in Calabria. (rrm)

IL RECORD DELLA CALABRIA ALL’ESTERO
SONO TANTISSIMI I CALABRESI NEL MONDO

di GIUSEPPE DE BARTOLO – L’Italia, fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, è stato un paese profondamente segnato dall’emigrazione. In questo lungo periodo di tempo si sono avute due ondate emigratorie. La prima, composta in prevalenza da spostamenti oltre oceano, si contraddistinse per l’alta intensità degli espatri. La seconda, a partire dalla metà degli anni ’50, si distinse per una più contenuta intensità e con prevalenza dei flussi verso l’Europa.

Agli inizi degli anni ’70, l’Italia, per la prima volta nella sua storia, registra un saldo migratorio positivo che aumenta nel tempo, e si trasforma via via da paese di emigrazione in paese in prevalenza di accoglienza, anche se i trasferimenti di residenza degli italiani all’estero, pur rimanendo modesti, non si esauriscono del tutto, superando le 100 mila unità annue solo di recente. Nello stesso tempo però si osservano importanti cambiamenti nel profilo di coloro che trasferiscono la loro residenza all’estero.

I nuovi emigranti hanno infatti un livello d’istruzione sempre più elevato; compaiono nuove figure come quella dei nonni-genitori che trascorrono periodi sempre più lunghi all’estero con figli e nipoti; quella del migrante maturo rimasto disoccupato e lontano dalla pensione che si trasferisce per lavoro; del migrante di rimbalzo, cioè colui che dopo anni vissuti all’estero ripercorre per vari motivi la via inversa; il migrante previdenziale che risiede per lunghi periodi in paesi dove esiste una politica di defiscalizzazione e condizioni sociali, economiche e climatiche più favorevoli. Questo processo ci ha consegnato uno stock di italiani residenti all’estero importante sia dal punto di vista numerico che sociale e economico, la cui conoscenza resta ancora parziale perché le fonti statistiche e amministrative di riferimento sono lacunose e disomogenee fra di loro.

Le principali sono: l’Archivio delle Anagrafi consolari (titolarità Ministero Affari Esteri); la rivelazione degli italiani all’estero (titolarità Ministero Affari Esteri); l’Archivio centrale dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero – Aire (titolarità Ministero dell’interno). Quest’ultima è lo strumento di riferimento più importante per studiare questo fenomeno ed è stato il supporto statistico di  tutti i Rapporti Italiani nel Mondo elaborati dalla Fondazione Migrantes, l’ultimo dei quali, il XVII, è stato presentato al pubblico proprio in questo mese di novembre.

La mobilità degli italiani che si trasferiscono all’estero presenta un trend crescente dal 2014 al 2019, anno in cui gli espatri raggiungono il valore di 131mila unità. Ad emigrare sono in prevalenza i maschi e i giovani dai 18-34 anni. Nel 2020 e nel 2021 la pandemia ha causato una sensibile riduzione degli espatri, riduzione che ha interessato in modo particolare la fascia dei giovani. Nel corso del 2021 il 78,6% di chi ha lasciato l’Italia per espatrio è andato in Europa, il 14,7% nelle Americhe (con particolare preferenza per l’America latina, 61,4%), mentre il restante 6,7% si è diviso tra continente asiatico, Africa e Oceania. Nello contempo lo stock degli italiani residenti all’estero è aumentato dell’86,9% in quindici anni (cioè da 3.106.251 del 2006 a 5.806.068 della fine del 2021). 

Se l’esame si sposta ora a livello regionale, constatiamo che la Calabria è una tra le regioni con un’importante comunità di residenti all’estero (437.447 iscritti all’Aire al 1/1/2022, metà dei quali vivono in Argentina, Germania e Svizzera) e, anche se ciò deriva in parte dalla sua storia migratoria, su questo dato ha  comunque inciso la nuova mobilità, che è cresciuta nel tempo e ha interessato soprattutto la fascia giovanile. Confrontando le strutture delle popolazioni regionali residenti all’estero si osserva che quella calabrese è la più matura – 27,5% di ultra 65enni, percentuale che raggiunge il 47% con gli ultra cinquantenni – a conferma che su di essa hanno inciso i flussi emigratori avvenuti dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mentre non è trascurabile il peso dei giovani (19,7%, 18-34 anni). La Calabria, inoltre, occupa il terzo posto nella graduatoria delle regioni per incidenza del fenomeno (32,5%), rapporto tra gli iscritti all’Aire e la popolazione residente, preceduta solo da Basilicata (25,9%) e Molise (32,5%). 

I Comuni calabresi che hanno comunità di residenti all’estero numericamente importanti, superiori alle 5mila unità, sono Corigliano Rossano, Lamezia Terme, Reggio Calabria e San Giovanni in Fiore, Montalto Uffugo, mentre nella graduatoria per incidenza spicca Paludi con popolazione residente all’estero più che doppia rispetto alla sua popolazione residente (incidenza del 212,9%); seguono poi molti piccoli comuni interni come San Pietro in Amantea, Scala Coeli, Torre Vecchia, Torre di Ruggiero, Mammola, Santa Domenica Talao, Carfizzi, Staiti, Belmonte Calabro, Bocchigliero, Pizzoni, Simbario, Dinami, Cardinale, Orsomarso, Savelli, Fiumara, Candidoni, Aiello Calabro, Alessandra del Carretto, Mottafollone, con una incidenza del 100% e oltre ed altri ancora con elevata incidenza, a dimostrazione di quanto l’emigrazione passata e quella più recente, soprattutto giovanile, abbiano contribuito a rendere la Calabria terra con un forte spopolamento e con un acuto malessere demografico.

Tratti ai quali è difficile porre rimedio senza attivare incisive politiche sociali e economiche di lungo periodo che abbiano come obiettivo quanto meno temperare lo spopolamento dei piccoli centri, ed evitare così che, dopo tre secoli, sia ancora valida l’affermazione di Giuseppe Maria Galanti che nel 1972, visitando la regione, scriveva che essa era un “vero stato di deserto”. (gdb)

[Giuseppe De Bartolo è già Ordinario di Demografia all’Unical]

Lavoro, emigrazione, sanità, Russo (Cisl) ricorda le priorità per la Calabria

Serve prestare attenzione al drammatico problema della sicurezza sul lavoro, realizzare gli interventi previsti per l’occupazione, proseguire con i concorsi per le nuove assunzioni nella sanità, bloccare l’emorragia dei giovani verso altri territori, frenare lo spopolamento delle aree interne. Sono alcuni delle priorità su cui si è focalizzato il segretario generale di Cisl Calabria, Tonino Russo, nel corso del Comitato Esecutivo regionale di Lamezia.

«Questa è la settimana delle assemblee in azienda. Sabato una nutrita delegazione della Cislcalabrese sarà presente alla manifestazione nazionale unitaria in Piazza Santi Apostoli a Roma per ricordare al futuro Governo, alla politica, ai responsabili della sicurezza, alle aziende, che dietro i numeri – 600 morti, 400.000 infortuni, 77% di irregolarità aziendali in Italia nel 2022 – ci sono persone e famiglie», ha annunciato il cislino.

Per Russo, l’emergenza lavoro «non può essere affrontata non con l’assistenzialismo, ha sottolineato il Segretario, ma solo mettendo a terra gli investimenti, impiegando le risorse del Pnrr, aprendo cantieri. Per la Cisl regionale bisogna finalmente procedere al completamento della S.S. 106, con il prolungamento fino a Reggio Calabria; accelerare sull’alta velocità ferroviaria e sui lavori della linea ionica per garantire finalmente un collegamento efficace e veloce di quel territorio con il resto della regione; spingere per concretizzare l’intermodalità per il porto di Gioia Tauro; rendere operative le Zone Economiche Speciali per attrarre investimenti».

Un giudizio positivo è stato espresso dal Segretario Generale della Cisl regionale sul Cis “Volare”, «uno strumento – ha ricordato – per il quale è previsto un investimento di oltre 216 milioni immediatamente cantierabili sui 3 aeroporti calabresi».

Restano i gravi problemi della Sanità calabrese: si valuta tuttavia molto positivamente, ha sottolineato Russo, «l’accordo sottoscritto nei giorni scorsi con la Regione per stabilizzare il personale precario. Ora bisogna andare avanti speditamente avviando le procedure concorsuali per reclutare nuovo personale e colmare le lacune che emergono dai piani del fabbisogno».

Insieme a quella del caro bollette, delle difficoltà per le imprese e del rischio di povertà energetica per molte famiglie, abbiamo davanti altre sfide per il rilancio della Calabria, ha detto ancora il Segretario: dalla valorizzazione delle ricchezze naturali, del mare, della montagna, alla riorganizzazione dei consorzi di bonifica per manutenere il territorio ed erogare servizi qualificati per l’agricoltura. «Solo così – ha concluso il segretario generale della Cisl regionale – si può dare dignità al lavoro, bloccare l’emorragia di giovani verso altri territori, frenare lo spopolamento delle aree interne».

Alla relazione è seguito un dibattito molto partecipato, con l’intervento di tutte le federazioni di categoria e delle strutture Cisl territoriali, in cui sono stati ripresi e pienamente condivisi i contenuti della relazione.

Nel corso dei lavori, il Comitato Esecutivo ha espresso una ferma condanna delle vili intimidazioni rivolte al Segretario Generale, Luigi Sbarra, e a diverse sedi Cisl, esprimendo la solidarietà della Cisl calabrese nei confronti di Sbarra e degli iscritti dei territori colpiti. (rcz)

PROMUOVERE I MUSEI DELL’EMIGRAZIONE
PER RACCONTARE LA STORIA DELLE RADICI

di GIOVANNI MARIA DE VITA – La presenza di grandi comunità di italiani e italo-discendenti residenti all’estero costituiscono una risorsa straordinaria per il nostro Paese. Sono più di sei milioni e mezzo i nostri connazionali nel mondo, cui si aggiungono circa ottanta milioni di persone che, pur non avendo il passaporto, sanno e sono orgogliose di avere radici italiane. In Italia esiste una importante presenza di musei dell’emigrazione. Essi raccontano le storie dei nostri connazionali che sono partiti per l’estero, un’importante pagina di storia dell’Italia post unitaria rappresentata dalla diaspora, purtroppo ancora non adeguatamente conosciuta dall’opinione pubblica del nostro Paese.

Si annoverano tra queste istituzioni il Museo regionale dell’emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino (Perugia) che ogni anno organizza il prestigioso concorso video “Memorie Migranti” che da la possibilità a ricercatori e registi di divulgare le proprie opere sul tema dell’emigrazione italiana (www.emigrazione.it), il Museo regionale dell’emigrazione di Castel Lagopesole (Potenza), noto per l’attenzione al racconto delle storie di vita dei lucani che si sono distinti oltre i confini regionali e nazionali; La nave della Sila, di Camigliatello Silano (Cosenza), è il museo narrante dell’emigrazione calabrese alla quale si uniscono le storie dei nuovi migranti che descrivono la Calabria non solo come terra di abbandono, ma anche di accoglienza (www.lanavedellasila.org). Vi sono molti altri piccoli musei in ogni regione d’Italia, alcuni dei quali sono riportati nella Guida alle radici italiane vol. 1 e 2 (da scaricare al seguente link:https://www.esteri.it/it/servizi-consolari-e-visti/italiani-all-estero/turismo-delle-radici/). Anche i musei della memoria contadina possono contenere al loro interno delle sezioni dedicate alla storia dell’emigrazione o alcuni musei tematici che narrano le storie di personaggi di origini italiana e famosi a livello internazionale – come il museo di Frank Capra a Bisacquino (Palermo) o il My Way Museum, dedicato a Frank Sinatra, a Lercara Friddi (Palermo).

Un altro esempio di museo che ha dedicato una sezione al tema gli italiani all’estero è la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo) con il progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano”, sostenuto dalla Direzione Generale degli Italiani all’Estero e delle Politiche Migratorie della Farnesina (https://www.idiariraccontano.org/).

«I musei dell’emigrazione in Italia costituiscono una grande ricchezza e sono un importante strumento per conoscere la storia della nostra emigrazione e sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a questi temi, anche in vista della creazione di una mirata offerta turistica rivolta ai viaggiatori delle radici e prevista dal progetto “Turismo delle radici – una strategia integrata per la ripresa del settore del turismo nell’Italia post covid-19”, finanziato nell’ambito del PNRR. Non si parla quindi di emigrazione soltanto a Genova ma in tutti i territori, ognuno con le sue piccole storie che appartengono a una storia collettiva», afferma il Direttore Generale Luigi Maria Vignali. «È indispensabile valorizzare questi attrattori culturali e turistici, promuovendone l’organizzazione in forma di una vera e propria “rete”, anche per renderli più facilmente fruibili all’interno di itinerari creati appositamente per i viaggiatori delle radici. Bisogna inoltre fare in modo che non rimangano solo dei contenitori di oggetti e antichi documenti ma vengano vissuti al proprio interno, attraverso delle attività che possano permettere agli italiani – ad esempio agli studenti delle scuole primarie e secondare o agli operatori che accoglieranno il target turistico di cui ci stiamo occupando – di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana attraverso seminari, workshop e laboratori che seguano metodologie di apprendimento innovative e alternative». 

«Inoltre, e soprattutto, dare la possibilità ai nostri connazionali all’estero, e i loro discendenti, di sentirsi protagonisti di una storia scritta da loro o dalle loro famiglie, affinché ritrovino nella stessa quel senso di orgoglio e quel desiderio di continuare a tessere il legame con la terra d’origine». (gdv)

COSA POSSONO DARE I CALABRESI LONTANI
E COSA DEVE FARE LA REGIONE PER LORO

di SANTO STRATI – Esistono tante Calabrie. Quella fisico-geografica che dal Pollino si tuffa nello Stretto, tra Jonio e Tirreno, e le altre che vivono nel cuore di oltre sei milioni di calabresi che stanno lontano dalla propria terra. Quelli che hanno dovuto (a volte voluto) andar via e che conservano un ricordo forse sbiadito seppure carico di odori, sapori, immagini, di memoria di persone o cose. Quelli che, in gran parte, non sono più tornati, epperò mantengono una grande malinconia a volte velata dalla tristezza di una fine consapevolmente vicina senza aver ribaciato almeno una volta la terra che ha dato loro i natali. È quel sentimento che il poeta Corrado Calabrò ha definito calabresità, che chiunque sia nato in questa regione si porta dentro, nel proprio dna, e, incredibilmente, riesce a trasmettere alle generazioni successive: ci sono le seconde, terze, quarte generazioni di calabresi sparse in ogni parte del mondo che, pur senza conoscere la terra dei loro padri, la sentono propria, l’avvertono come una meravigliosa proprietà – impalpabile – che li fa sognare e li fa palpitare. Sono i calabresi nel mondo, una comunità grande quanto Roma e Milano messe insieme, che spesso non parlano italiano (ma il dialetto sì) e si sentono partecipi di quell’orgoglio unico di tale appartenenza. Soffrono quando leggono o ascoltano in tv le tragedie che, puntualmente, colpiscono la Calabria, inorridiscono davanti alle spietate cronache di morti ammazzati di mafia,, o di processi interminabili contro il malaffare – perché la stampa nazionale e straniera quando parla di noi si nutre solo di cattive notizie – e, a volte, gioiscono nel vedere qualche immagine della Calabria “bella” (non basterebbero migliaia di pagine, volendo mostrare quanti tesori inesplorati e sconosciuti sono lì, trascurati o, peggio, ignorati) che appare sul New York Times (ha messo la Calabria tra le mete di sogno dei turisti, qualche anno fa) o sulle tv planetarie di Murdoch. E piangono lacrime d’orgoglio quando scoprono che uno di loro – un calabrese – raggiunge vette importanti, si fa onore nella società, nella scienza, nelle istituzioni, dando lustro a una terra che dev’essere solo riscoperta, non inventata. Perché ha migliaia di anni di storia alle spalle, è al centro della culla della civiltà, e – per inciso – ha dato persino il nome alla grande Italia.

Quest’oceano di uomini, donne, anziani, adolescenti, giovani, di cui sappiamo poco e che, per contro, non sa molto della terra dei propri avi, è una risorsa inestimabile per la regione: è un’occasione straordinaria per utilizzare dei testimonial sinceramente autentici a marcare la differenza che tutti gli italiani ci invidiano. I calabresi fanno comunità, è un insieme coeso e inossidabile di persone che la diaspora ha portato lontano, anche nei posti più sperduti della terra. Eppure, quando s’incontrano – anche da perfetti sconosciuti – scatta un senso di fratellanza che è unico e inimitabile: figli di una madre matrigna che li ha fatti andar via se non allontanati, ma è madre di sangue, di passione, di dolore, di cui non ci si può dimenticare. Il grembo di questa terra è stato sempre gravido di gente destinata ad andar via: la storia dell’emigrazione di inizio secolo ha tanta narrazione calabrese. Prima partivano i braccianti, i contadini, gli artigiani, la valigia di cartone, alla bell’e meglio legata con lo spago, le lacrime negli occhi e la speranza – quella fortissima – di poter tornare, facendo crescere e studiare i figli, con il sacrificio della lontananza e delle rinunce; oggi continuano ad andar via, ma sono i figli di quelli che i nostri emigrati hanno mandato a scuola: col trolley, abbandonano affetti, amori, amicizie, abitudini, e vanno dove c’è qualcuno in grado di apprezzare le loro capacità e le loro competenze. Sono i giovani cervelli in fuga che non è più la madre matrigna che manda via, ma la stupidità e l’ottusità dei governanti che hanno distrutto e continuano a martoriare questa terra: abbiamo tre università che sfiorano l’eccellenza e sfornano fior di laureati e ricercatori, ma per loro non ci sono opportunità né di lavoro, né di crescita, né di formazione. Nè tantomeno prospettive di vita, col sogno di una famiglia, nella terra dei padri, dove l’aria è buona, non si dorme in soffitte spesso putride, e si mangia da mamma o da nonna in attesa di mettere su casa. Vanno tutti a lavorare all’estero o nelle metropoli italiane dove fanno ricche le multinazionali che ne intuiscono il valore e lo sfruttano rapacemente, visto che chi li ha formati non sa utilizzare questi giovani capaci. Destinati a far ricche le regioni già ricche sera alcuna possibilità di offrire alla propria terra competenza e capacità. E questa è la storia più triste della diaspora calabrese: abbiamo rubato il futuro ai nostri ragazzi e continuiamo a sottrarlo alle future generazioni: la Calabria deve cambiare registro, deve puntare sulle sue risorse, quel patrimonio umano che è straordinario e che può (deve?) rientrare. Per crearsi una vita migliore, speranze di futuro e vedere sviluppare la propria terra dove far crescere i propri figli.

Ebbene, la Regione (intesa come ente) fino ad oggi ha trascurato in maniera colpevole i suoi figli lontani, salvo a destinare qualche spicciolo alle tante associazioni di calabresi nel mondo – mille, qualche volta duemila euro – per contribuire alla solita festa di tarantella e salsiccia. Ma non è questo che serve, non è questo che crea coesione: non cercano – i nostri fratelli che vivono lontano – un tiepido segnale di presenza: vogliono partecipare, esser partecipi di una rinascita possibile, vogliono contribuire alla crescita che non è più un miraggio, e – ove ci siano le condizioni – vogliono ritornare.

Con la nascita della Consulta dell’emigrazione (voluta da una legge regionale) sembrava ci fossero i presupposti per cogliere la grande opportunità offerta dai calabresi nel mondo. Non se n’è fatto nulla, al di là di un po’ di viaggi (a carico della comunità regionale) promo-istituzionali su cui preferiamo stendere un velo pietoso. La compianta Jole Santelli, appena nominata presidente, aveva capito – una volta chiarito l’equivoco della Fondazione su cui c’è un processo penale in corso e che nulla ha a che vedere con la Consulta – che i calabresi nel mondo erano una risorsa in utilizzata, una miniera di opportunità per la regione. La sua fine prematura ha interrotto il sogno di coinvolgere come testimonial i calabresi nel mondo e creare un grande intelligente interscambio tra la Calabria e il resto del pianeta: opportunità di commerci, con incremento dell’export delle nostre eccellenze agro-alimentari – e attrazione di capitali di ricchi calabresi (ce ne sono tantissimi ad aver fatto fortuna all’estero) intenzionati a investire in Calabria.

La presidente Jole aveva intuito che la Consulta dell’Emigrazione non poteva essere più un club di pochi privilegiati con rimborso spese dei viaggi per incontrarsi qualche volta in Regione e scambiarsi modesti pareri e curiosità, bensì si dovevano mettere insieme, in rappresentanza di tutte le comunità di calabresi presenti in ogni parte del mondo, degli autentici innamorati della propria terra, disposti a lavorare gratis, per costruire un modello funzionale di continuità territoriale. Aprire gli atenei calabresi ai ragazzi, figli di emigrati, disposti a trasferirsi (e probabilmente a restare anche dopo la laurea), offrire agevolazioni per l’acquisto di terre e di aree da destinare a iniziative industriali, attrarre investimenti, facilitare il cosiddetto turismo di ritorno. Solo quest’ultimo, si consideri, porterebbe ogni anno centinaia di migliaia di turisti (aggiuntivi al turismo tradizionale) desiderosi di conoscere le terre dei padri: un indotto produttivo senza eguali per la popolazione e gli addetti al turismo. Per mandare avanti questi progettii non serve inventare nulla, basta far lavorare i consultori.

Poco prima di morire, la presidente Jole aveva espresso al direttore generale della Giunta Tommaso Calabrò il desiderio di rinnovare, con questi obiettivi, l’organismo dei consultori. Calabrò ha profuso energie e risorse ed è riuscito a individuare in pochissimo tempo i nuovi componenti della Consulta dell’Emigrazione (che, ripetiamo lavorano gratis): bene la Giunta regionale ha atteso quasi sei mesi per dare il via all’ufficialità, pur nella precarietà del Governo, ma non ha saputo cogliere il senso del progetto della Santelli. La burocrazia regionale ha vinto ancora una volta aiutata anche dalla malavoglia di qualcuno di rendere operativo un organismo di grande responsabilità, cui assegnare impegni su cultura, turismo, internazionalizzazione, emigrazione di ritorno.

I consultori nominati alcuni mesi fa non sono stati messi in condizione di lavorare – probabilmente con il pretesto del governo regionale in prorogatio – ma hanno comunque espresso entusiasmo e molte idee, con tanta voglia di mettersi a disposizione dei calabresi e della Calabria: il nuovo Governo regionale, qualunque esso sarà, non trascuri la magnifica opportunità di mettere a profitto un organismo della regione in grado di produrre ricchezza, oltre a mantenere vive le tradizioni, nel solco della cultura di cui la Calabria è ricca (e sfortunatamente grande esportatrice passiva). Contiamoci, costruiamo, attraverso le aree territoriali dei consultori, un’ampia rete di contatti che produca benessere e salvaguardi la nostra storia. Di calabresi, orgogliosi delle proprie origini. (s)

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OGGI UN INCONTRO INFORMALE A FALERNA

Stasera, a Falerna c’è una riunione informale dei consultori attualmente in Calabria (molti ritornati per le vacanze).«L’incontro – ha dichiarato a Calabria.Live il coordinatore e vicepresidente della Consulta Salvatore Tolomeo – più che una rimpatriata dei presenti in Calabria in collegamento con tutti gli altri assenti rimasti all’estero, si pone l’obiettivo di una opportunità di discussione sul ruolo rivestito su nomina della Regione Calabria.
I Consultori, ovunque presenti, hanno espresso entusiasmo, capacità professionali e sopratutto grande voglia di contribuire allo sviluppo socio-economico della Calabria con la realizzazione di programmi e progetti che si potrebbero realizzare insieme alla Regione Calabria con importanti ritorni per l’economia calabrese.
Per concretizzare ciò è però indispensabile un tavolo permanente di confronto per passare dalle idee alle fasi operative, una collaborazione continua e, non secondari, i tempi di realizzazione. Ovviamente occorre fornire gli strumenti normativi idonei come il Bilancio ora inesistente, il coinvolgimento nelle iniziative regionali fuori della Calabria, una struttura adeguata  con competenze per pianificare e realizzare i progetti.
È un auspicio che la prossima Presidenza dovrebbe recepire per il bene comune Calabria». (rcz)

 

 

 

EMIGRAZIONE E GIOVANI, SERVE IL LAVORO
PER FAR RESTARE I NOSTRI RAGAZZI AL SUD

di FRANCESCO RAO – Hanno lavorato senza sosta, dividendo la giornata in mille rivoli per mantenere unita la famiglia e, talvolta, il loro apporto è stato il cuscinetto per superare la disperazione della fame e le umiliazioni patite a causa di una mancata considerazione della loro dignità.

Hanno pianto il loro silenzioso dolore, senza turbare i figli e, quando il pochissimo pane a disposizione non bastava, erano loro le prime a dire non ho fame. Hanno  governato la famiglia con zelo e determinazione quando i loro mariti, chiamati in Guerra, partivano al fronte e non era scontato il loro ritorno a casa. Quelle donne sono state straordinarie e uniche, e il loro silenzioso vivere ha fornito all’Italia i soldati per le due Guerre Mondiali, e nel dopoguerra la manodopera a costi bassissimi per le imprese e per le industrie Nord Italia e, a seguire, sono stati i figli di quelle generazioni a lavorare per lo Stato arruolandosi nelle Forze Armate, scegliendo la scuola per studiare e per poi raggiungere i più elevati riconoscimenti accademici e cattedratici.

Sono figli di quelle mamme i numerosissimi medici ed infermieri che hanno trovato occupazione nei più importanti e prestigiosi Ospedali del Centro-Nord. Lasciando la Calabria, oltre alla propria terra c’era il distacco dalla propria famiglia. Ieri come oggi, il Meridione è povero, arretrato e moltissimi non avranno futuro. Il dolore vissuto da quelle donne, ossia dalle mamme di quei figli che avevano imparato a sognare velocemente per disperazione, spesso viene sottaciuto mentre a mio avviso dovrebbe ricevere il più alto riconoscimento da parte delle Istituzioni. Quelle donne erano tristi, anche quando giovanissime si sposavano e poi diventavano mamme: sapevano benissimo che i loro figli, se maschi erano destinati all’emigrazione o alla povertà; se donne avrebbero vissuto con molta probabilità una vita di stenti e sacrifici. Il tempo ci ha consentito di gustare il benessere, e il sistema post-industriale a ridotto ogni distanza ma, tante donne di Calabria, ancora oggi come ieri, hanno il cuore a pezzi perché i loro figli non hanno un lavoro e di conseguenza non potranno avere un futuro.

Molti anni addietro ho avuto la fortuna di poter osservare il sorriso di una anziana signora, comprendendo sino in fondo l’eccezione dettata dalla circostanza. Dovevo ancora concludere gli studi universitari e, per qualche mese, ho lavorato presso l’Ufficio postale di Mammola, piccolo paese vicino casa mia, con la mansione di portalettere. Ogni giorno vedevo l’anziana signora seduta su una vecchia sedia posta davanti alla propria abitazione. Quando consegnavo bollette e posta ordinaria, quella signora, oltre a ringraziarmi, mi augurava buon lavoro.

Un giorno consegnai una lettera che aveva i bordi blu e rossi, arrivava dal Canada. Alla visione di quella lettera, guardandomi fisso negli occhi, l’anziana signora improvvisamente ha accennato un timido sorriso e ringraziandomi, con le sue piccole mani mi strinse la mano. A distanza di qualche giorno apprendevo che suo figlio rientrava in Italia dopo oltre 30 anni di permanenza in Canada. Quella donna, la sua umiltà e quel sorriso, disegnato su un viso nel quale le rughe avevano tracciato ogni sofferenza e le difficoltà di una vita, mi hanno fatto comprendere il peso del dispiacere vissuto in silenzio da una mamma che come tante altre mamme calabresi hanno visto partire i loro figli talune volte per necessità ed altre per disperazione.

In questi giorni si sta registrando l’avvio della campagna elettorale per l’elezione dei Consiglieri e del presidente chiamato a governare la Regione Calabria per i prossimi cinque anni. L’entusiasmo ci sta, come ci sta anche l’accelerazione della propaganda.

La mia domanda al mondo della politica è una: oltre alla propaganda ed messaggi mediatici, si riuscirà ad anteporre a sondaggi, selfie, dirette, foto e like un semplicissimo desiderio nutrito dalla gente di Calabria, sino ad ora mai intrapreso seriamente e compiuto sino in fondo? Mi riferisco alla possibilità di restituire alle donne di Calabria, ed a tutte le mamme italiane, quel piccolo sorriso di serenità che potrà esserci soltanto quando i nostri  giovani  potranno contare sulla grandezza di un’Italia che, oltre ad agire, pensa ai propri figli rendendo attuabile un futuro migliore.

Oggi il nostro futuro viene interamente poggiato sulle spalle dei nostri giovani, ma per loro non c’è una visione complessiva del futuro, e non si intravedono le opportunità per generare lavoro. Tutto ciò, mi dispiace doverlo pensare, ma potrà essere l’ennesima causa che alimenterà l’emigrazione dei nostri Giovani con numeri molto più elevati rispetto al passato.

Per onorare i debiti che l’Italia sta sottoscrivendo per superare la crisi pandemica, sarà indispensabile creare opportunità di lavoro. Il Meridione, anche in questa sfida si trova ai nastri di partenza in maniera nettamente svantaggiato: oltre alle competenze mancano i progetti, le strutture ed una nuova capacità di guardare al futuro con l’intento di non reiterare gli errori del passato. (fr)

CON LA SETTIMANA DELLA LINGUA ITALIANA
È PROTAGONISTA LA CALABRIA NEL MONDO

Le seconde e terze generazioni di calabresi che vivono lontano dalla terra che ha visto nascere i loro genitori o i loro nonni, parlano due lingue: quella locale, per loro lingua madre, e il dialetto. Conoscono poco, pochissimo l’italiano ma sono in grado di chiacchierare in dialetto, la lingua appresa in famiglia. L’occasione della Settimana della lingua italiana, alla sua ventesima edizione, che si apre oggi e si svolge fino a domenica con varie iniziative in ogni parte del mondo, può essere propizia per avvicinare le centinaia di migliaia di connazionali nati all’estero, ma italiani a tutti gli effetti, alla lingua di Dante, considerando che è in arrivo il prossimo anno il 700 anniversario della morte (1321) del sommo poeta. Sono calabresi, ma prima di tutto italiani, che amerebbero conoscere la propria lingua, ma non sempre trovano condizioni favorevoli per seguire corsi dedicati all’apprendimento dell’italiano. E per loro questa settimana di eventi può davvero diventare lo sprone per individuare associazioni, circoli e gruppi di connazionali che organizzano lezioni (quasi sempre gratuite) per diffondere l’italiano e mantenere alto il rispetto della tradizione linguistica, senza per questo svalorizzare l’utilizzo del dialetto, che è una grande risorsa di cultura popolare e di tradizioni da preservare.

Non a caso, la missione di questa XX edizione è quella di coinvolgere le comunità italiane all’estero sul tema “L’italiano tra parola e immagine: graffiti, illustrazioni, fumetti. Una tematica che potrà essere declinata sia in chiave storico-linguistica, sia ponendo l’accento su forme espressive come il fumetto, la novella grafica e l’editoria per ragazzi: in fondo, l’italiano non è solo quello scritto sui libri, ma appare nei fumetti, persino sui muri, con graffiti spesso dall’improbabile grammatica. E i social aiutano non poco alla diffusione dell’italiano nel mondo, una lingua molto amata dagli stranieri, e molto di frequente “massacrata” dai nostri connazionali che non hanno avuto modo di impararla correttamente.

Grande importanza – affermano al Ministero degli Esteri – dovrà essere data al coinvolgimento della comunità italiana all’estero, sul piano divulgativo e progettuale: a tal fine è stata discussa la possibilità di lanciare, con la collaborazione della RAI, un concorso di idee, rivolto agli italiani all’estero, sul tema della  Settimana della lingua. Naturalmente, data l’emergenza mondiale per il covid, quasi tutti gli eventi in programma saranno su piattaforma online: un incentivo in più per collegarsi e seguire cosa si dice della nostra lingua a Buenos Aires, come a San Francisco oppure a Melbourne. Nelle iniziative sono coinvolti i Comites (Comitati degli italiani all’estero) che sono presenti praticamente in tutte le città dove ci sono in gran numero le comunità di nostri connazionali, ma anche il CGIE (Consiglio generale degli Italiani all’estero) le ambasciate e gli Istituti italiani di cultura, in modo da offrire un’ampia prospettiva sulla bellezza della lingua italiana, che fa da corollario, evidentemente, alla ricchezza artistica e paesaggistica del Paese, alle sue tradizioni e, non da ultimo, alla sua lunga e sempre più apprezzata offerta enogastronomica.

Ma non solo italiani: anche se la nostra lingua, secondo la classifica stilata nel 2018 da Ethnologue, è al 21° posto come lingua parlata nel mondo (madrelingua degli emigrati italiani in 26 Paesi del mondo), in realtà risale al quarto posto come lingua studiata. Nell’Unione europea lo studia solo l’1,1% degli studenti delle scuole secondarie, ma facendo una classifica che comprende tutto il mondo la nostra lingua risulta più studiata del francese  e viene dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese.

Nel contesto delle iniziative della Settimana della Lingua si può dire che la Calabria ha un ruolo da protagonista: è la regione che vanta il maggior numero di emigrati sparsi in ogni angolo della terra, ma soprattutto conta oltre 200 associazioni che riuniscono i calabresi promuovendo con molte iniziative, anche staccate dalla Settimana della Lingua, per incentivare lo studio e l’approfondimento dell’italiano. Iniziative che hanno raccolto sempre un vasto interesse facendo sentire la vicinanza dell’Italia e della Calabria a svariate centinaia di migliaia di italiani ormai residenti in Australia, in Canada, in Argentina e in tutto il Sud America, senza poter contare sull’opportuno, nonché necessario, supporto della Regione Calabria. Supporto che la compianta presidente Santelli aveva in mente di assicurare per valorizzare la grande risorsa dei Calabresi nel mondo: milioni di conterranei con cui riaprire in modo organico un dialogo, lanciando un ponte di contiguità e di reciproci interessi, per il bene della regione e del suo popolo ovunque esso si trovi. C’è da augurarsi che la futura assemblea regionale e la nuova giunta che verrà prosegua su questa via, promuovendo iniziative e attività che puntando sulla lingua – dialetto e italiano – riescano a raccogliere l’attenzione di chi vive lontano e stimolare la curiosità di conoscere la terra dei propri avi e apprenderne la lingua.

Le tante iniziative sulla lingua, avviate dalle associazioni dei calabresi nel mondo, hanno trovato ampi consensi perché, come si è detto, le nuove generazioni di calabresi, figli e nipoti di quanti sono arrivati a partire dall’inizio del secolo scorso nelle Americhe e un po’ dovunque, conoscono il dialetto e troppo poco l’italiano. Ma vorrebbero impararlo. C’è da riconoscere ai tanti promotori e presidenti delle associazioni calabresi di avere sempre tenuto nella massima considerazione la responsabilità di salvaguardare l’identità linguistica degli emigrati, mantenendo le tradizioni del dialetto e delle espressioni gergali di cui c’era il rischio che si perdessero le tracce. Il dialetto è stato nobilitato negli ultimi trent’anni perché contiene le tracce della tradizione linguistica e della caratterizzazione locale, così diversa anche tra aree poco distanti tra loro, che rappresenta una ricchezza culturale da preservare e custodire.

La Settimana della lingua italiana nel mondo è stata tenuta per la prima volta nell’ottobre 2001 – anno europeo delle lingue – su iniziativa di Francesco Sabatini, allora presidente dell’Accademia della Crusca e dal maggio 2008 presidente onorario, assieme alla Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del Ministero degli Affari Esteri. (dc)

 

Lo spot del Ministero degli Esteri della XX Settimana della Lingua italiana: