PROMUOVERE I MUSEI DELL’EMIGRAZIONE
PER RACCONTARE LA STORIA DELLE RADICI

di GIOVANNI MARIA DE VITA – La presenza di grandi comunità di italiani e italo-discendenti residenti all’estero costituiscono una risorsa straordinaria per il nostro Paese. Sono più di sei milioni e mezzo i nostri connazionali nel mondo, cui si aggiungono circa ottanta milioni di persone che, pur non avendo il passaporto, sanno e sono orgogliose di avere radici italiane. In Italia esiste una importante presenza di musei dell’emigrazione. Essi raccontano le storie dei nostri connazionali che sono partiti per l’estero, un’importante pagina di storia dell’Italia post unitaria rappresentata dalla diaspora, purtroppo ancora non adeguatamente conosciuta dall’opinione pubblica del nostro Paese.

Si annoverano tra queste istituzioni il Museo regionale dell’emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino (Perugia) che ogni anno organizza il prestigioso concorso video “Memorie Migranti” che da la possibilità a ricercatori e registi di divulgare le proprie opere sul tema dell’emigrazione italiana (www.emigrazione.it), il Museo regionale dell’emigrazione di Castel Lagopesole (Potenza), noto per l’attenzione al racconto delle storie di vita dei lucani che si sono distinti oltre i confini regionali e nazionali; La nave della Sila, di Camigliatello Silano (Cosenza), è il museo narrante dell’emigrazione calabrese alla quale si uniscono le storie dei nuovi migranti che descrivono la Calabria non solo come terra di abbandono, ma anche di accoglienza (www.lanavedellasila.org). Vi sono molti altri piccoli musei in ogni regione d’Italia, alcuni dei quali sono riportati nella Guida alle radici italiane vol. 1 e 2 (da scaricare al seguente link:https://www.esteri.it/it/servizi-consolari-e-visti/italiani-all-estero/turismo-delle-radici/). Anche i musei della memoria contadina possono contenere al loro interno delle sezioni dedicate alla storia dell’emigrazione o alcuni musei tematici che narrano le storie di personaggi di origini italiana e famosi a livello internazionale – come il museo di Frank Capra a Bisacquino (Palermo) o il My Way Museum, dedicato a Frank Sinatra, a Lercara Friddi (Palermo).

Un altro esempio di museo che ha dedicato una sezione al tema gli italiani all’estero è la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo) con il progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano”, sostenuto dalla Direzione Generale degli Italiani all’Estero e delle Politiche Migratorie della Farnesina (https://www.idiariraccontano.org/).

«I musei dell’emigrazione in Italia costituiscono una grande ricchezza e sono un importante strumento per conoscere la storia della nostra emigrazione e sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a questi temi, anche in vista della creazione di una mirata offerta turistica rivolta ai viaggiatori delle radici e prevista dal progetto “Turismo delle radici – una strategia integrata per la ripresa del settore del turismo nell’Italia post covid-19”, finanziato nell’ambito del PNRR. Non si parla quindi di emigrazione soltanto a Genova ma in tutti i territori, ognuno con le sue piccole storie che appartengono a una storia collettiva», afferma il Direttore Generale Luigi Maria Vignali. «È indispensabile valorizzare questi attrattori culturali e turistici, promuovendone l’organizzazione in forma di una vera e propria “rete”, anche per renderli più facilmente fruibili all’interno di itinerari creati appositamente per i viaggiatori delle radici. Bisogna inoltre fare in modo che non rimangano solo dei contenitori di oggetti e antichi documenti ma vengano vissuti al proprio interno, attraverso delle attività che possano permettere agli italiani – ad esempio agli studenti delle scuole primarie e secondare o agli operatori che accoglieranno il target turistico di cui ci stiamo occupando – di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana attraverso seminari, workshop e laboratori che seguano metodologie di apprendimento innovative e alternative». 

«Inoltre, e soprattutto, dare la possibilità ai nostri connazionali all’estero, e i loro discendenti, di sentirsi protagonisti di una storia scritta da loro o dalle loro famiglie, affinché ritrovino nella stessa quel senso di orgoglio e quel desiderio di continuare a tessere il legame con la terra d’origine». (gdv)

COSA POSSONO DARE I CALABRESI LONTANI
E COSA DEVE FARE LA REGIONE PER LORO

di SANTO STRATI – Esistono tante Calabrie. Quella fisico-geografica che dal Pollino si tuffa nello Stretto, tra Jonio e Tirreno, e le altre che vivono nel cuore di oltre sei milioni di calabresi che stanno lontano dalla propria terra. Quelli che hanno dovuto (a volte voluto) andar via e che conservano un ricordo forse sbiadito seppure carico di odori, sapori, immagini, di memoria di persone o cose. Quelli che, in gran parte, non sono più tornati, epperò mantengono una grande malinconia a volte velata dalla tristezza di una fine consapevolmente vicina senza aver ribaciato almeno una volta la terra che ha dato loro i natali. È quel sentimento che il poeta Corrado Calabrò ha definito calabresità, che chiunque sia nato in questa regione si porta dentro, nel proprio dna, e, incredibilmente, riesce a trasmettere alle generazioni successive: ci sono le seconde, terze, quarte generazioni di calabresi sparse in ogni parte del mondo che, pur senza conoscere la terra dei loro padri, la sentono propria, l’avvertono come una meravigliosa proprietà – impalpabile – che li fa sognare e li fa palpitare. Sono i calabresi nel mondo, una comunità grande quanto Roma e Milano messe insieme, che spesso non parlano italiano (ma il dialetto sì) e si sentono partecipi di quell’orgoglio unico di tale appartenenza. Soffrono quando leggono o ascoltano in tv le tragedie che, puntualmente, colpiscono la Calabria, inorridiscono davanti alle spietate cronache di morti ammazzati di mafia,, o di processi interminabili contro il malaffare – perché la stampa nazionale e straniera quando parla di noi si nutre solo di cattive notizie – e, a volte, gioiscono nel vedere qualche immagine della Calabria “bella” (non basterebbero migliaia di pagine, volendo mostrare quanti tesori inesplorati e sconosciuti sono lì, trascurati o, peggio, ignorati) che appare sul New York Times (ha messo la Calabria tra le mete di sogno dei turisti, qualche anno fa) o sulle tv planetarie di Murdoch. E piangono lacrime d’orgoglio quando scoprono che uno di loro – un calabrese – raggiunge vette importanti, si fa onore nella società, nella scienza, nelle istituzioni, dando lustro a una terra che dev’essere solo riscoperta, non inventata. Perché ha migliaia di anni di storia alle spalle, è al centro della culla della civiltà, e – per inciso – ha dato persino il nome alla grande Italia.

Quest’oceano di uomini, donne, anziani, adolescenti, giovani, di cui sappiamo poco e che, per contro, non sa molto della terra dei propri avi, è una risorsa inestimabile per la regione: è un’occasione straordinaria per utilizzare dei testimonial sinceramente autentici a marcare la differenza che tutti gli italiani ci invidiano. I calabresi fanno comunità, è un insieme coeso e inossidabile di persone che la diaspora ha portato lontano, anche nei posti più sperduti della terra. Eppure, quando s’incontrano – anche da perfetti sconosciuti – scatta un senso di fratellanza che è unico e inimitabile: figli di una madre matrigna che li ha fatti andar via se non allontanati, ma è madre di sangue, di passione, di dolore, di cui non ci si può dimenticare. Il grembo di questa terra è stato sempre gravido di gente destinata ad andar via: la storia dell’emigrazione di inizio secolo ha tanta narrazione calabrese. Prima partivano i braccianti, i contadini, gli artigiani, la valigia di cartone, alla bell’e meglio legata con lo spago, le lacrime negli occhi e la speranza – quella fortissima – di poter tornare, facendo crescere e studiare i figli, con il sacrificio della lontananza e delle rinunce; oggi continuano ad andar via, ma sono i figli di quelli che i nostri emigrati hanno mandato a scuola: col trolley, abbandonano affetti, amori, amicizie, abitudini, e vanno dove c’è qualcuno in grado di apprezzare le loro capacità e le loro competenze. Sono i giovani cervelli in fuga che non è più la madre matrigna che manda via, ma la stupidità e l’ottusità dei governanti che hanno distrutto e continuano a martoriare questa terra: abbiamo tre università che sfiorano l’eccellenza e sfornano fior di laureati e ricercatori, ma per loro non ci sono opportunità né di lavoro, né di crescita, né di formazione. Nè tantomeno prospettive di vita, col sogno di una famiglia, nella terra dei padri, dove l’aria è buona, non si dorme in soffitte spesso putride, e si mangia da mamma o da nonna in attesa di mettere su casa. Vanno tutti a lavorare all’estero o nelle metropoli italiane dove fanno ricche le multinazionali che ne intuiscono il valore e lo sfruttano rapacemente, visto che chi li ha formati non sa utilizzare questi giovani capaci. Destinati a far ricche le regioni già ricche sera alcuna possibilità di offrire alla propria terra competenza e capacità. E questa è la storia più triste della diaspora calabrese: abbiamo rubato il futuro ai nostri ragazzi e continuiamo a sottrarlo alle future generazioni: la Calabria deve cambiare registro, deve puntare sulle sue risorse, quel patrimonio umano che è straordinario e che può (deve?) rientrare. Per crearsi una vita migliore, speranze di futuro e vedere sviluppare la propria terra dove far crescere i propri figli.

Ebbene, la Regione (intesa come ente) fino ad oggi ha trascurato in maniera colpevole i suoi figli lontani, salvo a destinare qualche spicciolo alle tante associazioni di calabresi nel mondo – mille, qualche volta duemila euro – per contribuire alla solita festa di tarantella e salsiccia. Ma non è questo che serve, non è questo che crea coesione: non cercano – i nostri fratelli che vivono lontano – un tiepido segnale di presenza: vogliono partecipare, esser partecipi di una rinascita possibile, vogliono contribuire alla crescita che non è più un miraggio, e – ove ci siano le condizioni – vogliono ritornare.

Con la nascita della Consulta dell’emigrazione (voluta da una legge regionale) sembrava ci fossero i presupposti per cogliere la grande opportunità offerta dai calabresi nel mondo. Non se n’è fatto nulla, al di là di un po’ di viaggi (a carico della comunità regionale) promo-istituzionali su cui preferiamo stendere un velo pietoso. La compianta Jole Santelli, appena nominata presidente, aveva capito – una volta chiarito l’equivoco della Fondazione su cui c’è un processo penale in corso e che nulla ha a che vedere con la Consulta – che i calabresi nel mondo erano una risorsa in utilizzata, una miniera di opportunità per la regione. La sua fine prematura ha interrotto il sogno di coinvolgere come testimonial i calabresi nel mondo e creare un grande intelligente interscambio tra la Calabria e il resto del pianeta: opportunità di commerci, con incremento dell’export delle nostre eccellenze agro-alimentari – e attrazione di capitali di ricchi calabresi (ce ne sono tantissimi ad aver fatto fortuna all’estero) intenzionati a investire in Calabria.

La presidente Jole aveva intuito che la Consulta dell’Emigrazione non poteva essere più un club di pochi privilegiati con rimborso spese dei viaggi per incontrarsi qualche volta in Regione e scambiarsi modesti pareri e curiosità, bensì si dovevano mettere insieme, in rappresentanza di tutte le comunità di calabresi presenti in ogni parte del mondo, degli autentici innamorati della propria terra, disposti a lavorare gratis, per costruire un modello funzionale di continuità territoriale. Aprire gli atenei calabresi ai ragazzi, figli di emigrati, disposti a trasferirsi (e probabilmente a restare anche dopo la laurea), offrire agevolazioni per l’acquisto di terre e di aree da destinare a iniziative industriali, attrarre investimenti, facilitare il cosiddetto turismo di ritorno. Solo quest’ultimo, si consideri, porterebbe ogni anno centinaia di migliaia di turisti (aggiuntivi al turismo tradizionale) desiderosi di conoscere le terre dei padri: un indotto produttivo senza eguali per la popolazione e gli addetti al turismo. Per mandare avanti questi progettii non serve inventare nulla, basta far lavorare i consultori.

Poco prima di morire, la presidente Jole aveva espresso al direttore generale della Giunta Tommaso Calabrò il desiderio di rinnovare, con questi obiettivi, l’organismo dei consultori. Calabrò ha profuso energie e risorse ed è riuscito a individuare in pochissimo tempo i nuovi componenti della Consulta dell’Emigrazione (che, ripetiamo lavorano gratis): bene la Giunta regionale ha atteso quasi sei mesi per dare il via all’ufficialità, pur nella precarietà del Governo, ma non ha saputo cogliere il senso del progetto della Santelli. La burocrazia regionale ha vinto ancora una volta aiutata anche dalla malavoglia di qualcuno di rendere operativo un organismo di grande responsabilità, cui assegnare impegni su cultura, turismo, internazionalizzazione, emigrazione di ritorno.

I consultori nominati alcuni mesi fa non sono stati messi in condizione di lavorare – probabilmente con il pretesto del governo regionale in prorogatio – ma hanno comunque espresso entusiasmo e molte idee, con tanta voglia di mettersi a disposizione dei calabresi e della Calabria: il nuovo Governo regionale, qualunque esso sarà, non trascuri la magnifica opportunità di mettere a profitto un organismo della regione in grado di produrre ricchezza, oltre a mantenere vive le tradizioni, nel solco della cultura di cui la Calabria è ricca (e sfortunatamente grande esportatrice passiva). Contiamoci, costruiamo, attraverso le aree territoriali dei consultori, un’ampia rete di contatti che produca benessere e salvaguardi la nostra storia. Di calabresi, orgogliosi delle proprie origini. (s)

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OGGI UN INCONTRO INFORMALE A FALERNA

Stasera, a Falerna c’è una riunione informale dei consultori attualmente in Calabria (molti ritornati per le vacanze).«L’incontro – ha dichiarato a Calabria.Live il coordinatore e vicepresidente della Consulta Salvatore Tolomeo – più che una rimpatriata dei presenti in Calabria in collegamento con tutti gli altri assenti rimasti all’estero, si pone l’obiettivo di una opportunità di discussione sul ruolo rivestito su nomina della Regione Calabria.
I Consultori, ovunque presenti, hanno espresso entusiasmo, capacità professionali e sopratutto grande voglia di contribuire allo sviluppo socio-economico della Calabria con la realizzazione di programmi e progetti che si potrebbero realizzare insieme alla Regione Calabria con importanti ritorni per l’economia calabrese.
Per concretizzare ciò è però indispensabile un tavolo permanente di confronto per passare dalle idee alle fasi operative, una collaborazione continua e, non secondari, i tempi di realizzazione. Ovviamente occorre fornire gli strumenti normativi idonei come il Bilancio ora inesistente, il coinvolgimento nelle iniziative regionali fuori della Calabria, una struttura adeguata  con competenze per pianificare e realizzare i progetti.
È un auspicio che la prossima Presidenza dovrebbe recepire per il bene comune Calabria». (rcz)

 

 

 

EMIGRAZIONE E GIOVANI, SERVE IL LAVORO
PER FAR RESTARE I NOSTRI RAGAZZI AL SUD

di FRANCESCO RAO – Hanno lavorato senza sosta, dividendo la giornata in mille rivoli per mantenere unita la famiglia e, talvolta, il loro apporto è stato il cuscinetto per superare la disperazione della fame e le umiliazioni patite a causa di una mancata considerazione della loro dignità.

Hanno pianto il loro silenzioso dolore, senza turbare i figli e, quando il pochissimo pane a disposizione non bastava, erano loro le prime a dire non ho fame. Hanno  governato la famiglia con zelo e determinazione quando i loro mariti, chiamati in Guerra, partivano al fronte e non era scontato il loro ritorno a casa. Quelle donne sono state straordinarie e uniche, e il loro silenzioso vivere ha fornito all’Italia i soldati per le due Guerre Mondiali, e nel dopoguerra la manodopera a costi bassissimi per le imprese e per le industrie Nord Italia e, a seguire, sono stati i figli di quelle generazioni a lavorare per lo Stato arruolandosi nelle Forze Armate, scegliendo la scuola per studiare e per poi raggiungere i più elevati riconoscimenti accademici e cattedratici.

Sono figli di quelle mamme i numerosissimi medici ed infermieri che hanno trovato occupazione nei più importanti e prestigiosi Ospedali del Centro-Nord. Lasciando la Calabria, oltre alla propria terra c’era il distacco dalla propria famiglia. Ieri come oggi, il Meridione è povero, arretrato e moltissimi non avranno futuro. Il dolore vissuto da quelle donne, ossia dalle mamme di quei figli che avevano imparato a sognare velocemente per disperazione, spesso viene sottaciuto mentre a mio avviso dovrebbe ricevere il più alto riconoscimento da parte delle Istituzioni. Quelle donne erano tristi, anche quando giovanissime si sposavano e poi diventavano mamme: sapevano benissimo che i loro figli, se maschi erano destinati all’emigrazione o alla povertà; se donne avrebbero vissuto con molta probabilità una vita di stenti e sacrifici. Il tempo ci ha consentito di gustare il benessere, e il sistema post-industriale a ridotto ogni distanza ma, tante donne di Calabria, ancora oggi come ieri, hanno il cuore a pezzi perché i loro figli non hanno un lavoro e di conseguenza non potranno avere un futuro.

Molti anni addietro ho avuto la fortuna di poter osservare il sorriso di una anziana signora, comprendendo sino in fondo l’eccezione dettata dalla circostanza. Dovevo ancora concludere gli studi universitari e, per qualche mese, ho lavorato presso l’Ufficio postale di Mammola, piccolo paese vicino casa mia, con la mansione di portalettere. Ogni giorno vedevo l’anziana signora seduta su una vecchia sedia posta davanti alla propria abitazione. Quando consegnavo bollette e posta ordinaria, quella signora, oltre a ringraziarmi, mi augurava buon lavoro.

Un giorno consegnai una lettera che aveva i bordi blu e rossi, arrivava dal Canada. Alla visione di quella lettera, guardandomi fisso negli occhi, l’anziana signora improvvisamente ha accennato un timido sorriso e ringraziandomi, con le sue piccole mani mi strinse la mano. A distanza di qualche giorno apprendevo che suo figlio rientrava in Italia dopo oltre 30 anni di permanenza in Canada. Quella donna, la sua umiltà e quel sorriso, disegnato su un viso nel quale le rughe avevano tracciato ogni sofferenza e le difficoltà di una vita, mi hanno fatto comprendere il peso del dispiacere vissuto in silenzio da una mamma che come tante altre mamme calabresi hanno visto partire i loro figli talune volte per necessità ed altre per disperazione.

In questi giorni si sta registrando l’avvio della campagna elettorale per l’elezione dei Consiglieri e del presidente chiamato a governare la Regione Calabria per i prossimi cinque anni. L’entusiasmo ci sta, come ci sta anche l’accelerazione della propaganda.

La mia domanda al mondo della politica è una: oltre alla propaganda ed messaggi mediatici, si riuscirà ad anteporre a sondaggi, selfie, dirette, foto e like un semplicissimo desiderio nutrito dalla gente di Calabria, sino ad ora mai intrapreso seriamente e compiuto sino in fondo? Mi riferisco alla possibilità di restituire alle donne di Calabria, ed a tutte le mamme italiane, quel piccolo sorriso di serenità che potrà esserci soltanto quando i nostri  giovani  potranno contare sulla grandezza di un’Italia che, oltre ad agire, pensa ai propri figli rendendo attuabile un futuro migliore.

Oggi il nostro futuro viene interamente poggiato sulle spalle dei nostri giovani, ma per loro non c’è una visione complessiva del futuro, e non si intravedono le opportunità per generare lavoro. Tutto ciò, mi dispiace doverlo pensare, ma potrà essere l’ennesima causa che alimenterà l’emigrazione dei nostri Giovani con numeri molto più elevati rispetto al passato.

Per onorare i debiti che l’Italia sta sottoscrivendo per superare la crisi pandemica, sarà indispensabile creare opportunità di lavoro. Il Meridione, anche in questa sfida si trova ai nastri di partenza in maniera nettamente svantaggiato: oltre alle competenze mancano i progetti, le strutture ed una nuova capacità di guardare al futuro con l’intento di non reiterare gli errori del passato. (fr)

CON LA SETTIMANA DELLA LINGUA ITALIANA
È PROTAGONISTA LA CALABRIA NEL MONDO

Le seconde e terze generazioni di calabresi che vivono lontano dalla terra che ha visto nascere i loro genitori o i loro nonni, parlano due lingue: quella locale, per loro lingua madre, e il dialetto. Conoscono poco, pochissimo l’italiano ma sono in grado di chiacchierare in dialetto, la lingua appresa in famiglia. L’occasione della Settimana della lingua italiana, alla sua ventesima edizione, che si apre oggi e si svolge fino a domenica con varie iniziative in ogni parte del mondo, può essere propizia per avvicinare le centinaia di migliaia di connazionali nati all’estero, ma italiani a tutti gli effetti, alla lingua di Dante, considerando che è in arrivo il prossimo anno il 700 anniversario della morte (1321) del sommo poeta. Sono calabresi, ma prima di tutto italiani, che amerebbero conoscere la propria lingua, ma non sempre trovano condizioni favorevoli per seguire corsi dedicati all’apprendimento dell’italiano. E per loro questa settimana di eventi può davvero diventare lo sprone per individuare associazioni, circoli e gruppi di connazionali che organizzano lezioni (quasi sempre gratuite) per diffondere l’italiano e mantenere alto il rispetto della tradizione linguistica, senza per questo svalorizzare l’utilizzo del dialetto, che è una grande risorsa di cultura popolare e di tradizioni da preservare.

Non a caso, la missione di questa XX edizione è quella di coinvolgere le comunità italiane all’estero sul tema “L’italiano tra parola e immagine: graffiti, illustrazioni, fumetti. Una tematica che potrà essere declinata sia in chiave storico-linguistica, sia ponendo l’accento su forme espressive come il fumetto, la novella grafica e l’editoria per ragazzi: in fondo, l’italiano non è solo quello scritto sui libri, ma appare nei fumetti, persino sui muri, con graffiti spesso dall’improbabile grammatica. E i social aiutano non poco alla diffusione dell’italiano nel mondo, una lingua molto amata dagli stranieri, e molto di frequente “massacrata” dai nostri connazionali che non hanno avuto modo di impararla correttamente.

Grande importanza – affermano al Ministero degli Esteri – dovrà essere data al coinvolgimento della comunità italiana all’estero, sul piano divulgativo e progettuale: a tal fine è stata discussa la possibilità di lanciare, con la collaborazione della RAI, un concorso di idee, rivolto agli italiani all’estero, sul tema della  Settimana della lingua. Naturalmente, data l’emergenza mondiale per il covid, quasi tutti gli eventi in programma saranno su piattaforma online: un incentivo in più per collegarsi e seguire cosa si dice della nostra lingua a Buenos Aires, come a San Francisco oppure a Melbourne. Nelle iniziative sono coinvolti i Comites (Comitati degli italiani all’estero) che sono presenti praticamente in tutte le città dove ci sono in gran numero le comunità di nostri connazionali, ma anche il CGIE (Consiglio generale degli Italiani all’estero) le ambasciate e gli Istituti italiani di cultura, in modo da offrire un’ampia prospettiva sulla bellezza della lingua italiana, che fa da corollario, evidentemente, alla ricchezza artistica e paesaggistica del Paese, alle sue tradizioni e, non da ultimo, alla sua lunga e sempre più apprezzata offerta enogastronomica.

Ma non solo italiani: anche se la nostra lingua, secondo la classifica stilata nel 2018 da Ethnologue, è al 21° posto come lingua parlata nel mondo (madrelingua degli emigrati italiani in 26 Paesi del mondo), in realtà risale al quarto posto come lingua studiata. Nell’Unione europea lo studia solo l’1,1% degli studenti delle scuole secondarie, ma facendo una classifica che comprende tutto il mondo la nostra lingua risulta più studiata del francese  e viene dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese.

Nel contesto delle iniziative della Settimana della Lingua si può dire che la Calabria ha un ruolo da protagonista: è la regione che vanta il maggior numero di emigrati sparsi in ogni angolo della terra, ma soprattutto conta oltre 200 associazioni che riuniscono i calabresi promuovendo con molte iniziative, anche staccate dalla Settimana della Lingua, per incentivare lo studio e l’approfondimento dell’italiano. Iniziative che hanno raccolto sempre un vasto interesse facendo sentire la vicinanza dell’Italia e della Calabria a svariate centinaia di migliaia di italiani ormai residenti in Australia, in Canada, in Argentina e in tutto il Sud America, senza poter contare sull’opportuno, nonché necessario, supporto della Regione Calabria. Supporto che la compianta presidente Santelli aveva in mente di assicurare per valorizzare la grande risorsa dei Calabresi nel mondo: milioni di conterranei con cui riaprire in modo organico un dialogo, lanciando un ponte di contiguità e di reciproci interessi, per il bene della regione e del suo popolo ovunque esso si trovi. C’è da augurarsi che la futura assemblea regionale e la nuova giunta che verrà prosegua su questa via, promuovendo iniziative e attività che puntando sulla lingua – dialetto e italiano – riescano a raccogliere l’attenzione di chi vive lontano e stimolare la curiosità di conoscere la terra dei propri avi e apprenderne la lingua.

Le tante iniziative sulla lingua, avviate dalle associazioni dei calabresi nel mondo, hanno trovato ampi consensi perché, come si è detto, le nuove generazioni di calabresi, figli e nipoti di quanti sono arrivati a partire dall’inizio del secolo scorso nelle Americhe e un po’ dovunque, conoscono il dialetto e troppo poco l’italiano. Ma vorrebbero impararlo. C’è da riconoscere ai tanti promotori e presidenti delle associazioni calabresi di avere sempre tenuto nella massima considerazione la responsabilità di salvaguardare l’identità linguistica degli emigrati, mantenendo le tradizioni del dialetto e delle espressioni gergali di cui c’era il rischio che si perdessero le tracce. Il dialetto è stato nobilitato negli ultimi trent’anni perché contiene le tracce della tradizione linguistica e della caratterizzazione locale, così diversa anche tra aree poco distanti tra loro, che rappresenta una ricchezza culturale da preservare e custodire.

La Settimana della lingua italiana nel mondo è stata tenuta per la prima volta nell’ottobre 2001 – anno europeo delle lingue – su iniziativa di Francesco Sabatini, allora presidente dell’Accademia della Crusca e dal maggio 2008 presidente onorario, assieme alla Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del Ministero degli Affari Esteri. (dc)

 

Lo spot del Ministero degli Esteri della XX Settimana della Lingua italiana: