IL PAESE CRESCE MA IL SUD S’IMPOVERISCE:
IN 20 ANNI PERSI QUASI 1 MLN DI RESIDENTI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA –  Quasi un milione  in meno nel Sud, dal 2004 al 2024, in un Paese che complessivamente cresce nello stesso periodo  di poco più di un milione di residenti. Crescono infatti tutte le ripartizioni tranne Sud e Isole. 

 Le regioni più esteticamente dinamiche la Lombardia, ( +847.000), il Lazio (+534.000), il Veneto (+229.000), l’Emilia-Romagna (+375.000); quelle più penalizzate la Sicilia (-183.000), la Puglia (-144.000), la Campania(-141.000). 

Dicevo esteticamente dinamiche perché il loro tasso di crescita è sempre molto basso e l’aumento della loro popolazione deriva da una forma di cannibalismo nei confronti del sud del Paese, che nasconde il problema importante di una realtà  in declino. 

Le motivazioni che stanno alla base della decrescita delle due parti non sono totalmente differenti. In realtà vi è una base comune ed è la mancanza di politiche attive per la famiglia, che rendono la procreazione non un interesse collettivo ma esclusivamente un bisogno del singolo, che poco interessa alla società. 

Politiche attive totalmente dimenticate e che ci rendono differenti dagli altri grandi paesi europei. Francia, Gran Bretagna e Italia che  fino a qualche anno fa avevano la stessa popolazione. Oggi le altre due cugine si avviano verso i 70 milioni, anche per una maggiore presenza di extracomunitari, mentre noi ci discostiamo sempre più dai 60 milioni raggiunti nel 2010( 60.626. 000). 

Capire che la famiglia non è solo un bene dei singoli ma anche un bene collettivo è un passaggio che solo recentemente ha  cominciato ad essere un pensiero condiviso. Fino a soli pochi anni fa sembrava che lo Stato dovesse essere indifferente alle nascite  e quindi non dovesse assistere e proteggere le coppie nella fase procreativa.  

Con lo sviluppo economico, come accade in tutti i paesi del mondo, si pensi che addirittura in Cina hanno legiferato per imporre alle famiglie un solo figlio quando erano poveri, sono cominciate a diminuire le nascite. Per cui tutti i paesi occidentali, industrializzati, hanno cominciato con politiche di protezione delle famiglie e di assistenza alle giovani coppie per incoraggiarle a procreare. 

Tra tali provvedimenti vanno ovviamente compresi quelli relativi alla disponibilità di posti pubblici  negli asili nido, che  aiutano le famiglie a crescere i figli con costi più contenuti, e che al Sud sono stati sempre molto carenti. 

Per fortuna con il Pnrr, modificato recentemente,  adesso gli asili nido non dovrebbero andare più al bando, come era stato previsto nella prima fase, ma come é corretto le nuove strutture vengono assegnate alla realtà che ne sono più carenti, cioè inferiore al livello essenziale di prestazione fissato dal 2022 a 33 posti ogni 100 bambini di età 3-36 mesi. Finalmente un provvedimento che recupera 735 milioni di euro e li mette a disposizione di 401 Comuni, con l’obiettivo di realizzare oltre 30mila nuovi posti.

Al Sud ai tassi di fecondità, che andavano diminuendo, e che portavano a una diminuzione delle nascite si é  aggiunto l’effetto dei tassi di emigrazione,  che sono progressivamente aumentati. 

Ogni anno ci dice la Svimez che 100.000 mila ragazzi formati, con un costo complessivo per le realtà di riferimento di oltre 20 miliardi, vanno via dal Mezzogiorno, con un “regalo” a carico delle realtà regionali meridionali, che si ritrovano a dover affrontare i costi che vanno dalla procreazione fino al momento in cui i ragazzi diventano produttivi, per poi regalare il frutto di tanti sforzi alle regioni settentrionali e spesso anche a molti altri paesi comunitari, che offrono condizioni complessive di diritti di cittadinanza più interessanti. 

D’altra parte pensare di trattenere i giovani nelle loro realtà di provenienza quando non trovano lavoro, non hanno un diritto alla mobilità, né ad una sanità adeguata ,diventa impossibile. 

Non si vive di solo sole, mare e aria pulita. Complessivamente il Paese, pur avendo discreti incrementi nelle regioni settentrionali, perde peso all’interno dell’Unione Europea sia in termini demografici che di conseguente Pil prodotto. 

Ma è un ragionamento che parte dal Nord, che poi è la  classe dirigente che indirizza il nostro Paese, che non riesce a capire e che pensa di salvarsi guardando al proprio giardino di casa, esaltando una loro supposta etnia di Veneti o di Lombardi o di Emiliani Romagnoli, con la ricerca di un’autonomia differenziata che pensano potrà salvarli, non capendo che in realtà il processo sul quale siamo incamminati fa affondare tutti. 

La risposta vera al declino demografico del nostro Paese va data su due piani: il primo è quello di politiche attive per la famiglia che rendano la procreazione una gioia così come dovrebbe essere e non un impegno economico che la impoverisce.

Il secondo piano è quello relativo ad un migliore equilibrio economico che aiuti i giovani meridionali a rimanere nelle loro realtà, dove peraltro hanno una rete familiare di aiuti, costituita anche dai nonni.

L’occasione del Pnrr, che è stata data al nostro Paese fondamentalmente per diminuire i divari, malgrado una vulgata interessata che tenta con azioni conseguenti di distorcere gli obiettivi per riportare le risorse alla, una volta chiamata, locomotiva del Paese, costituita dall’apparato Tosco, Emiliano Romagnolo, Lombardo, Veneto, va, con azioni simili a quella recente sugli asili nido, che supera le difficoltà dell’amministrazione periferiche meridionali.

Oltre che a fare in modo di potenziare le tre gambe su cui dovrebbe basarsi lo sviluppo del Mezzogiorno costituite dalla logistica, dal manifatturiero e dal turismo, in modo da offrire a molti più giovani la possibilità di un progetto di vita, eliminando la tentazione sempre presente di essere estrattivi rispetto ad un territorio che, grazie anche agli ascari abbondanti presenti, non riesce a difendersi adeguatamente. 

Guardare al positivo che nasce non ci deve far dimenticare che i problemi strutturali sono talmente rilevanti e riguardano un territorio così ampio che il rischio della sindrome delle eccellenze, che vanno adeguatamente raccontate e valorizzate, può diventare estremamente pericolosa. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

 

L’OPINIONE / Maria Elena Senese: La Calabria ha bisogno di un piano contro emigrazione giovanile

di MARIA ELENA SENESE – La Calabria è una regione ricca di risorse umane e potenziale economico, tuttavia, l’emigrazione giovanile verso il Nord Italia e l’estero rischia di compromettere il futuro della nostra terra. Giovani le cui speranze vengono tradite dal Governo che, all’interno delle leggi di bilancio, non si cura di definire con esattezza le voci di spesa rivolte specificatamente ai giovani.

Persiste, infatti, il problema della esatta quantificazione della spesa pubblica destinata ai giovani e questo nonostante la presenza di un Dicastero dedicato alle politiche giovanili e nonostante l’introduzione nel bilancio dello Stato, come riscontrabile nell’ultimo report editato dall’Osservatorio nazionale della gioventù, della nuova voce “Incentivazione e sostegno alla gioventù”.

Di fronte a questa realtà preoccupante, come Uil proponiamo alla Regione Calabria la realizzazione di un piano d’azione mirato per contrastare l’emigrazione giovanile e offrire nuove occasioni di lavoro alle giovani generazioni.

Tenendo nella debita considerazione il fatto che, in questi anni, i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e la messa a terra della dotazione finanziaria messa a disposizione dall’Europa e dal Governo dovranno servire per riscrivere il presente e disegnare il futuro della Calabria.

Tra le principali proposte trova spazio lo sviluppo di un percorso di formazione duale: associando l’istruzione scolastica con l’apprendistato pratico presso le imprese.

Ma anche la promozione dell’imprenditorialità giovanile, attraverso incentivi fiscali, agevolazioni burocratiche e accesso facilitato al credito. Incentivare la creazione di start-up innovative e sostenibili, supportando i giovani imprenditori con programmi di tutoraggio e formazione manageriale.

La Uil Calabria, poi, ritiene indispensabile il potenziamento delle infrastrutture regioni. L’obiettivo da raggiungere dovrà essere quello di investire nel potenziamento delle infrastrutture di trasporto e connettività digitale, migliorando l’accessibilità della Calabria e facilitando gli scambi commerciali e il turismo. Questo favorirà la creazione di nuove attività economiche e l’attrazione di investimenti Sarà importante favorire la collaborazione tra il settore pubblico e privato per identificare opportunità di investimento e sviluppo economico, promuovendo partenariati tra imprese, istituzioni educative e enti di ricerca per favorire l’innovazione e la creazione di nuove imprese.

Infine, promuovere l’integrazione sociale e lavorativa dei migranti presenti sul territorio calabrese, offrendo percorsi di formazione linguistica, professionale e culturale che favoriscano la loro inclusione nella società e nel mercato del lavoro locale.

Implementare queste misure richiederà un impegno congiunto e coordinato da parte del governo regionale, delle istituzioni locali, delle associazioni di categoria e della società civile. È essenziale adottare politiche lungimiranti e sostenibili che possano garantire un futuro prospero e inclusivo per la Calabria e per le sue giovani generazioni

Per questo, la Uil Calabria invita il governo regionale, le istituzioni locali, le associazioni di categoria e la società civile a collaborare attivamente per implementare queste proposte e adottare politiche lungimiranti e sostenibili che possano garantire un futuro prospero e inclusivo per la Calabria e per le sue giovani generazioni. (mes)

[Maria Elena Senese è segretaria generale di Uil Calabria]

DENATALITÀ, LA CALABRIA SEMPRE PRIMA
MENO NASCITE E CRESCE L’EMIGRAZIONE

di FRANCESCO AIELLO – I dati pubblicati dall’ISTAT sugli Indicatori Demografici del 2023 forniscono nuovi ed interessanti elementi di valutazione sulla dinamica della popolazione italiana che nel corso del 2023 ha abbattuto la soglia psicologica dei 59 milioni di residenti. Infatti, l’ISTAT stima che all’1 gennaio 2024 la popolazione si attesta a 58.990.000 residenti, registrando una diminuzione di 7.000 persone rispetto all’anno precedente. Questo dato conferma il persistente trend negativo iniziato nel 2014, con un tasso di decrescita annuale pari a -2.8 per mille.  Il report dell’ISTAT offre numerosi spunti di riflessione, il primo dei quali è rappresentato dalla dinamica delle iscrizioni nette dall’estero, che in Italia nel 2023 sono state pari a +274.000 individui, rappresentando un elemento di contenimento della riduzione complessiva della popolazione. Il saldo migratorio dall’estero è in crescita (+166.000 stranieri nel 2022) e continua a svolgere un ruolo cruciale nel mitigare la perdita di popolazione residente: nel 2023, con un tasso di mortalità dell’11.2 per mille superiore al tasso di natalità del 6.4 per mille, si è avuto un tasso di crescita naturale pari a -4.8 per mille che, per l’appunto, è stato quasi interamente compensato dal saldo migratorio dall’estero (+6.4 per mille).

I dati per regione. Nel 2023, l’Italia ha assistito a variazioni demografiche differenziate tra le sue regioni, riflettendo una complessa rete di fattori economici e sociali che alimenta tale differenziazione. Mentre alcune regioni, come la Lombardia (4.4 per mille) e l’Emilia-Romagna (4 per mille), hanno registrato una crescita della popolazione, tutte le regioni del Mezzogiorno d’Italia hanno sperimento una riduzione dei residenti, con tassi anche rilevanti: -2.1 per mille in Abruzzo, -3.5 per mille in Campania, -4-1 per mille in Sicilia, -4-2 per mille in Molise, -4.5 pe mille in Puglia, -4.6 per mille in Calabria, -5.3 per mille in Sardegna e -7.4 per mille in Basilicata.

Queste disparità sulla dinamica della popolazione dipendono da differenze riguardo alle migrazioni e alle dinamiche naturali.

La figura in basso riporta i valori della crescita naturale della popolazione, il tasso di crescita della migrazione interna e delle iscrizioni nette di stranieri. Ciò che emerge con chiarezza è che la crescita naturale è ovunque negativa, a segnalare il fatto che il tasso di natalità è stato sempre inferiore al tasso di mortalità. Nel Centro-Nord, questa riduzione “naturale” della popolazione regionale è compensata dai tassi migratori interni ed esteri positivi, mentre, nelle regioni meridionali, si è avuto un incremento delle iscrizioni nette di straniere, ma contestualmente i tassi di migrazione interna sono stati significativamente negativi.

I dati della Calabria. Nel 2023 le nascite in Calabria hanno registrato una diminuzione dell’1.5%, contribuendo al declino della popolazione regionale che si è attestata a 1.838.000 individui (-4.6 per mille abitanti rispetto al 2022). Questo risultato negativo è stato influenzato dai valori del tasso migratorio totale e del tasso di crescita naturale della popolazione.

l’aumento delle iscrizioni nette dall’estero, con un tasso migratorio estero pari a +5.31 per mille, non è stato possibile ottenere un saldo migratorio totale positivo (risultando negativo a -0.1 per mille), a causa del persistente tasso migratorio interno. Quest’ultimo, relativo ai cambi di residenza dalla Calabria verso altre regioni e viceversa, si è attestato nel 2023 a -5.39 per mille. Per quanto riguarda la dinamica naturale della popolazione calabrese, nel 2023 si è registrato un  tasso di crescita naturale negativo di -5,31 per mille, risultante da un tasso di natalità del 7,2 per mille e un tasso di mortalità del -11,7 per mille (Figura 2) .

Emerge con forza la conferma della tendenza di lungo periodo che, purtroppo, vede la Calabria perdere residenti, con il rischio concreto di diventare sempre più piccola, impoverita e dipendente dall’assistenza pubblica. D’altra parte i recenti dati pubblicati dalla SVIMEZ avvalorano questa previsione, evidenziando il deterioramento della nostra regione nella Classifica europea del PIL pro capite, il quale è principalmente legato alla nostra incapacità di implementare politiche di sviluppo capaci di valorizzare settori in cui abbiamo margini di competitività, anche sui mercati internazionali. Le responsabilità sono diffuse, ma un ruolo significativo è svolto dall’atteggiamento culturale dei Calabresi, i quali sembrano vivere in un’eterna attesa di azioni risolutive da parte di attori esterni. (fai)

(Courtesy OpenCalabria)

Francesco Aiello è Professore Ordinario di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza “Giovanni Anania” dell’Università della Calabria. Attualmente insegna “Politica Economica” al corso di Laurea in Economia ed “Economia Internazionale” al corso di Laurea Magistrale in Economia e Commercio. La sua attività di ricerca è centrata sui temi della Ricerca e dell’Innovazione, twin transition, dei divari di sviluppo in Italia e in Europa, sull’analisi micro-econometrica dell’efficienza e della produttività e sulla valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche. È autore di numerosi saggi scientifici pubblicati su riviste nazionali e internazionali. Accanto all’attività prettamente accademica, si interessa di economia locale e di attività di divulgazione economica. Nell’estate del 2015 ha fondato OpenCalabria.com, uno spazio dedicato ai temi di “Economia e Politica dello Sviluppo” della Calabria.

L’EMIGRAZIONE, IL TRISTE FENOMENO CHE
ARRICCHISCE IL NORD AI DANNI DEL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «Attualmente  la stragrande maggioranza degli interventi viene effettuata con tecniche chirurgiche d’avanguardia e mininvasive, grazie alla laparoscopia con visione tridimensionale ed alla chirurgia robotica. Queste  competenze hanno permesso di trattare moltissime patologie in maniera ottimale e secondo i più alti standard terapeutici nazionali ed internazionali». Lo afferma Alfredo Ercoli, professore ordinario di Ginecologia ed Ostetricia e direttore della Scuola di Specializzazione in Ginecologia ed Ostetricia e direttore dell’Uoc di Ginecologia ed Ostetricia del Policlinico ‘G. Martino’. Di Padova? Eh no. Non ci crederete ma parliamo di Messina. 

Contraddicendo tutti coloro, molti di questi meridionali, che se hanno un problema di salute pensano che il miglior modo di risolverlo sia quello di comprare un volo low cost per il Nord. 

In realtà tutti sanno che le eccellenze sanitarie  in termini individuali sono certamente presenti in tutto il Paese. Ma mentre al Nord il sistema sanitario ha una organizzazione complessiva, che garantisce il malato in tutti i momenti della sua degenza spesso, invece,  nelle strutture meridionali a fianco alle eccellenze professionali vi è una realtà complessiva che non è all’altezza delle individualità, anche eccellenti, che vi operano. Tale situazione  di mobilità comporta un costo per la regione che subisce il trasferimento ed un vantaggio per chi invece accoglie i pazienti. 

Infatti le amministrazioni, che fanno parte del sistema sanitario nazionale, rifondono a quelle che accolgono i costi sostenuti per prestare le cure richieste. Anzi le strutture di accoglienza si sono organizzate in maniera tale che non vi siano liste di attesa per chi arriva da fuori, che invece permangono per i residenti, in modo da incoraggiare i pazienti alla emigrazione sanitaria. 

Un sistema messo a punto non solo per quanto attiene alla sanità ma anche per la formazione, che le Università del Nord offrono agli studenti del Sud. Recentemente il politecnico di Torino si preoccupava della bassa natalità del Sud, perché tale fenomeno avrebbe comportato una minore richiesta di iscrizione da parte degli studenti meridionali. 

Anche in questo caso il prezzo che viene pagato dal sistema economico meridionale è estremamente alto. Perché non riguarda solamente il costo dell’iscrizione presso le università, ma anche il costo del soggiorno che aiuta i sistemi economici di Pisa, di Bergamo o di Brescia, con una richiesta di affitto da parte dei pendolari, per tutti gli anni della frequenza.

Non solo ma a chiusura del periodo formativo, quando gli emigranti troveranno quel lavoro per il quale hanno deciso la frequenza nelle università settentrionali, i genitori compreranno magari una casa, vendendo quella posseduta, diminuendo enormemente il valore del patrimonio immobiliare del Sud, come sta avvenendo, e aumentando quello del Nord. 

Insomma il conto complessivo è di quelli che sembra incredibile. Il primo importo è quello relativo al costo della formazione dei 100.000 che ogni anno si trasferiscono per lavorare al Nord.

La maggior parte di essi ha una formazione universitaria. In media possiamo dire, considerato che vi sono anche delle professionalità senza titolo di studio,  che la formazione è quella media  superiore. 

Il costo complessivo per far nascere, crescere e formare  un giovane in modo che possa cominciare a lavorare è di circa 200.000 €, che moltiplicati per i 100.000 che ogni anno se ne vanno fa una somma vicina ai 20 miliardi di euro, che le regioni meridionali regalano a quelle del Nord, in prevalenza. In realtà vi sono anche le migrazioni internazionali che andrebbero sottratte a questa cifra. 

In questi anni è cresciuta anche la migrazione sanitaria dalle regioni del Sud a quelle del Nord con 4,25 miliardi di euro che si spostano verso il Nord. 

A Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto il 93,3% del saldo attivo. Il 76,9% del saldo passivo grava sul Centro-Sud. Delle prestazioni ospedaliere e ambulatoriali erogate in mobilità oltre 1 euro su 2 va nelle casse del privato.

Il Miur ha annunciato che nell’anno accademico 2022-23 ci sono state 331 mila immatricolazioni (147 mila maschi, 184 mila femmine). È una cifra costante negli ultimi anni. Il 25 per cento di studenti meridionali fuori sede si traduce in oltre 82 mila partenze. Applicando il criterio di spesa prudenziale dei 30 mila euro l’anno per ogni studente, il prodotto della moltiplicazione è di 2,47 miliardi di euro in fondi privati trasferiti dal Sud al Centro-Nord. 

Facendo la somma di tutte queste risorse andiamo verso i 30 miliardi annui che vengono trasferiti che, sommati ai 60 di spesa pro capite differente, calcolata dal dipartimento per le politiche di coesione, fanno  una somma complessiva di circa 90 miliardi annui. 

Pensate che qualcuno voglia rinunciare alla mucca grassa che si trova a mungere senza opporre resistenza? Sarà difficile.       Ovviamente l’autonomia differenziata porterà ad una aggravamento di questa situazione. Poiché avendo a disposizione meno risorse la sanità meridionale non potrà che peggiorare, mentre quella settentrionale avrà un standard sempre più di livello. 

Stessa condizione subirà la formazione universitaria, mentre l’impossibilità di trovare livelli adeguati di occupazione nel Sud alimenterà il processo migratorio dei giovani formati meridionali.

É uno schema tipico delle colonie che sarà difficile ribaltare senza interventi decisi e continuati, che non si vedono all’orizzonte. Bisogna comunque sottolineare che in parte tali  spostamenti sono dovuti a una reale differenza di assistenza o di formazione.

Ma nella maggior parte dei casi dipendono da una cattiva reputazione che le  strutture sia mediche che formative, al di là della loro reale valenza, in alcuni casi per loro colpa effettiva,  in altri per una vulgata cavalcata dagli interessi di chi vuole alimentare i trasferimenti, si sono “guadagnate”. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

Quell’amaro ritorno in Calabria

di GREGORIO CORIGLIANO – «Il paese sembra sprofondato in una inusuale letargia, ogni volta che torno, lo trovo più vuoto, intontito, privo di reattività. Lo scrive un emigrato di lusso, di penna e di intelletto, più che di mani. Si chiama Enzo Benedetto, avvocato di buon successo, sia in Calabria che a Milano, già sindaco di Rosarno, candidato e non di secondo piano alla Camera dei deputati, senza fortuna, ma con molto seguito e con comizi, finanche a Reggio. Concreto e affascinante nell’arringare le folle, dirigente della Dc degli anni ’80, seguace di Misasi, sia pure con spirito libero, carattere spigoloso, di indubbio e convincente eloquio, uomo molto attento. Parla degli ’80, come pulsanti di vita, ora, dice, che “i granelli della clessidra sono scivolati, quasi tutti, nell’ampolla inferiore e l’attrezzo, purtroppo, non può esser rovesciato, mi morde dentro, mi fa tanto male che vorrei ribellarmi”».

Come dargli torto? Siete stati in paesi grandi e piccoli della Calabria in questi giorni infuocati, ma tipici della regione? Avrete visto che se qualcuno è tornato, molti meno, rispetto al passato, è rimasto silenzioso, poco reattivo di fronte all’abbandono delle nostre comunità, come rassegnato, incapace di dire e di fare, solitario nelle piazzette solatee o all’ombra di alberi che vegetano per forza di inerzia o di natura senza ce alcuno faccia nulla per modificare lo stato delle cose.

«Chi sono io per pretendere di ribaltare il corso degli eventi, si domanda l’avv. Benedetto, arrestare un’inerzia che sembra dettata dal fato, bandire la rassegnazione, propiziare il risveglio?» questa, una domanda che, purtroppo in pochi ci siamo fatti, consapevoli della ineluttabilità delle cose e della mancanza di volontà ad agire anche per gli altri, per il bene comune che – è doloroso e amaro constatarlo – non ci appartiene o, meglio, non ci appartiene più. Cosa è successo perché la gente dorma o si appisola, non reagisce alle provocazioni, se e quando, poche, ci sono. E ci sono, purtroppo, solo da parte di quanti, come dice Vito Teti, credono nella restanza, ma, dico io, nella restanza che fugge, che è poi «scappanza pe non morire delusi». Restanza per tornare, scappanza per andar via e tornare l’anno (per qualcuno il mese) prossimo, con la speranza del risveglio.

«I sogni della mia giovinezza sono stati in gran parte sbranati dalla realtà ferina di un contesto ostile da cui mi sono allontanato con l’ingenua rabbia del vinto, senza spezzare del tutto il legame misterioso che continua a legarmi ad una terra che sento mia», aggiunge Enzo Benedetto.

Hai ragione, mio caro amico di un tempo che fu: il contesto è sempre ostile per quanti avremmo voluto o abbiamo fatto qualcosa, mai quanto era necessario, ma si doveva pur cominciare. E perché nessuno, pochi forse, ha proseguito? Se fai ti uccido, diceva un proverbio dl luogo dell’anima, se ti fermi ti accoltello. Non devi fare, ma se non fai… E se lo fai notare, ti prendi la reprimenda: «ma chi sei tu, cosa vuoi, non vivi qua, te ne sei andato, ci hai abbandonato. Che ne sai tu?». Si vede, si vede, dall’inerzia che caratterizza mattine e sere dell’anima del luogo o dei luoghi. E se non fosse per qualche iniziativa forestiera, ovviamente pur esse criticata: chi sono, cosa vogliono, chissà quanto guadagnano per un “cameduzzo i focu”, per “le orme dei Pooh”, o per l’albero della cuccagna che è auspicato ma invece è morto e sepolto, per fare esempi elementari, senza addentraci in rassegne culturali che, come tali, non ci sono state, e se ci sono state – come quella con Antonio Padellaro, è stato lasciato pressocchè solo: «ma che vuole costui, quanto ha guadagnato?».

Ed un circolo di cultura con dieci quindici soci, perchè non c’è o non c’è più? Costa fatica, questa è la verità. Si preferisce sopravvivere ai meriggi di questa estate «e vengo sommerso dall’onda dei ricordi e ripercorro, con piccoli e attenti passi, tutto il complesso vissuto di un sognatore, ancora perdutamente innamorato del futuro», chiosa l’avv. Benedetto, che ha, non certo vox clamans in deserto, molti compagni al duol. Torno, ma perchè ogni anno torno, mi dice Rosita Bagalà, che ha il figlio a capo dell’ambasciata di Tokio, o Denise Pontoriero, nata a Genova, con madre finnica, che con figlie al seguito, non rinunzia agli odori del mare o a contare le mattonelle del lungomare. La Calabria non è la stessa che hanno lasciato, è peggiorata: per questo si torna sempre! (gc)

LA NUOVA EMIGRAZIONE DAL SUD AL NORD
È ANCHE FAVORITA DAL GOVERNO MELONI?

di MASSIMO MASTRUZZO – Avevo già scritto di come fosse forte il sospetto che favorire l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord fosse il reale motivo di tale astio di questo governo verso il RdC, uno strumento che volente o nolente, e con tutti i suoi difetti da correggere, dalla sua comparsa aveva dato la possibilità di una scelta: restare (o meglio resistere) o emigrare. Opzione che i cittadini del Sud-Italia non hanno mai avuto il privilegio di avere. Mentre sarebbe bastato offrire le stesse opportunità, e soprattutto lo stesso diritto di accesso al lavoro in tutta Italia, per ridurre notevolmente la platea di accesso al RdC.

Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»
Indizio n.1: Il Pnrr, ottenuto per eliminare le diseguaglianze territoriali, di giorno in giorno viene sempre più dirottato dal Sud verso l’industria del Nord Italia. La prova più recente sono i 16 miliardi che il ministro Raffaele Fitto ha spostato dai Comuni alle grandi imprese del Nord Italia.
Indizio n.2: Hanno fatto saltare il progetto per la costruzione di 2.190 asili nido per 264 mila bambini. Un diritto essenziale negato, oltre che un danno per tantissime mamme lavoratrici al Sud e un’opportunità di lavoro mancata per insegnanti, personale scolastico e addetti ai trasporti.
Indizio n.3: A Milano inaugurano le linee metro più veloci d’Europa, mentre in Basilicata chiude ogni tipo di trasporto su rotaia, il nuovo treno “veloce” Bari-Napoli è più lento di quello vecchio e in Sicilia per andare da Siracusa e Trapani (266 chilometri) si impiegano 11 ore e 21 minuti.

Basterebbero questi tre indizi per avvalorare la prova che (ri)sbloccare l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord sembra essere l’assurdo progetto del governo Meloni, ma la prova decisiva (non me ne vogliano Lee Child e Tom Cruise) è rappresentata dagli incentivi in partenza necessari per assumere giovani Neet, cioè ragazzi entro i 29 anni che non studiano e non lavorano.

Disoccupati al sud, soldi al nord
Neet (Not in Education, Employment or Training) è l’Indicatore atto a individuare la quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione.
Il problema è che in Italia sono oltre 3 milioni, un quarto del totale e nessuno nell’Unione europea ne ha così tanti: lo ha ricordato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nella sua relazione annuale. «Se ne deve tener conto nel ridefinire le priorità per lo sviluppo economico e sociale…».

Il numero di coloro che non studiano e non lavorano cambia però notevolmente anche in base all’area geografica di riferimento.

Nel Nord Italia, infatti, la percentuale rilevata dall’Istat è del 20% del Nord-Ovest e del 18% del Nord-Est, nel Centro del 23% e nel Sud Italia si tocca il 39%. Una disparità fortissima che dovrebbe far preoccupare.

Neet un fenomeno che nel sud Italia coinvolge più di un giovane su quattro
L’enorme incongruenza è che il riparto fra le regioni ignora i fabbisogni e orienta ingiustificatamente i fondi dove il fenomeno è meno grave: In Veneto dove l’incidenza dei Neet è del 13% sono disponibili 8 milioni. Alla Campania, che ha più abitanti e una incidenza dei Neet del 27%, toccano 7,5 milioni. In Sicilia, dove la quota Neet arriva al 30%, appena 5 milioni. A fronte di questi dati appare facile pensare male: possibile che l’obiettivo di Meloni Salvini e Tajani sia (ri)favorire l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord? (mm)

(Massimo Mastruzzo è componente del Direttivo Nazionale Met – Movimento Equità Territoriale)

EMIGRAZIONE: INARRESTABILE EMORRAGIA
IN DIECI ANNI PARTITI DAL SUD IN 525MILA

Emigrazione. In Calabria è emergenza. È quanto è emerso dal rapporto dell’Istat su Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente 2021. La nostra regione, infatti, è quella che ha il tasso di emigratorietà più elevato: si parla di circa otto residenti ogni mille abitanti.

Nei dati provvisori riferiti al periodo «gennaio-ottobre 2022 – viene rilevato – rispetto allo stesso periodo del 2021, evidenziano un ulteriore moderato incremento dei flussi migratori interni (+4%) e dall’estero (+13%) e una forte riduzione dei flussi in uscita dal Paese (-20%)».

L’Istat ha rilevato, poi, che «nel 2021 è cresciuta (+6,7% sull’anno precedente) la mobilità interna (un milione 423mila trasferimenti). In aumento anche le immigrazioni (oltre 318mila; +28,6%) mentre diminuiscono le emigrazioni (poco più di 158mila; -1% sul 2020) soprattutto dei cittadini italiani (94mila; -22%)» e che «ha un età compresa tra i 25 e i 34 anni un emigrato italiano su tre: in totale 31mila di cui oltre 14mila hanno una laurea o un titolo superiore alla laurea».

Viene segnalato come ci sia una ripresa della mobilità tra Comuni: «nel 2021 – si legge nel rapporto – l volume dei trasferimenti di residenza interni al Paese, pari a 1 milione 423mila (+6,7% rispetto al 2020), è quasi in linea con il dato del 2019 quando si registrava circa 1 milione 485mila movimenti tra Comuni. L’aumento della mobilità residenziale si riflette sia tra i movimenti all’interno delle regioni (+7,4%) sia tra regioni diverse (+4,6%)».

«La mobilità interna – si legge – interessa soprattutto i cittadini italiani (in termini percentuali, quattro su cinque tra le persone che hanno cambiato residenza). Nel 2021 gli italiani che si sono trasferiti all’interno del Paese sono circa 1 milione 167mila, mentre i movimenti tra comuni degli stranieri sono 256mila. In termini relativi, invece, rispetto alla popolazione residente, il tasso di mobilità interna degli stranieri è più del doppio di quello degli italiani: si spostano oltre 50 stranieri per 1.000 residenti, contro 22 italiani per 1.000».

Ma, mentre il Centro Nord guadagna popolazione, il Mezzogiorno, invece, è in perdita: «In termini relativi i saldi migratori per 1.000 residenti più elevati si hanno in Emilia-Romagna (+3‰) e nella provincia autonoma di Trento (+2,3‰), quelli più bassi in Basilicata (-4,7‰), Calabria (-4,3‰), e Molise (-3,7‰). In generale, le regioni del Centro-Nord mostrano saldi netti positivi (in media, +1,3‰); viceversa, quelle del Mezzogiorno riscontrano tutte perdite nette di popolazione (-2,5‰)».

A livello regionale, in Calabria sono Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone a registrare la perdita di più residenti. A Crotone si parla del -6,6%, per Reggio del -5,2% e Vibo Valentia -5,7%.

L’Istat, poi, ha rilevato come le migrazioni dal Mezzogiorno al Centro-Nord siano in leggero aumento: «Nei 10 anni 2012-2021 sono stati pari a circa 1 milione 138mila i movimenti in uscita dal Sud e dalle Isole verso il Centro-nord e a circa 613mila quelli sulla rotta inversa. Il bilancio tra uscite ed entrate si è tradotto in una perdita netta di 525mila residenti per il Mezzogiorno».

Nel 2021 la ripresa della mobilità interna ha interessato anche gli spostamenti lungo questa direttrice. Ammontano a circa 112mila i trasferimenti dai comuni meridionali verso quelli settentrionali, in lieve aumento (+3%) rispetto al 2020, ma in deciso calo (-17%) rispetto al periodo pre-pandemico.

La regione verso cui si dirigono prevalentemente questi flussi è, in termini assoluti, la Lombardia (28%) ma, in termini relativi, l’Emilia-Romagna è quella che li attrae di più (quattro trasferimenti dal Mezzogiorno per 1.000 residenti). La provincia del Mezzogiorno da cui si registrano più partenze verso il Centro-nord è Napoli in termini assoluti (17mila partenze), mentre Crotone ha il tasso di emigratorietà più elevato: 11 residenti su 1.000 che si spostano al Centro-Nord. Viceversa, la provincia Centro Settentrionale che riceve più emigrati dal meridione è Milano (14mila arrivi), ma, in termini relativi, l’area metropolitana di Bologna è più attrattiva (6%).

Un fatto curioso, invece, è che nel 2021 oltre la metà degli espatri ha origine nelle regioni nel Nord Italia: in particolare partono dal Nord-ovest del Paese circa 29mila italiani (30,6% degli espatri) e dal Nord-est oltre 21mila (22,5%), mentre dal Sud si parla di 18mila partenze. Non poche, ma sicuramente minori rispetto al Nord che deve fare i conti con una emorragia di popolazione che sceglie di andare in Europa.

Nel 2021 gli italiani espatriati sono soprattutto uomini (55%), ma fino ai 25 anni non si rilevano forti differenze di genere (16mila per entrambi i sessi) e la distribuzione per età è perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 14%.

Un dato non trascurabile, poi, è che un italiano su quattro emigrato ha almeno una laurea. L’Istat, poi, ha rilevato come «negli ultimi dieci anni i giovani italiani che hanno trasferito all’estero la residenza sono costantemente aumentati, mentre molto meno numerosi sono i rientri in patria».

Ma non sono solo i giovani laureati a spostarsi all’estero. Tantissimi sono, infatti, i giovani laureati nel Mezzogiorno che decidono di spostarsi a Nord o al Centro. Una emigrazione che favorisce il Nord che, “orfano” dei suoi giovani che partono, riesce a recuperare popolazione grazie al movimento migratorio dei giovani del Sud.

«Il Nord guadagna oltre 116mila giovani risorse provenienti dal Sud e dalle Isole – viene rilevato – il Centro quasi 13mila. Ne deriva che il beneficio complessivo per le regioni settentrionali è pari a circa 77mila unità; il Centro recupera parzialmente e limita la perdita a circa 265 unità; le uscite dal Mezzogiorno verso l’estero e verso le altre regioni d’Italia, invece, determinano una perdita complessiva di poco meno di 157mila giovani residenti laureati. Le giovani risorse qualificate provenienti dal Mezzogiorno costituiscono dunque una fonte di capitale umano per le aree maggiormente produttive del Nord e del Centro del Paese e per i paesi esteri».

Quello che emerge dal Rapporto Istat è un quadro preoccupante, che fotografa un problema atavico del Sud e a cui non sembra trovare soluzione. Quanti talenti e menti brillante, dalla Calabria, sono partiti per un futuro migliore? Tanti, forse troppi. Alcuni sono tornati, altri hanno deciso di rimanere, altri sono partiti e non sono più tornati nella loro terra d’origine.

È ora che si prenda in mano la situazione e Regione, sindaci, sindacati, parlamentari, associazioni lavorino in sinergia per creare le condizioni per permettere ai giovani – ma a tutti – di restare in Calabria. (rrm)

IL RECORD DELLA CALABRIA ALL’ESTERO
SONO TANTISSIMI I CALABRESI NEL MONDO

di GIUSEPPE DE BARTOLO – L’Italia, fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, è stato un paese profondamente segnato dall’emigrazione. In questo lungo periodo di tempo si sono avute due ondate emigratorie. La prima, composta in prevalenza da spostamenti oltre oceano, si contraddistinse per l’alta intensità degli espatri. La seconda, a partire dalla metà degli anni ’50, si distinse per una più contenuta intensità e con prevalenza dei flussi verso l’Europa.

Agli inizi degli anni ’70, l’Italia, per la prima volta nella sua storia, registra un saldo migratorio positivo che aumenta nel tempo, e si trasforma via via da paese di emigrazione in paese in prevalenza di accoglienza, anche se i trasferimenti di residenza degli italiani all’estero, pur rimanendo modesti, non si esauriscono del tutto, superando le 100 mila unità annue solo di recente. Nello stesso tempo però si osservano importanti cambiamenti nel profilo di coloro che trasferiscono la loro residenza all’estero.

I nuovi emigranti hanno infatti un livello d’istruzione sempre più elevato; compaiono nuove figure come quella dei nonni-genitori che trascorrono periodi sempre più lunghi all’estero con figli e nipoti; quella del migrante maturo rimasto disoccupato e lontano dalla pensione che si trasferisce per lavoro; del migrante di rimbalzo, cioè colui che dopo anni vissuti all’estero ripercorre per vari motivi la via inversa; il migrante previdenziale che risiede per lunghi periodi in paesi dove esiste una politica di defiscalizzazione e condizioni sociali, economiche e climatiche più favorevoli. Questo processo ci ha consegnato uno stock di italiani residenti all’estero importante sia dal punto di vista numerico che sociale e economico, la cui conoscenza resta ancora parziale perché le fonti statistiche e amministrative di riferimento sono lacunose e disomogenee fra di loro.

Le principali sono: l’Archivio delle Anagrafi consolari (titolarità Ministero Affari Esteri); la rivelazione degli italiani all’estero (titolarità Ministero Affari Esteri); l’Archivio centrale dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero – Aire (titolarità Ministero dell’interno). Quest’ultima è lo strumento di riferimento più importante per studiare questo fenomeno ed è stato il supporto statistico di  tutti i Rapporti Italiani nel Mondo elaborati dalla Fondazione Migrantes, l’ultimo dei quali, il XVII, è stato presentato al pubblico proprio in questo mese di novembre.

La mobilità degli italiani che si trasferiscono all’estero presenta un trend crescente dal 2014 al 2019, anno in cui gli espatri raggiungono il valore di 131mila unità. Ad emigrare sono in prevalenza i maschi e i giovani dai 18-34 anni. Nel 2020 e nel 2021 la pandemia ha causato una sensibile riduzione degli espatri, riduzione che ha interessato in modo particolare la fascia dei giovani. Nel corso del 2021 il 78,6% di chi ha lasciato l’Italia per espatrio è andato in Europa, il 14,7% nelle Americhe (con particolare preferenza per l’America latina, 61,4%), mentre il restante 6,7% si è diviso tra continente asiatico, Africa e Oceania. Nello contempo lo stock degli italiani residenti all’estero è aumentato dell’86,9% in quindici anni (cioè da 3.106.251 del 2006 a 5.806.068 della fine del 2021). 

Se l’esame si sposta ora a livello regionale, constatiamo che la Calabria è una tra le regioni con un’importante comunità di residenti all’estero (437.447 iscritti all’Aire al 1/1/2022, metà dei quali vivono in Argentina, Germania e Svizzera) e, anche se ciò deriva in parte dalla sua storia migratoria, su questo dato ha  comunque inciso la nuova mobilità, che è cresciuta nel tempo e ha interessato soprattutto la fascia giovanile. Confrontando le strutture delle popolazioni regionali residenti all’estero si osserva che quella calabrese è la più matura – 27,5% di ultra 65enni, percentuale che raggiunge il 47% con gli ultra cinquantenni – a conferma che su di essa hanno inciso i flussi emigratori avvenuti dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mentre non è trascurabile il peso dei giovani (19,7%, 18-34 anni). La Calabria, inoltre, occupa il terzo posto nella graduatoria delle regioni per incidenza del fenomeno (32,5%), rapporto tra gli iscritti all’Aire e la popolazione residente, preceduta solo da Basilicata (25,9%) e Molise (32,5%). 

I Comuni calabresi che hanno comunità di residenti all’estero numericamente importanti, superiori alle 5mila unità, sono Corigliano Rossano, Lamezia Terme, Reggio Calabria e San Giovanni in Fiore, Montalto Uffugo, mentre nella graduatoria per incidenza spicca Paludi con popolazione residente all’estero più che doppia rispetto alla sua popolazione residente (incidenza del 212,9%); seguono poi molti piccoli comuni interni come San Pietro in Amantea, Scala Coeli, Torre Vecchia, Torre di Ruggiero, Mammola, Santa Domenica Talao, Carfizzi, Staiti, Belmonte Calabro, Bocchigliero, Pizzoni, Simbario, Dinami, Cardinale, Orsomarso, Savelli, Fiumara, Candidoni, Aiello Calabro, Alessandra del Carretto, Mottafollone, con una incidenza del 100% e oltre ed altri ancora con elevata incidenza, a dimostrazione di quanto l’emigrazione passata e quella più recente, soprattutto giovanile, abbiano contribuito a rendere la Calabria terra con un forte spopolamento e con un acuto malessere demografico.

Tratti ai quali è difficile porre rimedio senza attivare incisive politiche sociali e economiche di lungo periodo che abbiano come obiettivo quanto meno temperare lo spopolamento dei piccoli centri, ed evitare così che, dopo tre secoli, sia ancora valida l’affermazione di Giuseppe Maria Galanti che nel 1972, visitando la regione, scriveva che essa era un “vero stato di deserto”. (gdb)

[Giuseppe De Bartolo è già Ordinario di Demografia all’Unical]

Lavoro, emigrazione, sanità, Russo (Cisl) ricorda le priorità per la Calabria

Serve prestare attenzione al drammatico problema della sicurezza sul lavoro, realizzare gli interventi previsti per l’occupazione, proseguire con i concorsi per le nuove assunzioni nella sanità, bloccare l’emorragia dei giovani verso altri territori, frenare lo spopolamento delle aree interne. Sono alcuni delle priorità su cui si è focalizzato il segretario generale di Cisl Calabria, Tonino Russo, nel corso del Comitato Esecutivo regionale di Lamezia.

«Questa è la settimana delle assemblee in azienda. Sabato una nutrita delegazione della Cislcalabrese sarà presente alla manifestazione nazionale unitaria in Piazza Santi Apostoli a Roma per ricordare al futuro Governo, alla politica, ai responsabili della sicurezza, alle aziende, che dietro i numeri – 600 morti, 400.000 infortuni, 77% di irregolarità aziendali in Italia nel 2022 – ci sono persone e famiglie», ha annunciato il cislino.

Per Russo, l’emergenza lavoro «non può essere affrontata non con l’assistenzialismo, ha sottolineato il Segretario, ma solo mettendo a terra gli investimenti, impiegando le risorse del Pnrr, aprendo cantieri. Per la Cisl regionale bisogna finalmente procedere al completamento della S.S. 106, con il prolungamento fino a Reggio Calabria; accelerare sull’alta velocità ferroviaria e sui lavori della linea ionica per garantire finalmente un collegamento efficace e veloce di quel territorio con il resto della regione; spingere per concretizzare l’intermodalità per il porto di Gioia Tauro; rendere operative le Zone Economiche Speciali per attrarre investimenti».

Un giudizio positivo è stato espresso dal Segretario Generale della Cisl regionale sul Cis “Volare”, «uno strumento – ha ricordato – per il quale è previsto un investimento di oltre 216 milioni immediatamente cantierabili sui 3 aeroporti calabresi».

Restano i gravi problemi della Sanità calabrese: si valuta tuttavia molto positivamente, ha sottolineato Russo, «l’accordo sottoscritto nei giorni scorsi con la Regione per stabilizzare il personale precario. Ora bisogna andare avanti speditamente avviando le procedure concorsuali per reclutare nuovo personale e colmare le lacune che emergono dai piani del fabbisogno».

Insieme a quella del caro bollette, delle difficoltà per le imprese e del rischio di povertà energetica per molte famiglie, abbiamo davanti altre sfide per il rilancio della Calabria, ha detto ancora il Segretario: dalla valorizzazione delle ricchezze naturali, del mare, della montagna, alla riorganizzazione dei consorzi di bonifica per manutenere il territorio ed erogare servizi qualificati per l’agricoltura. «Solo così – ha concluso il segretario generale della Cisl regionale – si può dare dignità al lavoro, bloccare l’emorragia di giovani verso altri territori, frenare lo spopolamento delle aree interne».

Alla relazione è seguito un dibattito molto partecipato, con l’intervento di tutte le federazioni di categoria e delle strutture Cisl territoriali, in cui sono stati ripresi e pienamente condivisi i contenuti della relazione.

Nel corso dei lavori, il Comitato Esecutivo ha espresso una ferma condanna delle vili intimidazioni rivolte al Segretario Generale, Luigi Sbarra, e a diverse sedi Cisl, esprimendo la solidarietà della Cisl calabrese nei confronti di Sbarra e degli iscritti dei territori colpiti. (rcz)

PROMUOVERE I MUSEI DELL’EMIGRAZIONE
PER RACCONTARE LA STORIA DELLE RADICI

di GIOVANNI MARIA DE VITA – La presenza di grandi comunità di italiani e italo-discendenti residenti all’estero costituiscono una risorsa straordinaria per il nostro Paese. Sono più di sei milioni e mezzo i nostri connazionali nel mondo, cui si aggiungono circa ottanta milioni di persone che, pur non avendo il passaporto, sanno e sono orgogliose di avere radici italiane. In Italia esiste una importante presenza di musei dell’emigrazione. Essi raccontano le storie dei nostri connazionali che sono partiti per l’estero, un’importante pagina di storia dell’Italia post unitaria rappresentata dalla diaspora, purtroppo ancora non adeguatamente conosciuta dall’opinione pubblica del nostro Paese.

Si annoverano tra queste istituzioni il Museo regionale dell’emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino (Perugia) che ogni anno organizza il prestigioso concorso video “Memorie Migranti” che da la possibilità a ricercatori e registi di divulgare le proprie opere sul tema dell’emigrazione italiana (www.emigrazione.it), il Museo regionale dell’emigrazione di Castel Lagopesole (Potenza), noto per l’attenzione al racconto delle storie di vita dei lucani che si sono distinti oltre i confini regionali e nazionali; La nave della Sila, di Camigliatello Silano (Cosenza), è il museo narrante dell’emigrazione calabrese alla quale si uniscono le storie dei nuovi migranti che descrivono la Calabria non solo come terra di abbandono, ma anche di accoglienza (www.lanavedellasila.org). Vi sono molti altri piccoli musei in ogni regione d’Italia, alcuni dei quali sono riportati nella Guida alle radici italiane vol. 1 e 2 (da scaricare al seguente link:https://www.esteri.it/it/servizi-consolari-e-visti/italiani-all-estero/turismo-delle-radici/). Anche i musei della memoria contadina possono contenere al loro interno delle sezioni dedicate alla storia dell’emigrazione o alcuni musei tematici che narrano le storie di personaggi di origini italiana e famosi a livello internazionale – come il museo di Frank Capra a Bisacquino (Palermo) o il My Way Museum, dedicato a Frank Sinatra, a Lercara Friddi (Palermo).

Un altro esempio di museo che ha dedicato una sezione al tema gli italiani all’estero è la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo) con il progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano”, sostenuto dalla Direzione Generale degli Italiani all’Estero e delle Politiche Migratorie della Farnesina (https://www.idiariraccontano.org/).

«I musei dell’emigrazione in Italia costituiscono una grande ricchezza e sono un importante strumento per conoscere la storia della nostra emigrazione e sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a questi temi, anche in vista della creazione di una mirata offerta turistica rivolta ai viaggiatori delle radici e prevista dal progetto “Turismo delle radici – una strategia integrata per la ripresa del settore del turismo nell’Italia post covid-19”, finanziato nell’ambito del PNRR. Non si parla quindi di emigrazione soltanto a Genova ma in tutti i territori, ognuno con le sue piccole storie che appartengono a una storia collettiva», afferma il Direttore Generale Luigi Maria Vignali. «È indispensabile valorizzare questi attrattori culturali e turistici, promuovendone l’organizzazione in forma di una vera e propria “rete”, anche per renderli più facilmente fruibili all’interno di itinerari creati appositamente per i viaggiatori delle radici. Bisogna inoltre fare in modo che non rimangano solo dei contenitori di oggetti e antichi documenti ma vengano vissuti al proprio interno, attraverso delle attività che possano permettere agli italiani – ad esempio agli studenti delle scuole primarie e secondare o agli operatori che accoglieranno il target turistico di cui ci stiamo occupando – di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana attraverso seminari, workshop e laboratori che seguano metodologie di apprendimento innovative e alternative». 

«Inoltre, e soprattutto, dare la possibilità ai nostri connazionali all’estero, e i loro discendenti, di sentirsi protagonisti di una storia scritta da loro o dalle loro famiglie, affinché ritrovino nella stessa quel senso di orgoglio e quel desiderio di continuare a tessere il legame con la terra d’origine». (gdv)