SS 106, TROPPI I TRATTI DA COMPLETARE
GARANTIRE LA MOBILITÀ NEL TERRITORIO

di ARISTIDE BAVA Le recenti iniziative organizzate a Caulonia per cambiare il tracciato dello svincolo della nuova SS. 106, hanno fatto accendere i riflettori anche sulla necessità di affrontare l’annoso quanto necessario problema del prolungamento della importante arteria che, allo stato attuale, non garantisce la Locride e la provincia di Reggio Calabria.

Tra gli altri, ad occuparsi di questa problematica in un incontro che si è tenuto nella stessa Caulonia alla vigilia dell’ultimo consiglio comunale è stato l’ avv.to Francesco Macrì, già sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e oggi componente di primo piano del Corsecom, la struttura associativa della Locride che da anni si batte per la soluzione dei problemi del territorio.

Macrì, che è stato tra i protagonisti di una serie di iniziative che dal 2020 al 2022 si sono sviluppate per dare spinta al completamento della nuova SS 106 è stato perentorio nel precisare che «sarebbe un grave errore ripartire da zero», e facendo riferimento ad importanti incontri che sulla problematica si erano svolti anche con l’ex Ministro Giuseppe Provenzano e con lo stesso attuale Ministro, Matteo Salvini, ha ricordato che gli autorevoli esponenti politici si erano sempre dichiarati disponibili ad affrontare in maniera positiva il problema che, peraltro, era stato “sposato” anche dai segretari nazionali  della massima triplice sindacale Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri e Luigi Sbarra, arrivati a Siderno nel luglio del 2021 per parlare di queste e altre problematiche del territorio. 

In più è stato ricordato che, finanche, il tratto che da Locri porta ad Ardore era già stato finanziato (ed erano stati fatti pure una serie di espropri per consentire la realizzazione del tracciato previsto…) in tempi pregressi, ma che, poi, per cause mai completamente chiarite non è stato realizzato e i soldi del suo finanziamento sono stati dirottati altrove. D’altra parte le “aperture” del Governo sulla necessità di questa arteria che, poi, dovrebbe arrivare fino a Reggio Calabria erano e rimangono del tutto giustificate perché nessuno può smentire che questa è un’opera strategica idonea ad incidere efficacemente nella modifica delle condizioni di vita delle popolazioni perché rappresenta la infrastruttura capace di sconvolgere in positivo le attuali restrizioni che mezzo territorio calabrese subisce sulla mobilità dei cittadini ed anche sull’accessibilità, quindi con effetti limitativi sul turismo e non solo. A parte lo sconvolgente numero di vittime che ancora registra la vecchia 106.

E, dunque, bene ha fatto l’avv.to Macrì ad evidenziare nuovamente la necessità di questo prolungamento evidenziando la necessità che su questa problematica si trovi il massimo di convergenza tra sindaci, amministrazioni comunali e cittadini. Ecco, dunque l’invito di Francesco Macrì di ripartire dai vecchi incontri e dalle vecchie promesse con il coinvolgimento di tutti gli amministratori del territorio, delle forze sindacali e professionali, della stessa Regione e di  tutte le entità sociali e culturali per fare fronte unico su un problema di così grande importanza. 

D’altra parte, se vogliamo essere pratici nella Locride esiste l’esperienza della trasversale Jonio-Tirreno che ha insegnato quanto sia importante sentirsi facilmente proiettati su altre realtà, e di essere raggiunti più facilmente. Senza fare ulteriori giri di parole, appare chiaro – e d’altra parte la legittima battaglia che si sta facendo a Caulonia per avere un tracciato adeguato alle necessità del territorio – che le soluzioni che si devono adottare non possono essere prive  di una visione integrata con il contesto territoriale, e con le esigenze delle comunità.

Ecco la necessità che l’Anas tenga conto dei tratti mancanti e faccia finalmente in modo che l’opera, nella sua interezza risulti realmente utile, funzionale e capace di promuovere lo sviluppo dell’intero territorio ionico che ancora continua a rimanere drammaticamente isolato e lasciato in balia di se stesso.

Il dibattito, dopo gli incontri di Caulonia, ovviamente, si è allargato e anche  il presidente del Corsecom, Mario Diano, è intervenuto sulla problematica per chiarire che gli stessi sindaci della fascia ionica reggina non possono più fare a meno di fare quadrato su questa importante problematica.

«Come Corsecom – dice Diano – dopo le diatribe che si sono verificate all’interno dell’assemblea dei primi cittadini abbiamo allentato la nostra pressione con la speranza che la “crisi” dei sindaci si potesse risolvere in tempi brevi. Così non è stato ed ancora al loro interno ci sono molte cose che non vanno tant’è che alcuni sindaci hanno già preso le distanze dall’associazione. Riteniamo, però, che dopo tanti anni da quando l’associazione è stata costituita, e dopo il lavoro – a volte notevole – che è stato fatto nei momenti di armonia, non si possa buttare tutto alle ortiche e, specie su problemi di notevole rilevanza come è questo della realizzazione dei nuovi tratti della SS. 106, i primi cittadini devono trovare il sistema di fare fronte unico per affrontare il problema».

«Bene ha fatto l’avv. Francesco Macrì – ha aggiunto – a ricordare i grossi passi avanti che erano stati fatti per “rilanciare” la necessità di completare l’importante arteria e menzionare gli autorevoli personaggi politici e sindacali che avevano dichiarato la loro disponibilità ad affrontare il problema. Ritengo anch’io che è necessario riallacciare i rapporti con Anas e con le istituzioni di Governo e ripartire dall’incontro romano che lo stesso Ministro Matteo Salvini aveva messo in calendario. Il Corsecom è pronto ad appoggiare qualunque iniziativa ci porti in questa direzione ma nel contempo i sindaci della fascia ionica reggina devono uscire dall’empasse in cui si trovano e riprendere a lavorare in sinergia per affrontare questo, e gli altri più importanti problemi del territorio, nella maniera più adeguata possibile».

«Rispetto alla necessità di modificare il percorso della variante dello svincolo di Caulonia – ha proseguito – siamo perfettamente d’accordo sulle proposte del sindaco Cagliuso e degli altri primi cittadini della vallata dello Stilaro che hanno preso atto delle richieste del Comitato spontaneo dei cittadini. È innegabile che sono i cittadini del territorio a conoscere meglio di tutti le reali necessità delle comunità locali e non bisogna consentire che si facciano gli stessi errori che sono stati fatti con le “uscite” di Siderno e di Locri che sono risultate decisamente inidonee alle necessità dei due importanti centri della fascia ionica reggina».

«Ribadiamo, dunque – ha concluso – la nostra disponibilità ad aumentare il nostro impegno auspicando che si trovi la maniera per fare rete e si faccia in modo di sensibilizzare in maniera incisiva le istituzioni competenti perché affrontino veramente questo importante problema che, se risolto, oltre che sanare l’isolamento in cui ci troviamo,  potrebbe dare grande spinta anche all’economia del territorio».

Discorso legittimo, quanto chiaro, quello di Diano che ha fatto bene a ricordare le difficoltà delle “uscite” di Locri – dove il tracciato della nuova SS 106 si interrompe nella parte sud in una zona molto distante dal centro città – e di Siderno dove il tracciato costringe gli automobilisti a fare alcuni chilometri  con strettoie tortuose e pericolose.

Errori che non si devono ripetere come chiede il comitato spontaneo di cittadini di Caulonia con la variante prevista  che preclude anche la possibilità di sfoghi diretti con l’entroterra e con i borghi calabresi dell’Alto Jonio e secondo il comitato è un “doppione” che non porta  alcun beneficio alla mobilità  per la fruizione del territorio. (ab)

IL NO AL REFERENDUM, OCCASIONE PERSA
PER FAR PARLARE FINALMENTE IL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA  – «È sicuro che adesso il comitato referendario si scioglierà». Cosi il costituzionalista Massimo Villone, membro del comitato promotore del referendum per l’abolizione della legge Calderoli sull’autonomia differenziata. E continua sottolineando «la totale inerzia dimostrata da esso in questi mesi». 

Il suo giudizio è netto anche sulla inammissibilità dichiarata dalla Corte Costituzionale. Scelta che definisce «non condivisibile e un po’ cerchiobottista», e continua: «sarà ora essenziale mantenere una pressione sulle forze politiche nelle sedi istituzionali, e far emergere la contrarietà a una frammentazione del Paese».

Certamente, come peraltro sottolineato dai quotidiani vicini alla Lega e, in modo meno convinto, da quelli vicini al resto del Centro Destra, quello della non ammissibilità è una sconfitta per le forze che si sono opposte all’Autonomia Differenziata. 

 In particolare per i Movimenti Meridionalisti che si erano compattati, insieme ad alcuni sindacati e ai Partiti Progressisti, su un no deciso ad una legge che costituzionalizzava l’esistenza di cittadini di serie A e di serie B. 

Qualcuno sostiene che la decisione sia stata un’ancora di salvezza, perché una eventuale ammissibilità avrebbe portato ad una sonora sconfitta. Lo sosteneva  il Doge di Venezia, Luca  Zaia, che aveva detto «Il referendum è un istituto democratico. Se dovesse essere approvato anche dalla Corte costituzionale, decideremo che cosa fare. Ma credo che siano i promotori del referendum che dovrebbero preoccuparsi di più. Saranno loro a dover trovare i voti per abrogare la legge Calderoli». 

In realtà è evidente che sarebbe stato estremamente complicato portare a votare il 51% degli aventi diritto. Peraltro, su un tema di difficile comprensione, che rischiava di essere strumentalizzato da una propaganda da parte delle forze favorevoli all’autonomia molto decisa. Che avrebbero insistito sui temi a favore della legge, come la maggiore efficienza di un sistema che porta a decidere e operare coloro che sono più vicini ai territori e quindi conoscono meglio l’ esigenza delle realtà gestite. 

Altro tema sul quale avrebbero insistito è quello relativo all’evidenza che senza autonomia la realtà è pessima, e i diritti di cittadinanza sono assolutamente diversi tra una parte e l’altra del Paese. E che contro l’autonomia sono in realtà coloro che sono contro l’efficienza e la sana gestione delle risorse disponibili. 

Non sarebbe stato facile convincere i tifosi del centrodestra, anche meridionali, delle ingiustizie che con la legge sull’autonomia si sarebbero potute perpetrare, peggiorando addirittura la distribuzione che avviene oggi con la spesa storica che, come evidenziato nei Conti Pubblici Territoriali del Dipartimento per le Politiche di Coesione, registra una differenza, rispetto a una spesa pro capite uguale per tutti i cittadini italiani, di circa 60 miliardi a favore del Nord. 

  E se anche il voto favorevole alla abolizione fosse stato bulgaro, come qualcuno si attendeva, raggiungere la partecipazione al voto necessaria sarebbe stato se non impossibile, certamente complicato. 

Eppure, malgrado le motivazioni condivisibili, anche in presenza di un rischio elevato che il referendum non sarebbe passato, esso avrebbe rappresentato un momento importante per la battaglia che il Mezzogiorno sta conducendo per diventare parte attiva di un Paese con grandi disuguaglianze.  

Infatti la mobilitazione, indispensabile per diffondere l’informazione sull’oggetto della votazione, avrebbe rappresentato un momento importante per accrescere la consapevolezza di essere per molti aspetti una colonia interna. 

Si sarebbe replicato quello che è avvenuto con la raccolta delle firme per chiedere di poter celebrare la chiamata al voto dei cittadini. Che poi è quello di cui ha più bisogno un Sud disattento, che non si occupa adeguatamente dei problemi che lo riguardano. 

In particolare, quella borghesia che si è fatta convincere da una vulgata nazionale che le responsabilità del mancato sviluppo risiedono nell’incapacità di portare avanti le politiche che il Governo nazionale e l’Europa vorrebbero attuare.

Dimenticando l’esistenza di una classe dominante estrattiva locale, spesso collusa e funzionale al disegno di un Paese che si pone in modo estrattivo, sia per quanto riguarda le risorse umane che ogni anno vengono costrette a trasferirsi e che, pari a 100.000 individui, depauperano le regioni meridionali di oltre 20 miliardi; che rispetto al diritto alla sanità che viene realizzato attraverso i viaggi della speranza, che foraggiano il sistema sanitario del Nord. Oltreché sulla necessità per molti di studiare presso le università settentrionali, convinti che in tal modo la ricerca di un posto di lavoro sarà più facile. 

L’occasione mancata di una campagna referendaria, costringe tutti coloro che sono impegnati a diffondere consapevolezza ad immaginare nuove strategie. Perché il racconto, interessato, di un Sud sprecone, criminale, non in condizione di gestire le risorse comunitarie venga svelato nella sua realtà. 

 Adesso bisognerà fare i conti con la mancata accelerazione conseguente al giudizio di inammissibilità. Peraltro il ritorno in Parlamento della legge, non potrà che perseguire gli obiettivi che la Lega si è dati, prevalentemente quello della cristallizzazione della spesa storica, cercando di renderla compatibile con  le indicazioni provenienti dalla Consulta. 

Ma oggi  si dovrà capire, in assenza dell’ammissione del quesito referendario, come accelerare il processo di consapevolezza in assenza della mobilitazione. E come far capire alla borghesia colta meridionale, che si abbevera degli opinionisti nazionali, spesso interessati ad un mantra  ripetitivo sulle problematiche del Sud, di evitare l’autoflagellazione che porta inevitabilmente all’inazione conseguente al convincimento di colpevolezza. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

SCUOLA, IL CASO AGNANA: MANCANO I BIMBI
«AIUTATECI A POTER AVERE UN FUTURO»

di VINCENZO IMPERITURA – Da una parte Agnana, un micropaese dell’interno prosciugato dallo spopolamento e che lotta, come ogni anno, per tenere aperta almeno la scuola primaria. Dall’altra, pochi chilometri più a nord, Camini, un altro paesino appollaiato sulle colline della Locride, che di bambini, grazie ai progetti di accoglienza attivi da più di dieci anni, ne ha talmente tanti che vorrebbe attivare il tempo pieno (e non può) e potrebbe permettersi di riaprire anche le scuole medie, se solo ci fosse una struttura adatta ad accogliere gli studenti.

Nella Locride dei paesini con meno di mille abitanti, l’apertura ufficiale delle iscrizioni per i bimbi che dovranno iniziare il loro percorso scolastico dal prossimo settembre, mette a nudo autentici paradossi e evidenzia i problemi di sempre: carenza di servizi e spopolamento su tutti.

Il caso Agnana: «Iscrivete qui i vostri figli»

Poco meno di 450 abitanti e una percentuale di nuove nascite da prefisso telefonico, l’amministrazione della piccola Agnana lotta come ogni anno per convincere i pochi genitori residenti a iscrivere nella scuola primaria del paese i propri figli. Una lotta spesso impari in un centro che negli anni ha perso molti servizi essenziali, ma che tra alti e bassi, è comunque riuscita a garantire l’esistenza delle elementari adottando il sistema della multiclassi. Attualmente sono in sette i bambini che frequentano la primaria, tutti riuniti in un’unica classe che abbraccia l’intero percorso dalla prima alla quinta. E a settembre, dovrebbero essere due i nuovi piccoli studenti che siederanno sui banchi delle elementari. Numeri più che risicati e che potrebbero mettere a rischio l’esistenza stessa della scuola (anche se il fatto di trovarsi a più di 10 chilometri dal paese più vicino dovrebbe agire da scudo contro l’ipotesi chiusura). Numeri che hanno portato il primo cittadino Pino Cusato, a lanciare un appello rivolto anche alle famiglie dei paesini del circondario: «Vi invito a un gesto di grande valore per il nostro territorio – scrive il sindaco – sostenete l’istituzione scuola nella nostra comunità. Vi chiedo di considerare con attenzione la possibilità di iscrivere i vostri bambini nella scuola di Agnana. È un modo per dare forza e futuro al nostro paese, preservando un luogo educativo e formativo vicino a casa».

Un appello accorato che si scontra però con le esigenze dei genitori, che spesso trovano più conveniente portare i piccoli sulla costa, a Siderno (circa mezz’ora di tragitto su una provinciale da brividi) facendoli così continuare un percorso iniziato già nella scuola dell’infanzia.

«Da anni la nostra scuola per l’infanzia è chiusa per mancanza di bambini. Nel 2024 ci sono state solo due nuove nascite – dice a LaC News24 il primo cittadino – ma sarebbe bello poterla riaprire. Anche perché molti genitori, a causa di questa mancanza, sono costretti a portare i loro bimbi a Siderno e poi sono gli stessi piccoli a volere continuare lì il percorso iniziato assieme ai loro compagni. Spero che l’appello porti i suoi frutti, la scuola rappresenta un presidio che non possiamo permetterci di perdere. Noi siamo disposti anche a riprenderci lo scuolabus per andare a prenderli a casa. Attualmente lo abbiamo dato in concessione al comune di Gerace perché non eravamo più in grado di sostenerne le spese».

Il paradosso Camini: i bimbi ci sono ma non si può attivare il tempo pieno

E se ad Agnana il rischio di chiudere uno dei pochi servizi ai cittadini rimasto ancora in piedi è concreto, pochi chilometri più a nord le cose hanno preso decisamente un’altra piega. Meno di 800 abitanti tra Caminesi e migranti inclusi nei tanti progetti di accoglienza attivati in paese (più una cinquantina di persone che dai progetti sono ormai usciti ma che a Camini hanno deciso di rimanere), nel piccolo centro appollaiato sulle colline della Locride i bambini non mancano per niente, anzi: due le sezioni aperte nella scuola dell’infanzia presente in paese (per un totale di circa 30 piccoli studenti) e un percorso nella primaria che prevede una multi classe solo per i bimbi del quarto e del quinto anno.

«Per la verità vorremmo potere effettuare anche il tempo pieno – racconta a LaC News24 il sindaco di Camini Giuseppe Alfarano – ed eravamo anche riusciti ad ottenere un buon finanziamento per costruire, accanto alla scuola, una piccola mensa che ci avrebbe consentito di tenere aperti i corsi anche nel primo pomeriggio. Ma di traverso si è messa l’autorità di bacino con le nuove disposizioni dettate dal rischio idraulico. Noi, dopo l’alluvione del 2000, abbiamo investito tanto per sanare il dissesto ma loro hanno ignorato tutti i nostri sforzi e ora, con questi nuovi vincoli, non possiamo andare avanti. Quasi certamente perderemo il finanziamento. E, temo, anche l’ipotesi del tempo pieno: nessuna azienda è disposta ad arrampicarsi fino a Camini per garantire pochi pasti. I bambini non mancano, è il resto che non funziona. Noi avremmo i numeri anche per riaprire le scuole medie, chiuse oramai da quaranta anni, ma non abbiamo più una struttura adeguata. Quella vecchia ora ospita la biblioteca, il centro anziani e un ambulatorio medico». (vi)

[Courtesy LaCNews24]

AUTONOMIA, DECISIONE DELLA CONSULTA
LASCIA PERPLESSI: QUALI LE PROSPETTIVE

di ERNESTO MANCINIIl 20 gennaio scorso la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum abrogativo della legge Calderoli sull’autonomia differenziata. In attesa del deposito della sentenza la Corte ha emesso, come è prassi da qualche anno, un comunicato stampa che riassume i motivi principali di tale inammissibilità. 

Il quesito referendario, a dire del Giudice delle Leggi, non è chiaro e lo stesso referendum si trasformerebbe, se con esito abrogativo, in una sostanziale abrogazione dell’art. 116, terzo comma della Costituzione che ammette ulteriori forme di autonomia; il che, a dire della Consulta, non è ammissibile in quanto il referendum può avversare una legge ordinaria ma non una norma costituzionale.

1) I motivi su cui si fonda la decisione della Corte non convincono.

Quanto alla non chiarezza del quesito va detto che esso conteneva espressamente “l’abrogazione totale della legge” e cioè una formula chiarissima ed inequivocabile, peraltro emessa in data 13 dicembre 2024 dalla Corte di Cassazione competente a deliberare il testo definitivo del quesito anche ai fini di massima chiarezza.

Quanto all’implicita abrogazione dell’art. 116 terzo comma va detto che il quesito attaccava le modalità con le quali il “legislatore Calderoli” aveva inteso dare applicazione, ovviamente a modo suo, a tale parte della Costituzione. Ora, non è che avversando la legge ordinaria si avversa la Costituzione bensì si avversa il modo con il quale essa è stata attuata.

Si è trattato di un modo abusivo perché la legge avrebbe imposto un regionalismo competitivo ed egoistico in luogo di quello cooperativo e solidale, avrebbe creato ulteriori diseguaglianze tra i cittadini, spezzato l’unità della Repubblica, differenziato in modo ingiusto i vari territori. La legge inoltre avrebbe privato lo Stato di poteri sovraordinati in tema di istruzione, sanità, ambiente ed altre delicatissime materie, avrebbe frammentato in tante piccole repubbliche un ordinamento unitario creando caos istituzionale, avrebbe violato le prerogative del Parlamento. Ciò a tacer d’altro. 

L’elenco delle scelleratezze (più sobriamente dette “illegittimità costituzionali”) è ancora più lungo ed al riguardo basta leggere con un po’ di attenzione la sentenza n. 192 di novembre scorso con la quale la Corte Costituzionale aveva demolito tale normativa. Si è trattato di una “massiccia demolizione” come la stessa Corte di Cassazione del 13 dicembre scorso aveva espressamente detto alla pag. 32 della propria decisione in sede di definizione del quesito referendario.

Ora, in attesa del testo integrale della sentenza sull’inammissibilità del referendum, non è possibile fare ulteriori commenti. Si spera che il testo integrale fornisca motivazioni convincenti rispetto al recente comunicato.  Solo così i sostenitori del referendum potranno accettare l’esito con serenità. Altrimenti la delusione per la sentenza di gennaio sarà pari all’opposto entusiasmo per quella di novembre.

2) Le prospettive 

Bisogna ora chiedersi cosa farà il “legislatore Calderoli”. Egli è il dominus della partita in quanto finora Governo e maggioranza parlamentare gli hanno lasciato mano completamente libera. E così, stanti i patti della maggioranza (premierato, magistratura, autonomia differenziata), c’è da credere che ciò accadrà anche per il prossimo futuro.

Le ipotesi possono riassumersi come segue tenuto conto che la legge allo stato è inapplicabile perché svuotata dei suoi contenuti principali; tuttavia, rimane formalmente in piedi per le parti residue.

2.1) La revisione formale della legge e la revisione di fatto. 

Può darsi che Calderoli revisioni il testo della legge copiando materialmente i princìpi stabiliti dalla Corte Costituzionale ed incollandoli con destrezza giuridica nelle parti rimaste vuote per effetto del dictum della Corte medesima. 

Presenterà pertanto al Parlamento una legge revisionata perché purgata dalle illegittimità precedenti ed invece inclusiva dei princìpi dettati dalla Corte. Potrà dire che in questo modo ha dato perfetta applicazione al titolo V della Costituzione e che nessuna obbiezione può pertanto farsi al riguardo. 

Vi è però che il personaggio, così come ha violato la Costituzione con un’applicazione scellerata, eluderà la legge revisionata con la stessa attitudine. Ciò potrà fare proprio nella sede delle pre-intese con i Presidenti delle Regioni del Nord tuttora trattanti (Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria). Formalmente non trasferirà a queste Regioni intere materie ma solo funzioni (come vuole il Giudice delle leggi) salvo a farlo “a modo suo” e cioè trasferendo funzioni che di fatto equivalgono ad intere materie o alle parti principali di esse, funzioni non specifiche ma generali, non tipiche di un territorio ma comuni ad altri e così via. Insomma, un modo solo apparente di applicare i princìpi dettati dalla Corte Costituzionale.

Il nostro non è un processo alle intenzioni poiché il personaggio è recidivo ed è capacissimo di reiterare il malfatto. 

L’altra ipotesi è che il Calderoli lasci la legge così com’è per non avere ulteriori “fastidi” procedimentali e si presenti in Parlamento con un disegno di legge che approvi le pre-intese nel frattempo negoziate con le regioni del Nord. Egli potrà dire che le pre-intese sono il frutto del combinato disposto tra il testo residuo rimasto vigente della legge ed i princìpi stabiliti dalla Corte che costituiscono già diritto vigente. Giuridicamente ciò è possibile anche perché la sentenza della Corte Costituzionale in gran parte è autoapplicativa e cioè non necessità di altri interventi.

Anche qui non si tratta di un processo alle intenzioni visto che il personaggio ha candidamente dichiarato che va avanti lo stesso. 

Sulle capacità emendative o di rifiuto del Parlamento non c’è da aspettarsi nulla vista la schiacciante maggioranza fondata sui patti di cui si è detto. 

3) Cosa si potrà fare per opporsi ai possibili artifizi e raggiri?

Per fortuna i Comitati No AD contro l’autonomia differenziata di Calderoli e gli stessi partiti e formazioni sociali componenti il Comitato Promotore, continuano nella loro determinazione nonostante la botta subita dalla dichiarazione di inammissibilità del referendum. Essi faranno la dovuta vigilanza e le dovute pressioni per prevenire ulteriori abusi. Vigileranno sulle pre-intese e ne denunceranno le illegalità che già si prospettano.

Lo stesso Giudice delle Leggi nella sentenza n.192 del 2024, quasi prevedendo questo possibile contenzioso, si è “riservato il giudizio sulla legittimità costituzionale delle singole leggi attributive di maggiore autonomia a determinate regioni…”.  Tale giudizio di legittimità potrà attivarsi, come precisa la stessa Corte, in via principale od in via incidentale. Nel primo caso perché alcune Regioni faranno ricorso contro le leggi di approvazione delle intese; nel secondo caso perché davanti ad un Tribunale ordinario od amministrativo singoli cittadini o associazioni chiederanno che venga sollevata dal Giudice adìto questione di legittimità costituzionale per risolvere controversie cui hanno interesse.

Ne discende che dopo la clamorosa e tuttora preziosa vittoria dei Comitati contro l’Autonomia differenziata si prospetta ora una lunga e tormentata fase di resistenza contro questo disegno nelle piazze e se del caso nei tribunali perché c’è da credere che il dominus dell’abuso costituzionale continuerà imperterrito nel suo disegno “criminoso”. 

“Resistere, resistere, resistere !!” si è detto in altre occasioni. Ora si tratta della più dannosa e pericolosa legge di riforma dal 1948 ad oggi. (em)

 

SANITÀ&INCLUSIONE: OBIETTIVI POSSIBILI
ECCO CIÒ CHE SI ASPETTANO I CALABRESI

di RUBENS CURIA – Le soluzioni per la nostra travagliata sanità non possono esaurirsi nel chiedere solamente più finanziamenti, anche se nel riparto del Fondo Sanitario Nazionale siamo danneggiati perché le Regioni forti (Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana) non vogliono tener conto, in sede di Conferenza Stato-Regioni, della “deprivazione sociale” ovvero della povertà che è un potente “determinante sociale della salute; inoltre, come ci ricorda Gianfranco Viesti, «la media annua degli investimenti pubblici nella sanità è stata di 77 euro per abitante nel Nord-Est (184 euro a Bolzano) e di 25 euro nel Sud Continentale (in Calabria 16 euro)».

È necessario modificare il paradigma culturale della sanità che valorizzando la “medicina di prossimità e d’iniziativa” permetta alla spedalità di curare gli acuti e di fare ricerca non surrogando la medicina territoriale. Abbiamo la grande occasione del Pnrr (Monitoriamolo continuamente) che prevede una filiera positiva costituita da: “La prima cura a domicilio”, “Le Strutture Sanitarie Intermedie” e “Gli Ospedali”, senza dimenticare la “Prevenzione” che pone al centro “Il Distretto 2.0 luogo d’incontro tra le “Reti Formali e le Reti Informali costituite, in questo caso, dal Volontariato, dal Terzo Settore, dalle Parrocchie, dai Centri Sociali e da altri luoghi di aggregazione”.

Bisogna valorizzare una sanità “inclusiva”, una sanità dei cittadini che ponga fine ad una sanità autoreferenziale in cui ognuno, come Narciso, si specchia; in questo caso sono importanti i luoghi del controllo sociale da parte dei cittadini organizzati in Associazioni  previsti dalla normativa (Comitati misti consultivi, Consulte dei Dipartimenti di Salute Mentale ecc.) e la Formazione continua del personale che nella nostra regione è carente.

Per la formazione partirei dalla burocrazia che non riesce a spendere i finanziamenti erogati dallo Stato, per esempio, gli 86 milioni di euro assegnati alla Calabria con una delibera del Cipe del luglio 2019 che avrebbero dovuto consentire di acquistare “Apparecchiature Medicali”, ancora sono in gran parte inutilizzati (spesi 33 milioni 107 mila euro)!

Poiché desidero essere breve e concreto  mi soffermo su alcune proposte: 1) Immettiamo giovani professionisti di cui in Calabria c’è disponibilità ( Psicologi, Assistenti Sociali, Ostetriche, Ingegneri, Geometri ecc.) in un SSR anziano per cambiare passo in attesa di essere attrattivi nei riguardi dei medici e degli infermieri che lavorano fuori Regione; 2) Attiviamo l’U.O.C. di Neuropsichiatria Infantile e della Adolescenza presso l’ Azienda Universitaria Dulbecco prevista sin dal novembre 2022 che darebbe una parziale risposta alla emigrazione sanitaria di dei nostri bambini ( 788 nel 2022); 3) Attiviamo una Rete “POCT”, che abbiamo proposto da tempo, che ci consentirebbe di avere, in tempi brevi, i risultati degli esami ematici, anche salva vita, come la troponina; 4) Attiviamo gli “Ambulatori Infermieristici” sul territorio secondo una proposta che abbiamo elaborato, come Comunità Competente, insieme ad alcuni Ordini Provinciali degli Infermieri per implementare una medicina di prossimità e d’iniziativa. Inoltre attiviamo gli Infermieri di Comunità in tutta la Calabria; 5) Approviamo il Dca attinente al “Budget di salute”, licenziato da oltre 4 mesi dal “Tavolo Tecnico Regionale”, che è un passo importante per prevenire l’istituzionalizzazione dei pazienti psichiatrici; 6) Approviamo il Dca attinente al “Piano d’azione regionale sulla salute mentale” elaborato nel settembre scorso dal “Coordinamento Regionale sulla salute mentale”.

7) Estremamente debole è la politica attinente alle “Aree Interne” che dovrebbe armonizzare il ruolo degli Ospedali di zona disagiata con gli interventi di welfare previsti con la Rete di servizi alla persona predisposta a livello degli Ambiti Territoriali Sociali e l’integrazione sociosanitaria. Sarebbe opportuno sottolineare l’esiguità delle risorse finanziarie (spese con enormi ritardi) che coinvolgono solo 5 Aree Interne che sono una goccia nel deserto della fragilità orografica e demografica. Pertanto sarebbe auspicabile che la Regione avanzasse al Governo Nazionale una proposta perché  la  Strategia Nazionale Aree Interne (Snai) aumentasse il suo bacino d’intervento e che la Regione valorizzasse la Telemedicina con un occhio ai “long term care”, all’infermiere di Comunità, alle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), all’Emergenza / Urgenza ed alle Piattaforme di Elisoccorso; 8) Dobbiamo credere nel ruolo dei Consultori Familiari che sono un importante Front Office delle famiglie con una funzione inclusiva e di prevenzione; pertanto ribadisco la proposta più volte avanzata di attivare gradualmente in Calabria i 95 Consultori previsti dalla normativa e da subito in ogni Distretto un Consultorio h12 ed anche laddove sono stati chiusi i “Punti nascita”; 9) Valutiamo la fattibilità di attivare “Equipe mediche mobili” per sopperire alla carenza del personale negli Ospedali; 10) Costruiamo le Case della Comunità come luoghi dell’integrazione sociosanitaria senza trattino creando un forte rapporto con i Medici di Medicina Generale, gli Specialisti ambulatoriali interni,  gli Enti Locali, il Volontariato ed il Terzo Settore; 11) Istituiamo le Aziende Sanitarie Ospedaliere (Aso) di Cosenza e Reggio Calabria che dovrebbero gestire tutti gli ospedali e le Aziende Sanitarie Territoriali (Ast) di Cosenza e Reggio Calabria che sarebbero responsabili della sanità territoriale; 12) Sollecitiamo il ruolo di verifica della Struttura Commissariale? Del Dipartimento? di Azienda Zero? In merito ai Dca approvati… per esempio le Aggregazioni Funzionali Territoriali che hanno un importante ruolo sul territorio stanno funzionando? Le Commissioni Consultive Miste sono state costituite  dalle Aziende Sanitarie?

Gli screening oncologici perché zoppicano fortemente? i Centri per le demenze ed il Deterioramento Cognitivo che curano oltre 32.000 pazienti… funzionano?

Infine, bisognerebbe valorizzare le “buone pratiche” che sono presenti nel nostro Servizio Sanitario Regionale perché facciano da traino sulle varie problematiche.

In questa iniziativa noi ci siamo, auspicando di unire le esperienze ed i saperi per una sanità che metta al centro prima la persona. (rc)

[Rubens Curia è portavoce di Comunità Competente]

DA CASAPAESE L’APPELLO DELLA SODANO
SÌ A UNA CALABRIA CHE CURA LA DEMENZA

di ELENA SODANO – In un territorio come la Calabria, dove le sfide sociali e sanitarie si intrecciano con le difficoltà economiche, esistono realtà che emergono
come fari di coraggio, speranza e innovazione.

L’Associazione RaGi Centri Demenze Calabria, con sede a Catanzaro, rappresenta uno di questi esempi virtuosi. Attiva dal 2002, RaGi si è distinta per il suo impegno nella cura delle persone con demenza, sviluppando modelli terapeutici unici e integrati, in grado di
restituire dignità e qualità di vita a pazienti e famiglie.

Con un approccio costruttivo, RaGi guarda con fiducia alla possibilità di un suo fattivo coinvolgimento nel Tavolo Regionale per le Demenze e di essere inserita nella prossima progettazione del Fondo Nazionale Alzheimer e Demenze contribuendo ulteriormente al miglioramento ed alla concretezza progettuale del sistema socioassistenziale regionale rivolto alle persone con demenza e alle loro famiglie.

Con una lettera inviata nel mese di dicembre al Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, nonché Commissario alla Sanità, ho formalmente richiesto un incontro per parlare dell’inserimento dell’Associazione nel Tavolo Tecnico Permanente istituito per la realizzazione e il monitoraggio della Rete Regionale per le Demenze.
Tale organismo, creato con Decreto Regionale n. 3014 del 22/03/2022, dovrebbe includere, oltre alla componente medico scientifica anche la componente sociale, attraverso rappresentanti di associazioni del Terzo Settore attive sul territorio e la RaGi, con la sua esperienza e competenza, unica sul territorio regionale, potrebbe offrire il proprio contributo per la costruzione di un sistema assistenziale sempre più
inclusivo ed efficace.

Considerato inoltre che, il progetto presentato dalla Regione Calabria attingendo dai finanziamenti del Fondo Nazionale Alzheimer e Demenze 2020-2023 era in scadenza il 31 ottobre 2023 e che a breve sarebbe prevista una somma complessiva di 1.251.259,85 euro nell’ambito del rifinanziamento del Fondo Nazionale Alzheimer e Demenze per il triennio 2024-2026, sarebbe importante che queste risorse vengano gestite in maniera strategica e inclusiva, avvalendosi anche delle realtà che hanno dimostrato sul campo la loro capacità di offrire concretamente servizi innovativi e di qualità dando risposte concrete a famiglie e persone con demenza. In un momento storico in cui è fondamentale valorizzare le eccellenze territoriali, appare cruciale che le amministrazioni debbano affidarsi a chi, con dedizione e professionalità, ha dimostrato di saper tradurre le risorse in interventi di qualità e ad alto impatto sociale.

L’Associazione RaGi ha dato vita a un modello di cura che coniuga approcci farmacologici e non farmacologici, centrati sulla “Normalizzazione della Vita” delle persone con demenza. Tra le iniziative più significative si annoverano: CasaPaese per Demenze di Cicala: Una comunità terapeutica innovativa, inaugurata nel 2022, che punta a reintegrare le persone con demenza in un contesto di vita attivo e dignitoso. Questo modello è stato realizzato grazie a campagne di crowdfunding e fundraising ed è unico in Italia, essendo un marchio registrato;  Centri e Servizi Accreditati: Tra cui un centro diurno specifico per 20 persone con demenza e un servizio di assistenza domiciliare dedicato; Primi passi con la Demenza: un servizio innovativo che si prende cure delle persone con una demenza nelle prime fasi, diversificandone gli interventi; Dementia Friendly Community: Cicala e Catanzaro centro storico
rappresentano due esempi concreti di comunità accoglienti e integrate; Progetti Futuri: L’apertura di ulteriori CasaPaese in Calabria e in altre regioni e il primo Albergo in Italia per persone con demenza che sarà realizzato in un bene confiscato alla mafia; Metodi Non Farmacologici: La “Terapia Espressiva Corporea Integrata”, registrata e in attesa di brevetto, rappresenta una delle punte di diamante del lavoro dell’Associazione; Tre Alzheimer Caffè attivi in Calabria tra cui uno a Molochio (RC).

Tuttavia, nonostante i risultati tangibili, continuiamo, in Calabria, a scontrarci con un sistema che fatica a riconoscere l’importanza di questi interventi che sono perfettamente in linea con l’accordo sancito dalla Conferenza Unificata del 30 ottobre 2014 concernente il Piano Nazionale delle demenza concernenti: “strategie per la promozione ed il miglioramento della  qualità e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel settore delle demenze, non soltanto in riferimento agli aspetti terapeutici specialistici ma anche al sostegno a all’accompagnamento del malato e dei famigliari lungo tutto il suo percorso di cura”.

Per tale motivo vorrei sottolineare l’importanza di un’azione congiunta e strategica nel
settore delle demenze, partendo dalle basi normative e programmatiche
già sancite a livello nazionale.

Con spirito propositivo, invito il Presidente Occhiuto a visitare la CasaPaese per Demenze di Cicala, per vedere da vicino un modello di cura di cui continuano a interessarsi i più importanti media nazionali e che sta già trasformando il paradigma dell’assistenza alle persone con demenza. “Non una Calabria che non cura, ma una Calabria che cura” è il messaggio che l’Associazione vuole lanciare. Una Calabria capace di creare sinergie tra terapie farmacologiche e approcci innovativi, coinvolgendo medici, famiglie, territori e comunità in un processo di cura che restituisca dignità e umanità alle persone affette da demenza.

L’auspicio è che ci sia la volontà da parte del Presidente Occhiuto di avviare questa collaborazione attraverso un incontro che possa concretizzarsi al più presto, dando spazio, fiducia e merito a chi ha dimostrato sul campo di conseguire un ruolo centrale
nella pianificazione e realizzazione delle politiche sociosanitarie regionali. (es)

[Elena Sodano è presidente dell’Associazione Ra.Gi.]

REGGIO DA SALVARE, MANCA LA VISIONE
UN PROMEMORIA PER IL FUTURO SINDACO

di PAOLO BOLANO – Umani unitevi: “mala tempora currunt sed peiora parantur”. Scusate, uso questa espressione latina perché mi pare che riassuma tutta la preoccupazione del tempo: “corrono brutti tempi ma se ne preparano di peggiori”.

Voglio chiarire che questo vale per la città Metropolitana di Reggio Calabria e per il mondo intero. C’è un disordine globale che compromette le democrazie mondiali. Si parla pochissimo  delle 52 guerre presenti nel mondo. Si parla poco delle “grandi ricchezze” responsabili delle miserie umane. E poi, ancora, nessuna democrazia mondiale è mai riuscita a produrre e distribuire equamente la ricchezza.

Questi sono seri problemi da affrontare. Bisogna provare a farlo. Possiamo aggiungere che nel mondo il potere economico stravince, però, quando il popolo si muove unito perde. Ergo . Tutto questo per dirvi che è giunto il momento in cui gli umani devono reagire. Certo oggi sono spaventati, non sono pronti ancora a respingere i nemici della democrazia che sono le “grandi ricchezze”.

Sono circa diecimila i super ricchi nel mondo e governano sette miliardi di cittadini. In Italia sono poche migliaia e governano su sessanta milioni di umani. Ma come si fa a sopportare ancora questo in una società democratica dove il popolo vota ed è libero di votare? La risposta è semplice: il popolo in questo momento dorme sonni tranquilli. Quando reagirà? Non vi ricordate quando eravamo tutti servi dei baroni, zitti e muti si lavorava venti ore al giorno per portare i frutti del lavoro al castello. Poi le cose cambiarono. Sono serviti secoli, oggi però la storia corre più velocemente. Chi vivrà, vedrà.

Certo, adesso siamo servi delle “grandi ricchezze”, al bar ci lamentiamo contro tizio e contro caio, contro qualche poveraccio disoccupato che fa politica per avere lo stipendio tutti i mesi. Non è questo il nostro principale nemico. È il nuovo potere economico che dobbiamo combattere. Però, ancora non siamo pronti tutti assieme a reagire contro questo potere. E cosi facendo il nostro destino lo stanno decidendo gli altri e noi  “cazzabubboli” lo accettiamo senza battere ciglio. Da sempre il denaro detta legge, chi ha il denaro oggi possiede  i mezzi di comunicazione che tutti i giorni martellano i cittadini per dimostrare che tutto va bene madame la marchesa, che tutti possono diventare ricchi come Musk, basta volerlo.

Bugiardi! E poi, questi mezzi di comunicazione targati” grandi ricchezze” si sforzano tutti i giorno a sostenere che “quelli di sinistra” sono brutti, sporchi e cattivi. Loro sono i buoni. “Lor signori” continuano a fare il loro sporco gioco sulle spalle degli umani. Cosi facevano sempre i baroni in altri tempi, cosi continuano a fare i “baroni di oggi” a tutte le latitudini.

Ma parliamo di Reggio Calabria, tanto questo è il nostro vero obiettivo. Tra un anno si vota. Bisogna cambiare musica e musicanti. Bisogna far rinascere una città morta, ultima in tutte le classifiche nazionali. I giovani continuano a emigrare, non c’è lavoro. È la musica di sempre che non cambia mai. Manca tutto per dire che la città è europea: le periferie sono abbandonate, si possono confrontare con alcune periferie africane, se poi vogliamo parlare di asili nido vediamo che Reggio Emilia, una città con gli stessi abitanti di Reggio Calabria ha 65 asili, La nostra città 3, dico tre. Vi pare Europa questa? Eppure ancora assistiamo a fenomeni assurdi per i tempi che viviamo.

C’è gente che ancora va in giro con le “bandierine” per promuovere il partito di tizio o di caio. Si sforza a dire: il mio candidato è il migliore, il mio partito è unico: votatelo. È lo stesso film visto e rivisto cento volte. Cosi facendo siamo arrivati in fondo al barile. Bisogna risalire la china. Come? Prima di mettere avanti le “bandierine” bisogna scrivere un vero programma, poi trovare una figura autorevole in grado di realizzarlo. Basta con i venditori di fumo, quelli che in questo momento hanno “potere” che gli deriva dal fatto che sono collegati al governo attuale e di passaggio aggiungo io. Finito questo periodo a Roma conteranno come il due di coppe quando la briscola e a denari.

Vogliamo gente capace in grado di traghettare la città verso l’Europa. Basta con i “carrialande” di turno. Bisogna parlare di fogne che in molte periferie non esistono, di periferie abbandonate, di trasporti, di acqua che non arriva nelle case, di strade, di spazzatura, di marciapiedi che non esistono, di teatri, biblioteche, centri culturali ecc. Bisogna interrogare questi signori chiedendo loro dove erano fino a oggi, perché non hanno fatto nulla per la città. Come è possibile che tutto a un tratto, si ergono a paladini della città.  Insomma, bisogna sognare e fare di Reggio una città del terzo millennio. Basta dire: “il mio candidato è migliore del tuo”, la mia “bandiera” sventola meglio se poi le cose restano come prima. Per decenni hanno governato centro destra e centro sinistra, i risultati si sono visti. Siamo ultimi in tutte le statistiche.

È giunta l’ora di cambiare registro. I problemi della città sono enormi, i cittadini tutti devono scendere in campo. Prendere le redini della città e portarla fuori dalla tempesta. Tutti assieme con un unico programma. Quando sostengo tutti assieme voglio indicare tutto quello che è rimasto della “Prima Repubblica”: partiti politici, sindacati, aggiungerei i cattolici, gli intellettuali, il popolo tutto, anche quello che oggi si è chiuso in casa e non vota perché non ha fiducia di nessuno. Bisogna convincere questi signori che è giunta l’ora di intervenire. Certo, serve un grande progetto per la città per farla diventare normale, come tutte le altre del Nord. Ecco perché dico che non serve una sola “bandierina” o un “cazzabubbolo”  di passaggio.

Serve la maggioranza del popolo per affrontare i difficili problemi e avere una città europea. Dopo, dico dopo, si tornerà a confrontarsi con i nuovi partiti, sarà un’altra sfida. Comunque, per me la cosa principale da sostenere oggi è quella di convincere “gli asserragliati” in casa che è giunta l’ora di uscire per fare grande la città.

Bisogna battersi e cancellare il vecchiume politico, quello che ancora usa metodi clientelari che noi reggini conosciamo bene e che in questi anni ha portato la città all’abbandono. Ripeto fino alla noia, per fare questo bisogna mettersi tutti assieme: impiegati, operai, nullatenenti, intellettuali, artigiani, commercianti, imprenditori, partiti sindacati ecc. La sveglia è già suonata. Usciamo tutti all’aperto e contiamoci, dobbiamo essere tutti. Non dobbiamo più dividerci con le bandierine, chi lo fa è in malafede. Oggi l’unione fa la forza. E la forza serve per contrastare anche la potenze delle “grandi ricchezze” che con i loro mezzi di comunicazione hanno avvelenato l’aria che respiriamo anche da noi in periferia. Oggi non possiamo più continuare a votare per incapaci e venditori di fumo. Basta! Basta! Svegliamoci.

Le “grandi ricchezze” con i loro “guardiani” vanno tenuti a debita distanza. Fino a oggi hanno fatto solo danni a Reggio, alla Calabria, al Mezzogiorno. Bisogna lavorare per risolvere i problemi della città abbandonata da anni dai politicanti. Ci sono molti problemi sul tappeto: lavoro, sanità, trasporti, servizi ecc. Anche noi calabresi comunque dobbiamo alzare lo sguardo e fermare il “nuovo autoritarismo” figlio secondo me delle “grandi ricchezze” che colpisce a livello mondiale. Serve una “chiamata alle armi” generale. Se il popolo non capirà in tempo sarà travolto e da dominatore tornerà a essere dominato.

Quindi a Reggio per le prossime elezioni comunali consiglierei a tutti di lavorare per un candidato unitario, il popolo e quel poco di politica rimasta devono decidere chi dovrà essere il sindaco di domani. Il mondo di domani dovrà vedere gli umani uniti a combattere le ingiustizie, le angherie e i soprusi, per un mondo pieno di giustizia sociale, dignità umana e uguaglianza. Dobbiamo stringerci assieme per fermare il “nuovo autoritarismo” già visibile. Ci sono anche i nomi: Trump e Musk impegnati a piegare il mondo degli umani al loro volere, ai loro progetti. Bisogna fermare questi nuovi potenti della terra.

L’autoritarismo di cui parliamo si compone di due elementi: uno è politico rappresentato da Trump e l’altro è tecnologico rappresentato da Musk. Attenzione! Questo potere non ha nulla di democratico. Anzi vuole abbattere la politica e la democrazia per i loro progetti autoritari. La  democrazia è un peso sostengono, bisogna cancellarla. E proprio qui che gli umani devono intervenire per fermare questi due potenti della terra, folli. Sostengono che la terra ormai è finita e bisogna prepararsi per il trasferimento su Marte. Oggi è una follia!

Ecco perché è importante che il popolo esca dal sonno profondo dove è precipitato in questi anni, non c’è più tempo da perdere, i nemici della democrazia sono agguerriti. Abbiamo capito bene che il neoliberismo si è sposato con la tecnologia. Un matrimonio di interesse per concentrare il potere in poche mani e continuare a governare il mondo degli umani in terra e nello spazio. Non serve il mago per “indovinare la ventura”.

Sappiamo bene che la prima mossa dei potenti intanto sarà respingere tutte le richieste degli umani che vogliono migliorare la loro condizione di vita. Poi, continuerà lo scippo delle materie prime nei paesi in via di sviluppo. Intanto la fame raggiungerà cifre record. Io sostengo che nei Paesi in via di sviluppo bisogna intervenire con investimenti per creare lavoro e benessere e non spingere più quelle popolazioni in cerca di lavoro verso l’Occidente oggi avvelenato da questi nuovi ricchi. Il popolo deve stare in guardia.

Le “grandi ricchezze” non dovranno più rifugiarsi nei paradisi fiscali per non pagare le tasse. Proprio le tasse dei ricchi servono oggi per migliorare il mondo. Loro fuggono. Avete capito quindi di che “nuovo autoritarismo” stiamo parlando? Di quello dei ricchissimi che sono in campo per moltiplicare ancora le loro fortune e per fermare il progresso. Dall’altra però c’è il popolo saggio che sostiene che uno Stato moderno fondato sul diritto e la Costituzione non può più permettersi tanta disparità tra gli umani, tanta povertà. La lotta come vedete sarà dura. Noi nei secoli abbiamo sempre assistito al primato della politica sull’economia. Oggi “lor signori” vogliono cambiare tutto, passare al primato dell’economia sulla politica. Una vera rivoluzione che già sta colpendo a morte l’umano. Questa nuova democrazia “illiberale” prende forza dal “potere tecnologico”.

È pronto il popolo a rispondere a questo progetto infernale? La politica ormai è destinata a lasciare campo libero alla finanza. Quella finanza che si è irrobustita con la globalizzazione. I guadagni realizzati sfruttando il terzo mondo venivano collocati nelle finanziarie e si moltiplicavano a dismisura. Nessun dollaro veniva investito per creare sviluppo e lavoro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La politica che doveva controllare in quegli anni era “distratta”, o, interessata anch’essa a chiudere gli occhi, forse qualche briciola cadeva nelle loro tasche. Comunque stiamo assistendo a un mondo che scivola verso governi autocratici, tecnocratici. Questo potere non si fonda più sul consenso popolare. Il popolo dorme ancora sonni tranquilli invece di scendere in piazza e fermare questa immane tragedia. Se continuerà cosi l’umano tornerà a essere plebe  come è stato per duemila anni.

Lavorare e stare zitti, senza diritti. Volete questo? Non mi pare. Allora serve un progetto popolare, con la partecipazione di tutti gli umani. Serve una “Alleanza democratica” per fermare i nuovi padroni del mondo. Dobbiamo bloccare il disegno di “lor signori” che colpisce a morte la democrazia. Democrazia nata in Grecia e nella Magna Grecia, praticamente nelle nostre contrade. Ecco perché bisogna reagire, scendere in piazza, uniti: popolo, senza partito, partiti politici, uomini di buona volontà, lavoratori, piccole imprese, operai, ceto medio, sindacati, associazioni, ecc. Assieme contro i nuovi padroni del mondo. Bisogna tornare e parlare la lingua della verità specialmente ai “non votanti” che sono più del 50 per cento degli elettori nel nostro paese. Parlare in nome del “Patriottismo istituzionale”.

Combattere il disegno strategico delle “grandi ricchezze” perché se andasse a segno colpirebbe a morte la nostra democrazia. L’umano fino a oggi si è sempre liberato di qualcosa che non va, la storia lo insegna. Liberarsi per creare il nuovo, una nuova società con al centro l’uomo e non il capitale. All’umano unito gli riesce sempre questo. Quando si divide perde. Per noi reggini quindi il compito è quello di svegliarci organizzarci e combattere i disegni infernali delle “grandi ricchezze”. Poi, dobbiamo liberarci presto di questa amministrazione comunale che ha fatto poco o niente in dieci anni di governo. In primis ha abbandonato le periferie della città e dei paesi che comprendono la città metropolitana. La nuova parola d’ordine è: rinascere. Vogliamo rinascere, raggiungere l’Europa, specchiarci nel Mediterraneo. Attenzione! Non vogliamo cadere dalla padella alla brace. Vogliamo costruire il nostro futuro guardando l’Africa che ci sta di fronte, con tutte le sue ricchezze del sottosuolo. Chiudo dicendo che il Mezzogiorno ha avuto a che fare con l’Islam, con molti paesi africani. Ricordate? In Calabria abbiamo avuto prima dell’anno Mille anche gli Emirati di: Tropea, Amantea e S. Severina. Qualcosa è rimasto nel nostro dna.

Forti di questo oggi possiamo avere un ruolo in Africa secondo me. Naturalmente conviene averlo come Europa. Secondo molti esperti di cose africane potremmo investire in agricoltura e in infrastrutture. Solo cosi potremmo contrastare l’egemonia della Cina che costruisce porti e investe nelle telecomunicazioni e sta invadendo l’Africa. Vedete, il progetto è serio e servono molti soldi che solo l’Europa può avere.

La nostra presenza in Africa può assicurare molte opportunità nel settore minerario e delle energie rinnovabili con nuovi mercati per le nostre imprese. Ergo. L’Europa trae vantaggi dalla politica di espansione in Africa dove ci sono risorse come il Cobalto, il Litio e le terre rare. Vi pare poco. Avanzo una mia proposta. Avanti, anche le regioni meridionali assieme possono provare a inserirsi in questi progetti per una svolta totale del Mezzogiorno.

Oggi per  affrontare le sfide di Trump e di Musk bisogna mettersi in cammino per ritrovare la fierezza e la dignità della nostra storia millenaria. Noi siamo democratici occidentali, siamo i padri della democrazia, vogliamo restare tali. Questo è il nostro sogno. Questo è il nostro nuovo progetto da costruire dal basso. Almeno proviamoci. (pab)

Fotografia da Facebook/Linkedin

SIBARI-CROTONE: COSÌ IN CALABRIA L’ALTA
VELOCITÀ È DIVENTATA “ALTRA” VELOCITÀ

di DOMENICO MAZZA – Gli annunciati ritardi relativi all’espletamento dei lavori di upgrading tecnologico ed elettrificazione del tronco ferroviario jonico, hanno generato una serie di mugugni nelle varie fazioni politiche e nel mondo della società civile. Certamente, il problema di posticipare la messa in funzione della linea ferrata da gennaio a giugno esiste e non rappresenta una questione di flebile entità.

Tuttavia, concentrarsi su ciò che riguarda la sola circostanza della mobilità ferroviaria, perdendo di vista la visione d’insieme, non gioca a favore del contesto jonico e non giova a creare i presupposti per uscire dal limbo dell’inconsistenza e dell’impalpabilità politica in cui l’ambito versa da diversi lustri.

Sia chiaro, il fatto che si parli e si consideri il contesto compreso tra Sibari e Crotone come un unico ambito pervaso da una serie di problematiche comuni è sicuramente un fatto positivo e comprova l’esistenza di un contesto territoriale caratterizzato dalle medesime difficoltà.

Spiace, tuttavia, constatare quanto strumentali siano la modalità utilizzate dalla politica per approcciarsi alle questioni che affliggono la Sibaritide e il Crotonese. Da un lato si riconosce l’omogeneità territoriale su una vicenda collaterale come quella della mobilità su ferro. Dall’altro ci si nasconde dal prendere posizioni chiare su un inquadramento politico-amministrativo di un’area a interesse comune, caratterizzata dalle medesime problematiche e associata dalle inespresse potenzialità.

Lavorare alacremente, quindi, alla creazione di un ambito vasto tra la Sibaritide e il Crotonese, con le città di Corigliano-Rossano e Crotone a guida di un nuovo contenitore amministrativo, dovrebbe rappresentare il minimo comune denominatore politico per uscire dal pantano della inconsistenza territoriale e aprirsi all’innovazione e allo sviluppo.

Ma sulla tematica di una ridefinizione degli ambiti provinciali calabresi, emergono le reali problematiche delle nostrane Classi Dirigenti: a Crotone la politica, ormai ben oltre il ciglio del baratro, è ostaggio del centralismo catanzarese, mentre nella Sibaritide il servilismo a Cosenza, ingiustificate manie di grandezza e gratuita spocchia verso il contesto Crotonese inibiscono a trovare soluzioni strategiche, prospettive di crescita e visioni d’insieme.

Proroga sui tempi di consegna della ferrovia jonica: le lacrime di coccodrillo di una classe politica spenta e senza visione

La dialettica politica, parte fondamentale del gioco democratico, si limita a fornire rabberciate linee d’indirizzo solo quando non è possibile farne a meno. Fa comodo, d’altronde, a un Establishment spento e senza visione strumentalizzare i ritardi sui tempi di consegna del tronco Sibari-Crotone, latitando però su tematiche più dirimenti che abbracciano tutta la narrazione del Crotonese e della Sibaritide come contesto unico, omogeneo e pervaso dalle medesime problematiche.

Ed è così che, relativamente il posticipo sui tempi di consegna dell’opera, le opposizioni all’attuale Governo nazionale, anche per un chiaro gioco delle parti, si scagliano a suon di note stampa contro l’avversa fazione politica. Tuttavia, non saprei se per malafede o per ignoranza, si dimentica che i lavori sulla jonica sono iniziati nel lontano 2019 con consegna prevista a fine ’22. Da allora si sono susseguiti ben tre Governi in Italia e altrettanti in Regione, eppure le tempistiche di consegna dell’opera si sono dilatate di oltre 2 anni. Di questo passo e con la flemmatica lentezza con cui si stanno eseguendo i lavori d’elettrificazione, probabilmente, la trazione elettrica sarà completata quando ormai il concetto di binario elettrificato sarà superato dal tempo e dai fatti. Ma tant’è.

Così come è paradossale che esponenti politici facciano a gara per riconoscere il danno inferto a tutto l’Arco Jonico del nord-est, salvo poi nascondersi quando tematiche di visione e prospettiva, accomunanti le omogeneità territoriali della Sibaritide e del Crotonese, dovrebbero tradursi in una rinnovata azione amministrativa. Un’operazione istituzionale, la richiamata, che creerebbe consapevolezza, generando un rinnovato potere politico per un territorio schiaffeggiato dai diktat posti dal centralismo storico.

Calabria: dove l’Alta Velocità si trasformata in “Altra Velocità”

Ancor più vergognosa la sterile strumentalizzazione che buona parte delle Classi Dirigenti fa sulla questione della futuribile linea AV in Calabria. Ormai, il dibattito sulla questione è sempre più simile a un teatrino che a una chiara dialettica politica sul tema. Si era partiti con la volontà di realizzare una nuova linea valliva per consentire a tutti i contesti geografici della Regione (Area tirrenica, Area jonica, Area interna) di poter fruire del servizio. Le prime avvisaglie di una progettualità farlocca si erano registrate già alla fine del ’23, quando l’ipotesi Praia-Tarsia (già meno funzionale della Lagonegro-Tarsia) con un colpo di spugna e senza uno studio di progetto era stata sostituita dalla Praia-Paola.

Quasi come se una linea AV potesse essere ricondotta a un semplice schizzo di matita su una mappa. Evidentemente, qualche menestrello prestato alla politica, con una conoscenza della geografia regionale pari a quella del giardino della propria abitazione, avrà pensato che un passaggio del tracciato lungo la tirrenica sarebbe stata un’impresa percorribile. Pertanto, l’idea di “Alta Velocità” in Calabria si sta trasformando sempre più in “Altra Velocità”, dove a procedere veloci saranno solo altri contesti, con buona pace per tutto l’Arco Jonico.

Le avverse condizioni climatiche degli ultimi giorni, credo, abbiano chiarito anche ai più possibilisti che immaginare una linea con caratteristiche AV da Praia verso Paola sarebbe mera utopia. Ma, anche in questo caso, la Politica jonica continua imperterrita nel gioco delle parti. Si accusa il Governo centrale di escludere il nord-est calabrese dalla futura mappatura della mobilità, salvo nascondersi quando si tratta di pensare ad un nuovo contenitore politico-amministrativo volto a inquadrare la Sibaritide e il Crotonese come ambito unico. Un territorio vasto che, rinfrancato da una rinnovata forza territoriale e demografica, sarebbe molto più semplice da rappresentare e da difendere

Inquadrare un nuovo paradigma politico in cui tradurre le polemiche in azioni concrete

Serve un’azione corale e una riflessione seria sull’opportunità di un’autonomia politico-amministrativa per tutto il contesto che da Capo Rizzuto lambisce la Lucania. L’idea di una nuova Provincia, rispondente ai canoni degli ambiti vasti e coordinata in maniera policentrica, potrebbe essere la scelta di successo per declinare un nuovo paradigma sul territorio in questione. Tuttavia, le trappole centraliste, in cui la Politica crotonese e quella sibarita sguazzano, paralizzano qualunque tentativo di pianificazione strategica e visione d’insieme. Il dibattito, ormai, si concentra su argomenti di bassa levatura, mentre per meri opportunismi politici si scansano questioni che potrebbero cambiare realmente la narrazione del territorio.

Bisogna cambiare registro!

Se realmente si crede nello sviluppo dell’Arco Jonico è necessario avviare una battaglia di dignità per ottenere infrastrutture moderne, autonomia politica e amministrativa. Ma, soprattutto, bisognerà che l’Establishment jonico si bagni d’umiltà e inizi a studiare il territorio oltre il semplicistico perimetro comunale e provinciale. Senza azioni forti e volte allo scardinamento dello status quo, si continuerà a vivere nel precariato e nell’immobilismo politico. In attesa, forse, di un avvenire e di una crescita territoriale che non arriveranno mai.

SVIMEZ: LA FUGA DEI CERVELLI VERA PIAGA
FORMAZIONE E LAVORO PER LA CRESCITA

Una politica industriale «attiva» passa anche per la formazione. Nel contesto della nuova globalizzazione, segnata da una maggiore intensità dei conflitti economici e commerciali, la riconfigurazione delle global supply chain fornisce nuove opportunità di sviluppo al Mezzogiorno. Si tratta di opportunità che possono essere colte solo se le politiche saranno in grado di valorizzare le sue competenze – spesso inutilizzate e in fuga verso altre aree – e di avviare una riconfigurazione del tessuto produttivo, in particolare di quelle aree di specializzazione già presenti in settori strategici nel raggiungimento dei target dell’autonomia europea.

Se la doppia transizione – energetica e digitale – e le riconfigurazioni produttive globali implicano la nascita di nuove filiere strategiche, il cambiamento strutturale investe anche in settori di specializzazione tradizionale, che rappresentano la struttura portante dell’economia italiana e meridionale. Risulta dunque indispensabile sviluppare una nuova politica industriale e accompagnare la transizione a partire dal tessuto produttivo esistente. In questo contesto, serviranno competenze avanzate da formare e la politica industriale deve farsene carico.

Quello formativo deve necessariamente rientrare tra gli obiettivi della politica industriale, specialmente se consideriamo che il fenomeno delle migrazioni intellettuali ha assunto proporzioni preoccupanti. La perdita di capitale umano qualificato è questione italiana, come testimonia il dato di 138 mila laureati che nell’ultimo decennio ha lasciato il Paese, che diviene vera emergenza nel Sud, dove all’emigrazione estera si somma quella interna verso le regioni del Centro-Nord.. Dal 2002 al 2022, circa 500mila laureati, di ogni età, si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, con un saldo negativo che supera i 320mila laureati nell’area (-250mila i giovani laureati). Negli stessi anni, la quota di emigrati meridionali con elevate competenze (in possesso di laurea o titolo di studio superiore) è quasi quadruplicata, passando da circa il 10 al 35%.

Uno degli elementi di novità delle nuove migrazioni, oltre alle elevate competenze, riguarda la crescente quota della componente femminile. I dati sulle emigrazioni verso l’estero delle laureate italiane evidenziano un ancor più rilevante disallineamento tra le competenze acquisite dalle ragazze e la domanda di lavoro espressa su base nazionale. Complessivamente, nel periodo 2002-2022, hanno lasciato il Paese 82 mila laureate, 58 mila dal Centro-Nord e 24 mila dal Mezzogiorno, per una perdita di quasi 50 mila “talenti” femminili, al netto dei flussi in entrata di giovani laureate con cittadinanza italiana provenienti dall’estero.

Le migrazioni intellettuali da Sud a Nord sono alimentate anche dalle scelte di mobilità studentesca che spesso anticipano la scelta migratoria. Nell’ultimo quindicennio, la capacità degli atenei del Mezzogiorno di immatricolare studenti residenti nell’area è diminuita. Due studenti meridionali su dieci (20mila all’anno) si iscrivono a una triennale al Centro-Nord, quasi quattro su dieci (18mila all’anno) a una magistrale in un ateneo settentrionale. Per alcune regioni meridionali il tasso di uscita degli studenti magistrali è nettamente superiore: in Basilicata l’83% lascia la regione, il 74% in Molise, più del 50% in Abruzzo, Calabria e Puglia.

Tra il 2010 e il 2023, il sensibile aumento del numero di laureati meridionali si è realizzato esclusivamente grazie ai titoli conseguiti presso atenei del Centro-Nord (+40mila), mentre è addirittura diminuito il numero di laureati presso gli atenei meridionali. Un’evidenza che segnala da un lato la diminuita capacità degli atenei meridionali di trattenere studenti, dall’altro il continuo drenaggio di capitale umano che favorisce il Centro-Nord.

tuali ha assunto proporzioni preoccupanti e interessa soprattutto il Mezzogiorno. Dal 2002 al 2022, circa 500mila laureati, di ogni età, si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, con un saldo negativo che supera i 320mila laureati nell’area (-250mila i giovani laureati). Negli stessi anni, la quota di emigrati meridionali con elevate competenze (in possesso di laurea o titolo di studio superiore) è quasi quadruplicata, passando da circa il 10 al 35%.

I dati sulle emigrazioni verso l’estero delle laureate italiane confermano un disallineamento tra le competenze acquisite dalla componente femminile e la domanda di lavoro espressa su base nazionale. Complessivamente, nel periodo 2002-2022, hanno lasciato il Paese 82 mila laureate, 58 mila dal Centro-Nord e 24 mila dal Mezzogiorno, per una perdita di quasi 50 mila “talenti” femminili, al netto dei flussi in entrata di giovani laureate con cittadinanza italiana provenienti dall’estero.

Le migrazioni intellettuali da Sud a Nord sono alimentate anche dalla mobilità studentesca. Nell’ultimo quindicennio la capacità degli atenei del Mezzogiorno di immatricolare studenti residenti nell’area è diminuita. Due studenti meridionali su dieci (20mila all’anno) si iscrivono a una triennale al Centro-Nord, quasi quattro su dieci (18mila all’anno) a una magistrale in un ateneo settentrionale. Per alcune regioni meridionali il tasso di uscita degli studenti magistrali è nettamente superiore: in Basilicata l’83% lascia la regione, il 74% in Molise, più del 50% in Abruzzo, Calabria e Puglia.

Tra il 2010 e il 2023, il sensibile aumento del numero di laureati meridionali si è realizzato esclusivamente grazie ai titoli conseguiti presso atenei del Centro-Nord (+40mila), mentre è addirittura diminuito il numero di laureati presso gli atenei meridionali. Un’evidenza che segnala da un lato la diminuita capacità degli atenei meridionali di trattenere studenti, dall’altro il continuo drenaggio di capitale umano che favorisce il Centro-Nord.

Rimane il nodo cruciale delle risorse ordinarie destinate all’Università che, in termini reali, sono diminuite dagli inizi degli anni Duemila. Nel 2024, con un taglio dell’Ffo di circa il 5%, si è interrotta la fase espansiva del finanziamento iniziata nel 2019 e protrattasi fino al post-pandemia. Una tendenza che penalizzerà prevalentemente gli atenei periferici e soprattutto quelli del Mezzogiorno, già in sofferenza per il calo demografico e per i meccanismi di funzionamento del Fondo.

Il Sud vanta una dotazione di competenze e conoscenze troppo spesso inutilizzate e in fuga verso altre aree. Si tratta di un potenziale fattore di attrazione degli investimenti che solo un disegno di politica industriale prospettico può tradurre in effettivo vantaggio localizzativo per nuove iniziative in ambiti produttivi che generano domanda di lavoro qualificato e meglio retribuito.

In questo quadro, rimane il nodo cruciale delle risorse ordinarie destinate all’Università che, in termini reali, sono diminuite dagli inizi degli anni Duemila. Nel 2024, con un taglio dell’Ffo di circa il 5%, si è interrotta la fase espansiva del finanziamento iniziata nel 2019 e protrattasi fino al post-pandemia. Una tendenza che penalizzerà prevalentemente gli atenei periferici e soprattutto quelli del Mezzogiorno, già in sofferenza per il calo demografico e per i meccanismi di funzionamento del Fondo.

Il Sud vanta dunque una dotazione di competenze e conoscenze troppo spesso inutilizzate e in fuga verso altre aree. Si tratta di un potenziale fattore di attrazione degli investimenti che solo un disegno di politica industriale prospettico può tradurre in effettivo vantaggio localizzativo per nuove iniziative in ambiti produttivi che generano domanda di lavoro qualificato e meglio retribuito.

La sfida della crescita del sistema produttivo si gioca oggi sull’innovazione e sulla capacità di sviluppare e valorizzare le competenze avanzate delle persone. Implementare politiche in grado di accompagnare le transizioni digitali ed ecologiche vuol dire anche integrare il sistema di istruzione terziaria professionalizzante a quello della politica industriale.

Il Paese ha intrapreso negli ultimi anni un percorso di rafforzamento dei percorsi alternativi ai tradizionali curricula accademici e maggiormente orientati a rispondere alla crescente domanda delle imprese di profili con elevata specializzazione tecnica (Its Academy e Lauree professionalizzanti). Il sistema Its si sta configurando in misura crescente come un valido strumento ma, nonostante la sua costante crescita in termini di iscrizioni e capacità di occupare i suoi diplomati, permangono alcune criticità.

Con l’attuale trend di crescita della domanda di competenze tecniche, ancora prevalentemente concentrata al Nord del Paese, il rafforzamento degli Its può contribuire ad arginare i deflussi già consistenti di capitale umano dalle regioni meridionali.

A fronte dei circa 7mila diplomati del sistema Its, nel 2022 le imprese esprimevano una domanda di profili professionali coerenti pari a circa 47mila unità. Un evidente disallineamento tra domanda e offerta indicativa di un gap che divide l’Italia da molti dei paesi tecnologicamente più avanzati. In Italia, la quota di immatricolati a percorsi di istruzione terziaria professionalizzante sul totale degli iscritti al ciclo di istruzione terziaria si fermava nel 2021 all’1,1%, a fronte di un valore medio tra i paesi che hanno istituito la formazione terziaria di ciclo breve del 7,8% e quote superiori al 20% in paesi come la Francia, Spagna e Germania.

I tassi di occupazione dei percorsi Its si attestano all’88% al Centro-Nord e all’82% al Mezzogiorno. Il tasso di abbandono dei percorsi Its al Centro-Nord è il 20%, mentre al Mezzogiorno è il 40% circa. Incidono su queste performance le differenti strutture dei sistemi produttivi locali e i differenti modelli di partecipazione alla governance degli Its a livello locale.

Il potenziamento degli Its potrebbe incrementare la presenza di imprese nel Mezzogiorno stimolando anche la domanda di lavoro qualificato che riguarda i laureati dei percorsi accademici. Una maggiore presenza di imprese al Mezzogiorno non solo ridurrebbe il costante deflusso di capitale umano di laureati da Sud a Nord, ma migliorerebbe anche i tassi di immatricolazioni dell’area in virtù delle migliori aspettative occupazionali. (Courtesy Svimez)

LOCRIDE, LA CHIESA ACCANTO AI SINDACI
PERCORSO DI COMUNITÀ DA FARE INSIEME

di MONS. FRANCESCO OLIVA – Carissimi, sento di dovervi ringraziare ancora una volta per l’incontro di saluto e di augurio in occasione del Santo Natale, ma ancor più per il lavoro che quotidianamente svolgete a favore di questa meravigliosa terra. In un contesto sociale delicato e difficile, con non pochi condizionamenti.

Ponendovi in prima linea nel lottare e ricercare le risorse necessarie per la vita e la cura delle nostre comunità.
Condivido le vostre sofferenze e l’impegno a conservare nei territori gli ultimi presidi di formazione (scuole e asili), di vita sociale (sportelli postali, bancari) e di altri servizi essenziali. Provando spesso un senso di frustrazione, quando agli sforzi compiuti non seguono i risultati sperati e quando la stessa comunità non coglie il valore dei vostri tanti sforzi compiuti. Spesso avvertendo un senso di solitudine.

Spendersi per la propria comunità e lavorare con passione è di per sé stesso un percorso che ripaga il vostro impegno. Senza lasciarsi coinvolgere nelle logiche partitiche e dei gruppi di potere che intendono ridurre tutto alla logica del proprio interesse e profitto. La vostra gioia sia sempre nel fare tutto per il bene comune, difendendo le comunità dall’arroganza di chi mette sempre al primo posto gli interessi personali. Camminate con lo sguardo attento sempre e solo ai bisogni della gente.

Apprezzo l’attenzione che prestate nella valorizzazione e custodia dei centri storici. Un patrimonio di arte, storia e cultura che va gelosamente custodito. Nonostante lo spopolamento. Sono le radici della nostra storia ed ogni edificio, castello, torre, piazzetta, vicolo, fontana, Chiesa racconta un vissuto che ci appartiene. Su di essi è bene investire risorse con eventi culturali, di folklore e di tradizioni.

Troppo spesso vi trovate a difendere il territorio comunale da attività che ne compromettono l’integrità. Penso all’abbandono dei rifiuti, al degrado degli spazi pubblici, all’inquinamento ambientale, agli incendi estivi, all’abusivismo edilizio ecc. La gente apprezza la buona amministrazione. Lo dimostrano la buona risposta nella raccolta differenziata dei rifiuti, tante spontanee iniziative di volontariato, la partecipazione alla vita sociale e civile di tante associazioni. Mi conforta anche – nel rispetto delle reciproche competenze – la collaborazione nei progetti di solidarietà della Caritas diocesana e della Caritas parrocchiali.

La Locride è una bella comunità con una sua identità e le sue tipicità, le sue problematiche e ferite, le sue prospettive di sviluppo e di crescita: esse vanno sempre considerate ed affrontate nella loro specificità. Non può mancare una visione d’insieme e una prospettiva di più ampio respiro, che esige il lavorare in rete. Conosco il vostro cammino e la storia dell’associazione dei Comuni della Locride e del Comitato dei Sindaci. Senza entrare nel merito delle problematiche emerse nel tempo, ho sempre pensato trattarsi di un’organizzazione rispondente alla legittima istanza di fare rete attorno a progetti comuni. Al di là di ogni interesse particolare o di logica localistica.

Sono preoccupato per le tensioni che si sono creati negli ultimi giorni e per il rischio di un generale sfaldamento, con conseguente perdita dei valori che l’avevano ispirata. È vero: ci possono essere fasi di stanchezza, la difficoltà del lavorare insieme. È sempre latente la tentazione di pensare che da soli si possa arrivare prima alla soluzione dei problemi. Ma isolandosi non si va lontano. Lavorando in rete si fa più fatica, ma crescono e si arricchiscono le possibilità di relazioni tra le persone, tra le comunità e gli stessi amministratori.

I problemi sono tanti e gravi: non ci si può dividere. Tra questi mi permetto di segnalare il fenomeno criminale che si alimenta col narcotraffico, l’usura, l’incremento esponenziale delle sale gioco. Le inchieste della Magistratura e delle Forze dell’ordine dimostrano la recrudescenza del fenomeno criminale. Occorre tanto impegno e collaborazione. Ognuno deve fare la propria parte. Sui problemi non ci si può permettere il lusso di dividersi. La responsabilità amministrativa impone coesione e coraggio, il sapere osare oltre le proprie visioni. Lavorare insieme è un bisogno dettato dall’amore per il proprio popolo.

In dialogo con alcuni di Voi pare imprescindibile un Patto per la Locride, ove si colgano e si affrontino insieme i problemi comuni più gravi. I problemi del vicino sono anche i miei problemi. Insieme si lotta per superarli. Insieme ci si sostiene. Insieme si cammina. Al di là degli schieramenti partitici. I problemi comuni sono tanti e non si possono affrontare in una prospettiva municipale. Una scelta sbagliata fa male a tutti. Sarebbe imprudente pensare di risolvere i problemi della “propria” comunità senza considerarli nel contesto più ampio. A tal fine non deve mancare il coraggio della verifica ed eventualmente la disponibilità per gli opportuni correttivi.

Il rinnovamento ed il cambiamento per il bene comune, facendo anche un passo indietro, non è resa, ma saggezza costruttiva e positiva.

Una cosa è certa: i problemi che interessano il nostro territorio, quello della viabilità (SS 106 in primis, collegamenti con i territori più interni e collinari, strada statale 682 Jonio-Tirreno), della rete ferroviaria, dello spopolamento dei centri storici, dell’amministrazione della sanità territoriale, della disoccupazione o dell’emigrazione giovanile, possono essere affrontati solo in una visione d’insieme. In una prospettiva che pone questa terra in una comunità più grande, per la quale molti dei suoi figli hanno versato il loro sangue, pagando di persona un’unità nazionale nella quale hanno fermamente creduto.

La Locride non può essere marginalizzata, terra di periferia penalizzata da uno sviluppo a più velocità. Molto dipende da quanti l’abitiamo, dall’amore che abbiamo per essa. E soprattutto dalla lungimiranza dei suoi amministratori che per amore verso la propria comunità devono mostrare tanto coraggio nel mettere da parte le proprie visioni ed eventuali progetti di fronte alle esigenze del bene più grande dell’intero territorio.

La Locride o cammina insieme o non va da nessuna parte! Occorre superare divergenze e divisioni, guardare con uno sguardo nuovo la realtà sociale e politica, che non è più quella di qualche decennio fa. “L’età del piombo” sembra essere passata. Ma non possiamo godere di una Locride che va spopolandosi, desertificandosi sempre più. I cambiamenti climatici si riflettono anche sulla nostra area. Se i giovani vanno via, se tante eccellenze locali emigrano, una ragione dev’esserci. Sono questi i problemi che c’interpellano, che interpellano giorno dopo giorno chi è chiamato ad amministrare.

Chiudo questa mia lettera, che spero non sia considerata invadente, con il richiamo di papa Francesco nell’enciclica “Laudato sì”: “Siamo tutti connessi!”.

Essere consapevoli di questa verità elementare sta alla base di ogni sana politica. Con la stessa consapevolezza sono con voi, soffro con voi, ma soprattutto cammino con voi. (fo)

[Mons. Francesco Oliva è vescovo della Diocesi di Locri-Gerace]