Il dr. Mauro Campello, un uomo del Nord che ama il Sud

di ELENA POMO – Il  dr. Mauro Campello, responsabile della Neurochirurgia del Grande Ospedale Metropolitano (Gom) di Reggio Calabria, si distingue come una vera eccellenza. La sua umanità, competenza e professionalità hanno reso il reparto di neurochirurgia un simbolo di speranza e rinascita per molti pazienti.

Immaginiamo il dr. Campello come un artista che, con mano ferma e cuore aperto, dipinge ogni giorno nuovi scenari di vita e salute per i suoi pazienti. Originario del Nord Italia, Campello ha scelto di dedicare la sua vita e la sua carriera alla sanità del Sud, contribuendo con la sua esperienza e il suo amore per questa terra a migliorare il sistema sanitario di Reggio Calabria.

Il suo impegno va oltre la sala operatoria. Campello rappresenta una speranza per la sanità pubblica di Reggio Calabria, un simbolo di ciò che questa città può offrire quando i talenti vengono valorizzati e messi nelle condizioni di esprimere al meglio le proprie capacità. La sua presenza e il suo lavoro testimoniano che non è sempre necessario migrare verso altre strutture ospedaliere: eccellenza e umanità possono essere trovate anche nel nostro territorio.

Ippocrate una volta disse: «Dove c’è amore per l’arte della medicina, c’è anche amore per l’umanità». Questa frase incarna perfettamente lo spirito del Dr. Campello, il quale tratta ogni paziente con la stessa cura e attenzione che riserverebbe a un familiare. La sua equipe, composta da medici, anestesisti, caposala, infermieri e OSS, lavora in sinergia per offrire un servizio sanitario di altissima qualità, innovativo e centrato sul benessere del paziente.

In un’epoca in cui la fiducia nella sanità pubblica è spesso messa in discussione, figure come il dr. Campello sono di vitale importanza. Il medico, nella sua essenza più pura, è un custode della vita, un angelo in camice bianco che non solo cura i corpi, ma allevia anche le paure e le sofferenze delle anime che gli vengono affidate.

Riconoscere il valore del dr. Campello e della sua squadra non è solo un atto di giustizia, ma anche un dovere morale verso tutti coloro che beneficiano del loro straordinario lavoro. Raccontare le nostre esperienze positive e testimoniare la loro bravura è il minimo che possiamo fare per onorare chi dedica ogni minuto, ogni ora e ogni giorno della propria vita al servizio degli altri. (ep)

Addio a Papas Antonio Bellusci, testimone del mondo arbereshe

di PINO NANO – È lutto grande per la comunità arberëshe di Calabria, e non solo di Calabria. Nei giorni scorsi è morto a Cosenza, all’età di 90 anni, uno dei sacerdoti più conosciuti e più amati della comunità italoabanese d’Italia. Parliamo di Papas Antonio Bellusci, sacerdote, giornalista, antropologo e scrittore, «uno dei massimi punti di riferimento- – dice ai suoi funerali il Vescovo-Eparca di Lungro Mons. Donato Oliverio – che la comunità arberëshe abbia mai avuto».

Il suo mantra era: «L’Albania non muore perché ha radici culturali incise nel ferro». 

Di lui conservo ricordi bellissimi. Appena arrivato a Cosenza – ero stato appena assunto in Rai, era il 1982 – fu uno dei sacerdoti che più frequentavo, per via soprattutto della rivista che lui allora faceva, Lidhja / L’Unione, e che raccontava in maniera davvero superba le tante comunità italoalbanesi di Calabria. Era tutto un mondo che mi incuriosiva molto, mi interessava, mi affascinava. 

Ricordo che lo andavo a trovare nella sua chiesa, che era poi anche la sua casa, a San Salvatore, nella parte antica della città di Cosenza, alla confluenza dei due fiumi. «È la Chiesa – mi ricorda oggi Enzo Gabrieli, direttore di “Parola di Vita” – dove Mons Enea Selis, storico arcivescovo di Cosenza, volle che nascesse la parrocchia greco bizantina della, proprio accanto alla chiesa latina di San Francesco di Paola».

Papas Antonio Bellusci era nato nel 1934 a Frascineto, paese italo-albanese di rito bizantino-greco dell’Eparchia di Lungro, e dopo aver terminato a Roma gli studi in Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, nel 1962 l’allora vescovo di Lungro lo incarica di svolgere azione pastorale nelle parrocchie di rito bizantino-greco di S. Sofia d’Epiro (1962-1965), S. Costantino Albanese e S. Paolo Albanese (1965-1973), Falconara Albanese (1973-1979), Cosenza (1979-2000), e dal 2001 in poi a Castrovillari.

Nel 1980 fonda a Cosenza la rivista “Lidhja”, che Antonio Bellusci ha praticamente diretto fino alla fine dei suoi giorni, e che usciva regolarmente ogni sei mesi, aggiornatissima e puntuale come nessun’altra testata del genere. Uom di grande cultura, aveva studiato Lingua e Letteratura Albanese all’Università di Prishtina (Kosova), e per parecchi anni, dal 1965, si è recato, per ricerche e studi di approfondimento, tra le comunità albanofone di Grecia e della Kosova, come pure tra gli emigrati albanesi in Canadà, Usa, Europa, Australia. Non c’era comunità albanese al mondo che lui non conoscesse, o che almeno una volta nella sua vita non avesse visitato e contattato.Non a caso il suo curriculum è pieno zeppo di appunti di viaggio di questo tipo, con conferenze e lezioni magistrali tenute nelle università straniere di Tirana, Skopje, Prishtina, New York, Melbourne.

Lascia oggi al suo popolo la sua famosissima Biblioteca Albanologica di Frascineto, suo paese natio, con circa 10.000 volumi e riviste, provenienti dal mondo culturale italo-albanese, nonchè dall’Albania, Kosova, Grecia e Diaspora. Professore Ordinario presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Cosenza, nell’Eparchia di Lungro è stato per anni responsabile per le Comunicazioni sociali e per l’Emigrazione in Europa. L’Accademia delle Scienze di Tirana, il 15 maggio 1995, gli conferisce la “Laurea Honoris Causa” in Etnologia. 

Vi dicevo della sua rivista. Nominato nel 1979, dal vescovo di Lungro, nuovo parroco della comunità italo – albanese cattolica, di rito bizantino-greco, a Cosenza, papas Antonio Bellusci, fonda nel 1980 nella città bruzia la rivista semestrale italo-greco-albanese “Lidhja/L’Unione“, che lui definiva «insostituibile strumento spirituale e culturale per comunicare agli altri il proprio patrimonio tradizionale, trasmesso soltanto oralmente per mancanza d’insegnamento scolastico, e per dialogare ed unire tutte le energie italo – albanesi sparse, per motivi d’emigrazione, nella diaspora in Europa ed altrove». E “Lidhja”, proprio a Cosenza, diventa un punto di riferimento per molti studiosi di albanologia, meravigliati del fatto che potesse sorgere una rivista albanese in un contesto territoriale tutto italiano.

I temi fondamentali di cui il giornale di papas Bellusci si occupa (giornale premiato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per gli articoli di “elevato valore culturale”) vanno dall’ antropologia all’etnologia, dalla spiritualità bizantina alla cultura orale, alle ricerche sul campo, alla storia e letteratura italo – albanese, ai tanti viaggi – studio tra gli albanesi sparsi in altri continenti, alla stessa Kosova, e agli albanesi di Grecia. I collaboratori della rivista-ricordo erano tutti esperti in albanologia e la caratteristica del giornale era l’editoriale scritto in albanese letterario con traduzione italiana acanto. Ma moltissimi testi sono scritti nelle varie parlate delle comunità albanofone da lui visitate o conosciute. Una miniera di dati documentari utilissimi per chi un giorno volesse tornare a scrivere di storia albanese.

Il suo nome rimarrà legato ormai per sempre ad uno dei suoi tanti libri scritti nel corso del suo magistero, il “Dizionario Fraseologico degli Albanesi d’Italia e di Grecia /”Fjalor fraseologjik të arbëreshëvet të Italisë dhe të arbërorëve të Helladhës” ( Testo originale nella parlata albanese – Traduzione in lingua italiana, inglese e francese) che nei fatti era una ricerca sul campo in 115 comunità albanofone, con un Indice analitico di oltre 3000 voci riguardanti proverbi, detti e modi di dire. 

Nella prima parte di questo libro troverete la Lista completa e l’ubicazione delle Comunità albanofone in Italia, dove lui ha raccolto i detti e i proverbi del suo popolo: Acquaformosa; Barile; Campomarino; Caraffa di CZ; Carfizzi; Casalvecchio di Puglia; Castroregio; Cavallerizzo; Cerzeto; Chieuti; Civita; Contessa Entellina; Ejanina, Falconara Albanese; Farneta; Firmo; Frascineto; Ginestra; Greci; Lungro; Macchia Albanese; Maschito; Montecilfone; Pallagorio; Piana degli Albanesi; Plataci; Portocannone; S. Basile; S. Benedetto Ullano; S. Caterina albanese; S. Costantino Albanese; S. Cosmo Albanese; S. Demetrio Corone; S. Giacomo di Cerzeto; S. Giorgio Albanese; S. Martino di Finita; S. Nicola dell’Alto; S. Sofia d’Epiro; S. Paolo Albanese; Spezzano Albanese; Ururi; Vaccarizzo Albanese; e Vena di Maida. Una vera e propria enciclopedia di questo mondo arberesche.

Uno dei suoi saggi più importanti è “Magia Miti e Credenze Popolari, Ricerca etnografica tra gli albanesi d’Italia” (Ediz. Centro Ricerche “G. Kastriota”, Cosenza, 1992) che è da considerarsi un best seller nel mondo delle scienze occulte, testi pubblicati con la traduzione italiana e con approfondite analisi comparative, che rispecchiano fedelmente le varie parlate arbëreshe di Frascineto, S. Sofia d’Epiro (Cosenza), S. Costantino Albanese e S. Paolo Albanese, (Potenza), con traduzione italiana accanto. Credenze in forze impersonali e sovramondane, come le chiamava lui. Pratiche, racconti e formule utilizzati nei rituali a carattere magico – terapeutico. “Addentellati con l’oltretomba, animismo, metempsicosi, mitologia, misticismo dei numeri e totemismo- diceva lo stesso autore- e per la prima volta questo argomento viene trattato in modo così compiuto e sistematico tra gli italo – albanesi.

Ma altrettanto indimenticabile l’altro suo saggio antropologico, precedente a questo, “Canti Sacri Tradizionali Albanesi raccolti a S. Costantino Albanese, S. Sofia d’Epiro e in alcune comunità albanesi di Grecia e trascritti in musica” ( Ed. Centro Ricerche “G. Kastriota”, Cosenza 1990). Le “Kalimere”, scriveva nell’introduzione l’allora Vescovo della Diocesi mons. Giovanni Stamati, sono come i testi di una «paraliturgia” popolare, di cui con squisito senso pastorale, particolarmente nel passato, si è servita la Chiesa italo-albanese per impartire la catechesi, alimentare la fede, inculcare la pietà religiosa e creare il clima festivo. Mi auguro che questo saggio di Papas Bellusci contribuisca alla conservazione nelle nostre Comunità della preziosa eredità tramandataci dai padri e che, soprattutto, nel canto di questi inni vetusti il nostro popolo ravvivi l sua fede ed alimenti la sua pietà».

Dentro ci sono i testi dei canti di Natale, della Settimana Santa, della festività in onore della Madre di Dio e dei Santi, quindici canti sacri in musica e nella parlata di S. Sofia d’Epiro, venti canti sacri in musica e nella parlata italo-albanese di S. Costantino Albanese (Potenza), e infine cinque canti sacri in musica e nella parlata greco-albanese di Kopanakjon Morea, Lutraqi Corinzia, Spata Attica, Markopulos Attica, Kranidhi Argolide (Grecia). Ma la rarità di questo libro è l’Appendice finale, interamente dedicata agli studiosi che hanno raccolto “Kalimere” nell’eparchia di Lungro dal 1946, agli autori storici delle “Kalimere”, alle stesse “Kalimere trascritte in musica da Antonio Lupinacci (S. Giorgio Albanese) e Rocco Laitano (Civita), co allegato l’elenco degli informatori di S. Costantino Albanese e S. Sofia d’Epiro, la bibliografia, e l’alfabeto albanese. Una perla antropologica e sociologica di quegli anni e di quelle terre.

Ma non posso non ricordare “Il nostro focolare /”Vatra Jonë“, periodico di cultura italo-greco-albanese, la prima rivista italo-albanese post-bellica nella Basilicata, dove dal secolo XV si trovano comunità albanofone, fondata dallo stesso Papas Antonio Bellusci, parroco di S. Costantino Aslbanese dal 1965 al 1973, e che nei fatti era il racconto della vita quotidiana di una comunità italo-albanese di rito bizantino greco. Con lui se va per sempre un testimone del nostro tempo, ma ancora di più, se ne va per sempre uno dei massimi esperti al mondo di cultura arberëreshe. (pn)

 

A Franco Bartucci il Premio alla Carriera dell’Associazione Amici dell’Unical

di PINO NANO – L’uomo che era stato il primo portavoce di Beniamino Andreatta, Primo Rettore dell’Università della Calabria, all’età di 80 anni viene celebrato dall’Associazione Internazionale Amici dell’Unical, all’interno del Campus calabrese che lui stesso ha raccontato per mezzo secolo.

Alla manifestazione in programma per lunedì 11 giugno, nella storica Aula Caldora dell’Ateneo, faranno gli onori di casa Patrizia Piro, Prorettore del Campus calabrese, e la professoressa Silvia Mazzuca, Presidente dell’Associazione Amici dell’Unical. Una cerimonia in cui verrà ufficialmente presentato un libro sulle eccellenze del Campus,” Storie Luminose”, di Debora Colamino, ma che nei fatti sarà invece la celebrazione ufficiale del giornalista Franco Bartucci, per oltre 40 anni responsabile dell’Ufficio Stampa dell’Ateneo.

In realtà, quello che Franco Bartucci è stato per la storia dell’Università della Calabria non lo è stato nessun altro. Nessun Rettore, nessun capo dipartimento, nessun professore, per quanto illustre possa essere stato o possa ancora essere. Franco Bartucci per mezzo secolo è stato il vero angelo custode dell’Università della Calabria. È stato soprattutto il vero grande romanziere di questo Campus, che di americano ha ancora molto poco, ma che Franco ha esportato come immagine tale in tutto il mondo.

Giornalista e comunicatore come pochi. Cronista di grande educazione e di immenso garbo istituzionale. Impeccabile, sempre. Mai un errore, mai una notizia falsa, mai un’informazione fuorviante, mai un “dietro le quinte”. Franco era la precisione in senso assoluto. 

Se oggi esiste una Università della Calabria degna di questo nome il merito va anche a lui, e soprattutto a questa sua scuola di comunicazione che negli anni aveva saputo mettere in piedi, da solo e in assoluta solitudine. 

50 anni di comunicazione istituzionale sono bastati a fare grande la storia di questo ateneo, e senza di Franco Bartucci nulla sarebbe stato così come è stato. Nulla sarebbe stato così organico e così perfetto. Il suo ufficio era una sorta di portaerei americana. Non c’era notizia che lui non conoscesse. Non c’era angolo del territorio universitario che lui non vivesse in prima persona, non c’era dibattito o convegno che si tenesse all’interno del Campus che lui non avesse in qualche modo organizzato, o suggerito, o seguito.

Medaglia d’oro alla carriera, questo è il vero premio che l’Unical assegna oggi a Franco Bartucci, «per tutto quello che lui ha scritto sul campus, sugli studenti, sui professori del Campus». Non c’è dipartimento che lui non abbia raccontato nei minimi particolari, e non c’è ricercatore -giovane o vecchio che sia- di cui Franco Bartucci non abbia il curriculum completo o aggiornato.

Grazie Franco, per tutto quello che hai fatto. Glielo dirà meglio di chiunque altro lunedì prossimo la professoressa Patrizia Piro, Prorettore dell’Unical, e che per prima ha avuto l’idea di questo riconoscimento ufficiale.

Grazie Franco per non averci mai fatto pesare il solo fatto di averti spesso trattato male, a volte anche con estrema superficialità, ma nessuno di noi 50 anni fa avrebbe mai immaginato che prima o poi i conti si fanno con la storia, e che la storia dell’Unical in qualche modo l’avresti scritta solo tu.

Dopo di te sono venuti gli altri, ma a quel punto il più era già stato fatto.  

Spero solo che il rettore, il prof. Nicola Leone, che so essere un uomo profondamente illuminato, e di grande attenzione verso tutto ciò che si proietta nel futuro, si preoccupi ora di recuperare tutto il tuo archivio, di sistemarlo in un’unica sede fisica, dove possa essere facilmente consultato e consultabile da chi avesse voglia di scrivere di questo mondo accademico, e magari digitalizzarlo dalla prima all’ultima scartoffia, perché i 50 anni trascorsi restino per sempre nella memoria dei server digitali per le generazioni che verranno.

Il resto è vita, diceva Maurizio Costanzo, e chi vivrà vedrà. (pn)

All’attaccante del Cosenza Gennaro Tutino il Sigillo d’Oro della città

di MARIACHIARA MONACO – Hanno gridato il suo nome, lo hanno amato come uno di famiglia, e hanno gioito insieme a lui ogni domenica, sugli spalti del “Marulla”. Stiamo parlando di Gennaro Tutino, attaccante del Cosenza Calcio (ma di proprietà del Parma), autore di 20 gol nel campionato di Serie B che si è da poco concluso, il quale ha ricevuto presso il Palazzo dei Bruzi, dal primo cittadino Franz Caruso, il Sigillo d’Oro della Città di Cosenza.

Una benemerenza civica che si attribuisce a personalità di spicco, distintesi in campo civile, militare, sociale, sportivo, scientifico e culturale. 

Prima di Gennaro Tutino, come ha ricordato il Sindaco, l’alto riconoscimento era stato attribuito alla Madonna del Pilerio, patrona della città; al cardinale Ferdinando Filoni, Gran maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e già Nunzio apostolico del Papa in Giordania, Iraq e Filippine, e ad Anthony Rota, primo presidente italo-canadese della Camera dei Comuni di Ottawa.

Alla cerimonia hanno preso parte il presidente del Cosenza Calcio, Eugenio Guarascio, ed il segretario generale del Comune, Virginia Milano, che ha letto la motivazione dell’alta onorificenza destinata questa volta, al numero 9 più amato dell’intero territorio.

«Questa – ha detto il primo cittadino, rivolgendosi a Tutino- è una delle occasioni più importanti per la città, certamente per quella città sportiva che segue da sempre le sorti della nostra squadra del cuore, insieme alla nostra provincia che, al pari della città capoluogo, ti ama, come ti ama Cosenza».

Sì, perché la storia del centravanti che sta facendo la Storia, parte dalle pendici del Vesuvio, da Napoli. La città che ha nelle vene le prodezze di Maradona, il Santo laico, e che spera nei miracoli, quelli di San Gennaro.

Sarà solo un caso, chissà.

Sta di fatto che Gennaro Tutino, ha rianimato un’intera comunità, e grazie alle sue prodezze ha riportato, insieme a tutta la squadra, anche i più piccoli allo stadio. Perché è bello vederlo giocare:  segna di testa, di destro e di sinistro, su calcio di punizione e in acrobazia. 

Un mix di talento e serietà fuori dal rettangolo di gioco, che hanno reso il campione napoletano, un simbolo pronto ad  unire diverse generazioni, e capace di affascinare anche, chi allo stadio non ci va mai.

Durante la cerimonia, con una sala gremita di tifosi e di giornalisti, Caruso ha ringraziato tutta la dirigenza e la squadra per aver raggiunto l’importante risultato della salvezza prima della fine del campionato.  Poi rivolgendosi al campione: «Noi speriamo di raggiungere un sogno e speriamo che questo sogno possa avverarsi insieme a te, Gennaro. Sono certo che il presidente saprà valutare tutte le occasioni e le opportunità che il mercato offre, mettendo in campo tutte le sue arti per fare in modo che si possa raggiungere questo obiettivo che tu hai già raggiunto, ma è importante che tu possa farlo insieme a noi e insieme a tutta Cosenza, che da oggi, con questo riconoscimento, è la tua seconda città».

Il sogno è la serie A, è inutile nasconderlo, perché sarebbe una pecca non sognare visto il passato glorioso che intere generazioni conservano gelosamente nei più cari ricordi.

Una passato, che ha un nome ed un cognome: Gigi Marulla, e un presente che si chiama Gennaro Tutino.

Quest’ultimo, molto emozionato, dopo aver ricevuto il sigillo della Città, ha voluto ringraziare tutti: «Siete stati la mia benzina, e la mia forza. Per me è davvero un onore essere qui».

E quando gli si chiede di sciogliere l’arcano sul suo futuro, risponde: «Sapete tutti come sono legato e innamorato della città. Ho espresso altre volte il mio pensiero. Cosenza è al primo posto nella mia testa, e nella testa della mia famiglia». (mm)

 

Antonio Bonfilio, l’emergente cantautore calabrese dell’animo in tumulto

di ITALO ARCURI – Da inizio mese è disponibile su tutte le piattaforme digitali Un volo solo di Antonio Bonfilio, cantautore emergente calabrese (nativo di Sant’Agata d’Esaro), prodotto da Sweet Pepper Record.

Le tracce del suo lavoro discografico, con arrangiamenti musicali di Leo Caligiuri, sono estratti di narrativa messa in nota. Uno spaccato, generazionale prima ancora che sonoro, che unisce concretezza e idealità, suono e parola, penna e pentagramma. Trame di forma e di sostanza musicale meridionale. Versi in cui delicatezza e morbidezza, di struttura, di stile, di gradazione e di tonalità, rendono armonioso il suo cantare dal tumulto intimista. 

Nell’ascoltarlo ci si immerge nelle emozionanti vibrazioni dell’esistente quotidiano, fatto di ciclicità sempiterna, in cui armonia e simmetria di vita raccontata vanno a braccetto per non lasciarsi più. 

Le sue canzoni rimbalzano il sapore di un’antichità moderna scalfita dalle rimembranze del tempo nuovo, unite in croce con coraggio, idealità e passione. Con la cruda visione da illusionista, che evidentemente gli appartiene per diritto di parto. Cresciuto a pane e “bellezza” umana da genitori che la musica e i libri sanno quanto bene fanno.

Di lui, del suo essere uomo d’altri tempi, in un mondo di finzione a buon mercato, ne sentiremo parlare nel prossimo, imminente, futuro. Che è già presente. Perché, alla fine, dopo tutto, basta “un volo solo”. Quello che quando spicca in alto è già emozione. (ia)

Addio ad Angelo Donato, ex sindaco di Catanzaro, senatore ed ex vicepresidente della Regione

di PINO NANO – Angelo Donato, ex sindaco di Catanzaro, ex Senatore della Repubblica, ex vice presidente della Giunta Regionale calabrese, e protagonista storico della vita della DC in Italia e in Calabria, ex avvocato, avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 12 aprile.

Con lui se ne va davvero un pezzo fondamentale della storia politica calabrese. La notizia della sua scomparsa – è morto a Roma dove ormai viveva da tempo – è arrivata in Senato poco dopo le nove di ieri mattina, e immediatamente si è scatenata una ridda di reazioni e di commiati ufficiali per una personalità politica che lascia ancora in molti dei senatori presenti a Palazzo Madama il ricordo di un «signore d’altri tempo». 

Angelo Donato era, ed è rimasto, per tutti “un uomo buono”, un politico che non amava le guerre e le polemiche, e che per tutta la sua vita ha rincorso unità e mediazioni. Ricordo che un altro grande protagonista di quegli anni e del suo tempo, l’on Carmelino Puja, di lui diceva sempre “«Senza Angelo il partito non sarebbe diventato quello che è».

Era il riconoscimento più bello per un uomo che aveva dedicato la sua vita all’impegno politico e al servizio della terra di cui era figlio. Non so se posso scriverlo, ma per me rimarrà un amico indimenticabile.

Non poteva non ricordarlo meglio di così anche il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita: «Angelo Donato è stato un uomo delle istituzioni, un servitore della collettività, un cattolico impegnato e colto. Nel governo regionale, nel Senato della Repubblica e nel ruolo di sindaco del Capoluogo ha sempre tenuto alto questo profilo istituzionale che gli ha guadagnato prestigio e rispetto anche da parte degli avversari. Lo ricordo con commozione poiché ha condiviso con mio padre Franco un lungo percorso nella Democrazia Cristiana. Angelo Donato non ha mai portato rancore e mai ha concepito la politica come scontro e conflitto. Catanzaro, che lui amava smisuratamente pur non essendovi nato, si china rispettosamente davanti alla sua figura». 

Uno degli amici più cari di Angelo Donato, il vibonese Nicola Barbuto, aggiunge: «Angelo era tutto questo insieme, ma era anche molto di più, e aveva continuato ad occuparsi dei problemi della sua terra fino all’ultimo istante della sua vita». 

La sua storia politica è tutta qui. Angelo Donato è nato a Chiaravalle Centrale il 12 aprile 1934. Ha conseguito la maturità classica il 1953 e la laurea in giurisprudenza il 1957. Ha aderito alla Democrazia Cristiana ed e stato eletto Consigliere Comunale di Chiaravalle Centrale. Nel 1960 ha ricoperto la carica di Vicesindaco sino al 1964. Rieletto Consigliere Comunale di Chiaravalle Centrale, è stato eletto sindaco, conservando la carica fino al 1970. Nel 1970 è stato eletto Consigliere Regionale della Calabria per la Provincia di Catanzaro.

È stato rieletto Consigliere Comunale di Chiaravalle Centrale nel 1972 e nel 1974. Dal 1976 al 1980 è stato Assessore Regionale all’industria, all’Artigianato ed alle Risorse del sottosuolo. Rieletto al Consiglio Regionale nel 1975, e stato Assessore al Turismo fine al 1976. Dal 1976 al 1980 6 stato Vice Capogruppo per la DC al Consiglio Regionale. Eletto ancora Consigliere Regionale nelle competizioni elettorali del 1980, per l’intero quinquennio ha ricoperto la carica di vicepresidente della Giunta Regionale, coprendo i seguenti Assessorati: dal 1980 al 1983 quello dell’industria-artigianato e commercio dal 1983 al 19 84 quello della Sanità; dall’84 a11’85 quello del lavori pubblici. Dal 1985 al 1987 è stato poi Sindaco di Catanzaro, carica che ha lasciato perchè chiamato alla candidatura al Senato della Repubblica per il Collegio di Catanzaro. 

È stato eletto senatore net 1987 e rieletto una seconda volta. È stato componente del Consiglio di Presidenza del Senato e Segretario del Senato stesso. Ha partecipato a varie commissioni parlamentari offrendo il sue apprezzato contributo su varie proposte di legge. Ha avuto incarichi notevoli anche nell’ambito del Partito della Democrazia Cristiana: dal 1964 al 1970 e stato componente del Comitato Provinciale della DC. Dal 1983 è stato permanentemente Consigliere Nazionale della DC e dal 1992 Componente della Direzione Nazionale della DC. Sempre attivo e sensibile per i problemi della Calabria, di Catanzaro e del suo paese, dovunque ha operato ha lasciato positive tracce del suo costante impegno politico, che è andato avanti fino a quando le forse glielo hanno consentito.

Da segnalare fra le tante altre cose realizzate, il suo corposo contributo per l’Ospedale Civile di Chiaravalle e quello per il finanziamento della trasversale delle Serre. Nell’anno 1995, dopo lo scioglimento della Democrazia Cristiana, insieme agli Onorevoli Flaminio Piccoli, Angelo Bernassola, Luciano Radi, Giorgio De Giuseppe, Ivo Butini ed altri parlamentari si era dedicato alla riorganizzazione del Partito Popolare Italiano fondato da Sturzo nel 1919. 

Successivamente, quando il PPI si era diviso, i rappresentanti della vecchia Sinistra democristiana da una parte, ed i rappresentanti del vecchio Centro moderato dall’altra, per questi ultimi aveva fondato assieme all’ On. Rocco Buttiglione il nuovo Partito denominato CDU come Centro Democratico Cristiano. Ne è stato il Presidente nazionale fino a quando vi è stata poi la confluenza nell’UDC. Il resto è negli atti parlamentari che rimarranno alla storia. (pn)

Addio a Rosetta Neto Falcomatà, indimenticata professoressa e moglie di Italo

Cordoglio, a Reggio Calabria, per la scomparsa di Rosetta Neto Falcomatà,  madre del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, e moglie di Italo, compianto primo cittadino di Reggio Calabria dal 1993 al 2001.

«L’Amministrazione comunale, in tutte le sue componenti – si legge in una nota – esprime sentimenti di cordoglio e vicinanza al sindaco ed alla sua famiglia in questo momento di inconsolabile dolore. Rosetta Neto Falcomatà, indimenticata professoressa per diverse generazioni di studenti, ha rappresentato per l’intera comunità un modello di cultura e partecipazione attiva alla vita cittadina, alla quale ha contributo per decenni attraverso le iniziative della “Fondazione Italo Falcomatà”, segnando un percorso d’impegno civile la cui eredità è oggi prezioso patrimonio della Città di Reggio Calabria».

La Città Metropolitata, esprimendo il suo cordoglio, ha parlato di «una perdita incolmabile per l’intera comunità reggina che, negli anni, ne ha conosciuto l’impareggiabile bontà, generosità e gentilezza nel percorso intrapreso con la Fondazione intitolata all’indimenticabile Italo, sindaco della Primavera reggina».

«Rosa Neto Falcomatà – si legge nella nota della Metrocity RC – lascia un’eredità colma di amore per la cultura, per la solidarietà e l’impegno civile, un esempio di serietà e rettitudine sempre al fianco dei più deboli e delle persone bisognose. In questo momento di grande dolore giunga ai suoi cari il nostro abbraccio più forte».

Reggio Bene Comune ha espresso il proprio cordoglio, sottolineando come la scomparsa della prof.ssa Rosetta è «una perdita culturale per tutta la città; per il lavoro mirabile svolto sia professionalmente che con la Fondazione Falcomatà».

«Proprio ad inizio aprile dell’anno scorso (durante la presentazione al foyer del Teatro Cilea della biografia di Italo) – ricorda la nota – la prof.ssa Neto raccontò aneddoti curiosi della sua vita con “il Sindaco Professore”; tra questi anche quello che li vedeva a passeggio insieme per le vie cittadine con un instancabile amore per Reggio ad ogni passo: tanto che Italo amava controllare lavori, cantieri e addirittura le griglie dello scolo delle acque per strada che liberava puntualmente da detriti con il suo ombrello; finanche in questi momenti. Ci piace immaginarli a braccetto, di nuovo assieme».

«Ci piace cogliere, al contempo – conclude la nota – quel profondo messaggio d’amore e d’impegno per la città che proveremo a fare nostro nelle quotidiane battaglie per restituire a Reggio la stessa signorilità di Italo e Rosetta».

Il presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria, Antonino Tramontana, i consiglieri e il segretario Generale della Camera di commercio di Reggio Calabria «si uniscono al dolore del Sindaco del Comune di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, per la perdita della cara Mamma ed esprimono le loro più sentite condoglianze alla famiglia». (rrc) 

 

La scomparsa del grande glottologo Anthony Mollica

È morto a Roma il grande glottologo calabro-americano, di origine calabrese Anthony Mollica, Il professore era originario di Bruzzano Zeffirio. Da qualche settimana stava tenendo conferenze in tutt’Italia.

di PINO NANO – Con lui se va un pezzo della storia della lingua italiana in Canada e in tutto il Nord America. Era davvero un’icona della lingua e della letteratura italiana in Ontario. È morto il giorno di Pasqua a Roma, all’Ospedale San Giovanni, ufficialmente per una forma grave di broncopolmonite, ma già nei giorni scorsi lo studioso era caduto facendosi anche abbastanza male. Ricoverato per quella caduta, i medici si sono poi resi conto che aveva anche gravi complicazioni polmonari.

Credo di poterlo scrivere, il prof. Antony Mollica è morto nel pieno del suo entusiasmo, e mi piace immaginare che sia volato in cielo sorridendo e felice di averlo fatto dall’Italia e non dal Canada dove invece abitualmente viveva.

Era appena rientrato in Italia per tenere delle lezioni in varie università italiane, prima fra tutte aveva scelto l’Università della Calabria, “laggiù – mi diceva – ho un amico speciale, si chiama Franco Altimari, saremo insieme il 12 marzo a San Demetrio Corone, con lui abbiamo lavorato per anni insieme” -, ma la motivazione vera è che tornare all’Università della Calabria per lui significava tornare a casa sua, nella terra di origine, e da cui era partito giovanissimo e senza nessuna voglia di seguire la famiglia in Canada.

Nato a Motticella, frazione di Bruzzano Zeffirio, a 11 km da Brancaleone Marina in provincia di Reggio Calabria, emigra con la sua famiglia all’età di 11 anni in Canada, dove consegue la laurea in Lingue moderne presso l’Università di Toronto. Da giovanissimo diventa consulente privilegiato ed esclusivo del Ministero della Pubblica Istruzione dell’Ontario, e alla fine finisce con il coordinare il settore lingue del Provveditorato agli studi di Wentworth. Nel 1984 diventa professore ordinario di Didattica delle lingue moderne alla Brock University, insegnando in corsi di formazione per il francese, italiano, spagnolo e inglese come lingua straniera/seconda.

Autore di almeno 60 libri diversi, è stato due volte Presidente della American Association of Teachers of Italian – il primo canadese dalla fondazione dell’Associazione nel 1924 – e Presidente dell’Ontario Modern Language Teachers’ Association di cui è membro a vita. Per molti anni ha insegnato anche in corsi per l’insegnamento della lingua seconda presso l’Università della Calabria. Fuori d’Italia, ha tenuto lezioni e conferenze all’Università degli Studi di San Marino, in Slovenia, in Serbia, in Brasile, in Grecia, in Germania, in Francia, in Olanda, a Malta e in diverse Università dell’Australia (Sydney, Melbourne, Brisbane), degli USA e del Canada. Una vera e propria autorità accademica internazionale.

Nel novembre 2002 gli è stato consegnato il Distinguished Service Award dalla American Association of Teachers of Italian e nel dicembre dello stesso anno gli è stato attribuito l’Ontario March of Dimes per i suoi quarant’anni nel campo educativo. L’evento è stato utilizzato come raccolta di fondi per l’Ontario March of Dimes. Nel luglio del 2003 è diventato il primo beneficiario di “Una vita per l’italiano”, premiato dall’Università di Venezia, “Ca’ Foscari”, in riconoscimento della sua attività lungo tutta la vita per la promozione dell’italiano.

Nel maggio 2004, nel suo “banchetto per festeggiare il suo pensionamento”10 borse di studio di $500,00 sono state istituite attraverso le donazioni di amici e colleghi. L’ “Anthony Mollica Excellence Award per l’insegnamento delle lingue seconde” sarà destinato per i prossimi dieci anni a uno studente meritevole della Faculty of Education.

Nel 2006, il Presidente della Repubblica italiana lo ha insignito del titolo di “Commendatore della Stella della Solidarietà”, riconoscendolo come promotore della lingua e della cultura italiana.

Nel 2011, questo illustre cattedratico italo-canadese viene insignito del prestigioso titolo di socio onorario dell’ASLI, che è l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana, una candidatura supportata da famosi linguisti come Francesco Sabatini, Luca Serianni e Francesco Bruni. Ma già dal 2010 per quasi un decennio consecutivo ha insegnato “Ludolinguistica”, all’Università per gli Stranieri di Siena, grazie all’invito dell’allora Rettore, Massimo Vedovelli.

Socio onorario dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana dal 2011, Anthony, Mollica era considerato un innovatore assoluto nella ludolinguistica applicata all’insegnamento delle lingue straniere, e chi si occupa di questa materia alle varie prestigiose università mondiali ci parla di lui come del massimo esperto di questa materia nel mondo.

Una sorta di eccellenza italiana che il mondo della letteratura ci invidia.

Una storia, anche questa di Anthony Mollica, che sembra quasi una leggenda. ν

Addio al poeta-architetto reggino Natale Cutrupi

Reggio Calabria piange la scomparsa del poeta dialettale e architetto Natale Cutrupi che lascia questo mondo all’età di 86 anni.

Da tempo viveva nella sua casa di Ortì, Cutrupi con la sua poesia raccontava la propria terra lontana dagli stereotipi negativi. Appassionato studioso, non ha mai smesso di occuparsi della sua Reggio con progetti e ricerche. Nel 2022 è stato premiato con il San Giorgio d’oro. (rrc)

“Dio amante della vita”, il libro del poliedrico don Mario Ciardullo

di CARMELA INFANTE – “Dio amante della vita: dalla bioetica sul fine vita a Chiara Luce Badano” è il titolo del testo di don Mario Ciardullo, edito da Tau Editrice – Todi, nel novembre 2023, con la prefazione puntuale di mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo metropolita di Cosenza – Bisignano.

«Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? (Salmo 8,5). Queste affermazioni del salmo – scrive mons. Checchinato – ci mettono davanti allo stupore per la vita e la sua bellezza: esse provengono dalla nostra tradizione ebraico cristiana che ha dato tanto alla promozione della dignità dell’uomo, e che desidera offrire ancora i suoi valori di solidarietà radicale a tutti coloro che sentono la vita come bene incommensurabile, e desiderano per questo la vita».

Il poliedrico autore del testo, Mario Ciardullo, nasce a Cosenza il 10/07/1989. Sacerdote dell’Arcidiocesi di Cosenza – Bisignano dal 10/05/2014, già parroco di Carolei, Domanico, Potame, Vadue di Carolei, è attualmente parroco della parrocchia Santa Maria della Consolazione in Rende. Dopo aver conseguito il baccellierato in Sacra Teologia si è licenziato in Teologia Morale con indirizzo Bioetico ed in seguito ha ottenuto l’abilitazione all’insegnamento della religione cattolica. Don Mario è anche un cantautore con al suo attivo sedici brani musicali ed è autore di tre opere scultoree.

«La vita dunque è anche nelle nostre mani. Uno degli ultimi messaggi che Chiara Badano ha mandato ai giovani recita così: “Abbiamo una sola vita. E vale la pena di viverla bene”. Merita ascolto!». È questa la frase conclusiva del testo che parla di sacralità della vita e affronta nell’insieme temi complessi, con linguaggio disinvolto, chiaro e comprensibile a tutti, quali vita e morte attraversando tematiche cruciali quali bioetica, eutanasia, biofilia, aborto.

È riuscito a trattare temi ostici quali vita, morte, bioetica, eutanasia, con un linguaggio semplice che arriva a tutti. Quale il segreto?
Nessun segreto. La semplicità vince sempre. Penso che la formazione, lo studio, la quotidianità, la strada, ti portino a scegliere come essere. Scegliamo noi ogni giorno chi essere. Io ho scelto di arrivare a tutti. Spero di riuscirci.

Il Suo testo è un inno alla vita perché anche nella morte di Chiara Badano emerge la sacralità della vita di cui «solo Dio può decretarne la fine»…
Assolutamente sì. “Il Dio amante della vita” vuole mettere in evidenza la sacralità della vita. Sostanzialmente per due motivi, il primo è da ricercare all’interno di un bisogno pastorale: da sacerdote si incontrano tante situazioni di sofferenza, si piange con chi soffre e soprattutto si presta orecchio a tante domande quali il perché della sofferenza, il perché della malattia, il valore della vita umana e ovviamente la figura del Dio di Gesù che per molti sta lì fermo ad osservare e a gioire per il male che si affronta. Il secondo motivo è riconducibile ad un’esperienza personale legata alla sofferenza vissuta da mio padre (che lo ha portato poi alla morte) e di conseguenza alla sofferenza che tutta la mia famiglia ha vissuto in quei cinque anni. Lo sappiamo, quando un membro della famiglia soffre, tutta la famiglia soffre. Precisamente ciò che mi ha segnato in quei cinque anni è da ricercare non tanto nella sofferenza, ma nel modo in cui Dio si è reso presente in quella sofferenza. Quel Dio che ha redento la sofferenza, attraversandola, si è mostrato non solo vicino, presente, vivo, provvidenziale. Una sofferenza certamente vissuta nella serenità, ma soprattutto nella fede nel Dio “amante della vita”. Nasce così l’idea di unire le due cose per provare ad affrontare la problematica situazione storica dell’uomo, colta nel mistero del male e della sofferenza, ma soprattutto per provare a rispondere alla domanda che accomuna ancora oggi cristiani cattolici: “perché Dio permette la sofferenza?” Ecco allora che nasce quello che noi oggi potremmo definire un ossimoro bioetico: da un lato il Dio amante della vita in tutte le sue forme (evidenzio a partire dall’Antico Testamento fino al Nuovo Testamento come si manifesta questo amore di Dio per la vita, in modo particolare come Gesù opera a favore della vita) dall’altro lato, nello specifico, il caso di Chiara Luce Badano, oggi beata, che ha saputo, con il suo esempio e la sua testimonianza luminosa, essere discepola del Dio biofilo anche nella situazione estrema del dolore. Un dolore che oggi ci invita a porci degli interrogativi bioetici.

A me pare che questo testo possa essere letto anche da chi non crede ed è quanto emerge da più angolature ma soprattutto dal modo in cui viene trattato il tema dell’eutanasia.
Quando si scrive, si scrive cercando di dare luce alla verità. Spero che in tanti, attraverso questo libro, possano comprendere sempre più il valore sacro della vita, ma soprattutto l’importanza di un Dio che essendo amante della vita tout court, non può godere per la morte (concezione ancora presente oggi nella maggior parte dei cristiani). Infatti, oggi, si ha l’impressione che nonostante tutto niente è impossibile all’uomo. E allora, se una cosa è possibile è anche sempre lecita? Il “sentire” di tanti uomini di oggi è cambiato: ad esempio il principio valoriale non è più la vita in sé, ma una certa “qualità della vita”. Ecco allora che il “Vangelo della vita” è il piano pastorale più urgente affidato a noi comunità cristiana e a tutti gli uomini di buona volontà perché la vita non è difesa, non è protetta, non è promossa, non è apprezzata, è diventata spesso uno “scarto”; in una parola è “disangelizzata”. Uno degli ultimi messaggi che Chiara Badano ha mandato ai giovani recita così: «Abbiamo una sola vita. E vale la pena di viverla bene». Merita ascolto!

«Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine»: una delle frasi più famose del saggio cinese Confucio. Mi sembra che questa frase possa ben incastrarsi nelle tematiche presenti nel testo. È solo una mia supposizione o comunque in qualche modo ci rientra?
Beh ci sta! Molte volte siamo irriconoscenti nei confronti di Dio e del prossimo. Alcuni sono mossi dal rancore e dall’invidia proprio con le persone che meno lo meritano. Il rischio è di dimenticare in fretta il bene ricevuto. Nel testo le tematiche trattate ci riportano al principio cardine che è la gratitudine. Siamo nelle mani di Dio da sempre. Dovremmo dire grazie ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo.

Il titolo del Capitolo II cita così: “L’inizio era così: La biofilia di Dio”. In parole semplici come Lei sa fare: perché Dio è biofilo?
Dio è biofilo (biofilia significa “amore per la vita”) semplicemente perché è sempre per la vita. Lo vediamo sia nell’Antico Testamento, sia nel Nuovo Testamento (in modo più esplicativo nei Vangeli). Gesù guarisce sempre; zoppi, storpi, ciechi, paralitici. È per la vita non per la morte. E anche oggi, dove tutto sembra il contrario, se aprissimo le orecchie e gli occhi del cuore, ci accorgeremmo di quanto Dio sia più vicino a noi di quanto noi minimamente possiamo pensare o immaginare. Cammina con noi, ci sostiene, ci dà forza. Ma noi preferiamo notare e “vedere” solo le cose visibili. La mano “invisibile” di Dio, invece, sfugge perennemente ai nostri sensi.

Chi sono i Caino e gli Abele dei nostri giorni?
In potenza tutti; proprio in virtù di quell’ingratitudine di cui sopra, ognuno di noi può diventare Caino o essere Abele. Sta a noi riconoscere negli altri il volto di Dio. Il grande filosofo Levinàs direbbe che: «Il volto dell’altro mi sta di fronte nella sua presenza e al tempo stesso nella sua enigmatica astanza: oggetto di un inesauribile desiderio, sempre trascendente rispetto ad ogni tentativo di conoscenza esaustiva, di dominio, di possesso». Attraverso il volto dell’altro dunque posso e devo andare verso l’Alto.

Che fare per far sì che il profitto e la smania di arrivare dei tempi moderni non arrivino a calpestare tematiche quali biofilia e bioetica?
Bisogna semplicemente crescere nella consapevolezza che è Dio a guidare la storia. Questo Dio si fida talmente tanto dell’uomo che gli dona il compito di custodire ogni cosa da Lui creata. Sta a noi dunque non oltrepassare il limite. Per far questo bisogna riconoscersi uomini e cioè diversi da Dio. Altro rispetto a Lui. Evangelicamente “come bambini”. (ci)