Addio a Eugenio Santelli, un editore puro e visionario

di PINO NANO – Si sono celebrati martedì a Milano i suoi funerali. Con la scomparsa di Eugenio Santelli, lui era nato a Mendicino e da lì non aveva mai pensato di trasferirsi in città a Cosenza, se ne va oggi un pezzo di storia dell’editoria italiana. Ma se va soprattutto un mio amico speciale, a cui mi legavano e mi legheranno ormai per sempre sentimenti di amicizia vera e profonda. 

Erano anni che Eugenio ormai divideva la sua vita tra un ospedale e l’altro, ed erano anni che nelle nostre lunghe chiacchierate che facevano al telefono, lui a Milano io a Roma, immaginava il giorno in cui avrebbe dovuto lasciare sua moglie, suo figlio Giuseppe, la loro casa editrice e i tre nipotini a cui aveva ormai affidato ogni sua visione futura. 

Eugenio Santelli era prima di tutto un ragazzo buono, “buono come il pane”, poi era diventato un grande editore ed uno straordinario animale di biblioteca. Non conosceva mezzi termini nel gestire i suoi rapporti, e come editore è stato tra i più puri e più onesti della sua generazione. Come lui, e forse quanto lui, anche l’altro mio grande amico del cuore Demetrio Guzzardi, l’editore del mio primo libro, “Calabritudine”, e che quest’anno a dicembre festeggerà i suoi primi 40 anni di vita tra i libri.

Oggi Eugenio Santelli, davvero un apostolo della semplicità e del vivere quotidiano, ci lascia un patrimonio culturale di grande respiro, che noi abbiamo il dovere di raccogliere e di trasmettere ai più giovani, alle persone che amano i libri, ai lettori, agli studiosi e ai nuovi intellettuali di questa nostra terra, perché è un patrimonio ricco di valori e di tradizione, di senso del rispetto e di educazione verso gli altri.

La domanda che gli ho fatto per tanti anni era sempre la stessa “Eugenio, ma come fa un uomo come te educato alla pace di Mendicino e al silenzio della Biblioteca Civica di Cosenza a vivere a ridosso della galleria e del Duomo di Milano?” e di rimando lui mi lasciava sempre di stucco “Ma Milano ormai è la mia nuova casa e io sono felice di averla adottata come mia seconda città natale”. 

Oggi tutto quello che qui tra Sesto San Giovanni e Milano è diventato il grande e prestigioso “Gruppo Santelli” proviene dal suo coraggio, dalla sua visione del mondo dei libri, dalla sua libertà di pensiero e dalla purezza del suo carattere, intellettuale controcorrente, che grazie alla grande passione per i libri e la lettura dal piccolo seme piantato quarant’anni fa alle porte di Mendicino alla fine ha creato un mondo fatto di titoli e di nuovi autori emergenti.

La foto che ho chiesto al direttore di Calabria.Live di pubblicare in testa a questo mio pezzo porta la data dei primi anni ‘80, eravamo a Cosenza, settembre 1982 credo, appena subito dopo la mia assunzione alla Sede RAI di Via Montesanto e dove appena arrivato, maggio del 1982, avevo ritrovato in redazione un vecchio amico giornalista che già conoscevo da diversi anni, Coriolano Martirano, e che allora era il Capo dell’Ufficio Stampa dell’Associazione degli Industriali di Cosenza. 

Una vera autorità a quei tempi, perché Coriolano Martirano non era soltanto un grande comunicatore, né tanto meno uno straordinario affabulatore erudito ed eclettico, ma era soprattutto un “pezzo fisico” della storia e della nobiltà cosentina. Lui era da una parte l’immagine dell’Assindustria cosentina, ma dall’atra era soprattutto l’uomo del Rotary calabrese che allora contava tantissimo dovunque, icona di sé steso, intellettuale e studioso della storia di Cosenza come pochissimi altri storici al suo posto. 

Bene, in quel tourbillon di nuovi approcci, di nuovi incontri, e di nuove relazioni -per me Cosenza era allora una città che non conoscevo e che non avevo mai frequentato- in quel tourbillon di nuovi rapporti sociali fu proprio Coriolano Martirano a presentarmelo. «Lui è Eugenio Santelli – mi disse una mattina davanti al famoso Bar Manna di Viale Mazzini – sai ha preso a stampare libri da poco, dovremmo dargli una mano d’aiuto anche perché ha una passione davvero debordante verso la lettura e la letteratura».

È iniziato così il mio rapporto con Eugenio Santelli, che è stato un rapporto di grande empatia e di grande passione comune sin dall’inizio, e che non è mai scemato nel tempo. Anzi, gli anni passavano e io e lui siamo rimasti indissolubilmente legati da un invisibile cordone ombelicale che – ormai lontani dalla Calabria, sia lui che io – avevano voluto mantenere sacro e inviolabile.

Alla fine a Cosenza, in quegli anni, avevamo gli stessi amici, frequentavano le stesse botteghe artigiane, perché io allora ero un patito di vecchie cose e soprattutto di vecchie radio a valvole, frequentavamo gli stessi ambienti e andavano sempre insieme agli stessi convegni culturali o manifestazioni politiche, che allora erano davvero tante. E il mio secondo libro lo stampò proprio lui. 

Lo titolammo insieme dopo mille confronti e discussioni anche accese, ma Eugenio non finiva mai di riflettere sulle cose e di analizzare i progetti che finivano sulla sua scrivania con una severità che rasentava la negazione di ogni buona iniziativa imprenditoriale. Ricordo che leggeva, anzi divorava ogni manoscritto che gli arrivava con la stessa avidità con cui io ancora oggi a 70 anni compiuti mangio le angurie più mature. Alla fine però ci ritrovammo d’accordo, e scegliemmo come titolo “Prima Pagina”, che era poi la storia fotografica di un giornale vibonese “Pronto? Qui Calabria” che io consideravo quasi mio, perché lo dirigeva Peppe Sarlo, ma lui da direttore mi aveva dato così tanto spazio e così tanta fiducia da farmi credere alla fine che il progetto era “nostro” e non solo suo. Ma Peppe Sarlo era capace di questo ed altro, in termini di amore e di disponibilità. 

Poi subito dopo fu la volta di una raccolta di miei racconti che lui riteneva adatti per il mondo della scuola e nel 1988 pubblicò “Il Mio Paese”, che fu un grande successo editoriale. Ci riprovò qualche anno più tardi e nel 1993 fece uscire “Storie di Successi. Calabresi sparsi nel Mondo”, che si rivelò un nuovo successo di critica e di pubblico, soprattutto giovane, studenti delle scuole superiori calabresi che per la prima vola scoprivano il mondo dell’emigrazione calabrese in giro per il mondo. Come si fa a non amarlo un editore come lui? 

Eugenio non ti chiedeva mai nulla in cambio, anzi sapeva solo darti. E quando mi chiese di diventare il direttore editoriale della sua Casa Editrice non ebbi la forza di negarmi, ma la cosa mi riempiva di orgoglio professionale anche perché lui era davvero una garanzia assoluta di serietà e di rigore.

Poi le nostre strade si sono divise, io a Roma e lui a Milano, ma a Milano lui fece fortuna in tempi rapidissimi, la sua Casa Editrice diventò anche una catena di librerie e di salotti letterari carichi e dal profumo intenso delle nostre passioni tipiche del Sud, e questo a Milano diventò per lui un valore aggiunto senza pari.

Quando suo figlio Giuseppe prese poi le redini della sua straordinaria eredità culturale e libraria, lui continuò per anni a frequentare la sua Casa Editrice, e a dare consigli utili agli autori, e a stimolare il fior fiore della cultura giornalista milanese a creare nuove idee e nuovi soggetti. Questo fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Impareggiabile, unico, quasi commovente. Ma il ricordo più bello che mi porto oggi dentro è il racconto che mi fa suo figlio Giuseppe dalla sala mortuaria dove a Milano lo hanno adagiato in attesa della preghiera finale.

«Se deciderai di scrivere di lui – mi dice – ricorda una cosa fondamentale di lui: mio papà venerava la cultura, la letteratura, i libri, e amava i suoi autori. Mollò la professione medica per dedicarsi a quello che più amava, perché la vita è una soltanto e voleva passarla tra i libri a ogni costo. Fondò la Santelli editore nel 1987 quando di case editrici in Italia ce n’erano ancora poche, oltre alle grandi e solite note. Perché per lui l’aspetto culturale veniva prima di quello economico. Anzi, era l’unico che contava veramente. Non importava il fatto di non avere le risorse e reputò che ne valeva la pena, perché c’era bisogno di libri. La sua avventura nei libri iniziò qualche anno prima, istituendo il Premio Letterario Tre Valli. Presidente di giuria Coriolano Martirano, all’epoca Governatore del Rotary. La particolarità era che i giudici valutassero esclusivamente il testo e quello che era in grado di trasmettere, in forma anonima. La prima volta vinse un idraulico, davanti a un personaggio di altissimo profilo. Mio padre disse che era giusto così, perché la cultura dev’essere di tutti. Poi fu il turno di Maria Murmura Folino con il romanzo “Il Ventaglio”. Da lì l’idea di fare la casa editrice, per pubblicare i vincitori del premio. Su quel libro c’era la prefazione di Gianni Letta». 

Ma c’è un dettaglio della vita della Casa Editrice che io non conoscevo, ma solo perché Eugenio non me lo aveva mai confessato. Ora suo figlio lo rende finalmente pubblico.

«La casa editrice fu fondata il 14 febbraio, giorno di San Valentino, e lui volle così perché dedicarsi alla cultura diceva è un gesto d’amore. Pensa anche che il nome originale era Emme Elle Santelli Editore, che sta per Maria Luisa, mia mamma, il vero grande amore della sua vita. E nel suo cerchio magico, oltre a Coriolano Marturano, c’eri tu Pino, c’era Attilio Perri, papà di Francesco, che ora è direttore del Conservatorio di Cosenza e con voi Manlio Del Gaudio, comandante dei Carabinieri. Da lì in poi la casa editrice proseguì e prese forma. Romanzi, saggi e autori in grado di trasmettere messaggi importanti. I libri per le scuole, per formare le generazioni future. E i libri sulla sua amata Calabria, sviscerata in ogni particolare. Ma la consacrazione della casa editrice l’ha vissuta a Milano, dove ci siamo trasferiti nel 2020 per costruire qualcosa di ancora più solido». 

Struggente il racconto che il figlio mi fa di suo padre.

«Pur avendo lui fatto un passo indietro rispetto a me, ha fatto per altri 3 anni il direttore editoriale e ha voluto partecipare alla crescita della casa editrice. Lui c’era sempre. C’era quando abbiamo acquisito altre case editrici, oggi in totale 7, e c’era quando è nato il progetto delle librerie Santelli, una rete di librerie che si sta espandendo in tutta Italia. Ha fatto appena in tempo a sapere anche che abbiamo appena rilevato una libreria in centro a Milano, zona San Babila. Un orgoglio immenso per lui sapere che il nome Santelli è nel cuore pulsante dell’editoria italiana. Gli ultimi 3-4 anni per lui sono stata una sofferenza indicibile, eppure ha sempre trovato la forza di sentire autori, di dare consigli alla squadra Santelli e di far sentire la propria presenza. Per lui fare cultura era lo scopo di vita, quindi non esisteva ragione per fermarsi, e neanche la malattia era un buon motivo per farlo. La sua ultima volontà, percependo che era vicino al passaggio finale, è stata di non chiudere per lutto, perché il miglior modo di rispettarlo – mi disse con grande fermezza – era proseguire i suoi sforzi di fare libri, sempre e comunque».

Proprio nell’anno che ci aspetta, la casa editrice festeggerà i 40 anni. Per l’occasione – questo me lo aveva preannunciato in una delle sue ultime telefonate dall’Ospedale dove veniva seguito e curato- nascerà il “Premio Eugenio Santelli alla Letteratura”, che avrà la stessa modalità di selezione del Premio Tre Valli, con l’autore che partecipa alla elezione in forma assolutamente anonima.

«Noi – mi dice ancora Giuseppe Santelli- crediamo che il suo amore per la cultura sia d’esempio, per questo davanti alla sua bara lanciamo l’idea di intitolargli biblioteche e ogni altra cosa che abbia a che fare con i libri. Siamo disponibili a donare i libri, a impegnarci in eventi e ogni altro modo che possa aiutare le realizzazioni di progetti legati alle sue idee, e il nostro sogno sarebbe che la prima iniziativa del genere la prendessero a Mendicino, il paese da dove siamo partiti. Sarebbe bello davvero». 

Al suo posto oggi il figlio Giuseppe

Eugenio vola in cielo ma al suo posto oggi c’è suo figlio Giuseppe, un vero e proprio manager dell’industria libraria milanese, alla guida di un Gruppo editoriale che il Corriere della Sera saluta come la vera grande novità dell’orizzonte di Sesto San Giovanni.

Ma ripercorriamo insieme la storia di tutti loro.

La Santelli è stata fondata negli anni ’80 da Eugenio Santelli, inizialmente con lo scopo di pubblicare ogni anno il miglior libro vincitore del Premio Tre Valli, di cui era il Presidente. A quell’epoca i volumi si battevano a macchina, si stampavano col piombo e bisognava staccare via tutta la riga a mano se c’era un refuso. La Santelli si distinse subito non solo per la cura maniacale dell’edizione e per la qualità del contenuto ma anche per le personalità di livello nazionale tra gli autori pubblicati.

In quegli anni, grazie alla sapiente direzione editoriale di Coriolano Martirano, Governatore del Rotary e Cavaliere dell’Ordine di Malta, videro infatti la luce titoli come: “Prima Pagina” (1989) di Pino Nano, presentato a Varsavia e Praga dall’ex Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini; “Il Ventaglio” (1989) di Maria Murmura Folino con prefazione e presentazione di Gianni Letta; “A Berlino un bouganville” (1988) di Annarosa Macrì, giornalista RAI e collaboratrice di Enzo Biagi; “Le Guardie d’onore dei Borboni” (1988) di Manlio del Gaudio, Generale dell’Arma dei Carabinieri.

Negli anni ’90 la Santelli editore si specializzò in editoria scolastica e per vent’anni i propri testi didattici arrivano in ogni Regione d’Italia, grazie a una fitta rete di agenti sul territorio. Sui banchi di scuola, i giovani italiani poterono quindi studiare su edizioni innovative come “Il Punto”, tra i più affermati libri scolastici nell’ambito dell’attualità, per l’allora materia di Educazione Civica. Nel nuovo millennio, la Santelli si afferma quale realtà innovatrice e al passo coi tempi.

Nel 2004 è stata tra le prime 19 case editrici italiane aderenti al lancio degli eBook con il portale di Telecom (all’epoca Biblet Store, oggi CuboLibri).  partecipando alla prima Fiera dell’eBook a Pechino in Cina. Lancia inoltre dei software didattici di grande successo, come Matcos (2010) e Inf@ (2012) del Prof. Franco Costabile, Direttore dell’ex Facoltà di Matematica all’Unical. In quegli anni inizia intanto il crollo del mercato della scolastica in Italia (che costituiva ormai il focus principale della casa editrice), arrivando fino al 2015-2016 quando la Santelli rischia di cessare la propria attività. Dopo un lavoro di preparazione durato oltre un anno, il 2018 è l’anno della svolta: Giuseppe Santelli assume la guida della casa editrice a soli 25 anni, diventando così il più giovane editore italiano. Da quel momento la casa editrice cambia completamente rotta e adatta i processi della casa editrice verso la digitalizzazione e, attraverso una grande opera di re-branding, espande il catalogo e si concentra sull’editoria di varia, tra saggistica e narrativa. Nel 2019 conclude  un accordo commerciale con Messaggerie Libri, leader della distribuzione editoriale in Italia, facendo tornare la Santelli alla diffusione nazionale.

In questi anni vengono pubblicati bestseller come “Leadhers” di Tonia Cartolano, vice direttrice di SkyTG24; “Chiamatemi ancora Anza” di Sara Anzanello, ex capitano della nazionale di volley campione del mondo; “Respira! Alla ricerca della calma nel caos” di Margot Sikaboniy, famosa attrice nota al grande pubblico per aver interpretato Maria in Un medico in famiglia. Sul finire del 2019 nasce il progetto del Gruppo Santelli, con la Santelli editore come Casa Madre, e si pone come la novità nel panorama editoriale italiano con lo scopo non solo di offrire una maggiore varietà di scelta ai lettori, ma anche di supportare librai ed editori indipendenti.

Nel 2021 Giuseppe Santelli fonda Santelli Holding e sposta il quartier generale della Santelli nel Nord Milano. Da lì inizia un susseguirsi di continue espansioni e in soli 4 anni acquisisce Edizioni Clandestine, Edizioni Mare Verticale e Bré Edizioni oltre ad assorbire il catalogo della Rossini editore e di Poetica edizioni. Nel 2024 il Gruppo Santelli ha raggiunto il picco di 353 novità pubblicate, risultando così le prime 30 realtà editoriali italiane. (pn)

Addio allo scultore Michele Di Raco (1934-2026)

di ALFREDO FOCÀ– È tornato alla Casa del Padre Michele Di Raco, Scultore, Ritrattista, Incisore dopo aver prodotto un nutrito catalogo di opere di particolare rilevanza artistica, dopo una vita interamente dedicata alla ricerca artistica, all’insegnamento.

Un commosso addio al Maestro dell’arte, oggi che Reggio e la Calabria perdono uno dei suoi più grandi figli. Scultore, docente, dirigente scolastico, ha lasciato oltre 160 opere tra monumenti pubblici, rilievi, bozzetti e sculture sia di carattere profano che d’arte sacra e un’impronta profonda nella cultura figurativa del territorio, un patrimonio di inestimabile valore artistico e culturale che rappresenta una testimonianza rivolta a celebrare l’artista e a custodirne la memoria tra i grandi maestri della scultura e dell’arte figurativa del ‘900.

Le opere di grande pregio artistico lasciate da Michele DIiRaco, in gran parte commissionate da istituzioni pubbliche, mostrano con significativa plasticità la sua innata sobrietà e riserbo senza inseguire l’effimero o le ricadute utilitaristiche della professione e possono così raggrupparsi:

  • Complesso Monumentale a San Paolo sulla collina di Pentimele, Reggio Calabria.
  • La stele bronzea che ricorda l’approdo di S. Paolo a Reggio nella Pineta Zerbi.
  • Il monumento a Cristo Redentore a Montalto.
  • La stele “Parallelo 38” sulla SS106 a Bocale di Reggio.
  • Fontana della Fata Morgana collocata all’ingresso dell’Aeroporto dello Stretto “Tito Minniti”.
  • Monumento Funebre di Mons. Giovanni Ferro nella Cattedrale di Reggio Calabria.
  • Monumento “Reggio anni 70” – Opera in memoria dei Moti di Reggio Calabria.
  • La “Calabria e il mare” scultura dedicata al tema del mare e dei pescatori (“il pesce spada”), collocata nel cortile di Palazzo Campanella del Consiglio Regionale della Calabria; il “Nudo con colomba” una fontana artistica in bronzo patinato dal maestro reggino Michele Di Raco, custodita all’interno del Palmarium di Palazzo Campanella.
  • Il bassorilievo in ceramica la Fata Morgana nella stazione centrale di Reggio Calabria,
  • Il monumento al minatore di Motta San Giovanni.
  • Sculture sacre – Tra cui quelle conservate nella Chiesa di Santa Lucia a Reggio Calabria

Nato a Taurianova il 25 agosto 1934, principia il  suo percorso formativo artistico  presso il liceo artistico Mattia Preti di Reggio Calabria, fondato nel 1949 per iniziativa del pittore, decoratore e storico dell’arte Alfonso FRANGIPANE, del quale fu allievo prediletto; quindi proseguì all’Accademia di Belle Arti di Roma sotto la guida di Antonio BONFIGLIO (Messina, 1895 – Condrò, 1995), perfezionando e affinando la preparazione artistica e figurativa sotto la guida dello scultore, conterraneo, Alessandro MONTELEONE (Taurianova, 1897 – Roma, 1967, titolare della cattedra di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di via Ripetta a Roma) perfezionando così le sue innate doti artistiche di ispirazione post-classica.

Parallelamente alla produzione artistica DI RACO, costruì una prestigiosa carriera nel contesto dell’Istruzione e dell’insegnamento: fu docente di ceramica e scultura presso il Liceo Artistico “Mattia Preti” di Reggio, dove ha assunto la guida come Preside dal 1974-1981-82  per poi ricoprire anche l’incarico di Dirigente Superiore/Ispettore per il Ministero della Pubblica Istruzione fino a diventare dirigente superiore per i servizi ispettivi della pubblica istruzione per l’istruzione artistica. Un impegno riconosciuto ai massimi livelli dello Stato con il conferimento della medaglia d’oro del Presidente della Repubblica quale benemerito della scuola, della cultura, dell’arte.

Un antico rapporto di stima e apprezzamento reciproco tra il Maestro Michele DI RACO, Sua Eccellenza Reverendissima il Venerabile Mons. Giovanni FERRO, e l’On. Prof. Giuseppe REALE si è consolidata sulla base della rappresentazione dell’arte sacra e si concretizzata nella realizzazione di un sogno: il progetto di una grande opera monumentale dedicata a San Paolo, Paolo di Tarso. L’on. Giuseppe REALE, ideatore visionario e fedele interprete della volontà di monsignor Giovanni FERRO che sognava l’erezione di un’opera di rilevante importanza dedicata a San PAOLO, riconoscibile nello Stretto, tra L’Etna e il Faro. L’idea prese forma nelle raffinate e plasmanti capacità di Michele DI RACO in grado di trasformare sapientemente e artisticamente le idee in bronzo e marmo.

Michele di raco e una sua sculturaGli incontri, i sopralluoghi, ed il percorso artistico culturale di Michele DI RACO hanno maturato il progetto che ha preso  forma allorché Giuseppe REALE è stato chiamato nel 1992 alla Presidenza del Rotary Club Reggio Calabria ed in quella veste con tutto il  Club affidò al Maestro l’incarico di proporre il disegno dell’opera commemorativa del passaggio da Reggio Calabria  di San Paolo da Reggio, evocato anche nel Vangelo, ma solo nel 1999 il Rotary Club presieduto da Giuseppe FRANCO, ottenne dal Comune di Reggio Calabria la concessione dell’area sulla splendida Collina di Pentimele dove  erigere il monumento a San Paolo e, sulla scorta del bozzetto ideato da Michele Di Raco, un gruppo di tecnici, tutti i soci del Rotary Club Reggio Calabria, hanno curato gli aspetti tecnici e progettuali  da sottoporre al Comune per l’approvazione: hanno firmato gli elaborati progettuali dell’opera del Maestro DI RACO l’ing Antonino BRATH, l’ing. Filippo MALTESE, l’ing. Franco COSTANTINO, il geom. Antonino BACCELLIERI ed  il geologo, Giuseppe MANDAGLIO. Il bozzetto di Michele DI RACO trasformato in un progetto di complesso monumentale ingegneristico è composto da una colonna alta 20 m in marmo di Carrara, da una statua bronzea di San Paolo alta circa 3 m, sorretta da un base cilindrica in marmo di Carrara alta 2 m e diametro di circa 1,50 m, il tutto poggiato su un alto basamento idoneo a sostenere la colonna alta 20 m in marmo di Carrara e la statua in bronzo e marmo.

Il Maestro, forte della sua espressività artistica, ha modificato il primo bozzetto cogliendo il suggerimento di Peppino REALE, il quale sosteneva che Paolo di Tarso è approdato a Reggio non con la spada sguainata da guerriero, ma forte della sua parola, tanto che con la predicazione a Reggio egli ha prodotto la prima conversione di massa che successivamente si è diffusa in tutta Italia ed in Europa.

Nel bozzetto successivo Michele DI RACO ha rinfoderato e relegato la spada in secondo piano, facendo imbracciare al suo posto un libro che conferisce al “nostro San Paolo” un ecumenismo che completa ulteriormente con il braccio sinistro alto, accogliente.

Michele DI RACO, ha modellato e foggiato con le proprie mani e con passione il bozzetto fino a far esprimere al bronzo una plasticità, una sacralità intensa ed infine ha seguito personalmente la fusione presso la fonderia “Arte Bronzo di Pisani e Benedetti” di Villafranca a Verona. La plasticità del braccio alto accogliente, ricevente, lo ritroviamo in altre due grandi opere del maestro: il monumento funebre di Monsignor Giovanni FERRO ed il Cristo Redentore di Montalto.

A metà dell’opera Giuseppe REALE ha lasciato la sua vita terrena ed ha raggiunto Monsignor Giovanni FERRO, ma gli amici per realizzare il suo sogno, hanno fondato l’associazione Colonna di San Paolo, la cui presidenza è stata affidata al compianto dottor Giuseppe VIOLA, il quale con grande impegno è abnegazione, si dedicato con spasimo per onorare la promessa fatta all’on. REALE, ma invano in quanto l’opera ancora non risulta completa.

la struttura metallica del Cristo redentore a Montalto voluta Dal Card. Gennaro Portanova nel 1900, a pochi anni di distanza risultò essere così malandata e deteriorata che fu necessario rimuoverla. Nel 1974 un apposito comitato presieduto da mons. Giuseppe Caruso (1915-2013) affidò l’operazione di restauro integrale allo scultore reggino prof. Michele di Raco. La fusione fu eseguita dalla Fonderia Artistica Giuseppe Di Giacomo di Napoli su un calcom odellato a mano dallo stesso scultore Di Raco. Il nuovo monumento al Redentore fu portato a Gambarie d’Aspromonte in piazza Mangeruca, il 7 settembre 1975 per la solenne benedizione da parte dell’arcivescovo di Reggio Calabria mons. Giovanni Ferro quindi fu collocato sul nuovo basamento sulla cima di Montalto da un elicottero militare giunto appositamente dalla base americana di Sigonella.

Nell’ultima mostra voluta ed organizzata dall’Associazione Colonna S. Paolo e dal Rotary Club Reggio Calabria: dal titolo “MICHELE DI RACO – L’ANIMA DELLE FORME”  il  Maestro ha tagliato il nastro di inaugurazione dell’ultima sua “presentazione”, costituente la produzione di “ritratti e teste”, dove ha raggiungento l’acme dell’arte figurativa, della plasticità espressiva, rivelando una raffinata interpretazione da parte dell’autore dell’espressione vitale del soggetto, della bellezza senza posa, dove i dettagli non prevalgono ma congiungono i tratti.

Questa mostra è stata un doveroso omaggio all’arte e alla cultura di Michele DI RACO, artista immune da retorica, un riconoscimento all’apogeo artistico reggino e al ritegno del maestro, che, a fronte della quantità e qualità delle opere presenti a Reggio Calabria, ha eluso con discrezione il culto della persona e le attenzioni solenni. Un riserbo che rende grande l’uomo.

E’ utile rappresentare che per iniziativa del geom. Ninì BACCELLIERI componente il Consiglio Direttivo dell’Associazione Colonna S. Paolo e amico personale del Maestro, nonché dal Commissario Arcivescovile dell’”Oratorio Gesù e Maria” è stato concesso un loculo di tumulazione  “a imperitura memoria dello scultore Michele Di Raco, per essere stato l’autore della bella e imponente statua in bronzo del Servo di Dio Mons. Arciv. Giovanni FERRO”.

Il cordoglio dei componenti il Consiglio Direttivo e di tutti i Soci dell’Associazione Colonna San Paolo vanno alla moglie Gisa D’ORTONA, ed ai figli GIULIO, AGNESE e CARLO, ai quali è rivolto un forte abbraccio in questo momento di dolore.

“Michele, le tue splendide opere parlano e parleranno di te a futura memoria”. (af)

(Presidente dell’Associazione Colonna S. Paolo)

Addio a Fulvio Lucisano, progonista indiscusso di 70 anni di cinema italiano

È morto a Roma a 98 anni Fulvio Luciano, storico produttore cinematografico, autentico protagonista del grande cinema italiano.

Di origine calabrese, Lucisano era nato a Roma il 1° agosto 1928: il padre era di Villa San Giovanni, in  provincia di Reggio Calabria. Cresciuto negli anni del fascismo e della guerra, si era laureato in Giurisprudenza all’Università ‘La Sapienza’ di Roma nel  1954. Ma già nel 1949 il percorso professionale era cominciato quando, a 21 anni, aveva partecipato alla realizzazione di “Anno Santo“, documentario dedicato al Giubileo del 1950. L’anno successivo comincia a collaborare con l’Istituto Luce per i cinegiornali destinati all’America Latina, ma lui aveva già mosso i suoi primi passi alla fine degli Anni ’40 all’Istituto Luce dedicandosi alla produzione documentaristica. E prima di approdare al lungometraggio di finzione, realizzò circa 300 documentari. Nel 1955 il passaggio decisivo: Lucisano produce “I quattro del getto tonante”, diretto da Fernando Cerchio ed è il suo primo lungometraggio.

Nel 1958 fondò la Italian International Film (Iif), contribuendo in modo decisivo allo sviluppo del cinema popolare e d’autore. E la sua casa di produzione divenne una delle realtà italiane più importanti non solo nella produzione cinematografica (oltre centotrenta pellicole) ma anche in quella televisiva (a partire dal 2004, ad esempio con Mina Settembre) con film e serie prodotti e distribuiti che spaziano in tutti i generi.

Tra i tantissimi riconoscimenti ha collezionato 5 David di Donatello tra cui il premio per “Il grande cocomero” e il David Speciale alla carriera nel 2009 , 4 Nastri d’Argento e due nomination agli Oscar.

Nel 2005 la Mostra di Venezia gli aveva dedicato un omaggio alla carriera e due anni dopo era arrivato il titolo di Cavaliere del Lavoro. Nel 2018, in occasione del suo novantesimo compleanno, Laura Delli Colli ne ha raccontato la storia nel volume “Fulvio Lucisano, sotto il segno del cinema” (Edizioni Sabinae).

Non solo, ma Lucisano ha collaborato con alcuni tra i più grandi artisti del cinema italiano, da Lina Wertmuller a Luigi Comencini, da Alberto Sordi a Luciano Salce, da Mario Bava a Massimo Troisi, da Francesca Archibugi a Fausto Brizzi.

Dal primo film prodotto nel 1955, “I quattro del getto tonante”, ha collezionato tanti altri successi, vale la pena di ricordare “Cosa avete fatto a Solange?” (1972), “Tre tigri contro tre tigri” (1977), “Aragosta a colazione” (1979), “Ricomincio da tre” (1981), “Il ras del quartiere” (1983), “Un ragazzo di Calabria” (1987), “Il grande cocomero” (1993), “L’anno prossimo vado a letto alle dieci” (1995), “Ninfa plebea” (1996), “Fantozzi – Il ritorno” (1996), “La mia vita a stelle e strisce” (2003), “Notte prima degli esami” (2006), “Cemento armato” (2007) ed “Ex” (2009), “Non ci resta che il crimine” (2019).

“Con Fulvio Lucisano scompare uno dei grandi artefici del cinema italiano. Ha rappresentato un modo di fare cinema fondato sulla passione, sull’intuito, sul coraggio e sulla capacità di riconoscere il valore. Un cinema sartoriale – sottolinea il ministro della Cultura, Alessandro Giuli -, costruito con cura e profondamente legato all’identità italiana. Un produttore che ha investito nel talento e accompagnato con generosità molti artisti nel passaggio alla macchina da presa. Lo salutiamo con gratitudine per ciò che ha dato alla cultura cinematografica italiana”.

Tantissimi i film di successo realizzati con Rai Cinema: da “Notte prima degli esami” e “Mai stati uniti” a “Nessuno mi può giudicare”, da “Maschi contro femmine” a “Viva l’Italia”, da “Io che amo solo te” a “Io e te dobbiamo parlare”, fino a “Alla festa della rivoluzione”.

Numerose anche le fiction di successo realizzate insieme a Rai Fiction, da “Il Sistema” a “Liberi tutti”, fino a “Mina Settembre” e “Il Clandestino”. “Un produttore – dice la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati – che ha contribuito in modo decisivo alla crescita industriale e culturale del settore e con cui Rai ha condiviso tanta strada, realizzando molti progetti importanti e di successo. Ci ha lasciati un professionista di altissimo livello il cui percorso è stato caratterizzato da una passione che ha lasciato un segno profondo nella comunità creativa”.

“Dire addio a Fulvio Lucisano – aggiunge l’Amministratore Delegato di Rai Cinema, Paolo Del Brocco – fa male al cuore. Se ne va un amico, un uomo generoso, saggio, coraggioso. Un professionista ineguagliato del nostro cinema che in questi anni ho avuto l’onore di conoscere e affiancare su tanti film e progetti condivisi. Ricordo l’energia e la dedizione instancabili in tutto ciò che faceva, la sua particolare attenzione verso i giovani autori, le sue intuizioni, la scoperta di tanti nuovi talenti. Sempre giovane, tra i giovani. Questo e tanto altro era Fulvio. E per questo lo ringrazio”.

“Fulvio Lucisano – scrivono i dipendenti del Gruppo Lucisano in lungo post sul profilo della Italian International Film, società di produzione e distribuzione cinematografica fondata nel 1958 da Lucisano e parte del Lucisano Media Group– ci ha insegnato che il cinema non è soltanto un mestiere: è una forma di vita, una sfida, una responsabilità e, soprattutto, una grande famiglia. E proprio come una famiglia, oggi ci stringiamo attorno al suo ricordo. Ci mancheranno la sua forza, la sua ironia, la sua determinazione, il suo modo unico di affrontare ogni difficoltà e quella capacità di indicarci la via anche quando sembrava impossibile trovarla”.

Fulvio Lucisano, dicono ancora i suoi dipendenti, “ha aperto strade che prima non esistevano e ci ha insegnato a percorrerle con coraggio. La sua eredità non vive soltanto nei film che ha prodotto, nei successi che ha costruito e nella storia del cinema che ha contribuito a scrivere: vive nelle persone che ha incontrato, nelle generazioni che ha formato e in tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di lavorare al suo fianco. Oggi il nostro saluto non è un addio, ma un grazie. Grazie Fulvio, per averci guidato, per aver creduto in noi, per averci fatto sentire parte di qualcosa di grande”. (rs)

L’ADDIO / Enzo Sidari, un raro esempio di dedizione

di FRANCO ARCIDIACO – Enzo Sidari è stato un raro esempio di dedizione: un urologo di grande competenza e, allo stesso tempo, un politico attento e appassionato, sempre animato dal desiderio di servire la propria comunità. In lui professionalità e impegno civile convivevano con naturalezza, guidati da un profondo senso di responsabilità verso la città.

Il nostro rapporto risale a molto lontano nel tempo. Eravamo amici fin dai giorni dell’infanzia. Frequentavo spesso casa sua per fare i compiti con suo fratello Gianni, mio compagno di banco al San Vincenzo. Enzo era più grande di noi di tre anni, ma finì presto per diventare anche per me una sorta di fratello maggiore: una presenza affettuosa, discreta, ma sempre pronta a incoraggiare e a dare l’esempio.

Poi, come accade nella vita, le nostre strade si sono separate. Ognuno ha seguito il proprio percorso, sia sul piano professionale sia su quello politico. Ci siamo ritrovati molti anni dopo, nel 2009. Enzo era assessore alla Cultura nella giunta di Giuseppe Scopelliti e io lavoravo come giornalista e editore. Fu allora che ci trovammo di nuovo fianco a fianco per raccogliere l’appello dell’allora rettore dell’Università Mediterranea, Massimo Giovannini, volto a salvaguardare il Teatro “Siracusa”.

Il “Siracusa”, il più antico teatro di Reggio, era un piccolo gioiello liberty che resisteva con fatica al passare del tempo e alle difficoltà economiche. L’idea era quella di affidarne la gestione all’Associazione culturale “Le Nozze”, emanazione dell’Università Mediterranea, guidata da Marilù Prati e Renato Nicolini e composta da attori e tecnici formatisi in otto anni di laboratorio teatrale. L’associazione aveva una struttura simile a quella di una compagnia e dunque possedeva tutte le competenze necessarie per gestire un teatro e farlo vivere.

A quell’appello rispondemmo in diversi. Oltre al sottoscritto, Franco Arcidiaco, ci fu anche Eduardo Lamberti Castronuovo, che si fece carico di coinvolgere Comune, Provincia e Regione, chiamati a sostenere economicamente l’iniziativa.

Ma se quell’operazione riuscì davvero a concretizzarsi lo si deve soprattutto al grande impegno di Enzo Sidari. Con la sua determinazione, e mettendo da parte ogni possibile preclusione politica, seppe affrontare e superare ostacoli burocratici tutt’altro che semplici. Fu lui ad avviare un percorso virtuoso che permise al Teatro “Siracusa” di continuare a vivere per altri cinque anni, restituendo alla città uno spazio di cultura e di memoria.

Ecco perché, ripensando oggi a quella stagione, il ricordo di Enzo Sidari assume un significato ancora più profondo. Non solo per ciò che ha fatto come medico o come amministratore pubblico, ma per il modo in cui ha interpretato questi ruoli: con serietà, con passione e con un autentico spirito di servizio.

Alla fine, ciò che resta davvero di una persona non sono soltanto gli incarichi ricoperti o i risultati ottenuti, ma il segno umano che ha saputo lasciare negli altri. Enzo quel segno lo ha lasciato. Nella memoria di chi lo ha conosciuto, nell’affetto degli amici, e nei piccoli ma preziosi pezzi di città che, anche grazie a lui, hanno continuato a vivere. (fa)

Addio a Domenicantonio Rotiroti, già Preside della Facoltà di Farmacia all’UMG di Catanzaro

È scomparso Domenicantonio Rotiroti,  per decenni pilastro e preside della Facoltà di Farmacia all’Università Magna Graecia di Catanzaro, fondata dal prof. Giuseppe Nisticò. A seguire, il ricordo dell’ex presidente della Regione e Commissario della Fondazione di Biotecnologie Renato Dulbecco, Roma.

di GIUSEPPE NISTICÒ – Lasciando una ondata di profonda commozione e dolore, è scomparso ieri (4 gennaio ndr) il prof. Domenicantonio Rotiroti, professore Ordinario di Farmacologia e già Preside della Facoltà di Farmacia dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. Egli era stato ricoverato improvvisamente nelle scorse settimane presso l’Ospedale Universitario di Padova e apparentemente aveva superato un complesso intervento di Cardiochirurgia. Si trovava a Padova ospite della figlia Gisella che da tempo si era trasferita a vivere al Nord. Lascia oltre alla figlia anche il figlio Francesco ricercatore presso la Facoltà di Giurisprudenza di Catanzaro e la moglie Maria Grazia, una donna di una dolcezza, discrezione ed eleganza non comuni.

Domenicantonio è stato uno dei miei primi allievi in Farmacologia. Infatti agli inizi degli anni ’70 era venuto a chiedermi di entrare interno per preparare la tesi di Laurea presso l’Istituto di Farmacologia di cui io, insieme con il prof. Umberto Scapagnini, eravamo gli aiuti e il prof. Paolo Preziosi il giovane e geniale Maestro. Io lo conoscevo di nome perché era nato nel mio stesso paese, Cardinale, e fin da ragazzo si era rivelato un giovane molto intelligente e brillante. Aveva un carattere riservato, piuttosto timido e introverso; un uomo di poche parole ma di molti fatti, come poi ha dimostrato nel corso degli anni, diventando un ricercatore serio, affidabile e, come io andavo dicendo, un vero “orologio svizzero”. La sua personalità era impregnata di valori etici universali (libertà di pensiero, amicizia, solidarietà, grande rispetto della dignità della persona) da vero erede della civiltà del popolo dei Lacini.

Entrato interno nell’Istituto di Farmacologia dell’Università di Napoli dopo aver preparato diligentemente una tesi Sperimentale, ha chiesto di seguirmi quando mi sono trasferito a dirigere l’Istituto di Farmacologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Messina nel 1976. Dalla sua passione iniziale per la ricerca in campo cardiovascolare, sotto la mia guida è passato nelle ricerche del Sistema Nervoso Centrale dove ha creato un gruppo eccellente di giovani ricercatori specializzato in tecniche di avanguardia di stereotassi cerebrale con cui raggiungere con microcannule varie aree del cervello e così caratterizzare il ruolo delle catecolamine, della serotonina e di altri neurotrasmettitori nel controllo del sonno e della veglia, nonché della temperatura corporea e di altre funzioni fondamentali del Sistema Nervoso Centrale. Di questo gruppo hanno fatto parte giovani molto qualificati come Giovambattista De Sarro, Enzo Mollace, Franco Naccari, Lia Silvestri, Vera Faraone, Riccardo Ientile, Rosamaria Di Giorgio etc.

Ottima e aggiornata era anche la sua attività didattica. Pertanto per le sue elevate capacità scientifiche e didattiche (ha pubblicato su riviste internazionali centinaia di lavori scientifici), ha meritato di ricoprire il ruolo di Professore di Farmacologia Veterinaria presso l’Università di Messina.

Quando mi sono trasferito alla nuova Università di Medicina dell’Università di Catanzaro nel 1983, e dovendo l’Università di Catanzaro attivare il Corso di Laurea di Farmacia per potersi staccare dall’Università di Reggio Calabria, insieme con il prof. Paolo Preziosi, che ne era il Presidente del Comitato Tecnico Ordinatore, non abbiamo avuto dubbi di chiamare il prof. Rotiroti presso la nuova Facoltà di Farmacia. Qui egli profuse tutte le sue energie fisiche e mentali e fu eletto Preside della Facoltà, carica che poi mantenne per circa vent’anni. Così, sotto la sua Presidenza, la Facoltà passo per passo e gradualmente chiamò altri validissimi docenti di Chimica Farmaceutica come il prof. Stefano Alcaro e, così, divenne solida e forte basandosi su due pilastri: quello della Farmacologia e quello della Chimica Farmaceutica. Così, con il tempo guadagnò prestigio a livello nazionale e internazionale grazie alla selezione onesta di docenti qualificati di primo piano e grazie agli insegnamenti professionali scientifici ed etici su cui si formarono migliaia di studenti, oggi stimati professionisti nel campo della Farmacia. Particolarmente importante il contributo del Prof. Rotiroti nel campo delle Neuroscienze, e cioè del ruolo comportamentale dei neurotrasmettitori come pure nei meccanismi alla base della febbre ad opera della liberazione di prostaglandine nell’ipotalamo.

Lo ricordo sempre sereno, anche se con una intensa partecipazione emotiva ed affettiva  e sono convinto che la sua figura rimarrà un esempio per le nuove generazioni di ricercatori che erano ammirati soprattutto non solo per la sua attività scientifica ma anche per la sua integrità morale. Tutto ciò che produceva scientificamente – voglio sottolinearlo con chiarezza – era  “oro colato”, cioè i risultati delle sue ricerche erano rigorosamente verificati e riproducibili. Tutto ciò era anche segno di grande rispetto per i principi appresi dal Maestro, e cioè della meritocrazia, del rispetto della validità internazionale della ricerca.

Non potrò mai dimenticare la sua ultima, tenera telefonata di pochi giorni or sono durante le festività natalizie; egli avvertiva forte il bisogno di riconfermarmi il suo affetto e la sua gratitudine e di tenermi informato delle condizioni della sua salute, della vita dei figli, della carissima moglie Maria Grazia. Mi aveva confidato di aver subito un grave intervento Cardiochirurgico ed era stato fortunato di averlo fatto in uno degli Ospedali più prestigiosi del nostro Paese e che, pertanto, si sentiva meglio e non vedeva l’ora di tornare nella nostra Calabria per trascorrere serenamente l’ultima parte della sua vita vicino agli amici e parenti più cari e a tanti giovani che aveva formato con sapienza e tanto amore. Non dimenticherò mai la sua grande umiltà, come quella di un giunco che si piega all’arrivo delle onde di un fiume in piena, mai superbo o arrogante, sempre grato e devoto nei miei riguardi e tutto ciò era espressione della sua intelligenza superiore. (gn)

Addio all’ex provveditore agli Studi Antonio Catania

di ROBERTINO GIARDINA – È domenica 30 novembre 2025 a Vercelli, una giornata segnata dal freddo pungente, quando la città è stata scossa dalla notizia della scomparsa improvvisa di Antonio Catania. La comunità ha accolto con incredulità la dipartita inattesa di una figura che, per oltre quarant’anni, ha dedicato la propria vita ai giovani e al mondo della scuola, ricoprendo ruoli di primo piano nella dirigenza degli Uffici provinciali e regionali del Piemonte.   «Nelle ultime ore abbiamo perso un amico formidabile, un personaggio di spessore per la Cultura e la Scuola. Ha dato molto alla nostra Vercelli»: ha dichiarato il sindaco Roberto Scheda immediatamente dopo aver appreso la notizia. “Mio padre era una persona aperta, solare, generosa e sempre disponibile ad aiutare gli altri, una persona a cui era molto facile voler bene per la sua semplicità e gentilezza. Lascia un vuoto nella comunità ma un vuoto ancora più incolmabile per me, mia madre e la mia famiglia dove era da sempre un pilastro fondamentale. Cercherò di colmare questo vuoto con i bei ricordi dei momenti passati insieme ma soprattutto cercando di assomigliargli il più possibile, ad assomigliare alla persona stupenda che era. Ciao Nino, Ciao Papà»: è il messaggio che Bruno, figlio di Antonio Catania, dirigente emerito dell’Ufficio scolastico provinciale, ha letto durante il funerale celebrato mercoledì 3 dicembre in Duomo. Alla cerimonia, officiata da monsignore Albertazzi, erano presenti alcune autorità civili e militari, il sindaco Roberto Scheda, il presidente della Provincia Davide Gilardino, il Questore Giuseppina Suma e molti membri di varie associazioni con le quali Catania collaborava. Il Duomo era gremito di amici, colleghi di lavoro dell’Usp, tanti docenti, dirigenti e allievi che hanno fatto da corona al rito religioso, manifestando grande commozione per una scomparsa inattesa e dolorosa.

Antonio Catania dalla Calabria arriva a Vercelli nel 1973, si laurea a Torino in Scienze politiche ed entra nei ruoli amministrativi della scuola. La storia di quel periodo, ricca di fermenti politici e cambiamenti sociali, si intreccia con quella di Antonio e della sua amata moglie Maria Teresa; una coppia lontana dalla propria terra ma comunque ricca di entusiasmo e coraggio. Maria Teresa si dedicherà all’insegnamento, appoggiando le scelte di Antonio che, tra formazione continua e tanti sacrifici, si avvierà verso una carriera brillante.  Il suo curriculum è denso, ricco di incarichi e riconoscimenti. Ultimamente aveva ricoperto anche l’incarico di vicepresidente di Sezione della Corte di giustizia tributaria di I° grado di Vercelli

La sua passione e la sua dedizione per l’istruzione vengono ben rappresentate da un passaggio del discorso pronunciato in occasione dell’apertura dell’anno scolastico 2009, in qualità di Dirigente dell’Ufficio scolastico di Vercelli: “La scuola serve a far crescere e a far crescere bene, a dare ai bambini e ai ragazzi il controllo delle proprie capacità e insieme il senso di responsabilità; deve fornire un bagaglio accettabile di conoscenze completato dall’azione educativa. Fare la scuola e formare vuol dire guardare al futuro; investire nella scuola vuol dire guardare alle priorità del Paese, al possesso delle conoscenze ma anche all’entusiasmo della conoscenza.”

Oramai in quiescenza, il suo impegno per i giovani è proseguito con la carica di Presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Scuola Professionale e Filologica “Borgogna” di Vercelli. Anche la dedizione civica e culturale non si è mai affievolita, ricoprendo la carica di presidente del Comitato provinciale Unicef di Vercelli e partecipando, in qualità di socio, alle attività del Kiwanis, club del quale è stato presidente.

Nel 2013 ha ricevuto il premio “Francesco De Sanctis: Una Vita per la Scuola” assegnato dal “Centro Pannunzio”; un riconoscimento importante attribuito a figure di spicco nel panorama culturale italiano. Tra le onorificenze conferite dal Presidente della Repubblica risultano quelle di “Cavaliere al merito della Repubblica Italiana” nel 2013, e quella di “Ufficiale” nel 2018. L’elenco è lungo, costellato di attività che lasceranno un segno indelebile, un contributo significativo per le Istituzioni pubbliche ed un modello eccellente di senso del dovere e di amore per la famiglia. Così il ricordo di Antonio Catania, da nord e fino alla sua Calabria, continuerà nella bellezza dei valori umani che ha incarnato, fatti di amicizie vere, di relazioni durature, scaturite dalla bontà e dall’altruismo che hanno caratterizzato una vita esemplare per l’intera comunità.

Lucy Barone: confermata consigliere Società italiana di Cardiologia (SIC) Lazio

La dott.ssa Lucy Barone, Dirigente Medico in Cardiologia presso l’AOU Policlinico Tor Vergata, è stata riconfermata Consigliere Regionale per il Lazio della Società Italiana di Cardiologia (SIC), una delle istituzioni scientifiche più autorevoli nel campo delle scienze cardiovascolari in Italia. La sua rielezione rappresenta un riconoscimento del valore della sua attività clinica, accademica e scientifica, oltre che del suo approccio umano alla medicina.

«Accanto alla professione – ha detto la dott. Barone –, c’è una dimensione che porto con orgoglio e che dà profondità al mio modo di essere medico: sono una donna e madre di tre figli. La maternità non è solo un equilibrio da costruire ogni giorno, ma una fonte inesauribile di forza. I bambini hanno una qualità straordinaria: sanno stupirsi, sempre. Ogni scoperta è un piccolo evento, ogni novità un motivo per sorridere.
Questa capacità di meravigliarsi è diventata per me una risorsa preziosa nella vita professionale. Essere madre mi aiuta a non perdere mai l’entusiasmo, a guardare la medicina con occhi nuovi, a non dare nulla per scontato. Anche nelle giornate più intense, i miei figli mi ricordano che vale la pena fermarsi un istante e lasciarsi sorprendere da ciò che facciamo: un ritmo che torna regolare, un paziente che migliora, una procedura che cambia una vita.
È un entusiasmo che custodisco con cura, perché credo che la capacità di stupirsi – come i bambini – sia uno dei motori più potenti per rinnovarsi, crescere e non smettere mai di imparare».

Una carriera costruita sul rigore scientifico

«Sono diventata cardiologa – afferma Lucy Barone – perché, fin dagli anni dell’università, mi ha sempre affascinato il modo in cui il cuore riesce a raccontare la storia di una persona: attraverso il ritmo, le aritmie, i segnali nascosti che aspettano solo di essere interpretati. Questo sguardo, clinico ma anche profondamente umano, ha guidato ogni tappa del mio percorso professionale.
Mi sono formata all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove ho iniziato a occuparmi di elettrofisiologia, una disciplina che richiede precisione tecnica ma anche la capacità di capire la fisiologia più sottile del cuore. Oggi lavoro come cardiologa al Policlinico Tor Vergata, dove dal 2016 mi dedico alla cura dei pazienti con aritmie e alla gestione dei dispositivi impiantabili, e continuo parallelamente il mio impegno nella ricerca attraverso un Dottorato in Medicina Sperimentale.
Accanto all’attività clinica, ho sempre creduto moltissimo nella formazione. Accompagnare giovani medici nei loro primi passi in cardiologia è, per me, un modo per restituire ciò che ho ricevuto dai miei maestri. Per questo svolgo con entusiasmo il ruolo di tutor della Scuola di Specializzazione e insegno all’università.
La ricerca, le pubblicazioni scientifiche e i congressi a cui ho partecipato in questi anni rappresentano un altro tassello della mia attività: un modo per contribuire a far crescere la conoscenza e per confrontarmi con colleghi che condividono le stesse passioni.
Dal 2022 faccio parte del Consiglio della Sezione Lazio della Società Italiana di Cardiologia. La mia recente riconferma è per me motivo di gioia e responsabilità: significa poter continuare a lavorare per una cardiologia regionale più aperta, dinamica e attenta ai giovani, favorendo occasioni di formazione, dialogo e crescita.
Continuo a credere che la cardiologia sia una disciplina capace di unire rigore scientifico ed empatia. Ed è con questo spirito che accolgo il mio nuovo mandato, con il desiderio di contribuire ancora alla nostra comunità professionale e ai pazienti che ogni giorno ci affidano il loro cuore».

Classe 1982, originaria di Cerchiara di Calabria, laureata e specializzata con lode presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, la Barone è attualmente impegnata in un Dottorato in Medicina Sperimentale. Da gennaio 2016 svolge attività clinica nel settore dell’Elettrostimolazione ed Elettrofisiologia, con particolare attenzione alla cura delle aritmie e alla gestione dei device cardiaci impiantabili. Ha al suo attivo oltre 30 pubblicazioni scientifiche internazionali, numerosi contributi a congressi, e ha ricevuto importanti riconoscimenti come la Borsa di Studio SIC-MSD Italia e il Premio Giovani Ricercatori della SIC.

Da sempre impegnata nella formazione medica, Lucy Barone è Tutor della Scuola di Specializzazione in Cardiologia e docente universitaria presso l’Università di Roma Tor Vergata. La trasmissione del sapere ai giovani medici è per lei un valore imprescindibile, che rappresenta il filo conduttore di un percorso professionale coerente e appassionato. (rrm)

Il ricordo dell’avv. Francesco Squillace
Avrebbe compiuto 100 anni oggi

Avrebbe compiuto oggi, 6 novembre 2025, 100 anni. I figli dell’avv. Francesco Squillace lo ricordano con immutato affetto: non soltanto un grande uomo e giurista, ma anche un vero e proprio modello di professionista che, per tutelare i diritti e le libertà degli individui ma al tempo stesso l’indipendenza del potere giudiziario, ha svolto due ruoli, quello di avvocato e quello di grande politico, entrambi con la stessa passione civile.

In lui le due dimensioni, di uomo dedito alla cosa pubblica e di professionista del foro nell’arco della lunga e laboriosa esistenza (1925 – 2020) si sono talmente compenetrate e alimentate l’un l’altra che è difficile darne una reciproca preminenza, finanche biografica.

Francesco Squillace era nato a Chiaravalle Centrale e nello stesso centro delle Preserre è morto novantacinquenne, legandosi alla Città alla quale ha dedicato molta dell’energia fisica, nella dedizione pubblica e nella grande cultura e intelligenza di cui era capace, manifestata anche in una vasta produzione pubblicistica volta sia alla storia locale sia alla memorialistica politica regionale e nazionale.

Di Chiaravalle è stato sindaco per due mandati non successivi tra il 1952 e il 1964, prima di approdare nel Consiglio della grande Provincia di Catanzaro nel 1966, ente di cui sarà presidente nel 1975. Temperamento determinato e appassionato, espressione fin da giovane universitario napoletano di quella Democrazia Cristiana che accompagnò la crescita sociale ed economica del Paese nel secondo dopoguerra.

Francesco Squillace, democristiano vero, fu definito politico “civile e cortese”, uomo di grande umanità, che ha sempre messo al centro la dignità e il benessere delle persone, soprattutto dei suoi concittadini chiaravallesi.

I due figli Gianfranco, Maria e Laura tengono vivo il suo ricordo con molto orgoglio, certi che questa figura potrebbe essere tuttora un utile esempio a tutti.

Soverato piange Gianfranco Maiolo

di FRANCO CIMINO – È morto Gianfranco Maiolo. Soverato è più povera. Se n’è andato così, improvvisamente.
Il giorno stesso – sette giorni fa – dell’attacco violento che l’ha colpito in piena vitalità, mentre continuava il progetto della sua vita, e della sua vita spesa per gli altri.
I sei giorni di lotta clinica per restare qui non contano. Conta quell’attimo in cui Gianfranco se n’è andato. E facendo rumore, lui che è stato per tutta la vita timido, discreto, riservato, quasi in soggezione. Mai, appunto, facendo rumore.
E invece ora chiasso da vivacità incontenibile, turbolento, per quell’istinto che si accende in tutti noi quando vogliamo per forza litigare su qualcosa, con qualcuno, per qualcosa e per qualcuno.

Rumoroso, turbolento, chiassoso: Gianfranco non lo è stato neppure per quella passione e per quell’amore sempre accesi, da quando praticamente è nato, cioè nato alla vita sociale, all’impegno per gli altri, alla comprensione del ruolo che ciascuno di noi deve avere nella società per poterla servire secondo gli ideali palpitanti in noi.
La sua grande passione: la Politica.
Il suo grande amore: la Democrazia Cristiana.
La sua passione: il Comune.
Il suo amore infinito: Soverato.
E di queste passioni, di questi amori soltanto dico, perché non posso neppure mentalmente raggiungere quelli che lui nutriva per la sua famiglia.
Quella originaria – genitori, fratelli, cugini, nipoti – e quella costruita dalle sue mani e dal suo cuore: l’amore per la moglie, inseparabile, compagna anche nelle cose più semplici della quotidianità, come andare a mangiare con gli amici, al cinema, al teatro. Oppure a prendere un gelato al bar. Andare a fare la spesa. Sempre insieme. E sempre insieme nella passeggiata di tutti i giorni, per tutta la loro vita.
E sempre passeggiata nella sua amata Soverato, della quale conosceva tutto e tutti.
In quel “tutti” c’erano anche i soveritani di adozione, di scelta, di residenza, di turismo. Se volevi sapere qualcosa – fatti, storie, storia, cultura, tradizioni e persone – bastava domandare a lui, e ricevevi notizie precise, dettagliate, pulite, serie, oneste.
Notizie e fatti mai attraversati da pettegolezzo, dai quali la sua serietà informativa salvava tutti: fatti e persone.
Per ognuno aveva comprensione e giustificazione; per ogni fatto, la capacità di analisi e di interpretazione.
Gianfranco, sempre al lavoro per Soverato.
Nel Comune, dove umilmente era al servizio di ogni settore per rispondere alle esigenze di ogni cittadino. Sempre in attività. Sempre al servizio dei bisogni e dei sogni. Mai degli interessi.
Io, segretario provinciale di quel suo partito, lo vedevo sempre presente a tutte le nostre più importanti manifestazioni, dovunque in provincia si celebrassero: comizi, congressi, convegni, dibattiti di vario genere.
Lo ricordo ancora più particolarmente quando seguivo le vicende del Comune di Soverato, in quegli anni accesi di politica vera, nei quali la Democrazia Cristiana aveva un ruolo predominante, con la sua forza preponderante, quasi maggioritaria.
Di quel Comune, tranne pochi anni, la DC aveva la guida.
E, come nei grandi partiti, le divisioni e qualche conflitto erano di casa.
In tutte queste riunioni, tra le più vivaci, lui era sempre moderatore. Operava per realizzare accordi nell’interesse esclusivo della città. Non partecipava alle piccole liti interne e, per il superamento delle stesse, personalmente si impegnava.
Di lui si fidavano tutti, per la sua onestà e sincerità, innanzitutto.
E per il suo totale disinteresse personale riguardo agli equilibri cosiddetti di potere. Potere che non ha mai cercato per sé in alcun modo.
Eppure, per il prestigio di cui godeva, per l’intelligenza di cui nutriva la sua azione, per la sua coerenza e fedeltà, di certo lo avrebbe meritato, ottenendolo pure.
Ma Gianfranco era così come lo si vedeva: semplice, umile, buono, generoso, cortese, affabile, educato.
Rispettoso di persone e istituzioni. Rispettoso soprattutto verso l’autorità: autorità in quanto figura nella quale si concentravano carisma e regole, responsabilità e capacità di guida.
Dicevo di Gianfranco: tipo particolare. E lo era davvero.
“Tipo” perché aveva una fisionomia complessiva tutta sua, da quella fisica a quella caratteriale. “Tipo particolare” perché una figura come la sua, così piena di qualità umane, è davvero difficile trovarla.
Gianfranco, oserei definirlo figura identitaria.
Una di quelle che racchiudono in sé tanti elementi di quell’identità nella quale ci si possa riconoscere.
Ecco, lo dico: un uomo autentico della Soverato calabrese, nazionale, si dica pure internazionale; in lui si può riconoscere, riconoscendo Soverato.
Bello, eh!
Basterebbe soltanto questo perché si sia vissuti pienamente. E lui ha vissuto pienamente.
Basterebbe solo questo, per chi l’avesse conosciuto, per sentire amore per lui. E gratitudine.
Basterebbe soltanto questo per portare ciascuno di noi a dirgli due parole, entrambe capaci di metterlo in difficoltà.
La prima: grazie, e vederlo schernirsi, e con il suo sorrisetto ironico fare un passo indietro, quasi a nascondersi dietro una parete.
La seconda: “Gianfranco, ti voglio bene”, per vederlo arrossire come un bambino.
E allora, inizio io, in questo giorno dell’ultimo saluto:
“Ciao, Gianfranco. Grazie. Ti voglio bene.”   (fc)

Addio a Saverio Abenavoli Montebianco

di FRANCO CIMINO – Con Saverio Abenavoli Montebianco scompare un grande calabrese.

Eravamo amici, noi due.
Amici come si può essere tra due persone – potrei dire due personalità – diverse. Distinti e distanti sotto quasi tutti i profili.
Saverio ed io siamo sempre stati, per la differenza d’età, il vecchio e il giovane. Il saggio e l’istintivo. Lo scienziato e l’umanista. Lo storico e – mi si lasci passare il termine – il poeta, così almeno alcuni mi definiscono, io vergognandomi. Il medico e il professore. Il maestro e l’allievo.
Il carattere, per quanto aperto e socievole in entrambi, era diverso: rigoroso il suo, parecchio leggero e quasi concessivo il mio.
Nonostante queste differenze, Saverio ed io eravamo diventati amici. Ma a distanza, però, perché tranne rare occasioni – per quanto ce lo promettessimo – non ci vedevamo mai.
Tuttavia, la nostra amicizia maturò nel rapido passaggio da una forte stima reciproca a una sorta di affetto crescente.
Ci si parlava tramite messaggi WhatsApp. Brevi, ma intensi.
Ci si scambiava scritti ed opinioni – Saverio, in particolare, di carattere storico. Storia antica e medievale: la sua area di ricerca e di studio. L’epoca normanna: la sua passione.
E in qualche modo anche la sua forte simpatia per alcuni personaggi di quell’epoca.
Attraverso le sue ricerche storiche, i suoi studi rigorosi, egli perlustrava da cima a fondo la storia della Calabria.
Ne coglieva gli aspetti più salienti e quelli che, a lui, risultavano più interessanti. E li esaltava.
Li sottolineava anche nel racconto parlato, che faceva nelle diverse conversazioni, e che l’interlocutore ascoltava rapito per la sua straordinaria capacità affabulatoria.
La Calabria che ne veniva fuori è una Calabria di cui andare orgogliosi.
Una Calabria coraggiosa, anche guerriera, delle fazioni in lotta e delle occupazioni.
Della difesa strenua contro le diverse forme di dominazione.
Una Calabria religiosa e colta. Ambiziosa e volenterosa.
Una Calabria di regnanti e del popolo. Terra ricca. Anche della fruttuosità di se stessa.
Terra piena di risorse e baciata dal sole più bello.
Coperta dal cielo più bello. Accarezzata dal mare più bello.
Calabria della buona nobiltà, quell’antica e gelosa del proprio onore.
Una terra grande. Da amare.
E qui il ricercatore si fa maestro, quando afferma con severità che per amarla, la Calabria, devi conoscerla a fondo. In particolare in quell’epoca straordinaria di passaggio.
La crisi – sempre più profonda – in cui da molto tempo versa la Calabria, lui la spiegava soprattutto con questa mancanza d’amore. Quasi identitario, ironizzava.
Una mancanza di sentimento dovuta essenzialmente alla mancata conoscenza della storia di questa terra, per natura meravigliosa.
La debolezza progressiva delle classi dirigenti aveva, secondo lui, un’origine ben precisa: l’ignoranza.
E non c’è nulla di peggio di chi non conosce se stesso. Di chi non conosce la propria origine.
Infatti, chi non sa da dove viene, non saprà dove andare.
E infatti, la Calabria ancora non lo sa.
Questo amore pedagogico di Saverio mi aveva catturato.
Come la caparbia insistenza nel voler coinvolgere anche me, nonostante la mia iniziale disattenzione, verso questo amore pulsante di ragione. Al ritmo frenetico di una storia dimenticata.
Non si arrendeva, Saverio.
Se pensava che tu potessi fare qualcosa per migliorare questa terra – soprattutto sul piano culturale, prima ancora che morale – non ti mollava affatto.
Ti scriveva. Ti inviava libri. Ti stimolava alla lettura.
Ti interrogava con il suo metodo raffinato, da persona gentile e rispettosa.
Domande corrette, educate, accompagnate da discrezione, per non metterti in difficoltà. E, però, assai stimolanti.
E messe lì, come un leggero rimprovero.
Per quanto mi giustificassi con le solite scuse dell’uomo super impegnato, nella gentilezza con cui lui mi si rivolgeva, mi sentivo sempre in imbarazzo. E in colpa.
Così andavo a leggere almeno in parte i suoi voluminosi libri, e le pagine più importanti – almeno quelle che più mi interessavano – delle sue opere straordinarie.
Non gliel’ho detto, perché non me l’ha domandato, che l’ultimo libro che mi ha spedito per posta è ancora dentro il plico e la busta che lo conserva.
Plico rimasto sepolto sotto la montagna di scartoffie e disordine, con cui copro il mio disordine generale e il mio vertiginoso voler fare cento cose in una stessa giornata, che di ore ne ha sempre e solo ventiquattro.
Ma, non risultando un’offesa contro di lui, questa mia disattenzione mi sarà molto utile, perché con l’improvvisa scomparsa di questo intellettuale straordinario – oserei dire figura davvero rara nel panorama culturale italiano – mi si imporrà l’obbligo di andarlo a leggere.
E con più profondità e attenzione.
Con maggiore curiosità verso questa montagna di sapere e di sentimenti che, in tanti, abbiamo sottovalutato.
Mi auguro fortemente che le istituzioni – in particolare quelle culturali, dai centri di ricerca alle università, dalle scuole alle biblioteche – si impegnino nella stessa direzione, per scoprire e valorizzare le qualità di uno storico possente e di un intellettuale inquieto, che tanto ha fatto per la nostra terra.
Non solo dal punto di vista scientifico ma anche culturale. Il patrimonio che ci lascia è una ricchezza inestimabile, che dovrà essere messa in evidenza affinché concorra alla crescita complessiva della nostra regione.
A me, personalmente, la sua improvvisa scomparsa lascia una tristezza profonda e inaspettata.
E la domanda “bambina” su quegli 87 anni bugiardi, per l’illusione che la sua creatività ed efficienza ci dava nel vederlo sempre giovane e vivace. Ottimista ed eterno.
Ah, dicevo della nostra amicizia.
Che c’era davvero.
Due persone sono amiche quando, fuori dalle convenzioni, uno apre il cuore all’altro e viceversa.
Il campo migliore in cui farla germogliare è quello in cui si parla dei figli.
E dei figli dell’altro si domanda.
Saverio, di Lodovico ed Elena, ne parlava con una gioia contagiosa.
Orgoglioso com’era dei risultati conseguiti da loro.
In particolare, sempre fiero del primogenito, medico, docente, scienziato.
“Complimenti, Saverio” – gli dicevo ad ogni comunicazione sui successi dei suoi ragazzi –
“Molto merito è tuo”.
La sua risposta non cambiava mai:
“No, Franco. Il merito è tutto loro. Io li ho aiutati soltanto a crescere”.  (fci)