Addio ad Aldo Turchiaro, uno dei più grandi artisti moderni

di ROSARIO SPROVIERI – «Vorrei poter regalare alcuni dei miei capolavori più famosi alla città che mi ha visto nascere e dove sono cresciuto accanto ai miei genitori e alla mia famiglia, ma vorrei ricordare che non ho più molto tempo davanti a me e che il mio orizzonte si riduce sempre di più». Il grande Alto Turchiaro è morto portandosi dietro il sogno più grande della sua vita, che era quello di poter regalare 100 quadri della sua collezione privata alla città di Cosenza, che non era la sua città natale, ma che lui amava come se lo fosse.

Abbiamo appreso della sua scomparsa quasi per caso, e con grande amarezza abbiamo scoperto che in realtà il grande artista calabrese se ne è andato il 30 agosto scorso, nel silenzio più generale di questo nostro mondo.

Aldo Turchiaro, il “patriarca dell’arte italiana”, uno degli ultimi grandi artisti ancora viventi, era nato 94 anni fa in Calabria a Celico, il paese silano che ha dato i natali a Gioacchino da Fiore.

Una vita la sua interamente percorsa sulla strada maestra dell’arte, con la A maiuscola, in perfetto unisono con il sentire di Bernardino Telesio: «L’uomo per comprendere la natura, essendo esso stesso natura, non deve far altro che affidarsi, quasi abbandonarsi ai sensi che gliela svelano».

Turchiaro, – come per il filosofo cosentino – sa che la conoscenza dell’universo è essenzialmente sensibilità, comprensione del “creato”; per questo le sue opere sono la visione armonica e melodiosa del palpitare di questo regno comune fra umani, animali natura acqua e aria.

A 94 anni appena compiuti il famoso artista calabrese, che viveva ormai a Roma stabilmente da almeno 70 anni rilanciava il suo appello alla città di Cosenza: «Vorrei poter lasciare le mie opere più belle alla mia città natale e considero Cosenza la mia città natale. Vorrei regalare alcuni dei miei capolavori più belli al sindaco della città di Cosenza perché essi rimangano patrimonio storico della mia città, ma vorrei poterlo fare prima che sia troppo tardi. Vorrei che il sindaco di Cosenza, l’avvocato Franz Caruso, mi dicono sia un grande giurista e un intellettuale come pochi, possa accogliere e fare suo il mio appello e il mio ultimo sogno, prima però che sia troppo tardi. Ogni giorno che passa il mio orizzonte si accorcia sempre di più».

Ma se ne è andato prima di poter realizzare questo che era il suo ultimo vero grande sogno nel cassetto.

Aldo Turchiaro era stato per lunghissimi anni a stretto contatto di gomito con i grandi maestri della pittura italiana contemporanea; per anni vicinissimo a Renato Guttuso, di cui è stato allievo, aiutante, stimolatore e amico; ore e ore trascorse presso lo studio del maestro siciliano di via di Villa Massimo a Roma, insieme al pittore Raffaele Leomporri. Turchiaro è stato poi successivamente insigne professore in tante accademie italiane, Firenze, Brera a Milano, e a Roma nella prestigiosa scuola di via di Ripetta.

Il maestro calabrese, agli inizi degli anni sessanta, frequentò il gruppo dei cosiddetti giovani pittori, che si avvicendavano, nel mostrare le proprie creazioni, presso le più prestigiose gallerie del fervore culturale della città di Roma. Antonello Trombadori e Alvaro Marchini, proposero – più volte -le opere dell’artista cosentino, presso la storica galleria “La Nuova Pesa” in via del Vantaggio in Roma, ove – poco prima di lui – avevano esposto Picasso e Leger, Glazunov, Guttuso, Attardi, Vespignani e Levi. Qui, Turchiaro presentò una selezione delle sue opere, relative al suo primo periodo, di matrice esistenzialista; insieme ai suoi lavori furono esposti anche i disegni di Carlo Quattrucci amico del poeta Rafael Alberti, scomparso prematuramente negli anni ottanta, alla giovane età di quarantasette anni. Quattrucci e Turchiaro erano stati co-fondatori, insieme a Marcello Confetti, Paolo Ganna, Piero Guccione, Gino Guida, Pino Reggiani e Pasquale Verusio del gruppo d’Arte: “Libertà – Realtà” che era nato sempre nell’anno ’61. Il gruppo si era proposto una nuova figurazione in contrasto con la nozione dell’astrattismo come ‘unica espressione valida di un operare moderno’.

Questo sodalizio artistico realizzò un’unica mostra, sempre nell’anno del 1961 presso la Galleria Stagni di Roma, ove riscosse un grande successo al di là di ogni aspettativa, di valenza nazionale, registrando l’attenzione di tante personalità del mondo della cultura e dei critici d’arte come Lionello Venturi.

Perfezionista e lucido nella ricerca del colore, con le sue “prismatiche rifrazioni della luce”, cacciatore di perle fra la moltitudine di arnesi, di strumenti e dei più svariati oggetti della tecnologia, prende tanto in prestito dalla meccanica e dalla robotica e affianca, e integra, il suo sconfinato universo del mondo animale, vegetale delle onde che agitano l’aria e il mare. Le ispirazioni, il metodo e la figurazione riportano a Fernand Léger alla sua visione utopica della vita, al suo modo di considerare favorevolmente il progresso tecnico e le macchine per la vita futura di tutta l’umanità.

Anche per Aldo Turchiaro – come per Leger – gli oggetti perdono consistenza materiale per ridursi alla loro funzione simbolica. Così è il mondo delle creature della natura del pianeta dell’arte di Turchiaro, che si popola magicamente di emblemi, di creature cariche di simbologia come era accaduto secoli prima, nell’arte bizantina.

L’artista cosentino ha la ricchezza delle lunghe radici della quercia, sa dello stormire delle foglie di alta quota, conosce l’arte di intrecciare i nidi degli uccelli, i guizzi delle creature dell’acqua cristallina e, le melodie del canto che uomini e donne sussurrano alla terra. Turchiaro ha saputo segnare nuovi sentieri, strade aperte agli artisti contemporanei; egli ha proposto tematiche e ha tracciato segni, fuori dai luoghi della massificazione, fuori dai concetti “sociali e astrattisti”.

Al maestro Aldo Turchiaro va riconosciuta l’originalità e l’unicità della sua vita d’artista, egli di fatto, continua ancora adesso a scrivere tramite le proprie creature – in piena autonomia – nella storia dell’arte contemporanea, ciò che il famoso critico e letterato sovietico Victor Šklovskij aveva già stampato nel lontano 1922: «il colore dell’arte non deve riflettere il colore della bandiera che sventola sulla fortezza della città”. “Lo scopo delle arti figurative non è mai stato quello di rappresentare oggetti esistenti: è stato e sarà la creazione di oggetti artistici: e cioè della forma artistica. Un quadro è qualcosa di costruito secondo leggi proprie, non imita».

Buon viaggio dunque al grande Aldo Turchiaro.

La sua vita e le sue opere rimarranno patrimonio comune del mondo, degli uomini, degli animali, degli uccelli, dei pesci, delle creature dell’aria, della terra e delle acque dei fiumi e del mare e sarebbe stato bellissimo se il suo appello, e il suo ultimo sogno terreno, fosse potuto diventare realtà proprio nella città che lui amava di più al mondo, Cosenza. (rs)

Margherita Ganeri, “fondatrice” del Centro di ricerca sulla letteratura e la cultura italoamericana

di MARIACHIARA MONACO – Se dovessimo dare un titolo a questa storia, l’ideale sarebbe: C’era una volta in America. Non tanto per il fantastico film di Sergio Leone, ma perché alcune storie nascondono una bellezza tale da rimanerne folgorati. Ne sa qualcosa la professoressa Margherita Ganeri, Ordinaria di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università della Calabria, la quale, grazie a una serie di esperienze vissute oltreoceano, ha iniziato tra il 2008-09 ad avvicinarsi agli studi italoamericani.

Quanto è importante includere nel canone letterario italiano gli autori italoamericani?

«È molto importante. Il discorso andrebbe allargato alla categoria di scrittori diasporici, in particolare della diaspora italiana. Molti di loro ancora oggi scrivono in italiano, quindi non si vede perché debbano essere esclusi dalla letteratura italiana contemporanea. Ma anche autori che scrivono in altre lingue, o almeno in inglese, che ormai è una lingua franca internazionale, dovrebbero in qualche modo essere inclusi, perché le tematiche che affrontano sono strettamente legate alla nostra storia».

Dopo un lungo periodo in America, la professoressa insieme ad altri suoi collaboratori, ha messo in piedi presso l’Università della Calabria l’unico centro di ricerca sulla letteratura e la cultura italoamericana di tutto il sistema accademico italiano. Si chiama Italian Diaspora Studies Seminar, ma di cosa si tratta?

«È iniziato con alcuni inviti già nel 2013-14, poi dal 2015-17 abbiamo avuto per tre anni un programma congiunto con il Calandra Institute, un istituto di ricerca dedicato alla cultura italoamericana, affiliato alla City University of New York. Loro erano molto interessati ad avviare una collaborazione con noi, anche perché la Calabria è una delle regioni da cui sono partite tante persone».

Passa il tempo, e ad oggi il centro di ricerca non si limita solo agli Usa, molto spazio è dato anche al Canada, e in generale a tutte le destinazioni mondiali in cui si è riversata la diaspora italiana. Dal 2019 anche all’Oriente, in particolare al Giappone.

«Il Clia (corso di letteratura Italo americana), invece è stato associato a una cattedra Fulbright. L’unica in ambito umanistico che c’è in Italia, e l’unica nel centro sud».

Si tratta di una cattedra molto prestigiosa, ci racconta: «C’è un concorso riservato a professori e studiosi di nazionalità statunitense, i quali concorrono e vengono selezionati, e il vincitore viene da noi per un semestre, per insegnare il corso Clia».

Gli studenti hanno la possibilità di frequentare un corso unico in Italia, e di poter interagire con dei professori americani. Quest’anno il visiting professor arriva dall’University of New Hampshire. Si chiama Piero Garofalo, e – gioco del destino – ha origini cosentine.

-Che rapporto ha lei con le sue radici?

«È un ottimo rapporto. Sono nata a Cosenza, ma sono vissuta a Paola fino a 18 anni. In seguito ho abitato a lungo a Siena e poi a Roma, e ho trascorso lunghi periodi nel Regno Unito e in USA. Poi ho deciso di ritornare, perché sono molto legata all’Unical, dove ho la possibilità di conciliare molto bene l’attività di ricerca internazionale con il lavoro in sede. Ogni anno trascorro in genere un semestre d’insegnamento o di ricerca in università all’estero. Questo mi permette di tornare con esperienze nuove. A breve andrò all’University of Toronto per tre mesi». 

In una realtà così veloce e globale, lo studioso come lo scienziato ha bisogno di muoversi, di conoscere nuove realtà per poi farne tesoro, condividendo quando si ritorna ciò che si apprende all’estero, una volta ritornati alla base. Uno zaino che si svuota, rendendo tutti protagonisti di un viaggio che non hanno vissuto.

-Secondo lei, il mondo delle università italiane cosa dovrebbe prendere dal sistema americano? O viceversa, il sistema americano cosa dovrebbe prendere da quello italiano?

«Le università americane posseggono grandi patrimoni economici, però è anche vero che si tratta di un sistema privato e dunque costa molto agli studenti. Io sono a favore dell’università pubblica statale, che garantisce a tutti il diritto allo studio – afferma – il settore degli studi umanistici e letterari nel sistema di mercato delle università americane in questo momento storico si va rimpicciolendo, perché c’è una visione della funzionalità ai fini del guadagno, che non mi piace. Per quanto riguarda il mio settore di ricerca, l’Italia è un Paese culturalmente chiuso, arretrato. Nonostante le forti ondate migratorie abbiano caratterizzato e ancora caratterizzino la storia della nazione unita, gli studiosi del campo letterario hanno mostrato una chiusura pregiudiziale verso le forme letterarie derivanti dall’emigrazione, e tutt’ora la manifestano. Il termine /diaspora/ allude all’emigrazione di massa dei ceti sociali più bassi – racconta – e c’è un certo classismo tra gli studiosi».

Una “chiusura”, che si cerca di curare anche attraverso degli eventi come l’Italian Diaspora Writing Retreat 2023. Infatti nel maggio scorso, per dodici giorni, venticinque tra scrittori, poeti, saggisti e artisti americani, sono stati ospiti del Grand Hotel San Michele, a Cetraro.

«Si è discusso di tantissimi temi relativi alla diaspora, all’emigrazione, all’identità. Ci sono stati dei workshops ma anche degli spazi liberi, per scrivere. Abbiamo curato l’aspetto della riflessione culturale, ma anche quello della produzione letteraria – afferma –. La scrittrice e poetessa Maria Mazziotti Gillan, ospite d’onore del programma, ha vinto il premio Città di Cetraro».

Si tratta di un programma biennale, il prossimo sarà a maggio-giugno 2025.

«Dietro programmi come questo c’è un grande lavoro organizzativo – conclude –. Nel Writing Seminar del 2019 avevamo avuto studiosi provenienti da tutto il mondo, mentre a maggio scorso erano prevalentemente dagli USA».

Cultura, bellezza, viste mozzafiato e tanto altro.

«È anche un modo per valorizzare i nostri territori, soprattutto quelli meno conosciuti. In molti poi decidono di tornare, e attraverso il passaparola portano altre persone». 

Abbiamo intervistato anche il Prof. Piero Garofalo, vincitore dell’attuale cattedra Fulbright collegata al corso Clia.  

-Come si trova all’UniCal?

«Qui mi trovo benissimo – racconta – i colleghi sono molto gentili e gli studenti sono molto bravi.  Io sono nato in Italia, a Pisa, ma mio nonno era originario di un piccolo paese qui vicino».

Un amore, quello per la cultura nostrana che si è sviluppato grazie all’ambiente familiare, ma anche  grazie alla passione per la letteratura, la storia, il cinema.

«Ho studiato matematica ed economia, e avevo intenzione di fare il dottorato – confessa – poi ho avuto la possibilità di tenere un corso d’italiano prima di laurearmi, e l’esperienza in aula mi ha cambiato la vita. Vedere l’interesse per la lingua da parte dei ragazzi, il loro entusiasmo nell’imparare ogni giorno cose nuove, mi ha convertito da economista ad italianista».

E, se la vita è un continuo susseguirsi di sorprese, quella del prof. Garofalo ha in sottofondo uno dei maggiori capolavori di Frank Sinatra: Cycles.

-Perché? 

«Racconta la storia di un uomo che viene spesso sconfitto e trafitto dalla vita, ma nonostante questo continua a sorridere – confessa – anche la migrazione è un’esperienza dove si affronta l’impossibile per sopravvivere. Chi è partito, come mio nonno, ha lasciato qui i sapori, i suoni, i profumi, gli affetti di una vita».

Come un’araba fenice bisogna risorgere dalle ceneri, sperando sempre in un futuro migliore, proprio come cantava Frank Sinatra: Life is like the seasons, After winter comes the spring. (mm)

Addio all’ex sindaco di Cosenza Claudio Giuliani

È morto Claudio Giuliani, di 88 anni, per due volte sindaco di Cosenza negli anni ’80. Esponente del Partito repubblicano italiano, è stato eletto mpiù volte in consiglio comunale e ha ricoperto vari ruoli negli assessorati ai Trasporti e viabilità, al Bilancio e programmazione, e all’Urbanistica.

Cordoglio per la morte di Giuliani è stato espresso dal sindaco di Cosenza Franz Caruso. «Mi rattrista profondamente – afferma – la scomparsa di Claudio Giuliani, già sindaco della città per due volte, a cavallo tra la metà del 1985 e il 15 luglio del 1986. Con lui scompare un autentico galantuomo e uno degli esponenti di spicco del Partito repubblicano sotto le cui insegne, oltre all’esperienza di aindaco, fu più volte consigliere comunale ed anche assessore ai trasporti e viabilità, al bilancio e all’urbanistica».

«Claudio Giuliani – sottolinea Caruso – è stato un politico appassionato e che, nel periodo in cui ha guidato la città ed ha ricoperto incarichi assessorili, ha lasciato un buon segno del suo passaggio e un buon ricordo. A lui mi accomunava la passione per i motori, che Claudio Giuliani divideva a metà con la passione calcistica e per i colori rossoblù. Era stato anche capitano della Primavera del Cosenza, prima di dedicarsi agli studi di ingegneria. Durante la sua gestione amministrativa fu realizzata la variante al Piano regolatore generale Vittorini. Molti ricordano il libro che scrisse qualche anno fa, ‘Corse e ricorsi – Una storia di famiglia e motori’, edito da Pellegrini, nel quale raccontò mirabilmente, con il contributo del figlio, il giornalista Camillo Giuliani, il mondo delle corse, con un corredo fotografico di particolare spessore che restituisce le atmosfere delle competizioni automobilistiche in giro per l’Italia e nelle quali furono impegnate tutte le generazioni dei Giuliani». Caruso ha poi espresso a tutta la famiglia Giuliani le più sentite condoglianze dell’Amministrazione comunale di Palazzo dei Bruzi.

A esprimere sentimenti di cordoglio anche il presidente della giunta regionale della Calabria Roberto Occhiuto. «Con la scomparsa di Claudio Giuliani – dice il governatore – la comunità di Cosenza perde un politico e un amministratore d’altri tempi, che nelle vesti di sindaco, assessore e consigliere ha lasciato la sua impronta nel tessuto e nella crescita della città. Figura poliedrica e dalle svariate passioni, Giuliani appartiene a una generazione, impegnata in politica e nelle istituzioni, divenuta poi punto di riferimento. A nome mio e della Giunta regionale, invio un messaggio di cordoglio e vicinanza alla sua famiglia».

Anche la presidente della Provincia di Cosenza Rosaria Succurro esprime il cordoglio suo personale e dell’amministrazione provinciale per la scomparsa di Claudio Giuliani, «già Sindaco di Cosenza negli anni ottanta, un uomo di grande spessore politico, culturale e professionale che lascia un’impronta indelebile nella storia cittadina e un’eredità importante, fatta di impegno per lo sviluppo del territorio e di valori fondati sulla solidarietà sociale e sulla legalità dell’attività amministrativa». (rcs)

Sandra Savaglio, l’astrofisica tornata all’Unical

di MARIACHIARA MONACO – Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Perché le storie, quelle vere, attraversano lo spazio ed il tempo. Lo sa bene Sandra Savaglio, astrofisica di fama mondiale, che dopo molteplici esperienze oltreoceano e in Europa, ha fatto ritorno lì dove tutto è iniziato: l’Università della Calabria. Come un naufrago che sa da quale porto è partito, ma non sa dove attraccherà. E forse è giusto così, perché se sei circondato dal mare tutti i giorni, quel porto poi non esiste più.

Un cerchio che si chiude, penserete, eppure c’è veramente tanto altro. Come il suo ultimo libro, Tutto l’Universo per chi ha poco spazio – tempo, un saggio che studia ed interpreta le leggi della fisica attraverso i fenomeni principali (materia, luce, forze, misure), passando per il  Sole, la Terra, il nostro sistema planetario, e tanto altro.

«È stata un’occasione per approfondire tutti gli argomenti che, in questi anni, anche se erano interessanti, ero riuscita solo ad accarezzare. Per un po’ mi ci sono dedicata, mettendo insieme appunti raccolti nel tempo su cose che ho sempre considerato particolarmente significative sul piano scientifico», confessa.

La incontriamo in un’aula, ha appena finito di fare lezione e con fare gentile, tipico dei grandi che non hanno bisogno di fare rumore ci fa accomodare al di là della cattedra, come se noi fossimo le insegnanti, e lei l’alunna. Ci sorride, inizia a raccontarci di com’è nata la sua grande passione:

«Da bambina ero affascinata dalle macchine, mi è sempre piaciuto smontare e rimontare le cose. Poi mio padre ha comprato un telescopio, ed è lì che si è accesa la scintilla. Anche le letture sono state fondamentali, in particolare Esplorando la terra ed il cosmo di Asimov, mi ha cambiato la vita».

Poi gli studi, i maestri, un professore di scienze illuminato al liceo, e la scelta di studiare fisica, come una scalata:

«Ero molto determinata, studiavo perché volevo arrivare all’obiettivo. A distanza di molti anni – racconta – sarebbe bello tornare indietro con la consapevolezza di oggi».

In un attimo riecheggiano alla mente delle immagini: i passi veloci che hanno percorso centinaia di volte le aule, le ansie, le paure. Un flashback che mescola immagini del passato con quelle del presente.

Mentre parliamo, ci chiede se avessimo visto Sliding Doors, un film su come una porta scorrevole, un elemento assolutamente imprevedibile, possa cambiare la vita di una persona in modo altrettanto imprevedibile. Proprio com’è successo a lei, occasione dopo occasione, dalla Johns Hopkins University di Baltimora, fino all’Istituto Max Planck di fisica extraterrestre a Berlino, con l’obiettivo di ricostruire l’intero puzzle della storia dell’universo, portando con sé i più potenti telescopi al mondo capaci con i loro occhi e le loro antenne di captare ogni minima perturbazione tra le stelle, le nebulose e intere galassie. 

Fino a diventare nel 2004 per la prestigiosa rivista Time, il simbolo dei giovani cervelli in fuga, che dall’Europa emigravano negli Usa: «Come si è sentita appena ha visto il suo volto sulla prestigiosa rivista? E cos’ha pensato in quel momento?»

«Non l’ho vista subito, Time ha due versioni diverse negli Usa e in Europa, ed io in quel momento mi trovavo in America – sorride – è come quando c’è stato l’atterraggio sulla luna, nel mondo è stato un grande evento, ma gli astronauti hanno realizzato il tutto quando sono ritornati sulla terra».

Poi in merito ai cervelli in fuga: «Per il nostro paese è una perdita immane, ma per gli scienziati viaggiare è naturale, la ricerca non ha confini. In Italia i soldi sono pochi e spesso vengono utilizzati male, di conseguenza i giovani non hanno lo spazio che meriterebbero di avere».

Una via difficile da percorrere quella della ricerca, soprattutto se si è giovani, e se si è donne: «Le cose sono migliorate rispetto al passato, le facoltà scientifiche sono molto frequentate dalle ragazze. La ricetta sta nell’avere ambizione e curiosità – continua – bisogna puntare in alto e fare qualcosa che nessuno ha mai fatto».

Parole che ci fanno venire in mente un’altra donna che aveva il sogno di cambiare le sorti di questa terra: Jole Santelli. Fu proprio lei in qualità di Presidente della Regione nel 2020, a proporre a Sandra Savaglio di ricoprire il ruolo di Assessora con delega all’Università, alla Ricerca Scientifica e all’ Istruzione: «L’impatto con il mondo politico è stato complicato – afferma – spesso i progetti finanziati partono in ritardo o vengono sprecati. Jole sarebbe stata la persona giusta per cambiare le cose. Aveva capito che i giovani sono la vera risorsa, e che attraverso l’università si possono fare grandi cose».

Un sogno che rimarrà solo un sogno? Chi lo sa.  Di certo, la Calabria è un posto unico per guardare le stelle: «Il nostro è un cielo ancora abbastanza buio, e la Sila è un posto meraviglioso  per osservare le stelle. A Savelli c’è anche un telescopio che consente un’osservazione più professionale».

Dopo aver varcato i palcoscenici più importanti del mondo scientifico, e con la sensazione di essere arrivata in paradiso, ecco che arriva la nostalgia di quell’inferno meraviglioso. Una questione irrisolta, una porta da riaprire perché il tempo sfugge inesorabile, e non ci sono calcoli matematici che tengano. Perché in fondo, la ragazza delle galassie lo sa, più lontano ti sposti con lo sguardo, più viaggi all’indietro nel tempo e più ottieni informazioni che appartengono all’universo giovane, primordiale. 

E, se tutto quello che osserviamo della sfera celeste è qualcosa che è già passato, Sandra come Andromeda, è la Galassia più vicina distante due milioni e mezzo di anni luce. 

«Ma qual è adesso il suo sogno nel cassetto?»

«Vorrei riuscire a trovare tempo per la ricerca, coinvolgendo i miei alunni. Ci sono delle menti brillanti che hanno bisogno di fiducia. Il fatto di aver realizzato il sogno che avevo da bambina è stata una fortuna – continua – ed è bello vedere, a distanza di tempo, alcuni alunni spiccare il volo, è una sensazione indescrivibile».

Dulcis in fundo, le chiediamo della musica che ascolta. Fa partire una canzone: Somebody to love dei Queen.

Ci accorgiamo che la sua, è una dichiarazione d’amore al sole, alle radici, quelle che rimangono tali nonostante gli anni, come delle querce secolari che non smettono mai di fare ombra ai propri figli.

«Quando l’ascoltavo da ragazza, mi piaceva così tanto. Com’è possibile che l’essere umano possa creare qualcosa di così bello?». (mm)

L’impegno politico di Ada Bastone (M5S) per la sua Calabria e i suoi giovani

di MARIACHIARA MONACO – Lei è Ada Bastone, una giovane donna con tanti sogni nel cassetto e una forte passione per la politica. Di Carfizzi, un piccolo paesino albanofono in provincia di Crotone, ha iniziato a muovere i primi passi tra i vicoli delle sue mura amiche:  «L’interesse per la cosa pubblica a Carfizzi si respira costantemente, e anche se cerchi di rimanere più defilato, finisci sempre per ritrovarti a dibattere con chiunque – sorride – c’è uno scambio generazionale costante, anche in famiglia la politica è stata sempre all’ordine del giorno».

Poi il trasferimento a Rende, gli anni dell’università e un nuovo mondo tutto da scoprire con la tenacia e la determinazione di sempre.

«Il mio impegno si è concretizzato proprio qui – afferma – ho deciso di unirmi alle battaglie del Movimento 5 stelle, perché quelle stesse battaglie sono sempre state un po’ le mie».

In una nazione che sta perdendo giovani, soprattutto nel Mezzogiorno, (nel 2056 si prevede che le regioni del Sud perderanno circa 1 abitante su 4), ragazze come Ada rappresentano linfa da custodire e da difendere, indipendentemente dallo schieramento politico. Perché quando si parla di diritti non ci sono bandierine che tengano.

«Ho immaginato com’è dover vivere in un territorio dove il 30% della popolazione è anziana, ultrasettantenne, e mi sono chiesta come invertire questa tendenza – ha continuato – non c’è una ricetta miracolosa per arginare questo fenomeno, ma abbiamo il dovere di garantire ai ragazzi il diritto a restare e soprattutto il diritto a tornare, spingendo la classe politica a volgere lo sguardo verso le nostre istanze».

Perché giovani che parlano ai giovani, non è uno slogan, ma una relazione che si costruisce passo dopo passo, tra un passato a tratti da dimenticare e un futuro tutto da scrivere.

«Con il nuovo corso e la guida del presidente Conte, è previsto un radicamento più capillare nei territori, anche quelli più marginalizzati – afferma – così facendo ci verrà data la possibilità d’incidere sul presente producendo la nostra personale alternativa».

Un disegno politico ampio, ambizioso, che Ada, come tanti altri suoi coetanei ha deciso di abbracciare. E se la cercate, la troverete con i suoi giornali sottobraccio, nelle manifestazioni o nei gazebo, a sostenere misure come il salario minimo:   

«Domenica 8 ottobre c’è stato il firma day, una giornata importante, perché in tutto il paese i cittadini hanno dimostrato che vogliono questa misura. Al governo non c’è nessuna apertura, e la preoccupazione è che il testo vada nel dimenticatoio. Eppure questa misura rappresenterebbe un’opportunità di riscatto sociale, soprattutto al sud dov’è molto più ampia la forbice delle diseguaglianze».

Perché non importa dove ti trovi, se a Roma o in una piccola piazza di una piccola provincia. L’importante è seguire la stella polare, perché solo lei ti riporterà a casa.

E la seconda casa di Ada è Rende: «Siamo noi giovani i protagonisti, anche qui, dove si è costituito il gruppo territoriale di cui faccio parte, guidato da Domenico Miceli. Questo processo è appena partito e proseguirà parallelamente al percorso nazionale, nato a giugno con la presentazione della nuova giovanile».

Con la voce sicura, e gli occhi lucenti di chi ama quello che fa, continua: «Il dialogo con deputati, senatori, portavoce locali, ma anche con i vari rappresentanti dei gruppi territoriali, è sempre molto diretto. Anche il confronto con i giovani di tutta Italia mi ha fatto capire che ci sono delle differenze, ma i disagi hanno più o meno gli stessi connotati».

Scopriamo che da poche ore è stata nominata referente giovane del gruppo territoriale di cui fa parte, la chiusura di un cerchio magico, dopo anni di battaglie: «Collaborare a stretto contatto con i diversi rappresentanti territoriali, e con il coordinatore provinciale Giuseppe Giorno, sarà molto avvincente. L’obiettivo è quello d’incrementare il numero di ragazzi/e nel gruppo territoriale, e iniziare a prendere contatti con realtà associative, organizzazioni o enti, che operano nell’ambito delle politiche giovanili».

Ma qual è il suo sogno politico? 

Glielo chiediamo, e dopo averci pensato un po’, confessa: «Il mio sogno è quello di rompere veramente il soffitto di cristallo, coinvolgendo le classi sociali meno abbienti, i giovani e soprattutto le donne».

Un empowerment che non sia lo specchio di un uomo solo al comando, (simbolo di un patriarcato ancora in auge), ma di un sistema collettivo, dove si può e si deve avere voce in capitolo.

Non si può predire quel che sarà, ma una cosa è certa: con la pazienza e la dedizione si possono ottenere buoni risultati. Proprio come la goccia che scava la pietra, non con la forza, ma con la perseveranza. (mm)

Alla giornalista reggina Cristina Cortese il Premio Donna dell’anno 2023

Prestigioso riconoscimento per la giornalista reggina Cristina Cortese, insignita del premio Donna dell’anno 2023 Reggina Doc dall’Accademia Culturale Fjord of Rhegium (Stretto di Messina).

Il riconoscimento, che si propone di valorizzare e di porre all’attenzione dell’opinione pubblica le figure e le carriere di persone che hanno dato lustro e prestigio alla Calabria e alla città di Reggio.

Grande soddisfazione è stata espressa dal presidente di Confindustria RC, Domenico Vecchio, sottolineando come il riconoscimento «è motivo di orgoglio per tutti noi, che conosciamo bene le grandi doti umane e professionali della giornalista Cortese, e la sua riconosciuta capacità di comunicare ed informare con precisione e puntualità». (rrc)

LAMEZIA TERME (CZ) РIl parrucchiere Gianluca Talarico ̬ una Eccellenza italiana

È una delle Eccellenze italiane 2023-2024 Gianluca Talarico, il mago dei capelli. Una passione enorme per l’arte della parruccheria e tanti anni di sacrifici per disegnare un premio tanto eccezionale quanto inaspettato. Un passato fatto di giornate lunghissime, quando dopo la scuola da adolescente correva a lavorare come aiuto in una sala di parrucchiere, inseguendo fin da bambino il sogno di modellare le teste delle persone. Una vita di semplicità che senza particolari ambizioni è riuscita a brillare grazie alla grande passione, fiducia e spirito di adattamento. Il suo è un percorso di umiltà, di lavoro quotidiano, di un gioco di bambino trasformatosi in qualcosa di grandissimo, che gli è valso un riconoscimento importantissimo. La storia di Gianluca non è solo la storia di un giovane calabrese che si è fatto strada nella sua terra, senza la necessità di rinnegarla o di allontanarsene, è la storia di una persona di sani principi, di buona volontà, di capacità e perseveranza.

Quando parli con lui hai l’impressione di parlare con qualcuno che è il tuo migliore amico, il vicino che saluti ogni mattina, il ragazzo che ti vende il pane. Il segreto del suo successo è probabilmente questa capacità di procedere nella professione senza staccarsi mai dai sentimenti di un percorso lento e inesorabile, fatto di attenzione quotidiana, di rigore e di modestia. Per questo fare due chiacchiere con lui è una boccata d’aria fresca. Il mondo della bellezza passa dalle forbici della sua arte.

Che cosa significa secondo te “eccellenza”?
Credo che un’eccellenza sia ciò che si avvicina all’idea di perfezione, che sappia di qualità.

Essere dichiarato un’eccellenza come cambia la percezione del tuo lavoro?
La percezione del lavoro in me cambia in quanto questo riconoscimento lo vivo come uno stimolo ulteriore per essere sempre all’altezza del mio lavoro e soprattutto per riuscire a soddisfare sempre i desideri e le esigenze delle mie clienti.

A questo punto ci interessa sapere da dove nasce il tuo lavoro?
Dai capelli di mia nonna.

Davvero?
Certo! I suoi capelli erano il mio passatempo preferito da bambino. E lentamente questa passione è diventata un lavoro. Giocavo con mia nonna e con i suoi capelli ed ora…

Ora sei un’eccellenza italiana!
Eh già…Incredibile ma vero. Soprattutto se penso che è iniziato tutto dal gioco di un bambino.

Ci vuole più impegno o più passione per arrivare a questo livello?
Passione. Senza dubbio. Tutto questo nasce da una passione ed è rimasta una passione. L’impegno mi è servito per migliorare sempre di più e per rendere questa passione il mio lavoro di ogni giorno.

Cosa rappresenta la Calabria?
La Calabria è la mia famiglia, la mia terra, il mio passato ed il mio futuro. La amo! E non potrei mai vivere lontano da qui.

Quali sono le tue prospettive future?
Continuare a fare il mio lavoro nel miglior modo possibile. L’augurio più vero che posso fare a me stesso è quello di non sentirmi mai arrivato.

Gianluca lavora a Lamezia Terme, nel salone che prende il suo nome in via Adda. Non immagina di andare lontano, vuole occuparsi della gente del suo posto, perché trasformare esteticamente una testa significa restituire un momento di bellezza, di vivacità, una gioia inaspettata, la prospettiva che si può essere diversi con poco. E forse questo è davvero il segreto della parruccheria, la sua dimensione psicologica più profonda: la capacità di raccontare a qualcuno quanto la sua vita è in continua evoluzione… basta saper usare un paio di forbici! (rcz)

Mimmo Lucano che riprende il sogno e si rimette in cammino

di FRANCO CIMINO – «Le sentenze vanno rispettate», si dice, talvolta per convenienza. «Le sentenze vanno commentate», si dice, talvolta sull’altro versante della convenienza.

La sentenza d’appello a carico di Mimmo Lucano, emessa ieri sera, dopo otto ore di Camera di Consiglio, dalla Corte d’Appello del Tribunale di Reggio Calabria, va contemporaneamente rispettata e commentata. Innanzitutto, perché è una sentenza clamorosa, tanto auspicata quanto inaspettata. Infatti, è stata letteralmente stravolta la decisione dei giudici di primo grado del Tribunale di Locri, che l’avevano condannato a tredici anni e due mesi più settecentomila euro di ammenda e l’interruzione a vita dai pubblici uffici. Le accuse che gravavano su quella condanna, non erano mica noccioline.

L’elenco era breve ma pesante: associazione per delinquere, truffa, peculato, falso e abuso d’ufficio. Mancava la corruzione, la violenza fisica la più estesa, l’estorsione e simil reati, e sarebbe stato completo. È straordinaria perché arriva, questa sentenza, dopo quel trenta settembre del 2021 e un processo lunghissimo in quel di Locri.

L’inchiesta era iniziata alcuni anni prima. Straordinaria, perché in un “mondo di ladri” e in un Paese conosciuto per il personale politico tra i più esposti alla corruzione (fino a qualche anno fa così valutato dagli studi sociologici internazionali) un sindaco di un piccolo comune, innocente nella sua fanciullezza di persona umile e indifesa, immune da ambizioni di potere, spiritualmente intenso pur senza alcun legame religioso, veniva giudicato alla stregua del peggiore criminale.

Mimmo Lucano, l’uomo semplice e “ignorante” di legge e filosofia, matematica e tecnica finanziaria, ma profondamente saggio e autenticamente “francescano” per l’instancabile donazione di sé alla causa degli ultimi (i poveri, gli emarginati, i condannati dai poteri, gli esclusi e i cacciati, i fuggitivi dalle guerre e i respinti dai paese cosiddetti evoluti) era stato duramente condannato.

Ma la Legge è Legge e va rispettata. Applicata. E con “giustizia”. Così si dice, aggiungendo anche che più che bendata essa è cieca, propri perché non deve guardare in faccia a nessuno. Aldilà del fatto in sé, del giudizio in sé, della vicenda personale in questione, io penso, e non da ieri, che una Giustizia, quando da bendata diventa strabica, ovvero quando applica pedissequamente le sue norme senza aprirsi all’interpretazione più umana delle stesse, non si rappresenta come Legge giusta. Ovvero, non si sentire come giusta.

La prima sentenza nei confronti di quest’uomo visibilmente buono, onesto, pulito, con quel suoi occhi sognatori e quelle mani sporche di terra, è apparsa subito davvero incredibile. Paradossale. Io posso dirlo, con serenità essendo stato uno strenuo difensore di Mimmo Lucano sin dalla prima ora. E oggi sono felice. Molto felice. Per lui, lo sono. Per la società tutta, lo sono. Per l’Italia, lo sono. Per Riace, lo sono e di più. “È finito un incubo”, sono state le prime parole di Mimmo.

È finito un incubo per noi, anche. E con esso la paura che la Giustizia non sia giusta con i “giusti”. Perché, quale che sia ancora l’atteggiamento degli italiani verso colui che fu sindaco di un paese “ abbandonato”, e però recuperato, nessuno può smentire che questi sia un uomo giusto. Buono. Profondamente ancorato al principio, da noi anche “costituzionalizzato”, che l’essere umano sia il centro del divenire della storia e che il suo determinarsi all’interno della comunità degli esseri umani sia strettamente collegato alla difesa esclusiva della dignità della persona.

Dignità, che si afferma sul principio consequenziale dell’eguaglianza nella libertà. E sugli altri, che si fa ancora finta di non capire: che il mondo sia di tutti, la terra di cui è fatto sia unica e non divisibile, che i confini siano una mera invenzione in contrasto con la libertà delle persone, che il mare sia anch’esso unico e sia dell’acqua di cui è fatta la vita, la strada del viaggio, il piacere della ricerca di nuovi orizzonti. Sia il sogno che naviga verso la sua realizzazione.

E, ancora, che se il dovere di ogni uomo sia di salvare la vita di ciascun essere umano che la rischia, quello della Politica sia di valorizzarla. Anche attraverso il lavoro che la “nobilita”, una casa che l’accolga, una scuola che la fortifichi, una chiesa che la carezzi, uno Stato che l’assicuri e la rassicuri. Riace, che l’ideologia divisiva vuole rappresenti un modello, è stato invece “ nient’altro” che tutto questo.

Una casa, è stato. Per tutti coloro che ne fossero privi. Una scuola, per coloro che l’avrebbero frequentata. Una bottega artigiana e un campo da arare, è stato. E cento chiese, per coloro che volessero pregare. Ed è stato la piazze e le vie dell’incontro tra la gente, che si dipingeva del colore del viso delle persone “diverse” che l’abitavano. E questa è la Politica. La Riace di Mimmo Lucano è l’utopia che prende forma. La Democrazia che si concreta nella Libertà che diviene. Una condanna è sempre una condanna, è vero.

E che sia minima, come quella emessa dal Tribunale di Reggio Calabria, è una soddisfazione che fa bene a Mimmo e alla Calabria, ma dispiace nel profondo egualmente. Anche in riferimento al fatto che il sistema Giustizia permanga inquietato per quelle contraddizioni poco rassicuranti. Cosa resta oggi sui margini dei fogli che riceveranno le motivazioni della nuova sentenza? Restano i tanti anni consumati dalle istituzioni, insieme alle preziose energie umane utilizzate, per raggiungere una verità accettabile.

Resta la rapida chiusura di un’esperienza amministrativa tra le più rivoluzionarie che la storia recente ricordi e l’abbandono del campo da parte di un politico davvero visionario, capace, pertanto, di contaminare, con i suoi risultati, i comuni più vicini. Resta il dolore di un uomo buono semplice e umile, intelligente e combattivo, che quella Riace bella, accogliente, intelligente, coraggiosa, aveva inventato.

E l’atteggiamento gentile nutrito di quella cultura di pace con i quali ha ha rispettato le istituzioni, gli operatori della Giustizia, le sentenze. E anche le posizioni politiche della parte che si è voluta presentare ideologicamente avversa utilizzando insulti e cattiverie feroci. Restano le migliaia di persone che hanno creduto in lui non abbandonalo mai. E le centinaia che sono rimaste tutto il giorno davanti al tribunale di Reggio in attesa della sentenza e che poi hanno applaudito, urlato la gioia e cantato di questa per lui. Resta il respiro vitale della Giustizia, che soffia benevolo sulla Democrazia.

Resta l’educazione educante di Mimmo Lucano che nella Giustizia ha sempre riposto la sua fiducia, la sua ansia di giustizia, il suo amore per l’uomo e il suo bisogno di libertà. Resta il sogno che riprende e la bellezza di un uomo che si rimette in cammino. E che non sarà mai più solo.  (fc)

Addio al reggino Peppino Mavilla

di PASQUALE AMATO – Non è più tra noi Peppino Mavilla. Una personalità vulcanica, un reggino iperattivo che ha dato contributi poliedrici in diversi settori. In alcuni Sport è stato a Reggio precursore e pioniere (Sci e prima sciovia di Gambarie, pattinaggio artistico, vela e sport subacquei).

Lo ricordo con profondo affetto e stima e spero che, come succede spesso dopo la morte, gli venga riconosciuto nella giusta misura il grande merito (che personalmente gli ho sempre riconosciuto e di cui mi ha dato atto) di scopritore del relitto di Porticello e della Testa del Filosofo, opera che è compagna di Sala dei Bronzi di Riace perché non è da meno come valore.
Il suo è stato il destino che accompagna i reggini che sono rimasti e hanno operato fattivamente nella comunità, spesso trascurati e annebbiati, perché non corrispondono ai luoghi comuni negativi in cui alcuni sguazzano con masochistico piacere.
Mavilla fu, anche, il sub che scoprì delle due stupende Teste in Bronzo di Porticello. Il relitto fu scoperto nel 1969 a Porticello (Cannitello di Villa S. Giovanni, vicino all’imbocco dello Stretto di Scilla e Cariddi)
Le due stupende Teste in Bronzo di Porticello affiancano i magnifici Bronzi di Riace (Beni Identitari e Inamovibili del Museo Reggino) e costituiscono con essi la massima concentrazione mondiale di capolavori in bronzo originali della scultura ellenica classica nello stesso Museo. I 4 Bronzi originali da soli fanno del Museo di Reggio uno dei più rinomati del mondo.
La Testa del “Filosofo” (l’intellettuale greco per eccellenza) è di eccelso valore e rappresenta il primo ritratto in bronzo di persona realmente vissuta della scultura greca in assoluto. Alcuni studiosi hanno fatto notare le affinità artistiche con i “compagni di Sala” e hanno attribuito quest’opera allo scultore Pitagora di Reggio (considerato tra i cinque massimi scultori ellenici del V sec. A.C.).
La «Testa di Basilea» presenta i tratti somatici di un Re o di un Dio e appartiene anch’essa alla stessa fase felice dell’arte ellenica. In quell’occasione, Mavillo si complimentò con me, sottolineando come «finalmente un vero storico si occupa di me quale scopritore del Relitto di Porticello».
«Purtroppo il mio nome non viene neanche citato negli inesistenti pannelli didattici che dovrebbero informare le vere modalità della scoperta (così come avviene con video-registrazioni per i Bronzi di Riace). Vengono inoltre “nascosti” altri 17 reperti in bronzo consegnati assieme alla Testa del Filosofo, esposti nella prima edizione. Ringrazio vivamente il prof. Amato per avermi citato, perché, la scoperta del Relitto di Porticello, e quanto in esso contenuto, di basano su documentazioni legali, e non su pettegolezzi che sempre accompagnano simili scoperte».
Un commento e un riconoscimento che mi scaldò il cuore. Questo perché noi che abbiamo deciso di restare e di operare nella nostra realtà dobbiamo faticare molto di più dei colleghi che fanno gli stessi lavori in altre realtà.
Ma proprio per questi motivi io cerco di essere molto attento nel sottolineare i meriti dei miei concittadini in ogni campo. In questo caso ho voluto sottolineare che trascurare nelle celebrazioni il valore dei “compagni di sala” dei Bronzi di Riace è stato un danno per gli stessi Guerrieri, per il Museo e per Reggio Metropolitana.
E ho ritenuto di dare a Cesare quel che è di Cesare ricordando te, sub reggino, come scopritore. Piaccia o meno a chi soffre nel vedere evidenziati i meriti di un concittadino per effetto di quell’invidia che Nicola Giunta ha ripetutamente denunciato nelle sue poesie. (pa)

Addio al giornalista reggino Pietro Bellantoni

Cordoglio, in Calabria, per la scomparsa del giornalista Pietro Bellantoni. Nel marzo scorso, assieme ai colleghi Michele Carlino e Mario Meliadò, era stato assunto nella redazione della Tgr Rai della Calabria dopo aver vinto l’ultimo concorso pubblico.

Nato a Scilla il 23 settembre 1980 e residente a Reggio Calabria, Pietro Rocco Bellantoni era laureato in Filosofia, aveva conseguito un master in Giornalismo all’Università Iulm di Milano ed era giornalista professionista dal 24 novembre 2009.

Ha avuto esperienze professionali nelle redazioni di Torino dei quotidiani La Stampa e la Repubblica e, per la tv, a Studio Aperto di Mediaset. Per circa 10 anni al Corriere della Calabria, di cui è stato caporedattore, ha lavorato per LaCtv ed è stato corrispondente dalla Calabria della trasmissione Tagadà di La7. È stato anche direttore responsabile de Ilreggino.it e coordinatore dell’Ufficio Stampa della Giunta regionale della Calabria.

I colleghi di Rai Calabria, nell’esprimere cordoglio alla famiglia, ricordano che «Pietro era stato colpito pochi mesi dopo l’ingresso in Rai da una brutta malattia che, però, sembrava aver superato, facendo sperare in un pronto rientro in redazione con cui da professionista qual era, ha continuato a collaborare anche nei momenti più difficili, prima dell’aggravarsi del male che lo ha portato via. Nella Rai calabrese si era fatto subito apprezzare da colleghi e superiori per la professionalità e i modi gentili e soprattutto per la competenza, in particolare sui temi politici regionali nazionali che sono stati sempre al centro della sua attività giornalistica. Una carriera e una vita troppo brevi ma ricche e intense di soddisfazioni e riconoscimenti, professionali e familiari culminati con l’arrivo di una bambina pochi anni fa».

Cordoglio è stata espresso dalla Giunta regionale guidata dal presidente Occhiuto, ricordando Bellantoni come «un professionista dell’informazione calabrese che per un frangente della sua carriera ha lavorato anche nell’istituzione Regione, coordinando per alcuni mesi l’ufficio stampa».

«È un giorno di dolore – continua la nota – per una scomparsa così prematura, che priva il mondo dei media di un cronista colto e preparato».

«Con la prematura dipartita di Pietro Bellantoni, la Calabria  – ha detto la vicepresidente Giusi princi – perde una bella penna e una testa pensante, un giornalista attento, le cui critiche sono risultate spesso costruttive nelle dinamiche del territorio reggino.

Sul piano personale, in virtù del nostro frequente scambio di battute piccato e diretto, ritengo che tra di noi ci sia sempre stato un dialogo sincero, nel costante rispetto dei ruoli.

Addio Pietro, le tue stilettate mancheranno anche a noi politici».

«L’improvvisa morte di Pietro Bellantoni lascia tutti sgomenti», si legge in una nota del Burc Calabria, che lo ricorda «con profondo affetto e stima per il lavoro attento e presente che ha svolto nel periodo in cui è stato responsabile delle pubblicazioni del Bollettino Ufficiale della Calabria. Il responsabile del Burc, Giulia Zampina, i redattori Rita Durante, Antonella Fugito, Morena Musca, Gemma Parentela, Francesco Procopio si uniscono al dolore della moglie Ketty e di tutti i famigliari ricordandone le doti umane e professionali».

Il sindaco f.f. del Comune di Reggio, Paolo Brunetti, ha espresso il cordoglio dell’Ente alla famiglia del giovane giornalista, «persona stimata e apprezzata da tutta la comunità reggina», scomparso prematuramente all’età di 42 anni.

«Oggi – continua il comunicato – la città perde uno dei suoi figli migliori. Con la morte di Pietro Bellantoni, viene a mancare un grande giornalista, arguto e raffinato nel commentare i fatti di cronaca e attualità politica. Pietro aveva una capacità di analisi unica, in grado di unire una profonda competenza a doti umane e sensibilità rare. Qualità che si possono riscontrare in tutti gli attestati di stima e cordoglio che, in queste ore, stanno riempiendo l’intera città».

«Il suo ricordo – conclude la nota del Comune – rimarrà indelebile in ognuno di noi e sarà compito nostro non far perdere la memoria di un uomo giusto, di un lavoratore onesto, di un padre ed un marito esemplare».

«Siamo profondamente colpiti e dispiaciuti per la prematura scomparsa del giornalista reggino Pietro Bellantoni», ha detto il sindaco f.f. della Metrocity RC, Carmelo Versace.

«Apprezzato professionista – ha aggiunto – voce e volto della Rai Calabria, in passato cronista in tante emittenti giornalistiche sia in Calabria che nel circuito nazionale. «La sua competenza e le sue doti caratteriali lo hanno caratterizzato in ogni sua esperienza».

Il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, ha espresso sgomento per la scomparsa di Bellantoni.

«Ho avuto il piacere di conoscerlo – ha detto – apprezzandone le elevate capacità di analisi sulle vicende politiche e istituzionali, sempre supportate, nella quotidianità del suo lavoro, dal rispetto della verità sostanziale dei fatti. A nome mio e dell’intero Consiglio regionale che rappresento, rivolgo sentite condoglianze alla sua famiglia e ai colleghi della Tgr Rai Calabria».

Profondo cordoglio viene espresso dal segretario generale della Figec Cisal, Carlo Parisi, ricordando che «con Pietro non perdiamo solo l’eccezionale cronista che ha firmato importanti pagine di verità e riscatto per una regione difficile come Calabria, ma soprattutto un uomo vero che nella sua, purtroppo breve esistenza, si è sempre fatto apprezzare per le sue straordinarie doti. Solare, buono, sensibile, gentile, incarnava la speranza del riscatto di una terra che, purtroppo, continua a perdere i suoi figli migliori. Un forte abbraccio a Ketty, alla piccola, alla famiglia e ai colleghi della Tgr Rai Calabria».

«La scomparsa prematura di Pietro Bellantoni è un duro colpo per l’intera società calabrese. Perdiamo un giornalista di razza, dotato di grandi qualità professionali ed umane, autonomo, attento, libero, corretto e sempre rispettoso della verità», ha dichiarato il senatore del Pd, Nicola Irto.

«Conservo un ricordo nitido delle inchieste, dei servizi, degli approfondimenti e degli editoriali di Bellantoni – ha aggiunto – che, seppure molto giovane, ha saputo dare un alto contributo all’informazione, stimolando con equilibrio il dibattito pubblico e raccontando la realtà della Calabria in maniera imparziale, puntuale e costruttiva».

«Pietro Bellantoni lo leggevano tutti, lo ascoltavano tutti. Con la sua inaspettata e tragica dipartita va via un figlio della Calabria che la sua regione l’ha voluta raccontare nei suoi mille difetti ma con lo sguardo sempre rivolto alla sua immensa bellezza. Era un valore aggiunto per le redazioni che lo accoglievano, per la sua elevata competenza e per i suoi modi gentili», ha ricordato la deputata del M5S, Vittoria Baldino.

«Era un valore aggiunto per la Calabria, modello per quei tanti giovani che hanno competenza e vogliono affermarsi solo con le proprie forze. “La Calabria vive una fase critica: è doveroso che ognuno faccia la propria parte per tentare di scrivere una nuova storia”, queste sono le parole forti che ci lascia in eredità e che nessuno in Calabria può permettersi di ignorare».

Commozione della sindaca di Vibo Maria Limardo a nome di tutta la città: «A nome dell’amministrazione e della città di Vibo Valentia intendo esprimere il mio cordoglio alla famiglia di Pietro Bellantoni, stimato giornalista prematuramente scomparso. Del giornalista Bellantoni, che ho potuto conoscere negli anni in cui si è occupato delle vicende politiche anche vibonesi, ho sempre apprezzato l’onestà e la correttezza, doti che gli hanno permesso di affermarsi ed ottenere il rispetto unanime da parte della società civile e politica».

Con una nota l’on. Giuseppe Mangialavori, presidente della commissione Bilancio della Camera dei deputati, ha ricordato il giornalista reggino: «Pensare che una persona come Pietro Bellantoni non sia più tra noi mi lascia senza parole. Pietro era un giornalista attento, un osservatore critico, una penna brillante come poche. Ed era soprattutto una persona splendida, di uno spessore umano raro. La Calabria perde un giornalista di enorme valore. Io perdo un amico. Alla sua famiglia il mio più sincero abbraccio e le più sentite condoglianze». (rrc)