Erica a Striscia senza la K, ma con la C di Calabria

È bella, simpatica, spigliata e sta conquistando sempre più pubblico: a Striscia la Notizia dal 27 maggio del 2019, Erica Cunsolo (col piacevole tormentone “senza la K, ma con la C di Calabria”) è una calabrese che merita attenzione. È nata a Gioia Tauro il 7 gennaio 1990. Di lei scrive sul web la pagina di Striscia la Notizia: «Il suo look, una giacca bianca con delle singolari applicazioni e dei pantaloni rossi, rimanda ad uno dei prodotti tipici della tradizione calabrese: il peperoncino. Intensi e pungenti come il peperoncino sono, infatti, i suoi servizi e il suo impegno sul campo. Il suo rapporto con la televisione nasce nel 2008, quando ha solo 18 anni. Nel 2009 conduce speciali per la tv web nazionale del concorso di bellezza “Miss Italia”, parallelamente inizia la sua carriera di presentatrice in Calabria in grandi spettacoli di piazza. Viene, così, notata da una tv regionale che le affida il ruolo di conduttrice e autrice di programmi sul territorio. Dai premi letterari alle kermesse di moda, dai festival di musica alle manifestazioni sportive, il live sul palcoscenico le insegna cosa sia la vera diretta e la prepara alla conduzione di programmi di Infotainment di successo. Dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 2016 entra a tutti gli effetti nella redazione di un network regionale: scrive per le testate web, conduce il telegiornale e dei format giornalistici. Fino al maggio del 2018 conduce il primo programma informativo in radiovisione della rete regionale calabra».

Erica Cunsolo

Il suo primo servizio a Striscia il 27 maggio dello scorso anno sui tassisti furbetti di Reggio. È ufficialmente l’inviata dalla Calabria, e si presenta sempre col grido “Amici e Cumpari!”. Un gran sorriso e l’ammirazione di tutti calabresi, se lo merita. Non trovate? (rrm) 

Concetta Orlando, di Palmi, segretario della Metrocity di Genova

È la palmese Concetta Orlando, il nuovo segretario generale della Città Metropolitana di Genova.

Laureata in Giurisprudenza, la dott.ssa Orlando ha alle spalle 25 anni di servizio e di attività svolti in tanti Comuni del Nord Italia con il ruolo di segretario generale.

Dal 2010 ha diretto la segreteria di Comune di Lavagna, nel 2016 è stata a Sanremo, e dal 2018 a Chiavari, fino alla chiamata del sindaco di Genova, Marco Bucci.

La dott.ssa Orlando ha iniziato l’incarico il 13 gennaio.

«Sono contenta di essere approdata a Genova, Città Metropolitana che sia come città, è una città che mi piace, ma anche interessante il ruolo delle città metropolitane nonostante il taglio che hanno subìto» ha dichiarato la dott.ssa Orlando in un video di presentazione della Città Metropolitana di Genova.

«Secondo me – ha proseguito il segretario generale Orlando – ci sono delle funzioni importanti di area vasta che vanno presiediate, e la funzione che ha svolto la città metropolitana di Genova, anche quando era provincia è stata sempre di grande supporto ai territori e piccoli Comuni ed è un ruolo che gli viene riconosciuto. Ecco perché sono comunque contenta di poterne fare parte e di poter anche fare la mia parte». (rrc)

Il video della Città Metropolitana di Genova

Città Metropolitana di Genova: il Segretario Generale è Concetta Orlando

Città Metropolitana di Genova: il Segretario Generale è Concetta Orlando.Si è insediata oggi, 13 gennaio 2020, come nuovo segretario generale della Città Metropolitana di Genova, Concetta Orlando, che va a ricoprire il prestigioso ruolo occupato sino a Luglio 2019 da Piero Araldo, quest’ultimo attualmente segretario comunale di Vado Ligure e Bergeggi.Concetta Orlando è Nata a Palmi (Reggio Calabria) il 12 maggio 1968 e si è laureata in giurisprudenza con 110 e lode presso l’Università di Messina. Oltre vent’anni di carriera negli enti locali, iniziata come segretario comunale nel 1997 nel comune cuneese di Paesana e proseguita con lo stesso incarico presso i Comuni di Refreddo e Martiniana Po fino al 2004, e nel 2005 a Saluzzo.Nel 2010 è approdata in Liguria, inizialmente al Comune Di Lavagna dove ha ricoperto il ruolo di segretario e di direttore generale dal 15 marzo 2010 al 2014, quindi a Sanremo dal 2013 al 2017 ed infine al Comune di Chiavari fino al 2019.A darle il benvenuto nel suo nuovo ufficio di Piazzale Mazzini è stato il Direttore Generale dell’ente Paolo Sinisi e da subito la neo Segretario Generale di @GenovaMetropoli ha voluto incontrare dirigenti e funzionari dell’ente per meglio conoscere la macchina organizzativa di una delle più grandi Città Metropolitane italiane, ente territoriale che ha ereditato diverse ed importantissime competenze dalla ex Provincia di Genova, quali, ad esempio, manutenzione delle strade provinciali e degli istituti scolastici superiori, affiancate a nuovi ed altrettanto importanti ruoli in materia di pianificazione strategica e territoriale, infrastrutture e reti di comunicazione, servizi di pubblico interesse in ambito metropolitano, sistemi coordinati di servizi pubblici d’intesa con i Comuni, mobilità e viabilità, sviluppo economico, informatizzazione e digitalizzazione.In attesa del debutto in Conferenza Metropolitana, dove saranno presenti i 67 sindaci del territorio e nel successivo Consiglio Metropolitano, appuntamenti entrambi previsti per mercoledì prossimo 15 gennaio, la Orlando, che nella sua carriera ha avuto anche esperienze formative presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione locale e presso il Formez e che recentemente ha completato il master di executive in Management delle pubbliche Amministrazioni presso SDA Bocconi, si è detta fortemente convinta dell’importanza di investire sulle persone che lavorano negli enti istituzionali, per il loro aggiornamento e formazione, in modo da poter seguire al meglio le richieste che la società rivolge alla pubblica amministrazione.

Posted by Città Metropolitana di Genova on Monday, 13 January 2020

Salvatore Bullotta, la cultura ha arricchito la Regione

Salvatore Bullotta è stato per quattro anni e quattro mesi il collaboratore della Giunta Oliverio per le politiche regionali. Il nuovo corso della prossima consiliatura vedrà, probabilmente, interrompere questa preziosa collaborazione, svolta anche in condizioni difficili, ma sempre con competenza e soprattutto passione. La Calabria ha un debito di riconoscenza nei suoi confornti.

Il suo addio (arrivederci?) alla Regione Calabria lo ha affidato a Facebook. «Grazie – ha scritto Bullotta sulla sua pagine fb – agli assessori con cui ho avuto il privilegio e il piacere di lavorare: Antonio Viscomi dal 2015 al 2018 e Maria Francesca Giorgia Chiari #Corigliano dal 2018 al 2020. Due personalità da cui ho appresso molte molte cose. Grazie a tutto il personale del Dipartimento Istruzione e Attività Culturali della Regione, del Dipartimento Turismo, ai dirigenti, ai colleghi di Presidenza, della Vicepresidenza, degli Assessorati e di tutti gli uffici regionali con cui mi sono interfacciato, e così anche i vigilanti e i tecnici. Grazie per la pazienza che avete avuto con me e per quanto mi avete insegnato.
Un grazie lo devo anche alla mia famiglia, agli amici, ai miei affetti per le tante assenze e disattenzioni e per la loro comprensione».

«Gratitudine profonda – dice ancora Bullotta – la devo ai calabresi e alle calabresi, a tutte le innumerevoli persone, organizzatori culturali del territorio, amministratori locali, insegnanti, docenti universitari, studenti di ogni ordine e grado, lavoratori del mondo dello spettacolo, ricercatori e studiosi, scrittori ed editori, personale di musei, biblioteche e archivi, archeologi e storici dell’arte, conservatori e custodi del patrimonio culturale. Tutti coloro i quali mi hanno voluto presentare questioni, mostrare potenzialità inespresse, suggerire correzioni da attuare e proporre nuove strade per rispondere meglio agli sforzi che dal basso, ogni giorno, fuori dai “palazzi” si compiono nel campo della cultura in Calabria. Non avete idea di quanta ricchezza ci sia in questa terra, non solo una ricchezza materiale di beni culturali e paesaggio a tutti nota (forse) ma anche una ricchezza fatta di umanità e professionalità, di idee e coraggio. Una ricchezza che merita sempre di essere considerata, frequentata, interpellata, compresa, “valorizzata”. Ho cercato di contribuire affinché ciò avvenisse. Molto è stato fatto, moltissimo, tanto si poteva fare meglio, tantissimo si dovrà ancora fare».
Bullotta augura buon lavoro ai nuovi inquilini di Palazzo Campanella e di Germaneto: «Penso che innanzitutto per meglio rispondere a queste esigenze la pubblica amministrazione vada rafforzata, non è tutto marcio, non è tutto irrimediabilmente compromesso. C’è tanta buona volontà che va intercettata e non umiliata. In un Paese come il nostro che si regge sul sistema pubblico è assurdo che i nostri uffici si spoglino di personale e non avvenga un ricambio generazionale e un sano passaggio di saperi e competenze. È già molto tardi. Spero si faccia qualcosa in fretta». (rrm)

(L’immagine è di Alessandro Tarantino, tratta dalla pagina di Salvatore Bullotta)

Addio a Nino Capogreco, giornalista cattolico e gentleman insuperabile

È scomparso a Reggio il giornalista Nico Capogreco, un grande professionista, apprezzato scrittore e insuperabile gentleman per i suoi modi gentili e affabili. Quello che segue è il ricordo di Carlo Parisi, segretario generale aggiunto della federazione Nazionale della Stampa.

 

di CARLO PARISI – Se dovessi stilare una classifica dei giornalisti calabresi che meglio hanno saputo coniugare la professione con l’umiltà e l’umanità, non avrei alcun dubbio. Al primo posto ci sarebbe lui: Nino Capogreco. Gliel’ho detto venerdì scorso, quando sono andato a fargli visita all’Hospice Via delle stelle, trovandolo stanco e provato, ma lucidissimo, dolce e sorridente. Con quei suoi occhi azzurri: trasparenti, profondi e penetranti. Come sempre. Lo sottolineo oggi che ci ha lasciato e non potrà rimproverarmi – almeno fisicamente – di manifestare a tutti il suo immenso valore.
Già, fisicamente, perché – come amava ripetere dall’alto della sua profonda coscienza cristiana – la morte non è altro che un aspetto nascosto della vita. A molti fa paura, ma per altri è solo il naturale passaggio nell’infinito universo dell’eternità. Un universo ai più sconosciuto, in realtà molto più vivo e presente di quanto anche i più convinti assertori della sua esistenza possano credere.
È stato, forse, questo il filo conduttore che ci ha unito per tanti anni. Che ha legato la nostra vita a valori importanti. Talmente importanti da darci sempre la forza di liquidare con una risata le miserie umane che, quotidianamente, cercano di minare le nostre giornate.
Non a caso Nino, assieme a mons. Salvatore Nunnari ed a don Pippo Curatola, è stato tra i primi convinti sostenitori della mia proposta di dedicare a Natuzza Evolo il gruppo Calabria dell’Unione Cattolica Stampa Italiana, del quale è stato per tanti anni vice presidente regionale senza mai volerne assumere la guida con la scusa di essere “troppo vecchio”. In realtà era solo umile e saggio.
Nato a Locri il 21 dicembre 1929, Antonio Capogreco era giornalista professionista dal giorno dell’istituzione dell’Ordine dei giornalisti: il 3 febbraio 1963. Dopo gli esordi da collaboratore del Corriere di Reggio e dell’Ufficio di corrispondenza del Quotidiano di Roma, ha legato tanti anni della sua carriera professionale al settimanale diocesano Avvenire di Calabria. Prima con mons. Vincenzo Lembo, poi con mons. Giovanni Ferro, l’arcivescovo di Reggio Calabria che gli affidò la direzione del giornale che mantenne fino al 1970 per, poi, cedere al suo delfino mons. Vincenzo Zoccali.
Negli stessi anni, dal 1962 al 1970, è stato anche tra i redattori più attivi della redazione reggina della Tribuna del Mezzogiorno e, successivamente, tra i collaboratori del quotidiano romano Il Tempo che, a Reggio Calabria, aveva una redazione guidata da Antonio La Tella. Ed ancora, dal 1973 al 1977, corrispondente del quotidiano cattolico Avvenire.
Quando anche in Calabria spuntarono le prime antenne, Nino ebbe la lungimiranza di convincere il vescovo a fondare la prima emittente della Curia reggina, Radio San Paolo, assumendone la direzione responsabile e facendo da maestro a numerosi giovani colleghi.
È stato anche collaboratore dell’agenzia di stampa Ansa ed editore e direttore di Calabria Press, mensile di “aggiornamento culturale, attualità e memoria storica”, che ha curato con certosina competenza e attenzione, assieme alla figlia Anna che, nel passaggio dal cartaceo al digitale, ne ha assunto la direzione.
Autore attento e originale, ha scritto numerosi volumi, tra i quali “Stampa Cattolica tra Reggio e Messina”, “L’Ucsi calabra e il suo patrono”, che ripercorrono la storia del giornalismo cattolico nella regione e nello Stretto, “Paolo e il mare”, “Reggio Spagnola. Le repentine”, scritto a quattro mani con Anna, e tantissimi volumi monografici di storia editi dalla sua EDS Calabria Press Editoriale.
Attivamente impegnato negli istituti di categoria dei giornalisti, oltre che vicepresidente regionale dell’Ucsi, è stato anche presidente del Collegio dei probiviri del Sindacato Giornalisti della Calabria e consigliere dell’Ordine dei giornalisti della Calabria.
Venerdì scorso, all’Hospice Via delle stelle di Reggio Calabria, il suo cuore, che non ha voluto sottoporre ad intervento chirurgico, è impazzito e oggi ha ceduto. Lui ha voluto così. Ha voluto che a spegnere l’interruttore della sua esistenza terrena fosse il Lui in cui ha sempre creduto e nel quale ha sempre trovato conforto.
Un abbraccio forte alla moglie Caterina Bova ed ai figli Anna e Alberto, colleghi giornalisti. Il dolore è grande, accentuato ancor di più dal fatto che in quelle stesse stanze, in quell’Hospice Via delle stelle, – che, invece di lasciare al proprio destino, bisognerebbe sostenere e consolidare – quattordici anni fa, mi ha lasciato uno dei miei affetti più grandi, mia madre. Lei e mio padre, morto alcuni anni prima, mi sono stati genitori, fratelli e amici. Come Nino Capogreco. Un padre, un amico e un fratello che vivrà sempre accanto a noi.

(courtesy giornalistitalia.it)

Domenico La Serra, il giovane percussionista di Monterosso nell’Orchestra Giovanile Europea

La Calabria, da sempre, ha “offerto” al mondo i suoi figli che, lasciata la loro terra, hanno portato in alto non solo il nome della Calabria, ma hanno riempito d’orgoglio i calabresi.

C’è un giovane anzi, giovanissimo di Monterosso Calabro, che nel mondo della musica si è distinto, a tal punto da entrare a far parte dell’Orchestra Giovanile Europea. Si chiama Domenico La Serra, classe 2003, ed è un percussionista.

Studente del Conservatorio di Musica “F. Torrefranca” di Vibo Valentia, quest’anno, dopo aver vinto la selezione, è diventato un membro effettivo  della Euyo (European Union Youth Orchestra), e si esibirà nei teatri più importanti e prestigiosi d’Europa. (rvv)

 

Anna Claudia Romeo, la dottoressa che non fa ingrassare i bambini

È dirigente medico all’Ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro all’Unità di Patologia Neonatale, Anna Claudia Romeo, giovane pediatra reggina, è una grande esperta di nutrizione dei bambini. Col prof. Valter Longo, autorità indiscussa nel campo scientifico internazionale (tra l’altro è un calabrese originario di Molochio) ha collaborato al libro La longevità inizia da bambini. Un manuale insegna ai genitori come alimentare adeguatamente i propri figli, già dal periodo di gestazione, per assicurare loro una grande aspettativa di vita, scevra da malattie e soprattutto al riparo dell’obesità infantile che è la minaccia più grave dei nostri tempi.

La dottoressa Romeo, nonostante a dispetto dei suoi anni, è uno scienziato competente e capace, un orgoglio della Calabria, che ha preso a cuore l’idea di poter far cambiare le abitudine alimentari die genitori. Un obiettivo non irrealizzabile, visto che c’è di mezzo la slaute die piccoli: i bambini apprendono da mamma e papà come mangiare e cosa mangiare, quindi è fondamentale che da essi partano comportamenti che saranno poi seguiti dai propri figli. L’esperienza col prof. Longo, autore di fortunati best seller (il cui ricavato – è bene sottolinearlo – è tutto destinato alla ricerca scientifica) l’ha ovviamente arricchita e la dott.ssa Romeo ha avuto modo di lavorare fianco a fianco con l’illustre scienziato nutrizionista, insieme col dott. Alessandro Laviano, in una serie di approfondite ricerche proprio sull’obesità infantile e sulle metodologie da mettere in campo per adeguare gli stili di vita e di alimentazione di famiglie con bambini piccoli. Il libro, presentato a Reggio lo scorso 20 dicembre al Museo Archeologico Nazionale, è una miniera di informazioni e dati che contribuiscono a formare una coscienza critica nei genitori, indicando i percorsi più adatti per abituare i bambini a seguire corrette regole di alimentazione. Un libro che tutti i genitori dovrebbero avere sul comodino e consultare di continuo per il loro benessere e quello dei loro figli: i suggerimenti e le vie indicate per nutrirsi bene, infatti, si applicano ai genitori perché i bambini prendano esempio e si abituino a uno stile di vita sano.

È ugualmente di grande aiuto l’intervista video che la dott.ssa Romeo ha concesso a Calabria.Live che suggeriamo ai giovani genitori di seguire con attenzione: questa giovane e brillante pediatra calabrese, con parole semplici e con molta chiarezza, indica gli errori che abitualmente si commettono nell’alimentazione dei bambini e spiega come evitarli. La longevità, si capisce dal suo discorso e dal libro che ha firmato col prof. Longo, comincia da piccoli e la strada per raggiungerla non richiede sacrifici alimentari, ma necessita di opportuni accorgimenti nel calibrare gli elementi nutritivi fondamentali per la crescita, perché non ci sia niente di troppo e non vengano a mancare i nutrienti di base. (rrm)

Amedeo Ricucci, il grande giornalismo sul fronte di guerra

È nato a Cetraro ed è giornalista professionista, in Rai dal 1993: Amedeo Ricucci continua a collezionare premi ed è, giustamente, un orgoglio della Calabria. L’ultimo riconoscimento viene da Livorno, col prestigioso premio intitolato a Carlo Azeglio Ciampi, che gli è stato assegnato per il servizio trasmesso dal TG1 “Abuna: sulle tracce di Padre Dall’Oglio”. Ricucci è quello che comunemente si dice un “inviato di guerra”: negli ultimi vent’anni è stato testimone diretto dei conflitti in ogni parte del mondo. Somalia, Bosnia, Algeria, Kosovo, Afghanistan, Libano, Siria, Ruanda, solo per citare alcuni Paesi martoriati da guerre e guerriglie interne. Lo scorso anno, Ricucci per il suo libro  Cronache dal fronte (Castelvecchi) ha vinto il Premio Acqui Storia per la sezione La storia in tv. Giramondo per professione, grande professionista, Amedeo Ricucci è molto legato alla sua terra e soprattutto a Cetraro, dove torna spesso, non da giornalista di guerra (perché, per fortuna, non c’è nessuna guerra), ma da figlio appassionato di una Calabria che lo ammira. (rrm)

Paolo Lacava, la poesia in dialetto come una vocazione

È possibile suddividere il mondo in due parti: menti ordinarie e menti non ordinarie. Le prime sono quelle più solide e stabili, ma che difficilmente riescono a stupire. Le seconde, invece, appartengono a coloro che si differenziano dagli altri per la loro geniale pazzia. Sono soggetti complessi, con cui è difficile trovare subito un comportamento adeguato da adottare. Tra le menti non ordinarie, troviamo soprattutto gli artisti, persone che spesso e volentieri, riescono ad estraniarsi dal resto del mondo, dando vita a creazioni memorabili. Paolo Lacava, poeta calabrese pluripremiato, fa parte di questo gruppo particolare ed intrigante. Con le sue 11 raccolte di poesie in lingua dialettale, è riuscito a conquistare una certa notorietà nella propria regione di origine, e soprattutto nella propria città, Reggio Calabria. È qui che ha avuto luogo la formazione poetica, che, come dice lui stesso, non è avvenuta attraverso uno studio forsennato dei libri, ma grazie ad una vera e propria vocazione.

Lacava definisce la sua infanzia come quella di un qualunque ragazzino, intento a giocare a pallone, e attorniato da grandi amici. La differenza più grande che sentiva dentro di sé, era la mancanza di un padre durante la crescita, tema che è entrato a far parte del suo pensiero poetico. I primi segnali di questa passione per la scrittura si notano negli anni scolastici, in cui Lacava inizia a dilettarsi. Viene ricordato, da lui stesso, un episodio in particolare: «Una volta scrissi un tema su una partita di calcio. I miei insegnanti si stupirono per quanto fossi stato bravo, e mi chiesero come mai facessi così tanta fatica alle interrogazioni. Il fatto è che ero timido, e non parlavo facilmente».

A 20 anni Lacava inizia a lavorare in ferrovia, luogo che farà per sempre parte dei suoi ricordi, dopo i 30 anni di servizio. Qui troviamo un’altra tappa della sua formazione poetica. L’artista calabrese componeva testi scherzosi per i propri colleghi, con i quali trascorreva le giornate in amicizia e confidenza. In un periodo in cui c’era anche il desiderio di diventare giornalista, Lacava inizia ad instradarsi sempre di più verso la vera poesia. Comincia a nascere quel sentimento profondo per questa arte, e la frase io senza poesia non riesco a vivere inizia a riecheggiare nel suo animo.

Tra i temi ricorrenti nella poesia di Paolo Lacava, troviamo una critica al sistema e alla società. In particolare, il poeta si schiera contro il potere della ricchezza, a difesa della povertà. Negli ultimi anni, nelle sue poesie è rintracciabile, maggiormente, l’argomento amoroso e dei sentimenti, con famiglia e amici al centro delle recenti opere del vate calabrese. La poesia di successo Angiuli cu’ n’ala, dedicata alla moglie, rappresenta una specie di crocevia tra le fasi della sua poetica. Tra le varie tematiche non può mancare quella della terra d’origine, cioè la calda Calabria, che è presente, maggiormente, nell’ultimo periodo, in cui i ricordi portano emozioni più intense e la nostalgia illumina la riflessione poetica. Le creazioni di Paolo Lacava nascono da questi pensieri fissi nella sua mente, ma in modo del tutto casuale e improvviso: «Io, solitamente, mi ritrovo a pensare ad una cosa, e subito inizio ad elaborare le quartine della poesia».

Dalla predilezione per la poesia classica e rimata, e per i poeti antichi, come Carducci e Pascoli, nasce la critica alla poesia contemporanea, dominata dai versi sciolti. Lacava, nelle numerose cerimonie di premiazione in giro per l’Italia, a cui ha partecipato, ha avuto la possibilità di conoscere le recenti mode di scrittura e i nuovi stili. Oltre all’avversione per l’usanza di omettere le rime all’interno delle opere, il poeta nutre un profondo fastidio per la chiusura eccessiva della parola e per i concetti troppo complessi. Il significato diretto e non celato, e la presenza della musicalità sono le caratteristiche principali dell’arte di Paolo Lacava. E nonostante queste novità introdotte negli ultimi anni, la poesia del calabrese continua a sorprendere e ad essere protagonista nei concorsi, con un totale di circa 280 premi vinti.

«Ormai oggi basta avere la gobba, per sentirsi poeti»: con questa affermazione, Paolo Lacava vuole sottolineare il fatto che ormai non sia più la poesia a definire uno scrittore. Caratteristiche marginali, come una “gobba alla Leopardi”, influiscono molto nella creazione della figura poetica. E questo attesta come si preferisca trascurare il pensiero interiore di una persona, nel mondo di oggi. Allo stesso tempo l’ex ferroviere calabrese, afferma che si è ormai adeguato al noto stereotipo del poeta pazzo: «Qualche volta lo sono anche io, ed è vero il fatto che più un artista è pazzo, più ha successo. Io, ormai, ho accettato questo aggettivo nella descrizione di me stesso, dato che viene visto in modo positivo tra i poeti. Ma sono altre le caratteristiche, che rafforzano la mia figura da artista. Una di queste è sicuramente il fatto che da sempre riesca a sentire la poesia, che vive dentro di me». (Pietro Amendola)

Nuccio Ordine, il letterato pluripremiato che onora la Calabria

Il suo nome ha ormai raggiunto livelli internazionali e come studioso di letteratura italiana continua a mietere riconoscimenti in ogni parte del mondo. Il prof. Nuccio Ordine è un orgoglio per la Calabria, terra che ama moltissimo e che onora con la sua cultura e la sua attività. Docente all’Unical, il prof. Ordine (originario di Diamante) ha pubblicato numerosi saggi che hanno trovato largo successo in libreria e collabora con il Corriere della Sera. Gli ultimi riconoscimenti appena conseguiti vengono dalla Spagna, dove l’Università di Girona gli assegnato lo scorso venerdì il Premio LiberPress Letteratura 2019 (uno dei più ambiti a livello internazionale) per «i suoi libri a favore di una letteratura impegnata a difesa della tolleranza, dei diritti umani e della solidarietà» e dall’Italia. Il 10 ottobre l’Università di Urbinogli consegneràper mano del rettore Vilberto Stocchi il Sigillo d’Ateneo, riservato a personalità che “con la loro attività abbiano tenuto alti i valori universali a cui l’Università sempre di ispira”.

Nuccio Ordine, che ha ricevuto anche la Legion d’Onore (2012), il massimo riconoscimento francese, insegna Letteratura Italiana all’Unical. Ha già ricevuto quattro lauree honoris causa in America Latina ed è componente dell’Accademia delle Scienze di Mosca. Un fine letterato e grande uomo di cultura, fortemente legato alla sua Calabria, che però non lo ha ancora onorato come dovrebbe. (rrm)

Paolo Bolano, giornalista, regista, autore, innamorato pazzo della Calabria

La sua vera passione, mai sopita, da innamorato che non s’arrende mai, è la Calabria: Paolo Bolano, giornalista, regista, autore, nella sua lunghissima carriera ha sempre messo la Calabria al centro dei suoi interessi, e non ha ancora perso il vizio di indagare, provocare, stuzzicare con i suoi interventi, promuovere iniziative per difendere e valorizzare la sua terra e, soprattutto, i giovani che vede, disperatamente, sempre più numerosi andare via. L’ultima sua fatica, ancora in fase preliminare, è un docufilm che farà discutere: ovviamente riguarda la Calabria, e nello specifico si occupa dei figli dei boss, molti degli invisibili che hanno rinnegato la mafia e cambiato il loro nome per ricostruirsi un futuro. «Le colpe dei padri non devono pagarle i figli» è il tema centrale del nuovo lavoro di Bolano che sta raccogliendo materiale inedito sui “figli di mafia” e studiando la documentazione sull’affido forzato (del Tribunale dei minori di Reggio) dei figli dei ‘ndranghetisti. «C’è una storia di sangue, di dolore, di morti, ma c’è anche – dice Paolo Bolano – un filo di speranza che va sostenuto e alimentato. Lontano dal retaggio del malaffare, si forma e cresce la coscienza civica, diventa naturale il rifiuto della violenza, il rigetto di una vita che non si desidera vivere, sulle orme di parenti ‘ndranghetisti».

Bolano non è nuovo ai documentari: nel 1980 rappresentò l’Italia al Festival di Cracovia col suo mediometraggio Violenza (Primo Premio del Ministero del Turismo e dello Spettacolo per regia e sceneggiatura) e il suo ultimo Terroni di periferia (2018) è stato trasmesso da Sky. Ma si perde il conto dei filmati realizzati in Calabria e nel mondo, che vengono trasmessi in più occasioni in Canada e negli Stati Uniti. E pochi sanno che la regia del lunghissimo documentario RAI sul processo di Catanzaro (per la strage di piazza Fontana) porta la sua firma.

Bolano rappresenta una figura di intellettuale che la Calabria non ha mai onorato come dovuto: è stato con Nuccio Fava (poi diventato direttore del TG1) uno dei primi calabresi assunti in RAI, a Roma; ha esordito nel cinema facendo l’aiuto regista nel kolossal Mosè, firmato centinaia di video-inchieste per le più popolari rubriche RAI (A come Agricoltura, QuattroStagioni, AZ, Di Tasca Nostra), lavorando per tutte e tre le testate giornalistiche RAI, per chiudere come caporedattore e coordinatore del TG2 per otto anni prima della pensione. Ma i giornalisti non vanno mai in pensione: sono decine i docufilm dedicati alla Calabria realizzati in questi ultimi anni e non è mancato l’impegno, accanto ad Antonio Salines, col Teatro Belli di Roma a programmare, organizzare e dirigere numerose iniziative di spettacolo di grande respiro nella nostra regione. Attualmente sta lavorando, sempre con Salines, all’adattamento e riduzione teatrale de L’eredità dello zio di Fortunato Seminara, l’indimenticabile scrittore di Maropati. Il teatro è un’altra sua passione: nel 1985, con Santo Strati, ha diretto e prodotto Il Boudoir del Marchese de Sade, nello script originale di Roberto Lerici, proponendo da precursori con uno straordinario tv-film un nuovo e originale modo di “leggere” il teatro attraverso le telecamere: non una ripresa “statica” della scena, ma un attento e partecipato racconto filmico dell’azione teatrale, accentuato da un montaggio-video di valenza cinematografica, quando ancora non c’erano le magie attuali della computer-grafica applicata al video.

Paolo Bolano è anche un formatore in ambito di giornalismo e regia televisiva: ha organizzato e curato numerosi corsi destinati ai giovani, per i quali ha scritto il manuale Operatore Media, un libro che ha tracciato con largo anticipo le figure professionali oggi più richieste: giornalisti in grado di usare tutti i media e operatori multimediali con competenze giornalistiche.

Agli italiani, anzi ai calabresi nel mondo, ha dedicato numerose inchieste giornalistiche e nelle prossime settimane sarà in Portogallo per un docu-film sui tantissimi italiani che hanno scelto (per ragioni fiscali) di andare a soggiornare in quel Paese. Bolano vive tra Roma, Reggio e il mondo: la sua città d’origine gli ha ispirato un pamphlet (L’urlo di Reggio) che costituisce il manifesto di un ideale movimento di popolo che chiede a gran voce che si riapra una nuova “questione meridionale”. «Ma non quella di Giustino Fortunato, dello ‘sfasciume pendulo sul mare’ – avverte Bolano – ma un impegno che tenga conto del Mediterraneo, la vera grande risorsa di tutti i Paesi che vi si affacciano. È nel Mediterraneo la soluzione al sottosviluppo e alla mancata crescita e la Calabria – non dimentichiamolo – è proprio al centro: la posizione ideale da cui far partire iniziative di cultura, conoscenza e lavoro. La Magna Grecia è nata qui, la sua tradizione millenaria è il solco su cui imbastire il processo di rinnovamento e sviluppo di questa terra. Bisogna crederci». (rrm)