Addio a Fulvio Lucisano, progonista indiscusso di 70 anni di cinema italiano

È morto a Roma a 98 anni Fulvio Luciano, storico produttore cinematografico, autentico protagonista del grande cinema italiano.

Di origine calabrese, Lucisano era nato a Roma il 1° agosto 1928: il padre era di Villa San Giovanni, in  provincia di Reggio Calabria. Cresciuto negli anni del fascismo e della guerra, si era laureato in Giurisprudenza all’Università ‘La Sapienza’ di Roma nel  1954. Ma già nel 1949 il percorso professionale era cominciato quando, a 21 anni, aveva partecipato alla realizzazione di “Anno Santo“, documentario dedicato al Giubileo del 1950. L’anno successivo comincia a collaborare con l’Istituto Luce per i cinegiornali destinati all’America Latina, ma lui aveva già mosso i suoi primi passi alla fine degli Anni ’40 all’Istituto Luce dedicandosi alla produzione documentaristica. E prima di approdare al lungometraggio di finzione, realizzò circa 300 documentari. Nel 1955 il passaggio decisivo: Lucisano produce “I quattro del getto tonante”, diretto da Fernando Cerchio ed è il suo primo lungometraggio.

Nel 1958 fondò la Italian International Film (Iif), contribuendo in modo decisivo allo sviluppo del cinema popolare e d’autore. E la sua casa di produzione divenne una delle realtà italiane più importanti non solo nella produzione cinematografica (oltre centotrenta pellicole) ma anche in quella televisiva (a partire dal 2004, ad esempio con Mina Settembre) con film e serie prodotti e distribuiti che spaziano in tutti i generi.

Tra i tantissimi riconoscimenti ha collezionato 5 David di Donatello tra cui il premio per “Il grande cocomero” e il David Speciale alla carriera nel 2009 , 4 Nastri d’Argento e due nomination agli Oscar.

Nel 2005 la Mostra di Venezia gli aveva dedicato un omaggio alla carriera e due anni dopo era arrivato il titolo di Cavaliere del Lavoro. Nel 2018, in occasione del suo novantesimo compleanno, Laura Delli Colli ne ha raccontato la storia nel volume “Fulvio Lucisano, sotto il segno del cinema” (Edizioni Sabinae).

Non solo, ma Lucisano ha collaborato con alcuni tra i più grandi artisti del cinema italiano, da Lina Wertmuller a Luigi Comencini, da Alberto Sordi a Luciano Salce, da Mario Bava a Massimo Troisi, da Francesca Archibugi a Fausto Brizzi.

Dal primo film prodotto nel 1955, “I quattro del getto tonante”, ha collezionato tanti altri successi, vale la pena di ricordare “Cosa avete fatto a Solange?” (1972), “Tre tigri contro tre tigri” (1977), “Aragosta a colazione” (1979), “Ricomincio da tre” (1981), “Il ras del quartiere” (1983), “Un ragazzo di Calabria” (1987), “Il grande cocomero” (1993), “L’anno prossimo vado a letto alle dieci” (1995), “Ninfa plebea” (1996), “Fantozzi – Il ritorno” (1996), “La mia vita a stelle e strisce” (2003), “Notte prima degli esami” (2006), “Cemento armato” (2007) ed “Ex” (2009), “Non ci resta che il crimine” (2019).

“Con Fulvio Lucisano scompare uno dei grandi artefici del cinema italiano. Ha rappresentato un modo di fare cinema fondato sulla passione, sull’intuito, sul coraggio e sulla capacità di riconoscere il valore. Un cinema sartoriale – sottolinea il ministro della Cultura, Alessandro Giuli -, costruito con cura e profondamente legato all’identità italiana. Un produttore che ha investito nel talento e accompagnato con generosità molti artisti nel passaggio alla macchina da presa. Lo salutiamo con gratitudine per ciò che ha dato alla cultura cinematografica italiana”.

Tantissimi i film di successo realizzati con Rai Cinema: da “Notte prima degli esami” e “Mai stati uniti” a “Nessuno mi può giudicare”, da “Maschi contro femmine” a “Viva l’Italia”, da “Io che amo solo te” a “Io e te dobbiamo parlare”, fino a “Alla festa della rivoluzione”.

Numerose anche le fiction di successo realizzate insieme a Rai Fiction, da “Il Sistema” a “Liberi tutti”, fino a “Mina Settembre” e “Il Clandestino”. “Un produttore – dice la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati – che ha contribuito in modo decisivo alla crescita industriale e culturale del settore e con cui Rai ha condiviso tanta strada, realizzando molti progetti importanti e di successo. Ci ha lasciati un professionista di altissimo livello il cui percorso è stato caratterizzato da una passione che ha lasciato un segno profondo nella comunità creativa”.

“Dire addio a Fulvio Lucisano – aggiunge l’Amministratore Delegato di Rai Cinema, Paolo Del Brocco – fa male al cuore. Se ne va un amico, un uomo generoso, saggio, coraggioso. Un professionista ineguagliato del nostro cinema che in questi anni ho avuto l’onore di conoscere e affiancare su tanti film e progetti condivisi. Ricordo l’energia e la dedizione instancabili in tutto ciò che faceva, la sua particolare attenzione verso i giovani autori, le sue intuizioni, la scoperta di tanti nuovi talenti. Sempre giovane, tra i giovani. Questo e tanto altro era Fulvio. E per questo lo ringrazio”.

“Fulvio Lucisano – scrivono i dipendenti del Gruppo Lucisano in lungo post sul profilo della Italian International Film, società di produzione e distribuzione cinematografica fondata nel 1958 da Lucisano e parte del Lucisano Media Group– ci ha insegnato che il cinema non è soltanto un mestiere: è una forma di vita, una sfida, una responsabilità e, soprattutto, una grande famiglia. E proprio come una famiglia, oggi ci stringiamo attorno al suo ricordo. Ci mancheranno la sua forza, la sua ironia, la sua determinazione, il suo modo unico di affrontare ogni difficoltà e quella capacità di indicarci la via anche quando sembrava impossibile trovarla”.

Fulvio Lucisano, dicono ancora i suoi dipendenti, “ha aperto strade che prima non esistevano e ci ha insegnato a percorrerle con coraggio. La sua eredità non vive soltanto nei film che ha prodotto, nei successi che ha costruito e nella storia del cinema che ha contribuito a scrivere: vive nelle persone che ha incontrato, nelle generazioni che ha formato e in tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di lavorare al suo fianco. Oggi il nostro saluto non è un addio, ma un grazie. Grazie Fulvio, per averci guidato, per aver creduto in noi, per averci fatto sentire parte di qualcosa di grande”. (rs)

L’ADDIO / Enzo Sidari, un raro esempio di dedizione

di FRANCO ARCIDIACO – Enzo Sidari è stato un raro esempio di dedizione: un urologo di grande competenza e, allo stesso tempo, un politico attento e appassionato, sempre animato dal desiderio di servire la propria comunità. In lui professionalità e impegno civile convivevano con naturalezza, guidati da un profondo senso di responsabilità verso la città.

Il nostro rapporto risale a molto lontano nel tempo. Eravamo amici fin dai giorni dell’infanzia. Frequentavo spesso casa sua per fare i compiti con suo fratello Gianni, mio compagno di banco al San Vincenzo. Enzo era più grande di noi di tre anni, ma finì presto per diventare anche per me una sorta di fratello maggiore: una presenza affettuosa, discreta, ma sempre pronta a incoraggiare e a dare l’esempio.

Poi, come accade nella vita, le nostre strade si sono separate. Ognuno ha seguito il proprio percorso, sia sul piano professionale sia su quello politico. Ci siamo ritrovati molti anni dopo, nel 2009. Enzo era assessore alla Cultura nella giunta di Giuseppe Scopelliti e io lavoravo come giornalista e editore. Fu allora che ci trovammo di nuovo fianco a fianco per raccogliere l’appello dell’allora rettore dell’Università Mediterranea, Massimo Giovannini, volto a salvaguardare il Teatro “Siracusa”.

Il “Siracusa”, il più antico teatro di Reggio, era un piccolo gioiello liberty che resisteva con fatica al passare del tempo e alle difficoltà economiche. L’idea era quella di affidarne la gestione all’Associazione culturale “Le Nozze”, emanazione dell’Università Mediterranea, guidata da Marilù Prati e Renato Nicolini e composta da attori e tecnici formatisi in otto anni di laboratorio teatrale. L’associazione aveva una struttura simile a quella di una compagnia e dunque possedeva tutte le competenze necessarie per gestire un teatro e farlo vivere.

A quell’appello rispondemmo in diversi. Oltre al sottoscritto, Franco Arcidiaco, ci fu anche Eduardo Lamberti Castronuovo, che si fece carico di coinvolgere Comune, Provincia e Regione, chiamati a sostenere economicamente l’iniziativa.

Ma se quell’operazione riuscì davvero a concretizzarsi lo si deve soprattutto al grande impegno di Enzo Sidari. Con la sua determinazione, e mettendo da parte ogni possibile preclusione politica, seppe affrontare e superare ostacoli burocratici tutt’altro che semplici. Fu lui ad avviare un percorso virtuoso che permise al Teatro “Siracusa” di continuare a vivere per altri cinque anni, restituendo alla città uno spazio di cultura e di memoria.

Ecco perché, ripensando oggi a quella stagione, il ricordo di Enzo Sidari assume un significato ancora più profondo. Non solo per ciò che ha fatto come medico o come amministratore pubblico, ma per il modo in cui ha interpretato questi ruoli: con serietà, con passione e con un autentico spirito di servizio.

Alla fine, ciò che resta davvero di una persona non sono soltanto gli incarichi ricoperti o i risultati ottenuti, ma il segno umano che ha saputo lasciare negli altri. Enzo quel segno lo ha lasciato. Nella memoria di chi lo ha conosciuto, nell’affetto degli amici, e nei piccoli ma preziosi pezzi di città che, anche grazie a lui, hanno continuato a vivere. (fa)

Addio a Domenicantonio Rotiroti, già Preside della Facoltà di Farmacia all’UMG di Catanzaro

È scomparso Domenicantonio Rotiroti,  per decenni pilastro e preside della Facoltà di Farmacia all’Università Magna Graecia di Catanzaro, fondata dal prof. Giuseppe Nisticò. A seguire, il ricordo dell’ex presidente della Regione e Commissario della Fondazione di Biotecnologie Renato Dulbecco, Roma.

di GIUSEPPE NISTICÒ – Lasciando una ondata di profonda commozione e dolore, è scomparso ieri (4 gennaio ndr) il prof. Domenicantonio Rotiroti, professore Ordinario di Farmacologia e già Preside della Facoltà di Farmacia dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. Egli era stato ricoverato improvvisamente nelle scorse settimane presso l’Ospedale Universitario di Padova e apparentemente aveva superato un complesso intervento di Cardiochirurgia. Si trovava a Padova ospite della figlia Gisella che da tempo si era trasferita a vivere al Nord. Lascia oltre alla figlia anche il figlio Francesco ricercatore presso la Facoltà di Giurisprudenza di Catanzaro e la moglie Maria Grazia, una donna di una dolcezza, discrezione ed eleganza non comuni.

Domenicantonio è stato uno dei miei primi allievi in Farmacologia. Infatti agli inizi degli anni ’70 era venuto a chiedermi di entrare interno per preparare la tesi di Laurea presso l’Istituto di Farmacologia di cui io, insieme con il prof. Umberto Scapagnini, eravamo gli aiuti e il prof. Paolo Preziosi il giovane e geniale Maestro. Io lo conoscevo di nome perché era nato nel mio stesso paese, Cardinale, e fin da ragazzo si era rivelato un giovane molto intelligente e brillante. Aveva un carattere riservato, piuttosto timido e introverso; un uomo di poche parole ma di molti fatti, come poi ha dimostrato nel corso degli anni, diventando un ricercatore serio, affidabile e, come io andavo dicendo, un vero “orologio svizzero”. La sua personalità era impregnata di valori etici universali (libertà di pensiero, amicizia, solidarietà, grande rispetto della dignità della persona) da vero erede della civiltà del popolo dei Lacini.

Entrato interno nell’Istituto di Farmacologia dell’Università di Napoli dopo aver preparato diligentemente una tesi Sperimentale, ha chiesto di seguirmi quando mi sono trasferito a dirigere l’Istituto di Farmacologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Messina nel 1976. Dalla sua passione iniziale per la ricerca in campo cardiovascolare, sotto la mia guida è passato nelle ricerche del Sistema Nervoso Centrale dove ha creato un gruppo eccellente di giovani ricercatori specializzato in tecniche di avanguardia di stereotassi cerebrale con cui raggiungere con microcannule varie aree del cervello e così caratterizzare il ruolo delle catecolamine, della serotonina e di altri neurotrasmettitori nel controllo del sonno e della veglia, nonché della temperatura corporea e di altre funzioni fondamentali del Sistema Nervoso Centrale. Di questo gruppo hanno fatto parte giovani molto qualificati come Giovambattista De Sarro, Enzo Mollace, Franco Naccari, Lia Silvestri, Vera Faraone, Riccardo Ientile, Rosamaria Di Giorgio etc.

Ottima e aggiornata era anche la sua attività didattica. Pertanto per le sue elevate capacità scientifiche e didattiche (ha pubblicato su riviste internazionali centinaia di lavori scientifici), ha meritato di ricoprire il ruolo di Professore di Farmacologia Veterinaria presso l’Università di Messina.

Quando mi sono trasferito alla nuova Università di Medicina dell’Università di Catanzaro nel 1983, e dovendo l’Università di Catanzaro attivare il Corso di Laurea di Farmacia per potersi staccare dall’Università di Reggio Calabria, insieme con il prof. Paolo Preziosi, che ne era il Presidente del Comitato Tecnico Ordinatore, non abbiamo avuto dubbi di chiamare il prof. Rotiroti presso la nuova Facoltà di Farmacia. Qui egli profuse tutte le sue energie fisiche e mentali e fu eletto Preside della Facoltà, carica che poi mantenne per circa vent’anni. Così, sotto la sua Presidenza, la Facoltà passo per passo e gradualmente chiamò altri validissimi docenti di Chimica Farmaceutica come il prof. Stefano Alcaro e, così, divenne solida e forte basandosi su due pilastri: quello della Farmacologia e quello della Chimica Farmaceutica. Così, con il tempo guadagnò prestigio a livello nazionale e internazionale grazie alla selezione onesta di docenti qualificati di primo piano e grazie agli insegnamenti professionali scientifici ed etici su cui si formarono migliaia di studenti, oggi stimati professionisti nel campo della Farmacia. Particolarmente importante il contributo del Prof. Rotiroti nel campo delle Neuroscienze, e cioè del ruolo comportamentale dei neurotrasmettitori come pure nei meccanismi alla base della febbre ad opera della liberazione di prostaglandine nell’ipotalamo.

Lo ricordo sempre sereno, anche se con una intensa partecipazione emotiva ed affettiva  e sono convinto che la sua figura rimarrà un esempio per le nuove generazioni di ricercatori che erano ammirati soprattutto non solo per la sua attività scientifica ma anche per la sua integrità morale. Tutto ciò che produceva scientificamente – voglio sottolinearlo con chiarezza – era  “oro colato”, cioè i risultati delle sue ricerche erano rigorosamente verificati e riproducibili. Tutto ciò era anche segno di grande rispetto per i principi appresi dal Maestro, e cioè della meritocrazia, del rispetto della validità internazionale della ricerca.

Non potrò mai dimenticare la sua ultima, tenera telefonata di pochi giorni or sono durante le festività natalizie; egli avvertiva forte il bisogno di riconfermarmi il suo affetto e la sua gratitudine e di tenermi informato delle condizioni della sua salute, della vita dei figli, della carissima moglie Maria Grazia. Mi aveva confidato di aver subito un grave intervento Cardiochirurgico ed era stato fortunato di averlo fatto in uno degli Ospedali più prestigiosi del nostro Paese e che, pertanto, si sentiva meglio e non vedeva l’ora di tornare nella nostra Calabria per trascorrere serenamente l’ultima parte della sua vita vicino agli amici e parenti più cari e a tanti giovani che aveva formato con sapienza e tanto amore. Non dimenticherò mai la sua grande umiltà, come quella di un giunco che si piega all’arrivo delle onde di un fiume in piena, mai superbo o arrogante, sempre grato e devoto nei miei riguardi e tutto ciò era espressione della sua intelligenza superiore. (gn)

Addio all’ex provveditore agli Studi Antonio Catania

di ROBERTINO GIARDINA – È domenica 30 novembre 2025 a Vercelli, una giornata segnata dal freddo pungente, quando la città è stata scossa dalla notizia della scomparsa improvvisa di Antonio Catania. La comunità ha accolto con incredulità la dipartita inattesa di una figura che, per oltre quarant’anni, ha dedicato la propria vita ai giovani e al mondo della scuola, ricoprendo ruoli di primo piano nella dirigenza degli Uffici provinciali e regionali del Piemonte.   «Nelle ultime ore abbiamo perso un amico formidabile, un personaggio di spessore per la Cultura e la Scuola. Ha dato molto alla nostra Vercelli»: ha dichiarato il sindaco Roberto Scheda immediatamente dopo aver appreso la notizia. “Mio padre era una persona aperta, solare, generosa e sempre disponibile ad aiutare gli altri, una persona a cui era molto facile voler bene per la sua semplicità e gentilezza. Lascia un vuoto nella comunità ma un vuoto ancora più incolmabile per me, mia madre e la mia famiglia dove era da sempre un pilastro fondamentale. Cercherò di colmare questo vuoto con i bei ricordi dei momenti passati insieme ma soprattutto cercando di assomigliargli il più possibile, ad assomigliare alla persona stupenda che era. Ciao Nino, Ciao Papà»: è il messaggio che Bruno, figlio di Antonio Catania, dirigente emerito dell’Ufficio scolastico provinciale, ha letto durante il funerale celebrato mercoledì 3 dicembre in Duomo. Alla cerimonia, officiata da monsignore Albertazzi, erano presenti alcune autorità civili e militari, il sindaco Roberto Scheda, il presidente della Provincia Davide Gilardino, il Questore Giuseppina Suma e molti membri di varie associazioni con le quali Catania collaborava. Il Duomo era gremito di amici, colleghi di lavoro dell’Usp, tanti docenti, dirigenti e allievi che hanno fatto da corona al rito religioso, manifestando grande commozione per una scomparsa inattesa e dolorosa.

Antonio Catania dalla Calabria arriva a Vercelli nel 1973, si laurea a Torino in Scienze politiche ed entra nei ruoli amministrativi della scuola. La storia di quel periodo, ricca di fermenti politici e cambiamenti sociali, si intreccia con quella di Antonio e della sua amata moglie Maria Teresa; una coppia lontana dalla propria terra ma comunque ricca di entusiasmo e coraggio. Maria Teresa si dedicherà all’insegnamento, appoggiando le scelte di Antonio che, tra formazione continua e tanti sacrifici, si avvierà verso una carriera brillante.  Il suo curriculum è denso, ricco di incarichi e riconoscimenti. Ultimamente aveva ricoperto anche l’incarico di vicepresidente di Sezione della Corte di giustizia tributaria di I° grado di Vercelli

La sua passione e la sua dedizione per l’istruzione vengono ben rappresentate da un passaggio del discorso pronunciato in occasione dell’apertura dell’anno scolastico 2009, in qualità di Dirigente dell’Ufficio scolastico di Vercelli: “La scuola serve a far crescere e a far crescere bene, a dare ai bambini e ai ragazzi il controllo delle proprie capacità e insieme il senso di responsabilità; deve fornire un bagaglio accettabile di conoscenze completato dall’azione educativa. Fare la scuola e formare vuol dire guardare al futuro; investire nella scuola vuol dire guardare alle priorità del Paese, al possesso delle conoscenze ma anche all’entusiasmo della conoscenza.”

Oramai in quiescenza, il suo impegno per i giovani è proseguito con la carica di Presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Scuola Professionale e Filologica “Borgogna” di Vercelli. Anche la dedizione civica e culturale non si è mai affievolita, ricoprendo la carica di presidente del Comitato provinciale Unicef di Vercelli e partecipando, in qualità di socio, alle attività del Kiwanis, club del quale è stato presidente.

Nel 2013 ha ricevuto il premio “Francesco De Sanctis: Una Vita per la Scuola” assegnato dal “Centro Pannunzio”; un riconoscimento importante attribuito a figure di spicco nel panorama culturale italiano. Tra le onorificenze conferite dal Presidente della Repubblica risultano quelle di “Cavaliere al merito della Repubblica Italiana” nel 2013, e quella di “Ufficiale” nel 2018. L’elenco è lungo, costellato di attività che lasceranno un segno indelebile, un contributo significativo per le Istituzioni pubbliche ed un modello eccellente di senso del dovere e di amore per la famiglia. Così il ricordo di Antonio Catania, da nord e fino alla sua Calabria, continuerà nella bellezza dei valori umani che ha incarnato, fatti di amicizie vere, di relazioni durature, scaturite dalla bontà e dall’altruismo che hanno caratterizzato una vita esemplare per l’intera comunità.

Lucy Barone: confermata consigliere Società italiana di Cardiologia (SIC) Lazio

La dott.ssa Lucy Barone, Dirigente Medico in Cardiologia presso l’AOU Policlinico Tor Vergata, è stata riconfermata Consigliere Regionale per il Lazio della Società Italiana di Cardiologia (SIC), una delle istituzioni scientifiche più autorevoli nel campo delle scienze cardiovascolari in Italia. La sua rielezione rappresenta un riconoscimento del valore della sua attività clinica, accademica e scientifica, oltre che del suo approccio umano alla medicina.

«Accanto alla professione – ha detto la dott. Barone –, c’è una dimensione che porto con orgoglio e che dà profondità al mio modo di essere medico: sono una donna e madre di tre figli. La maternità non è solo un equilibrio da costruire ogni giorno, ma una fonte inesauribile di forza. I bambini hanno una qualità straordinaria: sanno stupirsi, sempre. Ogni scoperta è un piccolo evento, ogni novità un motivo per sorridere.
Questa capacità di meravigliarsi è diventata per me una risorsa preziosa nella vita professionale. Essere madre mi aiuta a non perdere mai l’entusiasmo, a guardare la medicina con occhi nuovi, a non dare nulla per scontato. Anche nelle giornate più intense, i miei figli mi ricordano che vale la pena fermarsi un istante e lasciarsi sorprendere da ciò che facciamo: un ritmo che torna regolare, un paziente che migliora, una procedura che cambia una vita.
È un entusiasmo che custodisco con cura, perché credo che la capacità di stupirsi – come i bambini – sia uno dei motori più potenti per rinnovarsi, crescere e non smettere mai di imparare».

Una carriera costruita sul rigore scientifico

«Sono diventata cardiologa – afferma Lucy Barone – perché, fin dagli anni dell’università, mi ha sempre affascinato il modo in cui il cuore riesce a raccontare la storia di una persona: attraverso il ritmo, le aritmie, i segnali nascosti che aspettano solo di essere interpretati. Questo sguardo, clinico ma anche profondamente umano, ha guidato ogni tappa del mio percorso professionale.
Mi sono formata all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove ho iniziato a occuparmi di elettrofisiologia, una disciplina che richiede precisione tecnica ma anche la capacità di capire la fisiologia più sottile del cuore. Oggi lavoro come cardiologa al Policlinico Tor Vergata, dove dal 2016 mi dedico alla cura dei pazienti con aritmie e alla gestione dei dispositivi impiantabili, e continuo parallelamente il mio impegno nella ricerca attraverso un Dottorato in Medicina Sperimentale.
Accanto all’attività clinica, ho sempre creduto moltissimo nella formazione. Accompagnare giovani medici nei loro primi passi in cardiologia è, per me, un modo per restituire ciò che ho ricevuto dai miei maestri. Per questo svolgo con entusiasmo il ruolo di tutor della Scuola di Specializzazione e insegno all’università.
La ricerca, le pubblicazioni scientifiche e i congressi a cui ho partecipato in questi anni rappresentano un altro tassello della mia attività: un modo per contribuire a far crescere la conoscenza e per confrontarmi con colleghi che condividono le stesse passioni.
Dal 2022 faccio parte del Consiglio della Sezione Lazio della Società Italiana di Cardiologia. La mia recente riconferma è per me motivo di gioia e responsabilità: significa poter continuare a lavorare per una cardiologia regionale più aperta, dinamica e attenta ai giovani, favorendo occasioni di formazione, dialogo e crescita.
Continuo a credere che la cardiologia sia una disciplina capace di unire rigore scientifico ed empatia. Ed è con questo spirito che accolgo il mio nuovo mandato, con il desiderio di contribuire ancora alla nostra comunità professionale e ai pazienti che ogni giorno ci affidano il loro cuore».

Classe 1982, originaria di Cerchiara di Calabria, laureata e specializzata con lode presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, la Barone è attualmente impegnata in un Dottorato in Medicina Sperimentale. Da gennaio 2016 svolge attività clinica nel settore dell’Elettrostimolazione ed Elettrofisiologia, con particolare attenzione alla cura delle aritmie e alla gestione dei device cardiaci impiantabili. Ha al suo attivo oltre 30 pubblicazioni scientifiche internazionali, numerosi contributi a congressi, e ha ricevuto importanti riconoscimenti come la Borsa di Studio SIC-MSD Italia e il Premio Giovani Ricercatori della SIC.

Da sempre impegnata nella formazione medica, Lucy Barone è Tutor della Scuola di Specializzazione in Cardiologia e docente universitaria presso l’Università di Roma Tor Vergata. La trasmissione del sapere ai giovani medici è per lei un valore imprescindibile, che rappresenta il filo conduttore di un percorso professionale coerente e appassionato. (rrm)

Il ricordo dell’avv. Francesco Squillace
Avrebbe compiuto 100 anni oggi

Avrebbe compiuto oggi, 6 novembre 2025, 100 anni. I figli dell’avv. Francesco Squillace lo ricordano con immutato affetto: non soltanto un grande uomo e giurista, ma anche un vero e proprio modello di professionista che, per tutelare i diritti e le libertà degli individui ma al tempo stesso l’indipendenza del potere giudiziario, ha svolto due ruoli, quello di avvocato e quello di grande politico, entrambi con la stessa passione civile.

In lui le due dimensioni, di uomo dedito alla cosa pubblica e di professionista del foro nell’arco della lunga e laboriosa esistenza (1925 – 2020) si sono talmente compenetrate e alimentate l’un l’altra che è difficile darne una reciproca preminenza, finanche biografica.

Francesco Squillace era nato a Chiaravalle Centrale e nello stesso centro delle Preserre è morto novantacinquenne, legandosi alla Città alla quale ha dedicato molta dell’energia fisica, nella dedizione pubblica e nella grande cultura e intelligenza di cui era capace, manifestata anche in una vasta produzione pubblicistica volta sia alla storia locale sia alla memorialistica politica regionale e nazionale.

Di Chiaravalle è stato sindaco per due mandati non successivi tra il 1952 e il 1964, prima di approdare nel Consiglio della grande Provincia di Catanzaro nel 1966, ente di cui sarà presidente nel 1975. Temperamento determinato e appassionato, espressione fin da giovane universitario napoletano di quella Democrazia Cristiana che accompagnò la crescita sociale ed economica del Paese nel secondo dopoguerra.

Francesco Squillace, democristiano vero, fu definito politico “civile e cortese”, uomo di grande umanità, che ha sempre messo al centro la dignità e il benessere delle persone, soprattutto dei suoi concittadini chiaravallesi.

I due figli Gianfranco, Maria e Laura tengono vivo il suo ricordo con molto orgoglio, certi che questa figura potrebbe essere tuttora un utile esempio a tutti.

Soverato piange Gianfranco Maiolo

di FRANCO CIMINO – È morto Gianfranco Maiolo. Soverato è più povera. Se n’è andato così, improvvisamente.
Il giorno stesso – sette giorni fa – dell’attacco violento che l’ha colpito in piena vitalità, mentre continuava il progetto della sua vita, e della sua vita spesa per gli altri.
I sei giorni di lotta clinica per restare qui non contano. Conta quell’attimo in cui Gianfranco se n’è andato. E facendo rumore, lui che è stato per tutta la vita timido, discreto, riservato, quasi in soggezione. Mai, appunto, facendo rumore.
E invece ora chiasso da vivacità incontenibile, turbolento, per quell’istinto che si accende in tutti noi quando vogliamo per forza litigare su qualcosa, con qualcuno, per qualcosa e per qualcuno.

Rumoroso, turbolento, chiassoso: Gianfranco non lo è stato neppure per quella passione e per quell’amore sempre accesi, da quando praticamente è nato, cioè nato alla vita sociale, all’impegno per gli altri, alla comprensione del ruolo che ciascuno di noi deve avere nella società per poterla servire secondo gli ideali palpitanti in noi.
La sua grande passione: la Politica.
Il suo grande amore: la Democrazia Cristiana.
La sua passione: il Comune.
Il suo amore infinito: Soverato.
E di queste passioni, di questi amori soltanto dico, perché non posso neppure mentalmente raggiungere quelli che lui nutriva per la sua famiglia.
Quella originaria – genitori, fratelli, cugini, nipoti – e quella costruita dalle sue mani e dal suo cuore: l’amore per la moglie, inseparabile, compagna anche nelle cose più semplici della quotidianità, come andare a mangiare con gli amici, al cinema, al teatro. Oppure a prendere un gelato al bar. Andare a fare la spesa. Sempre insieme. E sempre insieme nella passeggiata di tutti i giorni, per tutta la loro vita.
E sempre passeggiata nella sua amata Soverato, della quale conosceva tutto e tutti.
In quel “tutti” c’erano anche i soveritani di adozione, di scelta, di residenza, di turismo. Se volevi sapere qualcosa – fatti, storie, storia, cultura, tradizioni e persone – bastava domandare a lui, e ricevevi notizie precise, dettagliate, pulite, serie, oneste.
Notizie e fatti mai attraversati da pettegolezzo, dai quali la sua serietà informativa salvava tutti: fatti e persone.
Per ognuno aveva comprensione e giustificazione; per ogni fatto, la capacità di analisi e di interpretazione.
Gianfranco, sempre al lavoro per Soverato.
Nel Comune, dove umilmente era al servizio di ogni settore per rispondere alle esigenze di ogni cittadino. Sempre in attività. Sempre al servizio dei bisogni e dei sogni. Mai degli interessi.
Io, segretario provinciale di quel suo partito, lo vedevo sempre presente a tutte le nostre più importanti manifestazioni, dovunque in provincia si celebrassero: comizi, congressi, convegni, dibattiti di vario genere.
Lo ricordo ancora più particolarmente quando seguivo le vicende del Comune di Soverato, in quegli anni accesi di politica vera, nei quali la Democrazia Cristiana aveva un ruolo predominante, con la sua forza preponderante, quasi maggioritaria.
Di quel Comune, tranne pochi anni, la DC aveva la guida.
E, come nei grandi partiti, le divisioni e qualche conflitto erano di casa.
In tutte queste riunioni, tra le più vivaci, lui era sempre moderatore. Operava per realizzare accordi nell’interesse esclusivo della città. Non partecipava alle piccole liti interne e, per il superamento delle stesse, personalmente si impegnava.
Di lui si fidavano tutti, per la sua onestà e sincerità, innanzitutto.
E per il suo totale disinteresse personale riguardo agli equilibri cosiddetti di potere. Potere che non ha mai cercato per sé in alcun modo.
Eppure, per il prestigio di cui godeva, per l’intelligenza di cui nutriva la sua azione, per la sua coerenza e fedeltà, di certo lo avrebbe meritato, ottenendolo pure.
Ma Gianfranco era così come lo si vedeva: semplice, umile, buono, generoso, cortese, affabile, educato.
Rispettoso di persone e istituzioni. Rispettoso soprattutto verso l’autorità: autorità in quanto figura nella quale si concentravano carisma e regole, responsabilità e capacità di guida.
Dicevo di Gianfranco: tipo particolare. E lo era davvero.
“Tipo” perché aveva una fisionomia complessiva tutta sua, da quella fisica a quella caratteriale. “Tipo particolare” perché una figura come la sua, così piena di qualità umane, è davvero difficile trovarla.
Gianfranco, oserei definirlo figura identitaria.
Una di quelle che racchiudono in sé tanti elementi di quell’identità nella quale ci si possa riconoscere.
Ecco, lo dico: un uomo autentico della Soverato calabrese, nazionale, si dica pure internazionale; in lui si può riconoscere, riconoscendo Soverato.
Bello, eh!
Basterebbe soltanto questo perché si sia vissuti pienamente. E lui ha vissuto pienamente.
Basterebbe solo questo, per chi l’avesse conosciuto, per sentire amore per lui. E gratitudine.
Basterebbe soltanto questo per portare ciascuno di noi a dirgli due parole, entrambe capaci di metterlo in difficoltà.
La prima: grazie, e vederlo schernirsi, e con il suo sorrisetto ironico fare un passo indietro, quasi a nascondersi dietro una parete.
La seconda: “Gianfranco, ti voglio bene”, per vederlo arrossire come un bambino.
E allora, inizio io, in questo giorno dell’ultimo saluto:
“Ciao, Gianfranco. Grazie. Ti voglio bene.”   (fc)

Addio a Saverio Abenavoli Montebianco

di FRANCO CIMINO – Con Saverio Abenavoli Montebianco scompare un grande calabrese.

Eravamo amici, noi due.
Amici come si può essere tra due persone – potrei dire due personalità – diverse. Distinti e distanti sotto quasi tutti i profili.
Saverio ed io siamo sempre stati, per la differenza d’età, il vecchio e il giovane. Il saggio e l’istintivo. Lo scienziato e l’umanista. Lo storico e – mi si lasci passare il termine – il poeta, così almeno alcuni mi definiscono, io vergognandomi. Il medico e il professore. Il maestro e l’allievo.
Il carattere, per quanto aperto e socievole in entrambi, era diverso: rigoroso il suo, parecchio leggero e quasi concessivo il mio.
Nonostante queste differenze, Saverio ed io eravamo diventati amici. Ma a distanza, però, perché tranne rare occasioni – per quanto ce lo promettessimo – non ci vedevamo mai.
Tuttavia, la nostra amicizia maturò nel rapido passaggio da una forte stima reciproca a una sorta di affetto crescente.
Ci si parlava tramite messaggi WhatsApp. Brevi, ma intensi.
Ci si scambiava scritti ed opinioni – Saverio, in particolare, di carattere storico. Storia antica e medievale: la sua area di ricerca e di studio. L’epoca normanna: la sua passione.
E in qualche modo anche la sua forte simpatia per alcuni personaggi di quell’epoca.
Attraverso le sue ricerche storiche, i suoi studi rigorosi, egli perlustrava da cima a fondo la storia della Calabria.
Ne coglieva gli aspetti più salienti e quelli che, a lui, risultavano più interessanti. E li esaltava.
Li sottolineava anche nel racconto parlato, che faceva nelle diverse conversazioni, e che l’interlocutore ascoltava rapito per la sua straordinaria capacità affabulatoria.
La Calabria che ne veniva fuori è una Calabria di cui andare orgogliosi.
Una Calabria coraggiosa, anche guerriera, delle fazioni in lotta e delle occupazioni.
Della difesa strenua contro le diverse forme di dominazione.
Una Calabria religiosa e colta. Ambiziosa e volenterosa.
Una Calabria di regnanti e del popolo. Terra ricca. Anche della fruttuosità di se stessa.
Terra piena di risorse e baciata dal sole più bello.
Coperta dal cielo più bello. Accarezzata dal mare più bello.
Calabria della buona nobiltà, quell’antica e gelosa del proprio onore.
Una terra grande. Da amare.
E qui il ricercatore si fa maestro, quando afferma con severità che per amarla, la Calabria, devi conoscerla a fondo. In particolare in quell’epoca straordinaria di passaggio.
La crisi – sempre più profonda – in cui da molto tempo versa la Calabria, lui la spiegava soprattutto con questa mancanza d’amore. Quasi identitario, ironizzava.
Una mancanza di sentimento dovuta essenzialmente alla mancata conoscenza della storia di questa terra, per natura meravigliosa.
La debolezza progressiva delle classi dirigenti aveva, secondo lui, un’origine ben precisa: l’ignoranza.
E non c’è nulla di peggio di chi non conosce se stesso. Di chi non conosce la propria origine.
Infatti, chi non sa da dove viene, non saprà dove andare.
E infatti, la Calabria ancora non lo sa.
Questo amore pedagogico di Saverio mi aveva catturato.
Come la caparbia insistenza nel voler coinvolgere anche me, nonostante la mia iniziale disattenzione, verso questo amore pulsante di ragione. Al ritmo frenetico di una storia dimenticata.
Non si arrendeva, Saverio.
Se pensava che tu potessi fare qualcosa per migliorare questa terra – soprattutto sul piano culturale, prima ancora che morale – non ti mollava affatto.
Ti scriveva. Ti inviava libri. Ti stimolava alla lettura.
Ti interrogava con il suo metodo raffinato, da persona gentile e rispettosa.
Domande corrette, educate, accompagnate da discrezione, per non metterti in difficoltà. E, però, assai stimolanti.
E messe lì, come un leggero rimprovero.
Per quanto mi giustificassi con le solite scuse dell’uomo super impegnato, nella gentilezza con cui lui mi si rivolgeva, mi sentivo sempre in imbarazzo. E in colpa.
Così andavo a leggere almeno in parte i suoi voluminosi libri, e le pagine più importanti – almeno quelle che più mi interessavano – delle sue opere straordinarie.
Non gliel’ho detto, perché non me l’ha domandato, che l’ultimo libro che mi ha spedito per posta è ancora dentro il plico e la busta che lo conserva.
Plico rimasto sepolto sotto la montagna di scartoffie e disordine, con cui copro il mio disordine generale e il mio vertiginoso voler fare cento cose in una stessa giornata, che di ore ne ha sempre e solo ventiquattro.
Ma, non risultando un’offesa contro di lui, questa mia disattenzione mi sarà molto utile, perché con l’improvvisa scomparsa di questo intellettuale straordinario – oserei dire figura davvero rara nel panorama culturale italiano – mi si imporrà l’obbligo di andarlo a leggere.
E con più profondità e attenzione.
Con maggiore curiosità verso questa montagna di sapere e di sentimenti che, in tanti, abbiamo sottovalutato.
Mi auguro fortemente che le istituzioni – in particolare quelle culturali, dai centri di ricerca alle università, dalle scuole alle biblioteche – si impegnino nella stessa direzione, per scoprire e valorizzare le qualità di uno storico possente e di un intellettuale inquieto, che tanto ha fatto per la nostra terra.
Non solo dal punto di vista scientifico ma anche culturale. Il patrimonio che ci lascia è una ricchezza inestimabile, che dovrà essere messa in evidenza affinché concorra alla crescita complessiva della nostra regione.
A me, personalmente, la sua improvvisa scomparsa lascia una tristezza profonda e inaspettata.
E la domanda “bambina” su quegli 87 anni bugiardi, per l’illusione che la sua creatività ed efficienza ci dava nel vederlo sempre giovane e vivace. Ottimista ed eterno.
Ah, dicevo della nostra amicizia.
Che c’era davvero.
Due persone sono amiche quando, fuori dalle convenzioni, uno apre il cuore all’altro e viceversa.
Il campo migliore in cui farla germogliare è quello in cui si parla dei figli.
E dei figli dell’altro si domanda.
Saverio, di Lodovico ed Elena, ne parlava con una gioia contagiosa.
Orgoglioso com’era dei risultati conseguiti da loro.
In particolare, sempre fiero del primogenito, medico, docente, scienziato.
“Complimenti, Saverio” – gli dicevo ad ogni comunicazione sui successi dei suoi ragazzi –
“Molto merito è tuo”.
La sua risposta non cambiava mai:
“No, Franco. Il merito è tutto loro. Io li ho aiutati soltanto a crescere”.  (fci)

Giovanni Valea, l’architetto delle parole che visita la Calabria tre volte l’anno

di BRUNELLA GIACOBBEFiglio di un uomo calabrese di Botricello, in provincia di Catanzaro, Giovanni Luca Valea nasce a Firenze nell’88 e nella culla della lingua italiana ha sempre coltivato l’amore per le parole: nelle sue poesie, all’università con una laurea in lettere, nel lavoro come docente della stessa materia e ora anche in musica.

Cantautore, poeta e scrittore, lo abbiamo conosciuto con l’album Canzoni uscito nel 2023, prodotto e distribuito da La Stanza Nascosta Records, preceduto dal singolo La costellazione del cane, il cui videoclip della Pixel Studio è stato anche trasmesso in anteprima da Tgcom24.

Valea è stato definito dalla stampa un outsider della nuova canzone d’autore italiana, tratto spesso caratteristico dei calabresi autoctoni o di origine, persone che affondano le loro radici in una terra che ha sempre coltivato la cultura come valore primario ed il legame con la terra, con l’umanità come motore che accende le intuizioni artistiche.

Sul noto Blog della Musica, dichiarò poco dopo l’uscita dell’album: «Canzoni è un album scritto essenzialmente a quattro mani e deve molto alla fortuna. Ho scritto le parole di tutti i brani in circa due anni e, quando balbettavo musicalmente, ho avuto il privilegio di conoscere Nuccio Corallo. Abbiamo lavorato duramente, senza tregua, tra chitarra e pianoforte. Il suo talento come compositore si è dimostrato fondamentale per dare una veste a certe canzoni. Qualche volta abbiamo collaborato persino su questo fronte e non posso che definirlo un onore. Si è instaurato un rapporto di sincera stima e di reciproco apprezzamento, tanto artistico quanto umano. Ne sono davvero felice. I nostri modi di interpretare e intendere questo lavoro si incroceranno di nuovo, molto presto.

Le canzoni, a ogni modo, dovrebbero parlare da sole o, almeno, così spero.
Vorrei sottolineare, nel caso non fosse abbastanza chiaro, che c’è senz’altro molta politica nell’album. Non è soltanto un disco fatto di canzoni d’amore, che avrebbe, in ogni caso, la sua assoluta dignità. C’è della rabbia per la situazione attuale, c’è la vendetta personale. E poi, da qualche parte, come sempre, l’amore. Sembra proprio che non se ne possa fare a meno… ed è, in definitiva, giusto così. Qualcuno lo ha definito “il motore del mondo”. Non posso che concordare e sottolineare, ancora una volta, che per fare certe scelte, a qualsiasi altezza, serve proprio l’amore. Nella vendetta, nella rabbia e persino nell’odio c’è una luce d’amore.

È da quella parte che veniamo e, probabilmente, i più fortunati si allontaneranno in quel bagliore. Gli arrangiamenti di Salvatore Papotto hanno dato una veste insospettabile e meravigliosa a queste dieci canzoni. Volevo un disco che avesse delle sonorità particolarmente contemporanee senza, tuttavia, tradire la mia natura. Desidero dedicare questo lavoro alla disperazione che attraversa il mare su barche di fortuna. Nel mio piccolo – conclude Giovanni Luca Valea – vorrei che queste donne e questi uomini sapessero che La Costellazione del Cane esiste anche per loro e, da qualche parte, magari più remota, una buona stella»
Sempre nel 2023, a novembre, ha pubblicato il romanzo Una vecchia valigia (NeP Edizioni) e ha all’attivo anche la pubblicazione di tre raccolte di poesie con case editrici indipendenti del territorio toscano: Canzoni di rabbia, poesie d’amore (2016), Una Storia che credevo di aver dimenticato (2019) e Una rosa al Padrone (2021).

A livello musicale ha pubblicato gli ep Iniziali (2021) e La disciplina del sogno (2023), sempre prodotti e distribuiti da La Stanza Nascosta Records.

Mentre a novembre 2024 è uscito con Dicembre, metà anticipando l’uscita del nuovo lavoro in studio del cantautore, atteso per gennaio. Il brano è accompagnato dal videoclip ufficiale firmato dal regista Marco Gambineri. A fare da filo conduttore è il pianoforte, avvolto da un pad di synth e sostenuto da una sezione ritmica incalzante. L’apertura melodica è affidata a suggestive architetture d’archi, che introducono sin da subito un’atmosfera sospesa e intensa.

Con Dicembre, metà  Valea ha tratteggiato un bozzetto poetico intimo e raccolto, che ci ha fatto pensare che la Calabria sia proprio come un seme, che sa crescere bene dove trova terreno fertile, e quando incontriamo sprazzi di calabresità come questo, ci fa piacere condividerli con i nostri lettori.

Valea viene a trovare la terra di suo padre almeno tre volte l’anno, ci auguriamo che sia noi che voi possiamo incontrarlo in qualcuno di questi viaggi, ancor meglio se ad un suo concerto. (bg)

 

L’ADDIO / Padre Ermolao Portella, missionario calabrese in Colombia

di PINO NANOSe ne è andato via in silenzio, senza disturbare nessuno, nella sua vecchia casa di Santa Caterina Albanese dove era nato e cresciuto, ma questo lui in realtà desiderava fare. Ma questo straordinario missionario calabrese è morto in Calabria quasi per caso, perché in realtà il suo progetto ideale era quello di tornare in Colombia per essere seppellito «nel fango che per lunghi anni lo aveva visto missionario e apostolo della Chiesa di Francesco, in uno dei posti più lontani e più infelici della terra».

C’è un libro bellissimo che oggi ce lo ricorda come se fosse ancora qui presente tra di noi, pubblicato da Demetrio Guzzardi, direttore Editoriale di Progetto 2000 e che con lui aveva un rapporto antico e quasi intimo.

«Sebbene la sua famiglia – racconta Demetrio Guzzardi – gli abbia chiesto di tornare in Italia, Padre Ermolao Portella desiderava in realtà morire in Colombia, dove aveva svolto la sua missione evangelizzatrice tra i contadini di quella terra. A 82 anni, Padre Ermolao Portella, testimone e guida spirituale della Comunità Missionaria Ardorino dei Pie Catechisti Rurali, desiderava continuare a lavorare in Colombia e voleva morire vicino alle comunità rurali che lui stesso e da solo aveva evangelizzato, instancabilmente, e con lo stesso entusiasmo dei suoi primi giorni».

Ma la vita non sai mai cosa ti riserva, e Papa Francesco un giorno lo richiama a Roma, e dopo oltre dieci anni nella missione colombiana, lui torna in Italia per sei anni come superiore generale della sua comunità. Poi, al termine del suo mandato, comunica al nuovo superiore in una lettera di grande impatto emotivo la sua disponibilità a recarsi in qualsiasi missione “Perché un missionario di Cristo- predicava- non può fermarsi mai”.

È così che nel 2016 torna nel comune di Garzón, situato nel dipartimento di Huila, praticamente a ridosso delle Ande.

«La mia famiglia – racconta a Demetrio Guzzardi in una intervista che potete anche cercare e trovare in rete su YouTube – sta ormai molto lontana dalla parrocchia di Cosenza dove io sono cresciuto come sacerdote».

Il padre missionario calabrese non fa che ripetere con insistenza: «La mia vera famiglia oggi è quella dei Garzoneños. Ho rinunciato alla mia famiglia di sangue per scoprire una famiglia spirituale», dice questo sacerdote italiano nato a Santa Caterina Albanese. E come tutti i figli migliori della terra d’Arberia Padre Portella andava fiero e orgoglioso delle sue origini arberesche e del passato del suo popolo.

«Ricordo – dice Demetrio Guzzardi – che Padre Ermolao mi raccontava che quando arrivò in Colombia, celebrava tre Messe ogni domenica in campagna e in montagna. Si recò anche in villaggi sperduti, lontanissimi, a volte inaccessibili, ma era questa la cosa che più lo affascinava. Ho conosciuto padre Ermolao Portella nel 1975, quando iniziai a seguire un’importante esperienza ecclesiale e con alcuni amici mi recavo domenicalmente a Taverna di Montalto Uffugo – allora semplicemente Bivio Acri – per un momento di condivisione e di amicizia con i ragazzi della parrocchia dell’Immacolata Concezione guidata da padre Portella. Il suo vice parroco era padre Gianfranco Todisco, che pochi anni dopo partì missionario, prima in Canada per seguire gli emigrati montaltesi, poi nel 1988 in Colombia per aprire la missione di Garzón e dal 2003 è vescovo in Basilicata a Melfi».

«Di quegli anni ricordo che la scelta di fare la caritativa dagli ardorini nasceva sia dal fatto che a Taverna abitava un nostro amico che si stava per laureare a Torino, ed aveva il desiderio di ritornare al Sud, sia per una sorta di imitazione milanese, perché i primi studenti che seguivano l’esperienza nata dal carisma di don Luigi Giussani, domenicalmente si recavano nella Bassa milanese, un luogo dove la ruralità – siamo nei primi anni Cinquanta del Novecento – era ancora viva. Dalla voce di padre Portella sentii la prima volta la frase simbolo del fondatore degli ardorini, il servo di Dio don Gaetano Mauro: «La vita rurale o è vita di fede, o è vita di tormento. Le privazioni che impone il vivere tra i campi, se non confortate, impreziosite dalla fede, diventano insopportabile strazio. La solitudine dei casolari isolati, se non è riempita di Dio, è desolante deserto».

Ma Demetrio non ha mai dimenticato il passato di Padre Portella nella parrocchia di Serra Spiga a Cosenza: «Sono stato suo ospite qualche volta anche a Roma in via della Lungara; ma quando è partito per la Colombia ed ha iniziato ad inviare mensilmente alla comunità parrocchiale cosentina di San Giuseppe, tramite il parroco, padre Pietro Giorno, una lettera familiare e molto attesa da tutti, in cui raccontava le sue esperienze missionarie, ho apprezzato moltissimo non solo il suo stile… letterario, ma anche la sua capacità di testimoniare, raccontando un «Vangelo vivo». 

Ma c’è dell’altro ancora. «L’altra cosa che ho sempre apprezzato- mi ripete Demetrio Guzzardi- e che mi permetto di chiamare teologia delle piccole cose, è quella di far vedere come vive ed opera un cristiano vero, nelle diverse situazioni in cui è chiamato ad operare. In molte delle missive – io che amo gli scritti di don Lorenzo Milani – ho ritrovato il cuore del priore di Barbiana, quando scriveva alla mamma o agli amici, ed il primo sentimento era sempre per i contadini che, lavorando la terra, hanno a cuore le meraviglie del creato. Credo che questo esempio valga molto al giorno d’oggi, la responsabilità personale è l’elemento fondamentale per costruire vere relazioni, perché nessuno vive solo, per la propria felicità». Oggi pomeriggio i suoi funerali nella chiesa di Montalto Uffugo. (pn)