Giustizia e informazione: Un rapporto da scoprire e valorizzare

di FRANCO BARTUCCI – È sul tema La comunicazione della giustizia nell’era della trasformazione digitale. Regole deontologiche e normative di riferimento che avvocati, magistrati e organi di stampa, con la partecipazione di accademici esperti, si sono confrontati a Cosenza, nella Biblioteca “M. Arnoni” del Tribunale cosentino, su iniziativa dell’Associazione Rete Nazionale Forense (Rnf) della sezione territoriale calabra, in collaborazione con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cosenza, della Fondazione Scuola Forense della Provincia di Cosenza, dell’Ordine regionale dei Giornalisti e del Circolo della Stampa “Maria Rosaria Sessa” di Cosenza.

Un seminario finalizzato all’attribuzione di crediti formativi, sia per gli avvocati che per i giornalisti, ma che per gli argomenti trattati ha rappresentato un punto di appoggio straordinario ai fini di un incontro che si potrebbe definire storico e strategico nella costruzione di un rapporto di collaborazione avendo un denominatore comune nel dare valore alla “Giustizia” mediante l’esercizio delle proprie professionalità con alla base il rispetto dei rispettivi codici deontologici.

Un seminario moderato dal giornalista, scrittore, studioso ed esperto dei fenomeni mafiosi e di criminologia, Arcangelo Badolati, che ha visto in base al programma gli interventi: del prof. Fabrizio Sigillò, dell’Università “Magna Grecia” di Catanzaro; dell’avv. Roberto Le Pera, presidente della Camera Penale di Cosenza; del dott. Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria; del dott. Alessandro D’Alessio, Procuratore della Repubblica del Tribunale di Castrovillari.

Un incontro che ha registrato nella parte iniziale i saluti: del Presidente del Tribunale di Cosenza, dott.ssa Maria Luisa Mingrone; del Presidente della Fondazione Scuola Forense di Cosenza, avv. Claudio De Luca; nonché del Presidente del Circolo della Stampa “Maria Rosaria Sessa” di Cosenza, il giornalista Franco Rosito, tutti concordi nel sostenere l’efficacia del tema del seminario per l’attuazione di un rapporto collaborativo tra il mondo degli avvocati e dei giornalisti, utile al mondo della giustizia.

L’incontro è stato arricchito inoltre dagli interventi programmati degli avvocati: Barbara Ciano Albanese, vice presidente della Rnf della Sezione Territoriale Calabra; nonché di Caterina De Luca, responsabile Rnf delle Pari Opportunità.

Un seminario di estrema importanza ed attualità apertosi con l’intervento introduttivo dell’avv. Leda Badolati, del foro di Palmi, Presidente della sezione territoriale Calabria di Rete Nazionale Forense (Rnf), che dopo aver salutato e ringraziato gli ospiti istituzionali e i relatori, è entrata nel merito dell’iniziativa presentando anzitutto le finalità dell’Associazione, composta da giovani avvocati, costituitasi quattro anni addietro che crede intanto nei valori della giustizia, nella sacralità del  diritto alla difesa previsto costituzionalmente, quindi nel ruolo più alto dell’Avvocato,  e nella necessità della tutela  della professione forense,  nel rispetto degli altri ruoli e della altre categorie, in quanto tutti  protagonisti di una giustizia sana.   

«Tra le nostre finalità – ha spiegato la presidente Leda Badolati – ampio spazio viene dato alla promozione di tutte quelle attività, nel campo del diritto, volte alla formazione, all’approfondimento ed al superamento delle criticità, allo studio, allo stimolo necessario a migliorare ciò che può essere migliorato nella grande dimensione della giustizia, tenendo presente le esigenze della comunità e dei cittadini, prendendo spunto dai problemi concreti esistenti, per passare dalle teorie ai fatti. Non abbiamo alcuna connotazione politica o ideologica. Vogliamo confrontarci per crescere. Una crescita effettiva non può esservi senza quella unione di forze di cui si è fatto cenno».

Da qui la collaborazione dell’associazione con le forze Istituzionali, con i Consigli dell’Ordine degli Avvocati e con le categorie professionali ed altre associazioni. L’evento ha voluto rappresentare un esempio – ha spiegato la presidente Badolati – proprio di questa commistione virtuosa esistente di professionalità interessate da uno stesso problema, quello della giustizia, che tocca tutti, anche se da diversi angoli di visuale, resa necessaria soprattutto oggi nell’era della trasformazione digitale.

«Abbiamo volutamente ipotizzato – ha precisato ancora Leda Badolati – un confronto tra avvocati, magistrati, istituzioni e organi di stampa: ognuna di queste categorie ha le proprie regole i propri codici deontologici. Eppure, a volte non riescono ad intersecarsi. Ciò può evidentemente provocare mancanza di serenità per l’uno o per l’altro operatore del diritto».

«Dall’altro lato – ha detto – c’è una comunità ed ogni singolo cittadino che hanno diritto ad avere un’informazione corretta, trasparente, ove consentito e possibile, di quanto avviene all’interno del mondo della giustizia. Questo interno deve essere comprensibile all’esterno nel modo migliore possibile.  E ciò non può realizzarsi senza delle regole scritte e di buon senso che riguardano tutti gli operatori di giustizia ma anche chi si occupa professionalmente di veicolarne le notizie, quindi gli organi di stampa».

Come non condividere e sottolineare queste affermazioni, apprezzandone il contenuto, questo ragionamento per una “giustizia sana” ed una “società sana”, che guarda caso passa tra le competenze e le funzioni di quel giornalista, operatore nel mondo della informazione e della  comunicazione istituzionale, che ha in una legge dello stato sulla trasparenza e il diritto d’informazione, la 150/2000, la sua impronta di riconoscimento con l’attivazione e la funzione dell’ufficio stampa negli Enti pubblici e che a distanza quasi di un quarto di secolo viene ancora disconosciuta anche nei Tribunali.

La trasparenza valore di buon governo nella società

Toccando questo tema la Presidente della sezione territoriale calabrese dell’associazione Rnf, Leda Badolati, ha ricordato una delibera del CSM in cui è scritto: «Trasparenza e comprensibilità della giurisdizione non confliggono con il carattere riservato, talora segreto, della funzione. Esse, correttamente interpretate, aumentano la fiducia dei cittadini nella giustizia e nello Stato di diritto, rafforzano l’indipendenza della magistratura e, più in generale, l’autorevolezza delle Istituzioni».

«Rammento che oggi – ha precisato – la comunicazione è veloce, immediata ed è messa nelle mani di tutti attraverso i famigerati social. Per ciò che attiene la nostra categoria di avvocati, come per tutte le professioni, oggi mediante le tecnologie è infatti possibile generare una vasta rete di relazioni e contatti, aumentando la propria visibilità. Ma ciò dovrebbe avvenire nel rispetto dei fondamentali principi deontologici, cardini della professione, quali decoro e dignità professionale; le informazioni che un avvocato fornisce devono essere ispirate anche alla non equivocità, veridicità e alla trasparenza».

Ancora oltre ha pure ricordato l’art. 35 del codice rubricato “Dovere di corretta informazione”, nel quale si afferma che: «L’avvocato che dà informazioni sulla propria attività professionale, quali che siano i mezzi utilizzati, deve rispettare i doveri di verità, correttezza, trasparenza,  (contrasto dei fenomeni di pubblicità occulta o comunque subliminale) segretezza e riservatezza………non deve dare informazioni comparative con altri professionisti,  ingannevoli, denigratorie……Le forme e le modalità delle informazioni devono comunque rispettare i principi di dignità e decoro della professione».

Come pure l’art. 17 che interviene sulla “Informazione nell’esercizio dell’attività professionale”. 

«Esistono chiari doveri dell’Avvocato – ha proseguito il presidente Leda Badolati –sia nei rapporti con gli organi di informazione (art. 18), che nei rapporti con i magistrati (art. 53). Le parole ricorrenti nel codice dell’avvocato sono dignità, rispetto, decoro, verità, correttezza trasparenza, segretezza e riservatezza, decoro. Occorre capire come tali principi generali possano essere compatibili nell’era della comunicazione social. È chiaro che la modernizzazione della professione è necessaria e consentita, ma rimane ferma la necessità di mantenere un equilibrio soprattutto etico che caratterizza l’attività dell’avvocato nel senso più alto”. 

«Lo stesso vale – ha detto ancora la relatrice – per le altre categorie professionali interessate da questo tema. Anche il magistrato, ha il dovere di fare ogni sforzo affinché l’informazione che viene resa poi al pubblico sia un’informazione corretta, così come il Giornalista forse dovrebbe ricercare un equilibrio tra la velocità sempre crescente che caratterizza l’informazione moderna con l’esigenza di un contenuto chiaro, corretto e non approssimativo».

Insomma gli aspetti problematici circa la comunicazione della giustizia sono ancora tanti, come tante sono le interpretazioni delle normative di riferimento e troppe le incertezze.

«È auspicabile pertanto che in questo ambito, come del resto in vari settori della vita – ha concluso la presidente Leda Badolati – ci sia la voglia di dialogare funzionalmente, serenamente, ma anche di trovare soluzioni concrete, al fine di non lasciarsi travolgere da un eccesso di fluidità potenzialmente pericolosa, e  di continuare a credere tutti nel salvifico rispetto dei valori a tutela della dignità di ciascuna categoria, e di ogni cittadino  della comunità della quale tutti facciamo parte».  

Un intervento stimolante e completo su un argomento di particolare delicatezza e per questo necessario nel trovare le giuste soluzioni per una sua efficacia pratica nei rapporti tra le tre figure professionali messe in evidenza nell’ambito del mondo giudiziario in rapporto alla società, sottoposto a valutazione ed analisi da parte di tutti i relatori previsti nel programma in precedenza indicati.

Un dibattito aperto a scrivere una nuova pagina di storia   

Ci sono stati dei passaggi nei vari interventi che hanno comunque attirato l’attenzione in coloro che ne hanno seguito l’andamento come uditore interessato ad acquisire crediti professionali ed accrescere nella conoscenza per un arricchimento del proprio bagaglio culturale, soprattutto in ambito giornalistico.

Il primo pensiero è legato all’affermazione del Presidente nazionale della Rnf, avv. Angelo Ruberto, quando ha affermato che «l’informazione deve essere libera. Però bisogna fare attenzione quando si danno le notizie. Rispettare le persone e la Costituzione, non solo quando fa comodo. E ricordarsi che c’è un articolo, il 27, che dice che l’imputato o l’indagato non è colpevole fino alla sentenza definitiva».

Delle frasi che rientrano nella normalità dei commenti e delle dichiarazioni di fronte ai vari casi di giustizia trattati. Ma qui entra in gioco il “fattore umano”, legato alla dimensione culturale di ciascun professionista, giudice o normale cittadino nel contesto lavorativo quanto nella società. Un fattore umano che viene trascurato e non considerato nella sua giusta dimensione, che invece andrebbe ad equilibrare la giustezza dei rapporti per la costruzione di un modo di vivere diverso in una società più giusta e socialmente sana ed umana.

Come non considerare poi la dichiarazione del presidente della Camera Penale di Cosenza, Roberto Le Pera, quando ha affermato che «in Italia oggi oltre ai tribunali, c’è quello più importante per l’opinione pubblica, che è il tribunale della pubblica opinione, in cui il giornalista ha una sua funzione rilevante».

Certo che ha una funzione rilevante in quanto il bravo giornalista, quello d’inchiesta, è un ricercatore della “verità” dei fatti, che poi in concreto né l’avvocato e neanche il giudice/magistrato prende in considerazione per l’indagine e le procedure processuali delle cause. A volte si creano negli indagati, sicuri nell’essere nel giusto, delle situazioni di imbarazzo e timori nei confronti della magistratura che portano a creare una barriera invalicabile che potrebbe cadere qualora si avesse consapevolezza reciproca nell’accettare il confronto/dialogo di chiarimento, superando le lungaggini processuali.

Se il giornalista d’inchiesta è un bravo ricercatore “della verità”, l’avvocato e il giudice magistrato debbono sancirne in concorrenza il “valore” e la dignità nel percorso processuale per una giustizia sana.

Ma oggi c’è nel nostro paese il giornalista d’inchiesta – si è detto ed ha chiesto il moderatore del dibattito Arcangelo Badolati al presidente dell’Ordine dei giornalisti – competente, preparato e libero in grado di svolgere tale funzione ed essere considerato tale? 

«Credo che la sintesi della discussione sia la consapevolezza – ha dichiarato Giuseppe Soluri – che ci siano stati e ci siano degli errori da ognuna delle categorie oggetto dell’incontro. Bisogna recuperare una serenità di ragionamento senza la quale sarà impossibile arrivare a soluzioni intelligenti ed efficaci».

«Oggi è un giorno particolarmente importante – ha dichiarato il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Cosenza, Ornella Nucci, chiamata a trarre le conclusioni del seminario – perché la credibilità della nostra professione, avvocati ma anche magistrati e di chi veicola la notizia all’esterno, ruota tutto attorno alla buona comunicazione. Allora è tempo davvero che ci si sieda a capire come poterlo eseguire correttamente. Non c’è bisogno di nuovi codici deontologici, i codici esistono già. C’è bisogno di sedersi e di essere consapevoli dell’importanza di questa funzione».

Grazie all’Associazione territoriale calabrese di Rete Nazionale Forense (Rnf), guidata dall’avv. Leda Badolati, è stata scritta nel Tribunale di Cosenza, con il seminario oggetto di questo servizio. una pagina storica di apertura e confronto per un equilibrio ideale tra giustizia ed informazione.

Bisogna soltanto dare continuità ai valori espressi, cominciando ad organizzare nei tribunali la funzionalità degli uffici stampa, come peraltro prevede la legge 150/2000, che va nella direzione di sancire la trasparenza dell’Ente o Istituzione statale, in un rapporto fiduciario tra questi ed il cittadino, quale componente di una società/collettività, per come più volte richiamata negli interventi che si sono succeduti nel corso dei lavori. (fb)

Cover Story: Pippo Marra un protagonista della società dell’informazione

di SANTO STRATI – Utilizzare la parola “visionario” è persino riduttivo: Giuseppe (per tutti Pippo) Marra è molto oltre che un visionario. “Re” dell’informazione con un gruppo multimediale internazionale che porta il suo nome (GMC) non è più, da molti anni, solo il brillante giornalista e direttore che ha portato l’Agenzia Adnkronos a traguardi stellari, bensì un eccellente e apprezzatissimo manager della comunicazione globale.Con il vantaggio di conoscere, davvero come pochi, il mondo dell’informazione.

Come Presidente dell’Adnkronos, Pippo Marra ha avuto intuizione e visione nell’immaginare la realizzazione di un gruppo di comunicazione in grado non solo di fornire – cosa che fanno tutte le agenzie di stampa – materiali informativi a giornali, televisioni e media online, bensì di “produrre” contenuti (oltre che notizie, foto e video), sì da poter proporre un’offerta mondiale unica e straordinariamente completa.

È una complessa organizzazione che ha richiesto un impegno di non poco conto, ma, dietro, c’è la capacità di Pippo Marra di aver saputo interpretare e anticipare gli scenari della comunicazione, già in tempi in cui la Rete non era ancora così sviluppata. L’esperienza, l’intuito, la competenza hanno fatto il resto. In un mondo sempre più globalizzato, sempre più assediato da montagne di fake-news, riuscire a farsi notare, apprezzare, scegliere, non è sicuramente una strada percorribile da tutti.

Lo scorso anno l’Adnkronos (adn sta per “agenzia di notizie” mentre kronos era l’agenzia giornalistica di Pietro Nenni) ha festeggiato i suoi primi 60 anni. Un evento che è stato celebrato dal Presidente Sergio Mattarella e dalla Premier Giorgia Meloni e che è servito proprio a ribadire la qualità del servizio offerto (oggi anche alle aziende) là dove la comunicazione stenta ad arrivare al pubblico o viene veicolata in modo poco professionale. Comunicare significare mediare tra la fonte e l’origine della notizia e il destinatario finale: una regola che si applica ovviamente, in primo luogo, al giornalismo, ma si attaglia perfettamente al progetto ideato e ottimamente realizzato da Pippo Marra.

In occasione del 60° anniversario, Marra ha scritto sul bel libro celebrativo una frase importante: «In tutti questi anni, Adnkronos si è globalizzata. Ha raccontato il nostro Paese e ha attraversato le sue frontiere. Passo dopo passo, abbiamo sviluppato la nostra attività instaurando rapporti di collaborazione con i principali operatori dell’informazione e della conoscenza in giro per il mondo. Ben sapendo che, di questi tempi, il mondo fa parte della quotidianità di ogni Paese e che a cavallo di quei confini occorre imparare a muoversi con professionalità, competenza, curiosità, passione civile».

Senza trascurare – aggiungiamo noi – il grande orgoglio delle proprie origini. Pippo Marra è calabrese (è nato a Castel Silano, nel Crotonese), dalla testa ai piedi. Un illustre figlio della sua amatissima terra. Un protagonista che non mai smesso di sottolineare la sua appartenenza e il suo amore per la terra che gli ha dato i natali.

Un altro dei figli di Calabria, andato via a conquistare (e c’è riuscito) il mondo, a raggiungere il successo, grazie anche a quel particolare dna che caratterizza tutti noi calabresi. Quella proprietà biologica innata che racchiude la voglia di arrivare, di vincere e farsi valere, contro qualsiasi stupida forma di ghettizzazione (un tempo da subire, senza scampo) e di razzismo. Negli anni Cinquanta a Torino apparivano sull’uscio della case “Non si affitta a meridionali” ed era avventuroso esibire la propria provenienza. Eppure, in tanti hanno saputo contrastare con la propria capacità e la voglia di successo le isterie antimeridionaliste, raggiungendo traguardi impensabili: medici, scienziati, ricercatori, uomini delle Istituzioni, artisti, poeti, letterati, etc.

Pippo Marra appartiene a quella schiera di calabresi, orgogliosi e cocciuti, forti di un senso di appartenenza unico (e da tutti invidiato) che ha reso forse più difficile il percorso, ma alla fine ha rivelato la qualità di tanti personaggi , che oggi possono e devono rappresentare un modello ideale per le nuove generazioni.

Cavaliere del Lavoro, padre entusiasta di due gemelli oggi sedicenni, una vita movimentatissima, ma riservata e sempre un passo indietro, secondo la vecchia scuola. Il racconto del suo successo è avvincente.

– L’Adnkronos è un gruppo consolidato e autorevole, conosciuto in tutto il mondo. Quanto deve questo successo alla sua calabresità?

«Non ho bisogno di ricordare il legame che ho con la mia terra e le mie radici. Per me è motivo di conforto e anche un po’ di vanto. La calabresità, se così vogliamo chiamarla, fa parte della mia vita e della mia personalità. D’altra parte, come si dice oggi, il mondo è “glocal”, un impasto di ragioni ataviche e di apertura verso altri territori e altre culture. L’importante è non dimenticare mai le proprie origini. Tanto più quando quelle stesse origini appartengono a un’infinità di persone che si sono distinte e realizzate trovandosi a dover uscire dai propri confini di casa.

È stato il mio caso, e quello di moltissimi altri. Molti dei quali hanno dato lustro alla loro terra anche da lontano, migrando e piantando radici in mondi lontani».

– Come spiega questo forte di appartenenza che caratterizza tanti uomini e donne che hanno raggiunto posizioni apicali, in ogni parte del mondo, che si scopre hanno in comune l’origine calabrese?

«La Calabria è una terra di grande autenticità. Una terra a volte ferina ma sempre generosa. Che ti lascia dentro un’impronta che non viene mai sbiadita per quanto ti capiti di approdare altrove. L’emigrazione in un certo senso (qualche volta un senso amaro) fa parte del nostro destino. Ma per quanto si giri il mondo ci resta sempre dentro l’anima una traccia profonda del nostro passato, delle nostre famiglie, dei nostri ricordi. Vale per molti luoghi, è ovvio. Non voglio essere troppo campanilista. Ma quella traccia la si ritrova particolarmente in una gran quantità di calabresi che hanno fatto i mestieri più diversi. Spesso con risultati che meritano almeno un pizzico di orgoglio di campanile».

– Lei è nato nel Crotonese, a Castelsilano, un paesino con meno di 1000 anime. Conoscendo la sua riservatezza, è troppo chiederle di ricordare luoghi e persone della sua vita?

«Non amo mai parlare troppo di me. Un certo grado di riservatezza fa parte anch’esso di quelle radici di cui parlavo prima. Sono i fatti che parlano di noi più di quanto non facciano il nostro orgoglio e il nostro compiacimento.

Ho molti amici, moltissime persone a cui sento di dovere tantissimo. Li ricordo quotidianamente, senza mai esibire troppo i miei sentimenti. Mi viene da dire che anche questo fa parte di un certo spirito calabrese. Quanto alla mia famiglia, mia moglie, i miei figli, ho la fortuna di godere del loro amore infinito e di poterlo infinitamente ricambiare. Non c’è bisogno, credo, di aggiungere altro».

– Roma ha rappresentato la grande svolta. La sua Agenzia stava vicino ai Palazzi del potere e ne riferiva puntualmente e in modo imparziale segreti, vizi e virtù. Come ha conquistato il suo spazio tra i giornali, facendosi largo tra le due Agenzie di stampa più importanti?

«Non mi sento così vicino alla Roma dei palazzi. Li conosco, li esploro, qualche volta ovviamente li frequento. Ma la forza e il valore di una grande fonte di comunicazione, quale è l’Adnkronos, sta soprattutto nella sua capacità di scrutare un mondo più vasto di quello che domina le prime pagine. Stiamo raccontando il potere, cercando di decifrare la sua evoluzione. E uno dei nostri privilegi è la costante interlocuzione con quelle forze e quegli ambienti che possono fare la differenza in ragione del peso che hanno nei destini del mondo e del nostro Paese».

– Il medagliere di ogni giornalista, qualche volta, è fatto di scoop. Ne possiamo ricordare qualcuno che l’ha vista protagonista?

Da questo punto di vista, se posso citare un episodio, uno solo, è l’intervista che a suo tempo ci concesse il Santo Padre, parlando per la prima volta con un’agenzia di stampa. Molte delle cose che Papa Francesco ha rivelato nel suo libro, appena dato alle stampe, si possono rintracciare in quella conversazione lontana, che a suo tempo destò grande curiosità. Ma il mondo è fatto anche da tante altre voci e il nostro compito è appunto quello di rivelarne tutta la complessità».

– Dall’Agenzia di Notizie (Adn) al Gruppo Marra Comunicazione. Ci racconti questo percorso e quanti e quali personaggi l’hanno aiutata o creato difficoltà? È nota la sua profonda amicizia col Presidente Cossiga. Che ricordo conserva?

«Lei mi ricorda che c’è un lungo percorso alle mie spalle ed è ovvio che di quel percorso facciano parte tante amicizie e tanti legami. Con il presidente Cossiga ho avuto una lunga consuetudine, fin da prima che diventasse Capo dello Stato, e lungamente anche dopo, negli anni che per lui furono più amari.

Ricordo con emozione tante conversazioni che spaziavano dai destini politici agli aspetti più umani, quasi intimi. Cossiga era un uomo di profonda cultura, di grande passione pubblica ma anche di umanità curiosa, affettuosa, mai banale. Ho sempre tenuto per me quelle conversazioni ed esse continueranno a restare dentro di me, come a sottolineare un patto di mutua, amichevole riservatezza che ci ha sempre legato.

Da lui ho impaurato molto e considero uno dei grandi privilegi della vita essere stati così vicini nelle contingenze e nelle vicissitudini più diverse – e più appassionanti – che abbiamo attraversato.

– Il Palazzo dell’Informazione a piazza Mastai, a Roma, è il suo gioiello. Com’è nata l’idea e come l’ha poi realizzata?

«Si cresce, ci si espande e tutto questo a volte diventa più visibile, quasi simbolico. Il Palazzo dell’informazione è un luogo di incontro tra persone che hanno le conoscenze e le esperienze più varie. Da parte mia, ovviamente, c’è un certo orgoglio nel vedere anche fisicamente, logisticamente, la crescita del nostro gruppo. Ma ricordo sempre che tutto questo non lo facciamo mai da soli. Ci confrontiamo con persone e mondi che sono spesso al di fuori della nostra routine lavorativa. Aver pensato a un ambiente nel quale le persone potessero trovarsi a proprio agio, scambiarsi opinioni e risultati, confrontarsi con le più diverse sensibilità resta un punto fermo della nostra politica. Il Palazzo lo evidenzia, ma non lo imprigiona. Non è un castello crociato di quelli che si edificavano nel lontano Medio Evo. Piuttosto è una frontiera che si attraversa quotidianamente e liberamente. In questo è davvero un luogo simbolico. Evoca un’accoglienza, mai una chiusura. Lo vedo e lo vivo come un pezzo della nostra identità sempre in cammino».

– Roma è la città più grande della Calabria: ci vivono circa 600 mila calabresi. E tra questi: illustri chirurghi, scienziati, grand commis di Stato, uomini delle Istituzioni, personaggi dell’economia, della finanza, dell’Università, della politica. Chi frequenta e chi sono i suoi amici più cari?

«Di amici ne ho e ne ho avuti tanti. Ma tutti questi nostri legami per me non sono mai per me la ragione di un’esibizione, tanto meno di un’ostentazione. Il mio carattere e la natura del mio lavoro mi spingono a dialogare a tutto campo, ad avere curiosità per le persone più diverse, a stringere amicizie anche con chi svolge attività e coltiva pensieri diversi dai miei. L’ho già detto e mi ripeto. Non amo mettere in vetrina i miei legami, non lo considero appropriato. Quello che conta, per me, è lavorare in squadra, valorizzare le persone con cui condivido la fatica, aprirmi ad ambienti nuovi.

Non si costruisce nulla nell’isolamento e nella solitudine. E il mestiere di comunicare si fonda appunto principalmente sull’apertura verso il prossimo. Di qui non discendono vincoli di complicità, obblighi troppo stretti. Semmai il gusto di scoprire aspetti inediti. Diciamo che in questo caso le amicizie sono una metafora della esperienza lavorativa. E il fatto di aver incontrato tanti amici avendoli conosciuti prima per ragioni professionali è una delle caratteristiche più interessanti di questo lavoro. Laddove il pubblico e il privato finiscono per interfacciassi e per crescere insieme. Non sempre all’unisono, ma quasi.

Anche in questo caso la “calabresità” è parte di questo sodalizio che lega tra loro persone diverse ma con radici comuni».

– Per concludere: un sogno nel cassetto? Quanti ne ha realizzati e cosa ha ancora in mente di fare?

«Di sogni ne ho coltivati tanti e ho avuto la fortuna di realizzarne più d’uno. Ma il vero sogno è quello di non fermarsi, di non dormire sugli allori, di non tirare mai i remi in barca. I miei collaboratori lo sanno. Sono una persona appagata ma anche inquieta, ansiosa. Non sono abituato ad accontentarmi. Penso che dentro ognuno di noi ci sia una molla che spinge sempre ad andare oltre, a cercare nuovi territori, a migliorare se stessi. Per quanto è possibile, s’intende.

È il mito di Ulisse, che non per caso approda anche in Calabria. Alla mia età potrei guardare indietro con una certa soddisfazione e decidere che ci si può accontentare. Ma poi invece ci si rende conto che dentro di noi c’è una molla che spinge ad andare sempre oltre. Un po’ per ambizione, forse. Un po’, meno, per abitudine. E un po’, di più, molto di più, perché ci si sente infine legati agli altri. Alle persone con cui si lavora, a quelle che abbiamo incontrato quasi per caso, a quelle che ci hanno sorpreso, alle moltissime a cui ci siamo affezionati e verso di cui ci sentiamo in debito. A quel punto si riprende la navigazione e si cerca un’altra rotta, un altro approdo.

Sapendo che neppure questo, però, sarà mai definitivo». (s)

Ordine, giornalisti e testate uniti contro l’attacco alla libera stampa in Calabria

«È inutile girarci attorno: in Calabria c’è una strana idea della stampa libera». Lo dicono senza mezze misure, una nota congiunta, il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Calabria, Giuseppe Soluri, Andrea Musmeci, segretario del sindacato Giornalisti della Calabria, Michele Albanese, presidente Uni Calabria, e i quotidiani Corriere della Calabria, Il Quotidiano del Sud, Zoom 24, La Nuova Calabria, I Calabresi, Catanzaroinforma, Calabria7, Il Crotonese, Il Giornale di Calabria, L’Eco dello Jonio e il giornalista Arcangelo Badolati.

«Viene applaudita – si legge – quando tocca “nemici”, secondo una classificazione tanto personale quanto sfuggente. Quando, invece, racconta interessi personali o di cordata diventa un nemico da combattere o, meglio ancora, da abbattere. Gli strumenti a disposizione non mancano: diffide, che preludono ad atti di mediazione, che aprono le porte a richieste di risarcimento che sfociano in querele, spesso temerarie. Gli esempi sono decine: agli imprenditori che, ritenendosi diffamati da un articolo di cronaca, arrivano a chiedere cifre a sei zeri si aggiungono quelli per i quali la richiesta di risarcimento diventa imponderabile. Politici feriti nell’orgoglio da una frase chiedono la cancellazione di un pezzo il giorno dopo la sua pubblicazione, pena una causa (milionaria anche quella?) che costringerà giornalista, direttore ed editore a girovagare per le aule dei tribunali, forse per anni. L’elenco sarebbe lunghissimo».

«Chiariamo: non si mette in dubbio – prosegue la nota – il diritto di rivolgersi a un giudice qualora ci si ritenga diffamati. Il punto è che il campionario che ogni redazione può esibire mostra richieste tanto bizzarre da far sorgere il dubbio che la vera questione sia un’altra, e cioè cercare di mettere il bavaglio alla stampa. Ci si muove nel terreno che segna la distanza tra la lesione della propria onorabilità e il tentativo di intimidire cronisti, editorialisti, testate. La sensazione è che spesso si tenda a raggiungere il secondo obiettivo. Non ci stracceremo le vesti per questo, continueremo tutti a fare il nostro lavoro. A raccontare fatti, riportare opinioni, evidenziare le incongruenze di una regione in cui il grigio si allarga sempre più».

«E ci difenderemo – si legge ancora – dalle richieste di risarcimento e dalle querele temerarie. Ciò che non possiamo più fare è restare in silenzio davanti a metodi e numeri che fanno pensare a un attacco vero e proprio alle prerogative della libera stampa. È tempo di rispondere a questa aggressione. Come? Per dirla con le parole del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, «dobbiamo garantire i giornalisti dalle azioni temerarie. I giornalisti sono chiamati in tante cause civili con risarcimenti dei danni stratosferici. E il giornalista così non può svolgere serenamente il proprio lavoro». Il magistrato, già a capo della Dda di Reggio, conosce bene la realtà calabrese».

«Nel suo intervento alla tavola rotonda internazionale – conclude la nota – organizzata a Siracusa dall’associazione “Ossigeno per l’informazione” ha proposto una soluzione: «Quali possono essere i modelli di garanzia? Quando viene chiesto il risarcimento se la querela è temeraria, il soggetto che ha citato in giudizio il giornalista se ha torto dovrebbe essere condannato al doppio del risarcimento del danno richiesto». Perché «l’informazione oggi è il cardine della democrazia». E non un accessorio da esibire a seconda della (propria) convenienza».

Francesco Pellegrini, fondatore e direttore responsabile de I Calabresi, in un suo editoriale scrive che «la denuncia che appare sul nostro ed altri giornali calabresi oggi sottoscritta da gran parte dei loro redattori ha per oggetto le cosiddette querele temerarie. Esse sono in realtà il modo con il quale l’arroganza ottusa di molti esponenti della politica, della cattiva politica, delle imprese, delle cattive imprese , della massoneria deviata, cioè della cattiva massoneria, cerca di intimidire gli operatori della libera stampa contando anche sulla lunghezza esasperante della giustizia nel giudicare molto spesso infondate le querele. Querele che hanno comunque inciso sulla qualità della vita dei destinatari per la pigrizia di alcuni magistrati che non esercitano, come il codice loro consente, il filtro delle carte imbrattate di nulla».

«L’informazione in Calabria – ha scritto ancora – soffre di molti mali oltre quello, prevalente, dell’intimidazione. Nelle sue diverse modalità soffre il peso e il condizionamento della precarietà dei giornalisti e delle retribuzioni spesso indecenti, che creano la miscela perfetta per condizionare la libertà e l’incisività della stampa».

«Ciascuno di noi giornalisti – e, per quanto ci riguarda, i colleghi che, liberi da ogni condizionamento, consentono a I Calabresi di essere fedele agli impegni assunti dalla testata – ha sperimentato la rabbia che suscita la querela anche solo minacciata, come altre forme di interferenza e di intimidazione, che nel passato, neppure troppo lontano, si sono camuffate perfino, con supremo sprezzo del ridicolo, nelle forme di un improbabile guasto delle stampatrici di un quotidiano».

«In questo contesto – ha proseguito – ormai insopportabile si iscrive il documento al quale i redattori de I  Calabresi hanno aderito. Non basterà a fermare l’improntitudine di quanti si sentono gratificati solo da una stampa ossequiente e timorosa.
Chi ama l’odore del giornalismo libero non vi rinuncerà. Ne siano consapevoli. Se la Calabria piange quanto a libera informazione, l’Italia non ride. Nel rapporto sulla libertà di stampa dello scorso anno il nostro Paese compare al 77° posto ( per altre fonti il 41°), ben oltre la seconda metà classifica in cui compaiono 130 Stati nei quali la libertà di stampa è ostacolata e perseguita. Non è un caso che tra gli ultimi classificati troviamo il Brasile di Bolsonaro e la Russia del nuovo zar Putin».

«È un dato che preoccupa ed offende – ha concluso – specie perché ad esso concorre per la sua parte la Calabria che fa dire a un commentatore autorevole che «essa non ha una società civile, perché non ha un’opinione pubblica, per mancanza di un’informazione libera». E, aggiungiamo, tutelata dalle trappole piazzate dentro e fuori dalle aule dei Tribunali». (rrm)

 

Dalla Regione 1 milione di euro a sostegno dell’informazione calabrese

È 1 milione di euro la somma stanziata dalla Regione Calabria a sostegno del sistema dei media calabresi. Obiettivo dell’Avviso, pubblicato oggi dall’assessorato allo Sviluppo economico, guidato dall’assessore Fausto Orsomarso, finalizzato «a fornire un reale sostegno economico agli operatori del settore media e informazione, al fine di fronteggiare l’emergenza e di supportare il rilancio della produttività calabrese».

«Abbiamo sempre guardato con grande rispetto, in un periodo troppo spesso contrassegnato da fake news, alla vera editoria, quella che ha sempre garantito una corretta informazione in Calabria. Ci auguriamo – ha dichiarato Orsomarso – che questo sostegno, che ha un’intensità legata al numero dei dipendenti delle aziende, oltre a essere un impulso per lo sviluppo economico della regione, rappresenti anche un contributo importante per garantire gli stipendi di giornalisti e operatori, in un momento difficile come quello attuale».

«Sostenere questo settore, per noi – ha aggiunto – è un atto doveroso. La prossima settimana, inoltre, pubblicheremo bandi a sostegno di cinema, teatri, discoteche e piscine. Continuiamo a lavorare, provando a supplire anche ai ritardi del Governo».

Il bando segue la deliberazione della Giunta dello scorso 15 aprile. L’obiettivo dell’avviso è quello di «promuovere e implementare interventi a sostegno di tutto il sistema imprenditoriale e produttivo regionale colpito dagli effetti della pandemia da Covid-19, dando impulso ad azioni in grado di dare slancio all’economia calabrese, puntando sulla rivitalizzazione di settori chiave, come quello della comunicazione, in una complessiva strategia di ripresa».

Nel bando è previsto «di dover procedere, con i successivi provvedimenti di approvazione delle operazioni ammesse, al trasferimento a Fincalabra spa, società in house alla Regione Calabria e soggetto gestore dell’operazione, delle somme effettivamente necessarie per la concessione dei contributi alle imprese beneficiarie».

Sono destinatari dell’avviso «le società editrici, cooperative e associazioni editoriali, con sede legale, ovvero sede operativa principale e attività produttiva in Calabria, che editano testate giornalistiche cartacee e online; le società radiotelevisive locali che hanno sede legale e operano in Calabria e che producono e diffondono informazione e format giornalistici di carattere locale con frequenza quotidiana».

Sono destinatari dell’avviso «le società editrici, cooperative e associazioni editoriali, con sede legale, ovvero sede operativa principale e attività produttiva in Calabria, che editano testate giornalistiche cartacee e online; le società radiotelevisive locali che hanno sede legale e operano in Calabria e che producono e diffondono informazione e format giornalistici di carattere locale con frequenza quotidiana». (rcz)

Covid-19/ Gli illogici attacchi alla diffusione dei giornali in Calabria

Un appello ai prefetti, ai commissari prefettizi, ai sindaci calabresi e, in particolare, al presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, affinché mettano «fine, ognuno in base al proprio ruolo, alle inaccettabili iniziative personali di agenti e funzionari della Polizia locale o degli stessi sindaci che continuano a ritenere le edicole e, quindi, la vendita dei giornali un servizio superfluo e non essenziale, tanto da voler impedire ai furgoni che trasportano i giornali di entrare nei comuni ed ai lettori di andare in edicola».

A rivolgerlo sono il segretario del sindacato Giornalisti della Calabria e segretario aggiunto della Fnsi, Carlo Parisi, e il presidente dell’Unione Cronisti della Calabria, nonché responsabile Fnsi della Legalità, Michele Albanese: «Vogliamo ricordare – sottolineano – che la diffusione dei giornali è considerata un pubblico servizio in tutti i decreti emanati dal Governo, eppure registriamo iniziative personali che stanno mettendo in crisi la catena della distribuzione e della vendita dei giornali in Calabria. Giornali che contribuiscono, in queste giornate di emergenza per il Coronavirus, a divulgare notizie utili ed essenziali per i cittadini».

«Ai prefetti – aggiungono Parisi e Albanese – chiediamo di vigilare ed eventualmente intervenire su chi si adoperi per vietare la distribuzione dei giornali e l’accesso alle edicole, che può essere chiamato a rispondere di interruzione di pubblico servizio».

Al governatore Santelli, il aindacato Giornalisti e l’Unci della Calabria chiedono di «emanare una circolare chiara ed esplicativa da inviare a tutti i sindaci della regione e ai rispettivi comandi di Polizia locale, onde evitare che venga interrotto un servizio primario per i cittadini».

«Ci auguriamo – concludono Parisi e Albanese – di non dover registrare, anche nei prossimi giorni, difficoltà nella distribuzione dei giornali nei diversi centri della Calabria. Allo stesso modo auspichiamo di non doverci trovare, ancora, di fronte a sindaci che dispongono la chiusura domenicale delle edicole o, addirittura, ad agenti che negano l’accesso ai territori comunali ai furgoni della distribuzione dei giornali, fermando un servizio, lo ripetiamo, essenziale per i cittadini».

A Castrovillari, infatti, nonostante il sindaco Domenico Lo Polito ritenga «fondamentale il diritto all’informazione, soprattutto in un momento così delicato per la comunità», i vigili urbani hanno fermato un furgone carico di giornali e, soltanto dopo lunghe discussioni e consulenze telefoniche, agli autisti è stata “concessa” la possibilità di consegnarli.

(Courtesy Giornalistitalia.it)