Cover Story: Pippo Marra un protagonista della società dell’informazione

di SANTO STRATI – Utilizzare la parola “visionario” è persino riduttivo: Giuseppe (per tutti Pippo) Marra è molto oltre che un visionario. “Re” dell’informazione con un gruppo multimediale internazionale che porta il suo nome (GMC) non è più, da molti anni, solo il brillante giornalista e direttore che ha portato l’Agenzia Adnkronos a traguardi stellari, bensì un eccellente e apprezzatissimo manager della comunicazione globale.Con il vantaggio di conoscere, davvero come pochi, il mondo dell’informazione.

Come Presidente dell’Adnkronos, Pippo Marra ha avuto intuizione e visione nell’immaginare la realizzazione di un gruppo di comunicazione in grado non solo di fornire – cosa che fanno tutte le agenzie di stampa – materiali informativi a giornali, televisioni e media online, bensì di “produrre” contenuti (oltre che notizie, foto e video), sì da poter proporre un’offerta mondiale unica e straordinariamente completa.

È una complessa organizzazione che ha richiesto un impegno di non poco conto, ma, dietro, c’è la capacità di Pippo Marra di aver saputo interpretare e anticipare gli scenari della comunicazione, già in tempi in cui la Rete non era ancora così sviluppata. L’esperienza, l’intuito, la competenza hanno fatto il resto. In un mondo sempre più globalizzato, sempre più assediato da montagne di fake-news, riuscire a farsi notare, apprezzare, scegliere, non è sicuramente una strada percorribile da tutti.

Lo scorso anno l’Adnkronos (adn sta per “agenzia di notizie” mentre kronos era l’agenzia giornalistica di Pietro Nenni) ha festeggiato i suoi primi 60 anni. Un evento che è stato celebrato dal Presidente Sergio Mattarella e dalla Premier Giorgia Meloni e che è servito proprio a ribadire la qualità del servizio offerto (oggi anche alle aziende) là dove la comunicazione stenta ad arrivare al pubblico o viene veicolata in modo poco professionale. Comunicare significare mediare tra la fonte e l’origine della notizia e il destinatario finale: una regola che si applica ovviamente, in primo luogo, al giornalismo, ma si attaglia perfettamente al progetto ideato e ottimamente realizzato da Pippo Marra.

In occasione del 60° anniversario, Marra ha scritto sul bel libro celebrativo una frase importante: «In tutti questi anni, Adnkronos si è globalizzata. Ha raccontato il nostro Paese e ha attraversato le sue frontiere. Passo dopo passo, abbiamo sviluppato la nostra attività instaurando rapporti di collaborazione con i principali operatori dell’informazione e della conoscenza in giro per il mondo. Ben sapendo che, di questi tempi, il mondo fa parte della quotidianità di ogni Paese e che a cavallo di quei confini occorre imparare a muoversi con professionalità, competenza, curiosità, passione civile».

Senza trascurare – aggiungiamo noi – il grande orgoglio delle proprie origini. Pippo Marra è calabrese (è nato a Castel Silano, nel Crotonese), dalla testa ai piedi. Un illustre figlio della sua amatissima terra. Un protagonista che non mai smesso di sottolineare la sua appartenenza e il suo amore per la terra che gli ha dato i natali.

Un altro dei figli di Calabria, andato via a conquistare (e c’è riuscito) il mondo, a raggiungere il successo, grazie anche a quel particolare dna che caratterizza tutti noi calabresi. Quella proprietà biologica innata che racchiude la voglia di arrivare, di vincere e farsi valere, contro qualsiasi stupida forma di ghettizzazione (un tempo da subire, senza scampo) e di razzismo. Negli anni Cinquanta a Torino apparivano sull’uscio della case “Non si affitta a meridionali” ed era avventuroso esibire la propria provenienza. Eppure, in tanti hanno saputo contrastare con la propria capacità e la voglia di successo le isterie antimeridionaliste, raggiungendo traguardi impensabili: medici, scienziati, ricercatori, uomini delle Istituzioni, artisti, poeti, letterati, etc.

Pippo Marra appartiene a quella schiera di calabresi, orgogliosi e cocciuti, forti di un senso di appartenenza unico (e da tutti invidiato) che ha reso forse più difficile il percorso, ma alla fine ha rivelato la qualità di tanti personaggi , che oggi possono e devono rappresentare un modello ideale per le nuove generazioni.

Cavaliere del Lavoro, padre entusiasta di due gemelli oggi sedicenni, una vita movimentatissima, ma riservata e sempre un passo indietro, secondo la vecchia scuola. Il racconto del suo successo è avvincente.

– L’Adnkronos è un gruppo consolidato e autorevole, conosciuto in tutto il mondo. Quanto deve questo successo alla sua calabresità?

«Non ho bisogno di ricordare il legame che ho con la mia terra e le mie radici. Per me è motivo di conforto e anche un po’ di vanto. La calabresità, se così vogliamo chiamarla, fa parte della mia vita e della mia personalità. D’altra parte, come si dice oggi, il mondo è “glocal”, un impasto di ragioni ataviche e di apertura verso altri territori e altre culture. L’importante è non dimenticare mai le proprie origini. Tanto più quando quelle stesse origini appartengono a un’infinità di persone che si sono distinte e realizzate trovandosi a dover uscire dai propri confini di casa.

È stato il mio caso, e quello di moltissimi altri. Molti dei quali hanno dato lustro alla loro terra anche da lontano, migrando e piantando radici in mondi lontani».

– Come spiega questo forte di appartenenza che caratterizza tanti uomini e donne che hanno raggiunto posizioni apicali, in ogni parte del mondo, che si scopre hanno in comune l’origine calabrese?

«La Calabria è una terra di grande autenticità. Una terra a volte ferina ma sempre generosa. Che ti lascia dentro un’impronta che non viene mai sbiadita per quanto ti capiti di approdare altrove. L’emigrazione in un certo senso (qualche volta un senso amaro) fa parte del nostro destino. Ma per quanto si giri il mondo ci resta sempre dentro l’anima una traccia profonda del nostro passato, delle nostre famiglie, dei nostri ricordi. Vale per molti luoghi, è ovvio. Non voglio essere troppo campanilista. Ma quella traccia la si ritrova particolarmente in una gran quantità di calabresi che hanno fatto i mestieri più diversi. Spesso con risultati che meritano almeno un pizzico di orgoglio di campanile».

– Lei è nato nel Crotonese, a Castelsilano, un paesino con meno di 1000 anime. Conoscendo la sua riservatezza, è troppo chiederle di ricordare luoghi e persone della sua vita?

«Non amo mai parlare troppo di me. Un certo grado di riservatezza fa parte anch’esso di quelle radici di cui parlavo prima. Sono i fatti che parlano di noi più di quanto non facciano il nostro orgoglio e il nostro compiacimento.

Ho molti amici, moltissime persone a cui sento di dovere tantissimo. Li ricordo quotidianamente, senza mai esibire troppo i miei sentimenti. Mi viene da dire che anche questo fa parte di un certo spirito calabrese. Quanto alla mia famiglia, mia moglie, i miei figli, ho la fortuna di godere del loro amore infinito e di poterlo infinitamente ricambiare. Non c’è bisogno, credo, di aggiungere altro».

– Roma ha rappresentato la grande svolta. La sua Agenzia stava vicino ai Palazzi del potere e ne riferiva puntualmente e in modo imparziale segreti, vizi e virtù. Come ha conquistato il suo spazio tra i giornali, facendosi largo tra le due Agenzie di stampa più importanti?

«Non mi sento così vicino alla Roma dei palazzi. Li conosco, li esploro, qualche volta ovviamente li frequento. Ma la forza e il valore di una grande fonte di comunicazione, quale è l’Adnkronos, sta soprattutto nella sua capacità di scrutare un mondo più vasto di quello che domina le prime pagine. Stiamo raccontando il potere, cercando di decifrare la sua evoluzione. E uno dei nostri privilegi è la costante interlocuzione con quelle forze e quegli ambienti che possono fare la differenza in ragione del peso che hanno nei destini del mondo e del nostro Paese».

– Il medagliere di ogni giornalista, qualche volta, è fatto di scoop. Ne possiamo ricordare qualcuno che l’ha vista protagonista?

Da questo punto di vista, se posso citare un episodio, uno solo, è l’intervista che a suo tempo ci concesse il Santo Padre, parlando per la prima volta con un’agenzia di stampa. Molte delle cose che Papa Francesco ha rivelato nel suo libro, appena dato alle stampe, si possono rintracciare in quella conversazione lontana, che a suo tempo destò grande curiosità. Ma il mondo è fatto anche da tante altre voci e il nostro compito è appunto quello di rivelarne tutta la complessità».

– Dall’Agenzia di Notizie (Adn) al Gruppo Marra Comunicazione. Ci racconti questo percorso e quanti e quali personaggi l’hanno aiutata o creato difficoltà? È nota la sua profonda amicizia col Presidente Cossiga. Che ricordo conserva?

«Lei mi ricorda che c’è un lungo percorso alle mie spalle ed è ovvio che di quel percorso facciano parte tante amicizie e tanti legami. Con il presidente Cossiga ho avuto una lunga consuetudine, fin da prima che diventasse Capo dello Stato, e lungamente anche dopo, negli anni che per lui furono più amari.

Ricordo con emozione tante conversazioni che spaziavano dai destini politici agli aspetti più umani, quasi intimi. Cossiga era un uomo di profonda cultura, di grande passione pubblica ma anche di umanità curiosa, affettuosa, mai banale. Ho sempre tenuto per me quelle conversazioni ed esse continueranno a restare dentro di me, come a sottolineare un patto di mutua, amichevole riservatezza che ci ha sempre legato.

Da lui ho impaurato molto e considero uno dei grandi privilegi della vita essere stati così vicini nelle contingenze e nelle vicissitudini più diverse – e più appassionanti – che abbiamo attraversato.

– Il Palazzo dell’Informazione a piazza Mastai, a Roma, è il suo gioiello. Com’è nata l’idea e come l’ha poi realizzata?

«Si cresce, ci si espande e tutto questo a volte diventa più visibile, quasi simbolico. Il Palazzo dell’informazione è un luogo di incontro tra persone che hanno le conoscenze e le esperienze più varie. Da parte mia, ovviamente, c’è un certo orgoglio nel vedere anche fisicamente, logisticamente, la crescita del nostro gruppo. Ma ricordo sempre che tutto questo non lo facciamo mai da soli. Ci confrontiamo con persone e mondi che sono spesso al di fuori della nostra routine lavorativa. Aver pensato a un ambiente nel quale le persone potessero trovarsi a proprio agio, scambiarsi opinioni e risultati, confrontarsi con le più diverse sensibilità resta un punto fermo della nostra politica. Il Palazzo lo evidenzia, ma non lo imprigiona. Non è un castello crociato di quelli che si edificavano nel lontano Medio Evo. Piuttosto è una frontiera che si attraversa quotidianamente e liberamente. In questo è davvero un luogo simbolico. Evoca un’accoglienza, mai una chiusura. Lo vedo e lo vivo come un pezzo della nostra identità sempre in cammino».

– Roma è la città più grande della Calabria: ci vivono circa 600 mila calabresi. E tra questi: illustri chirurghi, scienziati, grand commis di Stato, uomini delle Istituzioni, personaggi dell’economia, della finanza, dell’Università, della politica. Chi frequenta e chi sono i suoi amici più cari?

«Di amici ne ho e ne ho avuti tanti. Ma tutti questi nostri legami per me non sono mai per me la ragione di un’esibizione, tanto meno di un’ostentazione. Il mio carattere e la natura del mio lavoro mi spingono a dialogare a tutto campo, ad avere curiosità per le persone più diverse, a stringere amicizie anche con chi svolge attività e coltiva pensieri diversi dai miei. L’ho già detto e mi ripeto. Non amo mettere in vetrina i miei legami, non lo considero appropriato. Quello che conta, per me, è lavorare in squadra, valorizzare le persone con cui condivido la fatica, aprirmi ad ambienti nuovi.

Non si costruisce nulla nell’isolamento e nella solitudine. E il mestiere di comunicare si fonda appunto principalmente sull’apertura verso il prossimo. Di qui non discendono vincoli di complicità, obblighi troppo stretti. Semmai il gusto di scoprire aspetti inediti. Diciamo che in questo caso le amicizie sono una metafora della esperienza lavorativa. E il fatto di aver incontrato tanti amici avendoli conosciuti prima per ragioni professionali è una delle caratteristiche più interessanti di questo lavoro. Laddove il pubblico e il privato finiscono per interfacciassi e per crescere insieme. Non sempre all’unisono, ma quasi.

Anche in questo caso la “calabresità” è parte di questo sodalizio che lega tra loro persone diverse ma con radici comuni».

– Per concludere: un sogno nel cassetto? Quanti ne ha realizzati e cosa ha ancora in mente di fare?

«Di sogni ne ho coltivati tanti e ho avuto la fortuna di realizzarne più d’uno. Ma il vero sogno è quello di non fermarsi, di non dormire sugli allori, di non tirare mai i remi in barca. I miei collaboratori lo sanno. Sono una persona appagata ma anche inquieta, ansiosa. Non sono abituato ad accontentarmi. Penso che dentro ognuno di noi ci sia una molla che spinge sempre ad andare oltre, a cercare nuovi territori, a migliorare se stessi. Per quanto è possibile, s’intende.

È il mito di Ulisse, che non per caso approda anche in Calabria. Alla mia età potrei guardare indietro con una certa soddisfazione e decidere che ci si può accontentare. Ma poi invece ci si rende conto che dentro di noi c’è una molla che spinge ad andare sempre oltre. Un po’ per ambizione, forse. Un po’, meno, per abitudine. E un po’, di più, molto di più, perché ci si sente infine legati agli altri. Alle persone con cui si lavora, a quelle che abbiamo incontrato quasi per caso, a quelle che ci hanno sorpreso, alle moltissime a cui ci siamo affezionati e verso di cui ci sentiamo in debito. A quel punto si riprende la navigazione e si cerca un’altra rotta, un altro approdo.

Sapendo che neppure questo, però, sarà mai definitivo». (s)

Le monetine su Craxi: l’autocritica del PD, il revisionismo a destra

di RAFFAELE MALITO – Trenta anni fa, il 30 aprile 1993, si consumava, davanti l’hotel Raphael, con il lancio delle monetine contro Bettino Craxi, la barbarie giustizialista di Mani Pulite e, con essa, la fine della prima Repubblica,  l’inizio del populismo che ha stravolto le regole della civiltà politica, il sopravvento del giustizialismo  sulla civiltà giuridica con la rottura degli equilibri dei poteri sanciti nella nostra Costituzione. Il Corriere della Sera ha ricordato, con grande precisione, questo anniversario, cruciale nella storia d’Italia, ricostruendo quella giornata con i commenti e i pensieri di alcuni  protagonisti di quel tempo, uno dei magistrati del pool Mani Pulite, Gherardo Colombo, il segretario del Pds, Achille Occhetto, Il capo ufficio stampa di Fini, Francesco Storace, le testimonianze di Luciano Del Castillo, l’unico fotografo tra quella folla inferocita, il figlio Bobo Craxi.  Un anniversario che, come accade, ogni anno, quando si ricorda, il 19 gennaio, la morte del grande leader socialista, avvenuta ad Hammamet, nel 2000, è l’occasione per riflettere sulla storia italiana di quel tempo: la distruzione di un’intera classe politica, preceduta dall’attacco stragista della mafia contro lo Stato con l’ uccisione di Giovani Falcone e Paolo Borsellino.                                                                                    

Ma le rievocazione del tentato linciaggio di Craxi, dopo che, la sera prima,  con il voto segreto, la Camera dei Deputati aveva rigettato quattro delle sei autorizzazioni a procedere nei suoi confronti, è anche la spia delle viltà che, oggi, trenta anni dopo, rivelano, alcuni dei protagonisti di quella stagione, dimenticando o nascondendo quanto avevano detto e fatto in quel tempo.                                                                 

Gherardo Colombo che oggi tenta di accreditarsi come garantista e rispettoso della dignità umana e personale  anche dell’indagato, ha dimenticato che è stato uno dei pilastri , insieme  con gli altri inquisitori del Pool Mani pulite, Davigo, Di Pietro, D’Ambrosio e il loro capo, il Torquemada Borrelli,  tutti ideatori ed esecutori della rivoluzione giudiziaria con la missione di annientare un’intera classe politica.  Alcuni dati di quella rivoluzione,  che si è espressa con la più colossale operazione di repressione penale  e di polizia giudiziaria della nostra storia: 3500 arrestati, 30000 inquisiti tra i quali 400 parlamentari, decine di ministri ed ex ministri, quattro ex presidenti del Consiglio, centinaia di imprenditori, sindaci, assessori, presidenti di grandi imprese pubbliche e private.  Chi non ha retto all’inquisizione si è suicidato: come il parlamentare socialista Sergio Morioni, i manager Cagliari e Gardini. 

Colombo, insieme con gli altri due della triade giustizialista, Davigo e Di Pietro, andò, in diretta televisiva, al Tg1 a minacciare  il governo di non approvare il decreto che si proponeva di modificare sostanzialmente la carcerazione preventiva.                        

Oggi, dopo trenta anni, di fronte al video delle monetine e dell’assalto a Craxi dice con anima candida :“A me fa lo stesso effetto di allora: io credo che sia sempre necessario rispettare le persone: in quell’occasione fu violata la dignità dell’onorevole Craxi : quelle immagini mi colpiscono negativamente, non si dovrebbero  mettere le persone alla berlina”.                                                           

Ma non risulta che, in quel tempo, Colombo disse o fece qualcosa di sostanziale per cambiare il modus operandi del Pool Mani pulite.                                                         

L’altra anima candida a cui il Corriere ha chiesto un commento sul 30 aprile 1993 è quella del segretario, di quel tempo, del Pci che aveva cambiato  nome in Pds, Achille Occhetto. Quella sera aveva promosso un’infuocata manifestazione nella vicina piazza  Navona proprio sui temi della  corruzione  e della campagna giudiziaria, all’indomani del voto alla Camera che aveva bocciato la richiesta di autorizzazione a procedere contro Craxi. Sull’onda del disdegno e delle accuse lanciati sulla piazza dei militanti, la corsa verso la casa di Craxi, l’hotel Raphael.  Sul posto c’erano già i camerati del MSI, i leghisti. Nessuno scrupolo per i militanti pdiessini, già comunisti: tutti insieme  al linciaggio del nemico-corruttore che si aspetta, esca dall’Hotel: nel frattempo era arrivato il camerata Teodoro Buontempo con due sacchetti pieni di monete che distribuisce a tutti, senza distinzioni politiche  di destra o sinistra. Craxi rifiuta di cambiare uscita e, protetto, dalla polizia va verso l’auto e si allontana dalla bolgia inferocita. Si conclude la storia politica del grande leader socialista e, simbolicamente,  cambia la prima repubblica e si apre la stagione del populismo.                                                                                                                         

A distanza di tanti anni, su Occhetto grava quella vergogna dei militanti del suo ex partito che manifestano, insieme, con i fascisti, senza alcuna distinzione, con assoluta brutalità, contro Craxi. E dice: “quella cosa  fu organizzata dal Msi. Io fui subito contrario perché fu una roba sommaria, una reazione inaccettabile”. Ma poco prima, nel suo infuocato comizio a piazza Navona, non aveva risparmiato nessuno. Non aveva detto di aver fatto votare, alla Camera, contro l’autorizzazione  a procedere contro Craxi. Oggi dice; “con Craxi c’erano grandi divisioni ma quelle immagini mi colpirono molto: umanamente e politicamente. Fu un esempio di barbarie innescata furore giustizialista: quella notte, senza dubbio, fu aperta la via per il populismo.”Dopo trenta anni ci si sarebbe aspettato qualcosa di più di questa caritatevole riflessione: Occhetto in quegli anni non viveva fuori dall’Italia, non era uno spettatore qualsiasi delle cose politiche del nostro Paese, era il segretario di un grande partito e nelle vicende di quel tempo, di quell’assalto al  sistema politico non poteva non dire nulla, non poteva non pensare che la conclusione non poteva  che essere quella del linciaggio a un grande dirigente  della politica italiana e, con lui, dell’attacco all’equilibrio dei poteri costituzionali, troppo semplice e, diciamolo, troppo facile e comodo, oggi, riconoscere  che quel che accadde davanti l’hotel Raphael fu una barbarie.                                                                                                   

Se la cava con un pusillanime, “ho zero ricordi di quella sera – dice Storace- ma le immagini delle monetine sono una cosa orrenda”. E aggiunge: “non mi risulta affatto che quella protesta fosse stata organizzata dai nostri”. Il capo ufficio stampa del Msi, non sapeva niente, era in vacanza. Forse, alle Maldive.                                                

È doloroso il ricordo del figlio Bobo Craxi: “mi telefonò  che era notte e mi disse: “Bobo tu non hai idea di cosa è successo: sono venuti in duecento sotto casa mia, mi hanno tirato di tutto: ho visto lo squadrismo”. E alla domanda, “ha mai visto suo padre piangere?”, risponde:  “ma si figuri, impossibile. Mio padre era addolorato, ma di indole era indomito. Il vero dramma di quei mesi era che non dovevamo più difenderci solo politicamente e dai Pm: era a rischio proprio l’incolumità fisica di tutta la nostra famiglia.

“Ancora a carica di emozioni è la testimonianza del fotoreporter Del Castillo: “Capii che il re era caduto. Di quei momenti ricordo l’orgoglio di quest’uomo, che uscii a testa alta: poteva scappare dal retro, ma credo che volesse dare una lezione a tutti”.

Dopo trent’anni bisogna solo non dimenticare. (lem)

STORIE / 25 Aprile: Fausto Gullo, il Costituente cosentino

di ANNA MARIA VENTURA – Il 25 Aprile  può essere considerato come il più importante appuntamento civile che la nostra Nazione rinnova da settantotto anni. In questa data si riporta alla memoria viva, in ragione di accadimenti storici fondamentali, la Liberazione del Paese dall’occupazione nazifascista e la nascita della Repubblica democratica. La Resistenza Italiana e la lotta di liberazione riscattarono il paese e lo fecero padrone del proprio destino. Un destino di libertà, custodito e difeso dalla Costituzione. Questa, pensata e scritta dai Padri e dalle Madri Costituenti, sancisce fondamenti, principi e garanzie della nostra libertà e dei nostri diritti fondamentali. Ai valori della Resistenza e della Costituzione dobbiamo ancorarci per affrontare ogni momento della storia presente e futura. In particolar modo l’oggi, dopo una pandemia che ha minato la sicurezza e mutato comportamenti e modi di vivere e il dolore di una guerra che sta facendo sanguinare il cuore dell’Europa e che si aggiunge ai numerosi conflitti presenti in ogni parte del mondo. In tale contesto è necessario ribadire l’importanza dei valori della libertà e dell’uguaglianza, della democrazia e dell’indipendenza e riappropriarci di quei principi fondamentali richiamati dalla nostra Costituzione che devono declinarsi innanzitutto nella centralità della dignità della persona, nella giustizia sociale, nel rispetto dell’ambiente quale parte integrante del nostro vivere quotidiano, nel ripudio della guerra. Un ripudio da riaffermare sempre con grande forza, correlato alla solidarietà verso la resistenza della popolazione ucraina e il sostegno al diritto alla pace di tutti i popoli del mondo che, contro la loro volontà, subiscono la violenza e l’ingiustizia della guerra. Si pensi alla guerra civile in Siria che perdura da dodici anni, al conflitto israeliano-palestinese, alla guerra, che in queste ultime ore sta insanguinando il Sudan.

Il 25 Aprile non sia solo un esercizio di memoria, ma concretamente, con i nostri comportamenti, improntati alla pace, al rispetto delle diversità, all’accoglienza, all’inclusione rendiamo omaggio a chi si è battuto per la libertà a costo della propria vita. Rendiamo ancor più nostro il concetto della Liberazione, figlia della Resistenza e madre della Costituzione repubblicana.

Certamente un contributo molto interessante, per evidenziare anche il ruolo di assoluto primo piano delle donne nel cammino democratico del nostro Paese è fornito da Nella Matta con il libro In cammino verso i diritti, che racconta le tappe salienti delle leggi che hanno cambiato la vita delle donne e creato condizioni di uguaglianza e parità. Il libro contiene anche le biografie delle ventuno Madri Costituenti. Il volume, edito da Jonia Editrice e promosso dalla sede di Cosenza dell’AiParC – Associazione Italiana Parchi Culturali, è stato presentato anche a Roma, a Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari, il 16 Settembre 2022.

Dei Padri Costituenti, mi piace raccontare, in occasione di questo 25 Aprile, con ricordi personali, il calabrese Fausto Gullo, certamente uno degli uomini più importanti e rappresentativi del panorama politico e culturale della storia dell’Italia repubblicana. Grande figlio di Calabria, fu uomo politico eccezionale, dotato di grande sensibilità e cultura, aperto ai problemi e ai bisogni della sua gente e protagonista di primo piano della storia d’Italia, dagli anni del fascismo, di cui fu strenuo oppositore a quelli della nascita della Repubblica, della quale fu Padre Costituente, Ministro per ben due volte e Deputato dal 1948 al 1972, nelle fila del Partito comunista, fino a pochi anni prima della morte.

Nacque a Catanzaro, dove il padre, ingegnere, si era trasferito per ragioni di lavoro, il 1887. Ma ben presto, divenuto orfano, si trasferì a Cosenza, non mancando, però, di trascorrere lunghi periodi dell’anno nel paese d’origine della sua famiglia, Macchia di Spezzano piccolo, oggi Macchia di Casali del Manco. È qui che conobbe il terribile stato di miseria e soggezione in cui vivevano i contadini, per i cui diritti si batterà per tutta la vita. Grazie ai suoi decreti, viene ricordato come “Ministro dei contadini”. E’ qui che morì nel 1974, circondato dall’affetto della sua gente. La sua azione politica rilevante e incisiva appartiene ormai alla storia.

Quello che mi preme ricordare è la sua umanità, sarebbe meglio dire, la sua humanitas. A pochi, infatti, come a lui, si adatta meglio il termine latino, nell’accezione ciceroniana. Pochi, infatti, come lui, seppero realizzare il proprio miglioramento attraverso la cultura e l’applicazione di essa nella vita pratica e nell’azione politica. Un’altra definizione che, a parer mio, ben gli si addice è quella dell’orator di Quintiliano “vir bonus dicendi peritus”. “Bonus” lo fu senz’altro, provvisto com’era di tante virtù morali: onestà intellettuale, saggezza, altruismo, umiltà e “dicendi peritus” esperto del dire, affascinante oratore, dotato di eloquenza limpida e chiara, arricchita da ideali, valori, amore per la sua gente, quella dei paesi della “fascia silana” dove, ancora oggi, il suo nome suscita emozioni e ricordi di momenti edificanti. Forse il più bello è quello del suo ultimo comizio, con il quale si accomiatò dalla vita politica, ormai in età avanzata, ma ancora integro e forte nella mente e nel cuore.  “Vado via con le mani pulite” fu una delle sue affermazioni. Come risultò significativa quella frase, dopo Tangentopoli, il crollo della prima repubblica e la corruzione che, purtroppo, ancora dilaga in vasti settori della vita pubblica e amministrativa del nostro paese. Soprattutto della nostra Calabria.

Sono tanti i ricordi della sua vita che si affacciano alla mia memoria, quasi tutti legati a Macchia di Casali Del Manco, antico borgo dalla bellezza suggestiva, ricordi legati al tempo della mia infanzia e adolescenza. Sono ancora impressi dentro di me i suoni, i profumi antichi, i muri delle case e gli orti, i canti che accompagnavano le processioni della Madonna in festa, la laboriosità della gente, la quotidianità semplice, il lento, ma mai banale trascorrere del tempo, le voci gioiose dei bambini, che riempivano la piccola piazza e le vie del borgo.

Quei bambini sono diventati uomini e donne, che sentono fortemente l’amore, l’orgoglio e il senso di appartenenza a Macchia, custodendo, come in uno scrigno prezioso, quanto di bello e di importante hanno ricevuto in eredità: valori puri, preziose tradizioni, una innata propensione verso la cultura, una particolare spiritualità, che ha contagiato tutti coloro che hanno avuto la fortuna e il privilegio di nascere o vivere, se pure per un tempo breve, in questo luogo, che, ormai per molti è un luogo dell’anima. Proprio queste persone hanno fondato l’Associazione culturale   M.A.B. Macchia Antico Borgo, perché sono convinti che facendo conoscere la bellezza di questo borgo senza tempo, la sua storia, le sue tradizioni, la sua vita vera, autentica, i suoi valori condivisi, si possa offrire agli uomini di oggi, disorientati e in cerca di identità,  un’opportunità e un modello di esistenza altamente valida.

A questo mondo è appartenuto Fausto Gullo, che è vissuto in simbiosi con Macchia.

Il paese si illuminava, si risvegliava dal torpore dell’inverno, quando, all’inizio dell’estate, si aprivano le finestre di casa Gullo, per fare entrare la luce e l’aria in quelle stanze, che dovevano accogliere la famiglia per le ferie estive. Per noi bambini era la novità dell’estate, per la gente del paese un rito, che si ripeteva ogni anno. “Questa sera arriva Don Fausto” erano le parole che venivano ripetute di bocca in bocca. E i vecchi non si ritiravano nelle loro case, le donne rimanevano affacciate alle finestre, i bambini continuavano a far festa nella piccola piazza, finché, verso le “nove” di sera arrivava la macchina che conduceva Don Fausto e la moglie Donna Dora.

Subito una piccola folla di uomini si avvicinava a lui, che salutava tutti, sorridendo. Ricordo ancora l’impressione che suscitava in me bambina, la sua alta statura, la sua testa fiera, piegata leggermente da un lato, le sue mani tese a salutare.

Chiamava tutti per nome, uomini, donne, bambini del piccolo paese, riconoscendoli ad uno ad uno. Quello era il suo regno di cui non si sentiva affatto il re, ma un suddito fra tanti. Il portone dell’enorme casa rimaneva sempre aperto a tutti, la gente accorreva dai paesi vicini, a chiedere consigli, aiuto, o semplicemente a salutarlo. Egli accoglieva sempre tutti, per tutti aveva una parola affettuosa, a tutti dava un aiuto concreto.

Mi capitava spesso di andare in quella casa, dal momento che mio padre era per lui quasi un figlio, ed io amica d’infanzia delle sue nipoti. Lo trovavo sempre chino sulla scrivania, intento a leggere, a scrivere, in quello studio, dove il figlio Luigi avrebbe poi ambientato la famosa “Conversazione a Macchia”.

La sera, il salotto della sua casa si riempiva di tante persone: intellettuali, avvocati, uomini politici, ma anche di tanti paesani, semplici amici. Si conversava, si discuteva dei grandi temi, che caratterizzavano i dibattiti culturali e politici di quegli anni, in cui il mondo era diviso in due e, a meno che non si fosse destinati all’antinferno dantesco, bisognava stare da una parte o dall’altra. Ognuno esprimeva le ragioni della propria appartenenza, spiegandole a se stesso, prima che agli altri, cercando di fare chiarezza, di dare risposta a dubbi, qualora ce ne fossero stati, nel dialogo, nel confronto delle idee, nel rispetto e nella tolleranza delle opinioni altrui. Nel salotto di quel “palazzo” si dava un contributo alla storia, se è vero che essa si attua con le idee, prima che con le azioni, criticando, se è necessario, senza subire passivamente le decisioni altrui, vedendo in che direzione va il mondo e seguendola, se è quella giusta, altrimenti tornando al punto di partenza, se ci si accorge che occorre ricominciare. Ricominciare a sperare, per costruire, crescere, progredire! Si faceva quasi l’alba, le conversazioni si interrompevano, come per incanto la gente si dileguava, per tornare a riunirsi la volta successiva e continuare a discutere dal punto in cui il discorso era stato interrotto.

Così finiva l’estate, le finestre e il portone della grande casa si richiudevano, il silenzio ritornava nel piccolo paese. Era sorprendente l’alchimia, che si era venuta a creare, fra la vita di Fausto Gullo e quella del paese. Quando morì, fu come se morisse anche quella piccolissima parte di mondo, che nel giorno del suo funerale si riempì, per l’ultima volta, di gente, tanta, importante ed umile, che le stradine e la piccola piazza non potevano contenere tutta. Ora egli riposa nel cimitero di Spezzano Piccolo insieme a tanti che l’hanno amato, ma il suo ricordo è sempre vivo in tanti che lo amano ancora. (amv)

CATANZARO – Al Comune lo spettacolo “FM”

Domani sera, alle 21, al Teatro Comunale di Catanzaro, in scena FM, uno splendido testo di Franco Corapi, una magistrale messa in scena di Claudia Olivadese e Vincenzo Lazzaro con le voci in Modulazione di Frequenza di Sara Laura Raimondi e Gianpaolo Negro.

Un urlo che si perde in un silenzio colpevole di una società che avrebbe potuto vedere e non lo ha fatto, un urlo che imbratta di sangue il bianco di una tela che avrebbe potuto ospitare un racconto sereno, un urlo che solamente chi non ha orecchie non vuole ascoltare, l’urlo di mille persone sopraffatte da una più che millenaria educazione dedita alla sottomissione, al bullismo della violenza di genere. Ecco cosa è FM non solo un acronimo che può ricordare l’universo femminile con accanto la parola Morte, non solo una modulazione di frequenza che disegna nell’etere canzoni d’amore eterno in cui il “non ci lasceremo mai” la fa da padrone.

“Finché morte non vi separi”, le “cinquecento catenelle d’oro” che hanno legato i cuori gli uni agli altri e che vengono spezzate nella maggior parte dei casi dal disagio dell’incomprensione che si sottomette nella facile via di fuga della sopraffazione violenta. Come sarebbe bello se la emme di FM fosse la emme di maschio e non di morte e la effe acronimo di felicità e non di fine. Come sarebbe bello leggere FM come Femmina e Maschio uniti in una pari dignità, crescita insieme, rispetto reciproco. Ma è la sfida che nasce sin dall’infanzia che diventa difficile da superare in un mondo in cui ci si dimentica di essere persone ancor prima di nascere uomini o donne.

Qual è quindi la colpa di chi uccide? Essere nato inutilmente in un corpo maschio? Qual è la colpa di chi muore? Essere nati inutilmente in un corpo femmina? Qual è la colpa di tutta la società che rimane lì a guardare dei corpi esanimi che hanno perso il valore unico di essere umano, di persone? Le responsabilità non sono mai da una parte sola, si dice, ma si dovrebbe anche capire una volta per tutte che le responsabilità sociali sono le più importanti, che si cresce nell’educazione del poco rispetto e del sopruso che si ha gli uni sugli altri; e dal sopruso all’abuso il passo è breve; e sarà sempre la parte più debole quale che essa sia ad avere la peggio.

FM è un racconto che rimane al di sopra di una mattanza quotidiana che percorre le vene dello spettatore colpevole e innocente allo stesso tempo, giudice e accusato testimone di un macrocosmo che vede sopraffatto e sopraffattore figli di un’educazione sbagliata che dobbiamo imparare a cambiare. (rcz)

Gerardo Sacco: gioie e gioielli di una vita straordinaria

di PINO NANO –

“…La mia casa è il mio rifugio,

anche qui ho il mio

laboratorio casalingo

dove sviluppo le mie prime idee,

quelle che non condivido

con gli altri finché

non sono certo che possano portare alla realizzazione

di un gioiello unico…”

La location è solenne, Roma Sala Zuccari, Palazzo del Senato della Repubblica, appena una settimana fa. L’occasione ufficiale è la conferenza sulla Pace e la consegna dei “Leoni D’Oro per la carriera, l’impresa e le arti”. Dietro tutto questo c’è la prestigiosissima Accademia Gran Premio Internazionale di Venezia in collaborazione con la Fondazione Foedus. E anche in questa occasione, c’è un figlio di Calabria che viene chiamato sulla ribalta e premiato per il suo valore, il suo, la sua genialità artistica. Moderno, innovativo, rivoluzionario, creativo in tutti i sensi, un manager sempre di più proiettato in avanti, con lo sguardo proteso sul futuro, e radici ben salde e mai rinnegate con la tradizione forte della terra che lo ha visto nascere.

È Gerardo Sacco, grande Maestro orafo italiano, figlio illustre della città di Crotone, personaggio di grandissimo carisma, che altrove sarebbe diventato più di Dior e di Dolce e Gabbana messi assieme, ma lui, a differenza di tanti altri nomi della moda dell’arte e del designer, non ha mai accettato l’idea di trasferirsi a Milano o a Parigi.

«Non immaginate che tutto sia stato sempre facile, ma per paradosso la mia vita è un “gioiello”! Ho avuto la fortuna di capire sin da ragazzino quale fosse il mio talento, creare oggetti unici legati alla Calabria, la mia terra, e alla cultura della Magna Grecia. Posso dire in tutta onestà che non ho mai lavorato un giorno della mia vita! La mia vita è il mio lavoro e la mia famiglia. Ho avuto una vita costellata da grandi viaggi e grandi incontri».

Due libri diversi oggi ricostruiscono la sua vita, e francamente non lo si poteva fare meglio di così. Scritti a quattro mani, Gerardo Sacco che si racconta a Francesco Kostner, il primo edito dalla Rubbettino Sono Nessuno, e il secondo dalla Pellegrini Come l’araba fenice, e in cui viene fuori prepotente il carattere, la vita, la solitudine, la rabbia, la disperazione e soprattutto la fierezza di un personaggio che per oltre mezzo secolo avrebbe poi incarnato nell’immaginario collettivo l’idea dell’uomo di successo nel mondo, e che sarebbe diventato, suo malgrado, egli stesso icona di opulenza in tutti i sensi.

Io oggi proverò a raccontarvelo così come lui si racconta in questi lunghi diari di bordo, e in cui ogni momento della sua vita è un misto di sensazioni le più varie, ma anche le più dolorose e le più svariate, e dove la sola certezza che se ne ricava è che l’uomo abbia vissuto gli ultimi 80 anni della sua vita esclusivamente con il cuore in mano. Storia di una infanzia negata. Storia di una infanzia disperata. Storia di immensa solitudine.

«Mi risuonano nelle orecchie ancora le raccomandazioni di mia madre, che non ho mai dimenticato: “Siamo poveri, ma abbiamo una ricchezza straordinaria: la dignità, l’onestà, il rispetto delle regole. È un patrimonio di inestimabile valore e, con il trascorrere del tempo, ne comprenderai sempre più l’importanza adoperandoti affinché diventi il riferimento della tua famiglia e dei tuoi figli”. Aveva ragione, mamma. Quante volte l’ho pensata, nei momenti difficili. Quando mi sentivo disperato. Senza vie d’uscita. Quando mi toccava prendere atto che la vita mi riservava amarezze, dispiaceri, delusioni, nonostante la correttezza dei miei comportamenti. Quando vicende inattese, e finanche strazianti, sembravano avere gioco su di me. Sopraffarmi. Ma ho tenuto duro, come mamma mi ha educato a fare».

Ricordo di averlo incontrato 40 anni fa a New York dove lui, già allora famoso, presentava alla stampa americana i gioielli del cinema, aveva accanto Franco Zeffirelli e Liz Taylor, e ricordo che gli americani avrebbero fatto carte false per averlo allora come direttore artistico delle proprie industrie orafe, lo avrebbero sommerso di dollari pur di averlo, ma lui su questo non ha mai tergiversato. Ha invece sempre ringraziato e declinato l’invito: “Excuse me, but I’m going back to my house”, “Scusi, ma torno a casa mia”. Ma questo, forse, lo ha reso ancora più famoso negli anni e tra la gente comune, e nei fatti tutto questo lo ha reso soprattutto il vero unico e grande ambasciatore calabrese vivente del Made in Calabria nel mondo.

«Ho sempre immaginato la mia vita come un viaggio nel vagone di un treno. All’inizio sfrecciava veloce, percorrendo migliaia di chilometri senza mai fermarsi. Poi piano piano la sua marcia ha perso ritmo. Continuità. Le soste sono diventate più frequenti. Ho visto scendere dal predellino tanti passeggeri, che non sono più saliti a bordo. Il mio viaggio continua, ma ho le valigie pronte perché, prima o poi, arriverò anch’io a destinazione. Ricongiungendomi con quanti non ci sono più, per l’eternità. Non mi manca nulla, a parte mia moglie Anna. E mia madre. Che mi aspettano da tempo. Tanti segnali mi inducono a pensare che la fermata finale della mia vita non sia troppo lontana. Il fine corsa di Gerardo Sacco è a un tiro di schioppo, o giù di lì. Ma sono felice. Soprattutto sono pronto. Quando sarà il momento saluterò tutti con un sorriso. E soprattutto dicendo grazie».

Nato a Crotone il 24 maggio del 1940, uomo dalla modestia davvero proverbiale, Gerardo Sacco è indiscutibilmente la semplicità fatta uomo, il rigore assoluto nel rispettare il suo prossimo, pesante nel fisico ma leggiadro nel modo di porsi, mai un gesto di troppo, mai una intemperanza, mai un sorriso di disgusto, e credo che non esista al mondo nessuno che possa dire di essere mai stato trattato male da lui, o anche semplicemente ignorato e tenuto lontano. Eleganza, educazione, sobrietà, rigore assoluto, oggi a 83 anni Gerardo è l’immagine fisica della saggezza fatta uomo.

«Ricordo che ero all’hotel Plaza di New York, in occasione di una festa della Niaf, l’associazione culturale che promuove la storia, la lingua e la cultura italiana negli Stati Uniti, alla quale erano invitate oltre cinquecento persone. Cantava, pensi un po’ Frank Sinatra! Ero al tavolo con il presidente degli orafi della provincia di Vicenza, Beppe Graser, e con Vasco Bonetto, che rappresentava gli artigiani del settore di Valenza Po. Notavo che il cameriere andava e veniva senza portar via il piatto. A un certo punto, Graser sbottò: “Sacco, allora, le posate!”. E io, quasi stizzito: “Che devo fare?”. Lui, di rimando, con la simpatia che lo caratterizzava: “Se non le metti diritte qui facciamo notte!”. Capii che il modo come avevo lasciato il coltello e la forchetta, significava che avrei continuato a mangiare. Le sistemai subito in modo corretto e la situazione si sbloccò. Molti anni dopo mi trovai al ristorante La Pergola, dell’hotel Hilton di Roma, con Al Bano, Romina Power, i figli della coppia, Franco Franchi e Bruno Oliviero, il grande fotografo che doveva realizzare un servizio sui miei gioielli. Un cameriere, che sulla giacca aveva tante decorazioni da fare invidia a un generale di corpo d’armata, stazionava davanti al nostro tavolo pronto a esaudire ogni richiesta. Memore di quanto accaduto a New York, ero stato attento a non sbagliare. “Il signore ha finito?”, mi chiese a un certo punto. E io, prontamente, anche un po’ seccato: “Non vede le posate?”. Annuì e si allontanò».

Credo di poterlo scrivere senza nessuna ombra di dubbio, Gerardo Sacco era “Gerardo” quando non era nessuno, ma lui è rimasto “Gerardo” ancora e soprattutto ora che potrebbe vivere di rendita su un’isola tutta sua. Un uomo dai mille ricordi, una memoria matematica, un computer vivente, una conoscenza degli uomini e delle cose al di sopra di ogni possibile immaginazione, e soprattutto una grande certezza nello sguardo, che è la luce di una famiglia serrata attorno, unita più che mai, e che in realtà è il cordone ombelicale tra Gerardo e il futuro.

«Il futuro sono loro, i miei figli, una famiglia bellissima, che hanno sopperito alle mie lacune e qualche volta anche ai miei errori. Conoscono la mia storia. Sanno di cosa è fatta. Quanto è stato difficile conquistare la fiducia di migliaia di persone. Loro sanno perché godo di considerazione e rispetto: ricchezze che si accumulano nel tempo e con sacrificio, ma che possono svanire in men che non si dica. È un patrimonio importantissimo, che oggi consegno ad Antonio, Viviana, e Andrea».

Eccola la Sacco-Dinasty, il sogno finalmente realizzato del vecchio Gerardo, una famiglia che oltre a difendere e rafforzare i propri legami di affetto e di comunanza, è diventata nei fatti la grande impresa di famiglia, un vero e proprio piccolo-grande impero manageriale a cui il “creativo di casa” ha affidato oggi la gestione di tutto il resto.

«Antonio, Viviana, e Andrea, sono la luce dei miei occhi. La ragione della mia vita. Continueranno loro il mio lavoro. Riusciranno a valorizzarlo, più di quanto abbiano già dimostrato di saper fare. Ma a loro non faccio che ripetere un principio fondamentale, dovranno essere umili, stare sempre insieme, uniti, consapevoli di ciò che ogni persona ha davanti a sé… Mi viene in mente un meraviglioso pensiero di Rita Levi Montalcini: “Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore, uniche coloro che le usano entrambe”. È un insegnamento che chiedo ai miei figli, e ai miei nipoti, di tenere sempre presente. Sforzandosi di trovare la giusta sintesi tra ragione e sentimento. In fondo, è un obiettivo possibile!»

Un genio della comunicazione, un guru del marketing, un esempio rarissimo di artigiano che si è fatto da solo, ogni cosa che Gerardo toccasse diventava famosa, e ogni creatura che aveva la fortuna di stargli vicino alla fine riusciva a respirare il clima e lo charme del Made in Italy nel mondo.

Lo racconta benissimo Francesco Kostner nei due libri a lui dedicati. Donne famosissime, ambasciatori di varie generazioni, politici di altissimo profilo istituzionale, Capi di Stato, attori, attrici, musicisti, conduttori televisivi, scrittori, cantanti e professionisti di ogni genere, in tanti sono passati dal suo laboratorio di Crotone, dove ancora vive, per conoscerlo e ammirare i suoi capolavori.

«Quando penso ai ragazzi che lavorano nel mio laboratorio, a ciò che ho loro insegnato e che hanno imparato, si fa largo nella mia mente un’immagine che considero molto efficace ed importante: essere riuscito a tirare fuori tanti “pani” croccanti, profumati dal mio forno “dorato”. È il massimo che potessi desiderare e l’ho ottenuto. Al mio fianco lavorano autentici fuoriclasse, che mi fanno dormire sonni tranquilli. Lo ripeto: quando non ci sarò più, grazie a queste meravigliose persone, le mie idee, il mio stile, la mia storia continueranno a vivere».

Anche in Senato, nella sala forse più prestigiosa di Palazzo Madama, tra arazzi di immenso valore artistico e quadri d’autore, la sua modestia viene fuori palpabile come sempre è stato nella sua vita.

«È un onore aver ricevuto questo premio e sono grato alla mia famiglia e a mia figlia Viviana che oggi mi hanno accompagnato qui e che mantengono viva l’eredità dell’azienda, aiutandomi a innovare e rinnovare e permettendomi ancora, dopo 60 anni di attività, di poter formare giovani e creare ancora opere con la giusta emozione che serve».

Applausi a scena aperta. È lui la vera star di questa parata di stelle a cui viene consegnato il Leone d’Oro come massimo riconoscimento di laboriosità e di genio artigiano. Ma già un anno fa Gerardo Sacco aveva ricevuto il Premio dell’Innovazione, come testimonianza di una impresa artigiana dove linguaggi digitali e intelligenza artificiale sono più o meno di casa.

«Pensi che ho assunto un mago, sì davvero, il mago del 3D, Emiliano. Tutto quello che penso, tutto quello che mi passa per la mente, Emiliano lo realizza. Lui parla con le sue macchine, le solletica, le stuzzica, le mette in moto e in men che non si dica mi presenta il prototipo da toccare e valutare! Un miracolo, un mago vero! Ammetto che non sono un grande esperto di tecnologia, ma ne sono affascinato. Con me Emiliano è cresciuto molto professionalmente. Il rapporto si è intensificato nel tempo con una comunione d’intenti che sempre più spesso non ha bisogno di tante parole. Io conosco lui e lui conosce me, ed in questo sguardo comune nascono capolavori d’arte. Mi piace anche perché ha l’animo pittorico, ha fatto l’Accademia. Io sono molto sensibile agli studi. Non li ho fatti da piccolo, ma mi sono rifatto da grande, studiando e ricercando le bellezze e le storie della mia Calabria».

Dicevamo, manifestazione solenne in Senato, aperta dai saluti ufficiali del senatore Antonio De Poli, che ha promosso l’iniziativa, del Presidente del premio Leone d’Oro Sileno Candelaresi, e del Presidente della Fondazione Foedus e del premio Leone d’Oro per la Pace, onorevole Mario Baccini. E anche in questa occasione, affabile, sorridente, sornione, fasciato da un doppiopetto elegantissimo e raffinato, Gerardo affascina e accarezza il suo pubblico come un vecchio attore americano.

«Anche se ho superato l’età dei “quattro volte venti”, conservo l’energia di chi vuole e sente di poter realizzare sempre cose nuove. Continuo a mettermi in discussione. A sfornare idee. A elaborare progetti. A realizzare iniziative. I risultati, grazie al cielo, non mancano. Non mi riferisco solo alle nuove linee di gioielli che ho creato durante la pandemia. C’è qualcosa che per tanti aspetti è ancora più importante delle mie opere. Un approdo “mentale”, un cambiamento di prospettiva, che onestamente mai avrei immaginato di poter raggiungere. Non mi curo più di chi continua (diciamo così, ma edulcorando molto le mie parole) a “ispirarsi” ai miei manufatti. Realizzandone altri, esattamente uguali, e presentandoli come propri. Sono anni che va avanti così: studio, cercando di soddisfare la mia sete di sapere, mi industrio, produco, altri fingono di mettersi al “servizio” dell’arte. Posso dirlo con la sicurezza di chi sa di non poter essere smentito. Non ho mai copiato, niente e nessuno. Il talento, e la creatività, di cui il buon Dio mi ha fatto dono, mi hanno accompagnato in un costante viaggio “rigeneratore”. Attraverso la storia, le tradizioni, le identità di popoli e culture».

È Mario Baccini, ex ministro della Funzione Pubblica e per anni influente uomo di Governo, a sottolineare al pubblico presente che «questo prestigioso premio può essere il miglior veicolo della promozione della cultura, della solidarietà e dell’impresa al servizio della pace nel mondo». La scelta di uno dei Leoni d’Oro è caduta su Gerardo Sacco – spiega Baccini – «Perché volevamo premiare i suoi 60 anni di carriera, perché la sua è una storia bella, la storia di un gioielliere calabrese che ha realizzato gioielli preziosi per le dive del cinema del calibro di Liz Taylor, Sofia Loren, Maria Grazia Cucinotta, e per il teatro, accompagnando nella carriera il genio artistico di Franco Zeffirelli per cui ha realizzato i gioielli di scena e anche il francobollo commemorativo emesso pochi giorni fa».

Gerardo ringrazia, riesce ancora a commuoversi, e ogni cosa che racconta in pubblico ha sempre dietro una dedica personale molto speciale.

«Sono un uomo appagato, sereno, felice, ma, d’altra parte, come potrei sentirmi diversamente? Con gli splendidi figli che il Signore mi ha donato, il frutto meraviglioso dell’amore che mi lega a mia moglie Anna, anche se manca da tanti lustri; i quattro nipotini: Arianna, la gemellina di Chicca; Lorenzo e Anna, uno più bello e intelligente dell’altro, che hanno portato una ventata di gioia esplosiva nella mia vita; la “Gerardo Sacco” che va a gonfie vele, nonostante la crisi del settore, cinquanta splendidi dipendenti, che s’identificano pienamente nell’azienda, come potrei non sentirmi appagato?»

La sua vita è stata un successo dietro l’altro per il grande artista crotonese, che oggi all’età di 83 anni, dopo aver fatto il giro del mondo almeno venti volte diverse, conosce il gotha della moda e del cinema come le sue tasche, un personaggio di straordinaria forza fisica, che continua a girare come una trottola per dare corpo e anima alle sue “creature”, un genio trasvestito da uomo del Sud, oggi molto più curato di tanti anni fa, ma alla fine l’uomo è rimasto quella montagna di umiltà e di semplicità che da ragazzo era la sua vera forza motrice. È quasi commovente il bilancio che fa della sua carriera di successo nel suo ultimo libro dove Francesco Kostner lo identifica all’Araba Fenice.

«Non posso tacere la consapevolezza di essere vicino al traguardo della mia avventura. Umana e artistica. E di pensare spesso al treno della vita su cui sono salito tanti anni fa e dal quale, prima o poi, dovrò scendere anch’io. Non ho rimpianti, né paura di questo momento ineludibile. Quando penso all’attimo in cui la fiammella della mia esistenza si spegnerà, sono sereno. Non ho mai fatto del male a qualcuno, nonostante l’ingratitudine umana con me si sia esercitata parecchio. Abbia finanche giocato sporco. Ma serve poco ricordarlo. Anzi non m’interessa affatto. Sono in pace con me stesso. Con il mondo. È impagabile, straordinariamente bello, sentirsi in questo modo. Libero. Leggero. Ciò che ho vissuto, i pesanti zig-zag esistenziali con cui ho imparato a fare i conti, mi hanno arricchito così tanto da avere gettato alle ortiche anche il più comprensibile (e forse giustificato) rancore. Sono felice. Punto e basta. E questo conta».

Alle spalle, un’infanzia difficile. Carica di miseria. Piena di ricordi tristi. Fatta di lavoro, di sacrifici, di solo pane raffermo e qualche patata bollita. Non c’era spazio né per gli amici né per lo svago; la bella vita era solo un sogno, ma anche i sogni sembravano privilegio di pochi.

Nel mio primo libro che si intitolava Calabritudine, esattamente 40 anni fa, il capitolo forse più importante era dedicato proprio a lui, e dove lui mi raccontava delle sue origini poverissime, del suo primo lavoro come ragazzo apprendista barbiere, poi cacciato via e finito a fare il magazziniere, un frammento di Calabria d’altri tempi dove c’era solo da lavorare, e allora una giornata di lavoro durava per lui anche 18 ore consecutive. Erano altri tempi, ma grazie a quei sacrifici – mi raccontava – “oggi finalmente sono riuscito ad assicurare ai miei figli un’infanzia diversa dalla mia”.

«A pranzo, essendo io orfano, mangiavo alla mensa dei poveri, dietro il liceo classico Pitagora, dove sognavo di iscrivermi un giorno. Non solo. Dovevo per forza andare al mare in colonia. Stavo bene con i bambini della mia età, ma la lontananza da mia madre m’intristiva. Per il mio patrigno, invece, quella vacanza era un altro modo per tenermi lontano e segnare con chiarezza i confini entro i quali avrei dovuto intendere la mia appartenenza alla famiglia».

Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana nel 1989 su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la sua biografia ufficiale indica l’anno 1963 come l’inizio vero della sua produzione aziendale. All’interno del suo “laboratorio-bottega”, Sacco recupera i processi di lavorazione del passato e si specializza in uno stile che affonda le proprie radici nella cultura magno-greca, nonché nella tradizione contadina del Mediterraneo. E in quello stesso anno realizza il suo primo campionario, con il quale conquista il 1º premio alla mostra dell’artigianato orafo di Firenze e l’Oscar dell’Artigianato alla mostra di Sanremo.

Questi primi successi nazionali lo proiettano là dove nessun altro artigiano come lui, e prima di lui, era mai riuscito ad arrivare, dal Complesso del Vittoriano di Roma all’interno dei Musei Vaticani, i suoi manufatti trovano spazio in grandi eventi organizzati da diversi Istituti italiani di cultura all’estero, Bruxelles, Lisbona, Copenaghen, Madrid, Londra, Parigi, New York, e via di questo passo, capitale dopo capitale, paese straniero dopo paese straniero, una fantastica giostra del gusto e dello charme che non si è ancora fermata. Tutto questo grazie ad un team di professionisti che oggi sono i primi sulla piazza.

«È vero, è un privilegio avere una squadra come la mia. Bisogna credere nelle capacità dei giovani, istruirli, insegnargli. Solo così creiamo la continuazione a una tradizione di arte e mestieri, fiore all’occhiello di questa Italia che mai come in questo momento ha bisogno di questo: umiltà e lavoro. Solo così ci riprenderemo».

I suoi gioielli hanno esaltato il fascino femminile di grandi dive in svariate produzioni cinematografiche, teatrali e televisive: da Liz Taylor a Isabella Rossellini e da Monica Bellucci a Elena Sofia Ricci. Quella di Gerardo è anche per questo una storia emblematica, per certi versi iconica, che andrebbe raccontata ai bambini delle scuole, perché è nei fatti una bellissima favola moderna, e lui lo sa così perfettamente bene che all’Università della Calabria, invitato a raccontare sé stesso, trasforma la sua Lectio Magistralis in una sorta di testamento spirituale da affidare alle nuove generazioni.

«Parlavo nell’Aula Magna, davanti a mille persone, nella stessa prestigiosa sede che ha ospitato personalità̀ di grandissimo spessore scientifico, culturale, politico: il semiologo Umberto Eco, il fisico Ilya Prigogine, l’astrofisica Margherita Hack, il sindaco di New York Rudolph Giuliani, i presidenti del Consiglio Romano Prodi, Giuliano Amato, Enrico Letta. E ancora: i presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, lo scrittore Roberto Saviano, il regista Mario Martone, l’architetto Vittorio Gregotti, che ha progettato il Campus di Arcavacata. Vittorio Sgarbi. L’ambientalista indiana Vandana Shiva. Qui solitamente prendono la parola scienziati, ricercatori, uomini di cultura. Io sono una persona semplice che avrebbe voluto studiare. Non ho potuto farlo, sfruttando l’opportunità che per fortuna voi avete. C’era un silenzio surreale, che non riuscivo a decifrare. Alla fine, presi il coraggio a quattro mani e rinunciai a leggere il testo che avevo preparato. “Sono un pazzo”, dicevo tra me e me mentre i minuti passavano e, a braccio, aggiungevo considerazioni a considerazioni, su ciò che la mia esperienza insegna: è possibile farcela, anche in Calabria! Il che non significa affatto isolarsi, rimanere estranei al mondo. Ai cambiamenti. Alle innovazioni».

Oggi “Il Maestro” Gerardo Sacco è diventato protagonista di primissimo piano dell’industria orafa in Italia e nel mondo, e quando 40 anni fa gli chiesi per la prima volta che rapporto avesse con il mondo che lo circondava, e che già allora comunque incominciava a considerarlo un genio della oreficeria italiana, lui mi rispose con un candore e una leggerezza assolutamente fuori dal comune.

«Ci sono voluti 20 anni per cambiare la mia vita, Qualche volta mi guardo alle spalle e mi accorgo di aver fatto tanta strada, poi immagino il futuro e allora mi convinco che per crescere ancora serve lavorare come un negro. La gente immagina che io sia un miliardario, a Crotone spesso si gioca a fare i conti in tasca alla mia impresa, ma i soldi nel mio caso servono per creare sempre nuove idee, nuovi modelli, nuovi oggetti da esportare nel mondo, e tutto ciò che guadagno lo utilizzo per realizzare qui Calabria una grande scuola orafa. Per ora si tratta semplicemente di un sogno, ma io so che la cosa può diventare presto una realtà: bisogna crederci fino in fondo, il resto verrà da solo. Quando 20 anni fa, al mio vecchio maestro dissi che avrei portato a Crotone i segreti dei maestri di Valenza Po, mi sorrise, mi prese per un visionario, da allora non l’ho più rivisto, forse perché ho avuto troppo successo, ma la storia ha dato ragione alla mia testardaggine».

Oggi Gerardo Sacco ha 83 anni, meravigliosamente ben portati va detto. Incominciò a lavorare l’oro quando ne aveva soltanto 13. Orfano di padre sin dalla nascita viene costretto dalla vita a fare il manovale, è l’unico mestiere che gli assicura qualche lira e subito. Ma è un lavoro che non ama. A 25 anni decide di mettersi in proprio. Inventa una “bottega”, e in un vecchio sottoscala incomincia a creare i suoi primi gioielli. Ma nessuno li compra. Sono anni di miseria per tutti. A Crotone si vive ancora di quel poco che la terra riesce a dare, il resto è fatto di acquitrini e zanzare. Più volte gli amici più cari cercano di convincerlo che la strada intrapresa non è quella giusta, “Chi vuoi che compri questa roba? La gente lotta contro la fame, non ha la possibilità di pensare a queste cose…”.

Ma Gerardo insiste, lavora giorno e notte, inventa modelli e gioielli sempre più belli, poi un giorno decide di “emigrare”. E finisce a Valenza Po. Fa il giro delle fabbriche, chiede di poter “guardare”, trova anche molta generosità e molta attenzione per il modo garbato come si presenta, e quando viene invitato a “provare” quello che sa fare, uno dei grandi cesellatori di Valenza lo caccia via quasi indispettito: “Sai già fare tutto – gli dice – qui non hai più nulla da imparare, sai plasmare il metallo come solo i più vecchi di noi qui sanno fare…Non perdere altro tempo con noi”.

«Tornai allora a casa, e questa volta per sempre. C’era solo da aspettare tempi migliori. E presto arrivarono anche quelli. La gente incominciò ad apprezzare gli oggetti in oro, incominciò a comprare, ed incominciò a chiedermi cose sempre più particolari».

Gli anni 60 sono anni decisivi. La bottega di Gerardo Sacco diventa un vero e proprio atelier del metallo prezioso. Il suo laboratorio artigiano diventa presto una leggenda, e da ogni parte della Calabria vengono a conoscerlo, e man mano che gli anni passano arrivano da Firenze le prime “commesse” importanti. È il segno che il giovane Sacco aspettava da anni. Ordinare a lui una serie di oggetti preziosi, significava riconoscergli un carisma che nessuno potrà più negargli. Lo invitano dappertutto. In un paio d’anni il suo nome diventa un simbolo.

Con gli anni diventa soprattutto l’orafo delle dive. La “commessa” più importante gli arriva a casa a Crotone, una mattina come tante, inaspettata e inimmaginabile. Lo chiama Zeffirelli e gli ordina i gioielli del suo Otello. Alla fine di maggio di quell’anno li esporrà ai Campi Elisi, a Parigi, e insieme a lui ci saranno i 20 gioiellieri più famosi del mondo. E quando per il mio Calabritudine gli chiesi se si sentisse ormai arrivato mi rispose in un’esplosione di sorrisi che era appena all’inizio di una lunga maratona.

«Vuoi sapere se mi considero arrivato? Purtroppo, no. Sono appena rientrato dal Giappone e dagli Stati Uniti. Sono due paesi completamente diversi dal nostro, due paesi ricchi, dove l’oro è più o meno considerato il pane quotidiano: se avessimo, come calabresi, la possibilità di poter esportare gioielli preziosi diventeremmo nello spazio di cinque anni i più ricchi orafi del mondo. Tutto ciò che produco finisce sui mercati stranieri, ma è soltanto una piccolissima parte della domanda complessiva. Ho partecipato alcuni mesi fa ad una grande esposizione orafa a Copenaghen: se avessi portato con me un treno di roba avrei venduto persino le rotaie. Così è Giappone, in Germania, in Canada. Mentre qui da noi. la gente mette da parte e alla fine compra una casa, altrove la gente investe i propri risparmi in oro. Il lingotto è la vera filosofia delle economie forti. Se sapessimo interpretare questa tendenza, forse sapremmo anche come uscire dalla crisi che il nostro Paese attraversa».

Dopo quello ufficiale resogli in forma solenne dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, incontrato al Quirinale, il riconoscimento più bello di questi anni gli viene invece da un altro grande artista calabrese, Silvio Vigliaturo, lontano da Acri suo paese di origine ormai da mezzo secolo, famosissimo anche lui per l’arte del vetro e per il modo come dà vita e corpo alle più famose vetrate colorate del mondo, e che per i suoi 50 anni di attività artigiana ha forgiato per Gerardo una scultura piena di luce e di vita come solo Silvio sa fare con il vetro. Ma non solo questo.

Silvio Vigliaturo, dal Grande Museo di Acri che oggi porta il suo nome perché il MACA è una creatura tutta sua e che oggi è uno dei patrimoni più autentici della storia culturale della Calabria, per spiegare la scelta e la destinazione della sua opera d’arte usa nei confronti di Gerardo parole piene di ammirazione e di commozione personale.

“Questa scultura è per un uomo che ho imparato a stimare molto. Ho avuto con lui diversi incontri e, sempre, mi ha disarmato la sua semplicità e franchezza nel presentarsi e nel colloquiare. Sa parlare di sé stesso senza enfatizzare, sa parlare del suo lavoro con avvedutezza estremamente descrittiva ed affascinante, sa coniugare il suo lavoro con la vita, la famiglia e la gente. In questi anni, ho avuto modo di capire che Gerardo Sacco è il personaggio calabrese più conosciuto al mondo ed è stupendo pensare che lo è attraverso la sua grande capacità di maestro orafo, che attinge a un glorioso passato, quello ellenico, con rivisitazioni che rendono il suo lavoro contemporaneo. Questa scultura vuole raccontare tutto questo. È naturalmente costruita in vetro e le parti, all’interno della materia vetrosa, sono in oro zecchino, materia molto famigliare a un maestro orafo quale Gerardo Sacco”.

Le opere di Gerardo Sacco sono davvero oggi in ogni parte del mondo, e sono davvero sui tavoli del mondo che più contano. Al G8 de L’aquila, anno 2008, Barack Obama Presidente degli Stati Uniti riceve in omaggio dal premier italiano la miniatura in argento della fontana settecentesca, presente nel cortile d’onore di Palazzo Chigi, che era stata commissionata al Maestro Sacco dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ma l’opera viene donata anche ai primi ministri inglese, canadese e giapponese, Gordon Brown, Stephen Joseph Harper, Taro Aso; alla cancelliera tedesca Angela Merkel; ai presidenti russo e francese, Dmitry Anatolyevich Medvedev e Nicolas Sarkozy, al presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, al presidente della Cina Hu Jintao, al primo ministro indiano Manmohan Singh, al presidente del Messico Felipe Calderón Hinojosa, e il presidente del Sudafrica Kgalema Motlanthe.

I suoi gioielli diceva Zeffirelli sono “figli del sole”: «Gerardo Sacco è stato il primo a cimentarsi in maniera consapevole e diretta con il registro ed il timbro del complesso linguaggio cinematografico. Riguardando le foto di scena, i primi piani, persino il movimento armonicamente convulso del passo cinematografico, mi pare di scorgere nel bagliore delle croci, degli scettri, delle corone, delle spille, degli orecchini, degli anelli e delle collane, l’irrompere di un segnale superiore ed indecifrabile che spezza, per un istante, le dense oscurità del dramma interiore. Mi viene voglia di affermare che i suoi gioielli sono figli del sole, preziose reliquie della quiete turbinosa del mondo, stelle marine raccolte sul fondale di un mare antico dove l’acqua cristallina è il lucidissimo specchio delle nostre anime».

Quanta gente lo ha incontrato in questi anni? Impossibile fare l’elenco di tutti coloro i quali hanno avuto modo di conoscerlo, incontrarlo, apprezzarlo, e anche volergli bene. È un elenco infinito di nomi e cognomi illustri, che sono l’essenza stessa del jet set internazionale. Mel Gibson, Glenn Close, Robert De Niro, Alberto Castagna, Pippo Baudo, Sophia Loren, Monica Bellucci, Luciano Pavarotti, Oliver Stone, Zeudi Araya, Ornella Muti, Laura Antonelli, Jean- Paul Belmondo, Fabrizio Frizzi, Enzo Mirigliani, Sergio Cammariere, Alberto Sordi, Renato Guttuso, Katia Ricciarelli, Placido Domingo, Gianni e Santo Versace, Michele Guardì, Mimmo Calopresti, Carmine Abate, Edwige Fenech, Marco Bellocchio, Colin Firth, Jafar Panahi, Francesco Alliata, Tarak Ben Ammar, Brooke Shields…

«Con Brooke Shields ci siamo frequentati per un lungo periodo; in senso artistico, sia chiaro! Una volta venne in Italia e praticamente non la lasciai un attimo. A New York – racconta Gerardo nel suo libro autobiografico – mi restituì la cortesia. Organizzò una festa alla quale erano presenti famosi attori. Pensavo fosse un’occasione come un’altra, in cui il mondo del cinema s’incontra; invece, era una serata in mio onore. Me ne resi conto solo quando Brooke, a un certo punto, mi presentò ai suoi amici parlando dei miei gioielli come di capolavori senza pari».

Ad un certo punto, continuamente in giro tra teatro, cinema e televisione, era così di casa dappertutto che qualcuno pensò di avere a che fare anche con un grande latin lover, e un giorno un settimanale di grande diffusione nazionale dedica la copertina a lui e Laura Antonelli insieme.

«Laura Antonelli, l’avevo conosciuta subito dopo la fine del lungo rapporto con Jean-Paul Belmondo. I giornali parlarono molto di noi, stravolgendo la realtà. Ero un orafo in sella, se così si può dire, e quindi un legame sentimentale, o un flirt, con la Antonelli, poteva starci. Ma non era vero. Un giorno, in piazza del Popolo a Roma, fummo fotografati da lontano mentre ammiravo un bellissimo anello che portava al dito. Quello scatto divenne la “prova provata” della nostra liaison alla quale, addirittura, un settimanale dedicò la copertina. Per rispetto della mia famiglia e per mettere fine ai pettegolezzi, decisi di non incontrarla più pubblicamente».

È bellissima invece la lettera privata che un giorno gli scrive il Presidente dell’Adn Kronos, Pippo Marra, giornalista fra i più famosi d’Italia, anche lui di origini calabresi, ma che la dice lunga sulla grandezza di Gerardo.

“Vorrei cogliere questa occasione per dirti quello che non ho mai detto per un certo pudore dei sentimenti, anche questo molto calabrese. Tu, mio fraterno amico, sei un’espressione reale della Calabria che sogno da sempre. Un uomo che, partendo da una terra povera di beni materiali ma ricca, ricchissima di ingegno, di capacità creative, celebra il bello nel mondo sapendo guardare al di là del proprio tempo e spazio. Dai tuoi gioielli si leva il profumo del Mediterraneo, e splendono le forme e i colori di antiche culture e grandi civiltà. E rivive quella storia e quella tradizione che noi calabresi non dovremmo mai ignorare perché lì affondano le nostre radici. A te pensavo, caro Gerardo, mentre visitavo le stanze del Museo egizio de Il Cairo. Da quelle vetrine si percepiva la prima parte ideale della tua arte. E si capiva come, partendo dalle sponde del Nilo e scavalcando tempo e spazio con la tua creatività, avevi raggiunto la tua Itaca con gioielli che, antichi e moderni al tempo stesso, si immergono ora con successo nella realtà dei nostri giorni non sempre segnati dal gusto del bello. Una volta aperto il mio cuore voglio dire ancora una cosa che non ti ho mai detto, e che non so se apprezzerai. Mi lascia perplesso lo slogan che ti accompagna di ‘orafo delle dive’. Mi lascia perplesso perché le dive sono ormai fantasmi discreti e il loro posto è stato preso da star vocianti. Le prime non si concedevano al mondo, le seconde si mostrano in vetrine illuminate notte e giorno e prive di mistero e magia. Invece la tua bottega, Gerardo, è in un quartiere esclusivo dell’Olimpo, abitato dalle Dee della nostra infanzia mitologica. In quella di Crotone che è un frammento della grande Grecia”.

Mi piace molto ricordarlo: 40 anni fa gli posi alcune domande, e le risposte che mi diede ALLORA sono ancora quanto mai attuali e sconvolgenti, ma l’uomo già allora non conosceva mediazioni di sorta. In questo, Gerardo è sempre stato più libero dei gabbiani che girano sul mare di Crotone.

– Maestro c’è qualcosa di cui vai particolarmente fiero?

«Mi prenderete per pazzo, ma la cosa di cui sono più fiero è questo mio distintivo. Sono un vecchio Rotaryano, e non tanto in Italia quanto invece all’estero, soprattutto in America, ma anche in Germania o in Inghilterra, questo mio far parte del Rotary diventa per gli altri un riconoscimento ufficiale in più alla mia arte. Voglio raccontarvi questa storia fino fondo. Prima da piccolo, poi da ragazzo ho sempre creduto che il far parte del Rotary significasse aver raggiunto il massimo della propria scala sociale. Soprattutto in Calabria. E ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto entrarvi a farne parte, ma questo mi appariva un sogno. Alla fine, ero un semplice apprendista, per giunta figlio della miseria. Quando i giornali presero ad interessarsi della mia storia e del mio lavoro, allora mi chiesero di iscrivermi al Rotary. Capii che la richiesta era legata al mio successo, ma non mi importava tutto questo: perché finalmente ero entra-to a far parte di un mondo che prima mi appariva così lontano e che oggi invece mi chiedeva di farne parte. Ecco, di questo vado fiero. Penso alla mia infanzia difficile, e ai sacrifici compiuti…».

– Che ruolo ha giocato la Regione in questa sua crescita?

«Direi proprio nessuno. Anzi, qualche volta l’apparato amministrativo mi ha creato seri problemi. Qualche anno fa mi proposero di organizzare nella mia azienda i famosi corsi di formazione professionale. Accettai, ma perché l’idea di insegnare ad altri i segreti del mio mestiere mi affascinava. Ricordo, la Regione mi diede 300 mila lire al mese per il fitto dei locali e 500 mila, co-me insegnante. Per il materiale usato altre 300mila lire. Quando il corso si concluse e chiesi di fare gli esami finali, mi risposero che non era necessario, e che si fidavano della mia parola. Dei 20 allievi che avevo ne assunsi regolarmente sei, per come la legge prescriveva, ma nessuno mai venne a controllare la serietà dei miei corsi. Da allora decisi di chiudere con i corsi di quel tipo».

– Ha mai utilizzato i vari aiuti che le leggi sull’imprenditoria prevedono per il suo settore?

«Non ho mai avuto una lira dallo Stato. Eppure, avrei potuto chiedere montagne di soldi, tanto per la ristrutturazione, tanto per questo, tanto per quest’altro. Ho scoperto, però, a mie spese, che per poter ottenere dei soldi dallo Stato bisogna passare gran parte del proprio tempo tra uffici amministrativi e scartoffie. Una parte dei finanziamenti poi finisce chissà dove. E questo, il mio lavoro non me lo consente. Ho provato, una volta: ma un giorno mi chiedevano un certificato, il giorno successivo me ne chiedevano un altro, poi un mese più tardi rivolevano il primo. Insomma, il caos. Una azienda come la mia dovrebbe assumere una persona che faccia solo questo lavoro, che tenga i contatti con la parte politica. Io non posso permettermelo».

– E il rapporto con le banche?

«È il rapporto di sempre. Con le banche non cambia mai nulla. Alle banche interessa sapere quante case hai, quanti beni possiedi, quanta garanzia puoi dare, tutto il resto non conta. O sei Gerardo Sacco, o sei un pincopallino qualunque, per loro è la stessa identica cosa. Né capiranno mai che per partecipare alla rassegna mondiale del gioiello a Parigi devi costruire delle cose che siano all’altezza della situazione, quindi hai bisogno di denaro, di fiducia: per loro conta solo quello che hai, non quello che puoi realizzare in prospettiva. E poi ti carica-no di interessi gravosi, per cui se ti infogni in un presti-to sei rovinato. Per la verità la Cassa di Risparmio, con mio grande stupore, mi ha concesso 200 milioni sulla parola, ma credo che per le altre banche sia una cosa impossibile. E questo naturalmente non gioca in favore della crescita e dello sviluppo di questa parte povera del Paese. All’estero è diverso, il coraggio e la fantasia di un giovane manager vengono premiati. Da noi, o hai i soldi per partire e per tentare la fortuna, o devi rinunciarci».

40 anni dopo queste riflessioni, oggi la sua è un’azienda modello, un fatturato di milioni di euro, una concezione del commercio assolutamente diversa da quella tradizionale, una proiezione internazionale che ne fa un’impresa orafa leader del Paese. Il nome di Gerardo Sacco è entrato ormai nel gotha della gioielleria mondiale. I giornali economici gli dedicano grossi titoli, la prima pagina più prestigiosa gliela dedica, proprio 40 anni fa, Les Jojoux la rivista giapponese specializzata in arte orientale, che lo definisce “il genio”.

Nel 1980 entra a far parte del Consiglio Nazionale orafi-argentieri, l’anno successivo lo chiamano a far parte, come consulente, dell’ICE, l’Istituto per il commercio con l’Estero. E quando il Presidente della Conferenza Episcopale Calabra, mons. Giuseppe Agostino, gli “ordina” una targa d’oro da regalare al Papa, in visita in Calabria, la grande stampa si occupa di lui come se si trattasse di un personaggio di prima grandezza.

Viene invitato a Singapore, a Madrid, a Belgrado, a Londra, ad Ottawa, ad Hong-Kong; a New York il Times gli dedica la sua terza pagina, riproponendo per intero la storia di questo ragazzo povero e la sua scalata alle grandi platee internazionali.

Dove il passato conta poco, il presente è l’unico metro di paragone possibile rispetto ad una società diseducata al culto dei miti, ma pur sempre affascinata da vicende come la sua.

Indimenticabili i suoi incontri con i vari pontefici che si sono succeduti in questo ultimo mezzo secolo, almeno tre Papi diversi, che lo hanno incontrato conosciuto e ricevuto in forma privata in Vaticano accogliendolo come una star, l’ultima volta un anno fa, il 4 marzo del 2022, per i 100 anni della Lega Italiana per la lotta contro i tumori, di cui Gerardo è storico testimonial.

«Non è la prima volta che vengo ricevuto da Papa Francesco. Questo, però, è stato un incontro davvero stupendo, particolare e sentito in maniera intima. Il Santo Padre in questo momento delicatissimo per il mondo si sta dimostrando un grande messaggero di pace e, allo stesso tempo, ha mostrato grande vicinanza ai malati oncologici. Purtroppo, tra la guerra e la pandemia la piaga del cancro rimane. In tanti hanno evitato controlli per paura, ma la prevenzione è fondamentale e insieme alla ricerca speriamo un giorno non tanto lontano si possa sconfiggere questo male orribile».

All’Opera di Parigi riceve gli onori della cultura francese e diventa il vero grande protagonista del galà pro-Mexico. I suoi gioielli vanno a ruba, la “Croce di Desdemona” viene pagata, allora, 270 milioni di lire. Ad indossarla è Katia Ricciarelli, la signora della lirica italiana. Altro trionfo in Vaticano, dove tra i tanti tesori del museo storico ci sono da oggi anche le sue sculture. Così ad Assisi, dove Angelo Donato a nome dei sindaci calabresi consegna agli eredi di San Francesco l’ampolla d’oro con dentro l’olio sacro.

Per non parlare di Crotone, la sua città natale, dove ridà volto alla Madonna di Capo Colonna, un oggetto di grandissimo valore, finito due anni prima in mano ai ladri.

Gerardo sorride: «Se 70 anni fa mi avessero detto che sarei diventato un personaggio famoso avrei risposto: sto facendo di tutto per diventarlo. Ho giurato a mia madre che i miei figli sarebbero cresciuti in un altro mondo, e così è stato».

«Il giorno della mamma mi piace trascorrere un po’ di tempo a leggere i post augurali su facebook. Immancabilmente mi commuovo. Sono centinaia, tutti belli. Sembrano scritti per conto mio: “Come mi pento di non averti detto ogni giorno che ti voglio un bene dell’anima”; “Darei tutto l’oro del mondo per accarezzarti ancora”; “La tua semplicità è stata la più bella conoscenza che ho fatto nella vita”. 184 Li faccio miei. Hanno un valore universale. E la capacità di riassumere quello che mi renderebbe felice, se queste parole diventassero realtà. Ma presto».

Una storia bellissima, commovente, coinvolgente, che ti spezza il cuore e ti lascia col fiato sospeso, ma questa è la vera favola di Gerardo Sacco.

Auguri Maestro, e lunga vita ancora.

Giusy Staropoli Calafati / Se l’uomo è forte la donna è fortissima

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – “L’uomo è forte”. Con questa espressione potremmo ben cominciare il racconto della genesi del genere umano. Parafrasando una delle più belle opere di Corrado Alvaro, dove però, la forza del genio maschile è frutto dell’ostinazione e della resistenza umana in generale, e non della forza in quanto mezzo che consente di svolgere una certa azione, a un determinato elemento, di un certo sesso. 

‘L’uomo è forte’, è un’espressione antica e al contempo fortissima, che sentivo ripetere spesso a mia nonna quando ero bambina, nei racconti della sua giovinezza, nei tracciati che faceva delle guerre in cui l’uomo aveva sofferto, ma che grazie alla sua forza aveva superato. Lo sentii ribadire poi anche a mia madre, quando per esempio vi fu il primo sbarco sulla luna. ‘L’uomo è forte’, disse a gran voce. 

Tutti casi in cui con la parola ‘uomo’, banalmente nome comune di persona, viene indicato l’individuo di sesso maschile della specie umana. Nessuno, a ritroso nella storia, ha mai avuto il coraggio di dire che l’uomo è forte grazie alla donna che sin dalla genesi gli è stata posta accanto. E che la forza che esso, a tutt’oggi dispone, e che da essa gli proviene, è la sola in grado di modificare lo stato di quiete o di moto che lo interessano, e si chiama amore. O meglio ancora, dicasi più precisamente: individuo di sesso femminile della specie umana. Che sia essa sua madre o la sua amata. 

Dunque, l’uomo è forte, tradotto nella pratica quotidiana della sopravvivenza della specie, significa che “la donna è fortissima”. Secondo la più antica delle leggende bibliche, Dio si servì della costola dell’uomo per creare la donna. Una figura emergente destinata ad accompagnarlo nelle sue gioie e nelle sue peripezie. 

Finanche il Creatore avverte, dunque, la priorità di dare all’uomo una compagna. Mettergli accanto un altro essere vivente di sesso opposto al suo. E quindi completare la sua esistenza.

Dio avrebbe potuto fare la donna allo stesso modo di come aveva fatto l’uomo. Con lo stesso criterio e lo stesso mistero. Invece no. È da una costola di lui che plasma lei. E le dà vigore, e le concede bellezza. Mettendola in risalto sopra ogni cosa, all’interno del creato. Ma l’uomo, sempre così troppo autoritario ed ossessivo nel sentirsi ‘il primate’ tra i viventi, di questa identità che Dio concede, non come grazia ma naturale dono, alla donna, arriverà a vendicarsi crudelmente di lei. Tanto che aver dato per ella la sua costola, diverrà un fatto talmente distante, passato e sconclusionato, che della donna ne farà oggetto di bordello.

Passata la creazione, l’uomo, oramai in possesso delle sue piene virtù, figura indipendente dall’opera del Creatore, rompe e corrompe, con precise sciabole comportamentali, il mondo in cui opera, allestendolo di controfigure. E di quella creatura così bella e così audace, irresistibilmente attraente, che avrebbe dovuto sotto il suo braccio essere protetta, se ne approfitta. Ne abusa e la usa. Se ne serve e la sfrutta. La impiega e la comanda. La costringe a soggiacere a lui, arrendevolmente. La donna diventa improvvisamente un anello fragile della catena, e limita la sua presenza nella società a quel po’ di chiaranza in cui riesce ancora a vedersi viva. 

I ritratti che incorniciano le varie epoche storiche compiute e vissute dall’uomo, non mutano mai più la condizione della donna, anzi, la confinano in spazi sempre troppo piccoli, mai abbastanza ampi, e per nulla capienti. Come in una noce. Essa diventa una, nessuna e centomila. Vittima di una crisi identitaria in cui, pur rimando essa stessa l’unica figura della famiglia in cui accresce la fede, soggiace al volere del maschio, nella misura di padre e di padrone. Un destino alieno nelle cui membra imperfette le donne si scoprono mano mano perfettissime, e oltre il quale, rianimarsi diventa una scelta e un atto di coraggio.

Guardando mia nonna, ho sempre pensato che senza di lei, il nonno non valesse nulla. Un uomo bastardo e irregolare come tutti. Il valore di lui, era dato dalla forza di lei. Un teorema che conferma la precisa meccanica della vita. Ricompone il quadro originale del Creatore.

Osservando mio padre, ho sempre sostenuto che i suoi successi portavano, e per esteso, il nome di mia madre. La sua audacia, la sua profonda ribellione, il senso altissimo dell’onore che ella, per pudore, responsabilità e morale, non aveva mai tradito. 

Da mia nonna e da mia madre, ho capito quanto era valso essere nata donna anch’io. Ma al contempo, e sempre da loro, ho preso coscienza che la nostra posizione andava difesa. Che non era una squalifica essere nate donne, ma una condizione che aveva tutte le ragioni per metterci in discussione. 

Mia nonna aveva lavorato come un mulo, altro che uomini. Le mani le aveva aperte, spaccate per la fatica che avevano sopportato, e davanti alla quale non si erano mai ritratte.  Eppure la sua bocca non aveva mai osato parlare. Controbattere. Mai neppure un lamento. Solo e sempre muta sopportazione. Era stata una brava madre, mia nonna. Una perfetta moglie, un vero angelo del focolare domestico. Ma non aveva realizzato null’altro. I sogni erano impediti a quelle come lei. 

L’emancipazione femminile la considerava una frottola di quattro spostate rivoluzionarie. Ella il coraggio della rivoluzione non l’aveva mai avuto. Infatti morì con i piedi scavati nella terra. Con il voto dell’obbedienza a Dio e all’uomo che aveva sposato.

Mia madre ha rinunciato a sentirsi donna parecchie volte. Quando ancora ragazzina mio padre la portò via con lui e dovette lasciare la scuola. Che al primo anno di Segretario d’azienda, aveva già concluso la sua istruzione. Quando le offrirono il posto come segretaria nella scuola del paese, e mio padre rifiutò per lei.

Mia madre però, non ha mai pensato di dover morire con i piedi nella terra come la nonna. Anzi, quella morte così indegna, si era giurata di doverla riscattare. E così un pizzico di quella emancipazione farlocca, davanti alla quale la nonna, ignorando il suo ruolo reale, l’aveva sempre messa in guardia, lei la mise in atto sul serio. Prese la patente prestissimo, mia madre. E soprattutto acquisì la sua autonomia. 

Certo, era ancora tanta la strada da fare, ma le donne, in Italia, a partire dal 46, avevano fatto grandi passi in avanti. Da semplici individui di sesso femminile, erano diventate donne. Con una identità, e una precisa personalità. Lavoratrici riconosciute con i propri nomi e cognomi. Donne apprezzate e ammirate. Contemporaneamente simbolo del focolare domestico e madrine del grande progresso.

La donna esce dalla sua noce scura, con gradualità. Poco alla volta conquista la sua indipendenza. Senza però, mai riuscire del tutto, a porre fine alle annose differenze di genere.

Un retaggio antico ma di cui vittima è fondamentalmente l’uomo che, complessato per natura, sfoga su di essa le sue frustrazioni. I complessi atroci dell’inferiorità, di una forza sovrumana che la donna ha ma l’uomo non riesce a fronteggiare. 

La donna resta, infatti, il principio assoluto di ogni cosa. Contro ogni ostilità, essa è il battesimo e l’iniziazione. La concezione è tutta raccolta dentro al suo grembo. E fonda la terra e garantisce la vita. 

Si pensi alla madre di Gesù. Davvero è credibile che sia il Cristo, in quanto uomo, il vero protagonista della storia dell’umanità?

Sul palcoscenico c’è solo e sempre Maria. Ella comincia ed ella finisce. Da lei tutto parte e a lei tutto torna. L’angelo andò da lei; Ella concepì per opera dello Spirito Santo; a lei una spada trafiggerà l’anima. 

La verità è che la donna è l’unica vera generatrice del mistero. La donna è la radice. E alla radice non si fa torto. Se si maltratta la radice, l’albero muore. E se muore l’albero nessun fiore farà il frutto che darà il seme per far crescere l’albero per fare il tavolo attorno al quale radunare chiunque. La famiglia, le grandi nazioni, i potenti del mondo, il mondo intero.

E’ questione di attenzione e di sensibilità. Di analisi di pensiero. 

La donna senza l’uomo non può esistere. Ma laddove l’uomo è l’idea, ecco che la donna diventa progetto. E la contemplazione di entrambi dona vero compiacimento. C’è un comandamento che Dio dona all’uomo sin dalla sua creazione. “La tua libertà”, gli dice il Signore, “finisce dove incomincia quella della tua donna. Va e non sbagliare”. 

Nessuno lo scrive mai, nessun uomo lo cita. Ma basta ricordarsi che ogni cosa ha le sue regole da rispettare. Anche la vita. Che è straordinariamente donna. 

NEXTELLING / Dulcis in Fiore

Nel cuore del Parco Nazionale della Sila, a San Giovanni in Fiore, tre giovani hanno dato vita a Dulcis in Fiore, un’azienda che punta alla valorizzazione dei dolci tipici calabresi. Il nome attribuito al progetto trae ispirazione dalla maestosa Abbazia Florense, che domina il paese con i suoi caratteristici fiori incastonati nell’abside, simbolo di storia e cultura, ma anche di bellezza, eleganza e ricercatezza.

Stiamo parlando dei fratelli Giovanni e Marco Piccolo e del loro amico, nonché socio, Rocco Pisano. L’azienda, di recente costituzione, è in realtà frutto di anni di esperienza, di preparazione e di studio da parte dei tre giovani, che insieme formano una squadra compatta e ben assortita per capacità e competenze. 

“L’unione fa la forza”, recita un vecchio adagio, per sottolineare che quando un gruppo di persone concorrono insieme per raggiungere un determinato obiettivo, riescono a ottenerlo più facilmente. In questo caso, l’unione di volontà e di intenti rappresenta il punto di forza che ha portato i tre imprenditori a scommettere su quest’idea brillante e lungimirante, ma al tempo stesso difficile da realizzare, soprattutto in un periodo di piena crisi economica, drammaticamente segnato dalla pandemia. 

Con caparbietà ed entusiasmo, mossi dallo stesso desiderio, Giovanni, Marco e Rocco hanno saputo unire le loro idee, frutto di ricerche e sperimentazioni pregresse, e sono riusciti, lavorando assiduamente con impegno, a concretizzare nella loro terra d’origine un sogno che ha già fatto registrare ottimi risultati e – ne siamo certi – li porterà lontano. 

Dulcis in Fiore: i prodotti

Dulcis in Fiore punta alla valorizzazione dei prodotti locali attraverso l’impiego di ingredienti di qualità eccellente e, per mezzo degli stessi prodotti dolciari, si propone di valorizzare le tradizioni locali a essi legate. Per questa ragione, accanto a delizie del palato come mastazzuoli, susumelle, cuzzupe, spicca la pitta ‘mpigliata, prodotto leader dell’azienda, in quanto tipico di San Giovanni in Fiore. Questo dolce secco, anticamente preparato principalmente per arricchire le feste nuziali, è realizzato con la stessa cura e gli stessi ingredienti che si utilizzavano nel passato. Per tutelare e valorizzare questo prelibato prodotto, Dulcis in Fiore rispetta la ricetta tradizionale che, nel corso dei decenni, è stata più volte “imitata, brutalizzata e deprezzata”. La frutta secca, con cui si riempie la sfoglia, viene accuratamente selezionata e miscelata con gli altri ingredienti, rappresentati perlopiù da aromi, ottenendo un tripudio di sapori e profumi, tipici di questa meravigliosa terra che è la Calabria. 

I mastazzuoli di Dulcis in Fiore

I loro dolciumi, oltre a essere ottenuti dall’impiego di materie prime di grande qualità, sono il frutto di un processo produttivo standardizzato. Alla maestrìa degli operatori si unisce la scelta di attrezzature altamente innovative, tecnologiche e performanti, che consentono all’azienda di realizzare dolci perfettamente uguali tra loro e in linea con quella che è l’idea e la ricetta originale, evitando così di correre il rischio che un prodotto risulti diverso da un altro, in termini di percezioni organolettiche e di valori nutrizionali. 

In poco tempo, la bontà dei dolciumi Dulcis in Fiore e la loro storia si sono fatti conoscere e apprezzare anche oltre i confini nazionali. Per conoscere meglio questa fortunata realtà e i giovani imprenditori che l’hanno ideata, abbiamo incontrato Giovanni Piccolo, portavoce del progetto.

– Giovanni, Dulcis in Fiore è un’azienda giovane e promettente. Com’è nata l’idea di dar vita a questo progetto? 

«Per introdurre l’idea di Dulcis in Fiore bisogna andare indietro nel tempo di un paio d’anni circa e dire che tutto si basa sul contesto culturale e familiare che ha fortemente influenzato e formato noi tre soci fondatori. In particolar modo io, nato e cresciuto – come mio fratello Marco – in una famiglia di commercianti imprenditori, proveniente da studi ingegneristici, da un’esperienza lavorativa nel settore privato prima (come responsabile gestionale/amministrativo), e tuttora impiegato nel settore nazionale delle telecomunicazioni, avevo sempre mostrato spiccato interesse e predisposizione alla gestione d’impresa, al marketing e alla comunicazione in generale. Così, nella primavera-estate del 2019, iniziò a ronzarmi in testa qualche idea, stimolata dalle ottime abilità di Marco (di lì a breve laureatosi in Scienze e Tecnologie Alimentari con pieni voti), che aveva peraltro lavorato in pasticceria per tre anni, e del suo amico fraterno Rocco, che da oltre vent’anni era praticamente cresciuto con le ‘mani in pasta’ nel panificio del suo paesello, sviluppando esperienza e capacità sopraffine nel campo della panificazione e dell’arte bianca. Ci sarebbe tanto altro da dire, ma in sostanza, ho semplicemente unito queste forze in un cerchio quasi perfetto, puntando da subito, con il pieno appoggio e la visione comune di Marco e Rocco, a realizzare un progetto che fosse in qualche maniera innovativo e nello stesso tempo conservatore delle tradizioni e della buona cultura locale e regionale». 

– Il nome e il logo dell’azienda rimandano a San Giovanni in Fiore, il più grande centro silano, noto anche per la sua storia legata all’abate Gioacchino da Fiore. In che modo il passato di questa terra si mescola con i vostri prodotti dolciari? 

«È bene sottolineare che, consci e sicuri della sostanza dei prodotti che avremmo creato, da subito ci siamo tutti e tre concentrati sull’immagine aziendale, a partire dal nome e dal logo: volevamo dar vita ad un vero e proprio brand che non fosse legato alla solita cultura dialettale e popolana del posto, intrisa di luoghi comuni, ma che potesse evocare qualcosa di più ricercato, impattando, sì, sulla popolazione locale, ma anche e soprattutto su quella oltre confine regionale e, perché no, nazionale! Per cui abbiamo pensato a questo connubio di idee che si condensano tutte in un breve costrutto: DULCIS IN FIORE. C’è ovviamente il doppio senso legato al proverbio latino “Dulcis in fundo”, ma abbiamo sostituito l’ultima parola con FIORE, che, in origine, era il nome con cui l’abate Gioacchino fondò il piccolo centro silano, arroccato nell’attuale centro storico dominato dall’Abbazia Florense. La presenza stessa del latino nel nome attesta il nostro legame alle origini, visto che in quel tempo era la lingua più conosciuta e con cui persino il celebre Dante Alighieri, nel canto XII del Paradiso, nella sua Divina Commedia, parla così dell’abate florense: “E lucemi dallato, il calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato”. Il logo poi è stato pensato, disegnato e realizzato (grazie al supporto di un team di esperti) per rafforzare questi concetti legati al territorio: si tratta infatti proprio di un fiore centrale, circondato da tre forme più piccole unite da una pennellata, il ché contiene un significato abbastanza intimo, ovvero il legame tra noi tre fondatori attorno al progetto centrale; ma è anche una riproduzione stilizzata dei rosoni che sono sull’abside dell’Abbazia Florense, simbolo storico e culturale della nostra cittadina». 

– Perché è così importante custodire e valorizzare le tradizioni locali, tramandandole anche attraverso i prodotti culinari? 

«“Siamo ciò che mangiamo” è un po’ l’estrema sintesi della risposta a questa domanda. Non si può negare il valore delle tradizioni legate ai prodotti alimentari tipici di ogni territorio. Troppo spesso però si assiste a un deprezzamento di questi ultimi, con distribuzioni arrangiate che comunicano malissimo il valore di quel prodotto e rievocano concetti di arretratezza che danno ragioni ai luoghi comuni di cui prima si accennava. Noi abbiamo voluto, senza alcuna presunzione, semplicemente partecipare a quel processo di valorizzazione di un territorio e delle sue tradizioni culinarie, passando anche per l’innovazione, ma mai abbandonando le origini». 

– Cos’ha di speciale la vostra pitta ‘mpigliata? 

«Si tratta senz’altro della punta di diamante del nostro paniere, anzi diremmo quasi l’ispiratrice del nostro progetto, senza la quale probabilmente Dulcis in Fiore oggi non esisterebbe. Dopo secoli e decenni di storia popolare legata a questo squisito dolce, in cui troppo spesso si è assistito anche qui a una distribuzione fuori controllo, perdendone di vista il valore culturale, storico e anche culinario, abbiamo pensato di ridarle lo spazio che le spetta, senza scendere a compromessi di qualità e/o risparmi sui costi, e senza violentare le tradizioni di altre località calabresi, ma semplicemente riprendendo il dolce sangiovannese per antonomasia, nella sua ricetta originale più autentica, e rivestendolo di un packaging elegante, ricercato ma non troppo, affascinante, coerente al prodotto e alla sua storia, sempre legato al brand e ai concetti finora esposti. Tutto ciò detto, possiamo semplicemente constatare l’essere “speciale” della nostra pitta ‘mpigliata dalle opinioni, dagli apprezzamenti e dalle congratulazioni che in pochissimo tempo abbiamo raccolto in gran numero: questo è il dato più importante».

– Cosa c’è alla base del successo di un’azienda come la vostra che, in poco tempo, da semplice scommessa si è rivelata un progetto così importante? 

«Un concetto di fondamentale importanza, che finora è stato espresso tra le righe, soprattutto nella prima risposta, è quello del gioco di squadra! Il segreto, come diciamo sempre a chi ci intervista o semplicemente ci domanda, sta nel fare gruppo e nel valorizzare e stimolare le competenze e le predisposizioni di tutti i componenti di una compagine aziendale. Questo approccio è sempre stato un po’ uno stile di vita soprattutto per me che, anche nelle mie esperienze pregresse, lavorative e non, ho sempre svolto ruoli gestionali e organizzativi, con grande attenzione e cura nel saper delegare, affidare compiti, creare fiducia reciproca e spirito di squadra vincente. Crediamo così tanto in modo unanime in questa politica, che anche i nostri collaboratori esterni e/o dipendenti vengono da subito inseriti in questa ‘macchina’ come se ne fossero parte integrante in ogni suo processo interno, rendendoli partecipi in ogni fase in modo responsabile e coinvolgente, senza creare i soliti muri titolare-dipendente, che spesso generano incomprensioni e visioni differenti: è molto complicato perseguire obiettivi chiari se non c’è unione in tutta la squadra aziendale. Naturalmente, ognuno deve saper svolgere le proprie mansioni al meglio: abbiamo già detto che siamo sempre stati sicuri di poter offrire un prodotto eccellente per qualità e gusto». 

– I vostri prodotti arrivano ovunque, anche attraverso lo shop online. Quali sono quelli più richiesti all’estero? 

«In questi pochi mesi di attività siamo riusciti a coprire buona parte della nostra regione nei settori B2B e Horeca; abbiamo destato l’interesse anche di diversi rivenditori e ristoratori fuori regione (Lombardia, Emilia Romagna, Abruzzo, Lazio), i quali hanno avuto ottimi riscontri commerciali; mentre grazie al nostro e-commerce siamo riusciti a coprire un po’ tutta la penisola, ricevendo anche qualche richiesta privata dall’estero (Germania, Svizzera, Portogallo, Francia). Stiamo lavorando per creare dei canali di rivendita e/o distribuzione per alcuni paesi esteri europei in particolare, ma va detto che il prodotto che si presta meglio rimane sempre la pitta, sia per una questione di shelf-life più lunga (12 mesi) che per maggiore impatto sul pubblico finale, soprattutto calabresi emigrati in cerca di prodotti originari della propria terra». 

– In quali canali distributivi, oltre alla vendita diretta, vi state posizionando? 

«Come accennato sopra, cerchiamo di spazzare un po’ tutti i canali di vendita, a partire dal B2C tramite il nostro shop online (e in loco anche piccolo spaccio al pubblico), passando per il B2B diretto con i rivenditori (botteghe alimentari, enogastronomie, salumerie, piccoli supermercati) oppure rivolto a pochi distributori selezionati con criterio, in quanto vogliamo mantenere sempre un certo livello di offerta commerciale. In taluni casi, operiamo anche, ma con le dovute cautele e condizioni, in conto terzi, producendo cioè nostri prodotti da cedere a un venditore che li commercializza con proprio marchio, ma si tratta di una nicchia ristrettissima, più che altro in fase di sperimentazione, ma che non rientra appieno nei nostri progetti futuri. Stiamo coltivando diversi rapporti, di cui alcuni già convertiti in veri e propri contratti di fornitura, per la distribuzione nel settore B2B europeo, come Belgio, Lussemburgo, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo e Germania, tramite canali preesistenti con particolare attenzione ai prodotti tipici e artigianali. A breve, conclusi gli adempimenti burocratici, ci affacceremo anche all’esportazione negli USA, sempre tramite canali commerciali già operativi in loco, interessati al nostro brand. Per il settore Horeca offriamo il prodotto su richiesta, a peso, realizzato ad hoc per il servizio a tavola, quindi in formati più adatti al taglio. Anche per questa fetta di mercato, molto particolare, stiamo lavorando sulla creazione di alcuni canali esteri di distribuzione specializzati nella ristorazione». 

Che profilo ha il vostro consumatore tipo? 

«L’idea di fondo dell’intero progetto, dal suo giorno zero, è quella di offrire un prodotto di fascia medio-alta, che non debba abbassarsi alla cosiddetta guerra dei prezzi, ma che si tenga sempre a una ragionevole distanza rispetto ai prodotti commerciali largamente diffusi ovunque. Perciò il nostro cliente tipo è senz’altro propenso a spendere qualcosa in più, magari con meno frequenza, per avere un prodotto di indiscussa qualità e artigianalità nella sostanza, ma anche presentato e curato nei dettagli nella sua apparenza. Tuttavia possiamo affermare che abbiamo conquistato buona parte dei consumatori che non rientravano nei nostri obiettivi, il ché ci fa pensare che forse la richiesta gastronomica sta cambiando a tutti i livelli». 

– Quale dolce della tradizione Dulcis in Fiore propone in vista della Pasqua? 

«Per il periodo pasquale, che va dal 1° marzo al 30 aprile, abbiamo già lanciato la nostra cuzzupa, conosciuta in tutta la regione con diversi nomi e varianti, a volte anche da un paese all’altro (‘cuculi’, ‘cuddruri’, ecc). Dulcis in Fiore propone un impasto semplice, come fatto in casa, realizzato con sole uova (simbolo della Pasqua), farina e zucchero, leggermente aromatizzato al limone, disponibile in due formati da 250 grammi (a ciabatta e a ciambella). Una volta cotto al forno, viene glassato manualmente con albume montato a neve e successivamente decorato con zucchero colorato. Il risultato è un dolce friabile, simile a pasta frolla, da gustare secco oppure da inzuppare nel latte a colazione».

– Perché è importante che i giovani come voi credano nelle potenzialità della terra calabrese? 

«Fatte le dovute eccezioni sulle questioni che da sempre affliggono questa terra, per motivi politici soprattutto, crediamo fermamente che la Calabria sia un frutto della nostra stessa comunicazione verso noi stessi e gli altri. In altri termini, quando si nasce e si cresce dove le generazioni precedenti non fanno altro che impartire lezioni di abbandono e disprezzo verso la propria terra, allora è chiaro che ci sia un’impostazione completamente sbagliata nell’educazione delle nuove generazioni, le quali saranno convinte in modo aprioristico di dover scappare via. Per non parlare del modo in cui abbiamo per decenni comunicato la nostra Calabria al di fuori dei nostri confini regionali, parlandone sempre con quel senso di arretratezza e di irrecuperabilità, non sempre motivati o derivanti da esperienze dirette, che hanno “rafforzato la debolezza” del brand Calabria. Chi fa marketing sa bene quanto sia importante la comunicazione, la creazione di valore: in Calabria, ma non solo, per decenni si è operato all’esatto opposto. Dulcis in Fiore è la nostra piccola, piccolissima, ma reale testimonianza che tutto ciò si può contrastare e che esiste un brand Calabria che abbia un valore positivo». 

DULCIS IN FIORE: IL RUMORE DELL’ERBA

Nel settore dolciario l’Italia si colloca al settimo posto nel pianeta. Una potenza della pasticceria che supera abbondantemente i 7 miliardi di euro dei quali oltre 5 dedicati all’esportazione nel mondo, con un saldo attivo che ne vale circa la metà. Dopo la pasta, che con la crisi bellica nel cuore dell’Europa rischia di subire un drammatico contraccolpo, il mercato dolciario è il più promettente, in termini di ritmi di crescita della sua internazionalizzazione. Un settore alimentare dove l’Italia è sempre nei gradini più alti dell’Olimpo commerciale e distributivo. Il mercato principale di sbocco è quello dell’Unione Europea, con particolare riguardo a Francia, Germania e Spagna, alla quale va aggiunto il Regno Unito, dopo la Brexit. Il Primo mercato extraeuropeo sono gli Stati Uniti, senza trascurare la costante crescita delle esportazioni in Asia. Occorre fare scrupolosa attenzione al grande periodo di cambiamento che attraversa il consumo, in senso allargato. Sostenibilità, recupero della tradizione identitaria, qualità e innovazione sono le nuove pietre angolari, dalle quali il prodotto dolciario, artigianale o industriale, non può permettersi di prescindere. Il consumatore di dolci, specie quello di leccornie che rappresentano la storia di una tradizione tipica secolare, come nel caso della pitta ‘mpigliata dei talentuosi pasticceri di Dulcis in Fiore, vive la degustazione come una vera pausa spazio-temporale, una sorta di ritorno al futuro del gusto identitario, quasi un rito che celebra il valore di legame con la propria terra, le proprie origini familiari. Per questo pretende eccellenza produttiva da ibridarsi però con i principi del salutismo, della naturalità e di una forte immagine distintiva del packaging. Il dolciume identitario possiede una grande caratteristica vincente, quella di uscire dal mercato delle ricorrenze, come i panettoni del Natale, le colombe e le uova di Pasqua. È una soluzione naturalmente indipendente dalle occasioni celebrative, pur integrandone i significati popolari. 

La pasticceria di Dulcis in Fiore si presenta per tanto come una ghiottoneria per i palati più tradizionalisti e più raffinati, un’offerta di delizie che copre ogni stagione dell’anno. Una soluzione che punta alla continuità. Se poi si va a considerare la ricerca costante di un palinsesto di ingredienti, che premiano il contesto naturale di uno dei più salubri e rinomati altipiani italiani, quello della Sila, allora non si può negare che il progetto dei nostri gastro glicemici sangiovannesi, sia degno di raccontarsi come uno dei più promettenti, per fascino, tradizione e gusto. Quando si pensa al meridione d’Italia, si cade nel luogo comune di identificarlo con la disforica icona di un albero che cade. E se invece lo vedessimo come una giovane foresta che cresce? Una serie di talenti nascosti capaci di crescere spontaneamente e quasi nel silenzio del fare tacendo, tipico della gente di Calabria? 

Capaci di fiorire in una città che Gioacchino aveva pensato e fondato, ispirandosi ad una Gerusalemme celeste, perché tutto vi potesse splendere come in un paradiso nascosto al giorno. Un paradiso clandestino dei talenti. Questi pasticceri in erba sanno incarnare questo spirito florense. Vogliono portarlo sulle tavole calabresi e italiane, in italia e nel mondo. Un mondo dove vivono altre due italie parallele di chi ha dovuto lasciare il Belpaese per cercare fortuna altrove. Ora questa fortuna potrebbe tornare alle origini anche nella pasticceria di grande qualità artigianale. Quando avrete il vero piacere di avere nel palato la pitta ‘mpigliata di Dulcis in Fiore, chiudete gli occhi, date voce alla vostre papille gustative e aprite bene le orecchie perché, se ci farete caso, potrete anche voi ascoltare il rumore dell’erba.

(a cura di Mauro Alvisi e Antonietta Malito)

Giusy Staropoli Calafati: la Calabria che amo profuma di mare

“La mia vita parte da un piccolo paese della costa calabrese,
Briatico, dove il mare fa il suo verso guardando le Eolie.
Con una gioia dentro
che ha dimensioni
davvero incontenibili” 

di PINO NANO – Accade in Calabria, dove nuovi scrittori crescono. Nuovi scrittori si affacciano al mondo esterno, nuovi scrittori si ritrovano in testa alle classifiche delle vendite, nuovi scrittori tornano sui luoghi comuni dei vecchi maestri della letteratura meridionale e puntano la propria attenzione sulla grande magia delle nostre montagne e del nostro mare, dall’Aspromonte allo Stretto di Messina, dalla Costa Viola al mare Mediterraneo, così meravigliosamente raccontato finora in questi anni da un giornalista scrittore che risponde al nome di Mimmo Nunnari. 

La differenza questa volta è di genere. Perché, questa volta, a cimentarsi con il racconto di questa terra, che è sempre molto complicata, e della sua gente, che sembra ancora condannata all’eterna rassegnazione, è una giovane donna, di cui sentiremo molto parlare negli anni che verranno, e che oggi ha una dote rara, che è quella della scrittura. 

La scrittura come denuncia. Mai come in questo caso. 

La scrittura come strumento di riscatto sociale, la scrittura come ricerca del bello, la scrittura come testamento ideologico e morale del proprio dolore e della propria sofferenza.

La scrittura, soprattutto, come modello di speranza per un’intera comunità. 

Donna e scrittura, insieme. In questo caso, sono la stessa cosa. Sono il riflesso della stessa immagine, dove la donna ha un nome ben preciso, Giusy Staropoli Calafati, e dove la scrittura è la parte emozionale che più le appartiene. 

Scrittura come linguaggio moderno, scrittura come arma di confronto, scrittura in qualche caso come provocazione di massa, e che lei usa giornalmente anche per raccontare sé stessa, la sua vita, i suoi 43 anni portati in maniera sfrontata e quasi arrogante. Ma lo fa altrettanto bene con tutto il resto della sua vita, a partire dalla magia dei ricordi del nonno paterno, e l’incontro complicato e insieme dolcissimo con la nonna materna. Lei, figlia di una coppia che per coronare il proprio sogno d’amore ricorre alla classica “fuitina” d’altri tempi, lei alle prese oggi con quattro figli ancora da crescere e che non vedono l’ora di realizzare i propri sogni probabilmente altrove, lontani dalla terra che la loro madre ama in maniera così viscerale.

Lei, con un’azienda alle spalle a cui pensare per aiutare il marito, e poi ancora – sempre lei – alle prese con i mille dubbi esistenziali della piccola provincia italiana e i ricordi bellissimi dei tanti Natali diversi passati e vissuti con i nonni, quando d’inverno si aspettava la gelata per ammazzare il maiale, perché quella un tempo era la vera festa della famiglia e del paese che le stava stretto intorno. 

Il ricordo forse più prepotente che oggi Giusy Staropoli Calafati ha del suo passato è il colore verde oliva della macchina dei nonni, una 127 prima maniera, con cui i nonni di tanto in tanto scendevano alla marina dalla campagna e venivano a trovarla, in questa sua casa dove c’era sempre tanto da lavorare, soprattutto d’estate, e questo le pesa ancora per il solo fatto di non aver fatto tanti bagni al mare come facevano invece i suoi compagni di gioco. 

Estati negate, o meglio, estati fortemente desiderate e impossibili. Di questa sua storia personale e intima se ne potrebbe fare addirittura un film.

«Sono nata di settembre che ero di appena tre chili. Mia madre dice sempre che avevo gli occhi come due olive. Grandi e sgargianti. Sono cresciuta in fretta. Mia madre sostiene che ero in continua corsa contro il tempo. Un passo lui, dietro io. E perbacco, lo battevo! Sono diventata una bambina vispa e vivace in un battibaleno. E, abracadabra, mi sono ritrovata donna come, passata la sera, ci si ritrova già al mattino. Da vispa a testarda; da docile a ostinata, resistente e resiliente contemporaneamente. Mi chiamo Giusy. Al paese, sono Giusina per tutti. Ho 43 anni, quattro figli e una montagna di sogni da realizzare. Che, attenzione, non è merda ma sogni. Sono moglie, madre, zia, e da quando sono nata continuo a essere figlia e sorella. Sono una buona amica, almeno credo. Basta interrogare la mia amica del cuore Cetty, ma non approfittate, vi potrebbe raccontare vita, morte e miracoli». 

Giusy Staropoli Calafati, è oggi la provocazione più moderna di sé stessa. Lo cogli con mano quando la incontri per la prima volta, e la prima cosa che ti sbatte in faccia è l’impostazione di fondo della sua vita.

«Nascere in Calabria non si sceglie. Essere calabresi sì»

Donna coraggiosissima, senza orpelli di sorta, senza nessun remora nel dire le cose che pensa, per nulla timorosa di niente e di nessuno, neanche dello scrittore napoletano Roberto Saviano che proprio qualche giorno fa, a proposito dello speciale di Alberto Angela Stanotte a Napoli – trasmesso in prima serata da RAI Uno la notte di Natale – ha usato parole durissime contro la sua città natale.

“Le bellezze di Napoli – questo il commento di Roberto Saviano – non sono sfavillanti, ma piene di crepe e cicatrici… Napoli è come il Cristo nella Cappella Sansevero che, sebbene velato, palesa ogni vena, ogni spasmo, a riprova del fatto che non basta coprire per dimenticare, nascondere, cancellare. Usare le bellezze di una città per delegittimare il racconto di ciò che accade non è indice di ignoranza o superficialità, ma di cattiva fede…”.

– Giusy, la sua reazione contro Roberto Saviano è stata un pugno nell’occhio…

“Ho solo scritto quello che pensavo. Roberto Saviano, che oramai ha occhi solo per la sua Gomorra, mentre Napule è mille culture, altro non ha fatto che rendersi complice di un male ulteriore contro la tua stessa terra. Un popolo non si rende moralmente povero per essere, in esso, riconosciuti come profeti. Vorrei ricordare a Saviano che Cristo non lo riconobbe nessuno. Che il Battista fu scambiato per il Cristo. Tanto che, forse proprio per questo, a un certo punto della storia anche l’arte lo ha reso velato. Ma Napoli esiste, caro Roberto Saviano, resiste e vive, nonostante la tua ostinazione con cui tenti di rendere vana la sua grande bellezza. Il Cristo velato di Sanmartino, non sarai certo tu a svelarlo con i tuoi trattati di male oscuro. Nessuno potrà farlo. La bellezza non si fa mettere le mani addosso, non si concede per usi impropri né si lascia uccidere. Le tenebre in cui insisti vivacchia la meraviglia di Napoli, senza possibilità di redenzione, è una colpa che la storia non perdonerà a nessuno. Neppure al padre di Gomorra. Mi sono sempre chiesta chi è davvero Roberto Saviano. Certamente non è Napoli, così come Napoli non è Saviano. Napoli è l’Italia. È bellezza, Napoli. È arte, è cultura. È identità nazionale». 

– Giusy, mi spiega cosa rappresenta in realtà la scrittura per una donna, madre, scrittrice esordiente e anche di successo, come lei?

«La scrittura è la mia vita. È tutto quello che di più bello potessi sperare di avere e di coltivare. La scrittura per me è davvero mille cose diverse e insieme. È libertà, è rivoluzione, è provocazione, è dichiarazione dei sentimenti più riservati e più intimi, è una forma di confessione pubblica, senza rete, senza orpelli inutili, senza limiti, trasparente, severa, reale, quanto mai specchio di me stessa e delle cose in cui credo. Scrivere è come sognare ad occhi aperti, perché il linguaggio ti porta a scoprire l’anima, e quando trovi il coraggio di raccontare la tua anima allora hai raggiunto il grado massimo delle tua libertà. E scrivere è come sentirsi un passo avanti agli altri, non intendo dire “migliore”, ma un passo davanti a chi ti sta accanto questo sì, per via di una sensibilità e di una responsabilità che solo se scrivi per gli altri non puoi non avere».

– Qual è stata la sua prima prova d’autore? Il suo primo libro?

«Il mio primo vero libro era un libro di poesie. Lo aveva pubblicato la Edizioni Sabine e si intitolava La mia Terra. A questa prima opera ne sono seguite diverse altre, finché nel 2015 partecipai ad un concorso della RAI, il famoso Premio letterario La Giara, dove io inviai il mio primo vero romanzo. La terra del ritorno, si intitolava così quel mio primo lavoro. Con questo libro devo riconoscere, ho vissuto però un’esperienza straordinaria. 

Tantissimi altri premi e riconoscimenti. Letto e studiato in tantissime scuole, e non solo in Calabria. La Terra del Ritorno, edito dalla Pellegrini di Cosenza, dedicato allo scrittore Saverio Strati, mi ha permesso di realizzare un grande sogno, conoscere la Calabria diventando una vera scrittrice, mi ha consentito di visitare e toccare con mano le realtà più sperdute e più dimenticate della Calabria, da calabrese riconosciuta. Ho presentato questo romanzo ovunque, dall’Aspromonte al Pollino, contrada dopo contrada, quartiere per quartiere, ho incontrato davvero di tutto e di più, ho parlato con migliaia di giovani, ho finalmente capito cosa è oggi realmente la mia terra di origine e oggi sono fiera di esserne figlia e di farne parte integrante». 

– Cosa si porta dentro Giusy?

«Alla fine di questo lungo e infinito viaggio, nel mio zaino ho messo dentro di tutto. Dai dialetti così diversi incontrati per strada, alle tradizioni e agli usi di questa nostra terra contadina, alle storie di molti uomini e molte donne di Calabria. Mi creda, un sogno che è diventato realtà. Un’esperienza forte di cui io e la mia Calabria avevamo bisogno entrambe, e che abbiamo fortemente condiviso. Vede, da bambina e poi da ragazza, al di là di quelli che erano i miei libri scolastici non amavo molto leggere, e i romanzi a quel tempo non mi interessavano per nulla. Quando poi, conquistata la maturità, ho incominciato a divorare libri di ogni tipo, allora ho compreso e toccato con mano che leggere un libro significa viaggiare per il mondo pur stando seduti sempre in unico e solo posto fisico o geografico. La lettura ti apre il cuore, ti apre la mente, ti apre lo spirito, è una finestra continuamente aperta sui popoli e sulle loro mille storie diverse».

– È vero che nella sua vita ad un certo punto è entrata prepotentemente anche la passione per la danza?

«Si è verissimo, ho ballato sulle punte di gesso per tanti anni. Avvolta nei veli di un tutù. Mia madre mi dice sempre, ancora adesso, che ero bellissima. Dopo quella per i temi di italiano, la danza è stata la mia più grande passione. Ho incominciato a nove anni, e ho proseguito fino a quando Raffaele, il mio primogenito, ne aveva più o meno due. Poi ho lasciato. C’era altro da cui mi sentivo attratta. E non che la danza non l’amassi più, anzi. È rimasta il mio stimolo primordiale, un sentimento intimo, mi basta riascoltare, ancora adesso, la Carmen di Bizet o lo Schiaccianoci di TChajkovskij, e subito rinasce dentro di me la voglia di tornare a ballare. Con la stessa prepotenza dei miei nove anni. Da quando ho smesso di ballare non sono cambiata, mi sono semplicemente modificata, sono maturata. Sono una donna con le palle, dice mio padre. E quando lo contraddico, lui sorride. Sono una scrittrice di provincia dico io, vivo a Briatico, in provincia di Vibo Valentia. Ma mai provinciale – aggiunge qualche altro. Dalle verità non si prescinde. Non bevo fino a ubriacarmi, se non qualche buon bicchiere di vino fatto da vitigno autoctono calabrese. Non fumo, non gioco d’azzardo se non al centro scommesse della vita». 

– Non solo danza nella sua vita, però?

«È vero ho tante nuove passioni. Canto per non dimenticare, quando me ne viene voglia, e amo con la sfrontatezza di un’adolescente il mare che ho davanti casa, dentro cui mi immergo come Scilla e Cariddi. D’estate e di inverno. Quando è corrucciato e solo. Questa sì che è una passione e un vizio per cui potrei essere perseguibile e condannata. Come quando mi sento tremare le vene, non appena mi giunge nitido il suono della tarantella. Da dovunque provenga. Dall’Aspromonte o dal Pollino. Ho fatto tante cose, di sicuro ne ho fatte 43. Una cosa per ogni anno della mia vita. Alcune buone, altre pessime».

– Giusy, ma lei non sbaglia mai?

«Ho fatto anche una marea di cazzate, inutili e irripetibili. Tante altre, temo, le farò nel corso della vita che mi aspetta. Ma che ci volete fare, il gioco della vita stessa ha anche le sue regole irregolari da rispettare. 0 segui la scia, o sei contro di lei. E, aperta e chiusa parentesi, non sono stata né mai sarò un profeta in patria. Questa sì che è una strafiga certezza, che mi porto sempre dentro». 

– Giusy, ma come si fa a scrivere così tanto come fa lei, con una famiglia pesante come quella che ha, quattro figli e mille problemi da risolvere per ognuno di loro? 

«Sono diventata madre, la prima volta, che avevo solo 22 anni. “Sticazzi”, direbbe qualcuno. Ma che dire? Raffaele mi aveva scelta alla velocità della luce, e io lo accoglievo, incosciente certo, ma facendolo diventare subito la parte più preziosa del mio corpo prima, e della mia vita poi. A 25 anni ho avuto Roberta. Nel fiore della mia giovinezza mi raggiungeva anche lei. Diventavo madre per la seconda volta. Anziché giocare con le bambole, giocavo con i figli. La soddisfazione della carne. Li avevo scelti alla carriera. Per fare successo è sempre tempo, mi sono detta, ma per fare i figli no. Carpe Diem!».

– Quattro figli, una vita piena di tante cose, ma se l’aspettava una vita come questa?

“Non ero mai riuscita a dare un volto preciso ai miei figli, neppure la notte durante i sogni che facevo, eppure corrispondevano sempre esattamente ai miei desideri. Erano perfetti, insomma, proprio così come li avrei voluti. Con Roberta è stato straordinario. Vivevo quello che mia madre aveva vissuto con me. La stessa natura, soprattutto. A 28 anni, senza se e senza ma, è nato Antonino. Spacchiosissimo. Tris di cuori. Madre per la terza volta. Le mie amiche non erano neppure sposate, tante non lo sono ancora adesso, io invece avevo già un figlio di sei anni, una di tre e un altro appena nato. Non è che io avevo immaginato la mia vita vedendomi solo madre in questo mondo, anzi, ma una madre una volta che comincia questa strana ma straordinaria avventura non finisce più di partecipare al gioco dei suoi figli, neppure morta. Se è uno o sono tre».

– Avevamo detto quattro figli, non tre?

«Non ero sicura di essere nata per essere madre, ma di sicuro ero in missione speciale sulla terra. Tra gli umani. A 32 anni, e questa volta all’improvviso, per caso, un caso inatteso, è arrivato anche Nazareno, segnando definitivamente il ‘mio’ ciclo dei figli. 32 anni e 4 figli. Diventare madre non è scontato, non è detto che sempre accada. A me accadeva. Grazie al cielo. Non ero diventata maestra come avevo scritto nel mio tema di quinta elementare, ma mamma. Ed era super meraviglioso. Oltre il sogno».

– Mi sembra una madre molto felice.

«Sono cresciuta con i miei figli. Siamo cresciuti vicendevolmente, insieme. Oggi i ragazzi hanno rispettivamente 21/18/15/11 anni. Io ne ho 43. L’età giusta per fare oggi, quello che le mie amiche hanno fatto a 22 anni, sapendo che loro a 43, non possono fare più quello che io ho fatto allora. Non so bene se la vita è più un caso o più un destino. Magari è semplicemente un caso destinato. Quello di cui oggi mi piace scrivere la storia. La sola che comincia, come diceva mia nonna, con “fermalocchju”».

Oggi Giusy Staropoli Calafati torna in libreria con una sua nuova storia, un nuovo libro, Terra Santissima – Laruffa editore – un romanzo dai toni forti che parla della Calabria, che racconta l’Aspromonte, e che spiega soprattutto come mai la Calabria sia, da una parte, una terra bellissima da conoscere e da visitare, ma dall’altra, una terra ancora piena di insidie e di vecchi rancori. Un romanzo decisamente destinato a scalare le classifiche nazionali delle vendite. 

– Che libro è?

«Terra Santissima è un libro importante, a cui tengo particolarmente, che dedico a chiunque si sente di appartenere a un pezzo di paese o a uno spicchio di terra, a una altissima vetta di montagna, o a un lido di mare, in qualunque parte del mondo. Presentare l’Aspromonte come centro del mondo è stato davvero emozionante, far conoscere il viaggio di Simona Giunta e l’amore per la sua identità segreta, è stata un’esigenza».

La scrittrice calabrese in questo suo nuovo romanzo supera sé stessa, soprattutto quando prova a raccontare la terra che ama e la gente che la vive.

“Il destino bastardo e irregolare di questa terra che è la Calabria, mai disposto a svelare se la strada intrapresa è quella dell’inferno o del paradiso. E chi cammina vicino a te è un Dio o un diavolo”. 

– Partiamo, prima di tutto, dalla storia principale? 

«Simona Giunta, è la protagonista del romanzo. Vive a Milano. È una giornalista. Segno particolare di riconoscimento: è figlia di emigrati calabresi in Lombardia. È una donna caparbia e ostinata, con un lavoro che ha sempre desiderato di fare e un assillo che la tormenta, un pugno di nocciole lasciate in Aspromonte vent’anni prima. Una trasferta di lavoro la riporta sulle tracce della sua vita passata, nel cuore della valle delle grandi pietre, dentro i luoghi intimi di Francesco Perri e Corrado Alvaro. A Polsi, sotto lo sguardo materno della Madonna della montagna, in mezzo al volo dei falchi pellegrini, ma soprattutto dentro le braccia forti di un pastore dell’Aspromonte. Quelle soffocanti della Santa ‘Ndrangheta».

Quasi magistrale la prefazione che ne fa invece lo scrittore di Seminara Santo Gioffrè. 

“La bellezza e il fascino dei paesaggi che si presentano agli occhi di Simona è indicibile, conciliata dai ricordi di Alvaro, Perri, e di altri ancora, che affiorano alla memoria come brina dopo una fresca pioggia estiva. Pecore, mandriani, cicale, fiumare, alberi e canti antichi. Le visioni, i suoni e i profumi sembrano reali e immaginari assieme, naturali e mistici, proprio come le sensazioni provate in questa Terra Santissima, incantevole e fatale nel contempo, muovendosi all’interno della quale pare di trovarsi altrove, un po’ dentro e un po’ fuori di sé”. 

Simona Giunta, prosegue il suo viaggio sfidando la sorte, per scoprire e tradurre nei caratteri a stampa la lingua e i misteri della terra dei briganti. Ma il sentiero che le si apre innanzi è tutt’altro rispetto a quello sperato.

Santo Gioffrè conosce le terre Aspromontane come le sue tasche, le ha vissute sofferte e attraversate tutte, da cima a fondo, con la tempesta e con il sole cocente dell’estate, e nessuno meglio di lui avrebbe potuto spiegare ai lettori di Giusy Staropoli Calafati cos’è realmente la sua “montagna sacra”.

“L’Aspromonte “è una via nuova, ignota, piena di curve, di ostacoli e di scoperte al limite dell’immaginazione che condurranno Simona a vivere esperienze impensabili e a ritrovare le sue origini, profondamente legate a un Sud che soltanto adesso, per la prima volta, conosce per davvero, mettendo a nudo i suoi segreti anche quelli nascosti nella propria carne”. 

Vi suggerisco, e vi prego di leggere insieme a me, la bellezza di questo passaggio del medico-scrittore Santo Gioffrè.

“In Terra Santissima – commenta Gioffrè – Giusy Staropoli Calafati ci accompagna in una passeggiata attraverso una delle terre più belle e feroci della Calabria, l’Aspromonte, evidenziando gli usi, i costumi, le tradizioni, i saperi, i sapori, le feste e gli stili di vita che qui permangono, così com’erano anticamente, resistendo alle mode e alle tecniche innovative e perennemente cangianti della società. Grazie a un linguaggio semplice e vicino a quello della quotidianità, il lettore vedrà coi propri occhi scenari bradi e seducenti ma anche realtà misere e brutali, al limite tra l’attendibile e l’inverosimile. Scorgerà usanze e modi di pensare impossibili da decodificare in lingua alcuna e tuttavia più forti, più antichi, più concreti di quelli propagandati dagli strumenti di comunicazione di massa e dai consumi. Focalizzerà persone vere, reali, modeste e tuttavia capaci di qualunque cosa, di fare del male così come di innamorarsi, come chiunque altro”. 

Ne viene fuori un libro controcorrente, che racconta la Calabria dal di dentro mettendo a fuoco quel velo di magia che sembra incantare i suoi abitanti, coscienti e inconsapevoli a un tempo delle regole di vita non scritte in nessun codice, e tuttavia da tutti rispettate e praticate. 

– Un libro importante, dunque?

«Vede, da calabrese, incluso il mio ruolo di donna e di madre, sento di avere oggi una grossa responsabilità verso questa terra, nell’avviare una nuova buona politica del fare. Da scrittrice e giornalista, ho forse anche una responsabilità maggiore, che mi obbliga moralmente ad agire. In Calabria, per la Calabria, e nel cuore della Calabria, con ostinazione, con perseverazione. Soprattutto con senso altissimo dell’onore. Sento che il 2022 mi richiama all’ordine, con un metro più preciso del solito. E avverto che la Calabria si associa a questo mio progetto fantastico, con una voce sempre più forte, decisa e potente».

Forse non a caso Terra Santissima è anche un libro di protesta, ci avverte Santo Gioffrè.

“Da un lato, contro la pretesa e il pregiudizio di conoscere la Calabria dal di fuori, soltanto per mezzo del sentito dire, e delle pagine scritte da chi non vi mai è nato. Dall’altro lato, contro quel modo di pensare criminale che caratterizza alcuni dei suoi abitanti, i quali condizionano la vita di tutti gli altri, scatenando faide per affari oltre oceanici”. 

– Come se ne esce? 

“Leggendo Terra Santissima il lettore – conclude Santo Gioffrè – proverà la stessa inquietudine che Simona Giunta percepisce quando, appena arrivata, l’Aspromonte comincerà a dischiuderle i suoi segreti; ma inizierà anche ad amare una terra bella e incontaminata, quasi paradisiaca, abitata da persone vere, e a odiarla, nel contempo, a causa della permanenza di quell’unica sovrastruttura, invisibile e sempre presente, che alimenta sangue, morte e disperazione: la ‘ndrangheta. L’Aspromonte ti cambia, ti lascia il segno nel bene e nel male. Non è una terra facile da conoscere ma neanche semplice da dimenticare. È un luogo in cui ognuno può ritrovare sé stesso ma anche perdersi, in cui ci si può salvare o dannare per sempre, in cui vivere per sempre o morire. Per questo l’Aspromonte è una Terra Santissima”. 

Giusy Staropoli Calafati ce la mostra così com’è questa terra, che ci appartiene sin dalla nascita, nella sua ambivalente bellezza e tragicità. 

– Giusy, che effetto le fa leggere che il suo libro piace tantissimo soprattutto ai giovani?

«Non avevo mai partecipato a un contest con un mio romanzo. Terra Santissima si è ritrovato a essere inserito tra i libri da decretare come miglior libro Calabria 2021, in maniera inaspettata.  È partito tutto così, per caso. In pochissimo tempo si è scatenato l’inferno, direbbe qualcuno. Io invece dico una specie di cerchio magico, che sul punto di chiudersi, si riapriva continuamente. Un voto dopo l’altro, come fossero cormorani in volo. Un crescendo di numeri che, in questi giorni, oltre a farmi compagnia, ha fatto crescere in me la forte consapevolezza di essere riuscita, nel tempo, con la mia scrittura, a entrare in picchiata nel cuore di tantissima gente. Uomini e donne, grandi e piccini di ogni parte della Calabria, dell’Italia e del mondo. E credetemi, non c’è premio che possa dare gratificazione più grande, rispetto a quella che arriva direttamente dal popolo dei lettori».

Non so se si può dirlo, ma alla fine del romanzo noi abbiamo percepito la sensazione netta di avere tra le mani un romanzo di grandissimo impatto mediatico, giovane, veloce, immediato, scritto con un linguaggio freschissimo, di facile lettura, e soprattutto un racconto firmato da una grande scrittrice esordiente, e di cui certamente sentiremo parlare nei mesi e negli anni che verranno. Il risultato è immediato.

– Mi pare che l’anno 2022, per lei Giusy sia incominciato abbastanza bene?

«Il 2022 sarà l’anno in cui alla Calabria vorrò dare una nuova ennesima occasione. Mettendole a disposizione tutto ciò di cui dispongo. Più di quanto già sto facendo? Sì, decisamente molto di più. Sono ormai diversi anni che, quotidianamente, con la mia scrittura, cerco di fare bella mostra della Calabria. Saggi, Romanzi, poesie, articoli di giornale, ma anche, forse soprattutto, azioni quotidiane sul lavoro e nella vita politico-sociale a cui costantemente mi dedico. Sono queste le cose di cui oggi vado più fiera». 

– Giusy procediamo per ordine, per favore. Come immagina concretamente questa sua rivoluzione culturale?

«La risposta le sembrerà quasi banale, ma io ci credo moltissimo. Basta mettere in bella mostra, una volta per tutte, senza falsi proclami, ma con reale identità, la nostra terra e la nostra storia di figli di Calabria. Questo vuol dire che il nostro imperativo deve essere promuovere i luoghi, la storia, l’arte, la letteratura… La stessa cultura legata ai luoghi. Dalla montagna ai lidi del mare, dalle zone interne ai paesi costieri. È arrivato il momento di portare allo scoperto la componente migliore di una terra troppo spesso criticata, ma anche ancora del tutto misconosciuta. Solo promuovendo la bellezza si potrà finalmente avviare un serio progetto di ripresa e resilienza. In fondo, sono nate qui le stagioni del pensiero. Credo sia proprio questo il lavoro che ho sempre desiderato fare in Calabria. È il motivo vero per cui sono rimasta qui. Per raggiungere certi obiettivi però, serve sempre una buona esperienza, e i tempi, lasciatemelo dire, per me sono decisamente maturi. La Calabria deve ritornare a credere in se stessa, i calabresi pure. Sviluppo, crescita, idee, ideali, valori, progetti, da qui parte quella che lei chiama la mia sfida culturale».

– Come era Giusy da ragazza?

«Fino a diciassette anni ho amato molto le passerelle. Sono stata Miss Provincia Vibo Valentia nel 1998. Poi sono rinata. Nel senso che sono diventata grande. Ho intrapreso la strada verso quella vita che mi ha portata fino a qui. Fino alla maturità. Sono tante cose insieme oggi, ma soprattutto, tra tutte, prima di tutte le altre, sono una donna. Una donna libera, con troppe idee e forti ideali, progetti, lotte, pensieri, e anche abbastanza coraggio. A scrivere di certe cose di coraggio ce ne vuole davvero tanto». 

– Qual è la cosa che oggi più le manca?

«Mi mancano i nonni, le sembrerà strano ma è così. Mi manca soprattutto nonna Peppa, la mia nonna paterna che non ho mai conosciuto. In compenso sono cresciuta con mio nonno e con le sue eterne paternali, i suoi infiniti consigli, un uomo carismatico e indimenticabile. Un punto di riferimento insostituibile, onnipresente, insistente, avvolgente in tutti i sensi. Lui era rimasto vedovo ancora giovane, mia nonna è morta quando aveva 59 anni, e lui è rimasto solo in tutti questi anni in attesa che i figli tornassero dalla Germania dove erano emigrati e dove lavoravano il bitume. I nonni, che meraviglia, la vita non poteva regalarci cosa più bella».

– E la sua famiglia Giusy?

«Morta la nonna, i suoi quattro figli hanno lasciato la Germania per sempre per stabilirsi a Briatico definitivamente. Mio padre ha sempre avuto accanto mio nonno Carlo. Al rientro dalla Germania mio padre ha aperto un negozio di abbigliamento e ricordo che mio nonno era costantemente insieme a lui, a consigliarlo o a guidarlo. Si sposò anche giovanissimo. Mia madre aveva poco più di sedici anni quando salì sull’altare e la loro fu davvero la classica storia d’amore. Solo che mio padre aveva dodici anni più di mia madre e allora per sposarla fecero ricorso alla “fuitina”, sparirono per una notte e poi si ripresentarono il giorno dopo pronti per il matrimonio. Allora si faceva così, o meglio, molti allora ricorrevano a questo stratagemma per coronare la propria storia d’amore. I genitori di mia madre, avendo a casa altre figlie femmine ed essendo mia madre ancora una bambina non avevano accettato la proposta di mio padre. Mio padre organizzò allora un finto rapimento e che i giornali del tempo, ricordo la Gazzetta del Sud, raccontarono come un “rapimento a mano armata”. Poi per fortuna i miei nonni materni ritirarono la denuncia contro mio padre e le cose si avviarono verso una normalità più o meno apparente. Mia madre, infatti, poté tornare a casa sua solo dopo diverso tempo, non essendo stata mai perdonata sul serio per quello che aveva combinato. Io invece non ho mai finito di ringraziare mio padre e mia madre per quella “fuitina”, perché se non fossero scappati io non sarei nata e non sarebbero nati né i miei fratelli né mia sorella. Neppure i miei figli». 

– E il rapporto con i nonni materni?

«È arrivato tardi, ma è arrivato. Io ho scoperto i nonni materni quando già ero cresciuta, mia nonna in particolare era già una donna anziana, ma questo non ci ha impedito di discutere di tante cose, di confrontarci e di raccontarci a nostro modo la propria vita. Anche questo è stato molto bello. Nonna poi l’ho persa due anni fa, era il primo di luglio ed è stata un’esperienza durissima. La sua scomparsa ha lasciato in me un vuoto incolmabile. Quando lei scoprì questa mia passione per la scrittura pensò che dietro di me ci fosse la mano di Nostro Signore, così lo chiamava, che mi aiutasse e mi chiedeva continuamente “Ma chi ti detta queste cose? Chi ti ha raccontato queste storie così belle? Ricordo che quando pubblicai il libro di poesie dedicato a Natuzza Evolo, mi chiese se ci fosse qualcuno dal cielo che mi aveva ispirato e mi aveva guidato in questo percorso di fede, lei era molto religiosa e credeva, come del resto diceva la stessa Natuzza Evolo, che dietro ognuno di noi ci fosse un angelo a guidarci o il signore a vegliare su di noi».

– Che infanzia ricorda Giusy?

«Un’infanzia bellissima. Se potessi tornare indietro la rivivrei così come l’ho vissuta. Con gli occhi sempre pieni del mio mare, e la mia vita più bella trascorsa in campagna. I miei nonni prima di partire per la Germania avevano occupato un appezzamento di terra, che hanno ripreso a coltivare una volta rientrati a Briatico. E mio padre aveva fatto la stessa cosa. All’ora di pranzo chiudevano il negozio di abbigliamento che avevamo e fino alle quattro e mezza andavano in campagna, la nostra terra si chiamava “Gaio”, e da qui il nomignolo dato in paese alla mia famiglia, i “Gaioti”. Sembrava quasi una ingiuria, certo era un soprannome, ma di cui non mi sono mai sentita offesa: Tutto questo era la mia terra natale, tutto questo mi apparteneva fino in fondo, e nulla sarebbe stato in un altro modo. Penso ai tanti Natali trascorsi tutti insieme in campagna, penso al maiale che si ammazzava tutti insieme durante le gelate d’inverno, penso alle feste trascorse tutte in famiglia e con tanta gente intorno, penso al dolore dei lutti e dei funerali che in un paese come questo sono ancora corali e di tutti». 

– Ad un certo punto della sua vita lei decide anche di fare politica?

«Sono scesa in politica con una forza e una consapevolezza che non credevo di avere. L’ho fatto senza guardami né avanti né indietro, con puro spirito di servizio ed esagerato senso di responsabilità. È accaduto esattamente dopo i miei primi 40 anni. Ma non ho sbarcato il lunario, anzi, sono solo un consigliere di opposizione. Comunque, un’esperienza esaltante, mi creda…».

– Giuseppe Conte era ancora Presidente del Consiglio, lei un giorno prese carta e penna per raccontargli lo stato di degrado della sanità in Calabria. Cosa gli scrisse?

«Gli ho scritto da una regione la cui tunica veniva giocata a sorte per l’ennesima volta. E le folle insistevano a voler scegliere Barabba, a conferma che Cristo davvero si è fermato a Eboli. La Calabria ancora una volta terra di conquista. Si continua a succhiarle il sangue da ogni parte del suo corpo nudo, mentre con occhi fragili e agonizzante, chiede aiuto. Si vuol rendere sazio solo chi ha sete di potere, di quattrini e di vendetta. Si continua a violentarla con la pratica immorale della ripetizione, senza farle neppure prendere fiato, mentre con voce fioca, grida aiuto. Si vuol soddisfare la smania di chi ha il “disio” di provar piacere. Così, nella minimizzazione di una terra voluta sempre serva, ogni atto di violenza carnale alla Magna Grecia, ha il suo complice. E verrà scritto sui libri di storia il suo nome. E saranno più d’uno quelli a cui verrà chiesto il conto. Più d’uno, saranno i banditi pronti a levarle via la purezza degli ulivi, il volo casto della rondine marina, il candore dei bianchi calanchi. Dopo che con il nostro sangue abbiam fatto l’Italia, caro Presidente, insistete a volerci privare dei diritti essenziali, calpestandoci la dignità, ed eliminandoci dalla nostra stessa storia. Ma se cadiamo noi, cadrà l’Italia intera. Siamo gli arti inferiori su cui si regge la Nazione. Se si piegano le gambe, viene giù tutto il corpo. Nessuno si salva da solo. Proprio così, nessuno si salva da solo».

– Di tutto di più, insomma?

«Al premier Conte, ho scritto semplicemente tutto quello che pensavo in quel momento. Vorrei tanto che per un solo attimo Cesare Pavese, forestiero al confino nella desolata Brancaleone, le dicesse, come fece con sua sorella Maria, chi sono i calabresi e quanto vale la terra di Calabria. Amata e dannata, terra. Vorrei che glielo dicessero Umberto Zanotti Bianco, Edward Lear, Paolo Orsi. Nessuno può operare, curare, dirigere e tanto meno commissariare una terra che non conosce. Un popolo che poco o niente rispetta. Che non gli è né conoscente, né affine. Corrado Alvaro diceva il calabrese va parlato, ascoltato, voluto bene. Ma nessuno lo ha fatto. Eppure, il maestro insegna e gli allievi imparano. Voi no. Ci avete sempre costretti, per fame, e ora anche per salute, a essere briganti. A emigrare. E continuate a farlo. A volte con sdegno, altre solo per un piglio. Peggio dei signori, gli gnuri, che torturavano la vita dei coloni, schiavizzandoli per il pane o magari per la penicillina. Ma son finiti quei tempi, caro Presidente. È finita l’ignoranza, l’analfabetismo… Ora anche qui ci sono i libri, quelli che li scrivono. Ci sono l’intelligenza, la scelta, le idee, i valori, il coraggio e anche il doppio della lotta di ieri. I Calabresi non ci stanno più alle barbarie di un’Italia che ha sempre approfittato del suo Sud. L’era del latifondo è ormai passata. L’abbiamo combattuta e anche vinta. E ora, questa in cui liberamente vorreste bivaccare, e con maggiore forza di prima lo ribadisco, è terra nostra, non di nessuno. I Proci hanno finito le risa porche e maledette, e pure la pacchia antica dei calici e del vino. Ulisse torna a Itaca. Ulisse è il nostro orgoglio, caro signor Presidente, Itaca, la nostra terra».

– Le ha mai risposto nessuno?

«Intanto mi preme precisare che quella stessa lettera dopo che a Conte la inviai anche al Capo dello Stato, il Presidente Mattarella. Sentivo che, come Presidente della Repubblica, garante assoluto della nostra Costituzione, quelle parole anche a lui dovevano essere indirizzate. Il Presidente Conte no, non mi rispose, ma nella cassetta della posta, una mattina con grandissima sorpresa trovai invece una missiva proveniente direttamente dal Quirinale. Era il Presidente Mattarella che rispondeva alla mia accorata lettera, scrivendo la risposta di suo pugno. Poche righe in cui, ringraziandomi, invitava me e i calabresi a non perdere la speranza e continuare. Quello fu uno dei giorni più belli e anche importanti della mia vita».

– C’è sempre tempo per ricominciare in una terra come la sua?

«Personalmente non so come quale e come sarà il futuro della Calabria e dei calabresi, preferisco per ora non pensarci, io amo fortemente il presente. Credo che senza il futuro sarebbe una semplice utopia. Per quanto mi riguarda, so soltanto che questo vizio che ho, di insistere su alcune cose e di crederci fortemente, mi tormenta in continuazione. Guardo comunque e costantemente alla Calabria, come la super polis da salvaguardare. Il mio presepe di Natale è qui, ed è qui che è allestito tutto l’anno. Nel cuore di questa terra santissima. Insomma, io a volte penso di essere una calabrese fuori dal suo tempo, piombata sulla terra nel momento sbagliato rispetto a quello consigliabile per quelli come me, che non corrisponde più né a quello di quando ero bambina, né a quello di quando sono diventata donna». 

– Non c’è giorno in cui lei sui suoi canali social o sulle riviste dove scrive non fa che esaltare la letteratura calabrese…

«Lo faccio semplicemente perché sono sempre più convinta che la letteratura può salvare la Calabria». 

– In che senso Giusy?

«Nessuno è finito finché avrà un libro da leggere nelle mani. E nei libri degli autori meridionali, sono raccolte le più grandi verità del paese. È lì che sono riportate le giuste indicazioni da seguire per riconquistare in maniera completa e con una visione inequivocabile, da Nord a Sud, la nostra identità. Con sapienza, con consapevolezza e soprattutto con grande senso di responsabilità. Per questo ho elaborato un documento scritto, sottoscritto da scrittori, intellettuali, docenti, giornalisti, professionisti e studenti italiani, presentato al Ministero dell’Istruzione, in cui sono state riportate con espliciti riferimenti ai nostri autori, le ragioni di carattere culturale, morale e civile che impongono di procedere, con ufficialità, al coinvolgimento della scuola dell’obbligo nello studio dei più influenti autori calabresi del ‘900 italiano».

– Non crede che sia una scelta velleitaria, o comunque rischiosa?

«Assolutamente credo il contrario. La cultura è un bene prezioso, collettivo, per cui è necessario ci si spenda tutti e si investa tutto quello che è spendibile. In altro caso, un paese anziché crescere, rischia di rimanere nano. Nicola Giunta scriveva: “iddi su nani e vonnu a tutti nani”. Ma la Calabria, forse più di altre regioni italiane, con le sue menti, le sue eccellenze e i geni immensi della cultura e delle lettere, palesa ormai da tempo un forte desiderio di crescita, che non può più permetterle di rimanere indietro. Un popolo per capirsi veramente deve conoscere i suoi artisti, altrimenti rimane indietro, scriveva Saverio Strati. Per questo, l’assenza dei calabresi nella storia della letteratura italiana novecentesca, diventa un’assenza quasi tragica. Un danno culturale e sociale che non può più essere perpetrato. Gli studenti mancano ormai da tempo, di un pezzo di storia importante che non può più essere tralasciata alla passione “responsabile” di qualche buon docente. È sul sapere che si gioca il presente e il futuro di una generazione. Conoscere Alvaro, Strati, Perri, La Cava, Seminara, Repaci, Calogero, Costabile, De Angelis, Zappone e molti altri, potrebbe essere per l’Italia intera una vera chiave di volta».

– Lei lo scrive spesso, è vero che Saverio Strati è stato il punto fermo della sua grande passione per la letteratura?

«Assolutamente sì. Ero ragazza quando incontrai Saverio Strati per la prima volta. Accadde a scuola. Facevo più o meno la quinta elementare. Un nuovo maestro, ci disse la maestra. Statura bassa, capelli bianchi, scarpe di suola e un paltò del colore della sabbia del mare. E sotto braccio un borsello di pelle. Fu da lì che estrasse Fiabe Calabresi e Lucane, che io e i miei compagni avevamo già letto in classe, e di cui l’autore era lui, insieme al professore, nostro compaesano, Luigi Maria Lombardi Satriani. Da allora non lo rividi mai più. Anzi ne persi completamente le tracce, ma solo fino a quando il destino ci rimise sulla stessa strada, e ritrovandoci non ci siamo più lasciati. A Strati dedico il mio percorso letterario. È lui il mio più grande maestro delle lettere. E finché avrò voce parlerò del maestro ai giovani, consiglierò i suoi libri, diffonderò il suo pensiero e la sua poetica».

– Come lo racconterebbe lei oggi Saverio Strati ai ragazzi delle scuole?

«Mi sono battuta affinché Strati venisse ripubblicato. Oggi, finalmente, le sue opere tornano a essere disponibili in libreria. Strati ai ragazzi già lo racconto. Lo faccio da diversi anni ormai. In Calabria sono diventata un po’ un punto di riferimento per quanto riguarda Saverio Strati. Dopo la sua morte pubblicai due saggi a lui dedicati, con alcuni suoi racconti inediti, fino a tracciarne la sua importante figura ne La Terra del Ritorno. Strati, ai ragazzi, lo racconto leggendo loro i suoi libri, raccontandogli la sua opera. Per quello che lui è stato. Saverio Strati è stato uno dei più grandi autori del neorealismo italiano. Ha scritto una quantità eccezionale di libri, è stato letto e tradotto in tutto il mondo, ha vinto il Campiello nel 1977 con Il Selvaggio di Santa Venere; ed è stato lui, ancora prima di Sciascia, il primo autore dell’Italia novecentesca, a parlare apertamente di mafia. Ma nel 1991, Mondadori, la casa editrice con cui aveva esordito e si era affermato, rifiutò il suo racconto Melina, e il romanzo Tutta una vita. Un’uscita di scena ‘imposta’ che impatta bruscamente sullo scrittore, ma soprattutto annienta l’uomo. Entrambi provati moralmente, e col tempo anche economicamente. Strati, che vive con il mestiere di scrittore, attinge ai risparmi finché gli è possibile, ma quando anche questi saranno finiti, è ben altro quello a cui le necessità fisiologiche dell’uomo lo costringono. In una lunga e accorata lettera, il piccolo muratore calabrese, diventato grande scrittore nel mondo, si vede costretto, per poter vivere degnamente insieme alla moglie svizzera, Hildegard Fleig, gli ultimi anni della sua vita, a chiedere il sussidio previsto dallo Stato per gli artisti italiani, grazie alla legge Bacchelli. Alle lettura di questa triste notizia, custode delle forti emozioni del giorno in cui Strati lo avevo visto e ascoltato, toccato con mano, ebbi al cuore una stretta che ricordo ancora. E fu dolente. Con la sua morte, l’Italia perdeva uno dei suoi più grandi geni letterari, la Calabria uno dei suoi figli più illustri, io il mio grande maestro». 

Di Saverio Strati, Giusy Staropoli Calafati sa esattamente tutto, per averlo studiato a fondo e per averlo soprattutto amato come se fosse stato uno di famiglia. «Lo studiavo e lo consideravo parte della nostra casa. Lo raccontavo e lo racconto come se io ci avessi vissuto con lui tutta la sua vita”.

– C’è un altro scrittore calabrese che avrebbe voluto incontrare nella sua vita e conoscere meglio?

«Mi sarebbe molto piaciuto conoscere Mario La Cava, l’avvocato, lo scrittore originario di Bovalino. Se lo avessi incontrato sono certa che avrei trascorso ore e ore intere a parlare della Calabria che lui ha tanto bene raccontato nei suoi libri e di cui io mi sono innamorata profondamente. In tutti i suoi scritti si coglie questo senso della rivalsa, della crescita sociale della sua terra, cosa che poi non si è realizzata, ma in cui La Cava credeva immensamente».

– Cosa fa oggi nella vita quotidiana la scrittrice Giusy Staropoli Calafati, quando non scrive?

«Aiuto l’impresa di famiglia. Ad un certo punto della mia vita ho deciso di interrompere i miei studi universitari e di dedicarmi a tempi pieno alla famiglia che stava crescendo. Noi abbiamo a Vibo Valentia un’impresa che realizza tubi di plastica per l’agricoltura, e siamo i primi a farlo, forse anche i soli in Calabria. Sembra un gioco del destino, io che incontro mio marito, che insieme a lui metto mano ad un’impresa di questo tipo, per realizzare alla fine prodotti necessari alla terra, e tutto questo mi creda non ha fatto altro che legarmi ancora di più alla terra, e quindi alla Calabria e alla gente che ci vive».

– C’è una persona nella sua vita e nei suoi ricordi che lei considera il suo vero grande maestro?

«Senza nessuna ombra di dubbio, mio padre. Ho uno strano rapporto con lui. Io non sono capace di esternare i miei sentimenti, ma con mio padre ho un rapporto speciale, diverso, viscerale. Mi creda non so come spiegarglielo bene. Ma mio padre è stato il mio primo lettore, il mio primo fan, il mio primo giudice, anche severo e intransigente, ma è lui che mi spinge ad andare avanti, è lui che mi ha convinto a non mollare, a credere nelle mie capacità e nella mia voglia di scrivere di tutto e di più. 

Lui è una forza della natura, lui mi ha insegnato cos’è la vita, da che parte stare, e da che parte guardare il mondo esterno, la mia guida, la mia icona, la mia passione più insana, la mia coscienza il più delle volte, lui per primo mi ha spiegato cos’è il lavoro, il sacrificio, il dolore, la sofferenza, le privazioni, la morte. 

E se io ho una famiglia forte e sana come quella che credo di avere il merito è suo, per avermi trasmesso i valori fondamentali della casa, della comunità, della condivisione, della solidarietà, l’essenzialità della famiglia, tutto questo porta il nome di mio padre”.

– Giusy le è mai capitato di provare vergogna delle sue origini? Magari lontana da casa, le chiedono da dove viene e deve rispondere “sono calabrese”?

«No mai, assolutamente mai. Anzi, sono sempre stata fiera delle mie origini. Può capitare forse un momento di disagio generale, arrivi a Milano, ti chiedono da dove vieni, rispondi che vieni dalla Calabria, e qualcuno magari accenna a qualche commento non sempre positivo. Ma è appena un momento. Poi spieghi loro cosa fai, cosa pensi, dove vai e da dove vieni, e dal racconto che ne fai viene fuori un mondo quasi magico, fatto di bellezze naturali e di popoli fieri di sé stessi, educati al rispetto degli altri, amanti dell’onestà e del lavoro, e la tua vita non viene più giudicata negativamente. Anzi, apri agli altri una prospettiva che non potevano neanche lontanamente immaginare, e la tua vita diventa per molti di loro motivo di desiderio, c’è sempre più gente a cui racconto la mia Calabria che ha voglia di venire fin quaggiù e toccare con mano quello che io ho raccontato loro. Ma lei ha mai visto al tramonto il mio mare e la vecchia torre saracena alla marina di Briatico? C’è gente che va ai Caraibi per vedere cose meno belle e meno suggestive di quello che è il nostro piccolo mondo antico». 

– Giusy il suo prossimo libro? Ci sta già lavorando? Progetti per il futuro? 

«I progetti per il futuro sono tanti, forse troppi. Un sogno è quello di riportare la Calabria al Premio Strega sulle tracce di Corrado Alvaro. Farla ritornare al Premio Campiello su quelle di Saverio Strati. Più che progetti sogni, e pure abbastanza ambiziosi. Ma mio padre mi ha insegnato che bisogna sempre sognare in grande. Per il resto mi piacerebbe, e lo proporrò a breve come progetto alla Regione Calabria, dare vita a un ente regionale per la tutela del patrimonio letterario calabrese, che mi veda ovviamente personalmente coinvolta. Quanto al mio prossimo libro. Sono già al lavoro. E sarà una bella sorpresa. L’obiettivo futuro è valicare il Pollino».

Lascio Briatico con una certezza nel cuore. Che di questa donna, così passionale e cocciuta, sentiremo parlare molto nei mesi e negli anni che verranno. (pn)

Dalla ginestra di Calabria tessuti ecocompatibili

di FRANCO BARTUCCI – Dallo studio e dalla ricerca sulla ginestra esce dall’Università della Calabria ed in particolare dal Dipartimento di Chimica una nuova idea progettuale che arricchisce la conoscenza ed un lavoro che parte da lontano, nel senso di un tempo ultra trentennale, del quale se ne farà a parte una scheda storica che ne ricostruisce il percorso finora attuato. In questi giorni è stato depositato un brevetto di un impianto che consente di ricavare da fonti naturali, come la ginestra, un tipo di materia prima di qualità senza creare impatto sull’ambiente. Con questo brevetto sarà più semplice realizzare tessuti e materiali ecocompatibili, in sostanza estrarre fibre in modo sostenibile.

Il  brevetto predisposto dai ricercatori del Dipartimento di Chimica e Tecnologie chimiche dell’Università della Calabria, sotto la guida del prof. Giuseppe Chidichimo, mira alla realizzazione di un impianto che consente di estrarre in modo ecocompatibile fibre naturali destinate all’industria della moda, dell’arredamento o ad altre filiere produttive. Rendere più sostenibili alcuni comparti industriali passa anche dalla disponibilità di fibre e materie prime green. E non sono le fonti spesso a mancare: il problema in molti casi è il processo d’estrazione. Lungo e non sostenibile, sul piano ambientale e su quello economico.

La nuova tecnologia sviluppata dai ricercatori dell’Università della Calabria definita:  “Processo e Impianto per la Estrazione di Fibre Cellulosiche da Piante Liberiane” promette invece di essere efficiente e con impatto ambientale pressoché nullo: basso costo impiantistico, processo totalmente green ed ecocompatibile, maggiore qualità della fibra prodotta, facilità di automatizzazione. Il nuovo brevetto industriale è stato sviluppato e applicato dai ricercatori dell’Università della Calabria nell’ambito del progetto ForestComp (PON-MUR), coordinato dal professore Giuseppe Chidichimo, al quale recentemente lo stesso Ateneo gli ha attribuito il titolo di “Docente Emerito”. L’obiettivo è quello di realizzare materiali compositi innovativi ed eco-compatibili, in collaborazione con il Centro Ricerche Fiat e altre importanti aziende nazionali.

Il nuovo impianto ha tutte le caratteristiche necessarie per consentire lo sviluppo della filiera produttiva di fibre della ginestra, pianta spontanea che attecchisce facilmente su ogni terreno e che è molto diffusa in Calabria. Il gruppo di ricerca del professor Chidichimo è impegnato da anni in questo lavoro e i risultati raggiunti sono molto promettenti. 

La nuova tecnologia offre infatti numerosi vantaggi: non fa uso di reagenti chimici  o biologici, ma soltanto di piccole quantità d’acqua riciclabili dopo semplice filtrazione; non produce scarti di lavorazione speciali o pericolosi, ma soltanto pochi fanghi privi di inquinanti ed effetti odorigeni smaltibili all’interno della stessa filiera come concimi o additivi dei terreni; la qualità della  fibra risulta migliore rispetto a quella prodotta con tecniche di macerazione chimica o enzimatica, in quanto vengono eliminati i processi di lisi delle catene cellulosiche, e inoltre si evita la formazione di sostanze collanti difficili da allontanare dalle fibre estratte.

Il processo di produzione rimane rapido, in quanto la rapidità di sfibratura è regolata soltanto dalla velocità di estrazione della fibra, una volta che la logistica degli impianti sia stata opportunamente pianificata. Sono in corso contatti per realizzare, con la collaborazione della Regione Calabria e di diverse aziende locali e grandi aziende nazionali, lo start up di una filiera industriale legata alla produzione e impiego della fibra della ginestra non soltanto nel settore del tessile, ma anche in altri settori produttivi che richiedono l’impiego di fibre naturali. 

L’avvio di questa filiera coinvolge la cooperazione di diversi ambiti quali: produttori agricoli per la coltivazione e raccolta del vegetale; industrie meccaniche per lo sviluppo di un primo impianto industriale di sfibratura; industrie della filatura, per la produzione dei filati; industrie tessili per la produzione di tessuti per l’abbigliamento e di tessuti tecnici; università e Centri di Ricerca per il miglioramento ulteriore dei processi di produzione, di colorazione della fibra; aziende artigiane calabresi interessati allo sviluppo della filiera; industrie del settore dell’arredamento per la produzione di pannellature per i mobili e l’edilizia; industrie della moda.

Fin qui la novità ultima di questo importante lavoro che ha radici lontane per merito dell’impegno profuso dal prof. Giuseppe Chidichimo e di alcuni suoi collaboratori nell’ambito del dipartimento di chimica, che lo hanno seguito con interesse e passione convinti di creare per la Calabria una prospettiva di crescita e sviluppo attraverso l’insediamento e valorizzazione di piccole e medie industrie locali attorno all’area del campus universitario, secondo il progetto originario della stessa Università della Calabria,  disegnato in primo luogo dal Rettore, prof. Beniamino Andreatta, ben coadiuvato dai Presidenti dei Comitati Ordinatori delle Facoltà, che avevano ben presente il collegamento dell’Ateneo con il territorio di appartenenza mediante la produzione della ricerca pura finalizzata  a quella applicata, di cui il brevetto sopra illustrato ne è un segno visibile di quella prospettiva disegnata dai padri fondatori dell’Università della Calabria. Entreremo meglio in questa storia attraverso una scheda apposita integrativa che presentiamo a margine del servizio che costruiremo insieme al prof. Giuseppe Chidichimo, ideatore e  mentore oggi di questa idea progettuale.

Il racconto di Franco Cimino: Ma’, quando vena Natala?

di FRANCO CIMINO – È arrivato!» È arrivato chi? «È arrivato Natale». Ma come, non c’è già stato ieri-un anno fa? «No, non c’è stato ieri-un anno fa e forse neppure l’altro ieri-due anni fa. Ovvero, se è arrivato o lui non si è fatto vedere o noi non l’abbiamo visto. Perché se Natale, il Natale, da qualche parte fosse venuto noi non saremmo così. Dolenti, tristi, arrabbiati, guerreggianti e bellicosi, solitari e divisi. Quando Natale veniva, mille anni fa, durava più di un mese, quelli dei giorni della sua attesa. E poi anche dopo, per tanti altri giorni ancora, fino a sentire il Capodanno come un’appendice, un riflesso, una mera proiezione del Natale. Era quella un’attesa, che pure passava presto, che ci trovava tutti bambini e agli uomini di qualsiasi età infondeva quello spirito fanciullo che durava per molti mesi. Quella fanciullezza di fatto trasformava il dolore e la morte in una nuova attesa. L’attesa di un tempo nuovo, ancor prima che i credenti sentissero il mistero della Nascita e in esso credessero fino in fondo. Quella fanciullezza del Natale permeava i cuori di tutti, credenti e non credenti, tanto bello e pieno di sentimenti e significati Natale era. Utilizzo volutamente il nome di persona perché Natale è persona, è amore, è spirito divino che diviene. È bellezza che di sé tutto informa e di se stessa lascia la forma. È ragione che si arrende alla sua bontà e alla sua natura ottimistica del cammino umano. Siamo tutti diventati migliori col Natale. 

Con quello spirito abbiamo lottato contro l’odio, l’inimicizia, la prepotenza, l’egoismo, l’intolleranza, l’arroganza. L’invidia. E anche contro la violenza che si fa potere e il potere che si fa violenza. Abbiamo lottato contro le guerre e le ingiustizie e contro la sopraffazione della libertà e in essa delle libertà e dei diritti umani. È vero che non ci siamo riusciti fino in fondo se in giro per il mondo, per l’Europa, per l’Italia, per le nostre piccole comunità, tracce di tutti quei disvalori ve ne sono state e ve ne sono ancora, ma piccoli passi in avanti verso quella civiltà cristiana(vogliamo chiamarla ancora così a dispetto di una certa Europa falsamente laica e falsamente democratica)li abbiamo fatti. E li abbiamo fatti con quella coscienza tesa che ha sempre comportato una sorta di dovere di riflessione sulle cose umane. E anche addirittura sul dovere che gli uomini devono compiere per realizzare il bene e sulla responsabilità che essi hanno dinanzi al male che si muove nella società. 

Una riflessione, quella passata, che magari si è mossa come il gambero – un po’ avanti, un po’ indietro – che si è coperta talvolta di ipocrisia. E, però, ci si interrogava. In qualche modo un poco ci cambiava. E c’era anche chi pregava, in quel Natale lì. E c’era anche chi pensava. Tanta gente si incontrava perché Natale era l’incontro. Delle famiglie, degli amici, tra persone, tra comunità. Natale era avere uno sguardo per l’altro. L’interesse per l’altro. Un gesto per gli altri. Per chi stesse male. Per chi stesse peggio di noi. Per gli sfortunati, gli abbandonati. Gli affamati di tutto. Gli assetati dell’acqua e del sapere. Assetati e affamati della parola. Ipocrisia o no, tanta o poca falsità, che fosse la ciclica recitazione sul palcoscenico dell’autopurificazione o no, della cancellazione dei sensi di colpa o no, della facile autoassoluzione o no, che durasse, pietismo d’accatto o egoismo caritatevole compresi, poco più che quel tempo del Natale, poco importa. Davvero assai poco importa. Qualcosa di noi c’era. Quella fanciullezza c’era. Quei gesti c’erano.  

E di più quell’interrogarsi che un poco ci inquietava. E c’era più che Babbo Natale, che portava i doni, Gesù Bambino che ci sorrideva. E il padre. C’era questa figura bella e completa, autorità che formava, forza che rassicurava, cattedra che trasmetteva regole e valori. Compreso il valore indissolubile del rispetto delle istituzioni. A partire da quelle politiche e della scuola. Per la fede, la sua cura, che però si era liberi di accettare o di praticare, per i sentimenti e la delicatezza quasi fragile dinnanzi a essi, vi era la madre, che di quel Natale era protagonista. La più importante, forse, come la Madonna nella mangiatoia. 

E adesso? Che Natale è adesso? È un Natale di fragilità e di paura. Di insicurezza. 

È un Natale di ogni fede sospesa. Anche quella laica verso la Ragione e la Politica. È un Natale di sfiducia. Verso l’uomo e quindi verso se stessi. Sfiducia verso le istituzioni e gli uomini in generale e verso quelli che le istituzioni rappresentano. Sfiducia e paura che scarichiamo non più solo sullo “straniero”, il nemico, che ci ruba pane e donne, le cose e il lavoro, ma verso i prossimi a noi, le persone che appartengono alla nostra società. Gli Stati nazionali contro gli altri Stati, in ragione di un nazionalismo che viene difeso chiudendo la braccia della solidarietà e i confini su cui elevare muri altissimi e pareti di filo spinato ancora più invalicabili. Le singole persone contro altre persone. Si dice, all’incontrario di quel che si diceva quando chiusi nelle case ci affacciavano alla vita solo dai balconi, che non siamo diventati migliori con la pandemia. 

Che siamo diventati insensibili difronte al dolore altrui, addirittura indifferenti dinanzi alla morte. Quelle immagini delle sale di rianimazione in cui esseri umani per settimane stanno intubati e addormentati con la pancia in giù, non ci procurano più neppure un’emozione, che fosse anche la paura di trovarci noi in quel posto. 

Il virus maledetto non ci fa paura, addormentati come siamo nelle verbosa disputa che riempie i palinsesti di tutte le reti televisive tra no vax e sì vax, tra i no pass e i sì pass. È andato smarrito quello spirito di solidarietà che animava i popoli della cultura cristiana. 

La cultura del rispetto verso gli anziani si è dissolta in quella preoccupazione, ritenuta eccessivamente costosa, di proteggere socialmente e sanitariamente i nostri vecchi dall’assalto del virus. L’economia prima della vita, il consenso elettorale prima del sentimento. La prepotenza dei più forti prima della ragione. L’istinto prima della politica. I governi stessi, non solo quello italiano, tergiversano nel prendere provvedimenti che più rigorosi saranno assunti a giorni, per non sottrarre al Natale odierno la spinta ai consumi, perché questa aiuta l’economia e salva le aziende e l’occupazione, dicono. Il ricatto del pane sul valore della vita, costringe i cittadini consumatori a scindersi per mantenersi solo consumatori. 

E così nel timore di nuove rovine ci siamo tutti catapultati nelle strade per affollar negozi e luoghi della ristorazione. Un vaccino in più e tre mascherine al giorno, per sentire addosso il profumo di una libertà, che oggi è fittizia e insincera. Illusoria di un diritto ormai sfumato. Sfocato se visto da lontano con gli occhi malati. Si dice che è tutta colpa del Covid, che una volta sconfitto ci riporterà allo stato di bontà pura, come se in questi ultimi vent’anni siamo stati e buoni e belli e giusti. 

No, eravamo così già da prima. Da quando abbiamo perso il senso del Natale. Il Covid, la cui lezione non abbiamo appreso affatto, ha solo tolto il velo a una società che ha smarrito i valori di fondo su cui si è costituita. La nostra, nata dalla fusione del pensiero risorgimentale con le idealità antifasciste, ha trovato come collante sicuro, unitamente alla visione laica dello Stato e all’umanesimo socialista, quella cultura cristiana, che ha cambiato il mondo, rinnovando l’uomo. 

Che Natale, allora, può essere questo? Come il tempo umano, anch’esso si trova davanti a un bivio. Sempre quello, tra l’altro, davanti al quale si trova l’uomo. Specialmente, oggi. Questo Natale può essere l’ultimo. Quello del Natale che uccide Natale. Ovvero, il primo. Quello che dalla sua anima antica rinasce tale e quale come l’ha voluto Francesco d’Assisi nel lontano 1223 quando ha “ inventato” il presepe. È il Natale della Vita. E della povertà condivisa, contrastata, abbattuta, attraverso l’affermazione dell’eguaglianza e della giustizia, questa intesa come guardiana della Libertà. 

Un Natale che trasforma la povertà in ricchezza per tutti, e i doni al divin Bambino in beni per tutti. Beni in cui il pane, di farina e di spiritualità, sia alimento per l’uomo integrale, e la scienza sia strumento anche della coscienza individuale e collettiva, affinché inondi la Politica di luce nuova e il cammino dell’umanità di un passo al contempo veloce e lento. Veloce per camminare al passo coi tempi e con la tecnica. Lento, per non lasciare indietro chi non può correre e i valori di un tempo in cui Natale era davvero il Natale. La scelta davanti a quel bivio è facile. Io ci credo. Arriverà presto. E sarà bellissimo, Natale. (fci)