BISOGNA SPENDERE DAVVERO LE RISORSE
DISPONIBILI PER INFRASTRUTTURE AL SUD

di ERCOLE INCALZA – Pochi quotidiani hanno riportato una serie di notizie che, a mio avviso, aprono una nuova fase nei rapporti tra organo centrale ed organo locale, tra Stato e Regioni. La prima notizia è sfuggita anche agli schieramenti che oggi caratterizzano la attuale opposizione al Governo, mi riferisco in particolare alla assenza, nel Disegno di Legge di Stabilità 2025, di risorse in conto capitale per l’avvio di opere infrastrutturali ed il ricorso ad un articolo, in particolare l’articolo 120, sempre del Disegno di Legge, che riporto di seguito, in cui si precisa:

Nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze è istituito un fondo da ripartire a favore delle Amministrazioni centrali dello Stato, per assicurare il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, con una dotazione complessiva di 24.000 milioni di euro, di cui 3.500 milioni di euro per l’anno 2027, 2.000 milioni di euro per l’anno 2028, 1.000 milioni di euro per l’anno 2029 e 2.500 milioni di euro annui per ciascuno degli anni dal 2030 al 2036.

Il fondo di cui al comma 1 è destinato a interventi, anche già finanziati parzialmente, che presentino un cronoprogramma procedurale compatibile con il rispetto dei saldi di finanza pubblica, nei limiti delle risorse previste per ciascuna amministrazione dal suddetto allegato. I predetti decreti sono comunicati alle Commissioni parlamentari competenti e alla Corte dei conti. I decreti prevedono le modalità di monitoraggio sui sistemi informativi del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato degli interventi e il relativo Cup, nonché la disciplina della revoca in caso di mancato rispetto del cronoprogramma.

In questo articolo, ripeto, si assegna una dotazione complessiva di 24.000 milioni di euro, disponibile però a partire dal 2027 di cui 3.500 milioni di euro per l’anno 2027. Una norma che tra l’altro contrasta con il Decreto Legislativo 93/2016, sempre in vigore, che all’articolo 2, comma 2, precisa: Le amministrazioni centrali dello Stato possono assumere impegni nei limiti dell’intera somma indicata dalle leggi di cui al comma 1. I relativi pagamenti devono, comunque, essere contenuti nei limiti delle autorizzazioni annuali di bilancio.

Quindi questa forzatura non notata neppure, come detto prima, dalla forze di opposizione denuncia chiaramente la limitata disponibilità di risorse e la corretta azione del Ministro Giorgetti di non gravare ulteriormente sul debito pubblico.

Ma proprio questa emergenza che, insisto, forse ancora non capita, ha portato il Ministero dell’Economia e delle Finanze a modificare, in modo sostanziale, il rapporto con le singole Regioni, in modo particolare con le Regioni del Mezzogiorno che utilizzano, per una quota dell’80%, le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione. Risorse che hanno visto, proprio in queste ultime settimane, la sottoscrizione, tra la Presidente del Consiglio e i Presidenti delle Regioni, degli atti con cui verranno assegnate le relative risorse.

L’Accordo siglato con la Campania porta a compimento il percorso di assegnazione delle risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021-2027 pari a 6,5 miliardi di euro, quello con la Puglia porta ad un ammontare di 4,6 miliardi di euro, ecc.

In realtà sono le uniche risorse vere che garantiranno trasferimenti da parte dello Stato verso le varie realtà territoriali e questa ormai obbligata presa di coscienza ci porta purtroppo a constatare lo stato di avanzamento della spesa, proprio da parte delle varie Regioni, di tale Fondo.

Ebbene la Ragioneria Generale dello Stato, nel bollettino bimestrale sul monitoraggio delle politiche di coesione, ha comunicato la percentuale di pagamenti sul valore dei programmi: la percentuale è pari al 2,8% cioè 2,1 miliardi di euro su un totale di 75 miliardi.

Ricordo che il Programma è partito nel 2021, cioè quasi quattro anni fa e restano solo tre anni alla fine dell’arco temporale garantito dal Fondo. Cioè non abbiamo per niente letto attentamente la triste esperienza dell’utilizzo dei Fondi di Sviluppo e Coesione del periodo 2014 – 2020. Ancora oggi dopo la scadenza di tale Fondo nel 2022 (il Fondo scadeva nel 2020 ma prevedeva una proroga fino al 2020) siamo riusciti a spendere appena 33 miliardi di euro su 84,4 miliardi di euro.

Ebbene, la ormai misurabile carenza di risorse e la contestuale incapacità della spesa da parte delle Regioni ha portato il Ministero dell’Economia e delle Finanze a dare vita ad una sorta di organismo di vigilanza. Fino ad oggi ai vari Presidenti delle Regioni bastava rispettare il pareggio di bilancio, dall’anno prossimo nella gestione della loro spesa dovranno rispondere ad una Commissione nata con un duplice obiettivo; Evitare gli sprechi, monitorare costantemente le politiche finanziarie delle Regioni per evitare che una loro cattiva gestione, una loro incapacità della spesa incrini la soglia dell’1,3 % di crescita della spesa primaria, soglia concordata dal Ministro Giorgetti con la Unione Europea ed inserita nel Piano Strutturale di Bilancio.

Concludo precisando che la ormai presa d’atto di una assenza di risorse senza dubbio ha portato il Governo ad invocare una norma che contrasta con provvedimenti già assunti in passato e, al tempo stesso, anche priva di adeguata concretezza, tuttavia questa apprezzabile coscienza ha portato, contestualmente, ad una lettura responsabile delle uniche risorse disponibili, cioè quelle del Fondo di Sviluppo e Coesione, e alla esigenza di imporre un codice comportamentale nuovo nei rapporti tra Stato e Regioni legato proprio alla capacità della spesa.

Bisogna dare atto alla Regione Campania ed alla Regione Calabria, già prima delle sottoscrizioni degli accordi tra Stato e Regioni sull’utilizzo di tali fondi, di avere, in modo organico e capillare, attivato le procedure necessarie per consentire un concreto e misurabile utilizzo delle risorse stesse.

Insisto: l’utilizzo delle risorse del Pnrr, anche con una possibile proroga, non assicurano una rilevante copertura delle esigenze avanzate dalle Regioni e quindi l’unico vero riferimento finanziario rimane il Fondo di Sviluppo e Coesione 2021 – 2027, un Fondo che ci dà un respiro finanziario certo nel prossimo biennio di 29,3 miliardi di euro; evitiamo di ripetere la triste esperienza vissuta nell’utilizzo del Fondo 2014 – 2020. (ei)

LA SESTA PROVINCIA OPPURE AREA VASTA?
PER L’ARCO JONICO L’IDEA MAGNA GRAECIA

di DOMENICO MAZZA Il dibattito sulla istituzione della sesta Provincia calabrese, in un ambiente regionale già dilaniato da un’emorragia demografica inarrestabile, la dice lunga sulla qualità delle idee messe in campo dalle locali Classi Dirigenti. Una Regione, la Calabria, in cui l’attuale numero degli Enti di secondo livello appare quasi al limite del grottesco. Con una popolazione complessiva pari a meno della metà rispetto la sola Area Metropolitana partenopea, il numero di 5 Province risulta fuori luogo e totalmente inappropriato considerata l’esigua composizione demografica del tessuto regionale. Si preferisce, quindi, sponsorizzare ulteriori inutili parcellizzazioni territoriali, piuttosto che pensare a soluzioni efficaci e volte alla creazione di ambiti ottimali. 

Amministratori e notabili, appaiono chiusi su posizioni antistoriche e irrispettose dei principi geografici della omogeneità territoriale nella creazione degli ambiti vasti. Si circoscrive un pensiero di decentramento amministrativo a un’area piccola e scarsamente rappresentativa dal punto di vista demografico, dimenticando che ogni eventuale azione di autonomia istituzionale andrebbe inquadrata nel contesto della Regione tutta, ancor prima che della Provincia di Cosenza.

Ed è così che, disconoscendo probabilmente il passare del tempo, le Classi Dirigenti dello Jonio si abbarbicano su idee tramontate da un quarto di secolo ed eclissate dalla storia. Proposte, oltretutto, talmente impalpabili al punto che gli stessi ideatori annaspano nella identificazione di quale realtà urbana debba essere il Capoluogo della eventuale Provincia della Sibaritide o della Sibaritide-Pollino. 

Sibaritide e Sibaritide-Pollino: circoscritte proposte di una Classe politica spenta e povera di idee

Una cosa è certa: la dilagante miopia politica riesce a indicare, a distanza di oltre due decenni, quanto già ampiamente cassato dagli eventi.

Da un lato si guarda l’attuale foro di Castrovillari (Sibaritide-Pollino) quale alveo naturale per costituire una nuova Provincia. Lo stesso contesto territoriale, frutto di mistificazioni e magheggi, artatamente imbastito con la complicità di alti Funzionari di Stato. Vieppiù, già ampiamente bocciato dai fatti e che ha generato una serie di disservizi alle Popolazioni della bassa Sibaritide e della Sila Graeca come a buona parte dell’Avvocatura dell’ex foro di Rossano. Non è un mistero, infatti, che molti Giuristi abbiano appeso la toga al chiodo, optando di seguire percorsi diversi da quello forense.

D’altro canto, si propaganda una proposta ibernata più di 20 anni fa (Sibaritide) e dalla quale ci si guarda bene dal definire quale Città dovrebbe assurgere allo status di Capoluogo. D’altronde, talmente precaria e priva di un equilibrio concettuale, ancor prima che normativo, è la rabberciata proposta che promuovere una Città piuttosto che un’altra potrebbe significare far crollare come le tessere di un domino un’idea dai piedi d’argilla.

Omogeneità territoriale: il faro prospettico per una narrazione inclusiva e ottimale degli Enti intermedi

Rivoluzionario, al contrario, il concetto di partire da un’analisi complessiva del territorio calabrese, per delineare coerentemente il perimetro ottimale in cui inquadrare gli ambiti vasti e dalle omogenee peculiarità. In questo contesto nasce e si consolida l’idea Magna Graecia, non già nel semplicistico tentativo di creare ulteriori piccoli Enti inutili. Organismi decentrati, i richiamati, che, quand’anche venissero concessi, favorirebbero la parcellizzazione territoriale fine a sé stessa, ma senza quella autonomia politica necessaria a consentire lo slancio evolutivo per quei contesti geografici marginalizzati da deviate politiche centraliste. Ciò a cui l’Arco Jonico sibarita e crotoniate dovrebbe aspirare, invero, è la creazione di un ambiente geo-politico autonomo e indipendente nelle scelte. Inutile, se non dannoso, un rabberciato decentramento amministrativo circoscritto alla sola piccola Sibaritide che non determinerebbe alcun cambiamento nelle attuali linee guida della politica calabrese. Le stesse geometrie, cristallizzate sulla storica spartizione del potere politico regionale suddiviso a tre teste: quelle dei Capoluoghi storici. 

Parlare di omogeneità tra ambiti come la Sibaritide e il Crotonese è la cosa più naturale che ci sia. Agricoltura, marinerie, rigenerazione dei siti industriali, comune politica infrastrutturale, policentrismo amministrativo sono solo alcuni degli argomenti che già ampiamente giustificherebbero una visione politica comune. Al contrario, parlare di affinità tra contesti vallivi e aree di costa sarebbe come pensare di mettere insieme acqua e olio sperando in una loro miscelazione. Le economie che caratterizzano i contesti della val di Crati sono diverse se non opposte a quelle peculiarità tipiche dello Jonio. 

Qualcuno ricorda che la problematica relativa alla velocizzazione del binario jonico insieme all’ammodernamento della statale 106 sia stata una delle priorità del contesto vallivo della Calabria? Qualche luminare della politica ha memoria riguardo l’interesse delle Popolazioni dell’Esaro, del Pollino, della valle del Crati a opporsi alla realizzazione di abominevoli e violenti parchi eolici al largo delle coste joniche? 

Ecco, taluni archetipi per i quali bisognerebbe favorire la nascita di ambienti politici congeneri tra aree come quelle rivierasche e pedemontane afferenti all’alto e medio Jonio calabrese. Semplicemente, perché affrontare le affini problematiche con la forza dei numeri, potrebbe favorire azioni volte a sviluppare politiche risolutive ed efficaci. 

Abrogare atteggiamenti di chiusura mentale per aprirsi alla coesione territoriale tra aree a interesse comune 

In tutta l’area della Sibaritide è oltremodo sterile e pregiudizievole erigere barriere contro quei territori con i quali si condividono le medesime problematiche e le inespresse potenzialità. Atteggiamenti di chiusura mentale verso il contesto Crotonese non dimostrano lungimiranza politica. Semmai amplificano lo scollamento dalla realtà che buona parte  delle Classi Dirigenti della Sibaritide, a oggi, hanno ampiamente mostrato di detenere. Non si spiega altrimenti l’approccio microcefalico rivelato dall’Establishment sibarita verso i contesti posti oltre Cariati. Probabilmente, comportamenti storici di prona riverenza politica a Cosenza e dintorni hanno offuscano il pensiero, impedendone la lucidità. 

Quando l’embrionale idea di decentramento territoriale non si traduce in un processo di autonomia politica ancor prima che amministrativa, l’eventuale operazione si riduce alla creazione dell’ennesimo carrozzone politico. Utile, forse, a un’improvvisata Élite politica per raccogliere effimeri consensi elettorali, ma con la consapevolezza di non modificare in alcun modo i deviati equilibri che vogliono l’Arco Jonico essere l’ultimo territorio di una Regione già ultima in Italia. λ

(Comitato Magna Graecia)

IL DRAMMA DELLA SANITÀ E IL SILENZIO DI
OCCHIUTO IN UNA TERRA CHE GRIDA AIUTO

di GIANFRANCO TROTTA –Un nuovo anno si apre per la Calabria con l’incancrenirsi di piaghe su cui da tempo come Cgil abbiamo sollevato l’attenzione ottenendo risposte spesso scarne da parte della Regione.

Ci tocca purtroppo dovere notare che a parte la presenza al Capodanno di Reggio, il presidente Occhiuto non ha ritenuto di doversi muovere o di intervenire sui fatti altamente drammatici di San Giovanni in Fiore e non solo.

Nonostante le tragedie che da anni siamo costretti a vivere a causa della mancanza di medici a bordo delle ambulanze (ultima la morte a San Giovanni in Fiore di un 48enne), nonostante i tributi di sangue versati dai cittadini calabresi per le inadempienze del sistema sanitario, la carenza di personale, per liste d’attesa con tempi fuori da qualunque ragionevole e utile possibilità di intervento sia in ambito emergenziale che di prevenzione, nonostante tutto ciò si permette che l’Asp di Cosenza segni il passo con quattro posti letto a pagamento, mentre all’appello ne mancano nell’area circa 300.

La recente relazione annuale del garante regionale della Salute non ha fatto sconti e ha raccontato le percentuali drammatiche di carenze e falle che pesano come macigni sui cittadini e su un personale sanitario drammaticamente sotto numero. Eppure l’Asp di Vibo aveva anche paventato l’ipotesi di non rinnovare i contratti del personale infermieristico. Ci troviamo, insomma, di fronte ad un’angosciante epopea in cui si ha la sensazione che si scambino vicoli ciechi per vie d’uscita.

Bisogna, poi, puntare l’attenzione poi sulla mancata realizzazione della nuova linea ferroviaria ad Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria, un progetto che sembra essersi eclissato dai programmi del governo e delle Ferrovie dello Stato.

Un investimento di oltre nove miliardi di euro, già finanziato, non può essere dimenticato – afferma Trotta – anche perché esiste uno studio di fattibilità elaborato di recente dalla stessa RFI e costato all’incirca 30 milioni di euro. La mancanza di chiarezza e la continua revisione dei programmi da parte del Governo non possono diventare un alibi per negare a una regione la possibilità di crescere.

Inoltre, la chimera dell’Alta Velocità si affianca ad un’autostrada con continui lavori e chiusure, difficoltà infrastrutturali e un territorio estremamente fragile dal punto di vista idrogeologico che non può contare su un adeguato sistema di manutenzione.

Due immagini rendono drammaticamente l’idea dell’immeritato grado di isolamento a cui la Calabria si sta convertendo. Da un lato l’alluvione nel Lametino dello scorso ottobre, frutto di una mancata manutenzione del territorio che già nel 2018 aveva mietuto tre vittime e il prolungarsi dei problemi di viabilità della località coinvolte. Dall’altro l’impennata dei prezzi delle tariffe aeree per la Calabria nel periodo natalizio che hanno costretto migliaia di lavoratori e studenti fuori sede a non potere rientrare nella loro terra. Tutto questo nel silenzio del presidente Occhiuto.

Ecco perché è necessaria una grande mobilitazione regionale, in continuità con le manifestazioni già avvenute nei territori, in cui rivendicheremo il diritto alla salute e alla cura all’interno di una sanità pubblica realmente accessibile e universale e quello di vivere nella propria terra senza abdicare al diritto a curarsi, alla prevenzione, all’assistenza. Presenteremo le nostre proposte e rivendicazioni perché non ci interessa costruire muri ma guardare al futuro! (gf)

[Gianfranco Trotta è segretario generale Cgil Calabria]

ALTA VELOCITÀ, LE RISORSE NON MANCANO
È NECESSARIA CHIAREZZA SUL TRACCIATO

di NINO MALLAMACILa Calabria, per la collocazione geografica e la peculiare morfologia del suo territorio, è più un’isola che una penisola, caratterizzata perciò da una marginalità che solo vie di comunicazione moderne e veloci possono abbattere. Iritardi nella progettazione sono non di rado causa di slittamenti dei finanziamenti e quindi della realizzazione delle opere.

Francesco Russo, professore ordinario di ingegneria dei trasporti presso l’Università Mediterranea, da noi interpellato, allarga il discorso alla politica – di qualsiasi schieramento, precisa – che dimostra scarso interesse alla pianificazione e quindi alla progettazione. Secondo lui, inoltre, si dovrebbe rivedere tutto il piano per l’alta velocità e le linee ferroviarie calabresi in generale.Mancano i progetti. La soluzione potrebbe venire dalla Regione, che dovrebbe supportare la loro redazione. Dirò una cosa che può apparire strana: l’unica cosa che non manca in Italia sono i fondi, principalmente per investimenti e infrastrutture, perché arrivano dall’Europa e dallo Stato.

– Quindi, nonostante il ponte sullo Stretto dreni molte risorse ci sarebbero i fondi per fare altro?

«Ne sono convinto, quello che manca sono i progetti».

– Come si risolve questo problema? Dovrebbe entrare in campo la Regione?

«La Regione deve prendere in mano la partita, così come è stato fatto, ad esempio, nel 2017, quando bisognava realizzare le banchine lato est nel porto diGioia Tauro, i cui lavori sono stati completati quest’estate. La questione da affrontare è quella della progettazione. Se non si hanno i progetti completi non si fa niente».

– Ma perché non ci sono i progetti?Supponiamo che per un progetto per l’alta velocità occorrano 1, 2 o 3 anni; per reperire le risorse altri 3; per realizzare l’opera ulteriori 10. In sostanza, l’opera programmata sarà pronta, se tutto va bene, in 15 anni. Oggi la politica, senza distinzione di schieramenti, è fatta purtroppo di informazioni fast food, di cose da portare all’incasso subito in termini di pubblicità, immagine. Uninfrastruttura che richiede 15 anni non porta lustro a nessuno. Su questa impostazione la società civile, i giornali, i cittadini si devono impegnare per fare presente che è cruciale, ad esempio, fare un’alta velocità che vada fino a Metaponto e poi a Sibari, perché è l’unico modo per salvare la Calabria. Giornali, Università, scuole, circoli culturali dovrebbero pretendere un‘azione politica con una lettura strategica: oltre al fast food dell’oggi va guardata la prospettiva, il futuro».

– Torniamo all’alta velocità in Calabria. Un problema è quello del tracciato.

«L’attuale proposta di tracciato presenta un problema enorme che io definisco “di doppio curvone”. La linea da Salerno punta verso est fino a Romagnano e poi torna a Praia a Mare. Il tragitto deve invece essere dritto, da Battipaglia a Praia a Mare».

Perché è stata operata questa scelta?

«La Battipaglia – Romagnano è sulla linea Battipaglia Cosenza, ed è giusto, così com’è giusto che venga realizzata la Potenza – Metaponto perché la Basilicata ela Puglia lato jonico devono essere collegate. Ma, come ho più volte detto, la Battipaglia Romagnano Potenza Metaponto non basta: va collegata anche la piana di Sibari. così la linea jonica dell’alta velocità sarebbe Battipaglia – Romagnano Potenza – Metaponto Sibari. La tirrenica, invece, andrebbe da Battipaglia direttamente a Praia a Mare, per poi proseguire per Lamezia, Vibo e Reggio, non virare verso Romagnano per poi tornare sulla costa tirrenica».

– Si allunga anche il percorso invece di accorciarlo!

«Pensiamo semplicemente al teorema di Pitagora: ci sono i 2 cateti, uno Battipaglia Romagnano e l’altro Romagnano Praia.L’ipotenusa è sempre più corta, quindi va realizzato il percorso dritto Battipaglia – Praia a Mare, non tutto il gran giro cui hanno pensato. Tutto ha un senso se alpercorso tirrenico si affianca l’alta velocità fino a Sibari. A questo punto avremmo Sibari testata alta velocità ionica, Reggio con Villa testata alta velocità tirrenica.Ora è stato ripreso un progetto che avevamo (giunta Oliverio, con Russo assessore ai trasporti, n.d.r.) posto in campo nel 2017 per l’elettrificazione della ferrovia jonica. Con l’elettrificazione della jonica e l’alta velocità fino a Sibari si può partire con frecciargento da Crotone…».

–… e una volta a Sibari si passo dall’altra parte, sulla tirrenica, e si arriva a Roma.

Esatto: Sibari Metaponto Potenza Salerno Napoli Roma, in 3 ore. Inoltre, per il 2030 è previsto il completamento della nuova galleria Santomarco (Paola Cosenza)che sbuca 3 km a nord dell’Università di Arcavacata. Siccome da Cosenza a Sibari la linea ferroviaria è nuovissima si collega rapidamente Paola con Sibari. Da Cosenza si può andare a Sibari oppure a Paola, quindi Cosenza si trova al centro di tutta la partita. Andando giù, si sta sistemando la Catanzaro Lido Lamezia. Quindi avremmo un sistema che per i prossimi 100 anni porterebbe in Calabria sviluppo lavoro occupazione.

– Importantissimo questo collegamento, perché per la nostra regione uno dei problemi di sempre è stato quello dell’attraversamento da una costa all’altra, dal Tirreno allo Jonio e viceversa.

«Però se, in questo momento, si passa da Lamezia a Catanzaro Lido, ci si trova il nulla. Se invece si avesse tutta la linea jonica elettrificata, si arriverebbe a Crotone rapidamente e, se fosse accettata l’idea di fare arrivare l’Av fino a Sibari, in 3 ore a Roma».

– Quale sarebbe l’impatto dell’Av sull’economia?

«L‘Italia del nord ha un sistema poderoso di alta velocità. Lì ha prodotto un incremento differenziale di Pil dell’1 %. La Calabria negli ultimi 10 anni ha viaggiato in media con un incremento annuo dello 0,6/0,7 di PIL. Significa quindi più del raddoppio del Pil della Calabria, il che cambierebbe la storia della regione, il modo di percepirla in Europa e nel mondo. Penso ai piccoli artigiani e commercianti, ai professionisti, ai piccoli industriali, a tutta l’economia importante e di qualità che abbiamo. Si rende conto che significa arrivare in Calabria, arrivare a Sibari da Roma in meno di 3 ore?».

– Significa proprio abbattere la marginalità della Calabria.

«Penso a Sibari perché è una delle aree produttive più importanti della Calabria per l’agricoltura, l’industria, il meccanico leggero. Non a caso Baker Hughes ha pensato a Corigliano. C’è tutto un territorio di piccole imprese meccaniche e metalmeccaniche di grandissima qualità. A parte la storia, la cultura, l’archeologia. Quella zona può esplodere e diventare locomotiva per tutta la Calabria. Per questo, come ho sempre difeso la linea Av tirrenica, allo stesso modo dico facciamo la linea ionica…».

– Perché sarebbe fondamentale per collegare tutta quella zona con le aree produttive del Paese.

«Dobbiamo tutelare gli interessi di tutta la Calabria: della piana di Lamezia, della Locride, costruendo modelli di accessibilità per garantire un futuro non legato all’assistenza. Il futuro lo cambiamo con l’inserimento nei grandi sistemi economici nazionali. Se da Sibari a Roma ci si impiega meno di 3 ore si cambia la storia della Calabria. Allo stato insomma il collegamento non esiste proprio. L‘unica cosa poco più decente che abbiamo è il treno (una scelta della giunta Oliverio) che parte da Sibari e va a Bolzano. Ma sempre via Cosenza e Paola.Se invece si fa arrivare l’A.V. a Sibari, in meno di 3 ore si arriva a Roma. Così facendo, inoltre, con i due tratti che, partendo da Metaponto, vanno a Sibari e a Taranto, si integrano i porti di Corigliano e Taranto».

– Lei ci ha detto che il padre di tutti i problemi è la carenza nella progettazione. Ma noi abbiamo anche fior di università che sfornano professionalità che poi vanno a operare altrove. Daremmo quindi anche un’occasione di lavoro gratificante e di qualità a questi calabresi.

«La Calabria ha la possibilità di fare tutto quello che vuole, ha qualità formidabili. Pensi che ci sono ragazzi calabresi professori ordinari di Trasporti nelle più importanti università fuori regione. A Roma Tor Vergata, per esempio, sono tutti ragazzi calabresi che hanno vinto i concorsi più difficili».

Insomma, ancora una volta, grazie in questo caso al professore Russo, abbiamo l’opportunità di saggiare le potenzialità di questa nostra regione. Quando giungerà il tempo in cui la Calabria sarà capace di tradurle in realtà? Una domanda che fluttua nell’aria e rimane senza risposta. (nm)

LEGGE DI BILANCIO 2025, C’È UN GRANDE
ASSSENTE: NON SI PARLA DI MEZZOGIORNO

di ERCOLE INCALZA – Leggendo il Disegno di Legge di Stabilità 2025 nasce spontaneo un interrogativo: e il Mezzogiorno? Cioè quali siano o quali possano essere le risorse che il Governo intenda assegnare, sotto varie forme (in conto esercizio e in conto capitale) alla infrastrutturazione del Sud?

Io, in modo forse ripetitivo, ricordo sempre che la legge 27 febbraio 2017, n. 18, dispone che la quota delle risorse ordinarie delle spese in conto capitale a favore delle otto regioni del Mezzogiorno non sia inferiore al 34% del totale nazionale. Quest’ultimo valore non è casuale, in quanto è analogo al peso che la popolazione del Meridione ha sull’intero aggregato nazionale. Inoltre nella legge Finanziaria del 2005, era stato precisato che le Amministrazioni centrali si dovevano conformare all’obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale.

Ma dal 2018 al 2022, se andiamo a leggere le dichiarazioni di Ministri del Mezzogiorno come Barbara Lezzi o Giuseppe Provenzano o Mara Carfagna e di Ministri delle Infrastrutture e dei Trasporti come Danilo Toninelli o Paola De Micheli o Enrico Giovannini, scopriamo che era davvero scandaloso assegnare solo il 34%; una percentuale ridicola che non avrebbe mai incrinato il gap tra Sud e resto del Paese; almeno bisognava assegnare il 50% e il Ministro Giovannini dichiarò, addirittura, la soglia del 60%.

Appare evidente che allo stato attuale le risorse assegnate per interventi infrastrutturali rilevanti, sì per le cosiddette “opere strategiche”, nel Mezzogiorno dal 2015 ad oggi non superano, come preciserò dopo, il 6,5% del valore globale degli interventi infrastrutturali del Paese.

Ritengo opportuno precisare che in tale analisi non ho ritenuto opportuno inserire le risorse destinate al Ponte sullo Stretto di Messina perché non ho, in tale indagine, inserito gli interventi relativi al nuovo valico Torino – Lione, al Terzo Valico dei Giovi ed al Brennero; infatti ho sempre ritenuto questi quattro interventi come scelte mirate a realizzare i quattro anelli mancanti in grado di integrare il nostro impianto trasportistico con l’intero impianto comunitario.

Per questo motivo le opere infrastrutturali ubicate nel Mezzogiorno per le quali ci sono apposite risorse e sono in corso iniziative progettuali e realizzative sono: Un primo lotto dell’asse ferroviario ad alta velocità – alta capacità Salerno – Reggio Calabria per un importo di circa 2,2 miliardi di euro; Il collegamento ad alta velocità – alta capacità Napoli – Bari per un importo di circa 5,8 miliardi di euro; Alcuni lotti funzionali degli assi ad alta velocità – alta capacità Palermo – Messina e Messina – Catania per un valore globale di circa 3,8 miliardi di euro; Alcuni lotti (uno in costruzione altri in fase di appalto) della Strada Statale 106 Jonica che collega Taranto con Reggio Calabria per un valore globale di 4,3 miliardi di euro; Alcuni lotti dell’asse viario Palermo – Agrigento – Caltanissetta per un valore globale di circa 700 milioni di euro; Asse ferroviario ad alta velocità Taranto – Potenza – Battipaglia per un valore di circa 500 milioni di euro; Reti metropolitane e ferroviarie urbane di Napoli, Palermo e Catania per un valore globale di circa 900 milioni di euro.

Il valore globale di queste assegnazioni si attesta su un valore di 18,2 miliardi di euro e tutte sono opere previste nel Programma delle Infrastrutture Strategiche della Legge Obiettivo, opere che fino al 2022, escluso l’asse ad alta velocità Napoli – Bari, erano praticamente rimaste bloccate per scelta dei Governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2 e Draghi. Il valore del Programma della Legge Obiettivo era pari a circa 277 miliardi di euro (valore questo che non tiene conto, come detto prima, del valore dei valichi e del Ponte sullo Stretto) per cui i 18,3 miliardi di euro rappresentano appena il 6,5%.

Ma questa mia denuncia è davvero ridicola perché basata sulla logica delle risorse assegnate al Sud, una logica che, purtroppo, dopo molto tempo, ho capito che è solo un atto mediatico utile per testimoniare la esistenza di una volontà che si è trasformata in atti concreti solo con la Legge Obiettivo, dopo, invece, è rimasta solo una dichiarazione di buone intenzioni.

Pochi mesi fa ho fatto presente, in alcune mie note, che forse l’attuazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) possono essere invece una prima misurabile occasione per uscire da questo equivoco e, soprattutto, un simile approccio ci farebbe scoprire che sarebbe necessario disporre per azioni infrastrutturali e servizi al Sud pari ad un valore di circa 14 miliardi di euro all’anno per un arco temporale di almeno dieci anni.

In realtà, quindi, la misura di un vero cambiamento dell’azione del  Governo nei confronti del Mezzogiorno non dovremmo più misurarla solo con queste percentuali inutili sul valore globale degli investimenti ma dovremmo convincerci, una volta per tutte, che l’unico modo per tentare di abbattere il gap del Sud nei confronti del Centro Nord, l’unico modo per evitare che il reddito pro capite medio si attesti sempre su un valore di 21 mila euro contro i 40 mila del Nord, l’unico modo per riconoscere al Mezzogiorno il suo ruolo chiave nel contesto nazionale e comunitario, l’unico modo per non rimanere, all’interno della Unione Europea, insieme alla Germania dell’Est la realtà economica incapace di crescere, l’unico modo è solo legato ad una azione organica nella omogenizzazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni.

Una azione che deve essere caratterizzata da iniziative non solo infrastrutturali ma anche in interventi capillari sulla miriade di servizi offerti: da quelli sul trasporto pubblico locale a quelli relativi alla offerta dei servizi sanitari e scolastici, ecc.

Ed allora, non avendo trovato risorse in conto capitale nel Disegno di Legge di Stabilità 2025 ho cercato quante risorse fossero state previste per l’attuazione dei Lep e non ho trovato alcuna risorsa e questa dimenticanza mi ha davvero preoccupato.

Addirittura ho pensato che il Governo speri, il prossimo 12 novembre, in una bocciatura, da parte della Consulta, della Legge n.86 del 26 giugno 2024 relativa all’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma della Costituzione. Sì è l’unico modo per evitare che una norma aggravi ulteriormente le sorti del Sud soprattutto perché, non disponendo il Governo di risorse, provocherebbe solo un rischioso conflitto non solo tra le Regioni del Sud e quelle del resto del Paese ma, addirittura, tra le stesse Regioni del Mezzogiorno. Mi spiace ma questo è uno dei primi passi falsi dell’attuale Governo. (ei)

OCCHIUTO, SANITÀ IRRISOLTA IN REGIONE
OPPOSIZIONE FIACCA E NUOVI GATTOPARDI

di SANTO GIOFFRÈ  – Al punto nefasto in cui è stata buttata la Calabria, dove il tragicomico è il tratto dominante dell’andazzo, è da pidocchiosi tacere. Partiamo da Occhiuto e dalla sua maggioranza che da 6 anni governa la Calabria. L’ultimo trionfo attraverso cui il Governatore è giunto in quel posto, più che merito suo, è stato per l’inconsistenza di chi diceva di essere, sempre, altro diviso in tre: un coacervo di niente, allegrotti partenopei in weekend nel blu mare calabro, dispersi nel deserto. Una passeggiata per Occhiuto che, da subito, individua nella sanità il facile strumento del buon e redditizio governo del consenso. Chiede e ottiene poteri assoluti, in quel campo, da Draghi, il peggiore governante di tutti perché cinico e bancario. Solo che Occhiuto, quando va a mescere dentro il ritenuto ricco carniere della Sanità calabra, non solo perde il cucchiaio ma ci rimette, pure, il braccio. In Calabria, l’assistenza sanitaria, come servizio da fornire alla gran parte dei Calabresi, non esiste più (Rapporto Gimbe, The Lancet, tele Meloni…).

Nella fornitura dei servizi ai cittadini, però! In altri compartimenti dello stesso settore, il grasso cola ancora. Eccome se cola! Tanto che viene istituita l’Azienda Zero, per regimentare e governate questo grasso, mentre l’osso rimane alle Asp e, contemporaneamente, per accompagnare al meglio le azioni del governo, l’idea e la messa in orbita di un apparato mediatico di diffusione della notizia tale da far apparire i tramonti come radiose Aurore, così care a Eos dalle mani colorate. Tenendo conto che non ci sono più medici, in Calabria, e che non ce ne saranno mai più, a causa dei disastri causati dal Piano di Rientro, mai voluto risolvere, unico caso in Italia, perché risolverlo avrebbe comportato la fine dei ventennali, tranquilli saccheggi di danaro pubblico, stimo io, di ben 3 miliari dal 2000 fin ora, da parte di un protetto sistema criminale che delle dinamiche di quel Piano ne gestisce e controlla le fasi ed ne esercita il dominio assoluto, qualche conto incomincia a non tornare.

D’altronde, fin dal 2009, il Governo, con complicità in loco, ci tratta non come persone, ma alla stregua di numeri. Occhiuto, allora, inizia una serie di manovre di contenimento. La prima, intuendo l’imminente collasso del sistema, che lo esporrebbe a gravi rischi, visto il ruolo preteso e ottenuto, fa arrivare ben 343 medici dalla Repubblica Comunista di Cuba, validissimi Professionisti, lui anti-comunista da sempre, da usare come tampone nelle postazioni più sensibili: PS, emergenza/urgenza a tempo determinato e, cioè, fino alla fine del suo mandato, calmierando, così e momentaneamente, le cose. La seconda cosa, dicevo, è l’Azienda Zero; la terza, la messa in opera di una poderosa campagna, da parte delle Asp, di transazioni, principalmente con BFF, con finalità di pagare i debiti della sanità, senza, però, fare una ricostruzione rigorosa della storia delle fatture, col rischio che il debito, attraverso titoli di riconoscimento del credito, conservati in casseforti o in tasche sicure, possa ripresentarsi negli anni che verranno.

In questa operazione, è stato aiutato dal Governo con una strana legge di contabilità unica in Europa. Dire che su queste cose c’è un’inchiesta della Procura di Milano, in atto, non m’interessa proprio, perché io parlo di politica. Forse, visto il suo prestigio, al suo governo, invece delle favole, avrebbe potuto suggerire, conoscendo lo stato dell’arte e dell’abisso in cui sono precipitati i parametri vitali della Regione, di fare 2+2. Dopo aver dato ben 15 miliardi per un’opera devastante e inutile, il Ponte sullo Stretto, di ritornarci altrettanti miliardi, a noi sottratti tra ruberie e trasferimenti di risorse al Nord per curarci, al fine di poter reperire medici, invogliandoli a venire in Calabria. Parlo, per capirci, delle materie non LEP, quelle che il Nord userà per abbuffarsi di servizi e oltre, con i nostri soldi e che Occhiuto, da vice-presidente di FI, gli ha concesso, mentre ai calabri vendeva la storiella dell’essere il tosto, feroce oppositore di ciò che lui stesso ha concesso al Nord, votando, con cognizione e volontà, la legge sull’Autonomia Differenziata.

Ma non solo… Ad ogni disastro sanitario che accade in Calabria, la potente macchina mediatica, con abilità che va riconosciuta, racconta altro: di aeroporti pieni (e ferrovie abbandonate), di strade favolose, di spettacoli strepitosi di fine anno, di fiere roboanti dove l’agricoltura calabrese, si e no, compete, quasi con i ranchero texani per, poi, ritrovarla in pieno medioevo, di rigassificatori e bombe ecologiche a iosa, di finanziamenti per ogni dove, soprattutto ai consoni, di una Film Commission che tutto fa, meno che promuovere la filmografia paesaggistica calabra, come da statuto.

Solo che, però, la narrazione, di colpo, si è rotta: la gente incomincia a morire per mancanza di medici, posti letto, divisioni ospedaliere, autoambulanze, strade. Certo, bisogna pur dire che gran parte delle responsabilità sono dell’altra parte, la cosiddetta opposizione consiliare, partitica, sociale, che tace sempre, oltre qualche folkloristico, raro sussurro e grida e che ha sempre accompagnato l’agire di Occhiuto, dentro un silenzio ecclesiale.

Addirittura, arrivando a proporre leggi da lui, o dalla sua maggioranza, suggerite. Certo, qualcuno, come l’ottimo Antonio Lo Schiavo, ha cercato, in solitudine, di non essere inutile, portando avanti battaglie che tutti dovevano ed avevano l’obbligo di fare. Ora, all’avvicinarsi del formaggio, rivedo movimenti delle solite facce e faccendieri, piccoli Gattopardi, che pensano che non importa, tanto, perdere è bello. L’importante è che ci siano sempre loro ad auto-garantirsi per continuare a tradire il proprio mandato. Io, a costo di rimanere solo, con mizzicu, non starò zitto e sapete cosa vuol dire il mio non silenzio, per la miseria. (sg)

AUTONOMIA, 10 DOMANDE E 10 RISPOSTE
IN ATTESA DELL’ESITO DELLA CONSULTA

di ERNESTO MANCINIIl prossimo 20 gennaio la Corte Costituzionale deve decidere in via definitiva se ammettere o meno il referendum per l’abrogazione della legge Calderoli sull’autonomia regionale differenziata. La decisione, in senso favorevole allo svolgimento del referendum, appare molto probabile ma non scontata.

È infatti accaduto che la legge Calderoli sia stata molto rimaneggiata dalla precedente sentenza della stessa Corte del 14 novembre scorso che aveva dichiarato incostituzionali parti essenziali di tale normativa cancellandole dall’ordinamento giuridico oppure imponendo, come vedremo di qui a poco, interpretazioni ed applicazioni costituzionalmente orientate.

Ed è perciò che il quesito referendario originario formulato con la raccolta delle firme l’estate scorsa (“volete voi abrogare la legge n. 86 del 26 giugno 24 sull’autonomia regionale differenziata?”) è stato riformulato a cura dell’Ufficio per il Referendum della Corte di Cassazione sentito il Comitato promotore, nel seguente modo: (“volete voi abrogare la legge n. 86 del 26 giugno 24 sull’autonomia regionale differenziata come risultante dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 192/94? – Abrogazione totale) 

D’altra parte, la Corte Costituzionale non può non prendere atto che con le firme raccolte l’estate scorsa a cura del Comitato promotore del referendum (ben 1.300.000 firme) si chiedeva l’integrale abrogazione e non quella parziale. 

In vista dell’imminente decisione del Giudice Costituzionale conviene riepilogare qui di seguito come stanno ad oggi le cose. Seguiremo il metodo F.A.Q. – Frequently Asked Questions – cioè domande e risposte frequenti per una rapida conoscenza degli aspetti principali della fattispecie in esame.

 

1) Perché la legge Calderoli sull’autonomia regionale differenziata è stata definita “legge spezza Italia”?

La legge Calderoli è stata definita “legge spezza Italia” perché si propone di trasferire alle Regioni in modo differenziato, e segnatamente alle regioni più ricche, poteri che spettano allo Stato, con ciò minando l’unitarietà e la indivisibilità della Repubblica. Questo giudizio è pressoché unanime da parte di costituzionalisti, economisti, esperti di regionalismo e di finanza pubblica. Anche importanti istituzioni, centri di studio ed associazioni si sono espressi nettamente contro; tra questi: Banca d’Italia, Confindustria, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Svimez, Anci, Acli, Anpi, Conferenza Episcopale, Sindacati maggiormente rappresentativi, e così molti altri.

2) Qual è il ruolo svolto dalla Corte Costituzionale nei confronti di tale legge?

La Corte Costituzionale è un organo di vertice dello Stato a cui spetta giudicare se una legge sia illegittima o meno e cioè se essa contrasti o meno con i princìpi della Costituzione. Va ricordato che la Costituzione è la legge fondamentale della Repubblica cioè una legge sovraordinata a tutte le altre sicché nessuna legge ordinaria può contrastare con essa. Quando vi è contrasto, come avviene con la legge Calderoli, la Corte Costituzionale ne dichiara la illegittimità e la cancella in tutto od in parte dall’ordinamento. 

3) Su quali premesse la Corte Costituzionale fonda il proprio giudizio di illegittimità sulla legge Calderoli?

Nella premessa della motivazione la Corte afferma che qualsiasi legge che riguardi il regionalismo italiano non può derogare ai princìpi fondamentali di unitarietà ed indivisibilità della Repubblica nonché di solidarietà ed uguaglianza dei cittadini. Si tratta di princìpi molto chiari così come vengono codificati dagli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione. Già di per sé questa affermazione della Corte impedisce di poter differenziare i poteri delle Regioni quando tale differenziazione, come nel caso della legge Calderoli, comporta frammentazione e competizione anziché unità e cooperazione.

4) Qual è la principale censura che la Corte Costituzionale muove alla legge Calderoli sull’autonomia differenziata? 

La Corte dichiara illegittima la legge Calderoli perché consente di trasferire alla competenza esclusiva di alcune regioni più “materie”, cioè poteri pubblici sia legislativi che amministrativi. Si tratta di materie fondamentali dell’agire pubblico quali, per esempio, la pubblica istruzione, la sanità, la tutela dell’ambiente, i trasporti, l’energia ecc. ecc. (in tutto 23). Per tali materie lo Stato non avrebbe più avuto, stante la devoluzione esclusiva a singole regioni, una posizione di sovra ordinazione rispetto ad esse. Lo Stato, in altri termini, sarebbe stato estromesso da ogni competenza, perfino quella di indirizzo e di controllo dell’operato regionale.

5)  Qual è la differenza tra il regionalismo originario e quello voluto dalla legge Calderoli? 

Il regionalismo italiano fu voluto dai Padri e dalle Madri Costituenti fin dal 1948, e poi attuato negli anni ’70 come sistema che valorizzasse le autonomie territoriali e la partecipazione dei cittadini alle istituzioni a loro più vicine. La legge Calderoli, però, tradisce la volontà originaria dei Costituenti perché spinge il regionalismo al punto di dargli consistenza di separatismo e, comunque, di differenziazione esasperata ed egoistica in ragione della maggiore ricchezza di alcune regioni rispetto ad altre. La conseguenza è il disordine istituzionale, la frammentazione ed il caos nel funzionamento di tutte le attività legislative e di pubblica amministrazione e ciò a danno dei cittadini, delle imprese e di qualsiasi altra componente sociale. 

6) È vero che la legge Calderoli, come sostengono i suoi fautori, non fa altro che applicare il nuovo titolo V della Costituzione così come introdotto nel 2001?

Non è vero. La legge Calderoli tradisce anche il nuovo Titolo V della Costituzione introdotto nel 2001. Tale normativa, infatti, pur prevedendo la possibilità di attribuire più autonomia, giammai consente, neppure implicitamente, la possibilità di trasferire intere materie alle regioni svuotando lo Stato delle competenze originarie attribuitegli. E su ciò la Corte Costituzionale è stata molto chiara impedendo, come si è detto, che alle regioni fossero trasferite disinvoltamente ed in via esclusiva le materie e cioè i poteri legislativi ed ammnistrativi dello Stato.

7) Il Giudice delle Leggi esclude la devoluzione delle “materie legislative ed amministrative” ma ammette la possibilità del trasferimento di alcune “funzioni”. Cosa significa?

Intanto significa che i poteri dello Stato rimangono inalterati poiché su tutte le materie che il Titolo V già prevede col sistema della concorrenza (rectius: cooperazione) Stato/Regione (istruzione, sanità, ambiente, trasporti, ecc.) rimane allo Stato il potere di legiferare sui principi fondamentali da cui le Regioni non possono discostarsi. Per esempio: la scuola resta statale e non può diventare regionale, il Servizio Sanitario rimane Nazionale e continuerà ad articolarsi nelle regioni da un punto di vista organizzativo, come già avviene per effetto della Riforma Sanitaria del 1978 (legge n.833/78).

Inoltre, per la devoluzione di singole  funzioni la Corte stabilisce che per specifiche esigenze possono trasferirsi singole funzioni  (non materie) ma ciò deve essere adeguatamente giustificato, deve essere preceduto da adeguata istruttoria , deve riguardare specifiche esigenze del territorio, deve  essere fatto ex parte populi e non ex parte principis; in altri termini non deve essere un mero trasferimento di potere dallo Stato a singole Regioni solo per accrescere il potere di queste a danno di quello ovvero a danno delle altre regioni e, più in generale,  a danno della Repubblica considerata come soggetto unitario. Per esempio, la “funzione assistenza ospedaliera” che fa parte della “materia sanità” è comune a tutte le regioni e non specifica di alcune per cui non può configurarsi alcuna differenziazione di poteri di una regione rispetto ad un’altra. 

8) In che cosa consistono i princìpi del bene comune e della sussidiarietà richiamati dalla Corte?

Il principio del c.d. “bene comune” comporta che non si dovrà avere riguardo solo all’interesse della singola regione bensì all’interesse pubblico che è interesse comune a tutti. Afferma al riguardo la Corte che la differenziazione non deve essere un fattore di disgregazione dell’unità nazionale e della coesione sociale, ma uno strumento al servizio del bene comune della società e della tutela dei diritti degli individui e delle formazioni sociali.

Ma non basta. La Corte insegna altresì che tutte le scelte devono applicare anche il c.d. “principio di sussidiarietà”. Si tratta del principio per cui una funzione pubblica può essere collocata verso il basso o verso l’alto (Comuni, Regione, Stato e addirittura Unione Europea) allorché si stabilisca che il modo più adeguato per svolgere tale funzione appartenga all’uno od all’altro di questi livelli secondo un principio di corretta distribuzione delle competenze per una maggiore efficacia delle politiche di riferimento. In materia di tutela ambientale, per esempio, è di tutta evidenza che interventi efficaci devono farsi a livello sovranazionale non essendo più sufficiente, secondo il principio di sussidiarietà, il livello nazionale. L’Unione Europea si avvarrà, nei limiti della propria competenza, dello Stato e questo delle Regioni per l’organizzazione dei servizi di tutela ambientale come già avviene da tempo.

9) Quali altre censure di illegittimità ha dichiarato la Corte riguardo alle Legge Calderoli.

È presto detto: a) è illegittimo che la decisione sostanziale sull’autonomia differenziata venga lasciata al Governo emarginando il ruolo invece essenziale del Parlamento. Tutta la procedura va in conseguenza rivista; b) è illegittimo che sia un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e non un atto legislativo a determinare i livelli essenziali delle prestazioni. È attraverso tali livelli che si potranno misurare le differenze territoriali e determinare i relativi finanziamenti per cui è assolutamente necessaria una legge del Parlamento quale massimo organo decisionale della Repubblica; c) è ugualmente illegittimo che sia un decreto interministeriale e non un atto legislativo a stabilire quali siano i proventi delle imposte da mantenere alla singola regione riducendo pertanto la quota che va allo Stato per ogni esigenza nazionale della finanza pubblica; d) è inoltre illegittimo che le Regioni siano semplicemente facoltizzate e non obbligate a concorrere agli obbiettivi della finanza pubblica con conseguente indebolimento dei vincoli di solidarietà ed unità della Repubblica.

Vi sono altre norme della legge che la Corte non ha dichiarato incostituzionali ma, beninteso, alla condizione tassativa che vengano interpretate in modo “costituzionalmente orientato” senza il quale ogni atto successivo diventa illegale. Le condizioni, per ogni aspetto, sono: a) che l’iniziativa legislativa per ogni eventuale differenziazione non venga riservata unicamente al Governo; b) che la legge di differenziazione non è legge di mera approvazione dell’intesa Governo/Regioni (“prendere o lasciare”) ma implica il potere di emendamento (modifica, integrazione, rigetto) da parte delle Camere. c) quando si tratta di materie cosiddette “non Lep”, che cioè non riguardano livelli essenziali delle prestazioni, le relative funzioni sono trasferibili purché non si tratti di prestazioni concernenti diritti civili e sociali. Anche in questi casi si dovranno prima attendere la determinazione ed i finanziamenti dei Lep e non devolvere sbrigativamente come voleva fare il Governo. d) le risorse destinate alle funzioni trasferite non dovranno essere determinate sulla base della spesa storica ma con riferimento a costi e fabbisogni standard e criteri di efficienza. Se, per esempio nella tale regione del  Nord vengono garantite risorse per dieci asili nido ogni 100mila abitanti e nel tal altra regione del Sud risorse per tre asili nido ogni 100 mila abitanti, i finanziamenti dovranno essere conseguenti per garantire parità di livello delle prestazioni. La spesa storica, invece, non fa altro che cristallizzare le differenze.

10) Quali sono le conclusioni che si possono trarre dopo la sentenza della Corte Costituzionale? Ed il referendum abrogativo è ancora necessario?

Tutti gli osservatori qualificati sono concordi nel dire che la legge Calderoli n.86 del 26 giugno 24 è stata “demolita” o “svuotata” dalla Corte Costituzionale con la sentenza n 192 del 14.11.24. Addirittura, la suprema Corte di Cassazione (che è ben di più di un osservatore) parla di “massiccia demolizione” nell’ordinanza del 12 dicembre 24 (pag.32) con la quale ha dichiarato l’ammissibilità del referendum abrogativo e, come si è visto,  ha riformulato il quesito referendario. Sono infatti rimaste in piedi alcune parti della legge, invero non essenziali, che tuttavia non possono ostacolare la volontà referendaria di abrogare tutta la legge sia pure con i rifacimenti sostanziali operati dal Giudice Costituzionale. 

Va detto che da un punto di vista di legalità costituzionale i Comitati contro l’autonomia differenziata hanno già vinto la loro battaglia. Ora, con il referendum, la lotta si sposta sul piano politico affinché nessuno, con artifizi e raggiri messi in atto da governi e ministri compiacenti, insista ancora su questa partita che, così come era stata impostata, aveva creato, a dire di eminenti costituzionalisti, una legge “eversiva”, “indebitamente appropriativa” ed “incostituzionale nell’anima”.

Ecco, le cose stanno nei termini coma sopra esposti. Non rimane che attendere il giudizio definitivo della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del referendum per l’abrogazione totale anche di ciò che rimane della legge Calderoli. (em)

 

EOLICO, AL SUD SERVE UN SERIO PROGETTO
PER SVILUPPO A TUTELA DEL TERRITORIO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Con la chiusura del passaggio del gas dall’Ucraina proveniente dalla Federazione Russa ritornano i timori di una nuova crisi energetica e di un ulteriore impennata dei prezzi dell’energia.

E, con Prometeia energia in testa, sono molti a chiedere che si possa estrarre più gas nei territori dove questo in Italia è possibile, che si proceda celermente alla costruzione dei rigassificatori, in particolare quello di porto Empedocle a pochi chilometri dalla Valle Dei Templi e dalla casa natale di Pirandello, oltre che dalla falesia bianca della Scala dei Turchi e all’accelerazione delle concessioni di parchi eolici e impianti solari. 

D’altra parte che vi sia l’esigenza, al di là delle necessità contingenti, di una transizione energetica che faccia passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili non vi è dubbio e al di là dei soliti terrapiattisti ormai è recepito da tutti il tema del riscaldamento globale.  

La necessità di un tale cambiamento è indiscutibile per rendere i Paesi che non hanno fonti fossili, ma in ogni caso vogliono abbandonare tali fonti, autonomi. 

Il secondo passaggio rispetto a tale consapevolezza è quella di capire dove questi impianti vanno localizzati. La risposta più logica sarebbe che ognuno producesse l’energia che serve al proprio territorio. E, quindi, considerato che la realtà più energivora è quella del Nord, la cosa più logica è che si localizzino in tali aree. 

Ma ci sono già state le prime levate di scudo. La Giunta e l’Assemblea regionale piemontese dichiarano che vogliono il loro territorio libero dall’eolico e dal solare. In particolare la Giunta regionale produrrà una delibera che andrà a rendere più restrittivi i vincoli per installare gli impianti agrivoltaici nelle zone Buffer Unesco. 

Approccio simile a quello della Sardegna che ritiene di dover restringere i criteri per realizzare impianti eolici e fotovoltaici. In tal senso si sta muovendo anche la Puglia. 

Insomma è diventato chiaro a tutti che impiantare nelle aree delle strutture per la transizione energetica non sia un grande affare per le aree interessate. Nel senso che confondere tali impianti con la industrializzazione è un modo per ripetere quello che è accaduto con le raffinerie e con l’industria pesante. 

Invece si afferma, da parte di molti anche del Governo centrale, che esse siano forme di industrializzazione e che chi non vuole che vengano localizzate nelle proprie aree non vuole il progresso. In realtà la produzione di energia, indispensabile per un Paese a corto di fossile e che ha rinunciato al nucleare, è assolutamente indispensabile. Ma deve essere considerato un prezzo da pagare dai territori e che deve essere in qualche modo rimborsato. 

O perché si ha nello stesso territorio un’industria manifatturiera che deve poter avere l’energia sufficiente e quindi in quel caso serve al proprio apparato industriale o, nel caso del Mezzogiorno che ha più energia di quanto non ne consumi, perché in cambio di un impatto molto importante sui territori vengano installate industrie energivore che forniscano occupazione rilevante. 

Si sta verificando invece uno strano meccanismo per cui l’energia viene prodotta nel Mezzogiorno, che diventa solo un punto di passaggio di elettrodotti, gasdotti che trasportano l’energia dove serve. 

Per cui si ripete il meccanismo che si è attuato con l’industria petrolchimica, che ha lasciato malattie, inquinamento, pochissimi posti di lavoro e scarso reddito prodotto nei luoghi.

Ovviamente per evitare forme di opposizione locale si tende a dire che gli specchietti che si stanno dando sono brillanti, fuor di metafora che quella delle pale eoliche e degli impianti solari o dei rigassificatori è una forma di industrializzazione. 

O anche che essendovi una grande produzione di energia, sarà più facile che le aziende dell’intelligenza artificiale, che hanno bisogno di quantità enormi di essa, si localizzino in tali aree. 

In realtà poi si vede che Microsoft e Amazon si localizzano invece alle porte di Milano, dove le condizioni complessive sono più favorevoli all’impresa, o  anche la Italian GigaFactory con 200 posti di lavoro diretti e un indotto complessivo di circa 2.000 persone, contribuendo all’eccessivo utilizzo di tali territori. 

Per il Mezzogiorno sarebbe la seconda finta industrializzazione dopo la  prima, che oltretutto non solo non ha dato alcun tipo di reale contributo allo sviluppo del territorio, ma anche ha assorbito risorse europee importanti destinate al Mezzogiorno, nel momento in cui sono stati costruiti gli impianti. Né assorbe adesso sempre delle risorse cosiddette aggiuntive destinate al Sud per disinquinare le realtà coinvolte, come sta accadendo con Bagnoli, peraltro impedendo alcune destinazioni alternative, come quella turistica, per realtà estremamente vocate come la costa siracusana, quella gelese o la realtà di Taranto.  

 E allora bisogna dire no all’istallazione? Sarebbe anche questa una via di fuga sbagliata come quella di consentire la colonizzazione dei territori senza alcun attenzione alla tipologia degli ambienti e alla presenza di beni ambientali importanti, come nel caso della Valle Dei Templi. 

È necessario invece che a fronte di un utilizzo del territorio che serve al Paese, vi sia in cambio una progettazione effettiva di manifatturiero evoluto con un numero adeguato di posti di lavoro.  

Ovviamente le regioni che adotteranno un tale atteggiamento selettivo saranno accusate di essere contro il progresso, di non voler lo sviluppo dell’Italia, e i quotidiani nazionali, sotto la spinta di interessi molto forti e di risorse importanti a disposizione, accuseranno i territori di essere Nimby (Not in My Back Yard – non nel mio giardino di casa). 

Ma forse che il Mezzogiorno aumenti la consapevolezza di un suo progetto di sviluppo e la sua indisponibilità ad essere trattato da colonia interna può essere un fatto importante. Che ovviamente troverà grandi resistenze. 

Abituato il Nord ad estrarre tutto ciò che ha voluto e quando lo ha ritenuto opportuno rispetto ad una resistenza che negli anni passati non c’è stata, avrà sicuramente reazioni di fastidio che saranno rappresentate da molti organismi politici, ma anche organizzazioni imprenditoriali come Confindustria.  

Affermare una propria identità ed un proprio progetto di sviluppo per un territorio poco rappresentato politicamente e spesso con forme di ascarismo esasperato non è semplice. Ma è l’unica strada possibile da percorrere. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

IN CALABRIA «È VIETATO AMMALARSI»
IL DIRITTO ALLA SALUTE È DI SERIE B

di GIACINTO NANCI – Bene ha fatto il sig. sindaco di Belcastro a denunciare la drammatica situazione sanitaria del suo comune tramite la provocatoria delibera.

Il sindaco essendo la massima autorità sanitaria comunale ha il diritto-dovere di denunciare le emergenze sanitarie che si creano nel proprio comune e siccome la situazione di Belcastro è la situazione della Calabria tutta invitiamo il sig. Sindaco ad andare avanti in questa battaglia per affrontare la drammatica situazione di tutta la sanità calabrese che è dovuta al suo ultraventennale sottofinanziamento che ha portato alla chiusura di ben 18 ospedali territoriali, diminuzione di posti letto, riduzione di personale sanitario e delle medicina del territorio come appunto la chiusura” anche della guardia medica di Belcastro (e non solo).

Lultraventennale sottofinanziamento della sanità calabrese è dovuto alla cattiva applicazione della legge 662 del 1996. Una prova di ciò è il fatto che la Campania, che si trova nelle stesse condizioni della Calabria, nel 2022 ha fatto ricorso al Tar proprio contro questo ingiusto riparto dei fondi sanitari alle regioni. Significativo è il fatto che il governo dopo questo ricorso ha, seppur lievissimamente, riformato i criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni prevedendo che il Tar darà ragione alla Campania.

Ma vi è un altro fatto che certifica questo ingiusto riparto dei fondi sanitari alle regioni che è avvenuto nel lontano 2016 quando lallora presidente della Conferenza Stato Regioni (che è lorgano che fa il riparto dei fondi alle regioni) on. Bonaccini annunciò una parzialissima” modifica dei criteri di riparto basato sulla deprivazione”. Ebbene in base a questa parzialissima” modifica alla Calabria nel 2017 sono stati dati 29 milioni in più del 2016 e a tutto il Sud ben 482 milioni in più. Per calcolare le decine di miliardi che sono state sottratte alla sanità del meridione basta moltiplicare almeno per quattro i soldi ricevuti in più dal sud nel 2017 rispetto al 2016 e poi moltiplicare questo dato per gli oltre 20 anni di riparto ingiusto” come da richiesta della Campania al Tar. Ovviamente la modifica fatta da Bonaccini nel 2016 non è stata ne ampliata ne riproposta.

Ma vi è un altro dato che penalizza in modo ancora più drammatico la situazione della sanità calabrese ed è il fatto che in Calabria ci sono molti più malati cronici che non nelle altre regioni e, quindi, avremmo dovuto avere per la nostra sanità non meno ma molti più fondi. La presenza di molti più malati cronici in Calabria è a conoscenza di tutti perché è stata certificato da uno dei commissari al piano di rientro sanitario calabrese ling. Scura che ha firmato il Dca n. 103 nel lontano 30/09/2015, nel quale decreto alla pagina 33 dellallegato N. 1 si leggeva si sottolinea la maggiore presenza di malati cronici in Calabria rispetto al resto dItalia intorno al 10%” e, siccome il decreto è fornito di dettagliate tabelle, si è potuto calcolare 287.000 i malati cronici presenti in più nei circa due milioni di calabrese rispetto ad altri due milioni di altri italiani, che corrispondeva al 14,5% in più. Ma adesso sono ancora di più.

Quindi, dove ci sono più malati sono arrivati molti meno soldi da oltre 20 anni a questa parte ed è per questo che i soldi non potevano bastare per curare i troppi malati e si è fatto il deficit per cui il governo nel lontano Dicembre 2009 ha imposto alla Calabria il piano rientro sanitario e nel 2011 il suo commissariamento. E, questo, è un altro dato che dovrebbe far drizzare i capelli a tutti, perché i commissariamenti e i piani di rientro sono istituti di breve durata ma, se in Calabria dopo una loro durata di oltre 15 anni i Lea invece di migliorare sono peggiorati, anche un bambino capirebbe che il vero motivo della drammatica situazione della sanità calabrese non è “solo” la cattiva gestione (a meno che non ci abbiano mandato tutti commissari incapaci) ma il grave e ultraventennale suo sottofinaziamento. I Lea (Livelli essenziali di assistenza) in Calabria hanno un punteggio di 34, 36 e 64 rispettivamente per la prevenzione, la medicina del territorio, (vedi Guardia medica di Belcastro) e la medicina ospedaliera.

 La sufficienza nel punteggio Lea si ha sopra 60 e loptimum ha punteggio 100. La Calabria ha questi punteggi Lea nonostante che oltre ad avere commissariata la sua sanità regionale dal 2011 ha commissariate dal 2019 anche tutte e 5 le sue Asp e i tre ospedali regionali. Cioè è il governo a gestire tutta la sanità calabrese ad ogni livello non noi calabresi. Forse dovremmo essere noi a commissariare i governi italiani. Ma per la Calabria al danno ci si permette di aggiungere anche la beffa.

Sì, perché noi calabresi paghiamo più tasse degli altri italiani proprio a causa del piano di rientro, un lavoratore con un imponibile di 20000 euro paga oltre 400 euro allanno più di Irpef e un imprenditore con un imponibile di un  milione di euro paga 10000 euro di Irap in più di un imprenditore del Nord e, sempre per il piano di rientro, in passato abbiamo pagato ticket sanitari maggiorati e stiamo pagando allo Stato un prestito a tassi quasi usurai (4,89 contro quello usuraio che è del 6,03%) di 30 milioni allanno di cui 20 per interessi e 10 di capitale dal 2011 al 2040. Della serie il piano di rientro e il commissariamento, oltre ad aver danneggiato la sanità calabrese, danneggiano anche tutta la sua economia.

Per non contare poi gli oltre 200 milioni di euro che ogni anno che la Calabria deve pagare alle regioni del Nord per le cure fuori regione e che vengono sottratti alla pianificazione sanitaria calabrese (comprese sig. sindaco le guardie mediche). E dire che in parlamento è stata depositata il 02/03/2017  una legge (rimasta nei cassetti)  per riordinare il riparto dei fondi sanitari alle regioni dallallora sottosegretario al ministero della Sanità Dalila Nesci. Cosa fare, allora, sig. sindaco?

Intanto Lei (e meglio sarebbe insieme a agli altri sindaci calabresi) dovrebbe chiedere al governatore Occhiuto di andare alla Conferenza Stato Regioni e battere i pugni sul tavolo per avere un finanziamento sanitario basato non sul criterio demografico, come è adesso, ma sul criterio epidemiologico, cioè più soldi dove ci sono più malati come la Calabria; chiedere da subito la chiusura del piano di rientro e il commissariamento  (visto che anche la Corte Costituzionale lo ha dichiarato parzialmente incostituzionale  nel 2021) perché questi istituti impongono che qualsiasi legge che si fa in Calabria sulla sanità deve rispettare prima i requisiti del risparmio di spesa e poi quella della validità sulla sanità infatti i decreti calabresi vanno prima al Ministero dellEconomia e solo poi se non sono dispendiosi” passano al Ministero della salute; chiedere la chiusura del prestito usuraio (visto che anche la Corte dei Conti lo ha censurato nel 2021); fare come la Campania ricorso al Tar per lingiusto criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni; provare insieme alle altre regioni del Sud di fare fronte unito alla Conferenza Stato Regioni per un riparto dei fondi che rispetti i bisogni reali delle popolazioni.

Il tutto perché da quando c’è il piano di rientro laspettativa di vita alla nascita per la prima volta in Calabria invece di aumentare è diminuita e a parità di patologia (spec. tumorale) da noi si muore prima che non nel resto dItalia  Coraggio, sig. sindaco, confidiamo in Lei. (gn)

[Giacinto Nanci è medico di famiglia in pensione dell’Associazione Medici di Famiglia Mediass ed ex medico ricercatore Health Search LPD]

IL PONTE SULLO STRETTO, UN’OPERA CHE
INVECE DI CREARE UNITÀ, DIVIDE TUTTI

di MASSIMO MASTRUZZO Da sempre si edificano ponti per unire terre e genti; sono punti d’incontro e dialogo. Ma anche strutture da cui vedere il mondo o da cui essere osservati. E se un ponte fa capolino in un quadro, in un film o anche solo in un semplice scatto fotografico da mera struttura di attraversamento, quel ponte diverrà occasione di racconto.

Il Ponte sullo Stretto invece è l’unico Ponte che, invece di unire, divide.

Divide perché è diventato un fatto ideologico: D’Alema, Prodi e Rutelli erano favorevoli, ma oggi siccome lo vorrebbe fare la Destra bisogna dire che non è necessario, zittendo di fatto anche quella parte di PD e della Sinistra che in passato non hanno fatto mistero di essere favorevole. 

Anche sul Mose, c’erano i ‘no’, ma poi si è fatto, e di esempi dove le scelte politico-economiche si sono fatte nell’interesse generale della Nazione ce ne sono tanti. Bisogna però sottolineare che si tratta di un modus operandi che in realtà in Italia non esiste, e la dimostrazione che non esiste è proprio nella condizione, da terzo mondo, in cui versa il sistema infrastrutturale meridionale: le scelte politico-economiche in Italia, stante l’attuale distribuzione infrastrutturale e il ritorno economico-occupazionale, si fanno nell’interesse di una sola parte, il Nord, della Nazione. 

Del Ponte sullo Stretto, più che altro, sembra che si esprima la paura che un’opera così colossale su cui si caricano tante aspettative di sviluppo alla fine possa essere una delusione da quel punto di vista della redistribuzione economica nazionale. Che poi quei soldi possano in alternativa essere utilizzati meglio per migliorare, genericamente, i trasporti e la viabilità al Sud dubito fortemente che qualcuno possa imitare Gaio Muzio Scevola per indicare d’essere sicuri su questa soluzione “alternativa”.

Che poi perché il Ponte dovrebbe essere considerata un’opera alternativa è uno dei misteri eleusini che probabilmente Demetra e sua figlia Persefone hanno preferito non rivelare a nessuno.

Non a caso nel nord Italia non sono certamente state considerate alternative, bensì integrative, opere come Mosè, Brembemi, pedemontana, diga foranea di Genova, Alta Velocità, o quelle necessarie per realizzare l’expo o le olimpiadi invernali Milano-Cortina (che dovevano essere a costo zero, invece il conto è già salito ad almeno 3,6 miliardi di euro e la maggior parte dei fondi (2,8 miliardi) li ha stanziati lo Stato.)

Miliardi e miliardi, spesso buttati per la finestra, che fanno economia, per il solo nord (vedi dati su occupazione e reddito pro-capite), ma anche debito pubblico nazionale che pagano tutti gli italiani compresi i meridionali.

Basta soli fare il conto di quanto si sta spendendo nella sola città di Genova per: Terzo Valico (7 miliardi), Gronda (3 miliardi), Nuova Diga foranea (1,2 mld ma diventeranno almeno 3), Tunnel subportuale (2 mld), opere di protezione idrogeologica (pare su sia perso il conto); Oppure osservare come nel Pnrr si siano stanziati per il solo Mose 6 miliardi, pur essendo già operativo.

Per non parlare della richiesta di 9 miliardi per il post alluvione dell’Emilia Romagna: casse di espansione e opere di contenimento in una zona che dovrebbe essere interdetta alla edificabilità. Invece di fare partire una campagna di accusa per consumo di suolo inedificabile hanno nominato un commissario e stimano cifre da paura per abitare aree alluvionali. 

Le pulci pare debbano essere fatte solo per una infrastruttura, un ponte, che altrove le stesse realtà imprenditoriali costruiscono con le stesse tecnologie studiate per il Ponte sullo Stretto:

Tre sul Bosforo ed uno sui Dardanelli, il più lungo attualmente al mondo a campata unica, 2035 m. Il Canakkale Bridge, realizzato da Cowi, presente nel consorzio Eurolink che costruirà il Ponte. Il terzo ponte sul Bosforo lo ha fatto l’italiana Webuild, capogruppo di Eurolink. E la Turchia è ad elevato rischio sismico, come lo è il Giappone e la baia di S. Francisco dove hanno fatto il Golden gate 100 anni or sono. Che poi quello dei terremoti è l’ultimo dei problemi per i ponti sospesi. 

Nel frattempo l’Italia tra le prime 10 economie del mondo si pone tanti problemi per un’opera che nell’ultimo aggiornamento del Documento di economia e finanza dello scorso aprile – 2023 ndr –, ha valutato il costo per la realizzazione del Ponte (escluse le opere connesse su entrambe le sponde) è di 13,5 miliardi di euro». (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Met – Movimento Equità Territoriale]