È NECESSARIO UN PIANO NAZIONALE PER
SMALTIRE I RIFIUTI DEL SIN DI CROTONE

di EMILIO ERRIGO – Una attenta riflessione tecnico-amministrativa, su come e dove distribuire la produzione delle energie rinnovabili in Italia, credo che sia un buon esercizio riflessivo che porterà sicuri benefici, non solo alle regioni più meridionali d’Italia, ma anche e soprattutto, alle regioni di confine geografico e politico, più a nord della Repubblica Italiana.

Siamo tutti consapevoli che le cause delle problematiche climatiche sono per lo più causate da un usi e abusi ambientali, che si sono fatti negli ultimi secoli, in danno dei territori, del mare, dei fiumi e laghi nazionali ed esteri.

Le non illimitate risorse ambientali, terrestri e marittime, comunque denominati, sia essi di origine fossili terrestri, minerarie sottomarine, biologiche, ittiche, impongono scelte e decisioni di politica economica protettiva, che finalizzi le azioni da intraprendere senza ritardi, verso la tutela, salvaguardia e protezione, dei beni ambientali, la biodiversità e gli ecosistemi a beneficio e per la soddisfazione dei bisogni delle presenti e future generazioni.

Gli impegni internazionali pattizi e convenzionali, sottoscritti e ratificati, sia dagli Stati componenti la Comunità internazionale, che dagli Stati membri dell’Unione Europea, e conseguentemente dallo Stato Italiano, in aderenza ai principi e valori, espressamente previsti agli articoli 9, 10, 11, 32, 41 e 117 della Costituzione della Repubblica Italiana, devono essere onorati e osservati.

La corsa verso lo sfruttamento intensivo delle risorse ambientali dei Paesi e Regioni italiane, considerati economicamente più poveri del mondo e d’Italia, non è più da considerare possibile, e men che meno sostenibile.

Già alcuni Stati di confine d’oltralpe ad iniziare dalla vicina Svizzera, hanno intrapreso iniziative per la creazione di Parchi eolici e fotovoltaici, sui territori collinari, montani e alpestri, a ruota anche le Regioni d’Italia di confine o di frontiera nord del nostro Paese, non hanno altra scelta da fare diversa da quella di consentire la realizzazione di impianti eolici e fotovoltaici, nelle aree più idonee delle Alpi Liguri, Marittime, Cozie, Graie, Lepontine, Retiche e Giulie, diversificando ed eventualmente, estende i siti nei territori degli Appennini Regionali d’Italia.

Ogni regione italiana ed estera, entro il 2030-2050, dovrà essere autonoma e autosufficiente nella produzione di energia da fonti rinnovabili.

Pensare di rendere compatibili ai bisogni di tutti gli italiani i territori e i mari del Sud Italia non è una soluzione accettabile, a causa della già compromissione delle risorse un tempo disponibili e sfruttabili.

Il trasferimento delle industrie metallurgiche, petrolifere e chimiche nelle Regioni del Sud Italia, ha comportato danni rilevantissimi e irreversibili all’ambiente e alla salute pubblica. I tre Siti contaminati di Interesse Nazionale, di Crotone-Cassano-Cerchiara in Calabria, Augusta -Priolo-Melilli e Milazzo in Sicilia, e Taranto in Puglia, senza dimenticare quelli della Campania, Sardegna e Basilicata e gli altri Sin Nazionali, sono le evidenze più emblematiche della conseguente pericolosità di scelte ambientalmente azzardate e insostenibili per il Meridione d’Italia.

Pensare che la Calabria possa assolvere da sola tutte le necessità di conferimento, trattamento e smaltimento dei residui dei processi delle produzioni industriali e di consumo (rifiuti pericolosi e non pericolosi, con e senza Tenorm e Amianto), non è un ragionamento più accettabile e condivisibile, per assenza di impianti di destino finale, idonei al fine e bisogni delle industrie inquinanti.

Occorre pensare a un Piano Nazionale di Gestione dei RPPI (Residui Processi Produzioni Industriali), prevedendo uno o più impianti di conferimento e trattamento pubblici regionali per ogni Sin (Sito di Interesse Nazionale), tanto al fine di superare il momento di criticità nella gestione dei rifiuti pericolosi e non in Italia.

Ora mi sia consentito dedicare una riflessione alla mia Calabria e in particolare alla Città e Provincia di Crotone, sinonimo di realtà ambientali di pregio internazionale, dove i territori e paesaggi appenninici dei tre Parchi Nazionali del Pollino, Sila e d’Aspromonte, costituiscono la fonte di benessere economico e psicofisico sia dei Calabresi e di quanti amano i boschi e gli ambienti incontaminati dei Parchi, mentre le rilevanti risorse idriche regionali, rappresentano la fonte primaria dell’energia idroelettrica non solo regionale.

Ora mi e chiedo dove sono andate a finire le enormi quantità di energia elettrica prodotta dalle Centrali Idroelettriche del Pollino e della Sila in Calabria, un tempo destinate per alimentare le attività produttive delle industrie metallurgiche di Pertusola, chimiche Agricoltura, Sasol e Fosfotec, ora tutte dismesse e non più funzionanti?

L’eolico e il fotovoltaico on-shore e off-shore, costituiscono assieme alle altre risorse energetiche rinnovabili presenti nella Provincia di Crotone, importanti attrattori di investimento per coloro che intendono localizzare nelle aree della Zes Unica del Sud ancora libere, le loro attività produttive, ricettive e di servizi turistici stagionali, nella considerazione che l’Antica Kroton rimarrà l’Area Archeologica della Magna Grecia più vasta d’Italia. (ee)

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, studioso di diritto dell’Ambiente è docente universitario di diritto internazionale e del mare , attuale Commissario straordinario del SIN di Crotone-Cassano e Cerchiara di Calabria)

SCUOLA, NUOVE NORME PER L’ISCRIZIONE
SCEGLIERE CON ATTENZIONE L’INDIRIZZO

di GUIDO LEONECome ogni anno, nel mese di gennaio genitori e studenti sono alle prese con i rebus delle iscrizioni.

Il timer per effettuare la scelta della scuola per il prossimo anno scolastico 2025/2026  scatterà martedì 21 e si concluderà entro le 20 di lunedì 10 febbraio.

Le famiglie avranno quasi un mese di tempo per scegliere la scuola dei propri figli.

Una novità importante riguarda la modalità di presentazione delle domande: per le classi iniziali della scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado statale, le iscrizioni avverranno esclusivamente online tramite la piattaforma Unica.

La digitalizzazione del processo mira a semplificare le procedure per le famiglie, rendendo più agevole l’accesso ai servizi scolastici.

Per accedere alla piattaforma Unica, i genitori dovranno utilizzare le credenziali SpidCieCns o eIDAS. Tuttavia, non tutte le iscrizioni seguiranno la procedura online. Le domande per la scuola dell’infanzia dovranno essere presentate in formato cartaceo presso le segreterie scolastiche.

La piattaforma Unica offre, anche, strumenti utili per l’orientamento, come la funzione “Cerca la tua scuola”, per aiutare le famiglie nella scelta dell’istituto più adatto. Contiene informazioni preziose per la scelta delle famiglie. Il Piano è il documento costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche e contiene la progettazione curriculare, extracurricolare, educativa ed organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia.

Per tutti gli studenti delle classi intermedie il passaggio alla classe successiva avviene d’ufficio a cura della scuola.

Le novità

Due le novità rispetto allo scorso anno. La prima è che alla primaria dal prossimo anno l’educazione motoria sarà introdotta in quarta con due ore in più a settimana. Questo incremento orario non riguarderà il temo pieno, poiché le ore di educazione motoria rientrano nelle 40 ore settimanali.La seconda novità riguarda l’attivazione da parte delle scuole di percorsi ordinamentali a indirizzo musicale che però dovrà essere autorizzata dall’USR con relativa assegnazione dell’organico.

All’atto dell’iscrizione si potrà esprimere l’opzione per tale percorso, ma l’accoglimento verrà comunicato successivamente.

Iscrizioni Scuola dell’Infanzia

La scuola dell’infanzia accoglie bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni compiuti entro il 31 dicembre dell’anno scolastico di riferimento (per l’anno scolastico 2025/2026 entro il 31 dicembre 2025). 

Possono, altresì, a richiesta dei genitori e degli esercenti la responsabilità genitoriale, essere iscritti bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2026. Non è consentita, in alcun caso, anche in presenza di disponibilità di posti, l’iscrizione alla scuola dell’infanzia di bambini che compiono i tre anni di età successivamente al 30 aprile 2026.

Gli orari di funzionamento della scuola dell’infanzia sono pari a 40 ore settimanali; su richiesta delle famiglie l’orario può essere ridotto a 25 ore settimanali nella fascia del mattino o elevato fino a 50 ore, nel rispetto dell’orario annuale massimo delle attività educative.

Si rammenta che è possibile presentare una sola domanda di iscrizione.

Iscrizioni Scuola Primaria

Sarà possibile iscrivere alle classi prime della scuola primaria i bambini che compiono 6 anni di età entro il 31 dicembre 2025.

I genitori possono iscrivere i bambini che compiono sei anni di età entro il 30 aprile 2026. Tale decisione dovrebbe essere presa tenendo conto delle indicazioni e degli orientamenti forniti dai docenti delle scuole dell’infanzia precedentemente frequentate dai bambini.

In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare ,all’atto dell’iscrizione, fino ad un massimo di altri due istituti.

All’atto dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può corrispondere a 24 ore, 27 ore (elevabili fino a 30) o 40ore (tempo pieno).

Iscrizione Secondaria di I grado

Nella scuola secondaria di primo grado, al momento dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno la propria opzione rispetto all’orario settimanale, che può essere articolato su 30 ore oppure su 36 ore, elevabili fino a 40 ore (tempo prolungato) in presenza di servizi e strutture idonee a consentire lo svolgimento obbligatorio di attività didattiche in fasce orarie pomeridiane. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

Iscrizione Scuola Secondaria di II grado

Nella scuola secondaria di secondo grado, le famiglie effettueranno anche la scelta dell’indirizzo di studio, indicando l’eventuale opzione rispetto ai diversi indirizzi attivati dalla scuola. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare fino ad un massimo di altri due istituti.

Le opzioni per le Scuole superiori

Non c’è dubbio che l’ansia, però, colpisce di più i genitori dei ragazzi che dovranno iscriversi alla scuola superiore.

Dopo la riforma Gelmini, come si sa, gli indirizzi delle superiori si sono notevolmente snelliti. Sette indirizzi per chi sceglie il Liceo: Classico, Scientifico (con l’opzione scienze applicate e, anche, la sezione ad indirizzo sportivo), Liceo del Made in Italy, Linguistico, delle Scienze Umane (con l’opzione Economico sociale), Artistico (con sei opzioni) e Coreutico e musicale.

Gli studenti che scelgono la formazione tecnica possono optare tra due indirizzi di studio: Istituto tecnico economico (suddiviso a sua volta in due indirizzi) e Istituto tecnico tecnologico, suddiviso in nove indirizzi.

Per la scuola professionale si può optare tra 11 indirizzi. Per quanto riguarda i licei musicali e coreutici l’iscrizione avviene solo con il superamento di una prova attitudinale. Quindi, si consiglia ai genitori di capire cosa vuole fare il figlio e avere ben chiara la distinzione fra istituto tecnico, professionale e liceo.

Quali sono i numeri di questa operazione a Reggio e in Provincia

In uscita dalla scuole dell’infanzia statali nella provincia di Reggio Calabria sono circa 2.100 bambini per accedere alla scuola primaria (cui vanno ad aggiungersi i provenienti dalle private e dalle paritarie); dalla quinta elementare giungeranno alle prime classi della media inferiore  circa 4.500 allievi. Quasi  5.300, invece, gli alunni che, superati gli esami di licenza, dovranno iscriversi alle prime classi delle superiori. Da questi dati si evince quanto sia vasta l’utenza delle famiglie interessate a questa fase di operazioni nella nostra provincia.

Quali sono state le preferenze per l’anno scolastico in corso

Per l’anno scolastico corrente le  maggiori preferenze i 93.000 allievi frequentanti le scuole scuole superiori calabresi si sono indirizzate verso i Licei (47.110 studenti) con una  percentuale del 50% , a seguire i Tecnici sono stati preferiti dal 30,% degli studenti (in tutto 29.667); quindi  i Professionali con il 20,%, (16.200 studenti). È presumibile che queste tendenze saranno confermate anche per il prossimo anno scolastico.

Ma come si sceglie la scuola?

Ogni anno uno studente su cinque sbaglia la scelta delle superiori. E si perde per strada. O abbandona i banchi anzitempo oppure arriva alla maturità senza le competenze minime. A confermarlo sono i dati dei rapporti Invalsi sulle competenze acquisite dagli studenti e sulla dispersione scolastica, che ritornano d’attualità nel momento in cui le famiglie sono chiamate a scegliere la scuola dei propri figli. 

L’appuntamento perciò si annuncia cruciale, soprattutto per i ragazzi che nel 2025/26 andranno in prima superiore. 

Quale sistema formativo scegliere? Quello liceale, tecnico o professionale? E poi quale  indirizzo scegliere? È, insomma, un momento delicato per gli studenti e  le famiglie che spesso viene vissuto con grande incertezza.

Ad influire su una decisione così importante possono intervenire diversi fattori. Le proprie predisposizioni e attitudini, ad esempio, gli interessi; ma anche la presenza  di istituti con un determinato indirizzo disciplinare nel proprio territorio di residenza e la possibilità di spostarsi più o meno autonomamente.

A questi si aggiungono le aspettative dei genitori, le scelte degli amici. E tutto si complica se si pensa che una decisione così delicata deve essere presa  dai ragazzi proprio nell’età in cui è molto difficile avere le idee chiare sul proprio futuro.

È richiesta, perciò, ai genitori la capacità di lettura della varietà dell’offerta formativa e delle prospettive occupazionali. Ma a loro è richiesto anche uno “sguardo” profondo e oggettivo sulle attitudini e capacità dei figli e sui punti di forza che li caratterizzano in termini di apprendimento e interessi. 

Questo momento cruciale di scelta richiede ai genitori attenzione alle informazioni e la capacità di farsi guidare da dati oggettivi e non da pregiudizi e mode passeggere. L’obiettivo è, infatti, quello della piena realizzazione personale e professionale dei propri figli che si persegue attraverso la scelta dei percorsi che permettono loro di esplicare al meglio le proprie capacità e potenzialità, generando senso di autostima. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico USR]

«MA I PARLAMENTARI DEL MEZZOGIORNO
SI OCCUPANO DAVVERO DI MEZZOGIORNO?»

di PINO APRILE  – Manco una parola, dai “parlamentari da cortile”, sugli studenti napoletani, a Venezia per una manifestazione in costumi d’epoca, insultati perché “terroni di merda”, da un gruppo di giovani e adulti (loro genitori ed educatori?). La cosa è stata gridata in tutte le varianti della cultura razzista divenuta di governo (non solo di questo, che è solo il peggiore); con aggiunta di altri a sfondo sessuale, in particolare contro le ragazze, e l’invito a tornarsene al Sud.

La vicenda è stata resa nota dalla dirigente scolastica dell’istituto “Archimede” di Ponticelli, Mariarosa Stanziano, con un post in cui annunciava una lettera aperta al sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, e al presidente del Veneto, Luca Zaia. Il sindaco di Venezia ha presentato le scuse a nome della città e sue, invitando i ragazzi offesi a tornare, quali ospiti.

È stato il primo a intervenire. E l’unico. Zaia tace (sai la sorpresa). Ma tacciono pure tutti gli altri e ti chiedi: non hanno niente da dire i parlamentari del Sud che ci spiegano come l’Autonomia differenziata sia l’occasione non per depredare quel che resta al Mezzogiorno dopo il saccheggio ultrasecolare, ma per migliorarlo?

Al solito, c’è stato chi ha tentato di minimizzare, riducendo il razzismo a folclore negativo e gli insulti a battute di cattivo gusto. Sbagliato, profondamente sbagliato. Questi episodi sono frutto e spia di una grave patologia del tessuto sociale. Sminuire è chiudere gli occhi e aggravare il male («…e su, figlia mia. In fondo è tuo marito. Ti ha fatto un occhio nero, ma può succedere a tutti di perdere il controllo. Non è cattivo, è carattere. Se lo denunci, rovini la famiglia, c’è rischio che sia licenziato. E poi che gli dai da mangiare ai figli?»).

Si tende ad attribuire il razzismo all’ignoranza e, quindi, a una causa tutto sommato rimediabile con un dippiù di buona informazione e conoscenza. Non è vero: non è roba da stadio e ragazzacci di strada (ma a Venezia c’erano pure gli adulti…). Il razzismo è una infezione dell’anima che prescinde dal livello culturale: Giorgio Bocca, che si proclamava razzista e antimeridionale, era un pilastro (purtroppo) del giornalismo italiano; Gianfranco Miglio, fieramente razzista e antimeridionale, era (purtroppo) autorevole politologo e docente universitario.

L’espressione “parlamentari da cortile” si rifà, ovviamente, alla distinzione fra schiavi da campo e da cortile, con i secondi schierati con il padrone contro i primi, dai quali si ritenevano diversi e distanti, per il privilegio di servire il padrone in casa e non nei campi, vestirne gli abiti dismessi e non stracci; mangiare gli avanzi del suo pasto e non la fetida sbobba “di quegli altri” (conveniente per le più belle della “mandria” di schiavi, diventare amanti di uno da cortile).

Se la similitudine vi sembra eccessiva, offensiva, considerate che lo schema di potere è lo stesso; a cambiare sono soltanto i termini e la materia trattata.

Possibile che a nessun rappresentante meridionale di questa maggioranza in parlamento (ma quando le maggioranze erano altre cambiava pochissimo o proprio nulla) sia venuto in mente di chiedere che qualcuno si vergognasse per le offese agli studenti napoletani e si adottasse qualche provvedimento per sanzionare e prevenire quel genere di comportamenti? Oppure, che ne so…, che si cercasse, tramite telecamere in zona o video di privati, testimonianze, di identificare i razzisti e punirli?

Il guaio è che i sentimenti incivili da cui derivano tali azioni sono condivisi, diffusi. Altrimenti non ci sarebbe la vergogna di avere come vice capo del governo e capo di un partito votato pure a Sud (sempre meno, certo, ma…), quel Matteo Salvini gravato da una condanna per razzismo contro i meridionali. O un ministro incaricato di devastare la Costituzione con l’Autonomia differenziata, Roberto Calderoli, con tre condanne per razzismo in primo e secondo grado, poi sfuggito a quella prevedibilmente definitiva, grazie alla prescrizione per lungaggini processuali.

Per dire: la Cgia di Mestre, Centro studi orientati a Nordest e sguardo storto a Sud, non risulta abbia mai fatto una ricerca sul razzismo in Veneto. E forse è un bene: avremmo rischiato di scoprire che i meridionali sono razzisti contro i veneti (sono bravi a fare certe “scoperte” alla Cgia).

I parlamentari da cortile del Sud magari non si sono occupati della vicenda degli studenti offesi a Venezia, forse perché impegnati a risolvere problemi ben più gravi. Provo a indovinare: lo scandalo dei prezzi dei biglietti di treni e aerei per destinazioni meridionali, che raddoppiano, triplicano e anche più per le feste, per fottere la tredicesima ai terroni emigrati al Nord per studio o lavoro, e desiderosi di trascorrere qualche giorno in famiglia?

No, non è questo che assorbiva il tempo e le intelligenze (che c’è? Cos’ho detto di male?) dei parlamentari da cortile. Forse erano troppo presi da iniziatiche politiche per sventare l’ennesimo scippo al Sud di fondi del Pnrr: 10 miliardi tolti all’alta velocità ferroviaria in Calabria, per girarli al Nord, dove i lavori rischiano di fermarsi (e capirai! In Calabria, manco cominceranno), perché le società costruttrici lamentano l’aumento dei costi?

No, nemmeno questo. Ci spiegheranno (volete scommettere?) che è colpa della classe dirigente meridionale, se le cose al Sud non si riescono a fare. E per una volta, siamo d’accordo, dal momento che la classe dirigente meridionale sono anche loro. E intanto possono goderne i vantaggi, in quanto dirigono contro il Sud, a beneficio del potere economico e politico padano che li associa al potere “di servizio” (abiti dismessi, avanzi…).

Ho capito! I parlamentari da cortile stavano combattendo, nelle alte aule di rappresentanza e nei corridoi dei loro partiti-padroni, contro lo scempio di un Ponte sullo Stretto che finalmente dicono sarà fatto, ma con soldi della Sicilia, della Calabria e del resto del Sud (i Fondi coesione e sviluppo, destinati per legge al Mezzogiorno, ma non per il Ponte).

E magari i parlamentari da cortile del Sud trovano indecente che per le opere pubbliche nazionali in terra terronica, si debbano usare solo soldi dei meridionali, mentre per quelle al Nord, comprese le Olimpiadi invernali 2026 “a costo zero” si sprecano quelli di tutti gli italiani, che sulla direttrice Milano-Cortina saranno trasformati in stipendi da favola per professionisti di giusta area politica, appalti forse truccati, mazzette (ci sono inchieste giudiziarie già) e figuracce planetarie per inefficienza (come lo sputtanamento pubblico da parte del Comitato olimpico mondiale).

E invece, no, manco questo. (Comunque, a proposito del Ponte, non vorrei la tirino per le lunghe sino alla caduta del governo, per poi dire che se non si fa, è colpa altrui. E magari scoprire che alla società prescelta, la Webuild, toccherebbe pagarlo lo stesso o quasi. Dite di no? Avete dimenticato che siamo in Italia, in mano a questi qua? Si avrebbe il capolavoro dei Fondi coesione e sviluppo bruciati su un’opera che doveva essere finanziata con altre risorse e senza manco avere il Ponte).

Insomma, oltre a votare l’ordine del giorno per alzare le retribuzioni dei docenti al Nord, ad approvare i provvedimenti per finanziare lo spopolamento dei paesi e delle città del Mezzogiorno, ormai sempre più vuoti, pagando (sì, pure con i soldi nostri) la casa a chi si trasferisce al Nord, si può sapere che cavolo fanno i parlamentari meridionali da cortile?

Boh! Ma dev’essere qualcosa di molto importante, perché non possono distrarsi nemmeno per chiedere conto degli insulti dei razzisti veneti contro gli studenti di Napoli.

Eh, sì, dev’essere qualcosa di molto importante, che assorbe tutto il loro interesse e il loro tempo. I fatti loro, forse. Salvo rarissimi esponenti (e senza distinzione di partito, a dirla tutta), al Sud sono eletti dei parlamentari, ma il Sud non è davvero rappresentato in Parlamento.

Questo rende quasi miracolosa l’esistenza dell’Intergruppo parlamentare per il Mezzogiorno, le aree interne e le piccole isole, per la prima volta sorto in 163 anni.

Nemmeno il male è perfetto. (pa)

IL 2025 NEL SEGNO DEL RISCATTO DEL SUD
MA IL GOVERNO MELONI SE NE ACCORGERÀ?

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Vi sono dei momenti, quando sei vicino al mare, nei quali improvvisamente il vento si calma, tutto si ferma e poi comincia a tirare da un’altra parte.

È la stessa sensazione che si sta avendo nel Mezzogiorno.

Che qualcosa, indipendentemente dalla volontà dei cosiddetti policy maker, stia cambiando. Che dopo un lungo periodo in cui il vento è soffiato sempre dal Nord adesso, anche se non tira da Sud, vi è quel momento di calma che preannuncia il cambio di direzione.

Il 2025 potrebbe essere l’anno della svolta? Proviamo a mettere uno dietro l’altro i segnali che fanno presagire il cambio di direzione.

Il 2025 si apre con Agrigento, capitale della cultura. Non è la prima volta che una città del Sud viene individuata per tale prestigioso riconoscimento. Già nel 2018 Palermo aveva ricoperto tale posizione. Ma Agrigento è proprio il simbolo del riscatto. Tra le ultime posizioni per qualità della vita, con un tasso di disoccupazione particolarmente elevato, con una provincia nella quale ancora mancano i servizi essenziali a cominciare dall’acqua, non collegata né con un’autostrada né con una rete ferroviaria veloce, lontana da tutti gli aeroporti dell’Isola, ma con un patrimonio culturale inestimabile e una Valle Dei Templi che è un must da visitare per qualunque viaggiatore, rappresenta una scommessa che finalmente il Paese tenta di vincere.

Il concerto del canale Mediaset 5, della notte di Natale, del gruppo il Volo ha evidenziato una bellezza sconosciuta a tanti.

Indicatori, se si vuole leggerli, sono anche i due concerti di Capodanno che sono stati trasmessi sul canale ammiraglio della Rai dalla bellissima Reggio Calabria, da una Regione, sempre marginale, che adesso si sta imponendo per la sua bellezza.

Da una città che guarda a Messina simbolo di quel Ponte sullo Stretto i cui lavori dovrebbero partire proprio quest’anno.

Altro elemento indiscutibile di interesse per una realtà che per anni il resto del Paese voleva provare a fare affondare da sola.

Mentre canale 5 di Mediaset trasmette da quella Catania, ricca non solo culturalmente ma che ha un vulcano attivo che da solo potrebbe rappresentare un punto di interesse unico del panorama italiano.

Mentre in provincia di Trapani, icona di resilienza e di creatività, Gibellina è stata nominata prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, con il progetto Portami il Futuro per il 2026.

I segnali di un cambiamento di vento non riguardano però soltanto alcuni piccoli eventi, visto che quelli grandi ancora stentano ad arrivare, ma la capacità di mobilitazione che vi è stata contro la legge sull’autonomia differenziata. Che non era prevedibile ed ha lasciato smarcati i lombardo veneti leghisti.

Il successo della raccolta delle firme per l’indizione del referendum ha sorpreso le forze politiche, provocando delle prese di posizione per esempio da parte di Forza Italia, ma anche di Noi Moderati, e in parte anche da Fratelli d’Italia che, probabilmente al di là della approvazione o meno della possibilità di effettuare il referendum e in quel caso anche dal raggiungimento del quorum del 51% degli aventi diritto, costituirà un punto di partenza del quale non si può potrà non tener conto.

Altro elemento fondamentale che fa capire che vi è una brezza diversa riguarda il ruolo che sta riassumendo Napoli come altra capitale d’Italia, nello sport con una squadra che dà lezioni alle più titolate, con l’elezione del suo sindaco come presidente dell’associazione dei Comuni italiani, con i suoi cantanti, come Geolier, che impongono il napoletano anche a Sanremo, con i suoi Beni Culturali come Pompei che diventano tra i siti più visitati d’Italia, mentre i suoi autori del ‘900 come Edoardo de Filippo spopolano in tv e quelli del 2000 come Sorrentino nel cinema, e il direttore Muti viene chiamato a dirigere il concerto di Capodanno di Vienna.

In tale contesto i movimenti meridionalisti non solo si moltiplicano, ma cercano di trovare un’intesa tra di loro per costituire una forza di opinione tale da indirizzare e costringere un Governo nazionale, a parole centrato sul Mezzogiorno ma nei fatti molto disinvolto, ad occuparsene.

E per la prima volta comincia a diventare virale una campagna che invita i meridionali a comprare prodotti del Sud. Un’azione che potrebbe cominciare a impaurire un Nord bulimico che ritiene scontato il fatto che possa utilizzare una parte del Paese come suo mercato di consumo.

E viene sdoganato un concetto che se viene compreso adeguatamente può diventare dirompente rispetto ad una consapevolezza mai completamente raggiunta dai meridionali. Si tratta di acquisire la certezza di essere una colonia interna, dalla quale si estrae energia, come successo dagli anni ’60 in poi con le raffinerie, lasciando soltanto malattie e tumori, pazienti per le proprie cliniche per il proprio sistema sanitario, ragazzi formati per il proprio sistema manifatturiero e di servizi, non portando la mobilità che caratterizza il resto del Paese e che invece viene fermata per quanto attiene alle autostrade a Napoli e per quanto riguarda l’alta velocità ferroviaria a Salerno.

Lontani dal condividere il racconto di un Mezzogiorno locomotiva d’Italia, che ancora oggi è solo una speranza, perché il flusso migratorio continua ad essere pesante, la convinzione è che l’approccio del Governo è quello di un modello di sviluppo che prevede questa realtà come colonia interna.

Il tentativo di inondarla di pale eoliche ed impianti solari, senza dare nulla in cambio, continua ad essere portato avanti in contemporanea con le dichiarazioni di una regione Piemonte che prende posizione netta contro tali impianti.

Mentre va avanti il progetto di piazzare un rigassificatore in una zona a 3 km dalla Valle Dei Templi e dalla bianca scogliera della Scala dei Turchi e a pochi centinaia di metri dalla tomba del grande premio Nobel Pirandello.

Il racconto della locomotiva del Paese, se non vuole rimanere una pura enunciazione di pii desideri, deve trovare nel potenziamento del manifatturiero una via vera di modello di sviluppo per il Sud del Paese. Per far questo è necessario potenziare in modo esponenziale l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area, e individuare, come hanno fatto i Paesi a sviluppo ritardato o con aree importanti da promuovere, delle zone particolarmente attrattive vicine ai porti, irrinunciabili per chi vuole localizzarsi in Italia. Cosa ancora che non si verifica, visto che Amazon e Microsoft preferiscono costruire i loro grandi impianti alle porte di Milano.

Tutto questo avverrà soltanto se la consapevolezza, la mobilitazione dei meridionali  saranno tali da non consentire che la bulimia di un Nord, abituato a prendere tutto, prevalga.

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

PARTONO OGGI I SALDI IN CALABRIA:
SI SPENDERANNO 125 EURO A PERSONA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Sono 115 milioni di euro la somma che la Calabria spenderà per i saldi invernali, che prenderanno il via oggi, 4 gennaio. È quanto stimato da Confcommercio Calabria, spiegando come «secondo i dati raccolti, saranno circa 510.000 le famiglie calabresi che parteciperanno ai saldi, con una spesa media per famiglia di 290 euro, leggermente inferiore alla media nazionale di 307 euro. La spesa media per persona si attesterà invece sui 125 euro, rispetto ai 138 euro nazionali».

L’abbigliamento rappresenta la categoria più acquistata con il 50% delle preferenze, seguita da calzature (25%) e accessori (10%). I tessili per la casa, gli articoli sportivi e altre categorie completano il quadro delle scelte dei consumatori.

Cosenza guida la classifica regionale con una quota del 35,8% delle vendite, seguita da Reggio Calabria (28,3%) e Catanzaro (18,5%). Crotone e Vibo Valentia completano il quadro con quote più contenute, ma comunque significative.

Percentuale di sconto applicato

Con uno sconto medio tra il 30% e il 50%, i saldi invernali si confermano un’importante occasione per i consumatori e un’opportunità per i commercianti di smaltire le rimanenze di magazzino e sostenere i bilanci. I 54.655 esercizi commerciali attivi in Calabria, che danno lavoro a oltre 102.000 addetti, trarranno beneficio da questa stagione di saldi, rafforzando il loro ruolo nel tessuto economico e sociale della regione.

«Con l’avvicinarsi dei saldi invernali 2025, i dati che emergono sono decisamente incoraggianti per il commercio calabrese», ha detto la direttrice di Confcommercio Calabria, Maria Santagada.

«Nonostante le sfide economiche degli ultimi anni – ha proseguito – il settore continua a dimostrare una resilienza notevole, con un valore complessivo stimato per gli acquisti in saldo che supera i 115 milioni di euro nella nostra regione. I saldi invernali quindi, nonostante tutto, continuano a rappresentare un momento fondamentale per il commercio locale e per le famiglie calabresi».

«Anche in occasione dei saldi, come Confcommercio Calabria – ha concluso –rinnoviamo l’invito a sostenere i negozi delle nostre città, che sono un presidio essenziale di vivibilità e identità. In un contesto economico complesso, i saldi offrono l’opportunità di acquistare prodotti di qualità a prezzi vantaggiosi, contribuendo allo stesso tempo alla vitalità delle nostre comunità».

«Quest’anno è previsto un importante giro d’affari – ha fatto sapere il prof. Pietro Vitelli, responsabile del Comitato Difesa Consumatori –. Infatti, si prevede  che ogni persona  potrà spenderà circa138 euro durante i saldi invernali di quest’anno. Un’occasione importante per rilanciare i consumi».

«I saldi rappresentano una tradizione commerciale capace di coinvolgere l’interesse di migliaia di famiglie alla ricerca dell’affare – ha spiegato – e di un crescente numero di stranieri amanti dello shopping made in Italy” inoltre è auspicabile  che i saldi invernali 2025 siano caratterizzati da una “tripla E”. Ovvero: Economia: per consentire acquisti responsabili e consapevoli, con un buon rapporto qualità-prezzo; Ecologia: per favorire gli acquisti nei negozi di prossimità e ridurre l’impatto ambientale del commercio online; Etica: per promuovere una moda rispettosa della salute dei consumatori e delle condizioni di lavoro.

«I consumatori – ha proseguito Vitelli – sanno bene che i saldi si praticano stagionalmente, in due diversi periodi dell’anno (di solito gennaio per i saldi invernali e luglio per i saldi estivi), hanno un periodo di tempo prestabilito anche perché devono essere limitati solo ed esclusivamente alla vendita della merce della stagione in corso».

«Attenzione però – ha aggiunto – per fare acquisti davvero convenienti senza farsi prendere dalla frenesia del momento basta seguire solo alcune semplici regole che possono farci evitare brutte sorprese. È compito dei sodalizi di tutela dei diritti quale appunto è il Comitato Difesa Consumatori che, per l’occorrenza, ha stilato una lista di alcune importanti regole da seguire affinché gli acquisti vengano effettuati in modo sicuro e trasparente atteso che molte volte i commercianti mettono in vendita capi delle collezione di abbigliamento degli anni precedenti rimasti invenduti nei loro magazzini invenduti».

Ecco le norme da seguire:

– Cambi: Controllare che i capi siano in buone condizioni: se il difetto viene fuori dopo l’acquisto, potrai chiedere la risoluzione del contratto e il negoziante deve restituirti l’importo pagato oppure ridurre il prezzo.

– Ricordarsi sempre  di  conservare lo scontrino: Un’altra cosa importante è la prova del capo, poiché il cambio è a discrezione del commerciante e bisogna chiedere prima di effettuare l’acquisto se è previsto e quanti giorni si hanno a disposizione per farlo a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme (artt. 130 e ss. d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, Codice del Consumo). In questo caso scatta l’obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione del capo e, nel caso ciò risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato.

«È bene – ha proseguito  Vitelli – anche controllare che i capi siano in buone condizioni: se il difetto viene fuori dopo l’acquisto, potrai chiedere la risoluzione del contratto e il negoziante deve restituirti l’importo pagato oppure ridurre il prezzo».

«Il compratore è, però – ha aggiunto – tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto. Ricordarsi sempre  di  conservare lo scontrino».

Prova dei capi: Un’altra cosa importante è la prova del capo poiché il cambio è a discrezione del commerciante, e bisogna chiedere prima di effettuare l’acquisto se è previsto e quanti giorni si hanno a disposizione per farlo. Prima di effettuare la prova vanno disinfettate le mani e, durante la prova dei prodotti, va sempre indossata la mascherina anche nei camerini.

– Pagamenti: Le carte di credito devono essere accettate da parte del negoziante e, in ogni caso, vanno favorite modalità di pagamento elettroniche

«Attenzione – ha raccomandato Pietro Vitelli – ai pagamenti effettuati con la carta revolving, perché i tassi applicati possono superare il 20%. Questo strumento di pagamento può essere conveniente nel solo caso di rimborso del capitale in tempi brevissimi, vale a dire pochi mesi».

«Infine – ha aggiunto – per evitare confusione e acquisti non desiderati, la merce venduta in saldo deve essere esposta separatamente da quella non scontata: fai una denuncia alla polizia municipale se questa regola non viene rispettata».

«Evitiamo – ha concluso Vitelli – di acquistare i capi d’abbigliamento che non abbiano le due etichette (quella di composizione e quella di manutenzione), per evitare di danneggiarli nella pulitura a secco o in quella ad acqua fatta a casa. Facciamo attenzione che la merce in saldo sia quella stagionale: la legge prevede, infatti, che i saldi non riguardino tutti i prodotti, ma solo quelli di carattere stagionale e articoli cosiddetti di “moda”, cioè quelli che hanno probabilità di deprezzarsi se non vengono venduti durante la stagione».

È importante ricordare che i prezzi esposti vincolano il venditore: se alla cassa viene praticato un prezzo o uno sconto diverso da quello indicato, bisogna farlo notare al negoziante e, in caso di problemi, può intervenire la polizia municipale.

La garanzia vale per 2 anni dall’acquisto, quindi attenzione agli scontrini di carta chimica, che sbiadiscono dopo qualche mese: fotocopiali per poterli esibire al momento opportuno. (ams)

ARCO JONICO, UN TERRITORIO IN CUI LE
PRIORITÀ SI AFFRONTANO AL CONTRARIO

di DOMENICO MAZZA – Oggi si parla tanto di AV, di nuove connessioni alle reti Ten-t Core, di intermodalità delle basi logistiche sullo scacchiere europeo e mediterraneo, di imprimere una forte velocizzazione al collegamento tra la Calabria (o almeno alcune parti di essa) e le principali aree di mobilità del Paese. Poco, se non per nulla, di contro, si discute della necessità di armonizzare le correlazioni fra le aree insite al contesto regionale.

Una visione più coerente delle dinamiche socio-economiche che potrebbero crearsi dalla interdipendenza strutturale tra ambiti affini e omogenei, andrebbe fatta. Almeno per rompere steccati ideologici, superati dalla storia e dai fatti, che vogliono gli abitanti di un determinato territorio conoscere a stento le contingenti problematiche dell’area in cui vivono.

Lungo l’Arco Jonico, poi, i richiamati steccati acquisiscono una valenza ancor più marcata. Non sarebbe azzardato, infatti, sostenere che, quasi a cadenza giornaliera, il brogliaccio delle inutilità acquisisce ulteriori capitoli che concorrono efficacemente alla stesura del libro dell’assurdo. Da un lato si trova il tempo per discutere di un quarto aeroporto, a fronte di una demografia regionale che non giustificherebbe neppure i tre attualmente presenti.

Dall’altro si tace riguardo al terzo restyling sulla tratta A2 Cosenza-Altilia o del raddoppio della Santomarco che porterà i tempi di percorrenza dal centro di Cosenza a Paola a circa 7 minuti, mentre nulla si dice del definanziamento delle opere complementari (sottopassi e cavalcavia) alla velocizzazione del binario jonico o dei paventati progetti di ammodernamento della Statale 106 finiti nel limbo del dimenticatoio.

Tanto nella Sibaritide quanto nel Crotonese, ormai, trionfano atteggiamenti compassati e remissivi. Gli unici momenti di passione politica, invero, si riducono a effimere attestazioni di fedeltà alle relative scuderie di appartenenza. Poco importa, poi, se quelle scuderie vengono cambiate e ricambiate alla velocità della luce. Del resto, ormai, i partiti si stanno trasformando sempre più in comitati elettorali che guardano con attenzione solo alle prossime campagne elettorali e poco si interessano della pianificazione politica o di fornire prospettive di crescita nelle aree in cui operano, ma tant’è.

Calabria: un sistema di collegamento tra aree inefficiente e inefficace

L’unica logica finora utilizzata nei processi di mobilità che hanno caratterizzato la Calabria ha risposto soltanto a deviate visioni centraliste che hanno favorito le comunicazioni tra determinati ambiti, condannandone all’isolamento altri. Tale dato, se raffrontato a quello di altre Regioni meridionali, dimostra una discrasia tra la punta dello stivale e altri Enti amministrativi. Nei casi campani e pugliesi, pur essendo maggiore (rispetto la Calabria) il distacco tra le aree componenti i relativi mosaici sistemici regionali, si riducono i tempi di tragitto tra un ambito e l’altro. In Calabria, invece, seppur in presenza di minori distanze tra contesti, si dilatano gli intervalli di percorrenza. Quanto esposto rende la nostra Regione un ecosistema di cloni ed accozzaglie in cui ogni territorio, talvolta senza neppure i minimi requisiti demografici per definirsi tale, vorrebbe ogni servizio sotto casa.

Ciò detto, a giustifica della difficoltà a spostarsi da un ambito all’altro e, soprattutto, considerata la mancata conoscenza capillare del territorio regionale nel suo insieme. Giocoforza, la sfida di propagare i rapporti di funzione geografica delle aree omogenee rivestirebbe un ruolo fondamentale per portare questa Regione ad essere competitiva sullo scacchiere nazionale, internazionale e, soprattutto, nei nuovi equilibri geo-politici mediterranei.

L’organizzazione dei servizi di mobilità per ambiti ottimali, omogenei e demograficamente rappresentativi

La concentrazione dei servizi e dei sistemi di mobilità sostenibile, quindi, andrebbe armonizzata in maniera tale che gli agglomerati demografici compresi tra i 350 ed i 450mila abitanti rappresentino i distretti di riferimento per il cittadino. Sanità, giustizia, mobilità, logistica, non possono continuare ad essere disposti in maniera spesso ripetitiva e duplicata in alcune aree e rappresentare invece chimere per altre. Tutto ciò, fra le tante, contribuisce anche a congestionare e ingessare detti servizi nelle capitali storiche del centralismo, non fornendo, neppure dove presenti, un sistema organizzato e rispondente alle esigenze della popolazione. Motivo per cui, tale impianto, risulta percepito come inefficiente, improduttivo, inutile e funzionale solo all’ingrassamento delle burocrazie malate e deviate che gozzovigliano come avvoltoi sulle spalle del Sistema Paese.

Va tenuta in debita considerazione, altresì, che la popolazione della Regione si attesta intorno a 1,8mln d’abitanti: una cifra ridicola se parametrata a quella di altre realtà, anche, contermini alla nostra. Quanto esposto non invoglia e non invoglierà mai i mercati a considerare la nostra terra come un buon investimento. Sommando, anche, la mancanza di una pianificazione industriale-aziendale e la costante emorragia demografica, la Regione appare sulla via della deriva.

La Calabria e i contesti regionali del Nord: l’inefficienza contro l’organizzazione

Le Regioni del Nord, negli anni, hanno costruito reti di interdipendenza tra le aree che le compongono. Nel caso del Veneto, l’Ente, ancor prima di porsi il problema della globalizzazione interregionale, si è mobilitato riguardo la necessità di armonizzare, senza duplicare, i servizi e le peculiarità in ambito regionale. L’area lagunare si è specializzata nei servizi turistici, mentre nel Trevigiano è stata favorita la piccola media impresa nel settore vitivinicolo.

A Padova, invece, si è sviluppato un distretto sanitario di qualità e l’ambito bellunese ha risposto con la creazione di un’offerta peculiare degli sport invernali. Ecco, quindi, una biogeocenosi che è riuscita a mettere in connessione tutte le aree regionali, in sussidiaria interdipendenza, attirando flussi anche da aree extraregionali e costruendo con le Regioni contermini politiche di sviluppo comuni.

In Calabria, invece, vige ancora un sistema semifeudale, demograficamente ridicolo, qualitativamente incomparabile ad altre Regioni e intriso di atteggiamenti anacronistici e di facciata. In questo sconquassato ambiente geo-politico, i termini utilizzati nella nomenclatura delle Aree appaiono totalmente inappropriati e ridicolmente ingigantiti. Utili, forse, a giustificare un’ostentata superiorità insita solo nelle piccole menti di chi la pensa.

È la correlazione e il bilanciamento tra aree a interesse comune che restituisce grandezza ad un sistema regionale, non il contrario.

Il ruolo della Politica e la necessità di svecchiare un sistema amministrativamente improduttivo

Il Governo dell’Ente calabrese dovrebbe interrogarsi su quali vantaggi abbia portato un apparato amministrativo interno caratterizzato da diffusi fenomeni centralisti e spicciati processi diseconomici tra aree della stessa Regione. Andrebbe posto rimedio a una condizione scriteriata che ha generato povertà nelle aree joniche, potenzialmente fra le più produttive dell’intero Mezzogiorno. Superare l’attuale paradigma degli Enti intermedi, impostato su visioni antiquate e inefficienti, riallacciando i rapporti economici con aree affini e contermini anche di altre Regioni, sarebbe il minimo sindacale da cui partire. Operazioni d’apertura e rottura degli steccati, artatamente costruiti dai dettami centralisti, aiuterebbe notevolmente la Calabria ad uscire dalla condizione di cenerentola che si è costruita negli anni.

Se si vorrà tamponare la dilagante forza centrifuga in atto dalla Regione e spiccatamente dai contesti jonici, sarà necessaria una forte presa di posizione e il coraggio di riformare un sistema inadeguato, malato, deviato e attento solo alla forma, pur nella consapevolezza di essere totalmente deficitario nella sostanza. (dm)

[Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia]

ZES UNICA AL SUD, VERA OPPORTUNITÀ PER
ATTRARRE CAPITALI E CREARE LAVORO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA“Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo”. Così William Shakespeare in Giulietta e Romeo ci fa capire come il nome che diamo alle persone ha un’importanza assolutamente relativa. 

Ciò accade anche per gli strumenti. Mi riferisco al grande dibattito circa il funzionamento della Zes Unica. La Presidenza del Consiglio in un suo comunicato dichiara: «Sette miliardi quelli relativi al solo 2024; una concessione del Credito di imposta al 100 per 100 della quota disponibile. Chi ha ottenuto l’autorizzazione unica ad investire nel Mezzogiorno ha potuto contare fino al 60% di credito di imposta».

È una dichiarazione di successo e probabilmente sono dati che grazie ad una attenta gestione da parte di Giosy Romano, coordinatore della struttura di emissione della Zes unica, sono incoraggianti. 

In realtà la semplificazione sta consentendo di andare oltre ogni prevedibile, ottimistica previsione. 

C’è solo un grosso errore ed è quello di aver chiamata il Mezzogiorno Zes unica. Perché le norme che riguardano il Sud, che stanno funzionando, non hanno assolutamente nulla a che vedere con le Zone Economiche Speciali, così come sono state organizzate e funzionano  in tutto il mondo. 

 Infatti, le Zes individuano uno strumento che nasce in Cina e fu chiamato Special Economic Zone (Sez).

Esse nascono per una precisa  esigenza, quella di fornire alcune condizioni favorevoli per l’insediamento di nuove attività produttive. Era evidente che pensare di fornire tali condizioni in tutta la realtà di riferimento era complicato, quindi si scelse di limitare le aree ad alcune zone più vocate. 

L’obiettivo non era quello di consentire alle aziende esistenti sul territorio di poter ampliare la propria attività e di aumentare gli investimenti previsti in tempi brevi, quanto invece quello di attrarre gli investitori stranieri.

Il governo cinese assicurava nelle aree individuate quattro condizioni di vantaggio: la prima che la realtà fosse ben collegata al sistema infrastrutturale del Paese, la seconda che fosse esente da criminalità organizzata e in ogni caso che vi fosse un controllo particolare per evitare condizionamenti criminali, la terza che ci fosse un costo del lavoro particolarmente basso, la quarta che gli utili, che fossero realizzati dalle aziende che si andassero a insediare, fossero esenti da tassazione per un certo numero di anni. 

Tali condizioni portarono un numero importante di aziende, molte anche europee e di queste moltissime tedesche, ad insediarsi nelle Sez.  Le prime 4 zone economiche speciali (ZES) sono state istituite nel 1979. Shenzhen, Shantou e Zhuhai, che si trovano nella provincia del Guangdong, e Xiamen che si trova nella provincia del Fujian. 

Il successo di Shenzhen e delle altre zone economiche speciali ha incoraggiato il Governo cinese ad aggiungere, nel 1986,14 città più l’isola di Hainan all’elenco delle zone economiche speciali nel 1986.

Questo era il modello al quale si erano ispirati le otto Zes che sono state costituite nella prima fase dello strumento. Aree limitate vicino a porti ed aeroporti, magari con zone doganali inter concluse, che consentissero di effettuare lavorazioni senza far entrare le merci nel Paese, un controllo della criminalità organizzata molto efficace con strumentazioni evolute, cosa che era possibile soltanto in aree contenute, un costo del lavoro particolarmente basso con l’eliminazione del cuneo fiscale e anche questo strumento poteva essere immaginato per aree contenute e limitate e infatti noi che lo abbiamo esteso a tutto il Mezzogiorno adesso dobbiamo fare marcia indietro perché non abbiamo i soldi per finanziarlo e nemmeno l’Unione Europea ci consente di estenderlo a un’area così ampia, e poi la possibilità di esentare da ogni tassazione gli utili eventuali cosa anche questa che è possibile effettuare soltanto per un numero limitato di aree, perché se la estendi a tutto l’esistente evidentemente diventa insostenibile.

Ampliando a tutto il Mezzogiorno, il  risultato è stato che evidentemente le condizioni favorevoli sono state soprattutto a vantaggio delle realtà già esistenti, che peraltro se ne ricorderanno nelle urne, perdendo di vista però il vero obiettivo che aveva lo strumento, che era quello che di attrarre investimenti dall’esterno dell’area, che in realtà oggi si vanno ad insediare a Milano come si è visto con l’esperienza Amazon e quella di Microsoft.  

Che le nostre otto Zes non funzionassero era dovuto al fatto che le Regioni le avevano piegate ai loro interessi elettorali, che erano quelli di avvantaggiare l’esistente non attrarre il nuovo. 

 In tal modo siamo ritornati  alla vecchia Cassa del Mezzogiorno e a una gestione di risorse pubbliche centralizzate. 

Ma il Mezzogiorno potrà risolvere il suo problema occupazionale solo attraendo grandi investimenti dall’esterno dell’area, ognuno dei dei quali deve poter portare quei 3000/4000 addetti che incidono sul contesto complessivo, perché il manifatturiero nel Mezzogiorno è assolutamente contenuto e le aziende esistenti quello che erano in grado di   fare l’hanno già fatto, come si è visto dalle evidenze empiriche che vedono il numero di addetti nel manifatturiero fermi ormai da oltre 10 anni. 

Visto che abbiamo bisogno di creare 3 milioni e mezzo di posti di lavoro e che perlomeno 1 milione e mezzo devono venire dal manifatturiero, si capisce con una semplice divisione aritmetica che parliamo di poco meno di 400 investimenti da 4000 persone ciascuno, cioè un numero enorme, che può venire soltanto se le realtà di insediamento si rendono particolarmente attrattive, per cui per una qualche azienda che vuole insediarsi in Italia, meglio in Europa, non ci debba  essere competizione rispetto ad altre aree, come per esempio la Polonia, l’Ungheria o la stessa Germania, e invece oggi la cosiddetta Zes Unica del Mezzogiorno non riesce a competere nemmeno con la periferia milanese, come si è visto. 

Quindi accontentiamoci degli ottimi risultati che il buon Giosy Romano sta ottenendo,  ma non c’entra nulla quello che sta facendo con il progetto Zes che aveva ben altre ambizioni, cioè quello di portare il  manifatturiero nel Mezzogiorno in una decina di anni a dati fisiologici, mentre oggi col nuovo approccio, il modello di sviluppo rimane quello di incentivare quello che esiste e che cerca di far crescere progressivamente la realtà  indigena, ma che non blocca le emigrazione di 100.000 persone ogni anno, non stoppa la desertificazione delle aree del Sud, non risolve il tema del cambiamento sociale della struttura della popolazione, dalla quale molte giovani menti preparate continuano ad andare via.

Quindi possiamo essere contenti dei risultati raggiunti ma ritorniamo ad una dizione diversa che può essere “Aiuti per le imprese del Mezzogiorno”, ma eliminiamo la dizione Zes Unica, perché quello che si sta attuando con tale strumento con le Zes non c’entra nulla. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

SOGNI & BISOGNI DEL 2025 IN CALABRIA
TRA PONTE, AUTONOMIA, GIOVANI E LAVORO

di SANTO STRATI Un anno difficile e pieno di incognite: e quando mai i pessimisti rinunciano a esprimere valutazioni negative basate sul nulla? Certo il 2025 non sarà un anno facile, anche se nasce con le migliori prospettive e porta con sé una serie di incognite il cui esito “lo scopriremo solo vivendo”.

Sarà l’anno del Ponte? Potrebbe e, riteniamo, gran parte dei calabresi e soprattutto dei siciliani se lo augura: basterebbe il costo annuale dell’insularità che la Sicilia paga (6 miliardi di euro) a giustificare l’impellenza e la necessità dell’opera che il mondo intera ci invidierà (se si riuscirà a costruire). Pensate, due anni di costi di insularità equivalgono al costo del Ponte. Ma, siccome, è un’opera che porta la “firma” di un governo di destra e – peggio che mai – voluto e sostenuto dal ministro leghista-nordista Salvini, trova una sciocca opposizione da parte della sinistra unita(?). E pensare che Prodi, ai tempi dell’Ulivo si era espresso in maniera favorevole a proposito del Ponte. Il problema è tutto politico, non c’entrano nulla le critiche (per nulla basate su dati scientifici) che vengono dai quattro gatti dei No-Ponte e dalla coalizione no-ponte che vede allineati CinqueStelle, Pd, Avs e altre forze (?) di una sinistra che continua a mortificare e deludere i propri elettori.

La decisione del CIPESS sarà uno degli elementi cardine del futuro anno: entro gennaio sarà sciolto in via definitiva il dilemma: si può fare-non si può fare. E a quel punto, ove prevalessero le ragioni del sì, salvo intempestivi ma immaginabili interventi del Tar di turno, non ci sono più ragioni per discutere. Si comincerà a costruire l’opera più colossale del III Millennio.

Ma non di solo Ponte ha bisogno la Calabria. Se volessimo stilare un decalogo a uso del Governatore Occhiuto (che pur convalescente è tornato subito in Cittadella “perché non c’è tempo da perdere”) e degli amministratori locali, non potremmo che cominciare dalla sanità. L’obiettivo (possibile) è l’uscita dal commissariamento, perché la Calabria ha diritto a prestazioni sanitarie identiche a quelle di tutti gli altri italiani. Calabria è Italia, non lo dimentichino i signori del Nord che hanno visto infrangersi il sogno (impossibile) dell’autonomia differenziata. La bocciatura della Consulta ha bloccato il processo di allargamento del divario, con le evidenti e orribili sperequazioni tra Nord e Sud.

Ma serve mettere mano a tutta la pianificazione relativa a infrastrutture e strade, con l’impegno responsabile anche degli amministratori locali. E a questo proposito non si capisce perché, per esempio, la Regione, oggi presieduta da un Presidente di destra continua a traccheggiare per il passaggio delle deleghe alla Città Metropolitana di Reggio Calabria (alla stessa maniera dell’ex Presidente Oliverio, di sinistra). Il mancato passaggio delle deleghe ostacola lo sviluppo del territorio e qualsiasi progetto di sviluppo locale.

E a proposito di sviluppo si segnino bene, Presidente e amministratori, le opzioni che la Zes unica oggi offre alla Calabria. Bisogna attrarre investimenti offrendo commodities e incentivazioni aggiuntive agli industriali che vogliono delocalizzare al Sud. Se avesse successo la Zes assisteremmo a una piacevole emigrazione di ritorno, ovvero molti calabresi potrebbero finalmente essere tentati di lavorare vicino casa.

E, come abbiamo più volte ripetuto, tengano conto i nostri governanti della necessità di puntare in maniera seria su formazione e cultura. Abbiamo, in Calabria, tre Università che sfiorano l’eccellenza (in particolare Cosenza è – secondo il Censis – il migliore Ateneo d’Italia), ma investiamo ancora troppo poco in istruzione e formazione, dimenticando poi del tutto che è necessario creare sbocchi occupazionali ai nostri laureati e ricercatori, apprezzatissimi dovunque, ma ignorati in Calabria. È assurdo che si forniscano strumenti formativi si altissimo livello (a costi elevati per le famiglie e per il territorio) e poi si costringano i nostri giovani – per mancanza di opportunità occupazionali – a cercare altrove il proprio futuro. La Calabria è una regione dove si legge troppo poco, ma non esiste un piano per la lettura, i bandi per le biblioteche  sono scoraggianti, e intere realtà istituzionali (si pensi alla Biblioteca Civica di Cosenza o a quella straordinaria di Soriano Calabro) lasciate in colpevole abbandono. Per non parlare dell’informazione che in Calabria, pur essendo ampia e dignitosamente “libera” non riceve alcun incentivo da parte della Regione: in Sicilia anni fa con una legge apposita stanziarono 9 milioni di euro per gli editori di quotidiani e periodici dell’isola. Da noi si parla da decenni di fare un provvedimento legislativo che dia impulso a nuove iniziative e sostenga quelle esistenti, con l’obiettivo di scoraggiare e deprimere fake news e utilizzo disinvolto di informazioni “contro”. I calabresi hanno diritto di essere informati correttamente. Come hanno diritto di poter acedere alle biblioteche e le scuole hanno il diritto di poter costituire proprie biblioteche per incentivare la lettura tra i giovani.

E veniamo al discorso lavoro. Che non c’è. Esistono iniziative regionali per incentivare l’auto- imprenditorialità, ma i bandi sono farraginosi e complicati. Manca il supporto necessario a formare la cultura d’impresa e soprattutto il sistema bancario continua a remare contro. Ci sono centinaia di esempi di giovani che si sono visti rifiutare anticipazioni e prestiti su agevolazioni già  concesse, salvo a presentare fideiussioni e garanzie mobiliari da parte di familiari. Non può continuare a funzionare così: ci sono giovani che hanno idee per avviare startup di quasi sicuro successo, ma gli ostacoli sono superiori alle opportunità disponibili.

Mobilità: ultimo tema, che ritorna, in qualche modo, al discorso del Ponte. Lo abbiamo scritto infinite volte: senza strade e autostrade e l’alta velocità ferroviaria (quella vera, ad alta capacità) il Ponte sarà un bellissimo scenario per photo-opportunity e selfies, ma non risolverà i problemi del traffico e della mobilità. 

E non dimentichiamoci del turismo. Occorre privilegiare una comunicazione intelligente e che crei davvero attrazione nei confronti della Calabria.

Le nuove rotte di RyanAir hanno avvicinato la Calabria all’Europa e il numero di turisti in arrivo dai capoluoghi europei serviti (con tariffe a basso costo) dal vettore irlandese è in continua crescita. Si pensi a valorizzare  il turismo religioso (siamo nell’anno del Giubileo!) e si comincia a ragionare in termini razionali al turismo congressuale. A Sud di Reggio c’è un progetto (Mediterranean Life) dell’imprenditore (visionario) Pino Falduto che darebbe risposta alla forte domanda di congressualità in riva allo Stretto, oltre a costituire un formidabile punto di approdo per la nautica da diporto (e sono migliaia le imbarcazioni da turismo che solcano il Mediterraneo): nessuna risposta dall’Amministrazione competente e nessun interesse da parte della Regione. Ma perché le iniziative private (che non chiedono soldi pubblici) trovano sempre ostacoli in questa terra? Buon anno a tutti, ma scon ottimismo.λ

IL 2025 CHE VERRÀ: FORMAZIONE, CULTURA
MA ANCHE MOBILITÀ, IL LAVORO E LA SANITÀ

di SANTO STRATI – È inevitabile, non si scappa: l’ultimo dell’anno è l’occasione per fare il bilancio dell’anno che si chiude e tentare di immaginare cosa aspettarsi dal futuro. Ci proviamo.

Quante cose buone nel 2024 e quante meno buone? Difficile fare  una distinzione se non si ha voglia di ottimismo: la Calabria ha mostrato la sua capacità di reagire al torpore cui generazioni di politici l’hanno costretta negli ultimi 50 anni. I calabresi hanno capito che è il momento di mostrare i denti e rispondere adeguatamente a chi insiste a considerare questa terra una fastidiosa incombenza per l’Italia, quando il realtà essa rappresenta un volano straordinario di sviluppo. «Se cresce il Sud – è stato detto da tanti (a cominciare dall’ ex presidente del Consiglio Conte al presidente della Confindustria Berti) – cresce l’Italia. Orbene, quest’idea di sviluppo è però rimasta soltanto nelle intenzioni e ci piacerebbe che tutti i parlamentari del Mezzogiorno, ma soprattutto della Calabria, costituissero una sorta di rete trasversale con un comune obiettivo: crescita, occupazione, futuro.

Un modello ce l’abbiamo – il deputato Francesco Cannizzaro di Forza Italia – il quale a ogni finanziaria riesce a “mollare” un po’ di emendamenti che portano ricchezza e nuove opportunità di sviluppo per la “sua” Calabria.

Ci piacerebbe vedere tanti cloni di Cannizzaro, nelle varie appartenenze politiche che si spendessero per il Mezzogiorno. Ci sono le occasioni e le premesse per delineare una visione di sviluppo che non si fermi a domani, ma guardi a dopodomani e a dopo-dopodomani. Ossia che metta le basi per restituire il futuro rubato ai nostri giovani.

A rischio di ripetermi, insisto a dire che la chiave dello sviluppo si chiama formazione: la scuola, l’università, i dottorati sono l’elemento chiave per costruire un’idea di futuro. Questo Paese sottopaga gli insegnanti e allo studio e alla formazione riserva sempre percentuali microscopiche delle risorse destinate allo sviluppo. Un Paese che, però, come nel caso della Calabria, sforna eccellenze che il mondo ci ammira (e ci sottrae), grazie all’impegno di straordinari docenti e insegnanti che non guardano l’orario e vogliono formare in modo serio e costruttive le generazioni di domani.

Cultura e formazione, dunque, senza trascurare e dimenticare le infrastrutture di cui il 2025 dovrebbe vedere l’avvio dei lavori. Il Ponte, certo, se a gennaio il Cipess dirà se va fatto o meno, ma tutto il sistema dei trasporti e della mobilità che in Calabria (e in quasi tutto il Sud) è pressoché fermo ai borboni. Se non si farà l’Alta Velocità, si rifà la SS 106, si adeguano strade e autostrade, il Ponte non serve e proprio per questo la sua realizzazione farebbe da traino a tutto ciò.

Un discorso a parte merita la Sanità: il Presidente Occhiuto ha lavorato bene da commissario, ma dovrà lottare perché il Commissariamento finisca: va congelato il debito e vanno autorizzati investimenti nelle strutture pubbliche della sanità. È un memo importante per la Regione, speriamo che il Presidente ci creda.

ALTA VELOCITÀ, SARÀ UN’INCOMPIUTA IN
CALABRIA? A RISCHIO I FONDI DEL PNRR

di PABLO PETRASSOArriva l’ok della Commissione Ue per le opere pubbliche infrastrutturali della Zes unica Sud. Rappresentano uno dei “pezzi” della sesta rata del Pnrr (che vale in tutto 8,7 miliardi di euro) inoltrata dal Governo a Bruxelles nel mese di agosto e tornata indietro con il visto europeo poco prima di Natale. In tutto, all’Italia sono stati accordati fondi per 122 miliardi, il 60% di una dotazione complessiva di 193 miliardi di euro.

Questa rata è focalizzata sul tentativo di portare a termine opere indispensabili a migliorare la dotazione infrastrutturale del Sud e soprattutto i collegamenti tra le aree portuali e le reti stradali e ferroviarie del Paese. È la strategia dell’ultimo miglio, un passo fondamentale per consentire ai distretti produttivi di ridurre tempi e costi della logistica. Un modo per aumentare la capacità attrattiva del Mezzogiorno. C’è una scadenza da cerchiare in rosso: la prima metà del 2026. E non tanto perché queste opere siano in ritardo ma perché è collegata a un altro aspetto centrale per il futuro del Sud: l’Alta velocità ferroviaria. Vediamo perché i due obiettivi infrastrutturali sono collegati e, soprattutto in Calabria, gli sforzi per avvicinare il porto di Gioia Tauro all’Europa rischiano di essere frustrati.

Pnrr, oltre 100 milioni per il porto di Gioia Tauro

La sesta rata del Pnrr ha un capitolo importante nel cuore della Piana di Gioia Tauro. Il porto è il punto di riferimento per la quota più ampia riservata a quella che un tempo era la Zes Calabria: ci sono oltre 100 milioni di euro di investimenti per lo scalo più importante del Meridione (che è anche uno tra quelli che crescono maggiormente nel Mediterraneo). L’elenco degli interventi: l’adeguamento degli impianti ferroviari a Sibari, San Pietro a Maida, Nocera Terinese e Rosarno (57,7 milioni); il raccordo stradale sud alla rete Ten-T (10 milioni); il completamento della banchina di ponente lato nord (16,5 milioni); l’urbanizzazione dell’area industriale (10 milioni).

Insomma, Gioia Tauro sembra il cuore pulsante del progetto pensato per attrarre maggiori investimenti al Sud. Lo scalo calabrese avrebbe un ruolo chiave nella dimensione euromediterranea, visto che la rete Ten-T collegherà la Scandinavia all’Europa del Sud ed è la stessa che comprende la Sicilia e il Ponte sullo Stretto (per il quale l’Europa però ha destinato finora un finanziamento molto esiguo).

Il Governo vuole tagliare l’Alta velocità in Calabria?

Ci sono però molti condizionali e quasi tutti si concentrano sull’altra faccia della medaglia dello sviluppo del Mezzogiorno che mostra ritardi preoccupanti proprio in Calabria. L’Alta velocità che in un’ampia parte del Sud prenderà il via nel 2026, da Praia in giù è collegata a scadenze che non arriveranno prima del 2030. Tornando al porto di Gioia Tauro, se i lavori pensati per avvicinarlo all’Europa finiranno nel 2026, saranno una goccia nel mare di un’infrastruttura ferroviaria ancora lenta e vecchia. I nodi saranno adeguati ma la rete resterà obsoleta. In sostanza, il porto più importante del Sud sarà pronto ma non avrà gli strumenti per sprigionare il proprio potenziale.

Da qualche giorno c’è un altro problema all’orizzonte: il Governo, infatti, sta rivedendo la strategia complessiva sul Pnrr. Nuovo ministro, nuovi obiettivi: da quando Tommaso Foti (ex capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera) ha preso il posto di Raffaele Fitto, è partita una revisione dei progetti. L’obiettivo è quello di individuare i progetti in ritardo e reinvestire in altri ambiti per garantire la migliore attuazione del Piano. In cima alla voce “ritardi” c’è l’Alta velocità in Calabria che, come detto, non riuscirà a essere completata entro il 30 giugno 2026. Non se ne parla prima del 2030. Per il governo è un problema e, secondo quanto riportato da Repubblica, alcuni lotti dell’Av Salerno-Reggio Calabria sono in bilico e l’idea è quella di trasferire i fondi su altre opere i cui tempi di realizzazione appaiono più in linea con i desiderata europei. In Campania (e non solo) i treni ad Alta velocità inizieranno a circolare nel 2026, per i lotti calabresi se tutto andrà bene i lavori inizieranno in quella data visto che ancora si discute di quale sia il percorso migliore per i nuovi treni. Insomma, è tutto ancora sulla carta e Foti potrebbe decidere di lasciar galleggiare i progetti calabresi per trasferire altrove le risorse.

Gioia Tauro, porto all’avanguardia in una rete ferroviaria novecentesca

La prima vittima sarebbe proprio il Porto di Gioia Tauro, tagliato fuori dalle reti moderne e destinato a segnare il passo rispetto ad altri porti del Mezzogiorno che invece potranno sfruttare l’Alta velocità e formare un quadrilatero (Napoli-Battipaglia-Taranto-Bari) a performance elevate. La dead-line nell’area tra Campania, Basilicata e Puglia è fissata all’agosto 2027. Per la Calabria la tempistica è molto più fumosa e il potenziale intervento del Governo potrebbe farla slittare addirittura più in là del 2030. Gioia Tauro, con l’iniezione dei 100 milioni del Pnrr, rischierebbe di diventare il nodo sviluppato di una rete ferroviaria novecentesca: una cattedrale nel deserto con vista su un Ponte da 14 miliardi di euro. Questione di priorità: ma in questo caso le priorità suonano come una condanna per le speranze di sviluppo della Calabria. λ

[Courtesy LaCNews24]