IL GESÚ DI NATUZZA
di Luciano Regolo

Fra i diversi libri e le tante pubblicazioni sulla mistica di Paravati, questo di Luciano Regolo è decisamente il più suggestivo e completo. Regolo, giornalista di lungo corso, è peraltro uno dei maggiori esperti della storia straordinaria di Natuzza Evolo, una donna che parlava con Gesù, con Maria e con i Santi. Adorata in vita e venerata dopo la sua scomparsa (è in corso la causa di beatificazione) ha sempre avuto un interminabile stuolo di fedeli che hanno creduto e credono in lei. Una storia affascinante in grado di far venire dubbi anche al più agnostico dei lettori: il dialogo di Natuzza con Cristo è durato una vita, rivelando l’incredibile capacità di una donna semi-analfabeta di interpretare il senso profondo della cristianità e il messaggio del vangelo diffuso con parole semplici, tra visioni e suggestioni, sempre disponibile a ricevere e incontrare chiunque, con umiltà e una generosità senza pari.

Luciano Regolo, calabrese di Catanzaro, è molto apprezzato nella sua terra: ha diretto con polso e grande mestiere il quotidiano L’ora della Calabria prima di andare a  Famiglia Cristiana dove è condirettore. Ha lavorato per Repubblica, Oggi, Chi e diretto Novella 2000, Eva Tremila e Vip.

In questo libro ricostruisce e propone una vera e propria “cristologia” secondo Natuzza, così da offrire ai lettori, innanzitutto la certezza che il messaggio della mistica è perfettamente aderente a quello evangelico; e, dall’altra parte, offrendo uno sguardo nuovo, davvero “materno” sul Gesù della fede, di cui Natuzza si sentiva davvero – secondo quel che lei stessa fece comprendere – contemporaneamente figlia e madre. Di una mamma, infatti, provava i sentimenti nei confronti di Gesù. Una nuova prospettiva che introduce la Evolo nel novero dei grandi interpreti della teologia cristiana. Un grande libro ricco di emozione, che restituisce un ritratto quanto mai autentico ed estremamente genuino della mistica di Paravati. (rl)

IL GESÚ DI NATUZZA di Luciano Regolo
ISBN 9788892219939, Edizioni San Paolo (2019)

“Co-Veni, Co-Vid-Co-Vici”
(autori vari)

Co-Veni, Co-Vid, Co-Vici è il libro scritto da avvocati e bambini – su idea dell’avvocato Antonella Sotira, presidente dell’Associazione Iusgustando Simposi Giuridici – che uscirà il 10 aprile per la casa editrice Bastogi.

Si tratta di racconti brevi e brevissimi, di cui otto sono stati scritti da bambini, «gli unici a non aver temuto il limite delle 100 parole»; insieme a loro, lo scrittore Andrea Bocconi, Angelo MartinelliMaria Rosaria RizzoGiovanni IorioGianni Spallone, i giornalisti Catia Acquesta ed Emanuele Gagliardi, gli avvocati Giovanna Corrias LucenteAnton Emilio KroghGiuliana BarbieriIrma ContiLucilla AnastasioAntonia Manfredi, Anna Sistoapoli, Monica Schipani, Giovannella Mazza, Tiziana Colamonico,  Antonietta Lazzaruolo,  Emilia Vera Giurato, Maria Rita Verdiglione, Raffaella Scutieri, Nadia Boni, Elian Furlan, Ivan Vaccari, Massimiliano Bonifazi, Giuseppe Belcastro, Giuseppe Cherubino, Fabio Federico Alberto Campisi.

E ancora, i poeti Dante MaffiaMaria Buongiorno e Antonella Pagano, l’amministratore unico di Cisal, Francesco Greco, i dirigenti Stefania SacconeGiampiero Stancati e le mamme Alessandra Maggiora Vergano ed Elena Dunova, la creativa Paolina Picozzi e il direttore commerciale Curcio Editore, Roselyn Mirialachi.

«L’iniziativa – ha spiegato Antonella Sotira – è stata occasione di incontro intimo e fraternizzante con gli autori, alcuni semplici conoscenti, che ci ha consentito di contenere la paura, la sofferenza e la preoccupazione di questo drammatico momento. Dai racconti trapela tristezza, disperazione ma anche tanta tenerezza e speranza. Molti   sono carichi di humor ed ironia, di metafore con licenza poetica, e tutti egualmente densi di pietas e humanitas. La creatività è sempre una risorsa terapeutica a cui bisogna saper attingere nei momenti di crisi».

I proventi, infine, saranno devoluti al Comitato Croce Rossa “Riviera dei Gelsomini” nella locride per contribuire all’emergenza sanitaria Covid. (rl)

LA GRANDE BALLA
di Roberto Napoletano

Direttore del Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia, Roberto Napoletano dall’aprile dell’anno scorso col suo giornale ha, meritoriamente, lanciato una coraggiosa campagna contro lo “scippo” delle ricche regioni del Nord nei confronti di quelle del Mezzogiorno. La sua campagna quotidiana, a volte feroce, a volte implacabile, ha creato non pochi mal di pancia alle regioni dell’autonomia differenziata, suggerendo, tra l’altro, con successo, al Presidente del Consiglio Conte di far diventare regola la riserva del 39% degli investimenti a favore del Mezzogiorno. La grande balla ripercorre un anno di battaglie quotidiane di Napoletano, grande conoscitore dell’economia non solo del Mezzogiorno e insuperabile esperto di finanza statale, e racconta un’Italia che molti non conoscono proprio: «Quanti dei cittadini lombardi e veneti – scrive – sanno che sessantuno miliardi dovuti al Sud vengono ogni anno regalati al Nord?».

Questo libro, che ha lievità di un bell’editoriale da leggere con la dovuta attenzione, conduce in un lungo viaggio nelle piccole patrie dell’assistenzialismo, ma non sono al Sud, sono tutte al Nord. «Volete sapere dove sono finiti i sessantuno miliardi l’anno, seicento tondi in dieci anni calcolati per difetto? – scrive Napoletano – Nei mille poltronifici lombardo-veneto.piemontesi. Solo in Lombardia sessantamila stipendi in micromunicipalizzate. Il numero degli amministratori, politici trombati amici degli amici, è di sovente superiore a quello dei dipendenti di una società. In mille consulenze di favore e negli appalti egemonizzati dalla ‘ndrangheta».

Se voleva farci indignare, Napoletano ci riesce in pieno, ma lo la con la grazia d’un saggista raffinato che parla come mangia: i concetti sono espressi con estrema chiarezza, non è necessario un master in economia per comprendere quanto vuol far risaltare l’autore sul divario sempre più crescente Nord-Sud: «Se nasci a Reggio Calabria o nell’entroterra vesuviano di Napoli le mense scolastiche le vedi solo col binocolo, ma se ha la fortuna di venire al mondo in Brianza hai l’imbarazzo della scelta. […] i bambini di Crotone appartengono di fatto a uno stato diverso da quello dei bambini di Monza».

I protagonisti di questo libro siamo abituati a vederli scorrere nelle immagini dei telegiornali, nelle prime pagine dei giornali e Napoletano non ne trascura alcuno: lo scopo è tracciare tanti ritratti di gente che, senza vergogna, ha campato, campa e camperà sulle disgrazie del Sud. Napoletano è un abile affabulatore, ma non vuole incantare serpenti, costringe ad aprire gli occhi e fustiga, senza pietà, i rapaci affamatori del Mezzogiorno, dando il dovuto omaggio a chi merita il plauso (come il rettore dell’Unical Nicola Leone per i suoi corsi di intelligenza artificiale, e Mario Draghi «un grande italiano») o ha il coraggio di affermare che «il Paese ha bisogno di liberarsi dalla logica del capro espiatorio – l’Europa, la finanza, i mercati, gli immigrati – per fare le cose, non per continuare a dire sempre più rumorosamente perché non si fanno (Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia).

Un libro scritto e uscito prima che il flagello del coronavirus sconvolgesse qualsiasi equilibrio precedente: in questi giorni di clausura forzata, si dovrebbe costringere i nostri governanti a leggerlo (e se lo hanno fatto non lo ammetteranno mai). Aspettando il nuovo De Gasperi, Napoletano è tutto sommato ottimista e fiducioso, tra perequazione industriale e stato imprenditore. Non occorre l’autonomia differenziata, serve l’intelligenza al potere. Ma così dicendo La grande balla rischia di passare per un libro di fantascienza, quando in realtà vuol far passare un suggerimento ai lettori per l’operazione verità che si prefigge: non rimproverate nessuno dei responsabili del grande scippo, fategli solo capire che voi sapete. (s)

La grande balla di Roberto Napoletano
La Nave di Teseo, ISBN 9788893950633

KISSES ON THE LONDON EYE
di Barbara Panetta e Tiziana Iaccarino

Un romanzo a quattro mani, dove la scrittrice reggina Barbara Panetta, da anni a Londra, con Tiziana Iaccarino racconta la storia lieve di un amore “difficile”. Alla psicologa Hellen, tra l’altro affermata modella, manca l’amore o meglio l’uomo giusto. L’incontro con un affarista americano che vuole disintossicarsi dal vizio del gioco d’azzardo farà scattare la classica scintilla. Uno scherzo del destino o una fortunata combinazione per l’incontro di due anime che scoprono la voglia di “gemellarsi”? Tocca al lettore scoprirlo, assorbendo emozioni e colpi di scena, dove la passione dovrà fare i conti con la realtà quotidiana.

E il tutto con lo sfondo di una Londra da scoprire, con luoghi ai più sconosciuti, grazie al racconto minuzioso e attento di una città affascinante. La Panetta, già apprezzata autrice di racconti ospitati nelle due fortunate raccolte  Lo dice il mare e On the Radio, conferma la sua capacità di descrivere persone, emozioni e situazioni con un ritmo e una verve che conquistano il lettore. Tra l’altro la Panetta, che è laureata in lingue e letterature moderne con un master in linguistica sperimentale, è stata un’affascinante modella per numerosi prestigiosi nomi della moda. Vive da molti anni a Londra con la sua famiglia ed è al suo primo romanzo. La Iaccarino è una book-blogger oltre che autrice di diverse opere: ha raccontato che l’idea di questo romanzo è nata quando viveva a Londra ed è maturata dopo l’incontro con la Panetta. La scrittura a quattro mani, per quanto complicata e difficile il più delle volte, in questo caso produce un grazioso, delicato, romanzo che si legge d’un fiato. La lettura giusta in queste forzate serate del #iorestoacasa. (rl)

Kisses on the London Eye
di Barbara Panetta e Tiziana Iaccarino

Edizioni il Foglio, ISBN 9788876067839

IL CAMMINO DEGLI EROI
di Dan Faton

Che bella idea mettere insieme fantasia e realtà storica con protagonisti i Bronzi di Riace per farne un romanzo atipico che si legge d’un fiato. La firma Dan Faton in realtà nasconde un collettivo di autori qualificati (l’archeologo Daniele Castrizio, il sociologo Tonino Perna e lo storico Fabio Cuzzola) che ha costruito un romanzo arguto e appassionante dove si mescola su più piani temporali l’intrigo dei bronzi, il mistero della loro identità, del loro autore e, soprattutto, la ver aorigine. Castrizio sui Bronzi ha scritto numerosi saggi ed è un autorevole archeologo che parla con cognizione di causa. In quest’occasione, le conoscenze si frammentano in uno snello, ma non frettoloso, racconto d’una Calabria che forse è insieme mito e passionalità, tradizione e cultura, sogno e civiltà millenaria.

Da dove vengono gli eroi scoperti nel mare di Riace in una calda estate del 1972? Chi li ha scolpiti? Qualcuno ha sottratto altri elementi che facevano parte di un più complesso gruppo scultoreo? Non è un libro di indagine, ma il pretesto dei Bronzi si presta a provocare nel lettore interrogativi di non facile soluzione. Va preso come il romanzo provocatorio di una storia che più che mai offre sponda alla leggenda e alle insinuazioni e per quetso è gustoso e conquisterà il lettore. Peccato che l’edizione in nostro possesso, alla seconda ristampa, sia piena di insopportabili refusi: c’è da augurarsi che l’editore abbia provveduto, perché facile prevedere l’ira degli dei del Mediterraneo di cui i bronzi sono l’immagine plastica. (rl)

IL CAMMINO DEGLI EROI di Dan Faton
Società Editrice Dante Alighieri, 2019 – ISBN 9788853442079

Rubbettino regala l’epub “Il cielo comincia dal basso” di Sonia Serazzi

Simpatica iniziativa di Rubbettino, l’editore di Soveria Mannelli, che regala oggi e domani il romanzo Il cielo comincia dal basso di Sonia Serazzi: l’edizione epub sarà scaricabile gratuitamente oggi sabato 14 e domani domenica 15, direttamente dal sito della Casa editrice: https://www.store.rubbettinoeditore.it/il-cielo-comincia-dal-basso-6546.html

«Abbiamo scelto questo libro – ha dichiarato Florindo Rubbettino che guida l’omonima editrice –  perché ci pare che il messaggio di speranza che veicola, l’atmosfera domestica che trasuda dalle sue pagine e, soprattutto, l’insegnamento di godere di quello che si ha, delle cose semplici, della famiglia, del pane caldo con l’olio, di una pianta cresciuta per caso tra le crepe del cemento…, siano particolarmente adatti ai giorni difficili che stiamo vivendo.

La sinossi. Rosa Sirace è una che impara a fiorire nel posto che ha, e fiorendo scrive la sua vita di cose piccole su un’agenda: fogli con sopra il numero del giorno, e la carta che tiene il conto ripete quotidianamente che una storia non ha tutto lo spazio e il tempo che vuole. Così Rosa Sirace disciplina fatti, incontri e volti costringendoli sulle righe, e sceglie di essere sincera su quello che c’è intorno: la verità resiste a ogni poco. Allora la figlia di un Visconte operaio e di una Baronessa casalinga si porta in casa il lettore offrendogli un mondo senza imbrogli. Ma nell’offerta qualcosa brucia e qualcosa profuma, poi c’è il cielo, un azzurro modesto che Rosa Sirace insegue sul messale e impara da sua nonna: Antonia Cristallo. E Rosa tutto il cielo che scava lo appende in alto, a cominciare ogni pagina, e spera che bastino le Scritture a far scintillare la terra rivoltata. Il cielo comincia dal basso è un libro che mastica duro cercando il bene, e lo trova. (rl)

 

CALABRIA
il racconto fotografico
di Antonio Renda

Dodici colori per raccontare la terra che il Signore fece più bella delle Haway e degli arcipelaghi giapponesi. Almeno secondo Leonida Repaci, nella sua bellissima “Quando fu il giorno della Calabria”. La lirica del grande scrittore di Palmi – fondatore del premio Viareggio – sembra avere ispirato l’opera del grande fotografo Antonio Renda che ha pubblicato per Touring Club “Calabria, un racconto a colori”, uno straordinario viaggio per immagini.

Renda, che è stato affiancato in questa avventura editoriale da Raffaele Cardamone e Guglielmo Sirianni, è l’ideatore della Fototeca della Calabria, un impressionante archivio di quasi un milione di foto che narrano le bellezze e i misteri di questa terra.

Le foto di Antonio Renda trasudano di amore sviscerato verso la Calabria, le sue tradizioni, i suoi paesaggi, la sua natura così diversa e imprevedibile, i suoi colori resi ancora più accessi dalla luce particolare. E soprattutto dal sole. Sempre ricordando Repaci, secondo cui il Signore aveva donato all’inverno il sole, alla primavera il sole, all’autunno il sole, all’estate il sole.

Calabria di Antonio Renda

In questo imperdibile e affascinante lavoro, Antonio Renda ha abbandonato le classificazioni da manuale (cronologica oppure geofisica) per abbracciare quella più romantica e artistica dei colori.

E così la Calabria fotografata da Renda è quella arancio degli agrumi e dell’interno dei fichi, è quella blu del mare e del cielo, è quella marrone della tradizione artigiana del legno e della liuteria, è quella nera degli ultimi carbonai, è quella bianca delle distese silane ammantante di neve, è quella verde delle ceramiche di Seminara, è quella gialla delle ginestre e delle luci di Morano Calabro, è quella amaranto delle statue di certe sperdute chiese.

La “tavolozza” ideata da Renda offre una nuova chiave di lettura dell’iconografia della Calabria, esaltando i “doni” che il Signore – teso in uno sforzo creativo – ha dato, secondo il grande Repaci, a questa terra unica. (sd)

LA LEGGENDA DEL CATANZARO di Sergio Dragone

Il racconto di una grande storia sportiva, quella del Catanzaro Calcio che nel 2019 ha compiuto i suoi primi novant’anni, attraverso 70 quadri d’autore. Settanta piccole-grandi monografie che si leggono d’un fiato come le pagine di un romanzo offrendo un’inedita quanto appassionante storia dei giallorossi catanzaresi.

Ogni “quadro” riserva al lettore grandi sorprese, aneddoti assolutamente inediti, riferimenti inaspettati alla storia, alla letteratura, al cinema e alla musica. Emergono così, dal passato, eventi e figure leggendarie, personaggi che hanno fatto la storia del calcio italiano e che hanno legato in qualche modo la loro vicenda umana e sportiva al club giallorosso. E non manca il vivido racconto di alcune partite “storiche”, quelle indimenticabili, che sono rimaste nel cuore di ogni tifoso.

Sergio Dragone, con la sua penna raffinata, ma soprattutto ispirata da una passione condivisa con migliaia e migliaia di tifosi, riesce a coinvolgere anche chi di calcio s’entusiasma difficilmente: è una bella storia, una grande storia, che meritava di essere ri-raccontata con mestiere e autorevolezza, perché 90 anni sono già una leggenda. (rl)

Francesco Maria Spanò: Gerace la città delle Cento Chiese

Difficile non innamorarsi a prima vista di Gerace, la bella cittadina nella Locride: è un luogo mistico e insieme pieno di vitalità che invita il visitatore a scoprire i suoi segreti e le sue storie. Lo stesso succederà con quanti si avvicineranno al bel libro di Francesco Maria Spanò  Gerace, la città delle Cento Chiese  (Gangemi Editore), presentato la scorsa settimana al Museo archeologico di Reggio. Spanò è ovviamente di Gerace, come di Gerace è il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri che ha scritto una breve introduzione al volume. Difficile non restare avvinti e incantati dalle tante testimonianze che disegnano una città che non si può fare a meno di amare ed ammirare, invidiando i suoi abitanti e le personalità che da lì hanno preso il via verso altri lidi. Nella diaspora calabrese di persone illustri, i geracesi primeggiano nel campo della cultura e del giornalismo e hanno lasciato evidenti tracce in tanti altre aree della società.

Spanò, senza indulgere alla malinconia di un figlio devoto, riesce a raccontare la “sua” città servendosi anche di una grande ed apprezzabile varietà di immagini fotografiche che illustrano scorci e famiglie di cui non si potranno mai perdere le tracce. Non a caso il sottotitolo del libro tradisce questo obiettivo: “storie e immagini rivissute”. È il rivissuto, in effetti, il vero protagonista di questo libro: «Non saprei vivere in nessun’altra città» scrive Nicola Gratteri, e Leon Panetta (ex capo della CIA) di rincalzo dichiara la sua devozione: «Sono orgoglioso di essere figlio di un geracese». Così, Spanò confessa che «lasciandomi trasportare dall’intensità» degli episodi di un tempo “raccontato” «mi è inconsapevolmente accaduto di dare nuova vita agli avvenimenti stessi e di vederli alla base della mia identità». Una dichiarazione d’amore che spiega perché, sfogliando queste pagine, si avverte l’appartenenza a un luogo che sembra inventato eppure esiste e rivela una grande storia fatta di persone, avvenimenti, persino di piccoli curiosi banali istanti di vita, che acquistano un vigore inaspettato in queste preziose pagine di ricordi e di emozioni.

«La memoria della sensazione – dice l’autore – ha valicato i confini della narrativa fotografica. E sono stato travolto da un torrente di momenti felici, di attimi extratemporali che poi sono diventati la Gerace dei volti, dei gruppi della chiesa, dei personaggi illustri e delle famiglie a me care, dei simboli, delle stagioni di una terra che vede da sempre i colori del mare».

Un suggerimento: non è un libro che deve seguire il naturale scorrere delle pagine. Va aperto a caso e ogni immagine s’impadronisce dell’incauto lettore, curioso ma magari svogliato, che si scopre coinvolto da una semplice immagine in un gioco di rimandi e di connessioni che il filo del tempo riesce a intessere in maniera incredibile e da cui non si vuole più uscire. Si sfoglia, si legge il libro e si diventa, orgogliosamente, cittadini di Gerace, custodi immaginari delle sue Cento Chiese, del suo passato magno-greco, in un percorso esperienziale che viene voglia di condividere con le persone care. Calabresi e non: Gerace è la Calabria, ma non solo. È quanto riesce a trasmettere l’autore, Francesco Maria Spanò, uno dei tantissimi calabresi che non nasconde l’orgoglio di sentirsi tale e la soddisfazione di saper trasmettere la sua “calabresità” ai figli e ai figli dei figli che verranno. Con amore, devozione e quella sana passione per le nostre origini che tutto il mondo ci invidia. (s)

Nero di seppia, un “memoir” nostalgico di Gregorio Corigliano

Nel suo ultimo libro “Nero di Seppia, dai taccuini di un giornalista seduto in riva al mare” (Edizioni Pellegrini) Gregorio Corigliano, storico giornalista Rai e per lunghissimi anni inviato speciale e massimo esperto della RAI sui sequestri di persona che hanno riguardato in particolare la Calabria, racconta questa volta se stesso e la sua vita da “marinaio”.

Lo fa con una delicatezza inusitata, con un linguaggio d’altri tempi, che trasuda di nostalgia, di emozioni per le cose perdute, di ricordi atavici forti, di leggende e di novelle sempre attuali, ma lo fa soprattutto con un garbo ed un “senso di rispetto” verso il mare, che ha segnato profondamente la sua vita, che merita davvero grande ammirazione generale: “È stato lo zio Nino a farmi amare il mare. Non potrò mai dimenticarlo!…Quando mi sono iscritto al social più famoso, ho pensato di aggiungere “giornalista che ama il mare!” Perché? Lo si intuisce, ovvio. E perché lo amo? Perché sono nato, tantissimi anni fa a venti-venticinque metri dal mare. Tanto distava la casa dei miei genitori dal Tirreno. Mi affacciavo, quando ero più grandicello, e dalla finestra ammiravo il mare.

Lo vedevo, lo respiravo, lo gustavo”. Figlio di mare in tutti i sensi, perché figlio di un uomo e di un intellettuale che amava egli stesso così tanto il mare da essersi dimenticato di lui, che proprio quel giorno stava per venire alla luce: “Quando sono nato, mio padre era a mare. Era andato a pesca.

Lo sapeva bene che i giorni del parto si erano compiuti. Pur nondimeno il mare per lui era una calamita, d’estate. Non riusciva a non raggiungere la spiaggia, d’estate e di inverno. Era più forte di lui. Quando è tornato io ero già nato, ed ero il primo figlio. …Sono nato, alle sette del mattino, due ore dopo che lui era andato a mare.

Quando è tornato, felice e contento perché aveva pescato quattro seppie, ha avuto la sorpresa, che lo ha mandato in estasi, di trovarmi accanto a mia madre. Ero nato. Tutto questo per dire dell’amore per il mare che non ha frenato mio padre neanche nei “giorni del batticuore” intimo”.

215 pagine, una prefazione di Tommaso Labate (storico notista politico del Corriere della Sera), una post fazione di Agostino Pantano (inviato televisivo di punta de LaCnews 24) 34 capitoli diversi, tutti pezzi di autentica storica calabrese, ritratti coloriti e ammalianti di una generazione e di un tempo ormai lontani, ma pieni di amore per quegli anni e per quelle traversie, dalla nascita alla prima elementare, poi le medie, gli anni del liceo, l’Università a Messina, i primi viaggi all’estero, l’abbraccio mortale del giornalismo, e poi ancora il primo giorno di assunzione alla Sede Rai della Calabria, di cui è stato anche Caporedattore, e i mille successi nazionali e internazionali legati al suo lavoro quotidiano, con tutto quello che ne deriva dall’avere la fortuna di fare per mestiere e per passione l’inviato speciale di una grande e meravigliosa azienda pubblica come la Rai.

Ma una delle pagine più struggenti di questo suo racconto di vita è il momento in cui suo padre gli regala la sua prima macchina: “La mia prima macchina, ricordo che andammo, con mio padre e con Ciccio, all’Icar di Gioia Tauro e Sandro Benedetti mi consegnò l’unica Fiat 500 che aveva, azzurra e, ahimè, senza sedili ribaltabili… allora indispensabili. Fu targata RC 78101, lo ricordo ancora”. E’ l’inizio della grande avventura nel mondo del giornalismo: “Il primo ed unico sequestro di persona avvenuto a San Ferdinando, quello di Franco Bagalà.

Una prigionia di dodici giorni. Del riscatto non ho mai saputo alcunché di ufficiale. Con il grande Gigi Malafarina, facciamo, con mia grande soddisfazione, i pezzi a due firme sulla Gazzetta del Sud. Quale onore!”.

Ma è chiaro che San Ferdinando è solo una parentesi della sua vita futura, costellata di incontri importanti e soprattutto di amici influenti e di grandi giornalisti. È il caso di Franco Bucarelli, forse il più grande cronista di nera che la Rai abbia mai avuto, dallo stile irripetibile e dalle mille risorse professionali. Gregorio Corigliano lo ricorda in questo modo: «È proprio alla partenza per Istanbul che conosco il giornalista che più di tutti, in assoluto, sarà il mio mentore, il mio amico non calabrese più affettuoso, il mio consigliere, il mio maestro, anche di vita: Franco Bucarelli, inviato speciale del Gr2 dell’epoca. Quanti consigli, quante spinte ideali, quante esperienze con lui, da Bangkok a Tokio, da Malta a Copenaghen. L’ultima a maggio 2019 a conoscere Cracovia e dintorni, il regno di Papa Giovanni Paolo II. Un’esperienza unica. Anche di questa sarò grato a Franco tutta la vita”. Il viaggio forse più emozionante per lui fu quello negli Stati Uniti, New York, la Grande Mela, la Little Italy, il Ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà, il Grande museo di Ellis Island, e qui una nuova scoperta della sua vita, la più inattesa: “Non ci crederete ma è solo nel 1970 che ho conosciuto altri tre Gregorio Corigliano, i figli dei miei zii.

Nessuno allora era mai venuto in Italia, men che meno in Calabria. Solo due di loro, ma negli anni ’90. A mala pena conoscevano un po’ di dialetto calabrese”. Emigrati tra emigrati, emigranti tra emigranti, alla fine anche lui ha speso da emigrato tutta la sua vita lontano da San Ferdinando di Rosarno, il paesello di cui il libro trasuda sangue, per via dell’amore viscerale che da sempre lega Gregorio Coriglano alla sua gente e al suo paese natale: “ Vinisti?” “Sì”. “E quando vinisti?” “E quando tindi vai?” “Non lo so”.

“Veni e mangi ‘a casa mia?” Queste, in sintesi, le prime parole che ascolto quando arrivo nel luogo dell’anima per le vacanze. Costa smeralda, Billionaire? Ma quando mai?

Vuoi mettere il posto dove gli odori, i sapori, gli sguardi ti appartengono e cambiarli con il lusso che secondo me vacanza non è? È sempre così”. Ma tra una missione e l’altra all’estero torna nella sua vita, prepotente e indomita, la voglia di mare, e qui i ricordi del suo mare sono davvero infiniti e per certi versi anche strazianti : “Una volta, addirittura, Zarafino mi ha portato da mezzanotte alle sei del mattino per la pesca dei tonni. Non ho resistito che fino alle tre: il sonno ed il freddo furono più forti. Il modo per riscaldare i piedi era tenerli in acqua.

Non ci crederete, ma l’acqua di notte, rispetto alla temperatura esterna, è molto calda. Poi su un angolino, alla meno peggio, mi addormentavo ed i marinai mi sfotticchiavano. Giustamente: sei voluto venire ed ora dormi? Svegliati, lupo. E chi ce la faceva?” Delle sue radici Sanferdinandesi Gregorio Corigliano ne fa in questo suo romanzo, perché tale è questo suo nuovo saggio, motivo di vanto.

È come se essere nato da queste parti gli desse prestigio e autorevolezza, proprio perché figlio di una tradizione senza fine, che è la tradizione dei nostri paesi più piccoli e della gente che li vive, testimone privilegiato di una storia infinita: “Chi è nato ed è cresciuto in un paese piccolo piccolo di vicini ne ha quanti ne vuole, se li vuole, ed anche se non li vuole.

Eccome se li ha. Perché un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta lì ad aspettarti”.

E per chi non avesse capito fino in fondo questa “ammissione di colpa”, Gregorio Corigliano va ancora oltre e riconosce che aveva proprio ragione Cesare Pavese nella “Luna e i falò”: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che, anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E questo è (o era) San Ferdinando, non più, e da tempo, frazione di Rosarno, ma il luogo della tendopoli e di Sarko! E questo in aprile, maggio, giugno e vieppiù in luglio ed agosto. Sempre gli stessi rituali”. Un saggio letterario? Forse.

Un romanzo? Forse ancora di più. Un’analisi antropologica? Certamente anche quello. Di fatto in questo suo ultimo libro il grande inviato di un tempo ricorda il suo passato con una forza ancestrale da lasciare esterrefatti: “La mia vita, solo giochi? No, di certo. Mio padre, in piena estate, ma di mattina, mi mandava a ripetizione da un altro vicino, anzi esattamente di fronte a casa mia. Il professor Giovannino Celeste.

Docente molto attento che mi plasmava sulle lettere e sulla scrittura. Letture, letture, dettati e commenti. Autori i più vari. Pascoli, De Amicis, Leopardi, Foscolo e via dicendo. Questo per l’italiano. Per il francese, sempre di mattino, dal professor Peppino Cimato. Due ore toste, con pochissimi alunni a ripetere. Poi con lui, a mare.

Mia madre attendeva sull’uscio ed in tre scendevamo sulla spiaggia. “Mamma mu jettu”? Va bene, ma aspetta un poco, asciuga il sudore”. Mamma, e poi ancora mamma, disperatamente mamma for ever: “Mio padre era già partito col Guzzino rosso, tutto imbardato con giubbotto, giornali al petto, berretto con copri orecchi e occhialoni anti vento per insegnare a Spina, una contrada di Rizziconi. Mia madre restava a casa, al focolare, in tutti i sensi. Sistemare la casa, rifare i letti, cucinare al fuoco (‘u focularu) i fagioli (o i ceci) nella pignata, la verdura al fuoco della legna o ai fornelli di una modestissima cucina a gas”.

Il libro di Gregorio Corigliano è anche lo specchio dell’anima del suo paese natale e della sua gente, e che il cronista rilegge qui in chiave moderna, dandoci la sensazione che la cosa non gli sia mai pesata, ma in realtà tutte le sue pagine sono impregnate di solitudine e di amarezza per il tempo perduto: “E dopo cena, verso le 19.30?

Se era inverno, si stava attorno alla ruota di legno col braciere (ancora ho sia l’una che l’altro) e mio padre ci parlava della guerra, era partito nel 1939 e rientrato dopo 9 nove anni, e soprattutto delle pene patite in prigionia, in India, ai piedi dell’Himalaya. Mia madre, quando mio padre si addormentava, ci raccontava dei sacrifici fatti da suo padre e dai suoi fratelli per coltivare la terra. Divertimento? Non tanto, anche perché la televisione non c’era.

L’aveva un nostro cugino, Pasquale Ferro, padre di Mimì e Carmela. Andavamo a casa sua per vedere Lascia o raddoppia o Campanile Sera. Nel periodo 94 di Natale, c’era Canzonissima, con l’estrazione dei biglietti della Lotteria. Per il resto, niente, cioè tutto, rientravamo sereni, anche se morti di freddo. La casa era gelata, il calore veniva dal braciere che spostavi nelle varie stanze. Ed a letto? Un mattone caldo, o la bottiglia di vetro con acqua bollita! E ti addormentavi pronto a rialzarti al mattino e a ripetere ritmi e serenità dei giorni precedenti”. Dio mio che efficacia! Ma quella era la nostra vera vita. Capitolo dopo capitolo, il libro ricostruisce con una lucidità storica ricca di dettagli e di riferimenti personali, mille nomi diversi, mille situazioni diverse, mille aneddoti altrettanto diversi, la vita della gente comune scandita da tanto lavoro e da tanta fatica: “Una volta, in campagna, al giardino di arance e mandarini, si andava “a giornata” d’inverno e a “matinata” d’estate. La differenza non era di poco conto: a giornata significava iniziare a lavorare al sorgere del sole o alle prime luci del giorno, alle sette o al massimo alle otto e per sette otto ore. Col buon tempo o con il “malutempu”. E tutti i santi giorni, a volte, anche la domenica.

Un’intera giornata di lavoro. “A matinata, significava cominciare quasi col buio, partendo con la bicicletta col fanalino che si accendeva con la dinamo che strusciava sul copertone della ruota, per arrivare appena faceva giorno”. Ancora più struggente il ricordo del giorno in cui nella Piana di Gioia Tauro arrivarono le ruspe per favorire il “sogno” del quinto centro siderurgico, e qui il romanzo di Gregorio Corigliano si fa “amaro” e “disperato”: “Una “carneficina”! Quale spettacolo ai nostri occhi! Interi appezzamenti di terreno della Lamia, una delle contrade più floride per la produzione delle clementine, erano stati “livellati”.

E la ruspa continuava imperterrita, senza pietà, ad abbattere, sradicandoli, altri alberi, sotto gli sguardi impietriti ed esterrefatti dei vecchi proprietari (vecchi perché i terreni erano passati di proprietà dello Stato che li aveva espropriati, pagandoli anche a prezzo di mercato) che a stento riuscivano a trattenere le lacrime. Qualcuno piangeva ancora! Dalla ruspa senza cuore all’inferno dell’abbandono il passo è breve”.

Quanta tristezza atavica!

Quanto rancore personale nei confronti di un Paese che non ha mai condiviso le ragioni del Sud e le necessità della gente che lo vive: “Questi appunti li ho scritti (a penna su carta a quadretti di cui conservo l’originale) a marzo del 1981. Allora veramente andai in campagna in contrada Granatara perché, dopo l’esproprio del nostro terreno per il (fallito) quinto centro siderurgico, mio padre non voleva restare senza un agrumeto e aveva investito il ricavato del risarcimento in un nuovo terreno, che ancora, per poco, abbiamo.

Sono vent’anni, però, che, ad annate alterne, non provvede per se stesso. Ci rimetto del mio. Un giorno, abbastanza presto venderò. Con dolore, ma devo farlo! Chiuderò gli occhi sui tantis- 85 simi, immensi sacrifici fatti da mio padre. La crisi è tale che non conviene più avere pensieri ed occuparsi di terreni”.

E’ storia vera, ancora attualissima, incontestabile, ma per la prima volta oggi, forse, un romanzo dai toni crudi e pesanti ricostruisce questa fase utilizzando l’arma impropria della malinconia e del senso di solitudine: “Mio padre non aveva piantagioni di clementine. Aveva in zona Colline, un ettaro di uliveti con una decina di piante di fichi, bianchi e neri (i fichi “milingiana”).

Ricordo benissimo che andavamo a raccogliere le olive, con mia madre e tre-quattro donne del paese che fungevano da raccoglitrici con le scope che mio padre preparava qualche giorno prima perché, non si trattava, come tutti qui sanno, di scope normali, ma proprio di ramazze in grado di raccogliere le olive tutt’intorno all’albero, farne un unicum e poi sistemarle nelle sporte che bisognava portare all’ingresso della proprietà”.

È storia contemporanea, del Mezzogiorno di questi ultimi 50 anni, storia nuda e cruda, impietosa e irritante, a volte offensiva e oltraggiosa verso chi ne è rimasto vittima, che qui viene riproposta con grande efficacia da un testimone autorevole e privilegiato come lo è ancora Gregorio Corigliano, e che ha fatto del linguaggio scritto la sua unica mission di vita.

Leggiamo insieme questo passaggio, che è davvero impietoso: “E se un giorno la terra te la chiede lo Stato? Che fai? Puoi non dargliela? Certo che no, anche se ti batti con le unghie e coi denti per evitare l’esproprio e la distruzione di quel che avevi creato con grandi sacrifici.

Tu, tuo padre, tuo nonno, perfino il tuo bisnonno, La terra significava anche e soprattutto essere radicati proprio lì, nel tuo paese.

Quel paese che hai dentro di te, al punto che torni spesso anche se vivi a Torino, Parma, Milano o a Cosenza. Ti manca l’aria, ti manca il profumo, ti manca l’atmosfera. E forse ti manca la gioventù che te lo aveva fatto (e te lo fa) apprezzare ed amare”. Ne deriva il ricordo immediato dei vecchi amici i infanzia, che ti porti dentro per tutta la vita: “Il primo a tirare fuori il dialetto dell’anima, è Ciccio, che pur vivendo a Parma, da quaranta e passa anni, è quello che ricorda il dialetto alla perfezione, anche quello non più in uso. “Vieni a casa mia stasera?”

Ti faccio una “mpagghiata”. E cos’è? E di undi veni i Bolzanu?… Poi tutti insieme ricordiamo quelli che c’erano gli anni scorsi e non ci sono più. A partire da Mino il bello, da Renato, la cui moglie, di Oslo, veniva ogni giorno al paesello, con Denise e Grethe. Adesso anche Christine è volata…! Ciccio il grande e Ciccio il parmigiano, sono i “mastri della serata”. Con occhio svagato guardiamo le ragazze che sostano in piazza. Solo l’occhio. Altre cose sono ricordo del tempo che fu e che non ritornerà”. Dal passato all’attualità di queste ore.

Oggi San Ferdinando è icona della “tendopoli”, un nuovo popolo vive queste terre e nessuno meglio di Gregorio Corigliano riesce qui a darci l’immagine vera di cosa accada ogni giorno dietro le tende della piana: “Uomini privati di dignità, “dannati della terra”.

Specifico “dannati della terra nostra, della terra del sole e del mare”: dannati come Sacko Soumaila che ci ha rimesso la vita, come le altre vittime, tra e quali Becky Moses e Moussa Ba. Nella tendopoli il dolore si rinnova, è forte. Il dolore è stato molto forte quando ha perso la vita Sacko, che era il loro punto di riferimento, la loro guida”. Nient’altro? Potremmo andare avanti per ore ancora, c’è un capitolo di questo libro per esempio dove il grande cronista ricostruisce l’arrivo a San Ferdinando del regista Roberto Rossellini e Ingrid Bergman:”A cena si apprese che Ingrid Bergman e Roberto Rossellini erano diretti proprio a Stromboli per girare l’omonimo film.

Mio padre diede loro tutte le informazioni possibili perché sua madre, mia nonna, Mariangela De Simone, era proprio di Stromboli. Rossellini aveva 43 anni, Ingrid 34. Una storia d’amore che gli esperti di cinema conoscono bene. Nessuno, o pochi, forse, hanno mai saputo della sera d’amore calabro-sanferdinandese”.

Volete saperne di più? Semplice. Venerdì prossimo 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, Gregorio Corigliano e Walter Pellegrini presenteranno in anteprima nazionale il libro alla Terrazza Pellegrini, e lo faranno insieme a Antonietta Cozza e due vecchi compagni di lavoro e di vita di Corigliano, Riccardo Giacoia e Mario Tursi Prato, che sono cresciuti con lui in redazione e che da lui hanno imparato fino in fondo l’amore per la scrittura e la parola. (p.n.)

nero di seppia