Calabria Nascosta di Fulvia Gioffrè

di PINO CINQUEGRANA – L’oggetto folklorico, l’attenzione storiografica, ritualità e magia, la festa è la tradizione religiosa di richiamo ai sapori, ad una cucina millenaria che trova le sue radici in culture diverse: arabe, greche, romane, ebraiche che nell’insieme danno una dimensione dei paesi di Calabria completamenti diversi persino nelle parlate in espressioni per identificare oggetti e costumanze, lettura  etnografica proposta al lettore per mezzo di fotografie narrative di tempi e di spazi, immagini indispensabili per comprendere caratteri, agire sociale, carnevali e corejisime quali tempi morti e tempi di attesa  con linguaggi e formule ritualistiche necessari al controllo del tempo, a scandire le stagioni e le circostanze ad esse legate. Tutto questo nell’incantevole volume di Fulvia Gioffré l’illustre Biologa che alla ricerca medica ha voluto comprendere la spiritualità quanto l’animo umano del calabrese.

Fulvia Gioffrè

La ricercatrice nella sua opera Calabria Nascosta, edizioni Libritalia in oltre duecento pagine impreziosite da fotografie a colori cattura l’attenzione del lettore tra realtà e misteri «un tuffo – scrive la Gioffré – nella memoria dove la magia dei ricordi diventano incantesimo e ci permettono di sentire le emozioni vive e presentiattraverso voci, suoni, momenti».

Ed ecco che in questo tempio sconosciuto l’autrice ci propone narrazioni di flagellanti (quelli di Verbicaro e di Nocera terinese), di antichi arti e mestieri che hanno segnato ogni contrada di Calabria: dalla lavorazione della seta a quella del corallo e dell’oro. La superstizione, il malocchio fino all’ultima magara la cui immagine rende la copertina cartonata la narrazione vera di Cecilia Faragò la cui storia qui narrata farà tanto scalpore da persuadere il re Ferdinando IV ad abolire, nel suo regno, il reato di maleficium. Paragrafo dopo paragrafo che vanno a comporre gli otto capitoli del testo tutto prende corpo, sembra persino muoversi per proiezione mentale secondo i linguaggi multipli della Calabria mai conosciuta fino in fondo, mai svelata totalmente dove ancora oggi si ricerca il cedro perfetto per la festa del Sukkot,  mentre dall’altro lato il miele millefiori, di sulla, di castagno, d’arancio, di erica custodisce antichi segreti, antiche opportunità persino nella farmacopea.

«Immagini e testo ci portano fino al bergamotto che nel 2015 – scrive la Gioffré – la Maison Dior è riuscita a creare una fragranza inedita che ha dato vita al Dior sauvage eau de parfum. Il mondo apotropaico, chiese tra antiche rocce, dolci e liquori secondo antiche ricette vanno a chiudere un’opera unica, una preziosità che dischiude i segreti e le storie di un mondo carico di storie e leggende chiamato Calabria». (pc)

Batticuore. Come vivere bene e più a lungo di Ciro Indolfi

di FILIPPO VELTRI – Nessuno meglio di Ciro Indolfi, cardiologo interventista, Professore Ordinario di Cardiologia e Presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, un luminare, docente di migliaia di cardiologi, studenti di Medicina o delle Professioni Sanitarie, puo’ dirci che fare per migliorare la nostra salute.

Il suo obiettivo degli ultimi anni è stato infatti la diffusione delle conoscenze per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, piuttosto che la migliore cura delle stesse e Batticuore è un libro (Rubbettino), che attraverso storie ed esperienze reali vuole trasmettere conoscenza per vivere più a lungo, e anche meglio.

Ciro Indolfi
Ciro Indolfi

Un libro che andrebbe diffuso nelle scuole, sui luoghi di lavoro, dovunque, perché se l’obiettivo ambizioso della medicina futura dovrà essere una vita quanto più libera possibile dalla malattia Indolfi scrive che “dopo aver curato tantissimi pazienti, e in migliaia di questi aver impiantato uno stent, ho realizzato che la terapia delle malattie, anche quando efficace, deve, paradossalmente, ritenersi una sconfitta’’ c’è assolutamente da crederci. La prevenzione delle patologie rappresenta perciò il vero grande successo della medicina. I cardiologi sono molto orgogliosi di aver ridotto la mortalità ospedaliera dell’infarto miocardico dal 30% a circa il 4%. Ma ancora oggi il 50% dei pazienti con infarto muore prima o nel tentativo di raggiungere l’ospedale. Ciò che è ancora più preoccupante è il fatto che chi sopravvive ad un infarto ha il 20% di probabilità di avere un secondo infarto, un ictus o di morire entro un anno dall’evento.

Per questo le malattie ischemiche del cuore rappresentano la causa di morte numero uno, specialmente nelle donne. Inoltre, le terapie attualmente disponibili sono molto efficaci per tenere in vita i pazienti anche gravi, spostando però il problema alla gestione della cronicità spesso particolarmente invalidante.

Molte morti cardiache possono e devono essere evitate, ma, per ottenere questo risultato, la popolazione deve avere la cognizione del proprio stato di salute, dei fattori di rischio, dello stile di vita appropriato, conoscenze di cui sono depositari sostanzialmente i medici. La prevenzione efficace necessita di un cambio di paradigma. Il cittadino sano e ancora più il paziente devono essere essi stessi consapevoli e responsabili del proprio stato di salute. Un metodo nuovo con storie e aneddoti aiuterà a raggiungere gli obiettivi primari per allungare la nostra sopravvivenza. Chi pagherebbe metà del proprio stipendio per assicurarsi la pensione sapendo che non se la godrà perché la sua sopravvivenza stimata arriverà a 70 anni? Anche il più accanito fumatore, sedentario, ipercolesterolemico, obeso, iperteso o diabetico cambierebbe il suo stile di vita se debitamente informato.

Lo scopo del libro di Indolfi è, dunque, quello di diffondere informazioni e conoscenze per mantenere sano il proprio cuore, vivere meglio e più a lungo e vi troverete decine e decine di consigli, perché è l’istruzione, e non il reddito, il miglior predittore per la salute e la longevità. La cultura allunga la vita. Ovviamente Indolfi affonda anche il bisturi sul sistema sanitario nazionale italiano, fondato nel 1978 e basato su universalità, uguaglianza ed equità, che ha subito il più grande stress della sua storia con la pandemia da SARS CoV-2. “Purtroppo – scrive –  negli ultimi dieci anni l’Italia aveva già sperimentato inopinatamente tagli lineari alla spesa sanitaria, con una riduzione delle risorse, del numero di posti letto e una scarsa attenzione per la prevenzione delle malattie che avevano portato alle conseguenze che tutti vediamo. La burocrazia, la politica, i contenziosi legali e la mancanza di una chiara governance clinica negli ospedali hanno avuto e purtroppo ancora hanno una grande influenza negativa sui processi organizzativi della sanità’’.

Comunque la conoscenza ci renderà più sani e più longevi. È questo lo spirito di questo libro che attraverso un metodo didattico nuovo che si basa sulla narrazione per sensibilizzare e educare le persone. Il racconto di singole esperienze le rende meno eccezionali, più vere e più naturali dando la misura della malattia nella fisiologia dell’esistere, aiutandoci a superare quello stato d’animo di rifiuto che considera la malattia un evento eccezionale che mai ci coinvolgerà. (fv)

Lo sguardo dell’uomo – Marcello Vitale” di Plinio Perilli

Di grande interesse la monografia di Plinio Perilli dedicata al magistrato-poeta-scrittore Marcello Vitale. Un protagonista della cultura italiana, autore di suggestive raccolte poetiche e tre fortunati romanzi.

Il libro di Perilli – Lo sguardo dell’uomo – Marcello Vitale, magistrato illustre e insieme poeta civile (Rubbettino, 2023) – offre un profilo accurato dell’ex magistrato lametino, sempre più apprezzato nelle vesti di narratore. Il suo ultimo libro La bolgia dei dannati (Cairo) ha registrato infatti un ampio successo di critica e di pubblico.

Marcello Vitale, nato a Nicastro (oggi Lamezia Terme) nel 1939 nella magistratura è stato sostituto Procuratore della Repubblica, membro titolare della Corte d’Assise di Catanzaro, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme, Presidente Aggiunto Onorario della Corte di Cassazione. Come autore, oltre al recente La bolgia dei dannati, ha pubblicato altri due romanzi, Nessuno mi può giudicare – Non solo ’68. (Storia d’amore a Torino tra una studentessa contestatrice e un magistrato del Su  e La donna della panchina, nonché nove raccolte di poesie.

A Roma venerdì si presenta il libro del magistrato Marcello Vitale Marcello Vitale

Plinio Perilli, nato a Roma nel 1955, è critico letterario e saggista. Così scrive del poeta Vitale: «Poeta etico, esemplare, neo-umanista sensuoso innamorato della vita e suo raccontatore per affranto, infranto specchio d’elegia, Marcello Vitale (già alto magistrato con forti, decisive esperienze epocali nei tempi e luoghi più caldi dell’impegno civile e delle emergenze sociopolitiche), è scrittore vero, capace di varcare ogni campo e vicissitudine del suo operato, ogni lido l’esperienza, serbando una luce tutta propria d’esperienza, dunque fiammella d’Umano, oro puro e incorrotto di moralità… Incorrotto, perché la corruttela dell’esperienza e della storia si fa in lui – in tutti gli spiriti liberi – ampia consapevolezza e barlume esatto di profonda saggezza: anch’essa devota all’Umano. Il tempo mi toccava il corpo / e si modellava su di me, lui che era / senza forma. Così poteva invecchiare / con rughe, e morire. // Mi passò accanto il segno doppio / del bene e del male. / Cercava un bimbo in cui crescere / dopo che il suo padrone era morto. Sempre Marcello Vitale (aveva ragione Alberto Frattini) ha puntato “su un’idea di poesia come testimonianza, dall’interno del vissuto, sui più inquietanti problemi dell’uomo contemporaneo: all’eclissi dei valori al degrado etico, dall’appiattimento della vita tra routine produttiva e attrazione del comfort e del successo, ai rischi dell’ipertecnologismo e del miraggio cibernetico”… Vitale ferma il tempo e forse lo riavvolge, lo riavvia progressivamente all’indietro per riassaporarlo e distillarlo, includerlo in un’idea forte di futuro che parte, origina da lontano, e non ha senso limitare alle ere, ai periodi, perché è già DNA, eredità profonda». (dl)

 

 

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“Storie Luminose di una Calabria che fiorisce”, gli scritti di Debora Calomino

di FRANCO BARTUCCI – E’ il titolo del secondo libro di Debora Calomino appena uscito con la distribuzione di Amazon, che arriva dopo “Visioni Turistiche” del 2020, edito nel 2022 in forma cartacea ed aggiornato da Contanima. Anzitutto Debora Calomino è una giornalista pubblicista che si occupa di turismo e marketing territoriale. Si è laureata all’Università della Calabria in Scienze del Turismo e Valorizzazione dei sistemi turistico culturali, dove è iscritta pure al secondo anno del Dottorato di ricerca in “Politica, Cultura e Sviluppo”.

Essendo cultore della materia in marketing turistico e territoriale tratta tali argomenti in seminari organizzati dalla Università e presso enti di formazione professionali accreditati. Scrive inoltre per diverse testate a diffusione locale e nazionale, quali Calabria live, Borghi d’Europa, Confidenze. Ha vinto il Premio Giornalistico Internazionale Terre di Calabria nel 2018, Il Premio Hombres Itinerante nella sezione “Giornalismo” nel 2020 e il Premio Letterario Internazionale “Un libro amico per l’inverno”, per la categoria saggi, con “Visioni Turistiche” nel 2023.

Insomma, si trova in sé, oltre che la bravura nell’esporre le storie, una forte passione e propensione nello scrivere ed interpretare al meglio la professione del giornalismo.

“Storie Luminose” di una Calabria che fiorisce” ne riconferma il valore e la sua dedizione verso questo particolare mestiere giornalistico che l’ha portata con curiosità ed attenzione ad occuparsi e cercare la verità nelle varie forme dell’arte, cella cultura, della bellezza, che può derivare dallo sguardo di ammirazione di uno scorcio della natura calabrese, come dalle pratiche turistiche e dallo studio di antichi borghi collocati all’interno dei comuni calabresi, il tutto con amore.

Dalla bellezza delle cose immateriali, che troviamo attorno a noi, il passo è breve nell’approfondire le cose materiali e quindi l’uomo, le sue aspirazioni, il suo fare nel trovare le migliori condizioni di sviluppo e di crescita economica, sociale e culturale nella propria terra di origine come la nostra Calabria. Il passo è stato breve nel cercare di capire l’uomo, coglierne speranze, sogni, percorsi di formazione, lavoro, fatica entrando nel mondo del lavoro per costatarne affermazione e successo nel contesto della propria terra di origine dopo aver acquisito esperienza e conoscenza in altri luoghi, in altri posti fuori dalla propria regione e magari all’estero.

Grazie alla disponibilità dell’editore direttore di “Calabria live”, Santo Strati, la giornalista Debora Calomino, tra il 2021 e il 2023, ha potuto cercare nella nostra Calabria le forze giovanili che meglio stanno lavorando per dare spazio ai loro sogni di affermazione in ambito lavorativo ed in particolare in quello imprenditoriale. Ne sono scaturite delle interviste pubblicate nel settimanale “Il Domenicale”, che alla fine, dopo un’attenta valutazione l’hanno portata a raccoglierne le migliori ed inserite nel suo secondo libro “Storie Luminose” di una Calabria che fiorisce”, con una copertina che ne contiene la sintesi in un disegno visibile curato da Carmen Anele.

Debora Calomino è stata brava nel cercare per il suo disegno progettuale giornalistico l’illuminazione giusta guardando al mondo dei giovani ed al loro impegno rivolto a realizzare i propri sogni di un lavoro stabile nella propria Regione, nella nostra Calabria, dopo magari una esperienza lavorativa avuta all’estero, e trovare la propria soddisfazione ed il successo dell’idea maturata impiantando una piccola impresa.
Sono maturati nell’arco di due anni la scrittura e la pubblicazione di vari servizi giornalistici e relative interviste agganciate alla presentazione dei personaggi e delle loro piccole imprese, individuati nelle province calabresi tranne che in quella di Reggio Calabria.

Figure e personaggi che hanno individuato spazi di successo ed investimenti in iniziative mirate nelle seguenti aree: agricoltura, turismo, ristorazione, web marketing, musica, arte, cultura, comunicazione ed altro ancora.

Come ha detto l’autrice dei servizi giornalistici ogni singola storia raccontata «l’ha portata alla consapevolezza che esiste una Calabria diversa, una Calabria che crede nei sogni, nella bellezza, nel riscatto».

Avere pensato, quindi, di raccogliere 28 di queste storie nella pubblicazione di questo libro per avere maggiore consapevolezza delle positività della nostra Calabria è più che giusto e bello dal punto di vista sociale, culturale ed umano. Ciò che sorprende, comunque, di questa iniziativa editoriale della brava scrittrice e giornalista Debora Calomino è che dei 28 protagonisti delle storie scelte oltre la metà sono di giovani e giovane laureatisi presso l’Università della Calabria in vari ambiti disciplinari nell’arco di questi anni.

Per l’autrice del libro, anch’essa laureatasi in Scienze Turistiche all’UniCal, la sua pubblicazione e lettura debbono avere un significato preciso condivisibile, quello di mostrare che «le storie di questi giovani calabresi devono essere un esempio per le generazioni future, devono essere conosciute, divulgate, lette e rilette ancora, affinché possano dare un’immagine nuova del territorio, fatta di sogni realizzati che profumano di soddisfazione».

Se la maggioranza di loro è uscita dall’esperienza di studio e formazione professionale dell’Università della Calabria sarebbe più che giusto rappresentare questo lavoro editoriale all’interno della loro Università a testimonianza di un cinquantenario di positività non celebrato per essere stimolo nella costituzione sinergica di una rete di rapporti orizzontali e verticali in modo da dare un senso a compiti e fini legati alla promozione e allo sviluppo della nostra amata terra di origine. Questa Calabria al centro del Mediterraneo accogliente e che tarda ad avere la sua giusta considerazione a livello politico nazionale ed europeo sul piano degli investimenti. Ma che deve avere alla base, come l’autrice auspica nella sua presentazione, la maturazione responsabile, sociale e culturale della sua popolazione nel cercare di rendere visibile le sue potenzialità.

Il libro può essere lo stimolo giusto e l’Associazione Internazionale “Amici dell’Università della Calabria” ne potrebbe sposare il contenuto e lo stimolo, ravvivando, così, un ambiente distratto e disinteressato verso la propria storia. (fb)

STORIE LUMINOSE DI UNA CALABRIA CHE FIORISCE
di Debora Calomino
con la prefazione di Franco Bartucci

Amazon
ISBN 9798867467036

Guida alle sculture di Cosenza, di Enzo Le Pera e Roberto Bilotti

Guida alle sculture è un manuale suggestivo che fa apprezzare ancor di più i tesori di Cosenza, non a caso definita l’Atene della Calabria: Enzo Le Pera (con la curatela scientifica di Roberto Bilotti) ha realizzato per le edizioni Luigi Pellegrini un avvincente percorso per far scoprire le mille meraviglie artistiche e storiche della città.

La città, com’è noto, possiede un tesoro di inestimabile valore artistico, storico e culturale, e il libro di Enzo le Pera in modo intelligente e proficuo lo valorizza adeguatamente, con un doveroso e necessario omaggio al MAB (Museo all’aperto Bilotti). Il libro è a doppia firma, due figure diverse, ma speculari: Enzo Le Pera e Roberto Bilotti. Il primo, autore dell’opera, protagonista di una cinquantennale esperienza tra quadri, dipinti, sculture che hanno fatto della Galleria “Il Triangolo” il quartier generale del suo innato talento, e un luogo obbligato per chi ama l’arte e crede nella sua fondamentale funzione nella vita dell’uomo e nella società. L’altro, a capo della Fondazione Bilotti, conosciuta in tutto il mondo (tra l’altro ogni anno finanzia progetti di ricerca fondamentali per curare la leucemia e consentire i trapianti del midollo osseo, necessari per salvare la vita a migliaia di persone), ma anche deus ex machina di realizzazioni entrate di diritto nella storia più recente della musealità contemporanea, dallo stesso MAB alle Sale “Boccioni” e della Scultura della Galleria nazionale di Cosenza, ai musei “Carlo Bilotti”, “Aranciera di Villa Borghese a Roma, “Miceli Magdalone” e del “Presente” di Rende, a tante altre iniziative, che hanno contribuito a scrivere pagine memorabili in questo campo.

E cosa poteva venir fuori da un connubio tanto qualificato e competente, se non, appunto, questa Guida alle sculture di Cosenza, il prezioso strumento che la Luigi Pellegrini mette a disposizione della città bruzia e delle sue enormi (ancora in buona parte inespresse) potenzialità attrattive, che affondano le radici, tra l’altro, in un vissuto storico, culturale e scientifico, antico e prestigioso? Poggia, dunque, su questi concreti presupposti questa nuova iniziativa editoriale, fresca di stampa, di cui giustamente il sindaco della città, Franz Caruso, che firma la prefazione, sottolinea l’importanza, sia per la capacità di “colmare una inaccettabile lacuna”, sia perché in grado “di ricostruire, per nella sua agilità e facilità di consultazione, la storia del MAB (il Museo all’aperto Bilotti) di Cosenza , e delle altre sculture presenti in città , corredandola con descrizioni, altrettanto puntuali e rigorose, sugli artisti autori delle opere custodite nel nostro Museo en plein air, con l’ulteriore arricchimento di commenti critici e testimonianze di storici dell’arte che hanno conosciuto e indagato a fondo le opere degli stessi maestri del XX secolo che popolano la città dei Bruzi”. Mai, come in questo caso, si tratta di parole azzeccate.

Un beneaugurante “viatico” affinchè questa guida (di cui sarebbe utile una nuova edizione in inglese, ma anche la diffusione nelle scuole) diventi davvero ciò che è in grado di essere. Per i cosentini. I calabresi, in ogni parte del mondo. I tour operator. La borsa del turismo. E i tanti appuntamenti nei quali ogni anno si decidono le “sorti” e le “prospettive” dell’ingente patrimonio artistico-culturale del Bel Paese. E Cosenza, come dimostrano, o confermano Enzo Le Pera e Roberto Bilotti, ha tutto, ma proprio tutto, e forse anche qualcos’altro, per ben figurare. (dl)

GUIDA ALLE SCULTURE DI COSENZA
di Enzo Le Pera e Roberto Bilotti
Pellegrini Editore, ISBN 9791220502429

Gutta cavat lapidem, poesie di Caterina Silipo

di SANTO STRATI – La nuova raccolta poetica di Caterina Silipo (Gutta cavat lapidem), edita da Falzea ha diversi meriti che è opportuno indicare per sottolineare la validità del percorso lirico dell’autrice.

Prima di tutto quello di utilizzare i suoi versi per tracciare, attraverso la ricognizione della natura e della sensibilità interiore umana, linee di sentimento che vanno dritte al cuore. È la suggestione del verso che nella poesia assume il ruolo primario di una narrazione al pari di un dialogo serrato di pagine di un romanzo, così il racconto poetico s’ingegna a stuzzicare sentimenti e indurre alla riflessione. Che poi è un compito precipuo di chi scrive in versi (ma la Silipo è anche autrice di romanzi e racconti), cioè usare la parole per evocare emozioni e spingere al confronto con se stessi.

Il titolo deriva, come chiunque abbia studiato il latino, da una famosa citazione di Lucrezio nel suo De Rerum Natura, tratta da Ovidio. La goccia scava la pietra, ovvero la perseveranza riesce là dove tutto appare impossibile, come bucare una roccia. E l’impegno di di utilizzare gocce di poesia per scavare nel profondo del cuore porta, nel caso di Caterina Silipo a un felice, quanto scontato risultato: le sue liriche sono un compagno appassionato e gentile, ma dalla lettura si ricava una sensazione profonda di coinvolgimento emotivo. I sentimenti, soprattutto quelli più nascosti, allora reagiscono e respirano quella che l’autrice chiama lucida malinconia e che traspare dai suoi versi. Per disegnare paesaggi d’intimità condivisibile eppure impenetrabile, che “costringe” a reagire intellettivamente e dopo un primo impulso timoroso (la paura di non cogliere il senso) far proprie le parole che evocano ricordi e suscitano emozioni.

La poetica di Caterina Silipo dunque dialoga con i suoi lettori: abbiamo sempre più bisogno di poesia in un mondo che corre vertiginosamente verso l’abisso, oscurando i veri valori dell’umanità e del vivere in comune. Riesce a catturare l’attenzione e ricambia con un verso pacato che però vigorosamente illustra il senso della vita e indica il percorso ideale per affrancarsi da solitudine e infelicità che, troppo spesso, circolano indisturbate nei cuori delle persone semplici ma anche dei potenti, dei buoni e dei cattivi.

La reattività, ovviamente non può essere mai la stessa, ma questo viaggio tra natura e sentimento rivela il chiarore della vita e ogni giorno presenta una nuova avventura che merita di essere vissuta fino in fondo. L’avventura della vita, che ci chiede, spesso inascolata, di dimenticare rancori e cattivi pensieri, e affrontare con un sorriso la sfida che si rinnova ogni 24 ore.

“Siamo tutti soli / esseri sperduti /che si cercano / e si rincorrono”: sono i versi che sintetizzano la visione del mondo da parte dell’autrice, senza fatalismi né pessimismo, ma che rivelano l’anelito di una speranza che non può e non deve morire. “Gocce di pioggia, sole in un grande mare, un mare immenso, gocce che gonfiano i fiumi e li fanno straripare, ma gocce che si uniscono pur rimanendo sole. L’aria dello Stretto, sicuramente, ha inciso non poco nell’animo poetico della Silipo, instillando quel forte senso di passionalità viva e di classicismo che è di casa da queste parti, nel solco di un percorso avviato da grandi nomi della Magna Grecia (Ibico reggino, la poetessa Nosside, ispiratore di una sensibilità in genere superiore alla normalità. E questa istanza di sentimenti porta inevitabilmente a dividere chi scrive versi in libertà, per esprimersi, e chi (come nel caso di Caterina Silipo) una i versi per attrarre e suscitare emozioni, per suggestionare, nel senso più bello del termine, e ricavare sensazioni.

Il “mestiere” di poeta è molto più complicato di quello dello scrittore. a volte bastano poche righe per esprimere quanto decine di pagine riescono a dare.

Le emozioni più belle –  ripropone l’autrice citando Baudelaire –   sono quelle che non puoi spiegare: è il compito della poesia, è il meccanismo straordinario del “poetare” al servizio degli altri. In quetso caso un’umanità disattenta eppure in trepida attesa di messaggi, di versi che inducano a ripensare il senso della vita e dare un senso alla propria di vita. Una bella raccolta, da tenere sul comodino e sfogliare prima di addormentarsi. I versi della Silipo, però, non inducono il sonno, ma danno una carica vitale. (s)

GUTTA CAVAT LAPIDEM
di Caterina Silipo
Con la prefazione di Mimmo Nunnari

Falzea Editore
ISBN 9788882965419

Il possibile / Il concreto – di Franco Pietramala e Francesco Kostner

Arriva oggi (martedì 10 ottobre), in libreria, Il possibile – Il concreto, appassionante testimonianza dell’ex manager dell’Asp di Cosenza e segretario regionale della Dc Franco Petramala scritta con il giornalista Francesco Kostner per Luigi Pellegrini Editore.

È un libro-intervista di Franco Petramala, segretario regionale della Dc dal 1976 al 1979, e protagonista indiscusso di una delle
stagioni più positive dall’azienda ospedaliera bruzia e dalla sanità provinciale, destinato a far discutere per il contenuto, denso di originali riflessioni, e per il racconto di vicende che si agganciano – e consentono un proficuo confronto – ad alcuni temi tuttora al centro del dibattito politico, a livello regionale e nazionale. L’intervista è stata raccolta da Francesco Kostner.
È il presidente dell’Ordine dei medici di Cosenza, Eugenio Corcioni, che ha firmato la prefazione, a sottolineare le peculiarità dell’intervista, sia in rapporto al recente passato (determinato il richiamo di Petramala alla necessità di andare “oltre” le figure di Giacomo Mancini e Riccardo Misasi per ridare linfa alla politica nella città e nella regione) che in relazione a numerosi temi di attualità: “Fra gli elementi importanti citati nel libro”, scrive Corcioni, “c’è l’affermazione secondo cui il sistema privato convenzionato delle cliniche e dei laboratori dovrebbe essere considerato come servizio pubblico a tutti gli effetti e come tale da governare a cominciare dalla scelta delle discipline convenzionate: non più solo quelle convenienti, poco costose e comunque poco rischiose, lasciando tutto il resto al pubblico a gestione diretta. A mio parere si tratta di un segnale forte: se solo vedessimo realizzato questo punto, si potrebbe riconoscere finalmente un vero cambiamento di rotta a differenza delle varie dirette social di oggi, che sono spesso divisive e non consentono di instaurare quel clima collaborativo che fu la vera arma della gestione di Franco. E poi che dire della
coraggiosa presa di posizione nella segnalazione dell’anomalia della spesa per il personale, alta rispetto alla media delle altre regioni(cosa ricordata sempre nei verbali dei tavoli ministeriali di verifica!), ciò si spiega in gran parte con un numero enorme di “imboscati”: aggiungo che in Calabria abbiamo approvato anche leggi (o se si vuole emendamenti passati in finanziarie regionali)
che favoriscono gli imboscamenti, anomalie mai corrette dai vari commissari succedutisi. E questo tema si incrocia con l’altro che sottolinea con forza il contrasto al precariato, non solo come riconoscimento di dignità del lavoro ma anche come riduzione degli spazi di possibile corruttela”.
Significative e adeguatamente motivate risultano, infine, le riflessioni di Petramala sull’area urbana cosentina, sull’autonomia differenziata, oltre che sul futuro della sanità regionale. (dl)

IL POSSIBILE / IL CONCRETO (in politica e in sanità)
di FRANCO PETRAMALA e FRANCESCO KOSTNER
Luigi Pellegrini Editore
ISBN 9791220502412

Il Pci, la Calabria e il Mezzogiorno a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma

di MIMMO NUNNARI – Una questione rimasta nell’ombra nell’Italia repubblicana riguarda il rapporto tra Pci – a lungo maggior partito d’opposizione – e il Mezzogiorno. Questione non da poco, in considerazione che il movimento comunista ha storicamente rappresentato classe operaia e ceti deboli e il Meridione non c’è dubbio che, in quanto parte di territorio italiano penalizzato dalle disuguaglianze e dalle trascuratezze dei Governi di prima e di dopo la liberazione dal fascismo, sarebbe dovuto rientrare nel perimetro di lotta del Pci. Ma il meridionalismo, è stato un tema presente, in maniera costante e concreta nell’agenda comunista?

La storia di questo rapporto Pci Mezzogiorno –  è controversa. Più di cinquant’anni fa Sidney Tarrow, allora professore di Scienze Politiche alla Cornell University e noto studioso di fenomeni dei movimenti sociali, affrontò la questione nel libro: “Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno (Einaudi, 1972) spiegando come, il partito divenuto dopo le elezioni del 1948 il maggiore partito di opposizione, avesse in pratica voltato le spalle al Mezzogiorno. 

«Il problema di fondo del Pci, nel Mezzogiorno – secondo Sidney Tarrow – non era solo l’estrema difficoltà delle condizioni oggettive, ma la mancanza di una convergenza tra i presupposti empirici della sua strategia generale e tali condizioni oggettive. Qualsiasi azione intraprendesse il Pci, si veniva a scontrare con un dilemma: se fossero state previste due strategie fondamentalmente diverse, per il Nord e per il Sud, il partito avrebbe messo a repentaglio la sua stessa integrità in quanto partito leninista; e d’altro canto, se la strategia prevista per la Valle Padana e per le città industriali del Nord, fosse stata applicata meccanicamente al Sud, ne sarebbero conseguite certe sconfitte politiche. I dirigenti del partito furono restii ad operare una scelta, anche se sembrarono essere stati continuamente consci del loro dilemma».

Nel cuore della via italiana al socialismo è insita, concludeva Tarrow,  “una contraddizione di fondo”.  L’aver in sostanza tenuto separate le aree del non sviluppo dalle aree dello sviluppo, ha finito, perciò, stando al ragionamento dello studioso americano, col coinvolgere anche il Pci. Mezzo secolo dopo, sul rapporto tra Pci e Mezzogiorno, arriva un’altra analisi, approfondita e ampia, meritevole di attenzione, considerato il periodo di osservazione, che parte dalla nascita dello stesso movimento comunista, negli anni Venti, per arrivare al dopoguerra. Lo studio riprende le relazioni del convegno nazionale dell’Icsaic (Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea) Il Pci dalle origini al partito nuovo in Calabria e nel Mezzogiorno 1921 – 1953 svoltosi all’Università della Calabria nel novembre 2021.

Nel volume dal titolo Il Pci, la Calabria e il Mezzogiorno (1921 – 1953), a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma, edito da Pellegrini (pagine 519, euro 25) la traccia seguita riguarda il “partito meridionalista e le sue contraddizioni”, quasi a spiegare perché, il più forte partito europeo dei lavoratori, abbia avuto una posizione mai chiara e decisa, nei confronti del Meridione. L’ambiguità è già in origine. Come spiegano Coscarella e Palma, nella presentazione del volume, il Pci, nato a Livorno nel 1921, fu una forza spiccatamente meridionalista solo da quando Gramsci ebbe il sopravvento su Bordiga, il segretario generale, nel 1924. Nella concezione bordighiana, non c’era infatti posto per una “questione meridionale”, come questione avulsa dall’unica – da Nord a Sud – “questione capitalistica”.

Fu Gramsci, dunque, a dare importanza alla questione meridionale, prima mai citata, nei programmi del partito a guida bordighiana. Naturalmente il meridionalismo del Pci rimase, per ovvi motivi, stante il lungo periodo di dittatura fascista, soltanto una componente culturale e ideologica e poi quando dopo la caduta del regime e l’avvento della Repubblica, i partiti cominciarono  a disegnare le strategie per la rinascita del Paese, Togliatti, nuovo leader del Pci, prese le distanze dall’impostazione gramsciana. La sua idea di lotta è infatti ecumenica, nel senso che guarda alla “solidarietà nazionale” ante litteram, di tipo sociale, che però comporta l’indebolimento della lotta, teorizzata da Gramsci, del partito della classe operaia a favore dei braccianti e dei contadini poveri. Sono sedici i saggi scritti da intellettuali, studiosi e politici, raccolti nel volume, che analizzato aspetti dell’attività del Pci al Sud in un trentennio e in particolare in  Calabria. Alcuni contributi documentano in particolare le difficoltà e le contraddizioni del Pci negli anni del “ribellismo contadino, culminato nell’eccidio di Melissa, nel 1949.

In particolare è Franco Ambrogio a mettere in risalto quella che può essere considerata una “mentalità insurrezionalista” del movimento comunista calabrese,  aspramente criticata da Togliatti, soprattutto dopo i fatti di Roccaforte del Greco e Caulonia. Fu in quel periodo, che alcuni leader calabresi, come Gullo e Musolino, al contrario di Togliatti, avrebbero preferito una lotta più incisiva e determinata, del mondo rurale meridionale. La sintesi della vicenda calabrese e meridionale dell’occupazione delle terre potrebbe essere racchiusa nelle parole di Mario Alicata, “amendoliano”, che in quegli anni scrisse che si era sviluppato al Sud uno dei più vasti movimenti di contadini poveri nella vita del Paese, ma non si era riusciti a trarne una spinta e un respiro democratico per un’azione politica più vasta. Il libro, che approfondisce le relazioni presentate a quel convegno all’Unical, rappresenta, oltre a una esplorazione documentata della vita del Pci nell’area del Mezzogiorno, in particolare in Calabria, un contributo importante alla narrazione meridionalistica che nonostante le numerose qualificate e fondamentali cose già scritte ha sempre bisogno di nuovi contributi che diano conto di come le politiche dei partiti, dei Governi, delle istituzioni tutte, abbiano inciso nel bene e nel male sulla società meridionale. (mnu)

Daniela Rabia torna in libreria con un quinto romanzo “Il lato sbagliato della porta”

Daniela Rabia torna in libreria con un quinto romanzo “Il lato sbagliato della porta”, edito da Pellegrini.

Un racconto fluido e davvero piacevole a leggersi che ci porta nel cuore di una famiglia che si sfalda per poi ricucirsi. La morte di Franco fa imboccare a Ilaria un’altra via e le fa incontrare un nuovo amore, il vero amore.

Si, non sempre il primo amore è quello che ci rende felici. La mia protagonista incontra dopo un matrimonio finito la sua vera fonte di gioia che nella storia tratteggio lasciando al lettore il gusto di immaginare.

Quale fonte ti ha ispirato?

La mia vita ma soprattutto le vite che osservo e quelle che leggo, tirandole dalle pagine dei libri.

Cosa lascia al lettore il tuo testo a tuo avviso?

La voglia di ricominciare sempre a ogni età e in ogni circostanza.

Una battuta sull’editore.

Innamorata della casa editrice che mi supporta in ogni richiesta. Grandi Walter Marta e Sara Pellegrini. Lino Palermo, editor, e Stefania Chiaselotti, grafica.

Grazie mille e buona fortuna.

Grazie a voi. (rcs)

Santiago. Dialogo tra un pellegrino e il suo amico giornalista

di PINO NANO – Libri d’estate, libri senza tempo, libri di viaggi e di pellegrinaggi di fede. L’ultimo della serie, questo Santiago. Dialogo tra un pellegrino ed il suo amico giornalista.  Il libro porta la firma di Gregorio Corigliano e Pietro Praticò, famoso giornalista RAI il primo, pellegrino di fede convinto ed instancabile il secondo.

Emozionante la prefazione che fa al libro di Gregorio Corigliano e Piero Praticò don Mimmo Battaglia, per la storia della Chiesa lui è l’Arcivescovo di Napoli, ma per chi lo ha conosciuto personalmente bene don Mimmo è rimasto un angelo dei poveri, un servitore di Dio in terra, un uomo di una semplicità disarmante e di un cuore senza confini. Benedetta sia la terra che lui calpesta, direbbero di lui i Padri della Chiesa contemporanea.

“Saint Jean de Port- Santiago de Compostela.780 chilometri. Fango, strada, sassi, terra, pioggia, sole, vento volti, occhi. Storie che si intrecciano tra loro. Vite che sanno di strada. Strada che parla di vita. Una vita – scrive don Mimmo Battaglia- come un cammino. Un cammino come la vita. Tra un passo e l’altro, la memoria che si fa storia, racconto, condivisione”.

Una sorta di diario di viaggio, quasi un diario di bordo, segreto quanto basta, ma che con la prefazione di don Mimmo Battaglia non è più di due soli pellegrini, ai primi due se ne aggiunge ora un terzo, che è lui, questo straordinario pastore di fede che un giorno viene espiantato dalla sua città di sempre, che era Catanzaro, e trasportato a Napoli a curare i mali di una grande diocesi ferita.

“Ricordare è riportare al cuore, ed è quello che Gregorio Corigliano fa nel suo libro – scrive don Mimmo Battaglia – In un dialogo tra amici, riporta alla mente ed al cuore di Piero Praticò i passi percorsi, le emozioni vissute, la storia e la curiosità di un cammino di cui tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta nella vita”.

Ha ragione don Mimmo Battaglia: “Come non ricordare a questo proposito Paulo Coelho? che nel suo libro Il cammino di Santiago scrive: “le persone giungono sempre al momento giusto nei luoghi in cui sono attese” e sembra che queste pagine del libro di Corigliano e Praticò siano una strada che ti conduce dentro di te, che ti aiuta a riconoscere i tuoi punti forza, a scoprirti e ad accoglierti fragile, ad avere il coraggio di non fermarti e di continuare a camminare”.

«Quando Pietro Praticò – racconta Gregorio Corigliano- mi ha raccontato e fatto leggere la sua avventura di viaggio non potevo crederci. Il ragazzo, l’uomo che avevo un tempo conosciuto nel movimento giovanile della DC, a Reggio, negli anni ’70 e ’80, riflessivo, attento, curioso, si era imposto ed era riuscito, incredibilmente, a raggiungere quella meta che tutti o, meglio, in tanti, avremmo voluto scoprire. Non ci avrei giurato ma dalla lettura attenta ho colto, aggiunge, la volontà, la perseveranza, la forza, che, nonostante brevi momenti di scoraggiamento dovuti alla fatica, Piero ha vissuto per arrivare a Santiago, con gli occhi ed il cuore, sostiene mons. Battaglia, di chi sa stupirsi e mettersi in gioco».

Dall’altra parte, Pietro Praticò si sofferma, con particolari inediti e sconosciuti ai più, su San Giacomo, uno dei dodici apostoli di Gesù, fratello di San Giovanni l’Evangelista. E Santiago, spiega Praticò, “nasce dall’Unione di “Santo” e “Yago”, forme arcaiche della lingua spagnola che fanno riferimento, appunto, a San Giacomo”.

E Compostela, invece? «Secondo la Legenda aurea – ricorda Praticò – il corpo di Giacomo, decapitato in Palestina, fu portato dai discepoli sulle coste della Galizia. I resti furono trovati in un campo illuminato da stelle cadenti, denominato campus stellae, il campo della stella, dal quale deriva l’attuale nome di Santiago de Compostela, il capoluogo della Galizia».

Un giornalista ed un direttore di banca, dunque, questa volta insieme non per discutere di massimi sistemi o dell’andamento della crisi economica del Paese, ma per parlare del Cammino di Santiago, un’esperienza tutta da vivere.

Mi torna in mente il ricordo e il racconto che mi fece qualche anno fa, di questo cammino, un altro grande giornalista italiano, Lorenzo Del Boca, che ha sempre immaginato l’arrivo a Santiago di Compostela come l’arrivo in paradiso. Ma prima o poi, se il tempo ce lo permetterà, lo faremo anche noi. (pn)

Santiago. Dialogo tra un pellegrino ed il suo amico giornalista
di Gregorio Corigliano e Pietro Praticò
Città del Sole Edizioni – ISBN 9788882383589