Un giorno alla fine, di Giuseppe Beniamino Fimognari

di ENZO ROMEOQuel giorno alla fine… è una saga familiare che attraversa tre generazioni e percorre un pezzo di storia della Calabria, a cavallo del secondo conflitto mondiale. Ce la offre Giuseppe Beniamino Fimognari, ex sindaco di Gerace e senatore democratico-cristiano per due legislature, tra il 1979 e il 1987. Sorpresa piacevolissima è scoprire l’ottima vena narrativa di questo politico-gentiluomo, dai modi sempre garbati e signorili, famoso tra l’altro per aver presentato il disegno di legge che nel 1983 ripristinò la festa dell’Epifania, soppressa sei anni prima dal governo Andreotti.

Il sen. Fimognari alla presentazione del libro a Locri

Fimognari ha tenuta nascosta a lungo la vocazione alla scrittura, o forse essa è scaturita improvvisa, come un fiume carsico che risale in superficie. Spinto verso l’alto dall’urgenza di offrire – a se stesso, innanzi tutto – un bilancio della propria vita. Sì, perché il racconto è chiaramente autobiografico, anche se nel libro la fantasia ha libertà d’espressione e i fatti sono insaporiti dalla patina di nostalgia che solo il tempo sa dare. Per tentare di mettere un po’ di distanza dai fatti narrati, l’autore sceglie di scrivere in terza persona e cambia i nomi dei paesi e dei personaggi, che pesca dal passato magnogreco. Gerace diventa Ghene, riferimento alla stirpe originaria; Locri si trasforma in Alme (un rimando alle anime ovvero al luogo dell’anima?); il protagonista si chiama Timeo, come il filosofo locrese della scuola pitagorica vissuto nel V secolo a.C. Magnogreca è anche l’epigrafe iniziale, dell’agrigentino Empedocle, contemporaneo di Timeo: «Un tempo io fui ragazzo e fanciulla e virgulto e uccello e squamoso pesce del mare».

Insomma, chi ha avuto un’esistenza ricca di esperienze può affermare di essere stato tutto e il suo contrario. Di conseguenza non si deve pretendere nel racconto di seguire una trama precisa, perché la trama è la vita di Timeo-Fimognari. Che si dipana dalla sua nascita, il primo novembre 1932, fino ai giorni della morte del padre, sul finire del 1958. In mezzo gli anni del fascismo, la guerra, le lotte contadine, il periodo universitario a Napoli. Potremmo dire che ci sono tanti libri in uno. Ne indico almeno tre: il primo è quello dell’infanzia, il più evocativo, ricco di descrizioni minute, sospeso tra passato e presente, che nell’impianto espositivo rinvia ai grandi scrittori siciliani, da Verga a Tomasi di Lampedusa (non a caso Il Gattopardo segna la conclusione del volume di Fimognari); il secondo, che potremmo definire neorealistico, si sofferma sulla battaglia sociale condotta dai braccianti per ottenere le terre incolte dei grandi latifondi; il terzo è il racconto degli anni napoletani, dove gioia e dolore, vita e morte si intrecciano inestricabilmente. Pagine, quest’ultime, in cui si possono avvertire suggestioni che rimandano a Ermanno Rea o Curzio Malaparte.

Quest’abbondanza è financo eccessiva e costringe il lettore ad andare a trovare le perle tra il limo. L’edizione – ci auguriamo che alla prima ne seguano altre – andrebbe curata meglio, ripulita e sfoltita qua e là del superfluo. Intanto il lettore può farsi abbagliare dalle parti più luminose. Prendiamo questo stralcio (alle pag. 114-115) in cui è descritta la prima presa di coscienza di Timeo bambino rispetto al mondo, con le sue logiche crudeli e dolorose: «…Timeo capì, capì che tutto passava. Passavano i treni veloci e quelli lenti, passavano le macchine sotto casa e nel mare passavano le navi che andavano sul filo dell’orizzonte, metà nel mare e metà nel cielo senza mai deviare, dritte come calamitate su un filo di ferro, passavano il giorno e la notte, e come era ad Alme era in America, dove c’era gente triste – pensava Timeo – perché tutti i poveri di Alme e Ghene partivano per l’America».

Il brano ci fa da spia per scoprire il filo rosso che tiene insieme tutte le parti del racconto di Fimognari. Vale a dire il contrasto tra la partenza e la restanza. Si deve andar via, chiamati lontano dalle legittime aspettative di miglioramento e di felicità o semplicemente spinti via dalla mancanza di lavoro e di prospettive? O si deve rimanere inchiodati là dove si è venuti al mondo, vogliosi di offrire il proprio contributo per il cambiamento o magari soltanto irretiti dal richiamo della madre terra? Il finale, bello e poetico, svelerà la scelta di Timeo. Rimane però inevasa la domanda se c’è più coraggio nell’emigrare altrove o nel restare per sempre nel luogo natìo. Qual è il limite tra audacia e codardìa, dov’è il confine tra egoismo e responsabilità? La risposta, forse, è nascosta nel recesso più nascosto del nostro cuore. La scopriremo un giorno, alla fine… (er)

 

UN GIORNO ALLA FINE…
di Giuseppe Beniamino Fimognari
Laruffa Editore – ISBN 9788872217719

Storia del’Antindrangheta di Danilo Chirico

di FILIPPO VELTRI – C’è anche una Calabria diversa, lontana dagli stereotipi che la dipingono vittima inerme (se non addirittura complice) della malavita, c’è una Calabria che ha saputo – e sa – alzare la testa e ribellarsi, una terra che non ha paura di guardare in faccia il male e affrontarlo. 

È questa la Calabria che Danilo Chirico racconta nel libro edito da Rubbettino Storia dell’antindrangheta. Il libro ricostruisce per la prima volta i movimenti per l’occupazione delle terre, le lotte politiche e per il lavoro, le vertenze ambientaliste, le denunce della Chiesa, i conflitti sociali, i cortei studenteschi, le vicende personali e collettive di tutti coloro che in Calabria hanno combattuto la criminalità organizzata dal secondo Dopoguerra ad oggi.

Ripercorre anche i fatti della “strana” storia della Marcia della Pace “Perugia-Assisi” che – unica volta in 60 anni – nel 1991 si tenne fuori dall’Umbria. Si  trasferì in Calabria per la storica manifestazione “Reggio-Archi”. Quel giorno decine di migliaia di persone provenienti da ogni parte dello Stivale sfilarono contro la ’ndrangheta costruendo una pagina significativa della storia della Calabria e aprendo la stagione dell’antimafia sociale italiana che si consoliderà dopo le stragi del 1992. 

Questo di Danilo Chirico è il primo libro mai scritto sull’antindrangheta. «Adesso anche l’antimafia calabrese ha il suo libro come lo ha avuto da lungo tempo, da un ventennio a questa parte, l’antimafia siciliana – scrive Enzo Ciconte nella prefazione al volume – Quello di Chirico è un merito importante perché chi leggerà il libro vedrà venire incontro fatti minuti, sconosciuti ai più, fatti importanti che sono stati dimenticati, eventi dirompenti che hanno lasciato una traccia duratura e permanente». Quella dell’antindrangheta in Calabria non è una storia marginale che vede protagonista qualche giovane isolato con il pallino della contestazione. 

Enzo Ciconte ricorda nella già citata prefazione come il movimento delle gelsominaie, le lotte per la terra e il lavoro, le battaglie politiche e sindacali, la presa di coscienza via via  crescente della Chiesa “precedono l’impegno della magistratura. Anzi – annota lo studioso – mentre avveniva tutto ciò c’era una magistratura chiusa, ottusa, che girava la testa dall’altra parte, pavida, impaurita o collusa. È merito di questo movimento ampio, pulviscolare, profondo se dentro la magistratura è cresciuta una nuova consapevolezza e s’è andato affermando  l’orgoglio di combattere per cambiare il destino di questa terra mentre prima c’erano posizioni disperate e disperanti che affermavano l’impossibilità di sconfiggere la ‘ndrangheta che si sarebbe battuta solo quando l’umanità si sarebbe spenta». 

Il libro di Chirico non è però solo una celebrazione del mondo dell’impegno sociale calabrese da cui lo stesso autore peraltro proviene, ma ne analizza anche le miserie, le divisioni provando a indicare anche una rotta per uscire dalla crisi in cui si trova oggi il movimento antimafia calabrese e italiano. 

Danilo Chirico (Reggio Calabria, 1977) è giornalista e scrittore. È stato autore di programmi di informazione per Rai Uno, Rai Tre, MTV, Laeffe TV, repubblica.it, Radio Tre. Ha lavorato per giornali, riviste e agenzie di stampa parlamentare.  Ha pubblicato il romanzo Chiaroscuro (Bompiani 2017) e sceneggiato la web serie Angelo (Raiplay). È autore di libri sulle mafie tra cui Il caso Valarioti.  Nel 2011 con Dimenticati. Vittime della ’ndrangheta ha vinto il premio “Indro Montanelli – Giovani”. È presidente dell’Associazione daSud. (fv)

STORIA DELL’ANTINDRANGHETA
di Danilo Chirico, prefazione di Enzo Ciconte
Rubbettino Editore, ISBN 9788849866346

La facitrice. Poesie di Ilda Tripodi

di MARIO NANNI – Per entrare nel mondo della poetica di Ilda Tripodi, bisogna cominciare dal titolo del suo ultimo libro di poesie: ‘’La Facitrice’’ (Iride, 2021). Un titolo quasi ‘’vichiano’’ ( da Giambattista Vico), dove la poesia è un farsi, creazione di mondi, un divenire, un’accensione di verità. ‘Verum et factum convertuntur’, diceva il filosofo partenopeo cantore della verità che si converte e s’invera nel fatto, e del fatto che la verità disvela.

Poi entriamo per un’altra porta d’ingresso nel mondo poetico di Ilda Tripodi: sulla copertina del libro è riportata minutamente la spiegazione del termine poeta, che la nostra autrice preferisce declinare al femminile, e non per una convenzionale questione di linguaggio di genere, oggi tanto di moda. Poeta: colui che crea, che fa, che inventa, che compone; da poieo, che significa creo, produco, FACCIO ( il maiuscolo è mio, NdR).

Delineato questo orizzonte critico-estetico e anche filosofico, la domanda viene spontanea: qual è il mondo poetico di Ilda Tripodi, la sostanza della sua poesia? Anzitutto è una poesia nutrita di pensiero, una poesia che affonda le radici nella classicità, nella mitologia greca, nel mare di Ulisse, nell’anima mediterranea, come vedremo dalla citazione di alcuni passaggi. “I poeti – scrive Ilda Tripodi – accendono e spengono frammenti di senso. Sono domande insistenti a risposte incerte”. E ancora: “Sono una poeta, facitrice di parole”.

Ecco, le parole. Croce e delizia della poeta Tripodi. Delizia, perché la parola serve, per esprimersi, per comunicare. Croce, perché la parola è anche spreco, moneta che perde valore, si deforma, si usura, inganna e depista. Per questo la poeta sembra rifugiarsi a volte nell’altro capo del filo: il silenzio.

In un certo senso la poesia di “Facitrice” è anche una poesia del silenzio, del non detto, del non espresso; un grido taciuto, un grido sommesso. Una poetica che valorizza il ‘’negativo’’, cioè quello che NON viene detto.

Per interpretare ed esprimere meglio il mondo, la poeta a volte preferisce l’ombra più della luce, il silenzio più delle parole, l’assenza più della presenza. Naturalmente il polo “positivo” non è trascurato, ma è piuttosto valorizzato l’altro “polo”.

L’autrice spesso ci fa capire che si trova a suo agio a stare nella caverna di Platone, dove la realtà, i rumori del mondo, l’urto delle fatiche della vita, i venti della storia con la maiuscola e con la minuscola fanno giungere un’eco ovattata e sfumata, i contorni di un’ombra. Su tutto spesso paesaggio poetico vola spesso l’ala dell’ineffabile, come nella poesia Thalia: “Tu mi incalzi/ con una carezza/ e io dimentico/ la parola che volevo dire”.

Ci sono poi dei versi eloquenti a questo riguardo: “la parola ha sbandito i segni/ e il desiderio di interpretare il silenzio”. Come se ne esce? Ci pensa la poeta a rimediare, nella poesia Antigone, in cui peraltro c’è un riflesso di dolore cosmico e di colpa universale: ’’La notte ogni notte/ si trova addosso tutti i peccati/ anche quelli non commessi/ per i quali è lieve persino morire”. “E io chiamo Antigone l’attimo in cui alla notte/ viene in mente di diventare giorno”. Antigone dunque come inno alla vita, come spinta alla lotta, come ala verso l’amore. Per tornare a lottare, a vivere, a gridare “il diritto all’essere”, “a indebolire la forza ( il potere? NdR) con una manciata di polvere”.

Perché, alla fine “L’universo resta l’unico nostro avere per tutta la vita”.

In questo orizzonte di lotta e di difficoltà, la salvezza, la luce, da dove possono venire? “Occorrono cieli molto bui/ e mani incatenate/ per capire da dove giunge la luce”.

Colpisce nella fattura del verso che contraddistingue la “Facitrice”, la misura, la sobrietà, l’asciuttezza stilistica; una misura che ricorda certe strofe della poesia greca. Alcuni esempi: “un dolcissimo cipiglio d’autunno”; “il mio candore si fa spuma”; “parola mediterranea”; “la figura immensa della vita”.

E non manca qua e là in alcuni versi sentenziosi, di solito conclusivi del brano poetico, un vago tono oracolare. Colpiscono poi alcuni incipit brucianti: “Non sono prigioniero in quest’altrove”. “Qui il momento non penetra perché io sono il grembo del tempo”.

E poi in “Sei morto Nessuno?”, è evocata l’alternativa: Itaca o il mare? Che è la parabola dell’avventura umana di un Ulisse perenne. E a proposito del mare di Ulisse, leggete questo incantato incipit di un’altra poesia: “Com’è glauco ‘sto mare che gorgoglia/ dove Scilla riempie la sua brocca”.

Verso la metà del libro fa la parte del leone l’amore, che ha un arco ampio di sguardi. “Non chiediamo alla terra che grano/ ma l’amore cerca tutto e desidera lo sguardo di ciascuno”.

E a proposito di sguardi, da sottolineare lo spazio che la poeta dà agli occhi: “Ti amo con gli occhi”, “occhi colonizzano occhi’” Come in una delle più belle quartine del libro: “Ti amo con gli occhi/ perché è negli occhi/ che si contorce il tempo/ nella fetta di migrare”. O anche: “da quel giorno i miei occhi sono diventati due feritoie. /rimanendo al riparo/ ancora ti spio”. Ancora: questi occhi “che già fanno voglia alla luce”.

Sugli occhi si sono cimentati poeti come il Leopardi, degli “occhi ridenti e fuggitivi’’ di “A Silvia”; o scrittori come Tomasi di Lampedusa che cita “gli occhi alteri e sconfitti” di Concetta, trascurata e poi abbandonata da Tancredi per sposare Angelica ( “Il Gattopardo”).

Dell’amore fa parte la dialettica tra i sessi, come in questa trasfigurazione poetica ispirata al gioco della morra cinese fatto da bambini: “Gli uomini sono forbici / che cercano la carta/gli uomini sono forbici/ che trovano il sasso/ . Si spuntano/. La verità o non esiste/ o non si fa vedere”. Come nella tradizione migliore della lirica pura, nella poesia di Ilda Tripodi campeggiano i temi dell’amore, del senso della vita, e la natura, declinata nelle sue varie situazioni coloristiche e paesaggistiche delle stagioni che si avvicendano, e che sono spesso stagioni anche della vita umana.

Lirica pura, dicevamo, dove la vita esterna, quotidiana sembra non fare arrivare il suo rumore, la sua angoscia, il suo dramma. Ma è solo un’apparenza, perché la storia quotidiana della propria terra e del proprio tempo non è assente per nulla. Certo, è filtrata, sfumata, però la forma poetica non è meno eloquente di un proclama. Anzi! Come quando la poeta parla del Sud, con illuminazioni poetiche che spiegano più di un trattato sulla questione meridionale. Vedete come lo definisce, in numerose variazioni: “Il Sud non è/ una direzione/ ma un momento di Sole/ una bizzarria/ di mondo preso e non compreso/Un amante che per godere/ torna quando gli pare”. O anche: il Sud è “un trapianto di memoria, uno status quo”.

Sono parole poetiche che grondano dolore storico, come anche nel verso “delle campane che erano ventri pesanti/ su fianchi dolenti/ anche quando suonavano a festa”. O in questo verso di denuncia: “L’uomo che estingue l’uomo con la forza dell’uomo”.

Dall’altro capo del filo troviamo la poeta con questo verso- proclama: “L’eccedenza d’amore è la mia fede”. In filigrana si avverte un’eco amara, bilanciata dall’orgoglio laborioso della “Calabria della ginestra”. O una scossa che viene dalla poesia “Il treno ha fischiato”, che evoca il titolo di una novella di Pirandello, che è una riscoperta della vita, che si credeva di non vivere più. La poeta commenta: “Mi piacerebbe sentir dire/ che il treno fischiettato è arrivato a destinazione”.

Pur nella trasfigurazione poetica, si avverte il grido di protesta dell’autrice. Il giudizio sul proprio tempo è impietoso: “Questo tempo poco mi piace/ manca di tatto e di vaghezza”. “Ditemi dove posso incontrarvi/ se non esistono più luoghi/ se vi ritrovate in spazi/ che non esistono”.

Le illusioni? “Sono andate tutte perdute/ in quei sogni che ci invitavano/ a rimanere al Sud/ per un altro fico soltanto”. Questa terra dove “le strade entrano dentro le case/ e le femmine gravide/ sciamano senza pungere/ per poi perdere le ali”. Ecco, non so se sia del tutto appropriato definire il mondo poetico ideale di Ilda Tripodi come un mondo segnato dalla gentilezza. Ma nei suoi versi, spesso non facili e impegnativi, perché inducono a farne una lettura più in profondità per scoprire il senso che vi è racchiuso, c’è un universo di valori e di sentimenti.

C’è sicuramente il tatto e la vaghezza che lei vede mancare nel mondo reale. E c’è un senso della storia, la consapevolezza che “la verità è una fatica/ come quando sali scendi le scale’’; che il ‘’luogo della verità / è l’amore che non può essere violato”.

In “Facitrice” c’è l’animo profondo e forte di una poeta, che resta, nonostante le disillusioni del tempo storico, “gravida di cuore” , e che in almeno due poesie ci avverte che di ogni stato bisogna poi vedere anche “lo strato”, quello che c’è sotto. Dove forse si nasconde la verità.

In “Facitrice”, infine, c’è una donna che ci offre il suo sguardo fascinatore sul suo mondo , su un mondo “creato”, come solo la poesia sa fare. (mn)

LA FACITRICE
ILDA TRIPODI
Iride/Rubbettino Editore – ISBN 9788864920863

Storia fantastica del Bergamotto di Reggio Calabria – di Filippo Arillotta

Quante curiosità inedite intorno al principe degli agrumi, il Bergamotto di Reggio Calabria? Il prof. Filippo Arillotta ci regala un bel volumetto di agile lettura che andrebbe regalato a tutti i forestieri che arrivano a Reggio per vedere i Bronzi, ma ignorano l’altra grande ricchezza della città, la produzione esclusiva, a livello mondiale, del frutto che ha regalato un tocco essenziale a tutti i profumi del mondo.

Il Bergamotto di Reggio Calabria (attenzione alla giusta denominazione!) è dunque il protagonista assoluto di questa storia fantastica che lo riguarda e che racconta di “re in esilio, di poeti, giardinieri speziali e pasticceri” per offrire una magnifica carrellata di cosa ha rappresentato nei secoli e rappresenta oggi quest’essenza magica che sta alla base di qualsiasi profumo industriale prodotto al mondo e che, da alcuni anni, ha scoperto una nuova vita in cucina e nella pasticceria, regalando vere e proprie prelibatezze di cui (colpevolmente) si ignoravano odori e sapori.
L’autore è un insegnante di materie letterarie e latino che vive a Reggio: ha spulciato documenti a partire dal 1600 per togliere ogni curiosità al lettore che, inevitabilmente, si troverà piacevolmente coinvolto e stuzzicato dalla necessità di toccare con mano il Bergamotto di Reggio Calabria, coglierne il profumo solamente graffiando con le unghie la scorza, vederlo indurire e seccare senza assolutamente marcire. Annusarne il profumo (ci sono boccette d’essenza che si comprano anche via Internet) e sentirsene inebriato, come sarà lieto di aver letto la sua storia davvero fantastica.

È dunque un libro “didattico” che, in realtà, vuol provocare i sensi: si legge che è un piacere e ci si appassiona a scoprire le virtù di un frutto  che è impossibile trovare in nessun altra parte del mondo. Intendiamoci, hanno provato a impiantarlo un po’ dovunque, ma – complice il microclima dello Stretto, l’aria unica della Calabria, le condizioni particolari del terreno o chissà che altro (scopritelo nel libro – ogni tentativo è miseramente naufragato. Come è fallito il tentativo di creare artificialmente l’essenza di Bergamotto di Reggio Calabria per sostituire il prezioso e unico originale, ma anche qui – grazie al Cielo – si è registrata un clamoroso fallimento, Quindi viva sua Maestà bergamotto (di Reggio Calabria) di cui farà piacere, grazie ad Arillotta, scoprire segreti e aneddoti ai più sconosciuti. Bella anche l’edizione, finemente rilegata e realizzata con una cura che ne fa un volume prezioso da regalare e non prestare: in quest’ultimo caso sarà pressoché impossibile riaverlo indietro. (dl)

STORIA FANTASTICA DEL BERGAMOTTO DI REGGIO CALABRIA
di Filippo Arillotta
Kaleidon Editrice – ISBN 9788888867946

Pentcho, di Antonio Salvati

di FRANCESCA OREFICE – La storia può essere raccontata come un fatto, dandole veste di accadimenti che si susseguono, di cose che succedono, di eventi. Ma non è l’unico modo, perché al contrario può essere vissuta: e così diventa  memoria individuale, verbi che si svolgono in prima persona, tempi che ritornano al presente.

È questa la strada – non solo in senso metaforico – del Pentcho, lo sgangherato battello stracarico di ebrei in fuga da una Bratislava minacciata all’avanzata nazista che dà il suo nome al primo romanzo di Antonio Salvati, edito da Castelvecchi.
Nelle pagine di questa epopea le parole assumono un ruolo fondamentale, soprattutto quando raccontano e descrivono i punti di vi(s)ta di chi racconta la storia: donne, uomini, anche neonate.
E tutta la trama del racconto è svolta e dotata di senso da parole chiave, importanti, determinanti, che delineano il percorso della memoria che l’autore ci accompagna a (ri)vivere.
Così, lentamente, appena il Pentcho lascia il porto di Bratislava in un silenzio irreale rotto solo dall’ Ha-Tikvah, il canto della speranza, il racconto si umanizza, e si muove: dal passato al presente, dal libro alla bocca, dalle parole al corpo, dalle lettere al senso.
Credo che Antonio Salvati abbia scelto questa prospettiva (anzi, ben ventiquattro prospettive: tante quante le voci narranti, una per capitolo) per decifrare un racconto storico per un ben preciso convincimento.
L’idea è dire a gran voce, in questo modo, che le cose dell’umanità ri-guardino tutti, debbano appartenere alla nostra narrazione di e da persone o, almeno, soprav-vivere come memoria: le parole chiare delle cose dell’umanità, belle come sono belle, devono poggiarsi sulle labbra di ciascuna/o di noi, da qualunque posto o storia pro-vengano, e possono – debbono? – essere ri-viste, ri-vissute, ri-generate, comprese e ri-comprese.
L’autore, costruendo questa intelaiatura di narrazioni diverse, queste cose ci costringe a leggerle, coniugate in prima persona, e ci trasforma tutti fin dal primo rigo da lettrici e lettori in attrici e attori della storia (umana) che si racconta.
Grazie a una narrazione che non conosce cali di tensione e di attenzione, seguendo il percorso del Pentcho la memoria diventa reale: un suono, un pezzo di corpo, e stanzia sulla bocca, sotto il palato e sulla lingua, non soltanto dentro il libro.
E l’autore ce le fa dire, quelle parole, anche quando non sono più belle, quando diventano scomode, sfrontate, contaminate dalle altre cose del mondo, quelle che non recitano il verso della giustizia, e nel momento in cui diventano indicibili ed oscene (e sarebbe più comodo farle dire ad altre/i).
Nel libro c’è persino chi osserva amaramente che, a furia di essere stolidamente ripetute, le parole delle cose brutte, eliminate quelle belle, alla fine trionfano, generando convinci-menti, il più delle volte paure: ‘eccola, quindi la formula magica, dovevamo avere paura” (Alexander Citrom, studente).
E’ per questa strada ben conosciuta ma dal terribile fascino mai come oggi attuale che le parole brutte si saldano tra loro, diventando fondamento di  stereotipi che attivano diseguaglianze, così come di odio, discriminazioni, schemi del pensiero pigro che hanno legiferato – e ancora accade – di razze migliori o peggiori, di persone elette e schiave, di privilegiati e abusati (“ascolteremo ancora dotti e scienziati costruire teorie sulla superiorità di un popolo, di una cultura su un altro, su tutti gli altri […] e poeti e scrittori e romanzieri pronti a comporre versi e romanzi per dare loro ragione” Julia Kunstlinger Presser, avvocatessa).
Il Pentcho, la sua storia, prova ad ammonirci che in questo modo le conseguenze sono quelle che la storia ci ha raccontato e che la vista, ahimè, ci pone in rassegna ancora oggi: ‘all’inizio perdono valore quelle buone, quelle che ti avvicinano all’altro. Sussurrate a voce sempre più bassa finiscono piano piano per sparire, travolte dall’imbarazzo di chi ha timore ad usarle per non apparire debole, ingenuo. O peggio, traditore. A quel punto, il loro posto viene occupato dalle altre, da quelle cattive’ (ancora lo studente Alexander Citrom).
Le parole, dicevamo, “già le parole. Dipende tutto da loro”!
E in questo libro le parole generano senso e contengono le ragioni del viaggio, della fuga, che inizia proprio sulle acque del Danubio, ventre materno e matrigno nella cui placenta scorre liquido il destino, il caso, la decisione divina o diabolica, o schiettamente laica, di come andrà la vita di ciascun passeggero, che poi siamo noi: “ognuno di noi ha un percorso stabilito da qualche parte, una specie di quaderno che gli viene consegnato quando viene al mondo’ (Alexander Orenstein, medico).
La narrazione, svelata da un linguaggio lineare – mai che manchi un pezzo o  ne avanzi qualcuno – eppur liricamente ricercata ed emotivamente compromettente, svolge la propria trama sul percorso della paura, irrobustendo, da quella origine, sagome e fattezze ad un racconto che si personifica, parola per parola, sentimento per sentimento, senso per senso.
Attuale come una ferita che non guarisce, frutto di una malattia che non trova cura e infierisce su un corpo rassegnato al dolore di storie che ripetono la storia, la materia del racconto trova spazio e forma antropica tesa dalla pressione della paura, quella talmente devastante e straziante che, ancora oggi, nemmeno un po’ meno di ieri, co-stringe esseri umani ad aggrapparsi a una bagnarola, a una zattera, addirittura all’ala di un aereo: senza nessuna speranza, a cercare una speranza.
A dominare il viaggio del Pentcho, come dimostrano le ultime, tragiche storie, in fondo è il Fato.
Emissario finale delle follie degli uomini, il Caso costringe i personaggi del romanzo di Salvati a mettere in gioco le uniche cose essenziali della vita – se stessi, a volte una moglie, un marito, i figli – per salvare la vita dalla morte ottenendo però in cambio probabilmente ancora la morte.
Una scommessa spietata e sincera, concitata e confusa, a carte sparse sul tavolo, resa urgente e frettolosa da una canna puntata che può esplodere solo due proiettili: la salvezza, ma più probabilmente la fine.
Le possibilità della paura sono lineari, stanno su una retta come le cose elementari ed originarie della geometria, partono da un punto che (ri)guarda una decisione, e spingono ai lati opposti; la paura o vince o perde, o vive o muore. E sul Pentcho diventa addirittura qualcosa che si annusa.
(“C’è poi la fragranza della paura. Un’essenza strana, diversa da persona a persona: a volte acida, altre dolciastra e rugginosa. Sempre, però, pronta a spandersi, tutte le volte in cui abbiamo creduto che fosse arrivato il momento di incontrare il nostro destino”: Rosalia Spiegel, poetessa e studentessa).
Ed è sulla retta della paura che altri costruiscono figure catastrofiche, rubandone un tratto, un segmento: c’è chi la paura la usa per pre-valere, abusare, pre-varicare, generare odio.
E la storia del Pentcho, qualunque sia il suo destino (“l’ottimismo, poi la delusione. La terra promessa, poi il deserto”, Ignatz Mittlemann, meccanico), a un certo punto apre braccia, diventa gambe, poi cuore e anche stomaco, con le parole che, come i numeri naturali si srotolano su una retta, individuano, punto per punto, i segni della priv-azione, della rabbia, del rifiuto, ma anche della poesia, del per-dono, della felicità (‘Deboli e fragili come siamo, per noi uomini il vero miracolo è la quieta, stabile banalità di ogni giorno: la gioia dei gesti ripetuti, anche dei più semplici’ – ancora Rosalia Spiegel).
La fuga degli ebrei del Pentcho, nella storia e nel libro di Salvati, ha una fine ben precisa. Invece di arrivare in Palestina, attraversando mille peripezie arriveranno addirittura in Calabria, a Ferramonti, nel più grande campo di concentramento per ebrei stranieri in Italia. Ma, in fondo, questo conta meno di quello che è accaduto durante i duri giorni del viaggio.
È doloroso riflettere sul fatto che, per raccontare questo libro, avremmo potuto fare a meno di riferire l’itinerario della paura con le sue coordinate spaziali e geografiche: e questo, tanto è presente, attuale, tragicamente ripetitivo il succeder-si di queste parole gravi, strazianti, e non soltanto nella storia dei popoli, ma anche delle persone, dei singoli (“per questo, nei mesi passati sul Penctho posso dire di aver conosciuto l’umanità intera. Ho scoperto il volto e la voce di ogni possibile uomo su questa terra, ma senza quasi mai allontanarmi dalla misera cuccetta in cui dormivo (…) ma attenzione: tutti questi comportamenti non appartenevano a persone diverse. Era dentro ognuno di noi che vivevano, per saltare fuori all’improvviso: senza nessun ordine, senza nessuna coerenza” (di nuovo Ignatz Mittelmann).
Resta da ultimo sullo sfondo un tragico, inquietante quesito.
Romanzi come il Pentcho, così potenti e spietati, diventando memoria condivisa servono davvero a curare il nostro presente oppure sono a ben vedere inutili?
Non sarebbe meglio lasciare queste parole nell’oblio, nel silenzio, escludendo di premiarle con l’immortalità, spegnendone i connotati, che erano riemersi, dalle nostre bocche nella forma di bocche?
Salvati non ha paura di questa domanda, e anzi la disegna sulle labbra di uno dei personaggi più riusciti, una giovane avvocatessa delusa dalla legge, dal diritto e dai suoi simili (“non merita di essere ricordata, l’atroce disillusione che ha cancellato l’unica sua certezza, quella forza che l’aveva sorretta in tanti, duri anni di studi: la fiducia nella legge […] non va raccontato, come il viaggio sul Pentcho abbia svelato a quella giovane entusiasta che, al contrario, proprio la legge spesso non è altro che lo strumento per giustificarli, quegli istinti: per assecondarli, dare loro libero sfogo, rendendoli rispettabili. Che diritto e giustizia non sono la stessa cosa, come credeva quando per la prima volta ha indossato la toga in tribunale, tra falsi attestati di stima e battute volgari pronunciate alle sue spalle, a mezza bocca: una intrusa, in un universo popolato solo da uomini sorpresi e infastiditi della sua presenza” (Julia Kustlinger Presser).
L’autore sembra non dare risposta a questa angosciosa domanda, ma secondo me quel che pensa, quel che sente, si può cogliere altrove: nel suo amore che emerge potente per le parole belle, quelle che vengono dichiarate, la retorica tacciata di buonismo che non teme giudizio.
Lettere care e docili strette dentro un fiocco rosso su capelli biondi che svolazzano tra sagome grigie, come un aquilone colorato su una spiaggia inquinata, che ridanno speranza a chi legge.
Sono queste parole belle che muovono al sorriso, ancora e ancora, come ritrova respiro un bosco violentato dalle fiamme, o come nasce una vita tra le doglie di un popolo violentato.
Parole giuste che fanno giustizia, se ripetute con coraggio: anche se ci fa sembrare stupide e stupidi, fallite e falliti. Perché magari ci convincono, prima o poi.
“Perché se è vero, come recita il detto, che nel gesto di condividere il pane siede l’angelo, nel dividere addirittura lo spazio, l’aria, il respiro come noi avevamo deciso di fare, c’era Dio”. (fo)
PENTCHCO
di Antonio Salvati
Editore Castelvecchi, ISBN 9788832903638

Pietrapaola. Manuale di Lessico e cultura contadina, di Nicola Chiarelli

di VITO SORRENTI – L’opera monumentale di Nicola Chiarelli (Pietrapaola. Manuale di lessico e cultura contadina. Detti usanze, immagini e curiosità di uno dei più pittoreschi e suggestivi borghi della Calabria), pubblicata in proprio con il supporto dell’Associazione Ricchizza Pietrapaola, rielabora, amplia ed approfondisce i contenuti del volume dato alle stampe nell’agosto del 2014, con il titolo “Dizionario Dialettale di Pietrapaola” (Ferrari editore).

A lettura conclusa mi sono posto la seguente domanda: “Qual è stata la molla che ha spinto l’autore a dedicare 10 anni e più della propria vita per strutturare questo enorme edificio?”. La risposta che mi sono dato è stata la seguente: “U scàrminu. Che cos’è “U šcàrminu” ce lo dice l’autore stesso: nostalgia; languore; tormento d’animo, forte desiderio, ansia, voglia, smania, agitazione; stato di ansia o nervosismo. 

Questo insieme di sensazioni, assimilabili a quelle che prova l’innamorato “costretto” ad allontanarsi dall’amata, l’autore l’ha provato nel momento dello strappo, della “lacerazione” dei legami affettivi; ossia nel momento in cui si vide “costretto” a lasciare il paese natio per emigrare in Germania, come si evince dalla lettura di una sua poesia tratta dalla silloge poetica “U Castellu”, Grafosud, Rossano 2006, intitolata “Omminu e Petrapavula”: “Mi ne sugnu iuto / ccù quattru nzone ntra na valicicchja / e ccu nu bagullu chjinu e ricordi. / Che scàrminu er a terra mia, / chi m’è rimastu ntru core!”.

U scàrminu, quindi, è uno stato d’animo generato dall’amore, dall’amore che aspira alla ricongiunzione con il mondo che l’ha generato ossia la propria terra e le proprie radici”; dall’amore che si prova per le persone e i luoghi cari e che si intensifica e si fa struggente nel cuore di chi, per validi motivi, è “costretto” a distaccarsene; dall’amore che non vuole che venga del tutto reciso il “cordone ombelicale” che lega ogni essere umano alla sua comunità, alla comunità che lo vide venire alla luce. 

E alla luce di ciò, possiamo dire che è stato l’amore a spingere il nostro autore a progettare e ad innalzare con l’ausilio del cuore, il vigore del pensiero e l’eleganza dell’arte, questa eccelsa cattedrale ove aleggia l’anima di Pietrapaola e vi dimora l’identità della sua gente e l’autenticità della sua parlata, della sua cultura e della sua storia.

Una cattedrale costruita con i lemmi usati dalla comunità pietrapaolese fin dai tempi più remoti, che racchiude al suo interno, come reliquie dentro uno scrigno prezioso, memorie di persone, di luoghi, di usanze, di costumi, di tradizioni, di modi di dire, nonché proverbi, aneddoti, imprecazioni, curiosità e altro; una cattedrale all’interno della quale il lettore può ritrovare non solo i segni distintivi della  gente vissuta all’ombra della rupe in quel periodo che va dall’immediato dopoguerra alla fine del secolo scorso, coincidente, peraltro, con la fine del millennio, ma anche echi e note del suo antico passato.

Un passato che ha visto germogliare e diramare, attraverso i secoli, la genuina e incorrotta cultura contadina, intrisa di valori inestimabili, che ora rischia di scomparire definitivamente; un passato che gli antenati, a partire da quelli che innalzarono la così detta “Muraglia di Annibale”, sono riusciti a tramandare ai posteri e che costituisce un patrimonio che l’autore vuole far conoscere alle generazioni future mediante la sua meritoria testimonianza esplicitata nel presente volume.

Un volume frutto di un serio lavoro e di una meticolosa ricerca capace di soddisfare anche i palati più esigenti tramite la capillare elencazione di tutte le parole dialettali estinte o in via di estinzione, ove il compilatore non si limita a dare la definizione del lemma o la spiegazione del suo significato, ma va oltre, aggiungendo ulteriori informazioni e indicazioni per mettere in rilievo le qualità, le proprietà, le specificità, ecc. della persona, dell’animale o della cosa menzionata.  A tutto ciò, in molti casi, con fare ispirato, aggiunge, per completare il discorso, i così detti “modi di dire”, le imprecazioni, le invettive appropriate, i proverbi più consoni, che permettono al lettore di godere di quelle sfumature e coloriture rintracciabili solo nella parlata familiare. 

Un lavoro finalizzato a rievocare un passato recente ma che, alla luce dell’evoluzione tecnologica susseguitesi rapidamente negli ultimi decenni, che ha apportato numerosi cambiamenti nella vita di ogni essere vivente e profonde trasformazione nella totalità delle attività umane, appare assai remoto. È sufficiente soffermarsi sui lemmi che si riferiscono agli oggetti di uso quotidiano oppure su quelli relativi agli strumenti e agli attrezzi usati dai contadini per il lavoro nei campi, su quelli usati dagli artigiani nelle loro botteghe e su tutti quelli annoverabili come attrezzi del mestiere per avere contezza di ciò.

Ancora più remoto e sotto molti aspetti fortunatamente distante appare quel tempo che ha visto l’asino e l’uomo convivere insieme sotto lo stesso tetto e le galline razzolare dentro le case e per le vie del paese. In questo contesto il giovane lettore stenterà a credere veri quei “racconti” che descrivono le dimore e i relativi arredi; stenterà a credere che nuclei familiari costituiti da numerosi individui potessero convivere in un tugurio che fungeva da camera da letto e da sala da pranzo, da salotto e da cucina e che al posto del gabinetto vi era il così detto pisciatùru ossia: “un vaso da notte… con un manico, nel quale si orinava e qualche volta si defecava…”.

Sebbene il nostro autore, autentico innamorato della sua terra e delle sue radici, faccia rivivere la Pietrapaola della sua fanciullezza e della sua prima giovinezza con la dolcezza, la tenerezza  e la nostalgia di chi ha perso il suo paradiso ossia il suo mondo incantato e ancora incontaminato, animato da persone laboriose, ospitali, genuine e incorrotte, ricche di valori e di ideali, di fede e di pudore, di amicizie sincere e di atteggiamenti solidali, innumerevoli e assai dolenti e a volte terribili sono le “testimonianze” che si susseguono nelle pagine che informano il volume e che al lettore odierno possono sembrare di volta in volta incredibili e, in pari tempo, drammatiche (vedi, ad esempio, le voci: bacchètta, cäne, rìzzu, ecc).

Altrettante numerose e di volta in volta gustose, deliziose, vivaci, erudite, ironiche, tenere, strane e divertenti, le “curiosità” di ogni genere e in particolare intorno alle credenze popolari, alle superstizioni, alle stagioni, alle seminagioni, alla luna e alla meteorologia, alle novità tecnologiche, agli animali, alle persone, alle piante e via dicendo. Molti i lemmi che raccontano storielle infarcite di una qualche singolarità, stranezza, stravaganza, ecc.

Molti i nomi relativi alle vallate, alle zone agricole, ai fondi, ai poderi che consentono all’autore di dilungarsi sugli aspetti pittoreschi e sulla gioia di vivere a contatto con la natura e, in pari tempo, di esaltare le qualità paesaggistiche degli stessi dipingendo angoli di “Arcadia” di straordinaria bellezza e suggestione, brulicanti “di operosa e melodiosa vita bucolica”.

Uno spazio notevole occupano anche le voci che si riferiscono alle coltivazioni dei campi e all’allevamento degli animali per i quali l’autore non perde occasione per manifestare la sua tenerezza e la sua simpatia, nonché quelle relative ai cibi, ai condimenti, alle bevande e ad altro (vedi le numerosissime ricette culinarie), che suscitano nel lettore più attempato una nostalgia struggente e un profondo rimpianto per quella cucina frugale ma genuina, per quelle pietanze razionate ma gustose, per quei sapori e quegli odori non più rintracciabili, per quei gusti e quelle prelibatezze ormai difficilmente reperibili o irrimediabilmente perduti.

Ma non sta in ciò il merito prevalente dell’opera. Il merito maggiore, a mio modesto parere, è nel suo aspetto epico e nel suo tratto narrativo costruiti intorno a quelle voci che danno all’autore l’occasione per mettere in mostra la sua cultura, il suo sapere e le sue conoscenze per scrivere dei veri e propri saggi, tramite i quali, oltre ad enunciare il significato del lemma, lo contestualizza e ne descrive le qualità del soggetto o dell’oggetto citato, esprimendo, in pari tempo, le sue considerazioni, più o meno sintetiche. Ciò si rileva con maggiore evidenza soprattutto quando il lemma serve per ricordare il nome (vedi tutti quelli preceduti dal “titolo” “don”) o il soprannome di una persona, nonché le vicende o vicissitudini che l’hanno interessata. Qui l’autore dà la cifra della sua capacità di osservazione, della sua sensibilità e delle sue doti psicologiche e umane. Qui fa rivivere e palpitare stili di vita, atteggiamenti seri o caricaturali, abitudini e attitudini, comportamenti, manie ecc. di persone più o meno note, conosciute direttamente. Qui dipinge l’uomo che si muove nel suo habitat naturale per esercitare la sua attività lavorativa, i suoi doveri sociali, i rapporti con gli altri in un contesto caratterizzato, il più delle volte, dalle quotidiane ristrettezze, dalle annose tribolazioni, dalle forzate rinunce e dagli inevitabili sacrifici.

Sotto questo aspetto, ossia nella rassegna dei numerosi “personaggi”, la stragrande maggioranza dei quali ormai defunti, il volume si presenta come una sorta di Spoon River, con la differenza sostanziale che nell’Antologia di Edgar Lee Masters sono i defunti a raccontare la storia “infelice” della propria vita  dalla quale lasciano trapelare, come in una sorta di confessione, aspetti appartenenti alla sfera privata, caratterizzati da intrighi, ipocrisie, peccati e tormenti interiori, mentre nell’”Antologia” del nostro autore, è egli stesso che tratteggia i personaggi mettendo in rilievo, di volta in volta, l’aspetto umano o spirituale, il tratto saliente, la dote o la capacità particolare, il vizio o la virtù, ecc.

Per farsi un’idea della bravura narrativa del nostro autore e della sua capacità di approfondire e arricchire di particolari le vicende umane narrate, nonché della sua onestà intellettuale nella ricostruzione letteraria della vita dei personaggi presenti in questa opera, è sufficiente leggere lemmi come quello relativo alla voce Baràbba o simili.

Insomma, in questa grande opera, corredata dall’illuminante prefazione del prof. Luciano Crescente e dal raffinato e colto saggio introduttivo del prof. Michele De Luca, che somma circa 650 pagine nelle quali sono elencati in ordine alfabetico, oltre 11.000 lemmi dialettali e utilizzate circa 400.000 parole in lingua italiana, latina e in dialèttu petripalisi per spiegare il loro significato e, in pari tempo, dare forma al volume complessivo, il lettore può attingere ogni tipo di informazione sul “Borgo rupestre che s’affaccia sul mare del mito e della storia” a metà strada tra Sibari e Crotone, due delle più potenti e gloriose città della Magna Grecia.

Concludo dicendo in tutta onestà di aver appreso molte cose e soddisfatto molte curiosità, leggendo questo libro che, come ha scritto il prof. Luciano Crescente nella sua già citata prefazione, è una vera miniera di ricerca storico-antropologica attraverso – il taglio della “storia orale” -; e di conseguenza, dico io, una miniera di notizie di ogni genere che costituiscono un patrimonio immateriale prezioso e ricco di fascino da conservare e condividere. Un patrimonio storico-culturale ove chiunque sia nato “nel paese aggrappato alla sua rupe / come un bambino al collo della madre” o abbia radici pietrapaolesi, può attingere per soddisfare ogni sorta di curiosità e, cosa ancora più importante, ripercorrere, guidato dall’autore, i sentieri e le vie battute dai propri antenati. Un patrimonio messo insieme dall’autore giorno dopo giorno, con dedizione, passione e fatica, per surrogare e far rivivere il suo paradiso perduto e, al contempo, alleviare u scàrminu generato dalla “lacerazione dello strappo”. Un patrimonio che arricchisce e dà lustro all’intera comunità la quale deve sentire nei confronti dell’autore e della sua meritoria e nobile impresa, sincera stima ed eterna gratitudine. (vs)

Pietrapaola. Manuale di lessico e cultura contadina
di Nicola Chiarelli
Edito da Associazione Ricchezza Pietrapaola

 

La Madonna del Carmine che sconfigge il drago – di Mauro Santoro

di DEMETRIO GUZZARDI – In questo suo nuovo lavoro editoriale, Mauro Santoro ci offre ancora una volta uno spaccato molto interessante del paese in cui vive e di cui è amministratore: Terravecchia. Tutto in questo borgo è proteso verso la grande devozione mariana e la festa del martedì dopo Pasqua che si organizza. Desidero porre all’attenzione dei lettori il desiderio di Dio, espresso in varie modalità, che elenco, quale assaggio delle tematiche affrontate in questo volume.

La prima è l’immagine della Madonna del Carmine, trattasi di un dipinto realizzato su un muro, da un artista che conosceva perfettamente la tecnica degli affreschi, ma anche la tipologia iconografica realizzata: la Madonna bruna del Carmine di Napoli.

Questo iconografo da dove veniva? dove aveva visto l’immagine napoletana? l’unica della zona jonica si trova a Corigliano sul frontone della Chiesa dei carmelitani, che fa ancora bella mostra di sè, sulle rive del torrente Coriglianeto. Chi è stato ad affidargli il lavoro? chi lo pagò?, perché proprio in quel luogo non abitato? 

C’era una fonte d’acqua che serviva il paese, ma per realizzare quel manufatto, che grazie a Dio è giunto fino a noi, ci voleva qualcuno che sapeva come farlo; e perché la Beata Vergine del Carmelo, visto che la devozione verso questa immagine era propria dei carmelitani del Sud Italia e questi frati non hanno mai avuto un convento a Terravecchia. Questi solo alcuni degli interrogativi che Mauro Santoro si è posto nella ricerca portata avanti.

Ma continuiamo: alla raffigurazione della Vergine carmelitana si aggiunge l’episodio del drago, ma questa volta le ipotesi sono più facili da seguire.

Nella contrada denominata Santa Maria, vi era un acquitrino in cui dimorava un famelico serpente alato, con corpo e testa canina. Il mostruoso rettile si intrufolava nei pagliai e nelle case, rapiva e con ingordigia e voracità divorava i fanciulli del paese. La gente, pur avendo tentato in vari modi di sopraffarlo, non riuscì a liberarsi del mostro,

piangendo periodicamente i propri figli predati. I terravecchiesi, con preghiere e suppliche, si rivolsero alla Madonna affinché li liberasse da quell’insopportabile sofferenza; le loro esortazioni furono esaudite il martedì dopo Pasqua e la Vergine con in braccio il Bambino Gesù, con una lancia squarciò il ventre della bestia malefica; l’infante appena ingoiato fu liberato e dimostrando la sua gioia, alzò le braccia in segno di ringraziamento alla Vergine Maria. 

Questo il racconto, sintetizzato non in un affresco, ma in una tela, quindi un’opera che è stata realizzata in una bottega d’arte e facilmente trasportabile a Terravecchia. Ma l’uccisione del grosso serpente che viveva in un acquitrino, si verificò proprio dove ora c’è il Santuario o fu una trasposizione di un episodio verificatosi altrove? 

C’è una grande varietà iconografica che vede la Vergine combattere contro il drago e sconfiggerlo; da qualche anno fa bella mostra di sé nella Galleria nazionale di Cosenza, un dipinto di Carlo Maratta (artista romano del XVII-XVIII secolo) con la Vergine Maria che tiene in braccio il Bambino Gesù e con una lunga asta a forma di croce, trafigge la serpe attorcigliata sul mondo; un tema iconografico quello del trionfo di Cristo sul peccato; allegoria della continua lotta della Chiesa sul male.

La presenza di animali più o meno reali, nelle immagini religiose è un tema caro a molti artisti; solo il monaco San Bernardo di Chiaravalle, si dichiarò contrario alle raffigurazioni in chiese, chiostri e conventi di «mostri grotteschi, scimmie immonde, leoni feroci, bizzarri centauri, tigri maculate». 

Basta entrare nel più importante edificio cattolico del mondo, la Basilica di San Pietro in Vaticano, per fare un safari mistico, osservando un autentico zoo sacro. Qualcuno ha addirittura catalogato ben 67 specie animali: la fanno da padrone le api (500) e le colombe (470), ma ci sono 100 raffigurazioni di draghi, 38 leoni, 35 aquile e poi 24 serpenti, 15 agnelli, 7 delfini, 4 cani, 3 pipistrelli e 2 lucertole; nel conteggio c’è pure un gatto, un coccodrillo e un unicorno. 

Sono tante le creature zoomorfe (reali o fantastiche, mansuete o feroci) che ci raccontano episodi della vita di Gesù e dei santi. È un vero e proprio linguaggio che si serve di simboli e di segni per parlarci delle verità celesti, che forse non sappiamo più decifrare, ma che sono richiami simbolici che dalla terra rimandano al cielo. 

Tutta la Bibbia pullula di questa zoologia simbolica; prendiamo l’arca di Noè, dove nessun animale viene perso, nel corso del diluvio. Il bestiario cristiano si poggia sulla frase: «Da ciò che è in basso passiamo salire a ciò che sta in alto e da ciò che vediamo in terra possiamo avere conoscenza e comprensione di ciò che sta nei cieli». 

Ma altri significativi episodi simbolici sono contenuti nelle pagine di questo volume di Mauro Santoro: ad esempio la modalità come sono arrivate le statue mariane a Terravecchia e Crucoli. Quando le due raffigurazioni lignee della Vergine Maria giunsero in contemporanea alla marina di Cariati e si doveva decidere qual era la statua di Terravecchia e quale quella dei fedeli di Crucoli, il racconto popolare si innesta nella grande tradizione della scelta divina, affidata a un toro, un animale per nulla mansueto, ma molto forte per il traino di oggetti pesanti. Non c’è ritrovamento di immagini venute dal mare, che non arrivano a destinazione, non per volere umano, ma perché il carro trainato dai buoi, decide come, quando e dove fermarsi. L’elenco che si potrebbe fare è lunghissimo, cito solo due casi: l’icona della Madonna di Czestochowa in Polonia, che veniva dall’Ucraina e il carro si fermò nella radura di Jasna Gora e da lì non si mosse; il principe Ladislao capì che era un segno divino e in quel preciso punto fece costruire un monastero in cima alla collina, per dedicare l’intera zona alla Madonna nera, che secondo la tradizione era stata dipinta da San Luca. 

Anche in Calabria c’è un santuario costruito per un episodio che ha a che fare con un toro, la Madonna della montagna a Polsi. Un bovaro, mentre ritornava a casa, si accorse che gli mancava un torello, rifece tutta la strada per cercarlo e lo trovò in località Nardello, inginocchiato davanti a una croce di ferro, ritrovata scavando il terreno. Dopo quel prodigio, venne costruita la chiesa, e la croce custodita come una reliquia, qualche anno fa mons. GianCarlo Bregantini, l’ha definita croce fiorita o gloriosa, per via delle estremità arrotondate. 

Il mondo della pietà popolare riesce sempre a saper vedere segni del divino in tutte le manifestazioni dove l’uomo non sa darsi spiegazioni plausibili, come ha spiegato nei suoi studi il compianto padre Maffeo Pretto.

C’è anche un episodio recente, che a mio parere è degno di essere segnalato: è il resoconto redatto da don Agostino Tursi che riepiloga l’incontro-scontro tra mons. Giuseppe Agostino e il popolo di Terravecchia. Il vescovo crotonese con un suo decreto voleva sopprimere la festa del martedì dopo Pasqua, solo l’intervento di un laico-credente, Emanuele Paparella, risolse la querelle. A volte servono uomini di buona volontà che riescono a trovare le parole giuste per non scatenare conflitti, che poi sono difficili da risanare. 

L’accesa assemblea con mons. Agostino avrebbe potuto avere gravi conseguenze, ma l’autorevole parola di Paparella, che ha saputo prendere per mano sia il popolo di Terravecchia sia il vescovo, verso una soluzione di grande intelligenza. Una piccola storia, ma con un grande insegnamento: la fede del popolo merita sempre considerazione, se rettamente guidata.

L’ultima annotazione è l’agape fraterna che si svolge nei pressi del Santuario nel giorno della festa; il cristianesimo ha reso simbolo del divino il mangiare insieme. Il banchetto eucaristico è rendere grazie a Dio di aver mandato il suo Figlio unigenito a condividere con gli uomini la natura umana e tutta Terravecchia, e non solo, si ritrova il sabato a consumare insieme il cibo preparato per l’occasione. 

L’agape (banchetto comunitario, legame di una comunità umana riunita e vincolata dall’amore fraterno) richiama alla gioia, ma anche a saper guardare il bisogno dell’altro. Il lettore si accosterà a tutti questi aspetti nel libro di Mauro Santoro, che ne sono certo troverà grande accoglienza tra i terravecchiesi, ma anche tra gli studiosi di pietà popolare. (dg)

Raccontare Sambatello di Matteo Gangemi

Famosa per il suo ottimo vino, Sambatello è una frazione del Comune di Reggio a mezza collina. Perché non dedicarci un libro che racconti la storia? Ci ha pensato l’architetto Matteo Gangemi, che di questo piccolo borgo è degno figlio, e così è nato Raccontare Sambatello  (Gangemi Editore) per rivelare i tanti piccoli segreti che fanno la fortuna delle aree interne e offrono lo spunto per motivare una visita per l’ospite curioso e appassionato. «Scoprire e svelare la nostra identità – afferma l’autore – significa costruirsi un futuro in cui valori e ideali siano il presupposto pe ril progresso sociale a cui aspiariamo e che dobbiamo contribuire a determinare».

Non è, chiariamolo subito, una guida turistica, bensì una sorta di album di luoghi e date, con moltissime illustrazioni, che permettono di ricavare un percorso di agile consultazione e di stuzzicante curiosità. Così, il lettore scopre riferimenti storici inimmaginabili di cui purtroppo rimangono solo pochi ruderi, come quelli della Motta Rossa, che costituiva il baluardo della difesa contro i saraceni  (parliamo del 1500/1600), quando le orde arabe avevano preso di mira le coste calabre e la città di Reggio veniva continuamente presa d’assalto. Dalla Motta rossa partiva l’allarme “li turchi su arruati alla marina” chiamando a raccolta i cittadini “cu avi i scarpi vecchi mi si sola, non m’ha paura di pigghiari spina”.

Completano il libro alcune poesie dialettali della madre dell’autore, curiose testimonianze del dialetto reggino che faranno felici i lettori più anziani, ma coinvolgeranno anche i giovani che stanno riscoprendo l’importanza di conoscere l’idioma locale, e alcuni contributi su bizzarri episodi che la tradizione del paese ancora mantiene. (dl)

Figli delle App – di Francesco Pira

di FRANCESCO KOSTNER – Curiosa, ma immediata. Spontanea. Diretta. La prima riflessione, una volta terminata la lettura del volume Figli delle App. Le nuove generazioni digital-popolari e social-dipendenti, scritto per i tipi di Franco Angeli da Francesco Pira – professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina – non riguarda il contenuto del volume. Potrebbe sembrare una reazione anomala. Paradossale. Quasi un modo per affermare che di questo libro si potrebbe tranquillamente fare a meno, ma è l’esatto contrario. Chi segue l’“ordinaria” quotidianità di Francesco Pira, impegnato nello sforzo incessante di mettere a fuoco opportunità e rischi, chances e minacce legati al mondo dell’informazione social, non rimane sorpreso dalla reazione che abbiamo candidamente confessato. La decisione, cioè, di lasciare da parte – almeno inizialmente – un’analisi ancora una volta di grande interesse. L’originale contributo che il docente siciliano assicura all’osservazione di una realtà dai mille volti e dalle variegate (spesso subdole) sfaccettature. Vale a dire la conoscenza dell’“universo dell’informazione” digitale e delle sue metamorfosi, al cui passo risulta spesso difficile adeguarsi. Nessuna sorpresa, dunque. Ma allora – potrebbe giustamente chiedersi il lettore – perché questa scelta?

Dietro ogni libro è possibile valutare una miriade di motivazioni. Di elementi “identitari”. Un numero (non sempre quantificabile, ma significativo) di “oggetti”, di “sollecitazioni”, che concorrono alla realizzazione del “prodotto” finale. C’è l’argomento, senza dubbio. E il titolo del libro di Pira ben sintetizza di cosa il suo volume tratti. Ma qual è il peso di ciò che rimane “nascosto”, che attraversa e sostiene uno sforzo investigativo tanto puntuale quanto approfondito? Dunque, ancora una volta: perché la nostra reazione rappresenta esattamente il contrario di ciò che potrebbe sembrare? Semplice: Pira, oltre ad essere un bravissimo sociologo, da lungo tempo è protagonista di una fondamentale azione educativa verso la (e alla) comunicazione, ed è ben consapevole di quanto la sua importante attività scientifica sia strettamente legata ad un “indotto” non meno rilevante di carattere pedagogico. Una sinapsi indifferibile, quando appunto la lente d’ingrandimento, come avviene con Figli delle App, prova a mettere a fuoco il gigantesco sistema delle “relazioni” che, attraverso l’informazione social, quotidianamente influenza il comportamento di miliardi di persone. Quell’insieme di trame e tessiture soggettive, interpersonali, sociali, culturali, tecnologiche di cui il professor Pira è ritenuto non a caso uno dei maggiori esperti apprezzati anche all’estero. Stiamo parlando in altre parole – perché mai come in questo caso, semplificare torna utile – di una delle più importanti caratteristiche e opportunità del nostro tempo. Di quell’immensa, incalcolabile potenzialità creativa, ma non di meno delle sue perniciose conseguenze, dal cyberbullismo al revenge porn ad altre modalità d’interazione tra utente e rete, che da anni Pira scandaglia con gli strumenti della ricerca e della comparazione. Con la “cassetta degli attrezzi”, potrebbe dirsi, che ogni sociologo degno di questo nome porta sempre con sé, dimostrando di conoscere bene ogni singolo arnese e di saper scegliere, all’occasione, quello più confacente alle sue esigenze. E allora si farebbe torto a Pira se si trascurasse questa base propedeutica, il fondamentale “trampolino di lancio” che il docente siciliano utilizza (e valorizza) anche in Figli delle app.

Poi, certo, c’è il contenuto del libro. E qui si apre un secondo ambito di valutazione, altrettanto interessante, attraverso il quale emergono in tutta la loro consistenza la competenza, l’impegno, la passione, la dedizione, il senso di responsabilità con cui Pira si confronta ancora una volta con questi temi.  E se, da un lato, nella prefazione al volume, il professor Giovanni Boccia Artieri, ordinario di Sociologia della comunicazione e dei media digitali e di Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali all’Università “Carlo Bo” di Urbino, sottolinea la necessità di “orientarsi, attraverso le buone pratiche verso un uso consapevole e corretto di questi potenti strumenti che abbiamo tra le mani in modo da poter vedere riflessa in loro l’immagine della società che vogliamo essere”, dall’altro, lo stesso docente, non manca di mettere in luce che “il contributo principale offerto da questo volume di Francesco Pira è quello di sottolineare come la formazione debba assumere un ruolo fondamentale, così come l’ambito domestico d’uso e educazione”. Ciò, in quanto “sviluppare una sensibilità verso il digitale significa educarsi e educare alle regole di questi territori”: esattamente il percorso che Pira segue – e non da oggi – “orientato a un cambiamento di matrice culturale, in cui la conoscenza delle grammatiche e le leggi delle piattaforme private in cui ci muoviamo, la comprensione di alcuni aspetti base legati all’esistenza di algoritmi e un costante aggiornamento rispetto alle nuove possibilità possono fare la differenza”.

Ce ne sarebbe abbastanza, a questo punto, per concludere che Pira, con Figli delle App, ha centrato il bersaglio. Ma dobbiamo – e vogliamo – assicurare a questo bravo docente un minimo di gratificazione in più. Non foss’altro per dargli testimonianza della considerazione di cui le sue ricerche godono anche oltre l’ambito della sociologia della comunicazione, e rispetto alla misurazione, nel contesto appunto dei suoi studi, delle caratteristiche, sempre più pervasive, di un mondo in cui, come afferma Bauman – riferimento costante di Pira – “il consumismo tecnologico rischia di trasformarci in individui senza storia e identità”. L’autore in realtà è molto preoccupato sia per l’andamento che la “curva della realtà virtuale” registra, sia per l’illusione circa la neutralità dell’elemento tecnologico nella vita di tutti i giorni. Senza distinzioni di età. A proposito dei bambini, per esempio, il nodo da sciogliere non è di poco conto proprio in relazione all’ultimo aspetto preso in considerazione “che accompagna la trasformazione della società in società mediatizzata”. La questione, avverte Pira, è che “consideriamo erroneamente la tecnologia come un fattore neutrale e diamo per scontato che i ‘nativi digitali’ comprendano appieno il mondo in cui sono immersi per il solo fatto di esservi nati”. Così non è ed è “del tutto evidente che esistono una serie di elementi critici di cui sono responsabili gli adulti, a cui va il controllo e il ruolo di guida, dovendo per primi comprendere l’impatto delle tecnologie e il loro utilizzo come strumento a supporto della crescita dei bambini”.

Dunque, bisogna educare alla fruizione della rete. Una priorità cui tutti siamo chiamati a dare un contributo. Famiglie in testa. La sfida è notevole. Tutto avviene in un contesto in cui “sono cambiate le dimensioni tempo, spazio e relazione”, e all’interno del quale “si è di fatto sovvertito il rapporto tra dentro e fuori”.

La lettura di Pira risulta lucidamente calata nella realtà. La sintesi di un intenso vissuto scientifico, che il docente siciliano mette a disposizione di tutti: “In questi ultimi anni”, spiega, “mi sono molto spesso occupato di due fenomeni che stanno prendendo il sopravvento, ossia il cyberbullismo e il sexting. Il primo è la manifestazione in rete di un fenomeno più ampio e meglio conosciuto, il bullismo. Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web. Il bullismo diventa quindi cyberbullismo”. C’è di più: “Oggi sui social si tende a perdere ogni freno inibitorio e i ‘leoni da tastiera’ non mancano mai e non perdono occasione di superare ogni limite della decenza, estremizzando gesti e parole per generare odio e distruzione della persona…la cronaca riporta quasi quotidianamente episodi di questo tipo e i danni provocati alle vittime possono essere davvero molto gravi e molto seri…Uno dei social che oggi induce maggiore preoccupazione è Tik Tok, la piattaforma più discussa del momento. A differenza degli altri social, come Facebook, Instagram, Snapchat che da sempre costituiscono una miniera infinita di dati personali, la piattaforma cinese presenta molti, troppi lati oscuri nel florido mondo dell’app-economy. Ritengo importante e necessario che i genitori insegnino ai figli un uso consapevole di Tik Tok, come degli altri social, più che applicare divieti e impostazioni rigide che solitamente vengono aggirati con diversi escamotage. Formazione e informazione possono passare anche tramite le piattaforme social, cercando di gestire il disequilibrio tra online e offline che si sta verificando e la scissione fra apparire, essere e identità digitale”.

Ebbene, perché questo auspicabile risultato possa ottenersi “è necessario sensibilizzare l’opinione pubblica, la comunità scolastica, i medici di base e gli psicologi, accrescendo in queste figure professionali l’abilità di individuare gli indizi di abusi e violenza di ogni genere, con particolare riguardo a quelle perpetrate ai danni dei minori con disabilità, contattati in rete da malintenzionati che vogliono schernirli; insistere sull’incremento degli strumenti investigativi forniti alle Forze dell’ordine per il contrasto di tali condotte tramite Internet e i social network; potenziare le leggi, e le normative tutte, al fine di prevedere una condanna certa per chi commette atti persecutori sul web”.

Cyberbullismo, ma anche, come si diceva, sexting, che consiste “nello scambio di messaggi con contenuti altamente erotici da inviare alla persona che si vuole conquistare. Lo scambio di messaggi sessualmente espliciti, magari attraverso la messaggistica istantanea o i social nertwork, può diventare molto insidioso…Come se non bastasse questo materiale può essere diffuso in rete dai partener, trasformandosi in revenge porn. Una coppia decide di girare un video in un momento di intimità, ma dopo la separazione uno dei due partner decide di pubblicare tutto sul web per vendicarsi”. Rischi con cui bisogna fare i conti e rispetto ai quali l’ampio e diversificato “sistema di difesa”, capace di assicurare un ampio ventaglio di risposte, sopra sintetizzato, costituisce un presupposto fondamentale.

Insomma – ma è solo il tentativo di racchiudere in poche battute il valore di un notevole impegno scientifico-culturale – Figli delle app è un altro bel contributo verso la costruzione di quella dimensione culturale e civile consapevole in cui Pira auspica possa sempre più prendere corpo il possente processo d’informazione che, ad ogni livello, caratterizza il nostro tempo. Sarà che fa sue le affermazioni di San Giovanni Bosco, secondo il quale “dalla buona o dalla cattiva educazione della gioventù dipende un buon o un triste avvenire della società”; o anche che, insieme “a tutte le vittime del cyberbullismo, del sexting, del revenge porn, del cutting”, cui dedica il libro, ritenga giusto ricordare i tanti che “usano le nuove tecnologie per trasmettere al mondo messaggi positivi e condividere conoscenza”. Alla faccia di ogni generalizzazione. E con quel pizzico di fiducia che nella vita bisogna sforzarsi sempre di mantenere. Comunque sia, è difficile negare che il professor Pira, in questi anni, si sia esercitato al meglio (e con incontestabili gratificazioni) nell’intento di mettere in luce le profonde trasformazioni registrate dai modelli comunicativi come conseguenza delle nuove tecnologie; e con esse, lo sforzo “sistemico” da mettere in campo per fare in modo che gli effetti positivi delle stesse siano superiori rispetto a quelli di segno opposto.

Figli delle App, in definitiva, aggiunge un altro fondamentale tassello alla costruzione del “mosaico” conoscitivo che da tempo vede protagonista il docente siciliano. Il che, gratifica tanto lui che quanti, direttamente o indirettamente, sono interessati ai temi della sua ricerca. Anche per questo, crediamo sia doveroso ringraziarlo di questo suo nuovo contributo e di quanto certamente continuerà a fare. Dentro e fuori l’università. (fk)

FIGLI DELLE APP
di Francesco Pira
ISBN 9788835107392

La Santa ‘Ndrangheta di Pantaleone e Anna Sergi

Il libro La ‘Santa’ ‘ndrangheta di Pantaleone Sergi, ripropone a distanza di 30 anni, con l’integrazione di una criminologa esperta di mafia, Anna Sergi, figlia dell’autore, il libro La ‘Santa’ violenta, con la presentazione di Enzo Ciconte.

Cos’è cambiato in questi trent’anni? Sembra cambiato tanto eppure non sembra essere cambiato molto. Quello che era indagine, è diventato sentenza. Quello che era intuizione è diventato analisi. Quello che era rischio è spesso diventato realtà. Un libro, insomma, che si è trasformato nel mentre il mondo è cambiato e la ’ndrangheta da “violenta” si è fatta “contesa”.

La ‘Santa’ violenta di Pantaleone Sergi, già inviato speciale di Repubblica, è stato uno dei primi testi sulla ’ndrangheta, pubblicato nel 1991, dopo la stagione dei sequestri di persona e la cosiddetta “pax mafiosa”. Un besteseller e un longseller. Ripercorre con lucidità, empatia e spunti critici, quella che è stata la trasformazione della ’ndrangheta in Santa, un’organizzazione criminale che non si accontenta più dell’accumulazione di denaro, ma vuole usare quel denaro per conquistare fette di potere, politico ed economico, in Calabria e altrove. Questa trasformazione, ci racconta Pantaleone Sergi, è stata certamente violenta.
Trent’anni dopo, alla penna esperta di Pantaleone Sergi, che la storia della ’ndrangheta negli anni Settanta, Ottanta e Novanta l’ha narrata in diretta, si accompagna un’analisi critico-accademica di Anna Sergicriminologa, docente all’Università di Essex nel Regno Unito, e affermata ricercatrice del fenomeno mafioso e ’ndranghetista in Italia e all’estero.
In questa raffinata pubblicazione dal titolo «La Santa ‘ndrangheta. Da “violenta” a “contesa”», edita dalla Casa editrice Pellegrini nella Collana «Ossidiana. Teoria cultura e vita quotidiana» e da pochi giorni in libreria, Anna Sergi riprende l’eco della violenza mafiosa che «La ‘Santa’ violenta» aveva raccontato e si chiede cosa sia cambiato.
La Santa ’ndrangheta è ancora violenta? No, adesso «la ’ndrangheta è una mafia a cui piace piacere, non spaventare, se non quando è strettamente necessario».
E se non è più violenta, cosa fa, cosa è diventata? È diventata, tra le altre cose, una Santa ‘contesa’ per quattro motivi: l’unitarietà, la violenza dei clan, la loro mobilità e l’essenza stessa della Santa, come organizzazione cerniera con politica ed economia del territorio.
Queste pagine – la Santa ‘contesa’ e la Santa ‘violenta’ – lette in successione, ci ricordano quanto sia fondamentale preservare la memoria storica di certi anni per arricchire le analisi di oggi. (dl)