Come un girasole, di Sara Felice

Qual è il significato di un girasole? Questo fiore trasmette vivacità, allegria e come un piccolo sole ravviva i campi in cui cresce. Così come i girasoli, ci sono delle persone che illuminano il cammino di altre, alcuni incontri possono sembrare casuali, ma sono sempre combinati dal destino.

Il romanzo di esordio di Sara Felice Come un girasole edito da Rossini, racconta proprio una storia luminosa e piena di speranza, in cui il girasole è metafora dell’importanza dei punti fermi nella vita, come comete che sono lì a ricordarci che non siamo mai soli. La vicenda si svolge a Roma, città vista e raccontata attraverso gli occhi di  Chiara, una studentessa universitaria fuorisede. Una ragazza dai sani principi e con alle spalle una famiglia solida e delle amiche vere e sincere, punti fermi inossidabili. In un giorno come tanti, trascorsi tra i corridoi dell’università, tra lezioni ed esami, Chiara incontra Leo che si rivelerà fin da subito il compagno ideale. Ma come tutte le cose belle e importanti della vita, per ottenerle sarà necessario lottare.

La forza del romanzo di Sara Felice è nella narrazione spontanea e fluida: ogni scena è descritta in maniera nitida, sembra quasi di vedere i personaggi muoversi all’interno di una Roma splendida che offre scorci romantici e immortali. A primo impatto può sembrare un romanzo rosa, ma “Come un girasole” è molto di più.

L’autrice è nata nel 1998 e vive a Buonvicino (CS), studia giurisprudenza all’Università della Calabria e ha sempre coltivato la passione della scrittura. Sara Felice muove i primi passi come scrittrice su Wattpad, un social newtork dedicato alla lettura e alla scrittura. I suoi racconti pubblicati sulla piattaforma sociale diventano molto popolari e così durante il periodo del primo lockdown decide di lavorare al suo romanzo di esordio. Il libro nasce da un momento di difficoltà che Sara Felice ha trasformato in opportunità, realizzando un sogno che aveva nel cassetto da molto tempo. “Come un girasole” è disponibile in tutte le librerie on line e su richiesta anche nelle librerie fisiche. È edito dalla casa editrice Rossini, una realtà virtuosa che punta molto sui giovani autori esordienti, molto seguita anche sui social. (Debora Calomino)

COME UN GIRASOLE
di Sara Felice
Rossini Editore,  ISBN 978-8831469562

Calabria Nicola, di Enzo Romeo e Luigi Ginami

Porta la firma del vaticanista dle TG2, il giornalista sidernese Enzo Romeo, e di mons. Luigi Ginami l’agile volumetto pubblicato nella collana Volti di Speranza della Fondazione Santina Onlus. Il libro Calabria Nicola (è testimonial il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, la cui foto illustra la copertina) ha per sottotitolo “La Calabria sprofonda in zona rossa” e ha finalità di beneficenza. Raccoglie il racconto sulla Calabria di numerose personalità che danno lustro alla nostra terra: dal cardiologo Franco Romeo allo chef Filippo Cogliandro, alla segretaria comprensoriale della Cgil degli immigrati della Piana Celeste Lo Giacco e l’imprenditrice Gloria Tenuta, un’eccellenza nel campo degli alimenti surgelati.

Le loro storie sono racconti d’una Calabria di come vorrebbe e dovrebbe essere: alla ricerca costante di un rigore assoluto in un percorso di legalità al quale i calabresi non tendono rinunciare, ma soprattutto emerge un messaggio di speranza, oggi più che mai indispensabile a fronte di una pandemia che non guarda in faccia a nessuno. E la sofferenza del prossimo è la sofferenza di una terra mai doma, ma ancora alla ricerca della sua vera identità, secondo la sua tradizione di generosità e accoglienza. L’associazione Santina Zucchinelli ha riservato i ricavi a un centro residenziale per anziani di Sant’Andrea dello Jonio (Villa della Fraternità) per ricordare, con l’occasione il centenario della nascita del suo. fondatore don Edoardo Varano.

L’introduzione è del corrispondente dell’Agenzia Reuter in Italia Phil Pullella il quale rimarca il suo appassionato legame con il nostro Paese: «Ho viaggiato in tutto il mondo come giornalista. Gran parte di questi viaggi li ho fatti con gli ultimi tre papi. Ma, inevitabilmente, ho un debole per la mia terra natale e torno quando posso. Non c’è dubbio che i calabresi oggi vivono molto meglio rispetto al 1958. Ma, come leggerete in questi racconti di monsignor Luigi Ginami ed Enzo Romeo, molte cose non sono cambiate». E sulla scelta di Nicola Gratteri per la copertina, Phil afferma di non aver mai incontrato il magistrato di Gerace «ma credo di avere ragione nel pensare che egli sarebbe più felice se qualcun altro, o qualcos’altro, fosse diventato “Copertina della Calabria». Non è ottimista il giornalista della Reuter sul riscatto dei calabresi: «È diventato un Messia che non arriva mai».

Gratteri dice a don Luigi: «Siamo vittime di un pregiudizio che ha radici lontane. Un pregiudizio che non riusciamo a toglierci di torno perché la nostra è una terra che continua a vivere di compromessi, soprattutto a livello politico, ma anche di ritardi». E ancora: «In Calabria i finanziamenti alla sanità pro-capite sono di poco superiori ai tredici euro, mentre in regioni del Centro-Nord arrivano quasi a novanta. Non so come spiegarlo, ma a volte mi sembra di vivere in una sorta di cortocircuito, senza nulla togliere a chi resta in questa terra. Chi può emigra, chi decide di restare non è abbastanza forte per cambiare la realtà. L’ideale sarebbe quello di utilizzare i fondi destinati alla Calabria per creare benessere e favorire chi rimane, in modo che, affrancandosi dal bisogno, potrebbe decidere di investire la propria voglia di riscatto per creare una nuova classe politica, più studiosa del benessere sociale. Questa nuova condizione, darebbe forza ai tanti cala-bresi onesti che oggi non si espongono, pur avendo le qualità per farlo».

E su Gratteri don Luigi riferisce quanto aveva dichiarato il procuratore durante un’audizione alla Commissione parlamentare Antimafia: «Io sono innamorato di questo lavoro, sono un tossicodipen-dente da questo lavoro. Ma se non pensassi che possiamo cambiare, farei un altro lavoro. Sono un agricoltore infiltrato in magistratura – potrei fare il contadino. O l’intrattenitore. Credo che la Calabria, anche insieme a voi, la cambieremo, nel giro di un paio d’anni la cambieremo. Facendo le cose come si devono fare, nel giro di un paio di anni racconteremo una Calabria diversa». «Mentre penso a Gratteri, – scrive don Luigi – mi torna alla mente anche l’amico Franco e la sua bravura di cardiologo insieme al suo tratto umano e colto: l’autentico signore calabrese… Ma, mi dico, andiamo per ordine: prima devo trovare chi scrive con me! Qualcuno mi fa il nome di Enzo Romeo, butto in Google il suo nome ed esce una montagna di roba: articoli, libri e naturalmente servizi televisivi».

Un instant-book che si legge gradevolmente e che porta un aiuto ai chi ne ha bisogno. Un esempio di narrazione strumentale al bene comune, che conquista il lettore e gli offre spunti di riflessione niente male. (dc)

Il fuorilegge, di Mimmo Lucano (2020)

di FRANCESCO KOSTNER – Si avverte un senso di preoccupazione, dopo aver letto Il fuorilegge di Mimmo Lucano. Ciò, nonostante le positive riflessioni che scaturiscono dalla testimonianza, senza dubbio suggestiva e avvincente, dedicata dall’autore al “modello” Riace: la “rivoluzione copernicana” nel rapporto con gli immigrati, di cui è stato protagonista nel piccolo centro della città metropolitana di Reggio Calabria. Il comune assurto agli onori della cronaca internazionale nel 1972, dopo il ritrovamento in mare di due statue bronzee di epoca greca, e diventato poi il simbolo di una straordinaria esperienza di integrazione multiculturale. Un meraviglioso caleidoscopio di relazioni interetniche, che ad un certo punto, però, viene messo con le spalle al muro. Vittima (fa capire, ma talvolta dice, Lucano) di oscure dinamiche politico-istituzionali. Forse anche di quella misteriosa “energia autodistruttiva”, che sembra perennemente gravare sul destino della Calabria, e di cui anche il “modello” Riace ha saggiato la micidiale forza disgregatrice.

Si viene assaliti dal dubbio che la meravigliosa epopea del sistema di accoglienza riacese possa cadere nell’oblio: questo preoccupa! Un timore affatto immotivato, sol che si consenta alla memoria di fare capolino nella sterminata distesa dell’identità calabrese, e nell’inquietante “cimitero” della (in)coscienza che vi è ospitato. Un luogo in cui hanno trovato posto (ignorati o sacrificati, a seconda dei casi) contributi ed esperienze importanti sui quali è calato il sipario. Proprio come è accaduto a Lucano. E al modello “Riace”. Concepito in rapporto alla dignità dell’uomo. Contro i diktat asfissianti della globalizzazione. Le logiche esclusive del profitto. I pregiudizi. L’assurda schematizzazione tra “buoni” e “cattivi”, operata sulla pelle di migliaia di immigrati, provenienti da territori poveri e senza prospettive.

Di quel “modello”, purtroppo, oggi rimane solo una fievole traccia. Dovremmo chiederci perché. Come sia stato possibile chiudere un’esperienza sociale e culturale di questa portata. Non tutti lo facciamo. Eppure sarebbe necessario. Senza questi interrogativi, d’altra parte, è difficile entrare con lo spirito giusto nell’intensa testimonianza di Mimmo Lucano. Riuscire a cogliere i valori fondanti della sua storia. La sua visione del mondo, in cui tutti hanno il diritto di vivere dignitosamente. E nel quale ognuno è chiamato a fare la propria parte per alleviare le sofferenze degli altri. Non è “aria fritta”. Chiacchiericcio abusato e inconsistente. Distante dalla realtà. Dai “veri” bisogni, dalle “priorità” del Paese. Dalle “leggi” del mercato. Dalle logiche del profitto. Dalle differenze e dalle sperequazioni, tra chi vive bene e chi soffre, contro cui niente e nessuno potrà mai qualcosa. Insomma, il meglio dell’armamentario populista e dell’inconsistenza parolaia di questi tempi bui. Niente di tutto questo. Lucano ha sconfessato sul campo questa costruzione “ideologica” e “strutturale”. A Riace è riuscito a stabilire priorità e valori diversi. A porre al centro dell’attenzione l’uomo. Le sue sofferenze. I suoi disagi. Le sue aspirazioni. Le sue speranze. Le mille identità che ne abitano e ne colorano la vita. Senza confini né barriere. Un enorme “apparato” antropologico, culturale, sociologico, che Lucano è riuscito a decifrare (e a cui ha dato forma) nel solco di una visione solidale della Storia. Di una relazionalità cosmopolita. Che privilegia l’abbraccio alla distanza. L’incontro alla diffidenza. La condivisione all’emarginazione. In una parola: il significato vero, concreto di un’umanità che ritrova sé stessa, fino in fondo, uscendo dal tunnel di egoismi sfrenati. Di aberranti logiche isolazioniste. In cui tutto è solo numero. Valore materiale.

Accoglienza. Amore. Solidarietà. Sono i pilastri di questo prezioso libro di Lucano. Le strutture portanti sulle quali poggia il suo racconto. A partire dall’infanzia, quando (inconsapevolmente) i dolorosi addii di parenti e amici, di interi nuclei familiari costretti ad emigrare con la morte nel cuore, diventano il “combustibile” della formazione culturale e politica del futuro sindaco di Riace. Della sua progressiva presa di coscienza dei drammi umani e sociali che affliggono il mondo. Riferimenti imprescindibili, che Lucano non perderà mai di vista. Insieme con i valori della libertà e della giustizia sociale. Parole discrete, ma efficaci, rivelano il contesto pedagogico in cui si è formato: “Non sono mai stato capace di guardare con gli occhi di chi esclude. Non sopporto i privilegi e le discriminazioni. Nella Riace della mia infanzia ho scoperto l’umanità come bellezza…mia madre mi invitava a essere curioso e mai diffidente verso l’altro, a essere generoso, perché tutti eravamo bisognosi”. E ancora, in un flusso di ricordi che arriva fino ai giorni nostri: “Ho scelto di condividere il senso della fragilità esistenziale, delle precarietà quotidiane, del popolo che si muove ai margini delle strade, dei cittadini più deboli, categoria sociale a cui sento con orgoglio di appartenere”. Tutto nel segno dell’operosità e della concretezza: “Intorno al tema dell’accoglienza c’è tanta retorica non supportata dagli ideali, ma solo fine a se stessa. A me interessa soltanto il sapore della libertà, la mia libertà e quella degli altri, di coloro che ne hanno sete”. Libertà, giustizia, solidarietà. Ma anche lotta alla ‘ndrangheta. Innanzitutto creando opportunità di lavoro, dice con chiarezza Lucano (e noi con lui), le sole in grado di affrancare i giovani dal rischio della deviazione, purtroppo sempre dietro l’angolo.

Insomma, il disegno di quella nuova società, multirazziale e cosmopolita, alla cui realizzazione Lucano ha dedicato la vita. Ogni energia. Un lavoro paziente. Tenace. Coraggioso. Sulla scia di testimonianze ed esempi eticamente vigorosi. Una straripante platea di eroi “senza tempo”: Rocco Gatto, il proprietario di un mulino ucciso il 12 marzo 1977 a Gioiosa Jonica, per non avere accettato di pagare il pizzo ad una cosca locale; Peppe Valarioti, segretario del partito comunista e consigliere comunale di Rosarno, sopraffatto da due colpi di lupara, l’11 giugno 1980; Giannino Losardo, assessore comunista al comune di Cetraro e segretario  capo della Procura della Repubblica di Paola, ammazzato il 21 giugno 1980; Gianluca Congiusta, un giovane imprenditore sidernese eliminato nel 2005 per essersi opposto alla prepotenza della ‘ndrangheta. E Dino Frusillo, giornalista e attivista pacifista foggiano, con una lunga militanza politica in Democrazia proletaria: “A lui”, scrive, “devo gli strumenti mentali per comprendere la causa curda. Diceva che non possiamo limitarci solo a essere oppure a non essere d’accordo, ma dobbiamo anche, in qualche misura, fare come loro. Dobbiamo agire. Il suo impegno, infatti, passava dall’azione, al punto da rischiare in prima persona. Nel 1998, per esempio, con una delegazione di pacifisti, giornalisti e simpatizzanti viaggiò fino a Dijarbakir, in Turchia, per festeggiare con la comunità curda e con il Partito dei lavoratori il loro capodanno, la festa del Nawruz. I festeggiamenti si trasformarono presto in una marcia di protesa contro i diritti negati, le ingiustizie, i massacri subiti. La polizia turca intervenne disperdendo il corteo a colpi di manganello su uomini, donne e bambini, e arrestando circa cento manifestanti, tra cui Dino e due studenti partiti insieme a lui, Giulia Chiarini e Marcello Musto. I due ragazzi furono scagionati dopo un paio di giorni, lui rimase in carcere per oltre quaranta giorni e infine venne espulso dalla Turchia il 16 giugno, dopo le timide pressioni del parlamento europeo e del governo italiano”. Altri incontri fondamentali per Lucano sono quelli che, attraverso attente letture, lo avvicinano via via a Michail Bakunin, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Paul Sartre, “i fautori del pensiero anarchico”; a padre Pino Puglisi, ai teologi della Liberazione Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff, Camilo Torres, Pedro Casaldàliga. E a quattro giganti della libertà e dei diritti umani: Gandhi, Che Guevara, Martin Luther King e Nelson Mandela.

Lucano rende omaggio anche a Giancarlo Maria Bregantini, vescovo di Locri dal 1994 al 2007, convinto sostenitore del suo “modello”; ad Alex Zanotelli, “il missionario comboniano dalla camicia variopinta, segnato da venti anni di lotte e sacrifici in Africa”, capace di mettere in discussione la propria fede “al punto da domandarsi se Dio fosse ‘malato’, dopo aver visto nei lunghi e faticosi anni in Kenya degrado, fame, miseria e bambini malati di Aids”. Un testimone di quella Chiesa degli ultimi, riflesso del messaggio evangelico: “ama il prossimo tuo come te stesso”, in cui Lucano si è sempre riconosciuto. E si inchina, infine, davanti a Papa Bergoglio, che il 12 dicembre 2016 scrive al “Caro fratello sindaco”, esprimendogli “ammirazione e gratitudine per il suo operato intelligente e coraggioso a favore dei nostri fratelli e sorelle rifugiati”.

“Un’altra Riace è possibile”, aveva promesso presentando la sua candidatura a sindaco nel 2004, premiata dai riacesi anche cinque anni più tardi. Proprio di quella seconda competizione elettorale Lucano ricorda l’intervento, nella piazza “Bronzi” di Riace Marina, del presidente della Regione Agazio Loiero: «Venne a sostenerci di sua spontanea iniziativa e iniziò il suo intervento quasi chiedendo scusa alla lista avversaria, e cercando di giustificare la sua presenza. Io sono il presidente di tutti i calabresi, per cui dovrei essere neutrale, al di sopra delle parti, ma in questo Comune è accaduto qualcosa di straordinario: accogliendo in ogni maniera possibile i profughi in fuga dagli orrori delle guerre, il mondo ha potuto conoscere il volto più autentico della Calabria, una terra destinata dalla storia ad accogliere chiunque abbia un sogno per la propria vita. Tutto ciò mi rende orgoglioso di essere il presidente di questa terra. Un patrimonio così non può essere disperso, il mio auspicio è che questa storia sopravviva, continui a prescindere dal risultato elettorale». La lista di Lucano vinse con 44 voti di scarto. Un segnale di insoddisfazione, da parte di una fetta consistente di elettori, accolto con consapevolezza: «Ho sempre pensato – scrive Lucano – che lo sviluppo della Marina dipendesse molto dal centro storico, dalla sua bellezza, dalla riqualificazione urbana, dall’idea di riportare l’intera Riace in una dimensione che la legasse all’identità storica delle comunità agropastorali. L’immagine delle botteghe artistiche, dei carretti con gli asini, le vie antiche curate e pulite, il valore sacro dell’accoglienza, l’assenza di pregiudizi, la volontà di riscattare l’antropologia dei luoghi sono valori e qualità che per le comunità locali dovrebbero suscitare orgoglio. Ecco perché chi non vive questa dimensione, chi non ha vissuto mai in una realtà dove tutto sembra essere comunitario, non può capire cosa significhi vivere gli spazi dell’abitare da uomini liberi. Nei nostri borghi la chiave alle porte quasi non serve, non c’è bisogno dei campanelli, basta bussare ed entrare. Non c’è neppure bisogno di sentirsi dire che la porta è aperta. Quando qualcuno si sentiva male, tutti i vicini accorrevano per prestare soccorso e dare una mano in qualche modo. C’è un risvolto anche nella tradizione culinaria: “il levatu”. Quando si preparava il pane si metteva da parte un po’ dell’impasto per conservarlo per i bisognosi. Si dice che il levatu non si nega nemmeno al peggiore nemico! Basta confrontarsi con i contadini, con le persone più umili, per averne conferma, ancora oggi: meno le realtà hanno subito la contaminazione della società moderna, quel senso irrefrenabile del consumo, della competitività, degli arrivismi, più vi si trovano una dimensione umana e una generosità disinteressata».

Uno straordinario esempio di integrazione multiculturale, messo nero su bianco anche da documenti rimasti (stranamente) a lungo indisponibili, come la relazione del Centro di accoglienza straordinaria ricevuta dal comune di Riace il 20 febbraio 2018. Lucano ne propone giustamente più di un passaggio: «Si comincia dalla scuola, un edificio che ospita un numero cospicuo di ospiti stranieri, grandi e piccoli, in classi composite, variegate e multilingue, in un miscuglio di razze, dialetti, diademi e treccine. In una stanza più grande giocano quattro bambini africani, piccoli, che guardano i visitatori con occhi sgranati. La stanza, spiega il Sindaco, che serve oggi da asilo nido, sarà presto sostituita da una struttura completamente nuova, ormai in fase di avanzata realizzazione, nella vicina frazione Marina. La giovane, anch’essa di origine africana, che accompagna amorevolmente i piccoli e li segue nei loro spostamenti, al tempo del suo arrivo in Italia, ci spiegano si prostituiva per sopravvivere.

«Nelle classi, ai cui muri sono attaccati i manifesti elementari che spiegano i rudimenti della lingua italiana, troviamo persone del Gambia, del Mali, della Siria (una coppia di sposi non più giovanissimi e che portano ancora sul volto i segni della paura), del Pakistan, dell’Africa subsahariana. Giovani e meno giovani, adolescenti con il loto smartphone e bambini minuscoli attaccati alle loro madri, impegnate nello studio. La pluriclasse, infine, è un tripudio di razze dietri i banchi della scuola. Due ragazzini di Riace scherzano e scambiano commenti ironici con i loro coetanei dell’Africa o del vicino Oriente, fino a radunarsi su invito della maestra per una foto di gruppo. Sono lì tutti insieme, in arrivo da tante parti del mondo, lontane tra loro…».

Alla Commissione prefettizia non sfugge anche l’effervescenza sociale che ha pervaso la nuova Riace: «Scendiamo e risaliamo lungo i vicoli del paese e troviamo case nelle quali riconosciamo anche alcuni degli alunni della scuola, visti prima. Chi ci accompagna spiega loro che siamo della Prefettura e tutti ci lasciano entrare per consentirci di guardare come vivono e cosa fanno. Pur nella povertà dei mezzi, si scorge sempre una dignità nel modo di vivere e nel modo di affrontare la vita. Sono persone che cercano un riscatto, che hanno voglia di dimenticare il passato e che mantengono l’entusiasmo di poter ricominciare. Riace è anche questo. E’ un paese che ha ricominciato a fare tante cose. Risalendo, nei pressi della scuola, un bellissimo parco giochi invade la nostra visuale. Non se ne vedono molti così, nei paesi spogli e disadorni della provincia reggina. Non c’erano bambini in quel momento ma non era difficile immaginarlo arricchito da decine di facce nere, gialle, bianche e rosse per il freddo, ma felici per le arrampicate, le cadute, le ginocchia sbucciate e la voglia, infine, di tornare a casa…».

Anche gli esercizi commerciali e le tradizioni artigianali hanno ripreso a pulsare: «…Sono le famose botteghe artigiane di Riace dove si lavora il legno, il vetro, la lana, i tessuti e molte altre cose. In ognuna di queste troviamo un ragazzo (o una ragazza) di Riace ed almeno un o una migrante, tutti nelle rispettive uniformi di lavoro, intenti nelle loro attività quotidiane, frutto di un apprendimento paziente di mestieri antichi, di una bellezza mai spenta. Dentro un bugigattolo lungo e stretto, ingombro di giocattoli di legno di ogni forma e dimensione, troviamo un uomo di mezz’età (ha 50 anni, dice), che viene dal Kurdistan e, racconta, è arrivato a Riace nel 1998. Ci spiegano che è uno dei primi stranieri ad essere arrivato a Riace e, da allora, non se ne è mai andato. Lavora il legno mentre parla, dipinge a mano una bambolina. Il tocco è preciso, solo un momento si ferma ed alza gli occhi, quando gli chiediamo del suo Paese. ‘Non va bene’, dice…’Non va bene’ e ricomincia a dipingere, quasi a voler mantenere il distacco dalle idee e dai ricordi di un tempo…».

La relazione prefettizia si sofferma anche su uno degli aspetti più caratteristici del “modello” creato da Lucano: “…Più in basso, per una estensione di svariate decine di metri, sono stati realizzati alcuni terrazzamenti ordinati, in cima ai quali si palesa una specie di aia, con degli asini al pascolo. Servono per la differenziata, ci spiegano, che viene fatta con il metodo della raccolta porta a porta (a dorso di mulo), nelle stradine strette di Riace, dove le automobili non passano. Su quelle terrazze, che degradano sotto gli zoccoli dei muli, sorgono ad intervalli differenziati delle piccole costruzioni vuote, con un ampio spazio di terra intorno. Il sindaco spiega che il progetto che stiamo osservando prevede la concessione in uso ai migranti di tutte quelle casettine, nelle quali custodire i propri animali domestici e provvedere quindi alla coltivazione, da parte di ciascuno, di un orto, i cui frutti potranno approvvigionare le dispense con i prodotti della terra (casomai i bonus non dovessero bastare). Riace è anche questo: l’inventiva legata alla tradizione, l’idea di recuperare spazi per lavorare la terra e sfamare i propri familiari con quello che la fatica delle mani riesce a realizzare. Certo, avremmo potuto chiedere al Sindaco maggiori dettagli sul rispetto delle regole urbanistiche nella realizzazione del progetto e se le casette fossero state realizzate da ditte iscritte nella white list o individuate con manifestazione d’interesse aperta almeno a 5 concorrenti, ovvero se le dimensioni dei terrazzamenti fossero rispondenti a quelle previste dalla legge agraria del 1982, ma eravamo lì per l’ispezione ai Cas e non potevamo venire meno all’incarico che ci era stato affidato…”.

L’opera di Lucano non è stata oggetto solo di legittimi interrogativi, come quelli appena ricordati. Anche la magistratura ha indagato sul sindaco di Riace, finito agli arresti domiciliari e successivamente riconosciuto estraneo ai fatti che gli erano stati contestati. Un esito importante, certo, ma che non potrà cancellare l’umiliazione delle prime pagine dedicate a Lucano dalle principali testate, dai siti web, dalle tv di tutto il mondo. E nemmeno l’amarezza per la fine del grande sogno di Riace. Un gran peccato. Tutto funzionava bene. L’orologio della solidarietà segnava un tempo preciso. Costante. Regalava sorrisi. Era stato capace di restituire la speranza di una vita diversa ad un esercito di donne, uomini, bambini provenienti da territori poveri, piagati dalla fame, dalle malattie. Dilaniati dalla guerra. Teatro di profonde sopraffazioni. «Chiunque bussi alla nostra porta, che sia un miserabile, un profugo o un viaggiatore, rappresenta l’unica salvezza per il mondo intero, la sola speranza contro la violenza della storia», rispondeva Lucano a chiunque gli chiedesse il segreto di quella positiva esperienza. Aggiungendo che Riace contribuiva a «riaffermare i valori della Costituzione nata dalla lotta dei partigiani, in nome di un’umanità solidale che deve essere ribadita per contrastare l’onda nera che sta attraversando il mondo. Un fenomeno globale, come è globale l’esistenza di un popolo in viaggio affamato d’umanità. È un processo che investe l’Africa e il Medio Oriente, come ben sappiamo, così come l’America con le carovane che attraversano il Centro America e si muovono verso gli Stati Uniti solo per trovarsi davanti a trafficanti di uomini, muri, fucili e propaganda».

Lucano, nonostante tutto, continua a credere che ogni comunità debba fondarsi sul rispetto della dignità umana. Merita la nostra ammirazione anche per questo. Ma ognuno di noi deve avere fiducia in questa idea e operare perché non cada nell’oblio. Significherebbe non solo tradire i valori fondamentali della nostra democrazia, ma indebolire il senso stesso della nostra esistenza. (fk)

IL FUORILEGGE – La lunga battaglia di un uomo solo
di Mimmo Lucano
Feltrinelli (2020) ISBN 9788807173813

Laureato in onestà di Graziarosa Villani e Francesco Leonardis

Esiste un titolo magistrale per attestare la legalità? Se ci fosse andrebbe di certo attribuito a un calabrese che ha fatto dell’onestà e della legalità la sua ragione di vita, a maggior ragione considerando un’esistenza trascorsa nell’Arma, a combattere il malaffare. Il comandante Francesco Leonardis ha, però, vissuto sulla sua pelle un processo di delegittimazione e di discredito conseguenza di inchieste scomode e di verità che non dovevano essere scoperte. Nel suoi libro, scritto a quattro mani  con la giornalista Graziarosa Villani, e il luogotenente Leonardis, racconta quest’incredibile vicenda. “Laureato in onestà” racconta, quindi, la storia vera di un carabiniere di razza in prima linea contro mafia, corruzione e Magistratura deviata.

Nella sua missione Francesco Leonardis, sempre fedele al giuramento fatto e al Tricolore, non ha guardato in faccia nessuno. Ha contrastato politici corrotti, ha smascherato truffe allo Stato e all’Unione Europea, ha, soprattutto, combattuto le organizzazioni mafiose avviando, con i suoi colleghi, la storica Operazione Mare Nostrum che ha smantellato l’organizzazione mafiosa nel territorio siciliano dei Nebrodi. Non avrebbe mai pensato però di dover affrontare anche una Magistratura corrotta. Ma lo ha fatto a testa alta, ribadendo, ancora una volta i valori ai quali si è sempre ispirato di onestà e legalità. È stata una battaglia dura, un percorso fatto di mortificazioni e soprusi, ma alla fine la verità ha trionfato, rimettendo a posto i pezzi di un puzzle del malaffare che erano stati  confusamente mescolati per invertire i ruoli. Chi indagava sui mafiosi dei Nebrodi era diventato un sospettabile colluso e la sua onestà trasformata in qualcosa di inutile. La giustizia ha chiarito ruoli e posizioni, restituendo l’onore e la “laurea” di onestà conquistata con sprezzo del pericolo e l’impegno costante di seguire la via della legalità, secondo insegnamenti di vita passati da generazione in generazione.

Che cosa distingue questa vicenda da una sceneggiatura di un film o dalla narrazione di un romanzo? La verità “scomoda” di un uomo che corre da un paese all’altro della Sicilia per incalzare chi delinque e incrinare la dimensione del malaffare e, nello stesso tempo, per sfuggire alla nuvola minacciosa del potere che, se non ti uccide come la mafia, può colpire mortalmente al cuore. Un libro che si legge di getto e che che spiega quanto vale la dignità e la fierezza di un uomo che ha sempre creduto nella giustizia, anche quando le menzogne rischiavano di allontanarla. Leonardis, nato in Calabria, è un degno figlio di questa terra e il suo modello di vita rappresenta un’indicazione fondamentale per i nostri giovani alla ricerca di esempi positivi. (dl)

 

LAUREATO IN ONESTÀ
di Graziarosa Villani e Francesco Leonardis
Media&Books, ISBN 9788889991220

Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese
di Santo Gioffrè

di FILIPPO VELTRI – Un libro di nemmeno 70 pagine ma dentro c’e’ tutto, cioè l’inferno visto da vicino, un viaggio al termine davvero della notte piu’ buia. Santo Gioffre’ ci ha consegnato sul finire dell’anno appena chiuso, nel suo ‘Ho Visto – La grande truffa nella sanità calabrese (Castelvecchi), un manuale per le attuali e future generazioni, che andrebbe distribuito non solo nelle librerie e nelle edicole dove adesso lo trovate ma gratuitamente  nelle  scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle chiese, alla Regione, ai Comuni, alle Prefetture. Dovunque.

Mi auguro che il neocommissario Guido Longo lo abbia già letto. Perché serve per capire il motivo per cui la sanità calabrese è in questa situazione e perché è difficile e complicato ora metterci mano.

Gioffrè ci fa toccare da vicino – da uno che ha visto cose e uomini e poi inopinatamente è stato revocato dall’Anac dopo nemmeno sei mesi per un articolo della Legge Severino – come sia una sciocchezza quello che si sente e si dice e si scrive e si blatera in questi lunghi mesi di polemiche varie sulla sanità calabrese: lì è un inferno in cui stanno assieme quelli che dovrebbero controllare e sono per questo lautamente pagati e invece non lo fanno, titolari di aziende e strutture private, banche, commercialisti, faccendieri, imbroglioni vari. Tutti assieme appassionatamente per creare una voragine inimmaginabile.

Gioffrè – medico, scrittore, militante politico senza maschere – narra da par suo, come solo un grande scrittore di romanzi storici sa fare, la sua esperienza di commissario all’ASP di Reggio Calabria, una incredibile storia di ruberie consumata sotto gli occhi di tutti da anni, con fatture pagate due volte, tre volte, perché non c’era alcuna contabilità. Anzi una c’era: era quella orale per cui non si veniva mai a capo di niente e non se ne viene anche oggi a capirci qualcosa.

E poi ancora: pignoramenti eseguiti in più fori sulla base dello stesso titolo, la sistematica assenza del Governo nei procedimenti esecutivi di estensione. Con nomi e cognomi, date e luoghi.

In questo libro si spiega tutto e tutto diventa più semplice per capire lo stato dell’arte nel quale viviamo: cioè la condanna della Calabria all’eterno piano di rientro, l’emigrazione sanitaria, i tagli dei posti letto, la distruzione della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata, come si è visto e si vede oggi con la tragedia del Covid. (fv)

Ho visto. La grande truffa della sanità calabrese
di Santo Gioffrè
Castelvecchi Editore, ISBN -13 : 9788832903201

Lo strano caso del Rêverie
di Marcostefano Gallo

di FRANCESCA OREFICE – Rodari raccontava che parlare ai bambini è un ‘”un modo di entrare nella realtà dalla porta, dal tetto, dal camino, dalla finestra”.

Marcostefano Gallo, giovane scrittore cosentino, già autore, tra i tanti libri, della “fragilità dei palindromi”, dopo aver scritto ai grandi decide di rivolgersi alle bambine e ai bambini, per raccontare  una storia – una tra quelle che quando noi adulte ed adulti eravamo piccoli ci faceva pensare che intorno ai fatti della vita, la vita reale, ci fosse un senso da cercare, inseguire, inventare, immaginare, una morale che avrebbe sancito valori e virtù che avremmo ricordato, assiduamente, poiché immanenti ed inderogabili alla nostra stessa esistenza ed essenza umana. Cose delle persone, insomma.

Il principale zoo di Parigi, il Rêverie, soffre un periodo di difficoltà economiche tanto che il direttore – un uomo losco e di misere potenzialità morali – si rivolge ad un contrabbandiere per promuovere la vendita dei cuccioli presenti in sovrannumero nello zoo. Peccato che Anselmo, il barbagianni, abbia ascoltato il piano e deciso di avvisare gli animali che immediatamente provvedono ad organizzarsi  per contrastare il programma scelerato appena appreso.

Il racconto di Marcostefano Gallo, che evidentemente si indirizza anche agli adulti, ha una importante pregio ed intento linguistico e comunicativo: recuperare tipologie e spazi di linguaggio per rivolgere ai lettori spunti di riflessione talvolta anche di spiccata profondità.

Chiaramente consapevole del ruolo delle parole per la rappresentazione ma soprattutto formazione del pensiero e dei sistemi valoriali umani, l’autore del libro sperimenta e mette insieme diverse possibilità comunicative.

Le parole, gettate nella mente a caso, provocano una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo, nella loro caduta, suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa la fantasia e non meno l’inconscio: sono come sassi (tutti ricordiamo la descrizione offerta da Rodari nella grammatica della fantasia della parola “sasso”), con ogni significato “positivo” e “negativo” che possono contenere.

Ed è di questo che si (in)carica, per un verso anche inconsapevolmente, il racconto di Gallo: esperimenti simbolici e metaforici che riabilitano ad un tempo disincantato come quello che viviamo, aggravato dalla crisi dei sentimenti conseguente all’epidemia, messaggi che, probabilmente, senza la conduzione dell’allegoria, apparirebbero retorici e scontati. Sicuramente noiosi.

Sono proprio gli animali, con una tensione simbolica che ricorda le fiabe della tradizione, i protagonisti del recupero del linguaggio che si farà portatore, per l’intero racconto, di istanze tutte umane: richieste sociali, sollecitate ed acclamate dall’intellettuale del gruppo, integrazione tra le diversità, petizioni ecologiche, amicizia, lealtà, condivisione e compassione.

È un cucciolo di foca, un animale piccolo e dalle sembianze fragili e per nulla potenti, il prescelto a compiere la profezia che soltanto potrà salvare le sorti degli animali: l’evocazione dell’Arca dell’Alleanza.

Il viaggio per la salvezza prevede, tuttavia, il ricomponimento di un oggetto, per svolgere il quale i pezzi del mondo materiale si ricongiungono attraverso l’opera delle parole (magiche, nel senso che diremo) del racconto.

Il passaggio linguistico di più originale rilievo appare, infatti, il recupero e l’utilizzo delle filastrocche, efficacemente integrate con il resto della narrazione.

Appare quasi inutile ricordare come, antropologicamente, le filastrocche abbiano condotto nel tempo una missione educativa e psico-biologica (si pensi a quelle enumerative che aiutano il bambino ad accrescere ed organizzare il proprio orizzonte personale), tecno-logica, religiosa, alimentare, destinate, pertanto, a declinarsi in una serie di situazioni che riguardavano la vita dei piccoli, ma anche un modo per esercitare la lingua di appartenenza e tramandare la conoscenza, o anche finalizzate ad esercitare una forza maieutica rispetto alla consapevolezza personale.

A ricordare bene, anche le formule magiche sono state sempre strutturate sotto forma di filastrocca, funzionali all’idea della parola come forza generatrice del cambiamento del mondo (le magie altro non sono che un intervento modificativo sulla realtà delle cose).

Ecco che il puzzle della risoluzione del problema dei protagonisti della storia, metaforicamente affidato alla ricostruzione di un oggetto frammentato, la pietra della verità, si realizza attraverso la convergenza e l’apporto che ciascun protagonista può concedere all’Arca dell’alleanza, una sorta di riunione dei saperi, esperienze e linguaggi che traggono qualità dalla “diversità”; ri- costruzione che si ricomporrà attraverso l’intervento magico e salvifico della parole, coniugate in versi ritmici e baciate in rime divertenti, affidate, come legenda o mappa del tesoro, al linguaggio magico delle filastrocche.

Un linguaggio che resta lineare per tutto il testo anche per l’assenza di riferimenti tecnologici, oltre che di immagini, permettendo così alle piccole lettrici e lettori di immaginare il racconto secondo la propria sensibilità, senza il filtro adulto della collocazione temporale e della identità definita dei protagonisti.

Il grande pedagogista ed insegnante Loris Malaguzzi affermava che i bambini possiedono cento linguaggi, e che, tuttavia, noi adulti gliene abbiamo rubati 99.

Ecco che questo libro, che recupera tanti tipi di linguaggi dedicati (e delicati) all’infanzia, è un’ottima occasione di lettura dei grandi insieme alle bambine e ai bambini; non male anche l’esperienza in adulta solitudine, magari per recuperare qualche accesso alla realtà del mondo perso nel corso degli anni. (fo)

LO STRANO CASO DEL RÊVERIE
di Marcostefano Gallo
Scatole Parlanti Edizioni – ISBN 9788832812718

Visioni turistiche
di Debora Calomino

di FRANCO BARTUCCI –

Negli ultimi anni il turismo è diventato un argomento molto dibattuto, non sempre con un approccio lucido e ponderato, come meriterebbe: viene spesso considerato la panacea di tutti i mali, l’unico motore per lo sviluppo economico e sociale dei territori.  Il turismo, di per sé, è un fatto sociale e come tale va compreso, analizzato e studiato. Dal turismo consegue spesso la crescita economica e sono numerosi i campi del sapere umano che abbraccia. Pertanto è fondamentale conoscere questo fenomeno e gestirlo nel migliore dei modi. “Visioni Turistiche- Marketing, Cultura e Tendenze”, un libro di Debora Calomino, con prefazione di Sonia Ferrari, nasce da una serie di riflessioni, tutte legate agli argomenti turismo e marketing territoriale, trattati in maniera semplice, per comprendere le ricadute che il turismo ha sulla società attuale. Non è un libro dedicato solo agli addetti ai lavori o agli studenti di discipline turistiche; è un saggio che consente a chi è semplicemente curioso di avvicinarsi a questo tema, oggi più che mai considerato importante per le politiche di valorizzazione territoriale. Questo saggio offre una serie di riflessioni utili a comprendere il turismo come fatto sociale ed economico.

Nel testo vengono trattate alcune tipologie di turismo, in particolare  nicchie di mercato che potrebbero essere un’idea per gli operatori del settore per attrarre nuovi segmenti, come il turismo nei borghi, il turismo delle radici, il turismo halal e molti altri. Come già sopra evidenziato la prefazione è stata curata da Sonia Ferrari, docente di marketing turistico e territoriale presso l’Università della Calabria. Nella presentazione del volume si legge il commento della docente “Attraverso questo saggio si possono conoscere e capire meglio i principali cambiamenti che stanno determinando una vera e propria rivoluzione nel settore turistico e che impongono agli operatori del settore una costante attenzione verso consumatori sempre più esigenti, consapevoli e desiderosi di rispettare i luoghi che visitano e la gente che vi abita”.

Il turismo oggi, a causa della pandemia mondiale, è un settore fermo e questo e-book può essere una lettura utile per gli operatori che tra qualche mese dovranno ripartire, per gli amministratori che vogliono differenziare i loro territori sul mercato internazionale, prendendo spunto da nuove idee e visioni messe nero su bianco dall’autrice.

Debora Calomino è giornalista pubblicista e blogger, si occupa prevalentemente di turismo e marketing territoriale. Laureata in Scienze del Turismo e Valorizzazione dei sistemi turistico culturali presso l’Università della Calabria, ha conseguito inoltre un master in editoria e comunicazione. È cultore della materia (Marketing Turistico e Territoriale) presso l’Università della Calabria. Impegnata nella promozione del territorio grazie alle due associazioni che ha fondato (Onda d’Urto San Lucido e ScopriLaCalabria), tiene  seminari agli studenti dell’università e realizza ricerche sul turismo pubblicate su autorevoli riviste di settore. Scrive su diverse testate giornalistiche sulle pagine dei viaggi e del turismo, per raccontare le eccellenze del Sud Italia.   Nel settembre 2018 ha vinto il Premio Giornalistico Internazionale Terre di Calabria, nella sezione Turismo, Ambiente e Cultura; mentre nel 2020 il Premio Hombres Itinerante dedicato a Piepaolo Pasolini nella sezione Giornalismo, con un articolo dedicato al turismo nei borghi. (fb)

 

VISIONI TURISTICHE – Marketing, Cultura e Tendenze
di Debora Calomino
Maurflix Edizioni – ISBN: 9788868630164

Intanto
di Paolo Jedlowski

di FRANCESCO KOSTNER –

Emergono sentimenti profondi e una grande energia intellettuale dalla lettura del libro “Intanto”, scritto per i tipi di Mesogea da Paolo Jedlowski, uno dei più stimati sociologi italiani. Non è certo nella categoria dei lavori scientifici propriamente intesi che “Intanto” può essere collocato; né, d’altra parte, questo deve essere stato l’intento di Jedlowski, impegnato a sviluppare una serie di riflessioni che mettono in luce la sua capacità d’interpretare, in modo tutt’altro che scontato, le vicende del nostro tempo. Sentimenti, cuore, passione, si diceva, ma anche un serio e scrupoloso metodo di lavoro, che rende l’autore un riferimento imprescindibile per provare a comprendere, oltre la conoscenza dei testi “sacri”, cosa sia e come sia possibile approcciarsi alla Sociologia, che da oltre quarant’anni insegna negli atenei italiani. Università della Calabria in testa. Il luogo in cui, materialmente e “spiritualmente”, via via ha preso forma il modello introspettivo, la qualità dell’analisi e la capacità di Jedlowsky di mettersi in sintonia con i problemi del mondo. Aiutandoci a comprenderne le peculiarità, gli aspetti meno percettibili, gli effetti nella società.

L’impressione (sin dalle prime pagine) è che in questo libro Jedlowski provi a fare i conti con sé stesso. Senza infingimenti. E men che meno attenuando la sua naturale vocazione a “scavare” fino alla radice dei problemi. Scrutandone ogni più piccolo aspetto. Espungendone ogni elemento superfluo. Lo sviluppo del testo segue alcuni focus tematici cari all’autore, che hanno reso famose le sue lezioni all’università, catturando l’attenzione degli studenti coinvolti in un’inattesa relazione di “amorosi sensi” con il mondo della Sociologia, dalle prime elaborazioni teoriche ai fondamentali contributi weberiani fino alle ricerche più recenti in questo campo di studi. Argomenti abilmente setacciati, passati in controluce, attraverso lo strumento delle fonti autobiografiche, alle quali Jedlowski dà fondo proponendo riflessioni, talvolta trattate in precedenti lavori, ma oggi “bersaglio” di più accurati e meticolosi “dardi” introspettivi.

Rivisitazioni “mature”, si potrebbe dire, condotte attraverso un sapiente utilizzo dell’avverbio “intanto”: lo speculo attraverso il quale Jedlowsky si tuffa nella profondità di ricordi e di esperienze personali, riuscendo infine nel suo intento “rigenerativo” di osservare il mondo con maggiore consapevolezza e sensibilità. “Intanto” è una pregnante rappresentazione del “sé” immerso nelle identità altrui, negli orizzonti di senso che abitano l’umanità. Molto più, dunque, che una “trovata grammaticale”, capace certamente di incuriosire il lettore, ma sideralmente distante dalla considerazione del rinnovato approdo esistenziale cui l’autore dimostra di essere arrivato. Una ricchezza argomentativa che rappresenta il nucleo portante della riflessione di Jedlowski. Il risultato, certamente apprezzabile, di una costruzione sociologica tentacolare che fagocita – è proprio il caso di dire – l’attenzione del lettore. Il quale, non ha difficoltà a seguire i richiami dell’autore alla concretezza di un’analisi allo stesso tempo gustosa e accattivante, come si diceva partorita da esperienze personali, ma espressione di una modalità interattiva in grado di tratteggiare i contorni di una socialità ricca di valori, e di concorrere alla costruzione di una coscienza autenticamente civile.

Il peso degli anni si fa sentire. Jedlowsky non nasconde di ri-pensare al tempo trascorso e alla vita di oggi, che non permette più indugi, perdite di tempo, scelte poco ponderate. E nemmeno le chances avute in precedenza. E’ a questo punto, per esempio, che la figura del padre, uno di quegli uomini “dalle passioni grigie” bersaglio di critiche ingenerose negli anni della contestazione giovanile (nonostante le “virtù civiche” di cui erano certamente custodi), diventa un pezzo importante della nostalgica retrospettiva relazionale cui Jedlowsky si sottopone. Anche per sua madre c’è uno spazio particolare, un intimo affresco colorato di sentimenti intensi e di immagini nostalgiche, riflesso della consapevolezza con cui Jedlowski guarda ora alla successione delle fasi che attraversano la vita. Un esercizio non facile, ma al quale l’autore non rinuncia. Pacatamente. Delicatamente. Con percepibile coinvolgimento emotivo. Anche qui, come in altri intensi passaggi del libro, l’avverbio tanto caro al professore torna a fare capolino. A dichiarare la sua consistenza logica e “strumentale”. La sua essenziale capacità comparativa. Il suo sorprendente lavorio esistenziale. Quel nesso che aiuta a inquadrare le cose, gli accadimenti, le persone all’interno di un tempo allo stesso tempo costante e fuggente. “Intanto è proprio questo che vuol dire”, scrive Jedlowski, “ci sono cose intorno a te a cui consapevolmente non badi, e quando nel ricordo le fai emergere, le metti accanto alle parti centrali del ricordo, dicono qualcosa degli ambienti in cui tu stavi. O di quelli in cui ti piaceva entrare”. Insomma, un’affascinante ermeneutica della quotidianità e delle stagioni della vita, che si dispiega dalla prima all’ultima pagina del libro. Senza mai lasciare che l’attenzione perda di intensità. E che il filo conduttore del ragionamento, “intanto” non venga smarrito.

Paolo Jedlowski
Paolo Jedlowski

C’è spazio anche per appassionate incursioni nell’universo culturale e sociale del Sud e, particolarmente, della Calabria, che Jedlowksi ammette di aver conosciuto carico di qualche pregiudizio, subito abbandonato per consegnare questa parte del Paese ad una narrazione reale e, soprattutto, dignitosa. Periferia, egemonia, subalternità, genuinità dei luoghi, delle persone, si alternano in un ri-ciclo virtuoso e nella ri-costruzione dell’immaginario collettivo, dell’identità locale con cui Jedlowsky, agli inizi della carriera universitaria, si confronta. Quel mondo nuovo che prende forma anche attraverso la costruzione della nuova università (quella di Arcavacata, cioè l’Università della Calabria) che dovrà – riuscendovi in parte – modificare i tratti distintivi dell’economia, della società, della cultura, del territorio, anche grazie al contributo di tanti docenti venuti “da fuori” a con-dividere la portata di quel rivoluzionario progetto di crescita e di trasformazione identitaria.

La narrazione, a questo punto, diventa ancora più incisiva. A tratti incalzante; e così gli “Intanto”, che fanno capolino tra un argomento e l’altro, come nel caso delle generazioni (“…vivono simultaneamente, cioè una vive intanto che c’è l’altra”), che hanno orizzonti differenti e sulle quali pesa il rischio di dannosi etnocentrismi.

Si potrebbe scrivere chissà quanto ancora di questo libro, ma non ne abbiamo la possibilità, né potrebbe essere diversamente, visto il carattere di questo profilo. Sarà certamente la lettura del testo (che si raccomanda) a fornire altri elementi di valutazione, oltre a quelli succintamente messi in luce. Un esercizio utile che aiuterà, siamo certi, a cogliere anche la “sorgente” della conoscenza e dell’esperienza cui Jedlowsky attinge. E il valore, davvero considerevole, del suo contributo. (fk)

INTANTO
di Paolo Jedlowski
Mesogea Edizioni, ISBN 9788846921895

Destinazione Chicago. Una storia d’emigrazione
di Giuseppe De Bartolo

di PIETRO RENDE* – In Destinazione Chicago (Rubbettino), Giuseppe De Bartolo, noto docente di Demografia all’Unical, ricostruisce la sua esperienza di bird of passage (uccello di passaggio) sotto il cielo dell’immenso lago Michigan dove “Ti aspetti la città di Al Capone e ti trovi viali sereni… ti si spara una città marina…come un mare Adriatico… alle porte del west degli Stati Uniti… (che) permetteva  ai sarti di poter emigrare fuori quota nelle fabbriche della manifattura tessile”!

Figlio, appunto, di un’eccellenza sartoriale Rendese, si trova a raggiungere la famiglia oltre Oceano, pur avendo già conseguito l’anno prima,nel 1966, una Laurea in Statistica col massimo dei voti che gli consente di trovare lavoro in un’Assicurazione e poi di ritorno a insegnare in Italia. A prescindere dalla millimetrica, preziosa, esposizione dei dati sull’emigrazione italiana e meridionale, di cui è sicura expertise e autorevole docenza, archivio storico e frutto di ricerche sulle ragioni delle politiche migratorie da Mussolini ai restrittivi Immigration Act, il testo nelle finali conclusioni “morali” riapre le grandi questioni aperte dalla rivoluzione universale del Sessantotto e vissuta in America da un giovane neolaureato, ben al di sotto dei Trenta, che si trova a un incrocio di inserimento nella vita sociale  che si intreccia con quella personale.

Non si fa torto alla preziosità dei ricordi comuni a tanti emigranti che adesso senza complessi d’inferiorità raccontano le loro iniziali disavventure comuni quando  tornano d’estate nei paesi d’origine, in occasione delle festività patronali, a ritrovare gli amici e i parenti sopravvissuti o a riaprire e riabitare proprio le loro stesse vecchie case e tornare a dormire negli stessi letti dove sono nati. Ma il testo di De Bartolo non si ferma qui e imposta con felice stile spigliato e particolareggiato un confronto tra le  rivoluzioni culturali che li hanno investiti e hanno dovuto sopportare temendo di cambiare senso e  missione impressi alle  loro vite individuali da sistemi alternativi e mentalità correnti più monetaristiche che umanistiche ancorché destinate  ad allearsi sotto le ben più gravi minacce mondiali della Guerra Fredda. Nel terribilis annus 1968, dopo le dimissioni di Johnson da presidente USA, l’assassinio di Bob Kennedy e quello di Martin Luther King, cosa doveva e poteva fare un giovane professionista non ancora trentenne, che pure aveva trovato un ottimo lavoro in un’Assicurazione che già  per i suoi  algoritmi utilizzava la carta magnetica e non più quella perforata? In quella società tecnologicamente più avanzata , però, l’eco dei conflitti sessisti e soprattutto razzisti giungeva più forte e malinconica dei più violenti ma silenziosi e dolciastri “Sindacati” mafiosi. Cosa scegliere se non tornare a casa dove uno stimato notabile della politica, in un incontro coi Rendesi di Chicago, gli aveva garantito che avrebbe trovato ad attenderlo quel lavoro che aveva spinto la famiglia e poi lui stesso a emigrare per guadagnare 15 volte di più. Ma la vera o unica ragione non poteva essere più o solo questa da quando  sentiva crescere intorno a lui un mood di inimicizia che avvertiva e non sopportava cominciando da una collaboratrice nera del suo ufficio o sulla Metro quando attraversava qualche quartiere con viaggiatori neri o quando la Guardia nazionale era costretta a intervenire nel tessuto locale, specie dopo la grande Marcia dei centomila ad Atlanta.

Il nostro autore, come tanti altri, ora non sopporta più l’odio irrevocabile e crescente tra bianchi e neri, uomini e donne, ricchi e poveri, che in Italia non s’intravvede nello stile dei partiti  e nei borghi tra imparentati o amici di vecchia data che si rispettano e aiutano, eccetto qualche dispetto tra avversari politici facilmente aggirabile al Consolato Usa per potere emigrare nella” Merica ricca”. Perciò mentre “nei lunghi viali alberati di Cicero (sobborgo di Chicago) le foglie d’albero di acero si tingevano di oro e bronzo” dell’Estate indiana, il giovane De Bartolo sceglie il più mesto giallo dei nostri ricci per tornare a casa, con una valigia pieni di libri e di idee radicaleggianti come quelle di McCarthy sulle quote di genere e di giovani che la Convention democratica avrebbe però respinto scegliendo la candidatura più moderata di Humphrey, sostenuta  da Johnson che così si liberava del Vietnam.  E così anche il grande e il piccolo si meticciavano in un unico destino dove non sempre “il passato insegue il futuro”. (pr)

*[Pietro Rende, è stato parlamentare per tre legislature dal 1972 al 1983, nonché consigliere regionale della Calabria] 

Completamente falso, praticamente vero
di Aldo Mantineo

Si fa presto a dire fake news. La tentazione che prende molti – anche sulla scia di “autorevoli” testimonial di caratura internazionale come Donald Trump – di appiccicare l’etichetta di fake news a tutto ciò che non ci sta bene e che non coincida con il nostro pensiero è davvero straordinaria. Ma occorre procedere con grande cautela, tenere ben separato un errore (sempre possibile) e come tale rimediabile a patto di riconoscerlo, dalla volontà di distorcere la realtà, manipolare immagini, mischiare “pezzi” di verità a scenari verosimili, decontestualizzare racconti.  E mai come in questi tempi di smarrimento generale, nel quale abbondano virologi, immunologi e tuttologi, c’è invece necessità di informazioni verificate e accurate, c’è necessità di notizie non urlate e di contenuti scientificamente validati per fare fronte alla marea montante del pressapochismo, del clamoroso ad ogni costo, della disinformazione che trova preziosi (e pericolosissimi) alleati nel negazionismo e  nel complottismo.

Insomma, cercare di non finire nella trappola delle fake news, non è solamente questione di (buona) informazione, il che già non sarebbe cosa da poco. È questione di salute. Quanto le fake news abbiano pesato, e continuino a farlo ancora oggi, sulla gestione della pandemia è davvero sotto gli occhi di tutti. In piena estate, mentre l’emergenza tornava a conquistare in maniera sempre più prepotente spazio e visibilità sui media, a ricordare – numeri alla mano – di cosa si stesse parlando ci aveva pensato uno studio internazionale coordinato da esperti presso la University of New South Wales in Australia e pubblicato sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene secondo il quale sono state almeno tre – da gennaio ad aprile scorso – le ondate infodemiche a colpi di affermazioni false o non verificate, frasi discriminatorie e complottismo. Nel mirino, forse più di altri Paesi,  proprio l’Italia.

Completamente falso, praticamente vero di Aldo Mantineo, giornalista che per oltre trent’anni col suo lavoro quotidiano ha dato voce ai territori,  analizza il racconto dell’emergenza coronavirus fatto dal sistema dei media, non solo di quelli mainstream, e dalla composita galassia dei social e indica la strada per evitare e tenere lontana la disinformazione, soprattutto online. È un “viaggio” nella pandemia fatto anche guardando ad alcuni “casi” specifici diventati paradigmatici per una lettura più generale della vicenda. (dc)

COMPLETAMENTE FALSO, PRATICAMENTE VERO
di Aldo Mantineo
Edizioni Media&Books, ISBN 9788889991619