Event Marketing di Sonia Ferrari

di FRANCESCO BARTUCCI – Spettacoli, manifestazioni ed altri eventi hanno oggi un ruolo molto più rilevante che in passato: oltre a momenti di divertimento e socializzazione, infatti, essi sono mezzi per comunicare ed elementi delle strategie di marketing sempre più utilizzati da enti, aziende, territori, destinazioni turistiche.

Sono questi i temi affrontati dal volume di Sonia Ferrari ‘Event marketing. I grandi eventi e gli eventi speciali come strumenti di marketing’ oggi alla quarta edizione, che è stata appena pubblicata dall’editore Wolters Kluwer. Il libro, che rappresenta da anni un importante punto di riferimento per gli studiosi di eventi in Italia, approfondisce i temi dell’impatto di festival ed altre manifestazioni sul territorio e del loro ruolo come strumenti di comunicazione per soggetti di varia natura.

Nell’odierna economia dell’esperienza, in cui i consumatori ricercano esperienze uniche ed indimenticabili e le imprese desiderano creare con essi rapporti forti e duraturi, mentre le destinazioni turistiche e i territori competono in modo sempre più acceso, gli eventi rappresentano, infatti, leve di marketing dall’importanza crescente. Sono strumenti che possono rafforzare immagine, brand e posizionamento, differenziare l’offerta, far sì che uno sport o una forma d’arte diventino veicoli per coinvolgere consumatori, residenti, finanziatori, investitori.

Questa quarta edizione del volume affronta temi nuovi, anche alla luce dell’evoluzione dei consumi nel post-Covid, e presenta numerosi casi ed esempi stimolanti. Il lettore sarà accompagnato alla scoperta del settore degli eventi attraverso gli occhi dello studioso interessato a conoscere effetti, impatto, implicazioni di marketing ed eredità di eventi speciali e grandi eventi, ma anche di manifestazioni meno rilevanti, in termini socio-culturali, ambientali ed economici. L’autrice, Sonia Ferrari, insegna Marketing Territoriale e Marketing del Turismo all’Università della Calabria. Presso lo stesso ateneo ha presieduto il corso di laurea in Scienze Turistiche e la laurea magistrale in Valorizzazione dei Sistemi Turistico-Culturali. I suoi principali interessi di studi e ricerca riguardano, oltre all’event marketing, tematiche relative al marketing del turismo, il turismo esperienziale, il turismo delle radici.

Un capitolo del volume, scritto dal sociologo Chito Guala, studioso di queste tematiche da anni e conosciuto a livelli internazionale, è dedicato alle Olimpiadi ed altri grandi eventi come momenti di avvio di processi di rigenerazione urbana. Con Guala la Ferrari ha realizzato numerose pubblicazioni internazionali.   (fba)           

SONIA FERRARI
EVENT MARKETING
edizioni Wolters Kluver, ISBN 9788813379841
370 pagg. 33,00 euro

La tragedia degli Alberti e la strage di Pentidattilo, di Saverio Abenavoli Montebianco

La Tragedia degli Alberti e la strage di Pentidattilo, edito dalla Rondine di Catanzaro, è il nuovo documentatissimo saggio dello storico Saverio Abenavoli Montebianco, appassionato cultore della Civilisation normande e della affascinante epopea dei normanni dell’Italia Meridionale.

Il testo illustra il tragico avvenimento della strage di Pentidattilo con lo sterminio della Famiglia del Marchese Alberti, la quale esce dall’ambito della storia locale o regionale per acquistare specificità di simbolo di rivolta contro l’immenso degrado morale, sociale, economico e comportamentale, contro la protervia usurpatrice e banditesca della nuova classe dirigente dei funzionari e dei “nuovi nobili” della Corte del Vicereame di Napoli nei secoli XVI e XVII, a parere unanime degli storici e degli studiosi, i secoli più oscuri, più tenebrosi, più corrotti, più degradati e più lacrimevoli della storia del Mezzogiorno di Italia.

Per la Corte spagnola del Vicerè, la Calabria ed il Napoletano erano solo delle Colonie di rango africano dalle quali prelevare risorse economiche necessarie per le continue guerre.  I Vicerè che si sono succeduti non governarono affatto il Meridione di Italia e lo amministrarono molto male anche con l’aiuto di funzionari corrotti e dei “nuovi nobili” che erano arrivati al feudo dopo le loro scorrerie di sopraffazioni e di illegittimi maneggi mercantili!.

La tragedia di Pentidattilo pertanto, non può essere enucleata dal suo contesto e dal suo naturale background storico nel secolo XVII che resta lo scenario principale ed il terreno necessario e la conditio sine qua non, per una corretta, valida ed equilibrata relazione espositiva. Altrimenti si rischia di perpetuare ulteriormente ed ancora, tutte le falsità storiche della “sfrontata e perfida montatura spagnola”, che voleva fare ricadere sulle spalle del povero Bernardino e della sua sfortunata Antonia tutte le colpe del misfatto!.

Falsità storiche, ingiuste accuse, devastazioni del buonsenso e della ragionevolezza, falsi racconti di eventi, e bugie stellari, da parte degli arroganti funzionari spagnoli per accusare Bernardino dei tanti omicidi che andava impiccato insieme alla moglie Antonia, per impossessarsi dei loro ricchi e rinomati feudi tanti agognati dai funzionari spagnoli.

Questi ultimi cercarono con ogni mezzo a disposizione di rapinare le verità storiche che riguardavano gli avvenimenti della tragedia ed il comportamento di alcuni personaggi incolpevoli ed innocenti, i quali al contrario, fin dal primo momento dei tragici eventi avevano invece conquistato il cuore, l’animo ed il profondo favore della vox populi e dei profondi valori delle tradizioni cavalleresche del mitico Aspromonte e dell’Area Grecanica Reggina. 

Non mancarono, pertanto, degli studiosi e letterati ed intere popolazioni dei paesi e dei casali Reggini, che nel comportamento politico e sociale del Cavaliere Bernardino erede di tanti eroici ed antichi cavalieri normanni – che portarono in Calabria i sani ed i corretti principi della cavalleria di Carlo Magno di cui avevano sposato le figlie ed i costumi cavallereschi – hanno voluto intravedere una valenza patriottica e risorgimentale  e la continuazione della rivoluzione napoletana di Genoino e Masaniello del luglio 1647!

L’ammirazione per Bernardino Abenavoli, l’inserimento di elementi di verità e di correttezza nell’azione di Bernardino, la complicità del Clero e di ben due noti Arcivescovi Calabresi, la tolleranza dello stesso Governatore spagnolo di Reggio Calabria, subito allontanato dalla Corte, nonché la declamazione e la divulgazione della famosa sentenza di totale assoluzione di Bernardino da parte di Sua Maestà Imperiale Leopoldo di Austria, Capo della Lega Santa eseguita presso l’Altissima Corte Imperiale di Vienna nell’anno 1686, che reintegrava il valoroso Bernardino nei suoi titoli, nei suoi averi,  nei suoi feudi e nelle sue alte Dignità Nobiliari e nel suo ruolo di Condottiero dell’esercito austriaco, e infine la visione enfatizzata della sua morte eroica combattendo contro i Turchi che stavano conquistando Venezia e Vienna, nascondono con una onesta dissimulazione l’opposizione alla Spagna e creano il primo tipo di Bandito Ribelle della Calabria Moderna.

In questo saggio storico, tra la storia vera ed il mito (che sempre storia è!), l’Autore racconta nella sua documentatissima opera non solo la singolare e molto conosciuta vicenda della “Strage di Pentidattilo” che ha interessato molti scrittori e numerosi cronisti, ed anche il teatro e soprattutto il piccolo e grande schermo, ma fa rivivere anche ed ancora il mito scespiriano di Antonia e Bernardino, cioè  la magnifica storia di amore contrastato tra la bellissima ed affascinante Antonia Alberti, Marchesa di Pentidattilo, ed il romantico ed eroico Cavaliere Avenel Drengot Bernardino Abenavoli, Barone di Montebello, dei Principi Normanni Avenel Quarrel Drengot di Aversa e di Capua.

L’autore Saverio Abenavoli Montebianco dedica con affettuosa emozione questa sua opera alla Marchesina Antonia Alberti, la vera protagonista di questa storia di immenso amore, insieme con tutte le figure femminili, storiche e non, le quali patirono nella loro esistenza a causa di sublime e romantica idealità sentimentale ed amorosa!.

Esse furono sempre vittime dell’ignoranza, della ingiustizia, dell’arroganza, e degli intrighi di potere della nostra società prepotentemente governata dagli uomini, quasi sempre esse furono manipolate ed asservite nel loro ruolo essenziale di donne da una inesorabile cultura maschilista. A tal punto, come accadde alla nostra amatissima Antonia, di desiderare di essere relegata in un Convento, dove la solitudine ed il silenzio del Chiostro, riuscivano a conciliare anche con le preghiere il forte convincimento, finanche religioso, di poter trovare finalmente nell’altra vita, il premio del proprio riscatto e la conferma della propria felicità.

La tragica vicenda di Pentidattilo, dove nella notte di Pasqua del 1686 venne distrutta quasi tutta la famiglia Alberti, certamente per mano del truce “Capobastone” degli “scherani” del Marchese Alberti, che da molti cronisti viene indicato con il nome di Giuseppe Scrufari, fa da sfondo come in una tragedia greca al tragico amore tra Bernardino ed Antonia.

Ma nello stesso tempo dimostra l’eroica statura e la grande forza d’animo della giovanissima e bella Antonia, che cercò di opporsi e volle combattere contro il dominio maschile del fratello Lorenzo che la voleva sottoporre per motivi mercantili e di mero utilizzo sociale al matrimonio con uno sconosciuto di cui non sopportava neanche la presenza.

E tutto questo scempio nel bel mezzo del suo delicato periodo adolescenziale (Antonia aveva solo 18 anni ! ), durante il quale l’amore giovanile veniva ad inondare di pura e nuova luce e di incancellabile incanto il suo primo amore di donna che faceva volare i suoi sentimenti al confine con la divinazione!

Il comportamento della bellissima Antonia, la cui bellezza superava quella delle Dee dell’Olimpo, venne così a confermarsi come una personale e libera “reconquista” nell’amore per Bernardino che rappresentava non solo il suo agognato traguardo, ma la sua ancora, il completamento dei suoi sogni e della sua giovane esistenza e soprattutto del suo destino di donna!

La bella Antonia amava infatti con tutto l’ardore dei suoi giovani anni, il giovane ed adorabile Bernardino, anch’egli fortemente innamorato della splendida Antonia che poi riuscì a sposare!

Ma le conseguenze furono veramente tragiche come gli avvenimenti confermeranno. 

Donna Antonia, “Coscienza Umiliata”, nei suoi affetti più cari e nei suoi sentimenti più intimi ed essenziali della sua esistenza, della sua personalità, e della sua dignità di donna, a causa dello strapotere familiare e maschilista, nonché a causa di intrighi di esperte cortigiane e di arcaiche consuetudini sociali, diventa così il simbolo sublime e la testimone della dignità umana delle donne e della idealità romantica e sognante dell’Amore Cortese.

Il tempo ha cancellato ragioni e colpe, gioie e lutti, rovine e stragi!

Sopravvive solo nel tempo e diventa leggenda e si trasforma in Mito il grande amore contrastato tra l’affascinante castellana Antonia Alberti Marchesa di Pentidattilo, e Baronessa di Montebello, dopo il suo matrimonio con Bernardino, il leggendario cavaliere Avenel Quarrel Drengot, che immolò la sua vita combattendo contro i Turchi che stavano conquistando Vienna e Venezia!

Per la fiamma immensa della loro luminosa passione, per le loro inenarrabili pene, per le loro giovani esistenze immolate senza colpa, Antonia e Bernardino diventano con il tempo una sacra icona, un monumento perenne ed il simbolo più autentico e sublime che illumina il cuore, l’animo e la mente dell’Uomo e della Donna nel creato e per l’eternità…

La tragedia sofoclea shakespeariana della loro vicenda passionale scritta dall’impareggiabile mano del Destino, vola verso l’eternità e continua idealmente a vivere confermandosi come solido avvenimento storico che la sensibilità e la fantasia popolare ha trasformato in un romantico Mito non meno toccante, infelice e lacrimevole, ma certamente più intenso e più  sentito di quello di Giulietta e Romeo o di quello di Paolo e Francesca, con lo sfondo superbo ed incomparabile del Mitico Aspromonte, la Montagna Sacra, sede della Fata Morgana, sorella di Re Artù e culla della “Canzone di Aspromonte”, il Poema Cavalleresco dei Normanni che dall’Aspromonte volò verso l’intera Europa e verso le Corti Europee nel XII secolo, decantando il valore e le virtù cavalleresche dei Cavalieri Normanni!

La Storia non è in contrasto con i Miti, anche perché molto spesso noi riusciamo a conoscere la vera storia attraverso e grazie ai Miti!

E non va dimenticato che il “Mythos Omerico” era una parola sacra poiché veniva pronunciata da un Dio in circostanze particolarmente solenni!

Ancora oggi noi sappiamo che il Mito può essere una ricchezza inestinguibile, straordinaria e divina che ci può guidare nei sentieri aspri ma sacri della storia e nella conoscenza dei meandri dell’animo umano. 

LA TRAGEDIA DEGLI ALBERTI
E LA STRAGE DI PENTEDATTILO
di Saverio Abenavoli Montebianco
Rondine Edizioni   ISBN 9788832268614

La Chiesa e il Sud: l’ultima intervista di mons. Cantisani su Wojtyla in Calabria nel 1984

La Chiesa e il Sud: ritorna in un libro l’ultima intervista del vescovo emerito mons. Antonio Cantisani (scomparso il primo luglio dell’anno scorso) sulla storica visita di papa Wojtyla in Calabria, dal 5 al 7 ottobre del 1984. Il libro è firmato da don Giovanni Scarpino, che guida da anni la parrocchia di San Massimiliano Maria Kolbe a Catanzaro.
Cantisani – scrive Scarpino – cittadino onorario e illustre del capoluogo calabrese, fu il primo metropolita e il primo a celebrare il Sinodo nelle due diocesi unificate nel 1986. Fu anche il primo a fare visita al Consiglio Regionale della Calabria, invitando tutti i rappresentanti della politica a riscoprire e promuovere sempre la centralità della persona e il bene comune.
Dopo avere ricordato le prestigiose pubblicazioni, fra cui i profili dei vescovi e di Cassiodoro, Don Giovanni Scarpino ricorda come Cantisani ribadiva “la necessità, soprattutto ai pastori, di evitare ritardi e peccati che hanno segnato anche il cammino umano della Chiesa, fra luci e ombre, ma sempre vivificato dalla misericordia e dalla grazia del Signore”. Cantisani “ha sempre insegnato a tutti a saper vivere con gioia ed impegno in una Chiesa sinodale”.
Scarpino a proposito della visita del Papa, annota: “In quel tempo la Calabria si presentava con un’anima amara per l’invincibile disgregazione sociale; la mancanza di lavoro, le bande che sequestravano, le lupare che ammazzavano e il traffico della droga, la più pesante esclusione dai grandi processi di trasformazione economica”. Commentando le parole del Papa pronunciate in Calabria a Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria, Lamezia, Serra San Bruno, Paola, secondo Mons. Cantisani come riporta Don Giovanni Scarpino “non possiamo accontentarci di una catechesi superficiale, che presenta solo qualche verità astratta, e unicamente in preparazione ai Sacramenti. Succede così che dopo la prima comunione o al massimo la cresima, i ragazzi ci lasciano quasi tutti”. E riporta anche parole di Giovanni Paolo II per la necessità di recuperare “quel vasto fenomeno della religiosità popolare, che se liberata dalle eventuali incrostazioni superstiziose, costituisce una grande ricchezza spirituale delle genti di Calabria”. E ancora il Papa al popolo che l’acclamava all’arrivo all’aeroporto: “La legge divina costituisce il fondamento di ogni giustizia, e solo tenendo conto di essa è possibile dare origine a modelli sociali conformi alla dignità umana. Quando si offusca la luce della morale, all’uomo viene a mancare la stella polare su cui orientare il proprio comportamento di vita ed egli finisce con l’organizzare la terra contro se stesso”.
Sollecitato dalle domande di Scarpino se con la visita del Papa i calabresi abbiamo capito di più i segni efficaci dei sacramenti, Cantisani precisa: “Certo, è un fatto positivo che, nonostante il secolarismo che avanza, quasi tutti i calabresi continuino a chiedere i sacramenti. Ma, nella maggior parte dei casi, rimangono riti che non coincidono con la vita”.
E poi sulla famiglia: “quando si dissolve il vincolo fondamentale della famiglia…, anche la società corre irreparabilmente verso l’abisso della propria disgregazione”; la politica, “l’auspicio che si formi una nuova classe dirigente, capace di distinguersi per il rigore morale, per la competenza progettuale e operativa, e per il generoso impegno a servizio del bene comune”; i giovani, “perché essi, per la loro età, sono le antenne che percepiscono in anticipo le strade lungo le quali la storia è chiamata a camminare”. Nessun fedele deve tirarsi indietro.
Cantisani, morto il primo luglio del 2021, si è sempre servito anche della stampa per ampliare la sua voce. Aveva pensato anche ad un canale televisivo a livello regionale. Fra i giornali che aveva fondato, il prestigioso giornale cattolico Comunità Nuova, che dava voce alle parrocchie, ai fedeli, e naturalmente al Vaticano, oltre che servizio di informazione capillare sull’agenda del Vescovo, cultura, attualità, costume, preghiera, storia, approfondimenti. Ma ormai Comunità Nuova non si vede più da oltre un anno, un’altra voce incomprensibilmente soffocata.
Don Giovanni Scarpino chiudendo il suo lavoro, corredato da fotografie di Cantisani con Giovanni Paolo II, Papa Francesco, e altre immagini storiche, parla dell’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace Mons. Cantisani come “un pastore mite e di grande sapienza spirituale. Per tutti ha avuto una parola buona, poiché ha sempre rispettato la centralità della persona, promuovendo il bene comune con il dialogo e la misericordia. Grazie Pastor Bonus. Rimarrai sempre nei nostri cuori”.
Il titolo del libro di Don Giovanni Scarpino è “La Chiesa e il sud nelle parole dell’Arcivescovo Mons. Antonio Cantisani” (Grafiche Simone). Il Vicepresidente del Sindacato Libero Scrittori Italiani sezione Calabria, Luigi Stanizzi, ha espresso parole di riconoscenza verso l’autore, fra l’altro “per avere saputo ancora una volta, in modo impareggiabile, interpretare le attese dei lettori che sulla figura carismatica di Mons. Antonio Cantisani, richiedono costantemente   informazioni, commenti, ricordi, studi. Fra quelli che hanno avuto il privilegio di conoscerlo c’è chi chiede la pubblicazione delle sue omelie, che arrivavano al cuore attraverso la ragione. L’opera di Scarpino cristallizza la storica visita di Papa Wojtyla vista con gli occhi di Mons. Cantisani, pubblicazione unica nel suo genere”.
Don Giovanni Scarpino guida da anni la sua parrocchia avvicinando in particolare giovani e anziani in una realtà rara se non unica in Italia: la chiesa all’interno dell’area di un mega Centro Commerciale: Le Fontane. Già Cancelliere dell’Arcivescovado, da giornalista don Scarpino scrive per le più prestigiose testate locali e nazionali, da scrittore ha pubblicato numerosi volumi di carattere religioso e storico che hanno riscosso successo di critica e di pubblico. (rcz)
GIOVANNI SCARPINO
LA CHIESA E IL SUD NELLE PAROLE DELL’ARCIVESCOVO MONS. ANTONIO CANTISANI
GRAFICHE SIMONE

Il cercatore di luce di Carmine Abate

di FILIPPO VELTRI – Carlo ha dodici anni quando sale in Scanuppia, una montagna del Trentino, per trascorrere le vacanze estive nella baita di famiglia. I genitori non fanno che litigare, la tensione è palpabile, eppure un inatteso sollievo lo coglie quando si immerge nel dipinto appeso nella sua stanza: una giovane donna con un bambino tra le braccia. Chi sono quelle due persone? Al ragazzo pare di riconoscerle e chiede notizie alla Moma, la nonna originaria della Calabria, scoprendo che il nonno aveva conosciuto il pittore, Giovanni Segantini.
Carlo si trova così a ricostruire la trama intima e collettiva di un intero secolo, a partire dalla travolgente vicenda umana di Segantini, legata a quella della propria famiglia. Mentre è alle prese con i primi turbamenti sentimentali, il ragazzo si appassiona all’amore tra l’artista e Bice Bugatti, donna carismatica e compagna fedele, sempre al suo fianco dall’incontro a Milano agli anni in Brianza e in Svizzera.
In un romanzo epico e visionario, Carmine Abate torna a raccontare un’appassionante storia famigliare, e vi intreccia con maestria la straordinaria avventura esistenziale e artistica di uno dei nostri più grandi pittori, muovendosi – con l’autorevolezza di chi li conosce nelle più segrete profondità – in luoghi lontani ma dalla identica, struggente meraviglia: dal Trentino di Arco e della Scanuppia, paradiso naturale degli urogalli, alle altezze sublimi di Maloja, all’altopiano della Sila, monumento alla bellezza nel cuore del Mediterraneo.
Avvalendosi di un meccanismo narrativo ad alta precisione alimentato da una lingua insieme morbida e acuminata, Abate scolpisce un potente romanzo corale che affronta temi universali: la vita, la natura, la morte, gli stessi del famoso Trittico della Natura di Giovanni Segantini. È lui l’inesausto cercatore di luce che, pur presagendo la fine ormai prossima, sale in montagna a dipingere l’ultima, grandiosa opera. L’unico modo per sconfiggere la morte. La sua e la nostra.
Carmine Abate è nato a Carfizzi, un paese arbëresh della Calabria. Emigrato da giovane ad Amburgo, oggi vive in Trentino. Come narratore, ha esordito in Germania con Den Koffer und weg! (1984) e in Italia con Il ballo tondo (1991), cui sono seguiti raccolte di racconti e romanzi di successo. I suoi libri, vincitori di prestigiosi premi, sono tradotti in numerosi Paesi. Con La collina del vento (2012) ha vinto il 50° Premio Campiello.
Il suo ultimo romanzo è appunto “Il cercatore di luce”. (fv)

CARMINE ABATE
IL CERCATORE DI LUCE
Mondadori, Isbn 9788804737391

La scomparsa di Pietro Citati: il ricordo di Chiara Fera

Grande cordoglio nel mondo della cultura per la scomparsa di Pietro Citati, scrittore, saggista e fine letterato. Lo ricorda Chiara Fera, giornalista e autrice de Il libro invisibile di Pietro Citati edito da  Rubbettino e presentato a Roma nel 2018  da Giorgio Montefoschi (scrittore Premio Strega) e Piero Boitani (direttore letterario della Fondazione Lorenzo Valla e già docente di Letterature Comparate all’Università La Sapienza di Roma e di Lingua e Letteratura Italiana all’Università di Cambridge).

«Il più grande scrittore dei nostri tempi – ha detto la Fera –.  Autore di brillanti articoli e saggi sui più importanti scrittori della letteratura mondiale, con la sua prosa giornalistica lucida e immediata ha compiuto il più straordinario del miracoli: riportare la letteratura lì dove è nata, tra la gente, avvicinando donne e uomini alla bellezza delle parole che raccontano la loro stessa vita e dimostrando che non può e non deve essere impolverata con tecnicismi accademici, né rinchiusa nelle aule universitarie o ridotta a pruriginoso sentimentalismo sulle terze pagine dei quotidiani. Il mio libro è una ricerca sulla sua straordinaria cifra stilistica che ha affascinato milioni di lettori nel mondo, sull’abilità di immedesimarsi nei grandi scrittori della letteratura mondiale, di insinuarsi nella loro individualità più intima per poi riemergere con incastri narrativi prima di lui inimmaginabili: autori e personaggi, romanzi e testi poetici sono stati spogliati, sviscerati e ricostruiti (o meglio, riscritti) con un ineguagliabile impulso narrativo che invade con prepotenza lo scopo critico dei suoi articoli, in cui autore e opera divengono protagonista e trama di un inedito romanzo critico».

Spiega Chiara Fera: «Appassionante la monografia su Fëdor Dostoevskij, scritta inavvertitamente e sorprendentemente sulle pagine culturali dei quotidiani, per lettori comuni, vincendo la faticosa sfida contro il reazionario elitarismo della letteratura. Per la sua intransigenza attirò diverse critiche. Ma faceva bene. Nella vita bisogna essere intransigenti. L’alternativa perseguita il nostro tempo: mollezza di spirito, superficialità d’animo, inconcludenza spaventosa. In uno dei nostri incontri mi disse: “Non badi alle chiacchiere che si fanno in giro, lasci perdere le mode del momento, i consigli improvvisati. Legga. Non deve fare altro che leggere, non solo per imparare a scrivere, ma per imparare a vivere”. Era austero, inscalfibile, aveva dalla sua la meraviglia della conoscenza sconfinata. Era il mare che arrestava la vanagloria del turbinio mediatico e gli elogi vacui e interessati dei pensatori del momento. Che riposi in pace, in uno dei tanti mondi che amava esplorare sulla sua poltrona giallo tenue, con un occhio rivolto alle parole e un altro alla mente fantasiosa»  (rrm)

Elsa di Angela Bubba

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Roma, giugno 2022. La città è asciutta. La bocca arsa. Trinità dei Monti una coltre di sole. Giugno è torrido sulla scalinata e anche altrove. Ho bisogno di un libro da leggere. Di pagine che voltate movimentano l’aria. Di una storia che mi trasporti altrove. Magari in un’isola. Passando per scogliere e mare blu.
Via del Corso, libreria Feltrinelli, Galleria Alberto Sordi (appena qualche settimana prima la chiusura dei battenti).

 La copertina è calda come Roma. Elsa è attraente. Angela Bubba, (Elsa – Ponte Alle Grazie, 2022), un’illuminazione sopra tutta la letteratura italiana.
Al Colosseo, il primo affondo. Poi altrove. Via del Babuino, Via dell’Oca, Basilica di Santa Maria del Popolo. Il ritorno in Calabria. La mia terra e la radice di Angela. È qui che mi inoltro con profonda devozione e rilasciamento, nella vita di Elsa Morante scritta da Bubba. Una lettura che mi raccomanda solitudine. Che è desiderio e godimento interiore. Procida è di fronte casa. Nei giorni di chiaranza la intravedo. Un punto a cui miro per non perdermi e non smarrire Elsa, a cui più passano i giorni più mi affeziono. Quasi mi affido. Conoscerla, è un desiderio antico. Conoscerla fino in fondo intendo. Fin dentro la pancia, nella testa, nelle pieghe dell’anima. Mi perfora il racconto di Angela. 

La sua scrittura è potente, ribelle, casta e assordante. Elsa non dà pace. Non ne ha. 

Irrompe nel sonno, corrompe al mattino. Turba e non risarcisce. Urge. Arde. Non un giorno di pioggia, tutto sole in questo viaggio intimo nella donna letteraria del ‘900.
Un volo il cui atterraggio è sempre stracolmo di urti. E dove fa male, dove rassetta il dolore. Irma, Elsa… Due madri diverse. Perché nessuna ha mai una copia identica. La prima compiuta, l’altra mancata (forse).
Augusto, Rolando, Arturo, la madrina… Il miagolio dei gatti e la gattara.
Elsa quasi sempre figlia e distrattamente madre. Madre irredimibile di Arturo. Un cuore grande quanto la sua isola. I battiti, le palpitazioni, gli arresti e le improvvise riprese. Le assenze assurde, quasi omicide.
Utilizzo come segnalibro, la sovracoperta, piccina piccina, de L’amata alla finestra di Corrado Alvaro. Una congiunzione che quasi mi disorienta, ma che avviene spontanea. Tengo entrambi i libri vicini, la raccolta di Alvaro è vecchissima, la copertina usurata. Elsa la tiene al riparo da ulteriori danneggiamenti tra le pagine di Angela che, tanto sapientemente l’accompagna, la sostiene, e si fa voce, e si fa incanto. Reincarnazione.
La vita di Elsa è millenaria. Ricca di appunti e di incontri. È “La storia”. La donna “menzogna e sortilegio”.
L’incontro con Alberto Moravia nel ‘36, il premio Viareggio nel ‘48.
Moglie e amante, scrittrice irrimediabile. Condannata al carcere dal demone sobillante della narrazione.
La perdizione con Luchino Visconti nel ‘50, l’incontro col poeta sopra ogni poesia nel ‘54. Pasolini, amicizia e sbattimento.
Premio Strega nel ‘57, lo sconfinamento del sogno nella realtà. 

Arturo, Procida, la meraviglia di tornare per sempre dove restare è l’idea, il progetto, al di là di ogni terrena emozione o condanna.

Angela Bubba accompagna Elsa Morante a fare a pezzi il mondo per ridargli vita. Soffre con lei. Vince, perde. Fa nodi e diventa una fune bagnata.
Il destino è pazzo, burlo. Quest’anno io Elsa e Angela siamo state proposte allo Strega. Il mio debole, però, era tutto per loro. Nonostante “io”. Sembrerebbe poco normale. Invece è normalissimo. È reale. Ed oggi che, con Angela Bubba, ho invaso, grazie all’eternità della letteratura, l’intimità di Elsa Morante, comprendo ciò che verso di loro mi calamitava. E anche il motivo per cui Angela Bubba non lo ha vinto, il Premio Strega. Elsa non era avvezza ai premi, ai podi, alle pose. Tra le pagine di Angela, il suo spirito forte e ardito, finalmente trova la pace a cui l’anima della Morante ha sempre anelato.
Non v’è definizione di spazi tra Elsa Morante e Angela Bubba.

 Esse sono una e una cosa sola.
“La fenice senza ceneri. Io. Elsa.” La spada.

ELSA, di Angela Bubba
Ponte alle Grazie, ISBN 9788833315294

Il custode delle parole, di Gioacchino Criaco

di MIMMO NUNNARI – Scrittore di fiabe e romanziere (l’uno e l’altro insieme) Gioacchino Criaco è la “voce” di quel Mediterraneo (italiano) mescolato con l’Africa e l’Oriente erede della civiltà greca e di altre culture e tradizioni dei popoli delle terre di mezzo. Al centro, nel racconto raffinato di Criaco, c’è sempre l’Aspromonte: la montagna dei profumi, della bellezza, delle magie e dei destini, fatti di abbandoni e partenze. Nel nuovo libro da poco in libreria: Il custode delle parole (Feltrinelli) lo scrittore di Africo narra questo meraviglioso microcosmo mediterraneo mescolato di saperi e tradizioni che s’incrociano.

Lo spiega lui stesso, nell’incipit del nuovo libro, che cos’è l’Aspromonte e la sua gente: “Siamo Oriente e Africa negli enigmi dei volti delle donne a cui apparteniamo…”. Criaco conduce questa volta il lettore sui sentieri naturali, reali e spirituali della montagna-madre: crocevia di sintesi umane che conservano culture e valori e potrebbero nutrire la vita di tutti nella nostra babele moderna. La sobrietà espressiva del romanzo, la sostanza del racconto, la ricerca delle parole salvifiche, unite al senso di concretezza dei fatti narrati, all’interrogarsi per metafore, sui problemi estremi dell’esistenza, danno impulso allo stile di Gioacchino Criaco che abilmente mescola la dimensione reale a quella fantastica, per celebrare l’umanità dell’Aspromonte: “La nostra è una storia millenaria che ha forgiato le parole intingendole nel cuore, nella testa, nella pancia, nel miele e nel sale, nel sangue eroico e in quello codardo, nella punta delle spade e nel taglio delle zappe” scrive, e questo suo modo di narrare sembra un andare indietro per andare avanti, come gli antichi navigatori, che dopo avere perduto la rotta per traversie di mare, al momento di ritrovarla, spesso dal lato opposto, chiamavano la manovra “avanzare di ritorno”.
Avanza di ritorno Criaco, in un libro cammino nell’umanità e nella storia di un sud del mondo in cui si sentono gli echi, le malinconie, la robustezza del racconto di Alvaro e Strati (scrittori di dignità e dimensione europea con salde radici piantate nell’Aspromonte) dei quali è l’erede, o quantomeno lo scrittore che ha assorbito di più la loro lezione di narrazione. Nella resa letteraria del romanzo di Criaco, nelle tematiche in cui s’incrociano ragioni della letterarietà con questioni antropologiche e dimensioni umane negate, ci sono anche le risonanze lontane di grandi scrittori del panorama letterario mediterraneo e sudamericano, o meglio di narratori delle periferie del mondo, come il Luis Sepulveda del romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, o il Nikos Kazantzakis di Zorba il greco. Non tanto per la trama del libro, e neppure per lo stile narrativo, perché quello dello scrittore di Africo è molto differente; anzi, è azzardato e fuorviante ogni accostamento, ma risonanze per l’affinità con la “lettura” di luoghi emarginati, sempre sotto il tallone di qualcun altro; per la somiglianza “nutriente” dei personaggi: il vecchio Antonio José Bolívar di Sepulveda, che viveva ai margini della foresta amazzonica ecuadoriana e l’Alexis Zorba, l’anziano geniale macèdone protagonista del romanzo di Nikos Kazantzakis, con l’Andrìa, il nonno pastore “custode delle parole”. Quei vecchi, appartenenti a mondi diversi, hanno in comune l’essere uomini veri che nel cuore custodiscono i segreti della natura, lo spirito della vita, i valori a cui abbeverarsi, nello smarrimento del presente fatto di inconsolabili ombre assetate. È nello spirito ereditato dai padri e dalle madri greche il custodire la parola del nonno Andrìa, che difende la lingua dei suoi avi come se conservasse fede, mito, Parola divina. Anche in questo intento salvifico della parola c’è un vicinanza spirituale tra la storia raccontata da Criaco e il personaggio del Kazantzakis che (nell’Odissea da lui riscritta) cerca tra i paesini di Creta le parole destinate a perire: nomi di fiori e piante, il lessico dei contadini e dei pescatori, della gente semplice. Kazantzakis nell’Egeo e Criaco nell’Aspromonte, narratori di epoche diverse, di stili differenti, hanno lo stesso obiettivo interpretato dai loro personaggi: salvare la parola, per salvare il mondo. Non ha importanza che Kazantzakis (morto nel 1957) abbia pubblicato il suo libro nel 1938 e Criaco abbia pubblicato Il custode delle parole nel 2022. C’è lo spirito della Madre Grecia a unire i pellegrinaggi alla ricerca di sé e delle proprie radici.
I protagonisti del romanzo di Criaco sono Andrìa il giovane, voce narrante, nipote dell’Andria “custode delle parole”, la fidanzata Caterina e Yidir, profugo africano arrivato sulle coste calabresi coi barconi dalla Libia. La figura del nonno, pastore e “sacerdote” della parola, domina su tutto. Andrìa il nipote, trattenuto nella sua terra dall’amore per Caterina, cambia la sua idea tenace di lasciare la sua terra e di partire, il giorno in cui salva dall’abbraccio mortale dello Jonio Yidir, sopravvissuto ad un naufragio, nelle acque dello Jonio. Anche lui, l’africano, sta cercando un futuro possibile. Quando il nonno lo prende clandestinamente con sé, come aiutante pastore, si accende una luce nella mente di Andrìa. Pian piano si riavvicina all’ambiente delle radici, alla Mana Gi, riscopre storia e cultura del suo popolo, lo stretto legame tra valore della vita e bellezza selvaggia dell’Aspromonte. Accetterà, così, il destino che è chiamato a compiere: custodire, come il nonno, le parole.
Questo nuovo romanzo di Gioacchino Criaco, con la narrazione minuziosa di fatti e cose, è una storia di identità e radici così forti da sfidare il futuro che ancora non conosciamo È romanzo ricco di metafore Il custode delle parole, di sottile ricchezza narrativa, di ritratti, di incontri, di figure che non si dimenticano. Le decisioni di Andrìa (simbolicamente del popolo dell’Aspromonte) richiamano alla responsabilità di doverci prendere cura di ciò a cui sentiamo di appartenere, di saper custodire un mondo e una lingua (il greco di Calabria) che stanno per sparire, ingoiati dalla falsa modernità̀.
Andrìa sente che nelle “parole” del nonno c’è il suo futuro, che quel territorio, l’Aspromonte, la Grande Madre, è la montagna lucente, bianca, non ostile, come è dipinta. Cosa rappresenta Mana Gi lo scrittore lo ha spiegato nell’intervista ad un giornale francese, nell’occasione dell’uscita Oltralpe di “La Maligredi”, il romanzo precedente a Il custode delle parole, il libro che apre definitivamente allo scrittore di Africo le porte della narrativa italiana migliore, dopo i successi di Anime nere, il primo romanzo pubblicato con Rubbettino.
L’Aspromonte, la Mana Gi, ha detto Criaco, è “la Grande Mère, comme est encore appelée la montagne, qui est femme, est l’archétype de la Calabre, du Midi. C’est ce que tout le Sud a été dans le passé. Il représente la dernière résistance d’un monde qui lutte pour ne pas mourir”. Non lo traduciamo questo passo dell’intervista, se non l’espressione “resistenza di un popolo che lotta per non morire”, che fa capire la storia passata e presente della Calabria nata greca. Andrìa, che alla fine accetterà̀ il destino di salvare le parole custodite del nonno, spiega, nella lingua dei padri greci, che ha la musicalità della tradizione orale, che cos’è l’Aspromonte: To Asprovunì anìghi te tthìre ti ston Thìo ppurrì. Anìghi t’arthàmmia apànu ston cosmo asce fata. Echi enan àthropo ti por patì pu, ston pròsopo cratì lagomata azze paleo pezò. Asprovunì ene mia fracti azze aklìese. Thire anictè ce to pedì (L’Aspromonte spalanca le porte al dio del mattino. Apre gli occhi su un mondo fatato. C’è un uomo in cammino che sul volto trattiene ferite di antico soldato. L’Aspromonte è una gabbia di perle. Porte aperte e il volo si perde. È distese di boschi che spengono il fiato. È una madre che sconta in eterno lo stesso peccato. (mn)
GIOACCHINO CRIACO
IL CUSTODE DELLE PAROLE
Feltrinelli, ISBN 9788807035043

La notte prima dell’arcobaleno, di Caterina Silipo

di RAFFAELLA PLUTINO – Ritrovo con piacere, a distanza di anni, la scrittura delicata di Caterina Silipo, già in passato apprezzata per i suoi versi di squisita bellezza, che l’hanno resa cara al pubblico e non solo a quello elitario che ruota intorno al pianeta spesso utopico e irraggiungibile della poesia; tal che, infatti, la sua voce poetica ha conquistato anche il cuore e l’attenzione dei cosiddetti ” non addetti ai lavori”, meritando significativi riconoscimenti da molteplici e variegati contesti.
Ho letto con molta attenzione questo terzo romanzo della Silipo, talmente che ne scrivo dopo mesi e dopo altre parecchie riletture. Non già perché il libro sia di difficile lettura o interpretazione, soltanto perché sin dalle prime battute mi sono resa conto che quest’opera meritava sicuramente un esame molto approfondito dei temi e dei contenuti, peraltro mirabilmente intrecciati a tutta una serie di esperienze umane e letterarie a volte ben delineate e facilmente riconoscibili, altre più sottese e visionarie, e qua, secondo me, sta un primo pregio del romanzo. Che si apre con una inquadratura temporale ben precisa (“era la fine di maggio”), e subito introducendo la protagonista della vicenda (“la mia adorata gattina”), la gattina Nuvola, attorno alla quale graviteranno poi tutte le emozioni, i ricordi dell’autrice, nonché tutte le altre figure di questa suggestiva trama, in primis Adele, l’io narrante, (Alba, Karima, Michele), a fare da cornice, ma tutt’altro che passiva o statica, al prezioso racconto. Dopo poche pagine, ecco che il lettore è portato in un contesto geografico ben preciso, Tirneto (tranquilla cittadina dell’entroterra calabrese),c he dà voce soprattutto ai ricordi, spesso dolorosi, e qua sta il lato realistico dell’opera, affrontato anche in chiave psicologica, attraverso flashback di scenari rurali, caratterizzati spesso da sofferenza, necessità di emigrazione, impotenza, mancanza di orizzonti.
Sappiamo, sin dalle prime battute, che la gattina è malata (“ho composto il numero della clinica veterinaria e ho chiesto di parlare con il veterinario Andrea”). Una malattia che la porterà alla morte. Ma ciò che affascina e cattura, in tutto il libro, è la sapiente mescolanza di sogno e realtà, visione e lucidità, sofferenza e speranza,r assegnazione e utopia. Splendidi passaggi soprattutto nei capitoli “Un tragico salvataggio” e “Il rogo”, forse i più drammatici di tutto il romanzo.
Tuttavia, e qua sta a mio parere la vera forza e magia dell’opera, la narrazione “circolare” apre uno spiraglio di luce su tutta la vicenda, presente, passato, aspettative del futuro, a dimostrazione che qualche filo, dal nero gomitolo, si può tirare.(“Allora niente è come sembra!…Avevo perduto la mia anima, avevo perduto mio fratello, avevo perduto Dio, alla fine ho trovato tutti e tre”).
Decisamente un’opera che tra dolore e visione, ripercorre con grande umanità e delicatezza il rapporto tra “anima” e il mistero della vita. Perché, forse, anche il sogno non sia sterile e la realtà non sia solo il regno del dolore.

CATERINA SILIPO
LA NOTTE PRIMA DELL’ARCOBALENO
Falzea Editore, ISBN 9788882965181

Noi lazzaroni di Saverio Strati (nuova edizione Rubbettino)

di MIMMO NUNNARI – Torna in libreria Saverio Strati con Noi lazzaroni (Rubbettino editore, pagine 235, euro 16) romanzo pubblicato la prima volta nel 1972, con cui lo scrittore di Sant’Agata del Bianco, scomparso a Scandicci in Toscana, il 6 aprile 2014, raccontò in parallelo l’emigrante, la sua terra d’origine, la Calabria dei baroni, e il Paese dov’era emigrato, la Svizzera, terra ricca e senz’anima.

È lo Strati migliore, indignato, appassionato, che spunta da questo romanzo, con una scrittura potente, a volte dura, ma rivelatrice di condizioni umane, nel microcosmo calabrese, ai più sconosciute: povertà insopportabili, angherie dei padroni, sottomissioni umilianti, rapporti umani e familiari lacerati, vita in case “piene di sospiri e lamenti”, quando l’uomo parte.

Mastro Turi, protagonista del romanzo, racconta: “Ero uomo. Ma che uomo sei se ti manca il lavoro e il mondo si rifiuta di darti una mano?”.

Noi lazzaroni, come tanti altri racconti di Strati, è romanzo sociale. Descrive la vita e la mentalità delle classe meno abbienti e svolge anche un ruolo di denuncia.

La particolarità, di queste narrazioni di Strati, rispetto al filone letterario del “sociale”, che in Italia ha padri come Giovanni Verga – che con il verismo il sociale lo ha anticipato – o Francesco Jovine (Le terre del sacramento), Ignazio Silone (Fontamara) e all’estero Charles Dickens (Oliver Twist) in Inghilterra e Emile Zola in Francia ( “Germinal”) è che generalmente l’autore è esterno al racconto, non si identifica con nessun personaggio, mentre lo scrittore di Sant’Agata è in presa diretta, un tutt’uno tra la storia, il protagonista, il contesto degli emarginati, degli sconfitti, che sognano di migliorarsi e vanno incontro a un destino oscuro. Anche quando scrive del lavoro dei muratori, di regoli, livella, squadra cazzuole, punteruoli, mazzuoli e martelli Strati parla della sua esperienza diretta, della vita che precede quella del futuro romanziere, dell’ex lazzarone che faticava a stare col berretto in mano davanti al padrone.

I lazzaroni erano i sudditi nel paese di mastro Turi: “Siete degli stramaledetti lazzaroni che mi andate contro appena potete… ma state attenti che vi taglio i viveri”.

C’è molto di letteratura meridionale naturalmente in “Noi lazzaroni”, ma c’è quello che Giacomo De Benedetti (maestro di Strati) diceva che era la caratteristica dello scrittore: quell’obiettivo di informare, denunciare, fare emergere situazioni umane nascoste, dimenticate, contrastate per l’avidità dei “padroni”.

Strati è il migliore interprete di questo tipo di letteratura, che gli appartiene, e  non è imitabile, anche perché nel frattempo le condizioni sociali sono cambiate.

In un certo senso i suoi romanzi assumono una valore storico rilevante. Il mastro Costanzo della “Teda” risorge in mastro Turi, emigrato in Svizzera, che torna al paese vent’anni dopo e riaccende il filo della memoria, ma senza molto sforzo, perché tutto sembra essere rimasto come prima. Attraversa l’epoca fascista e la seconda guerra mondiale il racconto: “S’invocava il cielo perché la guerra finisse presto”.

I vecchi, gli indomiti, gli idealisti, che si riunivano in casa di Turi, al paese, esclamavano: “Maledetta Italia pidocchiosa! Guerra, quanto ci impieghi a chiudere la partita!”, e sognavano l’arrivo degli Americani. Strati è uno e due in “Noi lazzaroni”. Dà vita al mondo contadino, che conosce per esperienza personale, e racconta il dopo della vita di emigrato (“la valigia è a portata di mano”) in terre che non accolgono, ma vogliono solo le braccia del meridionale, dell’emigrato, considerato un semplice “strumento” per la crescita e lo sviluppo e nient’altro. Quest’edizione di Noi lazzaroni che ritorna per merito dell’editore Rubbettino che, sta, con una grande operazione editoriale e culturale ripubblicando tutto Strati, ha la prefazione di Carmine Abate.

NOI LAZZARONI
di Saverio Strati
Rubbettino Editore, ISBN 9788849870510

“Leader al contrario”: esce il libro del sindacalista Roberto Castagna

Da domani, martedì 28 giugno, arriva in libreria l’attesa, vivida, testimonianza di uno storico rappresentante sindacale della Uil, Roberto Castagna, che ha raccolto sotto forma di intervista al giornalista Francesco Kostner nel libro Leader al contrario (Luigi Pellegrini Editore).

Anima. Cuore. Concretezza. Tanta passione. E un’invidiabile conoscenza dei problemi, passati e presenti, della regione, del Mezzogiorno e del Paese. Il tutto, sullo sfondo delle drammatiche vicende ucraine, delle ripercussioni geopolitiche causate (e prefigurabili) a causa della guerra, e di altri avvenimenti, che rendono incandescente lo scenario internazionale in questo momento storico. 

Sono questi e mille altri gli argomenti, di carattere economico, sociale, culturale, politico-istituzionale, che caratterizzano Leader al contrariolibertà, giustizia sociale, tutela dei lavoratori -, la corposa intervista, che Roberto Castagna, storico esponente della Uil calabrese con importanti incarichi ricoperti anche a livello nazionale, ha scritto con il giornalista Francesco Kostner. 

«Un dirigente di lungo corso, apprezzato e riconosciuto, con grande capacità di ascolto, di unire e fare squadra», lo definisce il segretario generale della UIL PierPaolo Bombardieri nella prefazione, secondo il quale nel libro, «letto con assoluto gradimento e soffermandomi a più riprese in analoghe riflessioni», è possibile «rintracciare non soltanto le qualità dell’uomo Roberto, ma anche le direttrici dell’esperienza sindacale e socialista, che ha trasmesso al nostro Paese inequivocabili impulsi di progresso, emancipazione, innovazione e giustizia sociale». 

Un’importante sottolineatura che fa il paio con le lusinghiere valutazioni nella postfazione di Giorgio Benvenuto, segretario generale della UIL negli anni ’80 del secolo scorso e attuale presidente della Fondazione “Bruno Buozzi”, secondo il quale Castagna è un «leader vero, autentico, competente, appassionato» e il libro, «che si legge e si rilegge con grande interesse, il colloquio tra un grande giornalista e un leader politico e sindacale carismatico».

Un protagonista della realtà, dunque, ma nel senso giusto del termine: «Cioè serio, responsabile, fidato, disinteressato», scrive l’autore, “sempre al servizio della propria organizzazione, dei propri iscritti, dei più deboli. Un testimone del proprio tempo, ma anche dei ‘tempi’ che, attraverso un impegno diuturno a difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori, ha modo di vivere, a diretto contatto con i suoi interlocutori. Le altre organizzazioni sindacali. Le controparti. I rappresentanti delle Istituzioni. Custode e testimone di un vissuto storico, culturale, economico, sociale, di momenti che hanno segnato la storia di un territorio. Di comunità e cittadini. Di operai alle prese con il rischio di perdere il lavoro, di imprese in crisi, contingenze difficili, cicli economici sfavorevoli. È ciò che è capitato anche a me”, prosegue Castagna, «in quarant’anni di impegno e di passione nella UIL, organizzazione sindacale cui sono grato per il percorso che mi ha consentito di fare. Un’esperienza fantastica, non facile, ma entusiasmante, che mi ha regalato momenti indimenticabili. Esperienze uniche. Incancellabili. Insieme con compagni inseparabili, amici sinceri e leali, riferimenti imprescindibili e preziosi di un pezzo di storia della nostra provincia, della nostra Regione. Tutto questo ho provato a raccontare in questo libro che dedico a mia moglie Mirella, ai nipoti e ai pronipoti Mario, Flavia e Giorgia. A questi ultimi, in particolare, perché sappiano che ogni esperienza nella vita va affrontata con onestà, lealtà e correttezza. E che, se è certamente possibile fare errori, mai bisogna anteporre i propri interessi a quelli, più importanti, del Paese e delle Istituzioni nelle quali si opera». 

I diritti degli autori saranno finalizzati alla realizzazione di iniziative di carattere socio-culturale, in particolare nel mondo della scuola, nel ricordo del Vigile del Fuoco e dirigente Uil Angelo Bonaventura Ferri, prematuramente scomparso nel 2020. (rcs)

Roberto Castagna, è stato Segretario nazionale della UILTE dal 1985 al 1990, Segretario provinciale della UIL di Cosenza dal 1990 al 2000, Segretario regionale della UIL Calabria dal 2000 al 2014, Segretario territoriale della UIL Cosenza dal 2014 al 2022. Attualmente è Segretario territoriale della UIL Pensionati di Cosenza.

Francesco Kostner, giornalista, già responsabile Relazioni esterne e Comunicazione e capo Ufficio stampa dell’Università della Calabria, ha pubblicato con Gianni De Michelis La lunga ombra di Yalta (3a ed. Marsilio, 2003) e La lezione della Storia – Sul futuro dell’Italia e le prospettive dell’Europa (Marsilio, 2013); con Enzo Paolini Agguato a Giacomo Mancini – Storia di un processo per ’ndrangheta senza prove (Rubbettino, 2011); con Costantino Belluscio Con Saragat al Quirinale e Il Vangelo secondo don Stilo – Il prete scomodo che per forza doveva essere mafioso (Pellegrini, 2020). Per Pellegrini ha pubblicato anche A tu per tu con la Scienza – Ritratti e testimonianze del nostro tempo (2022), La borsa o la vita? (2020), Confessioni di un Gran Maestro (2020) e il pamphlet Faccio quel che voglio e della legge me ne fotto! Intorno al concetto di delinquenza istituzionale (3a ed. 2021). Suo è anche il volume, scritto con Gerardo Sacco, Come l’Araba fenice – Rinascere dopo il Covid-19 (2a ed. 2021). Si occupa di educazione ai rischi naturali, tema al quale ha dedicato numerosi approfondimenti.