Nosside 2021 a cura di Pasquale Amato e Mariela Johnson Salfrán

Puntuale, dopo la premiazione, arriva l’Antologia 2021 del Premio Nosside, giunto alla sua XXXVI edizione. Il libro raccoglie la lirica del vincitore assoluto e quelle menzionate dalla Giuria internazionale (oltre 50) selezionate tra le svariate centinaia inviate al concorso.

Il Nosside è ormai diventato un’istituzione culturale tra le più prestigiose non solo della Calabria, ma dell’intero Mediterraneo e il suo orizzonte infinito, aperto a tutte le lingue del mondo (e soprattutto agli idiomi a rischio di estinzione) registra un meritato consenso a livello internazionale.Il Premio, ideato nel 1983 dal prof. Pasquale Amato, docente universitario e apprezzato storico reggino, era nato con l’obiettivo (raggiunto) di aprire alla poesia di tutto il mondo per abbattere barriere culturali e avvicinare i popoli. La formula è apprezzata in ogni parte del pianeta: si tratta di un messaggio lanciato dallo Stretto omerico di Scilla e Cariddi che attraverso il Mediterraneo ha coinvolto più di 100 Paesi e raccolto liriche in ben 140 lingue e idiomi della Terra.

NOSSIDE 2021
a cura di P. Amato e M. Johnson Salfrán
Edizioni Media&Books
ISBN 9788889991800

L’isola di Ortega di Claudia Perfetti

di DEBORA CALOMINO – Tutto ciò che rimane del pianeta Terra è l’isola di Ortega sulla quale vi sono soltanto due luoghi: Casa e Bosco. L’umanità è molto cambiata, per sopravvivere si è mescolata ad altre razze e qualcuno di questi nuovi esseri ha acquisito poteri particolari come, per esempio, è accaduto alle dodici soldatesse che abitano nella Casa insieme alle donne. Le soldatesse non hanno nome, vengono identificate con un numero, imparano a usare i propri poteri grazie all’aiuto di una maga feroce, sono duramente allenate alla battaglia da un centauro e non conoscono pietà o tenerezza poiché esistono solo per proteggere le donne dal popolo dei Lupi che abita il Bosco. Quando però la soldatessa Cinque viene catturata capisce che esistono luoghi magici che non si trovano all’esterno ma dentro l’anima e, percorrendoli, scoprirà una forza selvaggia e primitiva in grado di sbloccare porte che conducono ad altre dimensioni, a un’altra vita e, forse, perfino alla salvezza.

Claudia Perfetti, autrice cosentina classe 1985, ha da poco pubblicato il suo terzo romanzo L’Isola di Ortega con la casa editrice tedesca Oakmond. Il suo libro è un viaggio in un mondo tra il distopico e il fantastico, una mescolanza di generi che ha dato vita a una storia che tiene il lettore incollato alle pagine con il fiato sospeso. Per conoscere meglio lei e il suo nuovo romanzo, le abbiamo rivolto qualche domanda. 

Da dov’è nata l’ispirazione per scrivere l’isola di Ortega?

«Non è semplice rispondere a questa domanda, perché non penso che l’ispirazione per scrivere nasca in un momento preciso, o per ragioni determinate. Quello che so è che c’era questa idea che mi seguiva da anni, come un’ombra; mi si era letteralmente cucita addosso. È l’idea di un mondo che rinasce dopo una distruzione, e che rinasce in modi che non possiamo prevedere. Quando ero più giovane, leggevo Brendon, un fumetto firmato Sergio Bonelli che narra le avventure di un cavaliere di ventura, che vive su una Terra post-apocalittica, distrutta da un meteorite che ha riportato il mondo a un nuovo Medioevo. Quest’idea di rinascita mi ha sempre affascinato e avevo l’intenzione di creare un mondo nuovo, che nasce dalle macerie e che fa di tutto per salvarsi e per ritrovare una stabilità.

In particolare, nel mio romanzo della Terra non rimane altro che un’isola, l’isola di Ortega, nella quale ci sono solo due luoghi: Casa e Bosco. Nella Casa vivono le Donne e nel Bosco vivono i Lupi. Ognuno combatte seguendo le proprie regole e i propri principi, anzi posso dire che ognuno combatte la propria guerra, in un duplice senso: una guerra contro il nemico, ma soprattutto una guerra interiore. 

Nella mia realtà non c’è spazio per ciò che è giusto e per ciò che è sbagliato, quello che conta è sopravvivere. Sarà la soldatessa Cinque, la protagonista, a scoprire che esistono altri luoghi, oltre Casa e Bosco, che non sono luoghi materiali, ma magici e che per sbloccarli è necessario abbandonarsi a un sentimento nuovo, primitivo, sconosciuto, a una forza che si sprigiona, inevitabilmente, dopo la distruzione di tutto».

– Il libro è distopico, ma contiene anche tanti elementi fantasy: come mai hai scelto di unire vari generi per dar vita alla tua storia?

«Non ho mai seguito un genere preciso, ma non è qualcosa che faccio in modo intenzionale: non mi piace stabilire limiti entro i quali muovermi, nella vita come nella scrittura. Se c’è qualcosa che mi rende realmente libera è il raccontare le mie storie e penso che il potere creativo, questo dono immenso che abbiamo, non possa incontrare barriere o ostacoli lungo il proprio cammino.

Il mio amore per il fantasy, in particolare, nasce quando era solo una bambina, e mia sorella mi raccontava delle storie fantastiche su astronavi e sirene che abitavano sott’acqua. Ricordo la mia delusione nello scoprire che queste creature, queste realtà non esistevano davvero, e il mondo mi sembrò davvero troppo piccolo; decisi allora di scrivere io delle storie per quelle creature, di inventare dei mondi nei quali potessero abitare.

Io non ho figli, ma sono convinta che esistano tanti modi di dare la vita e che la scrittura sia uno dei più nobili che abbiamo».

– Qual è il tuo background? Hai scritto altri romanzi? Quali temi hai trattato?

Sono laureata in filosofia e credo che il mio background sia fatto essenzialmente di questo: di come si muove il pensiero, lo studio della sua forza, l’infinità dei sentieri che riesce a percorrere. Prima di pubblicare L’isola di Ortega con la casa editrice internazionale Oakmond Publishing, ho scritto un romanzo intitolato Il dottor Nabokov e la bicicletta alata (edito dal Bookabook), che non saprei in che altro modo definire, se non come una favola filosofica, che ripercorre in modo allegorico (anche in questo caso non mancano gli elementi fantasy), la filosofia di Jean Paul Sartre. È il percorso della coscienza che cerca fondamento prima nelle cose, poi nell’altro e infine si libera della nullità dell’esistente grazie al potere creativo dell’estetica.

Di recente ho inoltre vinto il Premio Torre Crawford, seconda edizione, classificandomi in quarta posizione con il racconto Ombre sui cristalli (pubblicato nella raccolta Innamorarsi di un fantasma, edito da Oakmond Publishing). 

È la storia di Linda e della sua Ombra, Karin, che si innamora di lei. È la storia dell’equilibrio tra la nostra bellezza e la nostra parte più oscura. Da questo racconto sta prendendo forma il mio terzo romanzo». (dc)

L’ISOLA DI ORTEGA
di Claudia Perfetti
Oakmond Publishing
ISBN 9783962072544

Bugie disinganni e altre verità di Barbara Panetta ed Elisabetta Bagli

Un libro in italiano e spagnolo, curato dalla reggina Barbara Panetta con Elisabetta Bagli, con finalità di beneficenza, che parte con un aforisma di Oscar Wilde: «Un uomo non è del tutto se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità».

«Il tema – dice Barbara Panetta, scrittrice di Reggio, ormai da molti anni a Londra –, come si può intuire dalla citazione di Oscar Wilde che abbiamo scelto in apertura, si basa essenzialmente sul fatto che la vita è un grande palcoscenico sul quale, prima o poi, ognuno di noi è costretto a salire. Quante volte ci siamo trovati a recitare un ruolo che non si adattava a noi, solo per fare un favore o semplicemente perché era la cosa migliore da fare in quella situazione? La recitazione è innata nell’uomo ed è spesso una forma di autodifesa che lo spinge a superare i momenti difficili che sorgono nella vita».

Questo libro bilingue è stato realizzato da Barbara Panetta e Elisabetta Bagli grazie a un impulso emotivo molto importante: aiutare donne bisognose.
«Per questo motivo, vogliamo sostenere il progetto Zaini delle Donne Migranti dell’Associazione internazionale
Alianza por la Solidaridad–ActionAid, destinando i proventi derivati dalle vendite di questo libro al progetto di beneficenza succitato».

Il libro-antologia è coordinato da Elisabetta Bagli e Barbara Panetta e ha la splendida prefazione dell’avvocato Cruz Sánchez di Lara Sorzano e prevede la partecipazione di tanti autori che raccontano storie, alcune vere, altre di fantasia, che senza dubbio cattureranno il lettore. Gli autori, che ringraziamo, in ordine di apparizione della loro storia nell’antologia, sono: María José del Valle, Patricia Betancort, Mavi Felli, Fabio Bussotti, Sol Aguirre, Adriana Davidova, Tommaso Franco, Patrizia Sorcinelli, Anna Kemp, Corrado Calabrò, Patrizia Rinaldi, Marcelo Ricciuti, Izara Batres, Antonino Nieto Rodríguez, Barbara Panetta ed Elisabetta Bagli.

«La nostra intenzione – dice ancora la Panetta – è quella di aiutare gli altri e tutti noi che abbiamo aderito a questo progetto siamo convinti che sia anche la tua. Per questo vi lasciamo il link dove potete acquistare il libro online, sperando di vedervi presto in una delle prossime presentazioni che andremo ad organizzare, presenziali e online». (dl)

Un Sud diverso e migliore di Nicola Irto

di FILIPPO VELTRI – Nicola Irto è un politico a tutto tondo. È del Pd, tradizione Margherita, cioè democristiana sostanzialmente. Ha fatto il consigliere regionale, poi il Presidente del Consiglio Regionale ed ora di nuovo in Consiglio da capogruppo del suo partito, che è rimasto sempre il PD.

Di lui si dice che potrebbe essere il nuovo segretario regionale del partito di Letta,  se e quando si farà il congresso regionale dopo anni e anni di commissariamento. 

In  soldoni è questa la bio di Irto, che ora ci consegna inaspettatamente un libro, un bel libro, che Rubbettino ha mandato in stampa e in distribuzione con un titolo evocative e positivo, che è già tutto un programma di questi tempi.

Cosa dice, dunque, Irto? Proviamo a riassumere le quasi 150 pagine del saggio di colui che alcuni mesi fa era stato proposto per fare il candidato presidente della Regione del centrosinistra, da opporre a Roberto Occhiuto, ma poi lui stesso ha preferito mollare la presa, viste le tante contorsioni e incertezze del suo stesso partito.  

«L’assistenzialismo – scrive il giovane politico – ha prodotto solo distorsioni. Lo hanno dimostrato le politiche degli anni ’70, quando si voleva importare il modello settentrionale al Sud senza tenere conto delle specificità del territorio: un fallimento e un notevole spreco di risorse pubbliche. In quella fase abbiamo perso un’importante occasione di sviluppo per il Mezzogiorno. L’Italia necessita di una visione strategica, non di molti progetti, ma di pochi e realizzabili in tempi “normali”».

Ad un certo punto Irto scrive così: «…Sono consapevole che il Sud o, meglio, i Sud abbiano delle potenzialità enormi. Lo si dice e ripete da decenni, lo so, ma è su questo che bisogna puntare, con idee concrete, che guardino alle specificità del territorio, ma anche al futuro e all’innovazione: beni culturali, risorse ambientali e paesaggistiche, Ict, infrastrutture da realizzare (aeroporti, porti, alta velocità, strade)».

Ma che cosa è il Sud di Irto? È un luogo, il Mezzogiorno, che racchiude in sé cultura, storia, ambiente, paesaggio, mare, montagna, prodotti enogastronomici di alta qualità: un patrimonio immenso nella sua unicità. Partire dai tanti giovani intraprendenti e onesti, che sono la stragrande maggioranza, ricordando a Roma e a Bruxelles che quella un tempo battezzata Questione meridionale è invece una Questione comunitaria.

«Insomma – aggiunge ancora Irto –voglio rileggere i fatti e la storia con l’obiettivo di superare la sfiducia, perseguendo la strada del possibile, del necessario, del concreto, guardando sì alle specificità, ma anche alle innovazioni, le quali potrebbero consentire di creare delle attività legate all’economia dei servizi, del benessere e della cultura. Bisogna guardare alle necessità vecchie e attuali con spirito innovativo e futuristico. Si è spesso caduti, così, nel “paradosso del lampione”, attraverso il quale lo psicologo Paul Watzlawick sottolinea il fatto che spesso si cerca di risolvere i problemi nel modo più facile».

La complessità del tema della condivisione è il baricentro della visione comunitaria, ma va ricordato che, in un’epoca di sovranismi, è difficile far accettare a tutti l’idea di uno sforzo di solidarietà comune. È evidente che stiamo attraversando una fase della storia complessa e difficile.La fase immediatamente successiva alla prima ondata di emergenza sanitaria ha innescato tutta una serie di problematiche concomitanti, latenti da tempo, che questa situazione ha fatto risaltare in tutta la loro evidenza.

In molti Paesi la gente scende in piazza per chiedere maggiori diritti e più libertà. Gli Stati Uniti d’America – cartina di tornasole dell’Occidente – ne sono l’esempio più eclatante. L’Europa, come sempre, pare trovarsi in una dimensione quasi sospesa, in attesa di decidere il proprio futuro. 

Sarebbe questo il momento di risposte nuove a problemi nuovi e vecchi.

La conclusione di Irto è per sua esplicita ammissione aperta. «Ritengo che sia un esercizio molto complesso – scrive – offrire delle conclusioni a un argomento come quello al centro di questa pubblicazione. Numerose sono state le tematiche affrontate ma altrettanto numerose sono le questioni che restano aperte. Una conclusione è ben lontana dall’essere intravista, poiché complessi sono i problemi e difficili le soluzioni. Lo sappiamo bene. Uno dei temi più importanti è senza dubbio quello del futuro dell’Unione europea. Unione che a tratti è sembrata arrancare di fronte alle necessità di trovare soluzioni concrete, e soprattutto immediate, ai tanti problemi che la attanagliano, soprattutto in questo particolare momento storico, aggravato dalla crisi scatenata dalla pandemia del Covid-19. Fondi strutturali, Next Generation Eu (Recovery Fund), Mes, sono strumenti che però necessitano di un accompagnamento politico forte e deciso. L’emergenza sanitaria con i conseguenti lockdown si è trasformata in emergenza economica, in particolare per i Paesi che hanno un debito pubblico elevato e quindi gli scostamenti di bilancio per far fronte agli aiuti per famiglie e imprese in difficoltà, faranno sentire i loro effetti soprattutto in tali realtà.Vi è la necessità di investimenti concreti e immediati. Dobbiamo rilanciare l’economia: Europea, Italiana e del Mezzogiorno.La storia del mondo sin da quando esiste l’umanità è caratterizzata da fatti ed eventi che ne determinano il percorso, lo condizionano, lo modificano, lo deviano. Nella mente di ognuno di noi ci sono date che per vissuto personale o perché studiate sui libri di scuola hanno scolpito degli eventi che rimarranno per sempre indelebili nei nostri ricordi, date che segnano la fine di una fase e l’inizio di un nuovo corso della storia del mondo, ma anche delle nostre vite. Ma non bastano le risorse economiche ed è questo il punto cruciale. Occorre un progetto di lungo periodo, che individui la vocazione del Mezzogiorno, anzi, dei Mezzogiorno d’Italia, e che porti all’utilizzo delle enormi risorse nazionali ed europee sulla base di un criterio chiaro. Bisogna investire sulle giovani generazioni e sulla loro istruzione, sulla ricerca scientifica e sulla cultura nel senso più ampio del termine: insomma bisogna investire nel capitale umano e sociale’’.

UN SUD DIVERSO E MIGLIORE
di Nicola Irto
Rubbettino Editore, ISBN 9788849867435

Carmarìa di Antonio Errigo

Il termine marinaro dialettale “carmarìa” offre il titolo al bel romanzo di Antonio Errigo: una introspezione svelata attraverso un originale carteggio ideale padre-figlio. Al nuovo bambino in arrivo (e poi arrivato) l’autore si rivolge con la palpitazione del padre, ma anche con il disincanto dello scrittore che intende trasmettere emozioni e sentimenti, affinché “nostro figlio aspiri alla libertà, la condizione più elevata di ogni uomo”.

E la libertà, secondo Antonio Errigo (al suo terzo romanzo) si trova e si conquista nel villaggio dei pescatori dove il silenzio “favorisce il riposo” e la carmarìa è “una connaturata imperturbabilità di tutti gli elementi umani e naturali”.

La felicità prima o poi arriva, aggiunge nelle ultime pagine Errigo, che ci regala un intenso racconto con una narrazione che avvince e convince: è una lettura che coinvolge e induce alla riflessione, dove nelle lettere al figlio, in questo scambio continuo tra racconto immaginato e considerazioni realisticamente attuali, si coglie il senso della vita e dell’amore. Non sono consigli di vita quelli destinati al figlio, bensì la trasmissione della testimonianza di una vitale fiducia nel domani. C’è, dunque, un grande senso di ottimismo, pur nel malinconico sviluppo del racconto, che offre lo sprone a ragionare in termini positivi, soprattutto alla luce degli ultimi disperati eventi pandemici.

Quali le cose della vita che meritano di avere posto nel quotidiano? A parte gli inevitabili imprevisti, l’autore suggerisce al figlio i piccoli grandi piaceri di ogni giorno, tipo “bere acqua a garganella direttamente dalla bottiglia, cantare a squarciagola, ridere a crepapelle”: una sorta di decalogo che vale non solo per un bambino che si è appena affacciato al mondo, ma utile a qualunque individuo che avverte di avere smarrito il senso delle cose semplici, però fondamentali. Come a riempire una giornata che inizia benissimo anche soltanto con uno spontaneo, affettuoso abbraccio tra un figlio e una madre, o il rito di una colazione senza fretta o, ancora, il profumo della bella stagione o uno sguardo al cielo per “leggere” le nuvole.

Semplici esercizi di vita quotidiana che l’autore riesce a farci riconsiderare, offrendoci una lettura rilassante e senza compulsione. Quasi che la stessa “carmaria” si sia appropriata dello scrittore e lo spinge a una narrazione pulita, “lenta” (e perciò apprezzabilissima) dove si riscopre il piacere della lettura, in un viaggio della fantasia/realtà permeata dal desiderio di lasciare un messaggio (diretto al bambino in arrivo/appena arrivato) che, in realtà vale per tutti. Considerazioni di vita d’un romanziere di talento, che tradisce l’amore per il mare e l’aria pulita, ma che rivela un entusiastico mestiere di scrivere che conquista il lettore. (s)

 

CARMARÍA
romanzo di Antonio Errigo
Gangemi Editore, ISBN 9788849241181

Complici e colpevoli – di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

di PINO NANO – Ancora un libro, appena fresco di stampa, e ancora nuove reazioni per le rivelazioni shock del procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri, che questa volta supera se stesso documentando con grande coraggio e con elementi reali e incontestabili alla mano come la mafia abbia conquistato ormai anche le grandi città del Nord d’Italia, dove i boss governano da padrini e da padroni assoluti. Una nuova denuncia pubblica, clamorosa e sconcertante.

Complici e colpevoli è l’ultimo saggio firmato a quattro mani da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, appena fresco di stampa e che Mondadori si prepara a lanciare da domani, martedì 16 novembre in quasi tutte le grandi capitali straniere d’Europa, un libro che apre uno squarcio sconcertante e impressionante su un fenomeno che per lunghi anni in Italia è rimasto sconosciuto e, soprattutto anche, mai indagato per come avrebbe invece dovuto esserlo.

È il racconto documentatissimo e dettagliato, quasi maniacale, dell’assalto delle cosche mafiose a Milano, nel suo hinterland, a Bologna, Parma, Reggio Emilia, e nelle zone più impensabili dello stivale che si estende lungo la catena montana delle Alpi, zone terre e regioni per anni considerate immacolate e incontaminate. E mentre polizia e carabinieri davano la caccia al Sud a piccoli gregari, al Nord invece cresceva indisturbata una nuova classe dirigente di Ndrangheta che alla fine ha determinato condizionato e influenzato elezioni politiche di tutti i livelli. Questo e molto altro ancora nel nuovo libro del Procuratore Capo della Repubblica di Catanzaro, che oggi viene considerato uno dei magistrati più a rischio del mondo.

Partiamo da questo passaggio virgolettato che troviamo tra le pagine del libro: «La gente ci descrive come fossimo dei mostri, delle persone senza scrupoli, come se ammazzassimo la gente così a caso. Non è vero. Sappiamo farlo quando serve. Io so essere cattivo, quando serve. Se non serve faccio la persona normale.»

Queste parole, pronunciate da un boss calabrese e intercettate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano – spiegano Gratteri e Nicaso –, sono rappresentative della strategia che da almeno sessant’anni le mafie mettono in campo per infiltrarsi in maniera sempre più capillare nel tessuto socio-economico del nostro Paese. È la vecchia lezione accademica che il giudice Nicola Gratteri va ripetendo inascoltato da anni ormai nelle aule e nelle assemblee di decine di istituti scolastici di tutta Italia. Oggi – ripete l’alto magistrato calabrese – la criminalità organizzata non ha più bisogno di sparare, ha acquisito la capacità di muoversi sottotraccia, senza suscitare clamore o allarme, dilagando, apparentemente senza freni.

La verità che Nicola Gratteri ci racconta questa volta supera di molto l’immaginazione collettiva: «In Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, così come in Valle d’Aosta, Liguria e Trentino, le mafie raramente sono giunte con le armi in pugno. Si sono piuttosto presentate con il volto rassicurante di figure professionali in grado di offrire servizi e soluzioni a basso costo, a partire dallo smaltimento dei rifiuti fino a una sorta di welfare di prossimità, più efficace rispetto a quello spesso carente dello Stato».

Come ben evidenziano Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, si tratta di un fenomeno che ormai non si può più ignorare nella sua incontestabile pervasività

Vi dicevo di un quadro sconcertante, ma soprattutto di grande allarme sociale per il paese intero: «I 46 «locali» di ‘ndrangheta finora scoperti al Nord, i 5 consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose e le 169.870 imprese riconducibili a contesti di criminalità organizzata dimostrano che nessuna zona d’Italia può ritenersi impermeabile alla penetrazione dei clan». Ma qui ha pienamente ragione il procuratore Gratteri quando spiega che per troppo tempo si è voluto credere alla «metafora del contagio», come se le mafie fossero un virus che infettava territori sani. Tutt’altro. Nelle nuove realtà in cui dettano legge, hanno goduto di una lunga e colpevole sottovalutazione da parte sia del mondo imprenditoriale sia di quello politico, che hanno troppo spesso aperto loro le porte finendo per giustificarne la condotta e diventarne consapevoli complici in nome del denaro e del potere. Povera Italia nostra. (pn)

Storie di lotta e di anarchia, a cura di Piero Bevilacqua

di  FILIPPO VELTRI – Storie di lotta e di anarchia in Calabria è un libro che dovrebbe girare nelle scuole calabresi, dalla media in su. L’ha edito Donzelli ed è stato presentato in varie parti della nostra amata terra durante l’estate e in questo inizio d’autunno. Perché dovrebbe girare? Perché è la memorie di cui siamo stati noi, in anni passati ma anche più recenti, resistendo e lottando per cambiare lo stato delle cose. E tutti i calabresi che quegli anni non li hanno vissuti o non li ricordano devono sapere.

Il libro, dunque, che ha prefazione di uno storico importante come Piero Bevilacqua e nasce da una proposta della bravissima cantautrice Francesca Prestia: un progetto da costruire in memoria di uomini, donne, lotte sociali, che hanno lasciato un segno profondo nella storia della Calabria novecentesca. Ricostruzioni storiche, canzoni dedicate, itinerari e incontri nei luoghi teatro dell’azione di oscuri, ma generosi e straordinari personaggi, figli del popolo, sono i tasselli di un Progetto volto a far emergere o a dare nuova luce a episodi, momenti, figure di una Calabria subalterna, priva di diritti e oppressa, che si batte per una società più giusta e moderna.

Un manipolo di studiosi, di esperti e cultori di storia calabrese, di testimoni, ricostruisce così un panorama vario che, pur mutando nello svolgersi dei decenni, ha al centro moti per il riscatto sociale alimentati da idealità forti, o anche estreme, che si consumano nel grande gesto eroico, ma capaci di proporre il più delle volte, anche col sacrificio della vita, alternative di società. È il caso delle lotte per la terra nel secondo dopoguerra, quando il grande scontento bracciantile e contadino del Mezzogiorno d’Italia, che si incontra col movimento sindacale, democratico, social comunista, ricostruiti dopo la liberticida parentesi fascista, sfocia nell’occupazione dei latifondi, di decine di migliaia di ettari di terre incolte possedute in Calabria da un pugno di agrari.  I nomi di Giuditta Levato (Calabricata) o di Angelina Mauro (Melissa), sono diventati mitici ed evocativi di una battaglia epocale e corale contro le disuguaglianze stridenti di allora e per la distribuzione delle terre ai contadini.

«I saggi brevi e incisivi di questo volume – dice Armando Vitale, presidente della Fondazione IMES Catanzaro – non hanno però alcun intento agiografico, hanno spessore scientifico e taglio analitico, ci restituiscono i contesti economico-sociali, politici e istituzionali, in cui ogni vicenda si dipana’».

Compaiono sulla scena, accanto ai subalterni, ai braccianti, ai salariati, agli operai delle saline (Lungro), i proprietari terrieri avidi e arroccati, gli amministratori di società privi di scrupolo e di umana pietà, le rappresentanze dello Stato corrive e schierate in difesa degli interessi precostituiti. Questo agile libro propone perciò al lettore il volto di un mondo che perpetua da un lato plurisecolari rapporti sociali, che è solcato dall’altro da movimenti e lotte dotati di una dirompente potenzialità trasformatrice. Ma ci sono squarci diversi e parimenti interessanti. Si veda il racconto della vicenda drammatica della Brigata Catanzaro, della cinica decimazione di un reparto di giovani catanzaresi impegnati nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, premiati prima al valor militare e poi fucilati per cieca follia burocratica e militarista. O si legga la storia dell’attentato dell’anarchico calabrese Malara al Presidente del New Deal americano F.D. Roosevelt, consumato per un’estrema fede in idealità di giustizia incapaci però di misurarsi con la complessità della vita reale e di discernere la via di una ragionevole e produttiva lotta politica.

E si guardi ancora alla lucida e sintetica narrazione delle vicende della rivolta di Reggio Calabria (1970) per il capoluogo, o al racconto efficace della manifestazione di solidarietà dei sindacati metalmeccanici che comprendono la grande partita della minaccia eversiva e antidemocratica che si gioca a Reggio, dove arrivano in massa sfidando pericoli e segnando un punto decisivo a favore della democrazia repubblicana. Anche mettendo a fuoco questi eventi e casi speciali, il libro tratteggia lo scontro fra restaurazione-reazione e progresso.

«Il lavoro dei ricercatori – dice ancora Vitale – che hanno composto il mosaico suggestivo di questo libro, ci offre dunque uno spaccato vivo ed eloquente della Calabria novecentesca, con le tensioni al rinnovamento che la caratterizzano, la dura permanenza di vecchi equilibri, i tentativi di ricostituzione di un vecchio ordine sociale e politico. I canti e le musiche di Francesca Prestia, che fanno da suggestivo commento sonoro ad ogni saggio del libro, lo arricchiscono di speciali e appassionate vibrazioni emotive. Con “Storie di lotte e di anarchia” crediamo di aver proposto un lavoro di alta divulgazione storica, destinato ad un pubblico ampio e vario, anche oltre i confini regionali, di cittadini, giovani, studenti, curiosi. È il nostro modo di contribuire al civismo diffuso, alla formazione della vasta coscienza democratica di cui l’Italia, il Mezzogiorno, la Calabria, hanno un grande bisogno. La fase che attraversiamo, di crisi pandemica che sconvolge e destruttura rapporti sociali e umani, creando nuove, crescenti e aspre disuguaglianze, ha bisogno di un’aggiornata consapevolezza del “mondo grande e terribile” che abbiamo alle spalle e in cui ancora viviamo».

La realizzazione del progetto non sarebbe stata possibile senza la disponibilità degli autori, il lavoro del consiglio di amministrazione e dei collaboratori della Fondazione, il contributo della Regione Calabria e l’adesione degli Enti Locali coinvolti. (fv)

STORIE DI LOTTA E ANARCHIA
a cura di Piero Bevilacqua, con una ricerca musicale di Francesca Prestia
Donzelli Editore, ISBN 9788855222112

Strana vita, la mia – di Romano Prodi

di BRUNO GEMELLI – Romano Prodi, nella sua biografia-intervista, indugia nell’aneddotica che rende più scorrevole il racconto della sua vita politico-istituzionale. Spiega, a un certo punto, la differenza tra la “spigolosa” Reggio Emilia e la “paciosa” Bologna come l’ha descritta Francesco Guccini: «Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli / col seno sul piano padano ed il culo sui colli, / Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale, / Bologna la grassa e l’umana già un poco Romagna e in odor di Toscana… / Bologna per me provinciale Parigi minore: / mercati all’aperto, bistrots, della “rive gauche” l’odore / con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l’assenzio cantava / ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare /».

Non per nulla i suoi detrattori, da destra, lo chiamano ancora oggi “Mortadella”.

Il volume (Strana vita, la mia, pag. 240, 17,50 euro,  Solferino), scritto con la collaborazione di Marco Ascione, giornalista del “Corriere della Sera”, parte dalla rossa Emilia degli anni ’50. Da Scandiano sua città natale, dai nove fratelli, tutti studiosi, poi tutti affermati, tutti democristiani. Con una densa enclave calabrese nel territorio, specialmente cutresi.

Il Nostro è stato ed è un’economista di livello internazionale. Non deve meravigliare la sua laurea in giurisprudenza. Ciampi, che è stato governatore della Banca d’Italia, era laureato in letteratura e giurisprudenza.

Il giovane Prodi aveva come padre spirituale don Camillo, che non è Fernandel ma  il cardinal Camillo Ruini, le cui strade poi divergeranno definitivamente.

La casa editrice Solferino così lo descrive: «Vicino alla Democrazia cristiana, ma non dentro. Fondatore dell’Ulivo, senza farne un partito. Cattolico osservante, ma “adulto”. Atlantista, ma ostinato coltivatore del multilateralismo, impegnato a trarre il meglio anche dal rapporto con i dittatori. I conti da pagare non sono mancati, anche a causa, talvolta, di una certa ostinazione. Eppure ogni passo è stato benzina. Pochi politici in Italia possono vantare la sua carriera: professore universitario a Bologna, negli Stati Uniti e in Cina, due volte a capo dell’Iri e due volte premier, capo della Commissione europea e quasi presidente della Repubblica, affossato da una congiura del suo partito».

È Andreatta a farlo diventare professore ordinario, creando per lui la cattedra di “Economia e Politica industriale” all’Alma Mater. I due non si daranno mai del «tu».

Il Prodi politico è stato proprio inventato da Andreatta di cui era allievo all’Università di Bologna. Quando morì Andreatta, che il 1972 fu tra i fondatori, con Paolo Sylos Labini, dell’Università della Calabria, disse di lui: «Beniamino Andreatta amava più seminare che raccogliere. Questo è un caso unico nell’accademia e nella politica. Voglio ricordare la sua straordinaria generosità, e la capacità di dare indipendentemente dal fatto che fosse lui a raccoglierne i frutti. È un caso unico nell’accademia e nella politica».

Ancora l’abstract editoriale: «”Strana vita, ma fortunatissima”, perché può vantare di averci davvero provato a lasciare un segno. Sia fondendo sotto lo stesso tetto le tradizioni riformiste della Dc e del Pci, sia portando l’Italia nell’euro o pilotando da Bruxelles lo storico allargamento dell’Europa. Il suo racconto, lungo il solco degli aneddoti e delle riflessioni politiche, rimanda l’eco delle riunioni con Beniamino Andreatta e Arturo Parisi nella casa di via Gerusalemme a Bologna, delle lezioni americane, della strana chimica con Putin (ma anche con Gheddafi), degli scambi di battute con Chirac, delle missioni in Africa, dei grandi entusiasmi in piazza Santi Apostoli, dei duelli con Cuccia, delle delusioni dirompenti in Parlamento, del complesso rapporto con D’Alema e con Bertinotti, della profonda distanza con Berlusconi, “anche se la vecchiaia porta saggezza”».

Nel settembre scorso Jasmine Cristallo, coordinatrice calabrese delle Sardine, ha pubblicato sui social le immagini della visita a casa dell’ex presidente del Consiglio, con questo commento: «Io e Mattia Sartori siamo stati ospiti a pranzo nell’abitazione bolognese del professore Romano Prodi e della signora Flavia Franzoni. Un incontro avvenuto in un clima cordiale e informale per conoscersi per la prima volta e parlare di politica. La storia impone alla nostra generazione di indagare quello che fu il Progetto dell’Ulivo e di andare fino in fondo, senza acredine né rivalse, per capire perché fu affossato, su quale altare ne fu chiesto il sacrificio».

Il 14 ottobre 1996, a seguito dell’esondazione del fiume Esaro sul Fondo Gesù di Crotone, l’allora premier Prodi, destinò alla città pitagorica la società Datel in outsourcing. L’allora presidente del Consiglio, in quei giorni in visita ufficiale al Cairo, appresa la notizia dell’alluvione si precipitò subito in città per sincerarsi di persona della tragedia e soprattutto per promettere “un’azione di rilancio” dell’economia locale.

L’ultima presenza istituzionale di Prodi in Calabria avvenne il 22 novembre 2005 in occasione della fiaccolata svolta a Locri contro la ‘ndrangheta e in ricordo di Francesco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria che fu ucciso il 16 ottobre dello stesso anno. In quell’occasione il premier in carica disse: «Qui e oggi, in nome della giustizia e della legalità, dichiariamo guerra alla criminalità organizzata. E la politica è chiamata a dare l’esempio. Deve, essa per prima, non avere paura. Noi diciamo a voce alta e a testa alta: i vostri voti non li vogliamo. Noi vi diciamo che preferiamo perdere consensi se essi sono contaminati dal vostro consenso».

Uno dei suoi governi fu salvato dal voto del senatore Pietro Fuda, ingegnere di Siderno, che all’epoca militava nel Pdm, Partito democratico meridionale, la formazione politica inventata da Agazio Loiero quando litigò con la Margherita. (bg)

STRANA VITA, LA MIA
di Romano Prodi
Solferino, ISBN 9788828206408

Un giorno alla fine, di Giuseppe Beniamino Fimognari

di ENZO ROMEOQuel giorno alla fine… è una saga familiare che attraversa tre generazioni e percorre un pezzo di storia della Calabria, a cavallo del secondo conflitto mondiale. Ce la offre Giuseppe Beniamino Fimognari, ex sindaco di Gerace e senatore democratico-cristiano per due legislature, tra il 1979 e il 1987. Sorpresa piacevolissima è scoprire l’ottima vena narrativa di questo politico-gentiluomo, dai modi sempre garbati e signorili, famoso tra l’altro per aver presentato il disegno di legge che nel 1983 ripristinò la festa dell’Epifania, soppressa sei anni prima dal governo Andreotti.

Il sen. Fimognari alla presentazione del libro a Locri

Fimognari ha tenuta nascosta a lungo la vocazione alla scrittura, o forse essa è scaturita improvvisa, come un fiume carsico che risale in superficie. Spinto verso l’alto dall’urgenza di offrire – a se stesso, innanzi tutto – un bilancio della propria vita. Sì, perché il racconto è chiaramente autobiografico, anche se nel libro la fantasia ha libertà d’espressione e i fatti sono insaporiti dalla patina di nostalgia che solo il tempo sa dare. Per tentare di mettere un po’ di distanza dai fatti narrati, l’autore sceglie di scrivere in terza persona e cambia i nomi dei paesi e dei personaggi, che pesca dal passato magnogreco. Gerace diventa Ghene, riferimento alla stirpe originaria; Locri si trasforma in Alme (un rimando alle anime ovvero al luogo dell’anima?); il protagonista si chiama Timeo, come il filosofo locrese della scuola pitagorica vissuto nel V secolo a.C. Magnogreca è anche l’epigrafe iniziale, dell’agrigentino Empedocle, contemporaneo di Timeo: «Un tempo io fui ragazzo e fanciulla e virgulto e uccello e squamoso pesce del mare».

Insomma, chi ha avuto un’esistenza ricca di esperienze può affermare di essere stato tutto e il suo contrario. Di conseguenza non si deve pretendere nel racconto di seguire una trama precisa, perché la trama è la vita di Timeo-Fimognari. Che si dipana dalla sua nascita, il primo novembre 1932, fino ai giorni della morte del padre, sul finire del 1958. In mezzo gli anni del fascismo, la guerra, le lotte contadine, il periodo universitario a Napoli. Potremmo dire che ci sono tanti libri in uno. Ne indico almeno tre: il primo è quello dell’infanzia, il più evocativo, ricco di descrizioni minute, sospeso tra passato e presente, che nell’impianto espositivo rinvia ai grandi scrittori siciliani, da Verga a Tomasi di Lampedusa (non a caso Il Gattopardo segna la conclusione del volume di Fimognari); il secondo, che potremmo definire neorealistico, si sofferma sulla battaglia sociale condotta dai braccianti per ottenere le terre incolte dei grandi latifondi; il terzo è il racconto degli anni napoletani, dove gioia e dolore, vita e morte si intrecciano inestricabilmente. Pagine, quest’ultime, in cui si possono avvertire suggestioni che rimandano a Ermanno Rea o Curzio Malaparte.

Quest’abbondanza è financo eccessiva e costringe il lettore ad andare a trovare le perle tra il limo. L’edizione – ci auguriamo che alla prima ne seguano altre – andrebbe curata meglio, ripulita e sfoltita qua e là del superfluo. Intanto il lettore può farsi abbagliare dalle parti più luminose. Prendiamo questo stralcio (alle pag. 114-115) in cui è descritta la prima presa di coscienza di Timeo bambino rispetto al mondo, con le sue logiche crudeli e dolorose: «…Timeo capì, capì che tutto passava. Passavano i treni veloci e quelli lenti, passavano le macchine sotto casa e nel mare passavano le navi che andavano sul filo dell’orizzonte, metà nel mare e metà nel cielo senza mai deviare, dritte come calamitate su un filo di ferro, passavano il giorno e la notte, e come era ad Alme era in America, dove c’era gente triste – pensava Timeo – perché tutti i poveri di Alme e Ghene partivano per l’America».

Il brano ci fa da spia per scoprire il filo rosso che tiene insieme tutte le parti del racconto di Fimognari. Vale a dire il contrasto tra la partenza e la restanza. Si deve andar via, chiamati lontano dalle legittime aspettative di miglioramento e di felicità o semplicemente spinti via dalla mancanza di lavoro e di prospettive? O si deve rimanere inchiodati là dove si è venuti al mondo, vogliosi di offrire il proprio contributo per il cambiamento o magari soltanto irretiti dal richiamo della madre terra? Il finale, bello e poetico, svelerà la scelta di Timeo. Rimane però inevasa la domanda se c’è più coraggio nell’emigrare altrove o nel restare per sempre nel luogo natìo. Qual è il limite tra audacia e codardìa, dov’è il confine tra egoismo e responsabilità? La risposta, forse, è nascosta nel recesso più nascosto del nostro cuore. La scopriremo un giorno, alla fine… (er)

 

UN GIORNO ALLA FINE…
di Giuseppe Beniamino Fimognari
Laruffa Editore – ISBN 9788872217719

Storia del’Antindrangheta di Danilo Chirico

di FILIPPO VELTRI – C’è anche una Calabria diversa, lontana dagli stereotipi che la dipingono vittima inerme (se non addirittura complice) della malavita, c’è una Calabria che ha saputo – e sa – alzare la testa e ribellarsi, una terra che non ha paura di guardare in faccia il male e affrontarlo. 

È questa la Calabria che Danilo Chirico racconta nel libro edito da Rubbettino Storia dell’antindrangheta. Il libro ricostruisce per la prima volta i movimenti per l’occupazione delle terre, le lotte politiche e per il lavoro, le vertenze ambientaliste, le denunce della Chiesa, i conflitti sociali, i cortei studenteschi, le vicende personali e collettive di tutti coloro che in Calabria hanno combattuto la criminalità organizzata dal secondo Dopoguerra ad oggi.

Ripercorre anche i fatti della “strana” storia della Marcia della Pace “Perugia-Assisi” che – unica volta in 60 anni – nel 1991 si tenne fuori dall’Umbria. Si  trasferì in Calabria per la storica manifestazione “Reggio-Archi”. Quel giorno decine di migliaia di persone provenienti da ogni parte dello Stivale sfilarono contro la ’ndrangheta costruendo una pagina significativa della storia della Calabria e aprendo la stagione dell’antimafia sociale italiana che si consoliderà dopo le stragi del 1992. 

Questo di Danilo Chirico è il primo libro mai scritto sull’antindrangheta. «Adesso anche l’antimafia calabrese ha il suo libro come lo ha avuto da lungo tempo, da un ventennio a questa parte, l’antimafia siciliana – scrive Enzo Ciconte nella prefazione al volume – Quello di Chirico è un merito importante perché chi leggerà il libro vedrà venire incontro fatti minuti, sconosciuti ai più, fatti importanti che sono stati dimenticati, eventi dirompenti che hanno lasciato una traccia duratura e permanente». Quella dell’antindrangheta in Calabria non è una storia marginale che vede protagonista qualche giovane isolato con il pallino della contestazione. 

Enzo Ciconte ricorda nella già citata prefazione come il movimento delle gelsominaie, le lotte per la terra e il lavoro, le battaglie politiche e sindacali, la presa di coscienza via via  crescente della Chiesa “precedono l’impegno della magistratura. Anzi – annota lo studioso – mentre avveniva tutto ciò c’era una magistratura chiusa, ottusa, che girava la testa dall’altra parte, pavida, impaurita o collusa. È merito di questo movimento ampio, pulviscolare, profondo se dentro la magistratura è cresciuta una nuova consapevolezza e s’è andato affermando  l’orgoglio di combattere per cambiare il destino di questa terra mentre prima c’erano posizioni disperate e disperanti che affermavano l’impossibilità di sconfiggere la ‘ndrangheta che si sarebbe battuta solo quando l’umanità si sarebbe spenta». 

Il libro di Chirico non è però solo una celebrazione del mondo dell’impegno sociale calabrese da cui lo stesso autore peraltro proviene, ma ne analizza anche le miserie, le divisioni provando a indicare anche una rotta per uscire dalla crisi in cui si trova oggi il movimento antimafia calabrese e italiano. 

Danilo Chirico (Reggio Calabria, 1977) è giornalista e scrittore. È stato autore di programmi di informazione per Rai Uno, Rai Tre, MTV, Laeffe TV, repubblica.it, Radio Tre. Ha lavorato per giornali, riviste e agenzie di stampa parlamentare.  Ha pubblicato il romanzo Chiaroscuro (Bompiani 2017) e sceneggiato la web serie Angelo (Raiplay). È autore di libri sulle mafie tra cui Il caso Valarioti.  Nel 2011 con Dimenticati. Vittime della ’ndrangheta ha vinto il premio “Indro Montanelli – Giovani”. È presidente dell’Associazione daSud. (fv)

STORIA DELL’ANTINDRANGHETA
di Danilo Chirico, prefazione di Enzo Ciconte
Rubbettino Editore, ISBN 9788849866346