Noi lazzaroni di Saverio Strati (nuova edizione Rubbettino)

di MIMMO NUNNARI – Torna in libreria Saverio Strati con Noi lazzaroni (Rubbettino editore, pagine 235, euro 16) romanzo pubblicato la prima volta nel 1972, con cui lo scrittore di Sant’Agata del Bianco, scomparso a Scandicci in Toscana, il 6 aprile 2014, raccontò in parallelo l’emigrante, la sua terra d’origine, la Calabria dei baroni, e il Paese dov’era emigrato, la Svizzera, terra ricca e senz’anima.

È lo Strati migliore, indignato, appassionato, che spunta da questo romanzo, con una scrittura potente, a volte dura, ma rivelatrice di condizioni umane, nel microcosmo calabrese, ai più sconosciute: povertà insopportabili, angherie dei padroni, sottomissioni umilianti, rapporti umani e familiari lacerati, vita in case “piene di sospiri e lamenti”, quando l’uomo parte.

Mastro Turi, protagonista del romanzo, racconta: “Ero uomo. Ma che uomo sei se ti manca il lavoro e il mondo si rifiuta di darti una mano?”.

Noi lazzaroni, come tanti altri racconti di Strati, è romanzo sociale. Descrive la vita e la mentalità delle classe meno abbienti e svolge anche un ruolo di denuncia.

La particolarità, di queste narrazioni di Strati, rispetto al filone letterario del “sociale”, che in Italia ha padri come Giovanni Verga – che con il verismo il sociale lo ha anticipato – o Francesco Jovine (Le terre del sacramento), Ignazio Silone (Fontamara) e all’estero Charles Dickens (Oliver Twist) in Inghilterra e Emile Zola in Francia ( “Germinal”) è che generalmente l’autore è esterno al racconto, non si identifica con nessun personaggio, mentre lo scrittore di Sant’Agata è in presa diretta, un tutt’uno tra la storia, il protagonista, il contesto degli emarginati, degli sconfitti, che sognano di migliorarsi e vanno incontro a un destino oscuro. Anche quando scrive del lavoro dei muratori, di regoli, livella, squadra cazzuole, punteruoli, mazzuoli e martelli Strati parla della sua esperienza diretta, della vita che precede quella del futuro romanziere, dell’ex lazzarone che faticava a stare col berretto in mano davanti al padrone.

I lazzaroni erano i sudditi nel paese di mastro Turi: “Siete degli stramaledetti lazzaroni che mi andate contro appena potete… ma state attenti che vi taglio i viveri”.

C’è molto di letteratura meridionale naturalmente in “Noi lazzaroni”, ma c’è quello che Giacomo De Benedetti (maestro di Strati) diceva che era la caratteristica dello scrittore: quell’obiettivo di informare, denunciare, fare emergere situazioni umane nascoste, dimenticate, contrastate per l’avidità dei “padroni”.

Strati è il migliore interprete di questo tipo di letteratura, che gli appartiene, e  non è imitabile, anche perché nel frattempo le condizioni sociali sono cambiate.

In un certo senso i suoi romanzi assumono una valore storico rilevante. Il mastro Costanzo della “Teda” risorge in mastro Turi, emigrato in Svizzera, che torna al paese vent’anni dopo e riaccende il filo della memoria, ma senza molto sforzo, perché tutto sembra essere rimasto come prima. Attraversa l’epoca fascista e la seconda guerra mondiale il racconto: “S’invocava il cielo perché la guerra finisse presto”.

I vecchi, gli indomiti, gli idealisti, che si riunivano in casa di Turi, al paese, esclamavano: “Maledetta Italia pidocchiosa! Guerra, quanto ci impieghi a chiudere la partita!”, e sognavano l’arrivo degli Americani. Strati è uno e due in “Noi lazzaroni”. Dà vita al mondo contadino, che conosce per esperienza personale, e racconta il dopo della vita di emigrato (“la valigia è a portata di mano”) in terre che non accolgono, ma vogliono solo le braccia del meridionale, dell’emigrato, considerato un semplice “strumento” per la crescita e lo sviluppo e nient’altro. Quest’edizione di Noi lazzaroni che ritorna per merito dell’editore Rubbettino che, sta, con una grande operazione editoriale e culturale ripubblicando tutto Strati, ha la prefazione di Carmine Abate.

NOI LAZZARONI
di Saverio Strati
Rubbettino Editore, ISBN 9788849870510

“Leader al contrario”: esce il libro del sindacalista Roberto Castagna

Da domani, martedì 28 giugno, arriva in libreria l’attesa, vivida, testimonianza di uno storico rappresentante sindacale della Uil, Roberto Castagna, che ha raccolto sotto forma di intervista al giornalista Francesco Kostner nel libro Leader al contrario (Luigi Pellegrini Editore).

Anima. Cuore. Concretezza. Tanta passione. E un’invidiabile conoscenza dei problemi, passati e presenti, della regione, del Mezzogiorno e del Paese. Il tutto, sullo sfondo delle drammatiche vicende ucraine, delle ripercussioni geopolitiche causate (e prefigurabili) a causa della guerra, e di altri avvenimenti, che rendono incandescente lo scenario internazionale in questo momento storico. 

Sono questi e mille altri gli argomenti, di carattere economico, sociale, culturale, politico-istituzionale, che caratterizzano Leader al contrariolibertà, giustizia sociale, tutela dei lavoratori -, la corposa intervista, che Roberto Castagna, storico esponente della Uil calabrese con importanti incarichi ricoperti anche a livello nazionale, ha scritto con il giornalista Francesco Kostner. 

«Un dirigente di lungo corso, apprezzato e riconosciuto, con grande capacità di ascolto, di unire e fare squadra», lo definisce il segretario generale della UIL PierPaolo Bombardieri nella prefazione, secondo il quale nel libro, «letto con assoluto gradimento e soffermandomi a più riprese in analoghe riflessioni», è possibile «rintracciare non soltanto le qualità dell’uomo Roberto, ma anche le direttrici dell’esperienza sindacale e socialista, che ha trasmesso al nostro Paese inequivocabili impulsi di progresso, emancipazione, innovazione e giustizia sociale». 

Un’importante sottolineatura che fa il paio con le lusinghiere valutazioni nella postfazione di Giorgio Benvenuto, segretario generale della UIL negli anni ’80 del secolo scorso e attuale presidente della Fondazione “Bruno Buozzi”, secondo il quale Castagna è un «leader vero, autentico, competente, appassionato» e il libro, «che si legge e si rilegge con grande interesse, il colloquio tra un grande giornalista e un leader politico e sindacale carismatico».

Un protagonista della realtà, dunque, ma nel senso giusto del termine: «Cioè serio, responsabile, fidato, disinteressato», scrive l’autore, “sempre al servizio della propria organizzazione, dei propri iscritti, dei più deboli. Un testimone del proprio tempo, ma anche dei ‘tempi’ che, attraverso un impegno diuturno a difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori, ha modo di vivere, a diretto contatto con i suoi interlocutori. Le altre organizzazioni sindacali. Le controparti. I rappresentanti delle Istituzioni. Custode e testimone di un vissuto storico, culturale, economico, sociale, di momenti che hanno segnato la storia di un territorio. Di comunità e cittadini. Di operai alle prese con il rischio di perdere il lavoro, di imprese in crisi, contingenze difficili, cicli economici sfavorevoli. È ciò che è capitato anche a me”, prosegue Castagna, «in quarant’anni di impegno e di passione nella UIL, organizzazione sindacale cui sono grato per il percorso che mi ha consentito di fare. Un’esperienza fantastica, non facile, ma entusiasmante, che mi ha regalato momenti indimenticabili. Esperienze uniche. Incancellabili. Insieme con compagni inseparabili, amici sinceri e leali, riferimenti imprescindibili e preziosi di un pezzo di storia della nostra provincia, della nostra Regione. Tutto questo ho provato a raccontare in questo libro che dedico a mia moglie Mirella, ai nipoti e ai pronipoti Mario, Flavia e Giorgia. A questi ultimi, in particolare, perché sappiano che ogni esperienza nella vita va affrontata con onestà, lealtà e correttezza. E che, se è certamente possibile fare errori, mai bisogna anteporre i propri interessi a quelli, più importanti, del Paese e delle Istituzioni nelle quali si opera». 

I diritti degli autori saranno finalizzati alla realizzazione di iniziative di carattere socio-culturale, in particolare nel mondo della scuola, nel ricordo del Vigile del Fuoco e dirigente Uil Angelo Bonaventura Ferri, prematuramente scomparso nel 2020. (rcs)

Roberto Castagna, è stato Segretario nazionale della UILTE dal 1985 al 1990, Segretario provinciale della UIL di Cosenza dal 1990 al 2000, Segretario regionale della UIL Calabria dal 2000 al 2014, Segretario territoriale della UIL Cosenza dal 2014 al 2022. Attualmente è Segretario territoriale della UIL Pensionati di Cosenza.

Francesco Kostner, giornalista, già responsabile Relazioni esterne e Comunicazione e capo Ufficio stampa dell’Università della Calabria, ha pubblicato con Gianni De Michelis La lunga ombra di Yalta (3a ed. Marsilio, 2003) e La lezione della Storia – Sul futuro dell’Italia e le prospettive dell’Europa (Marsilio, 2013); con Enzo Paolini Agguato a Giacomo Mancini – Storia di un processo per ’ndrangheta senza prove (Rubbettino, 2011); con Costantino Belluscio Con Saragat al Quirinale e Il Vangelo secondo don Stilo – Il prete scomodo che per forza doveva essere mafioso (Pellegrini, 2020). Per Pellegrini ha pubblicato anche A tu per tu con la Scienza – Ritratti e testimonianze del nostro tempo (2022), La borsa o la vita? (2020), Confessioni di un Gran Maestro (2020) e il pamphlet Faccio quel che voglio e della legge me ne fotto! Intorno al concetto di delinquenza istituzionale (3a ed. 2021). Suo è anche il volume, scritto con Gerardo Sacco, Come l’Araba fenice – Rinascere dopo il Covid-19 (2a ed. 2021). Si occupa di educazione ai rischi naturali, tema al quale ha dedicato numerosi approfondimenti.  

Iubris, romanzo di Attilio Sabato

di FRANCESCO KOSTNER – Già il titolo: “Iubris” – termine che nella cultura greca riassumeva l’identikit di quanti, a causa di una smisurata considerazione di sé stessi, pensano, agiscono e valutano gli altri con distacco se non con tracotanza – è tutto un programma. Nel senso di inquadrare in modo efficace un elemento che dalla notte dei tempi ha segnato profondamente i rapporti tra gli individui e, dunque, la storia dell’uomo.

A fare il resto, è la trama del romanzo scritto per i tipi di Luigi Pellegrini Editore dal giornalista Attilio Sabato, direttore dell’emittente calabrese Teleuropa, che riesce a mettere insieme in maniera efficace protagonisti, comprimari, ambienti, contenuti, sfumature, ma, soprattutto, riflessioni di specifica attinenza alla complessa dinamica del potere, alle connesse ambizioni personali e alle peculiarità strutturali di un mondo complesso, di non facile interpretazione.

Il tema di fondo attorno al quale l’opera di Sabato si sviluppa riguarda il ruolo, la funzione, l’influenza negativa che alcuni “centri di potere” hanno svolto spesso (e tuttora, ahinoi, in molti casi esercitano) in paesini e piccoli centri urbani. Realtà tanto genuinamente protagoniste di vissuti semplici, di spinte solidali, di ricchezze umane di incomparabile importanza, quanto negativamente segnate dall’ossessiva, limitante, civicamente devastante politica di ben individuati attori locali (sindaci, medici, sacerdoti, congreghe etc.). Per cui, l’essere cittadino di questi mondi ha significato (e ancora in molte realtà vuol dire, sia pure con modalità e forme diverse rispetto al passato) subire condizionamenti pesanti. Limitazioni gravissime, anche e soprattutto di carattere culturale. Annebbiamenti “ideologici”, se così possiamo esprimerci, quando anche di profilo pseudo-religioso, alimentati da esigenze e aspettative di casta che, a fronte di una pressoché generale assuefazione, e a marcati profili di ignavia, hanno dato vita ad una quotidianità anomala. Spenta. Chiusa in se stessa. Poco incline ad allargare il confine delle proprie conoscenze. Ad investigare la propria identità. Elementi in conseguenza dei quali i cittadini sono diventati le vittime sacrificali di un gigantesco corto circuito democratico, in grado di lasciare indistinto, e dunque foriero di sempre più ampie e devastanti fratture sociali, il confine tra le esigenze reali di una comunità ed interessi rispondenti a precise logiche di potere, sideralmente distanti dalle prime.

All’interno di “Iubris”, la sequenza narrativa messa in piedi da Sabato (quasi che avverta l’esigenza di concorrere alla costruzione di una universale prospettiva di crescita civile) consente di mettere a fuoco questioni rilevanti: la correttezza dei comportamenti, il rispetto delle leggi, l’affermazione di un’etica pubblica inappuntabile, la consapevolezza che ogni cittadino deve avere dei propri diritti e doveri. Centrali, nel romanzo, non risultano solo gli scontri di potere tra i notabili del luogo. E nemmeno i cambi di casacca, che maturano con facilità impressionante, purché dall’altra parte della barricata vengano assicurati onori, prebende, riconoscimenti, vantaggi di ogni genere. E neanche la mai sufficientemente chiarita questione dei costi della politica che, almeno fino ad oggi, pochi hanno affrontato con onestà e concretezza, preferendo trovare riparo all’ombra di scenari caratterizzati da mistificazioni, semplificazioni, populismi, ipocrisie di ogni sorta.

Si dispiega, invece, in tutta la sua prorompente concretezza, il senso politico-educativo del romanzo di Attilio Sabato. La volontà di raccontare – senza mai perdere di vista l’attualità – le ferree regole e i principali attori di un mondo che non ha mai cambiato realmente fisionomia. Identità. Ruolo.  E che continua ad essere condizionato da logiche clientelari, gravissime limitazioni culturali, estranee al senso più pieno, alla dimensione più vera, ai riflessi più importanti dello spirito e dell’agire democratico.

Forse la soluzione, di fronte a tanto sconquasso, risiede nella rassicurante prospettiva palingenetica (che Sabato fa propria) verso cui il nostro mondo dovrebbe indirizzarsi, e che da decenni tiene banco assieme alle amare riflessioni di tanti (troppi) cittadini, e di altrettanti giovani delusi, bighellonati. Vittime designate di locuzioni vuote. Inconcludenti. Oltre che dall’assenza di un progetto politico degno di tal nome.

Il problema, a questo punto, è capire perché non sia ancora successo che i bersagli di questa nefasta condizione abbiano trovato il coraggio e la forza di reagire. E perché, ancora oggi, appaia una chimera anche il pensiero che questa rivoluzione delle coscienze possa realizzarsi.

Chissà che non diventi possibile, prima o poi, anche attraverso la lettura di “Iubris”. Il quale, oltre a regalarci una bella storia, mette in luce un profilo pedagogico che è bene non perdere di vista. Unendo al senso e alla profondità del romanzo, la certezza che l’agire consapevole e responsabile di ogni cittadino sia alla base di qualunque reale possibilità di cambiamento. Di qualsivoglia obiettivo di trasformazione della società e del perseguimento dei suoi primari interessi.

IUBRIS
di Attilio Sabato
Luigi Pellegrini Editore, ISBN 9791220501149

Giustizia è fatta! di Luigi Mazzei

di FRANCESCO KOSTNER – Luigi Mazzei, con la collaborazione della giornalista Velia Iacovino, racconta la drammatica vicenda giudiziaria in cui è rimasto coinvolto e rispetto alla quale, dopo quattordici anni di indicibili sofferenze personali e familiari, è stato assolto con formula piena.

Il titolo del libro, in prima battuta, e come sommaria ma significativa rappresentazione del suo contenuto, dovrebbe essere sufficiente ad evidenziare che le gravissime accuse mosse nel 2007 dalla procura della Repubblica di Lamezia a carico dell’imprenditore Luigi Mazzei (truffa ai danni dello Stato, falso ideologico, evasione fiscale, esportazione di capitali all’estero, bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale e false fatturazioni), alla fine di una storia assurda e per molti aspetti inquietante, si sono rivelate infondate.

In secondo luogo, le poco più di centoquaranta pagine (presentate dal giornalista Piero Sansonetti), attraverso cui si sviluppa il racconto di questa incredibile vicenda, dovrebbero riuscire a dar conto di ciò che è accaduto fino al 22 giugno 2021, quando la seconda Sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro ha posto fine all’odissea giudiziaria di Mazzei, assolvendolo perché il fatto non sussiste.

Vorremmo, a questo punto, proporre una breve riflessione, che potrebbe arricchire il confronto, sia su quanto accaduto, sia, più in generale, sul tema della Giustizia. Il punto di partenza riguarda il titolo del volume. O, per meglio dire, il segno di interpunzione che lo completa. Con una domanda di fondo: va bene il punto esclamativo in copertina, o sarebbe stato più efficace, e giusto, di fronte a questa ennesima storia di ordinaria ingiustizia, un punto di domanda?

La questione non è di secondaria importanza. Il punto interrogativo, a nostro parere, avrebbe consentito di mettere a fuoco un aspetto rilevante. Mazzei, come si diceva, è stato assolto da ogni addebito. E ha dovuto aspettare un tempo infinito, fuori da ogni logica in linea con i nostri principi costituzionali, prima di poter ascoltare il verdetto che lo ha riabilitato agli occhi della Giustizia, visto che l’opinione pubblica non ha mai smesso di considerarlo come era conosciuto prima dei fatti. Cioè, una persona perbene oltre che un bravo imprenditore.

L’interrogativo cui stiamo facendo riferimento, riguarda le conseguenze legate all’assoluzione di Mazzei. E cioè: visto che, secondo la Corte d’Appello di Catanzaro, non avrebbe dovuto subire quel che è stato, il riconoscimento della sua innocenza fino a che punto può essere considerato espressione di una condizione – appunto la Giustizia fatta! – tanto importante quanto insacrificabile? Può bastare, non solo all’imputato, ma alla società, alla comunità, ai cittadini?

Il nostro parere è no!!! E i tre segni di interpunzione, questa volta, sono senza alcuna incertezza collocati al termine della frase. Non può soddisfare Mazzei, e nemmeno un Paese che si aspetta e deve pretendere un esercizio equilibrato, puntuale, responsabile (a questo punto verrebbe da dire anche non cervellotico) della Giustizia. Perché, di fatto – ed è la questione che più ci preme – non può parlarsi di una condizione con siffatte caratteristiche. Un punto rilevante, in quel che è accaduto, risalta nel libro. Casi giudiziari come quello di Luigi Mazzei, che fa la sua apparizione sulla scena come imputato di reati gravissimi e, solo dopo quattordici anni, con la famiglia e l’attività imprenditoriale a pezzi, scende dal palcoscenico tritacarne sul quale, suo malgrado, è stato costretto ad esibirsi, mettono in luce una Giustizia che (almeno in questo caso) non funziona. Una Giustizia, come si dice, ingiusta. Anche, con ogni probabilità, inadeguata. Il che comporta la negazione di una fondamentale funzione del nostro sistema democratico, e il venir meno di un presupposto basilare dello Stato di diritto.

Per dirla in modo ancora più chiaro, e conclusivamente: se Mazzei ha avuto quel che gli spettava e attendeva, cioè l’assoluzione perché il fatto non sussiste, lo stesso non può dirsi per chi parrebbe aver clamorosamente sbagliato nell’esercizio della propria attività. E, dunque: il punto esclamativo da cui siamo partiti è corretto? O sarebbe stato preferibile un bel punto di domanda, che avrebbe lasciato sul campo i dubbi, le preoccupazioni, gli inquietanti interrogativi di una vicenda assurda e inquietante?

La nostra idea dovrebbe essere chiara. La vostra, cari lettori?

GIUSTIZIA È FATTA!
di Luigi Mazzei
Luigi Pellegrini Editore

Il giudice, sua madre e il basilisco – di Pantaleone Sergi

di FRANCESCA RAIMONDI – Il romanzo Il giudice, sua madre e il basilisco (Pellegrini, Cosenza 2022, pp. 168) con il quale Pantaleone Sergi torna in libreria a cinque anni dal successo di Liberandisdomini, descrive con delicatezza e senza calcare la mano, un fenomeno articolato e complesso come quello della mafia calabrese, mediante un linguaggio sapientemente costruito e profondamente immaginifico.

La scelta di narrare l’inferno della Santa ’ndrangheta per il tramite della tenerezza familiare – come ha scritto Alessandro Gaudio, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università della Calabria – restituisce con maestria cosa può arrivare a essere un territorio che su quell’inferno è costruito.

Gli elementi di originalità presenti, infatti, permettono al racconto di staccarsi da modelli standardizzati e stereotipati di storie di ’ndrangheta, senza mettere in campo i soliti colpi di scena dei romanzi “tradizionali” sull’argomento.

Al fondo di questo racconto, non c’è tanto la solita storia di mafia, con tutti i suoi connotati tipici, quanto una storia sul destino dell’individuo che, in parte, ciascuno si costruisce da sé ─ come la protagonista Marelina ─ in parte è determinato dal passato  ─ il figlio Enrico Zanda, il giudice  ─  e in parte deriva da una combinazione di elementi accidentali ─ dalle circostanze, dai luoghi, dalla società, dal contesto ─  come si ricava dalla storia del capomafia don Sarazzo Borrello, “il Basilisco”, la cui vita s’incrocia drammaticamente con quella del giudice e della madre.

Il passato si ripresenta alla generazione del presente che, a prima vista, non lo riconosce ─ non nei termini tragici e ineluttabili della tradizione calabrese (che poi risale alla tragedia greca) ─ bensì lo avverte come “destino incompiuto”. Nel susseguirsi delle vicende, s’intravede un disegno superiore, non necessariamente divino e neppure religioso, volto a dare un assetto (o riassetto) complessivo all’intera storia.

Quando tutto finisce, tutto ricomincia, con un flebile motivo di speranza anche per la Calabria, individuato, senza troppa retorica, nelle donne, tanto nella loro delicata disposizione al sentimento quanto nella loro pervicacia e intelligenza, mediante un’appropriata descrizione dell’agire femminile nelle varie situazioni di vita. Marelina, la sua amica Melinna, Giuliana figlia ed erede del boss, la sorella Roberta e Luisanna sua figlia sono altrettante icone di una concezione diversa della vita e dei suoi valori e ciascuna di esse trasmette al lettore un messaggio forte e chiaro: la vita è sempre e comunque frutto di una libera scelta. Questa speranza chiude il cerchio che, all’inizio, si era aperto sulle speranze di Marelina che abbandonava la mitica Mambrici, luogo della fantasia letteraria in cui Sergi ambienta i suoi racconti.

Speranza che è necessaria e rende esplicite, una volta di più, le capacità di narratore di Sergi, attento anche alla struttura della storia che sta raccontando.

L’autore è stato inviato speciale de “la Repubblica” per trent’anni e quindi docente di Storia del Giornalismo e di tematiche sulla Comunicazione presso l’Università della Calabria. Il suo primo romanzo, Liberandisdomini, pubblicato sempre da Pellegrini, è stato ben accolto dalla critica (ha ricevuto il Premio Letterario nazionale Amaro Silano, il Premio Padula e il premio Carlo Alberto Dalla Chiesa), dalla stampa nazionale e dal pubblico dei lettori. (frr)

IL GIUDICE, SUA MADRE E IL BASILISCO
di PANTALEONE SERGI
Luigi Pellegrini Editore ISBN 9791220500906

“Quando c’era la politica” di Filippo Veltri

di PINO NANO –

Appena fresco di stampa l’ultimo libro del giornalista Filippo Veltri, Quando c’era la politica (Ferrari Editore, 112 pagine), e in cui il vecchio Caporedattore dell’’Ansa in Calabria ripercorre le fasi più complesse ma anche quelle più esaltanti del percorso politico regionale, riflettendo sulle soluzioni che in Calabria sono ancora possibili alla politica, e su quelle invece rispetto alle quali la politica non è più adeguata ad arrivare fino in fondo. Una analisi impietosa e senza rete che apre un grande dibattito.

Lo stereotipo purtroppo non cambia mai. Calabria all’anno zero, Calabria regione di fallimenti e di sconfitte, Calabria terra di diritti negati, Calabria regno del disordine amministrativo e del caos istituzionale, Calabria terra di malaffare, e ultima regione d’Europa. Ma cosa c’è di vero in tutto questo, oggi alle soglie del 2023?

In parte molto, ma molte altre cose sono per fortuna – ammette Filippo Veltri – sono cambiate negli anni. Per il grande cronista calabrese non tutto in Calabria va oggi letto in chiave negativa: «Certo che ci sono politici e momenti della politica diversi, positivi, corretti, sani. Ma è il quadro d’assieme – scrive con grande efficacia Filippo Veltri nel suo nuovo libro- che deve essere visto, corretto, analizzato. Nel cielo ci sono la luna e le stelle».

Diretto, completo, immediato, analitico, ricco di dettagli, di riferimenti temporali, di nomi di sigle e di progetti che hanno profondamente segnato la storia calabrese, Filippo Veltri riscopre in questo saggio la sua vera anima di cronista politico navigato e soprattutto appassionato, cronista severo ma anche vecchio militante politico, intellettuale e poeta insieme, un mix di emozioni e di analisi che trasforma il suo saggio in un racconto coinvolgente sul regionalismo e sul futuro di questa regione del Sud così lontana ancora da tutto.

«Il mio ultimo libro, scritto nel 2021, insieme al mio amico Franco Ambrogio – premette Filippo Veltri –, è dedicato al fallimento del regionalismo dopo oltre cinquant’anni dall’istituzione delle Regioni in Italia. Dopo un arco di tempo così ampio si può infatti ben fare un bilancio sul regionalismo italiano. Poche luci e molte ombre, emerse con nettezza nella fase dell’emergenza Covid ma che erano già venute allo scoperto nel corso degli ultimi anni».

Da vecchio militante comunista, “puri e duri”, si diceva così un tempo, perché Filippo tale era, il libro di Veltri riflette, con un serrato confronto a più voci, quello che molta parte della sinistra italiana (e non solo, in verità) sta ora mettendo a fuoco: «Non si è raggiunto – riconosce – l’obiettivo di avvicinare l’Istituzione ai cittadini e le regioni si sono via via trasformate in macchine elefantiache che hanno moltiplicato i problemi anziché aiutare a risolverli».

Come dargli torto? Da qui di sviluppa poi il ragionamento tutto “veltriano” della politica calabrese: «Ecco – scrive il grande cronista – la nascita della regione in Calabria, segnata dalla rivolta di Reggio Calabria, è un momento della storia regionale che ha finito per segnare comportamenti e valutazioni, con la duplicazione delle sedi, la contrapposizione municipalistica tra città e il moltiplicarsi di una burocrazia molte volte inefficace e causa dei problemi. Forse, bisognerebbe tornare a riflettere sulla nostra storia più recente senza omissioni o municipalismi di ritorno, giustificazioni che hanno fatto il loro tempo dopo un cinquantennio e passa».

112 pagine da leggere in un fiato, una scrittura veloce, dal taglio moderno, utile soprattutto ai più giovani che non hanno neanche idea di cosa sia stato il passato dei loro padri in Calabria, ma che conoscono invece bene l’attualità del momento politico e che Filippo Veltri giudica da osservatore distaccato come dannoso al futuro del Paese: «Perché populismo e qualunquismo – scrive – nascono alla fine da questo, e serve a poco la lamentazione se non c’è vera ed effettiva partecipazione dal basso. Se la cittadinanza non diviene attiva. Parolina magica ma unica strada».

Rieccola la sua vera anima, il grande cronista torna per un momento alla sua vecchia mania e insana passione politica, per ricordare ai suoi lettori quale dovrebbe essere il ruolo della politica e semmai la riscoperta dei partiti politici: «I partiti stanno ovunque perdendo la funzione che Benedetto Croce indicava, cioè operare per mandare nei Parlamenti «un buon numero di persone intelligenti, capaci, di buona volontà». I partiti in Italia hanno già perso questa funzione di tramite indicata da Croce perché le loro basi si sono limitate sempre di più».

E qui ha perfettamente ragione l’autore del saggio: «La politica, come disse tanto tempo fa un mirabile (lui sì) politico della prima Repubblica, Rino Formica, è sangue, sudore e merda. Lo era ai tempi di Formica, il quale non faceva minimamente cenni di autocritica o di lagnosi mea culpa, o peggio ancora di cenere sui capi per lavacri quanto mai fuori posto, ma stava al gioco e cercava di cambiarlo per quanto poteva e sapeva. O nemmeno ci provava a cambiarlo e si limitava a fotografare l’esistente, confermando alla fine i tre sostantivi che aveva messo assieme».

In un gioco di parole, Veltri riscopre la malinconia del passato: «La verità – scrive – è che la politica e la lotta politica erano allora solamente intellegibili, almeno un poco di più rispetto ad oggi, perché c’erano le sedi dove tutto avveniva. C’erano i partiti, innanzitutto, le sezioni, i circoli, le assemblee. C’erano le parrocchie e i sindacati, che per la verità ci sono anche ora ma un po’ più sbiaditi, più tenui, più regolari».

C’erano, insomma, i luoghi dove un potere di parvenza decisionale poteva essere esercitato. Attenzione, avverte però lo scrittore: «parvenza ma l’apparire è stato solo il fulcro e il motore che ha mandato avanti intere generazioni a spendersi e che ora non c’è più. Né l’apparire né lo spendersi. Ma questo è un ragionare che è valido ovviamente per tutto il nostro Paese, per l’Italia intera, da sud a nord e viceversa». Come si fa a non sottoscrivere questo manifesto?

E qui si innesta mirabilmente bene la post-fazione di Vincenzo Falcone, che in Calabria è stato tutto e il contrario di tutto in politica. Prima Grand commis della politica militante, poi parte integrante della stessa, poi confessore e spin doctor di molti dei protagonisti del regionalismo calabrese, e poi ancora giudice severo e inquirente delle loro colpe e dei loro tradimenti. Da qui il suo monito feroce: «Chi è chiamato a governare la Calabria deve sapersi scrollare di dosso il pesante peso del millenario sistema feudale che ha inginocchiato e immobilizzato questa regione a tutti i livelli. Deve avere la piena consapevolezza che non serve un modello di sviluppo tradizionale per liberarla dall’immobilismo e dalla stagnazione, in quanto le cause della debolezza dell’intero sistema regionale sono da attribuire a un fattore prevalentemente culturale. Deve assumere il pensiero di lungo periodo quale pilastro portante dello sviluppo sostenibile e della crescita strutturale in quanto il veloce ritmo dei mutamenti del sistema globale impone la ricerca di immediate strategie di adattamento alle mutevoli regole del mercato mondiale”. Una lucidità fuori dal comune, che lo aveva portato a diventare nel tempo- mi piace ricordarlo- pur essendo lui un uomo di sinistra, il grande saggio a cui far riferimento per ritrovare la bussola della crisi. Personalmente lo ammiro molto».

Ma il saggio di Filippo Veltri ha anche il grande privilegio di avere una prefazione “eccellente” scritta da un genio della statistica, Domenico Talia, professore ordinario di sistemi di elaborazione delle informazioni presso l’Università della Calabria, e autore di diversi libri a carattere scientifico e divulgativo sul tema dei Big Data. Non uno storico, dunque, né tanto meno un politologo, ma un analista puro dei dati che la storia ci offre. Questo spinge lo “scienziato dei numeri” ad una analisi viscerale, fredda, incontestabile e perfettamente aderente alle cifre reali del nostro tempo: «La Calabria di oggi – commenta Domenico Talia –  mostra picchi positivi in diversi ambiti che spesso non trovano analisti attenti, seppure in una geografia fatta di alcune carenze e criticità estreme (la sanità tanto per citare l’esempio più drammatico). Gli statistici direbbero che esiste troppa varianza».

Ma questo non basta a capovolgere il bicchiere della crisi: «Purtroppo, tante punte positive non fanno un sistema». Il giudizio del professore Talia è tranchant «Manca un sistema Calabria all’altezza delle sfide attuali. Ci sono esempi da studiare che si ergono sul caos, casi che hanno saputo creare ordine dal disordine. Le università, ad esempio, in Calabria come in tutto il Sud, sono grandi laboratori che, insieme ad altri, dovrebbero avere un ruolo di progettazione del domani. Contesti dove elaborare e proporre azioni concrete per trasformare la nostra antica identità in un fattore di competitività empatica. Bisognerebbe usare ogni mezzo, dalle nuove tecnologie alla letteratura, dall’antropologia al giornalismo, per scovare quello che c’è di buono e che a prima vista non appare».

Ma allora come se ne esce? Il matematico ha una sua certezza:” Serve lavorare per sistematizzare il sistema, per condividerlo e valorizzarlo. È questo il compito che la classe politica calabrese dovrebbe assumersi e che oggi purtroppo non sa svolgere con efficacia”. Finalmente una boccata di ossigeno, perché chi crede nella democrazia e nella libertà non può non condividere questa analisi. (pn)

QUANDO C’ERA LA POLITICA
di FILIPPO VELTRI
FERRARI EDITORE 
ISBN 9791280242150 

Achille Maiorano, un saggio di Raffaele Iaria

di SERGIO DRAGONE – Leggere, scrivere e far di conto. Era la missione che si proponevano i leggendari maestri elementari a cavallo tra Ottocento e Novecento per contrastare l’analfabetismo che interessava la quasi totalità della popolazione italiana e meridionale in particolare. Eroi misconosciuti che esercitavano il loro ruolo con una passione straordinaria, spesso in condizioni di estrema difficoltà logistica e in realtà molto isolate geograficamente.

In questo contesto, si inserisce la figura di Achille Maiorano, il Maestro per antonomasia di Scala Coeli, un piccolo borgo adagiato su una rupe, non lontano dalle acque dello Jonio cosentino. Immaginate un giovane che a soli 17 anni (siamo nei primi anni del Novecento) trova la forza di diplomarsi alla Scuola Normale di Matera e che tre anni dopo, nel 1911, comincia la sua avventura-missione nelle scuole elementari del suo paese d’origine. Da cui non si muoverà per tutto il resto della sua vita, diventando il Maestro di intere generazioni, fino al 1956, anno del suo pensionamento.

L’esperienza leggendaria di Achille Maiorano, che è stato anche poeta, scrittore e giornalista, viene recuperata da Raffaele Iaria, portavoce della Fondazione Migrantes, anch’egli nativo di Scala Coeli, in un agile saggio pubblicato da Progetto 2000. Ma è soprattutto l’aspetto educativo ad attirare l’attenzione di Iaria che ricorda non solo la lunghissima missione di Maiorano nelle scuole elementari, ma anche il contributo che egli diede alla crescita professionale e alla formazione dei maestri italiani.

Maiorano fu infatti autore di vari testi scolastici, tra cui alcuni pubblicati nel 1934: “Nella scuola e per la scuola” e “Dalla scuola elementare alla scuola media. Corso completo di lezioni sulle varie materie d’esame per l’ammissione alla prima classe delle Scuole medie di primo grado: lingua italiana, aritmetica, disegno, cultura generale”. Un testo, quest’ultimo, che appartiene ai “libri scolastici scritti per un bisogno dell’anima, per vocazione di educatore che vuole giovare all’infanzia…”, come osserva nella prefazione Vittorio Gualtieri.

Raffaele Iaria, che oggi è considerato uno dei maggiori scrittori e giornalisti italiani in campo religioso, parla con orgoglio anche del Maiorano poeta, le cui liriche in vernacolo trasudano amore sconfinato per la propria terra e per le sue tradizioni. Ha scritto anche inni religiosi e perfino il testo di una canzone folk.

Un’intensa produzione letteraria che ha contribuito a fare conoscere il nome di Scala Coeli anche al di fuori dei confini regionali. E questo piccolo borgo della nostra Calabria ha voluto esprimere riconoscenza verso questo Apostolo dell’Educazione intitolandogli nel 1980 la scuola elementare.

Quella di Achille Maiorano è una storia minore, ma non per questo meno importante, del lungo cammino che la scuola calabrese ha compiuto nel difficile e drammatico periodo storico tra le due guerre.

Bene ha fatto Raffaele Iaria, autore di tanti libri di successo tradotti in molte lingue, a dedicare un po’ del suo prezioso tempo al recupero di questa bella figura di maestro e intellettuale, esempio di dedizione per la missione di educatore da indicare anche alle nuove generazioni di insegnanti che operano nella nostra Calabria.

RAFFAELE IARIA
ACHILLE MAIORANO
Editoriale Progetto 2000

di FRANCESCO KOSTNER – Con tutto il rispetto per l’ambizioso proposito di “Giuseppi” Conte, di diventare rappresentante e difensore degli italiani nelle istituzioni del Paese, il titolo e il contenuto del pamphlet Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud, edito da Luigi Pellegrini Editore, omaggio di Paride Leporace all’ex leader socialista, in occasione del ventennale della morte (2002/2022), è un’altra Storia. Con la consonante maiuscola, non a caso. Anzi è la Storia, che il vice direttore de “il Quotidiano del Sud” riprende al momento giusto, puntuale all’appuntamento con un anniversario di rilievo nazionale. 

A differenza di Conte, però, il vissuto politico e amministrativo di Giacomo Mancini, in Italia, nel Mezzogiorno, in Calabria, e nella sua Cosenza, ha lasciato il segno. Al punto non solo di rappresentare ancora oggi un esempio di capacità, pragmatismo e efficienza da emulare, ma mettendo tutti d’accordo una volta tanto. Come è stato, a suo tempo, per i suoi avversari nelle elezioni amministrative del 1993 – ex dc, ex comunisti in modo precipuo – e del 1997 (nelle quali ottenne un consenso ancora più ampio), disorientati dall’efficienza, dal pragmatismo e dalla determinazione del vecchio Leone socialista. Caratteristiche e qualità nemmeno lontanamente scalfite anche dalla vicenda giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa in cui Mancini rimase coinvolto nel 1994, accusa gravissima dalla quale venne completamente scagionato. 

Ebbene, il merito principale del pamphlet pubblicato da Leporace crediamo consista nella restituzione alla memoria collettiva, in particolare ai giovani, di alcune tappe fondamentali dell’azione politica e di governo di Giacomo Mancini, che oltre ad essere stato parlamentare ininterrottamente dal 1948 al 1992, fu anche ministro della Sanità, dei Lavori Pubblici e del Mezzogiorno. E se, per esempio, è cosa buona e giusta ricordare il suo impegno a favore dei disabili, e la sua azione finalizzata ad abbattere ogni barriera che ne impedisse l’accesso nei luoghi pubblici, anche alla luce delle vicende che hanno caratterizzato la pandemia nel nostro Paese, è inevitabile ricordare la determinata iniziativa del ministro della Sanità Mancini che decise, infischiandosene del parere contrario di molti funzionari e dirigenti, di rendere obbligatoria la somministrazione a milioni di bambini del vaccino contro la poliomelite sviluppato dal medico polacco naturalizzato americano Albert Bruce Sabin, evitando così la morte di chissà quanti piccoli italiani. Una vicenda che non si trova sui libri di storia usati nei licei e all’università, e che anche i grandi giornali continuano a ignorare, come è successo di recente sul Corriere della Sera, che in una pagina intitolata “La lezione dimenticata della polio” ha ritenuto ininfluente ricordare il principale protagonista di quel passaggio per molti aspetti nodale della storia Repubblicana, risoltosi come abbiamo detto. 

L’altra faccia del decisionismo manciniano è tutta di marca siciliana e risale all’estate del 1966, quando una gigantesca frana investì la città di Agrigento lasciando migliaia di famiglie senza casa. L’evento fu conseguenza delle dissennate politiche urbanistiche degli amministratori locali sulle quali il ministro Mancini decise di vederci chiaro. E quando la Commissione da lui insediata per accertare le cause di quanto accaduto mise nero su bianco l’assenza dell’interesse pubblico nell’azione comunale, “la quale appare dominata soltanto dalla preoccupazione di favorire – comunque ed a qualunque prezzo – le singole iniziative costruttive” e che “la gravità della situazione urbanistico-edilizia del paese ha trovato in Agrigento la sua espressione limite”, il ministro socialista decise immediatamente di agire. E a parte le iniziative giudiziarie che riguarderanno molti amministratori della città, Mancini riuscirà ad impedire ulteriori sfregi in quell’area, salvando la valle dei Templi dal rischio di inaccettabili speculazioni edilizie e ispirando l’approvazione della cosiddetta “legge ponte”. Un intervento provvidenziale definito dal giornalista Francesco Erbani “un baluardo del riformismo praticato dal centrosinistra di quegli anni, esemplare non solo nel campo dell’urbanistica, ma per altri settori della vita pubblica, in virtù dei molti elementi di programmazione e di pianificazione che intendeva introdurre nel sistema”. 

Non meno importante è la vicenda relativa alla costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, che agganciò la nostra regione al resto del Paese e nella quale Mancini ebbe un ruolo fondamentale, sfoderando ancora una volta le sue qualità politiche e l’idiosincrasia per tutto ciò che rappresentasse un ostacolo o una limitazione alla sua azione al servizio del Paese. Direttori generali compresi, rimossi in un batter d’occhio per manifesto, intollerabile ostruzionismo, forse, chissà, in qualche modo ammantato anche di pensieri e pregiudizi antimeridionalisti.

Si potrebbe scrivere chissà quanto ancora di queste e altre vicende, ma crediamo sia giusto lasciare al lettore il gusto di scoprire direttamente il contenuto del pamphlet di Leporace, che traccia un quadro storico e biografico, snello e di agevole lettura, “del politico calabrese che meglio rappresentò le ragioni della sua terra in un’ottica meridionalista e di difesa della democrazia”. 

Un focus utilissimo, dunque, in vista di ulteriori approfondimenti, a partire da quello che il figlio dell’indimenticato leader socialista, Pietro, ha pubblicato nel 2016, sempre per i tipi di Luigi Pellegrini Editore, intitolato “…mi pare si chiamasse Mancini…”. Un riconoscimento all’importante genitore, alla centralità della politica e ai superiori interessi dei cittadini, di cui Mancini è stato lungamente interprete e sui quali oggi, in tempi di magra in questo fondamentale campo d’azione, è utile soffermarsi. Allontanando così il rischio, ahinoi molto concreto, che anche la Storia migliore, alla quale certamente Mancini ha offerto un contributo, possa essere in qualche modo trascurata se non finanche dimenticata.  (fk)

GIACOMO MANCINI, UN AVVOCATO DEL SUD
di Paride Leporace
Luigi Pellegrini Editore, ISBN 9791220500968

Terra Santissima, romanzo di Giusy Staropoli Calafati

di ENZO CICONTE – La Calabria, vista da fuori, ha l’immagine di una terra di mare. Tutto è mare, dall’azzurro al verde azzurro al cristallino, a quello dai mille colori che s’inseguono cavalcando piccole onde ed è trasparente al punto da far vedere il fondale da altezze elevate – chi non ricorda la terrazza sul mare di Tropea? – con albe dai raggi dorati sulla costa jonica e tramonti incantati, spettacolari sulla costa tirrenica. In ogni caso tutto mare.

E invece la Calabria è altro, molto altro. La Calabria la si comprende fino in fondo se si conoscono le sue montagne. Che sono tante: il Pollino, la Sila grande, la Sila piccola, il Reventino, le Serre vibonesi, l’Aspromonte che si protende nella punta più estrema dello stivale quasi a voler acciuffare la Sicilia, senza mai riuscirci, per fortuna! Ogni montagna con le sue caratteristiche, i suoi profumi e i colori, la lucentezza delle piante e degli alberi che hanno molte varietà, e gli animali che vivono all’aria aperta e che fanno parte del paesaggio in un’immensa distesa delle tante variazioni di verde; una più bella delle altre queste montagne. Quale sia la più bella nessun calabrese lo sa davvero, perché è legato alla montagna della sua infanzia; io amo le serre perché sin da piccolo i miei genitori mi portarono lì e ci ritorno ancora anno dopo anno. Arrivai per la prima volta a Serra San Bruno che avevo pochi mesi. Ci andai a “cambiamento d’aria” come si diceva una volta e come consigliò il medico di famiglia preoccupato per la gracilità del mio corpicino.

Tutte le montagne hanno le loro leggende, a cominciare da quelle dei famosi briganti, immortalati nella loro giovinezza, aitanti e belli, fascinosi e misteriosi che facevano innamorare tutte le donne, ma proprio tutte, dei tanti paesi; queste sognavano di essere rapite da uno di loro o, almeno, di incontrarlo una volta, anche solo una volta, tra i boschi al riparo da occhi indiscreti e pettegoli.

Di montagna hanno parlato in tanti, calabresi e non calabresi. Corrado Alvaro, che era di San Luca, ha parlato del suo Aspromonte. “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare” scriveva nel suo famoso incipit in Gente in Aspromonte pubblicato da Le Monnier nel 1930. E di Aspromonte parlò Umberto Zanotti Bianco nel suo Tra la perduta gente pubblicato da Mondadori nel 1959. Ancora l’Aspromonte, anzi: Africo!, è il cuore di un libro famosissimo di Corrado Stajano il cui titolo era proprio Africo, pubblicato da Einaudi nel 1979.

Non solo quelli appena ricordati, ma tanti altri hanno scritto sull’Aspromonte (l’elenco sarebbe davvero lungo) e con una caratteristica inconfondibile: sono tutti uomini. Adesso, a parlarci di questa immensa, straordinaria, misteriosa, affascinante montagna c’è Giusy Staropoli Calafati con il suo romanzo Terra santissima, edito da Laruffa nel 2021.

È un libro complesso, a più strati, scritto bene, che si legge d’un fiato. È un libro d’amore. D’un amore speciale, particolare: che non è solo quello tra un uomo e una donna. C’è anche questo amore, naturalmente, che tiene incatenati i due cuori e quelli dei lettori tesi a seguire gli alti e i bassi di un rapporto che è complicato dal carattere dei due giovani, dalla loro storia che è diversa, lei una giornalista che arriva da Milano pur essendo calabrese e lui un figlio di quella montagna, dai diversi progetti di vita dei protagonisti, progetti che vanno in frantumi dopo una gravidanza complicata  che non si conclude con la felicità dei genitori, ma con un lutto devastante e un dolore immenso, inenarrabile, talmente potente da spezzare i cuori e le viscere dei due giovani amanti, da sconvolgere le menti e da condizionare il futuro di entrambi.

Sono pagine di straordinaria empatia ed emotività. E come si può descrivere un amore così intenso, a tratti delicato, se non immergendosi nella lettura delle pagine del libro? Se non seguendo passo dopo passo i sentimenti, gli incontri con le donne, gli uomini, i ragazzi, le emozioni, i sogni, i pensieri di lui e di lei, e i genitori di lei che giocano un ruolo importante?

Ma c’è un amore ancora più profondo ed intenso di quello tra lui e lei. È l’amore di Giusy Staropoli per la Calabria, per la sua terra, per questo Aspromonte che affascina e attrae nonostante la vita aspra, dura, difficile, complicata, a tratti insopportabile, piena di segreti, di misteri, di favole, una vita a tratti splendente a tratti tenebrosa, feroce e delicata, amara e dolce.

 Un amore forte, quello della protagonista del romanzo, assoluto, che non ammette tradimenti nonostante la presenza prima ovattata, in sottofondo, impalpabile, poi sempre più visibile e inquieta dei malandrini e delle loro regole barbare, antiche e moderne insieme, di una ‘ndrangheta di montagna che ha avuto la destrezza di adattarsi ai mutamenti e diventare sempre più forte e pericolosa al punto da commettere una strage a Duisburg nel cuore dell’Europa. E quel fatto di sangue ha un risvolto importante e imprevedibile in tutta la storia dei due protagonisti principali.

La giornalista Simona Gatto scopre la Santa, questa recente mutazione della ‘ndrangheta più misteriosa, pericolosa, oscura, accattivante ed avvolgente che mette paura e soggezione, che induce all’omertà ed è una forza potente perché si appoggia ed è appoggiata dai potenti, da poteri occulti intrecciati a logge massoniche deviate. E le parole contro la ‘ndrangheta sono inequivocabili, ed anche questo è un tratto positivo del libro.

E poi c’è il vero amore: San Luca, il santuario di Polsi avvolto nella leggenda e nel fascino della Madonna della montagna venerato da tempo immemorabile e richiamo irresistibile per tutti i fedeli della provincia di Reggio Calabria. E da questo comune incastonato nel cuore profondo dell’Aspromonte, lo scrigno dov’è nato Corrado Alvaro, arriva un faro di speranza. Una luce che illumina il percorso della giovane giornalista che arriva dalla lontana Milano per un’inchiesta e decide di rimanere per sempre su quella montagna. Una scelta controcorrente. (eci)

[Enzo Ciconte, storico, scrittore e docente universitario]

TERRA SANTISSIMA
di Giusy Staropoli Calafati
Laruffa Editore, ISBN 9788872219805

Visioni turistiche (nuova edizione) di Debora Calomino

“Viaggiare è come sognare” diceva Edgar Allan Poe, e in questo momento la voglia di esplorare nuove mete è più forte che mai. Quali saranno i trend del prossimo futuro? Dove andremo per rigenerarci dopo questo lungo inverno? Visioni Turistiche (Edizioni Contanima), sottotitolo Marketing, Cultura e Tendenze, nella sua nuova edizione con altro editore, dona la possibilità di approcciarsi al mondo del turismo, scoprendo nuove forme di viaggio e diversi modi di intendere le vacanze. Il saggio scritto dalla giornalista Debora Calomino racconta i viaggi nel tempo a bordo dei treni d’epoca che hanno contribuito a fare la storia dell’Italia del Novecento (come il Trenino della Sila del 1929 che permette di attraversare il cuore verde della Calabria) e il dark tourism alla scoperta di luoghi misteriosi per gli amanti del brivido (tra questi il Dracula Park in Romania dedicato al Conte Dracula).

Si sofferma sul cineturismo che si identifica con il desiderio degli spettatori di andare a visitare di persona i luoghi rappresentati dal cinema e della televisione, con esempi pratici di destinazioni divenute mete emozionali grazie a pellicole girate proprio sì, basti pensare alla Sicilia del Commissario Montalbano e ai borghi medievali come Gubbio e Spoleto nella fiction Don Matteo con Terence Hill. Nel saggio c’è spazio anche per i social, divenuti oggi compagni di viaggio irrinunciabili, infatti le immagini sono fonte di ispirazione e invogliano le persone a intraprendere viaggi e scoprire posti nuovi,  i blogger di viaggio piacciono e ispirano fiducia poiché raccontano in modo semplice le destinazioni, vanno alla ricerca di posti insoliti per farli conoscere ai loro followers. Un esempio è dato dal turismo floreale, sempre più in voga grazie ai social network. Tante curiosità per i viaggiatori, ma anche per gli operatori turistici, come ad esempio le dritte per accogliere turisti di fede musulmana (il cosiddetto turismo Halal). Inoltre si parla di De.Co. (le Denominazioni Comunali) considerate un importante strumento di marketing territoriale. Non mancano riflessioni sul ruolo della popolazione residente e del suo benessere, nella creazione di una destinazione turistica di successo, infatti per rendere un territorio bello e appetibile, la prima cosa da fare è migliorare la qualità della vita di chi lo vive. Tanti spunti per sognare e progettare le prossime vacanze, in un libro che con semplicità parla del turismo come fenomeno che fa parte della vita di ognuno di noi. La prefazione di Visioni Turistiche è stata curata da Sonia Ferrari, docente di marketing turistico e territoriale presso l’Università della Calabria, la post-fazione da Filippo Grasso docente di analisi di mercato presso l’Università degli Studi di Messina.

Visioni Turistiche – Marketing, cultura e tendenze
di Debora Calomino
Edizioni Contanima – ISBN 978-8868630225