Francesco Maria Spanò: Gerace la città delle Cento Chiese

Difficile non innamorarsi a prima vista di Gerace, la bella cittadina nella Locride: è un luogo mistico e insieme pieno di vitalità che invita il visitatore a scoprire i suoi segreti e le sue storie. Lo stesso succederà con quanti si avvicineranno al bel libro di Francesco Maria Spanò  Gerace, la città delle Cento Chiese  (Gangemi Editore), presentato la scorsa settimana al Museo archeologico di Reggio. Spanò è ovviamente di Gerace, come di Gerace è il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri che ha scritto una breve introduzione al volume. Difficile non restare avvinti e incantati dalle tante testimonianze che disegnano una città che non si può fare a meno di amare ed ammirare, invidiando i suoi abitanti e le personalità che da lì hanno preso il via verso altri lidi. Nella diaspora calabrese di persone illustri, i geracesi primeggiano nel campo della cultura e del giornalismo e hanno lasciato evidenti tracce in tanti altre aree della società.

Spanò, senza indulgere alla malinconia di un figlio devoto, riesce a raccontare la “sua” città servendosi anche di una grande ed apprezzabile varietà di immagini fotografiche che illustrano scorci e famiglie di cui non si potranno mai perdere le tracce. Non a caso il sottotitolo del libro tradisce questo obiettivo: “storie e immagini rivissute”. È il rivissuto, in effetti, il vero protagonista di questo libro: «Non saprei vivere in nessun’altra città» scrive Nicola Gratteri, e Leon Panetta (ex capo della CIA) di rincalzo dichiara la sua devozione: «Sono orgoglioso di essere figlio di un geracese». Così, Spanò confessa che «lasciandomi trasportare dall’intensità» degli episodi di un tempo “raccontato” «mi è inconsapevolmente accaduto di dare nuova vita agli avvenimenti stessi e di vederli alla base della mia identità». Una dichiarazione d’amore che spiega perché, sfogliando queste pagine, si avverte l’appartenenza a un luogo che sembra inventato eppure esiste e rivela una grande storia fatta di persone, avvenimenti, persino di piccoli curiosi banali istanti di vita, che acquistano un vigore inaspettato in queste preziose pagine di ricordi e di emozioni.

«La memoria della sensazione – dice l’autore – ha valicato i confini della narrativa fotografica. E sono stato travolto da un torrente di momenti felici, di attimi extratemporali che poi sono diventati la Gerace dei volti, dei gruppi della chiesa, dei personaggi illustri e delle famiglie a me care, dei simboli, delle stagioni di una terra che vede da sempre i colori del mare».

Un suggerimento: non è un libro che deve seguire il naturale scorrere delle pagine. Va aperto a caso e ogni immagine s’impadronisce dell’incauto lettore, curioso ma magari svogliato, che si scopre coinvolto da una semplice immagine in un gioco di rimandi e di connessioni che il filo del tempo riesce a intessere in maniera incredibile e da cui non si vuole più uscire. Si sfoglia, si legge il libro e si diventa, orgogliosamente, cittadini di Gerace, custodi immaginari delle sue Cento Chiese, del suo passato magno-greco, in un percorso esperienziale che viene voglia di condividere con le persone care. Calabresi e non: Gerace è la Calabria, ma non solo. È quanto riesce a trasmettere l’autore, Francesco Maria Spanò, uno dei tantissimi calabresi che non nasconde l’orgoglio di sentirsi tale e la soddisfazione di saper trasmettere la sua “calabresità” ai figli e ai figli dei figli che verranno. Con amore, devozione e quella sana passione per le nostre origini che tutto il mondo ci invidia. (s)

Nero di seppia, un “memoir” nostalgico di Gregorio Corigliano

Nel suo ultimo libro “Nero di Seppia, dai taccuini di un giornalista seduto in riva al mare” (Edizioni Pellegrini) Gregorio Corigliano, storico giornalista Rai e per lunghissimi anni inviato speciale e massimo esperto della RAI sui sequestri di persona che hanno riguardato in particolare la Calabria, racconta questa volta se stesso e la sua vita da “marinaio”.

Lo fa con una delicatezza inusitata, con un linguaggio d’altri tempi, che trasuda di nostalgia, di emozioni per le cose perdute, di ricordi atavici forti, di leggende e di novelle sempre attuali, ma lo fa soprattutto con un garbo ed un “senso di rispetto” verso il mare, che ha segnato profondamente la sua vita, che merita davvero grande ammirazione generale: “È stato lo zio Nino a farmi amare il mare. Non potrò mai dimenticarlo!…Quando mi sono iscritto al social più famoso, ho pensato di aggiungere “giornalista che ama il mare!” Perché? Lo si intuisce, ovvio. E perché lo amo? Perché sono nato, tantissimi anni fa a venti-venticinque metri dal mare. Tanto distava la casa dei miei genitori dal Tirreno. Mi affacciavo, quando ero più grandicello, e dalla finestra ammiravo il mare.

Lo vedevo, lo respiravo, lo gustavo”. Figlio di mare in tutti i sensi, perché figlio di un uomo e di un intellettuale che amava egli stesso così tanto il mare da essersi dimenticato di lui, che proprio quel giorno stava per venire alla luce: “Quando sono nato, mio padre era a mare. Era andato a pesca.

Lo sapeva bene che i giorni del parto si erano compiuti. Pur nondimeno il mare per lui era una calamita, d’estate. Non riusciva a non raggiungere la spiaggia, d’estate e di inverno. Era più forte di lui. Quando è tornato io ero già nato, ed ero il primo figlio. …Sono nato, alle sette del mattino, due ore dopo che lui era andato a mare.

Quando è tornato, felice e contento perché aveva pescato quattro seppie, ha avuto la sorpresa, che lo ha mandato in estasi, di trovarmi accanto a mia madre. Ero nato. Tutto questo per dire dell’amore per il mare che non ha frenato mio padre neanche nei “giorni del batticuore” intimo”.

215 pagine, una prefazione di Tommaso Labate (storico notista politico del Corriere della Sera), una post fazione di Agostino Pantano (inviato televisivo di punta de LaCnews 24) 34 capitoli diversi, tutti pezzi di autentica storica calabrese, ritratti coloriti e ammalianti di una generazione e di un tempo ormai lontani, ma pieni di amore per quegli anni e per quelle traversie, dalla nascita alla prima elementare, poi le medie, gli anni del liceo, l’Università a Messina, i primi viaggi all’estero, l’abbraccio mortale del giornalismo, e poi ancora il primo giorno di assunzione alla Sede Rai della Calabria, di cui è stato anche Caporedattore, e i mille successi nazionali e internazionali legati al suo lavoro quotidiano, con tutto quello che ne deriva dall’avere la fortuna di fare per mestiere e per passione l’inviato speciale di una grande e meravigliosa azienda pubblica come la Rai.

Ma una delle pagine più struggenti di questo suo racconto di vita è il momento in cui suo padre gli regala la sua prima macchina: “La mia prima macchina, ricordo che andammo, con mio padre e con Ciccio, all’Icar di Gioia Tauro e Sandro Benedetti mi consegnò l’unica Fiat 500 che aveva, azzurra e, ahimè, senza sedili ribaltabili… allora indispensabili. Fu targata RC 78101, lo ricordo ancora”. E’ l’inizio della grande avventura nel mondo del giornalismo: “Il primo ed unico sequestro di persona avvenuto a San Ferdinando, quello di Franco Bagalà.

Una prigionia di dodici giorni. Del riscatto non ho mai saputo alcunché di ufficiale. Con il grande Gigi Malafarina, facciamo, con mia grande soddisfazione, i pezzi a due firme sulla Gazzetta del Sud. Quale onore!”.

Ma è chiaro che San Ferdinando è solo una parentesi della sua vita futura, costellata di incontri importanti e soprattutto di amici influenti e di grandi giornalisti. È il caso di Franco Bucarelli, forse il più grande cronista di nera che la Rai abbia mai avuto, dallo stile irripetibile e dalle mille risorse professionali. Gregorio Corigliano lo ricorda in questo modo: «È proprio alla partenza per Istanbul che conosco il giornalista che più di tutti, in assoluto, sarà il mio mentore, il mio amico non calabrese più affettuoso, il mio consigliere, il mio maestro, anche di vita: Franco Bucarelli, inviato speciale del Gr2 dell’epoca. Quanti consigli, quante spinte ideali, quante esperienze con lui, da Bangkok a Tokio, da Malta a Copenaghen. L’ultima a maggio 2019 a conoscere Cracovia e dintorni, il regno di Papa Giovanni Paolo II. Un’esperienza unica. Anche di questa sarò grato a Franco tutta la vita”. Il viaggio forse più emozionante per lui fu quello negli Stati Uniti, New York, la Grande Mela, la Little Italy, il Ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà, il Grande museo di Ellis Island, e qui una nuova scoperta della sua vita, la più inattesa: “Non ci crederete ma è solo nel 1970 che ho conosciuto altri tre Gregorio Corigliano, i figli dei miei zii.

Nessuno allora era mai venuto in Italia, men che meno in Calabria. Solo due di loro, ma negli anni ’90. A mala pena conoscevano un po’ di dialetto calabrese”. Emigrati tra emigrati, emigranti tra emigranti, alla fine anche lui ha speso da emigrato tutta la sua vita lontano da San Ferdinando di Rosarno, il paesello di cui il libro trasuda sangue, per via dell’amore viscerale che da sempre lega Gregorio Coriglano alla sua gente e al suo paese natale: “ Vinisti?” “Sì”. “E quando vinisti?” “E quando tindi vai?” “Non lo so”.

“Veni e mangi ‘a casa mia?” Queste, in sintesi, le prime parole che ascolto quando arrivo nel luogo dell’anima per le vacanze. Costa smeralda, Billionaire? Ma quando mai?

Vuoi mettere il posto dove gli odori, i sapori, gli sguardi ti appartengono e cambiarli con il lusso che secondo me vacanza non è? È sempre così”. Ma tra una missione e l’altra all’estero torna nella sua vita, prepotente e indomita, la voglia di mare, e qui i ricordi del suo mare sono davvero infiniti e per certi versi anche strazianti : “Una volta, addirittura, Zarafino mi ha portato da mezzanotte alle sei del mattino per la pesca dei tonni. Non ho resistito che fino alle tre: il sonno ed il freddo furono più forti. Il modo per riscaldare i piedi era tenerli in acqua.

Non ci crederete, ma l’acqua di notte, rispetto alla temperatura esterna, è molto calda. Poi su un angolino, alla meno peggio, mi addormentavo ed i marinai mi sfotticchiavano. Giustamente: sei voluto venire ed ora dormi? Svegliati, lupo. E chi ce la faceva?” Delle sue radici Sanferdinandesi Gregorio Corigliano ne fa in questo suo romanzo, perché tale è questo suo nuovo saggio, motivo di vanto.

È come se essere nato da queste parti gli desse prestigio e autorevolezza, proprio perché figlio di una tradizione senza fine, che è la tradizione dei nostri paesi più piccoli e della gente che li vive, testimone privilegiato di una storia infinita: “Chi è nato ed è cresciuto in un paese piccolo piccolo di vicini ne ha quanti ne vuole, se li vuole, ed anche se non li vuole.

Eccome se li ha. Perché un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta lì ad aspettarti”.

E per chi non avesse capito fino in fondo questa “ammissione di colpa”, Gregorio Corigliano va ancora oltre e riconosce che aveva proprio ragione Cesare Pavese nella “Luna e i falò”: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che, anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E questo è (o era) San Ferdinando, non più, e da tempo, frazione di Rosarno, ma il luogo della tendopoli e di Sarko! E questo in aprile, maggio, giugno e vieppiù in luglio ed agosto. Sempre gli stessi rituali”. Un saggio letterario? Forse.

Un romanzo? Forse ancora di più. Un’analisi antropologica? Certamente anche quello. Di fatto in questo suo ultimo libro il grande inviato di un tempo ricorda il suo passato con una forza ancestrale da lasciare esterrefatti: “La mia vita, solo giochi? No, di certo. Mio padre, in piena estate, ma di mattina, mi mandava a ripetizione da un altro vicino, anzi esattamente di fronte a casa mia. Il professor Giovannino Celeste.

Docente molto attento che mi plasmava sulle lettere e sulla scrittura. Letture, letture, dettati e commenti. Autori i più vari. Pascoli, De Amicis, Leopardi, Foscolo e via dicendo. Questo per l’italiano. Per il francese, sempre di mattino, dal professor Peppino Cimato. Due ore toste, con pochissimi alunni a ripetere. Poi con lui, a mare.

Mia madre attendeva sull’uscio ed in tre scendevamo sulla spiaggia. “Mamma mu jettu”? Va bene, ma aspetta un poco, asciuga il sudore”. Mamma, e poi ancora mamma, disperatamente mamma for ever: “Mio padre era già partito col Guzzino rosso, tutto imbardato con giubbotto, giornali al petto, berretto con copri orecchi e occhialoni anti vento per insegnare a Spina, una contrada di Rizziconi. Mia madre restava a casa, al focolare, in tutti i sensi. Sistemare la casa, rifare i letti, cucinare al fuoco (‘u focularu) i fagioli (o i ceci) nella pignata, la verdura al fuoco della legna o ai fornelli di una modestissima cucina a gas”.

Il libro di Gregorio Corigliano è anche lo specchio dell’anima del suo paese natale e della sua gente, e che il cronista rilegge qui in chiave moderna, dandoci la sensazione che la cosa non gli sia mai pesata, ma in realtà tutte le sue pagine sono impregnate di solitudine e di amarezza per il tempo perduto: “E dopo cena, verso le 19.30?

Se era inverno, si stava attorno alla ruota di legno col braciere (ancora ho sia l’una che l’altro) e mio padre ci parlava della guerra, era partito nel 1939 e rientrato dopo 9 nove anni, e soprattutto delle pene patite in prigionia, in India, ai piedi dell’Himalaya. Mia madre, quando mio padre si addormentava, ci raccontava dei sacrifici fatti da suo padre e dai suoi fratelli per coltivare la terra. Divertimento? Non tanto, anche perché la televisione non c’era.

L’aveva un nostro cugino, Pasquale Ferro, padre di Mimì e Carmela. Andavamo a casa sua per vedere Lascia o raddoppia o Campanile Sera. Nel periodo 94 di Natale, c’era Canzonissima, con l’estrazione dei biglietti della Lotteria. Per il resto, niente, cioè tutto, rientravamo sereni, anche se morti di freddo. La casa era gelata, il calore veniva dal braciere che spostavi nelle varie stanze. Ed a letto? Un mattone caldo, o la bottiglia di vetro con acqua bollita! E ti addormentavi pronto a rialzarti al mattino e a ripetere ritmi e serenità dei giorni precedenti”. Dio mio che efficacia! Ma quella era la nostra vera vita. Capitolo dopo capitolo, il libro ricostruisce con una lucidità storica ricca di dettagli e di riferimenti personali, mille nomi diversi, mille situazioni diverse, mille aneddoti altrettanto diversi, la vita della gente comune scandita da tanto lavoro e da tanta fatica: “Una volta, in campagna, al giardino di arance e mandarini, si andava “a giornata” d’inverno e a “matinata” d’estate. La differenza non era di poco conto: a giornata significava iniziare a lavorare al sorgere del sole o alle prime luci del giorno, alle sette o al massimo alle otto e per sette otto ore. Col buon tempo o con il “malutempu”. E tutti i santi giorni, a volte, anche la domenica.

Un’intera giornata di lavoro. “A matinata, significava cominciare quasi col buio, partendo con la bicicletta col fanalino che si accendeva con la dinamo che strusciava sul copertone della ruota, per arrivare appena faceva giorno”. Ancora più struggente il ricordo del giorno in cui nella Piana di Gioia Tauro arrivarono le ruspe per favorire il “sogno” del quinto centro siderurgico, e qui il romanzo di Gregorio Corigliano si fa “amaro” e “disperato”: “Una “carneficina”! Quale spettacolo ai nostri occhi! Interi appezzamenti di terreno della Lamia, una delle contrade più floride per la produzione delle clementine, erano stati “livellati”.

E la ruspa continuava imperterrita, senza pietà, ad abbattere, sradicandoli, altri alberi, sotto gli sguardi impietriti ed esterrefatti dei vecchi proprietari (vecchi perché i terreni erano passati di proprietà dello Stato che li aveva espropriati, pagandoli anche a prezzo di mercato) che a stento riuscivano a trattenere le lacrime. Qualcuno piangeva ancora! Dalla ruspa senza cuore all’inferno dell’abbandono il passo è breve”.

Quanta tristezza atavica!

Quanto rancore personale nei confronti di un Paese che non ha mai condiviso le ragioni del Sud e le necessità della gente che lo vive: “Questi appunti li ho scritti (a penna su carta a quadretti di cui conservo l’originale) a marzo del 1981. Allora veramente andai in campagna in contrada Granatara perché, dopo l’esproprio del nostro terreno per il (fallito) quinto centro siderurgico, mio padre non voleva restare senza un agrumeto e aveva investito il ricavato del risarcimento in un nuovo terreno, che ancora, per poco, abbiamo.

Sono vent’anni, però, che, ad annate alterne, non provvede per se stesso. Ci rimetto del mio. Un giorno, abbastanza presto venderò. Con dolore, ma devo farlo! Chiuderò gli occhi sui tantis- 85 simi, immensi sacrifici fatti da mio padre. La crisi è tale che non conviene più avere pensieri ed occuparsi di terreni”.

E’ storia vera, ancora attualissima, incontestabile, ma per la prima volta oggi, forse, un romanzo dai toni crudi e pesanti ricostruisce questa fase utilizzando l’arma impropria della malinconia e del senso di solitudine: “Mio padre non aveva piantagioni di clementine. Aveva in zona Colline, un ettaro di uliveti con una decina di piante di fichi, bianchi e neri (i fichi “milingiana”).

Ricordo benissimo che andavamo a raccogliere le olive, con mia madre e tre-quattro donne del paese che fungevano da raccoglitrici con le scope che mio padre preparava qualche giorno prima perché, non si trattava, come tutti qui sanno, di scope normali, ma proprio di ramazze in grado di raccogliere le olive tutt’intorno all’albero, farne un unicum e poi sistemarle nelle sporte che bisognava portare all’ingresso della proprietà”.

È storia contemporanea, del Mezzogiorno di questi ultimi 50 anni, storia nuda e cruda, impietosa e irritante, a volte offensiva e oltraggiosa verso chi ne è rimasto vittima, che qui viene riproposta con grande efficacia da un testimone autorevole e privilegiato come lo è ancora Gregorio Corigliano, e che ha fatto del linguaggio scritto la sua unica mission di vita.

Leggiamo insieme questo passaggio, che è davvero impietoso: “E se un giorno la terra te la chiede lo Stato? Che fai? Puoi non dargliela? Certo che no, anche se ti batti con le unghie e coi denti per evitare l’esproprio e la distruzione di quel che avevi creato con grandi sacrifici.

Tu, tuo padre, tuo nonno, perfino il tuo bisnonno, La terra significava anche e soprattutto essere radicati proprio lì, nel tuo paese.

Quel paese che hai dentro di te, al punto che torni spesso anche se vivi a Torino, Parma, Milano o a Cosenza. Ti manca l’aria, ti manca il profumo, ti manca l’atmosfera. E forse ti manca la gioventù che te lo aveva fatto (e te lo fa) apprezzare ed amare”. Ne deriva il ricordo immediato dei vecchi amici i infanzia, che ti porti dentro per tutta la vita: “Il primo a tirare fuori il dialetto dell’anima, è Ciccio, che pur vivendo a Parma, da quaranta e passa anni, è quello che ricorda il dialetto alla perfezione, anche quello non più in uso. “Vieni a casa mia stasera?”

Ti faccio una “mpagghiata”. E cos’è? E di undi veni i Bolzanu?… Poi tutti insieme ricordiamo quelli che c’erano gli anni scorsi e non ci sono più. A partire da Mino il bello, da Renato, la cui moglie, di Oslo, veniva ogni giorno al paesello, con Denise e Grethe. Adesso anche Christine è volata…! Ciccio il grande e Ciccio il parmigiano, sono i “mastri della serata”. Con occhio svagato guardiamo le ragazze che sostano in piazza. Solo l’occhio. Altre cose sono ricordo del tempo che fu e che non ritornerà”. Dal passato all’attualità di queste ore.

Oggi San Ferdinando è icona della “tendopoli”, un nuovo popolo vive queste terre e nessuno meglio di Gregorio Corigliano riesce qui a darci l’immagine vera di cosa accada ogni giorno dietro le tende della piana: “Uomini privati di dignità, “dannati della terra”.

Specifico “dannati della terra nostra, della terra del sole e del mare”: dannati come Sacko Soumaila che ci ha rimesso la vita, come le altre vittime, tra e quali Becky Moses e Moussa Ba. Nella tendopoli il dolore si rinnova, è forte. Il dolore è stato molto forte quando ha perso la vita Sacko, che era il loro punto di riferimento, la loro guida”. Nient’altro? Potremmo andare avanti per ore ancora, c’è un capitolo di questo libro per esempio dove il grande cronista ricostruisce l’arrivo a San Ferdinando del regista Roberto Rossellini e Ingrid Bergman:”A cena si apprese che Ingrid Bergman e Roberto Rossellini erano diretti proprio a Stromboli per girare l’omonimo film.

Mio padre diede loro tutte le informazioni possibili perché sua madre, mia nonna, Mariangela De Simone, era proprio di Stromboli. Rossellini aveva 43 anni, Ingrid 34. Una storia d’amore che gli esperti di cinema conoscono bene. Nessuno, o pochi, forse, hanno mai saputo della sera d’amore calabro-sanferdinandese”.

Volete saperne di più? Semplice. Venerdì prossimo 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, Gregorio Corigliano e Walter Pellegrini presenteranno in anteprima nazionale il libro alla Terrazza Pellegrini, e lo faranno insieme a Antonietta Cozza e due vecchi compagni di lavoro e di vita di Corigliano, Riccardo Giacoia e Mario Tursi Prato, che sono cresciuti con lui in redazione e che da lui hanno imparato fino in fondo l’amore per la scrittura e la parola. (p.n.)

nero di seppia

Quinta Dimensione – Poesie scelte 1958-2018 di Corrado Calabrò

Chi pensa che i libri di poesia non abbiano mercato o siano soltanto destinati a un pubblico troppo ristretto dovrà ricredersi di fronte a Quinta dimensione – Poesie scelte 1958-2018 di Corrado Calabrò. Basterebbe il lungo e appassionato poema Roaming che apre la raccolta a motivare la lettura delle altre 245 liriche di questo straordinario volume di oltre 300 pagine (Mondadori editore). Corrado Calabrò è un poeta sui generis: ha saputo in sessant’anni di poesia coniugare il rigore dell’uomo di legge e delle istituzioni con l’incanto di una poetica non convenzionale, molto spesso destinata a scuotere sentimenti e passionalità con la suggestione di versi che illustrano, raccontano, costruiscono e disfano. Il Calabrò giurista è un alter-ego del Calabrò poeta o è vero il contrario: le due vite non s’incrociano, come rette parallele, binari di un’esistenza vivida e ricca, però aiutano a comprendere l’uomo, con i suoi echi millenari della Magna Grecia o i profumi della sua Calabria.

50 anni di uomo di legge e 60 anni di poesia, con una (fortunatamente) mancata contaminazione delle parti. Corrado Calabrò giurista, presidente AGcom, più volte capo di gabinetto e infine consigliere di Stato è la fotografia di una vita al servizio delle istituzioni e del Paese; Calabrò poeta è una sinergica realtà che smuove passioni, esalta la carnalità dell’amore, ispira i sensi, provoca commozione, scatena sentimenti. Il poeta sa farsi tramite dei luoghi della vita, delle sensazioni, dei sogni, impossibilitato a non mutuare con il lettore lo spirito del tempo (Zeitgeist) e la pratica del vivere quotidiano. Il risultato è una gradevole sensazione di intimismo condiviso che avvolge nello scorrere dei versi chi cerca nella poesia i segni vitali dell’essere uomo. E chi è il lettore di poesia? È sicuramente ben diverso dal lettore di romanzi o di saggi: è in realtà un sognatore o forse soltanto un avventuriero letterario in cerca di parole solo a lui comprensibili e riservate.

Se guardiamo bene, l’opera poetica di Corrado Calabrò si muove su tre piani: l’amore, il mare, la Calabria. Che poi sono una sola cosa: Il mare di quella Calabria che gli ha dato i natali è l’immenso oceano dell’amore che caratterizza gran parte della sua produzione poetica. Calabrò è il cantore dell’amore e quindi della vita, della passione, della sofferenza, della morte: i suoi versi non offrono indulgenze al lettore, lo rapiscono senza farsene accorgere, lo trascinano in abissi di suggestioni e sensazioni che solo il vero poeta riesce a trasmettere, a suscitare. Il poeta Calabrò non declama, ma offre il dialogo col suo lettore, che – senza saperlo – esprime il suo impalpabile feeling al poeta.

Si diceva prima di Roaming: è straordinario questo lungo poema che in 602 versi racconta una vita, tra sogno e realtà, tra desiderio e passione, tra modernismo e tradizione. Quasi una trasmissione televisiva, in versi, che spazia in lungo e in largo, senza soluzione di continuità, a inseguire eventi e avvenimenti, persone reali e forme idealizzate dal sogno, in un affascinante delirio di passione quando “sotto stupite stelle / si smarrisce per noi la distinzione / tra provenienza e destinazione”.

Si farebbe un torto, però, al poeta Calabrò se si riducesse l’attenzione al solo Roaming: Quinta dimensione è un libro da tenere sul tavolo o sul comodino, un pronto soccorso al desiderio di indifferenza, alla malinconia, alla voglia d’amore, al bisogno di fuga, all’esigenza di stabilità. Sfogliando le pagine s’incontrano affreschi di sentimento che disarmano l’innocua paura della parola scritta. Non è facile sfuggire ai versi di Calabrò che, inesorabile, colpisce – com’è d’obbligo al poeta – ferisce e risana. Il tocco del poeta è lieve, ma le parole sono macigni, incantano, affliggono, esaltano e inteneriscono. È una giostra di stimoli differenti che s’inseguono con l’obiettivo di scavare a fondo nell’animo di chi è pronto a rivivere il senso dei versi e nutrirsi della loro inesauribile efficacia.

Non è  un mestiere per tutti il poetare, ma la parola che si fa verso illude e riesce a scuotere sentimenti che s’immaginavano repressi o del tutto assenti. È la magia di chi – davvero pochi, in verità – sa costruire con le parole un universo dove ognuno riesce a individuare una o più stelle di riferimento. In una “quinta dimensione” che Corrado Calabrò dona con questo libro, con le sue liriche, parlando al cuore perché la testa intenda, tra sperimentazione e classicismo. Forte di una maturità poetica di cui non capiterà mai di stancarsi. (Santo Strati)

Corrado Calabrò
Quinta dimensione
Mondadori editore,
304 pagg, 18 euro

Marzo per gli agnelli, di Mimmo Gangemi (2019)

di MARCELLO VILLARI – “Marzo per gli Agnelli”, l’ultimo romanzo di Mimmo Gangemi racconta una storia calabrese. Anzi, per la precisione, una storia ambientata fra la Piana di Gioia Tauro e l’Aspromonte, luoghi privilegiati  della narrativa di Gangemi. Ma forse sarebbe riduttivo interpretare la vicenda che si snoda nelle pagine del libro semplicemente come  “letteratura regionale”. Lo sfondo, gli scenari naturali e umani, i caratteri e i linguaggi dei personaggi indubbiamente caratterizzano questo romanzo cosi come le altre opere dell’autore e più in generale la sua passione intellettuale e civile. E tuttavia leggendo il libro e la storia che racconta, le dinamiche sociali che stanno sotto le apparenze e le forme che si connotano da subito come “tipicamente calabresi” sono, secondo me, “universali” nel senso che ci riportano nel mondo di oggi, perché la perdita dello spirito pubblico, l’affarismo come cifra dominante della contemporaneità, la corruzione e il disinteresse verso l’ambiente quando c’è di mezzo il business non hanno ormai più confine, cambiano solo modi, stili e protagonisti.

Da questo punto di vista,  bisognerebbe uscire da un diffuso atteggiamento provinciale e leggere l’opera di questa nuova generazione di scrittori calabresi, di cui Mimmo Gangemi è senz’altro un esponente di spicco, come un tentativo di raccontare, attraverso “storie calabresi”, la modernità e cioè una realtà – quella calabrese appunto – che non è una sorta di luogo separato dal resto d’Italia e del mondo, ma ne fa parte a pieno titolo, nel bene e nel male.

In fondo, in “Marzo per gli Agnelli”, lo scontro fra la vecchia onorata società di zì Masi e la nuova ‘ndrangheta affarista dei Survara si sviluppa intorno alla costruzione di un mega insediamento turistico sul mare usando capitali da ripulire. È una trama che può benissimo  rappresentare il cambiamento radicale che hanno subito le nostre società in un’epoca in cui il mondo degli affari si è trasformato in un sistema di arrembaggio ai beni comuni violento e senza esclusione di colpi, si tratti del risparmio dei cittadini o dell’acqua che beviamo o delle terre che ci danno da mangiare.

È invece nei personaggi di questo romanzo che Gangemi delinea alcune specificità locali che lo portano a una visione un po’ pessimista del futuro della Calabria.  Qui c’è una differenza rispetto all’altro bellissimo suo libro, “La signora di Ellis Island”, ma anche allo stesso  “Il giudice meschino” che  pure parla di vicende di ‘ndrangheta. Un cambiamento di sentimento che lo stesso autore peraltro ha messo in evidenza in alcune sue recenti interviste.

La “Signora di Ellis Island” è la saga di una famiglia aspromontana che attraverso il duro lavoro, l’emigrazione, il risparmio e sacrifici durissimi costruisce la sua emancipazione sociale, il passaggio dalla misera a un certo benessere. Un’epica che è il paradigma di tante famiglie calabresi che a cavallo fra le due guerre mondiali hanno cambiato la loro condizione e la società calabrese, un tempo immobile e senza speranza. In “Marzo per gli agnelli” i personaggi che stanno sullo sfondo alla vicenda principale, nobili, professionisti, membri del circolo di società locale, semplici cittadini sono permeati dalla cultura mafiosa, come se questa fosse ormai la caratteristica inevitabile e permanente, quasi “naturale” della società calabrese. È sparita, in questo libro di Gangemi”, la voglia di riscatto e di lotta ai soprusi dei possidenti e dei loro sgherri che aveva caratterizzato un’altra epoca della storia calabrese.

Ecco che qui il pessimismo si insinua nel racconto: la società civile non produce più anticorpi, rifiuto culturale e sociale nei confronti del sopruso mafioso e della sua violenza selvaggia, questa sì retaggio di un mondo antico trasferito a piè pari nella modernità.  Tanto è vero che il protagonista del romanzo, l’avvocato Giorgio Marro, che è l’unico a rifiutarsi di vendere il proprio terreno alle famiglie di ‘ndrangheta che vogliono costruire il mega complesso turistico, non lo fa per un atto di eroismo. Colpito da una vicenda personale devastante – un figlio morto in un incidente, l’altro in coma e la moglie impazzita per il dolore – ormai vorrebbe soltanto sparire dalla faccia della terra insieme al suo inconsolabile dolore. “Ti dico che è invincibile – dice zi’ Masi al socio ‘ndranghetista Survara che vorrebbe intimidire Marro per costringerlo a vendere – non c’è medicina per lui. Non c’è niente che gli possiamo opporre. Ad ammazzarlo, un favore grande gli facciamo. Ad ammazzargli la moglie e il figlio gliene facciamo altri due”.

In  “Marzo per gli agnelli” – che nel linguaggio contadino di zi’ Masi vuol dire che ogni cosa ha il suo tempo – il protagonista, l’avvocato Marro non è appunto un eroe positivo, non ha deciso di sfidare la ‘ndrangheta per difendere un diritto, ma agisce per dimenticare la sua tragedia, per trovare un diversivo, cerca un motivo per sentirsi ancora vivo e non una persona emotivamente morta che respira e cammina. Come ha capito zi’ Masi che lo conosce bene e ha ancora la sensibilità umana e l’intelligenza di capire che uno così è “invincibile”.

Un romanzo è un romanzo appunto e non necessariamente è tenuto a rispecchiare la realtà, ma è il frutto della creatività, dei sentimenti e della fantasia dell’autore in un dato momento della propria vita. E soprattutto deve essere una bella storia, avvincente e appassionante. E queste doti non mancano né a Mimmo Gangemi né ai suoi romanzi che ne rendono sempre piacevole la lettura. Ma se vogliamo leggere in quest’opera anche un messaggio, pur vedendo che in Calabria sta nascendo una nuova stagione del sentire comune, dovremmo prendere molto sul serio l’avvertimento contenuto in questo romanzo: quella società civile diffusa che non produce anticorpi morali e sociali al malaffare e a quell’intreccio  perverso di antico e nuovo può sempre prendere il sopravvento e dare il colpo definitivo a una regione costantemente in bilico come quella calabrese.

Infine una testimonianza personale, visto che conosco da tempo l’autore: Mimmo Gangemi non è affatto pessimista sul futuro della Calabria, lo dimostra il suo impegno intellettuale pubblico e privato, intenso e continuo. (mv)

 

LA SCHEDA
Marzo per gli agnelli
Mimmo Gangemi
pp. 288, euro 17,50
Piemme Edizioni
ISBN 9788856668612

L’AUTORE
Ingegnere di Santa Cristina d’Aspromonte (1950), Mimmo Gangemi ha esordito come scrittore nel 1995  con Un anno d’Aspromonte (Rubbettino) e ha pubblicato, diversi libri tra cui Il giudice meschino (2009, da cui è stato tratto uno sceneggiato tv) e Il patto del Giudice e La verità del giudice meschino. Apprezzatissimo il suo romanzo La signora di Ellis Island (2011). Con Pino Aprile, Maurizio De Giovanni e Raffaele Nigro, ha firmato nel 2017 Attenti al Sud. Collabora con il quotidiano La Stampa.

 

LE PRIME VENTI RIGHE

Zi’ Masi d’aspetto si mostrava più vecchio dei settantatré anni lì lì da compiere. Nei movimenti no, era agile più d’un gatto. Alla minima espressione del volto la pelle gli s’increspava in rughe ravvicinate e sottili, la carnagione se la pattava con quella di un marocchino abbronzato, aveva occhi svelti, cupi e sanguigni e le gambe storte da stagliare, nel mezzo, la luce di un rombo. Una profonda cicatrice gli calava . a mezzaluna dalla tempia fin oltre lo zigomo: un ricordo di gioventù. Melazzo gliel’aveva incisa con la roncola, senza potersene vantare però, Portava, estate e inverno, una coppola di velluto nero girata di traverso, sulle due meno venti, minuto più minuto meno.
Il giovane gli si parò davanti, salutò con un cenno d’inchino – a mo’ di titolato comunista nel riverire il papa – accettò la sedia che il vecchio gli porse, vi si calò.
«Forse che papà non sta in buona salute?», ziì Masi calcando sul «papà» e allargando un sorriso a cui non fece ubbidire gli occhi. Il papà era Ciccio Survara, con lui nell’onorata società prima che si sbriciolasse in tante «’ndrine»
Al giovane sobbalzò, andata e ritorno il pomo d’Adamo.

La città della porta di Domenico Raso (2004)

Esiste una Stonehenge in Calabria, ma pochi lo sanno. I megaliti di Nardodipace (Vibo) sono di una straordinaria bellezza e raccontano di una Calabria preistorica che dovrebbe risalire a 7mila anni fa. Il prof. Raso a questo affascinante mistero legato al popolo dei pelasgi (il cosiddetto popolo del mare) ha dedicato anni e anni di studi, decodificando le tavolette incise in una lingua sconosciuta. Tavolette che raccontano le storie di cui parla Raso in questo meraviglioso libro che proietta il lettore nella preistoria della montagna mediana calabrese.
Sono fatti accaduti nelle Serre joniche vibonesi e catanzaresi, in tempi lontanissimi e, per questo, misteriosamente più vicine di quanto si possa immaginare. Raso racconta come è arrivato alle tavolette rinvenute da un avvocato di Girifalco, Mario Tolone, e di come sia rimasto affascinato da quanto, con moltissimo lavoro, è riuscito ha raccogliere: una storia probabilmente sconosciuta ai primi coloni magno-greci che dal IX secolo a.C cominciarono a percorrere il Mediterraneo. Una storia incisa in tavolette di creta per raccontare di una civiltà sconosciuta e affascinante che aveva conoscenze astronomiche e astrologiche che sembrano incredibili se posizionate in epoca preistorica.
È un viaggio affascinante che ci accompagna a scoperte che lasciano senza fiato, rivelate con un tratteggio di scrittura apprezzabilissimo che spiega cosa c’era e c’è stato nelle terre di Calabria, in una preistoria che non finirà mai di regalarci piccole ma significative tracce utili a capire chi siamo e da dove veniamo.
Difficile catalogare quest’opera come saggio, anche se del saggio ha tutte le caratteristiche, ma la leggerezza del racconto l’avvicina più a un grande racconto di una Calabria sconosciuta (anche se non si chiamava ancora Calabria) con protagonisti regali e umili servitori, donne e madri, pronte a festeggiare l’arrivo della primavera per un intero mese, e vittime di un esodo estivo di mariti e compagni che andavano per mare. Si legge tutto d’un fiato e l’impressione è di esser compartecipi di riti e miti che fanno impallidire i racconti omerici: la sensazione finale – bellissima – è che di quei popoli siamo in fondo eredi. (s)

LA SCHEDA
La Città della Porta
di Domenico Raso
160 pagg. 18,00 euro
Kaleidon Editrice
ISBN 9788888867007
www.kaleidoneditrice.it

L’ AUTORE
Domenico Raso
È stato uno scrittore appassionato di storie calabresi e dell’Aspromonte.
Ha pubblicato diversi volumi dedicati alla montagna e ad antiche tradizioni calabresi. Da ricordare “L’ippocampo. Memoria dei Pelasgi delle serre calabresi” (Laruffa, 2007), “La crealicoltura nella Calabria pelasgica. La lamina di Botricello (Kaleidon) e “San Luca e Polsi. Storie e paesaggi d’Aspromonte” (con Alfonso Picone Chiodo). (Città del Sole Edizioni, 2008).

Le prime venti righe

A questa incredibile storia ci siamo arrivati per gradi. L’evento culturale dei megaliti di Sambuco e di Ladi è stato soltanto lo spunto propizio che ci ha consentito di avere certezza piena di quanto eravamo venuti appurando da sei anni almeno dai ritrovamenti di antichità delle Serre da parte dell’avv. Mario Tolone di Girifalco (CZ) nostro carissimo amico.
Questi reperti, ordinatamente custoditi nella sua bella casa, riguardavano per la verità, tutte le Serre Joniche, ma una quarantina almeno toccavano espressamente il territorio montano, collinare e marino tra Nardodipace e Focà, dandogli un riscontro tanto mirato da lasciarci a tutta prima perplessi. Essi raccontavano una antichissima storia sepolta, ignota persino ai padri magnogreci che dal IX sec. a.C. cominciarono a sciamare in modo deciso dal Mediterraneo orientale verso i lidi occidentali, intesi a fondare nuove colonie.
Eravamo incappati in quei reperti una decina di anni orsono e fu proprio la loro indecifrabilità a stimolarci alla ricerca…

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Il racconto di Odisseo (della guerra di Troia) di Antonio Nicoló

Ci voleva un esperto di autopsie per sezionare il corpo ideale di Ulisse, l’eroe omerico, simbolo della voglia di conoscenza e della vita da vivere come un’avventura continua. Il dott. Nicolò – che peraltro è anche un pittore astratto di buon livello – tenta in questo libro di capovolgere l’istinto astratto e s’ingegna a tratteggiare un affresco in prima persona che rivela una vitalità straordinaria.
Le avventure di Ulisse, nella memoria scolastica, sono più o meno presenti in tutti quanti: la sua storia, le continue disavventure, le disgrazie, i mostri e le bellissime, hanno popolato i pomeriggi di studio di tutti i liceali di questo mondo, lasciando spesso pallidi ricordi e spesso scarso entusiasmo, salvo ad aver riscoperto, in età adulta, il piacere di una rilettura da Omero. Operazione caldamente consigliata, dopo aver letto e gustato questo libro.
Antonio Nicolò si avventura in un nuovo racconto di Odisseo, che, senza tradire la narrazione omerica, riesce a intrecciare una storia pressoché originale, scritta con garbo e un piglio di instancabile ricercatore della perfettibilità della prosa, con una messe infinita di nomi e citazioni che non sfigurerebbero in un’opera scientifica. Ma questo è un romanzo, non un’opera di scienza e si fa leggere come tale, avvince e trascina fino alle ultime pagine come se avesse preso ispirazione dai gorghi di Cariddi o dalle lusinghe delle sirene.
La verità è che l’autore, raccontando in prima persona, la storia dell’uomo Odisseo, mostrando una grandissima competenza in cose di mito e di geneaologie olimpiche, analizza virtualmente un corpo che non esiste, ovvero che è solo idealmente presente con le sue debolezze e i suoi ardimenti, con le sue paure e i suoi passionali ardori verso donne bellissime e apparentemente inavvicinabili o fin troppo facili da conquistare.
Il mito di Ulisse è quello della conoscenza e Nicolò ne stravolge in parte il significato costringendo il lettore a conoscere prima l’uomo e poi la sua voglia di scoperta. Il risultato è un libro agile, piacevole e dalle mille sorprese: bastano le tantissime note che a momenti rappresentano un racconto a sé stante, ma che costituiscono una ricchezza aggiuntiva che
rende convincente la lettura di questo Odisseo. (s)

 

LA SCHEDA
Il racconto di Odisseo
di Antonio Nicolò
236 pagg. 14,00 euro
Laruffa Editore (2017)
ISBN 9788872218631
www.laruffaeditore.it

L’ AUTORE
Antonio Nicolò
Medico anatomo-patologo di Reggio Calabria unisce alla professione medica una particolare passione per l’Antica Grecia e la pittura. Le accurate citazioni di mitologia greca che stanno alla base del suo libro rivelano il piacere di una continua ricerca che travalica la leggenda e cerca di ricostruire un mondo popolato di dei affascinanti ma temibili e vendicatori.


Le prime venti righe

Io sono Odisseo, figlio di Laerte, conosciuto nella mente degli uomini per ogni sorta di astuzia e tocca il cielo la mia fama. Abito ad Itaca, chiara nel sole. La serena, rocciosa e aspra Itaca. Lì superbo si erge il monte Nerito, dove il vento scuote le fronde degli alberi; intorno stanno la vicina isola di Dulichio, dove regna un certo Niso padre di Anfinomo, e più lontane Samo e Zacinto.
Itaca è un’isola piena di sterpaglie e sassi. Un’isola fuori mano dove i cavalli non hanno senso di esistere: solo capre e pastori! Li vedi dappertutto.

Io sono colui che conosce molte storie e, anche se sono un grande bugiardo e so dire molte menzogne, non è escluso che io possa (come le muse) raccontarvi anche cose vere. Conosco quello che non ho mai visto o ascoltato e non vi è persona che non subisce l’incanto e la fascinazione dei miei racconti; per questo sono anche in grado di svegliare gli occhi degli uomini che dormono! Dovete sapere che mio nonno Autolico, colui che era un vero lupo, eccelleva fra tutti gli uomini nel furto e nello spergiuro. Sua madre Chione era la figlia di un valoroso re, Dedalione dal carattere bellicoso e violento.

Era talmente bella, che di lei s’innamorarono contemporaneamente Apollo ed Hermes…

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Figli dei boss di Dario Cirrincione (San Paolo, 2019)

Figli di boss è un libro-verità del giornalista Dario Cirrincione che racconta una drammatica quanto attuale storia di Calabria. Alfonso da grande vuole fare l’avvocato. Vuole “combattere contro i pregiudizi” e contro “una forma di preclusione mentale che ti obbliga a diventare ciò che non sei”. È calabrese, di Palmi, ma vive nel Nord-Est e mentre studia, cerca di trovare un lavoro stabile. Alfonso di cognome si chiama Gallico, ed è il figlio maggiore di Rocco Gallico, boss di ‘Ndrangheta della cosca Gallico, operante secondo quanto riportato dai giudici in più di una sentenza “nel Comune di Palmi e nel territorio compreso nella fascia tirrenica della Provincia di Reggio Calabria”. A 16 anni è finito in cella con l’accusa di “partecipazione ad associazione di tipo mafioso” e di “tentata estorsione continuata pluriaggravata dalla circostanza di più persone riunite”. Riconosciuto colpevole del reato di “tentata estorsione pluriaggravata in concorso” ai danni di un imprenditore minacciato, Alfonso ha scontato la sua pena e oggi è un uomo libero. “Avrei voluto partecipare a un concorso pubblico per operatore socio sanitario, ma mi hanno detto che serve la fedina penale pulita. […] Volevo aprire una rosticceria, ma alla camera di commercio mi hanno detto che non dovevo mai essere stato condannato. E anche nel privato, se sanno che sei pregiudicato, nel 90% dei casi non ti fanno lavorare. Ho sbagliato, ho commesso un reato e sarò per sempre escluso dalla società”.
Il suo racconto è stato raccolto dal giornalista Dario Cirrincione, che oltre ad Alfonso ha intervistato altri figli di boss che stanno cercando di percorrere una strada alternativa a quella che tutti si aspettano: il crimine. Il libro “Figli dei boss – Vite in cerca di verità e riscatto” (Edizioni San Paolo, 224 pp., 17 euro) raccoglie le storie dei figli di mafia, camorra, ‘ndrangheta e della mafia pugliese con uno stile giornalistico originale, attraverso un dialogo a viso aperto con i diretti protagonisti, tutti provenienti da famiglie la cui vita è stata drammaticamente sconvolta dalla Mafia.
Una parte del volume è dedicata al progetto “Liberi di scegliere”, sviluppato dal presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, che in passaggio dell’intervista rilasciata a Dario Cirrincione, parlando del legame tra disoccupazione e criminalità, ha spiegato: “In Calabria è molto difficile trovare lavoro, la crisi economica qui si avverte più che altrove”. “I figli di boss hanno bisogno di una cerimonia di affiliazione ufficiale o è qualcosa che ereditano di diritto?” ha chiesto l’autore. “Dal punto di vista della percezione sociale il solo cognome incute timore – ha spiegato Di Bella – Nei piccoli paesi, dove questo tipo di cultura e queste famiglie esercitano un forte ascendente sulla popolazione, i figli dei boss incutono soggezione a scuola e in tutti gli ambiti relazionali. A me hanno raccontato di ragazzini di 11-12 anni che entrano in ristoranti, in bar o in esercizi commerciali e gli adulti si alzano per andare a salutarli. O di giovanissimi che a scuola fanno il bello e il cattivo tempo senza che nessuno li ostacoli. L’investitura la dà già il cognome”.
Nel volume ci sono le storie di altri due ragazzi calabresi: S.I. di Cinquefrondi e Claudio di Sinopoli. La prefazione è stata scritta da Calogero Gaetano Paci (procuratore aggiunto di Reggio Calabria) e la postfazione da Alessandra Dino (professore associato di Sociologia della devianza all’Università di Palermo). I diritti d’autore saranno interamente devoluti in beneficenza al Centro Pio La Torre.

Il cacciatore di meduse di Ruggero Pegna

Il cacciatore di meduse, il romanzo di Ruggero Pegna, edito dalla casa editrice Falco, racconta in modo emozionante e commovente l’incredibile dramma dei migranti,le sofferenze e i sogni di chi è misero o diverso, discriminato per il suo stato di povertà o per il colore della pelle.

La storia del piccolo cacciatore di meduse continua ad affascinare e commuovere lettori di ogni età. Il  mondo visto con gli occhi di Tajil, il bambino somalo protagonista del romanzo, e dei suoi amici immigrati e miseri di ogni parte del mondo, offre la vera dimensione umana ad un tema al centro delle cronache nazionali e internazionali, come quello dei migranti, spesso trattato al minimo con distacco e indifferenza. C’è un microcosmo di valori, sentimenti, storie, pensieri e promesse nell’animo del piccolo Tajil, il bambino speciale capace di catturare le meduse con le mani e portarle a riva: l’ombra della guerra, la solitudine e la miseria, il viaggio disperato, accoglienza e ostilità, il dramma di tanti uomini e donne che cercano una vita migliore ma che, spesso, si trasforma in tragedia. 

È la storia attualissima e struggente de Il cacciatore di meduse. Una storia che approda sulle coste siciliane, in riva al mare cristallino di San Vito Lo Capo, dopo l’espiazione di un viaggio massacrante, nel deserto prima e, poi, a bordo di un barcone fino a Lampedusa. C’è un pezzo di storia dei nostri tempi, l’avventura dei migranti vista con gli occhi di chi la vive, rischiando la vita stessa e sognandone una diversa e migliore. Tra le onde, Tajil anela alla terraferma con in testa un guazzabuglio di desideri, speranze, sogni. “Ognuno ha un motivo per scappare e mille altri per sperare”, scrive Ruggero Pegna che, dopo “Miracolo d’amore”, storia della “sua” leucemia (Rubbettino, 2005) e numerose altre pubblicazioni, decide di addentrarsi in un mondo affascinante e misterioso che si perde talora nelle derive del razzismo, del concetto errato di emigrazione, di tolleranza e solidarietà, di speranza. In terra siciliana, accompagnato dalla mamma Halima, Tajil dovrà fare i conti con una nuova realtà. Nel suo primo temino in italiano Tajil scriverà: “La Terra è di tutti, diceva mio nonno e, per questo, sto bene anche qui, in mezzo a gente con la pelle diversa dalla mia. […] Penso che il nonno avesse ragione quando diceva che la bontà non dipende dal colore della pelle, ma da quello del cuore”.

Il cacciatore di meduse” di Ruggero Pegna, oltre che autore anche direttore artistico e promoter musicale, si presenta, dunque, come un autentico romanzo di formazione. Ed è un libro che continua il suo viaggio contro ogni forma di razzismo con continui consensi. Primo classificato al “Premio Antonio Proviero” e al “Premio Core.re. Cultura”,  menzione d’onore al “Premio Michelangelo Buonarroti”, oltre a numerosi altri riconoscimenti, è anche tra i dieci finalisti della Sezione Narrativa 2019 premiati dalla giuria del Premio Internazionale “Il sigillo di Dante” promosso dal Comitato della “Dante Alighieri” di La Spezia, presieduta dal dottor Filippo Paganini. La cerimonia di consegna si terrà domenica prossima, 24 marzo, a Sarzana (La Spezia), preceduta da un incontro dibattito sul tema “Un modello esemplare di uomo universale”, con relatore il professore Paolo Pontari dell’Università di Pisa. 

Il romanzo è già stato introdotto in molti istituti scolastici e tradotto in braille per vedenti e ipovedenti. Nel 2017, infatti, Il cacciatore di meduse è stato inserito tra i tredici libri consigliati dalla World Social Agenda della Fondazione Fontana di Padova a studenti e docenti delle scuole secondarie di secondo grado sul tema “Migranti e Diritto al futuro”.

«È un romanzo che mi ha commosso e fatto sorridere. Nonostante le sue circa quattrocento pagine è una grande poesia, un romanzo attuale e pieno di umanità. Una storia bellissima che dovrebbero leggere tutti!», ha affermato il professore Paolo Maulucci, storico e ricercatore, Presidente di giuria al Premio Co.re.Cultura assegnato al romanzo. (dc)

Ulisse in Italia di Armin Wolf (2017)

La storia dei viaggi di Ulisse, per noi calabresi, ha un fascino straordinario, probabilmente perché i luoghi omerici sono troppo vicini a noi per non riuscire a non coinvolgerci emozionalmente. Il racconto omerico è pieno di riferimenti che si legano allo Stretto di Messina: Scilla e Cariddi, per esempio, ci appartengono per via ancestrale, prima ancora di leggerne sull’Odissea, primo grande testo di memoria che rappresenta la culla della civiltà occidentale.
Il prof. Wolf da oltre cinquant’anni cerca tracce di questa civiltà nell’Italia Meridionale e condivide la sua personale posizione sui viaggi di Ulisse in Italia in questo poderoso volume che si legge con un’avidità di conoscenza e di curiosità che sarebebro proprie dell’eroe omerico.
Il sottotitolo del libro “Sicilia e Calabria negli occhi di Omero” permette di comprendere meglio il senso di quest’opera che, pur nella pesantezza del testo che sa troppo di accademia, riesce ad avvincere il lettore creando una inappagabile curiosità sulle vicende omeriche.
Le dodici tappe del viaggio di Ulisse sono ripercorse da Wolf con una metodica ammirevole: il professore tedesco riassume le varie teorie, ma si ferma più sull’itinerario che sulle avventure. I luoghi omerici dell’Odissea sono al centro degli studi appassionati e, per molti versi, avvincenti di Wolf, così da spingere il lettore a scoprire tante località calabresi come non avrebbe mai immaginato e cominciare a chiedersi se le “fantasie” di Omero nella descrizione dei luoghi in realtà non siano fedeli testimonianze di viaggi effettivamente consumati in lungo e largo per l’Italia e soprattutto in calabria e Sicilia.
La teoria di Wolf è che non ci sia nulla di inventato: il racconto, le descrizioni fedeli non sono frutto di una fertile e creativa immaginazione, bensì la fedele riproposizione di appunti di un viaggiatore curioso che avrebbe poi trasmesso la sua voglia di conoscenza al suo eroe. In buona sostanza, Wolf raccoglie le oltre cento teorie della localizzazione omerica e le mette in discussione, analiticamente, suggerendo un itinerario non fantastico, ma reale e realisticamente vissuto ben tremila anni orsono. Il risultato è che il libro, se pur di non facile lettura, merita attenzione, fornendo interessanti spunti sul mito di Ulisse. (s)

LA SCHEDA

Ulisse in Italia
di Armin Wolf
420 pagg. 10,00 euro
Local Genius Edizioni
ISBN 9788899676049
www.localgenius.eu

L’ AUTORE

Armin Wolf
Professore di Storia medievale all’Università di Heidelberg nonché collaboratore dell’Istituto Max Planck per la Storia Europea del Diritto, è stato affascinato dall’Odissea sin da studente di liceo. Il suo curriculum, con oltre 300 pubblicazioni in nove lingue, spiega il suo metodo di lavoro, di ricercatore pignolo e attento, aperto a nuove scoperte e alla costante acquisizione di nuovi elementi di conoscenza. Il primo libro sull’Odissea, scritto col fratello Hans Helmut, è del 1968.

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Le prime venti righe

Nei 2700 anni che separano i tempi di Omero dai giorni nostri sono sorte più di 100 teorie sui luoghi delle avventure di ulisse. Le tracce di Ulisse sono state ricercate non solo sulle coste della Sicilia e dell’Italia, ma nell’intero Mar Mediterraneo, da Cipro fino a Gibilterra e anch eoltre, ben più lontano, dalla Norvegia all’Africa meridionale, persino dalla Florida alla CIna e dal Polo Nord fino al Polo Sud. Alcuni hanno creduto di torvarle in un luogo, altri in un altro. Secondo due teorie Ulisse ha addirittura circumnavigato la terra, una in direzione ovest, l’altra direzione est.
Le contraddizioni tra le diverse teorie sono evidenti. Perciò l’erudito alessandrino Eratostene già cinque secoli dopo Omero, giunse ad una visione scettica: “tutti coloro che attribuiscono ai luoghi della peregrinazione di Ulisse un fondamento di realtà, vengono confutati già per il fatto che npon concordano tra di  loro”. Analogamente il grecista tedesco Alfred Heubeck nel ventesimo secolo con sdegno disse: “Si corre sempre dietro ad un fantasma per poter localizzare le peregrinazioni di Ulisse… A parte il carattere dell’impresa a livello di principio… il fatto che i risultati di tali ricerche raramente concordino tra di loro dovrebbe già suggerire dei dubbi”.

 

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Sicurezza è Libertà di Marco Minniti (2018)

di mons. ANTONINO IACHINO*

Sicurezza è libertà è il racconto di una interessante e intensa esperienza di vita, che diventa una provocazione e una testimonianza.

Marco Minniti in questo libro ripercorre gli anni difficili in cui si è trovato a gestire eventi epocali di portata internazionale, come la forte ondata migratoria successiva alle primavere arabe, il consolidamento dello Stato islamico, la stagione degli attacchi terroristici in Europa, ed eventi a carattere nazionale come l’emergenza sicurezza nelle grandi città e la lotta alla criminalità organizzata. Nelle pagine di questo libro Minniti offre anche spunti su quelle che sono le sfide che attendono la sinistra europea rispetto ai temi del terrorismo e dei flussi migratori.

Non ci racconta la sua vita, anche se c’è qualche riferimento autobiografico, ma ci invita a riflettere sul particolare momento storico che stiamo vivendo: viviamo in “un mondo ossessionato”. Ma come arginare questa ossessione? Occorre accettare la sfida rispondendo alle grandi masse che si interrogano sul loro futuro, condizionate da un sentimento che si chiama paura: paura di impoverimento, di perdere i propri diritti, suscitata da un fantomatico nemico esterno, l’immigrato. Su questa paura della gente si sta speculando.

Minniti riconosce che la sinistra, che è nata per farsi carico dei più vulnerabili, cioè dei ceti più fragili, per stare accanto alle persone e ascoltarle per liberarle dai loro timori, ha sottovalutato le paure e le incertezze di parecchi strati sociali, lasciando il campo libero agli speculatori. Occorre reagire, consapevoli che “tutti siamo responsabili di tutti”, tutti siamo chiamati a dialogare con le paure e le domande di senso della gente.

Papa Francesco ci ha richiamati a uscire i recinti ecclesiastici e delle nostre istituzioni per incontrare la gente, per conoscere la gente. Conoscere la gente significa dare risposte a domande essenziali. Il mondo della politica, inoltre, deve dare risposte alle esigenze fondamentali della vita, quelle che riguardano il lavoro, l’istruzioni, la sanità. Deve offrire sicurezza alla gente. La sicurezza, come dice bene Minniti, è anzitutto un bene comune, che si concretizza nel rapporto dell’individuo con l’altro, nel reciproco riconoscimento. Il disagio diffuso va preso sul serio: sempre più sole e con un futuro incerto, le persone si sentono insicure. Chiedono, cioè, che ci sia qualcuno che si metta in mezzo tra la propria vita e gli effetti negativi dei grandi processi globali, perché sia sempre salvaguardata la sicurezza delle persone e la loro libertà. Costruire sicurezza significa garantire libertà.

La sicurezza non può essere ridotta ad ordine pubblico, e quindi di competenza dello Stato. L’autorità pubblica deve assicurare e garantire le condizioni della convivenza, ma nel rispetto della legalità e della libertà delle persone. Scrive Minniti: “La sfida del terrore è quella di spaventare e chiudere le persone dentro casa… La piazza più sicura è quella più vissuta… occorre sì il controllo del territorio da parte delle forze di polizia, ma anche un’alleanza strategica con i suoi abitanti”.

Nella dottrina sociale della Chiesa c’è un importante principio di sussidiarietà che sfida le risorse migliori presenti nella società a lavorare insieme per il bene comune: “È illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propri per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”. È frutto di una saggezza cristiana laicamente condivisa e che è bene non dimenticare. È un principio che ci aiuta a capire meglio perché la sicurezza è libertà.

La sicurezza è anche umanità. “Umanità e sicurezza convivono nella stessa persona, sono due momenti nella vita di ciascuno di noi. I tratti fondamentali dell’individuo sono appunto il senso di umanità, il rispetto della vita umana, la capacità di accoglienza e, contemporaneamente, il bisogno di sicurezza e il timore dell’altro, soprattutto se sconosciuto”.

“Se vogliamo che umanità e sicurezza coesistano dobbiamo affrontare una serie di questioni cruciali legate all’accoglienza e all’equilibrio, nelle moderne democrazie, tra i diritti delle due parti in causa, chi accoglie e chi è accolto”.

“L’accoglienza è una prerogativa fondamentale fondamentale di tutte le società aperte. Ma l’accoglienza ha un limite oggettivo e insuperabile nella capacità di integrazione. Non si può accogliere sempre e comunque. Occorre verificare quante persone si possono inserire in un progetto di integrazione. Questo non vuol dire abbandonare nel mare i richiedenti asilo, ma organizzare l’afflusso con interventi rispettosi della dignità delle persone. Occorre governare ma occorre anche separare nettamente la parola ‘emergenza’ dalla parola ‘immigrazione'”.

Papa Francesco insistentemente rivolge l’invito agli Stati, alle società civili e, in particolare, ai cristiani di abbattere i muri e costruire ponti. In molti Paesi si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere di accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando e offendendo la dignità delle persone, che invece deve essere sempre essere rispettata soprattutto quando si tratta di persone deboli e vittime di violenza e sfruttamento.

Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni esser umano. Alcuni considerano le migrazioni una minaccia.

Papa Francesco, invece, invita a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace e sintetizza in quattro verbi la risposta da dare al fenomeno delle migrazioni: accogliere, proteggere, promuovere, integrare.

Minniti racconta gli interventi ministeriali per gestire meglio i flussi dei migranti, cercando di far comprendere all’Europa che le relazioni con l’Africa sono un tema centrale non nel senso che ci si deve occupare di questo Continente con un atteggiamento caritatevole, ma per tre ragioni che toccano i nostri interessi e il nostro futuro.

  1. La sicurezza dell’Europa si gioca in gran parte in Africa anche per la presenza nel suo territorio di gruppi terroristici autoctoni
  2. L’Africa è cruciale per l’aspetto demografico.
  3. L’Africa è decisiva per l’Europa per la questione relativa alla gestione delle ricchezze e delle materie prime: se l’Africa sta bene l’Europa starà bene; se l’Africa sta male l’Europa starà male.

Aiutare gli immigrati a casa propria significa investire per lo sviluppo dei Paesi di partenza dei migranti.

Minniti si sofferma ancora sull’apertura dei corridoi umanitari dalla Libia verso l’Italia, con la collaborazione della Comunità di S. Egidio, la Tavola Valdese, la Conferenza Episcopale Italiana e la Caritas, dimostrando la possibilità di tenere insieme il contrasto all’immigrazione illegale e l’apertura di canali legali di arrivo degli immigrati e richiedenti asilo nel nostro Paese. L’Italia ha retto bene alla sfida dell’accoglienza nei momenti più difficili, grazie alla mobilitazione del mondo cattolico e di molte organizzazioni religiose di altre confessioni

Per noi – egli scrive – che ci assumevamo continuamente delle responsabilità sulle questioni relative al governo dei grandi flussi migratori, la forza del messaggio della Chiesa era potente e molto importante. E qui riporta un pensiero di Papa Francesco che conversa con i giornalisti nel viaggio di ritorno dalla Colombia: «Io sento il dovere di gratitudine verso l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è, primo, cuore aperto sempre. È anche un comandamento di Dio, di accoglierli “perché tu sei stato schiavo, migrante in Egitto” (Lev. 19, 33-34): questo dice la Bibbia Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli. Io ho visto esempi – qui, in Italia – di integrazione bellissimi». Ovviamente queste parole del Papa sono state di grande gradimento e incoraggiamento per un Ministro degli Interni che cercava di adoperarsi, in un tempo di emergenza di sbarchi, per assicurare nella legalità un’accoglienza dignitosa dentro precisi progetti di integrazione.

La prima parte del libro, i primi cinque capitoli ci raccontano soprattutto l’azione intelligente del Governo e del Ministro degli Interni per contrastare l’illegalità, per dare un colpo durissimo ai trafficanti di esseri umani, dimostrando che tutto questo poteva essere fatto senza perdere l’umanità. Ritengo che sia la parte più interessante. Le altre due parti sono il racconto di tante esperienze di grande rilievo, soprattutto, per prevenire atti di terrorismo, drammaticamente presenti in altri Paesi europei. (a.i.)

 *Mons. Antonino Jachino ha presentato a Reggio il libro di Marco Minniti. Già Vicario generale della Diocesi Reggio-Bova è presidente del Centro per il Diaconato Permanente della stessa Diocesi Arcivescovile.

2 dicembre 2018