Raccontare Sambatello di Matteo Gangemi

Famosa per il suo ottimo vino, Sambatello è una frazione del Comune di Reggio a mezza collina. Perché non dedicarci un libro che racconti la storia? Ci ha pensato l’architetto Matteo Gangemi, che di questo piccolo borgo è degno figlio, e così è nato Raccontare Sambatello  (Gangemi Editore) per rivelare i tanti piccoli segreti che fanno la fortuna delle aree interne e offrono lo spunto per motivare una visita per l’ospite curioso e appassionato. «Scoprire e svelare la nostra identità – afferma l’autore – significa costruirsi un futuro in cui valori e ideali siano il presupposto pe ril progresso sociale a cui aspiariamo e che dobbiamo contribuire a determinare».

Non è, chiariamolo subito, una guida turistica, bensì una sorta di album di luoghi e date, con moltissime illustrazioni, che permettono di ricavare un percorso di agile consultazione e di stuzzicante curiosità. Così, il lettore scopre riferimenti storici inimmaginabili di cui purtroppo rimangono solo pochi ruderi, come quelli della Motta Rossa, che costituiva il baluardo della difesa contro i saraceni  (parliamo del 1500/1600), quando le orde arabe avevano preso di mira le coste calabre e la città di Reggio veniva continuamente presa d’assalto. Dalla Motta rossa partiva l’allarme “li turchi su arruati alla marina” chiamando a raccolta i cittadini “cu avi i scarpi vecchi mi si sola, non m’ha paura di pigghiari spina”.

Completano il libro alcune poesie dialettali della madre dell’autore, curiose testimonianze del dialetto reggino che faranno felici i lettori più anziani, ma coinvolgeranno anche i giovani che stanno riscoprendo l’importanza di conoscere l’idioma locale, e alcuni contributi su bizzarri episodi che la tradizione del paese ancora mantiene. (dl)

Figli delle App – di Francesco Pira

di FRANCESCO KOSTNER – Curiosa, ma immediata. Spontanea. Diretta. La prima riflessione, una volta terminata la lettura del volume Figli delle App. Le nuove generazioni digital-popolari e social-dipendenti, scritto per i tipi di Franco Angeli da Francesco Pira – professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina – non riguarda il contenuto del volume. Potrebbe sembrare una reazione anomala. Paradossale. Quasi un modo per affermare che di questo libro si potrebbe tranquillamente fare a meno, ma è l’esatto contrario. Chi segue l’“ordinaria” quotidianità di Francesco Pira, impegnato nello sforzo incessante di mettere a fuoco opportunità e rischi, chances e minacce legati al mondo dell’informazione social, non rimane sorpreso dalla reazione che abbiamo candidamente confessato. La decisione, cioè, di lasciare da parte – almeno inizialmente – un’analisi ancora una volta di grande interesse. L’originale contributo che il docente siciliano assicura all’osservazione di una realtà dai mille volti e dalle variegate (spesso subdole) sfaccettature. Vale a dire la conoscenza dell’“universo dell’informazione” digitale e delle sue metamorfosi, al cui passo risulta spesso difficile adeguarsi. Nessuna sorpresa, dunque. Ma allora – potrebbe giustamente chiedersi il lettore – perché questa scelta?

Dietro ogni libro è possibile valutare una miriade di motivazioni. Di elementi “identitari”. Un numero (non sempre quantificabile, ma significativo) di “oggetti”, di “sollecitazioni”, che concorrono alla realizzazione del “prodotto” finale. C’è l’argomento, senza dubbio. E il titolo del libro di Pira ben sintetizza di cosa il suo volume tratti. Ma qual è il peso di ciò che rimane “nascosto”, che attraversa e sostiene uno sforzo investigativo tanto puntuale quanto approfondito? Dunque, ancora una volta: perché la nostra reazione rappresenta esattamente il contrario di ciò che potrebbe sembrare? Semplice: Pira, oltre ad essere un bravissimo sociologo, da lungo tempo è protagonista di una fondamentale azione educativa verso la (e alla) comunicazione, ed è ben consapevole di quanto la sua importante attività scientifica sia strettamente legata ad un “indotto” non meno rilevante di carattere pedagogico. Una sinapsi indifferibile, quando appunto la lente d’ingrandimento, come avviene con Figli delle App, prova a mettere a fuoco il gigantesco sistema delle “relazioni” che, attraverso l’informazione social, quotidianamente influenza il comportamento di miliardi di persone. Quell’insieme di trame e tessiture soggettive, interpersonali, sociali, culturali, tecnologiche di cui il professor Pira è ritenuto non a caso uno dei maggiori esperti apprezzati anche all’estero. Stiamo parlando in altre parole – perché mai come in questo caso, semplificare torna utile – di una delle più importanti caratteristiche e opportunità del nostro tempo. Di quell’immensa, incalcolabile potenzialità creativa, ma non di meno delle sue perniciose conseguenze, dal cyberbullismo al revenge porn ad altre modalità d’interazione tra utente e rete, che da anni Pira scandaglia con gli strumenti della ricerca e della comparazione. Con la “cassetta degli attrezzi”, potrebbe dirsi, che ogni sociologo degno di questo nome porta sempre con sé, dimostrando di conoscere bene ogni singolo arnese e di saper scegliere, all’occasione, quello più confacente alle sue esigenze. E allora si farebbe torto a Pira se si trascurasse questa base propedeutica, il fondamentale “trampolino di lancio” che il docente siciliano utilizza (e valorizza) anche in Figli delle app.

Poi, certo, c’è il contenuto del libro. E qui si apre un secondo ambito di valutazione, altrettanto interessante, attraverso il quale emergono in tutta la loro consistenza la competenza, l’impegno, la passione, la dedizione, il senso di responsabilità con cui Pira si confronta ancora una volta con questi temi.  E se, da un lato, nella prefazione al volume, il professor Giovanni Boccia Artieri, ordinario di Sociologia della comunicazione e dei media digitali e di Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali all’Università “Carlo Bo” di Urbino, sottolinea la necessità di “orientarsi, attraverso le buone pratiche verso un uso consapevole e corretto di questi potenti strumenti che abbiamo tra le mani in modo da poter vedere riflessa in loro l’immagine della società che vogliamo essere”, dall’altro, lo stesso docente, non manca di mettere in luce che “il contributo principale offerto da questo volume di Francesco Pira è quello di sottolineare come la formazione debba assumere un ruolo fondamentale, così come l’ambito domestico d’uso e educazione”. Ciò, in quanto “sviluppare una sensibilità verso il digitale significa educarsi e educare alle regole di questi territori”: esattamente il percorso che Pira segue – e non da oggi – “orientato a un cambiamento di matrice culturale, in cui la conoscenza delle grammatiche e le leggi delle piattaforme private in cui ci muoviamo, la comprensione di alcuni aspetti base legati all’esistenza di algoritmi e un costante aggiornamento rispetto alle nuove possibilità possono fare la differenza”.

Ce ne sarebbe abbastanza, a questo punto, per concludere che Pira, con Figli delle App, ha centrato il bersaglio. Ma dobbiamo – e vogliamo – assicurare a questo bravo docente un minimo di gratificazione in più. Non foss’altro per dargli testimonianza della considerazione di cui le sue ricerche godono anche oltre l’ambito della sociologia della comunicazione, e rispetto alla misurazione, nel contesto appunto dei suoi studi, delle caratteristiche, sempre più pervasive, di un mondo in cui, come afferma Bauman – riferimento costante di Pira – “il consumismo tecnologico rischia di trasformarci in individui senza storia e identità”. L’autore in realtà è molto preoccupato sia per l’andamento che la “curva della realtà virtuale” registra, sia per l’illusione circa la neutralità dell’elemento tecnologico nella vita di tutti i giorni. Senza distinzioni di età. A proposito dei bambini, per esempio, il nodo da sciogliere non è di poco conto proprio in relazione all’ultimo aspetto preso in considerazione “che accompagna la trasformazione della società in società mediatizzata”. La questione, avverte Pira, è che “consideriamo erroneamente la tecnologia come un fattore neutrale e diamo per scontato che i ‘nativi digitali’ comprendano appieno il mondo in cui sono immersi per il solo fatto di esservi nati”. Così non è ed è “del tutto evidente che esistono una serie di elementi critici di cui sono responsabili gli adulti, a cui va il controllo e il ruolo di guida, dovendo per primi comprendere l’impatto delle tecnologie e il loro utilizzo come strumento a supporto della crescita dei bambini”.

Dunque, bisogna educare alla fruizione della rete. Una priorità cui tutti siamo chiamati a dare un contributo. Famiglie in testa. La sfida è notevole. Tutto avviene in un contesto in cui “sono cambiate le dimensioni tempo, spazio e relazione”, e all’interno del quale “si è di fatto sovvertito il rapporto tra dentro e fuori”.

La lettura di Pira risulta lucidamente calata nella realtà. La sintesi di un intenso vissuto scientifico, che il docente siciliano mette a disposizione di tutti: “In questi ultimi anni”, spiega, “mi sono molto spesso occupato di due fenomeni che stanno prendendo il sopravvento, ossia il cyberbullismo e il sexting. Il primo è la manifestazione in rete di un fenomeno più ampio e meglio conosciuto, il bullismo. Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web. Il bullismo diventa quindi cyberbullismo”. C’è di più: “Oggi sui social si tende a perdere ogni freno inibitorio e i ‘leoni da tastiera’ non mancano mai e non perdono occasione di superare ogni limite della decenza, estremizzando gesti e parole per generare odio e distruzione della persona…la cronaca riporta quasi quotidianamente episodi di questo tipo e i danni provocati alle vittime possono essere davvero molto gravi e molto seri…Uno dei social che oggi induce maggiore preoccupazione è Tik Tok, la piattaforma più discussa del momento. A differenza degli altri social, come Facebook, Instagram, Snapchat che da sempre costituiscono una miniera infinita di dati personali, la piattaforma cinese presenta molti, troppi lati oscuri nel florido mondo dell’app-economy. Ritengo importante e necessario che i genitori insegnino ai figli un uso consapevole di Tik Tok, come degli altri social, più che applicare divieti e impostazioni rigide che solitamente vengono aggirati con diversi escamotage. Formazione e informazione possono passare anche tramite le piattaforme social, cercando di gestire il disequilibrio tra online e offline che si sta verificando e la scissione fra apparire, essere e identità digitale”.

Ebbene, perché questo auspicabile risultato possa ottenersi “è necessario sensibilizzare l’opinione pubblica, la comunità scolastica, i medici di base e gli psicologi, accrescendo in queste figure professionali l’abilità di individuare gli indizi di abusi e violenza di ogni genere, con particolare riguardo a quelle perpetrate ai danni dei minori con disabilità, contattati in rete da malintenzionati che vogliono schernirli; insistere sull’incremento degli strumenti investigativi forniti alle Forze dell’ordine per il contrasto di tali condotte tramite Internet e i social network; potenziare le leggi, e le normative tutte, al fine di prevedere una condanna certa per chi commette atti persecutori sul web”.

Cyberbullismo, ma anche, come si diceva, sexting, che consiste “nello scambio di messaggi con contenuti altamente erotici da inviare alla persona che si vuole conquistare. Lo scambio di messaggi sessualmente espliciti, magari attraverso la messaggistica istantanea o i social nertwork, può diventare molto insidioso…Come se non bastasse questo materiale può essere diffuso in rete dai partener, trasformandosi in revenge porn. Una coppia decide di girare un video in un momento di intimità, ma dopo la separazione uno dei due partner decide di pubblicare tutto sul web per vendicarsi”. Rischi con cui bisogna fare i conti e rispetto ai quali l’ampio e diversificato “sistema di difesa”, capace di assicurare un ampio ventaglio di risposte, sopra sintetizzato, costituisce un presupposto fondamentale.

Insomma – ma è solo il tentativo di racchiudere in poche battute il valore di un notevole impegno scientifico-culturale – Figli delle app è un altro bel contributo verso la costruzione di quella dimensione culturale e civile consapevole in cui Pira auspica possa sempre più prendere corpo il possente processo d’informazione che, ad ogni livello, caratterizza il nostro tempo. Sarà che fa sue le affermazioni di San Giovanni Bosco, secondo il quale “dalla buona o dalla cattiva educazione della gioventù dipende un buon o un triste avvenire della società”; o anche che, insieme “a tutte le vittime del cyberbullismo, del sexting, del revenge porn, del cutting”, cui dedica il libro, ritenga giusto ricordare i tanti che “usano le nuove tecnologie per trasmettere al mondo messaggi positivi e condividere conoscenza”. Alla faccia di ogni generalizzazione. E con quel pizzico di fiducia che nella vita bisogna sforzarsi sempre di mantenere. Comunque sia, è difficile negare che il professor Pira, in questi anni, si sia esercitato al meglio (e con incontestabili gratificazioni) nell’intento di mettere in luce le profonde trasformazioni registrate dai modelli comunicativi come conseguenza delle nuove tecnologie; e con esse, lo sforzo “sistemico” da mettere in campo per fare in modo che gli effetti positivi delle stesse siano superiori rispetto a quelli di segno opposto.

Figli delle App, in definitiva, aggiunge un altro fondamentale tassello alla costruzione del “mosaico” conoscitivo che da tempo vede protagonista il docente siciliano. Il che, gratifica tanto lui che quanti, direttamente o indirettamente, sono interessati ai temi della sua ricerca. Anche per questo, crediamo sia doveroso ringraziarlo di questo suo nuovo contributo e di quanto certamente continuerà a fare. Dentro e fuori l’università. (fk)

FIGLI DELLE APP
di Francesco Pira
ISBN 9788835107392

La Santa ‘Ndrangheta di Pantaleone e Anna Sergi

Il libro La ‘Santa’ ‘ndrangheta di Pantaleone Sergi, ripropone a distanza di 30 anni, con l’integrazione di una criminologa esperta di mafia, Anna Sergi, figlia dell’autore, il libro La ‘Santa’ violenta, con la presentazione di Enzo Ciconte.

Cos’è cambiato in questi trent’anni? Sembra cambiato tanto eppure non sembra essere cambiato molto. Quello che era indagine, è diventato sentenza. Quello che era intuizione è diventato analisi. Quello che era rischio è spesso diventato realtà. Un libro, insomma, che si è trasformato nel mentre il mondo è cambiato e la ’ndrangheta da “violenta” si è fatta “contesa”.

La ‘Santa’ violenta di Pantaleone Sergi, già inviato speciale di Repubblica, è stato uno dei primi testi sulla ’ndrangheta, pubblicato nel 1991, dopo la stagione dei sequestri di persona e la cosiddetta “pax mafiosa”. Un besteseller e un longseller. Ripercorre con lucidità, empatia e spunti critici, quella che è stata la trasformazione della ’ndrangheta in Santa, un’organizzazione criminale che non si accontenta più dell’accumulazione di denaro, ma vuole usare quel denaro per conquistare fette di potere, politico ed economico, in Calabria e altrove. Questa trasformazione, ci racconta Pantaleone Sergi, è stata certamente violenta.
Trent’anni dopo, alla penna esperta di Pantaleone Sergi, che la storia della ’ndrangheta negli anni Settanta, Ottanta e Novanta l’ha narrata in diretta, si accompagna un’analisi critico-accademica di Anna Sergicriminologa, docente all’Università di Essex nel Regno Unito, e affermata ricercatrice del fenomeno mafioso e ’ndranghetista in Italia e all’estero.
In questa raffinata pubblicazione dal titolo «La Santa ‘ndrangheta. Da “violenta” a “contesa”», edita dalla Casa editrice Pellegrini nella Collana «Ossidiana. Teoria cultura e vita quotidiana» e da pochi giorni in libreria, Anna Sergi riprende l’eco della violenza mafiosa che «La ‘Santa’ violenta» aveva raccontato e si chiede cosa sia cambiato.
La Santa ’ndrangheta è ancora violenta? No, adesso «la ’ndrangheta è una mafia a cui piace piacere, non spaventare, se non quando è strettamente necessario».
E se non è più violenta, cosa fa, cosa è diventata? È diventata, tra le altre cose, una Santa ‘contesa’ per quattro motivi: l’unitarietà, la violenza dei clan, la loro mobilità e l’essenza stessa della Santa, come organizzazione cerniera con politica ed economia del territorio.
Queste pagine – la Santa ‘contesa’ e la Santa ‘violenta’ – lette in successione, ci ricordano quanto sia fondamentale preservare la memoria storica di certi anni per arricchire le analisi di oggi. (dl)

L’attrazione dell’oltre nella poesia di Corrado Calabrò (autori vari)

di SANTO STRATI – Cos’è l’attrazione dell’oltre? Per un poeta è sicuramente il superamento della dimensione tradizionale e l’attraversamento della realtà con occhi allo stesso tempo distaccati ma partecipi. Al poeta, grande poeta calabrese, Corrado Calabrò la rivista Spiritualità & Letteratura, edita dalla Fondazione Thule Cultura di Palermo ha dedicato due corposi fascicoli, racchiusi in un unico libro, proprio sull’ “attrazione dell’oltre”. Un’analisi introspettiva sulla figura di Calabrò ma soprattutto sulla sua vastissima opera creativa.

Nella sua introduzione, Corrado Calabrò, afferma che «la nostra visione della realtà è un miraggio». Una visione olografica. «Ci è sconosciuta, insomma – sostiene – non percepita nella sua fondamentalità, la stessa realtà che ci circonda e ci permea, la realtà di cui siamo fatti. Noi tocchiamo solidi e liquidi, vediamo i colori, sentiamo suoni, odori, sapori: sono solo manifestazione metamorfiche che i nostri sensi ci porgono». Un’idea della poesia, ma soprattutto della vita, che il poeta Calabrò trasferisce dall’uomo (giurista, intellettuale, studioso) all’artista che crea, mediante i versi, emozioni e sensazioni perché si comprenda il senso della propria esistenza. È questa la vera forza poetica di Calabrò, il costringere alla riflessione cavalcando un’onda poetica trascinante e travolgente, e allora avviene che i suoi versi coinvolgono in modo atipico il lettore, ne saggiano l’intelligenza e ne stimolano risposte in termini di sentimento. Perché – ricordiamolo come disse Anassagora – l’uomo è nato “per contemplare il cielo e l’origine di tutto l’universo”.

Chi conosce la poesia di Corrado Calabrò, troverà in questa corposa raccolta di saggi (400 pagine) un’ulteriore risposta al perché le sue liriche vanno ben oltre la tradizionale suggestione che il verso riesce a dare. Il lettore riuscirà ad apprezzare ancora di più la profondità di alcune liriche, scoprirà la grandezza poetica di un inguaribile sognatore. «Sono una barca spogliata di vela che anela inutilmente al mare aperto» scrive in una lirica il poeta Calabrò: è il riferimento costante al “suo” mare, alla “sua” Calabria che, insieme all’amore, sono i temi dominanti di tutta la sua produzione poetica.

Del resto, 23 libri di poesia sono la testimonianza di una vitalità creativa che ha pochi eguali: in questo volume ci sono un centinaio di contributi di studiosi, scrittori, saggisti, poeti e operatori culturali che parlano e documentano un’attività invidiabile e superlativa di un “poeta del mare e dell’amore” e costituiscono un incentivo a rileggere, riguardare, ritrovare versi indimenticati per cogliere l’essenza vera di una concezione di vita, moderna perché basata sul classicismo, tra il mito e la metafora, tra il sogno e la realtà, l’immaginazione e il tecnicismo del quotidiano.

Non si faccia, però, l’errore di considerare questo libro la summa esaustiva della poetica di Calabrò: il poeta non dorme mai, sogna, vive, racconta. E molti altri, continuamente, parlano e parleranno di lui. Un bel libro per apprezzare ancor di più il grande poeta Calabrò, che della Calabria è un orgoglioso e più che illustre figlio. Il volume è curato da Tommaso Romano e Giovanni Azzaretto. (s)

L’ATTRAZIONE DELL’OLTRE NELLA POESIA DI CORRADO CALABRÒ
edizione fuori commercio, a cura di Tommaso Romano e Giovanni Azzaretto
Quaderni di Spiritualità & Letteratura – Fondazione Thule Cultura, Palermo

Time gate – Il segreto della professoressa – di Stefania Di Biase

Una scoperta capace di cambiare le sorti dell’umanità, fatta nei laboratori dell’Università della Calabria, a opera di una docente eccellente e dalla sua squadra di fidati collaboratori. Time Gate (edito da Rossini) è una storia che tiene con il fiato sospeso, ambientata in due luoghi speciali: l’Università della Calabria e la Sila. Il protagonista della narrazione è  il tempo, raccontato attraverso le vicende dei personaggi ben delineati dalla penna di Stefania Di Biase, al suo esordio come romanziera. Tra colpi di scena ed elementi fantastici, durante la lettura emergono interrogativi e riflessioni sul destino e sul corso degli eventi. Un libro scorrevole e ben scritto, curato nei particolari, capace di trasportare il lettore nelle situazioni descritte dall’autrice: la vita dei giovani ricercatori all’interno dei laboratori dell’ateneo, le vicende personali della professoressa Rossi e i forti legami che si creano nell’ambiente universitario. Chi conosce l’Università della Calabria non potrà fare a meno di sentirsi parte della storia narrata, nella quale ad un certo punto fanno capolino AISE, RGB e Mossad. Scienza, fantascienza, azione, suspense e sentimenti sono gli ingredienti che rendono Time Gate- il segreto della professoressa – un libro da leggere e consigliare.

Il tramonto all’università era qualcosa di magico. Il cielo diventava di un rosso indefinito verso l’orizzonte e il nero delle tenebre provava a impadronirsi di quei luoghi dovendo però soccombere all’imperioso dominio della illuminazione artificiale. L’Unical non dormiva mai. La notte era solo una pausa che le persone avevano bisogno di prendersi per ragioni di fisiologica natura. Ma lei no, viveva di vita propria“.

Sull’autrice: Stefania Di Biase è laureata in Scienze Politiche. È stata presidente del Consiglio Comunale di San Vincenzo La Costa dal 2012 al 2017. Oggi è Presidente dell’Associazione Culturale Femminile San Sisto dei Valdesi. Cura l’attività divulgativa e le pubblicazioni della stessa e anche la gestione del Museo Valdese e dell’arte contadina “Scipione Lentolo”. Nel 2020 diventa Direttore di Centro di Accoglienza. Viaggiatrice per vocazione, scrittrice per esigenza, ha già pubblicato diversi componimenti poetici in volumi collettivi e vinto il premio “Seguendo Giangurgolo” per il copione del cortometraggio “Tempo d’Eresia” di cui ha anche curato la regia.

TIME GATE – IL SEGRETO DELLA PROFESSORESSA
di Stefania Di Biase
Rossini Editore – ISBN 979-1259690067

Durante un’epidemia – Roberta Ferrucci, Benedetta Demartini, Maria Rita Reitano, Fabiana Ruggero, Veronica Nisticò e Alberto Priori

Psicologhe e medici ospedalieri, che operano in strutture pubbliche, e che hanno fatto esperienza in prima persona della crisi pandemica, analizzano i fattori che influenzano lo stato psicopatologico correlato all’epidemia e descrivono — in relazione sia al soggetto contagiato sia al soggetto a rischio di contagio — i meccanismi psicologici e comportamentali di risposta all’ansia e allo stress. È questo l’obiettivo del libro Durante un’epidemia – Aspetti psicologici e psicopatologici legati alla pandemia di Covid che, tra gli autori, vede anche Maria Rita Reitano, nipote di Mino Reitano e figlia di Gegè.

Roberta Ferrucci, Benedetta Demartini, Maria Rita Reitano, Fabiana Ruggero, Veronica Nisticò e Alberto Priori, dunque, con questo libro suggeriscono strumenti, strategie e tecniche di gestione del disagio psicologico, utili per comprendere e per affrontare le difficoltà del periodo che stiamo vivendo.

DURANTE UN’EPIDEMIA

di Roberta Ferrucci, Benedetta Demartini, Maria Rita Reitano, Fabiana Ruggero, Veronica Nisticò e Alberto Priori

Edizioni Erickson, ISBN: 9788859025412. (rl)

A sud del Sud di Giuseppe Smorto

C’è una Calabria sconosciuta ai più, perfino ai calabresi. Una Calabria che reagisce, che opera, si muove, lascia il segno, sfidando burocrazia e malaffare, indifferenza e richieste di “pizzo”. Una Calabria che, disperatamente, è a sud del Sud – dice Giuseppe Smorto – ma non è disperata, né tantomeno rassegnata. È un libro questo dell’ex vicedirettore di Repubblica, reggino doc e orgoglioso delle proprie radici, che non è rivolto ai calabresi, ovvero anche a loro, ma sfida il pregiudizio – persistente – di un Mezzogiorno indolente e poco propenso alla fatica: è il lavoro che non c’è il vero dramma, non ci sono lavoratori fannulloni, ci sono mancati lavoratori. È questa l’orribile verità che ricade come vergogna dei governanti passati presenti (e speriamo non futuri) la mancanza di una visione strategica che permetta di coniugare e pianificare formazione e lavoro, opportunità e ricchezza di inventiva, idee e occasioni per metterle in pratica.

Le storie «sottovoce – come le definisce l’autore – crescono fra le macerie, nel silenzio dell’entroterra senza servizi, nelle aree malcollegate, nelle Università». È un racconto avvincente e, per molti versi, straordinario di una regione che non ti aspetti di trovare, la narrazione di tante realtà che capovolgono certi assurti privi di qualsiasi fondamento e lasciano immaginare una condivisibile (e ottimistica) idea di futuro. Smorto, da “vecchio” giornalista, ha girato in lungo e in largo per una Calabria che, pur conoscendola, ha finito per scoprire sotto altri occhi: nel rigetto della rassegnazione – che non è un sentimento dei calabresi – e nell’anelito di un soffio di ottimismo. In una terra dove il pessimismo è di casa, ma non muore mai la speranza, l’idea del cambiamento possibile, la convinzione che i tempi sono quasi sempre “maturi” ma insieme “non ancora”: una sorta di ossimoro che spiega perché il futuro rubato ai giovani non è svanito, ma solo rimandato.

Smorto tradisce il suo essere calabrese, ma fa prevalere il distacco dovuto dell’osservatore che deve riferire e raccontare con terzietà e onestà intellettuale, Così i suoi viaggi in questa Calabria dove si confondono «angoli struggenti e pattumiere dei rifiuti tossici italiani» l’autore accompagna a un’esplorazione che rivela la Calabria quale potrebbe (e vorrebbe) essere. Tra le eccellenze di tre atenei che sfornano capacità e competenze che altri – astutamente saranno pronti a utilizzare – e la ricchezza di un paesaggio unico. Tra l’arcobaleno di gusti e sapori e una tavolozza di colori unica e irripetibile e lo straordinario patrimonio di una terra ancora tutta da scoprire.

Quale Calabria esce da queste pagine? Una Calabria ben diversa da quella cui hanno abituato giornali, tv, media che gli riconoscono (riconoscevano?) solo primati da cronaca nera. La reputazione di una regione va costruita anche attraverso i racconti come quello che fa Smorto: l’operosità, l’ingegno, le contraddizioni, l’accoglienza e l’emigrazione. Temi che coraggiosi giornalisti mediano con gli aspetti più controversi (e odiosi) di una terra “violentata” (parole di don Italo Calabrò) e attraversata dal malaffare e dalla ‘ndrina e ai quali, l’autore, riconosce l’essere da sempre in prima linea per contribuire al cambiamento. Serve dare la vera immagine di una terra dimenticata ma non desolata, serve richiamare (con le giuste) opportunità i giovani andati via (spesso con la morte nel cuore) e che vorrebbero vivere nella terra dei padri, dove c’è sicuramente una diversa qualità della vita, aria pulita, e una socialità che le grandi città ormai fanno solo sognare.
Sia chiaro, questo non è non è un libro “turistico” né il solito trattato sociologico sul Sud lagnoso e abbandonato, al contrario è una bella testimonianza di realtà quotidiana: il lettore rischia (fortunatamente) di sentirsi talmente coinvolto nelle venti + una storie di Smorto che sentirà l’irrefrenabile voglia di scoprire questa terra, la sua gente, il suo passato, il suo futuro. È il regalo più bello che un devoto figlio poteva fare alla terra che gli ha dato i natali , terra che dà in dote a tutti i calabresi «la nostalgia e il sospiro del ritorno». Ovvero quella inimitabile “calabresità” che finiscono tutti per individiarci. (s)

A SUD DEL SUD
di Giuseppe Smorto
Edizioni Zolfo, ISBN 9788832206340

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Per gentile concessione dell’editore Zolfo, proponiamo il capitolo XX del libro  A sud del Sud di Giuseppe Smorto

Non solo ‘nduja, scoprite lo zafferano dei giusti

La chef stellata Caterina Ceraudo, nel segno della sostenibilità. Lo chef resistente Filippo Cogliandro, nel segno della legalità. E un ristorante Museo in un paese che vuole vivere

Triste come un vegano a un matrimonio calabrese, dice la battuta. Ma la Calabria offre anche una dieta 100% veg, naturalmente mediterranea. Forse non tutti sanno che il fisiologo Ancel Keys condusse per dodici anni uno studio sulle abitudini alimentari di Nicotera, per arrivare a una conclusione: è questa la patria della dieta più sana. Un primato che la cittadina del vibonese contende a Pollica, dove Keys visse. Ma cerchiamo di non litigare, e parliamo di agricoltura sostenibile, cibo, vino e sapori.

Si parte da Strongoli, nel crotonese. Un posto del futuro, con le Tesla agganciate alle colonnine, i pannelli fotovoltaici costati 250.000 euro. Dietro questa scelta c’è la storia di Roberto Ceraudo: un giorno viene investito da una spruzzata di pesticida, mentre sta cercando di riparare un nebulizzatore. Finisce in rianimazione, si salva e decide che non ne farà più uso. Un’illuminazione. Quindi il bio all’azienda “Dattilo” arriva prima delle mode e degli incentivi.

In molti al paese lo chiamano “pazzo”, un esempio da non seguire. Invece la sua scelta col tempo si rivela vincente. Nasce una terra viva, vino, olio, anche un ristorante ora stellato grazie agli studi e alla sapienza della figlia Caterina, laureata in viticoltura ed enologia all’Università di Pisa. Un orto a chilometri zero, la fortuna di avere tempo, visto che il locale resta aperto sette/otto mesi l’anno, mentre l’azienda agricola non si ferma mai. “Quando siamo chiusi – dice Caterina Ceraudo – sviluppiamo altri progetti. Vogliamo scrivere una storia nuova in una regione maltrattata dai suoi stessi abitanti. Fare emergere il bello e il buono dei produttori, dei coltivatori, ritrovare la fierezza del nostro territorio”. 

Ceraudo è una ambasciatrice del buono di sicuro, ha anche preso la “Stella Verde” Michelin per i ristoranti sostenibili. Si sente calabrese in Italia e italiana all’estero: “Ogni tanto bisogna far capire da dove veniamo, del resto è facile, basta indicare la punta dello Stivale. Restiamo lontani dai grandi flussi, venire da noi significa avere una forte motivazione. Il pubblico ha bisogno di conoscere posti veri, non blasonati. Dall’aeroporto di Lamezia a qui ci sono cento e più minuti di infiniti paesaggi”. E torna il concetto del tempo, la bellezza del vivere lento, una teoria interessante sull’ora giusta per raccogliere gli ortaggi. L’importanza di non sprecare: sul sito di Repubblica c’è una sua ricetta con brodo di buccia di patata. La “Dattilo” progetta anche un impianto per la lavorazione degli scarti in cucina e raccolto, per produrre biogas. Ceraudo è molto attenta al concetto di spreco e dice che la spesa giusta si fa una volta al giorno, senza riempire il frigo di prodotti a rischio muffa.

Ma è tempo di abbattere gli schematismi anche in cucina. E’ uno stereotipo anche la ‘nduja, prodotto certamente identitario, un tempo caratteristico di Spilinga, del Monte Poro, un po’ come il lardo che era targato Colonnata. La ‘nduja – forse da andouille il salame di trippa francese – è un impasto di quattro quinti di carne (scarti, ma anche parti nobili) e uno di peperoncino (spesso dolce + piccante). Si spalma sul pane, si usa per il ragù, è raccontato come un prodotto che dà i superpoteri. Non richiede uso di conservanti.

Caterina Ceraudo dice che la Calabria offre molto di più. La sardella, una specie di caviale dei poveri, i fichi, la liquirizia. “Ma se devo scegliere un prodotto sottovalutato, la risposta è: lo zafferano. Che è molto faticoso da coltivare, ci vuole una raccolta certosina fatta da mani sapienti. Ce n’è una grande varietà in Calabria, ad altitudini differenti. E nei boschi del Pollino si trova un tartufo bianco e nero che potrebbe fare ombra a quello di Alba”.

La Calabria ha una brutta fama al Nord? “Per fortuna incontro solo persone intelligenti”. Difficile fare impresa qui? “Faticoso, non impossibile”.

Deve essere stato faticoso anche per Antonella Lombardo, che ha lasciato la professione di avvocato per il vino, ed ha vinto il premio del Gambero Rosso come viticoltrice dell’anno, con le sue etichette Charà e PiGreco. Una passione presa dal nonno, un racconto fatto di muri a secco e palmenti, e un rimpianto per le tante terre incolte. Da Bianco, terra di un vitigno pregiato come il Greco, arriva così un’altra storia simbolo. La Calabria dei vini va ormai oltre la zona del Cirò. Dalle parti di Rossano, si sviluppa una esperienza che attira l’attenzione del Quirinale. A 28 anni, Enrico Parisi viene nominato Cavaliere. Bocconiano, con una esperienza di studio a Rio de Janeiro, sceglie di tornare nell’azienda di famiglia che produce olio e vino. Crea la sezione “+ che olio coltiviamo cultura”, inaugura un orto sociale in collaborazione con la cooperativa “I figli della Luna”, con lo slogan “Crescere insieme per crescere meglio”.

A questo punto si torna dalle parti dei Bronzi, a un centinaio di metri dal Museo di Reggio Calabria. Qui lavora Filippo Cogliandro, che preferisce alla carica di ambasciatore antiracket quella di ambasciatore di colori e sapori. “In Calabria sto benissimo, è una terra straordinaria. Ma non ci vivrei bene se non avessi denunciato”. Cogliandro riceve la prima richiesta di estorsione il giorno dell’inaugurazione del suo ristorante, a Lazzaro. Parla con i fratelli e decide: “Io non sto zitto, domani vado al commissariato”. La famiglia lo appoggia. “Mio padre aveva già vissuto questa esperienza, io non volevo ripeterla”. Grazie a Cogliandro nasce un gruppo di sostegno, le iniziative anti-pizzo. Grazie a lui, Reggio non può far finta di non vedere.

“Io sono un animale sociale, vivo per stare con la gente”.

Cogliandro apre l’Accademia. Ha due figli, chiede in affidamento due ragazzi del Gambia arrivati chissà come, poi li avvia al lavoro. Si chiamano Abdou Dibbasey e Salihu Barrow, oggi sono assunti e stanno in prima linea in cucina. Un giorno gli chiedono: vogliamo ridare a te quello che hai fatto per noi. E si inventano una iniziativa mensile per i poveri della città, nel più bello dei luoghi, il Salone dei lampadari. 

“Le prime tre volte arrivano timidi, vengono con abiti dimessi, con la tuta. Poi col tempo, i primi tocchi di rossetto, la giacca, quasi il vestito della festa”. La Croce Rossa ne approfitta per fare a tutti i partecipanti lo screening sul diabete, Chef Cogliandro è contento di aprire il ristorante ai bisogni della città.

Lui ora teme che questo suo impegno sociale in prima persona oscuri il lavoro che fa in cucina. L’Accademia sta sulle Guide, è fra i migliori ristoranti della regione. Dopo un inizio quasi per caso, dopo l’addio al seminario “perché non avevo ricevuto la chiamata”. La scintilla è la caduta del Muro di Berlino: per festeggiare, un gruppo di amici prova ad aprire un ristorante dove prima c’era l’Accademia di pittura di un artista fiammingo, Jim Jansen. Poi le minacce, l’impegno con Reggio Libera Reggio, e la nuova location, fra il Corso e il mare. Cogliandro viaggia, cucina per l’Onu in Messico, per il consiglio dei ministri in trasferta a Reggio, organizza le cene della legalità a Berlino, ricrea i piatti di Salvador Dalì a Firenze e Milano

Vuole sfatare l’immagine della cucina calabrese carica e grassa. “Uso gli stessi prodotti, ma lavorati in un altro modo. La mia cucina deve essere anche il trionfo degli occhi, un taglio netto con quella di una volta”. E mostra in video la Capasanta con pesto di basilico e vellutata di Pomodorino, quindi tricolore. Ricorda il caciocavallo di Ciminà, presidio Slow Food. Raccolti di valore come l’arancio tardivo di Villa S.Giuseppe, lo zafferano, la patata bellina di Sant’Eufemia. “Non c’è solo quella silana. Con tutti questi prodotti, con una sana economia circolare, la Calabria potrebbe campare di rendita. Vorrei far conoscere la prugna di Terranova Sappio Minulio”. E poi racconta il suo nuovo progetto.

“Un campo di patate viola, le sto facendo crescere a Cardeto. Ma stanno venendo grosse come quelle normali!”.

Cardeto è l’inizio della montagna reggina, quaranta minuti per fare venti chilometri (in estate), la fortuna di avere due pianori con castagneti a filiera, grano, fagioli. Qui riceve, coltiva e suona Marcello Manti, insieme alla moglie Giovanna patron del “Tipico Calabrese”, piccolo e premiato ristorante-Museo della Civiltà contadina. Ha preso la Chiocciola di Slow Food per il suo pecorino, resiste all’isolamento e al paese che si spopola, dimezzato in vent’anni. Manti vive controcorrente: graphic designer in una grande azienda marchigiana, sceglie di tornare, inizialmente per lanciare l’e-commerce dei prodotti della tradizione che va a cercare in giro: i sottoli, i tessuti, il legno intagliato, le ceramiche. Ricorda il giorno della presentazione dei documenti in Comune.

“Vorrei aprire una attività via internet”.

“Quindi è una televendita?”

“No, è una cosa nuova, telematica”.

“Allora è con la televisione, riempia questo modulo”.

Manti è una memoria di erbe, qualità sconosciute di pere, di mele come la “melappe” che veniva messa nella stanza degli sposi la prima notte di nozze, per i suoi profumi. Quasi gli si rompe la voce ricordando i carraffuni, ciliegie a forma di cuore, durissime e introvabili. Fa collezione di strumenti, ospita gruppi che suonano la lira calabrese, la zampogna surdulina, il cordofono, giunti nella notte dei tempi con gli albanesi, con i greci, i bizantini. “L’ultimo pazzo sono io, i giovani se ne vanno, preferiscono un posto di assistente scolastico in un angolo qualunque del Nord”. 

Dice che il ristorante è arrivato dopo, perché i clienti chiedevano di mangiare oltre che comprare. Un menu stagionale, tutti prodotti a chilometri zero meno la inevitabile ‘nduja, che arriva da Spilinga. Uova, erbe, pere, mele, ortaggi, segale, patate, carne di maiale, vino forte. Un sistema trasparente con i contadini della zona, Manti paga i fagioli prima che siano piantati, crede in un consorzio di produttori. “Anche se magari si discute sul pepe negli insaccati”.

In sottofondo, la colonna sonora con i canti delle contadine che lui raccoglie. Nel ’54 arriva in paese il leggendario antropologo statunitense Alan Lomax, che aveva sentito parlare dei ballerini di Cardeto, citati anche da Alvaro. Registra le tarantelle, le ninne nanne. I più vecchi ricordano ancora u’ mericanu che dava i soldi per cantare. Il viaggio di Lomax diventa poi un film e un libro: “L’anno più felice della mia vita”.

Nel 2020 la figlia Anna, anche lei antropologa, torna a Cardeto, porta e riascolta i racconti e i canti, mangia e beve con Marcello e Giovanna, ride e piange. “Ora capisco perché papà tornava sempre senza soldi dall’Italia”. 

Ma la memoria vale di più, suona bene per il futuro.

[Courtesy Edizioni Zolfo]

Cassiodoro primo umanista (a cura di Antonio Ghisalberti e Antonio Tarzia)

Cassiodoro il Grande, primo umanista, figura di grande rilievo tra le personalità che la Calabria può vantare. Scrisse oltre 500 lettere a governatori, papi, re e imperatori, a nome dei re goti (Le Variae), ma soprattutto ha fornito ai politici del medioevo uno straordinario trattato di scuola diplomatica insieme a un vademecum di comportamenti aristocratici. La sua autorità indicava a magistrati e giudici l’obbligo dell’onestà nel rispetto principe della verità. Filosofo, mistico, illuminato precursore, dalla Calabria al tempo di Teodorico, di un modo di intendere la cultura ed esercitare il potere della Chiesa, coniugando la scienza e l’arte, la musica e le altre spiritualità che fanno grande l’uomo.

Tutto questo si trova nell’agile, ma ugualmente corposo in fatto di informazioni, libro curato da Antonio Ghisalberti e Antonio Tarzia, edito da Jaca Book, uno dei tanti di una serie non ancora conclusa e sulla quale ha investito molte risorse e tanto impegno don Tarzia che di Cassiodoro è un grande estimatore. Ha intestato a lui l’omonima associazione culturale fondata una quindicina di anni fa e in suo nome ogni anno consegna un ambito e prestigioso premio a personalità della cultura, della scienza e della religione. Già, perché sopra a tutto Cassiodoro col suo Vivarium è stato il rappresentante di quell’umanesimo integrale che ha permesso di far incontrare la parola di Dio e quella degli uomini.

Questo libro raccoglie una grande messe di contributi che riescono a dare un’immagine pressoché completa di Cassiodoro e aiutano a comprenderne lo spirito. Come scrive nell’introduzione lo storico Franco Cardini, «la sua produzione letteraria rappresenta un complesso tentativo di fondere la cultura cristiana con la tradizione classica, un tentativo portato avanti da un uomo che pure aveva già vissuto, sotto i Goti, la lacerazione e allo stesso tempo la necessità di conciliare la romanitas con la cultura germanica». La “sua” Squillace è stata testimone del suo straordinario innovare e conservare allo stesso tempo: non a caso dal suo Vivarium (siamo nel VI secolo) hanno preso vita le radici culturali dell’Europa.

Flavio Magno Aurelio Cassiodoro fu dunque una poliedrica personalità: politico, letterato, biblista: un personaggio che molti giovani calabresi hanno cominciato a conoscere anche grazie alla sua storia a fumetti ideata da don Tarzia e che questo libro permette di guardare con ammirato stupore e profondo rispetto. Cassiodoro aveva fatto della parola scritta il modo di tramandare ai posteri un fondamentale patrimonio di cultura.  (dl)

CASSIODORO PRIMO UMANISTA
a cura di Alessandro Ghisalberti e Antonio Tarzia
Edizioni Jaca Book, ISBN 9788816416741

L’impero dell’algoritmo – di Domenico Talia

di FILIPPO VELTRI – Dobbiamo essere tutti grati a Mimmo Talia, un calabrese che insegna all’Università della Calabria Ingegneria informatica, per averci regalato in questi ultimi anni i saggi più pregnanti ma anche più abbordabili sul mondo che sta cambiando attorno a noi  – e di cui spesso non ci accorgiamo nemmeno – legati al mondo digitale.

Prima con La società calcolabile e i big data ed ora con L’impero dell’algoritmo (entrambi editi da Rubbettino) Talia, infatti, ci consegna riflessioni  sulla tecnologia informatica che io considero decisivi.

Questo saggio esamina e discute i concetti che stanno alla base degli algoritmi e analizza l’impatto sulle persone dei loro tantissimi utilizzi tramite una descrizione accurata ma accessibile a tutti. Vengono affrontati i temi più innovativi del mondo digitale, dall’apprendimento automatico ai sistemi software che governano i social media, dall’intelligenza artificiale alla robotica collaborativa. Gli argomenti discussi sono presentati con l’obiettivo di chiarire i concetti scientifici necessari a comprendere i principi e le manifestazioni dell’universo digitale e anche a ragionare sull’impatto sociale degli algoritmi. Concetti, analisi e ragionamenti utili per essere cittadini informati in un mondo dominato dalle tecnologie informatiche. Per diventare utenti consapevoli dei benefici che l’informatica può offrire a chi vive in questo nuovo millennio e, allo stesso tempo, per comprendere le minacce ai singoli e alle comunità che l’uso delle tecnologie digitali a fini di profitto e di dominio ha generato fino a oggi e che potrà ancora generare in futuro.

Noi con gli algoritmi ci conviviamo di giorno di notte, al mare e in montagna, al chiuso e all’aperto, in ufficio e al cinema, a casa e in palestra. Ovunque 7/24. Sono gli algoritmi.
La letteratura su questo tema è sempre più crescente. Con Rubbettino  Talia pubblica questo testo che contribuisce, al vasto pubblico, ad approfondire termini e nozioni, concetti e pensieri legati all’algoritmo e alla sua incidenza reale nella nostra vita.
Questo testo – scrive l’ autore nell’introduzione – ha l’obiettivo di analizzare e discutere i concetti che stanno alla base degli algoritmi e del loro utilizzo sotto forma di programmi software eseguiti dalle tante macchine digitali di cui disponiamo“.
La predizione automatica del nostro futuro – evidenzia Talia – è uno degli obiettivi principali della cosiddetta data science. È l’algoritmo che apprende dai dati come noi apprendiamo dall’esperienza, anche se molte volte non sappiamo dare una spiegazione chiara degli avvenimenti che accadono intorno a noi. La civiltà digitale si configura sempre più come una lunghissima concatenazione di procedure che si assoggetta alla procedura di codifica universale rappresentata dalle tecnologie digitali che promuovono il formale, puntano al totale automatismo e spingono per la vittoria del pensiero computazionale a danno di quello emozionale e della coscienza“. (fv)

L’IMPERO DELL’ALGORITMO
di Domenico Talia
Editore Rubbettino – ISBN 9788849866209

L’avventura di Andreatta di Calabria – di Franco Bartucci

Ripercorrere la storia della nascita dell’Università della Calabria è un viaggio unico ed emozionante. Tutto parte nel 1959 con la richiesta del senatore Mario Militerni di includere nel Piano decennale di sviluppo della scuola italiana, l’istituzione di una Università in Calabria. Da questo episodio, il giornalista Franco Bartucci ci fa vivere pagina dopo pagina l’intero iter che ha portato alla nascita dell’Università della Calabria e ai suoi primi anni di vita. È uno spaccato della storia della Calabria in quegli anni, di una esperienza positiva del Meridione così come la definisce Enrico Letta nella prefazione che accompagna il volume.

L’avventura di Andreatta in Calabria – Un campus per competere nel mondo è un libro edito da Luigi Pellegrini Editore, pubblicato nel 2019, ma che rientra a pieno titolo nella celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’Unical, che cade proprio nel 2021. L’Università della Calabria nasce ufficialmente nel 1971 e attraverso la figura del suo primo Rettore, il professore Beniamino Andreatta, viene delineato un percorso di crescita e di riscatto dell’intera regione. La scelta dell’area, l’istituzione dei corsi di laurea, i primi seicento studenti ammessi per l’anno accademico inaugurale (1972/1973), gli articoli della stampa locale e nazionale che parlano del grandioso progetto del Campus di Arcavacata.

Franco Bartucci con un lavoro certosino ha  ricostruito, pagina dopo pagina, un evento storico che ha cambiato le sorti del territorio calabrese. Chiunque abbia studiato all’Unical si emozionerà nello scoprire la genesi di luoghi iconici (come il Polifunzionale), nel conoscere la nascita delle associazioni studentesche, nell’immaginare Arcavacata senza i cubi, le aule,  gli spazi che hanno fatto e che fanno parte della quotidianità degli studenti Unical del passato e del presente e che entreranno nel cuore di quelli del futuro. Un libro che ogni calabrese dovrebbe avere sulla scrivania per conoscere l’iter e le vicende che hanno portato all’istituzione di un luogo simbolo non solo della Calabria ma di tutto il Meridione. (debora calomino)

L’AVVENTURA DI ANDREATTA IN CALABRIA
di Franco Bartucci
Pellegrini Editore – ISBN 9788868227347