Malinverno, romanzo di Domenico Dara

Che magnifico racconto offre Domenico Dara parlando di Astolfo Malinverno, bibliotecario dell’immaginaria cittadina di Timpamara, idealmente collocata nella Calabria più profonda. Il protagonista fa il lavoro che sogna chiunque ama i libri, ma accanto a questo incarico che gli permette di dialogare con i grandi della letteratura facendone partecipe il lettore, il sindaco gliene impone un altro che ha poco a che vedere con la cultura: quello di custode del camposanto. E allora il povero Astolfo, zoppicante dalla nascita, d’indole malinconica e sognatrice, accanto al suo impossessarsi della conoscenza che i libri trasmettono, si avvicina alle storie raccontate in poche righe sulle lapidi del cimitero.

Nel paese c’è una cartiera che ricicla la carta: vi finiscono tanti libri destinati al macero, ma alcune pagine il vento le porta in giro per Timpamara, quasi a voler costringere i suoi abitanti a leggere, a fare proprie le pagine svolazzanti che sono frammenti di storie, di nomi importanti, di emozioni che finiscono brutalmente con la pagina strappata. E se i libri trasmettono la vita, le lapidi raccontano la morte e alimentano i sogni. È da una delle lapidi che nasce l’infelice e sfortunato amore del bibliotecario-camposantaro. In un racconto delicato e straordinariamente avvincente che ce lo rende un amico di cui si vuol condividere una pena, ma anche uno scatto d’orgoglio o un sentimento d’amore. Sotterra anche i libri Astolfo per dare loro una metaforica vita universale, al di là della vita terrena. Intrigante e fascinoso, questo libro non potrà non piacere, per i suoi tanti spunti, letterari e non, dove diventa una piacevole avventura perdersi.

Abbiamo in Calabria un magnifico scrittore (Dara è nato a Girifalco) che rivela, in questa pregevole scrittura, il suo amore appassionato per la letteratura e i suoi maestri. È un’idea strepitosa quella che muove il racconto e il bibliotecario col nome che, evidentemente, è un tributo a Ludovico Ariosto, diventa un personaggio di grande letteratura che – siamo certi – avrà il giusto riconoscimento che, in verità, ci saremmo aspettati. È un romanzo Malinverno che dovrebbe conquistare non solo tantissimi lettori, ma meriterebbe molti premi letterari sicuramente ben attribuiti.

Con le sue stranezze, i suoi sogni, le aspirazioni fallite, le debolezze mascherate. Astolfo ci rende alquanto tristi, è vero, ma la sua storia avvince e convince. È un libro da leggere, da apprezzare e finirà per essere tra i più amati della produzione letteraria degli ultimi anni. Dara ha uno stile narrativo che sembra attingere e mediare tra la raffinatezza della lingua e la crudezza di un mondo dialettale lontano, immaginario e allo stesso tempo reale e coinvolgente. Il suo racconto ha sapore d’antico ma risulta senza tempo. Come i romanzi che conquistano e si tengono in evidenza in libreria, pronti per una rilettura improvvisa quanto gradita. È questa la magia di Domenico Dara: rapire il lettore, come sanno fare solo i grandi scrittori, e condurlo per mano in un romanzo di vera letteratura. (dl)

MALINVERNO
di Domenico Dara
Feltrinelli editore, ISBN 9788807033780  

Padre vostro di Lou Palanca

di FILIPPO VELTRI – Tornano i Lou Palanca e di nuovo da Rubbettino. Ad ispirare questo libro è la figura silenziosa e potente di Francesco De Nardo, padre della protagonista di uno degli episodi di cronaca più sconvolgenti avvenuti nel nostro Paese: il delitto di Novi Ligure del 21 febbraio 2001.

Per la prima volta il collettivo Lou Palanca narra in prima persona, singolare e plurale, maschile e femminile allo stesso tempo. Lo fa per riflettere sul bene e sul male, sul ruolo dei padri, sul dolore e il perdono, attraverso una ricerca che non si alimenta della voce viva degli attori di quella drammatica vicenda ma che pure consente di collocare le scelte di De Nardo in un contenitore nuovo, dove riluce la speranza, la ricostruzione del legame familiare e sociale così brutalmente reciso.

Tolto l’orrore, infatti, quel che più di profondo ed elevato ci restituisce questa storia è la potenza dell’amore paterno, la restituzione di una seconda possibilità, la funzione rieducativa della pena, la giustizia riparativa, la crisi delle famiglie “normali”, il ruolo giocato dai mass-media.

Elementi e capitoli che si rincorrono in una scrittura densa, profondamente immersa nell’atmosfera del lockdown del 2020 e capace di rendere il padre di Erika un riferimento collettivo, il padre di tutti, il Padre vostro. (fv)

PADRE VOSTRO
di Lou Palanca
Rubbettino editore – ISBN 9788849866285

Gente di Corazzo, fotografie di Mario Greco

Ci sono le tante immagini della Calabria nel bel libro fotografico di Mario Greco, con un saggio introduttivo di Demetrio Guzzardi. È un percorso in b/n  quello che precede la sezione che dà il titolo al libro che raccoglie il meglio dei più importanti e apprezzati fotografi italiani che hanno girato la Calabria, fermando sulla pellicola aspetti, persone, paesaggi che danno dimensione a un sogno palpitante fatto di immagini che dicono più di qualunque testo. E dopo questa carrellata davvero suggestiva e di gran pregio (ci sono immagini di Petrelli, Garruba, Pinna, Merisio, Scianna, per citarne alcuni), premessa utile a tracciare una “storia della fotografia sociale calabrese”, ci sono le straordinarie immagini di Mario Greco dedicate a Corazzo e alla sua gente.

n film in bianco e nero, quello di Mario Greco, che avvince e suggestiona: la campagna e la terra, la casa e la famiglia, gli anziani e gli animali. Ci sono appena tre giovani: un bambino che osserva il padre stagnaro, lo sguardo sconsolato di chi non sa come progettare il suo futuro. e due fratelli che portano al pascolo le capre: di uno s’intuisce appena il volto, l’altro sorride, è la vita a contatto con la natura, trai boschi e i campi che danno i frutti della terra. Terra madre e non matrigna, che ricambia le cure ricevute, ridà indietro con gli interessi l’attenzione che le è stata riservata.

Non è una Calabria che non c’è più, semmai è una Calabria che c’è ancora, con i suoi protagonisti, rigorosamente in b/n, a vivere una dimensione che, irrimediabilmente, diventa invidiabile, tra gli asini e i cavalli, a ricordarci quanto invece corriamo, ogni giorno, nel nostro frenetico vivere che solo la pandemia ha potuto interrompere. Sono «scatti alvariani» ha scritto Demetrio Guzzardi introducendo le bellissime immagini di Mario Greco: «Con le sue foto cerca di ridare vita a un passato che inesorabilmente sta scomparendo: le processioni religiose, gli antichi mestieri, gli oggetti di lavoro, ma soprattutto gli animali che popolano le campagne. In ogni scatto tutto dev’essere al posto giusto, a iniziare dalla luce che indica la direzione allo sguardo di chi osserva la foto. Il resto lo fa la sua sensibilità che riesce sempre a cogliere attimi di struggente malinconia pittorica».

Mario Greco è un cantore per immagini e nei suoi scatti, raccolti in questo non bello, bellissimo libro fotografico, c’è tanta Calabria. Quella che inguaribilmente, è sempre nel cuore, soprattutto in chi vive lontano. (s)

GENTE DI CORAZZO
Immagini fotografiche di Mario Greco
con un saggio introduttivo di Demetrio Guzzardi
Editoriale Progetto 2000, ISBN 9788882765569

Cosangeles di Paride Leporace

di FILIPPO VELTRI – Undici racconti nella cornice di Cosenza narrata tra epica di strada e una buona dose di noir. Questa è la Cosangeles  di Paride Leporace (Pellegrini editore).

Lo sfondo è quello degli anni Settanta e Ottanta con le derive esistenziali, i luoghi e i riti dell’estate sulla Costa tirrenica, i locali da ballo e da sballo, i viaggi, le Spoon river generazionali, i fuorisede romani, i malavitosi come Franco Pino nella parte di se stesso,  le feste, i punk , gli hippy, gli ultrà, la voce della radio, i poeti maledetti, i quartieri del centro e della periferia, i cantautori malandrini come Fred Scotti e la ’ndrangheta reggina vista da vicino  con una colonna sonora che spazia da “Buonanotte Cosenza” ai Joy Division.

Ci sono libri percorsi da corrente alternata e altri da corrente continua. Le pagine che il lettore si troverà a percorrere appartengono  a questa seconda categoria. Quella delle montagne russe.  Utilizzando un linguaggio audace e coinvolgente e la fluidità di un discorso indiretto libero che pare raccolto mimeticamente in mezzo alla strada, l’autore ci immerge da subito  in una Cosenza / Cosangeles, che  è  una città in bilico tra mitologia e realtà,  tra  doppiezze e dualismi , e  “cose” che non ci sono più ma che restano incollate alla memoria e paiono portare in una terra mitica, una  sorta di “Itaca dell’anima” del gramde poeta greco Kavafis..

Come un salto mortale all’indietro.

Il lettore se lo chiede subito se deve seguire il sentiero.

E  poi lo segue abbrancato dalla narrazione che sa di oralità  e si perde nelle storie dei personaggi che, anche loro, sembrano sbalzati da un tempo sghembo, dinocollato, e di profumo felliniano disegnato da Andrea Pazienza.

Due i protagonisti dei racconti. Ciccio Paradiso, alter ego dello scrittore, e Jo Pinter.

Jo Pinter, chi era costui? Attore di cinema e teatro off, pubblicitario, commerciante, creatori di locali di tendenza che erano entrati nella leggenda, vitellone rollingstoniano, guidatore di auto sportive per diletto e autore di beffe, biscazziere, cartaro di tarocchi e di cartine ma soprattutto era stato colui che si era inventato il neologismo “Cosangeles”.

E intorno a Jo Pinter, che è personaggio vero e vivente che l’autore e il sottoscritto hanno lungamente frequentato, è lo sguardo focale della narrazione, si apre un sipario teatrale di tipi umani che stanno sempre dentro/fuori la realtà e alimentano nel lettore la sensazione di trovarsi  sempre ad un passo al di qua della veridicità.

Perché, se è vero che la Cosangeles che scorre sotto gli occhi come una pellicola filmica mostra tratti antropologici  e sociali riconoscibili, è vero uguale che nell’incastro della narrazione si ha come l’immagine di un  dagherrotipo. Che si fissa a ricordare quello che eravamo e quello che siamo diventati sia in provincia che nella nuova metropoli.

E poi le  storie di Jo Pinter e di Ciccio Paradiso e dei tanti personaggi dalla forte tipicità, che parlano  una lingua impastata di dialetto e  neologismi “cosangelini”, hanno una forza vitalistica potente, che si muove tra sogni, rivoluzioni piccole e grandi, smargiasserie, calcio, droga, musica, film, libri, filosofia,  giornalismo, viaggi , amori, utopie che, nonostante tutto, erano ancora possibili.

Utopie, appunto.

Di cui si sente tanto il bisogno.

Perchè Cosangeles  ha l’urgenza di quelle storie che possono salvarci. (fv)

 

COSANGELES
di Paride Leporace
Pellegrini Editore – ISBN 9788868228712

 

I moti del pennacchio
di Antonio Andreucci

di FILIPPO VELTRI – Barricate a Pescara, Reggio e L’Aquila per il capoluogo. A 50 anni dagli eventi un filo invisibile lega tra loro L’Aquila, Pescara e Reggio Calabria: tutte e tre lottarono cinquant’anni orsono per ottenere il capoluogo delle rispettive Regioni, i cui Statuti furono approvati, mezzo secolo fa, dopo dure sommosse popolari. L’Aquila rappresentò l’ultimo anello di una catena di un malcontento che si evidenziò nel giugno del ’70 in riva all’Adriatico, poi, dal luglio successivo fino al 24 febbraio del ’71, sullo Stretto e, infine, dal 26 al 28 febbraio seguenti, sotto al Gran Sasso.

Quelle rivolte vengono ora analizzate nel libro di Antonio Andreucci I Moti del pennacchio – Barricate a Pescara, Reggio e L’Aquila per il capoluogo (One Group editore, 152 pagg.). Attento osservatore della realtà – osserva Marco Patricelli nella prefazione – l’autore applica la sua lunga esperienza giornalistica per l’Ansa a una rigorosa ricostruzione che è anche inchiesta documentata su ciò che fu e perché si innescarono sanguigne passioni, accese rivalità, strategie da consumati giocatori di scacchi sul tavolo della politica, in alternanza a mosse avventate in piazza e in strada. Ribollì la società di tre città per l’incapacità tutta politica dapprima di indicare, quindi scegliere, il capoluogo di regione secondo la miglior soluzione possibile, poi per la ricucitura col filo del compromesso. La toppa peggio del buco.

I Moti sembrano una pagina polverosa del nostro passato, capace però di rinnovare emozioni in chi li visse come tributo a disegnare questo presente o quello che si immaginava diverso. Non fu una questione di campanile, come si etichettò il montare della rabbia non sempre spontaneo e quasi mai sotto controllo, ma uno scontro di mentalità per i tempi che stavano cambiando e di cui pochi avevano afferrato la portata epocale.

Oltre ad analisi sociali e politiche, il libro “smonta” alcuni luoghi comuni: non furono sommosse fasciste, ma popolari ed eterogenee sotto i profili culturale e politico nelle quali i “rossi” di Lotta continua agivano assieme ai “neri” del Msi e alla cosiddetta “società civile”; nessuna città aveva una titolarità storica e giuridica per rivendicare il “pennacchio” di capoluogo regionale; sotto il “profilo tecnico”, L’Aquila fu la più danneggiata e, come Reggio, oltre al danno subì una particolare beffa. La politica si confermò incline al “particulare”, incapace di avere una visione kantiana. dei problemi messi a nudo da quelle rivolte.

A mezzo secolo dai fatti cosa resta di quelle sommosse e cosa sono quelle città? Il libro sfata alcuni luoghi comuni e formula delle risposte che riguardano idealmente anche il Mezzogiorno d’Italia. Ci sono pagine della storia che quando vengono rievocate possono suscitare il bruciore di una ferita mai compiutamente rimarginata, oppure l’effetto lenitivo del tempo trascorso o persino l’indifferenza del passaggio generazionale.

I Moti sembrano una pagina polverosa del nostro passato, capace però di rinnovare emozioni in chi li visse come tributo a disegnare questo presente o quello che si immaginava diverso. Non fu una questione di campanile, ma uno scontro di mentalità per i tempi che stavano cambiando e di cui pochi avevano afferrato la portata epocale.

Antonio Andreucci, giornalista, per 30 anni all’Ansa, ha concluso la sua esperienza come corrispondente da Madrid per la Penisola Iberica. Vive e lavora tra l’Italia e la Spagna. Vincitore della prima edizione del premio di poesia Umbertide e della “Targa Presidente della Repubblica” del Premio cronisti UNCI 2010. Finalista dei premi Siena e Argentario 2016 per la narrativa inedita con Il ragazzo che aveva sognato l’America e vincitore, con il romanzo In nome del Padre – Scandali, segreti e intrighi oltre l’ombra del Cupolone, del premio europeo Wilde per inediti 2017. Vincitore del premio giornalistico “Polidoro” alla carriera 2020. (fv)

I MOTI DEL PENNACCHIO
di Antonio Andreucci
One Group, ISBN 9788889568941

Alla scuola di don Sturzo (a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma)

di FILIPPO VELTRI – La scuola di don Luigi Sturzo non fu sufficiente al Ppi, un secolo fa, per radicarsi nel Mezzogiorno per come il suo fondatore avrebbe voluto, puntando a una radicale democratizzazione dello Stato. È questo il bilancio critico del popolarismo in Calabria e nelle altre regioni del Sud contenuto nel volume Alla scuola di Don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti.

Il libro, pubblicato da Luigi Pellegrini Editore, raccoglie gli atti del convegno nazionale tenuto all’Università della Calabria il 13 novembre del 2019, organizzato dall’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) in collaborazione con il DISPeS (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali) in occasione del centenario dell’Appello ai Liberi e Forti. Si tratta di un’ennesima iniziativa dell’ ICSAIC, che in questi mesi nonostante le restrizioni imposte dalla pandemia sta sviluppando una serie di iniziative sulla Calabria e sulla sua storia anche piu’ recente, per cercare di legare passato e presente e non far disperdere la memoria.

L’ ultima opera, che ha approfondito notevolmente gli studi sull’esperienza del Partito popolare italiano nel Mezzogiorno d’Italia, è stata curata da Paolo Palma, presidente dell’ICSAIC, e da Lorenzo Coscarella, membro del direttivo dello stesso Istituto. Oltre che dei due curatori, raccoglie i contributi di Francesco Altimari, Nicola Antonetti, Leonardo Bonanno, Raffaele Cananzi, Vittorio Cappelli, Antonio Costabile, Daria De Donno, Vittorio De Marco, Giuseppe Ferraro, Francesco Milito, Giuseppe Palmisciano, Francesco Raniolo, Vincenzo A. Tucci, Roberto P. Violi.

Il volume, realizzato con il contributo dell’ICSAIC e della Fondazione CariCal, si inserisce così nel filone di studi sul popolarismo presentando non pochi aspetti inediti, con particolare attenzione alle esperienze calabresi e uno sguardo più ampio all’intero Mezzogiorno. L’esperienza del Ppi, infatti, iniziata nel 1919 e conclusasi con il consolidamento del potere da parte del governo fascista, fu relativamente breve ma lasciò un segno notevole nella storia politica italiana del ‘900, grazie anche all’apporto nei vari territori di personaggi come Luigi Nicoletti, Carlo De Cardona, Vito Giuseppe Galati, Giulio Rodinò, Vincenzo D’Elia e tanti altri che affiancarono il fondatore.

I saggi contenuti nel volume ne analizzano così l’evoluzione in alcuni contesti locali, approfondiscono aspetti delle biografie di personaggi chiave nella vita del partito, e offrono nuovo materiale sulla parabola del Ppi nel Sud della penisola e sul ruolo della Chiesa nelle vicende politiche italiane di quegli anni. Si tratta di un volume, in sostanza, che nel rifare la storia di quegli anni ci restituisce anche uno spaccato sul mondo cattolico e sull’impegno politico e sociale dei popolari di allora e della necessita’ che nel Sud e in Calabria in modo particolare quel mondo non resti fuori da un rinnovato impegno per il cambiamento della società. (fv)

 

Alla scuola di Don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti
a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma
Luigi Pellegrini Editore, ISBN (n/a)

 

 

Sangue del mio sangue, di Fabrizia Rosetta Arcuri e Sergio Caruso

È stato uno dei casi di cronaca più eclatanti e terribili  dello scorso secolo in Calabria. La “Strage di Buonvicino”, piccolo borgo pedemontano della provincia di Cosenza: 19 novembre 1996, 6 bare, tra cui una bambina di 11 anni, 2 caricatori da 15, 23 colpi sparati dalla pistola d’ordinanza, 14 ore di terrore, la vita sospesa di due bambini. Un libro scritto a quattro mani dal criminologo Sergio Caruso e dalla giornalista Fabrizia Arcuri, che fornisce due chiavi di lettura: quella dello psicanalista.  La giornalista, testimone della cronaca della strage: «I ricordi si susseguono, i momenti di quel giorno riaffiorano nello scorrere inesorabile del tempo e della vita, ancora ritornano nei sogni». Nel primo caso il testo ha l’intento di analizzare attraverso concetti scientifici ed etici la casistica di un fenomeno sempre più crescente definito Family Mass Murderer e rappresenta anche un chiaro invito alla prevenzione. Nel secondo caso, vi è una sorta di autobiografia del dolore e dell’aspetto introspettivo delle cosiddette vittime secondarie.

I media hanno descritto la strage in maniera diretta, forte e agghiacciante. Il racconto poi è stato affidato ad una sorta di tradizione orale, tipica delle piccole comunità che ne custodiscono in silenzio il ricordo. A rompere quel silenzio l’uscita del libro Sangue del Sangue (la storia della più grande strage familiare avvenuta in Italia), che sta riscuotendo grande eco e a sole due settimane dalla presentazione la stampa nazionale ha già raccolto l’attenzione dei media.

La prefazione è del prof Francesco Bruno, allora consulente del PM, le conclusioni sono state affidate a Manuela Iatì, giornalista SkyTg24. Dopo 25 anni è la prima volta che se ne parla e a farlo anche uno dei due superstiti con una testimonianza diretta, Marco Benvenuto, che allora aveva 3 anni: «innocenza defraudata degli affetti più cari, sfregiata dalla memoria di quelle immagini difficile da rimuovere nonostante la tenera età».

Il libro intende descrivere in maniera appropriata questo grave delitto e le conseguenze che ne sono scaturite, con un occhio di riguardo verso le vittime secondarie che diventano “gli invisibili”, spettri viventi dei reati violenti. Un vulnus che si manifesta nella mancanza da parte dello Stato di un supporto giusto e adeguato, questi soggetti raramente vengono seguiti in maniera adeguata e appropriata a seguito dell’evento post traumatico che segna, in alcuni casi in maniera indelebili, il percorso della propria vita. Il libro non vuole essere l’esaltazione della notizia criminis più dannosa che costruttiva, non c’è morbosità, volutamente omesse le parti più intime di un disagio personale o costruzioni mentali che non aggiungono nulla di tangibile e reale oltre quella verità del fatto, dell’atto stesso.

La descrizione della scena del crimine e dell’acting-out (il passaggio all’atto lesivo) sono riportati così come negli atti ufficiali del Pubblico Ministero in sede d’indagine preliminare, dai verbali delle udienze e del dibattimento davanti alla Corte di Assise. «Fuori pioggia e tuoni, forti, continui, quasi a descrivere la scena di un film di paura. Sì, tutti pensarono al peggio ma non certo a quello che da lì a poco avrebbero scoperto aprendo la porta di quella casa. Una scena esposta nei minimi particolari, scritta, protocollata, confermata sotto giuramento e che è rimasta indelebile nella loro mente».

La, comunque, storia trova il suo lieto fine ed è Marco, ha chiudere il libro: «Il mio spirito, pur se sempre alla ricerca di vuoti da riempire, ha trovato le sue ragioni. La cosa più bella che possa esserci è vivere e poter toccare il mondo e percepire tutte le sue meraviglie a prescindere da ciò che ti succede, trovare la voglia e la spinta per poter andare avanti. Anzi, è ciò che forgia il tuo carattere, il coraggio e la fermezza che ti spingono a dare tutto e sognare di poter fare grandi cose. Sono la rabbia, il dolore e la sofferenza che, se mescolati e incanalati nel modo giusto, trovano l’antidoto per la cura, è la benzina che alimenta la tua anima e la volontà di superare qualsiasi ostacolo. È il dolore il carburante della felicità». (dl)

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Fabrizia Rosetta Arcuri e Sergio Caruso
Falco M. Edizioni – ISBN 9788894511093

Il cuore in allarme, di Emma Luppino Manes (Rubbettino)

Ognuno degli 11 capitoli del libro si apre con un esergo che risulta illuminante ai fini dell’identificazione di luoghi e personaggi. La prefazione, della stessa autrice, ci fa accostare piano a un tema ostico, ma di grande attualità e di particolare interesse sociale: si parla di malattia di Alzheimer quasi con uno stile fluido che tende a rendere più gradevole l’approccio all’argomento; qui qualche  pillola di sapore linguistico-letterario che rivelerà la sua importanza solo nel prosieguo della storia, pochi accenni all’attualità, con dati e notizie quasi di cronaca, e alcuni  rarissimi affondi in campi che sembrano spaventare chi scrive, per la vastità della tematica ma soprattutto  per l’oscurità in cui appaiono stagnare le più recenti indagini medico-scientifiche.

Un tema sociale, dunque, all’interno del meccanismo narrativo, che giustifica pienamente la definizione dell’Editore di romanzo-saggio.

L’Alzheimer ha ormai 46 milioni di ammalati nel mondo: cancellazione penosa e definitiva del ricordo.  Ma, in assenza della mente che risulta essere quasi un  naturale bacino di raccolta delle nostre percezioni e sensazioni, dei nostri ricordi, ecco in grande risalto il cuore, scrigno della nostra vita interiore, il cuore che batte, nonostante …il cuore in allarme… titolo del romanzo-saggio.

A conclusione della prefazione, la malattia, di fatto, abbandona immediatamente la scena che viene subito occupata dai tanti  personaggi del romanzo e dal dinamismo della vicenda di due famiglie amiche che migrano dalla Calabria verso la grande Milano: essa resterà sempre sottotraccia, emergendo solo talvolta e solo a fatica, dunque in filigrana.

Già nel primo capitolo Virginia Rossi Castellani ci colpisce col girovagare spasmodico e delirante della sua mente tra le ombre del passato e, accanto a lei, si delinea a stento la figura della giovane badante albanese, Jolina, che tornerà in grande risalto solo a conclusione della narrazione: poi, nei capitoli successivi e fino al cap. IX, si dipanerà una storia quasi banale per il fatto di adombrare le vicende di una qualsiasi famiglia borghese degli anni 60/70,in una  Milano infuocata da movimenti ribellistici e, talvolta, da veri eventi catastrofici… che s’insinuano drammaticamente anche dentro le pareti di casa.

La storia, in cui non mancano colpi di scena ed eventi tragici, è guidata con occhio vigile e attento della voce narrante e direi quasi immortalata da chi ama la terminologia semplice e calda del lessico familiare.

Virginia donna, moglie, madre, nonna, si muove con accortezza tra gli umori difficili della sua tribù, finché il dramma della malattia del marito Alberto non irromperà ad alterare e a cancellare un equilibrio costruito a fatica negli anni, ma del tutto precario e  solo di facciata: cosicché, a quel punto, in assenza di terapie e di  spiragli e rimedi di carattere medico-scientifico, solo l’amicizia storica e solidissima tra i due protagonisti maschili, Alberto e Vincenzo, che passa attraverso l’attenta custodia di Virginia, riuscirà a riportare un’armonia nell’angusto spazio di una stanza in cui ora sono ridotti i personaggi e a modificare, finalmente, una lunga  vicenda matrimoniale, irta di difficoltà e di incomprensioni.

Nasce perciò , quasi per miracolo, una nuova storia d’amore… È il momento in cui, forse, nella grande difficoltà, l’Uomo riesce a superare se stesso, secondo un pensiero di Pascal (fr.434), citato dall’autrice nell’incipitL’homme passe infiniment l’homme…

Il libro lascia spazio a molti interrogativi, talvolta senza una risposta chiara: da ciò deriva il suo grande interesse per il fatto di suscitare l’impulso a un’analisi profonda di se stessi e un forte desiderio di introspezione.

Quali gli interrogativi di fondo?

  1. Sembra quasi inevitabile che qualcosa della vita dell’autrice compaia tra le righe del racconto, senza che il romanzo possa essere considerato autobiografico… Era il grande problema di Italo Calvino che parlava di un rapporto nevrotico con l’autobiografia…

2) Nord e Sud sono le coordinate del romanzo : anni ‘60/70 …da Bagnara Calabra a Milano e viceversa; una geografia della Calabria romantica, come la definiva Corrado Alvaro (1930).

Lo spazio della narrazione diventa l’Italia intera che i due amici e poi anche la protagonista femminile, Virginia, attraversano nei loro lunghi viaggi, in treno o, più spesso,  a bordo di un’auto primordiale…inseguendo progetti per il futuro e sogni di ogni genere, covando nostalgie e rimpianti… Quelle coordinate non sono solo geografiche, ma acquistano, poco alla volta, lo spessore di antiche frontiere storiche e di logiche geopolitiche che si raccontano ancora  e che i protagonisti, ma soprattutto Virginia, vogliono superare, in cerca di un nuovo orizzonte.

Nord e Sud: simbolo di una diversità che affonda nei secoli e che non cessa di evidenziare una storia di contrasti che furono e che sono, nonostante gli sforzi di chi, a partire dai grandi protagonisti del nostro Risorgimento, ci ha voluti disperatamente uniti…

Essi, statisti illuminati ma prima meticolosi burocrati, nelle loro carte, forse immaginavano che una nuova idea di Stato, più attento e generoso nei confronti dei suoi cittadini, finalmente non più sudditi, facesse sì che che l’anima greca (il Sud) si sposasse spontaneamente all’intelligenza romana (il Nord): come  suggerisce Albert  Camus nei suoi Taccuini… e che il tempo divorasse le tracce di una diversità su cui ci si interroga ancora…

Quel processo, in realtà, si sarebbe rivelato molto più complesso e lontano dalla loro visione… e resta ancora come impantanato nelle sacche di un’estenuante, cattiva politica

3) Virginia, nel romanzo, è protagonista, dentro e fuori le mura della sua casa, donna prima di essere figlia, moglie, madre e nonna, domina, perciò  signora della casa e di tanto altro… non molla mai, spera a testa bassa, come diceva il poeta Charles Péguy, anche quando disperare è la tentazione, mentre, lentamente, tra le sue mani, il concetto laico di speranza da mero  presentimento o lucido presagio, muta più cristianamente  in aspettativa serena di un futuro migliore.

Ci chiediamo quanto sia una Penelope attendista e quanto invece una donna moderna e libera che fugge da vecchie regole e becere imposizioni.

Virginia, curiosa e determinata a conquistare spazi nuovi, si muove, prima, su e giù peri  viali della grande Milano anni ’60… ma poi, ormai votata alla difficile condizione del marito, nello spazio sempre più angusto di una stanza che diventa un mondo… potremmo chiamarlo la sua tenda, la tenda dell’incontro e dell’amicizia nell’Antico Testamento, ohel mo… in antico ebraico, dove lei stabilisce quasi una tregua dal dolore …lo guarda da lontano ma sempre lucidamente… senza anestetizzarsi, ma essendosi già fatta attraversare dal dolore e quindi averne provato tutto il peso.

Lì, quasi in disparte rispetto alle figure dei due amici storici, consente a Vincenzo, amico del cuore di suo marito, di agire su un uomo segnato dalla malattia e di ricomporlo nella favola della loro adolescenza…così tutti e tre, insieme, riusciranno a dominare la paura e l’angoscia che si sciolgono ancora nella piccola felicità dei  ricordi.

È il cuore, dunque, ancora e sempre in allarme… (Lab Donne Gioia Tauro)

IL CUORE IN ALLARME
di Emma Luppino Manes
Rubbettino Editore, ISBN 9788849862065

Lamezia. Una storia fuori dal Comune. Di Gianni Speranza

di FILIPPO VELTRI – Con prefazione di Antonio Padellaro e intervista di Gianfranco Manfredi è nelle librerie un interessante libro di Gianni Speranza, sindaco per 10 anni di Lamezia Terme, che racconta la sua città e la sua esperienza.

Una storia fuori dal Comune’ si intitola il libro, edito da Rubbettino, con un evidente gioco di parole che punta appunto ad una narrazione che viaggia sempre dentro le stanze del Municipio ma soprattutto fuori.

Una città dell’Italia di oggi vista e vissuta nei suoi molteplici aspetti. Vivace e sofferente. Complicata, ma anche sorprendente. Proprio qui, prima che la storia inizi, viene dato alle fiamme, in pieno giorno, il portone dell’aula consiliare. Il sindaco deve insediarsi immediatamente.

La vita di una comunità come quella di Lamezia, però, è molto più ricca della presenza della mafia. L’amministrazione va oltre il “tempo che le hanno concesso”. Le energie latenti dei cittadini vengono alla ribalta. Negli anni si sviluppa un’esperienza anomala nella situazione calabrese. Si suscitano curiosità positive. Nella regione, in Italia, addirittura su Le Monde e sul New York Times. In controtendenza rispetto alle immagini stereotipate della Calabria perduta che dominano, ogni giorno, sui mass-media. Per la prima volta, dal vivo, le tragedie, le gioie, le difficoltà e le fatiche di un pezzo del nostro Sud che ha provato a voltare pagina.

Una storia fuori dal Comune davvero in un bel libro, che ha visto inoltre la collaborazione di Salvatore D’Elia e che cade in un momento. come al solito degli ultimi tempi abbastanza complicato per la città, alle prese ormai da anni con una vita amministrativa e politica sospesa tra sospensioni, ricorsi, cadute, elezioni contestate. Il decennio di Speranza alla guida del Comune meritava di essere cristallizzato in un libro, a futura memoria e perché non se ne perda il senso, il filo rosso di un impegno politico dentro una comunità, il percorso personale e collettivo che spesso viene distrutto e cancellato da una stanca memoria.

Lamezia. Una storia fuori dal Comune
di Gianni Speranza
Rubbettino Editore, ISBN 9788849865110

Come un girasole, di Sara Felice

Qual è il significato di un girasole? Questo fiore trasmette vivacità, allegria e come un piccolo sole ravviva i campi in cui cresce. Così come i girasoli, ci sono delle persone che illuminano il cammino di altre, alcuni incontri possono sembrare casuali, ma sono sempre combinati dal destino.

Il romanzo di esordio di Sara Felice Come un girasole edito da Rossini, racconta proprio una storia luminosa e piena di speranza, in cui il girasole è metafora dell’importanza dei punti fermi nella vita, come comete che sono lì a ricordarci che non siamo mai soli. La vicenda si svolge a Roma, città vista e raccontata attraverso gli occhi di  Chiara, una studentessa universitaria fuorisede. Una ragazza dai sani principi e con alle spalle una famiglia solida e delle amiche vere e sincere, punti fermi inossidabili. In un giorno come tanti, trascorsi tra i corridoi dell’università, tra lezioni ed esami, Chiara incontra Leo che si rivelerà fin da subito il compagno ideale. Ma come tutte le cose belle e importanti della vita, per ottenerle sarà necessario lottare.

La forza del romanzo di Sara Felice è nella narrazione spontanea e fluida: ogni scena è descritta in maniera nitida, sembra quasi di vedere i personaggi muoversi all’interno di una Roma splendida che offre scorci romantici e immortali. A primo impatto può sembrare un romanzo rosa, ma “Come un girasole” è molto di più.

L’autrice è nata nel 1998 e vive a Buonvicino (CS), studia giurisprudenza all’Università della Calabria e ha sempre coltivato la passione della scrittura. Sara Felice muove i primi passi come scrittrice su Wattpad, un social newtork dedicato alla lettura e alla scrittura. I suoi racconti pubblicati sulla piattaforma sociale diventano molto popolari e così durante il periodo del primo lockdown decide di lavorare al suo romanzo di esordio. Il libro nasce da un momento di difficoltà che Sara Felice ha trasformato in opportunità, realizzando un sogno che aveva nel cassetto da molto tempo. “Come un girasole” è disponibile in tutte le librerie on line e su richiesta anche nelle librerie fisiche. È edito dalla casa editrice Rossini, una realtà virtuosa che punta molto sui giovani autori esordienti, molto seguita anche sui social. (Debora Calomino)

COME UN GIRASOLE
di Sara Felice
Rossini Editore,  ISBN 978-8831469562