ABOLIRE I BALLOTTAGGI NON ABBATTERÀ
L’ASTENSIONISMO CHE È IL PRIMO PARTITO

di SANTO STRATI – C’è indubbiamente – e amaramente – un solo vincitore del secondo turno delle elezioni amministrative: l’astensionismo. La gente non va a votare (e già i dati delle europee indicavano un trend altamente negativo) e farebbero bene i partiti a domandarsi seriamente quali siano le ragioni. L’unica idea balzana che è venuta fuori mentre si ultimava lo spoglio quella di abolire i ballottaggi: ma non è mica così che si sconfigge l’astensionismo che, in massima parte, riflette la grande sfiducia dell’elettorato. Il voto mancato è la ratifica del distacco crescente tra la gente e la politica, in un momento particolare dove la stessa contrapposizione destra-sinistra diventa persino antistorica e inefficace. È la triste conferma del disagio dell’elettorato che è stato prima privato della facoltà di scegliere direttamente i propri rappresentanti, poi beffato dalla presentazione di candidature di maniera, lontane da qualsiasi idea di benessere e attenzione verso il territorio.

La mancanza della rappresentatività è decisamente il vero ostacolo al ritorno “convinto” alle urne. E se la disaffezione ai seggi si accentua anche nelle amministrative, dove il rapporto elettori-candidati è spesso molto più ravvicinato (perché generalmente si vota la persona, non il partito), questo significa che la nostra democrazia non riesce più a nascondere tutta la sua vulnerabilità. Pronta a subire attacchi (insensati) di pseudo-autoritarismo e rigurgiti autarchici che, in un mondo globalizzato, fanno solo ridere. Con una classe dirigente di “nominati” , con molto frequenti casi di incompetenza e l’evidente mancanza di una qualsiasi “cultura” politica. Fatte le dovute eccezioni, il Paese soffre la carenza di rappresentanti istituzionali di rilievo: in buona sostanza, dove sono i leader di una volta?

Ma torniamo all’astensionismo. Non è la difficoltà di spostarsi a votare (anche se, per esempio, in Calabria circa 400mila persone che figurano residenti in realtà vivono fuori), ma è proprio la totale sfiducia nella politica a consigliare (maldestramente) di disertare le urne. Per il problema dei residenti “apparenti” ma lontani  il collettivo Valarioti ha spinto in tutti i modi una legge che consentisse il voto a distanza a tutti. S’è avuta una tiepida prova con gli studenti fuori sede, ma il giorno in cui si decidesse – finalmente – a rimettere mano a una legge elettorale bizzarra e insidiosa sarebbe opportuno prevedere il voto dei “fuori sede” (studenti, lavoratori, etc) con l’attuazione di norme specifiche e rigorosi controlli, ovviamente, e allora qualche punto in percentuale dell’astensionismo si potrebbe recuperare.

Per il resto diventa difficile immaginare un serio esame di coscienza della nostra attuale classe politica che non riesce a esprimere profili di capacità e competenza in grado di stimolare il confronto dialettico (prima) e spingere (poi) gli elettori a recarsi alle urne per scegliere i rappresentanti adeguati. Scordatevelo: lo status quo fa comodo sia a destra che a sinistra, le segreterie dei partiti difficilmente rinuncerebbero a selezionare (e imporre) i fedelissimi, con cui spesso sono state sottoscritte le solite cambialette elettorali. Nulla di penalmente rilevante, per carità, ma qualche compensazione della mancata elezione è d’obbligo a fronte di un certo vagone di voti che hanno contribuito al successo dell’una o dell’altra coalizione. Quindi, c’è poco da brindare e esultare (come fa la Schlein a fronte di un’evidente disaffezione al voto), ma semmai occorrerebbe cominciare pensare a far rinascere le “scuole” di politica, i circoli, le associazioni, in grado di coinvolgere prima di tutti i giovani (le università sono purtroppo un serbatoio straordinario di non-votanti, sfiduciati e disillusi), ma tutta la popolazione. E non importa il colore politico: si deve ri-accendere la passione politica perché, alla fine, c’è una forte domanda in questo ambito, anche se può sembrare un controsenso. Perché, se c’è questa voglia di partecipazione, i giovani poi non vanno a votare. Permetteteci una risposta scontata: perché manca il coinvolgimento o è ancora troppo modesto. Ma se non si pone rimedio, organizzando convegni e incontro “politici” di confronto e di scambio dialettico, il futuro – politicamente parlando – appare pieno di nuvole.

Quello sui cui bisogna interrogarsi è perché anche alle amministrative, dove abitualmente i candidati vanno cercare personalmente voto dopo voto e a farsi conoscere dagli elettori, l’astensionismo continua a essere così forte: il Presidente Roberto Occhiuto aveva facilmente pronosticato  un calo di consensi per il centro-destra dopo il pasticciaccio dell’autonomia votata “a tutti i costi” per far contenti i leghisti e tenere unita la coalizione. I fatti gli hanno dato ragione, fatta salva la vittoria a Gioia Tauro di Forza Italia della quale bisogna ascrivere il merito al coordinatore regionale di Forza Italia Francesco Cannizzaro, ma come spiegare i tonfi di Corigliano-Rossano e di Vibo Valentia? La rappresentatività dei candidati (con tutto il rispetto) non si è rivelata vincente e, soprattutto, a Vibo, si è preferito “sacrificare” la sindaca uscente Maria Limardo – che aveva amministrato abbastanza bene e aveva un largo consenso – per un candidato che non ha convinto gli elettori. Cioè, la regola “squadra che vince non si cambia” troppo spesso viene disattesa con alto rischio di sconfitta. Il candidato ideale deve avere il polso del territorio e – se uscente – può solo (se ha amministrato bene) accrescere i consensi. Ma con candidature di sconosciuti calati dall’alto è facile prevedere la débacle, sia a destra che a sinistra. E la domanda insistente che l’elettorato continua a porsi è: ma chi sono gli aspiranti amministratori?

Non ci sono in vista nuove elezioni, salvo poco probabili chiusure anticipate di consiliatura. Il caso Reggio è illuminante: hanno cominciato la campagna elettorale con due anni di anticipo il medico Eduardo Lamberti Castronuovo (già assessore alla Legalità alla ex Provincia reggina) e l’attuale presidente della Camera di Commercio di Reggio e di UnionCamere Calabria Ninni Tramontana. Due posizioni “a-partitiche”  che qualcuno insiste a chiamare civiche che, però, anche unendosi, non trovano i numeri necessari per determinare il successo elettorale. Al contrario, l’area forzista che a Reggio ha registrato lo straordinario successo della vicepresidente regionale Giusi Princi alle elezioni europee, può contare su una messe di voti incredibile e inattaccabile. Sempre che sappia scegliere un/una candidata in grado di alimentare, mantenere e accrescere il consenso in città. Una città, purtroppo, sempre più abbandonata con problemi che appaiono irrisolvibili. E il rischio – nonostante le smentite della prefettura – di un accesso agli atti della Commissione antimafia, preludio all’inevitabile scioglimento d’ufficio del Consiglio comunale e una nuova “condanna” di 18+6 mesi di commissariamento del Comune che darebbe il colpo di grazia a una città dolente. Una città troppo trascurata, ben rappresentata dallo stato di abbandono in cui versa la bella scultura di Rabarama Co-stell-azione) di fronte a Villa Zerbi: ma nessuno dell’Amministrazione comunale passa mai per via Marina?

Certo, dopo le imbarazzanti intercettazioni del sindaco Falcomatà pubblicate con esagerata evidenza dai media, la Città gradirebbe un passo indietro, anche se decisamente improbabile. Il sindaco Giuseppe Falcomatà non ha capito che in politica fermarsi un giro può portare straordinari risultati. Al contrario stare arroccati al potere, quando mezza città non ti vuole più, c’è il rischio serio di uscire dai giochi, in via definitiva. Dovrebbe pensare, Falcomatà,che si sta giocando il suo futuro politico in cambio di due anni e mezzo di lauti (e giusti) compensi: ne vale la pena?

Le dimissioni del sindaco le chiedono ovviamente le opposizioni perché la minoranza cerca ogni pretesto per farsi notare, ma di fronte al rischio di un commissariamento (per molto meno, col sindaco Demi Arena sciolsero il Comune per mafia e poi si scoprì che erano solo “mere suggestioni”), un passo indietro dimostrerebbe una grande maturità politica del Sindaco.

Di fronte a nuove elezioni comunali (anticipate) a Reggio, la partita degli astensionisti sarebbe comunque aperta. Chi sarebbero i candidati, oltre a Lamberti e company? Domanda impertinente, cui nessuno, crediamo, darà risposta. (s)

 

AL SUD IN TROPPI “DISERTANO” IL VOTO E
I PARTITI PENSANO SOLO A PERCENTUALI

di DOMENICO TALIA – In un anno particolare nel quale una parte significativa della popolazione mondiale – quasi tutta quella che vive nei paesi democratici – viene chiamata alle urne, un tema non secondario che sembra interessare pochi è quello dell’ampio fenomeno dell’astensione dal voto.

In Italia e in diverse altre nazioni, il partito degli astenuti è sempre più forte e la democrazia rappresentativa diventa così sempre più debole. Meno rappresentativa e dunque meno democratica. Infatti, il distacco tra i cittadini e il potere si dilata sempre più e assume valori numerici da disastro sociale. Per i latini abstinere significava “tenersi lontano” da qualcosa, oggi il verbo astenersi è sempre più sinonimo di “non voto”, del tenersi lontani dalla politica, dalla democrazia che non si avverte come una forma di governo che risolve i problemi delle persone.

Percentuali di popolazione molti grandi vivono da separati in casa con coloro che li governano e decidono molte cose che li riguardano. Le parole dei politici sono sempre meno ascoltate dai cittadini. La sfiducia cresce sempre più e l’inutilità dell’espressione del voto conquista sempre più ampi settori di elettori che non sono interessati ad eleggere nessuno.

Se misuriamo la credibilità della classe politica con il termometro delle astensioni dobbiamo necessariamente concludere che è molto bassa. Enzo Jannacci cinquanta anni fa prendeva in giro quelli che votavano scheda bianca “per non sporcare”, oggi abbiamo tantissimi (la maggioranza) che non vota forse per non sporcarsi, perché non vuole avere a che fare con la politica e con i suoi rappresentanti. Senza fiducia non c’è voto e senza voto una società democratica va in frantumi.

Quest’anno l’affluenza alle elezioni per il parlamento europeo è stata complessivamente del 51% e in Italia si è attestata al 49,7%, cinque punti percentuali in meno rispetto alla precedente tornata elettorale del 2019, quando la partecipazione italiana al voto era stata del 54,5%. In questo dato complessivo molto negativo si notano situazioni ancora più preoccupanti. Al Sud, ad esempio, l’astensionismo ha toccato livelli di allarme grave. In Sardegna e in Sicilia, ad esempio, si è registrato una percentuale di votanti inferiore al 40%, mentre in Calabria è stato appena superato quel valore. Una grande maggioranza dei cittadini, che va oltre il 60%, decide di disertare il voto. Diverse decine di milioni di persone si tengono lontano dalla politica e sono indifferenti a chi li amministrerà, tanta è profonda la sfiducia nelle èlite politiche.

Siamo di fronte a un diritto, quello del voto, che si considera inutile e lo si rifiuta esercitando un altro diritto, concesso in democrazia, che è il diritto di non votare. Sono questi due diritti che hanno valenze diverse ma che quando si esercitano in quantità equivalenti generano un conflitto difficile da sanare, uno stato di grave fragilità per i fondamenti della democrazia. Le ragioni di questo scenario sono diverse (sociali, ideologiche, economiche, di scarsa autorevolezza, di corruzione politica), ma tutte insieme hanno aperto una voragine nel meccanismo della rappresentatività. 

Chi ha veramente a cuore la tenuta dei sistemi democratici e ha la voglia di recuperare alla democrazia questa grande massa di astenuti?

I partiti sembra non siano realmente interessati a farlo. Ma viene anche da chiedersi nel caso lo volessero, se sono in grado di farlo. C’è da essere molto scettici quando la Premier, a chi le ha chiesto le possibili ragioni dell’ultimo dato degli astenuti alle elezioni europee che ha superato il 50%, ha risposto che la colpa è dell’Europa che i cittadini sentono lontana. In realtà i cittadini sentono lontana la politica e questo arrampicarsi sugli specchi con una retorica sempre “pro domo mea” acuirà il problema invece di risolverlo, così alle prossime elezioni gli astenuti aumenteranno.

Viviamo ormai nella democrazia della minoranza. Sarebbe il caso di prenderne atto, far suonare le sirene di allarme e correre ai ripari. Avviare iniziative di ascolto, discussioni pubbliche, progetti di reale coinvolgimento dei cittadini, ma i partiti sembrano non avvertire questa necessità, preferiscono preoccuparsi soltanto delle loro percentuali (valori asettici che nascondono la realtà dei valori assoluti dei votanti che diminuiscono sempre più anche per tanti partiti le cui percentuali sono aumentate) e proseguire nelle loro polemiche, come fosse tutto nella normalità.

La democrazia così indebolita si estenua e si espone facilmente ad attacchi esterni (ad esempio dai regimi totalitari come quello di Putin). La democrazia reale rischia di diventare un guscio vuoto, pur essendo la forma di governo tra le migliori che gli esseri umani hanno saputo inventare. (dt)

[Courtesy il Quotidiano del Sud]

LETTERA APERTA / Rosario Sergi: Il triste primato di Platì, dove c’è il più forte astensionismo in Italia e in Europa

di ROSARIO SERGI – Egregio Presidente della Repubblica, Gentilissima Presidente  del Consiglio, Ministro dei Trasporti,  Presidente della Regione Calabria, Gentilissimo sindaco Metropolitano, oggi a Platì si è consumata la più grande disfatta della Democrazia, la percentuale di cittadini che si è recata al voto è bassissima. Tale atteggiamento dei cittadini dimostra ancora una volta la grande distanza dei Cittadini Platiesi verso la Politica in generale e verso la politica europea in particolare. Dopo essersi posizionato fra i 10 comuni d’Italia meno scolarizzati, oggi probabilmente si accinge a conquistare il triste primato del Comune dove si è registrato il più forte astensionismo in Italia ed Europa.

Attraverso la tv, i social, i giornali i Cittadini Platiesi si trovano di fronte ad un’Europa che sfoggia strade asfaltate con segnaletica orizzontale e  verticale, con guard rail che impongono standard di sicurezza elevatissimi. A Platì le viabilità si presenta al limite dell’impraticabilità e nell’ultimo anno si sono registrati lungo il tratto stradale Platì-Bovalino 4 giovani vittime le cui vite sono state spezzate a causa delle  mancanza anche delle barriere di protezione.

La Sp2 è chiusa al transito – nel tratto Platì Zervo –  da oltre 10 lustri ed Anas stenta ad effettuare le attività di manutenzione ordinaria e straordinaria, Platì pur essendo comune a vocazione montana non può neanche accedere al Parco Nazionale dell’Aspromonte; la Sp 79 e 79 dir sembrano siano state bombardate dai caccia russi e pensare a chiedere un intervento della Nato per il ripristino della percorribilità.

L’impercorribilità di tali arterie ha anche scoraggiato gli elettori delle popolose contrade di Gioppo e Lauro di recarsi alle urne , su 810 elettori aventi diritti al voto compresa la componente Aire si sono recati presso il seggio elettorale n. 5 di Platì, solo in 54, unitamente anche ai Presidenti e agli scrutatori per i quali si sono resi necessarie numerose surroghe e sostituzioni.

La SP 77 che da Cirella di Platì porta al bivio verso Ciminà si presenta con numerosi cantieri aperti e da anni si registra la loro mancata chiusura e il  completamento delle opere, l’asfalto si presenta irregolare la segnaletica orizzontale e verticale inesistente e le barriere insufficienti a garantire la sicurezza stradale.

Il grido di dolore che i Cittadini platiesi lanciano oggi non può rimanere inascoltato, il gap infrastrutturale che si registra rispetto anche al territorio metropolitano, al resto d’Italia, ed europeo presenta una forbice ampissima, le strade da primo dopoguerra che i Cittadini platiesi sono costretti a percorrere o per meglio dire a non percorrere rappresentano un ostacolo alla costruzione di un rapporto di normalità tra cittadini e Istituzioni.

Invitiamo il Presidente Sergio Mattarella, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini a percorrere su mezzi militari, idonei a superare buche e voragini le anzidette strade tale da rendersi conto personalmente delle pietose condizioni in cui versa la viabilità a cui sono costretti i nostri Cittadini, augurandoci che la vostra visita sarà da stimolo agli Enti sovracomunali preposti ad adoperarsi in tempi rapidi.

Tutto ciò premesso auspichiamo un cambio di rotta nella gestione delle risorse destinate alla viabilità da parte dagli Enti sovracomunali verso l’Area cittadina di Platì, distante da qualsivoglia interesse di partito, ma vicina agli interessi dei cittadini dei quali il Sindaco di Platì è portavoce, aiutare gli ultimi ed i territori di trincea è l’unica strada che potrà portare allo sviluppo della Nazione.

Tanto si doveva da parte dei Cittadini Platiesi agli Enti sovracomunali per opportuna conoscenza per le attività di competenza. (rs)

[Rosario Sergi è sindaco di Platì e dirigente nazionale Uncem]

TUTTI A VOTARE PER L’EUROPA: NON VINCA
L’ASTENSIONISMO MA LA PARTECIPAZIONE

di SANTO STRATI – Se, ancora una volta, il vero vincitore di una tornata elettorale sarà l’astensionismo, possiamo considerare persa una buona occasione per dare il giusto peso all’idea di Europa. Vale per tutte le elezioni (il calo dei votanti è irrimediabilmente costante) ma, in questo caso, c’è l’opportunità di mostrare che si crede nell’Unione Europea e  nel ruolo che essa deve avere di fronte ai due terribili conflitti che, in vario modo, ci riguardano, e a una visione di futuro guardi fondamentalmente ai giovani e ai loro anni futuri.

Proprio i giovani, ahimè, sono quelli che – apparentemente – mostrano il maggior disinteresse non solo verso le elezioni europee, ma persino nei confronti dell’Unione, almeno questo dicono i sondaggi: nei fatti – crediamo, invece – c’è una forte domanda di partecipazione politica e il desiderio di poter puntare a un’Europa come una reale unione di Stati anche dal punto di vista politico (e non soltanto monetario).

I due conflitti in corso hanno fatto notare in maniera evidente la mancanza di un “ministro degli esteri” europeo, in grado di esprimere una comune visione contro la guerra  (contro ogni guerra) e di assumere una funzione negoziatrice in nome e per conto di 27 Paesi.

Un’illusione, forse, ma ai nostri giovani, già delusi da una politica nazionale quasi inesistente, come facciamo a offrire una così modesta idea dell’Europa se non esprimendo – compatti – un voto che equivale al senso di partecipazione e e di fiducia. Non importa chi votate, ma andate a votare: è un segnale quello che serve all’Europa dei popoli e ai suoi futuri rappresentanti, perché prendano atto che Bruxelles non sia un posto di potere (come tanti altri) ma una cabina di regia che finalmente possa accogliere e, quando possibile, soddisfare le richieste dei cittadini di uno Stato comune europeo, che pur nelle singole e inevitabili differenziazioni esprime i valori della libertà e del viver bene che sono la base fondante dei padri costituenti di quella “Comunità” (CEE) che sarebbe poi divenuta “Unione”.

Quando, il 25 marzo 1957, venne firmato il Trattato di Roma che istituiva la Comunità economica europea e l’Euratom (Comunità europea dell’energia atomica), i padri costituenti di questa grande realtà “comune” mostravano una visione che rivelava la grande fiducia nel progetto europeo.

Un’idea nata nel 1941 ad Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi durante il confino a Ventotene (erano fieri oppositori del regime fascista): un progetto nato dalle riflessioni sui trent’anni di conflitti, dal 1914 al 1945, che cercavano di individuare un percorso comune per i cittadini di una “nuova” Europa.

Il cosiddetto Manifesto di Ventotene (poi curato e pubblicato da Eugenio Colorni) indicava la necessità di un radicale mutamento nel paradigma europeo, all’insegna di uno slogan che poi è il titolo originale del documento: “Per un’Europa libera e unita”. Scrivevano Spinelli e Rossi già nelle prime righe il concetto ispiratore dell’Unione: “La civiltà moderna ha posto come fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. No al cittadino suddito (naturale condizione dei regimi totalitari) ma protagonista della vita politica, sociale ed economica del suo Paese nel nome della libertà.

È in base a questo concetto, della libertà, che il voto rappresenta la conferma della stessa libertà.

Andiamo a votare: è un diritto conquistato, consideriamolo un dovere verso le nuove e future generazioni, che – magari – potranno anche dire grazie. Non solo all’Europa, ma soprattutto a chi ci ha creduto. (s)

SI VOTA CON L’INCOGNITA ASTENSIONISMO
CALABRESI AVVILITI MA NON CAMBIA NULLA

di SANTO STRATI – Tra populismo di ritorno, sovranismo mascherato, una sinistra senza identità e in caduta libera e un centro – da molti vagheggiato – in cerca di spazi, agli elettori oggi non si presenta un’offerta in alcun modo allettante. Anzi,  saranno in tanti a guardare con sollievo la fine di questa orrenda e volgarissima campagna elettorale dove è prevalso il dileggio dell’avversario, la sua demonizzazione (da una parte e dall’altra), piuttosto che un confronto leale tra programmi e idee. E quando la politica scende a livelli così bassi, con una disaffezione fin troppo evidente, è ovvio che il populismo, quello becero e più insidioso, riesce a trovare spazi insperati.

Cosa resterà ai quasi quattro milioni di ragazzi che oggi, per la prima volta, si avvicineranno (?) alle urne, con la facoltà di esprimere il voto anche per la Camera alta (in precedenza votavano per il Senato solo i maggiori di 25 anni)? Non sappiamo la percentuale di quanti rinunceranno per fattori oggettivi (il non voto di chi studia e lavora lontano dal luogo di residenza è un’infame situazione che il Parlamento si è rifiutato di sanare) o per scelta ideologica, o, peggio ancora, per disinteresse totale e rifiuto della politica. Ma sarebbe un grave errore immaginare che ai giovani la politica non interessi, è semmai il contrario: è la politica che si è disinteressata delle nuove generazioni, declinando in quest’occasione una serie di verbi al presente indicativo, dimenticando di usare il tempo futuro. Una scelta scellerata che avrà il suo peso nella formazione delle future classi dirigenti: i nostri ragazzi, quelli bravi, laureati a pieni voti e con lode, ma anche quelli con un voto di laurea risicato, hanno imparato a proprie spese che la Calabria non è un paese per giovani. C’è chi il trolley l’ha preparato già dal primo anno di università, rinunciando, ahimè, a tre atenei che nella loro terra sfiorano l’eccellenza ma pur preparando una classe formata e competente di laureati, soprattutto, in campo scientifico, non vedono offerta poi alcuna opportunità di lavoro, di crescita delle competenze, di utilizzo delle capacità dei loro laureati. È colpa della politica regionale, si potrebbe dire per assolvere i governanti che si sono succeduti in 50 anni di Regione pur con lampanti indizi di colpevolezza, ma in realtà è tutto il sistema nazionale che viaggia su binari paralleli a rafforzare l’odioso divario. Nord e Sud continuano a essere separati grazie a una politica miope e occupata a spremere il Sud (ricco serbatoio di competenze formate a spese dei meridionali) e a valorizzare le già ricche regioni del Nord.

Una delle prime scelleratezze che il probabile governo che ci toccherà subire (vista l’impossibilità per gli elettori di scegliere a piacimento i propri rappresentanti) riguarda l’ampliamento del divario, ovvero l’applicazione dell’autonomia differenziata, dove a far testo sarà l’incostituzionale criterio della “spesa storica”: più hai speso (avendo le risorse), più avrai; meno hai investito (per mancanza di fondi destinati al Sud, spesso inutilizzati per incapacità), meno ti tocca. Questo significherà disagi ulteriori per le popolazioni meridionali, ma ai politici che nelle ultime settimane hanno riscoperto il Sud per fare incetta di voti con marketing social-populista, poco importa. Stasera in molti prepareranno i fazzoletti per dire addio ai Palazzi e qualcuno festeggerà l’insperata rimonta.

È facile trascinare le folle, con spregiudicate tattiche subliminali di pseudo-convincimento, giocando la carta del reddito di cittadinanza. “Giuseppi” Conte – che qualcuno continua a ritenere ingenuamente  l'”avvocato del popolo” – ha giocato sporco – diciamo la verità – facendo balenare la possibile cancellazione del reddito di cittadinanza da parte degli avversari e terrorizzando una schiera di disgraziati che nella stragrande maggioranza dei casi sopravvive grazie a questo strumento di welfare sociale. In Calabria, per dire, sono circa 220mila i percettori del reddito di cittadinanza e probabilmente altrettanti sono coloro che aspirano a poterlo ottenere: una massa incredibile di elettori presi per la gola (ci si consenta questa crudezza) con la garanzia del mantenimento del reddito di cittadinanza, ma solo se premiati dal voto. In verità, Conte, da buon incantatore di serpenti, ops – scusate – di folle di disperati adoranti non ha fatto altro che cogliere al balzo l’opportunità che i suoi amici e avversari gli hanno offerto. Nessuno dei politici ha capito cosa significa per milioni di italiani poter contare su una risorsa mensile assicurata per consentire una qualche sopravvivenza: lo strumento è giusto, ma la sua modalità di applicazione sbagliata. Va mantenuto, ma dev’esser un sostegno a chi il lavoro l’ha perduto o non riesce a trovarlo, non a chi preferisce poltrire (o lavorare in nero) e aspettare i quattrini sulla Postepay sociale. Non è un mistero che centinaia di operatori del turismo, quest’estate, si sono visti rifiutare offerte di lavoro da tantissimi giovani percettori del RdC: chi gliela faceva fare di andare a lavorare?

Stupidamente le destre, ma anche la sinistra, hanno gestito male la questione del reddito di cittadinanza e hanno offerto su un piatto d’oro una valanga di voti al partito di Conte (che col Movimento 5 sStelle crediamo abbia poco a che fare) che da dato per disperso ha riconquistato facilmente le piazze dei percettori dell’aiuto di Stato, molti disperati, troppi furbastri. Conte non ha fatto altro che cogliere il sentiment di una piazza avvilita, stufa e scontenta e trasformarlo in consenso. Un po’ quello che Grillo e i suoi hanno fatto nel 2018: allora si sono schierati contro la casta (ma poi lo sono diventati molti di loro) e hanno raccolto la rabbia e la voglia, ovvero lanciato la scommessa, di cambiamento. E qui, non tanto la destra con i suo proclami anti-profughi e il sovranismo mascherato da aspirazione al presidenzialismo (leggi potere assoluto), ha sbagliato, ma soprattutto la sinistra ha perso il treno della rinascita, trascurando la larghissima voglia di riformismo che l’avrebbe portata alla vittoria. Si è toccato con mano quanto sia distante il Paese della politica da quello reale. Ma non sperateci: nessuno farà un mea culpa e tutto resterà come prima, secondo la logica gattopardiana “cambiare tutto perché nulla cambi“.

Stasera conosceremo il nuovo volto del Paese e quali scenari si andranno a prefigurare. Se la Meloni non supera il 40% con la coalizione avrà poco da pretendere dal Paese che non ha mostrato di andare in delirio per leghisti nordisti-pentiti o fratellanze di dubbia affettuosità. Ma se Atene piange, Sparta non ride: a sinistra si raccoglieranno i cocci di una politica inesistente e il risultato sarà di una ingovernabilità assicurata. Cosa che il Paese, in questo momento, non si può permettere. Una sola proiezione possiamo permetterci, in attesa del voto: passato il 25 settembre, tutti quelli che hanno riscoperto il Sud (per ovvie necessità elettorali) se ne dimenticheranno in fretta. I nostri giovani continueranno a vedersi rubare il futuro, la Calabria sconterà più degli altri gli effetti perversi e nefasti del caro-bollette, il Ponte sullo Stretto tornerà dentro l’immutabile wish-list che il carosello della politica propina da anni a calabresi e siciliani, e la crescita e lo sviluppo del Sud resterà un sogno. Malgrado il Pnrr e le buone intenzioni del governatore Occhiuto. Buon voto a tutti. (s)

LA LETTERA / L’associazione Calabrolombarda: L’astensionismo in Calabria una piaga

Riceviamo e pubblichiamo

Caro Direttore, come sempre attento osservatore, Lei ha messo il dito nel fenomeno dell’astensionismo elettorale in Calabria falsato dai residenti elettori che sono fuori Regione per lavoro o studio. Solo in Lombardia sono 270.000.

È una piaga che la politica non intende sanare, forse perché questo sistema fa comodo alla lobby dei candidati paracadutati e territoriali. Ricordo quando la politica era più seria noi domiciliati fuori Regione eravamo contenti di poter usufruire del biglietto del treno ridotto per venire a votare ritenendolo un dovere morale e anche una occasione di ritrovare gli affetti familiare sia pure per qualche giorno.

Ora i giovani sono disamorati in mancanza di un adeguato stimolo ad affrontare un viaggio dal Nord Italia per poi ritrovarsi a dover votare un candidato padano o toscano in Calabria. Senza considerare che la legge prevede che per ottenere la riduzione ferroviaria si deve usufruire dei treni intercity che impiegano 14 ore di tragitto.

Più volte in passato, tramite la Consulta Emigrazione della Calabria, abbiamo sollevato il problema per poter votare anche alle elezioni regionali in Calabria. Si è alzato il muro della lobby politica che non ritiene degna di valutazione la proposta. E che la politica calabrese non gradisce il ritorno di chi è fuori è dimostrato dalla ingloriosa fine della Consulta Emigrazione: non ancora rinnovata in violazione della legge 8 e privata di qualsiasi risorsa finanziaria per la sua continuità.

Ricordo che c’è un nutrito drappello di calabresi all’estero candidati col voto degli italiani all’estero con le diverse formazioni politiche. Speriamo nella loro elezione per avere una seria rappresentanza in Parlamento che forse sarà più rappresentativa per la Calabria piuttosto che i parlamentari calabresi indigeni e paracadutati che della Calabria ne fanno solo uso per gli interessi personali, familiari e amicali.

La triste storia della Fondazione Calabresi nel Mondo caduta nell’oblio insegna. (Salvatore Tolomeo)

[Salvatore Tolomeo è presidente dell’Associazione Calabrolombarda di Milano]

CALABRIA, ASTENSIONISMO INVOLONTARIO
IL NON VOTO DI CHI NON RIESCE A TORNARE

di SANTO STRATI – Tra le tante “malefatte” da addebitare alla legislatura che si conclude il 25 settembre, oltre alla mancata introduzione di una nuova legge elettorale, c’è l’imperdonabile indifferenza per i tantissimi elettori che non riescono a tornare al luogo di residenza per votare. Sono una massa enorme (circa 5 milioni) di elettori e la Calabria è una terra che primeggia in questa triste realtà.

Lo slogan lanciato dal collettivo Valarioti “Voto sano da lontano” che accompagnava la proposta di legge per prevedere il voto a distanza di chi vive, per studio o lavoro fuori della propria regione, ha trovato una tiepida accoglienza e la fiera opposizione del Ministero dell’Interno.

Ben cinque le proposte di legge che prevedevano “Disposizioni per l’esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini domiciliati, per motivi di studio universitario o di lavoro, fuori della regione di residenza”. La prima (presentata il 28 marzo 2019 con prima firmataria Marianna Madia) era stata assegnata a Giuseppe Brescia come relatore in Commissione il 5 maggio 2021; sono seguite altre a firma Enrico Costa (8 aprile 2021), a firma di Giuseppe Brescia (9 aprile 2021), di Maurizio D’Ettore (15 aprile 2021) e, infine di Massimo Ungaro (16 aprile 2021). Il tempo per discutere e approvare il provvedimento (somma di tutti gli atti presentati di cui s’è detto prima) c’era (l’ultima discussione in Commissione è stata il 16 marzo 2022), ma evidentemente si è preferito lasciar correre e affidare alla futura legislatura le decisioni in merito.

Eppure, viene da immaginare uno scenario ben diverso se fosse stata data la possibilità di voto a chi, per motivi di studio o di lavoro ha un domicilio diverso (e lontano) dalla propria residenza. Già, perché oltre a chi si astiene perché “disgustato” da questa politica, per noia o per manifestare il proprio disprezzo per le urne “pilotate” con seggi blindati e candidati paracadutati a destra e manca, c’è una cospicua percentuale di elettori che, pur volendo esercitare il proprio diritto-dovere di voto, non può. Per ragioni di distanza che rivelano i disagi non solo economici di una trasferta occasionale.

Quindi, c’è da considerare che il 55% e passa di astenuti che sono stati registrati alle passate elezioni regionali calabresi del 2021, in realtà sono rappresentati per oltre la metà da elettori impossibilitati a tornare a votare. E se lo spettro dell’astensionismo alle elezioni della prossima domenica è quello che fa più paura agli “impavidi” parlamentari che non hanno voluto concedere il diritto di voto a distanza ai fuorisede, si capisce perché diventa imperdonabile non aver provveduto per tempo ad autorizzare quello che, invece, è ammesso per il voto degli elettori che vivono all’estero.

In poche parole, facendo qualche raffronto con le passate elezioni viene fuori che in Calabria nel 2018 per le politiche è andato a votare poco più del 63 per cento degli aventi diritto, nel 2019 alle europee la percentuale è precipitata al 44 per cento, dato riconfermato alle regionali del 2020 e del 2021, mettendo la Calabria tra le regioni meno virtuose per l’affluenza alle urne.

In realtà, come si è detto, va considerato che sono circa 500mila i calabresi che per lavoro o università hanno il domicilio fuori della regione, pur avendo conservato la residenza: significa che sul milione 900mila aventi diritto, in realtà andrebbero esclusi i 500mila domiciliati fuori regione, visto che di questi appena il 5-10% torna a votare. Tradotto in soldoni, la percentuale degli astenuti andrebbe perciò calcolata sull’effettivo numero di chi si reca al voto, dimezzando il valore del totale degli astenuti. Non è complicato, ma equivarrebbe a dire che, in realtà, l’astensionismo calabrese si attesta intorno al 25% e non al 55%. Ormai è troppo tardi per rimediare, ma dev’esserci l’impegno della futura legislatura a provvedere non solo a modificare, immediatamente e senza alcun indugio, il Rosatellum, quest’infame legge elettorale che ha finito con l’allontanare dalla politica gran parte degli ultrasessantenni e tenere a dovuta distanza i diciottenni e le nuove generazioni che, pure, a nostro avviso, hanno fame di politica ma nessuno si occupa di loro.

Non è con ridicole e patetiche apparizioni su TikTok che si conquista l’elettorato giovane. Che, pur lontano dal teatrino della politica, ha capito perfettamente che tutti i partiti che si contendono i seggi di Camera e Senato in questa occasione hanno usato solo l’indicativo presente. Non c’è visione di futuro, non c’è uno straccio di programma che coinvolga le nuove generazioni (cui si continua a rubare il futuro) dando loro qualche flebile speranza di cambiamento e di rinnovamento sociale.

Avevamo, ahimè, scritto con largo anticipo che sarebbe stata una campagna elettorale terribile, crudele e da dimenticare, con denigrazioni dell’avversario e l’ ”allarme” – dall’una e dall’altra parte – sintetizzato nello schema idiota “votate noi se no vincono gli altri”. Roba da far scompisciare dalle risate nella tomba monsieur de La Palisse. Si è preferito vagheggiare fantasmi, tra populismo, sovranismo neocomunismo, neocentrismo e via discorrendo piuttosto che delineare un programma non da libro dei sogni, ma con i piedi ben saldati alla realtà.

Si è visto di tutto e questa settimana sarà cruciale: mai come questa volta gli elettori (quelli che andranno o potranno andare a votare) decideranno negli ultimi giorni a chi affidare le proprie scelte.

Un risultato, al di là dei sondaggi che, obiettivamente, sono sembrati grottescamente farlocchi, si può già facilmente anticipare: l’Italia rimane un Paese ingovernabile grazie al Rosatellum che, dopo il taglio dei parlamentari, ha provocato ulteriori situazioni di ingovernabilità. Si dovrà optare per una grosse koalition alla tedesca, ovvero a un governo di salute pubblica con un trasversalismo che guardi solo al bene del Paese. Solo che Draghi non è disponibile e non c’è una figura in grado di mettere insieme forza favorevoli e contrarie che superano gli antagonismi e facciano solo gli interessi degli italiani. Andiamo, però, tutti a votare domenica prossima: è un diritto-dovere cui non possiamo né dobbiamo rinunciare. (s)

LA SPINA DELLE ELEZIONI È IL NON VOTO
LA CALABRIA È LA CENERENTOLA D’ITALIA

di VITTORIO ZITO – Alle 23 del prossimo 25 settembre ci sarà un dato che sarà subito commentato nelle varie maratone elettorali in Tv: l’affluenza alle urne. La Calabria, con ogni probabilità, sarà ancora una volta la Cenerentola d’Italia e questa distanza dei calabresi dall’esercizio della massima espressione di dovere civico sarà assunta come metro per tesi, analisi e giudizi degli ospiti negli studi televisivi. 

Ma la bassa affluenza alle urne rischia di essere un dato presente in maniera capillare su tutto il territorio nazionale. Alle prime elezioni repubblicane per la Camera dei deputati partecipò al voto oltre il 92% della popolazione. Alle elezioni del 2018 nemmeno il 73%. Alle consultazioni europee del 2019 ha partecipato al voto meno del 55% degli elettori. Di fronte a questi numeri dobbiamo porci alcune domande e chiederci, quindi, quali siano le reali cause dell’astensionismo, quali gli effetti e, infine, quali i possibili rimedi. 

Partiamo dagli effetti. L’astensionismo è un sintomo della crescente sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni democraticamente elette e incide direttamente sul livello di rappresentatività del Parlamento. Ma l’astensionismo è sintomo che aggrava la malattia, nel senso che, in un circolo vizioso, alimenta ulteriormente quella sfiducia, genera istituzioni democraticamente elette poco rappresentative dei cittadini e causa un vulnus nel funzionamento di un sistema democratico minandone le basi che si fondano necessariamente sulla partecipazione dei cittadini alle elezioni. Ma a fronte di questa vera e propria malattia della democrazia, le forze politiche e i media discutono di quest’argomento solo pochi giorni prima di un voto, e qualche giorno dopo. Tra un’elezione e l’altra, quando si potrebbero adottare misure concrete, la questione esce dalle agende politiche.

Veniamo alle cause, la cui analisi deve essere rigorosa perché solo su una analisi rigorosa si possono fondare i rimedi. Sul web si trova una pubblicazione a cura del Dipartimento per le Riforme Istituzionali che analizza con puntualità il fenomeno dell’astensionismo. Uno studio portato avanti da una Commissione Scientifica molto autorevole che ha redatto un documento parecchio interessante, finito però in qualche cassetto nel dimenticatoio delle analisi politiche. Lì viene spiegato che il dato “astenuti” fotografa fenomeni profondamente diversi con un unico scatto. E che per questo motivo quella foto deve essere spiegata per essere compresa. 

Lo studio qualifica tre diverse tipologie di astenuti: gli alienati, portatori di una sfiducia irredimibile nei confronti del voto e delle istituzioni democratiche, e che non votano mai; gli indifferenti, che guardano con profondo disinteresse alle elezioni, sono disinformati e non hanno alcuna voglia di informarsi, e per questo non votano, ma in certe condizioni potrebbero votare; gli involontari, che vorrebbero votare, ma sono oggettivamente impossibilitati a farlo. Quest’ultima categoria di persone meriterebbe la massima attenzione da parte della politica, perché è dovere primario della politica rimuovere le barriere che impediscono l’esercizio del voto. 

Gli astenuti involontari appartengono per la stragrande maggioranza a due macrogruppi: gli Italiani che risiedono all’estero e che sono iscritti all’Anagrafe loro dedicata (AIRE); i cittadini che, come lavoratori, universitari o studenti di un ciclo scolastico, sono domiciliati lontano dal proprio luogo di residenza. 

Facciamo l’esempio di Roccella, dove alle ultime comunali hanno votato 4.085 elettori, pari al 53% degli aventi diritto al voto. Secondo le statistiche ufficiali non ha votato il 47% dei miei concittadini. Un dato impressionante, che restituisce a chi lo legge la fotografia di una comunità rassegnata, disillusa e distante dalla politica, che rinuncia addirittura a dire la sua per determinare il futuro della propria città. 

Ma analizziamo meglio lo “scatto” restituito dalle statistiche ufficiali (la foto  sulla quale disserterebbero nelle maratone elettorali). 

Dei 7.625 aventi diritto al voto, ben 2.285 risiedono all’estero e non possono votare per corrispondenza alle amministrative. Mi chiedo se abbia senso inserirli nel calcolo dell’affluenza, atteso che la concreta possibilità che essi votino è nulla. Per cui le persone che effettivamente avrebbero potuto votare erano 5.340 e di queste ben 4.085 ha votato, pari al 76,5%. Ecco quindi una foto profondamente diversa, una comunità viva, che crede nell’esercizio del voto come strumento per determinare il suo futuro e come primario dovere civico. 

E guardiamola ancora meglio quella foto. Tra le 1.255 persone che pur potendo votare non lo hanno fatto ci sono, come dicevamo, gli alienati, gli indifferenti e gli astenuti involontari. Focalizziamoli meglio questi ultimi che, secondo la ricerca a cui ho accennato prima, per la Calabria rappresentano il 7,1% degli elettori. A Roccella sono circa 400. Perché sono astenuti involontari? Perché l’esercizio del diritto di voto è talmente reso difficile dal dovervi rinunciare. Perché tornare a votare costa troppo, perché è impossibile in termini di tempo, salvo prendersi qualche giorno di ferie, perché perdere 3 giorni di lezione in università è impossibile e per altri problemi simili che chi va a votare a cento metri da casa certamente non patisce.

Se anche gli astenuti involontari avessero avuto la possibilità di votare, i votanti a Roccella sarebbero stati 4.485, facendo aumentare di 10 punti percentuali l’affluenza sugli aventi diritto al voto e portando all’83% la percentuale di chi, potendo materialmente, avrebbe esercitato il proprio dovere di cittadino. 

Infine i rimedi. Il primo molto semplice: comunicare meglio il significato dei numeri dell’astensionismo, distinguendo quello “censito”, calcolato secondo i dettami di legge, da quello “reale”, che tiene conto dei fattori propri dell’astensionismo involontario. Questo perché c’è il rischio serio che il fenomeno si autoalimenti per emulazione. Che quindi un astenuto indifferente, sentendo che a votare alle comunali di Roccella ci è andato solo il 53% degli elettori, si senta nel giusto, senta di far parte di un gruppo importante, che cresce di giorno in giorno. E che addirittura anche chi magari a votare ci è andato, di fronte a quei numeri, possa pensare che è stata inutile la sua partecipazione e che forse è meglio la prossima volta essere indifferente.

Il secondo rimedio può essere quello di chiedere a tutti i candidati calabresi di impegnarsi, dalle posizioni di maggioranza o opposizione, per promuovere un “patto per il coinvolgimento dell’elettorato” che veda uno sforzo congiunto al fine di individuare modalità per agevolare la partecipazione alle elezioni da parte dei cittadini che temporaneamente si trovano in Italia ma fuori dal luogo di residenza per motivi di studio, salute o lavoro. Questa fetta dell’elettorato riguarda in particolare gli studenti universitari fuori sede, che sono tantissimi in Calabria e nei cui confronti abbiamo il dovere di garantire il diritto alla partecipazione elettorale. Le modalità per l’esercizio del voto fuori sede ci sono. Basta solo normarle, come fu fatto per i residenti all’estero.

L’ultimo rimedio è quello di intervenire costantemente, e non solo in prossimità delle elezioni, per superare i principali gap informativi facendo sentire il cittadino elettore parte della vita istituzionale del Paese. Come? Con iniziative nelle scuole e campagne di comunicazione che promuovano l’importanza della partecipazione e l’uso della scheda bianca o l’annullamento del voto come extrema ratio per significare la lontananza dalle proposte in campo, senza rinunciare ad essere cittadini.

Ciò che dobbiamo auspicare è, in definitiva, che si possa passare dalla discussione sulla astensione dal voto ad una discussione che individui subito gli strumenti utili per una estensione delle possibilità di voto. Ne va della tenuta stessa delle nostre istituzioni. (vz)

LA RIFLESSIONE / Pasquale Amato: Ritorna la pantomima sulle astensioni nei ballottaggi

di PASQUALE AMATO – É possibile che, dopo quasi 30 anni dalla legge che ha introdotto il secondo turno al ballottaggio nei Comuni al di sopra di 15.000 abitanti, si debba ancora assistere a due sceneggiate che si ripetono ad ogni turno elettorale amministrativo?

La prima è quella delle ipotesi sommatorie su a chi andranno i voti del candidato Sindaco x o y escluso dal ballottaggio. Non c’è nulla di più offensivo per gli elettori, trattati come greggi di pecore che i singoli candidati spostano da un pascolo all’altro. La seconda sceneggiata è partita già da domenica e continuerà con i commenti post-ballottaggi: l’aumento delle astensioni rispetto al primo turno.

Sono entrambe recite a soggetto che si ripetono pedissequamente senza fare alcune semplici considerazioni: 1. I candidati sconfitti non possono chiedere ai loro elettori di votare per un altro candidato che per 30 giorni hanno combattuto ritenendolo non in grado di ricoprire il ruolo o anche insultandolo. Con quale credibilità possono chiedere ai loro elettori di fare il contrario?

2. Gli elettori che hanno creduto in un candidato sindaco che è stato sconfitto non si sentono di votare un candidato di cui hanno sentito dire peste e corna per 30 giorni. Quindi preferiscono non votare;

3. I candidati Consiglieri già eletti sono soddisfatti del loro risultato e non fanno la campagna del ballottaggio con l’intensità di quella in cui hanno già vinto;

4. I candidati Consiglieri che non hanno ottenuto l’elezione sono delusi e incavolati. Quindi tutto sono disposti a fare meno che altri 15 giorni di campagna elettorale;

5. Gli unici ex-candidati consiglieri che si impegnano attivamente nel ballottaggio sono l’esiguo numero di quelli che potrebbero usufruire del Premio di maggioranza in caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato al ballottaggio;

6. Quindi, la campagna elettorale per il ballottaggio è una seconda campagna molto personalizzata in cui prevale il candidato che riesce a dare la sensazione di essere più in grado di offrire una guida alla città o che comunque è più convincente dell’altro. È un duello in cui i protagonisti Assoluti sono i due impegnati nel ballottaggio, senza più il traino dell’esercito di candidati della lista o delle liste del primo turno.

É logico che siano assolutamente prive di senso sia le ipotesi sui voti spostati dagli altri candidati Sindaci sia quelle fondate sugli schieramenti e sui voti del primo turno. È una nuova campagna elettorale in cui fisiologicamente si abbassa il numero dei votanti per tutti i motivi che ho illustrato.
Sarebbe pertanto il caso di finirla con i piagnistei sulla ridotta partecipazione al voto nel turno del ballottaggio. (pa)

[Pasquale Amato è storico, già Docente di Storia dei Partiti e movimenti politici nell’Università di Messina]

L’OPINIONE / Antonio Errigo: l’astensionismo è la peggiore sconfitta per i calabresi

di ANTONIO ERRIGO –L’Italia è in fermento per le prossime elezioni. E la Calabria, chiamata a scegliere la nuova classe dirigente regionale, è alla vigilia di un nuovo appuntamento con se stessa (l’ennesimo!) e con la prospettiva di una rigenerazione, di un cambio di passo.
Sappiamo tutti che non vi è elezione politica durante la quale questo o quel candidato non prometta un serio impegno per contrastare l’assenza di reddito e lavoro. Impegni il più delle volte seri, tante altre, invece, figli di una propaganda elettorale che mira a solleticare e lusingare le masse.
Da questo punto di vista si prefigura un periodo importante per i calabresi che auspico numerosi in cabina elettorale. Questo auspicio è dettato dal fatto che nessuno di noi ricorda mai che il voto è un diritto-dovere, che il voto è la nostra arma per tenere saldamente tra le mani quella sovranità che la nostra Costituzione ci ha voluto consegnare, che non entrare in modo coscienzioso dentro quella cabina elettorale significa rinunziare a questa piccola ma potentissima frazione di sovranità che spetta a tutti i cittadini.

Partecipare alle elezioni, farlo in modo attivo, informarsi con la giusta dose di cinismo e diffidenza, significa dimostrare interesse al destino della propria terra. E noi calabresi, troppo spesso, alla nostra terra ci teniamo fintanto che non ci sia qualcosa di realmente concreto che dobbiamo fare (per esempio, votare!)…

C’è chi ai doveri civici, all’impegno attivo in favore del bene delle nostre terre, predilige parole violente, insulti e invettive di ogni tipo sui social network (i famosi “leoni da tastiera”) pronunciate verso partiti, liste e singoli candidati e, con grande probabilità, neanche si avvicina ai seggi.

Per carità, anche astenersi ha un valore e molte volte l’astensione dal voto è un vero e proprio desiderio di palesare la propria volontà politica. Mi chiedo però quanto sia utile.

Spero con convinzione che questa tornata – per molti versi più importante di altre – non sia sporcata da un’astensione molto elevata perché agli evidenti segni di insofferenza del popolo calabrese si aggiungerebbe solo un ulteriore sconfitta: quella di pensare o far pensare che la Calabria è in mano a pochi quando invece la Calabria è di tutti. Tutti coloro i quali si impegneranno per offrire la propria opinione come e quando serve.
Il 3 ed il 4 ottobre serve la vostra opinione. Buon voto a tutti. (ae)