L’OPINIONE / Ernesto Alecci: Autonomia una riforma che reputo «vera e propria porcheria»

di ERNESTO ALECCI – All’interno del dibattito sull’Autonomia Differenziata proposta dal Ministro Roberto Calderoli della Lega ho voluto, insieme a tutto il Gruppo del Pd, esprimere con chiarezza il mio totale dissenso verso una riforma che reputo, senza giochi di parole, una vera e propria “porcheria”.

Una proposta di legge che penalizza, come detto più volte, le regioni meridionali e le condanna ad un graduale impoverimento e spopolamento. Una riforma fuori dal tempo, proprio in un periodo storico in cui si sta provando a lavorare a livello europeo ad una risposta comune e unitaria rispetto ai tanti pericoli che derivano da due conflitti a noi vicinissimi. Già la pandemia di Covid, solo qualche anno fa, ci aveva già dimostrato quanto sia stato importante essere tutti uniti sotto una stessa bandiera.

Durante quei mesi difficili tanti malati del Nord Italia sono stati ospitati e curati nelle strutture delle regioni centrali e meridionali, così come tanti medici e infermieri di origine meridionale si sono sacrificati negli ospedali delle città del Nord, in alcuni casi perdendo anche la vita. Noi immaginiamo non una Italia competitiva tra Regioni, ma solidale, dove gli uni possano stare vicino e supportare gli altri. Questa proposta di legge va nella direzione opposta e rappresenta, a mio avviso, una mero baratto elettorale tra le forze di Governo, laddove in un accordo tutt’altro che tacito, la Lega avrà il suo vessillo con l’Autonomia Differenziata, la riforma della Giustizia per Forza Italia, il Premierato per Fratelli d’Italia.

Anche il famigerato finanziamento dei Lep (Livelli Essenziali delle Prestazioni) che secondo la maggioranza in Consiglio dovrebbe garantire alle regioni meridionali un’equiparazione con le regioni più sviluppateè una grande menzogna. Infatti, anche immaginando che per qualche “miracolo” (stando ai conti dello Stato chiaramente impossibile o forse inimmaginabile) già dai prossimi anni venissero reperiti i fondi per garantire questi Lep in tutta Italia (Lepche tra l’altro devono essere ancora definiti per ogni materia) ci vorrebbero decenni prima che la Calabria riesca a raggiungerli in ambiti come la scuola, la sanità, i trasporti etc. Intanto, le altre regioni potrebbero trattenere da subito il surplus fiscale continuando ad aumentare anno dopo anno il gap sui servizi che le separa dalle regioni più arretrate.

È così, sarà sempre più accentuato il divario tra Nord e Sud sulla qualità dei servizi, sugli stipendi, sulla qualità della vita, che porterà ad un continuo e progressivo spopolamento del Mezzogiorno. Chi vorrà rimanere a vivere e crescere i propri figli in regioni che avranno già difficoltà a raggiungere questi famosi Lep? Non c’è più tempo! Siamo al limite, è arrivato il momento di gettare la maschera e affermare con chiarezza se si sta dalla parte dei cittadini calabresi oppure no!

In conclusione del mio intervento, ho voluto anche donare “simbolicamente” un salvadanaio a forma di porcellino al Ministro Calderoli, da utilizzare sulla propria scrivania per inserire i pochi “spiccioli” che intende evidentemente dare al Sud attraverso la sua riforma scellerata. Una riforma che non dà garanzie alla Calabria e ai calabresi, e che per noi non può essere assolutamente presa in considerazione. (ea)

[Ernesto Alecci è consigliere regionale del PD]

 

Il dibattito sull’autonomia differenziata in Consiglio regionale

È stato un dibattito molto acceso, quello avvenuto in Consiglio regionale sull’autonomia differenziata. Un confronto che si è concluso con l’approvazione del documento proposto dalla maggioranza di centrodestra – e a cui la minoranza ha votato contro – in cui viene rilevata la necessità di una «preventiva analisi d’impatto anche sulle materie escluse dalla determinazione dei Lep. Senza questo indispensabile approfondimento nessuna intesa Stato-Regioni potrà essere formalizzata sull’Autonomia differenziata».

Ad aprire il dibattito il vicepresidente del Consiglio regionale, Franco Iacucci: «state firmando una cambiale mortale per la Calabria e di questo ne dovrete dare conto prima o poi», ha detto, rimproverando il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, di aver fatto credere ai calabresi che sarebbe stato lui a condurre le trattative per strappare le migliori condizioni per la Calabria.

«Con la complicità di certa stampa – ha detto – ci ha fatto credere che c’era persino una contromossa di Forza Italia a difesa del Sud e della Calabria Tutto inutile, tutto, in ogni caso politicamente senza alcun senso, perché la Lega ed il ministro Calderoli andranno all’incasso sull’autonomia differenziata e ci andranno consentendo a Salvini di esibire in campagna elettorale europea lo scalpo del Sud al tavolo del grande Nord».

«Inutile prendere ancora in giro tutti noi – ha concluso – lei il totale dei Lep finanziati alla Calabria non li avrà mai in mano, prima dell’approvazione della riforma, per la semplice ragione che non ci sono i soldi assegnati alla legge e alla Calabria. Esattamente il contrario di quello che va dicendo. Presidente ci risparmi la sua ennesima lezione di populismo e supponenza. Non ne sentiamo il bisogno».

Giacomo Crinò, di Forza Azzurri, ha rilevato come «persiste ancora in certa opposizione una posizione ancora ideologica», ricordando come la riforma è stata avviata nel 2018 dal Governo Gentiloni, «oggi migliorata anche per il lavoro svolto dalle opposizioni che conteneva vincoli pregiudiziali per il Mezzogiorno, che sono stati affinati».

Davide Tavernise, del M5S, calcolando l’ammontare dei fondi messi a disposizione a bilancio dallo Stato e quanti soldi servono per finanziare i Lep, ha evidenziato come «il finanziamento dei Lep costerebbe almeno 82 miliardi di euro, il totale delle ultime quattro manovre di bilancio del governo. I soldi dunque non ci sono e ogni discussione è solo un distrattore dell’opinione pubblica».

Giuseppe Gelardi, della Lega, ha definito il dibattito sull’autonomia differenziata una grande opportunità di cambiamento per il Sud e la Calabria. Il consigliere ha ricordato che il Ddl stabilisce che gli accordi tra lo Stato e le regioni possono avere un massimo di durata di dieci anni e che al termine l’intesa si rinnova autonomamente, a meno che la regione faccia una diversa richiesta.

Gelardi, poi, ha sottolineato «il ruolo determinante ed unico che sarà affidato a questa Amministrazione nello stabilire l’intesa con lo Stato. L’autonomia differenziata può produrre effetti benefici nella riduzione dei divari; basti esaminare l’esempio della Spagna, in cui sono presenti forme di regionalismo asimmetrico o differenziato tra le Comunità autonome, da cui è derivata una significativa riduzione delle sperequazioni in precedenza esistenti».

Il consigliere Antonio Lo Schiavo (Misto), ha rilevato come «quando vengono assegnate 23 nuove funzioni alle Regioni ed il 30% del Bilancio dello Stato viene sottratto per darlo alle Autonomie locali, si determina un cambio radicale del sistema istituzionale di questo Paese».

Michele Comito (Fi) ha detto: «noi ci siamo resi conto che non era più possibile stare fermi, perché finora il nostro Stato che era a gestione centralista ha dimostrato di avere cittadini di serie A e di serie B. C’è dunque necessità di cambiare, rispetto alla quale il presidente Occhiuto non è affatto in difficoltà. Ha invece dimostrato una posizione netta e precisa che ha consentito di stravolgere in positivo il testo in discussione in parlamento».

Ferdinando Laghi (Lista De Magistris) si è soffermato sul tema dell’istruzione, «cardine fondamentale di uno Stato unitario, uguale e paritario in tutto il Paese», ma anche sul sistema sanitario e sull’ambiente: «sulla sanità esistono, e lo sappiamo benissimo, diversi livelli e bisogna lavorare per renderli omogenei, mentre l’autonomia differenziata renderebbe strutturali queste priorità».

Giuseppe Neri (FdI) ha chiesto chiarezza rispetto alle posizioni emerse nella minoranza, tra chi ritiene che l’autonomia differenziata così come è stata costruita non si può fare e tra chi ritiene che comunque sia costruita non va fatta.

Per Domenico Giannetta (FI), «è ovvio che nessuno di noi – ha affermato – è un fan del decreto Calderoli, nemmeno, in quest’Aula, coloro che sono della Lega. E dunque dobbiamo cercare di esercitare quello che è il nostro legittimo mandato guardando a quello che può dare il Ddl sull’autonomia differenziata».

 

Pd Calabria: Seduta in Consiglio ha fatto chiarezza sulle posizioni dei partiti su autonomia

I consiglieri del PD Calabria ha rilevato come «la seduta del Consiglio regionale di oggi è servita a fare chiarezza sulle posizioni dei partiti in ordine al Ddl di Calderoli e della Lega sull’autonomia differenziata».

«Il centrodestra, obbedendo al suo governatore, ha votato un documento miope in pieno sostegno – hanno detto i dem – al percorso già avviato in Parlamento per l’approvazione della “secessione dei ricchi”, così come è stata definita dai Vescovi della Calabria. Le opposizioni hanno provato, invano, a chiedere una presa di posizione chiara e contraria alla riforma, ma il loro documento unitario è stato bocciato. Un documento che invitava a esprimere biasimo per le parole espresse dal ministro Calderoli nei confronti dei meridionali, a dare impulso a un’iniziativa legislativa volta a un regionalismo solidale e a diffidare il governo nazionale dall’approvare l’autonomia differenziata».

«Non abbiamo mai visto così in difficoltà il presidente Occhiuto – hanno proseguito – che si è limitato a dire “non sono un Masaniello” per difendere la sua posizione di ambiguità totale su una riforma che cancella il futuro della Calabria. Dietro al solito slogan “no money no party” Occhiuto, con la sponda della sua maggioranza, ha provato a tenersi in bilico con la speranza che la riforma non venga mai applicata proprio per l’impossibilità di finanziare i Lep».

«Si tratta evidentemente di irresponsabilità pura –  hanno detto ancora i consiglieri –. La Calabria non può permettersi di correre un rischio simile soltanto per interessi elettorali e per l’accordo raggiunto a Roma per tenere insieme la riforma del premierato, dell’autonomia e della giustizia, così come ha evidenziato Ernesto Alecci nel corso del suo intervento».

«Il Consiglio regionale – hanno concluso i dem – ha perso un’occasione importante sacrificando la possibilità di difendere i diritti fondamentali dei calabresi, dalla sanità all’istruzione, soltanto per regalare uno spot elettorale a Salvini. E Occhiuto ha dimostrato in pieno il suo atteggiamento pilatesco convinto che i calabresi abbiano l’anello al naso e non capiscano quanto stia succedendo, così come aveva preannunciato nel corso del suo intervento il vicepresidente Iacucci». (rrc)

Irto (PD): Autonomia comincia a dividere maggioranza in Consiglio regionale

Il senatore del PD, Nicola Irto, ha evidenziato come «l’autonomia differenziata comincia a dividere la maggioranza di centrodestra nel Consiglio regionale della Calabria».

«Finalmente, grazie al lavoro di informazione e opposizione – ha spiegato – che stiamo conducendo nelle istituzioni e nelle piazze, così come all’incessante battaglia politica del gruppo consiliare del Pd, il centrodestra in Consiglio regionale inizia vacillare sul sostegno al ddl Calderoli, che appare come puro baratto tra le forze del governo nazionale, a discapito dell’unità del Paese e dell’eguaglianza dei cittadini».

«Noi continueremo a contestare e contrastare l’autonomia differenziata. Vedremo –  ha concluso il senatore Irto – se il centrodestra avrà il coraggio, a Roma come a Reggio Calabria, di ignorare i richiami della coscienza, che stanno emergendo con estrema chiarezza». (rp)

Il consigliere Lo Schiavo: Netta contrarietà a legge truffa che condanna la Calabria

Il consigliere regionale Antonio Lo Schiavo ha evidenziato come nel dibattito sull’autonomia in Consiglio regionale siano emerse «ontraddizioni tutte interne ad una maggioranza nella quale sono in molti a vivere con disagio il processo di approvazione del Disegno di legge Calderoli».

«A cominciare dallo stesso presidente, Roberto Occhiuto, che si è sforzato, in questi mesi – ha detto – di assumere una terza posizione tra chi, come gli alleati del partito di cui è vice coordinatore nazionale, è assolutamente favorevole e chi invece è nettamente contrario. Ma una posizione terza è difficilmente sostenibile in questo caso: l’Autonomia differenziata è un danno, è una legge truffa, è una partita truccata in partenza dalla quale non può derivare nulla di buono per i territori che sono rimasti indietro in questo Paese. E in molti l’hanno ormai capito anche nel centrodestra».

«Qui c’è solo una posizione da sostenere – ha proseguito – quella di netta contrarietà rispetto ad un disegno che cristallizzerà le disuguaglianze tra le regioni ricche e quelle più svantaggiate del Paese. È ovvio che in ballo c’è il sistema istituzionale del Paese e i diritti stessi dei cittadini. Commercio estero, fiscalità sulle attività produttive, sistemi scolastici differenti: sono solo alcune delle 33 funzioni che si pensa di poter assegnare alle Regioni e di finanziarle con i gettiti fiscali che ciascuna di esse produce. Ancora più grave è però pensare di minare alle basi il principio che questa non sia più una Nazione solidale ma bensì un Paese in cui ciascuno utilizza i gettiti fiscali che produce. Rompere l’unità nazionale, in una fase in cui gli Stati nazionali sono minacciati dal capitalismo delle big company, è assolutamente pericoloso e rende ancor più debole lo Stato unitario».

«Quando ci sono gravi emergenze, com’è accaduto con la pandemia – ha ribadito –, lo Stato è più forte se è unito, compatto e solidale. Ho quindi chiesto al presidente Occhiuto di volare alto, di prescindere dall’indirizzo dei partiti nazionali e di difendere gli interessi dei cittadini della nostra regione».

«Interessi che vanno in solo senso: quello di dire “No” alla secessione delle regioni ricche – ha concluso – di dire “No” ad una riforma che porterà a 20 sistemi scolastici, a 20 sistemi sanitari e ad un sistema in cui le Regioni più povere, come la nostra, non potranno competere e soccomberanno». (rrc)

SE PURE LE TASSE FOSSERO DIFFERENZIATE
PER IL SUD CI SAREBBE MAGGIORE EQUITÀ

di PINO APRILE – E se la tassazione fosse inversamente proporzionale alla quantità e qualità di servizi che si riceve dallo Stato? In questo modo, chi viene privato di diritti ad altri riconosciuti, avrebbe, come minimo, più risorse per procurarsi privatamente quanto lo Stato promette a tutti ma dà ad alcuni. Un tale correttivo indurrebbe a gestire le risorse pubbliche con più equità e frenerebbe la desertificazione del Sud e delle altre aree marginali, per la fuga di chi è messo in condizione di cercar altrove quello che gli viene negato soltanto a causa della zona di residenza.

E l’assurdo è che chi non ha la strada, l’ospedale, la scuola, il treno, l’aeroporto debba con le sue tasse e nella stessa misura degli altri, contribuire alla crescita dei benefici pubblici in favore di chi ne è già dotato.

Così, di fatto, si spostano risorse verso chi più ha, da parte di chi meno ha, costretto a finanziare un divario che può solo continuare a crescere e a pesare due volte su chi deve pagare per dare ad alcuni, a spese di tutti, i servizi che lui potrà avere solo a spese proprie. E se non può permetterselo, deve farne a meno: più di due milioni di italiani, per dirne una, hanno smesso di curarsi e l’attesa media di vita, al Sud, è crollata. Detto così, sembra il mondo freddo delle statistiche, in altre parole: è lo stesso diritto alla vita che ne risulta intaccato, indebolito, ridotto.

Un tale iniquo sistema riproduce, all’interno di uno stesso Paese, il rapporto coloniale fra chi sfrutta e chi è derubato di quello che è suo o gli spetta. E magari, ce la raccontano pure al contrario: sapete la storiella del Mezzogiorno popolato di ladri e fannulloni che drena ricchezza prodotta al Nord? Peccato la storiella non spieghi come mai il ladro sia sempre più povero e il derubato sempre più ricco (soprattutto di infrastrutture, allocazione di aziende pubbliche il cui fatturato appare come frutto della laboriosità nordica, eccetera).

Tacendo che mentre i meridionali versano nelle casse statali un quarto delle entrate annue, la spesa pubblica al Sud è inferiore, anche di sei punti percentuali. Una differenza che viene spesa altrove. Quindi: chi finanzia chi? E questo vale non soltanto per il Mezzogiorno, ma pure per le aree interne (si pensi alla Dorsale appenninica) e marginali.In totale è circa il 70 per cento del territorio nazionale, con oltre metà della popolazione.

Così, mentre nelle zone del Paese “di ricezione” si è ormai a investimenti pubblici a perdere, pur di far circolare soldi (e mazzette, visti gli scandali), persino per infrastrutture inutili o dannose, quali certe autostrade che per aver un po’ di traffico premiano gli automobilisti, nelle zone “di estrazione” delle risorse, interi paesi sono svuotati, abbandonati, per assenza di servizi o perché l’unica strada di accesso è franata o impraticabile da anni e non ci sono soldi per riattarla.

Il divario fra le zone del troppo che stroppia e del troppo poco è tale che la tassazione di tutti allo stesso modo si configura come un furto a beneficio di pochi e un rapporto coloniale.

Consideriamo tre italiani che abbiano lo stesso reddito, quindi paghino le stesse tasse, ma vivano uno a Matera, uno a Macerata, uno a Milano. Quello di Matera non ha le autostrade e le ferrovie dello Stato e gli altri sì (pagate da tutti); quelli di Matera e Macerata non hanno l’aeroporto (anzi: gli aeroporti) che l’altro ha, né la stessa disponibilità di ospedali, scuole e università. E non serve continuare l’elenco.

Questo si traduce in un aumento del reddito del milanese, che può usufruire di servizi ottimi a costi moderati o quasi nulli, in un taglio del reddito per il maceratese e una vera e propria mazzata per il materano, considerate le spese che deve sostenere per curarsi, spostarsi, studiare, lavorare.

E ancora peggio stanno gli italiani che vivono nelle zone più isolate e meno raggiungibili e, per questo, desertificate, con una colossale perdita di ricchezza per l’intero Paese (basterebbe anche solo considerare il crollo di valore di case ed edifici bellissimi, storici, architettonicamente pregiati, ma lasciati andare in malora, perché nessuno li vuole più, essendo troppo disagevole e costoso vivere dove non ci sono servizi).

Sulla carta, pur se hanno gli stessi diritti e lo stesso reddito, di fatto, alcuni italiani pagano perché altri abbiano quanto a loro è negato. La parità di reddito, quindi, è solo apparente, ed è ingiusto che paghino le stesse tasse. Che andrebbero calibrate, invece, sull’effettivo godimento dei diritti per i quali quelle tasse vengono richieste. Equità vorrebbe che si definisse un metro per ridurle in proporzione alla ridotta possibilità di accedere a diritti riconosciuti e non goduti. In tal modo, l’apparente parità di reddito diventerebbe un po’ più vicina al vero.

Non hai il treno? Le tue tasse calano di tot. Non hai un ospedale raggiungibile nel tempo ritenuto non superabile dai Lea, livelli essenziali dell’assistenza? Giù di un altro tot. Non hai lo scuolabus o proprio la scuola a distanza accettabile? Ancora meno un tot. C’è possibilità che, togli questo, togli quello, si giunga a pagare tasse zero.

Per le aree peggio messe, estremamente marginali, si potrebbe scendere a “tassazione negativa”: vuol dire che invece di pagare allo Stato per servizi che non si hanno, si riceve dallo Stato una equa integrazione di reddito, per procurarseli diversamente e porsi alla pari con gli altri italiani. Proposte di questo genere già vengono sostenute (per esempio dall’ex dirigente dell’Agenzia delle entrate che si è pre-pensionato per divenire una sorta di difensore civico dei contribuenti, Luciano Dissegna); e, in alcuni casi, ci sono forme di de-tassazione di fatto in paesini in via di estinzione, in cui si offrono incentivi in denaro, alloggi e altri incentivi a giovani coppie disposte a trasferirvisi.

La riprogrammazione delle tasse sulla quantità e qualità dei servizi (diritti) di cui si può davvero godere, da una parte porrebbe alla pari i contribuenti, dall’altra renderebbe conveniente tornare a vivere in borghi belli e scomodi. E se poi arrivassero lo scuolabus, l’ospedale, il treno e le tue tasse salissero in proporzione, di fatto non ci sarebbe una variazione effettiva di reddito.

Ma la tassazione differenziata secondo i diritti effettivamente goduti, se pur assolvesse al dovere di equità da parte dello Stato verso i cittadini, ovunque risiedano, non comporterebbe costi ulteriori per le casse pubbliche? Non è detto: intanto, perché il patrimonio nazionale verrebbe incrementato dalla crescita di valore edilizio di abitati non più in abbandono, ma ben tenuti, appetibili; poi, il moltiplicarsi di economie locali attiverebbe una rete mercantile periferica oggi in estinzione; infine, il territorio reso fragile e improduttivo dalla desertificazione tornerebbe curato e a rendere. E sono solo alcuni dei vantaggi più immediati ed evidenti del recupero di interesse per un modo di abitare tipico del mondo mediterraneo e del nostro Paese in particolare.

Un tale provvedimento sarebbe l’esatto contrario dell’Autonomia differenziata con cui si mira a incrementare la spesa pubblica dove già è massima, a danno delle aree in cui è quasi assente. Mentre l’Autonomia differenziata spacca l’Italia, la tassazione differenziata secondo i diritti ne rimetterebbe insieme i pezzi e la rinsalderebbe. In più mostrerebbe la relazione diretta fra le tasse e la loro ragione di esistere: volendosi illudere, questo potrebbe ridurne anche l’evasione. (pa)

L’OPINIONE / Filippo Mancuso: Autonomia opportunità purché si diano a Sud rassicurazioni richieste

di FILIPPO MANCUSO – Avverto il dovere di ringraziare tutti voi, sia per la qualità degli interventi che per il senso di responsabilità con cui quest’Aula si sta misurando con una questione di grande importanza, ossia l’autonomia differenziata.

Quest’Aula si è sempre approcciata alla riforma, anche nella discussione tenuta a marzo 2023, con una chiara visione unitaria e il dovere imprescindibile di tutela degli interessi della Calabria e del Sud.

La mia opinione è che dell’autonomia differenziata è condivisibile l’obiettivo di rafforzare le prerogative delle autonomie, ampliandone i poteri e le competenze, per ridare nuovo protagonismo alle Regioni che debbono assumersi il compito di governare efficientemente la spesa pubblica.

Così come sono condivisibili il superamento dell’iniquo metodo della ‘spesa storica’ che penalizza il Mezzogiorno, l’individuazione dei ‘Lep’e il loro contestuale finanziamento, nonché gli altri accorgimenti per garantire ai cittadini, ovunque risiedano, pari diritti civili e sociali e analoghi servizi.

In questo senso, la riforma può essere un’opportunità per il Paese e per il Sud, che registra da decenni gravi divari di cittadinanza col resto del Paese.

Un’opportunità, purché si diano al Mezzogiorno le rassicurazioni richieste, inclusa l’attenzione da riservare alle materie non rientranti nei Lep che, se fossero devolute alle Regioni prim’ancora che la riforma sia attuata nella sua complessità, penalizzerebbero le Regioni meridionali.

Avverto anch’io, come tutti voi, la responsabilità che tocca assumersi rispetto a una scelta che deve consolidare l’unità nazionale.

Da Presidente del Consiglio ho sempre auspicato, e mi pare che così sia stato, che il dibattito puntasse al confronto nel merito delle questioni.

Ognuno di noi ha legami politici che lo indurrebbero a ribadire in quest’Aula le posizioni dei rispettivi leader nazionali, ma al contempo ognuno di noi è anche parte di una regione che ha accumulato problemi e ritardi di sviluppo che ci impongono di anteporre a tutto il resto gli interessi delle nostre comunità. (fm)

[Filippo Mancuso è presidente del Consiglio regionale]

 

 

Antoniozzi (Fdi): Il dibattito su autonomia “dopato” da campagna elettorale

Per il deputato di Fdi, Alfredo Antoniozzi, «sull’autonomia differenziata e sul dibattito in corso paghiamo il prezzo della campagna elettorale che privilegia lo scontro piuttosto che il dialogo».

«Dobbiamo comprendere e ascoltare le legittime preoccupazioni del mondo della Chiesa, che rispettiamo – ha evidenziato – e con la quale si deve tenere aperto un dialogo produttivo e fecondo, sapendo che essa interpreta il bisogno di giustizia sociale. Diverso è il discorso della sinistra che dimentica di avere inserito in Costituzione l’autonomia il 2001 e oggi la rinnega completamente. I Lep saranno garantiti, ma molti Presidenti delle Regioni meridionali hanno sottolineato gli errori commessi nei decenni».
«Al collega Irto ricordo che, dalla Prima Repubblica alle amministrazioni di centrodestra e centrosinistra – ha proseguito – la Calabria ha avuto una media del 34% della spesa dei fondi comunitari, mentre la Polonia, come ricorda Denis Nesci, spende il 100% delle risorse.
Mi pare che Giorgia Meloni sia la migliore garanzia per le perplessità e le paure esistenti che è nostro compito ascoltare e raccogliere».
«Il tema più importante è quello di cambiare la narrazione del Meridione – ha continuato il parlamentare – e noi di Fratelli d’Italia siamo fortemente impegnati anche su questo per dare alla Nazione una nuova visione di insieme. Non è il vittimismo che può garantirci un passo in avanti, ma una discussione franca e sincera, probabilmente impossibile in un contesto di campagna elettorale». (rp)

Giovedì si riunisce il Consiglio regionale: All’odg il dibattito sull’autonomia

Giovedì 18 aprile, alle 10, si riunisce il Consiglio regionale della Calabria.  Sette i punti all’ordine del giorno e, tra questi, il dibattito sull’autonomia differenziata.

La discussione sul dl Calderoli era stata proposta dal presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, nella scorsa seduta dell’Assemblea.

Gli altri punti all’odg sono: Proposta di provvedimento amministrativo n. 156/12^, di iniziativa della Giunta regionale, recante: “Approvazione Programma Regionale ponte per le attività di sviluppo nel settore della Forestazione e per la gestione delle foreste regionali anno 2024” – (Relatore: Consigliere Gentile); Proposta di Provvedimento Amministrativo n.158/12^ di iniziativa della Giunta regionale recante: “Bilancio di previsione 2024-2026 dell’Azienda Territoriale Edilizia Residenziale Pubblica Calabria (Aterp Calabria)” – (Relatore: Consigliere Montuoro); Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 159/12^ di iniziativa della Giunta regionale recante: ” Bilancio di previsione 2024 – 2026 dell’Azienda Regionale per lo sviluppo dell’Agricoltura Calabrese (Arsac) ” – (Relatore: Consigliere Montuoro); Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 160/12^ di iniziativa della Giunta regionale recante: ” Rendiconto esercizio 2021 dell’Azienda Calabria Lavoro” – (Relatore: Consigliere Montuoro).

E, ancora: Proposta di provvedimento amministrativo n. 161/12^, di iniziativa della Giunta regionale, recante: “Modifica schema-tipo di convenzione tra la Regione Calabria e i Gruppi appartamento per l’erogazione di servizi socio-assistenziali” – (Relatore: Consigliere Straface);Proposta di Legge n. 273/12^ di iniziativa della Giunta regionale recante: “Disposizioni per il sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni” – (Relatore: Consigliere Straface).  (rrc)

LA SANITÀ CALABRESE TRA CRITICITÀ E LA
MANCANZA DI UNA “VISIONE” STRATEGICA

di ANTONIO DI VIRGILIO – La crisi del nostro sistema sanitario, iniziata col suo definanziamento decennale, attestatosi secondo le stime della Fondazione Gimbe a 37 miliardi di euro, è ormai chiara a tutti. L’accesso alle cure e la prevenzione sono negate soprattutto nelle regioni più deboli, tanto che la salute è ormai un diritto differenziato per residenza. La Regione Calabria  dopo 13 anni è ancora sottoposta al Piano di Rientro dai Disavanzi Sanitari Regionali ed al Commissariamento per l’attuazione del suddetto piano, che ha prodotto solo disastri.

Abbiamo assistito a tagli indiscriminati dei posti letto, alla chiusura di 18 ospedali, al blocco del turnover del personale sanitario, all’impoverimento dell’offerta di salute. Risultato? Allungamento delle liste d’attesa, aumento della emigrazione sanitaria, e ciò che più fa male, una riduzione inaccettabile dell’aspettativa di vita. L’attuazione inoltre della autonomia differenziata rischia di acuire ulteriormente tale emergenza al Sud.

La struttura commissariale in Calabria non ha perso la capacità di produrre, come per gli anni passati, decreti (Dca) zeppi di dati, analisi, tabelle complicatissime, criptiche per i non esperti, senza concretezza programmatica né una visione strategica della sanità regionale valida per almeno i prossimi 5 anni.  Sono di questi giorni la polemica e gli attacchi trasversali sulla questione del riordino della rete ospedaliera, il Dca n° 78 pubblicato dal Commissario ad Acta il 26 marzo 2024, avrebbe integrato con 2 tabelle (prese dal Dca 198/2023!) il Dca n°69 del 14 marzo 2024, intervenuto a modifica del Dca n°64/2016 e del Dca n°198/2023. Questo decreto rischia concretamente di diventare il libro dei sogni, tra proposte contraddittorie, posti letto immaginari, Unità Operative fittizie, dotazioni organiche sulla carta, mancanza di coperture finanziarie, con una rete assistenziale territoriale inesistente, che dipingono una realtà sanitaria drammatica.

Mancano 951 posti letto ancora da attivare rispetto al Dca del 2016, e oltre 2000 operatori sanitari e come se non bastasse abbiamo appreso di chiusure e riaperture parziali di reparti qua e là, accorpamenti incomprensibili, ridimensionamenti di unità operative e demansionamenti di dirigenti medici, con la scomparsa di decine di unità semplici, in una regione da cui i giovani medici scappano dal pubblico, rimpiazzati da medici stranieri. Saltano all’occhio il depotenziamento della Nefrologia e della Pneumologia di Corigliano, il ridimensionamento del ruolo strategico del polo ospedaliero di Lamezia Terme e dell’ospedale di Acri, il sottodimensionamento della Cardiochirurgia della Dulbecco di Catanzaro, priva della rianimazione cardiochirurgica dedicata, la chiusura della Terapia Intensiva Neonatale a Cosenza, l’allocazione di reparti di Orto-geriatria in Dea di II livello senza prevedere reparti di Riabilitazione e recupero fisico, il reparto di Recupero e riabilitazione a Cosenza con 11 posti letto senza Primario, mentre si confermano altrove reparti con 2 posti letto ed un primario.

Confermata anche la chiusura progressiva di 35 reparti. Nessun accenno, infine, alla nuova Facoltà di Medicina di Cosenza, dove procede il reclutamento dei professori e che dovrebbe garantire ai laureandi l’accesso ai reparti di degenza; ne saranno istituiti altri nell’ospedale, fotocopia di quelli esistenti? Saranno clinicizzati quelli esistenti, ovverossia diventeranno a direzione universitaria, mortificando, come avvenuto a Catanzaro le legittime aspirazioni di dirigenti medici di chiara esperienza? Vogliamo che anche questi emigrino alla ricerca di migliori condizioni di lavoro e prospettive di carriera? È arrivata l’ora di investire sul personale sanitario.

La programmazione della rete ospedaliera è avvenuta in ossequio al parametro ministeriale del numero di posti letto per 1000 abitanti ed ai vincoli di bilancio imposti dal costoso Advisor Kpmg per il rientro dal deficit sanitario.  Nessuna valutazione è stata fatta riguardo ai bacini   di   utenza, ed alle loro specificità, non si è tenuto conto delle risultanze epidemiologiche delle popolazioni, della prevalenza e distribuzione delle patologie acute e croniche e delle configurazioni geomorfologiche dei territori. È da considerarsi positivo il lavoro fatto sull’analisi dei flussi migratori sanitari, ma preoccupa la totale assenza di una strategia di contrasto. Le questioni aperte sono ancora molte, cosi come gli attacchi continui alla nostra sanità.

La revisione di luglio scorso del Pnrr, Missione 6, riduce le Case della Salute da 1350 a 936 e gli Ospedali di Comunità da 435 a 304, limitando la realizzazione a quelle strutture già esistenti, cosa che si abbatte in modo drammatico sulla Calabria dove la gran parte di esse sarebbe da costruire ex novo. In questo caso nessuna voce si è levata contro questo scippo. Ed ancora il taglio di 1,5 miliardi del fondo per la messa in sicurezza delle strutture ospedaliere che mette a rischio numerose opere in una Regione che grazie alla inettitudine di una classe dirigente, attende da oltre 20 anni la realizzazione dei nuovi ospedali di Catanzaro e Cosenza, tra ipotesi progettuali, protocolli di legalità e pose delle prime pietre.

Noi riteniamo che la riorganizzazione del Sistema Sanitario Regionale vada affrontata con competenza, con una visione organica e soprattutto con coraggio. Col coraggio che occorre per opporsi agli scippi perpetrati da oltre 20 anni a danno di questa Regione, per pretendere, in seno alla Conferenza Stato-Regione la revisione dei criteri di redistribuzione del finanziamento statale dei sistemi sanitari regionali, cosi come da noi proposto da tempo, affinché i divari accumulati possano essere recuperati.

Ma che cosa si richiede alla rappresentanza politica se non il coraggio di difendere con le unghie e con i denti le richieste di salute provenienti dai propri territori? Sulla difesa di questi diritti “Italia del Meridione” non intende accettare compromessi la nostra attenzione sarà massima affinché la salute non sia un diritto differenziato. (adv)

[Antonio di Virgilio è del Dipartimento Federale Sanità]