Un anno fa ci lasciava Otello Profazio. Il ricordo di Bolano, Montemurro e Cimino

di PAOLO BOLANO – Oggi cade l’anniversario della morte di Otello Profazio. Un personaggio scomodo e ingombrante per la politichetta locale che spesso ha frenato la sua voce. Alla sua morte si è tenuta lontano, assenza totale. Profazio, anarchico-socialista, premio Tenco, meridionalista, il Gaetano Salvemini della Calabria, sconosciuto da una amministrazione di centro sinistra reggina. Ripeto. Alla sua morte nessuno di questi amministratori si è presentato in chiesa per onorarlo. Noi continuiamo a farlo.

Otello Profazio, il cantore degli ultimi. Dopo anni e anni di ricerche è riuscito a portare la cultura dei cafoni meridionali nella cultura euro-americana. A questo punto la domanda viene spontanea: chi era Profazio temuto dalla politichetta locale? Era una voce di protesta che indicava con forza a “lor signori” la strada per accorciare le distanze col nord. Cantava la cultura dei subalterni con frecciate velenose verso la politica incapace di costruire una nuova Calabria, un nuovo Mezzogiorno.

Profazio inizia le sue ricerche dopo la guerra in una regione ingombra di macerie, flagellata dalle alluvioni e dall’emigrazione biblica dove il tardo feudalesimo impediva ancora la realizzazione della tanto attesa riforma agraria. Ecco perché il “mastru cantaturi” si sforza a fare capire le tante rivoluzioni tradite al sud. Sulla scia di Giambattista Vico precursore della ricerca della poesia popolare, di Rousseau, Herder, intreccia il concetto di poesia popolare con quello nazionale.

È favorito anche da Italo Calvino che scrive Le Fiabe Italiane; da Letterio di Francia con Fiabe e Novelle calabresi. E’ una rivoluzione. La cultura dei cafoni salta sui libri oltre che musicata da Profazio.

Il nostro Otello attento alle cose italiane che interessano in particolare il Mezzogiorno, si accorge che a Sanremo, vetrina della canzone italiana, manca l’Italia vera, la Calabria, il Mezzogiorno. Manca Melissa dove durante l’occupazione delle terre la polizia di Scelba uccide tre braccianti. Manca Portella della Ginestra dove il brigante Giuliano durante la festa del Primo Maggio spara e uccide 11 contadini e ne ferisce 27. In questo contesto il grande intellettuale Profazio lavora e ricerca portando la cultura orale dei cafoni nella cultura ufficiale. Il calabrese studioso del mondo contadino traduce e trascrive la storia dei contadini e dei braccianti e va in giro per il mondo a trovare i nostri emigrati per alleviare le sofferenze cantando la loro storia. I suoi compagni di viaggio sono Matteo Salvatori, Rosa Balestrieri, Ignazio Buttitta col quale ha realizzato un importante programma radiofonico: Profazio canta Buttitta e l’Italia cantata dal sud.

Poi, Profazio, si misura con Roberto Murolo, Fausto Cigliano, Domenico Modugno ecc. Il grande artista calabrese fa satira con le sue ballate: Governo italiano e ironia con  Ca si campa d’aria. Poi il comunismo messianico di Buttitta viene corretto con l’umanesimo profaziano: “…compagno so che tu aspetti la vendetta con le braccia levate al cielo, ma io ti evo ricordare che l’odio è analfabeta e scrive pagine lorde di sangue…”. Quando poi la cultura degli esclusi del mondo popolare riesce a convivere con la società opulenta Profazio ci invita a considerare quest’altra ballata significativa: “…non pirchì su pecuraru ma su riccu di munita, ballati donna Tita”. Comunque vi dico che il dialetto lirico del grande amico mio Profazio, il suo canto, è oggi diventato lingua universale.

Per chiudere voglio ancora ricordare che Otello Profazio ha iniziato il suo cammino della ricerca al Teatro Comunale di Reggio Calabria intorno al 1955. Inizia meravigliando il grande conduttore Nunzio Filocamo (che lo aveva scoperot nel 1952 nella sua trasmissione Il microfono è vostro), cantando “U Ciucciu”,  durante una diretta radiofonica del programma Vicini e Lontani.

Il nostro Profazio poi lentamente diventa cantore dei poveri, degli ultimi. Poeta di strada , amato, ma anche invidiato per il suo talento. Sul brigante Musolino scrive tre ballate importantissime per il suo viaggio professionale. Dopo settanta anni di lavoro e di ricerche oggi è considerato l’intellettuale più illuminato e importante della Calabria. Ci conduce ad avere una visione globale della cultura dopo che quella dei cafoni ha superato i confini nazionali.

Adesso chiudo veramente. Ma non posso non parlarvi dei progetti che avevamo assieme a quelli del cardiologo Enzo Montemurro.

Primo. Con Otello eravamo d’accordo di iniziare una ricerca sul Kordax. Lui voleva approfondire meglio quella danza dionisiaca della Magna Grecia arrivata a noi col nome di tarantella. In illo tempore Aristofane chiudeva le sue commedia col Kordax. C’è rilevante unità tra passato classico e attività folclorica. Nella ceramiche greche vediamo le immagini dei danzatori di kordax. Una danza che vive la cultura classica e arriva quasi intatta dalla Magna Grecia. Speriamo che presto qualcuno investa nella cultura reggina della Magna Grecia per recuperare i ritardi.

Secondo. Profazio, Montemurro e il sottoscritto erano pronti a costituire la fondazione Profazio. Ogni volta che ci incontravamo Otello mi sgridava che rallentavo il progetto. Invece non era così. Volevo coinvolgere l’Amministrazione comunale di Reggio. Avevo difficoltà. Non riuscivo a trovare interlocutori. Poi è arrivata la morte che ha cancellato tutto. Durante il funerale, una delle figlie da me “intervistata” ha risposto che il papà non voleva la Fondazione. Silenzio assoluto da parte mia. Ai posteri l’ardua sentenza. Otello, grande amico nostro. Riposa in pace. Che la terra ti sia lieve. (pab)


IL RICORDO DI FRANCO CIMINO

Ote’ e chi caspita, moristi e mancu nu dicusti! Addirittura, l’annu scorzu. E sti tempi. D’estata . Propriu comu ohia, vintitrí lugliu. Ci furu i funerali a la chiesa e Riggiu, ma on c’era nudru e penzamma c’on c’eri mancu tu! Mo’ chi passau n’annu e non ci fu mancu u lutto e l’anniversariu, tu on moristi ancora! Ca nui calabrisi simu bona genti (comu a chiami tu) , de perzuni toghi on ni scordamu. Si ci volumu bena, puru a ciangimu

E si ni ficia bena, a pregamu com’u santu all’artaru.

No, on moristi,

sinnó u sai quanti missi sti chiesi chiesi!

E quanti comizzi sti chiazzi chiazzi.

Previti e patruni,

sindaci e padrini,

masculi e fimmini

a mugghiara, tutti a parrara e tia.

Quantu fusti bellu e bonu, intelligenta e allitteratu, eleganta cu a parrata fina!

Calabrisa d’o Strittu allargatu finu a la Sila piccola e randa.

De sta Calabria,

comu dici tu,

terra ducia e amara.

Duva l’arberi, chi si moticanu a lu ventu, sonanu

E l’ondi d’o mara cantanu. Cantanu supra i lacrimi de mammi, i risati de picciulidri, u lamentu

de cu fatica a la iornata,

E supra u gridu disperatu e sta terra chi non lotta e non s’arrenda.

A nui n’abbasta

l’aria pe’canpare, ca rivoluzziona po’ aspettara, si puru idra s’incriscia ma vena.

On moristi Ote’.

E si ni scordamma e tia, fannillu sapira tu. Mandani na poesia, cantani na canzuna. 

(Franco Cimino nell’anniversario dimenticato della morte di un grande calabrese)

 


QUANTO CI MANCA OTELLO

di VINCENZO MONTEMURRO – Quando Otello Profazio iniziava la sua carriera artistica, il Festival di Sanremo contava appena tre anni di vita, i dischi erano in vinile e a 78 giri e la televisione non era ancora nata!

La Regina indiscussa della canzone Italiana era Adionilla Pizzi in arte “Nilla” che, imperversava tra le masse popolari con le sue più note canzoni: Grazie dei fior, Campanaro, Papaveri e Papere.

Nei salotti buoni e nei seminterrati si ascoltavano le radiocronache di Nicolò Carosio e i programmi musicali dell’orchestra di Cinico Angelini.

L’Italia vera però, appariva devastata, flagellata e piena di macerie della seconda guerra mondiale e impoverita da una biblica emigrazione soprattutto meridionale: sono gli anni in cui i braccianti e i contadini lottano contro la realtà feudale per l’occupazione delle terre, sfociate successivamente nei fatti di Portella delle Ginestre, Torre Melissa e dei profughi Giuliani con la annosa, e allora irrisolta, questione della Città di Trieste.

In quegli anni, Otello Profazio si avvicinava alla musica popolare arricchendola, attraverso un continuo contatto con il mondo della tradizione contadina, degli artigiani del paese e con la partecipazione a riti e festività popolari. Otello Profazio, dotato di una bellissima voce, limpida e versatile e da una non comune capacità artistica, inizia ad “aggiustare”, cioè, a strutturare organicamente frammenti sparsi di canzoni, versi e storie popolari.  Crea brani e canzoni ex-novo, nel rispetto della metrica, mescolando melodie e arrangiamenti, ma soprattutto salvando i contenuti senza alterarne l’originalità.

Sono gli anni in cui nel mondo discografico non esisteva la coscienza della musica popolare, come genere autonomo,  nemmeno la consapevolezza che, tale genere, potesse avere un proprio potenziale settore di mercato. Pochi erano coloro che, come Otello Profazio, attingevano sistematicamente al mondo della tradizione popolare, sostenuti in ciò, solo da una profonda sensibilità personale verso storie e vicende raccontate dal popolo e tramandate nel tempo.

Profazio, a tale scopo, mantiene rapporti stretti e costanti con il mondo della tradizione contadina, segue i cosiddetti “cafoni” in Italia e all’estero; ricerca, lavora, studia, aggiusta strofe, stornelli e frammenti di canzoni, entra, in altri termini, nel mondo dei cantastorie e ricercatori etnomusicali nazionali.

Tra la sua numerosa produzione artistica la canzone U ciucciu rappresenta uno dei suoi primi esempi di “aggiustamento” e ristrutturazione della canzone popolare. Tale brano, nato in controtendenza allo stile canoro dell’epoca, tendente ad  esaltare amori struggenti e melodie coinvolgenti, canta la storia di un uomo che rimpiange più della moglie, l’asino.

Con la canzone del Ciuccio, Profazio affonda, con mordente ironia, il bisturi in una realtà di miseria in cui, lo sfruttamento dell’animale rappresenta la speranza di riscatto economico e sociale delle famiglie povere.

Il tema della canzone del ciuccio lo troviamo anche in “Gente in Aspromonte” di Corrado Alvaro il quale, nel suo racconto, parla di un finale apocalittico a seguito dell’uccisione di una mula in cui erano riposte tutte le speranze di riscatto sociale ed economico di una famiglia povera.

La fisionomia artistica e umana di Profazio appare, sin dall’inizio, caratterizzata da un individualismo ostinato e appassionato che, gli ha consentito di attraversare mode e tendenze, mantenendo sempre una distanza critica nel tempo.

Profazio compie sforzi artistici notevoli per approdare nei circuiti televisivi nazionali, compete, con pari dignità, con i più importanti “Chonsonnier” dell’epoca: Roberto Murola, Fausto Cigliano, Domenico Modugno.

Amplia il suo repertorio attraverso l’estensione della sua area culturale verso la Sicilia, Regione ricca di storie appassionate e struggenti che  racconta con grande maestria. A tal proposito si ricordano i brani: La Baronessa di Carini, La leggenda di Colapesce, Vitti na crozza, Ciuri Ciuri  e tantissime altre ballate che sono nella mente di ognuno di noi.

Con il brano  Governo Italiano Profazio avvia con un testo satirico-popolare il progetto che vedrò coinvolto il poeta siciliano Ignazio Buttitta: L’Italia cantata dal Sud.

Governo Italiano e più tardi Qua si campa d’aria rappresentano l’esempio più evidente di una ironia amara e paradossale con cui Otello Profazio affronta i temi della politica e della questione meridionale. Profazio, oltre ad incarnare lo spirito del cantastorie, che consiste nella capacità di strutturare in racconto la cronaca e la storia, secondo modalità spettacolari che sollecitano la riflessione del pubblico. Egli, con autentica originalità, sceglie di interpretare, musicare, “aggiustare” racconti, brani e storie popolari, trasformandole in grandi composizioni civili, attraverso le quali racconta la storia dell’Italia del Sud.

I temi raccontati sono: l’emigrazione, la mafia, l’amore e la morte, l’ingiustizia e la vendetta, il lavoro e lo sfruttamento, la grande questione meridionale nello stato post-unitario.

Nelle canzoni dedicate al Brigante Musolino, Profazio affronta il tema della vendetta e della giustizia individuale sottolineando, come quest’ultima ha avuto sempre una forte presa nel mondo popolare, ma a ciò, Profazio aggiunge l’inesorabilità del destino.

Nell’Italia cantata dal Sud, per dirla come Carlo Levi, l’autore di Cristo si è fermato a Eboli”, Profazio rappresenta la disperazione, il disfacimento, il senso di abbandono del Sud. Ed ancora l’estranietà alla storia unitaria delle masse meridionali; ovvero racconta con pungente ironia 150 anni di storia post-unitaria dalla parte degli esclusi, i Meridionali!

Profazio, con il suo stile, caratterizzato da individualismo libertario, ha condotto un percorso politico-culturale autonomo, mai subalterno alle ideologie e schieramenti politici di turno, ma attraverso la sua produzione artistica, ha espresso una personale lettura della condizione meridionale senza piegarsi, per tatticismo o opportunità, al contesto politico culturale dominante, bensì scagliandosi, musicalmente contro le inadempienze, verso il SUD, del governo centrale e della peggiore classe politica del Paese.

Da ricordare tra le tante attività svolte il programma radiofonico Quando la gente canta andato in onda per oltre un decennio ideato, condotto e diretto da lui.

Otello Profazio è stato insignito del disco d’oro per aver venduto oltre un milione di co pie dell’album Qua si campa d’aria: unico cantante del genere folclorico.

Attraverso i suoi unnimerovoli concerti ha incontrato le comunità di emigranti sparsi in titti gli angoli della terra e ci ha dato fino all’ultimo l’opportunità di rilanciare la cultura e la “questione merdionale”. Ovvero l’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli dal Nord, 150 anni fa, e che ancora oggi, quest’ultimo, mantiene il vantaggio del potere economico conquistato con le armi e con una legislazione squilibrata. Quell’Italia del Nord che arrivata al Sud svuotò le ricche banche meridionali, le regge, i musei e le abitazioni private per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati (al Nord).

Mentre il Sud è stato privato delle sue Istituzioni, delle sue industrie, della sua ricchezza e della capacità di reagire, posto che la gente meridionale è stata indotta ad emigrare (20 milioni in 100 anni!).

Chi emigra, abbandona una comunità e una terra non appartiene più alla sua gente, ma nemmeno a quella in cui si trasferisce. È un uomo senza identità!

il ritardo del Sud rispetto al Nord resiste ancora oggi, malgrado “l’Unità d’Italia”, e ciò perché il Nord, motore dell’economia non intende pareggiare il dislivello economico con il Sud depredato!  La Germania Ovest nei primi 20 anni della riunificazione con la più povera Germania dell’EST, spese nei territori dell’EST una cifra cinque volte superiore a quella che è costata in 50 anni la Cassa del Mezzogiorno. Ogni anno la Germania Ovest investe nei territori dell’ex Germania Est quanto gli USA, con il piano Marshall, inviarono dopo la guerra per la ricostruzione dell’intera Europa.

Ma torniamo a Profazio: sono trascorsi più di 60 anni dal suo esordio sulla scena artistica del canto popolare; oggi non si canta più la canzone cosiddetta “folk”, ma ci si limita ad ascoltare passivamente musichette senza anima e senza radici. Otello, fino all’ultimo, invece, ha continuato ad “aggiustare” in versi, senza alterare l’autenticità. Ha trasformato ciò, con la sua paradossale ironia, in battaglia di civiltà. (vmu)

                                   

L’OPINIONE / Franco Cimino: «Che bello, sono alla festa di Mario Casalinuovo!»

di FRANCO CIMINO – Una festa. Sono qui da un po’ prima dell’ora del suo inizio programmato. Sta per iniziare e io già vibro d’emozione. La sala è strapiena. Gente in piedi fino a fuori. E non è una sala piccola. E quella delle culture. Al palazzo della provincia.

C’è gente venuta da ogni parte della Calabria. Non pochi dal resto dell’Italia. Tante sono le personalità. Molte quelle importanti. Ma tantissime altre quelle più semplici, persone normali per gente normale. Persone semplici di umile origine e altre ancora di umiltà confermata nel loro vissuto. Ci sono i militanti e i dirigenti del suo partito, gli amici nel suo partito e altri che nella comune appartenenza gli furono meno amici.

Ci sono personalità di altri partiti. Di tutti i partiti, da destra a sinistra. I quasi partiti di oggi e i partiti che furono. Ci sono tanti e ci sono tutti. C’è la sua Città. Presente non solo con il Sindaco e il presidente del Consiglio Comunale. Ci sono anch’io, democristiano fermo alla lunga e non conclusa, sebbene interrotta, stagione politica. Quella in cui mi è stata data l’opportunità di conoscerlo, stimarlo, ammirarlo, eleggerlo quale altro maestro dal quale tanto ho appreso. Lezione di vita, la sua. Vita adamantina, ricca di passioni e di idealità.

Vita coerentemente spesa per gli altri. Altri intesi, come l’altro da rispettare e sostenere e come insieme di esseri umani da onorare, servendoli nelle loro capacità e nei loro bisogni. In particolare gli ultimi, i poveri, gli indifesi, a cui offriva non solo il suo spirito di solidarietà concreta, altrimenti intesa come carità, ma gli strumenti della politica per affrancarsi loro stessi con le lotte contro l’ingiustizia e per la democrazia. Ecco la Giustizia, quale atto solenne della Democrazia.

Il mezzo più sicuro per praticarla, attuandola. Gli altri da servire sono le istituzioni, templi laici della e per la Libertà, l’idea sua più ferma, quasi un’ossessione incancellabile. Le istituzioni in cui si realizza ha partecipazione più feconda. E la sintesi più alta della Politica, quando essa è chiamata a costruire l’unità delle e nelle diversità. Quell’unità che solo la Politica può realizzare per quella sua capacità di costruire un’idea compiuta dalle altre divergenti che non perdono, pero, mai nulla del loro stato. Gli altri che sono il suo partito, il Psi, partito sempre servito. mai tradito.

E mai abbandonato, neppure quando gli infedeli interni e i nemici esterni, lo fecero “sparire”. Gli altri sono la parola, la sua, aulica, robusta, alta, nutrita di dottrina e sentimenti. E anche di poesia, quella che gli scorreva nel sangue da quella del padre, anche poeta. Gli altri che sono gli amici, da sorreggere in ogni momento, in quello spirito di amicizia che è il sale della relazione umana.

Gli altri che è la famiglia. I figli amatissimi e quella moglie adorata, che l’ha lasciato molto tempo prima che Lui ci lasciasse. Gli altri sono il dolore, che Lui ha sempre vissuto con un coraggio e una dignità enormi. Gli altri sono “ quel dolore” che gli è rimasto impresso negli occhi sempre velati di pianto soffocato e in quel sorriso suo bello, piegato nella tristezza infinita. Tutti siamo venuti per lui. Stasera. Per rendergli onore. Per ringraziarlo. Di tutto. Per ogni sua fatica al servizio della Calabria e del Paese.

Per l’Amore di cui ha riempito la sua vita e la sua fatica. Siamo venuti per Lui per sentire ancora la eco della sua parola e quel respiro mai affannoso della Libertà. Per ringraziarlo di averci insegnato che la Democrazia è sempre “antitotitaria”e che essa o è piena o non è. Per averci dimostrato, spronandoci e ammonendoci, che Libertà non è un lusso, ma un diritto che si carica del dovere di essere per tutti.

E che Democrazia non è un salotto comodo o una sala giochi, ma l’ambito nel quale Libertà vive e si organizza, promuovendo il progresso e realizzando l’eguaglianza. Eguaglianza non semplicemente come obiettivo politico, ma come conseguenza della Libertà.

Siamo tutti venuti per Lui, Mario Casalinuovo, il socialista. L’uomo della Libertà. Oggi nel giorno della sua festa. Per la quale io, democristiano, ho pensato di indossare la cravatta rossa. Il colore della sua bandiera. E del suo cuore. (fc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: «Giovino, la palestra all’aperto e la cementificazione ignorata»

di FRANCO CIMINO – Chi l’avesse pensato, chi ideato, chi l’avesse progettato, chi finanziato, chi avviato, chi l’abbia poi eseguito, il progetto della palestra all’aperto in quel di Giovino, tutti hanno fatto molto bene. Il lavoro è bello. Utile. Prezioso. “Cu pocu ha, caru tena”. Diceva mio padre dal detto antico. E questo, mentre è “ caru” non è davvero “ pocu”.

Non è un dono, ché chi governa non regala ciò che è chiamato a fare. E i cittadini non ricevono regali, ma solo servizi che essi pagano e a cui hanno diritto. Pagano due volte, con le tasse e con il voto. C’è invece da osservare che tutto di quel che viene realizzato dai governi, ai diversi livelli, giunge sempre tardi. E spesso come ridotto atto riparatore di vecchie ingiustizie e presenti inganni.

Epperò, quando un’opera viene realizzata va accolta con “gioia” portando rispetto a chi e a quanti, magari in continuità amministrativa, l’hanno realizzata. Le speculazioni politiche e le polemiche speciose, fanno male. Alla gente. E alle istituzioni. C’è sempre modo e tempo per attaccare chi governa. L’opposizione, quando lo fosse davvero, fa sempre bene ad opporsi agli errori e alle inerzie dichi vince le elezioni

Gli argomenti, ovunque, non mancheranno. Quindi apprezzamento, il mio, per il Sindaco e quanti, tra assessori e dirigenti, ditta e operai, e quel ristretto numero di generosi volontari che a Marina hanno seguito, vigilando e suggerendo, i lavori. La palestra all’aperto ha anche diversi altri significati.

Educa tutti, giovani e non, uomini e donne, gruppi e famiglie. E, soprattutto, gli anziani cosiddetti. Li educa alla cura del proprio corpo e al rivotò della mente. E senza dispendio di tempo, di energie, di soldi. Recupera, inoltre, un concetto tanto dimenticato che neppure nelle aule scolastiche viene trattato. Ed è che ciò che è pubblico deve restare pubblico. Perché è di tutti. Di ciascuno e di tutti. Poi, ci sarebbe da intendersi sul concetto di “pubblico”. Ma questo tema ci porterebbe lontano.

Mi limito, pertanto, a una estrema ma essenziale sintesi. Pubblico é ciò che risulta fondamentale alla vita della persona. E delle persone insieme. La Bellezza, in ogni sua declinazione, lo è. Anche quale primo diritto dell’essere umano. Ma la Libertà, viene prima, mi si obietterebbe. No, perché non è un diritto essendo parte della vita. É connaturata all’uomo, che nasce con lei, Libertà. La Bellezza è tutto ciò che è stato creato, da Dio o da chi volete, intorno e per l’uomo. Quindi, traducendo dalla lingua dei padri e delle madri più lontani, la Natura con l’intero suo armamentario é Bellezza. Pertanto, appartiene a tutti e a ciascuno. Il diritto a goderne è il metodo per applicarlo. Trascrivendo dal mio cuore antico, nulla deve frapporsi fra gli occhi e il cielo, fra gli occhi e il mare, fra gli occhi e i prati, le foreste, i boschi. Le pinete.

Chi opera all’incontrario o solo diversamente, commette un crimine contro l’umanità intera. L’altro significato dell’opera realizzata in queste settimane, consiste nell’atto esplicito e consequenziale di restituire la pineta di Giovino ai cittadini, legittimi proprietari senza pretesa del possesso. C’è un però, che ritorna dalle mie antiche lunghe intense solitarie battaglie, il cui grido prima di avvertimento, poi di protesta infine di dolore, non è stato ascoltato. Da alcuno mai! Ed è che si accarezza Giovino, in quella parte più visibile, dopo che essa è stata per anni massacrata. Colate incalcolabili di cemento l’hanno distrutta, una gran parte sottraendola all’uso e l’altra alla bellezza coprendola alla vista. Il mio sogno di bambino, trasformatosi poi in progetto politico, era che in uno spazio di gran lunga inferiore a quello cementificato vi sorgessero tanti piccoli armoniosi impianti sportivi. Davvero un parco olimpico aperto.

Accanto all’attuale liceo, che pure non avrei allocato lì, tante altre scuole di ogni ordine e grado e quella desiderabile facoltà universitaria delle Scienze del mare. Più avanti, nella tanto ancora discussa “area Giovino”, ancora bloccata nelle contraddizioni politiche (vedremo che dirà il nuovo strumento urbanistico), tutto quel che, nel rispetto dei precedenti principi, della diversa e diversifica ospitalità turistico-alberghiera consentirebbe. Giovino, la vera Giovino, la pineta nella cui profondità avevi paura di immergerti, solo pochi anni fa, non esiste più. É stata di fatto cancellata. Da questa grave responsabilità, nessuno può ritrarsi. Da questa grave colpa nessuno può considerarsi innocente. Politica e cittadinanza insieme. Istituzioni sorde e intellettuali muti. Tutti insieme in questo campo recintato da incultura e irresponsabilità, su cui cresce l’erba amara della speculazione e degli interessi selvaggi. In questa Giovino é rimasto un piccolo spazio ancora.

Spero lo salvino quell’esercito di bambini e quei vecchietti che ci vanno quotidianamente a fare le partite di pallone, sognando, i primi, di diventare Iemmello e i secondi di ritornare a pensarsi Sivori o Rivera, Mazzola e Giggirriva. Il resto appartiene alla Poltica quando e se vorrà, con coraggio e intelligenza, operare, pur nella situazione data, per un piano di razionalizzazione dell’aerea, che almeno restituisca un po’ di armonia estetica e di movimento per l’accesso al lungomare, alla spiaggia e al mare. Che sono di tutti. (fc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Catanzaro e Cosenza, le belle città separate da 100 km e da una partita di pallone

di FRANCO CIMINO – Mancano esattamente, mentre scrivo, quattro giorni meno due ore. Lo sapete pure voi, vero? Sì che lo sapete! Novantasei ore! Ma che state pensando, alle due notizie, opposte tra loro, che stanno tenendo il mondo con il fiato sospeso, e cioè all’attacco finale che Benjamin Netanyahu ha programmato e promesso di muovere contro Rafah, l’unica città ancora rimasta, quasi per intero, in piedi sulla tragica Striscia di Gaza? Oppure, alla dichiarazione congiunta di pace, finalmente, dopo più di cinquant’anni, tra israeliani e palestinesi, che metterà fine davvero alla lunga guerra, e all’odio incrociato che la muove, nell’unico modo che la renderà possibile? E quale, il modo, se non la più vecchia negoziazione quasi riuscita a Rabin e Arafat nel lontano 1999, auspice lo statunitense Clinton?

È sempre quella, a ciascuno il proprio Stato nel territorio che lo comprenda e nella piena libertà e sicurezza dei due popoli che se ancora non si volessero amare sicuramente si riconosceranno vicendevolmente e parimenti si rispetteranno. No, non è questo. E chi vuoi che se ne importi con tutti i problemi ben più seri che abbiamo! L’attesa, invece, scorre lungo i cento chilometri di “autostrada”, che separano Cosenza e Catanzaro, due città tra le più importanti per il futuro della Calabria. La partita in questione, è quella di calcio.

Una semplice partita, di un semplice campionato, tra due squadre che stanno facendo assai bene per onorarlo con le proprie imprese sportive. Sono il Cosenza e il Catanzaro. I rossoblu e i giallorossi. Colori così marcatamente differenti, ma ben forti, che renderanno più bello il verde del campo di giuoco. Due squadre belle. Anche a vedersi. Anche a vederle giocare in un modulo (così si dice?) l’uno diverso dall’altro. Quaranta calciatori tutti di buon livello, con qualche campione che ben figurerebbe nella serie superiore. Squadre, le nostre, ben dirette da due allenatori molto bravi. Soprattutto, seri e volenterosi, leali e onesti.

Due società dell’antico prestigio, ben guidate da due dirigenti di alto valore, con due presidenti pure belli e simpatici, che tengono alla loro squadra, ai risultati e ai compiti di correttezza, educazione, signorilità, ad esse affidati. Sarà una partita bellissima. Spettacolare e con tanti goal. Delle due compagini, io, lo si sa, ne amo una, come amo, anzi molto di più, la Città cui appartiene e della quale ne condivide i colori. E l’aquila reale che su di essi, e sopra i tre colli, campeggia come simbolo. E sovrana ne regge la storia antica e del suo spirito la rinnova. Per scaramanzia, pur se ad essa non credo, non dico a vantaggio di quali colori saranno le reti in più. Desidero solo che sia una gara sportiva. Bella, pulita, corretta.

Una gara che esalti lo sport e l’onore delle due città, che se stimolate e orientate politicamente dai rappresentati delle rispettive istituzioni e di quella regionale, dovranno, abbandonando campanilismi e maledìche invidie e gelosie, affratellarsi, unitamente alle altre consorelle. E operare, strettamente vicini, per fare uscire la Calabria dalla crisi in cui, nonostante non sottovalutabili risultati, ancora si trova, per avviarsi all’ultimo appuntamento per lo sviluppo e la crescita della Democrazia. Nell’ultima primavera che le resta. Le tifoserie, che vantano una buona reputazione di educazione sportiva, si impegnino a lanciarsi, da una curva all’altra, nient’altro che cori d’ironia e battute sarcastiche, affinché chi “non salti” simpatico sempre sia. Io conosco da vicino i tifosi della mia città.

Li conosco per la generosità della loro ospitalità e per l’educazione che hanno manifestato in tutte le trasferte in cui, da ogni punto della penisola, hanno raggiunto gli stadi in cui giocato la nostra squadra. Sono sicuro che al San Vito si confermeranno, grati della cortese ospitalità dei cosentini. Chi da quelle parti, usando impropriamente importanti ruoli istituzionali, carica un certo sentimento come se la squadra avversaria dovesse “restituire” un maltolto che non corrisponderebbe affatto ai meriti di una vittoria, invece, netta conseguita sul campo dell’andata, rischia di alimentare un clima di tensione interna nociva alla nobile città bruzia. Da romantico quale sono e sognatore quale vengo da taluni considerato, mi piacerebbe, visto che la partita inizierà alle sedici e trenta, che i due sindaci, che avranno pranzato insieme, si diano appuntamento nello stesso spazio con le rispettive tifoserie e insieme si rechino allo stadio ciascuna con le proprie bandiere.

Ché domenica si giocherà solo una partita di pallone. Nella quale in palio ci sono solo uno o tre punti. Nulla di più è. Nulla di più dovrebbe essere. E, allora, anticipiamolo questo grido, con unica voce; «Viva il Cosenza. Viva il Catanzaro. Viva la Calabria anche sportiva. E gloria, gloria, allo sport» (fc)

IL RICORDO / FRANCO CIMINO: Il ritorno di Graecalis e il ricordo di Nino Mustari. La cultura dell’incontro nel cuore che batte forte

di FRANCO CIMINO – Graecalis, il Teatro “piccologrande”, è tornato a Catanzaro. Dopo un tempo nient’affatto breve è tornato nella sua Città. L’esilio, come ha detto il suo primo ispiratore e conduttore geniale, Luigi La Rosa, dandone notizia, è finito. E, come lui stesso ha tenuto a precisare, per merito esclusivo del presidente della Provincia.

Il che induce a riprendere la domanda sospesa: perché il Teatro di Calabria, che da trent’anni sotto la direzione artistica dell’attore-regista Aldo Conforto, ha creato grandi eventi teatrali, distinguendosi in tutto il Paese per la sua straordinaria capacità di portare il teatro antico greco, e quello più generalmente classico, alla portata di tutti (spero che nessuno si offenda, facendolo diventare parte attiva di una nuova cultura popolare, si sia sentito costretto ad allontanarsi dal capoluogo, suo palcoscenico naturale, facendo la fortuna di Vibo Valentia in cui ha operato stabilimento all’interno del suo antico castello? Pensiero lungo, un po’ didascalico forse, per una domanda inquieta.

Si soffre, infatti, nel constatare che il rapporto tra la Città e il suo Teatro più prossimo alla sua vocazione culturale, si sia interrotto. Dispiace davvero tanto, perché oltre a essere ingiustificale un tale fatto, davvero non sarebbe comprensibile per chiunque volesse ragionarci su. Resti comunque sospesa questa domanda e ci si rallegri del ritorno, già pronti, come siamo sicuramente in tanti, a prenotare abbonamento e biglietti per la imminente stagione teatrale. Graecalis non avrebbe potuto meglio “festeggiare” il suo ritorno di come abbia fatto questa sera al Musmi, il bel museo al centro del bellissimo Parco della Biodiversità, promovendo il convegno in “ricordo” di Nino Mustari, il robusto intellettuale e uomo assai generoso, scomparso appena un mese fa, lasciando una lunga scia di rimpianti e di dolore non solo a Catanzaro o a Taverna, le sue due Città. Oppure, nel mondo della scuola o dell’Unicef, i luoghi più assorbenti la sua intelligenza e il suo spirito intenso d’umanità, per non dire della famiglia e dei suoi tanti amici, cui egli manca come il pane.

Ecco, il pane, per dirne del suo sapore, come dal titolo di uno dei suoi più importanti libri. Rimpianto e dolore lo si avverte in Calabria, e nel mondo della cultura e del sociale, che ha perso con Mustari una delle sue più importanti figure di riferimento. Instancabile, il direttore, come veniva chiamato per il suo lungo trascorso nella direzione delle scuole, cui giunse giovane e dopo diversi ruoli esercitati nella Scuola. Sempre in movimento. Ogni giorno a pensare agli altri. Agli ultimi e ai più bisognosi in particolare. Tra questi i poveri, i senza tetto. E, oltre a questi, agli ultimi degli ultimi, gli immigrati e i migranti, gli scarti umani di questo mondo stracarico di ipocrisia ed egoismo, di violenza e indifferenza.

Fino all’ultimo dei suoi giorni, con le ultime forze rimastegli telefonava e scriveva a chiunque potesse fare gesti concreti di solidarietà. Uomo di fede fortissima, di essa ispirava la sua attività nei molteplici campi della sua diuturna azione. Di Fede era piena la sua scrittura, di narratore intenso di storie semplici. Storie in cui tutti i suoi personaggi diventavano protagonisti del loro riscatto dai tormenti e dalle privazioni della vita, come dei propri errori o cattiverie.

Errori e cattiverie quasi sempre non volute dalle persone, ma scaturite dal ventre di una società troppo ostile alla bellezza. E alla bellezza creativa dell’essere umano. La sua narrativa è positiva. Il filo che lega le vicende umane è d’oro. Sottile, ma visibile. La leggera lucentezza che scorre lungo le vie umane oscurate dalle difficoltà e dai drammi, come dalle pesanti fatiche di procurasi il “pane”, è luce che illumina. Le strade del cammino. Le menti del pensiero. Gli occhi di chi spera. Ottimista e questo scrittore. L’uomo vince sempre, perché se la Fede aiuta nella lotta e nella speranza, la Provvidenza salva. Tutti. I vinti e i potenti che credevano di vincere sulle loro vittime. Tutto l’umano è risollevato, sollevare in alto, proprio così, dal divino. Divino che è dentro di noi, per quel progetto che Dio ha affidato, attraverso Gesù, e la sua Chiesa (Mustari è il laico che ha vissuto la Chiesa, anche attraverso quell’amicizia profonda che l’ha legato al grande Vescovo Antonio Cantisani) agli uomini.

Il compito (Nino quasi ce lo “insegna” da maestro qual è) degli intellettuali è quello di ricordarcelo, attraverso anche l’utilizzo di quella meravigliosa narrativa che è il Vangelo. Una narrativa sentita anche da chi non crede. Importante è solo il loro ascolto della sofferenza degli esseri umani e dei dolori di questo mondo. Più importante e la loro volontà di aiutarli a “vincere” indicando anche la via della Giustizia. Ché in essa c’è il tratto breve e finale che conduce alla Verità.

E la Verità, Mustari, dice, sornione a sé stesso, è sempre una. Da qualsiasi postazione si voglia partire, la via che ad essa essa ci conduce è una, l’uomo, la persona, piena di immodificabile dignità, che è in lui. Il punto d’approdo è uno, la sua “felicità”. La scrittura di Mustari è semplice. Le storie sono semplici. Lui, intellettuale profondo, nella testa fiumi esondanti di libri e letture diverse, conoscitore e amante della parola, usa ne suoi racconti (li chiama così, non romanzi, le sue creature, quasi per pudore e per umiltà) una narrazione semplice. Lo fa per tre motivi, io credo. La vita di cui narra, per quando sia difficile, è semplice. Dovere di chi scrive è di testimoniarla con semplicità. I racconti devono essere leggibili, cioè comprensibili, da tutti. Specialmente da quanti, e sono purtroppo i più, non hanno “la preparazione” degli eruditi, figure che non sempre coincidono con quelle degli uomini cosiddetti colti. La scrittura deve essere anche agile, snella, perché si renda rapida nello svolgimento delle storie.

Meglio è quando un libro che racconta storie si possa “ divorare”, assaporare, in una sola giornata. Nelle brevi notte, maggiormente. Infine, il libro più semplice e positivamente elementare delle storie umane,da cui trarre la lezione di vita più alta, è il Vangelo Ecco, su queste linee, anche metodologicamente utilizzate, si muove lo scrittore Costantino Mustari. Lo scrittore fine, acuto, incisivo, che, con maestria per nulla studiata, si fa quel maestro delle esistenze, che i lettori “sentono” pur se lui stesso si rifiuta di esserlo. Mustari si considera un semplice raccontatore, che ha imparato dalle storie vere di cui ha scritto. Un vero artista, un vero maestro, impara insegnando.

È uno scolaro che trova maestri nelle persone più umile e semplici. Ché la sofferenza degli esseri umani è il libro più completo. E l’Amore la cattedra più bella. Nino allievo curioso, che impara dalla Natura, che scruta continuamente, percorrendola tutta, dai mari ai monti, e dai luoghi “ vissuti”(dalle cittadine dell’Italia del Nord ai borghi della sua presila), a quelli sognati. Sullo sfondo di ogni suo sguardo, vi sono le due città tanto amate, la natia Taverna, sempre presente in qualsiasi modo nei suoi libri, e l’adottiva Catanzaro, quotidianamente servita con l’onore di cittadino probo e di amministratore attento. Ci sarebbe ancora da dire tantissimo. Ma non posso, sono già andato come sulla corrente di un fiume che scende a mare. Mi fermo prima della distesa infinita. Sono queste alcune delle molte considerazioni che hanno riempito del ricordo di Nino, questa serata bella. Piena di cultura e di sentimenti. E anche di gratitudine verso quest’uomo straordinario, ricco di cultura e di sentimenti.

Merito è, oltre che degli organizzatori e di La Rosa, che l’ha introdotta accompagnandola con garbo lungo le due ore del suo piacevole svolgimento, delle belle persone che sono state chiamate a “raccontare” Nino, anche attraverso la riflessione intorno ad alcune sue opere. Il dott Giuseppe Raiola, presidente regionale di Unicef, che ne ha descritto il legame profondo con l’Associazione, la prof Teresa Rizzo, presidente Società Dante Alighieri, che ha svolto una relazione straordinaria per profondità culturale e intensità sentimentale, sulla vita e il pensiero di Mustari, la prof Raimondo Bruno, con la sua particolare letture dell’ultimo libro. Infine, la dott.ssa Annamaria Iembo, che mischiando parole e lacrime, ci ha detto di un Nino, amico delicato, anche simpatico e divertente.

Il tutto accompagnato, come da musica, dalle letture efficaci, autentiche nel vibrare delle loro voci, degli attori che hanno reso grande il Teatro di Calabria in Graecalis, Maria Rita Albanese, Arianna Riccelli, Salvatore Venuto, Paolo Formoso. Della squadra speciale sarebbe stata anche la ben nota Marta Paride, impossibilitata alla presenza. Sono tutti attori di grande qualità, che altrove ci invidiano e Vibo avrebbe voluto con forza trattenere.

Loro hanno reso il ricordo più forte di quanto la stessa parola, che il prof Luigi ha spiegato distinguendola dalle altre due che le somigliano, non dica. La memoria di Costantino Mustari è incancellabile, perché è memoria del cuore. Delle sue due splendide figlie e del loro amore verso quel padre amorevole, (amorevole e attento esattamente come il padre di cui Nino parla in ogni sua composizione, il padre bisognevole a questa società che ne sembra priva), non dico.

Seduto in seconda fila, le ho visto di spalle, danzare tra struggente commozione e l’infinita dolcezza porta al piccolo nipote di Nino, figlio della secondogenita, offrendogli carezze e dondolanti parole sussurrategli all’orecchio. La sala strapiena di persone, è stata strapiena anche di commozione e di attenzione. Non si è sentito neppure respirare. Un solo respiro, quello di Nino. L’abbiamo “sentito” tutti. (fc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Il Natale, i Natale diversi e quello degli altri

di FRANCO CIMINO – Stanno per arrivare. Puntualmente. Ogni anno. Da secoli. Sono tre. Come i Re Magi. Tre, come la dialettica hegeliana. Tre, come la Santa Trinità.

Tre, non a caso come gli elementi costitutivi della persona, per noi cristiani creata da Dio a Sua immagine e somiglianza. Una è la Nascita. Due sono i Natale. Nasce il Bambino, nel rito cattolico e nella “letteratura” Cristiana. Nasce anche secondo le tradizioni dei luoghi e le culture che le custodiscono. Specialmente quelle popolari. In ogni parte del mondo, la Nascita assume quei contorni della diversità che la impreziosiscono.

La fanno diventare propria. Tanto che la spiritualità legata alla emotività, la rendono sempre più prossima a noi. Accade in ogni confine e lo supera. La Nascita è propria di quel luogo. Poi, di quella comunità. Inoltre, di quella famiglia. Infine, della singola persona. La natività è parte di ciascuno di noi. Paradossalmente, se si è dentro quella cultura, anche di chi non ha un credo religioso. Nasce il Bambino, uomo o Dio, figlio di Maria donna e di Giuseppe uomo o della Madonna e di Dio Padre. Nasce ed è di chi lo sente. Di chi lo vive nella dimensione che vorrà dargli. È Gesù, “cancellatore” dei nostri peccati, il Salvatore del mondo.

È il rivoluzionario, che lotta contro il potere e l’ingiustizia, lo sfruttamento dell’uomo e l’ingiustizia contro l’uomo. È il figlio di Dio, che fattosi carne si fa crocifiggere per noi. È il ribelle che dona la vita per la libertà degli uomini. La Nascita è atto universale, perché ciascuno la può rendere propria. È Natale, quindi. E lo è in tutto il mondo. La Nascita è una. “Il Natale”, invece, sono due. C’è il Natale loro e il Natale di quelli là. Il Natele dei ricchi e quello dei poveri. Di quelli che fanno la spesa strariempiendo i carrelli e le auto. E di quelli che ai negozi neppure si avvicinano. C’è, poi, un terzo e un quarto Natale. Un quinto e un sesto.

Si aggiungono per frantumare il numero perfetto e l’intima religiosità che lo anima. È il Natale di quanti, con il cappello o il bicchiere di carta in mano sostano intere giornate davanti ai negozi e supermercati, ai bar e alle chiese. Chiedono la carità a quel Natale da loro lontanissimo. C’è il Natale di chi non ha nulla, neppure il coraggio o la disperazione, per chiedere. E si chiude in casa, inizialmente facendo un po’ di rumore per ingannare di falsa gioia i vicini di casa. Che, in molti, magari, staranno facendo la stessa cosa. Il Natale degli uomini e delle donne sole, ammalati gravemente di solitudine grave, indotta o procurata. Di emarginazione e di isolamento. Il Natale dell’odio e del rancore. E quello delle guerre. Il Natale di chi muore. Nel letto delle malattie o nei viaggi dell’unica speranza. E negli anfratti delle strade del mondo, i giovani ingannati dalle false promesse di felicità. E i deboli di ogni natura a cui è stata negata la bellezza della loro fragilità. Si dice, «vai pure a contarli tutti questi Natale, tanto ci sono sempre stati!» Ed è vero.

C’è una differenza, però. Essa è data dalle proporzioni, dalla qualità, e dall’ampiezza dei singoli Natale. E dal rapporto che intercorre, anche questo quantitativo, tra di loro. Si è di molto ristretta la fascia del primo Natale, quello dei ricchi. E di gran lunga allargata quella dei poveri. Sono pochissimi oggi i ricchi. Ma sono ricchi assai di più di quanto non lo fossero prima e di quanto non lo fossero mai stati altri in passato. I poveri sono cresciuti a dismisura, tanto da coprire socialmente quasi per intero il tessuto sociale. La società con loro è diventata più povera, perduti ormai quei cittadini, della fascia di mezzo, che tenevano insieme le diverse aree sociali offrendo nel contempo le possibilità di un cambiamento reale per quanti potessero salire in alto nella scala dei valori. In questi Natale diversi si è perduto il Natale laicamente più atteso, quello della felicità promessa. Il Natale era anche promessa di felicità. Qui. Su questa terra.

Nel Progresso e nella Civiltà. Che sono la perfetta unione di libertà personale e democrazia, ricchezza individuale e ricchezza sociale. Il tutto secondo un principio che da quel Natale di muove. Ed è che non vi possa essere libertà se non per tutti, ricchezza se non per ciascun essere umano. Come per la Terra. Essa non è se non lo è di tutti. Ché tutti gli uomini hanno il diritto inalienabile di vivere nella propria terra e nel proprio Paese che possa costituirsi come Stato libero e autonomo. Uomini liberi anche di navigare per ogni ogni mare e raggiungere il luogo dove vorranno vivere. E far vivere nella sicurezza i propri figli.

Ché il luogo di nascita e quello del raggiungimento non possono essere una sorta di condanna preventiva o lo stigma negativo di una immodificabile diversità. Nascere, come insegna la Natività, non deve essere una colpa, ma un dono che la Vita, o Dio o la Natura, fa con la vita alla vita stessa. Il Natale di oggi non più è solo quello dei consumi, che tanto utile procurano all’economia e al Natale dei ricchi. È il Natale del consumo. Consumo della vita: milioni di persone, vecchi donne e bambini in particolare, stanno a migliaia al giorno, morendo di fame. E altre migliaia muoiono sotto le guerre armate, distribuite in varie regioni del pianete. Sono più di venti quelle in atto da anni, anche se si parla continuamente soltanto delle ultime due, in terra Medio Oriente e in Ucraina.

Consumo della terra, per inquinamento e violenza fisica esercitata su di essa. Consumo inspiegabile dell’acqua, ovvero sottrazione di questa fondamentale risorsa a circa un miliardo di persone che ne hanno diritto. Consumo di democrazia in quei Paesi in cui è negata e in altri in cui surrettiziamente viene progressivamente ridotta o modificata. Consumo dei sentimenti in quello che ormai sta diventando un ricordo per smemorati, l’Amore. Consumo, nella Natura e nella Persona, della Bellezza. Da giorni è già Natale. Il Natale di sempre. Quello che non c’è più, neppure nel cuore dei bambini. I bambini di oggi. E quelli di ieri, i bambini che siamo stati noi. Tra cinquantatré ore è la Nascita. Gesù Bambino ritorna.

Per una sola volta almeno facciamo che resti bambino. Facciamo che non arrivi la settimana della più sofferta passione. Che Gesù non muoia. E con lui, la speranza. Facciamo che arrivi la Pace. Quella vera. Che ritorni l’Amore, che la Pace crea e mantiene. Tra cinquantatré ore sia la nascita anche nostra. A nuova vita. Nel vero Amore. Ché la povertà e la più grande ingiustizia. La guerra la cosa più indegna. L’odio, l’egoismo, l’invidia e il rancore, le belve più aggressive e più assetate di sangue. Contro questi mostri opponiamo il vero Natale. Quello del Bambino nato in una grotta. Nato per Amore. E dell’Uomo, nato per amare. (fc)

IL RICORDO / Franco Cimino: Guido Rhodio, ti voglio bene. Ciao e grazie

di FRANCO CIMINO – Quando scompare una persona, tra il dolore e il distacco si muovono tante emozioni e sensazioni, talune tra loro contrastanti. La dipartita di Guido Rhodio ne procura non poche. La prima è di stupore, di senso di sorpresa, che si racchiude in «ma come, Rhodio è morto?».

E l’altra, di dispiacere autentico. La frase più comune, che ho sentito e letto dalla voce e dagli occhi di tantissimi tra amici e semplici conoscenti, è anch’essa classica. Questa: «mannaggia, che peccato, mi dispiace moltissimo!». Tutte parole ed emozioni, vere e sincere, che io racchiudo in quella che è stata la mia immediata espressione, nella quale vi è lo stupore e il dispiacere, ma anche una sottile preoccupazione, quasi un timore interiore. È questa: «e adesso?». Sì, e adesso che facciamo?

Questa, la preoccupazione insidiosa. Tutto deriva da quell’uomo, che pur avanzando negli anni, progressivamente indebolendosi e gravemente ammalandosi, non ha mai smesso un solo istante di vivere appieno la vita. E di pensare, con lucidità abbagliante. Di sentire, con battito del suo debole cuore assordante. Di parlare, con quella voce acuta e tonante. Di scrivere, con quella sua penna intensa. E di vedere, con quegli occhi quasi spenti, in profondità irraggiungibili.

Tutto di questo straordinario universo di esperienze, di saperi, di studi e di studio nella ricerca continua, di sentimenti e di passioni, di intelligenza robusta e di parola alta quanto le idee che coltivava dopo averle cercate nell’Olimpo del magico pensare, egli generosamente donava. A tutti. A quanti andavano a trovarlo negli ultimi anni della sua obbligata “stanzialità”, e a quanti egli avrebbe potuto raggiungere con i mezzi della tecnologia alla quale con spirito fanciullo si applicava. Anche per dare sfogo al quel suo animo inquieto e al suo cuore cercatore. Chi riceveva qualsiasi cosa da lui, anche il rimprovero o la battuta ironica sempre pronta per sdrammatizzare le cose, che ne facesse tesoro o no, che la capisse bene o no, sapeva innanzitutto di ricevere una cesta enorme di sincerità e schiettezza. Da accompagnare, per tenerle sempre tesi, ai consigli, alle idee, alle proposte, alle sollecitazioni, che ti arrivavano in testa come la pioggia impetuosa d’agosto. E con rigore intellettuale prima ancora che morale.

Una lezione continua, la sua, simile a quella, per alcuni, dei maestri inascoltati, che prima o poi ti ritorna alla mente con la stessa forza che ha incontrato la tua respingendola. “ E adesso che si fa?” Ecco, sorpresa e dolore. Perché, tutti noi, come le sue adorate figlie e la sua amata moglie, non eravamo preparati a questa sua uscita di scena. E non possiamo fargliene una colpa, ché forse lui piano piano da tempo ci salutava. Siamo stati tutti noi a non volerlo capire, ché lui, uomo di profonda fede nella preghiera, ha resistito fin quando ha potuto. Fino al tempo che ha chiesto al Signore per mettere al sicuro i suoi infiniti amori. Tra i quali, non aggiuntivamente, ma oserei dire parimenti, vi erano le sue altre creature. L’Istituto, per esempio (questa era nella sua intenzione), per gli studi di Cassiodoro, alla cui vita e opere egli, insieme a mons Cantisani, il Vescovo infinito, il pastore illuminato, don Antonio Tarzia fondatore dell’omonima Associazione, Peppe Mercurio e mons Facciolo, aveva dedicato il tempo che trovava, moltiplicandolo magicamente, dagli altri numerosi impegni. E dagli altri suoi amori.

Lo studio della storia del luoghi, all’interno di quella più ampia locale e regionale. E, questa, a navigare nel mare grande della storia in generale, quella antica in particolare. La storia del mondo classico, nelle età che ci portano a quella Magna Graecia che era una sua passione sempre accesa. La storia, maestra di cultura e civiltà. La storia, una delle culle del sapere, in particolare quello filosofico e poi scientifica. Una sorta di camminamento illuminato per raggiungerli più facilmente. La storia, come conoscenza delle origini delle cosiddette altre storie. Non minori, non di secondaria importanza, ma filiali. La storia come strumento di comprensione del presente e vademecum culturale e politico per evitare di ripetere errori o di farne di gravi non potendo operare in alcun confronto con esperienze già vissute. La storia, come aiuto alla crescita della conoscenza del proprio Paese, fosse anche il piccolo di tutti, e all’amore per esso. Rhodio, che non volle farsi storico, studiava molto la storia e se ne rallegravava quando in lui cresceva e la conoscenza e la passione per la conoscenza. Intelligenza robusta e poliedrica, Guido si muoveva con leggiadria, anche quand’era stanco, fra i diversi saperi. Tutti, purché contenessero la cultura del bello. Era appassionato d’arte, sia quella materiale, “oggettistica” se posso azzardare una denominazione, lui mi perdonerà di averlo fatto, (prevalenti era l’interesse per le opere pittoriche e dell’artigianato artistico, o le sculture pur di piccole dimensioni), sia per quelle “bibliofile”.

A suo modo Guido era un bibliofilo. Divorava i libri con la lettura. Ed amava il libro in quanto oggetto raro, da non perdere. Acqua del sapere che sgorga dalla fonte. Cercava libri che altri abbandonavano. Per difenderli dalla rovina e dall’abbandono. E li conservava. Aveva una biblioteca di considerevole ampiezza, non solo fisica ma anche valoriale. Chi ne avrà cura per realizzare la sua volontà di consegnarla al pubblico e nei luoghi pubblici deputati, avrà da lavorare tanto, gioendo, però, assai di più. L’altra sua creatura, quella, insieme alla famiglia, più amata, è Squillace. Si potrebbero scrivere libri su questo amore “ pazzo” e, poi, ragionato, crescendo e formandosi, lui, in quel luogo abitato da giovanissimo e mai più abbandonato, la Politica. Squillace era per lui l’insieme dei variegati mondi che si muovevano in lui. Era la cultura, ben deposita, con la sua antica storia, nei luoghi più simbolici della Città. Era l’arte quella che si è potuta conservare attraverso le opere ivi presenti. Era religiosità e fede, ben radicate nella vita della Chiesa, sede episcopale, nei suoi antichi conventi, nel suo seminario, nelle sue pregiate chiede, tra le quali primeggia quasi imperiosa ancora, la Cattedrale.

Squillace era le istituzioni, che nel Comune trova il segno della pienezza della Democrazia. Era paesaggio, balcone che si affaccia sul mare e sguardo ai monti che lo proteggono amorevolmente. Era il punto d’incontro tra il mare e i monti, con una rapida carezza sulle brevi vallate che li separano e li uniscono. Squillace era, pertanto, la Calabria. Lo sguardo che lui, dal quel suo balcone, lanciava sulla Calabria era visione politica su come la nostra Terra dovesse, con la Democrazia del territorio, andare incontro al suo sviluppo e alla sua crescita culturale nella compattezza sociale. Squillace era la Politica, l’altra sua creatura in quella passione che lo accendeva come un fuoco. Politica, come servizio alla gente e spazio per la costruzione di grandi cose. Cose grandi in cui la ricchezza fosse un bene sociale e non la brutale forma della divisione tra i forti e deboli, con il prezzo che quest’ultimi, sempre più numerosi, dovessero sempre pagare all’egoismo di pochi. La Politica era anche la forma e lo strumento con cui poterla fare, militandovi.

Il suo, scelto da giovanissimo, con spirito cristiano e visione laica della stesso, fu la Democrazia Cristiana, il suo partito per sempre, tanto da pensare di poterlo ritrovare per le due idealità nella nuova formazione realizzatasi a sinistra. E qui mi fermo, perché rivederlo, mentre scrivo, nei luoghi che abbiamo insieme frequentato sotto l’egida di quella bandiera bianca scudocrociata, mi commuove fino alle lacrime. E poi, si è fatto tardi. Devo correre nella sua Città, divenuta anche nostra per il suo lascito di valori, dove tra poco lo saluteremo. Qui, per sempre. Per sempre qui.(fc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Il cinema Orso ritrovato e la generosità della città

di FRANCO CIMINO – In politica, e vieppiù nell’attività delle pubbliche amministrazioni non conta chi abbia ragione e chi non. Non serve soltanto misurare il tempo dei presunti ritardi nel raggiungimento degli obiettivi. Conta solo che un’idea si realizzi, un’opera venga prodotta. Specialmente, se da lungo tempo attesa. Conta, nelle istituzioni offerte al consenso elettorale, che le promesse, appunto elettorali, vengano mantenute, quale atto anche di manifesta moralità pubblica, ché è la prima forma di onestà di quanti, improvvisati o lungamente “impegnati”, chiedono il voto per essere eletti. Salutiamo, pertanto, io credo tutti i cittadini, con gioia la “conquista del Cinema Orso, “l’antico cinema” di Marina. Conquista, sì, di un bene, che, per la sua storia straordinaria, è di fatto, prima ancora di qualsiasi riconoscimento formale, un bene pubblico, sul significato del quale non sto qui ovviamente a soffermarmi. Ieri il Consiglio Comunale ha compiuto un bel dovere con quel necessario senso del dovere che dovrebbe caratterizzare ogni atto politico e amministrativo. Peccato che su quel tema vi sia stata una discussione troppo verbosa e a tratti strumentale. E peccato che su una questione finemente sensibile non si sia realizzata l’unità dell’intera Assemblea.

Una particolare e più fine unità che avrebbe dovuto, a mio avviso, manifestarsi anche con l’approvazione di un documento consiliare che invitasse il privato, che legalmente e onestamente di certo ha acquisito quel “rudere” (??), a cedere, dinnanzi a interpretazioni “giudiziarie” e a una forte scelta politica (il Consiglio Comunale rappresenta l’intera Città), naturalmente dietro immediata restituzione della somma per l’acquisto, quel che per noi è il Cinema a Marina. Non conosco l’imprenditore in questione, ma sono certo che se il Sindaco glielo chiedesse apertamente, rinuncerebbe a continuare un’impresa legale, con relativo dispendioso contenzioso. Un’impresa che, tra l’altro, a lui non restituirebbe il bene dell’acquisto, ma soltanto arrecherebbe un ulteriore danno alla Città e a Marina, per il blocco lunghissimo che nuovamente si “abbatterebbe” su quel “rudere”, sempre più brutto alla vista e sempre più pericoloso per la viabilità e per i passanti. Ci sono ancora imprenditori che vogliono bene a Catanzaro e sono certo che quelli di cui parlo sono tra questi. Che bello sarebbe se finalmente in Città si realizzasse questa sana e bella alleanza tra pubblico e privato!

Un’alleanza da far valere produttivamente nel prossimo futuro, quando arriveranno dall’Europa e dal Governo e dalla Regione, se si accorgesse del Capoluogo, risorse sostanziose per lo sviluppo della nostra realtà urbana. Sul Cinema Orso e sulle idee che possano riportarlo a essere uno strumento di crescita culturale ed economica della zona Sud, sul valore che assume il fatto che esso sia diventato un bene pubblico, torneremo a parlare presto. Oggi mi piace dire della mia gioia. Oggi mi piace sentirmi rappresentante della gioia collettiva, che nel silenzio “sociale” pur si sente. Oggi, mi sento in dovere di ringraziare pubblicamente il Sindaco per aver mantenuto uno dei suoi più importanti impegni elettorali, posti, come egli stesso ha affermato in Consiglio, al centro del suo programma. Con lui quanti l’hanno sostenuto più personalmente in questa fatica (l’ottimo Nunzio Belcaro e la brava Daniela Palaia in primis), quanti precedentemente l’hanno favorita, i consiglieri che ne hanno votato la “pratica” e tra essi anche il consigliere di più dura opposizione, Eugenio Riccio. Anche in questo caso, non mi importa dove egli sia collocato e, per quanto mi riguarda personalmente (mi si lasci passare il riferimento), quali atteggiamenti pregiudiziali abbia assunto dal lontano 2006. Mi interessa che si sia onestamente battuto per questa causa, assumendo la determinazione, per nulla facile, di distinguersi all’interno dell’aula consiliare. E adesso, rimbocchiamoci le maniche, prendiamo calce e cazzuola, carriola e martello, e ricostruiamo il Cinema, facendolo più bello. Prendiamo, soprattutto, la livella, che al muratore serve per rendere le pareti lisce. A noi, per comprendere che dinnanzi al bene della Città possiamo essere tutti uguali. (fc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Come ricordarci della memoria nei continui giorni in cui ne dimentichiamo il valore

di FRANCO CIMINO – Oggi la Giornata della Memoria. Ricorre ogni anno, puntuale il 27 gennaio, giorno in cui intorno a mezzogiorno del 27 gennaio 1945 quattro giovani soldati dell’Armata Rossa, giunsero per primi ai cancelli di Auschwitz. Soliti rituali, in questo giorno, solite dichiarazioni, solite carrellate di immagini televisive, che dovremmo avere tutti impresse nella memoria. Immagini dure, che procurano in chiunque sconcerto e dolore.

Un po’ d’altro nelle scuole, dove se ne parla ancora molto poco e l’attenzione si accende particolarmente quando in alcuni istituti si organizzano incontri con qualcuno dei pochissimi, ormai, scampati ai campi di concentramento. Li chiamiamo i sopravvissuti. Quelle poche migliaia di esseri scheletriti, che i nazisti non fecero in tempo a distruggere nei forni crematori per la fuga accelerata dei carcerieri-torturatori vigliacchi all’arrivo dei liberatori russi e americani. Quegli scheletri che ridivennero persone perché potessero raccontare.Tutto quell’orrore che si presenta annualmente alla nostra memoria non è un film di fantasia.

È realtà. Tutto è accaduto veramente. E non in un tempo lontano che, con distacco, ce lo faccia osservare come un fatto storico, rispetto al quale ogni giudizio trova lunghi spazi di distensione, se non addirittura di sospensione. Questa barbarie inconcepibile si è verificata meno di novant’anni fa, cioè ieri. Erano gli anni dei nostri padri. E per le nuove generazioni, quelli dei nonni e dei bisnonni. Sono ancora i loro occhi e la loro voce a testimoniarlo direttamente. Nulla di nuovo, quindi, se non l’attesa bramosa di vedere il comportamento sull’evento dei nuovi governanti italiani, provenienti quasi tutti da quella destra ideologica e storica che ha avuto molto a che fare con il fascismo razzista, dittatoriale, assassino. Ma anche qui, la retorica e il senso dell’opportunismo nella rigidezza del ruolo istituzionale, non può che offrire le risposte più comuni.

La solita condanna, e netta, con qualche passaggio verbale ambiguo di qualche vecchio ex missino che pensa di essere il più furbo di tutti, dicendo e non dicendo, condannando e non condannando, magari ritenendo quella famosa legge razziale del trentotto l’unico errore di Mussolini. “Ovvero, sì ci sono state quelle cose là, ma nulla al confronto con i gulag dell’impero comunista sovietico. “ E cose del genere. Nulla di nuovo. Ancora nessuno scandalo, nel senso etimologico della parola. E, allora, questa giornata si ripeterà con lo stesso rituale fino a diventare “un solo rigo sui libri di storia”, come ci ha ammonito Liliana Segre, se oggi, almeno oggi, non si trasformerà in domanda acuta.

Una domanda dalla quale ne potranno nascere altre. Questa «che cosa ci insegna quell’orrore? L’uomo cosa ha imparato da quella immane tragedia? Cos’è il razzismo fuori dal dizionario?». Le risposte sono ben note, anche se le dimentichiamo un attimo dopo averle ottenute. L’uomo non ha imparato nulla da quei campi di sterminio, in cui si è consumato uno dei tanti genocidi della storia. E il razzismo è una costante antropo-ideologica del suo cammino avanti e indietro alla storia dell’umanità. Tutto si ripete in forme apparentemente nuove. Ciò che le mette in movimento senza soluzione di continuità, è quella energia demoniaca, che non è sentimento, che dà nomi diversi allo stesso male, l’odio dell’uomo verso l’altro uomo. Il male, questo, che nasce dall’egoismo con il quale l’individuo non solo vuole prendere le cose e le ricchezze e gli spazi della natura, che è di tutti, come la terra unica che abitiamo, ma vuole impadronirsi dell’uomo stesso, nel suo essere persona, famiglia, comunità, popolo e nazione e territorio. Anima e coscienza civile.

Nel suo essere ansia di pace. Desiderio di Dio. Volontà di giustizia ed eguaglianza. La guerra è l’invenzione più efficace per imporre l’egoismo. L’odio, l’energia fondamentale per poterlo esercitare senza remora alcuna. Il razzismo è figlio della guerra e viceversa. Ambedue sono generati dall’egoismo. Ma cos’è davvero il razzismo se non la ricorrente e diffusa affermazione della superiorità non solo di una razza su un’altra? Certamente questo, ma dal dopoguerra ad oggi e assai di più. È la negazione del valore della diversità e, nel contempo, la pretesa superiorità del proprio popolo su un altro, della propria nazione su un’altra. Le guerre sono fatte apposta per imporre questo follia come principio, questa stupidità come diritto. La guerra come giustificazione a tutto e legittimazione dell’orrore. Come lo sterminio degli ebrei fu generato dalla guerra, le guerre in atto, non solo quella più “celebrata” in Ucraina, ma anche le diverse guerre sparse a macchia di leopardo su tutto il pianeta, in particolare quelle dimenticate in Siria e nello Yemen, sono partorite dall’odio.

Lo stesso che abbiamo visto all’opera nella storia. L’odio contro il diverso, contro il nemico inventato, contro il presunto occupatore di terre che vogliamo essere le nostre e che siano nostre. L’odio contro quell’uomo, quella cultura, quella religione, quello stesso Dio di altri, per il solo fatto che vi siano. Che esistano. Che vogliano vivere. E liberi. E in sicurezza. Nel proprio territorio, che fu dei loro padri. Questo è il nuovo razzismo, che incontriamo quotidianamente anche nei piccoli e non visti assalti quotidiani. Nei bagni delle scuole, contro i diversi e i fragili. Nelle strade delle nostre Città, specialmente in quegli angoli lasciati al buio dall’indifferenza della politica. Il nuovo razzismo è quella cultura dominante, imposta in modo soft da chi detiene il possesso dei nuovi strumenti del potere( quelli della comunicazione e della tecnologia più avanzata unite al potere finanziario) che trattiene per sé il novanta per cento delle ricchezze lasciando il restante dieci nell’arena della stragrande maggioranza dei poveri, che si odiano tra loro o semplicemente non si incontrano, invece di sollevarsi tutti insieme contro i nuovi padroni.

Questa nuova, non vista, guerra ha un nome soltanto: povertà. Il nuovo razzismo è la povertà. Se vogliamo, pertanto, celebrare seriamente e onestamente questa giornata, come tutte le altre del calendario internazionale, come quelle sull’Amicizia, sui baci, sugli abbracci, e le tante altre similari, dobbiamo abbattere tutte le forme di egoismo dentro di noi e combattere quelle bellicosi e belligeranti degli altri. Dobbiamo farci carico della Vita, dell’Uomo e della Natura. Dobbiamo ripudiare la guerra, in ogni sua forma. Specialmente, quella condotta da pochi umani contro l’umanità intera attraverso l’arma più micidiale, la fame. Ché nella lotta contro la povertà, ci sono tutte le più nobili ragioni: la lotta contro le povertà, le discriminazioni, l’ingiustizia, le diseguaglianze, l’intolleranza, il totalitarismo liberticida. Ché Libertà, senza aggettivazione, alcuna, fondamento della Pace, è il premio della vittoria auspicata. (fc)

Il commosso ricordo di Riccardo Misasi con l’ex presidente Nisticò in Senato

Commosso e sentito ricordo in Senato per Riccardo Misasi: una testimonianza voluta dell’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò, che ha dedicato allo statista calabrese un importante tributo con un libro edito da Rubbettino. Nisticò ha chiamato nella Sala Nassiriya a testimoniare la loro ammirazione per una personalità straordinaria come quella di Misasi numerosi esponenti del mondo della politica e della cultura. All’evento hanno partecipato i familiari di Misasi, la sorella Gianna, i figli Titina e Maurizio e diversi nipoti del politico calabrese.

Nisticò, nella sua introduzione, ha spiegato le ragioni per cui è rimasto sempre affascinato da Misasi che ha definito da neuroscienziato come a “beautyful mind” al pari del premio Nobel John Nash e di altri Premi Nobel come Renato Dulbecco. «Questa sua intelligenza superiore – ha detto Nisticò – è da considerare un dono di Dio».

Accanto alla genialità come pensatore, filosofo, storico, politico ed economista, secondo Nisticò, Misasi è stato l’erede della dottrina etica di Pitagora di cui era letteralmente impregnato perché ha sempre tenuto in alta considerazione nella sua vita i principi di tale scuola e di quella civiltà italica di circa tremila anni a.C. e cioè la dignità della persona, l’amicizia, la solidarietà verso le persone più deboli e più fragili e il senso della libertà intesa come mancanza di dipendenza da valori effimeri e materiali come il dio denaro, la moda, il potere.

Nisticò ha voluto anche ricordare il contributo fondamentale – da protagonista – di Misasi per la nascita dell’Università della Calabria e, in seguito, negli anni 90 delle due Facoltà di Farmacia, una a Catanzaro e l’altra a Cosenza. Così oggi – ha detto Nisticò – non mi rendo conto di queste lotte sterili e inutili per la nascita della Facoltà di Medicina a Cosenza. La nostra visione pionieristica, quella di Misasi e la mia, oltre trent’anni fa, si è dimostrata ampia e strategica nel rispetto delle esigenze della gente comune e, in particolare, dei pazienti e dei loro familiari nonché dei giovani, la valorizzazione del vero patrimonio di talenti di cui la Calabria è ricca, i quali potranno dare un contributo alla qualità della vita dei calabresi ma anche di quelli che hanno bisogno in Italia e in tutto il mondo dal momento che c’è una carenza di personale medico».

Infine, Nisticò è rimasto sempre ammirato dalle doti profetiche alla Gioacchino da Fiore di Riccardo Misasi, il quale aveva lucidamente previsto che dopo la diaspora della DC, a seguito di un ventennio di dominio berlusconiano, questa si sarebbe riunificata mettendo al centro la politica con la P maiuscola: cioè di qualità, ricca di contenuti, aperta al confronto nel rispetto delle diverse idee.

Al tavolo della presidenza, oltre a Nisticò, il sen. Mario Occhiuto – che ha moderato con sobrietà ed eleganza il dibattito come sarebbe piaciuto allo stesso Misasi – il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, lo scrittore Franco Cimino, il quale ha tenuto un’apprezzatissima lectio sul pensiero politico di Riccardo Misasi, e il direttore di Calabria.Live, media partner dell’evento promosso da Pericles International Academy.

Tra il pubblico, il sen. Nicola Irto, l’on. Marco Folini, il prof. Luigi Frati (già Rettore della Sapienza e pupillo di Misasi in campo universitario), il Presidente della Fondazione La Sapienza Eugenio Gaudio (già Rettore della stessa), Luca Marcora, l’on. Mario Tassone, l’on. Ettore Rosato, l’on. Angelo Sanza, l’on. Peppino Gargani, l’on. Bruno Tabacci, l’avv. Anna Falcone, il direttore dell’Osservatore Romano Andrea Monda, il prof Steven Nisticò, Francesco Trebisonda e il nuovo dirigente della Sicurezza del Senato Luigi Carnevale.

La Rettrice della Sapienza, impossibilitata a partecipare, ha fatto pervenire un messaggio in cui ha voluto sottolineare il ruolo significativo di Riccardo Misasi: «Uomo colto e di cultura, economista e servitore dello Stato, è stato una persona sensibile e attenta ai più deboli, importante per l’Università italiana e per il nostro Paese.

Ministro del Commercio con l’estero dal 1969 al 1970 e per due volte Ministro della Pubblica Istruzione prima dal 1970 al 1972 e poi dal 1991 al 1992, nel corso dei suoi mandati ha favorito l’accesso all’Università delle Studentesse e degli Studenti dei ceti meno abbienti, anche consentendo ai diplomati degli Istituti tecnici l’iscrizione ai corsi universitari. Il suo impegno a servizio delle Istituzioni è continuato durante il periodo 1988-1989, in cui è stato Sottosegretario alla Presidenza del Governo De Mita, a beneficio dell’Università, della Ricerca Scientifica e dei giovani.

Riccardo Misasi – ha ricordato la Rettrice Polimeni – è stato tra i padri fondatori dell’Università della Calabria (UNICAL), contribuendo dapprima alla sua creazione negli anni ‘70, e poi dando un contributo all’istituzione delle due Facoltà di Farmacia a Catanzaro e Cosenza negli anni Novanta».

Numerosi i messaggi di saluto, tra cui quello del ministro della Salute Orazio Schillaci e dell’Università e della Ricerca Scientifica Anna Maria Bernini, nonché quello di Gianni Letta, e Paolo Cirino Pomicino, impossibilitati a partecipare all’incontro.

La sottosegretaria all’Interno on. Wanda Ferro, invece, ha seguito in streaming tutto il dibattito e ha voluto far sapere di essere rimasta ammirata dalla qualità degli interventi che hanno tracciato con spessore e grande onestà intellettuale la figura di un vero statista, straordinario faro della politica non solo calabrese ma nazionale.

Nell’incontro si è parlato di Misasi prendendo spunto dal libro curato da Nisticò e pubblicato da Rubbettino, dove figurano, oltre agli scritti di Nisticò, ben 16 contributi che tracciano un ritratto eccellente di uno straordinario protagonista della politica italiana. Molto apprezzato il capitolo a firma dell’on. Gino Pagliuso (che non ha potuto presenziare per motivi di salute), il quale, nel ricordare la sua amicizia con Misasi durata tutta la vita ha rivelato alcuni particolari inediti del caso Moro. Come raccontato dal figlio Maurizio, Misasi si era proposto per uno scambio di persona per riportare in libertà Aldo Moro, dimostrando una generosità veramente unica ed eccezionale.

Particolarmente apprezzato il ricordo fatto dal vicepresidente Gasparri il quale ha sottolineato l’esigenza di superare steccati ideologici quando il confronto appare la via migliore per un dialogo tra parti opposte. Ha considerato e ricordato, pertanto, Misasi come statista e non come esponente della sinistra di base, il cui operato rimane tangibile nel tempo.

Un discorso ripreso con una certa commozione dal presidente Roberto Occhiuto, il quale, nel ricordare i suoi primi passi in politica guardando come esempio Misasi, che allora era ai vertici della politica in Italia, e forte dei suoi insegnamenti, ha indicato nello statista calabrese un modello cui si devono ispirare le nuove generazioni.

Il prof. Cimino ha ripercorso il cammino politico di Misasi, soffermandosi sulla qualità dell’uomo che prevaleva su quella del politico, l’attenzione verso i più deboli, la cura dei rapporti personali della stessa valenza sia nelle sedi istituzionali sia nei piccoli centri dove i suoi comizi incantavano i presenti.

Anche il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli si è soffermato sulle qualità dell’uomo che hanno forgiato egregiamente un grande politico e intellettuale al quale il Paese deve molto.

Di grande suggestione i ricordi del prof. Luigi Frati, dell’on. Tassone, dell’on. Tabacci, dell’on. Gargani. Il dibattito è stato chiuso da una prolusione intensa e apprezzatissima del figlio Maurizio che ha parlato della dialettica della diversità e di quanto abbiano inciso alcune “assenze” durante gli immeritati attacchi subiti dal padre nell’ultimo periodo della sua intensa vita.

Una grande emozione, dunque, per ricordare un figlio illustre della Calabria, la cui memoria rimane solida e dovrà essere oggetto di ulteriori approfondimenti perché indichi una traccia significativa e ricca di spunti per le generazioni future. ν