L’ORGOGLIO PERDUTO DI REGGIO CALABRIA
IL SINTOMO DI UNA REGIONE CHE STA MALE

di MIMMO NUNNARI – L’ultimo affondo contro Reggio arriva dal sistema discusso e poco trasparente del calcio italiano, che non si sa se ha espulso giustamente, o furbescamente per  favorire altre squadre, dal baraccone pallonaro la Reggina, che tuttavia nella intricata vicenda c’ha messo di suo, con i suoi dirigenti “stranieri”  improbabili e improvvisati, sui quali bisognerebbe indagare, quantomeno per fare chiarezza su una vicenda ridicola che solo la penna arguta del poeta Nicola Giunta avrebbe potuto spiegare.
Figure alle quali generosamente gli amministratori comunali avevano appuntato sul petto medaglie e onori manco fossero stati madre Teresa di Calcutta o Gandhi.
Sembra – e lo usiamo come metafora l’abbattimento della Reggina, poiché il calcio non appartiene alle cose serie – che dopo questa mazzata il declino della città della Fata Morgans abbia toccato il fondo.
L’agonia, dura da molto in verità: Reggio, agli occhi del visitatore, non a quelli dei reggini, che’ ormai hanno la vista offuscata, è una città disordinata, senza regole, senza servizi, senza visioni, senza orgoglio.
A Reggio si vive – male –alla giornata: arrangiandosi, come nelle affollate e caotiche città mediorientali.
Eppure, siamo in fondo allo Stivale, nel luogo che il leggendario paesaggista inglese Edward Lear definì: “uno dei più bei posti visti sulla terra”.
E non fu il solo, Lear, ad esprimersi con tanta ammirazione ed entusiasmo per la dirimpettaia della gemella Messina. Altri, lo imitarono: viaggiatori e scrittori più o meno famosi, e non sbagliavano certo, nei loro giudizi, e neppure esageravano. Reggio è bella, bella davvero; adagiata come una dea omerica, sulla riva continentale dello Stretto. Il suo passato è ricco, di storia e di leggenda, ma il presente è pessimo.
È al contempo splendida e decadente Reggio. Con alti e bassi, vive il suo declino da cinquant’anni, da quando si è conclusa la vicenda triste del capoluogo di regione, con lo Stato colonizzatore che ha scontentato tutti, lasciando nelle città calabresi strascichi di rancore che hanno condizionato il futuro e impedito uno sviluppo armonico.
È stato come aver buttato sale su ferite ancora aperte da più di un secolo, per altri motivi: trascuratezza e abbandono dei Governi prima di tutto. Reggio ha bisogno di uno scatto di orgoglio e dignità, per superare questo presente indecente. Deve avere coraggio, reagire, non abbandonarsi alla rassegnazione, e ricordarsi di un detto famoso di San Francesco d’Assisi: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. 

Paradossalmente la querelle Reggina calcio può spronare la città ad invertire la rotta, riconciliandosi con se stessa e poi con il resto della regione, avviando intanto un dialogo concreto con Messina.

Il fatto è, che, da cinquant’anni, Reggio è, più di ogni altra cosa, ammalata di solitudine: è incompresa, malamministrata – salvo brevi primavere – asfissiata da un sistema mafioso che condiziona la libertà dei cittadini.

È un’isola d’infelicità, che non tenta di rianimarsi, di uscire dal letargo, dal degrado non più sopportabile, e darsi una possibilità di futuro, come meriterebbe. Potenzialmente ha tutto: un’invidiabile posizione geografica al centro esatto del Mediterraneo, cultura, tradizione, patrimonio d’arte, intelligenza dei giovani, operosità di imprenditori, di esercenti, tuttavia è da mezzo secolo una città senz’anima: chiusa nella solitudine malinconica in cui è stata spinta da potentati politici ed economici, da predatori arrivati da fuori, travestiti da gente perbene.

La solitudine, in parte, se l’è cercata Reggio, restando appartata, offesa e mortificata, restando incapace di esprimere apertamente la propria rabbia, anche giusta, se si considera che nessuno –  Stato, Regione – da risposte su questioni vitali come l’aeroporto e i collegamenti con Messina, tanto per fare due esempi di problemi annosi vergognosamente irrisolti. Si è affidata, la città, ad una classe dirigente e amministrativa litigiosa, mediocre, dove le colpe per le cose che non vanno sono di tutti e di nessuno. 

Accompagnare all’uscita appena possibile i responsabili della mancata crescita di Reggio è il primo passo per cambiare.

Allo stesso tempo, le altre città della Calabria, non solo Catanzaro, dovrebbero prendere coscienza che la crisi di Reggio è un problema di tutti e solo in un’ottica di riconciliazione, con una tregua, nella guerra assurda dei municipalismi, si vince la partita dell’intera regione, che ha bisogno di spinte corali per non sganciarsi definitivamente dalla locomotiva Paese.

Per cambiare, serve che scocchi la scintilla collettiva, l’impresa, che è possibile solo dall’intreccio virtuoso fra la cooperazione delle menti più ingegnose che amano la città, al di fuori della politica, che a Reggio è di livello basso attualmente. Ogni tanto, c’è un piccolo scoppio d’indignazione, accompagnato da azioni concrete, ma si tratta più che altro fatti isolati, di gesti ammirevoli di singole persone, mentre ci vorrebbe l’urlo corale per vincere.

Le belle cronache non mancano.

Ci parlano di volontari giovani e in particolare donne che non si arrendono e fanno qualcosa di utile e inusuale.

Una piccola storia di resistenza civile e del fare, con l’esempio e l’azione, la sta scrivendo una giovane signora, che di mestiere fa l’addetta alla comunicazione  del segretariato regionale del Mibact per la Calabria.

Si chiama Angelina De Salvo, ed è attivissima sui social dove racconta il suo “fare”, che è il contrario di “lamentare’: ha cominciato con la ripulitura della scalinata di via Giudecca, cuore di un operoso quartiere, un tempo ebraico.

Con dozzine di altri volontari, ha sgombrato i siti culturali della città da sterpaglie e immondizia, riportato monumenti e luoghi storici al loro antico splendore. Angelina, donna dal piglio mediterraneo, poi le cose non non le manda a dire. Nei giorni scorsi rivolta agli amministratori comunali che lasciano nell’abbandono il tapis roulant, posto al centro della città, ha scritto una specie di invettiva di stile sciasciano: “Ma non vi vergognate di presentare ai cittadini e ai turisti questo luridume circondato da una rete arancione? Se non avete la possibilità di aprirlo perché almeno non tenerlo pulito? Se io fossi dentro l’amministrazione o fossi sindaco pagherei anche di tasca mia per chiamare qualcuno per pulirlo o lo pulirei io stessa”.

Sarà una coincidenza, ma due giorni dopo l’invettiva sparata a salve sui social da Angelina De Salvo,  il tapis roulant è stato ripulito. In quanto a farlo costantemente funzionare questa è un’altra storia.

Il tapis che giace come un serpente morto è la metafora della Reggio di oggi che ha bisogno della “scintilla collettiva”. (mnu)