VIBO – La Giunta Comunale delibera localizzazione provvisoria del Centro per l’impiego

Nell’ultima seduta della Giunta comunale di Vibo Valentia è stata deliberata la localizzazione provvisoria del Centro per l’impiego di Vibo Valentia che eroga servizi alla popolazione di  29 comuni  dell’ambito vibonese, individuata al Palazzo delle Accademie.

Prosegue, così, l’impegno dell’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Maria Limardo, volto al mantenimento, alla riorganizzazione, al rilancio ed al miglioramento dei servizi in Città, nella logica del suo essere capoluogo di provincia e naturale punto di riferimento per i comuni del vibonese.

«La Regione Calabria – si legge in una nota – ha rilasciato il nulla–osta all’utilizzo dei locali dell’immobile “Palazzo delle Accademie” quale momentanea sede del Centro per l’impiego di Vibo Valentia,  fermo restando che la sistemazione è provvisoria – massimo un anno – fino alla individuazione, da parte del Comune, di idonea sede su cui far convergere i finanziamenti ministeriali per l’adeguamento e il potenziamento della struttura».

«Una decisione che attendevamo da tempo» ha commentato il sindaco Maria Limardo, ringraziando i Dirigenti del Centro e  i dipendenti che hanno assicurato i servizi essenziali anche in questo periodo di pandemia.

«Il Comune, nonostante i noti problemi finanziari – ha detto il primo cittadino – è orgoglioso di aver dato risposta ad una richiesta così importante, che viene dal nostro territorio, quella di un deciso supporto nei confronti del mondo del lavoro per facilitare l’incontro tra domanda e offerta. La nuova organizzazione dei Centri per l’Impiego prevede anche un sensibile potenziamento dell’organico, anche con l’inclusione di nuove professionalità».

«È chiaro  – ha aggiunto – che adesso le aspettative sono molte: la speranza è che questa nuova organizzazione del Centro per l’Impiego riesca a soddisfare l’utenza come quella dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, e i servizi alle imprese (inclusa la gestione delle crisi aziendali), realizzazione di politiche del lavoro  nonché del reddito di cittadinanza».

Il sindaco ha auspicato, inoltre, «la concessione in tempi brevi dei finanziamenti per la ristrutturazione di un Immobile destinato a Centro per l’impiego dell’ambito vibonese, in ottemperanza al decreto ministeriale che ha stabilito modifiche al piano straordinario di potenziamento dei centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro, e dare un cambiamento necessario per accompagnare il processo con appositi investimenti infrastrutturali e sul capitale umano».

Il centro per l’impiego e delle politiche del lavoro, pertanto, dopo il trasloco, sarà nelle  prossime settimane  aperto al pubblico in città nei locali comunali del “ Palazzo delle Accademie”, ovviamente saranno fatte salve le limitazioni previste dal Covid-19. (rvv)

VIBO – Incontro online con l’antropologo “Vito Teti”

Questa sera, alle 19, sulle pagine Fb del  Sistema Bibliotecario Vibonese e Lametino, nonché sul canale Eventi Sbv di YouTube, incontro con l’antropologo Vito Teti,  a partire dal suo libro Nostalgia, Antropologia di un sentimento del presente, edito da Marietti alla fine del 2020.

L’evento rientra nell’ambito della rassegna incontri con il libro e gli autori organizzata dal Sistema Bibliotecario Vibonese «per incontrarsi, socializzare e discutere, seppure in modo virtuale, malgrado l’isolamento a cui siamo costretti di noi stessi, della società e del futuro che avremo. Compito particolarmente importante per una biblioteca moderna che oltre ai libri e alla lettura vuole essere un luogo di incontro e di costruttiva socialità».

Dialogano con Vito Teti, Gilberto Floriani collaboratore del Sistema Bibliotecario Vibonese e Moira Lo Bianco, compositrice e pianista che vive e lavora da diversi anni a New York.

Il libro, come dice il titolo, tratta del sentimento della nostalgia da una prospettiva antropologica, sentimento legato a un luogo e al tempo e non è possibile parlarne prescindendo da esperienze concrete vissute.

Nella sua introduzione Teti afferma: «Non si tratta di immaginare ritorni al passato – non si torna mai indietro – ma di guardare al passato con pietas per ciò che è stato e non è più, e anche per considerare, magari per diverse utopie possibili, le potenzialità inespresse dagli uomini e dalle donne che furono; per ascoltare sentimenti, stati d’animo, saperi, emozioni, possibilità della mente e della psiche che sono state cancellate, ignorate, ritenute superate».

Da questa prospettiva il volume, molto denso e di pregevole scientificità, fa riferimento a tradizioni letterarie, culturali, filosofiche e psicoanalitiche che si sono spinte a riconoscere nella nostalgia una risorsa, un elemento creativo e irrinunciabile delle persone, e cerca di fornire le coordinate per affrontare il punto di non ritorno in cui la civiltà umana che abbiamo conosciuta è giunta. (rvv)

VIBO – La presentazione del libro di Mimmo Nunnari

Domani sera, alle 19, sulla pagina Fb del Sistema Bibliotecario Vibonese, è in programma la presentazione del libro Elogio della Bassitalia. Con qualche invettiva contro il razzismo del Nord di Mimmo Nunnari, edito da Rubbettino.

L’evento è il secondo appuntamento della rassegna Incontro con i libri e gli autori, promosso dal Sistema Bibliotecario Vibonese, e vedrà dialogare con l’autore Gilberto Floriani, collaboratore del Sbv, e il giornalista Antonio Scuticchio.

Il libro, come asserisce il titolo, è una elegia della Bassitalia, un luogo “enigmatico” che comincia dopo il Lazio e finisce a Punta Pescespada, scoglio di Lampedusa di fronte all’Africa. Bassitalia è un nome poetico che soddisfa desideri di bellezza e risveglia ricordi di “viaggi nel tempo” da Paestum alla valle dei Templi, ma è anche un’espressione ambigua dove la parola bassa non denota la posizione sulla carta geografica ma il “censo”, cioè la condizione economica sociale e civile “inferiore” che certo Nord individua nella metà meridionale dell’Italia che, mai così in pericolo e contesa, ha l’occasione per riscoprire il valore dello stare insieme in una fertile competizione, ripensandosi e ritrovando l’unità, che come idea è nata dal Rinascimento, dalla bellezza dei luoghi, e dallo slancio offerto dall’eredità della cultura classica del Mezzogiorno.

Allo stesso tempo, è anche un libro “politico” e polemico, orgoglioso, che guarda oltre le condizioni attuali del Mezzogiorno d’Italia e di alcune regioni come la Calabria in particolare, che attualizza le idee dei grandi meridionalisti e restituisce dignità al meridione, senza nascondere le sue debolezze, l’arretratezza della società, l’inconsistenza delle sue classi dirigenti e il peso della malavita organizzata. (rvv)

VIBO – Celebrata la Festa del Tricolore

Nella Sala Consiliare del Comune di Vibo Valentia si è celebrato il 224esimo anniversario della  Festa del tricolore, Giornata Nazionale della bandiera.

«In un periodo come quello che stiamo vivendo – si legge in una nota – attraversato da emergenza sanitaria in atto, festeggiare simbolicamente il tricolore è stata una occasione per ritrovarci insieme attorno a valori che ci consentono di sentirci tutti uniti, per affrontare e superare insieme questi momenti di difficoltà».

La cerimonia è stata aperta con l’esecuzione magistrale ed emozionante dell’Inno Nazionale  da parte di Maria Teresa  e Andrea Ionadi.                                                                           

Subito dopo, è stato trasmesso il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.                                           

Hanno partecipato il sindaco Maria Limardo, il vice sindaco Mimmo Primerano e gli assessori Falduto Franca, Falduto Michele, Giovanni Russi e Daniela Rotino, il Presidente della Commissione Politiche Sociali  e Cultura, Danilo Tucci con i commissari Nico Console, Elisa Fatelli, Russo Giuseppe, Paola Catuadella, Stefania Ursida, Scrugli Lorenza, Pisani Silvio, Iorfida Raffaele e Fusino Zelia.

La festa del Tricolore, istituita nel 1996 per commemorare la bandiera Italiana che compie 224 anni  il 7 gennaio 1797, venne adottata ufficialmente su proposta di Giuseppe Compagnoni

Il sindaco anche quest’anno ha voluto onorare la festa del tricolore, rimarcando l’importanza della bandiera nel giorno dei suoi festeggiamenti, ricordando quanto sia fondamentale avere sempre ben in mente l’amore di patria e i valori della Costituzione Italiana, in ogni attimo e azione quotidiana  si è augurato di poter organizzare i festeggiamenti l’anno prossimo con la partecipazione delle Scuole e delle istituzioni ed il coinvolgimento dei cittadini di tutte le età.

Nel merito della Festa, il sindaco ha ricordato come, anche in tempo di pandemia, la bandiera italiana è stata esposta sui balconi, sulle terrazze e sulle case in tutto il Paese e che questo simbolo di unità rappresenta la vicinanza ai cittadini della frazione di Piscopio che in questo momento stanno lottando contro il virus, auspicando di superare questa emergenza.

«Il Tricolore – ha commentato il sindaco – è il simbolo dell’Italia nel mondo, l’espressione della nostra identità nazionale, emblema dei diritti e dei doveri di tutti noi cittadini italiani. I suoi colori raccontano la storia della nostra Patria e come tale vanno rispettati e tutelati. I valori di patriottismo, condivisione, lealtà e democrazia devono essere promossi dalle istituzioni con particolare riguardo alle nuove generazioni, ogni giorno, perché sono loro il futuro della nostra società e allo stesso tempo un presente che deve affermare dignitosamente nel rispetto di quanti hanno creduto nell’unità e nell’identità nazionale». 

Il vicesindaco, Domenico Primerano, a nome dell’amministrazione tutta ha detto che «riconosciamo nella Bandiera tricolore un  simbolo di unità di una città che vuole continuare ad impegnarsi e a lottare per riconquistare un benessere generale, un simbolo di coesione di un popolo che come quello Vibonese vuole guardare avanti con la volontà di ripartire tutti, ripartire sani per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti». (rvv)

VIBO – Al via la rassegna online “Appuntamenti con i libri e gli autori”

Prende il via domani Appuntamenti con i libri e gli autori, la rassegna promossa dal Sistema Bibliotecario Vibonese per gli amanti dei libri, della lettura e delle idee con i protagonisti della cultura nazionale e regionale.

Ogni appuntamento, della durata di 50 minuti, sarà trasmesso in diretta FB, alle 19, sulla pagina del Sistema Bibliotecario Vibonese. Si parte con la presentazione del libro Gli italiani in quarantena. Quaderni da un carcere collettivo di Olimpia Anfuso, Ercole Giap Parini, Ambrogio Santambrogio ed edito da Morlacchi editore. Dialoga con gli autori Gilberto Floriani, direttore scientifico del Sbv e promotore dell’iniziativa.

«Il progetto culturale che fa da filo rosso a questa rassegna – ha affermato Gilberto Floriani – è la volontà di essere vivi e di esercitare la nostra cittadinanza attiva leggendo, informandoci e discutendo anche in questi mesi, malgrado il Covid e i lockdown».

Gli italiani in quarantena «è un libro estremamente interessante – ha spiegato Floriani – che, con taglio sociologico, racconta quello che è accaduto nella nostra società per effetto della pandemia da Covid-19, cosa ha comportato la fine delle routine alle quali eravamo abituati e le pratiche e le aspettative che l’esperienza del lockdown hanno fatto maturare. È importante capire come lo stato di eccezione sociale che abbiamo vissuto abbia inciso sul senso comune che guida la nostra vita e come saremo individualmente e come società dopo che tutto, speriamo presto, sarà finito».

Si prosegue, poi, il 14 gennaio con Elogio della bassitalia, con qualche invettiva contro il razzismo del Nord (Rubbettino) di Mimmo Nunnari. Dialogano con l’autore Gilberto Floriani e Antonio Scuticchio.

Il 18 gennaio, Nostalgia. Un sentimento del presente (Marietti) di Vito Teti. Dialogano con l’autore Gilberto Floriani e Moira Lo Bianco.

Il 22 gennaio, organizzato in collaborazione con il Club Rotary Hipponion-Valentia, la presentazione del libro Note a piè di pagina. Diario di un bibliotecario impegnato (Ferrari) di Gilberto Floriani. Ne discutono con l’autore Nella MoranoMichelangelo Miceli.

Il 28 gennaio, Detective dell’arte di Roberto Ricciardi, Generale dei Carabinieri comandante del Nucleo di tutela del patrimonio Artistico. Dialoga con l’autore l’archeologo Carl Jocobesen.

Il 1° febbraio, la conversazione Dante nostro contemporaneo con Filippo La Porta. Introduce Eleonora Cannatelli.

Il 4 febbraio, Francavilla Marittima. Un patrimonio ricontestualizzato (Adhoc) a cura di Gloria Mittica. Ne discute con la curatrice Maria d’Andrea.

In programma – ma ancora in data da stabilirsi, la presentazione dei libri Medioevo nelle Valli. Insediamento, società, economia nei comprensori di valle tra alpi e Appennino (VIII-XIV sec.) di Chiara Raimondo, che sarà presentato da Chiara d’Andrea e l’incontro con Gino Strada, con la partecipazione di Antonio Belcastro sul ruolo di Emergency in Calabria prima e dopo la pandemia. (rvv)

Sant’Onofrio cerca di ricostruire la sua reputazione, dopo 30 anni di terribili sospetti

Dopo trent’anni dalla strage mafiosa di Sant’Onofrio, nel Vibonese, dove due persone vennero uccise e undici rimasero ferite, il sindaco della cittadina Onofrio Maragò ha lancia alla società civile un appello forte: «Aiutateci a liberarci da questa cappa e da questo pesante sospetto di ‘ndrangheta. Qui c’e ancora tanta gente buona, e soprattutto onesta».

La strage dell’Epifania del 1991 – dice il sindaco Maragò – «può essere annoverato come l’evento che più di ogni altro ha segnato e condizionato l’evoluzione sociale, culturale ed economica di Sant’Onofrio e dei suoi abitanti. In una mattinata di festa nella quale la comunità soleva radunarsi in piazza per vivere un momento di socialità, si è scatenata la violenza ed il terrore, lasciando a terra fra la folla due vittime e nove feriti, cittadini innocenti che si sono trovati fatalmente nella traiettoria dei proiettili destinati ad altri, vittime di una modalità perversa di contrasto e di affermazione criminale.

Il 6 gennaio 1991 è stata una giornata luttuosa e di terrore della quale, verosimilmente, non è stata presa ancora piena coscienza, anche perché al fragore delle armi e al sangue innocente versato, non è seguita una forte presa di posizione civica tale da arginare e osteggiare, più di quanto si sia fatto, il diffondersi di fenomeni di criminalità organizzata ed il proselitismo su nuove leve inquadrate nella cosca locale, come le cronache giudiziarie riportano.

Da quella data fatidica Sant’Onofrio è cambiata profondamente. A livello di socialità si è innescato un timore diffuso, una quieta rassegnazione, che ha condotto gran parte della popolazione ad estraniarsi da quanto avveniva, rinchiudendosi nel proprio sistema familiare e amicale, che costituisce da sempre un micromondo in cui rifugiarsi. Così facendo i suoi abitanti hanno però sottovalutato gli effetti negativi di lungo periodo che sono conseguenti all’affermarsi di fenomeni criminali, soprattutto in relazione allo sviluppo socio-economico del territorio».

«A trent’anni di distanza – afferma il primo cittadino –, certo molte cose sono cambiate, nella società civile vi è una nuova percezione e considerazione dei fenomeni mafiosi come testimoniato dalla grande partecipazione alla manifestazione organizzata dall’associazione Libera a favore delle forze dell’ordine a seguito dell’operazione giudiziaria denominata “Rinascita Scott”. La lotta alla ‘ndrangheta si è intensificata nel corso degli anni a fronte della constatazione della pervasività e pericolosità di tale organizzazione criminale. Molto altro ancora deve essere affrontato e perseguito, sia a livello di istituzioni, di organismi intermedi e di società civile.

«L’affermazione di principi di legalità e di convivenza civile deve essere condivisa a tutti i livelli, ognuno deve fare la propria parte, in un’azione corale che faccia comprendere compiutamente che la ‘ndrangheta è un male, anche per chi aderisce a tale organizzazione, perché foriero di una vita non vissuta (come si legge in molte testimonianze riportate in numerose pubblicazioni). E come ogni male può essere curato solo se l’ammalato ne prende piena coscienza e decide di curarlo, anche per il male sociale legato alla ‘ndrangheta occorre prenderne coscienza e decidere di curarlo, sia con le azioni di contrasto sia con interventi di “ricostituzione” e di “rigenerazione” del tessuto sociale ed economico.

«E allora bisogna parlarne, bisogna partecipare e far partecipare, risvegliare le coscienze sopite dei santonofresi, bisogna essere testimonianza attiva per affermare un rinnovato senso di comunità, la quale sta registrando negli ultimi decenni una continua emorragia di giovani che emigrano, ancora oggi come i loro avi, verso altre aree di Italia e del mondo. Occorre arrestare questa disgregazione sociale che ha radici e cause nel ritardo di sviluppo e nella carenza di occasioni di lavoro, cause che sono fortemente legate alla presenza del malaffare ed in molti casi da questo generate.

«Ci vorrà tempo e molto impegno, la comunità di Sant’Onofrio deve prendere coscienza di sé e rifuggire dal rassegnarsi ad un ineluttabile destino, quello di essere etichettata come paese di ‘ndrangheta che deve essere evitato e da cui bisogna andarsene. La comunità di Sant’Onofrio rimane composta da gente onesta e di grandi qualità umane, che non merita di essere tacciata in modo spicciolo e generalistico di mafiosità.

«L’Amministrazione comunale di Sant’Onofrio crede che i tempi possano essere propizi e che occorra agire per evitare l’inesorabile declino della comunità amministrata. È cosciente che oltre a rispettare e far rispettare le leggi, base imprescindibile, ed essere modello di moralità istituzionale e di testimonianza attiva a favore della legalità, occorra promuovere una strategia di risveglio sociale, culturale ed economico, che coinvolga tutte le forze sane presenti e crei le occasioni più opportune e sostenibili, di socialità e di lavoro, per dimostrare fattivamente che vivere di ‘ndrangheta o esserne associati, in fondo, non conviene a nessuno: chi in un modo, chi per altro, perdiamo tutti.

«Questo può rappresentare un manifesto di intenti imprescindibile tale da accomunare tutti ed al quale impegnarsi anche nel futuro amministrativo di Sant’Onofrio. L’Amministrazione comunale di Sant’Onofrio in questi anni ha marciato insieme a Libera, partecipando attivamente alle sue iniziative, tra le quali le giornate dedicate alla memoria delle vittime innocenti delle mafie. Nel lungo e straziante elenco letto ad alta voce in molte piazze in tutta Italia, compaiono i nomi di due cittadini di Sant’Onofrio: Onofrio Addesi e Francesco Augurusa, vittime innocenti di una cieca e feroce violenza.

«L’Amministrazione comunale di Sant’Onofrio, nella ricorrenza del 6 gennaio 2021, ha deciso di esporre una targa nella stessa Piazza in cui è avvenuto l’eccidio trent’anni prima, per ricordare i suddetti cittadini e testimoniare il proprio impegno e quello di tutta la comunità a schierarsi contro l’illegalità. Tenuto conto dell’emergenza in atto, che impone limitazioni per arginare i pericoli di contagio, si ha in programma di realizzare, oltre alla esposizione della suddetta targa commemorativa, una raccolta di videomessaggi di esponenti e osservatori privilegiati, i cui punti di vista rimangano a memoria e possano essere fonte di ispirazione per amministratori e cittadini.

«Illustri cittadini di Sant’Onofrio hanno scritto e illustrato storie e immagini della nostra comunità (ad esempio: il prof. Mario Teti con “Gente di Sant’Onofrio”, Pino Nano con “Cara Sant’Onofrio”). Oggi, ci poniamo l’obiettivo di raccogliere e far tesoro di analisi, casi emblematici, buone prassi e proposte qualificate per dare impulso ad una “rigenerazione” della comunità, a partire dalle nuove generazioni e con il fondamentale e potente aiuto del genere femminile, finora inespresso ed erroneamente sottovalutato». (rvv)

CALABRIA, PANE AMORE E SOLIDARIETÀ
UNA BELLA FAVOLA DI NATALE IN UGANDA

di PINO NANO – Siamo nel cuore più antico dell’Africa nera. Arriviamo a Namugongo che è notte alta. Attraversiamo il quartiere Kyaliwajjala, il comune è quello di Kira, nel distretto di Wakiso. Siamo solo a 16 chilometri a nord-est di Kampala, capitale dell’Uganda, e pochi chilometri dalle rive del lago Vittoria, a un’altitudine di 1189 metri sul livello del mare.

Il posto è tristemente famoso per via di una tragedia immane datata 3 giugno 1886. Quel giorno 32 giovani vennero bruciati vivi per essersi rifiutati di rinnegare la propria fede cristiana. Erano anglicani e cattolici, e  qui a Namugongo, il 3 giugno di ogni anno,  i cristiani dell’Uganda, ma non solo loro, i cristiani di ogni parte del mondo, si danno appuntamento e si ritrovano insieme per ricordare e commemorare il sacrificio dei martiri dell’Uganda. Sono centinaia di migliaia di fedeli ogni anno, folle oceaniche, segno che nessuno ha mai più dimenticato quella strage e quei martiri.

Angelina De MariaEd è qui, in questo angolo sperduto e lontanissimo dell’Africa, il Congo da una parte, il Sudan del Sud dall’altra, Etiopia Kenia e Tanzania dall’altra ancora, che sorge un piccolo-grande Ospedale che porta i colori calabresi. Porta soprattutto il nome di una donna vibonese che prima di morire aveva fortemente sognato e voluto che in questa immensa isola di miseria e di degrado sociale sorgesse un ospedale che portasse il nome della sua famiglia e della sua terra. Sono i De Maria di Vibo Marina. Sembra davvero una favola moderna.

Ma partiamo dall’inizio di questa storia. Angelina De Maria (1906-1998) era una donna calabrese molto attenta ai bisogni del prossimo. Educata e votata alla carità in tuti i sensi, donna piena di idee lungimiranti ed azioni concrete, insegnante elementare per molte generazioni di ragazzi di Vibo Marina, e riferimento carismatico per molte donne della sua città e del suo comprensorio. Molti la ricordano ancora come donna di grande operatività, eternamente disponibile e al servizio di una comunità, che era quella che andava formandosi subito dopo il dopoguerra intorno al porto ed alle industrie di Vibo Marina, e quindi un comprensorio su cui pesavano mille problematiche sociali diverse.

Una donna moderna, intellettuale a suo modo rivoluzionaria, cristiana nel senso più vero della parola, sempre pronta a rimettersi in discussione e al servizio continuo degli altri. Attivissima in parrocchia, protagonista di primo piano tra le file dell’Azione Cattolica, instancabile nell’opera di volontariato di quegli anni, e soprattutto laica consacrata del Terzo Ordine francescano. Una vita umile, la sua, ma vissuta con la consapevolezza che solo pochissime donne in quegli anni riuscivano ad avere e a palesare, donna ricca di grandi ideali, che erano frutto soprattutto di una formazione familiare e culturale rigorosa e austera.

Bene, è in questo quadro sociale che Angelina cresce e si muove, figlia forse più autentica di una Vibo che allora rinasceva dalla crisi della guerra, e dove Angelina De Maria lavora giorno e notte per una “società finalmente matura e degna di questo nome” diceva a chi le stava intorno. Se fosse nata molto più tardi, e se oggi avesse avuto trent’anni, certamente le avrebbero chiesto di fare politica attiva e qualche movimento l’avrebbe certamente candidata al Parlamento.

Prima di morire, oramai affetta da un tumore al seno che non le diede scampo, in una lettera molto toccante Angelina De Maria scrive di proprio pugno il suo testamento spirituale, e manifesta il desiderio che “se non vi fossero altre necessità in famiglia”, i suoi risparmi venissero destinati e spesi per realizzare “qualcosa di veramente utile in un territorio povero del mondo, non importa dove, decidetelo voi che verrete dopo di me”, ma che sia “utile soprattutto alle mamme e ai bambini”.

In realtà Angelina nel suo testamento spirituale non indica nessun luogo preciso, ma prima di volare in cielo aveva riposto la sua lettera-testamento ben ripiegata nella sua vecchia Bibbia, sul suo comodino, proprio come segnalibro, accanto ad un santino raffigurante i Martiri dell’Uganda.

Un presagio? Un segnale per i suoi eredi? Un sogno rimasto nel cassetto della sua esistenza? Un vero mistero la presenza di quel santino nella Bibbia di Angelina, perché quel “santino” veniva proprio dall’Uganda, e nessuno della famiglia seppe mai spiegarsi come e quando quell’immagine fosse mai arrivata a casa di Angelina, a Vibo Marina, a ridosso del grande porto.

Ma c’è dell’altro. Subito dopo la sua morte accadde un fatto sorprendente. Uno dei nipoti più vicini e più legati a zia Angelina, Enzo De Maria, medico per vocazione e per lunghi anni amatissimo gastroenterologo al Policlinico Universitario di Catanzaro, chiama al telefono un suo vecchio collega, che si era laureato insieme a lui a Perugia, e di cui aveva perso però le tracce.

Enzo sapeva solo che quel suo vecchio compagno d’università, medico come lui, aveva lasciato l’Italia per sempre, per dedicarsi ai poveri del mondo, ma non sapeva né quali né dove.

Enzo trovò allora un appunto, che aveva conservato per anni gelosamente tra i suoi diari e le sue carte private, e una sera di rientro da Catanzaro decise di comporre quel “vecchio” numero telefonico.

A volte la vita riserva sorprese impensabili. Quel numero era ancora attivo. E dopo i primi squilli, dall’altra parte del filo si materializza, come un fantasma, il suo vecchio compagno di università. “Sono Pino Fiorucci, chi parla? “

Enzo De Maria scopre così che il suo vecchio amico aveva consapevolmente rinunciato alla carriera universitaria e a quella ospedaliera in Italia, per realizzare un suo vecchio sogno, quello di fare il missionario in Africa. Ed era finito, non si come, in Uganda, a Kampala, dove ogni giorno centinaia di pazienti lo aspettavano davanti alla porta del suo ambulatorio per essere curati e assistiti.

Pane amore e solidarietà, nient’altro nella nuova vita di questo straordinario medico missionario italiano.

Una cosa tira l’altra, questa è la vita. Enzo si racconta a Pino, e ascolta Pino che a sua volta gli racconta se stesso e la sua nuova vita africana, e tra una cosa e l’altra il suo vecchio compagno di università gli confessa di avere ancora un sogno nel cassetto. Pino Fiorucci vorrebbe poter costruire, nel cuore dell’Africa nera, un vero e proprio dispensario, per la gente più povera, “un ospedale che possa dare assistenza e cure a chi non ha mai avuto voce e volto da queste parti”, ma per farlo servono dei soldi che il medico italiano però non ha. Allora Pino poteva solo contare su un terreno libero, una vasta area incolta dove poter costruire il suo dispensario, un terreno proprio a ridosso del parco del Santuario dei Martiri dell’Uganda, che qualcuno gli aveva praticamente donato.

Nasce così l’idea di destinare i soldi lasciati da Zia Angelina al dispensario di Pino Fiorucci.

«Quando quel giorno il mio telefonino squillò, e dall’altra parte del filo c’era Enzo De Maria che mi cercava noi eravamo raccolti in preghiera – ricorda il dott. Fiorucci  – con la gente del luogo a me vicina, proprio per chiedere che il Signore ci aiutasse. Rispondo al telefono, e come d’incanto Enzo mi racconta della zia Angelina, e del suo testamento. In quel momento realizzai allora che forse il mio sogno stava finalmente per realizzarsi».

Da quel giorno sono passati esattamente venti anni, ed è il giorno in cui a Namugongo, periferia buia e silenziosa di Kampala, viene posta la prima pietra della “Clinica Zia Angelina”. Un atto di amore che a distanza di vent’anni genera ancora frutti impensabili. Non a caso, la gente del luogo grida ancora al miracolo. L’Ospedale cresce giorno dopo giorno, grazie anche alle braccia di questa gente poverissima che capisce che l’Ospedale sarà un luogo di salvezza e di vita per tutta la zona. Lo sarà soprattutto per i più poveri, per i vecchi da troppo tempo ormai rassegnati a morire per strada senza cure, per i bambini che nessuno da questa parti aveva mai curato e seguito.

Parliamo di un territorio dove vent’anni fa cera di tutto, malaria, aids, febbre gialla, epatiti virali, meningiti, tifo, gastroenteriti e parassitosi intestinali, denutrizione, «Già tante sofferenze e mille patologie diverse – dice Enzo De Maria – a cui il Covid  di questi mesi aggiunge davvero molto poco».

Natale del 1999. Tra il 23 e il 25 dicembre di quell’anno, dunque a pochi giorni dal nuovo millennio, la monotonia e il silenzio di questa parte dell’Africa nera vengono improvvisamente “violentati” dall’avvio dei primi generatori elettrici e dal rumore inconfondibile delle prime pompe d’acqua.

«Da lontano ci parevamo tante piccole stelle, quasi delle lucciole – ricorda Enzo De Maria – piccole luci che si accendevano ad una ad una».

Nessuna lucciola, troppo caldo e troppa umidità perché potessero essere delle lucciole. Erano invece le luci del nuovo pronto soccorso e dell’accettazione, le luci degli  ambulatori medici, le luci del primo laboratorio analisi e della piccola  farmacia, le luci delle prime tre sale  di degenza, di cui meravigliosamente attrezzata una con i lettini per i bambini, le luci del primo servizio di odontoiatria, di oculistica, di ecografia, le luci dei locali per le vaccinazioni ai bambini e quelli per le terapie antivirali. Infine, le luci del centro nutrizionale per le future mamme, e delle salette per l’accoglienza pre-post gravidanza e la sala parto.

Il miracolo di Zia Angelina aveva quindi, finalmente, preso corpo e si era perfettamente compiuto, forse molto più e molto meglio di quanto lei stessa potesse avere sognato o immaginato in vita.

“Desidero che mia figlia si chiami Angelina”, chiederà una delle prime donne africane che aveva lì partorito al dottore Fiorucci. “Ma non è un nome ugandese”, le rispose l’ostetrica. E lei di rimando, con una determinazione ed una saggezza straordinaria: “Voglio donare alla mia bambina il nome della signora italiana che ha costruito per noi questa Clinica! Per noi è la salvezza. Non la conosco questa signora, ma deve avere proprio un cuor grande per aver pensato a noi. So che non c’è più, ma lei è presente ogni giorno per noi quaggiù. Sono certa che continuerà a vivere in Africa insieme a noi ancora a lungo”.

Vent’anni meravigliosamente ben portati.

La clinica oggi è aperta 24 ore al giorno, e continua svolgere la sua mission originaria, di aiuto e di assistenza ai più bisognosi. Sorge in uno splendido parco; ben organizzata, con oltre 60 dipendenti, tra personale medico, infermieristico e tecnico; c’è anche un nuovo laboratorio analisi cliniche “donato” a sua volta da Antonio De Maria, fratello di Angelina; ma sono in via di costruzione anche il nuovo reparto materno-infantile, la sala parto, il centro terapia AIDS ed epatiti virali. La Clinica, sin dalla sua istituzione, è gestita in modo ammirevole dal Movimento dei Focolari, la cui fondatrice è Chiara Lubich, tramite l’organizzazione locale Nasso (Namugongo Social Services Organization), e attuale direttore sanitario è il dott. Fernando Rico, un bravissimo medico spagnolo.

Oggi la Clinica è accreditata presso il Ministero della Salute del governo Ugandese, e lavora nell’ambito de Catholic Medical Bureau, Nasso. Nel frattempo, continua a sopravvivere questo “ponte ideale” tra l’Italia, la Calabria e la “Clinica zia Angelina”, anche grazie al supporto concreto che viene continuamente assicurato dagli eredi di Zia Angelina. Da Giuseppe, ingegnere che vive a Bologna, da suo fratello Enzo, il medico, da Lella e Lina Barbaro, insegnanti, da Francesco giovane laureando in medicina, «ma anche dall’aiuto concreto di tanti amici calabresi – dice Enzo De Maria – moltissimi sono vibonesi, ma molte offerte ci sono arrivate alla Clinica da ogni parte d’Italia. Persino dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna».

«Siamo tutti esseri umani imperfetti”  – aggiunge suo fratello Pino De Maria –  ma tutti sappiamo che quando diamo un aiuto, c’è qualcosa in noi che ci rende contenti. Se volete saperne di più della Clinica di Zia Angelina scrivetemi direttamente, demariapino@virgilio.it. E se avete voglia di fare qualche piccola donazione fatelo direttamente in Uganda, mediante queste coordinate bancarie: “Zia Angelina Health Centre”; Centenary Bank, Kireka branch (Uganda); Swift Code: CERBUGKA; account nr. 3100027528».

Il resto, lo racconteranno altri dopo di noi. (pn)

VIBO – L’Associazione Valentia insieme a Libritalia dona libri all’Ospedale Jazzolino

L’Associazione Valentia, in collaborazione con la casa editrice Libritalia, hanno donato dei libri per i reparti Covid dell’Ospedale Jazzolino di Vibo Valentia. L’obiettivo è realizzare una Biblioteca Covid.

Questo è un gesto importante, una donazione che l’associazione, tramite il proprio presidente nazionale Anthony Lo Bianco, commenta: «Auspico possa essere un invito per tutti a reinterpretare il Natale e donare».

«A Marzo, all’inizio di questa terribile avventura – ha aggiunto – abbiamo dato un grande segnale di sostegno al nostro nosocomio, attraverso numerose donazioni per fronteggiare l’emergenza. Da lì abbiamo cominciato a scrivere un libro, con lo scopo di poter raccogliere i fondi per creare su scala nazionale delle foreste del ricordo, per chi oggi non c’è più. Attraverso questi racconti ci siamo resi conto di quanto siano dure le notti e i giorni in ospedale – e alla vigilia di questo Natale così particolare ci sono tornate in mente.
Quest’anno lo scambio dei regali non lo sentiamo più nostro, ed abbiamo pensato di fare qualcosa di diverso».
«Così, come fatto nei mesi di lockdown – ha proseguito Lo Bianco – ci siamo messi in contatto con il dottor Miceli, direttore dell’ospedale, proponendo tale iniziativa, subito accolta dallo stesso, per i reparti coinvolti dall’emergenza Covid».
Il dott. Michelangelo Miceli, direttore dell’Ospedale di Vibo Valentia, ha dichiarato che «questo è solo un modo per stare vicino ai malati, e spero che tutti noi in questi giorni riflettessimo su un modo per trasformare questa nostra esigenza di dare e avere in un qualcosa che somigli di più all’eccezionalità a cui tutti siamo stati chiamati quest’anno».
I libri sono stati donati dalla casa editrice Valentia edizioni e Libritalia, quest’ultima molto nota su scala nazionale con circa 20 anni di pubblicazioni e migliaia di libri in tutto il territorio nazionale, una eccellenza del Sud Italia e della nostra terra, che ad oggi la porta ad essere una delle realtà più grosse del meridione. Proprio per questo Enrico Buonanno, titolare della stessa, commenta il gesto: «Non potevamo non aderire a tale iniziativa, così ricca di speranza e fiducia, è un regalo che commuove perché è cibo per la mente: i libri e la cultura uniscono e il pensiero è una grande forza che ci aiuterà a superare questo momento difficile».
La segreteria nazionale dell’Associazione ha commentato: «Grazie ai libri di vario genere, adatti a tutte le età, organizzeremo una piccola biblioteca nel reparto Covid dove i pazienti, che trascorrono settimane in isolamento, sono nelle condizioni di leggere. Una iniziativa lodevole non solo per i pazienti, ma anche per gli operatori sanitari che passano qui tanto tempo che potranno prendere un libro, anche solo sfogliarlo, distrarsi per qualche minuto e avere uno spunto di riflessione».
«Questo è il primo passo  – ha proseguito la segreteria nazionale dell’Associazione – verso una iniziativa che coinvolgerà numerosi ospedali su scala nazionale dal nord al Sud Italia, lanciando così il progetto una biblioteca Covid negli ospedali, che abbiamo voluto far partire nella nostra terra natia. Ci auspichiamo che tante case editrici si facciano avanti per unirsi a questo messaggio di speranza che stiamo lanciando». (rvv)

VIBO – Il Rotary Club dona i buoni pasto ai più bisognosi

Il Rotary Club Vibo Valentia, guidato da Giulio Capria, in collaborazione con Coop Master 3.0 – Gruppo Az Spa, ha donato 2.100 euro di buoni spesa ai più bisognosi.

Un’importante progetto di solidarietà, che permetterà di mettere a disposizione delle numerose famiglie in stato di necessità un totale di ottantaquattro buoni spesa Coop da utilizzare per i propri acquisti.

Nel corso di una semplice cerimonia, svoltasi mercoledì 23 dicembre, al termine della santa messa celebrata nella chiesa di S.Maria La Nova, Giulio Capria, presidente dello storico Rotary club vibonese, alla presenza del direttore della Coop Vibo Valentia, Andrea Barilaro e dei soci del club, ha consegnato al parroco Mons. Vincenzo Varone la propria donazione di 2.000,00€ ai quali si aggiunge un ulteriore 5% donato dalla Coop Master, per un totale di 2.100,00€ in buoni spesa da 25,00€.

Nel corso della cerimonia, il presidente Capria ha spiegato: «Come soci del Rotary Club Vibo Valentia abbiamo deciso di intervenire direttamente sul nostro territorio per il nostro territorio con la speranza di suscitare un sentimento di vicinanza a quelle famiglie che, a causa dell’emergenza Covid, sono in forte sofferenza».

«Ringrazio – ha aggiunto – Az spa, titolare tra gli altri della Coop di Vibo Valentia, ed il direttore Andrea Barilaro che, da subito, hanno appoggiato la nostra iniziativa decidendo inoltre di aggiungere un ulteriore 5% alla nostra donazione permettendoci così di offrire alle famiglie che si trovano in stato di necessità un sostegno che si concretizza negli 84 buoni spesa del valore unitario di 25€ per un importo complessivo di 2.100,00€ che potranno essere spesi in funzione delle proprie esigenze».

«Sappiamo bene – ha proseguito il presidente Capria – come la fascia di povertà si stia allargando a macchia d’olio: per questo abbiamo affidato alla sensibilità del nostro cappellano Mons. Vincenzo Varone, che opera a diretto contatto del territorio, la distribuzione dei buoni spesa».

«Un piccolo dono – ha concluso – che siamo certi non risolverà tutti i problemi ma che ci auguriamo riesca ad alleviare le grandi difficoltà quotidiane e a donare maggiore serenità».

Don Vincenzo Varone ha quindi ringraziato tutti i presenti: «Questa donazione rappresenta un contributo significativo per molte famiglie, e ci permette di comprendere bene quello che è il senso della solidarietà e della fratellanza attraverso le quali il nostro volto riflette il volto di Cristo».

La cerimonia si è conclusa con la benedizione impartita a tutti i presenti da Don Vincenzo Varone e del vicario parrocchiale Don Michele Vinci. (rvv)

VIBO – Successo per la terza edizione di “Valentia in Festa”

Si è conclusa, con successo, la terza edizione di Valentia in Festa, la kermesse organizzata in modalità telematica dall’Associazione Valentia.

L’evento, che ha raggiunto 200 mila persone nei 15 giorni di dirette online, ha annoverato autorevoli ospiti, tra cui Diego Fusaro, Sebastiano Ardita, Cristiano Magdi Allam, Roberto Napoletano, Massimo Scura, Casa Surace, Lorenzo Tosa, Stefano Andreotti, Gianluca Di Marzio, Max Laudadio.

Una media di 100 spettatori in diretta a incontro, migliaia di interazioni a sessione e 33000 minuti complessivi di visualizzazioni, Valentia in festa trionfa sui social, grazie ai propri volontari ed i referenti territoriali sparsi in tutta la nazione.

Moltissime anche le sorprese nei dati elaborati dal gruppo di Spazio Giovani, piccola web radio nata lo scorso settembre, proprio dall’associazione Valentia.

Il Presidente dell’Associazione Valentia, Anthony Lo Bianco al termine dell’evento ha manifestato tutto il suo grande entusiasmo per l’ottima riuscita.

«Un programma – ha detto Lo Bianco – con contenuti culturali di altissimo livello e un eccellente lavoro con i nostri giovani referenti, i quali sono stati fondamentali per raggiungere questi numeri grandiosi».

L’Associazione Valentia Nazionale, con la sua segreteria unitamente al consiglio Nazionale ed a tutte le sue varie sezioni succursali di Milano, Genova, Pisa, Novara, Lamezia Terme, Reggio Calabria, S.Onofrio, Nicotera e Limbadi, Costa degli Dei, Cittanova, Villa San Giovanni e Vibo Valentia dislocate su tutto il territorio nazionale, ringrazia tutti gli ospiti e i partecipanti all’evento, auspicando, per l’anno in arrivo, di poterlo riproporre in presenza, ed una sempre maggiore presenza in tutta la nazione. (rvv)