È IN FORTE CRESCITA L’EXPORT CALABRESE
QUASI +33% PER UN VALORE DI 547 MILIONI

Anche in Calabria l’export continua a  recuperare terreno: nel 2021 è cresciuto del 32,9%, per un valore complessivo di 547 milioni di euro. È quanto è emerso dall’incontro della Camera di Commercio di Cosenza, dal titolo Made in Italy, quale Futuro? Esportare le eccellenze del territorio tra digitalizzazione e nuove sfide globali, che indica come l’export stia tornando sopra i livelli pre covid-19.

Dati, che sono stati confermati dall’Osservatorio Internazionalizzazione della Regione Calabria, in cui viene, appunto, evidenziato come ci sia un recupero delle esportazioni per la Calabria: + 32,9% e + 19,2% rispetto al 2020 e al 2019, che la inserisce nell’alveo delle regioni che registrano una crescita superiore al valore nazionale (+18,2%) insieme a Sardegna (+63,4%), Sicilia (+38,8% ), Valle d’Aosta (+28,0%), Friuli Venezia Giulia (26,8%%), Umbria (23,4%), Molise (+21,3%), Piemonte (+20,6%), Trentino Alto Adige (+20,5%), Lombardia (+19,1%).

Il 50,5% dell’export calabrese (pari a 276 M€) proviene dalla provincia di Reggio Calabria; seguono la provincia di Cosenza con un valore dell’export che si attesta sui 116 M€ (pari al 21,3% dell’export regionale); la provincia di Catanzaro (78 M€, pari al 14,3%), la provincia di Crotone (42 M€, pari al 7,8%) e la provincia di Vibo Valentia (34 M€, pari al 6,0%).

Dinamiche positive caratterizzano tutti i territori calabresi: a Crotone si registra una crescita rilevante (+90,0%, da 23 M€ a 43 M€).

Valori superiori alla crescita media regionale si riscontrano a Reggio Calabria (+37,6%) e a Vibo Valentia (+34,7%) mentre nella provincia di Cosenza l’incremento è del +19,2% e a Catanzaro del +18,5%.

Lo scenario muta leggermente dal confronto con il valore dell’export nel 2019: le province calabresi che recuperano terreno sono Crotone (+105,1%) Vibo Valentia (+20,0%) Reggio Calabria (+18,2%), e Cosenza (+15,0%). Catanzaro rientra nell’alveo delle province che registrano variazioni negative (-18,9%).

L’osservatorio, poi, evidenziato come l’export dei prodotti dell’agricoltura, silvicoltura e pesca registra un calo del -10,8%, mentre a livello nazionale e meridionale si rileva un incremento del +8,8% e del +5,5% rispettivamente; le vendite dei prodotti delle attività manifatturiere registrano un incremento del +39,0%, superiore alla crescita stimata per l’Italia (+17,5%) e per il Mezzogiorno (+16,0%).

«Focalizzando l’analisi sui principali prodotti esportati nel 2021 – si legge – al primo posto si confermano gli altri prodotti chimici che rappresentano un quinto dell’export calabrese; seguono: frutta e ortaggi lavorati e conservati, altri prodotti alimentari, locomotive e materiale rotabile ferro tranviario, olii e grassi vegetali e animali, prodotti di colture permanenti, navi e imbarcazioni, metalli di base preziosi e altri metalli non ferrosi, carne lavorata e conservate e prodotti a base di carne, macchine per la formatura dei metalli».

Si tratta di un risultato importante, che ha dimostrato come «la Regione ha saputo reagire alle sfide e alle incognite legate alla pandemia e alla crescita dell’inflazione grazie prevalentemente alla vendita di  prodotti all’estero da attività manifatturiera, agricola, di prodotti chimici e materiali ferrosi, nonché metalli di base preziosi».

Nonostante gli ottimi risultati dello scorso anno, le nuove criticità che caratterizzano lo scenario  economico internazionale impongono oggi dei ripensamenti sulle strategie per l’export delle  aziende italiane e calabresi, in particolare. Centrale rimane il ruolo degli strumenti di sostegno  all’internazionalizzazione e una maggior spinta alla digitalizzazione per continuare a presidiare i  mercati tradizionalmente legati al nostro export e per intercettare nuove opportunità in economie  a maggior potenziale di sviluppo, nella consapevolezza che i prodotti legati al territorio e alla cultura  nostrana fanno del Made in Italy un marchio unico e apprezzato nel mondo.

Klaus Algieri, presidente della Camera di Commercio di Cosenza, ha evidenziato come «quella dell’internazionalizzazione è una sfida che può essere vinta». 

«La crescita percentuale delle esportazioni calabresi nell’ultimo anno – ha spiegato – è stata tra le più alte in Italia, a dimostrazione del fatto che le nostre  imprese hanno tutto il dinamismo necessario. Un dinamismo che deve essere, però, supportato  intervenendo per colmare rapidamente le oggettive carenze infrastrutturali che caratterizzano il  nostro territorio, sia dal punto di vista delle reti fisiche che digitali. Occorre affiancare le imprese  fornendo loro strumenti, conoscenze e informazioni e questo è uno dei motivi della nostra collaborazione con Promos Italia qui a Cosenza e di incontri come quello di oggi».

«Ma,  forse – ha proseguoto – ancora di più, è necessario innescare nuovi meccanismi culturali, guardare in modo diverso, e  con maggiore autostima, a quello che siamo e a quello che abbiamo e facciamo, e iniziare a pensare  che quando una nostra impresa riesce a costruire e mantenere relazioni internazionali di successo,  quando un prodotto di questa impresa riesce ad affermarsi sui mercati internazionali, non è la  singola impresa o il singolo prodotto, ma l’intera idea di Calabria a varcare il confine con il suo vestito  migliore».

«La nostra priorità è fornire alle aziende strumenti e soluzioni per avviare o rafforzare i loro processi  di export e migliorare le loro competenze in ambito digitale – dichiara Giovanni Da Pozzo, Presidente  di Promos Italia, Agenzia Nazionale del Sistema Camerale per l’internazionalizzazione – Grazie al  lavoro svolto dalla Camera di commercio di Cosenza supportiamo le aziende direttamente sul  territorio, consapevoli della necessità di far emergere il potenziale imprenditoriale ancora inespresso  di Cosenza, e più in generale della Calabria, attraverso politiche dedicate e garantendo supporto  costante».

«In questo senso – ha proseguito Da Pozzo – Promos Italia ha messo a punto, assieme all’Ente  Camerale cosentino, un Piano per il Mezzogiorno, che sarà operativo già dalle prossime settimane,  con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza alle imprese nei loro processi di export e di valorizzare le  eccellenze del territorio».

Il Piano per il Mezzogiorno prevede di rafforzare le sinergie con gli stakeholders del territorio;  implementare le azioni di accompagnamento sui mercati esteri; mappare le opportunità di accesso  agli strumenti di finanza agevolata per l’export e per gli investimenti, con particolare riferimento  alle risorse del PNRR; garantire assistenza nella formulazione di bandi per l’internazionalizzazione;  organizzare corsi di formazione dedicati a giovani imprenditori e sviluppare un piano di  comunicazione che valorizzi le eccellenze del territorio. 

REGGIO, SI REALIZZA IL FRONTE DEL PORTO
AUTORITÀ DELLO STRETTO: ECCO 72 MLN

È una vera e propria «autentica rivoluzione», quella di cui saranno protagonisti i porti di Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Saline Joniche, con l’importante piano di investimenti da 72 milioni presentato dall’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto.

Il presidente, Mario Mega, nel corso della conferenza stampa svoltasi all’Hotel Excelsior di Reggio, alla presenza di Domenico Latella, segretario generale dell’Autorità di Sistema, Alberto Porcelli, membro del Comitato di gestione dell’organismo, ha spiegato che tale risorse sono disponibili per importanti opere di ristrutturazione e rilancio delle aree portuali delle due sponde dello Stretto.

Tra gli interventi previsti, l’elettrificazione delle banchine dei porti dello Stretto permetterà di ridurre in maniera significativa le emissioni e gli inquinanti atmosferici nelle aree portuali, in particolare i particolati e gli ossidi di azoto. Nello specifico, il porto di Reggio verrà attrezzata per le navi da crociera la banchina Nuova di Levante, mentre poi saranno attrezzate per i maxi yacht e per i mezzi le veloci la banchina Margottini ed il Pontile Eolie.

«L’intervento – si legge nel documento – prevede una manutenzione straordinaria dei fondali a garanzia dell’operatività portuale mediante la movimentazione di sedimenti in accordo a quanto previsto dal Piano triennale Dragaggi, redatto dall’AdSP dello Stretto. In particolare nel Porto di Reggio Calabria agevolerebbe la manovra delle navi da crociera di media dimensione».

Attualmente, viene spiegato nel documento, «sono in corso indagini e analisi propedeutiche alla progettazione ed al rilascio delle autorizzazioni ambientali per la movimentazione dei sedimenti».

Per un importo di 30 mln, è previsto l’intervento per realizzare nuovi ormeggi per navi traghetto e mezzi veloci e della stagione marittima passeggeri nel Porto di Villa San Giovanni: «L’intervento – viene spiegato – consentirà la costruzione di n.2 nuovi scivoli per navi traghetto, ricavati ampliando l’attuale banchinamento del porto, e di n.4 ormeggi per i mezzi veloci. Presso i nuovi banchinamenti è, inoltre, prevista la realizzazione di una stazione marittima che consentirà una migliore gestione dei flussi passeggeri dei pendolari dello Stretto e favorirà un agevole collegamento diretto con la stazione ferroviaria».

Sempre a Villa, previsti lavori di risanamento dello scivolo “0” nel Porto, che «non comporta modifiche alla destinazione delle aree portuali interessate quanto piuttosto risponde ad una razionalizzazione degli spazi oggetto dei lavori contribuendo al perseguimento di standard d’uso in maggiore sicurezza della struttura in questione».

 Al Porto di Reggio, previsti anche lavori di risanamento e consolidamento statico della banchina Margottini, compreso il ripristino dei piazzali e di tutti gli arredi di banchina con posa in opera di nuove bitte e nuovi parabordi e la realizzazione di nuovi impianti a servizio degli spazi portuali riqualificati».

Con 5 mila euro, saranno svolti lavori di riqualificazione delle aree del Molo di Levante, dove «insistono diversi fabbricati realizzati in periodi storici diversi senza alcuna pianificazione – viene spiegato – con volumetrie edilizie architettonicamente disomogenee».

«Queste aree – viene spiegato ancora – da destinare al diportismo di transito ed ai maxi yacht dovranno essere adeguatamente attrezzate, anche mediante la realizzazione di immobili da destinare alle attività commerciali, ricreative e turistico-ricettive».

Poi, per «inserire il Porto di Reggio nel circuito crocieristico internazionale, occorre dotarlo di servizi per l’accoglienza e per il controllo dei passeggeri». Per questo, sarà realizzato nella banchina nuova di Levante, un terminal passeggeri dotato di spazi anche per la promozione turistica.

Tra gli interventi, si segnala la volontà di realizzare a Reggio, un collegamento ciclopedonale longitudinale al porto, improntato a favorire la mobilità sostenibile assicurando l’attraversamento del porto e il collegamento diretto tra la stazione marittina dei mezzi veloci e la stazione di Santa Caterina.

Un altro obiettivo che l’Autorità si è prefissata, la rifunzionalizzazione del porto di Saline Joniche. A tal proposito, è stato affidato al Dipartimento di Ingegneria dell’Università Mediterranea il compito di realizzare degli studi propedeutici che riguarderanno lo stato delle infrastrutture e il livello di degrado esistente, compresa la valutazione preliminare della massa di sedimenti da allontanare dal bacino portuale.

«Saranno, anche – si legge – eseguite indagini batimetriche, studi meteo-marini e geologici. Dette attività sono necessarie per definire  la fattibilità preliminare: del ripristino dei moli di sopraflutto e sottoflutto nei tratti soggetti a danneggiamenti e crolli; della ristrutturazione delle banchine nei tratti ammalorati e danneggiati; del dragaggio dei fondali e del piano di gestione dei sedimenti.

Tra le altre attività, previste operazioni di bonifica al Porto di Reggio Calabria e nelle aree demaniali limitrofe in località Candeloro, con la demolizione di superfetazioni e manufatti abusivi insistenti  sulla spiaggia, rimozione di ingenti quantitativi di rifiuti tra i  quali imbarcazioni abbandonate, copertoni, rifiuti urbani di  varia natura e messa in sicurezza di manufatti pericolanti; un “viaggio di familiarizzazione“ allo scopo di promuovere la destinazione «Reggio Calabria e la sua area metropolitana» ed i propri servizi tra gli operatori del settore. 

Lo scopo del meeting sarà quello anche si presentare i progetti di infrastrutturazione del Porto di Reggio Calabria e creare consapevolezza delle opportunità che il territorio può costituire per le compagnie da crociera. Allo stesso tempo cominciare a creare reti e costruire relazioni tra i tour operator internazionali e gli operatori locali. 

Il fam-trip sarà organizzato in collaborazione con la Città Metropolitana di Reggio Calabria, il Comune di Reggio Calabria e la Camera di Commercio e coinvolgerà tutti gli operatori turistici e culturali interessati. 

Grande soddisfazione, poi, è stata espressa dal deputato di Forza ItaliaFrancesco Cannizzaro che, guardano il documento, ha evidenziato come «vedo prendere forma l’emendamento Cannizzaro, con cui dalla Legge di Bilancio dello Stato del 2021 abbiamo vincolato 15 milioni di euro ad opere infrastrutturali in favore del Porto di Reggio Calabria».

«Un impegno economico il cui obiettivo è cambiare i connotati alla principale porta sul mare della nostra Città. E mi sento profondamente orgoglioso che le principali opere saranno eseguite grazie anche alla mia attività parlamentare», ha spiegato.

I 15 milioni, prevedono la realizzazione di apprestamenti di security delle aree portuali, riqualificazione dell’area del molo di Levante,realizzazione di un terminal passeggeri per scalo crocieristico, riconversione di edifici disponibili nell’area porto in strutture funzionali ai servizi portuali, al crocierismo ed alla nautica da diporto, implementazione dei pontili di ormeggio e potenziamento della stazione passeggeri.

Il deputato, infatti, ha sottolineato come questi interventi «sono già programmati e finanziati: somme già disponibili e obiettivi di sviluppo chiari. Il nostro è un porto destinato ad aumentare il traffico passeggeri in maniera esponenziale, a cui si darà una forte identificazione per il turismo da diporto, sviluppando pure il settore crocieristico. Tutto ciò ovviamente in parallelo con il pendolarismo da e per Messina, spendendosi per dare maggiori confort agli utenti calabresi e siciliani».

«E sono felice che dalle carte, da mere cifre, si passi finalmente ai dati di fatto – ha concluso –. Il primissimo segnale è stato l’inizio della rimozione (finalmente!) dei silos per il cemento, che per legge ha dovuto eseguire a proprie spese la ditta privata. Quegli obbrobri per troppo tempo hanno deturpato il fantastico paesaggio offerto dal nostro Stretto. E di certo non sono compatibili con il nuovo layout del Porto di Reggio del domani. Così come non lo sono tanti altri aspetti di come oggi si presenta l’infrastruttura, che negli anni a venire sarà letteralmente stravolta». (rrm) 

DOPO LA NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI, OGGI
IN CALABRIA MATURITÀ PER 19.514 RAGAZZI

Oggi iniziano, per 19.514 studenti calabresi, i tanto “temuti” quanto attesi esami di maturità. Quest’anno, poi, hanno un sapore speciale, perché, dopo due anni dall’inizio della pandemia, è tornata al suo svolgimento originale, prevedendo le due prove scritte. A livello provinciale, il primato per numero di esaminandi spetta a Cosenza, con 7.061, seguita da Reggio Calabria (5.762); quindi, Catanzaro (3.406) e Vibo Valentia e Crotone rispettivamente con 1.692 e 1.593 studenti a fine ciclo. Domani, 23 giugno si svolgerà la seconda prova scritta, diversa per ciascun indirizzo, che riguarderà una disciplina tra quelle caratterizzanti il percorso di studi, che sarà predisposta dai singoli istituti, che potranno così tenere conto di quanto effettivamente svolto dai ragazzi durante l’anno scolastico, anche in considerazione dell’emergenza pandemica.

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di GUIDO LEONE  – Finite le lezioni si sono aperte già da qualche giorno le porte delle vacanze per la gran parte dei 76mila studenti delle scuole di ogni ordine e grado della nostra provincia. A sospirare ancora saranno i novemila e cinquecento  piccoli allievi della scuola dell’infanzia che termineranno le loro attività educative a fine mese. Mentre i 4.200 alunni di terza delle scuole secondarie di primo grado della provincia di Reggio Calabria hanno iniziato a conquistarsi la loro minimaturità , nelle scuole superiori lunedì 20 giugno si insedieranno le commissioni per gli esami di Stato che quest’anno interesseranno circa 5.762  candidati interni ed esterni. Entra nel vivo, dunque, nella prossima settimana  la maturità 2022. Parliamo della maximaturità, quella degli studenti che hanno completato l’iter degli studi superiori e che da oggi, mercoledì 2 , inizio degli esami, esordiranno con la cosiddetta madre di tutte le prove, quella d’italiano.

La terza maturità pandemica prova a tornare normale più o meno come ai   tempi pre-Covid. A sostenere l’esame  sarà la generazione che ha vissuto in lockdown, o in quarantena, o nel timore di un contagio in classe, cioè la terza , la quarta e la quinta superiore . Gli studenti che affronteranno le prove di giugno sono quelli che più hanno sofferto l’emergenza: due anni e mezzo del loro percorso scolastico sono stati pesantemente inficiati dalla pandemia. Loro hanno chiesto ma senza successo  tesina e prova orale.

Le prove: date, modalità e contenuti

L’esame è costituito da una prova scritta di Italiano, da una seconda prova sulle discipline di indirizzo, da un colloquio.

La sessione d’Esame avrà inizio il 22 giugno 2022 alle 8.30, con la prima prova scritta di Italiano, che sarà predisposta su base nazionale. Alle candidate e ai canditati saranno proposte sette tracce con tre diverse tipologie: analisi e interpretazione del testo letterario, analisi e produzione di un testo argomentativo, riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità.

Il 23 giugno si proseguirà con la seconda prova scritta, diversa per ciascun indirizzo, che avrà per oggetto una sola disciplina tra quelle caratterizzanti il percorso di studi. Ad esempio, Lingua e cultura latina per il Liceo classicoMatematica per lo Scientifico, Economia aziendale per l’Istituto Tecnico, Settore economico, Indirizzo “Amministrazione, finanza e marketing”, Igiene e cultura medico-sanitaria per lIstituto Professionale, Settore Servizi, Indirizzo “Servizi socio-sanitari”(nell’Ordinanza l’elenco per tutti gli indirizzi di studio).

La predisposizione della seconda prova quest’anno sarà affidata ai singoli Istituti, in modo da tenere conto di quanto effettivamente svolto, anche in considerazione dell’emergenza sanitaria. Entro il prossimo 22 giugno i docenti che insegnano la disciplina oggetto del secondo scritto, e che fanno parte delle commissioni d’Esame di ciascuna scuola, dovranno elaborare tre proposte di tracce. Lo faranno sulla base delle informazioni contenute nei documenti predisposti dai Consigli di classe. Tra queste proposte sarà sorteggiata, il giorno della prova, la traccia che sarà svolta da tutte le classi coinvolte. Se nella scuola è presente una sola classe di un determinato indirizzo, le tre proposte di tracce saranno elaborate dalla sottocommissione, sulla base delle proposte del docente che insegna la disciplina oggetto della seconda prova.

Il colloquio

È previsto, poi, il colloquio, che si aprirà con l’analisi di un materiale scelto dalla Commissione (un testo, un documento, un problema, un progetto). Nel corso del colloquio il candidato dovrà dimostrare di aver acquisito i contenuti e i metodi propri delle singole discipline e di aver maturato le competenze di Educazione civica. Analizzerà poi, con una breve relazione o un lavoro multimediale, le esperienze fatte nell’ambito dei Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento.

Per il colloquio, è prevista la possibilità della videoconferenza per i candidati impossibilitati a lasciare il proprio domicilio, condizione che andrà, comunque, documentata.

La valutazione finale

La valutazione finale resta in centesimi. Al credito scolastico sarà attribuito fino a un massimo di 50 punti. Per quanto riguarda le prove scritte, a quella di Italiano saranno attribuiti fino a 15 punti, alla seconda prova fino a 10, al colloquio fino a 25. Si potrà ottenere la lode. La partecipazione alle prove nazionali Invalsi e lo svolgimento dei Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento non costituiranno requisito di accesso alle prove.

I numeri di questa edizione 2022.

Presso l’Ufficio scolastico provinciale si sta alacremente lavorando per governare al meglio lo svolgimento delle operazioni e  le eventuali sostituzioni di presidenti e commissari che potranno dare forfait. Prima dell’inizio degli esami  i presidenti delle Commissioni d’esame saranno convocati per il tradizionale incontro con gli ispettori tecnici  designati dalla Direzione dell’USR   con il compito di seguire l’andamento dei lavori.

Nel Reggino, le commissioni sono in tutto 154, presiedute da altrettanti presidenti (tra  dirigenti e  docenti ordinari) e composte da più di 900 commissari interni Come si sa ogni commissione è composta da due classi.

Esamineranno in tutto 5.342 candidati, di cui esterni 368.

Distribuzione dei candidati tra le principali tipologie di scuole

Prevalenti, come sempre,  risultano i candidati degli istituti tecnici:1.621 interni e 207 esterni; seguiti dai licei scientifici:1.307 interni e 8 esterni; dai professionali con 1023 interni e 123 esterni. A seguire i licei scienze umane con 422 interni e 37 esterni,  i  licei classici con 342 interni e 1 esterno, i licei linguistici con 474 interni e 18 esterni ,i licei linguistici con 285 interni e 1 esterno , i licei artistici con 188 interni e 8 esterni e, infine, il liceo musicale con 10 interni e 1 esterno.

Il tradizionale  tam tam di illazioni sulle possibili tracce del tema.

Il tormentone quest’anno è iniziato da un bel po’, soprattutto sulla rete. D’Annunzio,Verga, Manzoni, Svevo, Pasolini, Pirandello restano  i favoriti della vigilia. Ma anche poeti come i grandi Pascoli, Leopardi e Ungaretti e Montale.

Rispetto ai temi di attualità, potrebbero non mancare la guerra tra Russia e Ucraina, la pandemia da Covid-19 e la crisi delle risorse energetiche.

Tra le ricorrenze il trentennale delle stragi di mafia del ‘92.

In tanta confusione gli esami paradossalmente restano l’unico punto fermo.

Gli esami di Stato sono una delle prime prove nella vita di un giovane, per cui, facili o difficili,  sono una occasione per mettere in gioco se stessi, la propria umanità.

L’esame resta una occasione irripetibile, una possibilità perché l’io si affermi come il punto conclusivo della vita scolastica. L’esame oggi è pià facile, la maturità non è più  l’incubo di un tempo, ma questa facilità è illusoria perché prima o poi una selezione arriva.

La scuola, poi,  oggi è come una casa disordinata, dove si vive spesso nella  incertezza, un cantiere aperto dove riforme si succedono a controriforme. E una scuola priva di mezzi è destinata a rimanere scadente, compromettendo il livello generale della qualità, pregiudicando il futuro. Il sogno di una scuola come strumento forte e generale di elevazione per tutti sembra un po’ appannato al momento.

Gli esami, in questa confusione, paradossalmente costituiscono l’unico punto fermo: nei fatti, il solo dispositivo che formalmente regga, che riesca a dare alla scuola una illusione di efficienza, di funzione.

Allora è bene che questa “forma” rimanga rituale fino in fondo, nell’attesa che possa tornare a essere riempita di un serio contenuto oppure abolita. (gl)           

MAR DI CALABRIA, SPLASH IN ACQUE PULITE
È UN OTTIMO ASSIST AL TURISMO BALNEARE

di MARIO PILEGGILo stato di salute dei mari per l’inizio della stagione balneare 2022, certificato dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, autorizza la balneazione su oltre 654 dei 716 Km di spiagge disponibili nella Regione. In pratica più di  quelli disponibili nell’insieme di sette regioni come: Veneto, Emilia-Romagna, Friuli, Abruzzo, Marche, Molise e Basilicata. 

La novità dei dati ufficiali non è solo quella dell’aumento delle spiagge idonee alla balneazione ma anche quella del miglioramento della qualità delle acque del Tirreno e dello Jonio, in controtendenza rispetto al progressivo peggioramento degli ultimi cinque anni. 

L’aumento delle spiagge idonee alla balneazione è di 1313 metri rispetto ai 653.523 del 2021 per la riduzione della lunghezza complessiva delle spiagge con acque classificate di qualità scarsa che nel 2021era aumentata fino a 17.508 metri mentre all’inizio dell’attuale stagione si è ridotta a complessivi 16.195 metri

Aumentano dello 0,44% rispetto alla stagione balneare 2021, anche le aree con acque classificate di qualità eccellente. 

Le novità dell’aumento delle acque classificate di qualità eccellente e della contemporanea riduzione delle aree con acque classificate di qualità scarsa, ed anche la localizzazione delle aree con i divieti per inquinamento non si registrano in modo omogeneo nelle cinque Province ma, come evidenzieremo nei prossimi giorni a conclusione del Rapporto, sono legate essenzialmente ad alcune località. Significative differenze della qualità delle acque, su scala provinciale e anche nell’ambito di una stessa Provincia, emergono anche dal confronto dei dati Arpacal relativi all’attuale stagione balneare con quelli delle stagioni precedenti.

Emerge, ad esempio, che per la stagione balneare 2022 la lunghezza delle aree con acque di qualità scarsa nella Provincia di Vibo Valenzia si è ridotta complessivamente a 560 metri, cioè a meno di un terzo rispetto ai 1.873 metri del 2021. Va considerato che le acque adibite alla balneazione sono classificate di qualità scarsa quando i parametri microbiologici di “Escherichia coli” ed ” Enterococchi Intestinali” superano il limite imposto dalla normativa vigente per la tutela della salute dei bagnanti.

Nel contesto regionale, dai dati sulla classificazione della qualità delle acque di balneazione per la stagione 2022 si rileva: 

–  lunghezza complessiva delle aree con acque di qualità eccellente di 593.643 metri con una percentuale dell’88,47% in crescita rispetto all’88,03 % del 2021 ma ancora di molto inferiore al 93% del 2017; 

– lunghezza delle aree con acque classificate di qualità buona di 45.695 metri pari al 6,81%, in riduzione rispetto al 7,05% del 2021;

–  lunghezza delle aree con acque classificate di qualità sufficiente di 15.498 metri, pari al 2,31% come nel 2021;

– lunghezza complessiva delle aree con acque di qualità scarsa di 16.195 metri sul 2,41%, in diminuzione rispetto al 2,61% del 2021. 

In pratica, i dati ufficiali della classificazione, confermati delle analisi delle acque effettuate nei mesi scorsi dall’Arpacal in tutti i comuni costieri, certificano la idoneità alla balneazione, e quindi l’assenza di rischi per la salute, su ben 653.523 metri di costa. 

Dei 716 Km di costa disponibili la parte adibita alla balneazione e monitorata è il 93,8%. Il restante 6,2% non adibito alla balneazione per quanto previsto dal D.Lgs. 116/2008 è vietato alla balneazione sia per l’inquinamento essenzialmente localizzato in corrispondenza delle foci dei corsi d’acqua sia per motivi diversi come in corrispondenza di Porti e scogliere inaccessibili. 

Gli stessi dati ufficiali dell’Agenzia Regionale per la Protezione l’Ambiente nel complesso certificano un buon stato di salute dei mari calabresi e alcune criticità, in particolare nelle Province di Reggio Calabria e Cosenza, localizzate in corrispondenza di alcuni tratti di costa prossimi alle foci di corsi d’acqua, ad alcuni impianti di depurazione malfunzionanti e vari scarichi abusivi che giungono a mare anche tramite canali o torrenti.

Sulle criticità riguardanti i 38 comuni e 48 impianti di depurazione localizzati lungo la fascia costiera Tirrenica compresa tra i comuni di Tortora e Nicotera, a partire dall’autunno scorso,  si è posta l’attenzione di varie istituzioni con interventi di Procure, Carabinieri e l’Ordinanza del Presidente della Regione N. 9 del 17 Marzo 2022 sulle “Disposizioni per la gestione dei fanghi prodotti dal trattamento delle acque reflue urbane al fine di garantire la corretta erogazione del servizio pubblico di depurazione”. E, recentemente, il commissariamento dei Depuratori in 14 comuni da parte della Regione.

L’efficacia di questi interventi sarà evidente nei prossimi mesi quando entreremo nel pieno della stagione balneare. In ogni caso si tratta di interventi certamente utili e da integrare con adeguati investimenti negli impianti di trattamento delle acque reflue urbane e il miglioramento delle reti delle acque reflue come si sta facendo in altre regioni del BelPaese.

Evidentemente bisogna smetterla concretamente di considerare il mare “una discarica che tutti possono utilizzare pur di risparmiare soldi pubblici e privati” come riportato nelle due Relazioni della Corte dei Conti su “la gestione delle risorse pubbliche finalizzata a prevenire l’inquinamento delle coste, a risanare le stesse, a migliorare la qualità delle acque destinate alla balneazione e a tutelare la salute pubblica”, proprio in corrispondenza dello stesso tratto di costa tirrenica e dei 38 comuni oggetto dell’Operazione “deep” dei Carabinieri e dell’Ordinanza del Presidente della Regione.

Così come bisogna smetterla di continuare ad ignorare che competenze e responsabilità della gestione e del controllo del territorio, compresi gli scarichi che inquinano il mare, appartengono a quelle Amministrazioni Pubbliche che, secondo i magistrati della Corte dei Conti della regione Calabria: “hanno mostrato una insufficiente consapevolezza delle proprie funzioni e competenze”, mentre “la protezione dell’ambiente e della salute pubblica impongono alle amministrazioni pubbliche di ridurre l’inquinamento delle acque di balneazione e di preservare queste ultime da un deterioramento ulteriore”.

S’impone anche il rispetto delle norme e Direttive europee riguardanti l’obbligo di informare e far conoscere la qualità delle acque marine e le specificità del patrimonio costiero bagnato dal Tirreno e dallo Ionio meridionali. E tra le specificità, rare nella Penisola, sono da far conoscere: la natura e quantità delle spiagge naturali, tra le più assolate e  a misura bambini e famiglie alle quali sono state assegnate 19 bandiere verdi della Foundation for Environmental Education (FEE), formate da frammenti di rocce di tutte le ere geologiche che documentano la nascita ed evoluzione del paesaggio dell’intera Penisola e degli insediamenti umani dell’intero Belpaese; gli assetti idro-geomorfologici che consentono la presenza e lo sviluppo della più grande varietà di habitat e forme di vita in ambiente acquatico e terrestre; la ricca varietà di prodotti enogastronomici sempre più apprezzati in tutti i continenti; i numerosi e antichi giacimenti storico-archeologici di tutte epoche. (mp)

[Mario Pileggi è geologo del Consiglio nazionale Amici della Terra]

IL DOCUMENTO DELLA GIUNTA REGIONALE SULLA DEPURAZIONE

DEPURAZIONE 20.06.22_c

I PICCOLI COMUNI HANNO FAME DI CULTURA
LA REGIONE DEDICHI UN BANDO APPOSITO

di ARISTIDE BAVA Perché non si fa un “bando cultura” per aiutare i piccoli Comuni?  È l’interrogativo che pone il sindaco di S. Agata del Bianco, Domenico Stranieri, con una lettera aperta inviata al Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto.

La lettera parte dalla premessa che “A maggio 2022 il Dipartimento Turismo, Marketing Territoriale e Mobilità della Regione Calabria ha comunicato l’approvazione dell’avviso Pubblico “Spettacoli ed eventi 2022” con le indicazioni che  “l’Amministrazione regionale ha inteso sostenere la realizzazione di eventi finalizzati alla valorizzazione e promozione delle risorse del territorio che pongano, altresì, in risalto il legame tra cultura, storia, arte, costume, tradizione, natura e sostenibilità ambientale”. 

Però, in un punto successivo (punto 2) si legge che destinatari dell’avviso sono “a) Comuni, in forma singola o associata, con popolazione ricompresa tra 5000 e 6.999 abitanti dotati di una capacità ricettiva di almeno 500 posti letto come risultante dai dati ISTAT 2020; b) Comuni, in forma singola o associata con popolazione pari o superiore a 7.000 abitanti, dotati di una capacità ricettiva di almeno 200 posti letto come risultante dai dati ISTAT 2020. c) Comuni Capoluogo di Provincia, indipendentemente da popolazione e capacità ricettiva”. 

La riflessione sul contenuto dell’avviso porta il sindaco Stranieri a scrivere che “Al di là della difficoltà a comprendere perché un comune di 5000 abitanti debba avere una capacità ricettiva di almeno 500 posti mentre uno più grande, pari o superiore a 7.000 abitanti, debba avere una capacità ricettiva di 200 posti letto, è chiaro che i piccoli comuni (i decantati borghi di cui tanto si parla) che magari hanno lavorato negli anni per ideare e realizzare Festival ed importanti eventi culturali resteranno ai margini della proposta progettuale della Regione Calabria”. 

Stranieri scrive «non so se si incentiverà il turismo (che tipo di turismo?) favorendo solo chi possiede tanti posti letto, ma, in questo momento, servirebbe anche un bando capace di guardare alla nostra cultura, con originalità e rigore, sostenendo i centri dove sono nati i nostri scrittori e i nostri artisti».

«Insomma – ha aggiunto – un bando aderente al contesto territoriale della nostra regione, alle tante realtà che “resistono” e difendono la loro arte e bellezza e sono meta di escursionisti e visitatori per tanti mesi all’anno».

Quindi, si ricorda anche che “A Sant’Agata del Bianco, ad esempio, dal 2017 esiste un Festival di Letteratura e Musica che si chiama Stratificazioni (dedicato allo scrittore Saverio Strati) che da anni si sta affermando anche a livello nazionale. 

Sant’Agata del Bianco, come tanti paesi, non ha 500 posti letto, ma ha un percorso artistico-culturale che, anche grazie al Festival, riesce ad attrarre tante persone. Probabilmente, senza fondi, quest’anno il Festival non si farà o si realizzerà in forma ridotta. 

Ci sono tantissimi posti come Sant’Agata del Bianco che grazie ad un bando intelligente, un progetto capace di favorire il miglioramento globale dei paesi, possono fare “miracoli”. 

Altrimenti, è inutile parlare di Magna Grecia, di Strati, La Cava, Seminara e Alvaro, delle nostre risorse ambientali, paesaggistiche e culturali se poi si guarda solo a un turismo di tipo consumistico che, in questo momento, è prerogativa (lo dimostreranno i dati Istat) soltanto di pochissimi Comuni che si trovano sulla costa. 

Certo, pure le realtà sviluppate che riescono ad attrarre grandi flussi di turisti vanno aiutate, anche perché ogni territorio, sicuramente, ha bisogno di una sanità efficiente, di strade o di un sistema di depurazione moderno (a tal proposito volevo ricordare che per ogni decreto di finanziamento che la Regione ritarda a trasmettere, arriva un avviso di garanzia a qualche sindaco)”.

Nella parte finale della lettera l’interrogativo «cosa si pensa di fare questa estate per i borghi (che magari hanno anche 30/50 posti letto)?» e la considerazione che è necessario un bando «che dia valore, “riabiliti”, i piccoli centri (il recentissimo libro del prof. Vito Teti, La Restanza, ed. Einaudi, ci racconta come i paesi possono diventare luoghi di un possibile futuro solo se sono ripensati in maniera nuova)». 

Ma per cambiare le cose– dice a conclusione il sindaco – «serve una fortissima volontà politica capace di superare la fredda imitazione di aree che poco ci assomigliano, altrimenti il nostro mondo diventerà illeggibile anche per noi stessi». (ab)

MA QUALI MERIDIONALISTI DI PROFESSIONE
GIANNOLA DIFENDE RUOLO DELLA SVIMEZ

di SANTO STRATI – È passato quasi un mese dal Convegno di Sorrento promosso dalla ministra per il Sud Mara Carfagna con l’organizzazione affidata allo Studio Ambrosetti, ignorando del tutto la Svimez, ma la sottile polemica sui “meridionalisti di professione” continua a strisciare insidiosa.

È un modo di pensare che, alla luce delle ultime proposte della ministra Gelmini sull’autonomia differenziata (che è tornata improvvisamente alla ribalta) va respinto in toto, perché non si può ignorare il grandissimo sforzo e il ruolo precipuo recitato dalla Svimez a favore del Sud.

Non si può immaginare un “Mezzogiorno senza Svimez”, anche perché si farebbe torto ai padri fondatori Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno non erano figli del Meridione, bensì esponenti della politica e dell’economia dell’Italia industriale del Nord: basti pensare a Beneduce, Menichella, Giordani, Cenzato e Saraceno e al loro impegno per sostenere una politica di industrializzazione e di crescita che vedesse protagonista l’intero Paese e non soltanto le già sviluppate economie del Settentrione.

A dar fuoco alle polveri, con la consueta amabilità che lo contraddistingue è stato qualche giorno fa il presidente della Svimez Adriano Giannola con una lettera al Corriere del Mezzogiorno che aveva pubblicato un editoriale di Marco Demarco che ascriveva l’ostracismo riservato alla Svimez a una guerra d’indipendenza della ministra per il Sud rispetto a De Luca e ai “professionisti del Mezzogiorno”.

Secondo Giannola, “l’enfasi sulla presunta novità del «Mezzogiorno senza Svimez» si deve, probabilmente, alla “scoperta di una novità a ben vedere vecchia di trent’anni; un fuoco fatuo, un abbaglio per l’acuto interprete (Demarco) di vicende nazionali «viste da Sud».

Si commenta da sola – scrive Giannola – l’allusione al «meridionalista di professione» della Svimez: tali sarebbero Saraceno (Iri), Rodolfo Morandi (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia), Menichella (istituto ricostruzione industriale-Banca d’Italia), la Cassa del Mezzogiorno presieduta da Pescatore, ecc… che furono in sintonia con i Governi, in autonomia e con discreto successo. Oggi – certo – non si può cercare di stare dignitosamente sulle spalle di quei giganti – chiosa Giannola nella sua lettera.

“A scanso di equivoci – prosegue il presidente della Svimez – Demarco commette un errore marchiano quando afferma che Sorrento inaugura l’era di un “Mezzogiorno senza Svimez». C’è da chiedersi dove egli fosse nella boriosa-sterile stagione dei boys della Nuova Programmazione, o in quella dei patti territoriali e da quale spiaggia abbia osservato i disastri delle politiche di coesione tanto case a Governi e «Governatori». In altri termini, non si è accorto che sul Mezzogiorno da più di trent’anni il Governo ragiona senza e spesso contro la Svimez.

“A Sorrento – scrive Giannola – la politica ha provato a verniciare a nuovo uno scenario preso a prestito; autorevoli sponsor contribuiscono da par loro con suggestioni che hanno un qualche distillato di analisi untradecennali. Certo fa effetto – a noi, non a Demarco – vedere all’improvviso declamati slogan Svimez mai assurti prima alle luci della ribalta del governo. Ben venga perciò se la volenterosa ministra saprà «cambiare rotta» al Paese costruendo quel «Secondo Motore», anche esso rigorosamente marcato Svimez pur non rivendicando copyright”.

Giannola rimarca nella sua lettera che “il quesito oggi non è se e come la Svimez sia in gioco, ma quale sostanza e credibilità possa attribuirsi all’annuncio di cambio di rotta. Ora (la ministra è baciata dalla fortuna) le risorse abbondano, vanno spese: è il progetto che rimane ignoto. In attesa di verificare la sequenza intenzioni-fatti non professiamo affatto granitica fiducia. Ministeri-chiave (mobilità sostenibile e transizione) a fronte di un’emergenza energetica che mette a rischio gli appuntamenti con la decarbonizzazione di Ue 2030 e 2050, palesano evidente inerzia, carenza di visione e di condivisione di questa opzione nel Pnrr. Di questo, sia consapevole la ministra e si attivi con fantasia. Serve a poco proclamare slogan Svimez (messi volentieri a disposizione) se dopo il maquillage non si passa in sala macchine ad accendere «il motore» per innescare quella sapiente, controllata reazione a catena che vale molto di più dell’ossessione del 40% al Sud. Per garantire un percorso di riequilibrio territoriale nei diritti di cittadinanza e va condiviso nel Paese grande malato d’Europa”.

È una replica, questa di Giannola che i nostri politici (ma non soltanto quelli carichi di pulsioni meridionalistiche) dovrebbero utilizzare come monito a una continua “distrazione” sui problemi del Mezzogiorno e sull’ – ahimè – crescente divario Nord-Sud. “Sul Sud– scrive ancora Giannola – si ha pieno diritto di ragionare: dico anzi che è tempo che Milano rompa il silenzio che, finora, segnala evidenze del suo malessere in fortuiti «fuori onda». Scenda invece in campo, magari aprendosi al confronto sul rivendicazionismo del «vento del Nord» e la bocconiana idea che per «far correre Milano» vale la pena di «rallentare Napoli» (Tabellini). Proporrei al presidente di Ambrosetti di ragionare sulla crisi di Milano che, per correre e non zoppicare, oltre a prendersela con Napoli crede di poter tornare locomotiva, con la scorciatoia di una incostituzionale autonomia che un’altra ministra di affretta a sfornare, senza che il presidente del Consiglio batta ciglio”.

Quest’ultimo riferimento alla Gelmini dovrebbe ulteriormente indurre a riflettere. Nel primo governo Conte la ministra Erika Stefani dovette battere in ritirata con le carte pronte per un’autonomia differenziata che mortificava il Sud e non aiutava, sicuramente il Nord. La Gelmini, si ritrova con una patata più bollente di prima che ha subito provocato la stizzita reazione della “collega” di partito Carfagna.

Il problema è e rimane ancora una volta la necessità di ragionare in termini di Paese e non di Nord-Sud dove l’uno corre e l’altro arranca. L’occasione del Pnrr è sicuramente più unica che rara e questo treno, una volta perso, non ha locomotive d’emergenza né corse aggiuntive su cui poter contare. Il Mediterraneo è la vera sfida (Giannola chiama “la via di Damasco – il cambio di rotta – da molti anni indicata dalla Svimez al Governo. Il vento gira e gonfia le vele di un Euro-Mediterraneo che da noi è ancora in cerca di identità, da costruire in casa prima che sull’altra sponda”.

Il fatto è che da troppo tempo gli illuminati rapporti della Svimez che avrebbero dovuto costituire un faro ideale per una sequela di governi insensibili al problema Mezzogiorno, non vengono presi in considerazione. Sono allarme circostanziati, con indicazioni di soluzioni affatto peregrine e che, anzi, potrebbero rappresentare il percorso più adatto per sostituire la parola crisi con ripartenza, la parola abbandono con ripresa, il termine degrado con sviluppo. La verità è che manca una precisa volontà politica a vedere finalmente crescere e avanzare il Mezzogiorno per un malcelato timore di un improbabile quanto impossibile “sorpasso”. I numeri del Pil sono impietosi e indicano ancora sofferenza in tutto il Meridione, ma senza i consumi delle popolazioni del Mezzogiorno – questo ancora non lo vogliono capire al Nord – le fabbriche e le industrie settentrionali si troveranno con ricavi dimezzati o azzerati. Ma alla popolazione del Mezzogiorno, oltre a offrire pari dignità abbattendo qualsiasi divario in qualsiasi campo, occorre offrire occupazione e lavoro stabile, garantire il futuro fino ad oggi rubato alle nuove generazioni del Sud. Se riparte il Sud, non dimentichiamolo, riparte il Paese. E non è uno slogan. (s)

TORNA IL FEDERALISMO DIFFERENZIATO
UNA SCELTA CHE PENALIZZA TUTTO IL SUD

di DOMENICO MAZZA E GIOVANNI LENTINIC’era d’aspettarselo! Noi ce l’aspettavamo. Prima o poi sarebbe dovuto succedere. Non pensavamo potesse accadere adesso, in questo momento particolare. Dopo due anni di pandemia ed a tre mesi dall’inizio di una guerra rovinosa e dolorosa per gli ucraini, ma anche per tutti i popoli europei. Ne prendiamo atto e non faremo mancare le nostre parole di dissenso e di opposizione. 

Ci riferiamo al federalismo differenziato. L’agognato obiettivo perseguito e ricercato sin dalle prime manifestazioni elettorali dai Rappresentanti della Lega Nord. Ebbene oggi, questo, potrebbe realizzarsi grazie al Ministro agli affari regionali che, a seguito lo strappo consumatosi con il leader di Forza Italia, risponde in toto ai Governatori del Nord.

Un tentativo maldestro, l’ennesimo, per tentare di stravolgere la Costituzione. 

E questa volta, con il disegno di legge già pronto e preconfezionato dalle solite scrivanie venete, lombarde ed emiliane, alle quali si sono aggiunte le bramosie di Piemonte e Toscana.                               

L’articolato è un disegno di legge composto da cinque punti. Il primo definisce i principi generali, e dunque il riconoscimento di “particolari forme di autonomia ai sensi dell’art.116 e le modalità di intesa tra le Regioni e lo Stato”. Tuttavia è l’articolo quattro quello destinato a scardinare il principio fondante della Carta Costituzionale. Questo prevede che le risorse finanziarie necessarie all’esercizio da parte della Regione delle funzioni trasferite — “siano determinate nell’intesa dall’ammontare della spesa storica sostenuta dalle Amministrazioni statali della Regione interessata per l’erogazione dei servizi pubblici oggetto di devoluzione”— e, continua, con l’affermazione che le Regioni —“ricevendo esattamente la quota corrispondente alla spesa storica saranno incentivate ad efficientare l’esercizio delle funzioni trasferite al fine di trattenere le risorse risparmiate”. 

Quanto virgolettato è ciò che, da sempre, chiedono i Presidenti delle regioni Veneto ed Emilia Romagna. Non partecipare al processo perequativo dello Stato in nome di un’efficienza, tutta da dimostrare (a nostro parere indimostrabile), delle loro Regioni che, per anni, hanno ottenuto più risorse di quante avrebbero dovute riceverne. 

L’intesa prevede che le risorse necessarie a finanziare le funzioni trasferite siano tratte da tributi propri della Regione o da compartecipazione al gettito di tributi maturati nel territorio regionale. Condizione necessaria per il trasferimento delle funzioni richieste e delle risorse corrispondenti resta la definizione dei Lep (livelli essenziali delle prestazioni), in 4 materie che saranno oggetto di richiesta: sanità, assistenza, istruzione e trasporto pubblico locale.

Viepiù, in un secondo momento, l’articolo 4 prevede, una volta definiti i Lep, anche il superamento della spesa storica attraverso la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard. 

A questo punto ci sia concessa un’osservazione. In tal modo si potrebbe creare una spaccatura ancora maggiore nel divario tra Nord e Sud, con arretramento ancor più marcato per quelle aree periferiche che rappresentano il sud nel sud. 

Siamo in presenza di un attacco alle corde più sensibili della nostra Costituzione. Con il rischio, sempre più concreto , di rompere la tenuta di una comunità solidale. Si stanno mettendo sul piatto da gioco disparità di trattamento tra persone, indebolimento dei diritti di cittadinanza e, forse un domani non troppo lontano, anche la differenziazione tra i salari.   

Per questo riteniamo che il Ministro per il sud, assieme a tutti i Presidenti delle Regioni meridionali e ad una Rappresentanza istituzionale regionale e nazionale dell’area che nel Mezzogiorno sconta il ritardo più atavico, l’Arco Jonico, si facessero interpreti e portavoce, con il Governo e con il Primo Ministro di quello che potrebbe rivelarsi un boomerang per le Regioni e per le popolazioni del Sud ed un ecatombe per l’area Jonica calabro-appulo-lucana. 

D’altronde accettare una soluzione come quella proposta dal Ministro agli affari regionali equivarrebbe a confermare il conclamato spaccamento in due del Paese. E verrebbero meno anche i dettami imposti da Bruxelles circa la coesione territoriale, atteso che, l’Europa ci chiede di concedere maggiori spettanze a chi è rimasto più indietro per consentire un sostanziale pareggio territoriale fra aree dello stesso Paese. 

Ed è grazie a questo principio che l’Italia risultò essere beneficiaria del più cospicuo pacchetto di fondi Next Generation UE. 

Se aggiungiamo che, a livello nazionale,  la distribuzione dei fondi PNRR sta disattendendo i parametri richiesti dall’Europa, i presupposti di questo federalismo differenziato potrebbero conferire il colpo di grazia alle Regioni meridionali. Il tutto con la certezza matematica che aree come quella jonica, devastate da una disoccupazione due volte superiore a quella dello stesso Mezzogiorno e tre volte rispetto quella dell’intero Paese, saranno destinate a desertificarsi. E l’esodo, già in atto da tempo, verso altri lidi, diventerà inarrestabile. 

Riteniamo, infine, che non possa essere accettata una così palese differenziazione tra cittadini dello stesso Stato. Con la consapevolezza che se si procederà verso tale disparità di trattamento si creerà un inedito sistema di “scala mobile” al contrario dove chi già sta meglio continuerà a vivere una vita agiata e chi sta peggio finirà alla fame. (dm e gl)

L’ECONOMIA CALABRESE CRESCE DEL 5,7%
MA RIMANGONO LE FRAGILITÀ E IL DIVARIO

L’economia calabrese è in ripresa, con una crescita del 5,7%. È quanto è emerso dal rapporto di Bankitalia sull’Economia Calabrese, dove viene evidenziato, tuttavia che, nonostante la crescita, il dato resta comunque «inferiore di circa un punto percentuale alla media nazionale».

Un dato, come ha evidenziato Aldo Ferrara, presidente di Unindustria Calabria all’Agi, che «non deve farci illudere, ed è solo apparentemente favorevole, perché il report mette a confronto il 2021 con il 2020, che è stato l’annus horribilis dell’economia nazionale e regionale anche a causa del lockdown».

Per Ferrara, infatti, si tratta di «un dato che, peraltro, non recupera la perdita di Pil del 2020 e in più è sotto di un punto rispetto al dato nazionale. Emergono, invece, in maniera plastica, le tradizionali debolezze e fragilità e il divario della nostra economia rispetto al resto del territorio».

Per il rapporto, «la ripresa ha tratto vantaggio dall’allentamento delle precedenti misure di restrizione, reso possibile anche dall’accelerazione della campagna vaccinale. Grazie al rafforzamento del quadro congiunturale, l’uscita graduale delle misure di sostegno introdotte durante l’emergenza Covid-19 non ha generato rilevanti contraccolpi negativi», mentre alla fine del 2021 e nei primi mesi del 2022 si sono caratterizzati per un rallentamento del ciclo economico, «su cui ha inciso da una parte la nuova ondata epidemica legata alla variante Omicron e dall’altra l’incremento dei costi energetici, che si è poi particolarmente acuito da fine febbraio con lo scoppio della guerra in Ucraina. Le conseguenze negative del conflitto risultano diffuse tra le imprese calabresi, sebbene più forti nei settori ad alta intensità energetica, che pesano per il 9,6 per cento del totale del valore aggiunto regionale».

«A fronte di una bassa quota degli scambi commerciali diretti con i paesi in guerra – viene spiegato nel Rapporto – i principali riflessi negativi sono legati alle ulteriori oscillazioni nei mercati di energia e materie prime, che hanno determinato forti rialzi dei costi di produzione. Le strategie aziendali messe in atto prevedono solo un parziale assorbimento dello shock attraverso una riduzione dei margini di profitto, a cui si affiancherebbe un incremento dei prezzi di vendita. Ciò potrebbe incidere sul potere di acquisto delle famiglie, specialmente quelle meno abbienti (più diffuse in Calabria rispetto al resto del Paese), per le quali è maggiore la quota di consumi assorbita da beni particolarmente interessati dagli aumenti (come elettricità, gas e prodotti alimentari)».

In parole povere, come ha riassunto il presidente degli industriali calabresi, «si rileva una rarefazione persistente del sistema industriale non poteva essere diversamente. Come l’abbiamo lasciato, lo abbiamo trovato. Sono state messe in campo politiche difensive, di preservazione del sistema produttivo, basti pensare all’incetta bonus, di una tantum, sia a livello nazionale che a livello regionale, per esempio il decreto aiuti, il Decreto sostegni, il Decreto liquidità. Abbiamo fatto mettere in campo, insieme alla Regione, il Fondo Calabria Competitiva, ovvero mini prestiti pari all’1% all’impresa, cos’ come il provvedimento Lavoro Calabria per preservare il personale all’interno delle imprese. Ma è una politica difensiva, per cui la crescita è stata semplicemente un rimbalzo tecnico».

Eppure, per Bankitalia il Pnrr potrebbe essere uno di quei fattori che potrebbero influire positivamente nella crescita del 2022, grazie agli «investimenti su infrastrutture e servizi pubblici, che si sommeranno a quelli che saranno realizzati con altre risorse nazionali ed europee. I benefici di tali misure dipenderanno però anche dalla capacità di progettazione e dalla velocità di realizzazione degli interventi da parte degli enti territoriali calabresi, che spesso nel passato sono risultate inadeguate».

Fondi, che è «necessario utilizzare bene», come ha evidenziato il segretario generale di Cisl CalabriaTonino Russo, che ha sottolineato come quella evidenziata dal Rapporto sia una «ripresa insufficiente, però, a recuperare i ritardi e le perdite dovute all’emergenza pandemica, tra l’altro con l’ultimo trimestre fortemente segnato dall’aumento dei prezzi che penalizza soprattutto le famiglie a basso reddito».

«Sul fronte del lavoro – ha evidenziato – in una situazione già gravemente caratterizzata da disoccupazione e precariato, sono fortemente penalizzati i giovani e le donne. C’è un divario territoriale da recuperare, sulle infrastrutture materiali e immateriali, rispetto ad altre aree del Paese; un divario che riguarda anche le strutture logistiche necessarie per migliorare gli accessi ai mercati. Bisogna favorire processi produttivi innovativi. È evidente, come la Cisl sostiene, la necessità di un patto per lo sviluppo».

Nel Rapporto, viene evidenziato come il mercato del lavoro calabrese abbia beneficiato della ripresa produttiva, e che nel 2021 sono cresciute le posizioni di lavoro dipendente, «in un quadro che è stato caratterizzato da un ritorno delle assunzioni su livelli di poco inferiori a quelli del 2019 e da un numero ancora contenuto di cessazioni. La domanda di lavoro delle imprese ha favorito soprattutto le posizioni a bassa qualifica e a termine, mentre rimangono ridotte le assunzioni previste nelle categorie professionali più qualificate».

«Grazie all’aumento dell’occupazione – si legge – i redditi nominali hanno recuperato i livelli pre-pandemici, favorendo la ripartenza dei consumi. Dopo il calo del 2020, le compravendite immobiliari sono fortemente cresciute, mostrando anche dei mutamenti nelle preferenze abitative rispetto al passato. La spesa delle famiglie è stata sostenuta dalle misure pubbliche di sostegno alle fasce più povere e dal ricorso al credito bancario, tornato ad aumentare. Il potere di acquisto dei redditi è stato tuttavia frenato dalla crescita dei prezzi al consumo, che si è accentuata a partire dalla seconda metà dell’anno».

Il segretario Russo ha voluto sottolineare « la grande preoccupazione circa la debolezza della Pubblica Amministrazione rispetto all’urgenza di una gestione qualificata ed efficace delle risorse Pnrr. È questo il primo, fondamentale, nodo da sciogliere», mentre il presidente Ferrara ha ribadito la necessità di «una cura da cavallo, indipendentemente da quelli che sono i cicli economici. Abbiamo a disposizione – ha spiegato all’Agi – visto che da qui a breve il Por sarà operativo, una quantità di risorse enorme che dobbiamo destinare esattamente a un sistema di incentivi che vada a stimolare uno straordinario piano di investimenti».

«Solo questi ultimi – ha proseguito – possono creare una crescita duratura perché cresce l’economia, quando le aziende producono e vendono. Allora, dobbiamo agire per disegnare questo sistema di incentivi che ammoderni il sistema produttivo esistente che, anche se rarefatto, c’è. Serve un investimento nel capitale umano e nelle competenze. Dobbiamo dare alle aziende la possibilità di ristrutturarsi e di ampliarsi soprattutto avendo come guida le tecnologie avanzate. La grande sfida – ha detto ancora – non c’è dubbio che rimane l’aumento della densità imprenditoriale».

«In Calabria ci sono poche imprese. Dobbiamo creare un ecosistema imprenditoriale attrattivo sia per stimolare la nascita di nuove imprese endogene, sia per attrarne fuori regione».

Nel Rapporto, infatti, viene evidenziato come, per quanto riguarda le start up, che in Calabria «erano 264, l’1,9 per cento di quelle presenti in Italia; si tratta di poco più di 14 imprese ogni 100.000 abitanti, un valore nettamente inferiore a quello nazionale e del Mezzogiorno (rispettivamente 23,8 e 17,8)».

«Tale dato – viene spiegato – è in linea con la scarsa specializzazione del sistema produttivo calabrese nei settori ad alta tecnologia o intensità di conoscenza. La bassa concentrazione regionale può dipendere, almeno in parte, da fattori ambientali poco favorevoli alla creazione di nuove imprese innovative, in particolare la carenza di centri di ricerca, di incubazione e di accelerazione di rilievo nazionale, che si aggiungono al difficile contesto istituzionale e socio-economico locale in cui le giovani imprese calabresi si trovano ad operare».

«Il divario nella presenza di start up innovative in regione – viene spiegato ancora nel rapporto – nel confronto nazionale si è ampliato particolarmente nell’ultimo biennio. Tra il 2014 e il 2019 il numero di start up innovative con sede in Calabria era costantemente cresciuto, analogamente a quanto avvenuto a livello nazionale. Nel corso della pandemia, invece, si è assistito a una dinamica differenziata: mentre in Italia e nel Mezzogiorno è continuata la crescita (rispettivamente di circa il 30 e il 35), in Calabria il numero è rimasto sostanzialmente stabile, a dimostrazione di una minore capacità di adattamento ai nuovi scenari caratterizzati dalla centralità dell’economia digitale e dello smart working».

«Rispetto al contesto nazionale – si legge ancora – non si riscontrano invece differenze di rilievo con riguardo ai settori di attività economica e alle caratteristiche di governance delle imprese. A fine 2021 l’80 per cento delle start up calabresi risultava attivo nel comparto dei servizi, in particolare nell’ambito della produzione di software e consulenza informatica, di servizi di informazione e comunicazione e nella ricerca scientifica e sviluppo (figura, pannello b); la presenza di start up operanti nell’industria è minore della media nazionale, in linea con il peso limitato del settore industriale a livello regionale. Analizzando la composizione degli organi sociali, le start up innovative con prevalenza femminile (vale a dire in cui le quote di possesso e le cariche amministrative sono detenute in maggioranza da donne) sono il 13,3 per cento; quelle a prevalenza giovanile (under 35) sono il 18,2 per cento del totale. In entrambi i casi, si tratta di dati leggermente superiori alla media nazionale (rispettivamente, 12,3 e 17,5 per cento)». (rcz)

 

SANITÀ, IL GIGANTESCO DEFICIT DERIVATO
DA 12 ANNI DI INFELICE PIANO DI RIENTRO

di GIACINTO NANCIIl sottosegretario alla sanità Andrea Costa nei giorni scorsi durante una sua visita in Calabria ha affermato che “siamo sulla strada giusta per la fine del commissariamento della sanità calabrese”. Vuoi vedere che finalmente al governo hanno capito che il piano di rientro sanitario imposto alla Calabria nel lontano dicembre del 2009 è proprio la causa della disastrosa situazione della sanità calabrese?

Infatti del “percorso positivo che ha già dato dei risultati positivi” citato dal sottosegretario non vi è neanche l’ombra perché dopo 12 anni di piano di rientro sanitario il deficit annuale della sanità calabrese è raddoppiato e la spesa dei calabresi fuori regione è perfino triplicata raggiungendo la stratosferica cifra di 329 milioni di euro. Ripetiamo, forse al governo hanno capito che è stato proprio il piano di rientro a causare e ad incrementare il deficit sanitario e le spese dei calabresi fuori regione. Infatti a governare la sanità calabrese in questi 12 anni non sono stati i calabresi ma i ministeri dell’Economia e della Salute tramite i loro commissari che si sono succeduti, e negli ultimi 4 anni, come se ciò non bastasse, hanno commissariato tutte e cinque le Asp e i tre maggiori ospedali calabresi.

Finalmente hanno capito che se in 12 anni di commissariamento la situazione è fortemente peggiorata vuol dire che c’era e c’è qualche altro motivo a causare il deficit sanitario calabrese che non l’incapacità dei calabresi ad amministrare la salute. E il motivo c’è ed è dovuto al fatto che la Calabria, dove ci sono molti più malati cronici, è la regione che da oltre 20 anni ha ricevuto meno fondi sanitari delle altre regioni, ad esempio nell’ultimo riparto dei fondi tra la regione Emilia Romagna che ha ricevuto più fondi pro capite e la Calabria che è quella che ne ha avuti di meno in assoluto ci sono ben 400,5 euro pro capite di differenza e se la Calabria avesse ricevuto 400,5 euro pro capite in più per i suoi 1.947.000 di abitanti avremmo avuto ben 779 milioni di euro in più.

E questa ingiustizia è ancora più grave considerando che in Calabria ci sono ben 287.000 malati cronici in più rispetto ad altri circa due milioni di altri italiani, dato certificato dai ministeri dell’Economia e da quello della Salute che hanno vidimato il DCA n103 del 30/09/2015 del commissario Scura che quantificava questi malati cronici in più con tanto di specifiche tabelle. Adesso siamo tutti contenti perché arrivano in Calabria per la sanità i 350 milioni del Pnrr, ma viste le cifre appena esposte quanti “PNNR” da 20 anni ogni anno sono stati sottratti alla Calabria?.

Infatti nel 2017 la Conferenza stato Regioni ha fatto una parzialissima modifica (per come dichiarato dal suo presidente Bonaccini) al criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni considerando non solo l’età ma anche la presenza delle patologie nelle varie regioni. Il risultato è stato che alla Calabria sono spettati 29 milioni di euro in più e quasi mezzo miliardo in più a tutto il sud. Se la modifica fosse stata completa i 29 milioni si sarebbero potuti moltiplicare almeno per 4, ovviamente la modifica non è stata ne ampliata ne ripetuta e la Calabria è tornata ad essere la regione con meno fondi pro capite in assoluto. Una promessa del genere l’aveva fatta nientemeno che il ministro della salute Fazio in un solenne comizio a Napoli il primo di Aprile del 2011 (sì già nel lontano 2011) dove aveva detto: “Entro due anni potremo ripartire i fondi in base alla prevalenza delle malattie e non più rispetto al parametro dell’età…”.

Il ministro è passato e il vecchio criterio che ha penalizzato e penalizza le regioni come la Calabria è rimasto. E quando al danno si aggiunge altro danno dobbiamo ricordare che in applicazione del piano di rientro noi calabresi da 12 anni ogni anno paghiamo oltre 100 milioni di euro di tasse e accise in più per ripianare il presunto deficit. E quando al danno si aggiunge anche la beffa noi calabresi siamo condannati a restituire 950 milioni in trenta anni per un prestito di 422 milioni che il governo ci ha fatto all’inizio del piano di rientro con un tasso di interesse del 4,89% che è molto vicino al tasso usuraio che è del 6.03%, mentre quello corretto per questo tipo prestito è dell’1%.

Infine sig. sottosegretario Andrea Costa è un bene la fine del piano di rientro sanitario ma se non viene modificato il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni che ha penalizzato da oltre 20 anni la Calabria saremo come prima, anzi peggio, perché dopo 12 anni di tagli del piano di rientro che hanno significato chiusura di ospedali, blocco del turn over, aumento di viaggi della speranza fuori regione, allungamento delle liste di attesa, aumento dei ticket che hanno causato come dato conclusivo il fatto che i Calabria a parità di patologia si muore prima che nel resto d’Italia. Ripetiamo non basta la fine del piano di rientro ma il corretto finanziamento della salute, più fondi dove ci sono più malati e non il contrario come è stato da oltre 20 anni a questa parte. (gn)

PESA IL DIVARIO SUL LAVORO FEMMINILE
PER I GIOVANI DEL SUD È UNA DELUSIONE

Si allarga sempre di più il divario di genere, a livello occupazionale nel Mezzogiorno: nel 2020 il tasso di occupazione femminile è di 24 punti inferiore a quello maschile (a fronte dei 15 punti del Centro-Nord). È quanto è emerso dalla ricerca della Svimez su Donne, Giovani e Sud: Il lavoro povero e precario aggrava la questione salariale.

In Calabria, in particolare, è emerso come il tasso di attività, che nel 2018 era del 53,9%, al 2021 è sceso a 51,5%; il tasso di occupazione, che nel 2018 era del 42,1%, nel 2021 è del 42% (quindi un buon risultato) mentre il tasso di disoccupazione, da che era del 21,6%, nel 2021 si è attestato al 18%.

I dati della ricerca, infatti, «forniscono una fotografia sia degli effetti della grande recessione, sia della pandemia del 2020, evidenziando un chiaro dualismo territoriale e di genere»: Tra il 2008 e il 2019 il tasso di occupazione nazionale è rimasto stabile intorno al 59%, per poi perdere quasi un punto percentuale nell’anno della pandemia. Tra il 2008 e il 2020 è aumentato da 14,2 a 17,5 punti percentuali il differenziale di tasso di occupazione degli uomini tra Mezzogiorno e Centro-Nord per effetto di una contrazione dell’indicatore sensibilmente più intenso nelle regioni meridionali (dal 61 al 56,6%) rispetto al resto del Paese (dal 75,2 al 74,1%).

Tuttavia, viene evidenziato come il divario di genere sia sensibilmente più ampio al Sud: nel 2020 il tasso di occupazione femminile è di 24 punti inferiore a quello maschile (a fronte dei 15 punti del Centro-Nord) e di come il fenomeno del part-time involontario (a tempo indeterminato) interessa soprattutto le donne e il Mezzogiorno, dove «4 lavoratori a part-time del Sud su 5 lo sono “non per scelta», ha rilevato la Svimez.

La Svimez, infatti, ha rilevato come «dal 2008 al 2020 il ricorso al part time involontario è raddoppiato: nel 2008 si registrava il 7,6% nel Mezzogiorno e il 5% del Centro-Nord, valori saliti nel 2020 rispettivamente al 14,5% e all’11%. I lavoratori con part time “non per scelta” erano 1,3 milioni nel 2008; nel 2020 sono raddoppiati (2,7 milioni). Nel Mezzogiorno i lavoratori con contratto part time involontario sono passati da 490 mila a circa 900 mila, raggiungendo una percentuale dell’80% del totale dei lavoratori a tempo parziale. L’esplosione del tempo parziale involontario rappresenta una vera e propria “patologia” del mercato del lavoro italiano che diventa ancora più evidente nel Mezzogiorno per diversi motivi: la maggiore diffusione di produzioni manifatturiere a più basso valore aggiunto che esprimono una domanda di basse qualifiche; la prevalenza nei servizi di comparti tradizionali dove, più che nella manifattura, i tempi di lavori possono essere frazionati».

Un dato che preoccupa, poi, riguarda la riduzione non volute di orario e stipendio, che hanno interessato prevalentemente le donne e sono state più frequenti al Sud: se nel 2008 gli occupati con part time involontario – rileva la Svimez – erano in prevalenza donne in tutto il Paese, con un’incidenza sensibilmente più elevata nel Mezzogiorno, anche nel 2020 si osserva al Sud una quota di donne in part time involontario più elevata rispetto al Centro-Nord (23,7% contro il 18,4%)».

«A livello nazionale – si legge nella ricerca – nel 2020 risultano circa 1,1 milioni di occupati a tempo indeterminato e tempo pieno in meno rispetto al 2008. Una perdita che si concentra per oltre il 60% nel Mezzogiorno (-670.000). Nel Mezzogiorno gli occupati calano sensibilmente (-275.000 unità). A determinare questo diverso esito è soprattutto la contrazione molto più ampia nel Mezzogiorno dei rapporti di lavoro a tempo pieno: –11,9% a fronte del –3,1% del Centro-Nord».

Per quanto riguarda, poi, l’incidenza dei dipendenti a termine, la Svimez ha evidenziato come questa sia «mediamente più alta nel Mezzogiorno, ed è aumentata di 5 punti percentuali tra il 2008 e il 2019» e di come «si evidenzia una maggiore incidenza incidenza nell’occupazione femminile, seppure con un parziale riallineamento nell’ultima fase. Nel 2008, il ricorso ai contratti a termine nel Sud era significativamente più elevato tra le donne (21,6 contro il 15% tra gli uomini), mentre al Centro-Nord il differenziale di genere era più contenuto (10% per le donne, 13,7% per gli uomini). Per effetto della fase di ripresa occupazionale del 2014-2019, basata proprio sul ricorso ai contratti a termine, nel 2019 la quota dei dipendenti a termine maschile si è poi avvicinata a quella femminile, soprattutto al Sud: 23,1% per le donne, 21,7% per gli uomini».

«Nel 2020 – spiega la Svimez – i lavoratori dipendenti con contratti a termine nel Mezzogiorno registrano il valore più elevato rispetto alle altre aree del Paese, il 20,1% del totale dei lavoratori dipendenti. Le forme contrattuali a tempo determinato restano le più diffuse fra le donne e i giovani meridionali: il 21,3% per le donne, il 37,4% per i 15-34enni. Da notare che in questa fascia di età le distanze fra il Mezzogiorno e il resto del paese sono meno marcate, segno di una questione presente in misura trasversale sul territorio».

Quello che emerge dalla ricerca, è che nel Mezzogiorno ci sono «più precari e più a lungo»: Nel 2020, il 24,5% dei lavoratori del Mezzogiorno ha un’occupazione a termine da almeno 5 anni (in aumento di un punto percentuale rispetto al 2019), oltre 11 punti in più del Centro-Nord (14,2%). Da evidenziare, poi, come nel Mezzogiorno sia più difficile, rispetto al Centro-Nord, uscire dalla condizione di precarietà, se si considera che, nel 2019, la quota di occupati precari che trovavano un’occupazione stabile al Sud era del 13,3%, contro il 21,8% italiano e del 27,7% del Nord.

«Tutto questo– viene spiegato dalla Svimez – si traduce in una maggiore percezione di insicurezza nelle regioni meridionali, dove la quota di occupati che nei successivi 6 mesi ritiene sia probabile perdere il lavoro e sia poco o per nulla probabile trovarne un altro simile si attesta all’8,5% degli occupati totali (a fronte del 6,7% nazionale)».

Tuttavia, «a partire da marzo 2021, con una decisa accelerazione nel secondo trimestre dell’anno, la domanda di lavoro ha ripreso a crescere. La ripresa è stata più accelerata nel Mezzogiorno, anche se in questa stessa area si è registrato un più sensibile rallentamento nell’ultimo trimestre dell’anno»: I primi dati per il 2021 mostrano un recupero più sensibile dell’occupazione nel Mezzogiorno (+1,3% la variazione tra 2020 e 2021) a fronte dei risultati conseguiti dal Centro-Nord (+0,6%, vedi Tabella 3). In tutte le circoscrizioni tale dinamica è favorita dalla ripresa dell’occupazione femminile (+2,0% il Sud, +1,0% il Centro-Nord, +1,6% la media italiana).

Crescono i lavoratori dipendenti, a fronte di un calo generale degli indipendenti. La ripresa è favorita soprattutto dall’industria e in particolare da quella delle costruzioni; mentre conoscono valori tendenzialmente stabili o di bassa crescita gli occupati dei servizi. Tali dati sono in controtendenza con le variazioni registrate tra 2020 e 2019, quando la caduta del Mezzogiorno era più alta delle altre circoscrizioni (-3,3% a fronte del 3,1% di Centro-Nord e Italia), a causa proprio di una più sensibile contrazione dell’occupazione femminile (-4,6% nel Sud, -3,6% il Centro-Nord, -3,8% l’Italia).

Un altro aspetto su cui si è soffermata la Svimez, infine, è la stagnazione salariale, che «è una questione nazionale», dove tra il 2008 e il 2020 le retribuzioni reali si sono ridotte del 12% nel Mezzogiorno contro i 7 in media del Centro-Nord.

«La “questione salariale” – ha ribadito la Svimez – è, dunque, un problema nazionale, che determina conseguenze più rilevanti sulle condizioni sociali e si riverbera con maggiore intensità sulle dinamiche macroeconomiche soprattutto al Sud. Qui, infatti, il tasso di occupazione è strutturalmente più basso, la precarizzazione del mercato del lavoro più evidente, il lavoro fragile è più esposto al rischio povertà; inoltre, gli effetti depressivi dei bassi salari sulla dinamica dei consumi fa più danni nelle economie locali più dipendenti dalla domanda interna».

«Una vera e propria emergenza sociale – continua la Svimez – riguarda la diffusione del lavoro povero, una questione nazionale che al Sud ha raggiunto livelli insostenibili a causa di salari unitari più bassi e ridotti tempi di lavoro. I working poor in Italia sono 3 milioni, il 13% degli occupati, distribuiti uniformemente in valori assoluti tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Si tratta, però, di un’illusione “ottica” considerando che nel Mezzogiorno i working poor rappresentano circa il 20% degli occupati locali, contro circa il 9% del Centro-Nord. Sono circa 400.000 i nuovi lavoratori poveri creati dalla pandemia in Italia».

Ulteriori indicazioni sui differenziali territoriali nelle retribuzioni vengono dagli “Osservatori INPS” basati sulle singole gestioni previdenziali: i dati Inps, infatti, permettono di quantificare i profondi e persistenti divari retributivi tra Sud e Centro-Nord trasversalmente alle posizioni lavorative. I redditi da lavoro sono in media nel Mezzogiorno circa il 75% di quelli del Centro-Nord, un divario che deriva sia dal tempo lavorato (circa il 90% nel Sud rispetto a quello del Centro-Nord) sia dal reddito settimanale medio (intorno all’83%).

«La retribuzione annua media in euro al Mezzogiorno è di meno di 15.000 euro, a fronte degli oltre 22.000 nel Centro-Nord, circa il 35%» e il divario territoriale interessa tutte le categorie con l’eccezione dei dipendenti pubblici e degli iscritti alla gestione separata post-laurea ed è particolarmente elevato per i collaboratori (poco più del 50% di quello del Centro-Nord) e per i dipendenti privati (circa due terzi).

Quello che emerge, dunque, è un gender gap, «in larga parte ascrivibile al reddito medio settimanale (intorno al 25%) e in misura contenuta al minor numero di settimane lavorate (circa il 3%). Il divario è moderatamente calante nel corso del periodo 2014-2020, per l’aumento del reddito medio settimanale, mentre oscilla il numero di settimane lavorate. Il gender gap è relativamente contenuto per gli autonomi, intorno al 10%, sale decisamente per i dipendenti (circa il 30% per i privati e circa il 25% per i pubblici, dove probabilmente riflette differenze nei livelli professionali e nel tempo di lavoro part/full time) ed è massimo per i collaboratori quasi il 50%. A livello territoriale, il gender gap è più accentuato nel Centro-Nord (30% a fronte del 22% del Mezzogiorno)».

Per la Svimez, «le distanze retributive sopra richiamate e la loro particolare incidenza nel Mezzogiorno, oltre a incidere sulla qualità della vita di famiglie e individui, rischiano di compromettere le possibilità di ripartenza del Paese e del Sud, in particolare». (rrm)