L’OPINIONE / Francesco De Biase: Gli anziani non possono essere discriminati

di FRANCESCO DE BIASE – Gli anziani non possono essere discriminati. Nei loro confronti il Governo non può decidere di offrire le prestazioni necessarie alle loro cure in base all’età. È questo un criterio inaccettabile che cozza, drammaticamente, con le richieste avanzate dalla Uilp che si muovevano nel solco di una scelta prestazionale legata al bisogno delle persone anziane.

Il nuovo Decreto legislativo approntato dal Governo, proprio sotto questo aspetto, non ci convince. Per la Uilp, infatti, è determinante guardare all’offerta dei servizi non in base all’età ma alla condizione della persona, soprattutto in territorio qual è quello calabrese dove più marcati sono i disagi, più accentuata la debolezza sociale ed economica di larghe fette di popolazione e più sensibile il divario di servizi con il resto del Paese.

Come Uilp, da tempo, stiamo ribadendo la necessità del carattere universalistico del diritto alle cure e all’assistenza, che devono evidenziare un carattere pubblico, universale e uniforme e devono trovare finanziamento attraverso la fiscalità generale.

Così come non ci siamo mai stancati di sostenere la necessità di una Legge nazionale organica sulla non autosufficienza e sulla disabilità, ritenendo questo l’unico intervento normativo utile a uscire dalla frammentazione delle politiche di welfare territoriale e garantire omogeneità nelle prestazioni su tutto il territorio nazionale.

Prestazioni che, per la loro copertura finanziaria insufficiente, non riescono a garantire concretamente la platea degli assistiti e vedere riconosciuti i Livelli essenziali delle prestazioni.

È questo l’unico strumento a nostra disposizione per limare quelle pesanti diseguaglianze che persistono fra il Sud, la Calabria in particolare, e il resto del Paese.

Diseguaglianze percepibili, infine, anche nel settore della residenzialità, di cui riteniamo non più rinviabile una riforma perché non vorremmo che le Rsa rischino di divenire, come sottolineato dal nostro Segretario generale Carmelo Barbagallo, “case di riposo eterno”.

Queste sono questioni dirimenti per la nostra Organizzazione sindacale e, pertanto, chiediamo alla Regione Calabria di attivarsi nei confronti del Governo per ricercare le migliori soluzioni per rendere la tutela della salute e l’assistenza degli anziani un punto fermo dell’azione sociale dello Stato. (fdb)

[Francesco De Biase è segretario generale di Uilpensionati Calabria]

Lo Spi avvia interlocuzioni per una sanità a misura di anziani

Lo Spi Cgil Calabria «avvierà, da subito, interlocuzioni unitarie e istituzionali, non solo con i sindaci degli ambiti, ma anche con gli altri primi cittadini per capire e agire, per la realizzazione di quanto programmato per il 2024 ed iniziare un percorso di confronto che porti ad un’adeguata programmazione per il 2025» per una sanità a misura di anziano. È quanto ha reso noto Carmelo Gullì, segretario generale di Spi Cgil Calabria, nel corso dell’iniziativa Una sanità a misura di anziano. Dall’analisi sociosanitaria in Calabria alle nuove opportunità, svoltasi a Lamezia.

Presenti, anche,  la segretaria Spi Cgil Calabria Rossella Napolano e il segretario Cgil Calabria Luigi Veraldi. A concludere il Segretario Spi Cgil Nazionale, Stefano Cecconi.

Dalla rete ospedaliera insufficiente, ad una medicina territoriale svuotata fino ai ritardi nella nascita delle Case della Salute e ai fondi del Pnrr, si è discusso a più voci, con il contributo dei Segretari territoriali.

Negativo il giudizio sul Pnrr che provvede a finanziare gli investimenti e solo in piccola parte le spese gestionali relative al personale, non riuscendo a ribaltare il paradigma della sanità basata sulle strutture rispetto ad un sistema fatto per le persone e dalle persone,  mentre per combattere la desertificazione della medicina territoriale si sarebbe potuto dare un po’ d’acqua con investimenti sulla telemedicina e teleassistenza, sulle ambulanze medicalizzate, con l’incremento di elisoccorso in attesa di tutti questi cambiamenti.

Intorno all’importante partita del riassetto della medicina di prossimità e non solo, bisogna segnalare la crescita di processi virtuosi di interessi collettivi a tutela della salute dei cittadini e delle cittadine calabresi. Si tratta di una fitta trama di soggetti sociali che contribuisce in maniera collettiva alla costruzione di un più equo sistema sanitario regionale su diversi fronti (quello della partecipazione, della salute mentale, delle dipendenze e della riabilitazione, ecc.).

Rispetto alle aree interne lo Spi denuncia la mancata attuazione della Dgr 215/2018, completamente disattesa nel suo intento di incentivare una maggiore integrazione socio-sanitaria e la continuità dei percorsi assistenziali integrati ed invita ad attuare in tutta la regione Aggregazioni funzionali territoriali h12 e Unità Complesse di Cure Primarie h24.

Tra le proposte del sindacato l’istituzione di un Osservatorio epidemiologico regionale in grado di garantire una conoscenza delle condizioni di salute nelle aree interne e del territorio regionale per orientare una programmazione sociosanitaria davvero rispondente ai diversi bisogni esistenti in Calabria; l’estensione di una maggiore partecipazione non solo ai sindaci ma anche alle associazioni di volontariato che rappresentano i pazienti e i loro familiari ai fini di una più estesa co-progettazione e co-programmazione con e per il territorio.

Dettagliata e minuziosa la relazione della Segretaria Spi Cgil Rossella Napolano, sottolineando quanto sia «grave e democraticamente preoccupante che ciò che è avvenuto negli ultimi anni di importante nel campo sociosanitario in Calabria, dal piano di rientro, ai piani ospedalieri e territoriali, sia avvenuto senza il confronto con le forze sindacali».

Il Segretario Cgil Calabria Luigi Veraldi, ha annunciato una stagione di vertenze promuovendo, in particolare, quelle territoriali e invitando le categorie a parlare “tutte lo stesso idioma”.

Il Segretario Nazionale Cecconi ha concluso invitando a tenere alta la mobilitazione sia a livello nazionale che nei territori e annunciando proposte di legge di iniziativa popolare a sostegno del sistema sanitario pubblico universale. (rcz)

L’OPINIONE / Francesco De Biase: Il 26 % degli anziani rinuncia alle cure, Occhiuto ci ascolti

di FRANCESCO DE BIASE – I dati offerti alla lettura e analizzati da “Passi d’argento”, il sistema di sorveglianza della popolazione con più di 64 anni del nostro Paese, non ci sorprendono ma ci preoccupano. Sono tanti, troppi, gli anziani che rinunciano a curarsi in Italia e, fra questi, di certo sono moltissimi i cittadini calabresi.

La nostra regione, infatti, evidenzia percentuali peggiori rispetto alla media nazionale per le difficoltà nell’accesso ai servizi socio-sanitari (con un 37,5% di soggetti in difficoltà) e si attesta nella media nazionale per quanto riguarda le stime riferite alla rinuncia alle visite mediche ed agli esami diagnostici (con una percentuale che sfiora il 26%).

Siamo convinti, come sostenuto da chi ha lavorato all’analisi dei dati, che sia importante tutelare il diritto e l’accesso alle cure delle persone che avanzano con l’età, facilitarne l’accesso ai servizi sociosanitari e rendere i contesti di vita, come le abitazioni o i quartieri, sicuri e favorenti l’autonomia e la socialità.

In Calabria, dove la sanità non è riuscita a superare i problemi atavici che l’attanagliano, dove la medicina territoriale ancora non è entrata a regime, dove la legge sulla non autosufficienza è stata varata ma non sostenuta economicamente dal legislatore regionale, questi problemi sono più evidenti e queste necessità più stringenti.

Per questo chiediamo al presidente della giunta regionale della Calabria, Roberto Occhiuto, nella sua veste di Commissario per il piano di rientro di assecondare la nostra richiesta di riapertura del tavolo di confronto sul Servizio sanitario regionale.

Siamo convinti che lo sviluppo di servizi sociali e sanitari moderni, efficienti e accessibili alle persone anziane, sia cruciale per rispondere ai loro bisogni e garantire quei diritti sociali e assistenziali che, troppo spesso, in Calabria sono veri e propri miraggi. (fdb)

[Francesco De Biase è segretario generale di Uilpensionati Calabria]

 

LA CALABRIA SEMPRE PIÙ PAESE DI VECCHI
POTENZIARE SANITÀ PER ANZIANI E FRAGILI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria rischia di diventare sempre più un paese di vecchi. È quanto è emerso nel corso del 37esimo Congresso nazionale ella Società italiana geriatria ospedale e territorio al Campus universitario “Salvatore Venuta” Corpo L dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

Tra i temi analizzati l’invecchiamento della popolazione e il ruolo strategico della geriatria. Secondo l’Istat, nel 2065 l’età media della popolazione calabrese salirà a 51,9 rispetto ai 45 di oggi.

Il Censimento della popolazione in Calabria del 2021, pubblicato il 19 settembre 2023, rileva come l’età media si sia innalzata rispetto al 2020 da 45,2 a 45,5 anni. Gli effetti più rilevanti saranno nel medio periodo: come si evince dai dati ISTAT 2018 sulle previsioni demografiche, nel 2065 l’età media della popolazione calabrese salirà a 51,9, superiore a una media nazionale di 50,1 anni. La percentuale di over65, attualmente il 20,9%, salirà fino al 36,3%, valore più alto di quello previsto per l’Italia nel suo complesso. Parallelamente, diminuirà la popolazione giovane (0-14 anni), determinando uno squilibrio tra queste due componenti della popolazione.

«In Calabria i presidi residenziali sociosanitari sono circa 1,6 ogni 10mila abitanti, contro una media nazionale di 2,1. I posti letto totali solo l’1,8% di quelli disponibili in Italia, mentre per gli anziani sono 95 per 10mila abitanti, rispetto ai 222 di media nazionale» sottolinea Giovanni Ruotolo, Vicepresidente Sigot.

L’Italia si conferma uno dei Paesi più anziani del mondo e con ulteriori prospettive di invecchiamento: entro il 2050 la proporzione di anziani tenderà a raddoppiare, passando dall’11% al 22% della popolazione totale. Un mutamento demografico che impone provvedimenti in ogni ambito, a partire dal campo scientifico, dove diventa strategica la geriatria con la sua specificità e la sua importanza in quanto disciplina cardine per il paziente anziano fragile complesso. Questa attenzione è tanto più importante in una regione come la Calabria, i cui numeri in sanità sono meno efficienti rispetto al resto d’Italia e dove il processo di invecchiamento è destinato ad accelerare nei prossimi anni.

«Gli anziani con multimorbilità e i malati fragili, ossia chi ha perso la propria autonomia funzionale, sono in costante aumento– ha spiegato la prof.ssa Angela Sciacqua, Professore di Geriatria e Direttore della Scuola di Geriatria presso l’Università Magna Grecia di Catanzaro e Direttore della Geriatria Universitaria AOU Renato Dulbecco –. In Calabria vi sono oltre 400mila pazienti cronici e di questi circa il 40% hanno tra i 75 e gli 84 anni, mentre il 50% ne ha più di 85, con solo la percentuale rimanente che sta tra i 65 e i 74: una mole importante di pazienti cronici è dunque composta da anziani che spesso sono anche fragili. Per far fronte a questo fenomeno in crescita serve una sinergia tra gli ospedali, che assistono i malati acuti, e le strutture sul territorio, che devono garantire una buona qualità di vita dopo la degenza ospedaliera con strutture residenziali e assistenza domiciliare integrata, ma le strutture sono ancora insufficienti. Serve poi una rete di assistenza domiciliare integrata tra Medici di Medicina Generale, infermieri, assistenti sociali, specialisti, ma il primo ostacolo si incontra nella carenza di personale».

«Nel nostro Ateneo abbiamo aumentato i posti di specializzazione in geriatria a 14 – ha spiegato – diventando una delle scuole in Italia con più posti e quindi un modello virtuoso in un momento in cui vi è una domanda crescente di questa specializzazione, che sviluppiamo a 360°, in ospedale e sul territorio, ossia in ogni struttura dove il geriatra dovrebbe essere presente».

Altro punto su cui si è concentrato il Congresso sono state le Linee guida sulla Valutazione Multidimensionale della persona anziana. Si tratta di uno strumento che «permette di determinare un percorso condiviso nella presa in carico dei pazienti anziani ricoverati in ospedale con malattie acute o riacutizzazione di malattie corniche, riducendo le ri-ospedalizzazioni e i trasferimenti in casa di riposo (le istituzionalizzazioni). Inoltre, diventerà più agevole la gestione dell’anziano a domicilio, riducendo i ricoveri ospedalieri non appropriati e alla fine migliorando la qualità di cura e assistenza. Si tratta di un cambio di paradigma a livello assistenziale, che per essere implementato necessita di un percorso di adattamento del nostro sistema sociosanitario che richiederà tempo e aggiustamenti organizzativi».

Gli anziani rappresentano una popolazione eterogenea in termini di stato di salute ma anche funzionale, cognitivo, psico-sociale ed economico. La Valutazione Multidimensionale studia tutti questi domini (o “dimensioni”) in maniera integrata con strumenti e scale diagnostiche definiti “clinimetrici”, cioè basati su parametri quantificabili numericamente, al fine di sviluppare e attuare un piano di cura il più possibile personalizzato sulle reali necessità della persona anziana. Da questa esigenza è partita l’iniziativa dei geriatri di Sigot, in collaborazione con i colleghi di Medicina Generale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), con il supporto metodologico dell’Istituto Superiore di Sanità, e con il contributo di altre 25 società scientifiche che si occupano dell’assistenza dell’anziano: uno sforzo congiunto che ha portato alla realizzazione di queste Linee Guida, realizzate secondo un approccio rigoroso, con metodo “Grade” secondo quanto previsto e indicato dal Sistema Nazionale delle Linee Guida (SNLG) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Una volta approvate, le Linee Guida saranno pubblicate sul sito dell’ISS e diventeranno consultabili dal personale socio-sanitario, le ASL, le Regioni, i Ministeri, e naturalmente gli utenti anziani e caregivers.

«La collaborazione tra le diverse specialità ha posto la geriatria come elemento cardine nella continuità delle cure e nel passaggio dell’anziano dall’ospedale al territorio – ha sottolineato il prof. Alberto Pilotto –. La Valutazione Multidimensionale (VMD) è essenziale per promuovere la continuità delle cure e dell’assistenza di cui gli anziani hanno bisogno. La carenza sul territorio di strutture dedicate all’assistenza della persona anziana spesso vanifica gli sforzi dell’ospedale: in altri termini, il paziente viene curato nella fase acuta, ma poi non sempre viene assistito al meglio nelle fasi altrettanto importanti di post-acuzie e di recupero funzionale creando i ben noti fenomeni della ri-ospedalizzazione e della istituzionalizzazione».

«Ciò avviene in un contesto – ha detto ancora – in cui il numero delle persone anziane è in continua crescita. Per questo vi è la necessità di disegnare e attuare percorsi appropriati, efficaci ed efficienti di continuità delle cure dall’ospedale al territorio. Insomma, è richiesto oggi  un cambio organizzativo e gestionale del nostro sistema socio-sanitario pubblico che queste linee guida sulla Vmd della persona anziana possono favorire, come dimostrato abbondantemente dalla letteratura scientifica prodotta negli ultimi 40 anni in tutto il mondo».

Per il dott. Ruotolo, «superata la fase emergenziale, l’ospedale deve affidare la gestione dei pazienti cronici a percorsi territoriali. Per questa transizione è strategica la figura del geriatra, coadiuvato da altri operatori sanitari a supporto, e una valutazione multidimensionale che permetta di identificare il setting esatto per ogni paziente, che può spaziare dal domicilio nei casi più lievi fino agli hospice per le situazioni più a rischio. La transizione ospedale-territorio va declinata sulle malattie più sensibili: patologie cardiovascolari, neurodegenerative, respiratorie, malnutrizione e sarcopenia».

«Le malattie cardiovascolari sono in Italia la prima causa di morte – ha proseguito –. alla BPCO, terza causa di morte, sono legati il 55% dei decessi per malattia respiratoria: in Italia ci sono 3,5 milioni di persone con BPCO e ognuna costa 3500€ l’anno, il 3% di tutta la spesa sanitaria. La Valutazione Multidimensionale può migliorare la gestione di questi pazienti e rendere più virtuoso il bilancio della spesa sanitaria».

A chiudere il congresso, la discussione intorno ai Pronto soccorso intasati, della diminuzione dei posti letto ospedalieri che, come rilevato «nel 2020 a stento raggiungevano il valore di 3.2 per 1000 abitanti, tra i più bassi in Europa, di cui solo 0.05 ogni 1000 abitanti di Geriatria. Tutto questo mentre continua ad aumentare, in termini assoluti, il numero di anziani».

Per il dott. Filippo Fimognari, direttore scientifico di Sigot, «è proprio il combinato disposto di anziani in crescita e diminuzione dei posti letto ospedalieri il motivo ovvio del dramma dell’affollamento del Pronto Soccorso».

«Affollamento che, si badi bene – ha evidenziato – non è dovuto ai giovani con patologie non gravi (che rapidamente vengono inviati al domicilio), ma allo stazionamento in Pronto Soccorso di un crescente numero di anziani con patologie gravi, già arruolati per il ricovero ospedaliero, ma che rimangono lì per giorni dato che i posti letti nei reparti sono pochi».

«Un recente studio nazionale condotto su più di 20 milioni di accessi ha infatti dimostrato che i ricoveri degli anziani sono più clinicamente giustificati di quelli dei giovani, poiché vengono disposti dal medico di Pronto Soccorso quasi sempre in condizioni di vera emergenza-urgenza, com’ è ovvio attendersi per organismi già indeboliti dalle molte malattie croniche di base».

«Il problema dell’appropriatezza clinica di ricorso all’ospedale da parte degli anziani – ha affermato il Presidente Sigot, Lorenzo Palleschi – non è quindi in entrata, ma in uscita: i reparti fanno fatica a dimettere pazienti ormai stabilizzati ma che ancora necessitano di assistenza qualificata, perché il territorio non è ancora attrezzato per accoglierli».

«Non basta quindi il potenziamento delle cure territoriali – ha continuato – oggi aiutato dai fondi del Pnrr, ma occorre aumentare il numero di posti letto negli ospedali, soprattutto nei reparti di Geriatria, anche eventualmente convertendo altre risorse ospedaliere».

«I reparti ospedalieri di Geriatria, infatti – ha proseguito – lavorano secondo un modello assistenziale che, come dimostrato da molteplici studi internazionali, migliora gli esiti di salute degli anziani facilitandone il ritorno e la permanenza a domicilio».

«Ed è il caso di sottolineare – ha continuato Palleschi  – che la forza statistica di queste evidenze scientifiche è uguale a quella che ha promosso la diffusione delle Stroke Units per l’ictus cerebrale, mentre la diffusione delle Geriatrie ospedaliere non è stata paragonabile».

«Prima che sia troppo tardi le istituzioni sanitarie centrali rimuovano le condizioni a tutti note – definanziamento del sistema sanitario pubblico, restrizioni normative nelle assunzioni – che di fatto impediscono alle aziende sanitarie di aumentare i posti letto in ospedale, mettendo a rischio la salute dei cittadini e la serenità organizzativa degli operatori sanitari – ha concluso – nella vana illusione che il potenziamento del territorio sia sufficiente a far fronte alla crescente domanda di salute di una popolazione che invecchia». (ams)

Spi Cgil Calabria: Conferenza permanente sulle problematiche degli anziani sia luogo di confronto

Spi Cgil Calabria ha chiesto che la Conferenza Permanente sulle Problematiche degli anziani e dei pensionati assuma, concretamente, «il ruolo assegnatole dalla legge istitutiva e diventi realmente il luogo di confronto  tra Regione e Organizzazioni Sindacali sulle prospettive future dei piani sociali di zona, sul piano triennale  nazionale e regionale sulla non autosufficienza e sull’integrazione sociosanitaria».

«In Calabria non sono stati costituiti i tavoli con le parti sociali – viene ricordato – per discutere delle problematiche degli anziani, come previsto dall’art.11 della LR n. 12/18, e anche in tema sanitario il commissario ad acta alla sanità ha approvato la riorganizzazione della rete sanitaria territoriale e ospedaliera senza coinvolgere i sindacati. Per non parlare poi dei ritardi in tema di integrazione sociosanitaria, divenuta ormai un miraggio lontano mentre, al contrario, la sua realizzazione potrebbe favorire una presa in carico integrata dei bisogni di cura sia sanitari che assistenziali».

«Il nostro Paese torna in dietro – ha denunciato il sindacato – e rischia di lasciare indietro i più fragili, anziani, donne e giovani che rimangono esclusi dalla possibilità di miglioramento di una vita degna di un paese civile e che non hanno adeguati servizi a supporto ed a garanzia dei diritti sanciti dalla Costituzione. Chi ne fa le spese maggiormente è il Mezzogiorno che, storicamente privo di un welfare strutturato, si impoverisce socialmente con l’emigrazione dilagante dei giovani e la mancata possibilità di rilancio verso il futuro».

«La Calabria oltre alla mancanza di servizi essenziali e allo spopolamento delle aree interne – continua la nota – ha un tessuto sociale caratterizzato da una crescita  continua di popolazione anziana e, di conseguenza, di una maggiore domanda di interventi sociosanitari e assistenziali, ma ad oggi il governo ha tagliato i fondi del Pnrr anche per la medicina territoriale e per il sociale. Non sappiamo in che modo tutto ciò inciderà nella nostra regione, con quali criteri si sceglierà quale Casa della Salute o ospedale di comunità non saranno messi a regime, pur sapendo che anche quelli programmati e allocati  su edifici esistenti da ristrutturare non hanno finanziamenti per il personale e corrono il rischio di diventare cattedrali nel deserto o facile preda dell’imprenditoria privata. Invariate anche le risorse della legge 33/2023 in materia di politiche in favore delle persone anziane».

«I pensionati, i soggetti fragili e più poveri, i disoccupati e i giovani meritano delle risposte e per questo è arrivato il momento di mobilitarsi per il nostro Paese, per il Sud e per la Calabria che merita – conclude la nota –, non solo risposte ,ma  prospettive per un futuro migliore.  Con questa consapevolezza saremo in piazza a Roma il sette ottobre per la manifestazione nazionale “La via maestra” a difesa  dei lavoratori e pensionati calabresi». (rcz)

La meglio gioventù dei seniors Siderno

di ARISTIDE BAVA – Insieme per dare un futuro al nostro passato” è lo slogan scelto dai componenti del Centro anziani di Siderno per dare il via alle attività operative della loro nuova annata sociale.

Il monito dovrebbe essere ben percepito da chi considera gli anziani come una specie di peso e non già come persone dalle quali c’è molto da imparare e che certamente possono ancora contribuire a dare spinta sociale alle loro comunità.  Il Centro anziani di Siderno, infatti, ha deciso di dotarsi di una nuova veste e dopo la pausa estiva riprende la sua attività cambiando anche denominazione ovvero “Seniors Siderno – La meglio gioventù”. Nel corso di una recente riunione è stato fatto un approfondito esame degli ultimi sei mesi di attività, giudicati mesi  intensi sotto diversi aspetti con una varietà di attività caratterizzate da Incontri Culturali,  Attività Motorie, Passeggiate domenicali, Visite di Centri Storici, incontri con gruppi  di Senior  in vacanza.

Secondo una nota diffusa dalla segreteria del centro “Significativi sono stati i contatti e le iniziative che si sono sviluppate in stretta collaborazione con altre associazioni come la Consulta Cittadina, il Masci,  l’Avo insieme alle quali, nei prossimi mesi, sono in programma diverse attività.

Ma quello che maggiormente ha segnato una svolta e ha ulteriormente caratterizzato la mission dei Seniors Siderno è stata la considerazione della Terza Età come una preziosa risorsa per tenere vivo il passato e dare il giusto valore al presente.

I componenti del Centro di aggregazione  infatti, hanno deciso di considerare la terza età come una fase di vita non solo attiva, non solo di partecipazione sociale, economica, civile e culturale del proprio Paese, ma anche come un bacino di valori da trasmettere alle nuove generazioni.

È questo il messaggio che intendono dare alla popolazione nella convinzione che gli anziani, dispongono di un patrimonio importante di esperienze professionali e relazionale e sono i custodi della Memoria Storica che oggi più che mai si rende necessario conoscere  e tenere come prezioso riferimento della vita quotidiana . Sulla base di questa precisa  considerazione, i Seniors Siderno all’interno delle variegate  attività, hanno previsto degli incontri con i singoli soci durante i quali ognuno di loro potrà raccontarsi e raccontare episodi, fatti e aneddoti della propria vita.

Intanto hanno deciso che già in questo mese di settembre daranno vita a due incontri con due figure storiche della Città di Siderno:  il primo con Francesco Canzonieri, autore del libro “Per non Dimenticare”, nel quale l’autore  intraprende un viaggio a ritroso nella memoria storica della cittadina e si sofferma su fatti e vicende di notevole importanza che sarebbe opportuno venissero messi a conoscenza delle nuove generazioni.

Il secondo incontro avrà luogo con Domenico Calderazzo, anche lui da sempre impegnato nel sociale e profondo conoscitore della sua amata Siderno. Altra novità comunicata dalla segreteria del Centro anziani è una iniziativa che si sta avviando  per creare sinergie e collaborazioni   con gli altri Centri delle cittadine vicine. Dai contatti avuti con esponenti dei Centri di Roccella, Marina di Gioiosa, Gioiosa Jonica e Locri è scaturita, peraltro, l’opportunità di avviare iniziative comuni con l’obiettivo di contribuire alla crescita e allo sviluppo del  territorio dove .superando ogni tipo di  campanilismo si possa essere orgogliosi di far parte di una grande Città chiamata Locride.

Una bella iniziativa che parte proprio dagli anziani che, probabilmente più di tutti, hanno vissuto la cattiva esperienza di assurdi campanilismi che hanno notevolmente pesato sulla sviluppo del territorio. Nel corso della loro ultima riunione i soci del Centro anziani hanno anche inteso ringraziare l’Amministrazione Comunale per la disponibilità e l’attenzione prestata in questo primo anno della loro rinnovata attività. (ab)

IN CALABRIA SEMPRE MENO NATI E PIÙ
ANZIANI: ORA È INVERNO DEMOGRAFICO

di FILIPPO VELTRI – L’Italia ha 15 anni per salvarsi dalla tragedia demografica. Il nostro Paese ha registrato nel 2022 appena 399 mila nascite, la metà di quelle francesi. Una distanza abissale che non si spiega solo con la maggiore attenzione alle famiglie del sistema pubblico transalpino. Il fatto è che gli italiani hanno iniziato a fare pochi figli già da quarant’anni e dunque le coppie che si sono formate negli ultimi anni sono di molto inferiori a quelle francesi. Così l’Italia è finita in un circolo vizioso che sta bruciando la sua unica, vera, ricchezza: gli italiani.

A suonare l’allarme è stato per primo il volume “La trappola delle culle” scritto da due giornalisti, Luca Cifoni e Diodato Pirone, in libreria gia’ da alcuni mesi. Poi sono intervenuti 10  giorni fa i dati Istat su cui il prof. De Bartolo su questo giornale ha avviato da qualche settimana alcune riflessioni interessanti.

I due autori non analizzano nel loro libro solo le dimensioni del dramma demografico italiano ma ipotizzano nove azioni concrete per invertire una rotta che ci porta verso un lento suicidio collettivo.

Il 1964 è come un momento di cesura, uno spartiacque tra due periodi della nostra storia recente: qualcosa finisce e qualcosa sta per iniziare, anche se non se ne percepiscono i contorni.

Certo è che proprio in quell’anno – la coincidenza fa riflettere – si invertono due indicatori strategici: da una parte il debito pubblico italiano raggiunge il suo punto più basso in rapporto al Pil, appena il 27,7%, e da allora inizierà a lievitare fino a condizionare l’intera vita del Paese (oggi siamo oltre il 150); dall’altra il nostro boom demografico tocca il picco massimo con oltre un milione di bambini venuti al mondo in tutta la penisola, per poi imboccare il bivio di una lenta quanto inesorabile rarefazione di culle e passeggini.

Ecco, i bambini. Visto con gli occhi di oggi, il 1964 è una specie di paradiso perduto della natalità, un Eldorado che sarà impossibile riconquistare. «(…) Il confronto è sconsolante: il numero dei nati, che già nel 2015 era sceso sotto il mezzo milione, è precipitato ancora finendo sotto quota 400mila nel 2021. Nascono poco più di un terzo dei bambini del 1964, con la differenza che allora eravamo 51 milioni, mentre oggi la popolazione italiana sfiora i 59. E infatti, il tasso di natalità è crollato sotto quota 7 per mille, il livello più basso in Europa, e appena un terzo di quello del ’64. È salita, invece, oltre i 31 anni l’età media del primo parto. Quanto al numero medio di figli per donna, siamo scesi nel 2021 a 1,25: meno della metà del livello del 1964 e soprattutto un valore drasticamente al di sotto di quel 2,1 che è considerato dalla scienza demografica il minimo per man- tenere in equilibrio una popolazione, in assenza di fattori esterni come le migrazioni».

Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, che di mestiere fa proprio il professore di demografia, ha dato un’idea approssimata ma intuitiva della drammaticità di questi numeri proponendo una banale moltiplicazione: un flusso di 400mila nascite all’anno moltiplicato per una sopravvivenza media di 80 anni – in linea con quella attuale – vuol dire a parità di altre condizioni arrivare a fine secolo a una popolazione di 32 milioni di abitanti (400.000 x 80 = 32.000.000). Circa la metà – la metà! – di quanti siamo oggi.

È uno scenario, come si è detto, volutamente ipersemplificato. Ma nemmeno troppo lontano dalle previsioni dell’Onu, che ci assegnano per il 2100 poco meno di 40 milioni di residenti.

Cosa ha spazzato via anche il ricordo dell’Italia prolifica del 1964? È davvero tutta colpa della recessione? A costo di frantumare qualche cliché, dobbiamo rispondere “no”. La crisi della natalità degli ultimi anni non va messa (solo) sul conto della crisi economica, del precariato, dell’anemia delle politiche pro-nascite, di un Paese che continua a penalizzare le donne sul fronte del lavoro. A questi dati di fatto se ne affianca un altro, poco considerato ma devastante: i giovani italiani di oggi, quelli nati intorno agli anni ‘90, ormai sono troppo pochi per mettere al mondo un numero di figli sufficiente a rivitalizzare la natalità. Con la carestia di nascite degli scorsi decenni abbiamo costruito noi stessi un meccanismo autodistruttivo: ormai mancano bambini perché la quantità di nuove possibili coppie è esigua, scarseggiano i nuovi papà ma soprattutto sono numericamente insufficienti le donne che possono avere figli.

Alla storia che abbiamo raccontato finora manca un elemento: l’effetto degli oltre tre anni di pandemia. Istat ha osservato che questa circostanza straordinaria lascerà tracce nel tempo: siccome da noi c’è ancora un forte legame tra la scelta nuziale e quella di avere figli, è prevedibile che le unioni “perse” provocheranno nei prossimi anni circa 40mila nascite in meno. L’Italia si sta insomma suicidando.

  Per quanto riguarda la Calabria la “desertificazione” continua a registrare numeri allarmanti: gli ultimi sono quelli delineati dal Laboratorio economico territoriale Politiche del Lavoro del Dipartimento del Lavoro della Regione nell’ambito del programma Gol. Secondo quanto si legge nell’analisi, in Calabria «si è passati dai 1.998.792 residenti del 2004, ai 1.877.72 del 2020, con la perdita complessiva di 121mila unità. Nello stesso arco temporale si assiste ad un processo di invecchiamento della popolazione, con una crescita della fascia degli ultra-sessantaquattrenni che passa dal 17,6% del 2004 al 22,1% del 2020, e ad una contrazione della popolazione tra 0 ed i 14 anni del 12,4%».

Poi l’Istat ci ha comunicato l’ultimo dato ferale: la speranza di vita tra Nord e Sud e’ di tre punti a favore del Trentino Alto Adige rispetto alla Campania, prima ed ultima della graduatoria. E hanno ancora il coraggio di parlare di autonomia differenziata! (fv)

Parte dalla Calabria la prevenzione infortuni domestici per gli anziani

Parte dalla Calabria la campagna Inail di prevenzione dagli infortuni domestici, promossa da Federcasalinghe, rappresentata da Federica Gasparrini in campo nazionale e veicolata in tutta la regione Calabria da Federanziani Calabria Coordinamento Regionale, diretta da Maria Brunella Stancato.

In questa campagna sono stati coinvolti i centri di aggregazione comunali aderenti ed affiliati ad Aira Anziani Italia Rete Associativa Ets Aps, nonché le associazioni culturali femminili, le Proloco, i Comuni e le persone fisiche.

Nello specifico, il corso del 15 febbraio è organizzato dal Centro di Aggregazione Culturale di Mormanno in collaborazione con il Comune rappresentato dal sindaco Paolo Pappaterra e dagli Assessori che hanno messo a disposizione i locali del Centro D’Alessandro. Un corso di formazione della durata di 2 ore che «mira a far conoscere la legge 3 dicembre 1999, n. 493 che ha istituito una polizza assicurativa contro gli infortuni domestici che riconosce e valorizza chiunque impieghi le proprie energie in maniera abituale, esclusiva e gratuita, nell’ambito domestico essa può essere attivata da persone che hanno una età compresa tra i 18 ed i 67 anni», ha riferito la presidente Stancato.

«Si tratta di una legge a elevato impatto etico e sociale – ha aggiunto – che valorizza la dedizione e il senso di responsabilità di chi svolge quotidianamente e a tempo pieno il proprio lavoro tra le mura domestiche, equiparandolo, dal punto di vista della tutela dei rischi da infortunio, a quello svolto fuori casa».

Per lavoro domestico si intende l’insieme di attività svolte da uno o più soggetti nell’abitazione dove dimora il nucleo familiare, senza vincolo di subordinazione e gratuitamente.

«Il nucleo familiare è l’insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione e tutela, o da legami affettivi – il pensiero di Stancato e Aire – coabitanti e aventi la medesima dimora abituale. Il nucleo familiare può essere composto anche dalle coppie di fatto o da una sola persona. Purtroppo gli incidenti domestici rappresentano un problema di grande interesse per la sanità pubblica e di rilevanza sociale per l’impatto psicologico che hanno sulla popolazione che considera la casa il luogo sicuro per eccellenza. L’incidenza del rischio è legata direttamente alla quantità di tempo trascorso in casa».

Alla fine del corso verrà rilasciato ovviamente l’attestato di partecipazione, ricordando che l’assicurazione Inail è gratuita per le persone economicamente fragili. In Calabria saranno svolti 6 corsi che si concluderanno entro il mese di marzo 2023. (rcz)

Coldiretti Calabria: Gli anziani sono una risorsa, il 50% salva i bilanci familiari

Chi pensa che gli anziani siano un peso sbaglia di grosso, per Coldiretti Calabria. In quasi il 50% delle famiglie «sono i nonni – ha evidenziato l’Associazione –  a salvare il bilancio domestico messo a rischio dall’inflazione che colpisce il carrello della spesa con l’esplosione dei costi dell’energia a causa della guerra in Ucraina, con una tendenza che si è accentuata anche rispetto ai difficili anni della pandemia».

«Lo fanno, sia con la pensione, ma anche dedicandosi all’agricoltura, coltivando orti , aiutando le famiglie nella conduzione aziendale o anche titolari di aziende agricole – ha proseguito Coldiretti –. Basti pensare che nella nostra regione,  coloro che hanno da 75 anni  in poi conducono in agricoltura oltre 21.000 (di cui donne circa 8500) aziende su un totale di 95538, secondo l’ultima rilevazione Istat».

«Ma anche artigianato, fino al commercio, e così si può beneficiare dell’esperienza accumulata da chi è ora in pensione – si legge ancora –. E c’è un grado di soddisfazione perché la presenza di un pensionato in casa, quasi i due terzi (63%) dichiarano che i nonni sono un fattore determinante per contribuire proprio al reddito familiare, mentre il 22% guarda a loro come un valido aiuto per accudire i propri figli, magari per portarli a scuola e seguirli anche una vola tornati a casa. Una possibilità che dà fiducia ma consente anche di risparmiare su doposcuola e baby sitter. Anche se è necessario aumentare i servizi e l’assistenza sul territorio anche nelle aree più svantaggiate e isolate».

«Come nella migliore cultura e tradizione agricola – ha spiegato la Coldiretti – la presenza degli anziani fra le mura di casa è quindi quasi sempre considerata un valor aggiunto all’interno di un welfare familiare che deve fare i conti sia con la gestione delle risorse economiche disponibili sia con quella del tempo e dei figli in situazioni dove molto spesso entrambi i genitori lavorano e sono fuori casa la maggior parte della giornata».

«La presenza dei nonni – ha sottolineato la Coldiretti – è sempre più importante anche rispetto alla funzione fondamentale di conservare le tradizioni alimentari e guidare i più giovani verso abitudini più salutari nelle scuole e nelle case. Uno stile nutrizionale – ricorda Coldiretti – basato sui prodotti della dieta mediterranea come pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari che ha consentito – continua Coldiretti – una speranza di vita tra le più alte a livello mondiale pari a 79,7 anni per gli uomini e 84,4 per le donne, anche se con la pandemia si è verificata una brusca inversione di tendenza».

«Insomma – ha dichiarato Elvira Leuzzi, presidente dell’Associazione pensionati della Calabria – un invecchiamento attivo e pertanto, come è stato rilevato nell’assemblea nazionale dei senior Coldiretti, la presenza degli anziani all’interno della famiglia si sta dimostrando fondamentale per affrontare le difficoltà economiche e sociali di molti cittadini  e la solidarietà tra generazioni sulla quale si fonda l’impresa familiare è un modello vincente per vivere e stare bene insieme e non un segnale di arretratezza sociale e culturale». (rcz)

COVID, ANZIANI E RSA: SERVE IN CALABRIA
UN PIANO TERRITORIALE PER L’ASSISTENZA

Secondo l’Istat in Calabria nel 2020 gli over 65 rappresentano circa il 25% della popolazione residente con un indice di vecchiaia che è balzato da 102,6 del 2002 al 169 del 2020. È importante, visto il numero dei decessi per il Covid che colpisce per l’85% gli over 70, riformulare piani territoriali che tengano conto delle necessità delle persone anziane, sia in termini di assistenza affidata alle Rsa (Residenze sanitarie assistenziali) sia per quella prestata attraverso i ricoveri ospedalieri. Le Rsa e, più in generale, le strutture residenziali per anziani – ricordiamolo  sono state le realtà più colpite dal coronavirus data la maggiore vulnerabilità delle persone anziane e non autosufficienti ospitate. OpenCalabria col sociologo Angelo Palmieri ha sviluppato un interessante studio che siamo lieti di riproporre ai nostri lettori.

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di ANGELO PALMIERI – Si fa un gran parlare, tra analisi di scenario, prospettive e previsioni, dell’urgente necessità di individuare soluzioni operative atte a “mettere in sicurezza” – espressione sempre pronta a rimbalzare nei vari salotti televisivi con il consueto gruppo di esperti pronti all’analisi e alla soluzione di problemi complessi – la popolazione anziana. Di contro, politici abbarbicati su posizioni partitiche dal vago sapore ideologico provano a prospettare ipotesi di lavoro che il più delle volte altro non sono se non scialbe riprese di idee e proposte già contenute nei vecchi Piani Sanitari e negli abbozzati Piani Sociosanitari Regionali, magari con l’eccezione di qualche riferimento a una buona pratica sperimentata in un determinato contesto territoriale.

L’85% dei decessi per il virus, che ha colpito gli over 70, sollecita ad andare oltre gli scontati schemi interpretativi, per approdare ad una politica di buon senso in grado di produrre visioni e proposte capaci di mettere in essere modelli di assistenza e di cura o, più in generale, nuove infrastrutture sociali che, partendo da una revisione del modello residenziale, facciano dell’anziano non tanto il beneficiario di assistenza quanto il soggetto protagonista. Infatti, la pandemia ha evidenziato i sostanziali limiti di fondo delle RSA, visto l’alto numero di contagi e decessi.

Di qui la necessaria riflessione che porti a valutare due aspetti fondamentali: una più efficace gestione dei processi di integrazione ospedale – comunità e un rilancio dei servizi socio-sanitari territoriali, già carenti in molte Regioni, specie quanto alle cure domiciliari.

La logica della complessiva rivisitazione del sistema sanitario è giustificata da un quadro demografico e sociale ben delineati dalle recenti statistiche: gli over 75 nel nostro Paese sono 7.058.755, ovverosia l’11,7 % del totale della popolazione. In Italia ci sono più posti letto nelle Rsa che in ospedale: 215.000 più 40mila per la riabilitazione in questi ultimi, contro 285mila più 40mila per le persone con disabilità nelle residenze. Ciò indica che bisogna trovare modalità nuove di coordinamento e integrazione secondo un approccio di continuità assistenziale, che è la sola in grado di garantire in termini di efficacia di cure, efficienza gestionale e appropriatezza il trattamento dei pazienti fragili, affetti da patologie per cui la presenza di situazioni di comorbilità richiede l’adozione di un approccio integrato e multidisciplinare.

La discussione non può più vertere sull’utilità di favorire processi di integrazione tra servizi e aree di intervento, ma sul come e con quali strumenti operativi realizzarli sul campo.

Colpisce che il 10-20% dei casi di pazienti ospedalizzati si stia trasformando in ricoveri sociali con dimissioni difficili; anziani poveri, senza una famiglia, persone che non saprebbero dove andare. Si rende perciò necessario operare un cambio di rotta sul piano dell’offerta: si giungerebbe ad affermare che curare il sistema serva per curare più appropriatamente l’anziano fragile.

Occorrerà approntare sistemi di servizi sociosanitari capaci di contemperare azioni di miglioramento della qualità e di risposta efficace ai bisogni della domanda della popolazione anziana, spostando l’attenzione sul territorio quale soggetto attivo che intercetti il bisogno sanitario e si faccia carico in modo unitario e integrale delle necessità sanitarie e socio-assistenziali del cittadino-paziente.

È ormai accertato che elementi di disfunzioni strutturali e deficienze programmatorie sono emersi in maniera irrefutabile su tutto il territorio nazionale, in particolar modo in quei contesti a forte vocazione “ospedalocentrica”. In ultima analisi è giunto il momento di superare l’obsoleto modello sanitario, basato unicamente su ospedali e su residenze.

Sulle Residenze sanitarie bisognerà ridefinire processi organizzativi. Occorrerà iniziare a ragionare su residenzialità più flessibili e modulari e investire risorse sul personale da destinare alla formazione e competenza professionale. Servono professionisti dell’assistenza e non operatori improvvisati. Servirà uscire dall’ottica del mero servizio-prestazione e assumere un coerente compito di cura, di sostegno fisico, emotivo e sociale, perché in caso contrario, si correrebbe il rischio di replicare su larga scala le criticità esistenti.

Così come sull’assistenza domiciliare integrata si dovrà investire di più visto che siamo il Paese con il maggior numero di anziani in Europa. Ad oggi rappresenta una quota insufficiente dell’assistenza, che si stima mediamente 16 ore all’anno per anziano. Gli interventi territoriali presso le dimore degli anziani appaiono inadeguati, senza dimenticare che, se privi del gran numero di badanti, tutto il sistema entrerebbe in grande sofferenza. La domiciliarità dell’assistenza e delle cure costituiscono un forte antidoto per prevenire l’isolamento e per assicurare maggiore protezione degli anziani costretti a vivere in solitudine (si stima che l’8.9% non ha figli e vive solo). Si registra, inoltre, una significativa carenza in termini di risposte organizzate al contrasto della solitudine e dell’isolamento sociale. A questo si deve aggiungere la mancanza di centri diurni e soluzioni applicate di telemedicina.

In definitiva, siamo privi di quella articolazione territoriale in grado di uscire dal loop dell’istituzionalizzazione a tutti i costi. Questo ci sollecita a ripensare a nuovi piani strategici di gestione delle cronicità e delle fragilità da potenziare a scopi preventivi a livello distrettuale. Le soluzioni residenziali come il cohousing e le case famiglia, con il contributo attivo degli stessi beneficiari, costituiscono la prova provata che si può restare a casa in età avanzata, anche se si è rimasti soli. Gli approcci alla gestione della persona anziana garantirebbero di preservare il patrimonio di legami e relazioni.

L’emergenza sanitaria ha radicalizzato vecchie domande sull’evidenza di superare approcci e modelli di un tempo per approdare a un potenziamento della medicina territoriale, negli intenti sempre annunciato, ma mai affrontato con lungimiranza. Siamo chiamati ad un atto di responsabilità politica e civile nell’intento di compiere una grande operazione di verità quale precondizione di una politica giusta. Fingere di ignorare la gravità di una situazione anziché affrontarla è cosa non più sostenibile. Per non dimenticare mai che i nostri anziani sono una ricchezza per il presente e per il domani, sono una risorsa per la società, non un peso. (anp)

 

[courtesy OpenCalabria]

Angelo Palmieri è un sociologo. Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Economia e Gestione delle aziende sanitarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. I suoi interessi di ricerca si concentrano sul management sanitario, politica sociale e programmazione dei servizi alla persona. Per conto della casa editrice Franco Angeli ha curato il volume “Assistenza Sociosanitaria in Molise. Rapporto 2009” (2010) in collaborazione con Americo Cicchetti. Svolge attività di consulenza come progettista sociale per diversi Enti del Terzo Settore.