Giustizia e informazione: Un rapporto da scoprire e valorizzare

di FRANCO BARTUCCI – È sul tema La comunicazione della giustizia nell’era della trasformazione digitale. Regole deontologiche e normative di riferimento che avvocati, magistrati e organi di stampa, con la partecipazione di accademici esperti, si sono confrontati a Cosenza, nella Biblioteca “M. Arnoni” del Tribunale cosentino, su iniziativa dell’Associazione Rete Nazionale Forense (Rnf) della sezione territoriale calabra, in collaborazione con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cosenza, della Fondazione Scuola Forense della Provincia di Cosenza, dell’Ordine regionale dei Giornalisti e del Circolo della Stampa “Maria Rosaria Sessa” di Cosenza.

Un seminario finalizzato all’attribuzione di crediti formativi, sia per gli avvocati che per i giornalisti, ma che per gli argomenti trattati ha rappresentato un punto di appoggio straordinario ai fini di un incontro che si potrebbe definire storico e strategico nella costruzione di un rapporto di collaborazione avendo un denominatore comune nel dare valore alla “Giustizia” mediante l’esercizio delle proprie professionalità con alla base il rispetto dei rispettivi codici deontologici.

Un seminario moderato dal giornalista, scrittore, studioso ed esperto dei fenomeni mafiosi e di criminologia, Arcangelo Badolati, che ha visto in base al programma gli interventi: del prof. Fabrizio Sigillò, dell’Università “Magna Grecia” di Catanzaro; dell’avv. Roberto Le Pera, presidente della Camera Penale di Cosenza; del dott. Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria; del dott. Alessandro D’Alessio, Procuratore della Repubblica del Tribunale di Castrovillari.

Un incontro che ha registrato nella parte iniziale i saluti: del Presidente del Tribunale di Cosenza, dott.ssa Maria Luisa Mingrone; del Presidente della Fondazione Scuola Forense di Cosenza, avv. Claudio De Luca; nonché del Presidente del Circolo della Stampa “Maria Rosaria Sessa” di Cosenza, il giornalista Franco Rosito, tutti concordi nel sostenere l’efficacia del tema del seminario per l’attuazione di un rapporto collaborativo tra il mondo degli avvocati e dei giornalisti, utile al mondo della giustizia.

L’incontro è stato arricchito inoltre dagli interventi programmati degli avvocati: Barbara Ciano Albanese, vice presidente della Rnf della Sezione Territoriale Calabra; nonché di Caterina De Luca, responsabile Rnf delle Pari Opportunità.

Un seminario di estrema importanza ed attualità apertosi con l’intervento introduttivo dell’avv. Leda Badolati, del foro di Palmi, Presidente della sezione territoriale Calabria di Rete Nazionale Forense (Rnf), che dopo aver salutato e ringraziato gli ospiti istituzionali e i relatori, è entrata nel merito dell’iniziativa presentando anzitutto le finalità dell’Associazione, composta da giovani avvocati, costituitasi quattro anni addietro che crede intanto nei valori della giustizia, nella sacralità del  diritto alla difesa previsto costituzionalmente, quindi nel ruolo più alto dell’Avvocato,  e nella necessità della tutela  della professione forense,  nel rispetto degli altri ruoli e della altre categorie, in quanto tutti  protagonisti di una giustizia sana.   

«Tra le nostre finalità – ha spiegato la presidente Leda Badolati – ampio spazio viene dato alla promozione di tutte quelle attività, nel campo del diritto, volte alla formazione, all’approfondimento ed al superamento delle criticità, allo studio, allo stimolo necessario a migliorare ciò che può essere migliorato nella grande dimensione della giustizia, tenendo presente le esigenze della comunità e dei cittadini, prendendo spunto dai problemi concreti esistenti, per passare dalle teorie ai fatti. Non abbiamo alcuna connotazione politica o ideologica. Vogliamo confrontarci per crescere. Una crescita effettiva non può esservi senza quella unione di forze di cui si è fatto cenno».

Da qui la collaborazione dell’associazione con le forze Istituzionali, con i Consigli dell’Ordine degli Avvocati e con le categorie professionali ed altre associazioni. L’evento ha voluto rappresentare un esempio – ha spiegato la presidente Badolati – proprio di questa commistione virtuosa esistente di professionalità interessate da uno stesso problema, quello della giustizia, che tocca tutti, anche se da diversi angoli di visuale, resa necessaria soprattutto oggi nell’era della trasformazione digitale.

«Abbiamo volutamente ipotizzato – ha precisato ancora Leda Badolati – un confronto tra avvocati, magistrati, istituzioni e organi di stampa: ognuna di queste categorie ha le proprie regole i propri codici deontologici. Eppure, a volte non riescono ad intersecarsi. Ciò può evidentemente provocare mancanza di serenità per l’uno o per l’altro operatore del diritto».

«Dall’altro lato – ha detto – c’è una comunità ed ogni singolo cittadino che hanno diritto ad avere un’informazione corretta, trasparente, ove consentito e possibile, di quanto avviene all’interno del mondo della giustizia. Questo interno deve essere comprensibile all’esterno nel modo migliore possibile.  E ciò non può realizzarsi senza delle regole scritte e di buon senso che riguardano tutti gli operatori di giustizia ma anche chi si occupa professionalmente di veicolarne le notizie, quindi gli organi di stampa».

Come non condividere e sottolineare queste affermazioni, apprezzandone il contenuto, questo ragionamento per una “giustizia sana” ed una “società sana”, che guarda caso passa tra le competenze e le funzioni di quel giornalista, operatore nel mondo della informazione e della  comunicazione istituzionale, che ha in una legge dello stato sulla trasparenza e il diritto d’informazione, la 150/2000, la sua impronta di riconoscimento con l’attivazione e la funzione dell’ufficio stampa negli Enti pubblici e che a distanza quasi di un quarto di secolo viene ancora disconosciuta anche nei Tribunali.

La trasparenza valore di buon governo nella società

Toccando questo tema la Presidente della sezione territoriale calabrese dell’associazione Rnf, Leda Badolati, ha ricordato una delibera del CSM in cui è scritto: «Trasparenza e comprensibilità della giurisdizione non confliggono con il carattere riservato, talora segreto, della funzione. Esse, correttamente interpretate, aumentano la fiducia dei cittadini nella giustizia e nello Stato di diritto, rafforzano l’indipendenza della magistratura e, più in generale, l’autorevolezza delle Istituzioni».

«Rammento che oggi – ha precisato – la comunicazione è veloce, immediata ed è messa nelle mani di tutti attraverso i famigerati social. Per ciò che attiene la nostra categoria di avvocati, come per tutte le professioni, oggi mediante le tecnologie è infatti possibile generare una vasta rete di relazioni e contatti, aumentando la propria visibilità. Ma ciò dovrebbe avvenire nel rispetto dei fondamentali principi deontologici, cardini della professione, quali decoro e dignità professionale; le informazioni che un avvocato fornisce devono essere ispirate anche alla non equivocità, veridicità e alla trasparenza».

Ancora oltre ha pure ricordato l’art. 35 del codice rubricato “Dovere di corretta informazione”, nel quale si afferma che: «L’avvocato che dà informazioni sulla propria attività professionale, quali che siano i mezzi utilizzati, deve rispettare i doveri di verità, correttezza, trasparenza,  (contrasto dei fenomeni di pubblicità occulta o comunque subliminale) segretezza e riservatezza………non deve dare informazioni comparative con altri professionisti,  ingannevoli, denigratorie……Le forme e le modalità delle informazioni devono comunque rispettare i principi di dignità e decoro della professione».

Come pure l’art. 17 che interviene sulla “Informazione nell’esercizio dell’attività professionale”. 

«Esistono chiari doveri dell’Avvocato – ha proseguito il presidente Leda Badolati –sia nei rapporti con gli organi di informazione (art. 18), che nei rapporti con i magistrati (art. 53). Le parole ricorrenti nel codice dell’avvocato sono dignità, rispetto, decoro, verità, correttezza trasparenza, segretezza e riservatezza, decoro. Occorre capire come tali principi generali possano essere compatibili nell’era della comunicazione social. È chiaro che la modernizzazione della professione è necessaria e consentita, ma rimane ferma la necessità di mantenere un equilibrio soprattutto etico che caratterizza l’attività dell’avvocato nel senso più alto”. 

«Lo stesso vale – ha detto ancora la relatrice – per le altre categorie professionali interessate da questo tema. Anche il magistrato, ha il dovere di fare ogni sforzo affinché l’informazione che viene resa poi al pubblico sia un’informazione corretta, così come il Giornalista forse dovrebbe ricercare un equilibrio tra la velocità sempre crescente che caratterizza l’informazione moderna con l’esigenza di un contenuto chiaro, corretto e non approssimativo».

Insomma gli aspetti problematici circa la comunicazione della giustizia sono ancora tanti, come tante sono le interpretazioni delle normative di riferimento e troppe le incertezze.

«È auspicabile pertanto che in questo ambito, come del resto in vari settori della vita – ha concluso la presidente Leda Badolati – ci sia la voglia di dialogare funzionalmente, serenamente, ma anche di trovare soluzioni concrete, al fine di non lasciarsi travolgere da un eccesso di fluidità potenzialmente pericolosa, e  di continuare a credere tutti nel salvifico rispetto dei valori a tutela della dignità di ciascuna categoria, e di ogni cittadino  della comunità della quale tutti facciamo parte».  

Un intervento stimolante e completo su un argomento di particolare delicatezza e per questo necessario nel trovare le giuste soluzioni per una sua efficacia pratica nei rapporti tra le tre figure professionali messe in evidenza nell’ambito del mondo giudiziario in rapporto alla società, sottoposto a valutazione ed analisi da parte di tutti i relatori previsti nel programma in precedenza indicati.

Un dibattito aperto a scrivere una nuova pagina di storia   

Ci sono stati dei passaggi nei vari interventi che hanno comunque attirato l’attenzione in coloro che ne hanno seguito l’andamento come uditore interessato ad acquisire crediti professionali ed accrescere nella conoscenza per un arricchimento del proprio bagaglio culturale, soprattutto in ambito giornalistico.

Il primo pensiero è legato all’affermazione del Presidente nazionale della Rnf, avv. Angelo Ruberto, quando ha affermato che «l’informazione deve essere libera. Però bisogna fare attenzione quando si danno le notizie. Rispettare le persone e la Costituzione, non solo quando fa comodo. E ricordarsi che c’è un articolo, il 27, che dice che l’imputato o l’indagato non è colpevole fino alla sentenza definitiva».

Delle frasi che rientrano nella normalità dei commenti e delle dichiarazioni di fronte ai vari casi di giustizia trattati. Ma qui entra in gioco il “fattore umano”, legato alla dimensione culturale di ciascun professionista, giudice o normale cittadino nel contesto lavorativo quanto nella società. Un fattore umano che viene trascurato e non considerato nella sua giusta dimensione, che invece andrebbe ad equilibrare la giustezza dei rapporti per la costruzione di un modo di vivere diverso in una società più giusta e socialmente sana ed umana.

Come non considerare poi la dichiarazione del presidente della Camera Penale di Cosenza, Roberto Le Pera, quando ha affermato che «in Italia oggi oltre ai tribunali, c’è quello più importante per l’opinione pubblica, che è il tribunale della pubblica opinione, in cui il giornalista ha una sua funzione rilevante».

Certo che ha una funzione rilevante in quanto il bravo giornalista, quello d’inchiesta, è un ricercatore della “verità” dei fatti, che poi in concreto né l’avvocato e neanche il giudice/magistrato prende in considerazione per l’indagine e le procedure processuali delle cause. A volte si creano negli indagati, sicuri nell’essere nel giusto, delle situazioni di imbarazzo e timori nei confronti della magistratura che portano a creare una barriera invalicabile che potrebbe cadere qualora si avesse consapevolezza reciproca nell’accettare il confronto/dialogo di chiarimento, superando le lungaggini processuali.

Se il giornalista d’inchiesta è un bravo ricercatore “della verità”, l’avvocato e il giudice magistrato debbono sancirne in concorrenza il “valore” e la dignità nel percorso processuale per una giustizia sana.

Ma oggi c’è nel nostro paese il giornalista d’inchiesta – si è detto ed ha chiesto il moderatore del dibattito Arcangelo Badolati al presidente dell’Ordine dei giornalisti – competente, preparato e libero in grado di svolgere tale funzione ed essere considerato tale? 

«Credo che la sintesi della discussione sia la consapevolezza – ha dichiarato Giuseppe Soluri – che ci siano stati e ci siano degli errori da ognuna delle categorie oggetto dell’incontro. Bisogna recuperare una serenità di ragionamento senza la quale sarà impossibile arrivare a soluzioni intelligenti ed efficaci».

«Oggi è un giorno particolarmente importante – ha dichiarato il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Cosenza, Ornella Nucci, chiamata a trarre le conclusioni del seminario – perché la credibilità della nostra professione, avvocati ma anche magistrati e di chi veicola la notizia all’esterno, ruota tutto attorno alla buona comunicazione. Allora è tempo davvero che ci si sieda a capire come poterlo eseguire correttamente. Non c’è bisogno di nuovi codici deontologici, i codici esistono già. C’è bisogno di sedersi e di essere consapevoli dell’importanza di questa funzione».

Grazie all’Associazione territoriale calabrese di Rete Nazionale Forense (Rnf), guidata dall’avv. Leda Badolati, è stata scritta nel Tribunale di Cosenza, con il seminario oggetto di questo servizio. una pagina storica di apertura e confronto per un equilibrio ideale tra giustizia ed informazione.

Bisogna soltanto dare continuità ai valori espressi, cominciando ad organizzare nei tribunali la funzionalità degli uffici stampa, come peraltro prevede la legge 150/2000, che va nella direzione di sancire la trasparenza dell’Ente o Istituzione statale, in un rapporto fiduciario tra questi ed il cittadino, quale componente di una società/collettività, per come più volte richiamata negli interventi che si sono succeduti nel corso dei lavori. (fb)

Il presidente Mancuso e il Garante Muglia scrivono al ministro Nordio: Servono interventi tempestivi su sistema carcerario

Il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, e il Garante regionale dei diritti delle persone detenute, Luca Muglia, hanno inviato una lettera al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e al capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Giovanni Russo, per denunciare «il progressivo sovraffollamento, le gravi carenze di organico e il moltiplicarsi di eventi critici nei 12 istituti penitenziari della  Calabria» e per chiedere interventi tempestivi.

La lettera è stata inviata, anche, per conoscenza trasmessa anche al vice ministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ai sottosegretari del Ministero Andrea Ostellari e Andrea Del Mastro delle Vedove e al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà Felice Maurizio D’Ettore.

Mancuso e Muglia hanno rilevato che «allo stato, quasi tutti i 12 istituti penitenziari registrano fenomeni di progressivo sovraffollamento, con valori elevati nella Casa circondariale di Reggio Calabria Arghillà (+ 98), Cosenza (+ 57), Crotone (+ 44) e la Casa di reclusione di Rossano (+ 52). In alcuni istituti, peraltro, sono presenti camere detentive (dotate di letti a castello) che ospitano fino a 6/8 persone detenute».

È stata richiesta, infatti, attenzione sulle «condizioni strutturali di alcuni istituti, datati nel tempo e privi di manutenzione, sull’inadeguatezza di molte camere detentive (con schermature di pannelli opachi in plexiglass alle finestre o, addirittura, prive di docce) e sull’insufficienza delle aree adibite alla socialità, ai passeggi ed ai colloqui».

«Le carenze di organico riscontrate nei 12 istituti penitenziari calabresi – hanno rilevato Mancuso e Muglia – sono assai pesanti. Il deficit del personale di Polizia penitenziaria raggiunge, in alcuni casi, livelli allarmanti (-100 Catanzaro; -70 Vibo Valentia; -42 Rossano; -37 Palmi; -36 Reggio C. Arghillà). L’assenza di un numero adeguato di Polizia penitenziaria genera effetti a catena che recano danno all’intero sistema, oltre a causare problemi di sicurezza ed a richiedere sforzi sovrumani del personale in servizio».

È stata sottolineata inoltre la «carenza complessiva di funzionari giuridico–pedagogici che è pari a 10 unità (al momento gli istituti di Paola e Palmi hanno solo 1/2 educatori in servizio). In pratica, è presente mediamente un educatore ogni 100 detenuti. Tale pesante carenza riverbera, evidentemente  conseguenze negative sia sotto il profilo trattamentale e rieducativo sia sul fronte dell’accesso alle misure alternative».

Non sono mancati riferimenti «all’elevata percentuale di detenuti stranieri, che in alcune carceri calabresi appartengono a 20 nazionalità diverse, mentre i mediatori linguistico-culturali presenti sono pochissimi (solo in 3 istituti). Si considerino, a titolo esemplificativo, le difficoltà che incontrano le Aree sanitarie in occasione della visita medica di primo ingresso dei detenuti extracomunitari».

Il Presidente dell’Assemblea legislativa e il Garante regionale hanno segnalato, inoltre, che «nel corso del 2023 in Calabria si sono verificati 150 tentativi di suicidi e 4 suicidi. Nel 2024 c’è già stato un nuovo decesso per suicidio. Tra l’ultimo dello scorso anno e il primo di quello in corso è trascorso solo un mese. Ma v’è di più».

«Dal 1° gennaio 2024 al 20 marzo 2024 (in soli due mesi e mezzo) si sono registrati in Calabria 2.219 eventi critici, 26 tentativi di suicidio, 110 atti di autolesionismo e 25 aggressioni ai danni della Polizia penitenziaria. Sono dati – hanno scritto – davvero inquietanti. Per cui, alla luce di tutto ciò, “corre l’obbligo di chiedere un tempestivo intervento del Ministro e del Capo del Dipartimento, consapevoli che la tutela dei diritti delle persone detenute o private della libertà e il benessere dell’intera comunità penitenziaria necessitano in Calabria di energie e risorse urgenti al fine di poter essere garantiti ed attuati». (rrc)

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: La giustizia a volte allontana i cittadini, servono provvedimenti urgenti

di GIACOMO SACCOMANNO – La Calabria è terra difficile dove convivono molteplici famiglie di ‘ndrangheta che si sono divise i territori per meglio gestire i traffici e il controllo diretto. Dopo una feroce guerra di mafia, in occasione di grandi opere, è stata raggiunta una pax tra i capi storici di ‘ndrangheta, stabilendo il riconoscimento alle famiglie locali una percentuale dell’affare allorquando un gruppo opera in altro territorio. Con tale stratagemma si è chiusa una stagione di morte.

È vero che oggi, a distanza di decenni i patrimoni della ‘ndrangheta sono diversificati, nel senso che non vengono materialmente unificati in testa a poche persone, ma spesso vengono anche lasciate in testa ai soggetti che sono stati costretti a consegnarli alla criminalità organizzata. Ciò per evitare sequestri e confische. Succede, però, che le aziende e le imprese, una volta consegnate ai commissari e/o custodi dopo poco falliscono, facendo perdere il posto di lavoro a centinaia di persone. Ecco la frase del PG Gerardo Dominijanni «la gente pensa che la ‘ndrangheta risolva i problemi e non lo Stato».

Quando un cittadino perde il proprio posto di lavoro perché l’azienda viene sequestrata o confiscata grida contro lo Stato, incapace di amministrarla. Perdere il sostentamento spesso fa perdere di vista la vera legalità. Ma, questo cittadino ha ragione. Le aziende falliscono appena vengono sottoposte ad una misura cautelare! Si chiede il PG perché e afferma di aver “proposto la creazione di un gruppo di studio”. Il problema è stato affrontato più volte ed anche studiato, con proposte concrete per ovviare a ciò. Ricordo a me stesso che una azienda sequestrata o confiscata fallisce perché le banche chiudono i rubinetti, la famiglia di ‘ndrangheta fa di tutto per impedirne le attività, con la conseguenza che i fornitori e gli utenti spesso scompaiono, gli amministratori nominati spesso non sono all’altezza o, comunque, temono, e i provvedimenti assunti dalla magistratura la mettono quasi sempre fuori mercato.

Quale può essere la soluzione? Intanto, creare un fondo per la gestione, prelevando gli importi dalle tante confische di denaro ed altro, per sostituire il sistema bancario. Poi affidare le aziende ai tanti testimoni di giustizia e/o collaboratori, previa selezione, che, dopo aver fatto il proprio dovere, spesso perdono le proprie aziende per il contrasto del sistema mafioso. Tale piccola innovazione consentirebbe di far proseguire le attività e mantenere i posti di lavoro e, allo stesso tempo, dare ai tanti imprenditori vessati la possibilità di ricominciare a lavorare. Un passaggio semplice che, però, eviterebbe il fallimento delle aziende e la perdita di migliaia di posti di lavoro.

La Lega e il Dipartimento Nazionale Antimafia è ben felice di poter condividere un percorso virtuoso con tutti gli operatori della giustizia per trovare soluzioni adeguate e produttive. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Gregorio Corigliano: Orgoglio calabrese a Napoli Battaglia e Gratteri

di GREGORIO CORIGLIANO – La Calabria continua sbarcare a Napoli. Dai piccoli centri alla capitale del Mezzogiorno. Il primo ad arrivare, quasi inaspettatamente, è stato Don Mimmo Battaglia che da Satriano, in provincia di Catanzaro è stato chiamato dal Santo Padre alla guida dell’Arcidiocesi di Napoli.

Adesso, ma non inaspettatamente, arriva il dottor Nicola Gratteri, di Gerace, che, dopo dieci anni, lascia la procura e la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per dirigere la procura più importante d’Italia. Non c’è due senza tre, ma all’orizzonte non c’è ancora un terzo volto, un nome, una funzione. Già in due- le guide della Chiesa e della magistratura- sono sufficienti per affermare che la Calabria esporta sempre uomini di livello superiore. Dai piccoli centri alla metropoli, il primo, di 60 anni, il secondo di 65.

Dopo alcune esperienze sacerdotali in provincia, Don Mimmo, come vuole essere chiamato, è stato rettore del Seminario e, tra l’altro, guida del Centro calabrese di solidarietà, una comunità dedita al trattamento di persone affette da tossicodipendenze, legata al comunità di don Mario Picchi. Dopo qualche anno alla guida della sede vescovile di Sant’Agata dei Goti, il papa lo spedisce, avendolo conosciuto di più e meglio, a Napoli, come metropolita della diocesi partenopea. E se quella di Don Mimmo Battaglia, era una nomina del tutto inaspettata, questa di Gratteri, in un certo senso era attesa, sia perchè in scadenza a Catanzaro, sia perché aveva un pedigree di tutto rispetto, dopo altre esperienze, indicate, ma, incomprensibilmente, mancate, come la proposta di Renzi a ministro della giustizia. C’ero quel giorno, sul Tirreno cosentino, quando l’allora presidente del Consiglio, lo aveva informato che era stato inserito nella lista dei ministri.

E c’ero, sol perché conosco Gratteri da quando era prima giudice istruttore, poi, sostituto procuratore a Locri ed avevamo comunanza di rapporti nelle rispettive qualità, lui magistrato, io inviato speciale Rai Per motivi legati alla professione avevo conosciuto, anche Mimmo Battaglia, quale responsabile della meritoria Fondazione Betania. L’avevo più volte voluto intervistare perchè notavo che era un prete di strada, un sacerdote cioè che alle stanze dorate delle curie, preferiva la polvere della strada, al servizio dei meno abbienti, dei diseredati, degli apparentemente sconfitti, dei disperati, un modo per donarsi agli altri. Le due mani che si stringono del suo stemma episcopale rimandano alla parabola del buon samaritano: una mano tesa a sostenere e rialzare il malcapitato per sottolineare la necessità della solidarietà, del soccorso cristiano da dare ai fratelli meno fortunati che sono nel disagio, nell’abbandono e che necessitano, quindi, di una mano amica che li rialzi.

Gratteri, per la cui nomina il Csm, si è spaccato, e non è la prima volta che accade quando si tratta di nomine di altissimo livello, secondo me, è stato preferito sugli altri due aspiranti per la vasta esperienza maturata dal magistrato di Gerace – ci tiene molto a rilevarlo- nel contrasto alla criminalità e alla ‘ndrangheta, sia a livello regionale che nazionale, ma anche internazionale. Riservato ma disponibile con la gente cha sempre inviato a collaborare con lui, aperto con i giornalisti-lo intervistai anni fa, dietro un guard rail dell’autostrada- che ritiene, per quel che scrivono, puntuali ed obiettivi fin da quando si fece fotografare, con un giornalista famoso, in un ristorante della locride con la pistola sul tavolo, aperto con gli avvocati, considera i suoi sostituti, colleghi più giovani.

Al pari di mons. Battaglia, Gratteri è convinto – lo ribadisce in tutte le conferenze che fa – dell’importanza dell’educazione dei giovani nella lotta al crimine organizzato. Da qui le conferenze che ha sempre fatto, in Italia e all’estero, sul perchè essere ‘ndranghetisti non paga. Nicola Gratteri, parla (tranne quando è in macchina, che rigorosamente, guida lui, seguito da una scorta che non eguali) e soprattutto trova il tempo, con il professor Antonio Nicaso, di scrivere libri che poi viene chiamato a presentare. Una volta solo in Calabria, adesso raggiunge il centro ed il Nord. Ecco perchè non dorme mai, non va sulla spiaggia, men che meno al cinema, per la gioia di Marina, la moglie e dei due figli che adesso fanno i medici al Nord. Mons. Battaglia parla attraverso le omelie, come quando al funerale del giovane musicista di Napoli ebbe a dire: «perdonami se non ho gridato abbastanza, perdona me e la mia Chiesa se quello che facciamo, pur essendo tanto, è ancora poco, troppo poco». E se Battaglia dice che «le pistole si devono trasformare in posti di lavoro, i pugni in mani tese, gli insulti in melodie», Gratteri invita i giovani a non credere alle facili promesse, ma a curvare la schiena sui libri. Entrambi, Battaglia e Gratteri: orgoglio calabrese. (gc)

Giustizia, Fp Cgil: Ancora una volta penalizzata la Calabria e il distretto di Catanzaro

Fp Cgil Calabria ha denunciato «la grave carenza di organico del personale giudiziario presso tutti gli   uffici giudiziari Calabresi e nello specifico nel distretto della Corte di Appello di Catanzaro, in quanto siamo dell’avviso che i magistrati per poter mandare avanti i processi, devono poter contare su una pianta organica adeguata del personale giudiziario».

Il sindacato, poi, ha espresso «sconcerto e rammarico» per le disposizioni del direttore generale del ministero della Giustizia che, «con provvedimento iniziale del 20 giugno 2023, aveva assegnato nel distretto della Corte di Appello di Catanzaro,  uno dei più vasti in termini di dimensioni d’Italia e che comprende le province di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia,  67 unità di cancellieri, e successivamente, con provvedimento di rettifica del 23 giugno 2023, ne ha disposto l’assunzione di sole 51 unità riducendo di 16 il numero iniziale».

In riferimento all’assunzione per 1956 operatori giudiziari uscita ad aprile 2023 a tempo determinato per 18 ore e 18 mesi con i fondi del Pnrr, la Fp Cgil ha evidenziato «il forte ritardo da parte del Ministero Giustizia: prenderanno servizio il 6 settembre prossimo, e per opportuna e doverosa conoscenza, evidenziamo che il Giudice di Pace di Vibo Valentia è l’unico ufficio in Calabria che non ha avuto nessuna assegnazione di operatori giudiziari».

«Non possiamo che ribadire, come organizzazione sindacale – continua la nota – che a seguito dei pensionamenti nonostante  le assunzioni degli ultimi anni, a partire dagli assistenti giudiziari, operatori, cancellieri, funzionari e direttori e lavoratori assunti a tempo determinato con i fondi del Pnrr, tutta la nostra preoccupazione, tenuto conto, che, da qualche mese  molti lavoratori giudiziari vincitori di procedure concorsuali in altri Ministeri sono andati via e stessa cosa dicasi per alcuni lavoratori assunti con i fondi del Pnrr assunti  con contratto a tempo indeterminato, così come non possiamo non evidenziare che sono solo tre i Dirigenti Amministrativi in servizio in tutti gli giudiziari della Calabria».

«Come sindacato abbiamo scritto ai vertici della Corte di Appello di Catanzaro ed i vertici del Ministero della Giustizia – si legge ancora – per chiedere loro un forte impegno risolutivo e di revoca della grave riduzione delle unità assegnate. Ed in tale contesto abbiamo ritenuto doveroso e necessario informare tutta la deputazione parlamentare calabrese, nonché la Ministra Eugenia Maria Roccella (parlamentare eletta in Calabria) e la sottosegretaria di Stato, Wanda Ferro Ferro, della forte preoccupazione che, come sindacato, registriamo sulla vicenda». (rcz)

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: La giustizia ha necessità di maggiore equilibrio

di GIACOMO SACCOMANNO – Tante polemiche, attacchi e tentativi di portare al “proprio mulino” dei risultati che, invece, dovrebbero essere al di sopra delle parti e nell’esclusivo interesse dei cittadini e della funzionalità del sistema. Non può essere messo in dubbio che, negli ultimi decenni, l’Italia ha fatto tanti passi indietro nel settore della giustizia, tanto da essere più volte richiamata e bacchettata dalla stessa Europa. Tante storture che hanno portato, spesso, all’instaurazione di procedimenti incomprensibili e poi sfumati nel nulla, essendoci migliaia di sentenze che evidenziano la insussistenza dei fatti posti a base dell’accusa. Il reato di abuso d’ufficio, poi, è un emblema!

Pochissime condanne rispetto a migliaia di iniziative giudiziarie. Sono oltre 40 anni che svolgo l’attività di avvocato, ad un certo livello, e posso testimoniare che, pur avendo difeso molti amministratori per la mia esperienza in diritto amministrativo, non vi è stata mai nessuna condanna! Ma, questo non vuol dire che un cittadino possa rimanere “imbrigliato” tantissimi anni per vedere certificata la sua innocenza. Danni pesanti sia sotto l’aspetto morale che in riferimento alla crescita economica, imprenditoriale o di carriera. Un procedimento penale rallenta e, spesso, blocca avanzamenti o attività.

E nessuno paga errori, persecuzioni o altro! Sono impegnato da oltre 6 anni in un procedimento in cui, per pura persecuzione, è stato contestato ad un dirigente scolastico un presunto abuso d’ufficio per non essersi astenuto in una votazione del Consiglio d’Istituto, nella quale ha solo illustrato un progetto e non vi è stata nessuna votazione! Sei anni che hanno distrutto la persona e la sua carriera scolastica. Inutili sono stati tutti i tentativi, tanti, di dimostrare l’insussistenza dell’accusa e l’evidente persecuzione. I magistrati tutti si sono chiusi a riccio ed hanno difeso la “casta”, commettendo tutti un’evidente abuso e tante omissioni. Fra poco verrà definito il procedimento senza un nulla di fatto. Chi pagherà le sofferenze, il dolore, il mancato avanzamento di carriera, la perdita economica ed i pregiudizi alla reputazione al povero dirigente? Nessuno. Ed allora è concepibile che la giustizia possa essere questa? Assolutamente no.

Vengano avanti riforme coerenti che tendano ad equilibrare i poteri ed a responsabilizzare le parti del processo e, in particolare, i Pm ed i giudici della fase preliminare: questi non possono essere supini al volere dei vari inquisitori. Maggiore autorevolezza e maggiore libertà nelle decisioni. Questo è quello che manca.

Non un attacco all’autonomia del giudice, ma il coraggio di questo di saper fare il magistrato al di sopra delle parti. E nelle aule di giustizia spesso vengono prevaricati i diritti dei cittadini verso logiche di appiattimento, del “vogliamosi” bene, del voler vivere senza contrasti con altri colleghi, c’è sempre l’appello. Ed allora che i magistrati facciano il loro dovere con autonomia, libertà, preparazione, buon senso e corretta applicazione della legge. Cose che, però, ultimamente, sono mancate, anche se, naturalmente, bisogna fare i dovuti distinguo. Che il Parlamento faccia la sua parte in difesa della Costituzione e, principalmente, delle persone che sono state pesantemente vessate ingiustamente. E gli esempi sono tanti, anzi tantissimi. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

Il Sottosegretario Ostellari: Da Reggio un messaggio per reinserimento dei detenuti nel sociale

Da Reggio Calabria è partito un messaggio profondo e di grande rilevanza sociale e di effettivo e possibile reinserimento dei detenuti nel sociale e nelle attività lavorative, ponendo, però, alla base di tutto la grande dignità del detenuto e il rispetto da parte di tutti delle regole e della legge. È quanto ha detto il Sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, a conclusione dell’incontro svoltosi nella sede di Confindustria di Reggio Calabria.

«Ridare dignità al detenuto. Aprire un percorso di speranza. Rispettare la legge e farla rispettare. Sono questi, più o meno, i messaggi che sono emersi dall’interessante incontro avvenuto presso la sede di Confindustria di Reggio Calabria e il Sottosegretario alla Giustizia, On. Andrea Ostellari», hanno riassunto il commissario regionale della Lega, Giacomo Saccomanno e il presidente di Confindustria RC, Domenico Vecchio.

«Dinnanzi ad una folta platea ed alla presenza dei vertici delle Istituzioni – hanno spiegato – si è condiviso un percorso di partecipazione e condivisione di un percorso che porterà, certamente, alla realizzazione di un progetto che dovrebbe, finalmente e concretamente, sostenere quella reale rieducazione del detenuto. Un modo reale per dare dignità alla persona e consentirgli di riprendersi la propria vita partecipando ad un percorso di formazione ed inserimento tangibile nella società e nel campo del lavoro».

Dopo i saluti del Presidente di Confindustria, Domenico Vecchio, e del capogruppo regionale, Giuseppe Gelardi, la manifestazione è proseguita con l’introduzione al tema da parte di Giacomo Francesco Saccomanno, commissario regionale Lega. Sono intervenuti nel dibattito il Procuratore Capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, il Viceprefetto Stefania Caracciolo, e il sindaco metropolitano Carmelo Versace. Sul tema, molto interessante, sono intervenuti molti dei presenti e facenti parte dell’amministrazione penitenziaria, i garanti per i detenuti, imprenditori e responsabili associazioni. (rrc)

L’OPINIONE / Don Giacomo Panizza: Due domande sulla giustizia

di DON GIACOMO PANIZZA – Il mio pensiero è di esprimere due semplici domande sulla giustizia, provenienti da persone desiderose di vivere una “normale” cittadinanza.

Una giustizia per il diritto di avere doveri. La prima richiesta viene da persone in difficoltà le quali premono per ottenere risposte in base a leggi esistenti, che però vengono intralciate da più parti. Sono persone fragili che trovano difficoltà a fruire dei loro diritti essenziali, tra cui ottenere assistenza, educazione, formazione, trasporto, riabilitazione, socializzazione.

Penso a bambini e bambine con difficoltà di apprendimento, di lettura e di espressione, calcolati in Calabria in oltre 23 mila. Si tratta di diritti che sono mediati nella loro esecuzione. Dove Enti e Istituzioni non implementano modalità e procedure atte a soddisfare questi diritti… cosa fa la Giustizia in Calabria?

Penso alla sanità e all’assistenza sociale dove molti diritti sono mediati da interventi, professionisti, attrezzature, organizzazione e altro. Così le scuole di ogni ordine e grado. Penso alle dipendenze da varie droghe, all’azzardo scambiato per gioco ma compulsivo al punto da venirne coinvolti e sottomessi. Penso al disagio psichiatrico, specie a quando diventa ingestibile dalla persona stessa e dai familiari che si
scoprono con pochi aiuti pur avendone diritto sulla carta.

Penso a persone con disabilità o anziane non autosufficienti a vestirsi, lavarsi, passeggiare, e in solitudine crescente. Penso soprattutto ai diritti che la Regione Calabria non recepisce nelle sue leggi sociali, non finanzia e nemmeno prevede.

L’esperienza di chi si prende cura di simili situazioni segnala la necessità che la giustizia in generale operi al meglio per la fruizione di questi diritti “imperfetti”, o “condizionati” perché chiamano in gioco leggi, finanziamenti, precise modalità e strumenti, insieme a delle responsabilità istituzionali, sociali, professionali, individuali, e perfino il soggetto fruitore. Trascurare ciò, fragilizza ulteriormente le persone deboli, e la Sicurezza Pubblica interviene sempre quando il danno è già fatto. Sarà possibile agire prima? Ci si augura che alcune delle sentenze emesse proprio in Calabria pochi mesi fa, possano invertire la rotta.

Ma, per rilanciare il diritto di vivere appieno necessita tirare in ballo anche la Sicurezza Sociale la quale è precipuamente chiamata a operare in modo che poteri, enti e Istituzioni accompagnino le persone fragili a vivere una vita degna, a fruire i diritti compresa la gratificazione di poter esercitare i loro doveri.

La seconda domanda, che come l’altra è anche proposta, viene da associazioni che esprimono la loro cittadinanza in Calabria utilizzando i beni confiscati alle organizzazioni mafiose per fini di solidarietà. In 134 comuni calabresi, i beni confiscati si traducono in 227 aziende operative mentre 326 sono ferme.

Ci sono anche 3.119 beni immobili destinati e altri 1.931 fermi. L’ultima relazione al Parlamento della Dia ha valutato in 35 miliardi di Euro i 24.693 immobili in Italia che sono in attesa di destinazione. Che fare di tanti immobili così immobilizzati?

Le associazioni di cui parlo sono aggregazioni a motivazione ideale, ambiscono portare la giustizia in una più alta dignità civile, culturale e politica. Sono persuase che i cosiddetti beni tolti ai mafiosi fanno male se li si lascia vuoti e nell’incuria. Domandano fin dove e se sia o no reato lasciarli in uno stato di degrado. Esse tuttavia si impegnano a corresponsabilizzarsi per unire al meglio paese legale e paese reale.

Scongiurano di fare come quei tanti occhi orecchi e bocche che sono rimasti ciechi sordi e muti nei 30 anni di latitanza di Matteo Messina Denaro, perché non vogliono snaturare sé stessi né sottomettersi a qualsivoglia sistema illegale delittuoso.

La proposta è una scommessa. È l’impegnarsi per un migliore utilizzo dei beni confiscati, intrecciando differenti soggetti quali lo Stato e varie Istituzioni, il profit e il non profit, cultura e socialità. Parecchi non sono altro che beni comuni da poter fruire in comune e che potremmo trasformare in volano di economia civile.

Sul territorio di una comunità, un bene confiscato dice di cittadinanza o di indifferenza, di libertà o di sottomissione, a seconda di come un popolo gli si rapporta. E la credibilità democratica di ogni comunità umana e politica passa anche da qui. (gp)

Rapani (FDI): Pieno sostegno al ministro Nordio

Il senatore di Fdi, Ernesto Rapani è «convinto della necessità di una revisione della giustizia, del Csm, in materia separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti, di intercettazioni “pilotate”, processi civili e penali, giustizia di prossimità e revisioni della geografia giudiziaria».

«Nordio ha spesso sottolineato, proprio in tema intercettazioni – ha spiegato – come non vi sia nessuna volontà di abolire uno strumento indispensabile per il contrasto alla criminalità organizzata. Siamo, però, contro l’utilizzo smisurato e assolutamente contro tutti gli effetti collaterali che potrebbero derivare dalle manipolazioni strumentali delle intercettazioni, nel rispetto della legalità e della privacy».

«Ho avuto modo di incontrare personalmente il Guardasigilli – ha proseguito –, e da magistrato è molto attento anche ai problemi legati ai disservizi di una giustizia sacrificata sull’altare della spending review, in territori difficili come quello da cui provengo, la Sibaritide, in Calabria. Il ministro Nordio ha il pieno sostegno di tutta la maggioranza». (rp)

REGGIO – L’iniziativa di FDI su Referendum Abrogativi

Mercoledì 8 giugno, all’E-Hotel di Reggio, alle 17.30, è in programma una iniziativa sui Referendum Abrogativi organizzati da Fratelli d’Italia e che prevede la partecipazione del deputato Andrea Delmastro Delle Vedove, capogruppo FDI in Commissione Esteri e presidente della Giunta per autorizzazioni a procedere.

Si tratta di un momento di confronto fortemente voluto dal Commissario provinciale Denis Nesci che, con la fattiva collaborazione del Circolo cittadino ‘Reghion 2019’ presieduto da Marcello Altomonte, ha voluto dare impulso anche in riva allo Stretto  alla campagna per i referendum promossa da Fratelli d’Italia.

Dal titolo Verso la riforma della Giustizi’, il dibattito avrà un ricco parterre, a partire dal capogruppo in Consiglio regionale Giuseppe Neri, al capogruppo al Comune di Reggio Calabria Demetrio Marino e al vice commissario cittadino Pasquale Oronzio, fino ad arrivare ai responsabili del Dipartimento Giustizia Fdi, regionale, provinciale e cittadino, rispettivamente guidati da Giovanna Cusumano, Carmen Bertuccio e Michele Miccoli. 

L’iniziativa sarà anche l’occasione per presentare alla stampa i responsabili dei dipartimenti di Fratelli d’Italia, sia per quanto concerne la struttura dirigenziale provinciale sia per quella cittadina. (rrc)