GIOCO D’AZZARDO, LA CALABRIA DICE NO
ALLE NORME DEL CONSIGLIO REGIONALE

In Calabria si rischia di incorrere in una vera e propria emergenza ludopatia. E questo perché il Consiglio regionale della Calabria, a novembre, non è riuscita a discutere la proposta di legge che prevede l’eliminazione delle regole minimali per l’esercizio delle sale da gioco e delle sale scommesse. Il tutto perché mancava il numero legale.

Una motivazione che porta sconforto e grande amarezza, soprattutto se si parla di un problema che è una vera e propria «emergenza sociale», come è stato denunciato all’incontro della Comunità Regina Pacis svoltasi nel mese di ottobre a Cosenza. Città in cui, secondo quanto emerso dal convegno, «si spendono  25 milioni di euro per i giochi d’azzardo – ha spiegato Roberto Calabria, direttore del Serd di Cosenza – e questo impone una risposta pronta e decisa al problema».

Ma non è solo un problema di soldi: Paolo Mancuso, presidente della Fondazione Anti usura della Diocesi di Cosenza-Bisignano, ha evidenziato come «molti giocatori d’azzardo finiscono nella morsa dell’usura, e spesso perdono casa e lavoro. C’è gente che per il gioco d’azzardo ha ceduto due quinti dello stipendio e contratto debiti con molte finanziarie».

Amalia Bruni, leader dell’opposizione in Consiglio regionale, ha espresso «l’assoluto dissenso perché non intendo essere complice di una norma che rischia di decretare la rovina di tante famiglie calabresi e continuerò la mia battaglia, come ho sempre fatto, tra la gente per tutelare la loro salute».

«Abbiamo discusso ampiamente ed animatamente questa proposta in Commissione Antindrangheta, poi l’8 novembre ci sono state tre audizioni in Prima Commissione e ho atteso con trepidazione la discussione in Commissione Sanità, visto che la Proposta di Legge era stata assegnata anche alla Terza Commissione ma, con mio grande stupore, mercoledì 23 novembre la PL, con un autentico colpo di mano, è stata discussa di nuovo in Prima Commissione ed è stata approvata definitivamente per essere portata in Consiglio».

«Mi chiedo com’è mai possibile – ha proseguito – che si è deciso di non completare l’iter procedurale e di non affrontare in Commissione Sanità una tematica così delicata e così strettamente connessa alla salute dei cittadini calabresi? Questa maggioranza stravolge i procedimenti, per come evidenziato anche dalla Corte dei Conti per altre situazioni, e l’opposizione certo non può stare a guardare. Purtroppo credo che questa maggioranza ha proposto e giustificato la modifica della legge per tutelare gli interessi economici degli esercenti e delle aziende che forniscono i giochi, ma questo non è corretto come punto di partenza».

«Il punto di partenza è, e deve esserlo per tutti – ha continuato – la cura dei pazienti calabresi e la tutela della Salute pubblica della nostra comunità. Non condivido la scarsa attenzione da parte dell’intera maggioranza e del Commissario ad Acta alla Sanità nei confronti di un problema sociale e sanitario che destabilizza intere famiglie e getta sul lastrico (con il rischio che possano entrare nel pericoloso circuito dell’usura) tanti cittadini e tante cittadine calabresi».

«A fronte di questi pericoli sono state presentate modifiche che di fatto cancellano gli strumenti più efficaci per contrastare la ludopatia riducendo il distanziometro – ha spiegato – ovvero la distanza dai luoghi sensibili; aumentando la durata delle ore giornaliere di gioco; delegando ai sindaci la decisione e la responsabilità delle regole da applicare, (sottoponendoli a ulteriori rischi di pressioni esterne, anche della criminalità organizzata); eliminando ogni sorta di limite per coloro che detengono le licenze prima del 2018 (diritto di prelazione) che, tra l’altro non è consentito nel Mercato Libero) e che significa che i nostri ragazzi davanti alle loro scuole continueranno a trovare le sale slot pronte ad accoglierli a braccia aperte».

Ma non è solo la consigliera regionale Bruni a rivoltarsi contro una legge che mette a rischio la salute dei cittadini. Sul caso è intervenuto don Giacomo Panizza, che ha parlato di «un insidioso regalo di natale» da parte del Consiglio regionale.

«Ci ha provato – ha spiegato – mettendo all’ordine del giorno un “ritocco” alla legge riguardante “Interventi regionali per la prevenzione e il contrasto del fenomeno della ’ndrangheta e per la promozione della legalità, dell’economia responsabile e della trasparenza”, però ha evitato di spiegare che la modifica avrebbe riguardato il tema dell’usura e del gioco d’azzardo patologico. La maggioranza si è ritrovata senza numeri per il voto valido».

«Non fa meraviglia che, per poco ascolto e molta fretta – ha proseguito – il testo enunci nemmeno una volta ciò che propone. Titola “Modifiche all’articolo 16 della legge regionale 26 aprile 2018, n. 9, ne ripete a iosa la bella intestazione sopra citata e non riporta mai che si tratta degli “Interventi per la prevenzione dell’usura connessa al gioco d’azzardo patologico. Non è cosa da poco. Il pasticcio di «le parole … i commi 2 e 3… i numeri dell’art. 16, sono sostituiti da…» occulta i problemi dell’usura e del gioco d’azzardo patologico su cui ci sarebbe invece da scrivere molto in chiaro».

«Perché modificare proprio e solo questo articolo? A chi giova? Perché il Consiglio regionale della Calabria – si è chiesto don Panizza – dovrebbe scaricare le responsabilità generali su comuni, sindaci e popolazione in genere riguardanti la prevenzione dell’usura connessa al gioco d’azzardo patologico? Conosciamo che si tratta di problematiche economiche e finanziarie, sanitarie ed etiche, nondimeno anche sociali e politiche!»
«Affidare senza vincoli né indirizzi regionali a ogni singolo sindaco le modalità di autorizzazioni, gli orari di apertura, rallentare i distanziamenti già previsti di almeno 500 metri tra le sale slot e i luoghi di aggregazione giovanile e non solo, da scuole, chiese, bancomat, ecc., è decisione sconsiderata. – ha continuato –. Perché non contrastare l’usura nelle sue varie modalità, compresa quella causata dai debiti da gioco d’azzardo patologico? È notorio che le organizzazioni criminali hanno interessi in materia, mentre soccombono le persone, le famiglie, i servizi sociali e sanitari del territorio. Ricordo che i dati ufficiali annotano che in Calabria nel 2021 sono stati “giocati” legalmente d’azzardo più di quattro miliardi di euro (4.205.993.451,89)».
«E mancano quelli dei circuiti illegali – ha evidenziato –. Se c’è bisogno di un approfondimento della legge di quattro anni fa, dovrà essere solo migliorativo, e non un espediente per (s)caricare certi problemi su sindaci, persone in difficoltà, famiglie a rischio di andare in rovina. Il gioco patologico non è una puntata al lotto o la tombolata natalizia, è raffiche di puntate compulsive pagate alle macchinette e ai computer, è un non-gioco solitario deleterio anche per la società. Non conosco i motivi per cui il 28 novembre scorso sono venuti a mancare i numeri per legiferare. Ma è stato meglio, e mi auguro che non venga rimessa all’ordine del giorno nel prossimo Consiglio previsto il 12 dicembre perché si tratta di una proposta dannosa».
«La lotta al gioco d’azzardo e alla ludopatia non è un gioco e non può essere un azzardo», ha tuonato la Conferenza Episcopale Calabra, che si è detta «interdetta» alla possibilità della modifica, da parte del Consiglio regionale, della legge riguardante la notta all’usura e al gioco d’azzardo.
«La modifica – si legge nella nota – va di fatto a scaricare forti responsabilità generali sui Sindaci e pesanti conseguenze sulla popolazione, vanificando ogni tentativo di prevenzione del fenomeno della ludopatia. L’affidamento ad ogni singolo Sindaco e Comune delle decisioni in merito alle modalità di autorizzazione degli orari di apertura, uniformando inoltre al ribasso il distanziamento tra le sale slot e i luoghi sensibili, è una scelta sconsiderata, rispetto alla quale le motivazioni restano incomprensibili».
«Perché scaricare sui Sindaci, già oberati di tante responsabilità – hanno chiesto i vescovi calabresi –, rendendoli passibili di ulteriori pressioni, questa problematica così complessa? Un contesto al quale la criminalità organizzata guarda con attenzione per interessi economici, al fine di sfruttare la fragilità di chi vive una condizione di debolezza e dipendenza patologica».
«Allentare il controllo sul gioco d’azzardo – è stato evidenziato – significa indebolire la legalità e sfavorire la giustizia e la giustizia sociale in particolare. Già nel 2017, Papa Francesco, nel discorso del 21 settembre affermava: «Oggi non possiamo più parlare di lotta alle mafie senza sollevare l’enorme problema di una finanza ormai sovrana sulle regole democratiche, grazie alla quale le realtà criminali investono e moltiplicano i già ingenti profitti ricavati dai loro traffici: droga, armi, tratta delle persone, smaltimento di rifiuti tossici, condizionamenti degli appalti per le grandi opere, gioco d’azzardo, racket», inserendo proprio il gioco d’azzardo tra le fonti di diseguaglianza e povertà».
«La Conferenza Episcopale Calabra – hanno concluso i vescovi calabresi – di fronte a questa iniziativa, di fatto dannosa per il tessuto sociale calabrese, vuole denunciare con forza la pericolosità di tali paventate scelte. È davvero questo il regalo di Natale che si vuole fare ai cittadini calabresi, alle loro famiglie, alle comunità di una regione che lotta ogni giorno per la legalità e contro l’oppressione della criminalità organizzata?».
Libera Calabria, invece, si appella direttamente al presidente della Regione, Roberto Occhiuto, «affinché si proceda al ritiro di tale proposta e venga dato un segnale forte nel contrasto al gioco d’azzardo e ai profitti che la criminalità organizzata trae da esso».
La rete regionale, infatti, ha espresso preoccupazione per la proposta di legge, la cui approvazione «non terrebbe assolutamente conto degli effetti reali che l’espansione del gioco d’azzardo, già ampiamente diffuso nella nostra regione, avrebbe in un contesto regionale dalle tante difficoltà economiche e con un’elevata densità criminale».
«I numeri calabresi relativi alla diffusione ed alle giocate presso le slot machine e videolottery – ha spiegato Libera – meriterebbero, al contrario, misure più stringenti e restrittive, in linea con i regolamenti e le ordinanze adottate da diversi comuni sul territorio nazionale, perché, come più volte sottolineato dalla Direzione Nazionale Antimafia, questo è un settore dove le mafie hanno effettuato ingenti investimenti anche con riferimento ai giochi legali».
«Un fenomeno – ha concluso Libera Calabria – che deve mettere in apprensione non solo per gli interessi della criminalità organizzata, la quale trae profitti dalla manomissione delle macchinette e dall’uso di queste per riciclare denaro, ma anche per le conseguenze dalla dipendenza del gioco d’azzardo che compromette la salute psichica e fisica delle persone colpite, ed in alcuni casi può determinare l’impoverimento dei malati patologici e delle loro famiglie con il rischio di divenire vittime di usura ed estorsioni». (rrc)

«LA LIBERTÀ NON HA PIZZO»: LA STRADA
DELLA LEGALITÀ PREMIA CHI FA IMPRESA

L’indovinato slogan con cui la Rete ReggioLiberaReggio ha voluto coinvolgere gli imprenditori della Città dello Stretto (La libertà non ha pizzo) ha raccolto molti consensi:  scegliere la strada della legalità, non accettare “compromessi” o condizionamenti con la criminalità organizzata, alla fine mostra di non penalizzare le imprese di Reggio Calabria, ma, al contrario, sembrerebbe premiarle. Più del 40% delle imprese intervistate dalla Rete risponde che da quando ha aderito a ReggioLiberaReggio la percezione della propria attività economica è cambiata in meglio, mentre poco meno di un altro 40% registra che è rimasta invariata, ovvero non è peggiorata. La percezione molto positiva della Rete RLR da parte delle imprese intervistate è rafforzata poi dal dato sulla clientela, e dai principali indicatori di andamento aziendale prima e dopo l’adesione. Nessuna delle imprese di servizi partecipanti all’indagine dichiarano che la clientela sia diminuita dopo l’adesione a RLR; anzi, quasi il 20% registra un aumento. Inoltre, in pochissimi casi il fatturato, l’utile netto, e gli addetti sono calati dopo l’adesione alla Rete.

Questo scenario emerge dalla prima indagine sulle imprese iscritte a ReggioLiberaReggio “La libertà non ha pizzo”. L’associazione, nata a Reggio Calabria nel 2010 su iniziativa del coordinamento cittadino di Libera, in risposta al gravissimo attentato subito a suo tempo da Tiberio Bentivoglio, raccoglie oggi oltre 70 piccole e medie imprese reggine, appartenenti a diversi settori produttivi. L’indagine, i cui risultati sono presentati nel report curato da Dario Musolino, docente presso l’Università Bocconi e presso l’Università della Valle d’Aosta, si è focalizzata su diversi temi.

L’indagine sulle imprese che aderiscono a ReggioLiberaReggio consegna un quadro con luci e ombre, con elementi per certi aspetti prevedibili, e con altri elementi più sorprendenti (almeno rispetto a quello che sembra essere il sentire comune su determinati temi). In un ambiente socioeconomico su cui grava sempre la forte influenza della criminalità mafiosa. Le imprese intervistate godono in larga prevalenza di un buono «stato di salute», presentando punti di forza rilevanti, quali qualità, specializzazione, innovazione, reputazione, che consentono di stare sul mercato con risultati economici generalmente positivi. In diversi casi, si può perfino parlare di imprese eccellenti. L’adesione a RLR non ha per nulla penalizzato queste imprese, ma anzi plausibilmente potrebbe essere stata premiante, in relazione alla evidente e crescente importanza del consumo etico nelle scelte dei consumatori. Infatti, nella valutazione del contesto reggino e dei condizionamenti mafiosi sulle attività di impresa, si inserisce la stessa (auto)valutazione della rete RLR, e del suo ruolo. Risalta in modo alquanto netto la forte soddisfazione delle imprese intervistate rispetto all’adesione a RLR: circa l’80% valuta, infatti, questa esperienza positivamente o molto positivamente. La Rete assolve la sua missione, in primis colmando la “sensazione” di isolamento che diverse imprese lamentano. Infatti, quasi il 60% delle imprese intervistate rileva come dopo l’adesione a RLR non si sono sentite isolate, ma anzi si sono sentite supportate nella loro attività di impresa.

Sono imprese che tuttavia presentano anche alcune criticità, che vanno auspicabilmente superate per poterle fare ulteriormente crescere in futuro, e che del resto riguardano in generale tante realtà imprenditoriali calabresi e meridionali. La scarsa propensione all’internazionalizzazione, per esempio, legata non solo alla piccola dimensione e ai vincoli infrastrutturali del territorio, ma anche alle limitate capacità di distribuzione e commercializzazione. E poi la ridotta capacità organizzativa e la difficoltà a innovare i processi produttivi. Ciò che tuttavia è particolarmente problematico e difficile agli occhi delle imprese, e che sorprende per la valutazione fortemente negativa che riceve, è il contesto. In particolare, si fa riferimento al funzionamento della Pubblica Amministrazione, ai servizi collettivi (servizi idrici, gestione e smaltimento rifiuti, ecc.), alle infrastrutture e servizi di trasporto e telecomunicazione, e ad altri servizi privati come il credito. Il giudizio negativo insiste in misura particolarmente evidente sui servizi collettivi: ammonta infatti all’80% circa la percentuale di imprese intervistate che li valuta come punti di debolezza del territorio.

Al contrario, altri fattori di contesto quali qualità ambientale e della vita, asset culturali e artistici, e costo della vita, ricevono giudizi più bilanciati: una quota importante degli intervistati (tra il 40% e l’80%) li considera infatti dei punti di forza. Inoltre, le imprese sono molto critiche anche verso il tessuto imprenditoriale e produttivo locale, ritenuto non all’altezza di “fare sistema”, ovvero di favorire collaborazione, cooperazione e creazione di reti tra imprese. Pur tra condizionamenti mafiosi, vincoli infrastrutturali e carenza di servizi, le imprese intervistate riescono comunque a ottenere risultati economici largamente positivi.

Su tutti i fattori di svantaggio campeggia sempre, e vale la pena ripeterlo, la minaccia della mafia. E questo, nonostante la pressione della criminalità organizzata che, nella loro stessa esperienza, rimane sempre forte a Reggio Calabria, per quanto agisca in modo diverso rispetto al passato (si concentra sempre più in determinati settori produttivi, “colpendo” specifiche funzioni aziendali). Meno del 10% delle imprese intervistate ritiene infatti che si possa fare impresa a Reggio senza correre alcun rischio di subire condizionamenti mafiosi (e per quasi il 50% è certo o probabile che si subirà qualche condizionamento di questo genere). Certo, a detta delle imprese, si tratta di un fenomeno forse meno opprimente rispetto al passato (anche grazie all’azione repressiva dello Stato), e sempre più specifico di determinati settori (per esempio, settore edile) e funzioni aziendali (per esempio, forniture, reclutamento personale); ma rimane il fattore cruciale che continua ad alterare e penalizzare gravemente l’imprenditorialità e il libero funzionamento dell’economia locale.

Per superare queste gravi criticità, le imprese di ReggioLiberaReggio si aspettano da un lato più controllo e vigilanza sul territorio e maggiore capacità di intervento per proteggere al meglio aziende e cittadini; dall’altro lato, invocano supporto economico a chi denuncia, via per esempio agevolazioni fiscali, e una azione migliore e ad ampio raggio degli enti di governo nazionale e locale per migliorare il contesto, istituzionale, infrastrutturale, e sociale, e ridurre quindi il drammatico isolamento in cui operano. Servono in altre parole interventi e azioni che supportino meglio e incoraggino il tessuto imprenditoriale locale che rigetta sempre più numeroso i condizionamenti mafiosi, e fa impresa in modo sano e con successo.

Le politiche per migliorare il contesto e uscire da questo quadro devono allora avere al centro innanzitutto investimenti per potenziare il sistema infrastrutturale e dei servizi, e un’azione più efficace ed efficiente degli enti di governo regionale e locale, e della macchina amministrativa. Inoltre, per contrastare più specificamente i condizionamenti mafiosi nell’economia, serve in particolare più controllo e vigilanza, e supporto effettivo alle imprese che denunciano. (rrc)

VIBO – Il 24 febbraio l’assemblea studentesca contro ogni forma di violenza

Giovedì 24 febbraio, a Vibo Valentia, alle 10, a Piazza Martiti d’Ungheria, è in programma l’assemblea studentesca contro ogni forma di violenza: difendi_Amolanostralibertà, organizzarto dal Coordinamento Provinciale Libera di Vibo Valentia.

Un’iniziativa costruita con tutti i rappresentanti delle scuole che a loro volta l’hanno condivisa con i loro dirigenti scolastici per consentire la maggiore partecipazione possibile.

La modalità sarà quella di mantenere un microfono aperto, non ci saranno interventi programmati, né una scaletta precisa ma solo la voglia di riconoscere a tutti nostri giovani il diritto ad essere ascoltati. Al termine di questo momento, una delegazione di loro sarà ricevuta dal Prefetto per avanzare le loro proposte e condividerne le riflessioni. Un’iniziativa che, appunto, ha l’obiettivo di responsabilizzare le ragazze ed i ragazzi del nostro territorio come agenti positivi di una necessaria inversione di rotta.

Gli ultimi fatti di cronaca, a cui si aggiunge un sommerso di cui difficilmente si trova traccia, ci permettono di tratteggiare un quadro desolante che ha come protagonisti giovani e giovanissimi carnefici e vittime di atti di violenza, di depauperamento del bene comune e di spregio verso ciò che ci circonda. 

I diversi momenti di incontro con i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie di primo grado del territorio, ci permettono di toccare con mano quanto siano allarmanti i processi di incubazione che, fin da età molto tenera, sfociano poi in veri e propri atti di bullismo. La violenza, sia fisica che verbale, sembra essere l’unico mezzo di risoluzione di qualsiasi controversia, l’unico strumento attraverso cui basare le relazioni intersoggettive. La pandemia non ha fatto che peggiorare un quadro già complesso che interessa tanto i giovani del sud, quanto quelli del nord, infatti, i fenomeni delle baby gang sono, purtroppo, ampiamente diffusi senza limitazioni geografiche. Crediamo, però, che a certe latitudini il fenomeno sia molto più complesso e che determinati atteggiamenti affondino le loro radici in una mentalità precisa che, con immenso rammarico, trova ancora humus fertile nelle giovani menti.

La ‘ndrangheta non è solo struttura e la sua forza sta fuori di essa perché è soprattutto mentalità, un modo di pensare e ragionare che anima determinati atteggiamenti, diffonde disvalori e diviene linfa di  comportamenti lesivi della dignità altrui, indipendentemente da una adesione formale all’organizzazione criminale in senso stretto. La prevaricazione e la legge del più forte creano sempre maggiore fascino in alcuni nostri giovani, ed è dunque necessario non fare passare questi atti in sordina per evitare che ci si abitui, diventino la normalità e la paura possa prendere il sopravvento nei nostri territori. Crediamo che la violenza diffusasi tra i giovani sia campanello d’allarme e grido di aiuto, sia manifestazione di un disagio, di un sentimento di sofferenza mascherata che è necessario intercettare, destrutturare e ricomporre. Le scuole giocano un ruolo fondamentale ma non possono e non devono essere lasciate da sole, intorno ai presìdi educativi è necessario che si crei una rete fitta, un’alleanza educativa che coinvolga tutti gli attori sociali del territorio, dalle istituzioni al mondo associativo.

 I nostri ragazzi non sempre trovano negli adulti corretti modelli di comportamento, infatti, qualche giorno fa, in un’unica giornata, si è verificato un tentato omicidio a Ricadi e il pestaggio ignobile ai danni del primo cittadino del piccolo comune di Dasà. Il sindaco Scaturchio, a cui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, è stato destinatario di una “missione punitiva” da parte di un gruppo di balordi perché aveva manifestato solidarietà nei confronti dei carabinieri della vicina stazione di Arena, a seguito di un fatto avvenuto ad opera di due  dei quattro soggetti coinvolti nel pestaggio. Un’azione inaudita che colpisce non solo la persona, ma anche l’istituzione che rappresenta e l’intera comunità di cui è portavoce. I quattro hanno arrecato ingenti danni anche alla Casa Comunale che, come ogni Municipio, è il cuore di una comunità. 

Tutti questi episodi ci hanno spinto a rivolgere un appello agli studenti ed alle studentesse della scuole superiori della città di Vibo Valentia, per discutere insieme, confrontarci, prendere posizioni e manifestare la forte condanna nei confronti di qualsiasi atto di prevaricazione e di violenza ma soprattutto per mettere loro di esprimersi, evidenziare i loro bisogni, le loro necessità e la loro voglia di essere cittadini e non semplici abitanti dei luoghi che vivono, imprimendo, nel loro piccolo, un segno di svolta importante. (rvv)

L’allarme di Libera: In Calabria su 2431 beni confiscati solo 377 sono utilizzati

«Attualmente, in Calabria sono 128 gli enti locali che hanno acquisito al patrimonio complessivamente 2431 beni immobili confiscati. Di questi, solo 337 risultano utilizzati». È l’allarme lanciato dal Coordinamento di Libera, che invita le regioni del Mezzogiorno a usufruire del bando a valere sui fondi del Pnrr sui beni confiscati alle mafie.

Per l’Associazione si tratta di «un’occasione di grande importanza che non può essere in alcun modo disattesa», i cui termini di partecipazione sono stati prorogati fino al 28 febbraio 2022, che mette a disposizione 300 milioni di euro per la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, all’interno della Missione 5 Componente 3, dedicata a interventi speciali per la coesione territoriale. Di questa cifra, 250 milioni di euro sono riservati ai progetti selezionati attraverso una procedura selettiva, mentre ulteriori 50 milioni di euro serviranno a individuare altri progetti, di particolare valore economico e/o simbolico per il territorio. La nuova scadenza riguarda entrambe le candidature.

«La valorizzazione dei beni confiscati – ha ribadito Libera – è una forte azione concreta nella lotta contro le mafie, ma soprattutto è uno strumento per la progettazione di percorsi di legalità, giustizia sociale e può diventare anche occasione per creare posti di lavoro. Per tale motivo Libera Calabria fa appello alle Amministrazioni locali affinché questa opportunità davvero unica non rimanga inevasa».

«Come sempre – conclude la nota – mettiamo a disposizione la nostra esperienza nel settore, per consentire un sano e proficuo confronto con soggetti che gestiscono già dei beni confiscati e con altre realtà sociali presenti nei territori interessati, onde poter veicolare e condividere idee e proposte progettuali». (rrm)

LAMEZIA – L’8 luglio la presentazione dell’evento “Patto di Limbadi”

Giovedì 8 luglio, a Lamezia Terme, alle 16.45, nella sede dello SpiCgil, è in programma la presentazione dell’evento Patto di Limbadi, in programma il 13 luglio a Limbadi.

Intervengono alla conferenza Michele Albanese, Nicola Fiorita, don Marcello Cozzi, Conni Aieta e Don Emilio Stamile.

L’evento è stato organizzato da Università della Ricerca, della Memoria e dell’Impegno “Rossella Casini”, dall’Associazione San Benedetto Abate e Libera, e prevede la partecipazione di una rappresentanza di sindaci calabresi per la firma del patto, che vuole essere un simbolo ci riferimento al Comune di Limbadi dove, su alcuni beni confiscati al clan Mancuso, è una per iniziativa dell’Associazione San Benedetto Abate, UniRiMi.

Il documento, inoltre, vuole offrire un’opportunità di riflessione e di impregno concreto per un effettivo aiuto alle imprese, che hanno deciso di denunciare il triste fenomeno del racket e dell’usura che, stante anche al pericolo di pandemia, sono in continua e preoccupante crescita.

All’evento del 13 luglio, saranno presenti, oltre al Comitato Scientifico di UniRiMi, il ministro per il Sud, Mara Carfagna, il presidente di Libera, don Luigi Ciotti e una rappresentanza di imprenditori calabresi. (rcz)

Diritti negati ai minori con disabilità, le Associazioni dei familiari scrivono alle Istituzioni

Le più importanti Associazioni di familiari di persone con disabilità, che hanno costituito il Comitato Tutela dei diritti alla salute ed alla riabilitazione nell’età evolutiva, e sostenuti dal Centro Comunitario Agape e da Libera, hanno inviato una lettera aperta alla sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci, al commissario ad acta Guido Longo, al dirigente del Dipartimento tutela della salute e politiche sanitarie dott. Giacomo Brancati, al Commissario Asp di Reggio Calabria, dott. Gianluigi Scaffidi, che è anche «un grido di aiuto ed una richiesta di avvio di un dialogo».

Nella lettera, si chiede «un primo incontro con il comitato. L’incontro sarà occasione per presentare le diverse proposte da inserire in agenda e che si auspica le autorità sanitarie regionali e locali vorranno prevedere per dare risposte a queste attese. È doveroso ribadire che, la sottosegretaria di Stato dott.ssa Dalila Nesci, ha già dato disponibilità ad incontrare le associazioni dei familiari che vivono in prima persona questa negazione dei diritti fondamentali quali il diritto alla salute e alla cura».

«I soggetti firmatari di questa lettera – si legge – aperta hanno preparato un dossier dal quale emerge un quadro drammatico di vere e proprie politiche di abbandono, oseremmo dire una vera e propria omissione di soccorso agite da parte del sistema sanitario regionale e locale verso queste categorie fragili. Tra questi, è doveroso segnalare che, circa mille i minori di competenza dell’Asp di Reggio Calabria, pur essendo stati da quest’ultima autorizzati, non possono iniziare i trattamenti ambulatoriali o diurni per mancanza di copertura finanziaria e di parametri nazionale di fabbisogno non più rispondenti alle attuali esigenze».

«I lunghi tempi di attesa – ha scritto il Comitato – non si possono più tollerare, soprattutto, per neonati e bambini che hanno estremo bisogno di avere diagnosi precoci e interventi tempestivi che possono risultare decisivi nella evoluzione delle patologie stesse. Esempio tra tutti è la problematica legata l’autismo che ha visto più volte scendere in piazza e protestare le mamme dei bambini interessati le quali vedono l’Asp inadempiente nella programmazione di servizi mirati che potrebbero essere svolti all’interno di strutture accreditate». 

«Sulla materia – hanno scritto ancora – insistono già molteplici provvedimenti giudiziali che sanzionano l’Asp quando non è in grado di garantire le prestazioni sanitarie previste. Diverse associazioni di familiari di minori e giovani con disabilità, con il sostegno del centro comunitario Agape e dell’associazione Libera, hanno deciso di costituirsi in un comitato che avvierà nei prossimi mesi una campagna nazionale di sensibilizzazione e di denuncia, rivolta a tutte le forze politiche e sociali, valutando anche l’adozione di strumenti di tutela legale, sia in sede di giustizia amministrativa che in quella penale». (rrc)

 

Appello del Centro Agape alla sottosegretaria Nesci per bambini con disabilità

Un appello per i bambini con disabilità è stato rivolto dal Centro Comunitario Agape alla sottosegretaria Dalila Nesci in occasione di un incontro che ha visto la partecipazione anche dell’associazione Libera.

La pandemia ha aggravato la condizione dei bambini con disabilità e dei soggetti fragili: hanno riferito i responsabili del Centro Agape alla Nesci. Una mamma con in braccio il figlio di pochi mesi che chiede al responsabile del centro di riabilitazione l’avvio dei trattamenti riabilitativi e riceve come risposta che dovrà attendere due o tre anni. Questa immagine descrive efficacemente più di ogni discorso la situazione della negazione di diritti fondamentali alla salute.

Nel dossier preparato dagli esperti delle due associazioni esce fuori un quadro drammatico di vere e proprie politiche di abbandono agite da parte del sistema sanitario regionale e locale verso queste categorie fragili, una vera e propria omissione di soccorso. Tra questi i circa mille i minori di competenza dell’ASP di Reggio Calabria che pur essendo autorizzati dall’Asp non possono iniziare i trattamenti ambulatoriali o diurni per mancanza di copertura finanziaria e di parametri di fabbisogno errati fatti a livello nazionale come ha ricordato il presidente della Piccola Opera Papa Giovanni Piero Siclari. Tempi che non si possono tollerare soprattutto per neonati e bambini che hanno estremo bisogno di avere diagnosi precoci e interventi tempestivi che possono risultare decisivi nella evoluzione delle patologie. Come l’autismo che ha visto più volte scendere in piazza e protestare le mamme dei bambini interessati che vedono l’ASP inadempiente nella programmazione di servizi mirati che la rete territoriale della quale si parla da anni dovrebbe garantire.

Sulla materia insistono già molteplici provvedimenti giudiziali che sanzionano l’Ente pubblico quando non è in grado di garantire le prestazioni sanitarie previste, anche se quello che chiedono le famiglie sono innanzitutto i servizi piuttosto che il rimborso delle spese sostenute quando sono costrette a rivolgersi ai privati. I partecipanti all’incontro hanno anche evidenziato analoghe criticità per i soggetti con patologie psichiatriche per i quali non vi sono certezze di continuità delle prestazioni per i soggetti presi in carico dalle strutture residenziali e soprattutto è stato stigmatizzato il blocco dei ricoveri che permane da cinque anni e che provoca angoscia e disperazione nelle famiglie interessate. Lo stesso vale per gli anziani non autosufficienti per i quali non vi è la copertura delle cure domiciliari previste dal servizio sanitario nazionale, per i servizi che si occupano di dipendenze, per i consultori di fatto smantellati. Il tutto nell’attesa della approvazione del progetto della rete territoriale dei servizi che da anni è ferma alla regione anche per la carenza di personale qualificato all’interno del dipartimento della salute.

Diritti negati che hanno spinto il centro comunitario Agape, attraverso il referente Nuccio Vadalà genitore adottivo di due ragazze con disabilità, a annunciare che nei prossimi mesi sarà avviata, in collaborazione con le associazioni di familiari interessate, una campagna nazionale di sensibilizzazione e di denuncia, rivolta a tutte le forze politiche, valutando anche l’adozione di strumenti di tutela legale, sia in sede di giustizia amministrativa che in quella penale. La responsabilità di questo sfascio che perdura da anni, è stato evidenziato  dai partecipanti all’incontro,  è di chi ha governato la sanità in Calabria e che è giunto il momento di una svolta radicale  chiudendo intanto la stagione dei commissari che si sono alternati, quasi sempre privi di competenze nel settore che hanno fallito clamorosamente in molti casi peggiorando ulteriormente la situazione, negandosi al confronto con le forze sociali Negli interventi di  Mario Nasone, Giuseppe Carrozza, Pasquale Neri, Cristina Ciccone è arrivato anche l’auspicio di potere avviare un dialogo e una collaborazione su questi temi  con il commissario dell’Asp Gianluigi Scaffidi al quale si chiede  il riconoscimento della funzione del privato sociale che persegue interessi generali e non di lucro e che ha negli anni dovuto accollarsi la gestione di servizi che il sistema sanitario non era in grado di garantire.

Giuseppe Marino di Libera ha sollevato inoltre i ritardi della regione sulla attuazione della legge 328, la mancata integrazione tra sociale e sanitario ed il grave problema delle infiltrazioni della ndrangheta nella sanità Giulia Melissari del gruppo giovani dell’agape ha sollevato la questione giovanile che vede ancora il distacco da parte della politica verso i bisogni delle nuove generazioni e ha preannunciato la presentazione di una ricerca svolta in dodici scuole della regione  in collaborazione con l’Unical, i cui risultati saranno presentati nel mese di settembre.

La sottosegretaria al Sud e alla Coesione territoriale Dalila Nesci ha espresso apprezzamento per la documentazione e le proposte puntuali che gli sono state presentate, ha condiviso la necessità di dare una svolta alle politiche sanitarie e sociali nella regione e anche per questi motivi sta conducendo una campagna di ascolto nei territori con le istituzioni locali e con le associazioni. Si è fatta carico di attivare nel suo ruolo di rappresentante del governo alcuni interventi richiesti sia sul piano nazionale che su quello locale. Ha dato inoltre disponibilità ad incontrare le associazioni dei familiari che vivono sulla propria pelle questa negazione dei diritti ed a impegnarsi per dare delle prime risposte. (rrc)

Don Ennio Stamile (Libera): Serve un vero piano di rientro nella legalità per le Asp calabresi

Don Ennio Stamile, referente regionale di Libera, ha sottolineato che «serve un vero e proprio piano di rientro nella legalità, che potrebbe interessare tutte le Asp della Calabria».

«L’introduzione di piani di rientro nella legalità – ha spiegato – potrebbe contribuire a individuare specifici strumenti di affiancamento, formazione e sostegno di tutti i settori della sanità, di definire obiettivi di analisi e gestione dei fattori di rischio di corruzione, favorire il confronto e il trasferimento delle esperienze, l’accesso civico dei cittadini e delle organizzazione per avere trasparenza nelle scelte, negli appalti, nelle forniture,  nella consapevolezza che il recupero di adeguati livelli di integrità migliori le condizioni di lavoro degli operatori, consenta risparmi di risorse e contribuisca a qualificare l’assistenza erogata».

«Su questi temi – ha detto ancora – l’Associazione Libera ha deciso di promuovere, anche in Calabria, la campagna nazionale Illuminiamo la salute. L’obiettivo è quello di attivare iniziative formative, di monitoraggio, di valutazione, di ricerca e cambiamento per sostenere un sistema sanitario pubblico e sociale integro, efficiente, al servizio di tutti i cittadini, che vada oltre la sola applicazione burocratica della legge 190/2012 per la prevenzione della individuando un obiettivo prioritario:l’attivazione di un protocollo unico regionale sul tema della corruzione e delle infiltrazioni della ‘ndrangheta da proporre alla struttura commissariale in atto guidata dal prefetto Guido Longo, e da fare adottare a tutte le Aziende sanitarie ed ospedaliere».

«Una attività da realizzare – ha spiegato ancora il referente regionale di Libera – coinvolgendo tutta la una rete di operatori impegnati  a diversi livelli nella sanità calabrese, chiedendo collaborazione alle facoltà di Medicina  e delle varie professioni sanitarie, alla rete Comunità Competente, ai sindacati, agli Ordini professionali, alle associazione di utenti, ecc. Prevedendo anche l’apporto di esperti sui temi degli appalti, della programmazione e gestione finanziaria del sistema sanitario».

«È veramente giunto il momento  di assumersi,  come società civile calabrese, la responsabilità della gestione del bene comune della salute e ci controllare e  collaborare con le aziende sanitarie affinché riprendano il loro ruolo, e non rispondano agli interessi della cattiva politica, della massoneria deviate e della ‘ndrangheta. Su questa battaglia di civiltà Libera intende fare la sua parte».

«L’associazione Libera – ha detto Stamile – esprime apprezzamento per l’operazione della Procura di Reggio Calabria che, con gli arresti di diversi funzionari dell’Asp di Reggio Calabria, non a torto definita la più disastrata d’Italia e da commissariata per infiltrazioni mafiose, ha avviato un intervento di bonifica che va continuato perché colpisce i rapporti di collusione e gli   interessi criminosi di chi ha lucrato sulla sanità a spese dei cittadini».

«Nel mentre – ha aggiunto – Libera auspica che l’attività dell’Asp 5 non si blocchi e che il nuovo commissario Pierluigi Scaffidi possa garantire attuazione piano di vaccinazione e erogazione dei servizi, in particolare quelli di prossimità per persone anziani e fragili, la vicenda non può chiudersi solo sul versante giudiziario perché ripropone il tema di come bisogna attrezzarsi per prevenire per il futuro analoghi  scenari. Soprattutto in un momento storico come questo di pandemia, non possiamo come comunità permettere il perdurare di fenomeni che concorrono a negare il diritto alla salute dei cittadini».

«La commissione parlamentare antimafia – ha proseguito – occupandosi della questione, ha evidenziato come dopo lo scioglimento delle aziende sanitarie, le commissioni incaricate di eliminare i condizionamenti mafiosi non sono riuscite a incidere su questo versante, anche perché hanno  registrato condizioni operative di grande ostacolo per la loro azione. Come ad esempio, i tentativi di delegittimazione, i contrasti e gli ostacoli frapposti all’azione delle varie  commissioni straordinarie che si sono alternate all’Asp 5 di Reggio Calabria che, comunque, hanno svolto in modo burocratico il loro ruolo senza aprirsi e dialogare con le forze sane della comunità». (rrc)

BENI CONFISCATI, SCARSA LA TRASPARENZA
IN CALABRIA 2884 IMMOBILI, MA POCHI DATI

Beni confiscati alla ‘ndrangheta e al malaffare: ci sono, solo in Calabria, 2884 immobili da destinare a utilizzi sociali, ma la loro assegnazione è ritardata dalla mancanza di informazioni adeguate per l’inadempienza di gran parte dei Comuni interessati. Lo rivela RimanDati, il primo report nazionale di Libera sullo stato della trasparenza dei beni confiscati nelle amministrazioni locali, promosso in collaborazione con il Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. In Calabria – secondo i dati di Libera – di 139 Comuni, 88 non pubblicano l’elenco e informazioni sul loro sito internet, e cioè il 63%.

«Il Report di Libera (il monitoraggio ha avuto inizio nel mese di maggio 2020 e si è chiuso il 31 ottobre 2020) – si legge sul sito – vuole accendere una luce sulla carente trasparenza e mancata pubblicazione dei dati dei comuni italiani in merito ai dati sui beni confiscati che insistono nei loro territori perché sono proprio i comuni ad avere la più diffusa responsabilità di promuovere il riutilizzo dei patrimoni. La base di partenza del lavoro di monitoraggio coincide con il totale dei comuni italiani al cui patrimonio indisponibile sono stati “destinati”i beni immobili confiscati alle mafie per finalità istituzionali o per scopi sociali. Il primo dato ricavato dal lavoro di monitoraggio è quello più immediato, e risponde alla semplice domanda: quanti comuni italiani destinatari di beni immobili confiscati pubblicano l’elenco sul loro sito internet, così come previsto dalla legge?».

E in Calabria, se 88 Comuni sono inadempienti, 51 (49,4%), invece, pubblicano l’elenco, e Reggio Calabria, nel focus dedicato ad alcuni capoluoghi, ottiene un buon punteggio: 65,22%.

«Il caso del Comune di Reggio Calabria – si legge nel report – è molto interessante. L’Ente, infatti, si è dotato di un portale dedicato specificamente ai beni comuni e confiscati, dove è presente l’elenco – navigabile anche attraverso alcuni filtri – di tutti gli immobili confiscati e trasferiti al patrimonio comunale. Non è però possibile in alcun modo scaricarlo e dunque è da intendersi in formato chiuso».

«Nella tabella generale – prosegue il report – sono presenti molte informazioni di dettaglio su dati catastali, ubicazione, tipologia, decreti di destinazione, oltre ad alcune notizie sulla destinazione e la consegna. Cliccando sui singoli beni, si accede inoltre a singole pagine dedicate nelle quali sono specificate altre e più dettagliate informazioni (come, ad esempio, quelle sullo stato attuale dell’utilizzazione) e, in alcuni casi, anche con planimetrie e foto». Non è, però, possibile in alcun modo scaricare i dati.

«In linea generale – conclude il Report – il portale costituisce davvero uno strumento prezioso di informazione, che andrebbe però implementato con la possibilità di scaricare i dati in formato aperto. Nei casi di beni assegnati ad associazioni, inoltre, non è possibile individuare la ragione sociale del soggetto assegnatario. Nel 2012, l’Ente si è dotato di un Regolamento per la concessione in uso dei beni immobili confiscati alla ‘ndrangheta».

Il report – ha commentato Davide Pati, vicepresidente nazionale di Libera – analizza l’operato dei comuni e ad essi si rivolge: sono loro gli enti più prossimi al territorio e il primo fronte per l’esercizio della cittadinanza; potenziare le loro effettive capacità di restituzione alla collettività del patrimonio sottratto alla criminalità non va inteso solo come l’adempimento di un onere amministrativo, ma come un’opportunità di “buon governo” del territorio. Quando riconsegnati alle autonomie locali, i beni confiscati alle mafie rappresentano una questione eminentemente politica e per deciderne efficacemente il destino occorre favorire forme innovative di organizzazione sociale, economica e istituzionale ispirate ai principi della pubblica utilità e del bene comune. Se questo è vero, ne discende che la conoscibilità e la piena fruibilità dei dati, delle notizie e delle informazioni sui patrimoni confiscati non possono che essere a loro volta considerati elementi di primaria importanza».

«Ecco – ha concluso Davide Pati – perché insistiamo nel ritenere che la trasparenza, anche in questo ambito, debba e possa essere considerata anch’essa un bene comune, in ciò confortati dalle previsioni normative del Codice Antimafia, che impongono agli Enti Locali di mettere a disposizione di tutte e di tutti i dati sui beni confiscati trasferiti al loro patrimonio, pubblicandoli in un apposito e specifico elenco. Una previsione ulteriormente rafforzata dalla legge di riforma del Codice, che, nel 2017, ha introdotto la responsabilità dirigenziale in capo ai comuni inadempienti. RimanDati I è un forte richiamo alla necessità di dare priorità all’azione culturale della trasparenza: chiediamo, infatti, che i beni confiscati diventino sempre di più strumenti di partecipazione democratica e di coesione territoriale. Le esperienze di informazione, formazione ed accompagnamento territoriale hanno reso evidente l’importanza di attivare percorsi di progettazione partecipata e di monitoraggio civico, attraverso il coinvolgimento dei cittadini e delle realtà sociali».

«Quando parliamo di trasparenza delle informazioni sui beni confiscati da parte degli Enti Locali – sono le conclusioni di Libera – dobbiamo necessariamente prendere atto di come ci sia ancora tanto lavoro da fare per raggiungere un quadro almeno di sufficienza e avere a disposizione dati soddisfacenti, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo Ecco perché abbiamo detto “rimanDati”. L’esito di questo “esame” cui abbiamo sottoposto i comuni ci impone di fare come per gli studenti e le studentesse che non riescono a superare a pieni voti l’anno scolastico e che, per questo, vengono “rimandati a settembre”». (rrm)

SAN LORENZO (RC) – In memoria del Brigadiere Marino e delle vittime della ‘ndrangheta

Questo pomeriggio, a San Lorenzo, si vuole ricordare il Brigadiere Antonino Marino, ucciso barbaramente 29 anni fa con l’evento In ricordo del brigadiere Marino e di tutte le vittime della ‘ndrangheta.

L’evento è stato organizzato da Libera – Sezione Reggio Calabria in collaborazione con Anci, Anci Giovane, il Comune di San Lorenzo e il Consiglio Regionale.

L’evento comincerà, alle 16.15, con la deposizione di una corona di fiori sul prolungamento di Piazza dei Martiri. A seguire, nella sala del Consiglio Comunale, una riflessione sull’importanza di tenere viva la memoria delle vittime innocenti di ‘ndrangheta.

Dopo i saluti di Bernardo Russo, sindaco di San Lorenzo, intervengono Nicola Irto, presidente Consiglio Regionale della Calabria, Franco Arcidiaco, referente per la Città Metropolitana, Santo Monorchio, presidente dei Sindaci Area Grecanica, Miriam Noemi Idone, coordinatrice Provinciale Anci Giovane, Carmela Battaglia, vicesindaco del Comune di San Lorenzo, Stefania Gurnari, Libera Presidio Nino Marino, Martina Marino, nipote del Brigadiere Marino, e Anna e Antonio Fava, genitori di Celestino Fava, assassinato il 29 novembre del 1996.

Conclude Massimo Mariani, prefetto di Reggio Calabria. Modera Mimmo Nasone, Libera area Nazionale Giustizia. (rrc)