AUTONOMIA ED EMERGENZA EDUCATIVA
A RISCHIO LE SCUOLE CALABRESI E DEL SUD

di GUIDO LEONE – Mentre l‘attenzione delle componenti scolastiche è giustamente concentrata su questa fase conclusiva dell’anno scolastico, non è assolutamente presto cominciare a pensare alla ripartenza del nuovo anno scolastico. Quindi è giusto chiedersi che anno sarà per la scuola italiana, per gli studenti e le studentesse, per tutti coloro che nella scuola lavorano: docenti, personale Ata, dirigenti. Lo facciamo con la consapevolezza che stiamo parlando della infrastruttura sociale fondamentale per il Paese, per il suo sviluppo democratico ed economico, presente ovunque, dalla grande città ai piccoli centri. Lo facciamo perché ci interessa, perché è un patrimonio che ci appartiene e che vogliamo preservare e difendere: la scuola pubblica e perché ,a fronte di due grandi emergenze, poiché ritengo che siano tali, gli effetti dell’autonomia differenziata, se approvata, e l’emergenza educativa, se non adeguatamente affrontata, la porteranno allo sbando.

E la scuola, come si sa , misura lo stato di salute sociale e democratico di un Paese.

La sua missione fondamentale è concorrere all’uguaglianza sostanziale concretizzata dall’articolo 3 della Costituzione, fondamento del principio di solidarietà. Significa cioè che le è affidato il compito di assicurare l’uguaglianza delle condizioni di partenza, di fare cioè in modo che tutti e tutte partano sulla stessa linea. È lo strumento più potente per combattere le disuguaglianze e nello stesso tempo per assicurare, attraverso gli strumenti della conoscenza, la libertà. È il luogo dell’inclusione perché è aperta a tutti e tutte. Perché è bene ricordare il senso e gli obiettivi della scuola pubblica? La risposta è che questo senso e questi obiettivi si sono persi o fortemente attutiti nelle scelte del decisore pubblico negli ultimi venti anni e nella stessa narrazione pubblica che si fa sulla scuola.

Se passiamo in rassegna le scelte politiche che abbiamo alle spalle, il sistema di istruzione è stato troppo spesso oggetto di tagli e non di investimenti e gli interventi di riforma sempre subiti e non condivisi con coloro che devono farsene carico tutti i giorni: gli insegnanti e il personale della scuola tutto. Infine mi riferisco all’autonomia differenziata che sancirà  gli squilibri che già esistono e li renderà definitivi e insuperabili. Il gap di servizi  nella scuola, e non solo nella sanità, negli asili, in tanti servizi del welfare, nelle risorse di sostegno all’apparato produttivo, etc., diventerà “legittimo”, un privilegio etnico- territoriale immodificabile. Insomma, chi, all’interno della stessa nazione, abita in territori particolari e benestanti ha più diritti di chi invece ha avuto la ventura di abitare in territori disgraziati. La nazione diventa così matrigna per alcuni cittadini e per alcune aree che hanno la colpa di essere cresciute meno di altre. 

È fondata, perciò, la preoccupazione che una deriva regionalistica del sistema di istruzione possa accentuare gli squilibri già oggi esistenti fra le diverse aree territoriali del Paese, con esiti ancor più penalizzanti per quelle economicamente e socialmente più in sofferenza come la Calabria nei suoi vari servizi alla persona. 

La scuola, poi, nell’ultimo decennio è stata investita da una vera e propria sovraesposizione mediatica, e, a seguito dell’imperversare della pandemia negli ultimi due anni, lo è stata ancor di più.

Quindi la società, come del resto la scuola e i professionisti che vi lavorano quotidianamente, è stata costretta in un breve lasso di tempo a fare i conti con una serie di “repentini mutamenti ideologici e valoriali” e di conseguenza a “reinventarsi” per restare al passo.

La scuola è un’interessante cartina di tornasole di tutte le distonie del sistema socioculturale contemporaneo, proprio perché frequentata da migliaia di ragazzi e bambini immersi sempre più nella “liquidità sociale”, che contempla in aggiunta una certa deriva valoriale e il quotidiano bombardamento di messaggi audio/video, diretti e subliminali, che li portano sempre più spesso a scollegarsi dalla realtà, per vivere più comodamente nel confort zone del virtuale tra le quattro mura delle proprie abitazioni.

Allora tra i banchi di scuola, più che altrove, si avverte un senso di “crisi profonda”, una crisi che trae origine da lontano, innanzitutto nei valori trasmessi dalle famiglie di appartenenza, (non dimentichiamolo che il primo nucleo educativo della società è proprio la famiglia); pertanto, la scuola si ritrova spesso a supplire a quelle “mancanze” o “manchevolezze” educative essenziali e a dover creare ex novo un canale comunicativo capace di istaurare relazioni tra pari e con gli adulti di riferimento.

C’è una percentuale del 25% di ragazzi che ogni giorno mandano altrettanti messaggi relativi a disagio e alle proprie sofferenze.

Sono gli allievi invisibili, allievi la cui condizione di difficoltà e di malessere non è percepita o è percepita in modo  inadeguato o distorto dagli insegnanti; di minori oggetto di violenze, trascuratezze, strumentalizzazioni.

I minori invisibili non sono quelli che gli insegnanti non possono in alcun modo vedere, ma quelli che in genere non sono visti.

Ciò che risulta invisibile in questi allievi è dunque la radice del loro disagio che sta nelle relazioni familiari o nelle relazioni interpersonali in ambito sociale o scolastico – basta ricordare gli ultimi episodi di violenza nelle scuole tra ragazzi e tra allievi e docenti –  che li condizionano, ostacolando l’apprendimento, alterando la socializzazione, bloccando la crescita.

Gli allievi invisibili diventano spesso dei bambini desaparecidos, ragazzi scomparsi prima dalla mente degli insegnanti, poi dal mondo della scuola e dalle istituzioni educative.

Vogliamo togliere il terreno di coltura? Puntiamo su una “Città educativa, un contesto urbano severamente controllato e testimonianza del lecito e  del consentito praticato.Una città è educativa se è viva, vissuta e vivibile. Il problema allora è politico nel senso etimologico del termine: polis, politikòs che ha nel suo seme il “tutto ciò che appartiene al cittadino nell’alveo dei suoi diritti e dei suoi doveri”.

Se un quartiere è degradato, genera degrado e il degrado genera disagio e il disagio genera inappartenenza. E ciò che non è di nessuno fa sì che qualcuno se ne appropri come spazio della violenza, dove tutto è permesso ai violenti contro i deboli.

Ecco, allora, il ruolo della scuola e il compito della famiglia, il ruolo della Chiesa e delle altre istituzioni obbligate a fornire servizi per il mondo dei fanciulli  degli adolescenti e dei giovani, e di noi tutti adulti: parlare intanto un unico linguaggio, quello pedagogico, dare ai giovani il coraggio e la consapevolezza della loro dignità di persona, il saper inculcare il coraggio dell’altruismo e la voglia del positivo, il creare il convincimento che nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso. 

L’attuale condizione giovanile sollecita, dunque, l’urgenza di dedicarsi alla formazione delle nuove generazioni.

Ecco, ricominciamo da qui. (gl)

 

SCUOLA MEDIA, GLI ESAMI A DATE VARIABILI
E A BREVE ARRIVA IL TEST DELLA MATURITÀ

di GUIDO LEONE – Ci siamo. Con la chiusura dell’anno  scolastico fissata per sabato 8 giugno arrivano le vacanze lunghe per i 73.300 e più allievi delle  scuole di ogni ordine e grado della provincia di Reggio Calabria . L’ultima campanella non suonerà, però, per i 9.800 piccoli allievi della scuola dell’infanzia, che termineranno le loro attività educative il prossimo sabato 29 giugno. 

Sarà vacanza per i più fino al 16 settembre 2024, inizio del nuovo anno scolastico, tre mesi pieni lontani da compiti, interrogazioni e libri, anzi no qualche buona lettura è sempre consigliata per arricchire il lessico dei nostri ragazzi che, come si sa, difetta alquanto secondo i risultati delle ultime prove Invalsi. Però, non per tutti sarà così. Per i ragazzi di terza media la fine delle lezioni di fatto è sinonimo di esami di Stato. Per i quattordicenni le vere vacanze scatteranno il 29 giugno, ultimo giorno utile fissato dal Ministero della P.I. per gli esami di Stato. I diciottenni, invece, saranno alle prese con gli esami almeno fino a metà luglio.

Intanto, ora è tempo di scrutini e i prossimi giorni saranno dedicati nelle scuole alle valutazioni finali:scrutini per le ammissioni alla classe successiva e agli esami di Stato.

L’anno scorso il totale degli alunni reggini ammessi a sostenere gli esami di licenza media fu del 98,8%. È presumibile che anche per il corrente anno il dato sarà eguagliato.

A cominciare, dunque, per primi saranno i cinquemila  alunni di terza della scuola secondaria di primo grado, cui si aggiungeranno un po’ di candidati esterni, che affronteranno la loro ultima fatica, il conseguimento della cosiddetta ‘minimaturità’. A seguire i quasi 5.300  e più maturandi circa delle scuole secondarie superiori che inizieranno i loro esami di stato mercoledì 19 giugno.

La minimaturità

La valutazione rappresenta da sempre un momento di particolare rilevanza, non solo perché conclude un ciclo scolastico, ma perché al tempo stesso dà l’avvio ad un nuovo percorso di formazione culturale e personale per ciascuno studente.

L’ammissione agli esami di terza media compete al Consiglio di classe con giudizio di idoneità (espresso in decimi) per gli alunni che hanno ottenuto, con decisione assunta a maggioranza dal consiglio di classe, un voto non inferiore a sei decimi in ogni disciplina, voto sul comportamento compreso.

I requisiti di ammissione all’esame finale di terza media sono i seguenti: avere frequentato almeno tre quarti del monte ore annuale personalizzato secondo regolare ordinamento della scuola. Fanno eccezione situazioni legate alle particolari condizioni epidemiologiche.

E poi non essere incorsi in sanzioni disciplinari molto pesanti.

Infine, avere partecipato alle prove nazionali di italiano, matematica e inglese predisposte dall’Invalsi, ma la valutazione delle prove non inciderà sul voto dell’esame di terza media. La votazione tiene conto del percorso scolastico compiuto. 

L’eventuale non ammissione è deliberata a maggioranza. Così come nel caso di parziale o mancata acquisizione dei livelli di apprendimento in una o più discipline, il consiglio di classe può deliberare, con adeguata motivazione, la non ammissione all’esame conclusivo del primo ciclo.

Il calendario degli esami

Tutte le prove si devono sostenere nel periodo di tempo compreso tra l’ultimo giorno di scuola e il 29 giugno. Diversamente da come accade per l’esame di Stato conclusivo dell’ultimo ciclo di studi le date dell’esame di terza media 2024 non vengono stabilite dal MI, ma in autonomia da ogni singola scuola. Infatti abitualmente gli esami iniziano dopo gli scrutini ed è presumibile che la riunione preliminare di insediamento delle commissioni avvenga il giorno successivo.

Tre prove scritte e un colloquio

Per l’esame del primo ciclo sono previste tre prove scritte, una di italiano e una sulle competenze logico-matematiche; la terza di lingue articolata in due sezioni(una relativa all’inglese  e una alla seconda lingua straniera studiata). Le tracce delle prove verranno predisposte dalla commissione in sede di riunione preliminare.

La prova scritta di italiano dovrà accertare la padronanza della lingua, la capacità di espressione personale, il corretto uso della lingua e la coerente e organica esposizione del pensiero da parte dei candidati e fa riferimento alle seguenti tipologie: testo narrativo o descrittivo, testo argomentativo, comprensione e sintesi di un testo.

Per la prova di matematica ogni traccia preparata dai docenti prevede problemi su due diverse tipologie di compito: problemi matematici con una o più richieste e quesiti a risposta aperta. Gli argomenti del compito sono quelli trattati durante l’anno, come: numeri; spazio e figure; relazioni e funzioni; dati e previsioni. Le tracce potranno inoltre fare riferimento anche ai metodi di analisi, organizzazione e rappresentazione dei dati, caratteristici del pensiero computazionale.

Infine, la prova di lingue comprende domande ed esercizi di inglese e dell’altra lingua straniera studiata durante l’ultimo anno. Le tracce che la commissione può sottoporre ai candidati sono diverse:dalle lettera all’amico ad un questionario di comprensione del testo, dalla sintesi di un documento alla produzione di un dialogo.

L’ultimo step degli esami è la prova orale è quella più temuta dagli studenti che, in quest’ultima fase, verranno interrogati dall’intera sottocommissione d’esame che valuterà le competenze e le abilità acquisite dai candidati ponendo attenzione alle capacità di argomentazione, di risoluzione di problemi, di pensiero critico e riflessivo, di collegamento organico e significativo tra le varie discipline di studio. Gli alunni verranno poi interrogati sul programma svolto durante l’anno e sulle competenze acquisite nell’ambito degli studi di Educazione Civica.

La valutazione finale

Il punteggio dipenderà non solo dalle valutazioni ottenute nelle prove scritte e nell’orale, ma anche dal voto di ammissione all’esame di terza media. I l punteggio finale sarà calcolato come la media tra il voto di ammissione e la somma delle valutazioni ottenute nelle prove, con l’arrotondamento per eccesso nei casi in cui i punteggi decimali siano pari o superiori a 0,5.

La lode è un riconoscimento speciale riservato solo a coloro che ottengono un punteggio perfetto, ovvero dieci su dieci, all’esame. Tuttavia, la decisione di assegnare la lode sarà presa dalla commissione d’esame, tenendo conto del merito dell’aspirante. Questa distinzione viene solitamente riservata agli studenti che si sono distinti durante i loro tre anni di scuola media. In generale, per superare con successo l’esame di terza media, gli studenti dovranno ottenere un punteggio pari o superiore a 6/10.

Inoltre, a tutti gli studenti candidati interni che supereranno l’esame di Stato verrà rilasciata la certificazione delle competenze.

Come è andata lo scorso anno

Stabile, invece, il numero dei ragazzi che hanno  superato l’esame: 99,8%.La distribuzione percentuale dei diplomati all’esame conclusivo del I ciclo per voto è stata la seguente:il 12,4 dei candidati ha avuto il sei, il 25,4% il sette, il 26,4% l’otto, il 21,4% il nove, il 9,6% il dieci e l’8,9% il dieci e lode. Da sottolineare che per quest’ultima votazione la distanza dalla media nazionale che è stata del 5,5% è di ben 3,4 punti percentuali.

Il gap della Scuola Media

Per l’Istat i ragazzi che frequentano l’ultimo anno delle scuole di primo grado il 35% di loro arriva alle superiori con gravi insufficienze. Infatti, non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche, riportando gravi difficoltà nella comprensione dei testi, mentre il 40,1% ha seri problemi con la matematica.

Tutti i test, scientifici e oggettivi, nazionali e internazionali, lo certificano. Il rendimento degli alunni della scuola dell’obbligo crolla nel passaggio dalla primaria alla secondaria di I grado, con ripercussioni negative sul biennio delle scuole superiori.

Le due aree principali , perciò ,su cui lavorare nell’immediato futuro sono gli apprendimenti in  italiano e matematica; è un gap territoriale che parte sin dalla e si accentua nella scuola media, il ventre molle o se vogliamo l’anello debole del nostro sistema educativo. 

La scuola media, una terra di mezzo, è da molti anni alla ricerca di una sua identità, attratta dalla scuola superiore (il piano alto della “secondaria”), scuola primaria ma poi richiamata alla comune appartenenza alla scuola di base (il c.d. “primo ciclo” dell’istruzione). L’alternarsi di diverse denominazioni (scuola – di volta in volta – media, secondaria I grado, del primo ciclo, di base) da l’imprinting a questa vera e propria sindrome pirandelliana, nella non risolta ambiguità della sua secondarietà – di accesso ai saperi formali e al pensare per modelli – o di completamento della formazione primaria, quindi di consolidamento dell’alfabetizzazione strumentale.

Occorre affrontare presto e con energia questa profonda crisi della scuola media, che da molti anni ha smarrito la propria identità e il senso della sua missione. Occorre ridarle una missione chiara aggiornando le sua offerta pedagogica e didattica, attraverso  un forte orientamento alla personalizzazione dell’insegnamento da realizzarsi attraverso un’estensione del tempo scuola con una vera “scuola del pomeriggio”. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico Usr Calabria]

VIOLENZA NELLE SCUOLE, SI ISTITUISCA UN
OSSERVATORIO PROVINCIALE SUL DISAGIO

di GUIDO LEONE –  Gli episodi sono ormai all’ordine del giorno ed è una escalation rispetto agli anni scorsi. La scuola non può essere l’unica a dare risposte per risolvere il fenomeno del bullismo e della violenza giovanile. In questa azione di prevenzione è necessario costituire una rete fra tutte le agenzie educative.

Già nel 1996 quando iniziarono i primi studi scientifici sul bullismo si registrò un 40% di alunni vittime di soprusi. Non si tratta sempre di violenze fisiche. Ci sono anche quelle verbali e anche forme che portano all’isolamento sociale del soggetto debole fino all’esclusione e alla diffusione di menzogne su di lui. E in quest’ultimo caso si arriva al ricorso della moderna tecnologia con la diffusione via Internet e on line delle foto o foto dell’atto di violenza. No il problema non è sottovalutato. L’importante è averlo evidenziato e adesso cercare di dare un soluzione immaginando che nessuna campagna avrà efficacia se la scuola non sarà sostenuta da famiglie e istituzioni sul territorio.

Gli ultimi dati sono disarmanti

In Italia più di uno studente su quattro sostiene di essere stato vittima di bullismo. Il dato emerge dallo studio effettuato dal ministero dell’Istruzione riguardante l’anno scolastico 2022/23. Il monitoraggio ha interessato 185 mila studenti delle scuole superiori di tutta Italia e ha l’obiettivo di dare una panoramica generale del fenomeno. Per dare dei numeri precisi, il 27% degli intervistati ha dichiarato di aver subito atti di bullismo, una percentuale in forte crescita rispetto all’ultima rilevazione, considerando che il numero era fermo al 22,3% nel 2020/21. Nella maggior parte dei casi si tratta di episodi isolati e occasionali. Ma sono in aumento anche quelli sistematici, dal 2,9% del 2020/21 al 5,4% del 2022/23.

Il Bullismo origina spesso nelle aule scolastiche

In base all’indagine dell’Osservatorio in difesa, realizzato da Terre des Hommes, insieme a OneDay e alla community di ScuolaZoo, la scuola è il luogo più probabile dove subire violenza. Il 65% dei giovani dichiara di essere stato vittima di violenza a scuola e tra questi il 63% ha subito atti di bullismo e il 19% di cyberbullismo, mentre la percentuale di chi ha subito una violenza, sia fisica che psicologica, sale al 70% se si considerano le risposte delle ragazze e all’83% tra chi si definisce non binario e scende al 56% tra i maschi.

Anche le tipologie di violenza subite sono diverse tra i generi, a eccezione delle violenze psicologiche e verbali che colpiscono in egual misura maschi e femmine (71% in generale e per le femmine; 69% per i maschi).

Bullismo e cyberbullismo, così come le violenze psicologiche e verbali, per il 79% dei casi  prendono di mira soprattutto l’aspetto fisico, poi l’orientamento sessuale (15%), la condizione economica (11%), l’origine etnica e geografica (10.5%), l’identità di genere (9%), la disabilità (5%) e la religione (4%).

Le conseguenze sono abbastanza pesanti

In capo a tutti la perdita di autostima, sicurezza e fiducia negli altri, riscontrata dal 75% dei giovani, mentre il 47% affermi di soffrire di ansia sociale e attacchi di panico e per il 45% è motivo di isolamento e allontanamento dai coetanei. Gli altri effetti negativi sono: difficoltà di concentrazione e basso rendimento scolastico (28%), depressione (28%), paura e rifiuto della scuola (24%), disturbi alimentari (24%), autolesionismo (20%).
Tra le violenze fisiche, di cui è stato testimone il 46.5% dei ragazzi, le più frequenti sono le aggressioni (68%) e gli scherzi pesanti (63%).

Anche il web è percepito come il luogo dove è più probabile essere vittime di violenza, indicato dal 39% delle risposte, segue la strada (41%).

La violenza in classe viene esercitata anche contro il personale scolastico

Docenti accoltellati da studenti, altri presi di mira con pallini di gomma mentre sono in cattedra, presidi schiaffeggiati, personale scolastico aggredito da familiari degli alunni. È solo una parte dei casi di cronaca che si sono verificati nell’ultimo periodo. Le scuole sono diventate, a conti fatti, dei ring. Ad avere la peggio sempre più spesso è il personale. Che le violenze ai danni del personale scolastico siano in aumento lo dicono i numeri. Lo scorso anno sono state in tutto 36. Quest’anno sono già 28. E sempre più spesso gli autori delle aggressioni non sono gli allievi, ma i genitori (casi in aumento del 111% rispetto allo scorso anno).

Secondo una indagine di Skuola.net, che ha coinvolto un campione di 2.000 studenti delle classi secondarie superiori, per oltre un quinto (21%) le aggressioni sono figlie dell’atteggiamento delle famiglie, che oggi tendono a giustificare sempre e comunque i figli. Mentre oltre 1 su 10 (il 14%) sostiene che ciò accade perché gli insegnanti hanno perso il blasone e l’autorevolezza del passato. Ma la fetta più grande (37%) individua nella società nel suo complesso la fonte della violenza: l’aggressività è ovunque e i giovani non sfuggono al “contagio”.

Nonostante un’escalation del genere, però, la risposta di docenti e dirigenti scolastici è sinora stata abbastanza morbida, forse per timore di ulteriori repliche ma anche per la consapevolezza di non avere nelle famiglie degli alleati su cui poter contare ciecamente.

Basti pensare che, in base al racconto degli studenti interpellati dal sondaggio di Skuola.net, quando sono accaduti episodi che hanno avuto strascichi disciplinari, la maggior parte dei genitori non si è schierata apertamente dalla parte dell’insegnante: in circa la metà dei casi (49%) le famiglie solitamente hanno voluto approfondire la questione, mentre in quasi un terzo (29%) hanno optato per la strenua difesa dei figli; solamente il 22% ha invece raccontato che la «denuncia» formale della scuola ha trovato sempre terreno fertile e appoggio da parte dei famigliari dell’aggressore.

La questione educativa interpella, dunque, sempre più il mondo adulto

Oggi più che mai. I giovani sono figli del tempo che vivono e sono la proiezione di quanto il mondo adulto propone e testimonia. Certo ci sono delle responsabilità e sono di quanti in questi decenni hanno condotto un sistematico smantellamento di quella cultura educativa fatta di regole da rispettare, di buoni comportamenti. Gli adulti devono vigilare di più e soprattutto devono ricordarsi di essere modelli per i giovani. Infatti tra i fattori di rischio per il bullismo c’è anche lo stile educativo che alcuni genitori assumono:troppo permissivo o troppo autoritario. Messaggi che lasciano ai ragazzi l’idea che la prevaricazione sia un modello di affermazione sociale.

E poi ci sono  i messaggi della televisione, di trasmissioni televisive che coltivano  il peggio della nostra umanità, di internet, degli stessi videogiochi. Rispecchiano modalità di vita che non fanno passare modelli positivi di responsabilità, di attenzione agli altri, di senso del dovere, di impegno, di onestà.

Come prevenire il bullismo allora?come intervenire di fronte ai comportamenti pre-devianti?

Il bullismo può originare anche dall’esasperazione di conflitti presenti nel contesto scolastico. Il conflitto è da considerarsi come un campanello d’allarme e può degenerare in forme patologiche quando non si hanno gli strumenti che permettono di riconoscerlo, esprimerlo e gestirlo in un’ottica evolutiva dei rapporti. Se non gestito, il conflitto rischia di mutarsi e provocare effetti distruttivi sulle relazioni (prevaricazione e sofferenza) e sull’ambiente (alterazione del clima gruppo).

Prevenire e affrontare il bullismo, dunque, significa non solo identificare vittime e prepotenti, ma affrontare e intervenire sul gruppo dei pari nel suo insieme.

La classe è , nello specifico, il luogo privilegiato in cui, dopo il verificarsi di un caso di bullismo ma anche nell’intento di prevenire il dilagare di certi fenomeni, si deve svolgere l’irrinunciabile azione educativa a favore di tutti gli studenti, coinvolgendo i genitori degli allievi e delle allieve e tutti i docenti.

La cronaca ci  riserva negli ultimi tempi anche  notizie di insegnanti resisi responsabili di episodi sconcertanti

Di fronte a comportamenti di tale gravità la risposta possibile è: tolleranza zero. Migliaia e migliaia di insegnanti seri della scuola italiana non meritano di essere screditati da pochi irresponsabili, sì da parlare di bullismo alla rovescia.

Sottolineare invece che è il caso di ripensare il percorso formativo dei futuri docenti questo sì. Nella formazione necessita più preparazione pedagogica e psicologica. Il mestiere dell’insegnante non può essere omologato agli altri, ha una sua specificità che consiste nel non gestire pratiche di ufficio ma relazioni umane intanto e su queste innescare i meccanismi dell’apprendimento.

Sono spie di un malessere ,di situazioni di inadeguatezza che forse ci fanno capire che è giunto il momento di iniziare a rivedere i meccanismi di selezione degli educatori; ma  che è anche necessario un forte sostegno alla professione docente, riconoscere alla scuola dentro la società l’importanza che merita,  richiamare al senso di responsabilità tutti coloro che hanno un ruolo fuori e dentro la scuola nel percorso di formazione dei nostri ragazzi.

È arrivato, dunque, il momento in cui si giochi la partita tutti insieme. Quali proposte intanto?

La scuola è comunque  testimone di ciò che avviene al suo interno e, dunque, anche delle situazioni di difficoltà, disagio, disadattamento, sofferenza dei propri studenti e, perché no, dei propri insegnanti ,che, ancorché non prodotti da fatti-reato, ovvero prodotti da reati non procedibili, dovrebbero tuttavia mobilitare interventi di sostegno e di rieducazione da parte delle istituzioni. Va riconosciuta la necessità di rimotivare l’azione della scuola nei confronti del disagio, coinvolgendo i servizi sociosanitari del territorio per istituzionalizzare il servizio di counseling scolastico non solo per gli allievi, anche per docenti e genitori.

Magari un servizio strutturato di psicologia scolastica, frutto di una intesa inizialmente sperimentale tra Assessorati Regionale alla Sanità e alla P.I.,Ufficio scolastico regionale e Ordine regionale degli psicologi, presso istituti secondari riconosciuti come scuole a rischio per contesto sociale o per consistente numero di popolazione scolastica (è il caso di Reggio), o altro significativo indicatore sociale.

La presenza dello psicologo contribuirà al miglioramento della vita scolastica, supporterà anche le famiglie, migliorerà la qualità dei servizi offerti dalle istituzioni scolastiche e fronteggerà, prevenendoli, i fenomeni di insuccesso formativo, di abbandono, di dispersione e, di disagio giovanile, in particolare il bullismo.

Così come va rilanciata la creazione di un organismo di studio e di analisi, come potrebbe essere un Osservatorio provinciale sul disagio minorile e giovanile, in grado di monitorare il fenomeno e tracciare delle linee guida di intervento, con iL coordinamento di tutte le agenzie educative del pubblico e del privato sociale da parte della Prefettura. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico USR Calabria]

ISTRUZIONE, QUEL SETTORE CHE RISOLLEVA
IL SUD E RIDUCE I DIVARI TERRITORIALI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La riduzione dei divari territoriali e lo sviluppo socio economico del Mezzogiorno passa attraverso l’investimento nell’istruzione. È quanto ha ribadito la Svimez, attraverso l’ultimo numero di Informazioni Asili nido e infrastrutture scolastiche: il Pnrr non colmerà i divari territoriali,  dedicato al tema dei servizi per la prima infanzia e dell’istruzione.

Si tratta, infatti, settori interessati da profondi divari territoriali nella dotazione di infrastrutture adeguate, nella quantità e qualità dei servizi offerti a bambini e alunni, negli esiti dei processi di apprendimento e formazione. Per l’Associazione, infatti, la qualità e l’adeguata dotazione di infrastrutture scolastiche e per la prima infanzia sono elementi centrali per la crescita del Sud, in particolare per la partecipazione femminile al mercato del lavoro e all’accumulazione di capitale umano.

«Al Nord, il tasso di occupazione femminile tra i 25 e i 49 anni scende dall’85% per le donne senza figli al 66 per le madri con figli di età inferiore ai 6 anni (-22%). Nel Sud cala in maniera ancora più accentuata: dal 58% ad appena il 38 per le donne con figli in età prescolare», si legge nel documento, in cui viene evidenziato come «anche per la carenza di servizi per l’infanzia, nelle regioni meridionali la maternità riduce il tasso di occupazione delle giovani donne di oltre un terzo. La disponibilità di asili nido e del tempo pieno scolastico incide positivamente sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro».

«Stime recenti della Banca d’Italia – si legge – confermano che nelle province italiane il tasso di attività delle madri di bambini con meno di tre anni tende a crescere con la disponibilità di servizi di assistenza alla prima infanzia a parità di caratteristiche individuali delle madri (età, titolo di studio, nazionalità). La qualità delle infrastrutture scolastiche favorisce l’accumulazione di capitale umano determinando il successo dei processi di apprendimento sin dalle prime fasi dei percorsi di studio. A tale riguardo, numerosi studi evidenziano come la frequenza dell’asilo nido promuova lo sviluppo delle abilità cognitive e non cognitive dei bambini, soprattutto nei contesti di fragilità familiare».

«A parità di condizioni di contesto, punteggi medi più deludenti nei test Invalsi – viene rilevato – sono tipicamente associati a maggiori carenze infrastrutturali delle scuole, in particolare a causa della mancanza di impianti sportivi e della vetustà degli edifici. Le differenze nella dotazione e qualità delle infrastrutture scolastiche contribuiscono a spiegare parte del divario di competenze degli studenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Ad esempio, l’offerta del tempo pieno, che ha effetti positivi sull’acquisizione di nuove conoscenze, può essere attivata prevalentemente in scuole con spazi per il servizio mensa. La disponibilità del tempo pieno e la presenza di scuole dotate di mensa sono legate da una correlazione positiva e statisticamente significativa».

Inoltre, viene evidenziato come la disponibilità «sin dalla prima infanzia, di infrastrutture scolastiche adeguate favorisce i processi di integrazione sociale e accumulazione delle conoscenze degli studenti, contribuendo alla prevenzione e al contenimento delle situazioni di marginalizzazione e disagio che inducono all’abbandono prematuro del percorso scolastico. Nelle regioni italiane, la minore diffusione del tempo pieno tende ad essere associata a tassi più elevati di dispersione scolastica».

Il Mezzogiorno, infatti, soffre «di un grave ritardo nell’offerta di servizi per la prima infanzia». Basti vedere come in Calabria ci sono 9 posti nido autorizzati (tra pubblici e privati) per 100 bambini tra gli 0-2 anni nel 2020. Situazione ancora più drammatica in Campania, dove ce ne sono solo 6,5, in Sicilia 8,2 e in Molise 9,3, inserendole tra le regioni meridionali più distanti dall’obiettivo dei Lep per i posti autorizzati da raggiungere entro il 2027, che3 sono il 33% della popolazione di età compresa tra i 3 e i 36 mesi.

I divari regionali più marcati si osservano per la disponibilità di mense scolastiche, la cui assenza limita la possibilità di offrire il tempo pieno. Meno del 25% degli alunni meridionali della scuola primaria frequenta scuole dotate di mensa (contro circa il 60% nel Centro-Nord); meno del 32% dei bambini nel caso delle scuole dell’infanzia (contro circa il 59% nel Centro-Nord). Le situazioni più deficitarie interessano Sicilia e Campania, con percentuali inferiori al 15%. In Calabria, nella scuola dell’infanzia solo il 28% frequenta una scuola dotata di mensa, il 23,7% nella Scuola Primaria, il 19,4% nella Scuola Secondaria di I grado, e il 3,1% nella Scuola Secondaria di II grado. Per quanto riguarda istituti dotati di palestre, il dato più basso si registra nella scuola dell’infanzia, con l’8,1%.

Per quanto riguarda la sicurezza, la percentuale di alunni che frequentano scuole dotate di entrambe le certificazioni di agibilità e prevenzione incendi, nella nostra regione i dati sono preoccupanti: nella Scuola dell’infanzia è solo ‘8,4%, nella Scuola Primaria il 12,6%, nella Scuola Secondaria di primo grado il 10,7% e nella Scuola Secondaria di secondo grado il 20,3%.

Dai dati di spesa pubblica di fonte Conti Pubblici Territoriali risulta che il progressivo disinvestimento dalla scuola ha interessato soprattutto le regioni meridionali: tra il 2008 e il 2020, la spesa per investimenti nella scuola si è ridotta di oltre il 20% al Sud contro il 18% del Centro-Nord. Nel 2020, a Sud risultano investimenti pubblici per studente pari a 185 euro, contro i 300 del Centro- Nord. Un differenziale di spesa che tende ad amplificare ancora di più i divari.

Le risorse del Pnrr, per la Svimez, rappresentano, dunque, un’occasione unica per colmare i gap territoriali nella filiera dell’istruzione. Le risorse disponibili sono pari a 11,28 miliardi di euro, di cui 10,73 risultano assegnati agli enti territoriali. Il “Piano per asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia” e il “Piano di messa in sicurezza e riqualificazione delle scuole” concentrano circa l’80% delle risorse stanziate; agli interventi per mense e palestre sono destinati circa 600 milioni e alla costruzione di nuove scuole 1,2 miliardi circa.

Per la realizzazione di nuove scuole e la messa in sicurezza degli edifici scolastici, si è confermata sostanzialmente la “quota Sud” rispetto a quella prevista dai criteri ex ante fissati dai decreti ministeriali di riparto. Con riferimento agli asili nido, si è determinata una riduzione di 3 punti (52%). Le “quote Sud” delle linee di investimento per mense e palestre sono risultate ridimensionate rispetto alle previsioni dei decreti di riparto delle risorse del Mim (41 contro 57,9% per le mense e 43 contro 54,3% per le palestre) per motivazioni diverse per le due linee di intervento.

Sebbene la “quota Sud” sia stata rispettata, «gli enti territoriali delle tre regioni meridionali più popolose – Sicilia, Campania e Puglia – hanno avuto accesso a risorse pro capite per infrastrutture scolastiche inferiori alla media italiana, nonostante le marcate carenze nelle dotazioni infrastrutturali che le contraddistinguono», ha ricordato l’Associazione.

«La distribuzione provinciale delle risorse assegnate ai Comuni – si legge – segnala significative differenze intra-regionali, soprattutto nelle regioni più grandi: in quasi tutte quelle meridionali, la provincia con il maggior fabbisogno di investimenti non coincide con quella che ha ricevuto le maggiori risorse pro capite. Questa situazione caratterizza, in particolare, Napoli e Palermo che si trovano tra le ultime quindici province nella graduatoria per risorse pro capite assegnate pur avendo, ad esempio nel caso delle mense, una percentuale bassissima di alunni che possono usufruirne (rispettivamente 5,7 e 4,7)».

«Lo studio propone, inoltre – viene spiegato – un’analisi di correlazione a livello provinciale tra indicatori di fabbisogno e risorse allocate per verificare se, e in che misura, l’allocazione degli stanziamenti ha rispettato la finalità di riequilibrio territoriale del Pnrr. I risultati mostrano che l’ammontare di risorse assegnate non sono legate ai fabbisogni effettivi dei territori. Solo nel caso del Piano asili nido le risorse assegnate aumentano con il fabbisogno, in linea con le finalità perequative».

La Svimez  ha evidenziato che « 1)la mancata mappatura iniziale dei fabbisogni si è riflessa in un’allocazione delle risorse che ha penalizzato alcune realtà meridionali; 2) Per le risorse assegnate attraverso procedure a bando risultano differenze tra province, non correlate al fabbisogno infrastrutturale».

La Svimez, dunque propone «di superare l’approccio dell’allocazione delle risorse mediante bandi competitivi che penalizzano le realtà con minore capacità amministrativa, attraverso una identificazione ex ante degli interventi sulla base dei fabbisogni reali; 2) un’azione di riprogrammazione delle risorse per la coesione che consenta di completare, dopo il 2026, il percorso di riduzione e superamento dei divari territoriali nelle infrastrutture scolastiche: con le risorse europee del Fesr (regionale e nazionale) e con il Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) 2021-2027». (ams)

LA NUOVA EUROPA NASCERÀ NELLE SCUOLE
I SUOI AMBASCIATORI SARANNO I GIOVANI

Di GUIDO LEONE – Giovedì 9 maggio 2024 anche la Calabria  festeggia la Giornata dell’Europa e, quest’anno, segna il 74°della Dichiarazione Schuman da cui nacque la Comunità europea.

Con l’allargamento abbiamo dimostrato che intendevamo veramente rendere l’Europa globale e libera:oggi più di 448 milioni di uomini e donne in 27 democrazie vivono in una Unione che condivide istituzioni e  moneta mentre altri Paesi bussano alla porta.

Certo, la crisi economica e sociale di questi ultimi anni, nel mezzo di una tempesta iniziata all’interno del nostro continente, ha messo alla prova la determinazione comune.

Secondo l’ultimo sondaggio Eurobarometro gli italiani si dichiarano ottimisti sul futuro dell’Ue, con una percentuale  in calo rispetto al precedente 67%. Anche se solo il 43% del campione italiano esprime fiducia nell’Ue mentre il 9% dice di non fidarsene; mentre solo il 30% degli italiani pensa che la propria voce conti nella Ue.

Altri dati significativi riguardano la politica estera , il 54% del campione italiano ritiene che la voce dell’Ue conti nel mondo ma è la percentuale più bassa tra i paesi Ue. Il 69 % vuole una politica estera comune e ritiene che l’Europa unita rappresenta un’area di stabilità in un contesto globale travagliato da guerre e tensioni. 

Proprio per questo il 74% degli italiani è a favore di una politica comune su difesa e sicurezza, per il rafforzamento della cooperazione comune, per un migliore coordinamento degli acquisti di armi e materiale militare, mentre il 62% del campione italiano è favorevole all’aumento del bilancio militare europeo.

Tra le principali preoccupazioni degli italiani, inoltre, l’immigrazione, perciò il 73% giudica con favore una politica europea comune. Il 66% ritiene che il nostro Paese dovrebbe aiutare i rifugiati, mentre il 29% pensa che non sia necessario. Allo stesso tempo, l’80% del campione italiano, in crescita rispetto al 75%.

Rispetto all’importanza del ruolo del Parlamento europeo, negli ultimi anni questa ha toccato due picchi: il 63% nei mesi della pandemia, nel 2022, e, poi, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina Ora il 56% del campione europeo esige un ruolo più importante del’Ue, percentuale in aumento. La stessa riscontrata in Italia.

Comunque, l’ultimo sondaggio Eurobarometro, prima delle elezioni di giugno, rivela consapevolezza tra i cittadini e preoccupazione per l’attuale contesto geopolitico.

Infatti, il 59% dei cittadini italiani si mostra interessato alle prossime elezioni. Durante la campagna elettorale i cittadini europei vogliono che la lotta alla povertà e alla esclusione sociale nonché il sostegno alla sanità pubblica siano i principali temi in discussione.

Rispetto alla media Eu27, gli italiani vogliono parlare di più di salute pubblica, creazione di più posti di lavoro e aiuto all’economia. Maggiore attenzione, sempre rispetto alle media, anche per i diritti dei consumatori e per l’indipendenza energetica.

Ora, non vi è chi non veda e riconosca indispensabile, nella nuova fase politica in cui è entrata la costruzione dell’Europa, la funzione della scuola, perché essa dipenderà dalla possibilità che si realizzi un grande spazio europeo dell’istruzione e della formazione, senza il quale sarà difficile costruirla.

La nuova Europa di questo decennio dovrà irrobustirsi nelle scuole contro i tentativi dei disfattisti ed un antieuropeismo nascente. Gli ambasciatori di questa Europa sono e saranno i giovani. Non sono slogan, ma la pura e semplice realtà.

Basti pensare alla Generazione Erasmus.Con oltre 13 milioni di europei coinvolti, il programma Erasmus è considerato tra i maggiori successi nella storia europea. In questo contesto l’Italia rappresenta uno dei principali protagonisti, con oltre 720.000 studenti italiani partiti, dal 1987 ad oggi, per periodi di studio o tirocinio

Il Paese ha dimostrato anche una forte capacità attrattiva collocandosi al secondo posto in Europa per accoglienza, con circa 200mila studenti ospitati dal 2014. In crescita anche la partecipazione del settore scolastico, che ha chiuso il 2023 con oltre 16.000 studenti e 10.000 insegnanti in mobilità per formazione e scambi e 1400 istituti scolastici accreditati.

I dati raccontano un 2023 estremamente positivo con numeri in crescita: 4.900 candidature e 1.700 progetti finanziati. Nei settori Scuola, Istruzione superiore ed Educazione degli adulti, oltre 83.000 persone nel 2023-24 partiranno per studio, tirocinio o formazione. L’Italia è il quarto paese in Europa per numero di studenti in mobilità e il secondo per accoglienza: 45mila studenti italiani intraprendono ogni anno una mobilità Erasmus per studio o tirocinio, in Europa e nel mondo.

Con oltre 13 milioni di europei coinvolti, il Programma Erasmus è considerato tra i maggiori successi della storia europea. L’impegno finanziario per l’Italia nei tre settori, scuola istruzione superiore educazione adulti, ammonta a 216 milioni: i 1.713 progetti approvati su 4.879 candidature, prevedono la partecipazione di 83.068 soggetti.

Ora fino a poco tempo fa è stato  di moda parlare male dell’Unione Europea (ora certamente di meno dopo i finanziamenti previsti col Recovery Fund per oltre 200 miliardi), criticare con forza la sua mancata coesione, la sua moneta forte e debole nello stesso tempo. Certo, tutto questo è legittimo ma forse dovremmo anche ricordare l’enorme investimento fatto dall’Ue in particolare nel mondo della scuola, anche calabrese, dove, nel corso di questi anni, le attività proposte nelle classi, assolutamente gratuite, sono state moltissime e variegate, dal rafforzamento  dei servizi e delle strutture per l’istruzione e la formazione al miglioramento dei processi di apprendimento, qualificazione e crescita professionale e per la riqualificazione degli edifici scolastici.

Ed ora, in aggiunta, vanno considerate le principali risorse Pnrr per la nostra regione dove sono state autorizzate 510.363,275 euro da investire nella edilizia scolastica per la costruzione di palestre, asili nido, scuole dell’infanzia e la messa in sicurezza di mense scolastiche.

E poi per le Scuole e gli Istituti Tecnici Superiori 179.011.601 di euro finalizzati alla riduzione della dispersione scolastica, ai laboratori e alla offerta formativa degli Its, alla trasformazione di aule didattiche, per l’orientamento, la formazione del personale scolastico e la didattica digitale integrata.

Inoltre, 72.600.005 euro a supporto di interventi di edilizia scolastica Pnrr in corso di attuazione.

La gestione di queste risorse, che vanno ulteriormente rafforzate, costituisce una opportunità straordinaria per far crescere la Calabria, e resta una sfida complessa che la regione sicuramente vincerà.

La posta in gioco è alta. Riguarda il futuro dell’Europa Unita, la prosperità e il tenore di vita comune a fronte di tentazioni isolazionistiche nazionali, di involuzioni storiche tali da far ritornare a contrapposizioni disastrose. La costruzione politica dell’Europa non é stata fin qui e non sarà certamente per il futuro il risultato dell’egemonia politica o militare di qualche potenza dominante. La costruzione dell’Ue può e deve essere il risultato di una capacità di condivisione di regole e principi e di una cultura politica democratica partecipata. Questo rimanda al concetto di cittadinanza europea, alla costruzione di noi stessi, di noi tutti, come cittadini dell’Europa attraverso nuove reciproche relazioni.

Perciò la partecipazione degli studenti e dei giovani reggini e calabresi al voto dell’8 e 9 giugno diventa strategica e indispensabile; l’evento potrà contribuire a rendere più consapevoli i nostri giovani sulla necessità di un loro attivo protagonismo per l’esercizio di una cittadinanza  europea. 

Ricordando, altresì, che occorre una nuova pedagogia della cittadinanza perché l’Europa di oggi e del domani non potrà essere realizzata senza o contro i giovani e che non si costruisce l’Europa senza e tantomeno contro il Mediterraneo, dove la nostra Calabria svolge la funzione di regione cerniera a cavallo di due grandi culture. Sarebbe come formare una persona senza tener conto o contrastando la sua infanzia e la sua adolescenza.

La nuova deputazione europea della nostra circoscrizione elettorale dovrà farsi carico in Europa di veicolare un messaggio forte e chiaro e contribuire a riempirlo di contenuti e azioni sociali, politiche, culturali ed economiche. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico Usr Calabria]

L’OPINIONE / Nicola Fiorita: Indispensabile creare una scuola dell’inclusione e valorizzare le diversità

di NICOLA FIORITA – Noi, docenti delle scuole primarie, secondarie, dell’università e dell’alta formazione, li vogliamo tutti assieme, nelle stesse classi, a seguire un percorso che dia a tutti le stesse opportunità nel rispetto delle specifiche potenzialità.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, fianco a fianco, perché ogni alunno, ogni studente, a prescindere dalle sue esigenze personali, rappresenta una risorsa per tutti.

Li vogliamo lì tutti assieme, nelle stesse classi, perché ognuno di loro porta un contributo di capacità, di competenza, di sensibilità, lavorando ad un progetto comune di crescita umana e didattica.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, anche se questo aumenta le nostre responsabilità, spesso ci carica di un lavoro stressante e non sempre riconosciuto, ma sappiamo che è indispensabile realizzare una scuola dell’inclusione e valorizzazione delle diversità se si vogliono raggiungere risultati importanti nella progettazione didattico-educativa.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, dove è possibile creare un ambiente dove ognuno, adeguatamente supportato, può raggiungere il suo potenziale di capacità e conoscenze.

Chi non li vuole lì non comprende che sono proprio gli alunni/studenti con particolari esigenze ad offrire ai loro compagni un’occasione irripetibile di confronto e di conoscenza, indispensabile per orientarsi in una società sempre più complessa e multiforme.

Noi li vogliamo lì, nelle stesse classi, vogliamo sentire le loro voci, ognuna diversa dall’altra, vogliamo essere disturbati dalle loro risate o dalle loro lacrime, vogliamo sentirli tutti uguali e tutti protagonisti di questa fondamentale storia collettiva che è la scuola. (nf)

[Nicola Fiorita è sindaco di Catanzaro]

Il primo cittadini ha lanciato su charge.org una petizione per una scuola inclusiva e senza barriere, che ha registrato in meno di 24 ore quasi 500 firme.

Il manifesto , dal titolo Tutti assieme nelle stesse classi, è stato sottoscritto congiuntamente da 250 autorevoli primi firmatari del mondo della scuola, dell’università e dell’accademia, oltre che della società civile.

Nella sua riflessione, anche in qualità di docente dell’Unical, Fiorita sottolinea l’importanza che la scuola «dia a tutti le stesse opportunità nel rispetto delle specifiche potenzialità, lavorando ad un progetto comune di crescita umana e didattica. Sono proprio gli alunni con particolari esigenze ad offrire ai loro compagni un’occasione irripetibile di confronto e di conoscenza, indispensabile per orientarsi in una società sempre più complessa e multiforme. Li vogliamo, nelle stesse classi, per sentirli tutti uguali e tutti protagonisti di questa fondamentale storia collettiva che è la scuola». (rcz)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Classi differenziali, la cultura disabile e i nuovi pedagoghi inabili all’amore

di FRANCO CIMINO – Ho fatto nelle mia vita le due attività umane più belle. Per tutta la mia vita le ho fatte. Non un anno o un giorno in meno. Ho fatto il docente e il militante politico. Cioè, la Scuola e la Politica. La fisicità di questi due spazi, mai chiusi vicendevolmente, possono essere abbandonati per poco e provvisoriamente, o per sempre.

Ma ciò che sei stato lì dentro, la ragione e la funzione per cui lo sei stato, non si dismetterà mai. Un maestro e un politico, è per sempre. Così, sono io. Chi insegna, infatti, sta sempre in cattedra o tra i banchi. E chi fa politica, resta sempre in “piazza”.

Quali le caratteristiche fondamentali di questi due ruoli? Ne rimarco solo uno per ciascuno. Il maestro ha il senso della vita. Il politico quello delle istituzioni. Sono le due qualità speciali che non si insegnano e non si imparano. Si sentono. Soltanto questo. Si vivono. Dentro. Il maestro, la vita la scopre ogni giorno nei ragazzi che gli vengono affidati. In tutti e in ciascuno. Ne scopre l’essenzialità. E non come funzione ineliminabile dell’organismo, se respiri e ti batte il muscolo cardiaco vivi, altrimenti non ci sei. Neppure come diritto, obbligo agli altri, cioè, che quella condizione dell’essere ti sia assicurata.

Ci mancherebbe che in una società civile non fosse così! Il maestro sente la vita nella sua capacità straordinaria di riconoscere la qualità della stessa. Nella sua singolarità e in quella della relazione con gli altri. Per lui, ogni bambino, ogni ragazzo, ogni giovane, è speciale. Un essere speciale. Non un alunno particolare, ma una ricca della sua particolarità. Per il maestro non vi è la diversità intesa come condizione di una ridotta capacità rispetto alle abilità considerate “ giuste”.

Non esiste questa poiché non esiste la normalità. Anche perché nelle culture dominanti, “economicisticamente”orientate, la normalità è considerata un valore rispetto al concetto di forza abilitata alla produttività materiale di beni e ricchezza. Per l’insegnante, invece, esiste solo la diversità, essenziale qualità umana. Anzi, le diversità. Esse sono considerate non la condizione di inferiorità di un bambino rispetto agli altri. Ma come la somma delle tante specificità individuali. Ciascuno alunno è un pezzo della perfezione umana. Ogni alunno è valore assoluto in quanto portatore di un valore intrasferibile, la Perdona. La sua. L’insieme delle diversità, quali somma delle peculiarità individuali, sono la ricchezza della società. Sono patrimonio dell’umanità per la parte che ogni piccola comunità saprà dare ad essa. Compito della Scuola è principalmente riconoscere questo.

La prima capacità del docente sta, pertanto, nella fatica di mettere insieme le diversità, valorizzando in ciascuna ciò che essa può donare agli altri. Il maestro che sceglie tra i discenti, la scuola che seleziona e distribuisce gli alunni tra le classi differenziandoli e differenziandole, sono brutti. Anche a vedersi. Sono dannosi all’opera pedagogica. Pericolosi in tutto. Sono gli artefici di una società e di un mondo che legittima non solo la diversità nel suo differenziarsi negativo. E neppure della regola della diseguaglianza come necessità sociale. Ma il principio della forza e della prevalenza di essa su chi quella stessa forza non possiede.

Un principio dal quale discenderebbe l’obbligo “politico” della discriminazione e la necessità sociale dell’emarginazione delle persone. Un orrore, accostabile solo a quello del razzismo. E della violenza più assurda consumata in suo nome. Sono stato a Scuola, uscendone per obbligo e con rammarico, per quarantasei anni. In cattedra, la mia, che si muove tra i banchi fino a sedervisi senza scambiarla. O rinunciarvi, pur se per pochi minuti.

Non c’è mai stato anno scolastico senza che in una o più classi io non avessi un alunno cosiddetto “disabile”, per dirla con quei nuovi pedagoghi che aspirano a un seggio in Parlamento d’Europa per insegnare come si possa fare la nuova scuola “democratica”. Di questi “generali” delle nuove guerre, politici improvvisati sulle stellette che si staccano dalla divisa per rendere più elegante il doppio petto grigio della nuova ordinanza, non parlo qui, per non aiutarli a pubblicizzare gratuitamente la loro campagna elettorale. Dico a quanti li hanno ascoltati e li ascolteranno, a coloro che sono tentati di votarli e a quanti li voteranno, che se differenza c’è a scuola è solo quella tra le classi. Non altra. Posso documentare e lungamente argomentare, che quelle che hanno avuto un ragazzo o una ragazza “speciale”, sono le migliori. Tutti gli alunni diventano ragazzi speciali.

La loro intelligenza vola. E diventa creatività straordinaria. La loro sensibilità si tende come un arco da cui si lanciano velocissime le frecce della bontà, della solidarietà, del rispetto dell’altro. E quelle del riconoscimento altrui quale proprio simile a cui guardare anche per migliorarsi. Per apprendere qualità che ancora non gli appartengono. Per poi comprendere che c’è tanta bellezza nell’altro e negli altri, che la propria, da modelli esterni perfezionata, è nulla. Per sentire che ciò che fa belli è la diversità. L’essere ciascuno, a modo suo o a quello della natura, diverso perché speciale. Quei ragazzi e quelle ragazze di quelle classi sono migliori. Più educati. Più civili. Sono democratici nell’animo. Rifuggono dalla violenza perché istintivamente contrastano l’aggressività che li accompagna fino a un attimo prima di entrare nell’aula.

Tra di loro fanno a gara a chi aiuta il compagno/a speciale. E lo fanno con una sottile “furbizia” giovanile. Sanno di ricevere da quel compagno/ a molto più di quanto offrano. Si prenda, ad esempio, lo spazio della cosiddetta “ ricreazione”, quei dieci minuti che non vogliono far finire mai, quando al suono della campanella come un razzo si lanciano verso la porta per raggiungere il corridoio o il cortile. I venti e più alunni di quelle classi non si muovono se non lentamente. E mai senza quel compagno, il quale se ha difficoltà aggiuntive non resta mai solo in aula. I ragazzi di quelle classi non litigano tra loro. Per non disturbarlo/a, non concependo egli tensioni e inimicizie, quelli non urlano. Non si gridano contro. Soprattutto, cosa assai importante, rispettano le regole. Quelle comuni. E le altre che loro stessi si danno. Come rinunciare all’invidia per favorire l’aiuto dell’uno verso ciascuno e l’intera classe.

Nessuno resti in difficoltà se non ha un rendimento soddisfacente. Questo il loro motto stampato nell’animo, Nessuno venga lasciato indietro se per ragioni diverse il suo passo si è dovuto allentare. In quella classe si svolge una gara quotidiana in cui vince il Bene. Il Buono. La Bellezza dei ragazzi. Aggiungo due altre cose. Quei ragazzi, tutti della classe, studiano di più e rendono meglio. E io, prof, polemizzando a volte con i colleghi che mi accusavano di una certa larghezza valutativa, di quelle che farebbero danno al merito, aumentavo i cosiddetti voti e non di poco. E mai “bocciando” nella materia alcuno di loro. L’altra. Se sono stato un buon prof, se sono cresciuto come persona, se sono stato un buon padre, ammesso che un padre si possa auto-valutare, sono stato un cittadino serio e un politico onesto, se sono stato un figlio educato, tutto questo lo devo a quelle classi straordinarie.

In particolare, a quei ragazzi delle cui cure mi sono fatto carico con la pedagoga più antica e non ancora diffusamente applicata, la Pedagogia dell’Amore. Da tutti i miei studenti ho imparato molto. Dai quei “soldatini” che un generale, uomo “normale”, uomo forte, non porterebbe nelle sue nuove guerre, ho imparato molto di più. (fc)

 

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, A SCUOLA
SI RIVELERÀ UN VERO E PROPRIO DISASTRO

di SERGIO DRAGONE – A subire in Calabria gli effetti devastanti dal progetto di autonomia differenziata sarebbe, più di altri, il sistema scolastico. Se passasse nell’attuale stesura il progetto Calderoli, la nostra regione non potrebbe, per via di una spesa storica molto elevata in materia di istruzione, chiedere ulteriori risorse e dovrebbe perfino pensare di ridurre quelle esistenti per adeguarsi alla media nazionale. All’orizzonte ci sarebbero tagli, accorpamenti ulteriori e inevitabili chiusure di istituti ritenuti poco “produttivi”. Un disastro, insomma.

Un freddo ragionamento tecnico porterà a dire che il sistema scolastico calabrese costa già troppo, ci sono troppe scuole e pochi alunni, ci sono troppi docenti e peraltro con anzianità di servizio che determina maggiori costi in fatto di stipendi. Mentre, ad esempio in Lombardia, con una spesa storica pro capite inferiore alla media nazionale e con una maggiore efficienza del sistema (un numero maggiore di studenti per classe, docenti più giovani e meno costosi) il sistema potrebbe essere ulteriormente potenziato con un allineamento delle risorse.

La comparazione sugli effetti che l’autonomia differenziata potrebbe avere in Calabria e Lombardia in materia di istruzione è contenuta nell’interessante tesi di laurea brillantemente discussa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza dal catanzarese Giuseppe Tallini, dal titolo “Autonomia differenziata: evoluzione normativa, implicazioni pratiche e focus sull’istruzione”, nell’ambito del corso di laurea in Gestione d’Azienda.

Si parte da un dato fondamentale, la spesa storica in materia di istruzione che in Calabria è di 949,07 euro per abitante, mentre in Lombardia è di 653,70 euro/abitante. Ecco come lo spiega Giuseppe Tallini.

“Potrebbe ravvisarsi quale primaria motivazione la diversa conformazione orografica dei due territori che, in Calabria, è tale per cui maggiore è la dispersione geografica degli abitanti residenti sul territorio. Riprendendo qualche concetto già espresso in precedenza, infatti, un già basso valore di densità della popolazione della Calabria, contro quello della Lombardia, più di tre volte alto rispetto a quest’ultima, promuove seppur non da solo la crescita della spesa storica; stante la necessità di garantire un adeguato accesso all’istruzione in una regione dove non sempre ampie distanze sono colmate da un servizio di trasporto adeguato, è necessario accrescere le scuole esistenti che, quindi, per quanto troppo numerose rispetto alla popolazione studentesca e, per tale motivo di minori dimensioni, comunque impatteranno sul fabbisogno finanziario della Regione in materia di istruzione.”

Nello studio si evidenzia che il numero medio di studenti per scuola è 999,48 in Lombardia, mentre in Calabria è di 708,41, più basso della media nazionale che è di 889,45. Il numero di studenti per classe è di 21 per la Lombardia, mentre in Calabria è di 17 a fronte di una media nazionale di 20. Sintomi di scarsa efficienza, dunque.

“Una considerazione che è possibile trarre dalle risultanze di cui sopra è che, avendo la Calabria un numero medio di studenti per scuola inferiore rispetto alla Lombardia, il cui KPI è maggiore alla media nazionale, per garantire alla popolazione studentesca calabrese l’accesso all’istruzione sarebbero sufficienti in Calabria un minor numero di scuole rispetto a quelle esistenti ove, però, venissero raggiunti maggiori livelli di efficienza che alla luce delle caratteristiche orografiche del territorio sarebbe possibile perseguire adottando misure quali, per esempio, accorpamenti e miglioramento del servizio di trasporto.

A conferma delle considerazioni alle quali si è giunti, conseguono in Calabria, dunque, rispetto alla Regione Lombardia, ma anche alla media nazionale italiana, un maggior numero di scuole con un esiguo numero di iscritti e, conseguentemente classi numerose nella quantità ma non nel numero di frequentanti, come dimostra anche il numero medio di classi per istituto che in Calabria è nettamente inferiore alla Lombardia e alla media nazionale. Tale frammentazione, laddove maggiore, implica necessariamente, sebbene con una minore incidenza, un aggravio di spese strutturali per la manutenzione e, non solo, di ciascun edificio e di costi strettamente correlati al personale scolastico, docente e non docente, necessario al funzionamento di ciascuna scuola, come accade per la Calabria. Se, dunque, preponderante è la spesa per il personale sul complessivo fabbisogno finanziario in materia di istruzione è evidente come, un “obbligata” numerosità delle strutture scolastiche, a cui corrisponde, prima di ogni altra cosa, un maggior fabbisogno di risorse umane, contribuisca ad una sostenuta spesa storica rispetto alla Lombardia.”

Un altro elemento che emerge dalla ricerca è l’impatto sugli stipendi del personale.

“Oltre quanto appena concluso, non può essere tralasciato un altro aspetto che impatta sulla spesa storica, ovvero l’età anagrafica dei docenti. A tal proposito giova attenzionare la situazione economica e sociale attuale che vede i giovani emigrare per ragioni professionali verso il nord e, i lavoratori più anziani a rimanere al sud; se, dunque, l’anzianità di servizio implica un maggior stipendio per i docenti è evidente come inevitabile sia, anche a parità di personale, una maggiore spesa per le regioni meridionali e, quindi, anche per la Calabria.”

Esiste anche un notevole divario dal punto di vista qualitativo e dei risultati in questa comparazione Calabria-Lombardia.

“Se, dal punto di vista quantitativo quindi, si rileva in Lombardia un minor fabbisogno necessario a finanziare la funzione istruzione, ovvero una minore spesa storica pro capite, dal punto di vista qualitativo una minore dotazione di risorse non preclude migliori risultati rispetto alla Calabria in cui, da una valutazione dei risultati scolastici perseguiti dagli studenti si è rilevata una minore qualità dell’istruzione. Il divario, se poco significativo, emerge nei primi anni di scuola e, dunque, nella scuola dell’infanzia, segue un trend crescente man mano che gli studenti avanzano nel grado e ordine di scuola, divenendo particolarmente significativo negli ultimi anni del percorso scolastico. Tra le motivazioni sottostanti, pertanto, rilevano senz’altro le diverse dotazioni strutturali delle scuole a beneficio degli studenti (in Calabria, per esempio, solo il 20% delle scuole ha in dotazione una mensa e, addirittura, solo il 17% una palestra) oltre che un contesto economico e sociale differente e fenomeni diffusi quali la dispersione scolastica e una minore offerta di attività extra scolastiche da parte delle istituzioni.”

E dunque cosa potrebbe accadere se l’impianto di Calderoli restasse immutato?

“Ritornando all’istruzione, a parità di età i ragazzi del sud sono di qualche anno indietro rispetto a quelli del nord, il che rappresenta una seria problematica nell’ambito di una stessa comunità nazionale; si pensi, a tal proposito, a cosa potrebbe accadere se ogni Regione potesse gestire autonomamente e, sulla base del proprio gettito, l’ordinamento scolastico e, più in generale, l’intero comparto. Ne conviene, dunque, un problema non solo economico e finanziario; sebbene le Regioni che ad oggi detengono nella spesa storica di alcune funzioni un trend maggiormente crescente rispetto ad altre, alla luce dell’autonomia differenziata potrebbero subire tagli nella dotazione di risorse tali da peggiorare ulteriormente la qualità e quantità dei servizi offerti, a scapito della popolazione in essa residente. La questione diviene, per tale ragione, anche e soprattutto sociale al punto da suscitare l’interesse della Chiesa che, fin dalla fine degli anni novanta sostiene un’idea di sviluppo che metta al centro le persone, le risorse e le peculiarità dei territori e non solo indicatori economici.”

L’analisi di Tallini arriva a giudicare “insostenibile” il progetto di autonomia differenziata nell’attuale stesura.

“Viene ritenuto insostenibile il progetto di autonomia differenziata attualmente proposto poiché nella sostanza distante da una crescita unitaria coerente con i principi di solidarietà, sussidiarietà e coesione sociale stante una serie di peculiarità che, piuttosto, promuovono l’individualismo e una crescita difforme; basti pensare alla volontà di procedere alla determinazione dei costi e fabbisogni standard che rendono impossibile la valorizzazione delle potenzialità di un territorio o, ancora, all’impossibilità di sovraccaricare il bilancio dello Stato di ulteriori costi e oneri che, implicitamente, rende impossibile il perseguimento dei livelli essenziali delle prestazione. A distanza di anni, quindi, dall’introduzione di una tale riforma sarebbe, dunque, opportuno pensare ad interventi che, prima di ogni cosa, possano colmare le differenze attualmente esistenti tra le regioni, tra nord e sud in particolare e, poi, coerentemente con quanto sancito dalla Costituzione della Repubblica italiana, riconoscere maggiori e ulteriori forme di autonomia alle Regioni. Se opportunamente applicato e gestito, infatti, tale progetto potrebbe rivelarsi un adeguato volano ad una maggiore crescita e sviluppo, uniformi, del paese tutto”. (sda)

Corbelli (Diritti Civili): Riaprire subito i cantieri e salvare le 31 scuole in costruzione in Calabria

«Salvare le 1000 nuove scuole in costruzione in Italia (di cui 31 quelle in Calabria), i cui lavori sono fermi da oltre 3 anni, causa pandemia e per i ritardi e mancati, ingiustificati interventi  del precedente esecutivo». È l’appello che Franco Corbelli, leader del movimento Diritti Civili ha rivolto ai ministri ell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e dell’Economia e Finanze, Giancarlo Giorgetti, in quanto «le importanti opere sono bloccate perché, non essendo state completate nei tempi previsti, i mutui (Bei) sono scaduti e perciò inutilizzabili».

«Per riaprire i cantieri è necessario riattivare questi mutui – ha evidenziato –. Compito questo che spetta al Miur e al Mef (che deve dare l’ok al decreto di rifinanziamento) che continuano a interloquire per la soluzione di questo  problema, ma senza ancora arrivare ad un risultato concreto».

Corbelli, che insieme alla Regione Calabria, porta avanti questa campagna da oltre 2 anni, ha chiesto che «si faccia presto e si riaprano subito i cantieri per l’ultimazione delle importanti opere scolastiche».

Intanto continua l’interlocuzione tra i ministri Valditara e Giorgetti, come ha riferito e ribadito personalmente, di nuovo, pochi giorni fa, in Calabria, lo stesso Valditara alla vicepresidente della Regione Calabria, Giuseppina Princi, che con il Governatore Roberto Occhiuto e il dirigente del Settore Lavori Pubblici della Regione, ing. Francesco Tarsia, sono impegnati per la soluzione di questo problema che interessa le 31 scuole calabrese e le altre 1000 distribuite un tutto il territorio nazionale.

Sono oltre 2 anni, dal dicembre 2021, che Diritti Civili, dopo averla sollevata in Calabria e a livello nazionale, porta avanti questa campagna, insieme alla Regione Calabria, al presidente Occhiuto, alla vicepresidente Princi e all’ing. Tarsia. La questione sembrava finalmente risolta. Il decreto di rifinanziamento pareva infatti fosse pronto. A questo proposito lunedì 18 febbraio scorso si era svolto l’ennesimo incontro tra il Miur e le Regioni. Il risultato però non è stato quello tanto atteso.

Si è infatti, ancora una volta, rimandato per i mutui da riattivare a fine luglio di quest’anno. Questo nonostante fosse tutto già definito e pronto da tempo, avendo chiesto in questi mesi il Ministero dell’Istruzione e ottenuto da tutte le Regioni la documentazione necessaria (prodotta e ripetuta, dalle Regioni, sempre la stessa documentazione, per ben tre volte). Per questo l’ulteriore rinvio è stato, dalle Regioni, giudicato inspiegabile.

«È una storia che sta diventando sempre più assurda e incomprensibile – ha ribadito Corbelli –. Sono oltre 2 anni, infatti, che non si riesce a risolvere questo problema nonostante le richieste di tutte le Regioni e, in alcuni casi, come ad esempio la Calabria, anche le forti  e continue pressioni . Per questo oggi la questione nuove scuole deve essere subito risolta».

«Confido perciò, ora, con il nuovo appello a Valditara e Giorgetti – ha concluso – in un loro immediato intervento risolutivo, per consentire così subito la ripresa e l’ultimazione dei lavori di queste importanti, nuove, moderne e sicure strutture scolastiche, visto anche che in molti comuni si è costretti a ricorrere a edifici privati per via della scarsa sicurezza dei vecchi edifici , con un ulteriore aggravio per l’erario e con anche notevoli disagi e rischi per gli studenti e il personale scolastico, per la precarietà e pericolosità di certe situazioni». (rcz)

IN ITALIA E IN CALABRIA TANTI GLI ALUNNI
STRANIERI: FORTE RITARDO IN INCLUSIONE

di GUIDO LEONE – La scuola, purtroppo per i ragazzi e purtroppo per tutta la società italiana, non è mai stata in cima ai pensieri dei vari governi che in questi anni si sono succeduti nel Paese.

Di essa, la politica o non parla o, se parla, lo fa per slogan e facili soluzioni – oggi l’integrazione degli stranieri, domani le tutele sindacali del corpo docente – deviando l’attenzione dai seri problemi che ha e dai modi più razionali possibile di risolverli.

La querelle sull’inclusione o sulla temuta ghettizzazione degli studenti stranieri nelle scuole italiane ha richiamato l’attenzione su questa particolare tipologia di alunni di cui forse si parla poco, rispetto a diversi anni fa, quando l’immigrazione portava sui banchi di scuola migliaia di alunni stranieri che non conoscevano nemmeno una parola d’italiano.

Con il passare del tempo, la situazione è notevolmente cambiata in termini numerici e anche perché molti , ormai ,sono i minori figli di stranieri nati in Italia, come vedremo più avanti. La nostra normativa ministeriale è tra le più avanzate in Europa.  I minori stranieri hanno diritto all’istruzione – indipendentemente dalla loro condizione di regolarità o da quella dei genitori – nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani.

L’iscrizione a una scuola può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico. I minori stranieri devono essere iscritti alla classe corrispondente alla loro età anagrafica, a meno che il collegio dei docenti deliberi l’iscrizione a una classe diversa, in considerazione dell’ordinamento degli studi del paese di provenienza, del corso di studi seguito, del livello di preparazione raggiunto. Sono questi, in estrema sintesi, i principi sanciti dal nostro ordinamento giuridico per disciplinare le modalità di inclusione dei figli dell’immigrazione nella scuola.

Va sottolineato, poiché in realtà un limite per il numero degli alunni stranieri a scuola è già in vigore dal 2010, stabilito con circolare dall’allora ministro della P.I., Gelmini, in base alla quale il numero di alunni stranieri con una “ridotta conoscenza della lingua italiana” non deve superare il 30 per cento degli iscritti in ogni classe e in ogni scuola.

Il ministro Salvini ,in questi giorni, a seguito della querelle sulla iniziativa della scuola di Pioltello, ha proposto di introdurre un limite al 20 percento più basso di quello in vigore. Il ministro della P.I. Valditara si è accodato dichiarando che l’integrazione avviene più facilmente se nelle classi la maggioranza sarà di italiani

Con tutti gli sforzi possibili, è difficile prendere sul serio l’idea. Purtroppo dimostrano di non avere idea di come vanno le cose nella scuola italiana. Non mancano i rischi di una proposta del genere.

Un limite ancora più restrittivo spingerebbe i minori stranieri a recarsi in luoghi lontani dalla propria dimora se la scuola ha raggiunto il limite previsto, creando problemi alle famiglie in condizioni disagiate. Questo potrebbe spingerli alla non frequenza e nei casi peggiori all’avvio precoce al lavoro e/o allo sfruttamento in forme di accattonaggio.

È ovvio, a questo punto che a livello di sistema, c’è comunque qualcosa che non funziona. Bisogna trovare una strategia strutturale per dare supporto agli alunni stranieri, a misure di sistema per poter inserire dei corsi strutturali di alfabetizzazione continui, non saltuari. Ma non solo, come si dirà più avanti.

Ma analizziamo ora i dati sul fenomeno con una fotografia dello stato dell’arte.

I vari rapporti annuali del Ministero dell’Istruzione, diffusi in questi anni, hanno evidenziato come, per  dimensioni assunte,  costante crescita e diffusione sul territorio, la scuola multietnica sia divenuta ormai un elemento strutturale del nostro sistema scolastico.

Infatti, le prime rilevazioni degli alunni non italiani nelle  scuole  solo nell’a.s.83/84 contavano 6.104 unità con incidenza irrisoria sulla popolazione scolastica (0,06%). In 40 anni gli alunni non italiani delle scuole statali  sono aumentati passando a quasi 869.336 secondo il Focus ministeriale di inizio d’anno scolastico corrente. Entro il 2033 nella scuola italiana potrebbe esserci una platea di studenti stranieri che per la prima volta tocca quota un milione.

È questo il quadro che il ministero dell’Istruzione e del Merito guidato da Giuseppe Valditara ha fornito ai sindacati della scuola. Il dato, è bene ricordarlo, si riferisce sia ai bambini nati all’estero sia a quelli nati in Italia da genitori stranieri.

Il Focus ministeriale evidenzia come  gli alunni stranieri iscritti nel corrente anno scolastico alle scuole primarie sono 331.161, nelle scuole dell’infanzia 114.596 , mentre gli studenti nella scuola secondaria di primo grado ammontano a 195.455 e  nelle secondarie di secondo grado 228.124. Gli unici ordini con una crescita nelle iscrizioni sono la primaria e la secondaria di secondo grado.

La Calabria al quindicesimo posto

Ma guardiamo più da vicino il fenomeno curiosando tra i dati che riferiscono anche della situazione in Calabria.

La Lombardia è la regione italiana che ospita il maggior numero di alunni stranieri  219.275, seguita  da Emilia Romagna e Veneto. Al 15° posto  la Calabria. Negli ultimi anni si può, dunque, rilevare come la crescita, da lenta e graduale, quale era stata per oltre un decennio, è stata velocissima, se non tumultuosa, anche per effetto dei provvedimenti di regolarizzazione.

La scolarizzazione di stranieri tenderà a consolidarsi . Gli alunni non italiani ora alla scuola materna ed elementare- le nuove leve scolastiche – rappresentano quasi i due terzi del totale di alunni stranieri. Il futuro inter-etnico siede già sui banchi di scuola. Ed anche sui banchi delle scuole calabresi e reggine.

La presenza degli alunni con cittadinanza non italiana in Calabria

Nelle scuole di ogni ordine e grado della regione calabrese, secondo l’ultimo report ministeriale 2023/2024 , la presenza ammonta a 17.783 unità , di cui 3.426 nella scuola dell’infanzia, 4.613 nella scuola primaria, 2.923 nella scuola secondaria di I grado  e 3.928 nella scuola secondaria superiore.

I valori attesi per l’anno in corso, rispetto al citato focus del Miur, danno un numero di presenza di minori stranieri nelle scuole della Calabria pari a 17.783, pari al 2,4%.

Da dove vengono gli studenti stranieri in Italia

In Italia sono presenti quasi 200 nazionalità di provenienza diverse. La maggioranza proviene da un gruppo ristretto di paesi, alcuni dei quali sono aree di emigrazione storica verso l’Italia, come la Romania, l’Albania e il Marocco. Sono dati che si riflettono anche nella composizione della popolazione degli alunni stranieri in Italia.

Il paese di provenienza più rappresentato nella scuola italiana è la Romania con quasi 157 mila studenti, il 17,9% degli alunni con cittadinanza non italiana. Seguono Albania (13,5%), Marocco (12,3%), Cina (6,4%) e di seguito India, Egitto, Moldavia, Filippine, Pakistan, Bangladesh.

Sul lungo periodo spicca l’evoluzione della presenza cinese nelle scuole italiane, passata nell’ultimo decennio da 29 mila a 56 mila unità (+93%). Un’altra caratteristica interessante della popolazione scolastica di origine cinese riguarda l’alta percentuale di studenti nati in Italia (84,7%).

Dati notevoli sulle seconde generazioni riguardano anche gli studenti di origine marocchina (76,2% dei quali sono nati in Italia), albanese (75%) e filippina (70,2%).

A proposito di studenti stranieri nelle scuole italiane, non si può non fare un cenno alla recente crisi migratoria causata dall’invasione russa dell’Ucraina Risultano notevoli  le difficoltà di inserimento di questi ragazzini dovute a barriere linguistiche e instabilità abitativa sono i principali ostacoli all’inserimento dei minori ucraini a scuola. Questo fa sì che, stando ai dati del ministero dell’Istruzione, solo il 42% dei circa 40mila ragazzi ucraini presenti in Italia sia iscritto a scuola.

Nonostante gli investimenti – più di 31 milioni di euro stanziati per finanziare progetti di inserimento linguistico, di socialità, di integrazione e di continuità scolastica – rimane il tema di riuscire ad intercettare e coinvolgere i molti ragazzi ucraini che a scuola non ci vanno, con ricadute pesanti in termini di opportunità di socializzazione, inclusione, relazioni fra pari.

L’incidenza dei nati in Italia tra gli alunni con cittadinanza non italiana

Il segmento degli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia registra un progressivo aumento. Questa tipologia di alunni è portatrice di storie e bisogni educativi diversi da coloro che sono appena arrivati in Italia. Sono “studenti in attesa” della legge sulla cittadinanza bloccata in Parlamento. Si attende una legge, magari  frutto di molte mediazioni, che dovrebbe coniugare le proposte dello ius soli con quelle dello ius culturae. 

Bene, se dovesse andare in porto la riforma  ci sarebbero in Italia poco più di  588.986  ragazzi e ragazze che avrebbero in poco tempo i requisiti per diventare cittadini italiani.

Il report ministeriale riferisce  che  minori stranieri nati in Italia nel 2022 presenti in Calabria  sono in tutto 5.261, così distribuiti 340 nella provincia Vibo Valentia ,1.229 a Catanzaro,400 a Crotone, 1.593 a Cosenza e 1.699 a Reggio Calabria.

Problemi aperti

È necessario e urgente  assicurare agli insegnanti del settore una apposita formazione in pedagogia e didattica della lingua parlata che tenga conto del multilinguismo presente nelle scuole e dell’importanza  di uno sviluppo del bilinguismo. 

I due nodi principali da affrontare sono senza dubbio l’elevata incidenza nelle classi e i problemi linguistico – comunicativi. Ad un aumento del numero di stranieri nelle classi corrisponde una maggiore problematicità della gestione. Quasi la maggior parte degli insegnanti italiani chiede il potenziamento della lingua italiana e consiglia il ricorso ai mediatori  culturali.

Ora, poiché la propensione a investire, anche in istruzione, dipende dalla chiarezza sugli orizzonti futuri, è quanto mai opportuno rimuovere ogni inutile incertezza o ingiustificata difficoltà burocratica nei percorsi di acquisizione della cittadinanza italiana, in particolare per gli stranieri nati in Italia che desiderano scommettere sul nostro paese.

Rendere meno vago il loro futuro, dando loro quella fiducia che fino a oggi è stata loro negata da un codice della cittadinanza anacronisticamente difensivo, ci pare un modo sensato per aiutarli  a investire nella propria istruzione. I numeri delle seconde generazioni che abbiamo presentato in queste pagine ci avvertono che la qualità del capitale umano a disposizione dell’Italia nei prossimi decenni molto dipenderà dagli esiti di quell’investimento.

Ci garantiremo così una generazione migliore, cittadini meno spaventati dalle differenze e capaci di convivere le ricchezze culturali che ha da offrirci quest’Italia sempre più plurale. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico USR Calabria]