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L'Unical protagonista dei lavori geologi preparatori per il Ponte sullo Stretto

L’OPINIONE / Angela Marcianò: Ponte sullo Stretto, la formazione è la chiave di volta

di ANGELA MARCIANÒ – È evidente che il dibattito riguardante la realizzazione del Ponte sullo Stretto ha ripreso vigore in tempi recenti non solo per l’aspetto infrastrutturale, ma per l’impatto che progetti di questa portata possono avere anche sul fronte occupazionale. 

Quando si accosta la tematica del ponte a quella delle politiche attive del lavoro, la prima domanda rivolta al giuslavorista è la seguente «Crede verosimile che l’infrastruttura ponte sullo stretto possa creare 120 mila posti di lavoro?». Ecco, ritengo che questo sia un interrogativo fuorviante e non conducente rispetto alle vere opportunità che si potrebbero presentare nei prossimi anni.

Tra l’altro, sul punto, da decenni circolano notizie diverse. Pensate che una delle prime stime è stata fatta nel 2001. Si parlava di 17 mila posti di lavoro in 7 anni che sarebbero potuti arrivare a 50 mila, considerando anche gli occupati dall’indotto e, quindi, le attività economiche che, indirettamente, avrebbero potuto beneficiare di questa infrastruttura.

Con il passare del tempo le stime sono cresciute. Nel 2011 si parlava di 40 mila posti di lavoro. Nel 2016 l’allora presidente del consiglio Renzi parlò di 100 mila posti.

È corretto ammettere che non tutti sono convinti che la costruzione del Ponte sullo Stretto possa portare ad un aumento dell’occupazione. Anzi, varie associazioni ambiantaliste (penso a Legambiente, Italia Nostra, Wwf) già nel 2003, presentarono uno studio in sinergia con l’università Bocconi in cui, al contrario  si è prospettata la perdita  di circa 1200 posti di lavoro, riferibili perlopiù ai lavoratori addetti ai servizi del traghettamento automobilistico e ferroviario. 

Stime a parte, pare ormai chiaro che non si possa affrontare una tematica di questo tipo con un approccio ideologizzato o non sufficientemente fondato su ricerche empiriche e studi scientifici e che sia necessario, invece, distinguere i posti di lavoro diretti da quelli indiretti.

È opportuno puntare l’attenzione sul ruolo strategico della formazione e sulla impellente necessità di reperimento di tecnici,  di professionisti e  di manodopera specializzata, che possa essere impiegata nei cantieri del Ponte e di tutte le altre infrastrutture connesse.

 La formazione, alle nostre latitudini,  andrebbe  in primo luogo intesa come riqualificazione e promossa nell’ottica della ricollocazione della forza lavoro.  In questo quadro risulta importante il ruolo del Forma.Temp,  che è il Fondo per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori in somministrazione, costituito sotto forma di libera associazione e senza fini di lucro. Sono soci del Fondo le due Associazioni di rappresentanza delle Agenzie per il Lavoro – ApL (Assolavoro e Assosomm), le Organizzazioni Sindacali dei lavoratori somministrati (Felsa-CislNidil-CgilUilTemp) e le tre Confederazioni Sindacali (CgilCisl e Uil).

Occorrano  centri di formazione che – col coinvolgimento di aziende locali – producano professionalità utili alla costruzione e alla manutenzione del Ponte e delle infrastrutture ad esso correlate, prestando particolare attenzione al tema della sicurezza sul lavoro e riqualificando prioritariamente il personale che risulterà in esubero da altri settori, a partire dal trasporto marittimo.  

A questo proposito appare interessante il Protocollo di Intesa sottoscritto tra il Presidente della Regione Calabria e l’amministratore delegato di Webuild Group. Il progetto chiamato ‘Cantiere Lavoro Italia’, che ha preso avvio nei giorni scorsi, potrebbe rappresentare una opportunità per il nostro territorio, che nei prossimi anni affronterà sfide epocali per realizzare o rafforzare infrastrutture indispensabili per creare sviluppo e attrarre investimenti. 

La Calabria è stata tra le prime regioni che  ha attivato questo tipo di percorso di formazione per reclutare manodopera specializzata e l’avvio dei corsi promuoverà la formazione e l’ assunzione di giovani e disoccupati.

Da giuslavorista credo che il tema della formazione rappresenti, oggi più che mai, la chiave di volta per rispondere alle esigenze sempre più mutevoli dei mercati transizionali. La formazione non è solo un  elemento che si aggiunge alla causa del contratto, ma prima ancora deve essere concepita come uno strumento di politica attiva del lavoro. Non a caso la dinamica formazione/lavoro costituisce uno degli elementi su cui il legislatore, nelle diverse fasi di evoluzione della normativa, ha investito in maniera rilevante, al fine di predisporre strumenti di ingresso (specie per i giovani) nel mondo del lavoro.

Dovrebbe guardarsi con molta attenzione al contratto di Apprendistato nelle sue tre varianti oggi presenti nel d.lgs n.81 del 2015 ovvero 1) apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il diploma professionale (15-25); 2) l’apprendistato professionalizzante(18-25); 3) l’apprendistato di alta formazione e ricerca (18-29). A queste (dopo la legge di Bilancio 2022) deve aggiungersi un’ulteriore tipologia speciale di apprendimento professionalizzante, stipulabile, senza limiti di età e con alcune eccezioni alle regole comuni, per i lavoratori beneficiari di indennità di mobilità o di trattamento di disoccupazione.

Il Pnrr, non a caso, pur non intervenendo direttamente sulla disciplina dell’apprendistato, ha accresciuto le risorse a disposizione delle Regioni, al fine di favorire un incremento di questa tipologia lavorativa come strumento di politica attiva del lavoro.

Diventa essenziale, quindi, la sinergia anche con le Pubbliche Amministrazioni in considerazione del fatto che a partire dal 23 gennaio 2024 e fino al 31 dicembre 2026 le amministrazioni potranno reclutare giovani laureati di massimo 24 anni d’età fino al 10% delle loro capacità assunzionali (limite che aumenta al 20% per Comuni, Unioni di Comuni, Province e Città metropolitane), con cui stipulare contratti di apprendistato professionalizzante (ossia il tipo di formazione che mira all’ottenimento di una qualifica professionale valida ai fini contrattuali).

I candidati vengano reclutati a seguito del superamento di procedure selettive, indette a livello territoriale e che verranno pubblicate sul portale reclutamento in Pa.

Il Decreto Ministeriale del 21 dicembre 2023 (pubblicato il 22 gennaio 2024) a firma del Ministro per la Pubblica Amministrazione, adottato di concerto con il Ministro dell’Università e della Ricerca, ha determinato i criteri e le procedure per il reclutamento di giovani laureati e laureandi individuati su base territoriale. Sono state dunque disciplinate le procedure di reclutamento per individuare studenti che possano essere assunti a tempo determinato con contratti di formazione e lavoro. A tal fine le Pubbliche Amministrazioni possono stipulare accordi non onerosi con istituzioni universitarie aderenti alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui) per individuare gli studenti che abbiano completato gli esami previsti dal piano di studi; anche in tal caso, il reclutamento avverrà mediante pubblica selezione, previa pubblicazione dell’avviso sul portale reclutamento in PA. 

In conclusione, è indispensabile in questa fase focalizzare l’attenzione su una serie di iniziative  che costituiscono uno strumento fondamentale per potenziare gli uffici pubblici, fornendo le competenze necessarie per affrontare le sfide presenti e future, anche con l’ausilio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), guardando anche a percorsi di inclusione socio-lavorativa per i  giovani migranti.

È tempo di operazioni concertate, intersettoriali e multilivello e di occasioni di confronto, che spronino tutti a continuare a dare un contributo, ognuno secondo le proprie competenze e l’esperienza maturata sul campo, che sia in primo luogo scevro da pregiudizi ideologici. (am)

[Angela Marcianò è presidente di Impegno e Identità]