L’11 giugno di 65 anni fa moriva Corrado Alvaro uno dei più grandi scrittori del ‘900

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – L’11 di giugno, ogni anno, si ricorda  la morte di uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900, Corrado Alvaro. Nel 1956, Alvaro, consumato da un brutto male, moriva nella sua casa romana, lontano dalla Calabria, dalla quale, nonostante tutto, non aveva levato mai lo sguardo

 L’aspromontano, l’uomo del mondo. Il padre di “Gente in Aspromonte”, il figlio del maestro Antonio. 

Se solo Antonio Alvaro, non fosse stato un maestro elementare, forse suo figlio Corrado non sarebbe diventato uno scrittore. La Calabria ha spesso accoppiato il destino dei figli a quello dei padri, e con Alvaro non si è affatto risparmiata. Ha reso, anzi, alla letteratura mondiale, il suo più grande riconoscimento, consegnandogli un grande genio delle lettere.

In Aspromonte, la montagna dei pastori e dei torrenti, Antonio Alvaro aveva fondato una scuola serale per contadini e analfabeti, e proprio da lui, il figlio ricevette la prima istruzione. Corrado doveva imparare dai libri, e acquisire conoscenza e capacità dallo studio. Dalla sua formazione sarebbe dipesa la sua vita. E Antonio, che l’Aspromonte lo aveva sofferto e anche sopportato, lo sapeva bene. Gli studi andavano dunque approfonditi. Portati decisamente a termine.

Concluse le scuole primarie, a soli dieci anni, il piccolo Alvaro intraprende il primo grande viaggio della sua vita. Una partenza che diviene assoluta metafora, dell’ancora tanto attuale viaggio che i giovani calabresi intraprendono oltre regione per garantirsi quel futuro che, da allora ad oggi, la Calabria non è ancora in grado di promettere a nessuno. Antonio vuole che Corrado continui gli studi. L’istruzione impartitagli, non era che il punto di partenza, di un percorso che, nel giovane figlio, avrebbe dovuto innestare il processo necessario atto alla crescita forte, dell’uomo che si accingeva a diventare. 

A Frascati, nel Lazio,  vi era un prestigioso collegio gestito dai Gesuiti. Un centro di studi prestigioso, in grado di garantire al giovane Corrado ciò che suo padre Antonio sperava e sognava per lui.

Il Collegio Mondragone, era un realtà d’eccellenza nel panorama scolastico italiano. Dal 1865, ospitava studenti. Anche Corrado Alvaro, che al collegio Mondragone deve l’approfondimento della sua formazione.

Ma quanto e cosa si conosce della vita di Alvaro ai tempi di Mondragone? Chi frequentava Corrado? E cosa rappresentò per lui quell’esperienza?

Ci sono alcuni aspetti inediti della vita dello scrittore sanluchese, risalenti all’epoca collegiale, che rendono omaggio soprattutto al giovane Corrado e alle sue prime tenere amicizie. Aneddoti sconosciuti fino ad ora, ma che testimoniano quanto, a Mondragone, Corrado Alvaro visse, nonostante la nostalgica lontananza dal pese, un periodo felice e indimenticabile della sua vita. 

Il collegio che ospitò Alvaro, oggi non esiste più. L’attività di Mondragone cessò nel 1953. Ma a Frascati, vive Emanuela Bruni (giornalista e scrittrice, prima donna capo del cerimoniale di Stato – Presidenza del Consiglio dei Ministri), che insieme alla sua famiglia, è custode di tracce importanti, della presenza di Corrado Alvaro tra gli studenti di Mondragone. 

L’incontro con Emanuela è capitato. Non ci siamo cercate, ma ci siamo trovate. Trovate e parlate di Alvaro. Il giovane che per anni frequentò la casa della sua famiglia, a Frascati.

Emanuela vive a tutt’oggi, nei luoghi di alvariana memoria. E in lei riaffiorano spesso i ricordi custoditi nei racconti familiari con cui le veniva narrato il rapporto tra il giovane Alvaro e la famiglia Ambrogioni-Celli.

Alvaro, come egli stesso scrive in un articolo del Corriere della Sera del ’54, a Mondragone era un semplice convittore. Egli infatti frequentava il collegio esclusivamente nelle ore scolastiche, e soggiornava poi nel palazzo di fronte la casa di Maria Ambrogioni, bisnonna di Emanuela, la quale avrà un ruolo affettivo importante nella vita del giovane calabrese. 

Antonio Alvaro, essendo a conoscenza dei rapporti che il figlio, aveva soprattutto con la signora Maria, si mostrò sempre riconoscente agli Ambrogioni-Celli. In una lettera, risalente circa al 1909, egli stesso ringrazia Maria per il trattamento riservato al figlio, e per essere stata per Corrado, e per altri figlioletti studenti come lui, quasi una madre.

Emanuela, di quegli incontri così datati con il giovane Alvaro, certamente non è testimone diretta,   ma i racconti che dalle figlie di Maria, le venivano narrati, quando era bambina, l’hanno sempre resa partecipe di questa storia. Seppure le prozie, sorelle della nonna, compagne di gioco di Corrado Alvaro, quando Emanuela era bambina, oramai anziane, andavano mano mano morendo.

Di tracce del rapporto di Alvaro con i giovani e le giovani di casa Ambrogioni-Celli, ne esistono ancora. Alcune risalgono all’incirca al 1936/1937. Allora, Alvaro, inviò al suo amico Gaetano Celli, figlio di Maria, e prozio di Emanuela, uno scritto breve (che la famiglia Celli conserva ancora) in cui si dice molto dispiaciuto per la perdita della cara signora Maria, alla quale Alvaro si sentiva molto affezionato.

Ma c’è una storia nella storia che, nonostante tutto, Emanuela non dimentica, e porta impressa nelle sua mente. Un racconto fatto proprio dalle sue prozie, e confermato poi anche dalla nonna. Tramandato a tutti come la leggenda di casa Ambrogioni- Celli.

Il giovane Corrado si era perdutamente innamorato di una delle figlie di Maria. La giovane si chiamava Ester. A ella, lo studente di Mondragone, scriveva spesso lettere molto innamorate. Di un amore puro e fanciullo, libero e liberale. Un’infatuazione di cui Alvaro lascia anche traccia, in una delle sue opere letterarie più importanti. Ne L’Età Breve infatti, Alvaro, narra di una giovane ragazza di cui si innamora a distanza e idealmente, e a cui manda diverse lettere, in cui però a essere riportate non sono esplicite dichiarazione di affetto, ma versi di bellissime poesie, molte delle quali di poeti francesi.

Ma che fine hanno fatto le lettere che il giovane Corrado scriveva a Ester Celli?

Emanuela questo lo sa bene. Di questa seconda parte della storia infatti, seppur bambina, è attiva protagonista. 

Quando morì Ester, Emanuela aveva solo 10/11 anni. Troppo piccola forse per comprendere bene certe cose, ma grande abbastanza per ricordarne altre. Che se l’inizio della leggenda di casa Embrogioni-Celli, le venne raccontato, il finale, lo racconta lei stessa.

Ester, prima di morire, aveva affidato le sue ultime volontà alla governante di casa. Una donna molto umile e sincera. E di cui ella si fidava molto. Era stata chiara con lei. – Alla mia morte – le aveva detto – dovrai dar fuoco e incenerire tutti i miei documenti. E purtroppo, tra quelle carte, vi erano anche lettere di Corrado Alvaro.

Emanuela ha assistito personalmente al rogo, con la stessa curiosità dei bambini della sua età, ovviamente. Ma c’è un cruccio, che quasi la tormenta. Avrebbe potuto trattenere almeno le lettere che Alvaro aveva scritto a Ester, ma solo se a quell’età non fosse stata ignara di ogni valore storico, culturale e letterario che quegli scritti rappresentavano.

L’amore nella vita dell’uomo può avere tanti volti e tanti nomi. Nella vita di Alvaro ora sappiamo che ebbe anche il volto e il nome di Ester Celli. Magari un passaggio veloce, un sentimento breve, di quelli che ti sfiorano appena, ma che comunque lasciano traccia. 

Mondragone resta dunque il luogo della formazione totale di Corrado Alvaro. È qui che si sviluppa l’uomo. In un luogo che non si fa soltanto meta di studi, ma si pone soprattutto come evoluzione di affetti.  E se per gli amanti di Alvaro, i critici, gli studiosi, Mondragone, resterà per sempre il luogo appassionato degli studi dello scrittore, da oggi, per noi, sarà anche lo sfondo della storia d’amore, tra la bella Ester e il giovane Corrado. 

Ci sono storie intime, come questa, che poterle condividere è bellissimo. E ancora, diventano tracce importanti che sottopongono a nuove analisi critiche i suoi protagonisti Specie quando si tratta di uomini o donne, che hanno fatto la storia dell’Italia. 

Corrado Alvaro, scrisse un pezzo importante della storia del paese. Raccontò la Calabria, l’Europa, ma anche l’uomo nelle sue più assolute necessità, la guerra, il bisogno, la fame, la società, la politica. Ragioni che impongono la conoscenza della sua vita, ma soprattutto della sue opere. Ognuna delle quali, risulta profondamente intrisa di valori, strategie di sopravvivenza, tradizioni, identità. 

Corrado Alvaro scriveva che per conoscere l’Italia, bisogna conoscere l’Italia Meridionale. E oggi, a 65 anni dalla sua morte, da scrittrice e da calabrese, mi piace ricordare, con questo racconto, a me e a voi, che per conoscere la storia e la letteratura italiana, bisogna conoscere Corrado Alvaro.

Ricordare Alvaro, nella quotidianità della vita che scorre e avanza inesorabilmente, in Calabria e anche altrove, è un atto di coraggio, ma soprattutto un’autentica presa di coscienza. Un dovere che va oltre ogni esigenza.  

Mai finirò di ringraziare Emanuela Bruni per aver voluto, in via esclusiva, dare a me e a voi,  lettori di CalabriaLive, l’occasione di conoscere, questo passaggio inedito straordinario della vita di Alvaro, di cui la sua famiglia ne è preziosa custode. 

La vita dei grandi uomini è sempre piena di sorprese, anche lì dove non te le aspetti. Quando pensi di conoscere tutto. Corrado Alvaro ha lasciato al mondo tanto di sé. Da oggi anche il suo fanciullo amore per la bella Ester. (gsc)

GLI INTELLETTUALI CONTRO IL GOVERNO:
CALABRIA È DI NUOVO TERRA DI CONQUISTA

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Egregio Presidente Conte, scrivo da una regione la cui tunica viene giocata a sorte per l’ennesima volta. E le folle insistono a voler scegliere Barabba, a conferma che Cristo davvero si è fermato a Eboli.

La Calabria ancora una volta terra di conquista. Si continua a succhiarle il sangue da ogni parte del suo corpo nudo, mentre con occhi fragili e agonizzante, chiede aiuto. Si vuol rendere sazio solo chi ha sete (di potere, di quattrini e di vendetta). Si continua a violentarla con la pratica immorale della ripetizione, senza farle neppure prendere fiato, mentre con voce fioca, grida aiuto. Si vuol soddisfare la smania di chi ha il disio di provar piacere.

Così, nella minimizzazione di una terra voluta sempre serva, ogni atto di violenza carnale alla Magna Grecia, ha il suo complice. E verrà scritto sui libri di storia il suo nome. E saranno più d’uno quelli a cui verrà chiesto il conto. Più d’uno, saranno i banditi pronti a levarle via la purezza degli ulivi, il volo casto della rondine marina, il candore dei bianchi calanchi.

La scrittrice Giusy Staropoli Calafati
La scrittrice Giusy Staropoli Calafati

Dopo che con il nostro sangue abbiam fatto l’Italia, caro Presidente, insistete a volerci privare dei diritti essenziali, calpestandoci la dignità, ed eliminandoci dalla nostra stessa storia. Ma se cadiamo noi, cadrà l’Italia intera. Siamo gli arti inferiori su cui si regge la Nazione. Se si piegano le gambe, viene giù tutto il corpo. Nessuno si salva da solo. Proprio così, nessuno si salva da solo.

Noi, esistiamo, Presidente Conte. I calabresi, esistono. Nell’onestà, nel sacrificio, nel lavoro, dallo Jonio al Tirreno, Dall’Aspromonte al Pollino. Con le forze e le debolezze, i sogni e le speranze. E al contrario di come fece Antonello dell’Argirò, che bene e saggiamente seppe raccontare Corrado Alvaro in Gente in Aspromonte, noi non ce ne staremo più qui, in cima ai monti, o giù per la marina, ad attendere la giustizia, affinché, col tempo suo, decida di arrivare. Le andremo incontro. Oggi più che mai. Perché se la politica, ancora una volta, si arroga il diritto di scegliere tra Gesù e Barabba, e Cristo lo inchioda e Barabba lo libera, il Covid non ce la fa a far differenze. Dove prende, coglie. E se coglie quaggiù, ancor più di quanto già non stia facendo, di scrivere ai postumi non avremmo altro tempo.

Questa è terra nostra, signor Presidente, non di nessuno. Ci avete visti piangere, quando in fila come soldati, alle stazioni, con il fazzoletto in mano, salutavamo i padri, e i parenti, è vero. Ora invece ci vedrete disposti solo a lottare. Nessuno può morire perché qui, tra gli ulivi, non ci sono abbastanza ospedali. Il Re è stato lasciato nudo troppe volte.

Da calabrese vorrei poter dire che Cristo non si è fermato a Eboli. Eppure la bufera che si abbatte sulla mia terra, testimonia che qui forse non vive nessun Dio. Il Governo centrale ci premia con l’invio di commissari su commissari. Cotticelli, Zuccatelli. Ferite sopra le ferite, senza farne rimarginare mai neppure una. E allora bisogna interrompere una volta per tutta la continuità massacrante che da un decennio a questa parte ci ha logorati soprattutto come esseri umani. E proprio per questo, ho deciso di scriverle questa lettera aperta. Perché nessuno di noi può più stare a guardare. Un giorno accadrà che i nostri figli, i figli nostri, ( e con buona grazia del Cielo i miei son quattro) ci chiederanno il conto per ciò che abbiamo fatto. Con qualunque carica abbiamo ricoperto, anche la più banale, o magari la più scontata. E in quel tribunale che sarà il loro futuro, caro signor Presidente, dovremo saper rispondere tutti.

La Calabria va saputa prendere, messa nelle mani di chi ne sa del Sud. Abbiamo uomini e donne che neppure lei immagina. Abbiamo menti, eccellenze, capacità, uomini coraggiosi e incorruttibili. Perché bisogna attingere sempre a graduatorie forestiere riportando in essere, ancora una volta, un programma troppo delineato, già previsto, con cui si arriverà in via definitiva a privare un popolo della sua dignità, e anche della vita? Perché?

A esser servi non ci siamo mai stati, Presidente Conte. Siamo insorti a Melissa, a Reggio Calabria, a Catanzaro. Quando ci mancava la farina, quando ci rubavano le olive, e certe volte anche le terre. A ogni pietra d’inciampo, quando siamo caduti, ci siamo sempre rialzati.

Calabria. In punta allo stivale, ma non al cuore.

Vorrei tanto che per un solo attimo Cesare Pavese, forestiero al confino nella desolata Brancaleone, le dicesse, come fece con sua sorella Maria, chi sono i calabresi e quanto vale la terra di Calabria. Amata e dannata, terra.
Vorrei che glielo dicessero Umberto Zanotti Bianco, Edward Lear, Paolo Orsi. Nessuno può operare, curare, dirigere e tanto meno commissariare una terra che non conosce. Un popolo che poco o niente rispetta. Che non gli è né conoscente, né affine.
Corrado Alvaro diceva il calabrese va parlato, ascoltato, voluto bene. Ma nessuno lo ha fatto. Eppure il maestro insegna e gli allievi imparano. Voi no. Ci avete sempre costretti, per fame, (e ora anche per salute) a essere briganti. A emigrare. E continuate a farlo. A volte con sdegno, altre solo per un piglio. Peggio dei signori (gnuri) che torturavano la vita dei coloni, schiavizzandoli per il pane o magari per la penicillina.
Ma son finiti quei tempi, caro Presidente. È finita l’ignoranza, l’analfabetismo… Ora anche qui ci sono i libri, quelli che li scrivono. Ci sono l’intelligenza, la scelta, le idee, i valori, il coraggio e anche il doppio della lotta di ieri. I Calabresi non ci stanno più alle barbarie di un’Italia che ha sempre approfittato del suo Sud. L’era del latifondo è ormai passata. L’abbiamo combattuta e anche vinta. E ora, questa in cui liberamente vorreste bivaccare, e con maggiore forza di prima lo ribadisco, è terra nostra, non di nessuno.

I Proci hanno finito le risa porche e maledette, e pure la pacchia antica dei calici e del vino. Ulisse torna a Itaca. Ulisse è il nostro orgoglio, caro signor Presidente, Itaca, la nostra terra.

Venite, venite a vedere, a capire, a sentirci parlare, a dirci che da domani non dovremo più soffrire.

Venite a dirlo agli anziani, ai bambini.
Venite a dire ai giovani che possono restare. E che la soluzione non è più partire.
Venite, se ce la fate.
“Sono calabrese, ma sono figlia d’Italia anch’io”.

(gsc)

CALLIPO, LE DIMISSIONI: «L’INUTILE DUBBIO
DI ESSERE ONESTI», COME DICEVA ALVARO

di FRANCESCO RAO – “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile”. Così asseriva Corrado Alvaro quando, nel 1947, si dimise dalla direzione di un giornale di Destra, “il Risorgimento di Napoli“, in quanto il personale disaccordo con la linea editoriale non rendeva possibile il protrarsi della collaborazione. Ritenendosi di Sinistra, l’approccio dello scrittore, originario di San Luca, con quella realtà editoriale, era  del tutto inconciliabile.

Nella giornata dedicata ai Santi Pietro e Paolo, le dimissioni annunciate da Pippo Callipo hanno rappresentato un fulmine a ciel sereno. Tutto ciò, dopo pochissimi mesi dalle ultime elezioni regionali è divenuto un pretesto per avviare “sotto gli ombrelloni” una inaspettata discussione politica. Non è mia intenzione entrare nel merito della riflessione praticata dal noto imprenditore Calabrese. Le scelte saranno state più che ponderate. Penso anche che il dibattito avviato, a seguito della diffusione della notizia, rifletta lo stato asimmetrico che attualmente regna nel sistema politico italiano dove è più indispensabile stare sul pezzo, utilizzando slogan che il giorno dopo saranno scaduti e non ricordati più da nessuno che affrontare con determinazione e concretezza le problematiche economiche e sociali dei Cittadini. Nell’esercizio della mia personalissima libertà di pensiero e senza voler dare seguito ad alcuna polemica, seppur non sia stato elettore di Pippo Callipo, riconosco il valore intriso nella scelta che lo stesso ha compiuto, decidendo di volersi dimettere dalla carica di Consigliere regionale della Calabria. Ho letto attentamente le sue motivazioni. Ho anche letto quanto asserisce la maggioranza. Da educatore esprimo un segno di soddisfazione nel vedere lo spessore dei valori manifestati da una persona che nella vita ha coronato i suoi sogni perché la mattina non ha atteso la sveglia per alzarsi dal letto e non ha nemmeno sviluppato il proprio lavoro per mera volontà di essere soltanto ricco.

Nell’etica imprenditoriale di questa persona, è stata da sempre apprezzata la bellezza del rapporto umano, paragonabile a quello di un’azienda di famiglia, dove i collaboratori non sono estranei ma componenti di un nucleo di persone capaci a gioire e soffrire nella stessa misura di come vive ogni gioia e dolore, familiare ed aziendale, il titolare in prima persona. In altri tempi, a fronte di una circostanza analoga, l’atteggiamento del politico sarebbe stata quella di creare ostruzionismo continuando a ricoprire la carica – nel caso di Callipo la permanenza in Consiglio regionale non avrebbe fatto maturare indennità e/o vitalizio -. A questo punto, il fortissimo segnale di un disaccordo palesato dall’ex candidato PD alla carica di Presidente della Regione Calabria, potrebbe anche risiedere nell’aver avvertito le fortissime difficoltà di natura socio-economica, rilevate dallo stesso in questi ultimi mesi a causa dell’emergenza Covid-19. La crescente insofferenza dei Calabresi e le varie vicissitudini personali, vissute nell’esercizio della funzione, con buona probabilità, avranno ferito lo spirito imprenditoriale dell’uomo che avrebbe voluto fare tanto ma, improvvisamente è stato triturato dalla macchina burocratica del sistema ed ha ritenuto percorrere la strada che riporterà lo stesso, al quale è riconducibile il suo nome ad una delle più importanti aziende della Calabria, ad occuparsi ancora di quel mondo che ha saputo premiare un piccolo particolare umano ancora presente in alcune persone che, seppur giunti nel Terzo Millennio, desiderano continuare a difendere la prospettiva della mission ed il peso della vision praticate nella quotidianità semplicemente perché sono parti indivisibili della propria vita come lo è la corazza per la tartaruga.

Adesso tocca ai Calabresi riflettere a lungo su questa vicenda, evitando cortesemente di giudicare. Personalmente, esprimo ammirazione per Pippo Callipo perché ha saputo anteporre a tutto l’identica visione che ebbe Corrado Alvaro quando decise di volersi dimettere da direttore di un giornale per disaccordo.

A volte è difficile comprendere alcuni gesti. Perciò è meglio attendere in silenzio la sentenza del tempo. (fr)

Francesco Rao, è un sociologo e si occupa di formazione e realtà giovanili. È originario di Cittanova

REGGIO – La conferenza su Corrado Alvaro

26 ottobre 2018 – Oggi pomeriggio, a Reggio, presso la biblioteca comunale “Pietro De Nava”, si svolgerà la conferenza dal titolo “Corrado Alvaro, l’uomo calabrese, l’intellettuale europeo: dal San Luca al Sud del Mondo”.
L’evento è stato organizzato dal Centro Internazionale Scrittori della Calabria, nell’ambito del ciclo “Miti e suggestioni nelle grandi voci del Sud del mondo”.
Relaziona Paola Radici Colace, prof. Ordinario di Filologia Classica presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina, e presidente onorario e direttore scientifico del Cis.
Corrado Alvaro (San Luca, 15 aprile 1895 – Roma, 11 giugno 1956) è stato scrittore, sceneggiatore, traduttore. Come critico di teatro ha scritto per i più importanti quotidiani nazionali, Corriere della sera, Il Messaggero, Popolo di Roma e numerosi altri. Alvaro è stato il più grande meridionale ad avere illustrato con le sue opere la realtà europea unita alla tradizione culturale calabrese. (rrc)

Corrado Alvaro e il Cinema, il libro oggi alla Festa di Roma

20 ottobre – Sarà presentato stamattina alle 10 a Roma, in occasione della Festa del Cinema 2018, il libro edito da Città del Sole Edizioni di Reggio “Corrado Alvaro e il Cinema” a cura di Maria Cristina Briguglio e Giovanni Scarfò. Sarà l’occasione per rimarcare, all’Auditorium Parco della Musica, il profondo legame che univa lo scrittore di San Luca alla settima musa. Il libro raccoglie oltre un centinaio di articoli e saggi (per lo più inediti) che lo scrittore ha dedicato al cinema, in una visione critica e saggistica attraverso la quale – come ha scritto il critico Gian Piero Brunetta – ha “interpretato fenomeni che al critico professionale sfuggivano, spostando continuamente l’attenzione ai fenomeni più svariati, dal cinema al film, dall’autore al fruitore, dal testo al contesto”.
Corrado Alvaro ha scritto di Cinema ogni qual volta gliene fosse data l’occasione (il suo primo articolo è del 1923 e l’ultimo del 1956, pochi mesi prima di morire. Ma cos’è il Cinema per Alvaro? Un’“arte meccanica” che contribuisce alla stupidità umana, un anestetico per le coscienze, una “suggestione” che falsifica la realtà o un’arte che, al pari della letteratura e del teatro, dovrebbe avere come fine la possibilità e la necessità di “illuminare la vita”, di “lavorare utilmente alla formazione della società”?
Gli autori-curatori del volume sono due “addetti ai lavori” con profonde conoscenze alvariane e numerose pubblicazioni che riguardano lo scrittore. Maria Cristina Briguglio è docente di Italiano, Storia e Geografia negli Istituti Statali di Istruzione Secondaria. Ha conseguito la laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi su “I teatri alla Radio”, in collaborazione con Rai Radio Tre, e la laurea magistrale in “Testo, Linguaggi, Letteratura”, con una tesi di Letteratura Italiana su “Le donne di Corrado Alvaro tra realtà e mistero”.Ha un Master Universitario di II° liv. in Didattica dell’Italiano come seconda lingua, presso l’Università della Calabria e ha frequentato corsi di perfezionamento in didattica della lingua italiana, scrittura creativa e cooperative learning. Collabora con associazioni culturali, enti di formazione e premi letterari.
Giovanni Scarfò dirige la Cineteca della Calabria ed è Presidente del Centro Studi, Ricerche e Promozione Cinematografica “Francesco Misiano”. L’ attività di Giovanni Scarfò si manifesta secondo la direttiva di una promozione umana e sociale nel campo della cultura cinematografica con la pubblicazione di libri e articoli sul cinema, la realizzazione di programmi televisivi, manifestazioni, produzioni e regie cinematografiche. Ha pubblicato: Corrado Alvaro Al Cinema, La Calabria nel cinema, Cinema e Mezzogiorno, Farmacinema, La Canzone d’Aspromonte, Cine Tour Calabria. Ha curato la regia dei docufilm: Melissa 49/99 (1999), Il caso Misiano (2005), La canzone d’Aspromonte (2012), Bellezze e Rovine: l’Italia – il Mezzogiorno – di Umberto Zanotti Bianco (2014). Ha collaborato alla sceneggiatura ed è il produttore esecutivo dei docufilm di Matteo Scarfò: Anna, Teresa e le Resistenti (2010), Bomb! Burning fantasy (2015) e l’Ultimo sole della notte (2018). (rrm)