Cutro, a Cerzeto una giornata di memoria, verità e resistenza civile

È stata una riflessione collettiva sulle conseguenze umane, sociali e istituzionali del naufragio del caicco Summer Love a Steccato di Cutro, il 26 febbraio 2023, costato la vita ad almeno 94 persone, l’incontro “Cutro, una ferita aperta”, svoltosi il 23 agosto a Cerzeto nell’ambito del percorso itinerante del Festival delle Migrazioni 2026 – XV edizione, dedicato quest’anno al tema “Resistenza. ArMIAMOCI”.

Ad aprire i lavori sono stati il sindaco di Cerzeto, Silvio Cascardo, e Maria Ida Barbuto, coordinatrice del progetto SAI, che hanno ricordato l’impegno delle comunità locale nell’accoglienza dei sopravvissuti e la realizzazione del monumento in memoria delle vittime del mare.

A introdurre e moderare il confronto è stato il giornalista e ricercatore Francesco Donnici, che ha sottolineato l’importanza di continuare a raccontare una delle pagine più drammatiche della storia recente della Calabria e dell’Italia.

La strage di Cutro deve continuare a vivere nella memoria collettiva. Non potremo parlare di una ferita rimarginata finché non saranno accertate verità e giustizia su quanto accaduto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023”, ha affermato Donnici.

Al centro dell’incontro le testimonianze di chi continua a seguire le vicende processuali e umane legate al naufragio.

Tra i relatori, Giuseppe Pipita, direttore de Il Crotonese, tra i primi giornalisti a raggiungere la spiaggia di Steccato di Cutro nelle ore successive alla tragedia. Nel suo intervento ha evidenziato come il procedimento giudiziario in corso stia facendo emergere un complesso intreccio di responsabilità istituzionali tra Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto. “Qualcuno quella notte doveva intervenire, qualcuno si è ritirato, qualcuno non è stato avvisato, chi doveva essere avvisato non ha chiesto” ha ricordato Pipita. 

Il direttore de Il Crotonese ha operato una riflessione sulla scelta del trattare le operazioni di soccorso come operazioni di polizia e le conseguenze, come i ritardi nei soccorsi. Spiegando le difficoltà incontrate dalla stampa nel continuare a seguire il processo in corso, dopo il divieto di riprese in aula decise dal Tribunale, il giornalista ha lanciato un appello al pubblico per continuare a parlare del naufragio e delle vittime affinché la vicenda non venga relegata all’oblio mediatico.

Il silenzio generale riguarda anche le altre politiche migratorie repressive che continuano ad alzare muri e provocare morti, ha ricordato Pipita. Un esempio è quello della situazione dei migranti a Crotone.  “…Abbiamo un centinaio di persone che vivono all’addiaccio. In un giardino di Crotone […] queste persone restano lì perché la prefettura non vuole aumentare i numeri del centro di accoglienza di Sant’Anna […] per colpa del decreto Piantedosi che ha eliminato la possibilità di stare nei SAI” ha affermato il giornalista.

Particolarmente intensa la riflessione dedicata alla genesi della mostra fotografica “I sogni attraversano il mare”, composta da 94 immagini, una per ciascuna vittima identificata della strage. Il titolo, ha dichiarato Pipita, è stato suggerito dalla vista degli oggetti, come scarpe e borse, sulla spiaggia di Steccato di Cutro, appartenuti alle persone che volevano arrivare in Italia e in Europa per realizzare i propri sogni, “invece purtroppo solo il sogno ha attraversato il mare perché in quelle scarpe non c’erano più corpi non c’erano più bambini che potevano correre…”, ha affermato il giornalista. 

Il giornalista Bruno Palermo ha ripercorso le responsabilità politiche e amministrative emerse nel dibattito pubblico successivo al naufragio, soffermandosi sull’evoluzione delle politiche di soccorso in mare e sui processi di criminalizzazione delle migrazioni. 

Palermo è partito da una riflessione sul pregiudizio e sulle motivazioni che spingono le persone a partire, rischiando di morire. Credere di poter fermare le migrazioni con barriere e forza è un’illusione, secondo il giornalista perché “se si pensa che il mare o i muri o il filo spinato o le armi possano fermare genitori che cercano una vita migliore per sé stessi e per i propri figli, stiamo già bocciati dalla storia. Se pensiamo una cosa del genere, siamo già perdenti perché il mondo va avanti lo stesso…”. 

Palermo ha, poi, parlato delle origini storiche della cultura dell’accoglienza nell’antichità, quando “straniero e ospite per gli antichi greci era la stessa cosa. Lo straniero tu lo dovevi prima cogliere, rifocillare e poi forse gli potevi chiedere anche il nome”.  Una cultura dell’accoglienza tipica anche della storia calabrese e di una regione che  “non è una frontiera” ma una “porta”. “La Calabria è una porta verso una vita migliore per chi scappa da guerre, da persecuzioni, da fame. Questa è la Calabria. Non può essere una frontiera” ha ricordato Palermo, avanzando un appello alla politica e alla Sinistra, tornado “dalla parte degli ultimi, di chi accoglie e non di chi ha i soldi”.

Sul valore della memoria si è soffermato anche Angelo Resta, regista del docufilm Cutro 94…and more, definendolo “una piccola forma di resistenza all’oblio”, capace di trasformare il dolore in consapevolezza e partecipazione civile.

A rappresentare il punto di vista delle famiglie delle vittime e delle reti di solidarietà internazionale è stato Giacomo Donadio di Carovane Migranti, che ha ribadito l’importanza del diritto alla verità per i familiari delle vittime e della costruzione di percorsi di giustizia sostenuti dalla società civile. 

La testimonianza di Donadio ha ricordato la lotta comune dei collettivi di familiari in tutto il mondo, dai “..collettivi di familiari hondureni, messicani, guatemaltechi con famiglie di harraga algerini, della Tunisia, dei Balcani che cercano risposte anche se parlano lingue diverse in qualche modo portano avanti una stessa lotta e una stessa richiesta”. 

Dopo un esame delle conseguenze delle scelte politiche, Donadio si è soffermato sulla necessità di costruire reti territoriali e non affidarsi solo alle istituzioni, auspicando una maggiore partecipazione dal basso per continuare a cercare la verità sul naufragio di Cutro e assistere i familiari.

A chiudere il dibattito è stato Vittorio Alessandro, già Ammiraglio della Guardia Costiera, che ha offerto una riflessione sul significato dei confini, del soccorso in mare e della responsabilità collettiva. 

Fra tutti i confini quello marino è forse il più ambiguo perché non è disegnato sul territorio. Non ci sono torrette, non c’è un limite, non c’è un salto. Il mare è fluido, inafferrabile. Separa le terre e contemporaneamente le mette in relazione. Segna quindi distanza e vicinanza” ha affermato Alessandro.

«Prima dei confini, delle definizioni e delle istituzioni ci sono le persone», ha ricordato Alessandro, richiamando le parole recentemente pronunciate da Papa Leone XIV.  Il salvataggio delle persone in mare “non è bontà. Non è generosità, non è accoglienza, non è neppure scelta politica. Il riconoscimento di una condizione elementare. Ci sono persone in mare e se sono in pericolo vanno salvate” ha precisato Alessandro. 

Nella storia del caicco “si è perso lo sguardo”, c’erano più attori alle prese con un sistema di procedure e passaggi che, invece di facilitare i soccorsi hanno portato alla morte delle persone a bordo di quell’imbarcazione di legno già individuata da Frontex. Per l’Ammiraglio bisogna ripartire proprio dallo sguardo e da un modo diverso di porsi domande, partendo da un diverso punto di vista: prima d’interrogarsi sulla presenza di migranti a bordo, bisognerebbe chiedersi se ci sono persone che hanno bisogno di essere salvate.

Il docufilm e la forza della memoria

La serata è proseguita con la proiezione del docufilm Cutro 94…and more, che ricostruisce le ore del naufragio, le reazioni istituzionali successive, le testimonianze dei giornalisti, delle persone che hanno prestato assistenza e una serie di riflessioni sui fenomeni migratori e la partecipazione dei cittadini crotonesi.

La partecipazione del pubblico ha confermato la forza narrativa e civile dell’opera, trasformando la proiezione in un momento condiviso di riflessione e commozione, come hanno mostrato gli occhi lucidi di molti presenti.

Al termine sono intervenute  Ghada Shihadeh, che ha richiamato l’attenzione sulle vittime più giovani del conflitto palestinese, invitando ad agire ora per evitare altre morti come quelle dei bambini di Cutro, e Maria Ida Barbuto, che ha portato il punto di vista degli operatori che, nei giorni del naufragio hanno assistito superstiti e familiari e non si riconoscono nella scelta di attribuire al “Decreto Cutro” quel nome, riconoscendolo invece come “Decreto Piantedosi” alla luce del contenuto del decreto. Allo stesso modo, Barbuto ha ricordato la promessa della Premier, pronunciata a Cutro nel marzo del 2023, di cercare gli scafisti per tutto il globoterracqueo, mentre -nei fatti- è stato consentito il trasporto con volo di Stato del criminale libico Al Masri.

La mostra e il concerto di Danilo Sacco

Prima della cena gli ospiti hanno visitato la mostra fotografica “I sogni attraversano il mare” di Giuseppe Pipita, un percorso attraverso le immagini che raccontano i giorni successivi al naufragio: il recupero delle vittime, il dolore e le proteste dei familiari, la grande mobilitazione civile che portò sulla spiaggia di Cutro cittadini provenienti da tutta Italia.

La giornata si è conclusa con il concerto di Danilo Sacco in Piazza Santi Pietro e Paolo. L’esibizione, seguita da un pubblico numeroso e trasversale per età e provenienza, ha chiuso la serata sulle note di Vagabondo, suggellando una giornata dedicata alla memoria, all’incontro e alla resistenza civile.

Prossimo appuntamento

Dopo la tappa di Cerzeto, il Festival delle Migrazioni 2026 si prende una breve pausa e dà appuntamento a Bisignano dal 27 al 30 agosto, per quattro giornate di incontri, dibattiti, testimonianze e musica dedicate ai temi dell’accoglienza, dei diritti umani e della partecipazione democratica.

REGGIO EMILIA CANCELLA VIALE CUTRO?
UN BRUTTO SEGNALE DI VERO DISPREZZO

di SANTO GIOFFRÈHo assistito, con grande stupore e disdicevole sgomento, alla querelle che da qualche mese sta infiammando l’estate, che per noi calabresi è già torrida, prossima al deserto antropologico in cui un certo filone di pensiero dominante vorrebbe ghettizzarci. La proposta di modificare il nome alla strada che corre, tra due rotatorie, dalla periferia fin alla città, ricchissima, di Reggio Emilia e che, dal 2009, è nomata “Viale della Città di Cutro”, nasce dopo le affermazioni dal ex Prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro, strenua combattente contro le infiltrazioni della ‘Ndrangheta di Cutro nel tessuto economico-finanziario e politico di Reggio Emilia.

Noi, umilissimi osservatori, che contrastiamo, con i pochi mezzi che possediamo, la ‘Ndrangheta politica infiltrata in tutti i gangli della società calabrese, riteniamo che un eventuale provvedimento della Città di Reggio Emilia che porti alla cancellazione di quella dicitura, in quella strada, sia un pessimo segnale per la società civile e segnerà il trionfo della ‘Ndrangheta perché rafforzerà, in senso universalistico, l’opinione comune secondo la quale, per principio, ogni calabrese è un ‘Ndranghetista.

Sono i tempi che sono cambiati, degenerando in una forma di egoismo rabbioso e insofferente, che rasenta la xenofobia, verso chiunque è considerato un diverso. La meraviglia, semmai, è che ciò accada a Reggio Emilia, città-mito della nostra giovinezza per aver avuto la fortuna di essere governata, in passato, ininterrottamente dal Partito Comunista, da sempre sostenitore dei diritti fondamentali di ogni uomo e baluardo contro ogni forma di fascismo, razzismo e soprusi. La ‘Ndrangheta, in Calabria, come a Reggio Emilia, ebbe un solo, vero e implacabile nemico, che la contrastò in tutti i modi possibile: il Partito Comunista Italiano.

In Calabria, caddero, assassinati, decine di militanti del PCI e della Sinistra, perché combattevano a mani nude contro quel cancro, mentre il Potere banchettava con la ‘Ndrangheta. Lo stesso successe a Reggio Emilia. Finché esistette il PCI, la ‘Ndrangheta di Cutro non attecchì mai in quel territorio. Come, ormai,  accade in tutt’Italia, la ‘Ndrangheta, che è una “Patologia del Potere”, vive e prospera  in contiguità e connivenza con ogni potere di turno che la utilizza come meglio gli torna utile.

Se a Reggio Emilia  la ‘Ndrangheta di Cutro si è infiltrata in tutti I settori economici-finanziari, negli studi dei commercialisti,  negli appalti, nelle banche, nei servizi pubblici, instaurando stretti contatti con l’imprenditoria locale, la colpa, sicuramente, non è da imputare alla numerosa Comunità dei Cutresi di Reggio Emilia. La colpa è di chi non ha visto o non ha voluto vedere, mai, nulla. Di chi, paradossalmente, per anni e anni, non si è accorto di niente e non ha contrastato, efficacemente e fin dall’inizio, quelle infiltrazioni, probabilmente, per interesse e convenienza. Identificare tutta la Comunità dei Cutresi di Reggio Emilia con la ‘Ndrangheta, perché ciò apparirà cancellando quella dicitura da quella strada, è un grave errore politico che rasenta il disprezzo. Io parlo con cognizione di causa. Giovanissimo medico-ginecologo, mi sono formato, professionalmente, quarantacinque anni fa, in Emilia, nell’ospedale di Scandiano, sotto la scuola dell’indimenticabile dr. Passerelli, maestro e amico, grande oncologo-ginecologo. In quel tempo, ho frequentato, assiduamente, la Comunità dei Cutresi di Reggio Emilia. Persone semplici, gran parte muratori e impiegati nei lavori più umili. Persone che erano fuggiti da una grande fame e che a Reggio Emilia, fortemente richiesti, avevano trovato accoglienza e casa.Gente piena di calli nelle mani. Certo  il tempo è passato. Reggio Emilia, guidata dalla buona amministrazione del PCI e, anche, grazie ai Cutresi, è divenuta una potenza economica, con un alto modello di vita e offerta di servizi sociali alla sua Popolazione, i migliori d’Italia. Gli allentamenti dei meccanismi di controllo di legalità, dopo la fine del PCI e dei Partiti Storici della Sinistra, la comparsa di sistemi economici e finanziari distorti, come quelli vigenti in Italia, furono segnali propensi ad attirare gli appetiti, come tra l’altro succede nel resto della Nazione  e in Europa, della ‘Ndrangheta, non perché vi siano Cutresi o  Calabresi in giro per l’Italia, ma perché il capitale tossico se li porta appresso gli ‘Ndranghetisti. Accusarci di essere tutti ‘Ndranghetisti, mentre la Calabria non ha più sanità pubblica e paga 400 milioni di euro l’anno al Nord, compresa l’Emilia Romagna, per vedere curati i suoi abitanti e, nello stesso tempo, dilaniata dalla ‘Ndrangheta, è la fine di ogni spiraglio del senso insito di Unità Nazionale. Amaru cu avi bisognu dill’aiutu altrui… (sg)

[Santo Gioffrè,  medico e scrittore]

Il Console del Marocco Naccari incontra il sindaco di Cutro Ceraso

Il Console onorario del Regno del Marocco per la Regione Calabria, Domenico Naccari, ha incontrato il sindaco di Cutro, Tonino Ceraso, per proseguire nelle attività di incontro e dialogo già avviate con il Marocco.

Cutro, tristemente famosa per il naufragio che ha causato 94 morti, è anche il centro di una attivissima comunità composta da circa 500 marocchini.
All’incontro era presente Achik Mustapha, presidente dell’Associazione Anis –Associazione Nazionale degli Immigrati del Sud, che si è distinta per le attività di volontariato sul territorio, tra le quali quella di rimuovere quintali di rifiuti sulla strada provinciale 63 Cutro-Crotone, in seguito smaltiti dalla società appaltatrice per la raccolta di rifiuti.
Nel corso dell’incontro, il sindaco ha evidenziato come la comunità marocchina sia perfettamente integrata nel tessuto sociale di Cutro, partecipando a tutte le attività della città. Ha rivendicato con orgoglio di avere creato un cimitero islamico, a seguito del naufragio, per dare una degna sepoltura ai defunti.
Il Console Naccari, nel complimentarsi per il modello di integrazione presente nella città, ha ribadito la volontà di portare a termine i gemellaggi in itinere con le città marocchine per incentivare i rapporti culturali, sociali e commerciali tra le diverse comunità. (rkr)

Venerdì allo scrittore Pierfranco Bruni la cittadinanza onoraria di Cutro

Venerdì 5 luglio sarà conferita allo scrittore Pierfranco Bruni la cittadinanza onoraria di Cutro. Un riconoscimento che arriva in concomitanza con i 25 anni dalla scomparsa di Francesco Grisi, originario proprio di Cutro e punto di riferimento per la cultura calabrese e italiana e di cui Bruni ha dedicato il Centro Studi.

La letteratura calabrese come punto di rilettura di una nuova epoca di fare scrittura. Infatti l’abbinata Pierfranco Bruni e Francesco Grisi è la linea portante di una letteratura che va oltre gli steccati ideologici e incide un solco notevole nei linguaggi universali. Entrambi hanno raccontato la Calabria delle radici e della memoria senza mai creare modelli di rappresentazione di tardo realismo. Un incidere in un immaginario simbolico e sacro. I libri di Pierfranco Bruni dalla poesia alla narrativa passando attraverso la filosofia sono modelli di una scrittura innovativa che pongono in essere il senso della metafora e della metafisica. Cutro e la Calabria questa volta in festa per un ricordo di Grisi e una cittadinanza al suo allievo di un tempo.

Personalità di primo piano delle istituzioni e della cultura. Più volte insignito dei Premi alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per i suoi libri.

Ha rivestito ruoli importati nell’Unesco come rappresentante della cultura italiana nei Paesi esteri, ambasciatore della letteratura italiana e attualmente è Presidente della Commissione Capitale Italiana Città del Libro 2024. Presiede inoltre il Comitato Nazionale Celebrazioni del filosofo Manlio Sgalambro del Ministero della Cultura. (rkr)

 

Di vita, non solo di morti, è Cutro

di FRANCO CIMINO – È arrivato, puntuale sul nostro calendario civile, il primo anniversario di quella tragica notte ormai passata alla storia come la “strage di Cutro”. Da subito, istituzioni e mass media se ne sono appropriati per renderla occasione di commemorazione. Ovvero, di iscriverla in una delle tante giornate dedicate.

Tra Onu, istituzioni europee, Parlamento e governo italiano, non sai più dove metterle in quei 365 giorni già strapieni di celebrazioni, tanto che non sai dove collocare le altre che saranno considerate utili. Ma utili a chi? Non certo alla memoria “ da ricordare”. Non certo ai fatti e alle persone, da quella interessati. Non certo alla scrittura della storia, che si serve di ben altri strumenti, pur nel costante condizionamento della cultura operante nel tempo.

Serve, di certo, al potere. E ai poteri, piccoli e grandi. E alle persone, più piccole che grandi, che lo gestiscono o se ne servono. Il potere ha bisogno da sempre di simboli e di riti che lo celebrino per rafforzarsi. E conservarsi. Ovvero, per autocelebrarsi attraverso l’unica forza che ad esso serve. Il consenso del popolo. Si badi del popolo, e non genericamente della gente. La differenza non è di poco conto. Il consenso della gente è di natura elettorale. Occasionale, mobile, transeunte. Sottolinea sempre l’espressione di una parte. E non è sempre o tutta politica. Quello del popolo è solenne. Contiene un qualcosa di storico. Un senso di appartenenza identitario. Una speciale comunanza tra il popolo e i suoi governanti. Insomma, fa patria. Ed eleva il senso di nazione.

Pertanto, anche questa Cutro è chiamata a concorrere a questa ritualità nazionale. Artificiosa e retorica. Da grosso paese di periferia di una regione periferica e lontana, a città della bella Italia. Da imponente centro urbano dominato dalle diverse ‘Ndranghete, con la lunga scia di violenza criminale e di sangue versato, a suo esatto contrario. È questo, straordinario fatto (realizzato, involontariamente), se si vuole, mai, però, finora sottolineato), il dato che, tuttavia, emerge oltre il dramma incommensurabile della notte di un anno fa. Nel mare di Cutro.

A pochi metri dalla sua spiaggia. Da quel caicco che si è fatto in mille pezzi alla prima onda più forte, sono caduti in acqua tutti i centottanta poveri cristi che avevano attraversato quel breve-interminabile tratto di mare che separa le coste africane da quelle calabresi. Di quella piccola folla di disperati carichi di speranza ne sono morti 105. I sopravvissuti settantacinque. Cento i corpi recuperati. Degli altri nulla. Neppure un brandello di corpo, che ne testimoni non la fine, ma la loro presenza in vita. La loro presenza su questa terra. Anche se fatta di dolore acuto, di stanchezza infinita. Di umiliazioni e ferite indicibili. Come quelle della povertà estrema, che li porta a fuggire dalla propria terra. La terra senza pane e senza casa. Senza frutti e senz’acqua. Senza libri e senza penna.

La terra dove il sole non sorge mai e la luna si addolora troppo a uscire. E, perciò, non si fa vedere. E le ferite con le più pesanti umiliazioni, che questi poveri cristi subiscono quotidianamente nei lager in cui vengono imprigionati con la promessa, pagata a suon di dollari fumanti, di essere imbarcati, dopo mesi di traversata nel deserto, su una qualsiasi carretta che li porti chissà dove, purché fuori da quell’inferno. Violenze indicibili, in particolare su donne e bambini, delle quali non dico perché, sommerso da pianto e lacrime, smetterei di scrivere, immaginandole. Tutti morti, quei centocinque. E di una delle più morti più brutte. E beffarde. Morti annegati. A due passi dalla salvezza, la beffa. Con quel grido di gioia spezzato in gola. In mille pezzi, come la barcaccia che come scarti umani li trasportava. Quelle morti da strage quasi programmata da questa cattiva modernità, in cui egoismi e ipocrisia, fanno sì che siano considerate ineluttabili.

Al pari delle guerre, quasi necessarie per la pianificazione demografica. Otto miliardi siamo tanti in questo pianeta così piccolo. E siccome sono in eccesso, insopportabile, per le zone già di maggiore densità, il rischio che una parte, insopportabile, si riversi sulle zone progredite ma progressivamente spopolate, del mondo cosiddetto “ civile”, consente non solo che siano “ legalmente “respinti. Consente anche il rafforzamento di quella bassa cultura del giusto equilibrio tra ricchezza già posseduta da pochi e i bisogni delle popolazioni. Cioè di oltre sette miliardi di esseri umani sparsi in tutto il pianeta. E dalla povertà sempre crescente umiliati. Se ne muoiono in mare a migliaia è quindi fatto ineluttabile. Legge della natura. Quasi una necessità antropologica. La guerra, la sua filosofia becera, lo dice. E di tutte le guerre. La guerra per il pane e per la dignità, è una di queste guerre.

La più crudele. La più vasta e invasiva. Guerra, come quella guerreggiata, dei forti contro i deboli. Dei ricchi, questa, contro i poveri. Che poi è la stessa cosa. L’assuefazione facile e rapida del cosiddetto mondo “civile”, più che dall’abitudine progressiva all’orrore, è data dalla cultura dominante che ci ha preso tutto. Cuore, anima, mente. E memoria. E storia delle nostre origini. Delle nostre vite. A Cutro è accaduta una cosa straordinaria. Che le solennità di queste celebrazioni non dice. È accaduta una cosa imprevedibile. Da cattolico la chiamo miracolosa. Da laico, meravigliosa. La memoria del “Sè”, la persona ricca di dignità umana, si è incontrata con la memoria del “Noi”, la gente del Sud, che ha camminato lungo la storia di violenze e dominazioni, rapine delle proprie ricchezze e devastazioni delle ricchezze dei territori. Storie di partenze senza ritorni e di emigrazioni luttuose e amare. Storie di abbandoni e di promesse, di inganni e di tradimenti. Ma, di contro, storie di lotte e di coraggio, di orgoglio e dignità. Di volontà ferrea e di idealità alte. Del sentire profondo e del guardare lontano. Storie di sogni mai cancellati e di speranze inaffondabili. Di fiducia nella propria terra e nel cuore degli uomini. Storie di riscatto e di vittorie.

Quelle conquistate già. E quelle che uomini e donne del Sud si sono promesse. I pescatori e gli uomini di Cutro e di Botricello, che si sono gettati in mare salvando ottanta persone e pianto disperatamente quando tra le braccia si sono ritrovati i corpi di donne e bambini senza vita, sono quella Calabria di quel Sud. La Calabria che va oltre i suoi confini e quel Sud che si estende a tutti i Sud del mondo. In questi riconoscendosi non come uomini vinti o condannati dalle loro origini, territoriali e culturali, ma come umanità vera, portatrice dei valori umani inalienabili. Dinanzi a queste persone del Sud, come al cospetto dell’isola di Lampedusa e dell’intero popolo siciliano e come le stesse di Locri, Bovalino, Caulonia, Riace, Monasterace, Guardavalle, Catanzaro, e giù a scendere e a salire lungo la costa ionica, la costa degli antichi greci, la costa della Civiltà generatrice, tutto il Paese e l’Europa intera, devono inchinarsi.

Per ringraziarli tutti di un grazie enorme e sostanzioso. Un grazie fatto di gesti, questi sì solenni, come il conferimento da parte del Presidente Mattarella di una preziosa onorificenza all’anziana donna di Cutro che ha aperto la cappella di famiglia ai morti che non trovavano posto neppure nei cimiteri. Penso a gesti analoghi. Per esempio, mantenere gli impegni che il nostro governo ha preso con i sopravvissuti alla strage e con le famiglie dei morti “ uccisi” dall’emigrazione e dalle politiche che la malgovernano. Penso a una legislazione del Parlamento europeo che si muova severamente sulla sua Costituzione e attui con coerenza la legge del Mare. E lo spirito di libertà e fratellanza, che ha nell’accoglienza di tutti i diseredati il suo aspetto peculiare.

Esattamente tutto ciò che con forza chiedo faccia lo Stato Italiano e i suoi governi, ricordando al mondo intero di che pasta noi siamo fatti. Ripetiamolo, in questi tempi bui di divisioni e di strane tendenze alla manifestazione di una forza muscolare, dietro la quale si nasconde un debole senso della democrazia e un equivoca concezione dell’autorità dello Stato e dell’uso della sua forza legittima. Siamo fatti del sangue e del cuore della Resistenza, che ha abbattuto la tirannia e il totalitarismo fascista e impedito il sorgere di altri autoritarismi. Siamo fatti degli ideali della fratellanza e della giustizia, intesi come elementi essenziali della Pace.

E, questa, della Libertà, quale elemento costitutivo della Persona. Libertà che va riconosciuta in chi già la possiede e non concessa. Che va protetta e garantita negli spazi certi della Democrazia, che è il luogo in cui si realizza l’eguaglianza autentica. Tra le persone, le classi, le popolazioni. I territori. Le nazioni. Siamo fatti della Costituzione in cui alberga, nella sua forza laica, la cultura cristiana. Quella che, come dice Moro, che ci parla ancora, rinnova la società e libera l’uomo. (fc)

La maratona Rai tra Cutro e Crotone

di PINO NANOTre giorni di vera mobilitazione anche per la Rai, che a Cutro c’è già da venerdì 23 febbraio e rimarrà fino alla conclusione delle manifestazioni in programma per ricordare questa terribile tragedia del mare. 

In prima linea ci sarà il Caporedattore della Sede Rai della Calabria Riccardo Giacoia, che da vecchio cronista e da vecchio inviato sui grandi fatti di cronaca italiana, ha organizzato una vera e propria maratona di collegamenti con i TG regionali e con le reti Rai che chiederanno un collegamento in diretta per assicurare la presenza della TV di Stato sui luoghi della tragedia. 

Un impegno professionale fortemente voluto e condiviso con la direzione di Testata, Alessandro Casarin il direttore, e Roberto Pacchetti il condirettore responsabile per la Sede Calabrese, e che vedrà a Crotone e a Cutro l’intera squadra esterna della sede calabrese, parliamo di tecnici di alto profilo e di grande esperienza sul campo.

I giornalisti inviati sui luoghi della tragedia saranno Gabriella D’Atri, Lorenzo Gottardo, Ilaria Raffaele e Mariateresa Santaguida

I colleghi tecnici sono invece Emanuele Franzese, che è il Capo della produzione, poi Alessio Crupi, Flavio de Leo, Pasqualino Pedace e Franco de Cario. Nel corso delle dirette Riccardo Giacoia ha previsto anche la presenza di una serie di ospiti ed esperti che commenteranno quello che sta per accadere a Cutro e a Crotone in queste ore, e ricorderanno i dettagli della tragedia che si verificò esattamente un anno fa.

Rigorosamente in diretta anche l’edizione di lunedì di Buongiorno Regione, nel corso della quale la conduttrice Gabriella D’Atri darà conto di quanto sarà accaduto tra la notte di sabato e la notte di domenica sulla spiaggia di Steccato di Cutro.

Come sempre, una grande Rai, al servizio dell’informazione pubblica, e come sempre è stato anche in passato in occasione di tragedie simili a queste. (pn)

CROTONE – Un anno dopo Cutro, l’iniziativa “Noi non dimentichiamo”

Si intitola Noi non dimentichiamo l’iniziativa in programma per mercoledì 21 febbraio, alla Lega Navale di Crotone e organizzata da Cgil Calabria e Cgil Area Vasta, insieme a l’Arci, La Cooperativa Agorà Kroton, l’Anpi, la Cooperativa Sociale Baobab, la Cooperativa Sociale Kroton Community, la Prociv Arci Isola di Capo Rizzuto, e la Cooperativa Sociale Orizzonti Nuovi.

All’iniziativa, che inizierà alle 15, saranno presenti oltre alla Segretaria Logiacco, la Segretaria Nazionale Cgil, Maria Grazia Gabrielli, Sara Palazzoli, Inca nazionale, Filippo Sestito, Arci Crotone aps; Alidad Shiri, rappresentante dei familiari delle vittime, monsignor Francesco Savino, vice presidente Cei per l’Italia meridionale, Mimmo Lucano, già sindaco di Riace, Filippo Miraglia, Arci nazionale, Vincenzo Voce, sindaco di Crotone. A moderare l’incontro il giornalista Salvatore Audia, direttore di Esperia Tv.

Nella seconda parte saranno presenti ed interverranno Gaetano Rossi, Prociv Arci Isola Capo Rizzuto, Giusy Acri, Anpi, Richard Braude, Arci porco rosso Palermo, don Rosario Morrone, direttore ufficio diocesano per la catechesi, Vincenzo Montalcini, giornalista. Modererà Fabio Raganello, cooperativa Agorà Kroton.

«Lo scopo – viene spiegato in una nota – è non solo quello di ricordare ed esprimere nuovamente cordoglio per le quasi cento vite perse in mare, tra i quali numerosi bambini, ma anche quello, in attesa che la giustizia faccia il suo corso, di riflettere e denunciare».

«Il decreto Cutro non ha risolto il problema degli sbarchi e non ha migliorato le condizioni e le prospettive dei migranti – ha dichiarato Celeste Logiacco, segretaria Cgil Calabria con delega all’Immigrazione – anzi, le ha ulteriormente peggiorate. Ecco perché riteniamo non sia più rinviabile promuovere soluzioni e politiche di immigrazione e accoglienza diverse da quelle attuali. Accoglienza che la nostra Calabria continua a praticare ma che crediamo possa essere fatta in maniera diversa».

«Indispensabile, in tal senso – ha aggiunto – partire dalle opportunità dell’immigrazione per la nostra terra, dal ripopolamento delle zone interne destinate allo spopolamento, alla mancata chiusura delle scuole, fino alla riscoperta degli antichi mestieri». (rkr)

L’opera dell’artista cosentino Luca Granato per ricordare la tragedia di Cutro

L’opera dell’artista cosentino Luca Granato per ricordare la tragedia di Cutro. «A partire dell’episodio della strage di Cutro – è scritto in un comunicato – di cui il prossimo 26 febbraio ricorrerà il primo triste anniversario, con il progetto Lenti nel sogno Luca Granato affronta una riflessione di carattere sociale sul presente e le problematiche sociali che lo caratterizzano, con il più alto numero di crisi umanitarie di sempre e 114 milioni di persone in fuga da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani».

Il video-performativo, Hoeing the sea (Zappava lu mari), estratto da una performance svoltasi sulle rive della costa tirrenica nell’agosto 2022 della durata di circa un’ora, riprende un modo di dire popolare e intende simbolizzare l’inadempienza politica sui fatti del presente ed evidenziare quanto governi e istituzioni non stiano facendo azioni realmente concrete per intervenire sul momento presente. Dalle crisi umanitarie a quella ecologica, sono state attuate solo poche e vacue azioni, utili quanto zappare l’acqua del mare. Intanto quello stesso mare trattiene e restituisce corpi inermi, simbolicamente rappresentati nell’installazione da blocchi di cemento cubici come feretri, da cui emergono solo batuffoli di tessuto, brandelli di indumenti rinvenuti sulla costa di Cutro nei giorni immediatamente successivi al naufragio del febbraio 2023, spesso unici elementi tramite cui è stato possibile identificare i corpi rinvenuti. Le fotografie realizzate dall’artista sul luogo della tragedia in quei giorni di ritrovamenti, sono ulteriore testimonianza di quegli oggetti e tessuti, impiegati come elementi di preghiera per le vittime dai passanti che hanno realizzato effimeri monumenti alla loro memoria.

Inoltre, con il progetto Lenti nel sogno, Granato si scosta leggermente dal suo filone di ricerca e interpretazione più tradizionale, legato alla sfera emotiva personale e all’elaborazione del ricordo, per abbracciare una riflessione di carattere sociale sul presente e le problematiche sociali che lo caratterizzano. Mantenendo il fil rouge del medium impiegato, il tessuto, in questo lavoro infatti l’artista non impiega materiali legati alla propria storia familiare e personale ma tessuti di indumenti da lui rinvenuti sulla costa nei giorni successivi alla tragedia di Cutro, dove ha trascorso diverse settimane per portare avanti la sua ricerca, documentare, fotografare e raccogliere oggetti e brandelli di tessuti ed effetti personali che il mare restituiva.

Mantenendo dunque una forte coerenza alla propria tematica e stile, l’autore con questa opera compie un passo in avanti nel proprio percorso di ricerca, unendo video art, installazioni scultoree e fotografia in un progetto che prende avvio dall’episodio di Cutro ma rappresenta una riflessione più vasta. Granato pone così l’attenzione su una problematica di inadempienza più ampia, di cui il tragico risvolto di Cutro rappresenta solo uno dei tanti episodi che non devono più capitare.

Il progetto è stato selezionato dalla giuria della manifestazione grazie alla open call aperta ad artist*, collettivi, curatori/trici della Generation Z per questa edizione 2024, la cui tematica era Adesso; un’edizione focalizzata dunque sulle questioni e le generazioni del qui ed ora che sono alla base di ogni futuro possibile. (rcs)

L’OPINIONE / Elisabetta Barbuto: «Imprenditori di Cutro, quando gli esempi valgono più delle parole»

di ELISABETTA BARBUTO – Voglio oggi dire grazie agli imprenditori di Cutro, della nostra terra crotonese che hanno denunciato il tentativo di estorsione subito. Un atto delinquenziale commesso non solo in loro danno, ma in danno di tutta la gente calabrese onesta che soffre da sempre lo stigma di vivere in una regione bellissima piagata dalla presenza di una delinquenza organizzata che ne succhia la linfa vitale ed ha contribuito drammaticamente, negli anni, a rallentare la nostra crescita economica e culturale.

Voglio dire grazie al loro coraggio che ha vinto la paura, la prepotenza, la protervia di loschi figuri convinti di poter spadroneggiare e continuare a vivere impunemente, parassiti della società, sulle spalle di chi lavora onestamente affrontando tanti sacrifici per sostenere la propria famiglia.

Voglio dire grazie a chi non si è piegato, ma con la schiena dritta, ha percorso senza esitare la strada della legalità perché per indicare ai giovani quale sia la strada giusta da seguire mi sono stancata di fare l’elenco dei martiri della mafia, del silenzio, dell’omertà, dell’indifferenza. Non voglio più parlare e parlare di una guerra che si conclude con il sacrificio del solitario paladino di turno della legalità continuando a regalare implicitamente l’impressione che sia inutile combattere per ciò in cui si crede perché la fine della storia è già scontata.

Voglio parlare ai miei ragazzi di una guerra in cui l’esercito delle persone oneste vive, vegete, attive nella difesa dei loro diritti e dei diritti altrui aumenta ogni giorno. Un esercito che combatta e sconfigga il puzzo canceroso del malaffare e della delinquenza organizzata permettendo ai nostri figli di seguire le orme dei loro padri e delle loro madri tenendo la barra dritta sulla strada della legalità. Come? Semplicemente facendo il proprio dovere, rifiutando i compromessi e difendendo i propri diritti senza che qualcuno li gabelli per favori e concessioni dall’alto.

Diventiamo esercito ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, con questo obiettivo e non solo in una manifestazione di solidarietà che pure ha la sua importanza perché il rumore delle parole sconfigge il muro del silenzio di cui la delinquenza si nutre e nel quale prospera e purchè sia l’avvio di un nuovo inizio per la nostra terra e per un futuro diverso per i nostri figli.

Non voglio che faccia più scalpore, una tantum, la denunzia di prevaricazione, soprusi, prepotenze, atti delinquenziali. Voglio che sia la regola. Voglio che faccia scalpore il contrario, voglio che facciano scalpore, una tantum, il malaffare e la delinquenza fino a sparire del tutto dalla nostra vita.

E’ un momento importante. Non buttiamolo via. Non consentiamo che resti isolato. Stiamo vicini gli uni agli altri in questo cammino. Perché gli esempi valgono più di mille parole ed i tempi sono maturi per il riscatto della nostra terra. Oggi più che mai grazie ad un gesto coraggioso che ci ridà la speranza. (eb)

(Elisabetta Barbuto è docente e Coordinatore M5S della provincia di Crotone)

A Crotone il Giardino della memoria per non dimenticare Steccato di Cutro

di MARIACHIARA MONACO – È passato quasi un anno dalla terribile tragedia di Steccato di Cutro, dove persero la vita 94 migranti, tra i quali 35 minori.

Un episodio che puntò sulla piccola cittadina jonica l’attenzione di tutti i media nazionali e delle istituzioni, e che soprattutto toccò una comunità intera, che si unì al dolore di intere famiglie senza neppure conoscerle. Sono stati giorni di rabbia, di dolore, mentre il Pala Milone ospitava la camera ardente di vittime senza nome, simbolo di un’Europa che spesso dimentica le rotte, gli sbarchi, e l’orrore di una storia tragica che ogni volta, puntualmente si ripete.

Ma Crotone non dimentica quanto successo, e per questo motivo sarà inaugurato nella città pitagorica il “Giardino di Alì”, un luogo nel quale verranno piantate 94 alberature, una per ogni vittima di una strage del mare che ha visto annegare uomini, donne, bambini, in cerca di un futuro migliore ma puniti da un crudele destino.

Il giardino della memoria, vedrà la luce il prossimo 26 febbraio, lo ha annunciato l’amministrazione comunale, sottolineando come nei giorni della tragedia la comunità ha saputo dimostrare in quel frangente la sua grande umanità partecipando, in ogni modo, al cordoglio per le vittime, alla assistenza ai superstiti, alla vicinanza ai familiari.

Gli alberi saranno piantati in via Miscello da Ripe, all’ingresso della città a voler simbolicamente testimoniare la volontà di accoglienza della città di Pitagora. Un nome, quello di Alì scelto in ricordo del neonato recuperato tra le prime vittime, che riposa nel cimitero cittadino: «Il bambino da subito diventato il figlio di tutti noi» dice il sindaco Vincenzo Voce.

Sarà un giardino che non vuole celebrare la morte, ma il diritto alla vita.

«Per questo, a ricordo di tutti i bambini coinvolti nella tragedia, sono stati scelti i tamerici, alberi non solo dalla bellissima e colorata fioritura, sempreverdi, ma soprattutto forti, in grado di resistere a qualsiasi temperatura. Una contrapposizione alla fragilità dell’imbarcazione con la quale le vittime hanno affrontato il viaggio, alla fragilità delle loro speranze». (mm)