Biondo (Uil Calabria): Inaccettabile il rischio di restituzione a Europa dei Fondi Coesione

Il segretario regionale di Uil CalabriaSanto Biondo, ha rimarcato che «il paventato rischio di restituzione all’Europa dei finanziamenti del Fondo sociale di coesione è inaccettabile. Se questi fondi non dovessero trasformarsi in opere concrete si realizzerebbe una doppia contraddizione, in quanto quella coesione tanto ricercata non verrebbe realizzata tanto nei fatti quanto nelle parole».

«Mettendo da parte le polemiche sterili – ha aggiunto – che non ci sono mai appartenute, crediamo sia determinante trovare i corretti giusti e applicarli tempestivamente per rendere alla Calabria il giusto servizio. Siamo convinti, infatti, che piuttosto di non spenderli e, nella peggiore delle ipotesi, restituirli all’Europa, per mettere a frutto questi fondi la Regione debba dare corpo, coinvolgendo le parti sociali e le amministrazioni comunali calabresi, un piano per il rilancio dell’occupazione e il potenziamento del welfare fondato su due punti: l’incentivo all’occupazione di qualità e il potenziamento della legge sulla non autosufficienza».

«Partiamo dal lavoro – ha illustrato –. I dati occupazionali relegano la Calabria agli ultimi posti, fra le regioni italiane e non solo, per percentuale di donne, uomini e giovani attivi. Un dato, purtroppo, drammaticamente accentuato dalle ricadute economiche e sociali della pandemia da Covid-19. Per l’Eurostat in Calabria lavorano solo quattro giovani su dieci, facendo registrare uno dei tassi di disoccupazione più alti che si è attestato al 37%. Peggio di noi fanno la Sicilia, la Campania, la regione spagnola di Ceuta (56%), le regioni greche della Macedonia orientale, Tracia (45%) e Macedonia occidentale (42%) e ancora la spagnola Melilla (42%)».

«Questi dati, con la loro triste oggettività – ha proseguito – ci dicono che non c’è più tempo da perdere, che la Calabria – in tema di politiche del lavoro – deve voltare pagina e ricercare soluzioni efficaci. Così, in primis sarebbe necessario dare corso ad una politica di concreta defiscalizzazione del lavoro, così da liberare risorse e consentire alle aziende sane, che sono tante sul nostro territorio, di ricercare e assumere lavoratrici e lavoratori accuratamente formati. Questo inciso, naturalmente, apre il ragionamento sulla formazione professionale e sul valore che essa assume nel territorio regionale. Solo una lavoratrice formata, solo un lavoratore formato può diventare un valore aggiunto per la crescita economica dell’azienda presso la quale lavora e per tutto il tessuto produttivo regionale».

«Tutto ciò – ha detto ancora – inserito nel contesto di un piano industriale rinnovato ed operativo e di politiche attive del lavoro realmente produttive, potrebbe rappresentare la chiave di volta della Calabria. Naturalmente, chi amministra la cosa pubblica in Calabria non può dimenticarsi di quella grossa fetta di popolazione inattiva che risiede sul territorio regionale. Le anziane e gli anziani, spesso considerati dal Governo come veri e propri bancomat, non possono essere lasciati da soli. Le ricadute della pandemia da Covid-19 sono state pesantissime su questa numerosa platea, segnata da numerosi lutti, con le famiglie in enorme difficoltà nella gestione quotidiana dei propri parenti in età avanzata».

«Di fronte a questa drammatica situazione – ha spiegato – sosteniamo che sia indispensabile approvare una Legge quadro nazionale per la non autosufficienza, e di farlo oggi anche utilizzando i fondi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.  In Calabria, poi, si sente forte l’esigenza di un potenziamento finanziario della legge esistente che, a causa della disattenzione della classe politica, sino ad oggi non ha potuto dispiegare i propri effetti benefici».

«Ma non solo – ha detto –. In questo territorio appare necessario assicurare l’assistenza alle persone non autosufficienti prioritariamente nel proprio contesto di vita e promuovere la vita indipendente delle persone non autosufficienti e con disabilità, investendo decisamente nell’assistenza sociosanitaria domiciliare e semiresidenziale con investimenti nella robotica e domotica. E, ancora, nell’ottica di una razionalizzazione della rete di assistenza del Servizio sanitario regionale, promuovere strutture di prossimità ed intermedie (del tipo case della salute, Ospedali di comunità) dove collaborano tutti i professionisti della sanità e del sociale».

«Per realizzare tutto ciò  – ha concluso – è indispensabile un quadro di riferimento legislativo ed istituzionale nazionale, fondato su un costante coordinamento degli indirizzi normativi e degli atti di programmazione, tra il ministero della Salute, quello del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Dipartimento disabilità, la Conferenza delle Regioni e l’Anci. Siamo convinti, infine, che vada prevista la partecipazione delle organizzazioni sindacali e associazioni sociali nei processi di governance a tutti i livelli del sistema di assistenza per la non autosufficienza». (rrm)

ADDIO AL «SUD CHE È ESISTITO FINO A IERI»
BENVENUTI NEL CUORE DEL MEDITERRANEO

di MARA CARFAGNA – Signor presidente della Repubblica, Signor presidente del Consiglio, Signor presidente della Camera, Autorità tutte, mentre in questi mesi preparavo questa iniziativa, mentre questa mattina aspettavo il vostro arrivo, pensavo che non c’è nulla di più bello per una donna del Sud, nata e cresciuta nell’Italia del Sud, che conosce l’orgoglio ma anche la fatica di essere meridionale, della possibilità di poter lavorare concretamente per la propria terra.

Di potersi impegnare per cambiare le cose e riuscire a ottenere risultati concreti.

È un privilegio enorme, ne sono consapevole e questo guida ogni giorno il mio lavoro.

Così come sono consapevole che la vostra presenza qui è una testimonianza di straordinaria attenzione per questo territorio, ma anche un’assunzione di responsabilità verso venti milioni di cittadini italiani, che troppo spesso negli ultimi tempi hanno avvertito la Repubblica e le sue istituzioni come lontane dalle loro vite, che si sono sentiti privati di diritti e opportunità che altrove sono riconosciuti a tutti.

Oggi siamo qui per dire che quella stagione è chiusa. Oggi si apre un’altra stagione.

Se siamo qui oggi, non è per l’ennesimo convegno “a tema” sul Sud, ma per marcare l’inizio di quella stagione che si è aperta nel 2021, grazie alle ingenti risorse provenienti dall’Unione Europea – e so bene di trovarmi in una condizione molto più favorevole rispetto a quella nella quale si sono trovati molti miei predecessori, che ringrazio per il testimone che mi hanno trasmesso.

Ma quella stagione si è aperta anche perché abbiamo fatto una precisa scelta di campo: affrontare i problemi e risolverli, anziché usarli per fare propaganda o polemica. E ci siamo ispirati a una visione meridionalista concreta, fattiva, operosa, orgogliosa, ben distante dal meridionalismo disfattista e rivendicativo che per troppi anni ha tenuto prigioniero il Sud e ha alimentato sfiducia e rassegnazione.

Insomma, tengo a sottolineare che c’è un “prima” e un “dopo” la data del 30 aprile 2021, quando il nostro Piano di Ripresa e Resilienza è stato presentato all’Europa.

Per la prima volta, il tema dei divari territoriali è stato posto non come rivendicazione di una parte del Paese contro l’altra, ma come “questione nazionale”, come urgenza nazionale. Una questione non meridionale, ma nazionale, da affrontare e risolvere per far ripartire l’intero Paese, scartando il modello della “locomotiva”, dove poche regioni trainano e tutte le altre vanno a rimorchio.

Come ci ha ricordato il Presidente Mattarella nel suo discorso alle Camere riunite, il giorno del suo giuramento – cito testualmente – dobbiamo costruire «un Paese che cresca in unità. In cui le disuguaglianze, territoriali e sociali, che attraversano le nostre comunità vengano meno».

Per la prima volta – lo ricordava il Presidente Draghi – abbiamo quantificato, messo in evidenza, vincolato al Sud all’interno del PNRR una quota percentuale di investimenti superiore rispetto alla popolazione residente e rispetto al PIL prodotto: il 40 per cento del totale delle risorse territorializzabili, circa 82 miliardi di euro.

Non sono numeri scritti sulla carta, ma sono in alcuni casi cantieri già aperti, come quelli sulla linea ferroviaria Napoli-Bari, o sulla Palermo-Messina-Catania, o l’importante intervento nel porto di Gioia Tauro. O cantieri che apriranno nelle prossime settimane e prossimi mesi, come i tanti investimenti infrastrutturali nelle Zone Economiche Speciali, oppure per aprire nuove scuole, asili nido, palestre, mense scolastiche, per cui abbiamo già ripartito i fondi.

Per la prima volta, abbiamo varato un grande piano di modernizzazione infrastrutturale per cancellare l’isolamento “fisico” che ha condannato e condanna tutt’oggi all’arretratezza interi territori del Mezzogiorno. Vogliamo portare ovunque modernità, vogliamo portare ovunque collegamenti sia fisici che digitali. Per questo investiamo nelle reti ferroviarie, nelle reti idriche, nelle connessioni logistiche, nella diffusione della banda ultralarga. Ancora, investiamo nella creazione di decine di ecosistemi dell’innovazione, luoghi di ricerca e contaminazione tra università e impresa. Sosteniamo l’internazionalizzazione e la competitività delle imprese meridionali.

Irrobustiamo la sanità del Sud, il suo sistema di istruzione, digitalizziamo la sua pubblica amministrazione.

Favoriamo la transizione ecologica ed energetica.

Finanziamo, grazie a un uso intelligente dei Fondi della Coesione – un uso addizionale e complementare, come ci viene richiesto dall’Europa – interventi che con i fondi europei non potevamo finanziare, come la viabilità stradale e gli aeroporti.

Un tema a cui tengo molto: per la prima volta cancelliamo l’odioso principio della “spesa storica” che ha alimentato, anno dopo anno, discriminazione e diseguaglianza. Un principio in base al quale, per esempio, un comune come Giugliano, con 120mila abitanti, ha le risorse per un solo asilo nido e un solo assistente sociale, mentre una città lombarda delle stesse dimensioni di Giugliano – per esempio, Monza – ha le risorse per 8 asili nido e 32 assistenti sociali.

Bene, grazie all’approvazione e al finanziamento in Legge di Bilancio del primo Livello Essenziale delle Prestazioni per gli asili nido e gli assistenti sociali – cui abbiamo aggiunto quello per il trasporto scolastico degli studenti con disabilità – da qui al 2027 Giugliano avrà le risorse per assumere gli stessi assistenti sociali e per aprire gli stessi asili nido di Monza. Solo quest’anno, il Comune godrà di circa 800mila euro in più per servire 105 bambini rispetto ai soli 20 dello scorso anno.

Questo varrà per Potenza, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania, varrà per Napoli. Lo dico al sindaco, che è qui presente: Napoli soltanto quest’anno avrà circa 4 milioni di euro in più per accompagnare al nido 500 bambini che fino all’anno scorso il posto nel nido non lo avrebbero trovato.

Credo che questo sia un cambiamento importante, che porterà giustizia e diritti a migliaia di bambini e alle loro famiglie, che consentirà a migliaia di donne del Mezzogiorno di cercare e trovare un lavoro, o di tenersi stretto quello che faticosamente sono riuscite a conquistare, affrontando con decisione anche la piaga della bassa occupazione femminile al Sud.

Ancora, per la prima volta abbiamo finalmente attivato e reso operative le Zone Economiche Speciali, delineando una precisa visione di sviluppo.

In mille convegni, il Sud è stato definito “piattaforma logistica nel Mediterraneo”. Noi quella piattaforma oggi la realizziamo grazie a importanti investimenti nei porti – 1,2 miliardi – e grazie alla riforma e all’infrastrutturazione delle Zone Economiche speciali, che sono il “cuore” della nostra scommessa di sviluppo. Luoghi dove sarà finalmente conveniente, più facile, più rapido investire grazie a una burocrazia ridotta e a una tassazione agevolata.

E qui lo dico ai tanti investitori presenti o collegati da remoto: approfondite le opportunità che si aprono nelle ZES. Per chi investirà in quelle aree ci sarà un unico numero di telefono da chiamare, quello dei Commissari straordinari che abbiamo già nominato; un’unica autorizzazione da richiedere al posto della miriade di pareri, concessioni, autorizzazioni, nulla osta necessari prima; un unico sportello digitale cui connettersi per risolvere ogni problema.

Potrei continuare a lungo, ma credo che questa elencazione sia già stata abbastanza lunga.

Potrei ricordare l’impulso che abbiamo dato alla Strategia Nazionale delle Aree interne, abbiamo sbloccato cantieri fermi dal 2017. Potrei ricordare anche l’impulso dato ai Contratti Istituzionali di Sviluppo, che finanziano e finanzieranno importanti investimenti strategici infrastrutturali in molte aree del Mezzogiorno. Potrei ricordare il sostegno alla capacità operativa degli Enti locali. Ma mi fermo, perché quello che conta è la scelta di fondo, il messaggio che mi auguro passi anche attraverso questa due-giorni.

Dimenticatevi il Sud che è esistito fino a ieri. Ne sta nascendo un altro, più giusto, più moderno, più efficiente, più “europeo”, più collegato, capace di offrire pari diritti e pari dignità ai suoi cittadini, ma anche di attrarre investimenti nazionali e internazionali.

I nuovi scenari determinati prima dalla pandemia, poi dalla guerra in Ucraina, la crisi energetica, la crisi dell’agroalimentare, la necessità e l’opportunità di reindustrializzare l’Europa, rendono il Mezzogiorno l’asset più importante su cui investire in questo momento.

È al Sud che le rinnovabili hanno maggiori margini di sviluppo e maggiore resa.

È al Sud che dovremo immaginare di collocare i nuovi rigassificatori per trasformare il gas naturale liquefatto che viene e verrà sempre di più dall’America e da altri Paesi del mondo.

È il Sud che dovrà essere messo nelle condizioni di attrarre nuovi investimenti industriali, in un’epoca in cui si ridurranno le catene globali del valore e dovremo riportare in Europa produzioni che in passato troppo entusiasticamente avevamo lasciato in Cina e in Asia.

È il Sud che deve rafforzare il suo ruolo di interlocutore privilegiato con i Paesi del Mediterraneo.

È il Sud a essere un hub energetico naturale per il gas in arrivo da Africa e Medio Oriente, non solo per l’Italia ma per l’intera Europa.

Queste sono sfide politiche, prima ancora che energetiche, industriali e commerciali, che possono assegnare al Sud un profilo strategico decisivo nei nuovi equilibri geopolitici mondiali.

Noi vogliamo attrezzare il Sud per vincere queste sfide, stiamo attrezzando il Sud per vincere queste sfide.

Questo è il nostro obiettivo, questo è il nostro impegno, che ovviamente richiederà nei prossimi anni continuità nell’azione di governo e anche una classe dirigente nazionale e locale all’altezza di questa sfida.

In questo nostro impegno, sarà di straordinario valore il Libro Bianco che tra poco sarà presentato dal dott. Valerio De Molli.

È una ricerca importante, molto approfondita e articolata, che non nasconde criticità e problemi, che conosciamo benissimo e per i quali siamo ogni giorno al lavoro. A mio avviso, sfata tre grandi luoghi comuni della cosiddetta “questione meridionale”.

Primo, il Sud Italia è – lo vedrete dai numeri – una realtà molto più vivace e competitiva di quello che si crede. Cito solo un esempio: nella classifica delle esportazioni hi tech, il Sud – in proporzione al totale delle esportazioni – è quarto nel Mediterraneo, appena dopo Israele. Qualcuno ha mai sentito parlare del Sud come esportatore di tecnologia, anziché di arretratezza? Questi sono gli aspetti da potenziare e da comunicare con efficacia. Secondo. A lungo si è discusso e si discute dell’assenza di una “politica industriale” per il Mezzogiorno. Forse non tutti si sono resi conto che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è un grande strumento di politica industriale e noi l’abbiamo utilizzato per disegnare la nostra visione di politica industriale per il Paese e, naturalmente, il Mezzogiorno. L’Italia e il suo Sud come polo della trasformazione e distribuzione dell’agroalimentare italiano, come hub logistico ed energetico del Mediterraneo, centro di innovazione tecnologica e scientifica, luogo attrattore di turismo e nuovi residenti. Ancora, l’Italia del Sud come ponte necessario tra l’Europa e il Continente più giovane e promettente, l’Africa.

Terzo. Per anni abbiamo sentito ripetere che il Sud era un problema da affrontare, “una domanda” a cui dare risposte. Ogni dato presentato nel Libro Bianco ci dice che questa impostazione va totalmente capovolta.

Il Sud può essere la risposta alle tante questioni che interrogano la politica e la società italiana. Il Sud può essere la soluzione al problema della bassa crescita italiana.

Il governo ha scelto, consapevolmente, questo indirizzo. E la presenza qui a Sorrento di tanti ministri, oltre che del presidente Draghi, conferma la larga condivisione per questa scelta. Questa è la nostra grande scommessa. Io sono certa che uniti, soltanto uniti, potremo vincerla.

Ringrazio ancora tutti voi per essere qui, per partecipare a questo evento. Benvenuti al Primo Forum Internazionale del Mediterraneo. Benvenuti a Sorrento. Benvenuti nel cuore del Mediterraneo. Benvenuti nel nuovo Sud che stiamo costruendo. (mc)

[Mara Carfagna è la ministra per il Sud e la Coesione territoriale]

QUALITÀ ISTITUZIONALE, ANCHE QUI ULTIMI
NECESSITA UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE

di CLAUDIO ALOISIOCi sarà un motivo se la Calabria è negli ultimi posti di tutti gli indici economici e sociali italiani ed europei. 

Una risposta, ancorché parziale, ce la consegna uno studio che ci pone insieme alla Campania negli ultimi posti della classifica europea della Qualità Istituzionale. Peggio di noi solo la regione rumena di Bucarest. 

Una classifica che mette in relazione tre indicatori principali: corruzione, applicazione imparziale dello stato di diritto ed efficacia della burocrazia.

Vengono presi in considerazione anche istruzione, sanità e applicazione della legge.

Il risultato, valutando questi fattori, è che siamo ultimi. Ultimi in Europa, non in Italia. 

Quindi, se è sacrosanto lamentarci per le iniquità e ingiustizie che subiamo da tempo immemore, lo è altrettanto prendere coscienza delle nostre responsabilità: quelle di una comunità che da decenni non riesce ad esprimere, fatte salve rare eccezioni, rappresentanti in grado di tutelare e sostenere con una programmazione strategica e azioni concrete ed efficaci il nostro territorio, ostaggio di una burocrazia inefficiente, farraginosa e spesso corrotta, di una classe politica inadeguata, di un tessuto imprenditoriale ed intellettuale poco partecipe e un po’ vigliacco, restio com’è a mettere a rischio i miseri privilegi di cui gode e di una popolazione che si barcamena in precario equilibrio tra rassegnazione e menefreghismo, in attesa di un “messia salvifico” che mai arriverà. 

Quando ci renderemo conto che l’unica soluzione per uscire da questo “cul de sac” è quella di rimboccarci le maniche ed impegnarci in prima persona per tentare di cambiare le cose, solo allora, forse, le cose potranno realmente cambiare.

A Reggio, la situazione non è delle migliori: abbiamo la disoccupazione tra le più alte d’Europa, il reddito procapite tra i più bassi, siamo negli ultimi posti delle province italiane per qualità della vita (101 su 107). 

Insomma, in sintesi Reggio Calabria è nelle posizioni peggiori in tutti gli indici economici e sociali riportati dalle varie classifiche redatte annualmente. 

Una città agonizzante da decenni che invece di dare cenni di miglioramento tende a regredire ma dove, a quanto sembra, l’unica classifica capace di smuovere uomini e coscienze sembra essere solo quella della Reggina. 

Oggi è proprio la Reggina l’argomento del giorno in grado di innescare polemiche, proteste di piazza con tanto di striscioni, discussioni accesissime su “Gallo si o Gallo no”. 

Per carità, non voglio essere frainteso, la passione per la propria squadra ci sta tutta ma vedere un tale interesse per le sorti della compagine calcistica cittadina ma non per quelle della città, francamente mi perplime. 

Forse, se invece di essere solo tifosi della Reggina lo fossimo anche di Reggio, riversando lo stesso impegno e la stessa passione per sostenerla, difenderla e tutelarla, potremmo finalmente aspirare a una posizione migliore in classifica, lottando per arrivare ai primi posti. 

Una classifica, peraltro, sicuramente più importante di quella calcistica perché su questa, sui risultati che sapremo ottenere, ci giochiamo il nostro futuro e quello dei nostri figli. (ca)

GLI IMPRENDITORI DEL SUD FANNO RETE
CONTRO CHI “RUBA” QUOTE DEL RECOVERY

di PINO APRILE – La Rete Imprenditori Sud, Ris, appena costituita, ha visto già affluire un centinaio di adesioni e si allarga velocemente, come accaduto, pochi mesi fa, con l’associazione dei sindaci meridionali (Rete Recovery Sud), e per lo stesso scopo: vigilare perché al Mezzogiorno non siano sottratte le risorse che, con il Recovery Fund, l’Unione Europea invia all’Italia, per ridurre il divario costruito in un secolo e mezzo di politiche nazionali squilibrate a danno del Sud.

Ma potrebbe esserci una differenza importante fra la strategia di comunicazione adottata dalla Rete Recovery Sud dei sindaci e quella degli imprenditori: i primi hanno cominciato cercando di far valere le proprie ragioni dinanzi alle autorità nazionali (ministri, sottosegretari…), poi le hanno portate a Bruxelles; i secondi pare siano orientati a fare il contrario: presentare ufficialmente la Rete a Bruxelles, come prima uscita, appena avranno definito la loro struttura organizzativa. Come dire: l’Europa (madre del Recovery Fund) quale punto di partenza e non arrivo. Che non è un modo per saltare gli interlocutori istituzionali o Confindustria, il sindacato degli imprenditori, assicurano, ma, visti i tempi stretti, per affiancarli e far giungere prima e con maggior chiarezza la voce degli interessi legittimi del Mezzogiorno.
Oggi, la Rete dei sindaci meridionali rappresenta più di cinquecento grandi e piccoli Comuni, è interlocutore del governo e della Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, e costituisce, di fatto, l’embrione di una sorta di “Camera istituzionale” della rappresentanza dei diritti del Mezzogiorno che rischiano di essere ancora una volta calpestati.

Un peso che potrà/dovrà essere accresciuto dall’analoga iniziativa degli imprenditori meridionali. Il ruolo è completamente diverso, l’obiettivo no. Per dire delle differenze: mentre per i sindaci la crescita numerica più veloce possibile delle adesioni era un fatto assolutamente positivo, per gli imprenditori non è detto lo sia. Perché? Perché se i sindaci hanno in comune (e in Comune) gli stessi strumenti, le stesse norme, un modo di procedere istituzionalmente regolato e dal quale non possono allontanarsi, gli imprenditori hanno percorsi differenti a seconda dei campi di attività, dei tempi imposti da quelle e da altre collegate. Insomma: se per i Comuni la strada è una, per gli imprenditori sono tante: diciamo che partono insieme ognuno a modo suo, per ritrovarsi all’arrivo.

Questo non vuol dire non concertare l’azione, ma chi opera nel settore turistico si raccorderà con i colleghi, chi nelle costruzioni, idem, e così per l’agroalimentare, la meccanica, la comunicazione, eccetera. Quindi la prima cosa da fare è strutturare la Rete, in modo che gli aderenti trovino subito, oltre alla ragione della presenza di ognuno, la possibilità di poter subito essere operativi.

E a questo si sta lavorando, come riferiscono i due primi promotori, che ora coordinano le cose: Vincenzo D’Agostino, calabrese, creatore di Omnia Energia, e Raffaele Cariglia, pugliese, una sorta di incubatore vivente di società e cooperative. Significa che la Rete potrà partorire studi e servizi per iniziative individuali e collettive, perché non vadano perse opportunità di crescita, innovazione, lavoro. E chi se non i diretti interessati possono conoscere punti deboli, necessità e punti di forza? Chi fa impresa è abituato ad agire senza perdite di tempo, senza fronzoli, insomma, “a cavarsela” da solo. Ma sa che è più facile raggiungere risultati se si opera insieme ad altri che condividono metodi e fine; quindi ci si può attendere molto da una intesa con la Rete dei sindaci, l’affiancamento di alcuni parlamentari, forse dei presidenti delle Regioni del Sud (considerando che, per la prima volta in mezzo secolo, si sono mossi insieme, proprio in difesa delle quote di Recovery Fund spettanti al Sud e dei finanziamenti alle aziende agricole) e hanno la possibilità di farsi ascoltare a Bruxelles.

Quello che manca al Sud è una voce che abbia autorevolezza per chi rappresenta (la politica, l’economia, gli interessi), per quanti rappresenta, per come lo fa. Questa voce si comincia a sentire e ora deve trovare il modo per diventare potente. Il più efficiente che si conosca è il coro. (pap)

[Pino Aprile è direttore de LaCNews24] 

(courtesy LaCNews24)