L’OPINIONE / Daniela de Blasio: «Garantire un lavoro alle vittime di violenza e agli orfani da femminicidio»

Le recenti affermazioni del presidente della Corte costituzionale, Augusto Barbera, che ha dichiarato che molte donne sono «impazienti» e che, «nell’auspicare nuovi traguardi, non bisogna dimenticare quelli che sono stati i progressi fatti…», hanno suscitato numerose polemiche.

Al di là del chiarimento fatto in seguito dallo stesso Barbera, che ha spiegato che l’impazienza di reclamare un diritto non avesse per lui in alcun modo un’accezione negativa, resta il fatto che i diritti delle donne e la violenza di genere sono un problema che richiede un impegno costante e una presa di coscienza collettiva. Dobbiamo, cioè, evitare che questi temi diventino qualcosa di transitorio, di cui ci si occupa solo per qualche giorno all’anno.

La violenza richiede un impegno costante per essere affrontato in modo efficace e non solo in specifiche ricorrenze.

Limitare la discussione e gli interventi, per lo più autoreferenziali, contro la violenza di genere alla sola ricorrenza del 25 novembre e all’8 marzo significa ignorare gli sforzi necessari per affrontare il problema in modo efficace.

Un tema particolarmente urgente, ma purtroppo ancora trascurato è che, oltre alle misure punitive e di sensibilizzazione, è fondamentale individuare strumenti che consentano alle donne vittime di violenza di genere di ricostruire la propria vita.

È un fenomeno complesso e radicato in profonde disuguaglianze di potere tra uomini e donne, che va ben oltre una semplice data sul calendario.

L’accesso al lavoro è fondamentale per l’emancipazione delle donne, in particolare per coloro che sono vittime di violenza di genere, quale strumento cardine di emancipazione per promuovere la loro autonomia e la sicurezza, nonché nel contribuire a rompere il ciclo di violenza.

Una soluzione dirimente per affrontare questa sfida è garantire l’accesso al lavoro e promuovere l’indipendenza economica delle donne vittime di violenza di genere e degli orfani a causa di femminicidio.

Le donne spesso affrontano sfide significative, come la mancanza di qualifiche professionali aggiornate o la necessità di risolvere questioni legali e psicologiche, pertanto, l’accesso al lavoro e all’indipendenza economica consentirebbe loro di ricostruire un nuovo percorso di vita, lontano dall’abuso e dalle situazioni di dipendenza.

Per questo motivo l’inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza di genere e degli orfani a causa di femminicidio rappresenta un metodo efficace per combattere il problema.

Per garantire un effettivo inserimento lavorativo delle vittime di violenza di genere e degli orfani potrebbe essere utile estendere, con un semplice emendamento, il trattamento di favore previsto dalla legge per le vittime della criminalità. Attualmente, l’articolo 1, comma 2, della legge 407/1998 prevede agevolazioni per l’assunzione obbligatoria di vittime di reati gravi. Questo trattamento di favore potrebbe essere esteso alle donne che rimangono vittime di atti di violenza di genere e ai soggetti rimasti orfani in seguito all’omicidio della madre, dando loro accesso a opportunità di lavoro e un’indipendenza economica.

Questa misura consentirebbe loro di superare le discriminazioni, promuovendo l’indipendenza economica. È responsabilità di tutti, innanzitutto delle Istituzioni, combattere la violenza sulle donne e promuovere l’indipendenza economica attraverso il lavoro come strumento per il cambiamento sociale.

L’indipendenza economica attraverso il lavoro rappresenta un percorso concreto per le donne vittime di violenza di genere e per gli orfani a causa di femminicidio.

Solo con un impegno concreto e un’azione continua possiamo sperare di affrontare efficacemente la violenza di genere e costruire una società in cui le donne siano libere da ogni forma di violenza. (ddb)

L’OPINIONE / Fabrizia Arcuri: Il grido inascoltato delle vittime secondarie nei casi di femminicidio

di FABRIZIA ARCURI – «Non ho parole per spiegare cos’è successo», dichiara il fratello di Marisa, rivolgendosi al sindaco di Salemi, la città della famiglia Leo. La sua richiesta: «L’assistente sociale e la psicologa dei servizi sociali cerchino con me le parole giuste per la piccola».

Queste parole toccanti rappresentano il grido disperato di chi è stato precipitato nell’abisso del dolore, una realtà che, purtroppo, diventa sempre più comune nei tragici casi di femminicidio e nei cosiddetti Family Mass Murder. Uno dei tanti esempi di quel silenzio assordante che invade chi rimane, spettatore inerme di quella tragedia.

Nell’oscurità dei resoconti dei crimini violenti emerge una realtà devastante, spesso trascurata ma profondamente penetrante: l’immenso impatto di questi eventi sui familiari delle vittime, spesso definiti ‘sopravvissuti’. Il trauma che affligge coloro che perdono un congiunto in modo così orribile è una ferita profonda, difficile da misurare, che presenta sfide emotive e psicologiche strazianti.

I familiari delle vittime diventano, allora gli ‘invisibili’, sommersi da un vortice di sofferenza, trascurati fino a scomparire nell’ombra del loro stesso tormento. La loro rabbia si mescola con il profondo desiderio di comprendere le motivazioni che hanno spinto un membro della loro famiglia a perpetrare o subire tali atti di violenza estrema. Questo intricato processo psicologico può diventare schiacciante, generando un costante senso di colpa e una ricerca incessante su come avrebbero potuto fare per impedire l’atroce evento, specialmente quando la vittima aveva precedentemente denunciato ripetutamente le violenze inflitte dal proprio aggressore.

Tuttavia, il trauma non si ferma qui. Tra le vittime figurano anche coloro che hanno assistito o addirittura vissuto direttamente eventi di efferata violenza all’interno del contesto familiare. In particolare, i figli dei femminicidi, testimoni diretti delle violenze perpetrate da uno dei genitori, si trovano in una situazione ancor più complessa, al di là degli anni che hanno al momento dell’accaduto, le ferite rimangono e sono perenni. Si trovano immersi in un conflitto emotivo tra l’affetto per l’assassino e l’orrore per i suoi atti.

La violenza subìta da un genitore può influenzare profondamente la loro percezione delle relazioni e della sicurezza nelle interazioni future. Il percorso verso la guarigione è lungo e tortuoso, la presenza costante della paura, dell’ansia e delle difficoltà nel fidarsi degli altri può ostacolare la capacità di costruire relazioni sane e appaganti. In questo contesto, la terapia e il supporto psicologico diventano essenziali per affrontare il trauma e apprendere strategie per gestire le emozioni intense e intricate legate all’evento.

In questa realtà drammatica, si evidenzia chiaramente la mancanza di sostegno da parte delle Istituzioni italiane per affrontare il dolore e la complessa sfida di crescere i figli rimasti, spesso molto piccoli. Queste famiglie, spesso composte da anziani come nonni o zii, si trovano a sostenere l’onere dell’educazione e dell’orientamento dei giovani orfani dei femminicidi.

La carenza di risorse destinate all’assistenza psicologica, legale e finanziaria pone ulteriori ostacoli insormontabili sul cammino di coloro che sono già stati travolti da una tragedia inenarrabile. Questo quadro riflette una grave assenza di riconoscimento e di supporto da parte dello Stato, lasciando i familiari delle vittime secondarie con una sensazione angosciante di abbandono da parte dell’istituzione che dovrebbe essere loro alleata.

L’insufficienza di sostegno adeguato da parte delle istituzioni e delle normative italiane è stata richiamata più volte dall’Unione Europea. Le lacune nelle leggi italiane per la tutela delle vittime secondarie nei casi dei delitti familiari rappresentano un problema persistente. Le risorse destinate all’assistenza psicologica, legale e finanziaria spesso si dimostrano scarse o addirittura assenti. Questa circostanza lascia i familiari delle vittime esposti a un livello di vulnerabilità intollerabile, aggravando la loro percezione di essere stati abbandonati dalla stessa istituzione che dovrebbe tutelarli.

La Convenzione europea sul risarcimento delle vittime di crimini violenti, adottata nel 1983 dal Consiglio d’Europa, rappresenta uno strumento fondamentale per garantire protezione e sostegno alle vittime di reati violenti, inclusi i casi di Family Mass Murder. Questa Convenzione riconosce che le vittime di tali crimini spesso subiscono danni psicologici ed emotivi duraturi e richiama il necessario supporto e tutela.

Tuttavia, l’applicazione di queste disposizioni varia da Paese a paese, e l’Italia è stata richiamata più volte per migliorare le proprie normative in materia di risarcimento delle vittime di crimini violenti. È necessario uno sforzo più incisivo da parte delle istituzioni italiane per introdurre leggi che riconoscano e tutelino i diritti dei familiari delle vittime secondarie, garantendo l’accesso a servizi di supporto psicologico specializzati, risarcimenti adeguati e un riconoscimento ufficiale del loro status di vittime.

L’appello è chiaro e inderogabile: l’Italia deve agire ora per proteggere le vittime dei reati violenti, come i delitti familiari. È un imperativo morale che richiede azioni immediate e decisive da parte delle istituzioni. Nessuna vittima, diretta o secondaria, deve sentirsi abbandonata nel proprio percorso verso la giustizia e la guarigione.

Questa è una sfida che non possiamo più ignorare o rimandare. Il nostro dovere come società è proteggere coloro che sono stati colpiti da questi orrori indicibili e offrire loro una possibilità di speranza e normalità. È giunto il momento di illuminare l’oscurità che circonda le vittime secondarie e garantire loro il riconoscimento e il sostegno che meritano.

In questo cammino, l’informazione svolge un ruolo cruciale poiché una comunicazione chiara e consapevole deve sostituire mistificazioni e racconti sensazionalistici. L’informazione dovrebbe essere un veicolo di consapevolezza e sostegno, contribuendo così a creare una società più informata e responsabile. È essenziale che l’opinione pubblica sia informata in modo accurato ed etico, evitando la diffusione di storie distorte che possono alimentare malintesi e pregiudizi, anziché contribuire a migliorare la situazione, spesso ignorando le sofferenze delle famiglie e degli orfani.

Non possiamo permettere che queste ferite rimangano aperte. È ora di agire, di cambiare le leggi e la loro attuazione, di sensibilizzare l’opinione pubblica e di mettere fine a questa tragedia che colpisce in maniera indelebile e nel cuore di quella realtà, le famiglie che invece devono tornare a essere ciò che sono, un rifugio e un nido di amore.

Solo attraverso una maggiore consapevolezza, l’implementazione di normative robuste, un sostegno completo e il pieno riconoscimento del diritto al risarcimento, morale ed economico, del danno possiamo iniziare a lenire le profonde ferite causate da queste devastanti tragedie. La strada è lunga, ma la prevenzione, l’educazione e l’impegno da parte delle istituzioni devono essere chiari e incisivi. Solo così possiamo spezzare le catene di morte annunciate e rompere il silenzio che avvolge il dopo. (fa)

[Fabrizia Arcuri è giornalista con master in Criminologia e scienze Forensi’ e Testimone diretta e coautrice del libro “Sangue del mio Sangue”, la storia della più grande strage familiare commessa in Italia]

COSENZA – Il confronto sul tema del femminicidio a Villa Rendano

Questo pomeriggio, a Cosenza, alle 18, a Villa Rendano, è in programma l’incontro sul tema Amore e morte: il femminicidio, organizzata dalla Fondazione Attilio e Elena Giuliani Onlus.

Intervengono Matilde Lancino, presidente Fondazione Roberta Lanzino, Chiara Gravina, avvocato Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino”, Rossana Vulcano, Primavera della Calabria, Mariuccia Campolo, vicepresidente Consulta Pari Opportunità Comune di Rende, e Sergio Caruso, criminologo. Conduce e coordina Antonio Perfetti, direttore Camtele3tv.it. (rcs)

Il femminicidio di Montebello Jonico. Daniela de Blasio: «Non chiamatela gelosia!»

La presidente della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (Lidu) Daniela De Blasio ha commentato il nuovo drammatico caso di femminicidio avvenuto a Montebello Jonico. «Ci stiamo abituando  – ha scritto in una nota – a un’escalation continua di violenza basata sul genere, ogni 72 ore, in Italia, una donna viene uccisa, quasi sempre dalle persone che le sono vicine. L’ultimo caso lo registriamo a Montebello Ionico dove, come al solito, una donna subisce l’ultima efferata violenza, dopo anni di maltrattamenti, violenze sia psicologiche che molto probabilmente anche fisiche, associate agli atteggiamenti di minaccia e di sopraffazione, legati ad un vortice di follia incontrollabile da parte del suo partner, gelosia?? Non chiamatela gelosia!!! questo è il frutto di ignoranza e incultura, rivelatrice della profonda e ancestrale misoginia dell’assassino assuefatto da un ingiustificabile istinto primordiale di predominio e prepotenza del maschio sulla femmina e che vuole la donna subalterna e “inferiore” all’uomo.

«Purtroppo quelli sopra descritti sono tutti segnali premonitori di violenze estreme che sfociano troppo spesso in omicidi o tentativi di omicidio. Ma questi segnali quando non sono raccontati dalle donne che vivono questi disagi non potranno mai essere raccolti e utilizzati per salvarle. Il silenzio ha ucciso, sta continuando ad uccidere e, probabilmente, lo farà ancora. Il silenzio è una mancanza, è una solitudine di una donna che non riesce a reagire, è il sintomo di un malessere più grande che prende il sopravvento.

«C’è realmente bisogno di dare sostegno e vicinanza alle donne, a quelle poche donne che ce l’hanno fatta, a quelle pochissime donne che hanno affidato la propria vita ad un’Istituzione, credendoci.

«Nonostante i numeri, purtroppo, in Italia, solo pochissime strutture sono in grado di raccogliere le istanze delle donne che chiedono aiuto.

«È necessario insistere con diverse campagne di sensibilizzazione rivolte soprattutto ai giovani e agli studenti delle scuole al fine di trasmettere il messaggio che perdonare una violenza non è amore. Siamo tutti chiamati a contrastare con azioni concrete questo fenomeno in crescita costante, c’è bisogno soprattutto di prevenirlo perché troppo spesso da una “piccola” violenza psicologica si passa inevitabilmente alla violenza fisica.

«Il cambio di passo che abbiamo auspicato nel recente passato, ad esempio con l’entrata in vigore del cosiddetto Codice rosso piuttosto che gli altri progetti delle forze dell’ordine a contrasto della violenza sulle donne, ancora ad oggi, deve fare i conti con un problema culturale che è spesso causa e origine delle violenze. Ma non solo. Ciò che spesso rende la donna “subalterna” all’uomo è sicuramente la mancanza di indipendenza economica che crea una condizione d’inferiorità nel rapporto di coppia e aumenta il rischio di violenza nei soggetti predisposti. A mio avviso è’ proprio il lavoro ad essere lo strumento cardine per far uscire le donne dal contesto familiare violento. Infatti, spesso le donne non denunciano per la mancanza di un lavoro e per paura di non poter sostentare i propri figli. Sarebbe opportuno avviare iniziative che sostengano realmente anche l’occupazione femminile, quella delle donne che vogliono uscire dalla violenza domestica.

«Le donne vittime di violenza devono avere l’opportunità di usufruire di un percorso di enpowerment e di indipendenza economica, attraverso percorsi di formazione professionale dedicati, incentivi e percorsi di sensibilizzazione rivolti alle imprese che, incentivate, potrebbero inserire le donne vittime di violenza nelle proprie aziende. È certamente sul genere femminile che occorre puntare nel futuro e per il futuro». (rrc)