LA BELLA CALABRIA DEL VINO E DELL’OLIO
DAL VINITALY UNA NARRAZIONE ORIGINALE

di SANTO STRATI – È un segnale decisamente importante quello che viene dal Vinitaly appena conclusosi a Verona. Il segno di una forte maturità a proposito dell’identità regionale e del cambiamento di strategia nella narrazione di una terra fino a oggi troppo malraccontata.

Dall’esperienza dell’expo veronese, che ha finalmente registrato una partecipata unità di aziende di tutta la regione, emerge la volontà di cambiare registro nel processo di recupero reputazionale ormai non più rinviabile. La Calabria non è più solo oggetto di titoloni e servizi di media per delitti di mafia, per ‘ndrangheta e malaffare, ma comincia a essere protagonista di un inesauribile interesse sul suo patrimonio di eccellenze: nel capitale umano, in quello archeologico, paesaggistico, artistico e culturale, in quello ambientale.

Abbiamo sempre sostenuto su queste colonne la necessità di una narrazione diversa delle tante ricchezze inesplorate e mal utilizzate, indicando anche l’agro-alimentare come uno dei settori chiave per la crescita e lo sviluppo del territorio. L’eno-gastronomia, i prodotti tipici, il vino, l’olio, i prodotti biologici di una terra costantemente baciata dal sole, è l’elemento che può davvero fare la differenza.

Se si escludono le ferriere di Mongiana (ai tempi dei Borboni) e qualche timida iniziativa sul territorio mai decollata in termini di ricchezza, la Calabria non è una terra a vocazione industriale manufatturiera nel senso tradizionale del termine: è semmai una terra che deve coltivare e promuovere l’industria della cultura, del turismo e del cibo, quella che può (e deve) portare sviluppo e occupazione. Il cibo, il buon cibo – garantito dalla super qualità dei prodotti della nostra terra – è un attrattore turistico formidabile al pari delle bellezze naturalistiche e dei patrimoni della testimonianza magnogreca e delle varie dominazioni sparsi dovunque. Bisogna, perciò, investire sulla terra (la Calabria, peraltro, primeggia in Italia per l’agricoltura biologica) e utilizzare le risorse naturali del territorio trasformandole in “prodotto industriale”.

Ovvero, passando da una specie di artigianato bello ma modesto, a un ciclo “industriale” che valorizzi la produzione, la faccia conoscere, ne curi l’export fuori dai confini nazionali, senza trascurare gli interessi da coltivare all’interno del Paese. Troppe tipicità sono presenti nei supermercai del Nord soltanto per la lodevole intraprendenza dei singoli produttori, ma si vedono negata una adeguata accoglienza a livello nazionale dalla Grande distribuzione organizzata. E questo perché è mancata, fino a oggi, una seria pianificazione e programmazione di interventi di marteking territoriale che non può limitarsi alla straordinaria bellezza dei borghi, ma deve valorizzare il “prodotto Calabria”: vino, olio, frutta e – ancor più – il Bergamotto di Reggio Calabria che non è una tipicità bensì una unicità mondiale.

Queste premesse inducono all’ottimismo, dopo quel che si è visto e registrato a Verona al Vinitaly, dove un gigantesco padiglione di 1400 metri quadrati ha ospitato 83 aziende vinicole e 40 olearie. Il meglio della produzione regionale (ma ci sono ancora piccole aziende da far crescere e valorizzare) che ha offerto un’immagine non solo positiva della Calabria in termini di qualità della produzione del comparto agricolo e alimentare, ma anche della capacità di fare la tanto agognata rete in grado di modificare e compattare l’offerta.

La modernizzazione dei processi produttivi ha permesso, peraltro, in questi ultimi anni di affinare coltivazioni e portare a livelli di eccellenza la qualità: i vini calabresi hanno un mercato straordinario (oggi si producono 16 milioni di bottiglie l’anno) e raccolgono un consenso sempre più ampio. È il risultato di impegno, investimenti e forte determinazione dei produttori calabresi di vino e olio che guardano con giustificato ottimismo ai mercati ancora da scoprire (basti pensare ai modesti numeri di export verso i Paesi europei) e da sottrarre ai cugini d’oltralpe e agli avvantaggiatissimi siciliani e pugliesi che fanno numeri stellari nel comparto olio e vino.

La tendenza sempre più in crescita premia la qualità: è un obiettivo in gran parte raggiunto con soddisfacenti risultati e convinti apprezzamenti del mercato. Si tratta, dunque, di “industrializzare” il settore alla stregua di qualsiasi altro prodotto “di consumo”. Bene il marketing territoriale per far conoscere cibo e tipicità, ma servono allo stesso tempo interventi nel controllo di qualità, nella logistica, nella distribuzione e nella promozione dei prodotti che dev’essere coordinata e continua.

La filiera ortofrutticola è uno dei segmenti più interessanti della produzione agricola, anche in termini qualitativi, e deve puntare a una presenza diffusa su tutto il territorio nazionale e, possibilmente, anche all’export. Ma il comparto olio e vino è quello che più si associa allo sviluppo del territorio, anche in termini di attrazione turistica.

Solo per fare un esempio, in California Napa Valley, l’area ormai vocata a un’eccellente produzione vinicola, c’è un fortissimo turismo dedicato: cantine aperte a visitatori buongustai (e golosi) intenditori o desiderosi di farsi una “cultura del vino”. Un successo continuo. E dire che è un’area estremamente ristretta, a pochi km da San Francisco, oltre lo spettacolare ponte del Golden Gate.

Quante strade del vino si possono creare in Calabria? Tante. Già singoli produttori hanno avuto l’arguzia e l’intelligenza di affiancare alle cantine resort e aree attrezzate, ma è proprio in questo ambito che è necessario fare rete. Creare, ossia, un’offerta variegata e intrigante che faccia scoprire unitamente al buon calice (spesso eccellente, bisogna dirlo) le tipicità del territorio e la bellezza del paesaggio, la mitezza del clima, la straordinaria cordialità della gente del luogo che tratta il forestiero come un vecchio amico. Abbinare, cioè, vino e cucina in un’offerta globale di gusto, esperienziale, che non solo dia goduria e ristoro al palato, ma faccia scoprire un territorio di cui è difficile poi non innamorarsi.

Tutto ciò presuppone, dunque, una coordinata serie di iniziative che vanno dalla promozione alla valorizzazione, dall’aiuto agli agricoltori all’assistenza specialistica perché tradizione e innovazione possano andare a braccetto. Creando un’offerta turistica che si basi anche sulla ricchezza del territorio, non solo in chiave paesaggistica o di patrimonio culturale (che sono comunque due fattori determinanti per il successo dell’attrazione turistica) bensì sulla qualità dell’offerta eno-gastronomica.

La materia prima c’è (ottimi vini, superlativi olii extravergini d’oliva), le aziende pure, e l’accoglienza può partire producendo finalmente ricchezza per una terra meravigliosa, ma troppo spesso colpevolmente trascurata. Certo, bisogna far crescere in misura notevole la ricettività (sennò dove ospitiamo chi vuole scoprire la Calabria?) e combattere quei pochissimi “furbetti” che deludono il turista con servizi scarsi e inadeguati, ma, altresì, puntare sulla mobilità necessaria a offrire i transfer (possibilmente gratuiti) a chi sceglie la Calabria come meta turistica (e di scoperte culinarie).

È largamente soddisfatto il Presidente Occhiuto della partecipazione regionale al Vinitaly: «Un’operazione importante e intelligente – ha detto – che dimostra lo sforzo che stiamo compiendo per rendere visibile sia i grandi marchi sul panorama nazionale e internazionale che le piccole ma preziose cantine che producono in quantità più limitata prodotti di grande qualità. È stata una bella occasione per dimostrare al Paese quanta eccellenza ci sia in Calabria».

L’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo non nasconde la soddisfazione per il successo della partecipazione calabrese.

«Il nostro stand – ha detto Gallo traendo un bilancio della manifestazione – è stato completamente rinnovato ed è piaciuto praticamente a tutti, è uno stand elegante che ha riscosso l’attenzione di tantissimi visitatori, che addirittura lo fotografavano. Questa presenza massiccia delle nostre aziende tutte in unico stand per la prima volta nella storia della viticultura calabrese, è un altro importante risultato che ha creato tanto entusiasmo. Mi sembra che i produttori di vino siano molto entusiasti di questo  risultato e che addirittura stiano progettando altre importanti iniziative sul territorio o in giro per il Paese. C’è una maggiore riconoscibilità dei nostri vini. Ci sono stati tanti ospiti italiani e stranieri che sono venuti alla scoperta dei nostri vini: credo che la misura ce la possano dare i nostri amici produttori che vedo abbastanza sorridenti e molto soddisfatti. Un buon risultato per la Calabria, un investimento importante, un impegno importante voluto dal Presidente Occhiuto e da me come assessore regionale all’Agricoltura, ma credo ne sia valsa la pena. Credo che questa Calabria stia declinando in maniera diversa e si stia presentando al Paese con l’abito migliore avendo tanti prodotti di qualità che devono essere conosciuti».

Non è stato un festival delle buone intenzioni, semmai una conferma di un modo nuovo di agire e muoversi per dare smalto a una terra che ha solo bisogno di essere valorizzata in modo adeguato e ragionevolmente efficace.Servono risorse e, per fortuna, non mancano, ma bisogna saper spendere e investire per avere il giusto ritorno. Basta con “muccinate” varie o campagne promozionali di cui non rimane traccia o distribuzione di gadget alle fiere che non servono a nulla: Il contatto con il “forestiero” che dovrà diventare ospite della Calabria va fatto con adeguate strategie di comunicazione.

Il prossimo appuntamento (questa volta culturale in senso pieno) è al Salone del Libro di Torino: la Calabria deve dimostrare che esporta cultura e ne ha tantissima da offrire. La Regione di Roberto Occhiuto può e deve, dunque, partire dall’esperienza del Vinitaly 2024 (bello il claim “dove tutto è cominciato”) per costruire non soltanto un’immagine solida del “prodotto Calabria” (facendo appunto rete) ma anche per dare un forte input alla crescita di reputazione. Bisogna far scoprire e far conoscere la Calabria per farla apprezzare e si può partire anche da un buon calice di vino. (s)

LA GUERRA DEL BERGAMOTTO DI REGGIO C.
SU DOP (DA ISTRUIRE) E IGP (APPROVATA)

di SANTO STRATI – Quando scopriranno i reggini (ma vale per tutti i calabresi) che il tempo dei guelfi e ghibellini è finito? Ogni giorno, qualsiasi pretesto è buona per fare lotte intestine, tra i capoluoghi, i borghi, le piccole realtà rurali o cittadine. Al centro di tutto la gelosia e l’invidia e l’impossibilità di essere felici del successo del vicino, che in realtà dovrebbe invece significare motivo di orgoglio per l’intera comunità. Tant’è, c’è sempre qualcosa su cui litigare, dimenticando che solo facendo rete questa terra potrà trovare crescita e sviluppo: bisogna smetterla con le “Calabrie” (di antica memoria) e pensare in modo unico in nome e per conto della Calabria e dei calabresi.

L’ultima guerra, in ordine di tempo, riguarda il Bergamotto di Reggio Calabria. un’unicità mondiale, non una tipicità – attenzione! – che cresce solo lungo la fascia jonica reggina. La “guerra” riguarda il marchio di qualità che dovrebbe contraddistinguere il re degli agrumi: Dop  (denominazione di origine protetta) o Igp (Indicazione geografica protetta)?

C’è un confronto, per ora solo di dichiarazioni, tra il Consorzio del Bergamotto, guidato dall’avv. Ezio Pizzi, che difende l’esigenza che il marchio Dop  (allo stato attuale fino a oggi attribuito esclusivamente all’olio essenziale) sia esteso anche al frutto, e il Comitato spontaneo dei coltivatori dell’agrume, molti dei quali rappresentano storiche e consolidate aziende che coltivano, raccolgono e commercializzano non solo l’essenza ma anche i frutti.

Questi ultimi avevano fatto richiesta al Ministero delle Politiche Agricole di ottenere l’indicazione geografica protetta (Igp) per il Bergamotto di Reggio Calabria, preoccupandosi di salvaguardare la zona vocata con uno specifico disciplinare che – di fatto – impedisce di utilizzare “finti” bergamotti cresciuti in maniera avventizia in Sicilia e in altre parti della Calabria. Questi bergamotti, secondo il parere scientifico, non contengono le qualità specifiche del “vero” Bergamotto di Reggio Calabria. In altri termini, peggio della Settimana Enigmistica, il Bergamotto reggino conta “innumerevoli tentativi di imitazioni” ma il microclima e le particolari condizioni del territorio gli hanno conferito caratteristiche salutari uniche, certificate da una corposa letteratura scientifica. Anticolesterolo naturale e antiglicemico, per citare solo qualcuna delle proprietà nutraceutiche di questo straordinario agrume che tutto il mondo ci invidia e di cui l’industria profumiera non può fare a meno.

Il 90% dei profumi che si producono al mondo ha bisogno dell’olio essenziale del Bergamotto di Reggio Calabria: i francesi che sono i maggiori produttori di profumo hanno provato, molti anni fa, a produrre sinteticamente l’essenza, ma è stato un fiasco totale. Così come hanno provato i cinesi, ma anche coltivatori di Calabria e Sicilia di far crescere l’agrume nei propri territori. L’albero, in qualche caso, ha attecchito, ma i frutti sono risultati di scarsissima qualità, come se mancasse qualcosa, l’elemento principe (l’aria di Reggio?) e la scienza ha accertato che non sono confermate le qualità protettive dell’agrume “originale”, ovvero di quello che cresce nella fascia vocata (da Villa San Giovanni a Monasterace).

La disfida sembra una beffa: da un lato c’è il conferimento da parte del Ministero dell’Igp (mentre la pratica della Dop  va ancora istruita) e viene a mancare la conferma e l’accettazione da parte della Regione del marchio, con un inaspettato ribaltamento delle posizioni.

L’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo alla notizia del conferimento dell’Igp aveva espresso soddisfazione, ma il Presidente Occhiuto ha preso in mano la vicenda e ha bocciato la pratica, a sostegno del Consorzio che vuole la dop, ignorando la volontà e le aspettative di centinaia di coltivatori favorevoli all’Igp. Coltivatori che oggi si recheranno davanti al Consiglio regionale per esporre il proprio disappunto.

In realtà, c’è un retroscena che non si può sottacere. Quando è stata approvata in via preliminare l’Igp dal Ministero, Occhiuto ha convocato le parti (chi voleva la Dop e chi accettava la Igp) tentando di trovare un punto di incontro: missione impossibile e posizioni di discutibile intransigenza da entrambe le parti, da cui è derivato il blocco della Regione sulla delibera di approvazione dell’Igp. La lettera preliminare del Ministero indica la necessità di sottoporre a pubblico accertamento la richiesta di Igp: poiché era prevedibile l’opposizione del Consorzio si rischiava di finire davanti al Tar, con il conseguente blocco da parte di Bruxelles fino all’esito finale della probabile vertenza giudiziaria.

«Il mio Presidente – ha detto a Calabria.Live l’assessore Gallo – mi ha detto che di fronte al rischio di perdere un importante riconoscimento era opportuno prendere una decisione apparentemente impopolare. Occhiuto porterà avanti ed è convinto di ottenere in sei mesi la Dop dal Ministero. Qual è il riconoscimento di tutela migliore? Quando abbiamo ottenuto la Dop per il Cedro di Santa Maria del Cedro – dice Gallo –  ho pensato che anche per il Bergamotto di Reggio Calabria fosse necessario pensare ad avere la denominazione di origine protetta.

«Dopo vent’anni persi in discussioni, ci siamo trovati con l’approvazione dell’Igp quando, l’Università Mediterranea e i principali rappresentanti degli agricoltori hanno avanzato la richiesta di estendere la Dop dell’essenza al frutto. Abbiamo studiato la cosa a Bruxelles ed è fattibile.

«Il rischio, approvando la Igp, era che, a fronte del dovuto dibattito pubblico, la lotta con i fautori della Dop si inasprisse e finisse in tribunale: questo significherebbe, ove accadesse, che Bruxelles bloccherebbe qualsiasi pratica in attesa dell’esito giudiziario (e sappiamo i tempi della giustizia civile…). Allora la scelta che può sembrare insensata, in realtà, tradisce un autentica attenzione al territorio reggino, sia da parte mia che del Presidente Occhiuto. Viste le produzioni di bergamotto siciliane e pugliesi che potrebbero insidiare la qualità nell’autentico Bergamotto di Reggio Calabria era necessario stoppare la pratica Igp e mandare avanti (con le rassicurazioni sui tempi che Occhiuto ha certamente preteso da Roma) la denominazione protetta. Basterà – secondo Bruxelles – una semplice modifica del disciplinare dell’essenza per estendere la tutela Dop  anche al frutto. Quindi, bisogna avere fiducia nelle scelte della Regione e smetterla di litigare, per il bene  di questa terra».

È davvero così importante la differenza tra Dop  e Igp? Secondo il Consorzio guidato dall’avv. Pizzi il marchio Igp è dequalificante e cita, a conforto della sua tesi, i grandi marchi che sono contraddistinti dalla dop: Parmigiano reggiano, la mozzarella di bufala campana o il Prosciutto di Parma. Hanno scelto la Dop  – afferma l’avv. Pizzi – il Cedro di S. Maria del Cedro o la liquirizia di Rossano per qualificare e valorizzare il prodotto, dunque perché non pretenderlo per il Bergamotto di Reggio Calabria?

La prima assemblea dei Comitato spontaneo di 307 produttori che si è tenuta domenica a Roghudi – a favore dell’Igp – ha confutato la tesi che la Dop sia meglio dell’Igp, sostenendo che sarebbe una sciocchezza, adesso che l’istruttoria è chiusa a favore del marchio Igp rinunciarvi in attesa della nuova istruttoria relativa alla denominazione protetta.

Chi ha ragione, il Consorzio o il Comitato?

Col sostegno della Camera di Commercio di Reggio e dell’Università Mediterranea, oltre che dei rappresentanti di Confagricoltura, Coldiretti  e altre categorie, il Consorzio lo scorso autunno aveva presentato a Reggio l’iniziativa per estendere al frutto la Dop già esistente sull’essenza. Una posizione chiara, dichiaratamente contro il Comitato spontaneo di 307 coltivatori, che faceva forza sulla necessità di tutelare la lavorazione da riservare esclusivamente nell’area vocata. Piccolo particolare: nel disciplinare dell’Igp approvato dal Ministero dell’Agricoltura è specificamente indicato che coltivazione, raccolta e successive lavorazioni devono essere condotte esclusivamente nel territorio, con esclusione di qualsiasi eventuale accorgimento spesso utilizzato ai danni dei consumatori. Si comprano le clementine in Sicilia o si importano dalla Tunisia e si lavorano, per esempio, nel territorio di Corigliano (Igp): il consumatore non conosce l’origine e immagina siano frutti maturati nell’area  geografica protetta. Un po’ come avviene per il capretto sardo Igp che in realtà viene, molto più spesso di quanto si possa immaginare, allevato e macellato altrove e poi commercializzato come se provenisse dalla Sardegna

Nel caso dell’Igp del Bergamotto di Reggio Calabria, approvata dal Ministero, questa pratica (ingannevole e da condannare) non è fattibile: «Possono ottenere la denominazione “Bergamotto di Reggio Calabria IGP” – si legge al punto 8.1 del disciplinare – solo i bergamotto prodotti, condizionati e confezionati nell’area di riferimento… poiché i frutti destinati al consumo fresco e alla trasformazione devono essere lavorati in prossimità della raccolta e dei luoghi di raccolta». Quello di cui il Consorzio aveva fatto il suo punto di forza.

Stesse indicazioni che emergono nel disciplinare della Dop. Quindi, se veramente, in sei mesi Occhiuto riesce a farsi dare la Dop, bisogna convenire che la scelta di stoppare la “contestata” Igp non è poi così peregrina. L’intento dovrebbe essere quello di salvaguardare non gli interessi di singoli, bensì della Città Metropolitana di Reggio (che con l’esportazione dell’essenza incide in misura notevolissima sul pil regionale) e dell’intera regione. L’obiettivo è quello di valorizzare con un marchio di qualità il Bergamotto di Reggio Calabria. Dop o Igp, scelga la Regione e se ne assuma la responsabilità: qualunque azione di distrazione (tipo causa civile da parte del Comitato contro il Consorzio farebbe seri danni a tutta la Calabria. Non credo ce lo possiamo permettere. (s)

Tutela minoranze linguistiche storiche, in Calabria una somma sei volte più alta rispetto al 2021

Accoglimento della programmazione presentata dalla Regione ed assegnazione, per l’annualità 2023, di una somma pari a più di sei volte quella concessa nel 2021 e più che raddoppiata rispetto a quella del 2022.

La Calabria conquista terreno nel riparto delle risorse che la Presidenza del Consiglio stanzia annualmente per l’attuazione dei principi e degli obiettivi della legge sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche. In particolare, per il 2023, con decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri fresco di firma, alla Regione andranno 665.910,74 euro, su un totale di poco meno di 4.200.000 euro (più della metà dei quali destinati a Friuli Venezia Giulia e Sardegna).

«Si tratta – osserva l’assessore regionale alle minoranze linguistiche, Gianluca Gallo – di un risultato importante, che premia la paziente attività di concertazione e tessitura istituzionale portata avanti dal Dipartimento, in particolare dal settore guidato dal dirigente Pino Palmisani, nel confronto con le comunità interessate e gli enti culturali di riferimento. La Calabria, pur potendo contare da secoli sulla presenza di importanti, storicamente rilevanti ed ancor oggi vive comunità linguistiche, quali quelle arbëreshë, occitana e grecanica, è stata per lungo tempo a torto considerata, anche finanziariamente, una cenerentola. Si pensi che ancora nel 2021 alla nostra terra andavano, in totale, circa 80.000 euro. Col Presidente Occhiuto abbiamo cambiato registro ed ottenuto maggiori attenzioni, passando dai 257.000 euro del 2022 allo stanziamento odierno».

Nello specifico, attraverso i finanziamenti in questione, sarà ora possibile garantire maggior sostegno a progetti che contribuiscano alla salvaguardia, alla promozione e alla diffusione delle lingue ammesse a tutela, mediante l’attivazione di sportelli linguistici, la realizzazione di attività di formazione linguistica, azioni di carattere culturale, la cura della toponomastica. (rcz)

Differiti al 31 dicembre i termini per il pascolo, la Regione accoglie la richiesta delle associazioni di categoria

Salvaguardare gli allevamenti di bestiame e la pratica della transumanza. Questo l’obiettivo perseguito dalla giunta regionale presieduta da Roberto Occhiuto, che su iniziativa e proposta dell’assessore all’Agricoltura, Gianluca Gallo, ha deciso di differire al 31 dicembre prossimo i termini del pascolo nei terreni pascolivi montani, in accoglimento di una precisa istanza in tal senso avanzata, nelle settimane passate, dalle associazioni di categoria ed in particolare da Ara Calabria.

Alla base della scelta, le ripercussioni negative dell’andamento climatico negli ultimi anni, aggravato dalle torride temperature estive e dalle scarse piogge, causa di profonde modifiche alla situazione dei terreni adibiti a pascolo per il bestiame, in particolare di razza podolica, da sempre soggetto a transumanza.

«Intervenire nella direzione indicata – commenta l’assessore Gallo – consentirà agli allevatori di evitare un rientro anticipato ai pascoli di pianura, oggettivamente non in condizione di ospitare gli animali e perciò potenziale motivo di nocumento del loro benessere e di pesanti ricadute in termini economici e qualità delle produzioni. Il tutto a tutela di una pratica antica e di un settore già duramente provato dalla pandemia prima e – successivamente – dall’aumento dei prezzi di energia e materie prime».

Olio, presentata la Carta degli extravergini. Gallo e Princi soddisfatti

«La Calabria è una regione che sta riscoprendo la sua vocazione rurale. È la regione più biodiversa. All’interno della grande biodiversità di cui la Calabria è ricca l’olivicolo rappresenta il nostro vessillo, il nostro orgoglio. È il settore più importante. Pertanto, è fondamentale aumentare il tasso qualitativo e andare alla ricerca di mercati che potranno pagare la nostra qualità».

Lo ha detto l’assessore regionale all’agricoltura, Gianluca Gallo, nel corso della presentazione della Carta degli extravergini d’oliva della Calabria, a cura del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria).

All’iniziativa sono intervenuti, tra gli altri, anche la vicepresidente della Giunta regionale della Calabria, Giusi Princi, il direttore generale Crea, Stefano Vaccari (da remoto), i direttori Crea-Pb (cui spetta il coordinamento del progetto con Milena Verrascina, primo tecnologo), Alessandra Pesce del Crea-Ofa, Enzo Perri, il direttore generale del dipartimento regionale agricoltura e risorse agroalimentari, Giacomo Giovinazzo.

«Attualmente – ha informato Gallo – la Calabria ha 160mila ettari coltivati ad olivo, la seconda regione in Italia dopo la Puglia. Dal Pnrr abbiamo ottenuto 16 milioni di euro che destineremo al rinnovamento e alla ristrutturazione dei frantoi. Pertanto, investire in questo settore per farlo conoscere è fondamentale e la Carta degli oli extravergini, Dop e Igp, rappresenta uno strumento importante, uno strumento di conoscenza, per diffondere la consapevolezza sulla qualità e la varietà dei nostri oli e sulle peculiarità dei territori. Inoltre, insieme alla vicevicepresidente Princi, con il coinvolgimento delle scuole, attraverso una serie di interventi, come la diffusione delle mense biologiche a km 0, stiamo cercando di costruire sul territorio un sistema immateriale di consapevolezza, perché – ha concluso – intendiamo impadronirci di questa grande ricchezza e costruire qui, in Calabria, nella nostra terra, il futuro per le nuove generazioni».

All’iniziativa hanno partecipato anche gli studenti dell’istituto tecnico agrario statale “Vittorio Emanuele II” di Catanzaro e dell’istituto d’istruzione superiore “E. Majorana” di Corigliano-Rossano.

La carta degli oli Dop e Igp calabresi rappresenta uno strumento divulgativo e di conoscenza per agli operatori della ristorazione e per agli studenti delle scuole alberghiere.

«Siamo fieri dell’opportunità che ci viene data oggi con la realizzazione della Carta degli extravergini d’oliva della Calabria – ha rimarcato Princi – Si tratta di uno strumento importantissimo che nasce anche per fornire agli studenti delle scuole alberghiere un valido strumento comunicativo per suscitare curiosità nei confronti della biodiversità e dei territori, capace di divulgare la conoscenza sulle caratteristiche organolettiche dell’olio extra vergine di oliva, sull’importanza della dieta mediterranea, sulla sua qualità e sulle tradizioni e la storia dei nostri territori. Vogliamo creare un marchio identitario da promuovere in tutto il mondo coinvolgendo il settore e le scuole».

Secondo il direttore generale del Crea Vaccari «la Carta vuole essere un contributo ulteriore verso un cammino che vuol portare la Calabria ad diventare un modello produttivo di cui si ha bisogno in questo momento nel mondo. Sull’olio, infatti, stiamo facendo uno sforzo formidabile come Regione Calabria e come Crea. In Italia e anche in alcuni Pesi europei si sta producendo di meno che in passato. Quindi c’è bisogno di un modello che sappia mettere insieme la sostenibilità con l’aumento della produzione. Credo che la Calabria sia il terreno più propizio per realizzarlo».

Nella Carta degli extravergini d’oliva della Calabria sono presenti le varietà utilizzate per produrre oli monovarietali o blend a Denominazione d’origine protetta (Dop) e Indicazione geografica protetta (Igp), distinti per caratteristiche organolettiche e sensoriali tipiche delle diverse cultivar. Sono fornite anche informazioni relative al numero di cultivar regionali e alla produzione, oltre ad un’infografica per raccontare al consumatore sulla provenienza geografica degli oli Dop e Igp regionali. La sua consultazione è stata pensata in un’ottica di accessibilità da parte di ipovedenti e non vedenti, attraverso un Qr-Code che permetterà di far ascoltare quanto scritto e anche attraverso l’utilizzo del linguaggio braille.

La Carta è consultabile al link in allegato: https://oleario.crea.gov.it/wp-content/uploads/2023/09/Layout-carta-degli-oli-Calabria_web.pdf. (rrc)

La Regione ha chiesto stato di calamità naturale per la plasmopara agricola

La Regione Calabria ha chiesto lo stato di calamità naturale per la diffusione sull’intero territorio calabrese, tra la primavera e l’estate, della Plasmopara viticola (detta anche Peronospora della vite) e della Peronospora destructor (nota come Peronospora della cipolla).

La richiesta è stata fatta su proposta dell’assessore regionale all’Agricoltura, Gianluca Gallo, a seguito del gran caldo, le forti piogge, poi di nuovo le temperature roventi. In mezzo, agevolata da condizioni climatiche estreme e mutevoli, la diffusione di agenti patogeni di origine fungina, causa della perdita di almeno il 30% della produzione lorda vendibile di uva e cipolla rossa.

«Il ripetersi, negli ultimi mesi, di fenomeni meteo caratterizzati da periodi di siccità e copiose precipitazioni – ha osservato l’assessore Gallo – da un lato ha reso vani i trattamenti fitosanitari a difesa di vigneti e coltivazioni di cipolla rossa, mentre dall’altro ha favorito l’espansione di agenti patogeni aggressivi, determinando una notevole riduzione del raccolto, con gravi ripercussioni per agricoltori e aziende».
Una situazione già lo scorso giugno portata a conoscenza del Ministero dell’Agricoltura, al quale ora – a seguito di più puntuali verifiche – è stata indirizzata la richiesta formale di declaratoria dello stato di calamità, al fine di ottenere risorse finanziarie da destinare alle imprese ed ai coltivatori colpiti da un fenomeno che non ha risparmiato altre zone d’Italia, al punto da indurre il Governo all’emanazione di uno specifico decreto con misure d’intervento e sollievo.

«Da parte nostra – ha sottolineato Gallo – un atto dovuto a sostegno di due settori fondamentali dell’agroalimentare calabrese: adotteremo ogni iniziativa utile a consentire il superamento dell’emergenza, al fianco di agricoltori e produttori». (rcz)

Imballaggi ecologici, dal Psr un milione e mezzo di euro per le aziende che saranno “green”

La rivoluzione degli imballaggi: ecologici e narrativamente legati al territorio di riferimento, per promuovere anche così il volto e l’identità della Calabria migliore.

È l’obiettivo che la Regione intende perseguire in campo agroalimentare mediante la Misura 4 del Psr e, nello specifico, tramite l’intervento 4.1.1, con la concessione di sostegni volti a sostenere investimenti in tecnologie dell’informazione e comunicazione e commercio elettronico, in packaging e tracciabilità dei prodotti agricoli. Il relativo avviso pubblico, già disponibile sul portale www.calabriapsr.it, ha una dotazione finanziaria di 1.500.000 euro, salvo ulteriori risorse rinvenienti.

«La scelta di investire in questa direzione – sottolinea l’assessore regionale all’agricoltura, Gianluca Gallo – deriva dalla volontà di alimentare la ripresa del comparto sia attraverso l’e-commerce, che ha guadagnato nuovi spazi durante la stagione pandemica, sia mediante una diversa concezione del pack, che se da un lato è mezzo fondamentale di garanzia della sicurezza del consumatore in termini di tracciabilità del prodotto, dall’altro è anche strumento fondamentale per testimoniare il loro legame con il territorio e la storia dello stesso. Un aspetto, quest’ultimo – rimarca Gallo – al quale dovranno essere espressamente informati i progetti candidati a finanziamento, con il dichiarato obiettivo di privilegiare l’immagine e l’appartenenza al territorio calabrese e alle filiere tipiche e favorire così la conoscenza dei tesori agroalimentari, della storia e delle tradizioni di una Calabria che tanto di bello e di buono ha da raccontare al mondo».

Nel dettaglio: l’intervento è destinato agli imprenditori agricoli, singoli o in forma societaria, con precedenza – in caso di parità di punteggio – ai giovani. L’investimento dovrà essere realizzato entro 12 mesi a partire dalla data di accettazione del provvedimento di concessione del sostegno, al netto di proroghe motivate. I termini per la presentazione delle domande attraverso il portale Sian sono fissati al 31 luglio prossimo. (rcz)

Pesca sostenibile, le perplessità della Regione sul Piano Ue

«Le previsioni del piano d’azione elaborato dalla Commissione europea per la tutela degli ecosistemi marini e lo sviluppo di una pesca sostenibili non sono del tutto condivisibili e rappresentano, per molti aspetti, un ostacolo insormontabile per le marinerie locali. Per questo auspichiamo che anche attraverso l’impegno del Governo e degli europarlamentari italiani, si arrivi ad un ripensamento che consenta un contemperamento di esigenze diverse».

È quanto afferma l’assessore regionale alla Pesca, Gianluca Gallo, commentando i contenuti dell’iniziativa europea.

«Se appare essenziale garantire una più efficace difesa dell’ecosistema marino – aggiunge Gallo – è altrettanto fondamentale consentire l’attività, in un quadro di regole certe e non cavillose artificiose, delle marinerie, già provate duramente dalla pandemia prima, dal caro carburanti dopo e, più in generale, da un’evoluzione dei mercati e delle norme spesso penalizzante. Avvertiamo il dovere di sostenere chi ha scelto la via del mare, sollecitando perciò l’adozione di misure idonee ad agevolare la ricerca di un giusto equilibrio, non viziato da approcci ideologici, capace di garantire dignità e sostentamento alle marinerie».

A Vinitaly premiato Paolo Ippolito per la sua storica Cantina

«Due braccia strappate all’agricoltura e poi restituite». Scherza così Paolo Ippolito, vicepresidente dell’Azienda di famiglia allocata nel centro storico di Cirò, poco prima che la cerimonia di consegna del Premio “Angelo Betti – Benemeriti della viticoltura” al Vinitaly di Verona abbia inizio.

È visibilmente emozionato. L’Assessore regionale calabrese all’Agricoltura Gianluca Gallo ha segnalato lui per il prestigioso riconoscimento che si replica dal 1973, anno in cui fu ideato dal fondatore della più importante fiera del vino al mondo, e che, in ogni edizione, il Vinitaly assegna a venti imprenditori vitivinicoli, uno per Regione. La sua emozione è doppia, perché lo stesso premio fu vinto 33 anni fa dal papà Salvatore. «Ritrovarmi qui, oggi, pensando di aver ripercorso i suoi passi mi commuove e mi rende molto orgoglioso. Almeno quanto lo sarebbe lui».

Laurea in economia e commercio alla Sapienza, 15 anni vissuti tra l’Italia e l’estero per occuparsi di marketing e comunicazione per conto di grossissimi marchi nazionali e internazionali, dieci anni fa la decisione di rientrare in Calabria, nella sua Cirò, per prendere in mano le redini della cantina nata nel lontano 1845 dal trisavolo Vincenzo, quando il vino era ancora destinato al solo consumo locale.

Un ritorno che «era in fondo scritto», dice ancora, un richiamo delle radici in quella che era ed è la più antica – e più importante – azienda vinicola calabrese, 100 ettari nelle campagne cirotane, affacciati sul blu dello Jonio. Nella quale, con il padre e lo zio, avevano continuato a lavorare i cugini Gianluca e Vincenzo. «Noi tre siamo cresciuti insieme, vivevamo nello stesso palazzo, giocavamo a calcio nel cortile della cantina. Al mio rientro ci siamo ritrovati e abbiamo ricreato il nostro “dream team”». Un team, cioè, super affiatato, capace di dare al proprio marchio la spinta propulsiva necessaria per conquistare anche i mercati internazionali, portando in alto non solo il proprio nome, ma anche quello del doc Cirò. «Per questa edizione del Premio Betti abbiamo scelto Paolo – dice l’assessore Gallo – proprio per questo: volevamo dare un riconoscimento all’area del Cirò e a un giovane imprenditore che, dopo esser stato tanti anni fuori dalla Calabria, ha deciso di tornare e sta non solo gestendo con intelligenza e creatività il passaggio generazionale della sua cantina storica, dando lustro a tutti i calabresi, ma anche lavorando in maniera eccellente alla promozione dell’area di appartenenza con il Consorzio di tutela».

Storia e tradizione da un lato, innovazione e modernità dall’altro. Paolo Ippolito appartiene a quella nuova generazione di produttori con i piedi ben saldi nel passato, che hanno però la mente – e le azioni – proiettate nel futuro. Quegli stessi produttori che oggi compongono il Consorzio Cirò, di cui lui è uno degli undici componenti del direttivo e Presidente della Commissione promozione. «Anche nel Consorzio abbiamo formato un team affiatato – racconta ancora – c’è stato anche lì un ricambio generazionale e c’è molta coesione e armonia: siamo cresciuti insieme, in un paese di 15mila abitanti dove ci conosciamo tutti, quindi stiamo lavorando molto bene».

Ma non solo. Ippolito è stato anche uno dei più giovani “Ambasciatori del vino” nominati da “Città del vino”, che riunisce tutti i Comuni italiani produttori. Lo è dal 2019 e, anche in questo incarico, mette tutta la passione che lo contraddistingue e che gli è valsa i tanti successi conquistati, ultimo dei quali la “Gran medaglia di Cangrande”, che torna a casa Ippolito. Successi che lo rendono, oggi più che mai, ambasciatore non solo del vino, ma anche di quella “Calabria straordinaria” che, ogni giorno di più, si sta mostrando nella sua bellezza al mondo. (rrm)

Dalla regione oltre tre milioni per il settore pesca

Due bandi regionali per la pesca con l’obiettivo di migliorare la qualità dei prodotti ittici, le condizioni di lavoro degli addetti del comparto e la competitività delle aziende del settore. .

Si tratta, nello specifico, dell’avviso pubblico relativo alla misura 1.43 “Porti, luoghi di sbarco, sale per la vendita all’asta e ripari di pesca”, che ha una dotazione finanziaria di 350.000 euro ed è rivolto ad enti pubblici ed autorità portuali: mediante esso saranno finanziati al 100% investimenti volti a migliorare le infrastrutture preesistenti dei porti di pesca, delle sale per la vendita all’asta, dei siti di sbarco e dei ripari di pesca, incluso quanto occorrente per la raccolta di scarti e rifiuti marini, con l’obiettivo di potenziare controllo e tracciabilità dei prodotti sbarcati, accrescere l’efficienza energetica, diminuire l’impatto ambientale.

Con la seconda, distinta misura 5.69 “Trasformazione dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura”, avente una dotazione finanziaria di 3 milioni, si punterà invece a promuovere la competitività delle imprese di pesca artigianale operanti nel campo della trasformazione, attraverso interventi finalizzati al risparmio energetico e alla riduzione dell’impatto sull’ambiente, al miglioramento della sicurezza, dell’igiene e delle condizioni di lavoro. Si prevede, nello specifico, di innovare sia le strutture sia i processi produttivi. Sono inoltre ammessi investimenti, che portano a prodotti, processi e sistemi di gestione e di organizzazione nuovi o migliorati.

“La Regione – sottolinea l’Assessore regionale alla Pesca, Gianluca Gallo – intende sostenere la filiera ittica, segmento fondamentale per l’economia dell’intero territorio. A tal proposito, i due avvisi pubblici sono di fondamentale importanza, in quanto offrono un aiuto concreto alle imprese ittiche calabresi, fonte di lavoro e di reddito per tanti nuclei familiari e spesso custodi di tradizioni centenarie che oggi più che mai, a causa della crisi dovuta alla pandemia ed alle conseguenze della guerra, hanno bisogno di aiuto concreto”.

Dettagli: i progetti ammessi, parzialmente finanziati o non finanziati per assenza di risorse, potranno eventualmente beneficiare delle risorse rinvenienti dalla dotazione del bando, dal piano finanziario e/o da una sua rimodulazione, da economie, rinunce o revoche.

Il termine ultimo per la presentazione delle domande, che dovranno essere inviate all’indirizzo di posta elettronica certificata fitosanitario pesca.agricoltura@pec.regione.calabria.it, è fissato alle ore 14 del 26 Gennaio 2023.