L’OPINIONE / Vincenzo Vitale: Era necessario demolire la ringhiera lato mare del Tempietto a Reggio ?

di VINCENZO VITALE – I parchi urbani non sempre sono una risorsa per le città, specie quando il loro accesso non è agevole e, soprattutto, quando sembrano avulsi dal contesto urbano: da risorsa i parchi diventano un problema di manutenzione e prevenzione di microcriminalità e spaccio. Quanto accaduto al c.d. Parco del Tempietto ne è la plastica dimostrazione. La sua riconversione è pertanto doverosa, ma rimane qualche forte perplessità sui modi in cui questa sta avvenendo.
L’edificio del Tempietto non era certamente il massimo dell’eleganza e della funzionalità architettonica (ma comunque si sarebbe potuto riciclare nel nuovo progetto in una sorta di piccola club house con servizi igienici) e quindi si crede che non molti piangeranno per la sua scomparsa. Ma che necessità c’era di demolire la ringhiera lato mare fatta con lo stesso disegno dell’originale della via marina? Costituente uno dei motivi architettonici caratteristici del fronte mare reggino, si sarebbe potuta benissimo restaurare e mantenere in servizio: non essendoci spiaggia in quel posto, una delimitazione protettiva si dovrà comunque erigere.
Ma è più facile demolire e ricostruire piuttosto che restaurare l’esistente per eventualmente riconvertirlo (la storia del progetto della nuova piazza De Nava ce lo illustra benissimo). Mentre in Francia si avviano progetti di “restauro preventivo” (ovvero di cura delle strutture prima che abbiano bisogno del restauro), in Italia – soprattutto nel Meridione e a Reggio in particolare – si abbandonano le architetture urbane pubbliche al degrado per poi inventarsi progetti di demolizione e ricostruzione (oltre piazza De Nava, l’esempio eclatante in città è rappresentato dall’obbrobrio del Corso Garibaldi, il cui prezioso basolato lavico è stato mandato in discarica).
Quando si riuscirà a vedere qualcosa di diverso da quanto offerto da quella che ormai potremmo definire come “Generazione Castorina”, ignara della storia e delle tradizioni reggine, sorda a richiami di tipo culturale, che fa strame dell’etica politica e dell’estetica urbana? (vv)

L’OPINIONE / Santo Biondo: Nella Legge di Bilancio si cela l’ultimo danno a discapito del Sud

di SANTO BIONDO – Nella parole si nasconde la fregatura. Questo il legislatore lo sa bene e, spesso, soprattutto su materie controverse, con le parole ci gioca pro domo sua, per celare l’ennesimo inganno. È questo il caso dell’ultima Legge di bilancio licenziata dal Consiglio dei ministri lo scorso 21 novembre che, in uno dei suoi articoli, recita: “Determinazione dei Lep ai fini dell’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”.

L’approvazione di questo articolo in legge di Bilancio, non deve passare in silenzio. Esso nasconde l’ansia da prestazione di una forza politica, ritornata al governo del Paese lo scorso settembre, che vuole portare a casa una riforma identitaria.

Ma non solo, la norma cela un inganno per tutte le regioni del Mezzogiorno. Se, infatti, fosse approvata la manovra dal Parlamento senza essere emendata sul punto, la norma in questione prevede che i Lep, (gli ormai famigerati Livelli essenziali delle prestazioni), verranno definiti da una Cabina di regia, istituita sulla base della stessa previsione normativa, in funzione non dei reali fabbisogni dei territori, del Sud in particolare, ma in rapporto alle risorse disponibili da parte dello Stato e “a legislazione vigente”.

Questo tema, infine, fondamentale per le prospettive del Mezzogiorno, unito alla scarsa attenzione che la legge di Bilancio pone su materie quali: lavoro, stato sociale e fisco, basta per chiamare alla mobilitazione le piazze ed i territori.

Il legislatore cosi facendo, quindi, manderà in soffitta la Perequazione, rispetto alla quale la Costituzione prevede l’istituzione di un fondo statale, utile a garantire una omogeneità nella distribuzione della spesa pubblica da parte del tanto delicato e complesso meccanismo del Regionalismo asimmetrico.

L’articolo in questione, poi, si spinge addirittura fino al punto di prevedere che, laddove la Cabina di regia non dovesse definire i Lep, entro un anno dall’entrata in vigore della legge di Bilancio, sarà un Commissario a portare avanti e completare il lavoro propedeutico all’attuazione del Regionalismo differenziato.

Dunque, rimanendo così le cose, l’attuazione di un capitolo della Costituzione, così complesso e delicato come quello dell’Autonomia differenziata, piuttosto che essere definito attraverso il circuito democratico della discussione in Parlamento, aprendo la stessa alle parti sociali e alla cittadinanza attiva, sarà affidata all’operato di un organo monocratico, quale è un Commissario nominato da un governo che, tra le altre cose, sul tema è un esecutivo oggettivamente di parte.

Il futuro del Mezzogiorno, pertanto, sarà  determinato da un “monarca” che deciderà per noi e per le future generazioni.

E tutto questo mentre lo Svimez, non più tardi di 48 ore addietro, ci ha ricordato che il Sud sta vendendo accentuarsi, rispetto al Nord della Nazione, i divari di cittadinanza.

Far passare in sordina questa norma sarebbe l’ennesimo errore, dopo quello commesso sulla legge 42/09, quella che ha introdotto il concetto di federalismo fiscale, sulla quale in passato si è consumata una colpevole distrazione da parte della classe dirigente meridionale. Un errore macroscopico che, oggi, è reso evidente a tutti anche dagli atti sottoscritti, negli anni, dalle commissioni parlamentari competenti in materia..

Distarsi adesso per una seconda volta non è ammissibile. Se sbagliare può essere considerato umano, anche se a certi livelli di responsabilità non è consentito, perseverare può trasformarsi in diabolico per l’Unità Nazionale, per la Coesione sociale del Paese e in particolare per il futuro del Mezzogiorno.

Su questo non ci si può dividere, anzi occorre una forte azione unitaria che si sforzi di aprire il confronto con chi amministra la cosa pubblica, per evitare l’ennesima beffa per le regioni del Sud Italia, ma non si preoccupi di richiamare la piazza laddove fosse necessario. (sb)

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Doveva venire Salvini a impegnarsi per il nostro territorio

di GIACOMO SACCOMANNO – Per la prima volta in Calabria la politica nazionale si interessa direttamente e con forte impegno alle infrastrutture per le quali vi è stata, per oltre 30 anni, una continua presa in giro. Tanti annunci e poca concretezza.

Dal ponte all’alta velocità, dal completamento dell’autostrada alle inaugurazioni simulate, dal rigassificatore alla SS. 106! Tante promesse quasi sempre mai mantenute. Matteo Salvini, con coerenza e integrità morale, ha annunciato determinate cose in campagna elettorale e solo dopo qualche settimana dalla formazione del Governo ha affermato che ci sarà un forte finanziamento per tale ultima opera. Le polemiche tante, la concretezza zero per chi vuole solo fomentare queste: come può un intervento strutturale del genere entrare in una manovra urgente per sostenere il momento difficile in cui vive l’Italia, le famiglie, le imprese e i pensionati?

È di notoria conoscenza che la manovra serve per fronteggiare condizioni di estrema urgenza (come ad esempio, per come accaduto, il contrasto al caro energia per famiglie ed imprese e tante altre misure indirizzate a impedire gravi sofferenze di tali settori), nel mentre le infrastrutture e il sostegno alla crescita, trattandosi di provvedimenti strutturali, dovranno entrare in provvedimenti che non sono, certamente, quelli d’urgenza. Le regole sono regole e non si possono calpestare per accontentare questa o quella informazione, certamente non libera ed oggettiva. Il Ministro delle Infrastrutture, correttamente e nel rispetto della legge, ha annunciato che nella manovra di bilancio, che dovrà chiudersi a brevissimo, vi sarà un intervento importante per il completamento della SS. 106.

Questa la volontà politica, che dovrà, poi, confrontarsi con le risorse esistenti ed evitare, comunque, pericolosi scostamenti di bilancio. Fare polemiche su questa corretta azione è, veramente, intollerabile! Il dato sul quale soffermarci è uno solo: per la prima volta, dopo qualche mese dalla formazione del Governo, si parla concretamente delle infrastrutture calabresi e si indicano le strade da percorrere. Cosa mai successa nei 30 anni precedenti. Anzi, per quanto riguarda la SS 106, vi sono zone ove ancora mancano i progetti! Ci chiediamo: cosa hanno fatto i Governi precedenti in oltre 30 anni!

La risposta è sotto gli occhi di tutti: nulla di serio. Oggi, ripetesi per la prima volta, grazie al Governo attuale, alla Lega ed a Matteo Salvini si parla concretamente della realizzazione di un’opera fondamentale come la SS 106 e le polemiche vengono restituite tutte al mittente. (gs)

L’OPINIONE / Patrizia Oliverio: Perché dobbiamo ricordato Lea Garofalo

di PATRIZIA OLIVERIO – Torturata, uccisa e poi sciolta nell’acido. È questa la fine che merita una donna che si ribella alla ‘ndrangheta. Perché dobbiamo ricordare sempre Lea Garofalo? Perché ha alzato la testa e ha parlato rompendo schemi di omertà e anni di silenzio e sottomissione.

La vita di Lea Garofalo, uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco il 24 novembre del 2009, è stata legata a doppio filo alla criminalità organizzata calabrese. A quella realtà di corruzione, omicidi e regolamenti di conti, con cui ancora bambina impara suo malgrado a familiarizzare. Lea diventa testimone di giustizia nel 2002 per evitare che anche sua figlia segua lo stesso destino di morte.

Nasce nel 1974 a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, viene cresciuta da una nonna che le insegna che “il sangue si lava con il sangue”, perché quello è il diktat che la famiglia Garofalo segue da generazioni. Così, quando il padre di Lea viene ammazzato in una delle faide ‘ndranghetiste in cui sono coinvolti i Garofalo, a pareggiare i conti e vendicare l’omicidio sono il fratello di Lea e lo zio, i quali uccidono i fratelli Mirabelli. Lea intanto cresce, respirando l’odore di sangue e morte a cui molti anni dopo, ormai donna e madre, decide di ribellarsi. Anche a costo di non vedere crescere sua figlia. Anche a costo di farsi ammazzare.
A soli tredici anni, Lea si innamora di un giovane che ha quattro anni più di lei e decide di seguirlo a Milano. Lea cerca un riscatto, una redenzione forse. Ma non la trova. L’uomo al quale si è legata si chiama Carlo Cosco e a Milano gestisce insieme ai fratelli – e per conto della famiglia Garofalo – un traffico di droga. Durante questa relazione Lea rimane incinta di una bambina, Denise. Nel 1996 il fratello e il compagno di Lea vengono arrestati e lei, stanca di questa vita all’ombra della legge, decide di cambiare strada. La scelta fatta non viene accettata dal compagno che comincia ad assalirla con intimidazioni, così Lea decide di tornare nel paese di origine e diventare collaboratrice di giustizia.
È il 2002, e per Lea e Denise ha inizio un periodo molto duro. Inserite in un programma di protezione testimoni, vivono anni di anonimato spostandosi dalle Marche al Friuli, dalla Toscana al Molise. Finché, nel 2005, il fratello di Lea viene ucciso mentre Carlo Cosco torna in libertà e tenta in tutti i modi di scoprire dove vivono l’ex compagna e la figlia. A Lea viene tolta la scorta, poiché ritenuta testimone non attendibile. Impaurita, consapevole di essere bersaglio dei Cosco, la donna si rivolge a don Luigi Ciotti, che la mette in contatto con Enza Rando, avvocata che assisterà Lea fino agli ultimi giorni di vita.
Le due donne riescono a rientrare nel programma di protezione, ma Lea è ormai provata e versa in serie difficoltà economiche. Dopo un po’ di tempo la donna ricontatta Carlo Cosco: vuole infatti che contribuisca al mantenimento della figlia. L’uomo invita allora l’ex compagna ad andare a Milano, così che i due possano parlarne di persona. Sebbene l’avvocata Rando le sconsigli di partire, Lea parte per Milano insieme alla figlia. I primi giorni trascorrono sereni, le tensioni tra Lea e il suo ex sembrano essersi appianate, la donna inizia ad avere meno paura.
Ma il 24 novembre del 2009 Carlo Cosco riesce ad attuare quanto premeditato da anni. Accompagna Denise a far visita ad alcuni parenti che vivono a Milano, dicendo alla ragazza che lui deve parlare da solo con Lea. Poi fa salire la sua ex in un appartamento che Carlo Cosco si è fatto prestare ad hoc per ucciderla. Ad attendere Lea e Carlo in quella casa c’è Vito Cosco, fratello di Carlo. La donna viene brutalmente picchiata, torturata e infine uccisa.
Il suo cadavere è trasportato a bordo di un furgone dove vi è dell’acido, che servirà a cancellare ogni traccia di questa donna colpevole di troppo coraggio. Colpevole, soprattutto, di aver amato sua figlia al punto da volerla sottrarre all’ambiente, marcio e criminale, in cui lei stessa era vissuta e cresciuta. Sarà proprio la figlia Denise a imprimere un’importante svolta alle indagini in seguito alla scomparsa della madre. Quel 24 novembre infatti, quando Carlo Cosco va a prendere Denise, la ragazza gli chiede dove sia finita la madre. Cosco inventa una scusa: la donna gli avrebbe chiesto denaro, e per questa ragione lui avrebbe deciso di lasciarla sola e andarsene. Ma Denise non crede alla versione del padre e va a denunciare la scomparsa di Lea ai carabinieri.
Il corpo di Lea Garofalo non viene ritrovato per alcuni anni. Intanto le indagini proseguono portando, nel 2010, all’arresto di Carlo Cosco e dei suoi fratelli. A luglio 2011 inizia il processo, durante il quale Denise testimonia contro il padre. Il processo porta alla condanna alla pena dell’ergastolo, in primo grado, di Cosco Carlo e altri esponenti della famiglia. Sono proprio le rivelazioni dell’ex compagno che conducono al ritrovamento di migliaia di frammenti ossei e della collana della donna. La Corte d’assise di appello e la Cassazione confermano la condanna.
Dopo tre anni dalla scomparsa è possibile celebrare i funerali di Lea. Quel giorno Denise fa il suo personale ringraziamento alla madre, di fronte a una folla di persone accorsa per rendere omaggio a una donna uccisa per troppa dignità. Queste le parole di Denise: «Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. La vostra presenza è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a rischiare. Per me è un giorno molto difficile, ma la forza me l’hai data tu. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti».
Oggi Denise è inserita in un programma di protezione e vive nel più completo anonimato, mentre Lea Garofalo, per lo Stato, continua a non essere una vittima di mafia; durante il processo infatti non è stata applicata l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso. Ma il sangue di Lea non è stato versato invano. Oggi è giusto ricordare una donna andata incontro alla morte senza traccia di paura o di ripensamento, riuscita con il suo sacrificio a lasciare a sua figlia, come ultimo dono, un futuro lontano dalla mafia. La vita di Lea Garofalo è stata segnata da molta sofferenza e solitudine, prima e dopo il suo gesto di ribellione.
Poco tempo prima di morire, infatti, la donna aveva inviato una lettera al Presidente della Repubblica in cui denunciava le carenze del suo programma di protezione, rivelando di sentirsi abbandonata a se stessa e privata di un’esistenza vicina alla normalità. Il 24 novembre è una data simbolo che l’Associazione Libere Donne, sempre attenta e vicina alle donne vittime di violenza, ricorda.
La storia di Lea Garofalo è importante perché rappresenta anche le tante donne che si rivolgono ai tribunali dei minori per trovare, con l’aiuto delle istituzioni, percorsi di recupero per i figli. Queste donne sono dei veri e propri simboli della lotta antimafia e i loro gesti hanno assunto una testimonianza etica straordinaria nella società civile. (po)
[Patrizia Oliverio è criminologa dell’Associazione Libere Donne di Crotone]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Se in Calabria arriveranno la giustizia sociale e la libertà

di EMILIO ERRIGO – Non credo che faccia piacere ad alcuno dei calabresi, residenti e non abitanti in Calabria, leggere in ogni statistica economica, rapporto annuale sulle economie regionali curati con dovizia di particolari, dalla Banca d’Italia, analisi finanziarie di mercato, studi universitari, ricerche e monitoraggi sociali, report della Cgia di Mestre compresa, essere gli ultimi, tra gli ultimi, in tutte le classifiche e nei colorati grafici delle statistiche.
La Calabria è sempre l’ultima!
Bene, anzi direi malissimo e allora che dobbiamo fare? Dobbiamo attendere il prossimo 20 febbraio 2023, per poter festeggiare in Calabria l’ Ingiustizia Sociale? Quando le Nazioni Unite il 26 novembre del 2007, con la storica Risoluzione dell’Assemblea Generale Onu, fissarono la data del 20 febbraio di ogni anno, per ricordare ai potenti del mondo, (che allora erano fermamente convinti che ce ne fosse proprio bisogno), dopo il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sociale, tenutosi a Copenaghen dal 6 al 12 del 1995, che in quella precisa ricorrenza annuale, occorra ricordarsi tutti nel mondo, “che non c’è libertà senza giustizia e che nessuno speri di attendere che arrivi la pace, in assenza di una equa giustizia sociale”, sapevano molto bene cosa scrivevano, che obiettivi si prefiggevano e i nobili fini dall’Onu, con la data de “20 febbraio”, quale giornata mondiale della Giustizia Sociale.
Approfondire e commentare la portata universale dei principi e obiettivi contenuti in nella memorabile Risoluzione Onu del 2007, occorrerebbe scrivere più di un libro.
Lo spazio esiguo a noi disponibile per esprimere la consueta opinione settimanale su Calabria.Live, non ce lo consente. Ci limiteremo a focalizzare la nostra attenzione, all’applicazione di tali diritti sociali internazionalmente riconosciuti a tutti gli esseri umani, anche in Calabria e verso i 2 milioni circa di residenti, inserendo tra questi, anche gli abitanti di nazionalità e cittadinanza non italiana, non ancora iscritti nei registri pubblici nazionali.
Siamo convinti al punto di poter affermare su questo giornale dei calabresi nel mondo, che se nelle cinque province della Regione Calabria, dovessero arrivare un giorno o l’altro non fa specie, la Giustizia Sociale, non solo saremmo tutti più liberi dalle devastanti oppressioni criminali e malavitose, ma c’è di più, aggiungiamo che la pacificazione sociale incalzerebbe ogni sacca di resistenza al cambiamento, verso una società più civile e cooperante.
Invito a leggere con attenzione, i più pazienti lettori, il discorso che tenne il Presidente Sandro Pertini, alla Camera dei Deputati, il 23 aprile del 1970, esaltando e rafforzando con le sue ferme e decise parole, il valore fondamentale della libertà, in occasione della ricorrenza del XXV Anniversario della Liberazione.
Se non c’è libertà e civiltà, in assenza di giustizia sociale in Calabria, ma credo in nessuna altra parte del mondo, nessuno pensi o si convinca erroneamente, che ad avere la meglio siano solo i criminali senza scrupoli, i potentati economici, prepotenti, ne i plutocrati criminali associati.
Nessuno di costoro potranno ritenersi al sicuro e dormire nei loro giacigli dorati e blindati sonni tranquilli. Il rigore del diritto internazionale convenzionale o pattizio e il volere della Giustizia, saranno sempre più forti di chiunque. Chi vive la propria esistenza al mondo, tra mille e una sofferenza giornaliera, dimenticato, annullato, scartato, emarginato e deriso, produce endorfine in buona quantità e qualità, utili per far fronte naturalmente, alle più grandi avversità della loro miserabile sopravvivenza umana, con o senza l’osservanza delle regole costituzionali.
È intendimento di chi scrive questa opinione, tentare di far comprendere, se ci riesce, ai decisori e rappresentanti dei due fondamentali poteri costituzionali, legislativo ed esecutivo, che in Calabria c’è il fuoco ardente e desiderio di vera e concreta giustizia sociale e di libertà, senza i quali principi e valori universali, nessun temporaneo palliativo economico, finanziario e sociale, credo possa lenire le storiche criticità e attuali sofferenze umane del popolo calabrese. (ee)
[Emilio Errigo è nato in Calabria, a Reggio di Calabria, docente universitario, titolare di diritto internazionale e del Mare, e di Management delle Attività Portuali, Generale in ris. della GdiF]

L’OPINIONE / Giorgia Campanella: Autonomia differenziata è come dire ‘secessione dei ricchi’

di GIORGIA CAMPANACreare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basta essere cittadini italiani, ma cittadini italiani che abitano in una regione ricca.

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra Stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa, allora del Partito Democratico. Lo stesso PD che nel febbraio 2018 ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Le Regioni del Nord tornano a bussare alla porta del nuovo governo. Ordine del giorno: autonomia differenziata, tant’è che a Roma, di fronte al Ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli, hanno parlato i governatori di Liguria, Giovanni Toti, Veneto, Luca Zaia, Lombardia, Attilio Fontana, Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, Toscana, Eugenio Giani, Umbria, Donatella Tesei, Piemonte, Alberto Cirio, Marche, Francesco Acqueroli.

La spinta nasce dalla Liguria che porta avanti la sua trattativa bilaterale per Ambiente, Salute, Scuola e Lavoro, Infrastrutture, Logistica e Portualità.

Adottare il regionalismo differenziato significherebbe quindi autorizzare l’ennesimo scippo di risorse al Mezzogiorno che per anni ha contribuito all’arricchimento delle regioni del Nord. Per intenderci, Bonaccini, Zaia e Fontana, vorrebbero venisse applicato tenendo fuori l’approvazione dei Lep – livelli essenziali delle prestazioni – cosicché potrebbero prendersi i soldi di tutti noi italiani soltanto perché continuerebbe a restare in piedi il criterio della spesa storica.

Siamo in presenza di una deriva antidemocratica e di uno Stato arrendevole, che ha fatto a pezzi l’idea del federalismo solidale, dei livelli essenziali delle prestazioni, dei costi e fabbisogni standard, della perequazione infrastrutturale.

Questo ennesimo e subdolo scippo da parte della politica nei confronti delle popolazioni del Sud, per noi di ‘Italia del Meridione’ è qualcosa di aberrante ed è la madre di tutte le nostre ‘battaglie’ e sulla quale non indietreggeremo di un passo. Incontri e interlocuzioni sono già in corso, nei prossimi giorni partiranno una serie di iniziative per promuovere una mobilitazione generale, affiancati da chi ha inteso opporsi ad un disegno di legge del tutto anticostituzionale. (gc)

[Giorgia Campana è del direttivo regionale Calabria – Italia del Meridione, dipartimento Welfare]

L’OPINIONE / Giusi Princi: Lo sviluppo della Calabria passa anche dal Ponte sullo Stretto

di GIUSI PRINCIÈ oltre 15 anni che si parla del Ponte sullo Stretto, ma non ci sono mai state le congiunture ideali per trasformalo da idea a fatto. Ora invece abbiamo il sì dell’Europa, un Governo nazionale che spinge e due Presidenti di Regione che stanno facendo squadra. È superfluo che lo dica, ma voglio ribadirlo: quest’opera rappresenta per noi sviluppo, ricchezza e lavoro.

Non potevo non essere presente, seppur solo in video, ad un meeting di tale valenza tecnica, politica e amministrativa; ci tenevo a rappresentarvi la mia condivisione rispetto al progetto. E ritengo che calabresi e siciliani debbano essere felici di questa importante convergenza che si è determinata dopo tanti anni di dispute. Ovviamente sappiamo bene che entrambe le regioni necessitano di tanti, fondamentali interventi nei collegamenti. Al di là del fatto che l’Area integrata dello Stretto sia fortemente chiamata ad una governance unitaria in termini di trasporto. Per quanto riguarda la regione che rappresento, penso soprattutto alla SS106 Jonica e all’Aeroporto di Reggio. Ed infatti, non riteniamo che l’avanzamento concreto del progetto Ponte escluda interventi sulle altre opere.

La stretta e sinergica collaborazione con la regione Sicilia non farà altro che aiutarci, reciprocamente, a rivestire un ruolo ancor più determinante nell’agenda del nuovo Governo nazionale. Il concetto di fondo è che non vogliamo avere un’Italia a doppia velocità Nord/Sud. E in tal senso, il ruolo delle infrastrutture è decisivo. Ecco perché il Ponte sullo Stretto, insieme alle altre opere, sarà la chiave di volta, un volano di crescita economico-sociale a livello europeo. (gp)

L’OPINIONE / Vincenzo Speziali: L’insostenibile e insopportabile censura a mezzo stampa

di VINCENZO SPEZIALI – Su di me, circa la stampa… qualche stampa!

Entro subito in argomento, perché di cose da dire ne ho molte. E le dirò!
Sono amico di molti giornalisti -lo ammetto, in quanto la cosa non è scabrosa- come Enrico Mentana, Roberto D’Agostino, Augusto Minzolini, Lirio Abbate, Roberto Napoletano, Tommaso Labate, Roberto Arditti, Giacomo Amadori, Gianstefano Turano, ed anche Stefania Papaleo, Pasquale Motta, Giuseppe Mazzaferro, Santo Strati, Pasqualino Pandullo, Manuela Gemelli, Rosario Condarcuri, Francesco Rao, Antonella Grippo, Gabriele Rubino, Sarah Incamicia, Pietro Gaeta, Nicola Lopreiato, Francesco Ranieri, Mimmo Famularo, Gabriella Passariello e Edoardo Corasaniti. Ecco, non ho dimenticato nessuno o almeno, credo.

Poi, vi sono gli esempi morali, a cui mi rifaccio, cioè Enzo Romeo (siamo primi cugini, figli di due sorelle!), Caporedattore di Rai Vaticano -da sempre, un passo indietro al Papa, qualunque Papa- che comunque, ha un carattere molto più accomodante del mio, poiché è uguale a quello di nostro nonno; ed infine, l’altro mio esempio di giornalista serio, coraggioso ed autorevole, Totò Delfino, padre di Peppe (mio caro amico) e compaesano di Bovalino.

Ciò premesso, vado dritto e di piatto, al cuore del problema, affinché le cose siano chiare -urbi et orbi- senza se e senza ma, a tutti, ciascuno e al mondo sano.
Da giorni, sto riflettendo parecchio – sapete? Possiedo il dramma del pensiero (differentemente da molti!) – e la conclusione a cui giungo, è sempre la stessa: non intendo cambiare, né tollerare insolenze, soprattutto se esse si reiterano, per di più, in assenza di qualsivoglia resipiscenza.

Difatti, scriverò un esposto dettagliato, al Consiglio di Disciplina dell’Ordine Regionale Calabrese dei Giornalisti, durante il prossimo fine settimana, non appena avrò tempo disponibile per farlo – e lo farò! –  in quanto, sono sempre preso da molteplici impegni -anche qui, al contrario di molti, siamo essi, ufficialmente, (para)politici, e (pseudo)giornalisti- perché il sottoscritto ha una vita piena ed intensa, la quale viene, proficuamente impiegata, in luogo a come è, (im)magistralmente ‘impiagata’ da costoro, or ora tratteggiati: insomma, per dirla alla Beppe Fenoglio, ci troviamo con “gente sfumata, abituata ai titoli di coda”!

Lo annuncio – si sa che io non ho abitudine a proclami, apoditticamente, preventivi – perché quando affermo una cosa è quella, punto.

E poi, trovo giusto, consono, ‘stilistico’, cioè da persona con gli ‘attributi’ (fisici e metaforici, piuttosto che allegorici), dire le cose in faccia ed assumersi le proprie responsabilità. Tutto ciò, mi deriva dal mio carattere (ne ho molto, moltissimo!), dal mio essere franco -seppur diplomatico, quando voglio e se ne vale la pena, ma soprattutto se la mia controparte è afferente all’universo della credibilità e della stima- perciò, non tollero, né lascio correre le ‘sconcezze’, che qualche improvvido soggetto (o soggetta), tentano, senza riuscirci, di rifilarmi.
Chiaramente, parlo delle censure, cioè di quella disdicevole opera di meschinità aprofessionale, di cui sono adusi certuni e certune, con i quali devo -ahime`- rapportarmi, quotidianamente.

Gli esempi sono svariati e se non li menziono per nome, non lo faccio per timore, ma, solamente, come riguardo ed ossequio, a chi vorrà pubblicare, questa riflessione, di cui, nelle sedi opportune (così come, precedentemente, accennato), darò evidenza, riscontro ed altro ancora.

Più volte, durante gli ultimi giorni, mi sono imbattuto in ‘capziose non motivazioni’, pur di giustificare le ragioni per le quali, alcuni miei elaborati concettuali, culturali e di costume (nella maggior parte dei casi, sarebbe d’uopo definirli di malcostume!), non sarebbero stati pubblicati, poiché, il sottoscritto sminuirebbe chi tratteggio.
Insomma, al netto della non possibilità di essere querelato -ho pratica della materia giornalistica, conosco il codice e, soprattutto, ‘fotografo’, riportandola fedelmente, una (disdicevole?) realtà- dicevo al netto di ogni cosa, la colpa (che colpa non considero e non è) sarebbe mia, giammai di chi presta il fianco a scempiaggini comportamentali, paragonabili ad una bestemmia in chiesa.

Le situazioni sono plurime, come le ridicole ‘lenzuolate pelose’ a fronte di solidarietà (altrettanto ‘pelosa’?), per patrocinare un ‘posto al sole’ (da non confondersi con la soap opera di Rai 3); oppure il fatto di stigmatizzare, politicamente parlando e al pari di molti organi di informazione nazionale, le pretese potestative e le ambizioni ministeriali di una operatrice sanitaria, che qualcuno smercerebbe come ‘la reincarnazione’ di Tina Anselmi.

Sempre in capo di qualcuno, afferente a taluni organi di stampa, ho fatto notare – in primis con cortesia, in secundis con il mio stile, certamente più consono alle di loro discutibili e sgarbate comportamentalità educative – come sia intollerabile, insopportabile e persino sanzionabile (sotto l’aspetto deontologico e giurisprudenziale) la censura a mezzo stampa, per di più se motivata con argomentazioni di presunta o illazionata prestazione d’opera, del tipo ‘do ut des’.

A cosa mi riferisco? Presto detto! Se un Direttore (o para tale) di giornale (o pseudo similis) nel conversare con me, mi dice che non riprende una notizia (mi riferisco alla visita del Sindaco di Catanzaro nella sede di una primaria associazione di categoria professionale, non certo e con tutto il rispetto, all’incontro di un ‘mangiacomesichiama’ qualsiasi, presso una bocciofila qualunque), poiché un’associazione di categoria, liberamente, non ha inteso acquistare spazi pubblicitari e se sempre costui, continua, a volermi censure –poiché il sottoscritto è esponente notorio dell’associazione di categoria medesima – si potrebbe razionalmente e conseguenzialmente dedurre, di trovarsi innanzi ad un reato del codice penale, riconducibile a quello di tentata estorsione.

Potrò sbagliare, ma, comunque, nonsta a me sanzionare, ma certamente denunciare, questo sì!
Patti chiari, di quanto affermo ho prove audiotelefoniche e testimonianza di plurime persone, così come memoria chat, in quanto – qualora non lo si ricordasse, è bene ribadirlo – sono cresciuto anche con Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Paolo Emilio Taviani, Francesco Mazzola, Angelo Sanza ed Emilio Rubbi, i quali mi hanno consigliato sempre di conservare riscontri delle cose che dico, alfine di rammentare, ai più, di come il sottoscritto sia in possesso di un ricco archivio.

Difatti, così ho iniziato a fare da giovane e confesso quanto è stato utile, poiché quando parlo e ricordo il tutto a tutti, come di incanto chi deve tacere tace. Ovviamente, allegherò le dimostrazioni delle lagnanze al Consiglio di disciplina, invitando gli organi preposti ad intervenire, tempestivamente, in loco, sotto l’aspetto deontologico, altrimenti, sarò costretto ad informare l’Ordine Nazionale e forse le autorità giudiziarie.

Ciò vale – e lo dico apertamente – per due testate, quindi nessuno pensi che io intenda derogare circa l’argomento, perché mai e poi mai ho desiderato ‘house organ’ (ovvero divulgazione esclusiva del mio pensiero), bensì la libera circolazione di idee e opinioni – financo con lecita satira! – però di tutti, non di uno e basta!

La cosa impatta, con la civiltà e la professionalità giornalistica e se qualcuno volesse perseverare con me o con chiunque, in simili storture, per quanto mi riguarda, continuerò a denunciare pubblicamente la ‘mala gestio’ e poi, i vari ‘giornalaidi’, perciò o loro cambiassero suddetta disdicevole pratica censoria o si levassero… dai miei piedi e da qualche altre mie cose, configurabili con organi maschili del corpo umano.
Di me e di tutti! (vs)

L’OPINIONE / Santo Gioffrè: Occhiuto spieghi perché la Calabria non è uscita dal Piano di Rientro

di SANTO GIOFFRÈ – Sono, oramai, tre anni che la destra governa la Regione Calabria, avuta in regalo! Da un anno, Occhiuto, è padrone assoluto della sanità. Ha accentrato, nelle sue mani, il potere economico e il potere politico che negli ultimi 9 anni aveva gestione separata.

Il Commissario di Governo al Piano di Rientro governava il pianeta sanità, il Presidente della Regione, non toccava palla e si scialava facendo aeroplanini con la mani. Occhiuto, cogliendo la palla al balzo, predicando che era stata la diarchia a causare lo stato di collasso e di totale smantellamento della sanità pubblica calabrese, aiutato dall’enorme disinformazione che domina quel mercato delle notizie, si è fatto nominare padrone assoluto, da Speranza… già, dall’ex ministro Speranza, accentrando, tutto, nelle sue mani.

Dopo un anno, dove ha dominato in assenza di alcuna opposizione e di altri problemi, endemici in tanti altri poveri sciancati, capitati per caso, Occhiuto, non avendo ricavato nulla se non i benefici dell’esercizio del dominio, scarica le sue incapacità sul cosiddetto tavolo romano”Adduce”; Roma delenda est! Io capisco che, in ambiente dove il più convinto sapientone di giornata, pensa che, per es., l’Azienda Zero sia il prodigio che mancava per far apparire la Fata Morgana a cavallo del Ponte di Messina finito, e non un’altra Dbe, con più poteri, l’indicare il “Tavolo Adduce” come Belfagor, il Fantasma del Busento, lasciatemelo dire, è disarmante. Se fossimo nella bassa Calabria, diremmo: mi catturu i c… per terra e se li sono mangiati i cani.

Occhiuto sa che il cosiddetto “Tavolo Adduce” esiste da sempre. Fin dal momento che la Calabria, come le altre 9 Regioni, è entrata dentro i rigori del Piano di Rientro ed è formato da funzionari del Mef e del Ministero della Salute. E non è composto di uomini, ma di macchine calcolatrici. Ogni sei mesi, in quel tavolo, si ragiona non dei bisogni sanitari delle persone, ma di numeri: come procede la regolarizzazione dei pagamenti, quanti ospedali e servizi sono stati chiusi per far quadrare i conti’, qual è lo stato debitorio delle Asp, come si sta procedendo alla regolarizzazione dei bilanci, come sono i Lea… E altre cose, legate, tutte ai conti economici. Il resto, cioè i cosidetti piani sanitari e similari, non contano se, prima, non quadrano quei conti.

E, mentre per ben 9 Regioni, quei conti hanno travato curmu e quadratura, per la Calabria, dopo 13 anni, questo non è avvenuto. Ora, dopo 3 anni che la destra governa la Calabria e da un anno, il super governatore è padrone assoluto della sanità, invece di andare a cercare “capri” espiatori da arrostire su na carcara i focu, visto che ha avuto tutti i mezzi e i poteri per sapere, compreso il decreto Calabria della commaruccia nostra, che dica perché tutte le altre Regioni sono uscite dal Piano di Rientro e la Calabria non uscirà mai. Già, perché?  E non vada a raccontare a dx e pure a manca, stancando le già usurate Sirene, che entro la fine dell’anno si saprà l’entità del debito…perché, poi, mi troverò costretto a chiedere un’altra cosa… (sg)

L’OPINIONE / Nicola Irto: I parlamentari di centrodestra evitino strumentalizzazioni

di NICOLA IRTODemocrazia, leggi e sentenze vanno rispettate sempre e non a corrente alternata. Un principio che vale ancora di più in un momento storico difficile come quello che stiamo vivendo.

Le strumentalizzazioni per obiettivi politici non servono a nulla. Noi rispettiamo la decisione dei Giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria, anche se continuiamo e continueremo ad essere convinti dell’innocenza di Giuseppe Falcomatà e della sua Giunta.

Le dichiarazioni dei parlamentari della destra reggina, sembrano fatte per “obbligo a dire qualcosa per forza”. Tant’è che la richiesta di dimissioni del sindaco arriva dopo la cosiddetta sentenza Miramare, ma in relazione allo stato in cui, a loro dire, verserebbe la città. Le critiche politiche dell’opposizione fanno parte della normalità democratica, vanno bene  e possono servire anche da stimolo per l’Amministrazione comunale e rappresentano il sale della democrazie. Non sono accettabili, invece, le mere aggressioni verbali. Vale la pena evidenziare che non ci troviamo davanti a una condanna definitiva.

La sospensione di Falcomatà dalla carica di sindaco è l’effetto della tanto criticata legge Severino, che anche la Destra mette da tempo in discussione. Lo stesso Sgarbi, sottosegretario del governo Meloni, ha difeso il sindaco di Reggio puntando l’indice proprio contro quella legge.

C’è, inoltre, un altro punto fermo e chiaro: l’attuale Amministrazione comunale, con sindaco Falcomatà, ha ottenuto la fiducia dei reggini alle elezioni per la seconda volta bloccando il progetto politico della Lega. Una volontà popolare che merita rispetto e che non può essere ribaltata con un richiamo implicito, e anche pericoloso, alle “piazze“. Saranno di nuovo i cittadini a giudicare e decidere, alle scadenze previste dalla legge, chi dovrà guidare questa città.

Detto questo, anche io sono convinto che è necessario, adesso, un grande sforzo collettivo per migliorare ulteriormente la nostra città facendo arrivare risultati concreti. Uno sforzo che passa anche da un confronto civile, costante e di merito con tutti i soggetti politici con gli attori sociali e tutti i cittadini che vogliono contribuire al progresso della nostra comunità. Pertanto sarebbe utile che anche i parlamentari della destra, che fanno parte della maggioranza governativa, anziché concentrarsi su strumentali campagne pubblicitarie, utili solo per conquistare spazio sui giornali locali, iniziassero ad impegnarsi in questa direzione per ottenere risultati tangibili e da tutti verificabili. Potrebbero iniziare, ad esempio, rendendo chiara la loro posizione rispetto ai progetti del Ministro Calderoli e del governo sull’autonomia differenziata. (ni)