È ORA DI APRIRE LA VERTENZA CALABRIA
FRONTE COMUNE TRA SINDACATI E REGIONE

È stato deciso di presentare unitariamente al Governo, facendo fronte comune Governo regionale e sindacati confederali, al Governo la Vertenza Calabria: un documento composto da cinque punti chiave – che deve essere definito in un prossimo incontro – su cui l’esecutivo guidato da Mario Draghi si dovrà concentrare per risolvere le troppe e continue emergenze in Calabria.

Che sia l’inizio di una svolta? Di sicuro, lo è l’incontro da cui è nato questo documento, che ha visto, per la prima volta, il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, confrontarsi, presso la sede di rappresentanza di Roma della Regione Calabria, con il segretario generale nazionale della Cgil, Maurizio Landini, il segretario generale nazionale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, e il segretario confederale della Cisl, Andrea Cuccello (in rappresentanza del segretario generale nazionale della Cisl, Luigi Sbarra).

Presenti, anche i segretari regionali, Angelo SposatoTonino RussoSanto Biondo che, in una nota congiunta, hanno ribadito che «la Calabria  non può rischiare la marginalità».

Occhiuto, invece, ha ricordato come «in Calabria abbiamo un’alta qualità della rappresentanza sindacale, l’ho sperimentato in questi primi mesi di governo. Nella mia Regione abbiamo tanti problemi, ma la nostra è anche una terra di grandi opportunità, e il mio compito non è quello di lamentarmi, ma di trovare delle soluzioni».

«Sono molto soddisfatto dell’incontro odierno – ha spiegato –. Coinvolgere i corpi intermedi, i sindacati, è per me un percorso ineludibile. Voglio cambiare la Regione che ho l’onore di governare, ma per farlo ho bisogno della partecipazione attiva di tutte le energie positive del Paese. Con Cgil, Cisl e Uil abbiamo affrontato tanti argomenti, dalle infrastrutture al lavoro, dal Pnrr alla sanità. Abbiamo stabilito un metodo di lavoro concreto, che, ne sono convinto, già nelle prossime settimane potrà far intravedere i primi importanti passaggi».

«L’obiettivo comune – ha proseguito – è quello di presentare al governo una ‘vertenza Calabria’, per chiedere al presidente del Consiglio, Mario Draghi, e all’intero esecutivo uno scatto in avanti in merito ad emergenze la cui risoluzione non può più essere rinviata. Questa ‘vertenza’ avrà cinque punti chiave, indispensabili tanto per il governo regionale quanto per i sindacati. 1. Il rifacimento e l’ampliamento della Strada Statale Jonica; 2. Lo sviluppo e il reale finanziamento delle Zone economiche speciali, e in particolare della Zes incidente sul porto di Gioia Tauro; 3. Risorse certe per avere una linea ferroviaria ad alta velocità e ad alta capacità fino a Reggio Calabria; 4. La possibilità di investire più facilmente e con meno vincoli burocratici sulla produzione di energia da fonti rinnovabili; 5. Lo sblocco delle assunzioni e l’assorbimento del bacino dei precari per la sanità, e in particolare per i pronto soccorso».

«Queste le priorità individuate oggi – ha spiegato ancora –. La Regione costruirà nel più breve tempo possibile un cronoprogramma con costi, numeri e tempistiche per la realizzazione di questi punti. Sottoporremo il documento ai segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, e loro tramite fisseremo un nuovo incontro con i leader nazionali dei tre sindacati per stilare la versione definitiva della ‘vertenza Calabria’ da presentare al governo nazionale».

«Stiamo scrivendo una bella pagina di politica e di relazioni sindacali – ha concluso – Sono davvero felice che ci sia questa apertura di credito nei confronti della mia amministrazione e della nostra Regione. Lavoriamo per il cambiamento e per costruire la Calabria dei prossimi decenni».

«Il confronto, per il quale sottolineiamo la disponibilità del Presidente Occhiuto e delle Segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil –, dichiarano in una nota unitaria Sposato, Russo e Biondo – si è svolto in un clima costruttivo. Sono stati posti sul tappeto i temi della Zona Economica Speciale e del rilancio del Porto di Gioia Tauro, della realizzazione delle infrastrutture, della S.S. 106, dell’alta velocità ferroviaria, della sanità, del precariato».

«Il denominatore comune di questi temi centrali per la Calabria – hanno proseguito – è la creazione di nuovo lavoro insieme alla qualità e alla dignità del lavoro stesso, in una prospettiva di crescita e di sviluppo per la nostra regione. Il che comporta l’esigenza di qualificare la spesa, di avviare le opere previste e di monitorarne l’iter di realizzazione per scongiurare il pericolo dell’infiltrazione della criminalità negli appalti».

«Anche oggi, inoltre – hanno proseguito i Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Calabria –, abbiamo evidenziato l’esigenza di spendere e di spendere bene le risorse del PNRR. Urge, perciò, una riorganizzazione della pubblica amministrazione che deve essere messa in grado di affrontare le sfide che attendono la Calabria colmando i vuoti negli organici, stabilizzando le migliaia di lavoratori precari qualificati che ringiovaniscono la macchina amministrativa degli enti locali, le permettono di funzionare, la arricchiscono di competenze nuove».

«L’incontro di Roma – hanno spiegato ancora – si colloca in un percorso che da anni sta vedendo impegnate Cgil, Cisl e Uil non solo a livello regionale, ma anche a livello nazionale, come è accaduto ad esempio a Siderno nel luglio scorso, con la presenza dei tre Segretari generali Landini, Sbarra e Bombardieri, o nel giugno 2019 con la grande manifestazione di Reggio Calabria. La crescita del Paese nel suo insieme non può che ripartire dal Mezzogiorno. Apprezziamo l’apertura del Presidente Occhiuto al dialogo con le organizzazioni dei lavoratori: siamo convinti, infatti, della necessità di lavorare insieme sui programmi e di coesione».

«Ribadiamo, dunque – hanno concluso i Segretari generali regionali di Cgil, Cisl e Uil Angelo Sposato, Tonino Russo e Santo Biondo –, la nostra piena disponibilità a proseguire nei prossimi giorni il cammino del confronto su priorità e scelte strategiche. È emersa la volontà comune di aprire una vera e propria vertenza Calabria che trovi alleanze e condivisioni, per presentare in tempi brevissimi al Governo un pacchetto di proposte concrete per sbloccare tutte le risorse destinate alla nostra regione, perché sia liberata dall’isolamento rispetto degli altri territori del Paese». (rrm)

 

L’ALLARME DOCUMENTATO DELLA SVIMEZ
QUOTA SUD DEL PNRR OBIETTIVO DIFFICILE

di LUCA BIANCHI e CARMELO PETRAGLIA – Il Dipartimento per le Politiche di Coesione (DPCoe) della Presidenza del Consiglio dei ministri ha presentato la prima Relazione istruttoria sul rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Mezzogiorno di almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e del Fondo complementare (FoC).

Basandosi sulle informazioni aggiornate al 31 gennaio 2022 fornite dalle 23 Amministrazioni titolari dei 253 interventi previsti (di cui 223 finanziati dal PNRR e 30 dal FoC), la Relazione quantifica le risorse con destinazione territoriale, restituendo il quadro informativo da utilizzare come base per le verifiche in fase di attuazione dell’obbligo normativo della “quota Sud” del 40%. Al netto delle azioni di sistema (interventi di valenza nazionale per complessivi 11 miliardi di euro), la dimensione delle risorse destinate al Mezzogiorno si attesta su 86 miliardi, pari al 40,8% dei 211,1 miliardi in dotazione del PNRR e del FoC con destinazione territoriale.

A contribuire a questo risultato sono le quote del Ministero per il Sud e la coesione territoriale (79,4%) e delle altre Amministrazioni centrali che riportano percentuali significativamente al di sopra della soglia minima; nell’ordine, Infrastrutture e Mobilità Sostenibili (48,2%), Interno (47%), Innovazione tecnologica e transizione digitale (45,9%). Viceversa, le due Amministrazioni centrali che riportano “quote Sud” molto distanti dall’obiettivo sono il Ministero dello Sviluppo economico (24,8%) e il Ministero del Turismo (28,6%). Nel complesso risulta che, rispetto alla soglia minima del 40% (pari a 84,4 miliardi di euro), la fase di attuazione del Piano può avvalersi di un “margine di sicurezza” piuttosto limitato: 1,6 miliardi, appena 320 milioni di euro annui dal 2022 al 2026.

È questo, da solo, un dato che qualifica la “quota Sud” come un obiettivo che non sarà facile conseguire, a meno di non introdurre azioni correttive e di accompagnamento “in corsa”, sui quali la Relazione opportunamente si sofferma fornendo utili e condivisibili indicazioni. Deve trattarsi di necessari aggiustamenti da apportare alle procedure di attuazione già avviate, con particolare riferimento a due ambiti: gli interventi che vedono come soggetti attuatori gli enti decentrati beneficiari di risorse distribuite su base competitiva dalle Amministrazioni centrali; gli interventi di incentivazione a favore delle imprese. Aggiustamenti urgenti, non solo necessari.

Infatti, degli 86 miliardi potenzialmente allocabili al Mezzogiorno, ben 62 finanziano misure per le quali è stato espletato almeno un atto formale che già sta orientando l’allocazione territoriale delle risorse nelle fasi successive dell’attuazione. La Relazione fa emergere diversi profili di criticità, discussi in dettaglio per ciascuna delle quattro diverse modalità seguite dalle Amministrazioni centrali per quantificare le risorse da destinare alle regioni del Mezzogiorno. Le uniche risorse “certe” sono i 24,8 miliardi che finanziano progetti già identificati e con localizzazione territoriale e costi definiti. Meno di un terzo degli 86 miliardi della “quota Sud”.

Queste risorse sono per oltre la metà (14,6 miliardi) di titolarità del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, e in buona parte finanziano “progetti in essere”, ovvero interventi per i quali già esistevano coperture nel bilancio dello Stato poi sostituite da quelle del PNRR. I rimanenti 61,2 miliardi di euro rappresentano risorse “potenziali”, la cui destinazione effettiva alle regioni del Mezzogiorno dovrà realizzarsi in fase di attuazione superando diverse criticità che la Relazione tecnica porta all’attenzione del decisore politico. Una prima criticità riguarda i 28,2 miliardi “stimati” dai diversi Ministeri per finanziare prevalentemente misure non ancora attivate formalmente o attivate con procedure prive di specifici vincoli di destinazione territoriale. In diversi casi, le Amministrazioni dichiarano “solo un’adesione di principio” al rispetto del livello programmatico del 40% al Mezzogiorno.

Per alcuni Ministeri le risorse “stimate” incidono in maniera rilevante sulle risorse gestite che si prevede di allocare al Sud: l’82% per l’Agricoltura, il 61% per l’Istruzione e per il Lavoro, il 56% per la Transizione ecologica. Anche la destinazione finale dei 23,4 miliardi quantificati dai Ministeri per “riparto” (nel caso di misure attivate con procedure che prevedono una quota destinata al Mezzogiorno, ma non ancora arrivate alla selezione dei progetti da finanziare) è soggetta ad un certo grado di incertezza, con particolare riferimento alle risorse da distribuire agli enti territoriali su base competitiva. Al di là delle criticità legate alle diverse modalità di integrazione della clausola del 40% nei bandi ministeriali già rimarcate dalla Svimez e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, la Relazione del DPCoe porta all’attenzione un aspetto particolarmente critico per il conseguimento dell’obiettivo del 40%. In ben 15 su 28 procedure attive, per un valore complessivo di oltre 3 miliardi, non è stata disposta nessuna modalità di salvaguardia della quota Mezzogiorno sulle risorse non assegnate per carenza di domande ammissibili. Un’eventualità tutt’altro che remota alla luce del primo anno di attuazione del PNRR.

In altri casi, come nel bando Asili Nido, in presenza di insufficiente capacità 3 progettuale per circa il 50% delle risorse, è stata prevista una proroga dei termini, che però difficilmente sarà sufficiente a colmare il gap. In assenza di interventi sui meccanismi allocativi e sui soggetti attuatori, soprattutto nell’ambito dei diritti di cittadinanza, la mancata allocazione delle risorse nelle aree a maggiore fabbisogno richiederebbe l’attivazione dei poteri sostitutivi previsti dalla governance del PNRR. A completare il quadro vi sono infine 9,6 miliardi di euro di competenza del Ministero della Transizione ecologica (5,9 miliardi) e del Ministero dello Sviluppo economico (3,7 miliardi) per il finanziamento di misure nazionali già attivate per le quali sono disponibili dati storici di tiraggio a livello territoriale, anche se parziali.

La già citata notevole distanza dal target del 40% del Ministero per lo Sviluppo economico è determinata in larga misura ai crediti d’imposta previsti per l’intervento Transizione 4.0, che vale 13,4 miliardi (il 74% delle risorse gestite dal Ministero), e per il quale si fornisce un dato di “quota Sud” pari al 19,4% basandosi sui primi quattordici mesi di operatività dell’incentivo. Questa misura presenta quindi un’elevata problematicità dal punto di vista del rispetto del vincolo del 40%. Le risorse sono allocate in base alla dinamica “spontanea” delle richieste giudicate ammissibili, che a sua volta riflette la distribuzione delle imprese attive e dei relativi investimenti nelle diverse macroaree.

Ne consegue, come già evidenziato dalla Svimez, che il Sud vi accede in misura molto limitata, beneficiando di una parte molto esigua di risorse. Un quadro simile emerge anche con riferimento alla quota Mezzogiorno del Ministero del Turismo che si attesta solamente al 28,6%. Tale percentuale è riferita all’importo complessivo delle risorse con destinazione territoriale, che ammontano a 2,29 miliardi di euro, il 95% del totale delle risorse PNRR in capo al Ministero. Lo scostamento dal target del 40% è riconducibile a investimenti per 650 milioni di euro in cui il Mezzogiorno ha quota a pari a zero. Un rischio di ulteriore erosione della quota meridionale è imputabile al meccanismo spontaneo di allocazione territoriale delle risorse per i crediti d’imposta riservati alle imprese attive nel settore turistico.

Quest’ultimo, basato su procedure a bando o a sportello a livello nazionale, potrebbe penalizzare la partecipazione di imprese e iniziative localizzate nel Mezzogiorno potenzialmente beneficiarie. Analoghe conclusioni sussistono per le risorse PNRR a titolarità del Ministero per la Transizione ecologica (39,2 mld di euro, di cui poco più di 38,5 con destinazione territoriale), la cui quota complessiva destinata al Mezzogiorno è inferiore di 3 punti percentuali rispetto al vincolo normativo del 40%. Oltre al fatto che per alcuni interventi le risorse sono state territorializzate ex 4 ante nel Centro-Nord mentre per altri la quota al Sud è stata stimata modesta o nulla (per vincoli tecnologici, assetto di mercato, etc.), per gli investimenti per i quali non sussistono vincoli tecnici alla localizzazione nel territorio meridionale sono previste procedure competitive rivolte a imprese o a enti locali il cui esito finale è dipendente dalla capacità progettuale e di risposta dei territori.

Proprio per questi motivi, l’adesione delle regioni del Mezzogiorno potrebbe essere insufficiente ai fini del pieno utilizzo di tali risorse. Timori sulla capacità di spesa delle regioni meridionali riguardano anche le risorse in capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la cui quota destinata al Mezzogiorno si attesta al 37%. Il mancato rispetto del vincolo normativo è in questo caso giustificato dai criteri di riparto adottati, che hanno privilegiato la spesa storica per gli obiettivi di occupabilità, e dalla massima capillarità e copertura territoriale per ciò che concerne i progetti in infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore a titolarità degli Ambiti Territoriali Sociali. Per raggiungere la quota del 40%, per questi come per altri strumenti di sostegno, è necessario prevedere meccanismi correttivi che compensino eventuali inefficienze nelle capacità progettuali e attuative delle Amministrazione meridionali, e favoriscano la partecipazione dei soggetti economici del Sud. È necessario altresì predisporre modalità di salvaguardia in caso di mancato assorbimento.

Il tema è quello della declinazione a livello territoriale degli interventi nazionali di incentivazione da conseguire con una pluralità di strumenti come, ad esempio, maggiori aliquote di agevolazione per il Sud o criteri privilegiati di accesso agli interventi, soprattutto per quelle attività produttive e quegli ambiti tecnologici che presentano eccellenze nelle regioni meridionali. In definitiva, dalla Relazione arriva un forte monito al livello politico: il 40% è tutt’altro che un risultato acquisito, è un obiettivo che sarà possibile conseguire solo se saranno rimosse diverse criticità, avvalendosi di tutti gli strumenti di cui si è dotata la governance del PNRR, incluso il potere sostitutivo da parte dello Stato nei casi di palese inadeguatezza progettuale e realizzativa degli enti decentrati. Con efficacia, la Relazione evidenzia il trade-off tra efficienza allocativa ed equità perequativa che connota l’attuazione del Piano.

Esiste il rischio concreto, cioè, che per rispettare target e milestone da rendicontare in Europa, si debba sacrificare l’obiettivo del superamento dei divari territoriali che il governo italiano ha declinato con l’impegno a destinare alle regioni del Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse con destinazione territoriale. Un rischio che va scongiurato. Sarebbe davvero 5 paradossale sacrificare l’equità in nome dell’efficienza per rispettare i tempi di attuazione di un Piano che ha per obiettivo la riduzione delle disuguaglianze. (lb – cp)

Il ministro Giovannini: Per Mezzogiorno l’obiettivo è il 56% di risorse del Pnrr

«Noi ci siamo posti l’obiettivo del 56% delle risorse, non del 40%. Tale percentuale è stata una scelta politica, non il frutto di un algoritmo». È quanto ha dichiarato il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, in una intervista a La Repubblica, parlando delle risorse del Pnrr destinate al Mezzogiorno.

«Per le infrastrutture e la mobilità – ha spiegato – è cambiato il modo di assegnare i fondi e non solo per il Pnrr, perché ora vengono assegnati solo su progetti ben definiti» e «le tipologie di investimenti previste nel Pnrr sono molto variegate: ci sono opere come la Salerno-Reggio Calabria di alta velocità e investimenti sulle nuove scuole. Pensare di avere lo stesso approccio per tutti i progetti sarebbe sbagliato».

«Abbiamo fatto – ha proseguito – una scelta di semplificazione delle procedure rispetto al Codice degli appalti per tutte le opere, anche quelle relativamente piccole, mentre per le opere di maggiore peso del Pnnr ci sono procedure speciali. Inoltre, è stata creata la Commissione Via dedicata al Pnrr».

Il ministro ha spiegato che «le stazioni appaltanti sul territorio sono concentrate sulle città metropolitane e sulle province, i piccolissimi Comuni non sono direttamente coinvolti» e che la selezione dei progetti del Pnrr è stata fatta sulla base della possibilità di concluderli entro il 2026».

«Abbiamo distribuito – ha spiegato ancora – con Regioni, Comuni e Province oltre 25 miliardi per progetti Pnrr e fondo complementare nel settore dei trasporti e delle infrastrutture». Per le gare del 2022 e 2023 «abbiamo anche cambiato radicalmente i meccanismi di adeguamento ai costi dopo l’assegnazione dell’appalto, rendendoli molto più bilanciati e favorevoli alle imprese». (rrm)

 

ENERGIE RINNOVABILI: DA CALABRIA E SUD
PUÒ PARTIRE L’EOLICO E IL FOTOVOLTAICO

di BIANCA VIOLANTE – Il Mezzogiorno e la Calabria come punto di partenza per lo sviluppo degli impianti eolici e fotovoltaici. È quanto è emerso dal rapporto realizzato dalla Svimez in collaborazione con Ref Ricerche, che evidenzia come gli effetti del sistema economico di tali investimenti andrebbero a privilegiare sopratutto il Mezzogiorno, «divenendo un ulteriore strumento con cui sostenere lo sviluppo delle regioni meridionali nei prossimi anni».

«Gli investimenti nelle Fer – si legge nel rapporto – possono quindi rappresentare uno strumento utile a definire una nuova politica energetica e industriale, basata sulla diffusione di tecnologie altamente innovative, e in grado di favorire l’aggancio del Sud e del Paese alla nuova catena globale del valore».

Nel rapporto, infatti, che ha analizzato «gli investimenti sarebbero necessari nelle rinnovabili per partecipare al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione già oggi inseriti nel Pnieco» e «gli effetti macroeconomici che tale mole di investimenti teoricamente necessaria comporterebbe in termini di produzione, valore aggiunto e occupazione per l’Italia e il Mezzogiorno», viene specificato come i «nuovi investimenti teoricamente necessari nelle rinnovabili, oltre a rappresentare una condizione indispensabile per conseguire gli obiettivi di decarbonizzazione assunti dall’Italia e dall’Europa, verrebbero allocati in misure prevalente nel Mezzogiorno».

Questo perché il Sud, per quanto riguarda le energie rinnovabili, svolge un ruolo importante: «considerando il livello di potenza installata, nell’ultimo decennio, al nord e al centro è andato riducendosi il peso relativo della potenza idroelettrica e geotermica, a favore di quella fotovoltaica. Viceversa, al Sud si osserva una crescita relativa del peso sia di eolico che di fotovoltaico».

«Il buon posizionamento del Sud del Paese – si legge ancora – emerge chiaramente dalla ripartizione territoriale della produzione di energia elettrica da FER. Su un totale di 115.847 GWh prodotti nel 2019 dalle FER, il 33,5% è riconducibile al Mezzogiorno, il 27,7% al Nord-Ovest, il 24,8% al Nord-Est e il 14% al Centro Italia. Contribuisce al risultato del Mezzogiorno la sostanziale concentrazione in quest’area dell’eolico (96,5%) e il ruolo di primo piano nel solare (40,5% a fronte del 22,4% del Nord Est, del 18,9% del Centro e del 18,2% del Nord Ovest)».

Il Rapporto, inoltre, ricordando che per raggiungere gli obiettivi previsti dal Pniec al 2030 servono nuovi investimenti negli impianti rinnovabili, ha individuato in circa 82 miliardi gli investimenti necessari per la creazione di nuovi impianti da Fer, che andrebbero a privilegiare le regioni meridionali, verso cui sarebbero destinati circa 48 miliardi di investimenti, pari al 58,9% del totale.

Per la nostra regione, nello specifico, per l’eolico si tratterebbe di 3 milioni, 1 milione per il fotovoltaico per un totale di più di 4 milioni, ovvero il 5,6% del totale. Con questo investimenti, il valore aggiunto attivato sarebbe di oltre 1 milione, con la quota valore aggiunto sul Pil del 4,8%.

In una analisi macroeconomica, la mole di interventi «genererebbe, su scala nazionale, un incremento nel valore della produzione ‒ al netto delle attività non market ‒ di 148 miliardi di euro; per ogni euro di investimento se ne creerebbero 1,8 nell’intero sistema economico»: non si registrerebbe solo un valore aggiunto addizionale pari a 55 miliardi di euro, ma anche un impatto sul Pil, che sarebbe pari al +3,1% sul 2019 a livello nazionale, mentre per il Mezzogiorno sarebbe del +5%, rispetto al Centro-Nord che registrerebbe un +2%.

«Gli investimenti complessivamente ipotizzati – si legge nel rapporto – sarebbero tali da attivare, nell’intero periodo, 373 mila occupati aggiuntivi, di cui 156 mila nelle regioni meridionali e la parte restante, pari a 164 mila, in quelle del Centro-Nord». Nella nostra regione, poi,  si tratterebbe di 11 mila occupati in più.

Le analisi dei principali istituti internazionali (sono stati presi in considerazione gli ultimi Outlook pubblicati prima della COP 26 di Glasgow), pure con approcci e obiettivi differenti, concordano nell’evidenziare che Per raggiungere gli obiettivi di Zero Emission al 2050 è necessaria un’ulteriore spinta che sostenga lo sforzo per la decarbonizzazione, individuando: a) nel decennio 2020-2030 la fase cruciale per potere aspirare a conseguire gli obiettivi al 2050; nello sviluppo delle FER la chiave di volta, essendo particolarmente significativo l’apporto delle fonti fossili alla produzione di energia elettrica; per raggiungere gli obiettivi al 2050 e sviluppare davvero le rinnovabili è necessario un approccio che tenga insieme il ruolo della finanza verde, gli interventi del decisore pubblico, quelli del privato, dei grandi operatori, così come lo sviluppo di una rete diffusa.

Inoltre, secondo la Svimez, «le scelte della Ue, in questo contesto, sono strategiche:« L’Europa – si legge nel rapporto – si dimostra l’area mondiale che presta maggior attenzione alle politiche e alle strategie di sviluppo dell’economia verde e circolare. In questo senso un riferimento essenziale è lo European Green Deal e, più recentemente, l’approvazione del Fit for 55 e del Next Generation EU che assume il binomio innovazione ecologica/digitale e lo declina a livello europeo con attenzione all’economia vede, circolare e alle rinnovabili».

L’Italia, da questo punto di vista, non è da meno: è, infatti, tra i primi in Europa «per potenza installata e consumi di energia rinnovabili. Secondo i dati Arera, dal 1997 al 2020 l’apporto delle rinnovabili al totale dell’energia prodotta in Italia sale dal 18,5% al 41,2%, a fronte di un parallelo calo del termoelettrico dal 79,6% al 58,1%. Questo in particolare grazie alla crescita dal 1997 a oggi di solare ed eolico».

«Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito a un parziale rallentamento: i nuovi campi fotovoltaici hanno continuato a salire, ma a velocità ridotta. Il Paese rischia così di perdere terreno di fronte ad altri grandi protagonisti delle rinnovabili come Germania o Spagna, sia nel fotovoltaico che nell’eolico. Secondo diversi osservatori uno degli elementi di freno risiede nel sistema autorizzativo che rischia di rallentare iter di installazione dei nuovi impianti. Il Pnrr rappresenta un possibile ulteriore motore per lo sviluppo delle rinnovabili. Anche se deve essere visto come un pezzo di una strategia più ampia, a oggi perimetrata dal Pniec».

Per la Svimez, appare, poi, necessario rivedere e migliorare il sistema autorizzativo, segnalando «il rischio di un’eccessiva frammentazione dei centri decisionali; la presenza di normative spesso non omogenee nei diversi territori; la necessità di accelerare il percorso di individuazione delle aree idonee. Un passo avanti in questo senso nell’individuazione delle aree idonee sembra arrivare dal recente D.Lgs. n. 199/2021, di recepimento della Direttiva RED II, finalizzato a semplificare e accelerare le procedure».

È inutile dire che, per la Calabria, quella delle energie rinnovabili potrebbe essere una grande opportunità di ripresa post-pandemia e di rilancio economico, sopratutto a livello occupazionale. Viene da chiedersi, dunque, perché ci siano politici che, invece di cogliere l’occasione, preferiscano andare contro a quelle soluzioni che gioverebbero a una terra che ha bisogno e necessita di riscattarsi. (bvi)

 

Risorse idriche, bando da 313 milioni di euro per ridurre gli sprechi nel Mezzogiorno

Sono 313 milioni di euro la somma del bando del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili per ridurre la dispersione di acqua nel Mezzogiorno, rendere più efficienti le reti idriche di distribuzione nei territori delle Regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia e colmare il divario territoriale in un settore di vitale importanza per i cittadini.

Si tratta di risorse europee del programma React Eu messe a disposizione dal Ministro per il Sud e la Coesione territoriale e gestite dal Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Si tratta di fondi europei del Pon Infrastrutture e Reti 2014-2021.

Entro 45 giorni, gli Enti d’Ambito delle cinque Regioni del Sud potranno presentare progetti volti a migliorare la qualità e la gestione del servizio, anche attraverso l’impiego delle migliori tecnologie digitali per il monitoraggio delle reti e il miglioramento della resilienza, tenendo conto dei principi e gli indirizzi europei, della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile e del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.

«La riduzione delle perdite idriche nelle reti di distribuzione è una delle principali sfide per il Sud del Paese – ha dichiarato il Ministro Enrico Giovannini –. È infatti un obiettivo fondamentale inserito tra le riforme previste dal Pnrr. È necessario rafforzare il processo di industrializzazione del settore con la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala e garantire la gestione efficiente di un comparto che ancora oggi risulta frammentato e complesso».

«Questo bando è una prima risposta a un problema che incide sulla qualità della vita e le potenzialità di sviluppo del Sud – ha aggiunto il ministro Carfagna –. Grazie agli investimenti dell’Unione Europea e al piano che come governo italiano abbiamo predisposto nell’ambito di React Eu, finalmente c’è la possibilità di iniziare a migliorare la gestione delle risorse idriche al servizio dei cittadini meridionali. Spero in una risposta rapida ed efficace degli Enti per cogliere al meglio questa opportunità». (rrm)

SudeFuturi: Servono interventi nazionali per rendere il Sud motore d’Italia

C’è una grande necessità di interventi progettuali nazionali per rendere il Sud motore dell’Italia intera. È su questo che si è incentrata la seconda giornata di SudeFuturi(R)innoviamo il Mezzogiorno, al Castello Ruffo di Scilla e organizzato dalla Fondazione Magna Graecia.

Ad aprire il dibattito, moderato da Paolo Mieli, Paola Bottero e Alessandro Russo, è stato il presidente della Fondazione con il Sud Carlo Borgomeo: «Si sente spesso dire che bisogna investire sulla motrice invece che sull’intero convoglio, sperando che la prima trascini il resto dei vagoni. Credo, invece, che al Paese convenga investire nel Mezzogiorno e che il Sud potrà ripartire quando non ci sarà più un atteggiamento solidaristico, ma la decisione concreta di investire al Sud perché si decide di farlo».

«Si deve, però – ha aggiunto – modificare l’atteggiamento del passato e quindi non ci si può limitare a rivendicare quote, ma si deve spostare l’attenzione sul come vengono messi in atto i progetti. Nel Pnrr il fattore tempo è decisivo e occorre presto entrare nel merito delle singole linee di spesa».

Il ragionamento è stato proseguito dal presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre: «Si smetta con il romanticismo meridionalista e piagnone e si riparta dalla realtà. I vecchi governi nazionali hanno buttato i soldi al Sud senza creare sviluppo».

«Servono strategie straordinarie – ha evidenziato – che superino anche la tradizionale divisione di competenze tra Stato e Regioni sancita dalla Costituzione. Serve uno sforzo nazionale con un progetto per il Sud che immagini anche un suo ruolo definito verso il Mediterraneo».

Maria Grazia Falduto, direttore generale Pubbliemme, ha raccontato la sua storia di imprenditrice rientrata al Sud dopo un’esperienza a Milano e che è riuscita a risanare un’azienda in crisi portandola ai primi posti di produttività a livello nazionale. Dovendo, però, superare mille difficoltà. «Il rapporto con la pubblica amministrazione – ha detto Falduto – è stato spesso molto difficile, specie in Calabria».

«Abbiamo trovato maggiore difficoltà a dialogare con la Regione che con la Commissione europea – ha detto ancora –. Adesso, il Sud si trova davanti ad una grande opportunità e serve lavorare non con la fantasia ma con la concretezza cominciando dall’inserire persone all’altezza nelle amministrazioni».

Giuseppina Paterniti, direttrice editoriale offerta informativa in Rai. Ha ribadito il concetto: «Occorre competenza nelle amministrazioni e senza correzioni da questo punto di vista non andremo da nessuna parte. Per sfruttare bene le risorse in arrivo servirebbero corsi di formazione e nuove competenze per riuscire a realizzare progetti importanti e spazzare via ogni tipo di opacità».

Secondo il presidente della Fondazione Magna Grecia, Nino Foti,«Serve una centrale di spesa e progettazione che riesca a velocizzare gli iter di progettazione in un momento in cui il tempo è tiranno. Serve anche una comunicazione adeguata che informi e sappia controllare e non la stampa che si limita a seguire il potere di turno. Non può succedere più che i giornalisti non siano liberi». (rrc) 

SBARRA: IL CORAGGIO DEL MEZZOGIORNO
PER RISCATTARE LO SVILUPPO CALABRESE

di LUIGI SBARRA – Unitariamente a Siderno, nel cuore della Locride, a rinnovare l’impegno coerente di Cgil, Cisl, Uil sulle tante criticità dell’estremo Sud della nostra penisola, a sostenere la voglia di riscatto della comunità calabrese che non vuole perdere le opportunità del Recovery Fund e dei piani di sviluppo e crescita previsti dal Governo.

È stato un segnale importante, fortemente sostenuto dalla Cisl, l’approvazione dell’emendamento al decreto Semplificazioni che ‘blinda’ il capitolo Mezzogiorno nel Pnrr prevedendo che il 40% delle risorse, anche nei bandi, sia indirizzato al Sud. Avviare il motore sociale e produttivo delle nostre zone deboli significa, infatti, far ripartire l’intero Paese: un obiettivo che riguarda tutti e che deve vedere ogni soggetto sociale e istituzionale coinvolto nel cantiere dello sviluppo. Quello che serve ora è una attivazione rapida ed efficace degli investimenti pubblici, con un controllo stringente su crono-programmi, trasparenza, legalità, qualità e stabilità del lavoro.

La ripartenza economica e sociale attraverso un vero governo della transizione digitale, ambientale, energetica va concertata, anche e soprattutto al Sud, per garantire il pieno utilizzo delle risorse senza la polverizzazione dei progetti, per assicurare tempi certi di realizzazione, buona qualità della spesa e condizioni chiare che leghino le dotazioni finanziarie a forti incrementi occupazionali.

Questo è per la Cisl un punto centrale. È ora di smetterla con gli incentivi a pioggia per imprese che non si impegnano a investire nel Sud, ad assumere a tempo pieno giovani, donne, disoccupati meridionali. Basta con le multinazionali che una volta incassati benefici fiscali e benefit, scappano via, come sta facendo in maniera inaccettabile la Whirpool a Napoli che, senza vergogna, rompe i patti e si defila in cerca di paradisi fiscali e di purgatori contrattuali, dove applicare il peggior dumping salariale, senza alcun rispetto per la dignità delle persone.

Il Mezzogiorno, con i sui gap infrastrutturali, con l’aumento della povertà, con le tante famiglie monoreddito, intercetta e amplifica tutte le criticità economiche, sanitarie e sociali. Riscattare il Sud alla crescita, alla coesione significa da sempre, e in questo momento più che mai, realizzare la migliore politica di sviluppo per tutto il Paese. Ma, questo processo di ricostruzione, ha bisogno di riforme concrete per cambiare la pubblica amministrazione, velocizzare i tempi della giustizia, tagliare le tasse a chi investe stabilmente nel sud, puntare ad un grande piano per la formazione delle nuove competenze. Solo agendo con determinazione su questi fronti, solo facendo vera convergenza, potremo raggiungere i livelli di crescita auspicati dal Governo nei prossimi anni.

Dalla nostra abbiamo due opportunità straordinarie. La prima: un’Europa che finalmente parla il linguaggio della solidarietà e della coesione. Il Recovery Plan guarda al Sud del continente ed il nostro meridione è la punta di lancia di questa sfida comunitaria. La seconda occasione è la “pax politica”, che assicura al Parlamento e al Governo Draghi una stabilità essenziale per le riforme. L’auspicio è che questa coesione duri e sappia agganciarsi stabilmente alla progettualità sociale, attraverso un nuovo patto ed una vera politica di concertazione che metta in priorità la ripartenza delle realtà deboli. 

In quest’ottica, la Calabria è la quintessenza della questione meridionale, e dunque il distillato di tutte le problematiche nazionali. Lavoro, sanità, infrastrutture, politiche industriali, povertà, legalità: non c’è voce che non trovi in questi territori le ferite più profonde. Sono nodi da sciogliere insieme, all’interno di un Patto per la Calabria che muova un pezzo importante del Next Generation Italia sul territorio, per sbloccare infrastrutture e investimenti produttivi, politiche sociali e occupazionali, fiscalità di sviluppo e strategie industriali.

Vanno riscattate le aree interne, rilanciata la portualità e le reti viarie, avviato un grande piano per il risanamento idrogeologico. E, poi, bisogna sbloccare le assunzioni pubbliche, stabilizzare il precariato storico, ammodernare le scuole, gli ospedali ed i servizi pubblici, con una guerra ad ogni forma di criminalità e malaffare. Questo serve alla Calabria e al Sud. Bisogna estendere il perimetro delle responsabilità e pretendere dalle amministrazioni regionali e locali il massimo della trasparenza, della rapidità decisionale, della competenza.

Lo diremo con forza a Siderno: il Mezzogiorno è il terreno dove si combatte una battaglia morale ed economica che non possiamo perdere. Il costo sarebbe altissimo, da ogni punto di vista. Fallire significherebbe marginalizzare un terzo della popolazione, cristallizzare un’economia perpetua della sopravvivenza e “meridionalizzare” l’intero Paese, condannandolo a bassi tassi di crescita e sviluppo. Tutto questo il sindacato non può permetterlo. Per questo siamo mobilitati, in Calabria e nel resto del Paese. Va aperta una stagione di riforme e di investimenti che non lasci indietro nessuno e punti ad unire il Paese con il protagonismo dei lavoratori. 

Luigi Sbarra è Segretario Generale Cisl.

Il testo è la lettera che il segretario della Cisl ha inviato al Direttore del Quotidiano Del Sud / L’Altravoce dell’Italia Roberto Napoletano, in occasione della manifestazione di Siderno.

[Courtesy Il Quotidiano del Sud]

PNRR, CALABRIA: ILLUSIONI E PROMESSE
80% AL NORD E SOLO 20% AL MEZZOGIORNO

di SANTO STRATI – A conti fatti, l’«equa» ripartizione delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vedrà assegnare l’80% al Nord e un misero 20% al Sud. Altro che superamento del divario economico, territoriale, culturale, sanitario, industriale, etc: qui si tratta proprio di sottrazione autorizzata di risorse ai danni delle popolazioni meridionali, con un’evidente ripresa anche dell’emigrazione “povera” verso le regioni ricche. Non solo fuga di cervelli, inevitabile vista la mancanza di opportunità e di occasioni di lavoro per i nostri laureati e ricercatori che si formano a Cosenza, Catanzaro, Reggio (tre Atenei che hanno dimostrato di saper “produrre” eccellenze), ma anche il richiamo di manovalanza dal Sud (muratori, elettricisti, carpentieri, etc) necessaria al Settentrione per realizzare infrastrutture, ospedali, scuole, edifici pubblici, impianti di pubblica utilità etc. Visto che saranno insufficienti le forze lavoro dei migranti che sono già integrati nel processo produttivo e industriale del Nord, secondo alcune stime saranno almeno 500mila i giovani che il Recovery Plan costringerà a lasciare il Sud nei prossimi sei anni (quelli della durata del piano). Ai quali, per la cronaca, è bene sottolineare, andrà aggiunta l’emorragia giovanile dal Sud degli ultimi venti anni: un milione e mezzo. L’equivalente di una città come Milano, due terzi di una regione come la Calabria. Di cosa stiamo ancora a discutere?

Al Sud, se si esclude l’ipotesi Ponte sullo Stretto, per la cui realizzazione (?) al primo anno ci potrebbero essere 25mila nuovi posti di lavoro, non s’intravvedono grandi opportunità di occupazione. Del resto se la ripartizione delle risorse finanziarie rimane quella da più parti messa in evidenza (a partire all’economista pugliese Vincenzo Viesti che per primo ha lanciato l’allarme) c’è poco da illudersi: 175 miliardi andranno al Nord, 35 miliardi al Sud, con buona pace della ministra per il Sud Mara Carfagna che con un emendamento ha fatto portare la quota minima delle risorse destinate alle regioni meridionali dal 34 al 40%. La matematica non è un’opinione: se fosse realmente il 40%, il Sud avrebbe oltre 80 miliardi a disposizione, come si arriva a 35? Ovvero meno della metà? E pensare che, sulla carta, appaiono “appena” 22 dei 35 miliardi stimati.

Qualcosa, evidentemente non torna. L’autonomia differenziata richiesta a gran voce da Lombardia, Veneto ed Emilia, cacciata fuori dalla porta, rientra in maniera furba dalla finestra. E se della Calabria – come, purtroppo, abbiamo scritto fin troppe volte – non interessa niente alla politica romana, diversa è la situazione dell’intero Mezzogiorno, ovvero di un terzo d’Italia che si sente “dimenticato” e trascurato. E ha un bel ripetere l’ex premier Giuseppe Conte che «se non parte il Sud non parte l’Italia»: da buon meridionale, però ormai integrato nel Palazzo, sa bene che le intenzioni e le promesse portano consenso anche se poi non vanno a termine. E così sta accadendo.

Ecco perché la manifestazione di ieri dei tantissimi sindaci della Rete Recovery Sud accorsi in piazza Montecitorio a Roma, pur essendosi rivelata un flop di presenze, assume il tono di un preavviso chiaro al Governo di Mario Draghi. Non ci può essere sviluppo se non vengono attuate le condizioni minime per superare il divario sempre più forte tra Nord e Sud.

Ernesto Magorno con alcuni sindaci alla manifestazione del 21 luglio

Unico parlamentare calabrese presente il sen. Ernesto Magorno che è anche sindaco di Diamante (CS), il quale ha sottolineato a Calabria.Live che è tempo che la rete dei sindaci del Recovery Sud cominci a fare sul serio, facendosi sentire nelle stanze del potere. E gli altri parlamentari calabresi? E i sindaci della Calabria? Scarsa organizzazione per quanto riguarda i sindaci (ricordiamo la folta partecipazione alla manifestazione dell’Anci lo scorso novembre con la delegazione ricevuta da Conte) ma nessuna giustificazione per deputati e senatori della regione che hanno clamorosamente snobbato l’iniziativa, forse perché promossa dal Movimento 24 Agosto – Equità territoriale che fa capo a Pino Aprile.

È bello che a perorare la causa del Sud sia stato il sen. (ora del gruppo Misto) De Falco, il famoso comandante del «torni a bordo, cazzo!» dello sciagurato naufragio della nave Costa ai comandi di Schettino, ma, a quanto pare, anche ai parlamentari calabresi interessa poco della Calabria e del Mezzogiorno, come al resto di Camera e Senato. Se ne ricordino gli elettori quando torneranno alle urne. (s)

LA SCUOLA E IL DIVARIO FORMATIVO A SUD
IL RILANCIO ITALIANO PASSERÀ DAI BANCHI

di FRANCESCO RAO – La scuola, intesa come sistema educativo e formativo della futura classe dirigente, dovrebbe rappresentare uno tra gli indiscussi punti di forza per qualsiasi nazione. Sulla scorta di tale affermazione, dovrebbero essere previsti una serie di azioni tese a verificare costantemente il posizionamento del punto di equilibrio posto lungo la curva dell’offerta formativa praticata dal sistema scolastico italiano.

In tal senso si potrà affrontare con lucidità il recepimento delle costanti sollecitazioni provenienti dal mercato del lavoro in stretta connessione al fabbisogno dei processi di produzione, garantendo così di volta in volta le necessarie rimodulazioni volte a garantire agli studenti di poter frequentare una scuola al passo con i tempi e di conseguire un titolo di studio immediatamente spendibile nel mondo del lavoro. Tutto ciò, oggi più che mai, rappresenta un validissimo modello predittivo finalizzato a conferire vita alla materializzazione delle sfide tecnologiche che costantemente domandano, al mondo della scuola e delle università, nuove competenze.

L’OCSE, con i puntuali rapporti annuali, tesi a monitorare l’apprendimento scolastico, svolge uno straordinario servizio. Purtroppo tale attività non è stata debitamente resa sufficiente e l’azione svolta dal noto istituto francese, volendo essere un tantino critico, ogni anno ha consegnato ai nostri competitor Europei tutte le criticità dei nostri studenti e di conseguenza abbiamo puntualmente fornito al mondo la mappa delle debolezze strutturali presenti e future. Al contempo è mancata una approfondita analisi di natura politica, volta ad avviare nuovi scenari finalizzati a superare definitivamente i trend che hanno iniziato a lanciare segnali di allarme sin dagli anni 90 dello scorso secolo.

Basti pensare che il protrarsi del gap tra studenti del Sud e studenti del Nord nel mancato raggiungimento di lodevoli obiettivi nelle discipline scientifiche e linguistiche ha conferito una rinnovata valenza al concetto antropologico consegnato alla storia da Cesare Lombroso, sotteso ad etichettare il Meridione ed i Meridionali principalmente come soggetti inferiori e criminali. Non è la prima volta che mi occupo di tali problemi. Da molto tempo continuo ad affermare che il Meridione avrà una seconda vita ed offrirà migliori opportunità ai propri giovani quando ci sarà una scuola capace di essere attuale e propensa ad interpretare prontamente i tempi senza doverli inseguire. In tal senso, qualche domanda sorge spontanea: a fronte dell’insufficiente profitto in ambito scientifico e linguistico che nel tempo ha interessato altissime percentuali di studenti Meridionali, richiamando nello specifico un mancato raggiungimento degli obiettivi previsti per la matematica, la chimica, la fisica e le lingue straniere, i vari governi come hanno risposto ai dati forniti annualmente dall’OCSE? Ed inoltre, quale azione è stata attuata per mitigare il crescente rischio della dispersione qualitativa e quantitativa che affligge il Meridione e le aree interne in particolare? Sono stati attuati corsi di aggiornamento obbligatori per i docenti? Sono state attuate azioni di monitoraggio per comprendere in quale preciso segmento formativo ha origine la negatività dei dati? Con buona probabilità, quando la forbice qualitativa si chiudeva si pensava a rincorrere il raggiungimento delle famose percentuali europee nelle quali l’Italia, ieri come oggi, ancora non ha livellato il rapporto con molti degli altri stati per quanto riguarda il numero di diplomati e laureati, trascurando l’idea della meritocrazia per scegliere la strada della quantità. Detto ciò, per quanto mi riguarda, continuo ad intravedere la scuola come l’ascensore sociale per eccellenza che le famiglie e gli studenti dovranno guardare con maggiore interesse e fiducia. Il rilancio dell’Italia passerà dai banchi di scuola e dalla straordinaria capacità messa in atto dalla stragrande percentuale di docenti, innamorati del loro lavoro e perfettamente coscienti del ruolo che lo Stato riconosce loro.

Vi sono però delle criticità che vorrei proporre all’attenzione dei nostri lettori e, puntualizzo sin da subito, che non è mia intenzione dubitare della professionalità dei docenti nell’effettuare la lettura dei recentissimi dati che non promuovono il nostro modello scolastico, credo sia giunto il momento di assumere in merito  una decisa presa di posizione puntualizzando che non basta aver conseguito una laurea ed aver vinto un concorso per poter essere docenti c’è bisogno di tanta passione.  Basta sentirsi con la coscienza pulita dopo aver ripetuto ai propri discenti il capitolo di storia o l’esercizio di matematica, reiterando l’identico modello appreso più di 30 anni addietro. Con buona probabilità quel metodo va rivisitato ed attualizzato in quanto bisogna saper affascinare gli studenti ed incuriosirli continuamente. Occorre rivedere le disposizioni dei banchi in classe introducendo sempre e di più la circolarità; sarebbe opportuno rivedere i modelli formativi nell’insieme, immaginando la programmazione del breve, medio e lungo periodo  soffermandosi spesso sull’idea della coprogettazione delle lezioni e rivedendo dove necessario la sostituzione della tipica lezione frontale con altri modelli formativi tesi a stimolare il lavoro di gruppo e la partecipazione, elemento di indispensabile necessità in quanto siamo proiettati ad essere una società di solisti e non una comunità di persone capaci di confrontarsi e trovare soluzioni condivise. Oggi, seppur l’istruzione sia un diritto garantito a tutti, le sacche di analfabetismo funzionale ed informatico rappresentano l’identica problematica affrontata dai governi nell’immediato secondo dopoguerra, con l’aggravante che oggi ad essere analfabeta funzionale è un laureato e non una persona completamente analfabeta.

Da oltre 30 anni a questa parte, mentre si registrava un crescente impulso innovativo dettato da una galoppante ascesa dell’informatica e della tecnologia, la modernità alimentava la disattenzione sociale rimanendo inglobato nella bolla speculativa materializzatasi nell’ultimo decennio del Secolo scorso. Tale periodo appariva come una fase di benessere destinata a non doversi esaurire mai. L’onda lunga del ’68 aveva ormai generato un’idea tesa a vedere superati i modelli verticistici ed i processi educativi si trasformavano da modelli normativi a modelli affettivi, spingendo i genitori a scegliere la scuola dove non esisteva la bocciatura alla scuola dove la bocciatura era una delle due variabili posta in funzione al profitto del discente. Questa breve premessa, si pone al centro tra la galoppante affermazione della postmodernità ed una delle pochissime ed intuitive azioni compiute dall’allora Ministro Mariastella Gelmini con l’istituzione degli Istituti Tecnici Superiori. Tale scelta, oltre ad interpretare correttamente i tempi, uniformava i cicli formativi italiani ai modelli europei. Tant’è vero che il super diploma, titolo conseguito dopo aver frequentato un percorso biennale a scelta tra uno dei 6 indirizzi, rappresentava il punto di partenza per risolvere la crescente richiesta di tecnici, proveniente dal mercato del lavoro paralizzato anche a causa della crescente  penuria di Risorse Umane altamente qualificate.

L’importazione di questo modello formativo, assunto dal sistema duale tedesco, supera qualitativamente tanti altri processi processi formativi anche afferenti al mondo universitario perché sono state introdotte due azioni innovative: la prima è l’inserimento di una percentuale di docenti provenienti dal mondo delle professioni; la seconda consiste nell’aver previsto durante il processo formativo una fase di Stage da svolgere in azienda, coinvolgendo il discente nei processi lavorativi dopo aver espletato una breve fase di affiancamento. Quest’ultimo elemento, in buona parte è l’elemento che consente all’azienda di formare una o più Risorse Umane su specifiche necessità ed alla fine del percorso poter procedere con l’assunzione.

Tutto ciò rispondeva ai complessi indicatori di cambiamento, provenienti principalmente dagli Stati Uniti d’America, nei quali oltre ad intravedere la necessità di rivedere il modo di fare scuola si avvertiva l’avvio di un divario formativo posto tra le principali cause della disoccupazione giovanile Italiana e soprattutto Meridionale. Questa affermazione, già nel 1995 e con una straordinaria lungimiranza, era stata consegnata al mondo da Jeremy Rifkin con la pubblicazione del suo best seller “la fine del lavoro”.

Oggi, a consolidare la bontà dell’analisi svolta dal noto economista americano vi sono una serie di circostanze. In prima battuta è individuabile la persistente volontà messa in atto dal mondo politico italiano nel protrarre un modello di scuola imbastita sulle abilità e trascurando di fatto le competenze. Questa scelta, in buona parte non ha tenuto in considerazione la dinamicità evolutiva dell’industria decretando nel lungo periodo un notevole ritardo strutturale, tanto nella preparazione dei nostri giovani quanto nell’ambito della ricerca, dell’innovazione tecnologica e della crescita economica dell’Italia.

Ad oggi possiamo vantare il primato di una scuola primaria d’eccellenza ma bisogna urgentemente rivedere l’accesso dei docenti nel più delicato segmento della scuola italiana, ossia la scuola secondaria di primo grado. I tre anni di questo segmento formativo richiedono una fortissima azione pedagogica,  pertanto i docenti impegnati in tale fase, seppur preparatissimi e dotati di buona volontà, dovranno annualmente essere formati per poter essere sempre pronti ad accogliere le nuove sfide educative, offrendo agli studenti l’opportunità di potersi proiettare al segmento di studi successi con una maggiore consapevolezza ed una preparazione più salda, soprattutto in ambito scientifico, linguistico ed informatico. Per le aree Meridionali, sempre più esposte a fenomeni di povertà educativa, deprivazione culturale e dispersione scolastica, per questo segmento formativo, sarebbe opportuno che il Ministero dell’Istruzione valutasse l’idea di istituire il tempo prolungato obbligatorio e la mensa. La delicatezza di questa fase, vissuta dagli studenti in coincidenza con la loro età evolutiva dovrebbe trasformarsi  in una vera e propria opportunità.

Infine, nel ringraziare tutti quei docenti che riescono a mettersi in gioco ogni giorno, superando ogni difficoltà e limite, finanche  dovendo qualche volta acquistare di tasca propria la carta per le fotocopie, mi sento di rivolgere un appello affinchè il governo riveda lo stipendio di quanti sono chiamati a formare la classe dirigente del futuro riconoscendo maggiori opportunità per quanti desiderano studiare, migliorarsi e far migliorare la scuola. Per una volta, proviamo ad immaginare l’asta della cultura come fonte di un benessere diffuso, intravedendo nella qualità il riconoscimento dei meriti. Tutto ciò, non farà bene soltanto ai docenti, farà bene ai nostri studenti ed all’Italia.

Oggi dobbiamo riflettere sulla pagella che in questi giorni ha fatto saltare dalla sedia quanti hanno intravisto da vicino la dimensione del nodo “scuola”, fin troppo grande al prospetto del pettine utilizzato per governare  il futuro di 8 milioni di studenti e la trasversalità complessiva che la scuola potrà arrecare alla crescita ed allo sviluppo della nazione, con un rinnovato e positivo impatto sociale che potrà caratterizzare il Terzo Millennio. (fr)

[Francesco Rao è un sociologo, vive a Cittanova]

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Nuova rapina al Sud: Dal Recovery spetteranno tra i 22 e i 35 miliardi e non gli 82 iniziali

Nei confronti del Sud si tra profilando, per quanto riguarda i fondi destinati dal Recovery, una nuova beffa: degli 82 miliardi di euro che spetterebbero al Sud, soltanto tra i 22 e i 35 miliardi. È quanto ha scoperto il docente universitario dell’Università di Bari, Vincenzo Viesti che, delinea quella che Pino Aprile ha definito «la più grande rapina ai meridionali di tutti i tempi».

Ernesto Magorno, candidato alla presidenza della Regione Calabria, ha definito la situazione «un clamoroso passo indietro che compromette l’intero impianto del Pnnr» e ha sottolineato che «questa battaglia necessiti di una mobilitazione ampia e più generale e chiami in causa coloro che oggi hanno intenzione di candidarsi alla guida della Calabria. Loro, per primi, dovrebbero unire la loro voce alla nostra, perché soltanto attraverso una presa di posizione collettiva e potente potremmo creare un fronte comune che punti a tutelare i nostri diritti».

Sul tema è intervenuto anche il deputato di Alternativa c’èFrancesco Sapia, che ha interrogato il premier Mario Draghi e la ministra per il Sud, Mara Carfagna, sull’esatto ammontare delle risorse nel Pnrr destinate al Meridione.

«Se non fosse una faccenda tremendamente seria – ha spiegato Sapia – da cui dipenderà il futuro dei cittadini meridionali per i prossimi decenni, parrebbe di assistere al gioco del lotto. Infatti, secondo il docente dell’Università di Bari Giancarlo Viesti, al Sud toccano appena 22 miliardi, mentre la ministra Mara Carfagna ha dichiarato che i miliardi per il Mezzogiorno ce ne sono 82, cifra che il sottosegretario Giancarlo Cancelleri ha addirittura arrotondato a 90 miliardi».

«Questa differenza di – ha incalzato Sapia – è gravissima. A riguardo, condivido l’indignazione e le perplessità espressi dallo scrittore Pino Aprile, che ha denunciato il caso. Ricordo che secondo la Commissione europea i fondi stanziati devono essere impiegati per ridurre il divario di cittadinanza tra i cittadini meridionali rispetto a quelli del Centro-Nord. Uno dei pilastri del piano, secondo la Commissione europea, deve essere, infatti, la coesione sociale e territoriale».

«Mi aspetto che la ministra Carfagna ed il presidente Draghi – ha concluso Sapia – rispondano in maniera chiara e completa alla mia richiesta di sapere quanti soldi, nel Pnrr, sono effettivamente previsti per il Mezzogiorno, perché deve cessare per sempre la gravissima disparità di assegnazione delle risorse, che da troppo tempo penalizza il Sud, favorisce le mafie ed impedisce a tutta l’Italia la crescita economica, sociale e civile».

Indignata la senatrice di Alternativa c’èBianca Laura Granato, che ha sottolineato come «si scrive Piano nazionale di ripresa e resilienza, si legge grande beffa, o fregatura che dir si voglia, ai danni del Sud visto che solo 10 per cento del Recovery approderà a queste nostre latitudini e il resto andrà a rinvigorire l’economia già molto più florida della nostra, al Nord. Dalla promessa alla realtà c’è di mezzo la matematica: dovevano arrivare 145 miliardi di euro e si è passati a un Recovery-beffa da 13 miliardi. Un vero e proprio inganno svelato dal docente di Economia applicata dell’Università di Bari, Gianfranco Viesti. Ci piacerebbe tanto sapere cosa hanno da dire la ministra per il Sud e la Coesione, Mara Carfagna, e la sottosegretaria per il Sud Dalila Nesci, calabresi doc».

«Come senatori di L’Alternativa c’è – ha spiegato – ci eravamo premurati di presentare una nostra risoluzione, emendamenti al cosiddetto “Decreto Fondone”, per poi vederci costretti a votare contro la risoluzione di maggioranza – afferma ancora Bianca Laura Granato -. Prima sono stati calpestati i usati dall’Unione Europea vale a dire la ripartizione delle risorse in rapporto alla popolazione, al reddito pro-capite e al tasso di disoccupazione, poi il Governo italiano di assegnare al Sud solo il 40 per cento (82 miliardi) che saranno assottigliati ulteriormente perché quella percentuale si riferisce non già al totale, ma ad una parte che in buona parte andranno finanziamenti già fatti con soldi nazionali».

«Insomma – ha concluso – delle due l’una: o considerano assolutamente incapaci gli amministratori meridionali di progettare, costruire e realizzare opportunità di sviluppo per questi territori con le risorse europee (e in alcuni casi potrebbe anche essere); o vogliono mettere il Nord nelle condizioni di “comprare” il Mezzogiorno d’Italia pezzo dopo pezzo, come se fossero iniziati i saldi. Altro che misure per superare il divario tra Nord e Sud! Anche perché, e non ce lo dimentichiamo, parliamo di soldi a prestito che dovranno essere restituiti anche da chi non ne ha visto nemmeno l’ombra».

A parlare di ‘beffa’, anche il sindaco di Acquaviva delle Fonti e coordinatore della Rete Recovery Sud, Davide Carlucci, alla manifestazione a Roma dell’Anci, che sollecita  la modifica di alcune norme che ad oggi rendono difficile lo svolgimento delle attività del primo cittadino, sottolineando che «arriviamo, così, all’appuntamento del Recovery Fund senza progetti da presentare e senza personale che li possa redigere e attuare. Ancora una volta il Meridione è condannato». (rrm)