C’È FISCALITÀ DI VANTAGGIO IN CALABRIA.
UN’OPPORTUNITÀ PER I NUOVI INVESTITORI

di ANTONIO AQUINO – Da alcuni mesi il tema di una “fiscalità di vantaggio” sembra essere tornato alla ribalta fra le politiche da perseguire per stimolare la crescita dell’occupazione e del reddito nelle regioni del Mezzogiorno. In una intervista su Repubblica del 26 luglio 2020, Fabio Panetta, componente del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, a proposito dell’utilizzo delle risorse che il Recovery fund ha riservato all’Italia, ha sollecitato il governo italiano a cogliere l’opportunità di utilizzare i fondi europei per modernizzare l’economia,  rendendola più rispettosa dell’ambiente, più digitale, più inclusiva,  attenuando le diseguaglianze con la crescita e il lavoro. Ha poi messo in evidenza come una sfida cruciale sia quella del Mezzogiorno, una economia in cui un terzo della popolazione ha un reddito pro-capite pari alla metà di quello del resto del Paese e intere regioni sono afflitte da disoccupazione diffusa e carenza di infrastrutture.

A proposito della possibilità di introdurre  una fiscalità di vantaggio per le regioni del Mezzogiorno,  Panetta ha affermato che  si tratta di un obiettivo ambizioso, su cui in passato ha riflettuto con i colleghi della Banca d’Italia: «Un obiettivo da valutare in ambito sia nazionale sia europeo per le sue implicazioni sulla finanza pubblica e sulla concorrenza, che può essere di importanza fondamentale per rilanciare l’economia del Mezzogiorno». Dichiarazioni a sostegno della fiscalità di vantaggio per le regioni del Mezzogiorno sono state rilasciate  dai principali esponenti del  Governo italiano, e alcune misure sono state introdotte nel decreto legge del 14 agosto 2020. Si ha, però, l’impressione che, per le modalità secondo cui essa sembra essere prefigurata nel decreto legge del 14 agosto e le dichiarazioni dei principali esponenti del Governo italiano (riduzione del corso del lavoro di circa il 10 per cento fra il 2021 e il 2025 e poi gradualmente decrescente fino ad annullarsi entro il 2030), difficilmente essa potrebbe avere un impatto significativo sulla crescita dell’occupazione e del reddito nelle regioni del Mezzogiorno. Per una crescita verso livelli fisiologici del tasso di occupazione nel Mezzogiorno le produzioni a mercato internazionale dovrebbero poter contare su una riduzione del costo del lavoro dell’ordine del 40 per cento garantita per almeno 20 anni. Per evitare che essa abbia un costo eccessivamente elevato per la finanza pubblica essa dovrebbe essere allora drasticamente selettiva; il decreto legge del 14 agosto sembra, invece, prefigurare una fiscalità di vantaggio sostanzialmente “a pioggia”, che comporterebbe una riduzione del tutto insufficiente del costo del lavoro e con un orizzonte temporale troppo breve.

L’articolo 27 del decreto legge 14 agosto 2020 n. 104 prevede che, previa autorizzazione della Commissione europea, al fine di  contenere gli effetti straordinari  sull’occupazione determinati dall’epidemia da COVID-19 in aree caratterizzate da gravi situazioni di disagio socio-economico e tutelare i livelli occupazionali, dal 1° ottobre al 31 dicembre 2020, sia riconosciuta ai datori di lavoro  privati, con esclusione del  settore agricolo e del lavoro domestico, per i dipendenti  la cui sede di lavoro è situata in regioni con un prodotto interno lordo pro capite inferiore al 90 per cento  della media EU27 e un tasso di occupazione inferiore alla media nazionale, un  esonero pari al 30 per cento dei  contributi previdenziali, con esclusione di quelli  spettanti all’Inail, con un onere complessivo per la finanza pubblica pari a circa 1,5 miliardi di euro. Secondo la relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato questa agevolazione contributiva  verrebbe applicata a poco più di tre milioni di lavoratori, con un monte retributivo mensile pari a poco meno di cinque miliardi di euro. La decontribuzione equivarrebbe quindi in media a circa il 10 per cento della retribuzione, e, in termini assoluti a circa 170 euro mensili per lavoratore. Per ogni cento abitanti, i  lavoratori beneficiari della decontribuzione sarebbero  circa 10 in Calabria, 12 in Sicilia, 14 in Molise, 15 in Sardegna, Campania e Puglia, 16 in Basilicata, 19 in Abruzzo e 20 in Umbria.

Il secondo comma dell’articolo 27 prevede ulteriori misure di decontribuzione per gli anni dal 2021 al 2029, di accompagnamento agli interventi di coesione territoriale del Piano Nazionale di ripresa e Resilienza e dei Piani Nazionali di Riforma, al fine di favorire la riduzione dei divari territoriali. La definizione delle  caratteristiche di queste future misure di agevolazione contributiva è rimandata a un decreto del Presidente del Consiglio del Ministri da adottarsi entro il 30 novembre 2020. Secondo le dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Economia e delle finanze e dal Ministro per il Sud e la Coesione territoriale nella prima metà di agosto l’intenzione del Governo sembrerebbe essere di estendere sostanzialmente gli sgravi già decisi per gli ultimi tre mesi del 2020 fino al 2025, e di ridurli poi gradualmente fino ad azzerarli entro il 2030.

Si tratterebbe di una decontribuzione sostanzialmente “a pioggia”, essendo applicata a quasi tutti i lavoratori dipendenti da imprese private nelle regioni del Mezzogiorno e quindi necessariamente di una entità troppo modesta e per un periodo di tempo troppo breve per poter incidere significativamente sull’occupazione. Una decontribuzione settorialmente molto selettiva applicata in misura molto più forte e per un periodo di tempo molto più lungo potrebbe stimolare una crescita verso livelli fisiologici del tasso di occupazione nelle regioni del Mezzogiorno, senza oneri significativi, e probabilmente anzi con effetti positivi nel lungo periodo, per la finanza pubblica.

L’Italia presenta una diversificazione regionale dal punto di vista del tasso di occupazione  che non  sembra avere corrispondenza in nessun  altro paese industriale. Una differenza di quasi 30 punti percentuali è stato registrato nel 2018 nel tasso di occupazione  fra l’Emilia Romagna nel Nord dell’Italia (70) e Campania e Sicilia nel Mezzogiorno (41). Nelle altre regioni del Nord il tasso di occupazione, analogo a quello medio dei grandi paesi industriali, è soltanto di poco inferiore a quello dell’Emilia Romagna  (68 in Lombardia e Triveneto, 66 in  Piemonte). Tassi di occupazione soltanto di poco inferiori alla media delle regioni del Nord sono registrati dalla Toscana (67), da Umbria e Marche (65), e dalla provincia di Roma (64). Il tasso di occupazione scende verso valori intorno a 56 nelle altre province del Lazio (59 Rieti, 55 Latina e Viterbo, ma solo 48 nella provincia di Frosinone), e in tre regioni del Mezzogiorno settentrionale (58 in Abruzzo, 55 in Molise e 54 in Sardegna). Fra le altre regioni del Mezzogiorno, soltanto la Basilicata registra un tasso di occupazione, sia pur leggermente, superiore a 50, mentre il tasso di occupazione è in Puglia soltanto di un punto superiore alla media del Mezzogiorno (46). Queste differenze, rilevate per il 2018, sono rimaste, sia pur con oscillazioni, sostanzialmente invariate negli ultimi 30 anni secondo i dati della Banca d’Italia.

Oltre al bassissimo tasso di occupazione, le regioni del Mezzogiorno sono caratterizzate da forti flussi emigratori di  persone in età da lavoro, da un tasso di irregolarità del lavoro molto elevato (circa il doppio di quello, sostanzialmente fisiologico, delle regioni del Nord), da una domanda di lavoro proveniente pressoché esclusivamente da attività produttive a mercato esclusivamente locale e da una forte carenza di occupazione in attività produttive a mercato internazionale.

Principalmente in conseguenza del bassissimo tasso di occupazione, e in minor misura della minore produttività, il reddito per abitante prodotto nelle regioni del Mezzogiorno è in media circa la metà di quello delle regioni del Nord dell’Italia. Gli effetti sul reddito disponibile delle famiglie della minore produzione di reddito sono in misura significativa compensati in media da trasferimenti dal Nord dell’Italia che negli ani settanta e ottanta superavano il 20 per cento del prodotto interno lordo del Mezzogiorno e che, pur essendo diminuiti in misura significativa negli ultimi 30 anni, rappresentano ancora circa il 16 per cento del PIL del Mezzogiorno. Dal punto d vista degli equilibri complessivi di finanza pubblica, la forte carenza di occupazione, e quindi di produzione di reddito, nelle regioni del Mezzogiorno ha comportato una crescita fin verso livelli molto levati del debito pubblico italiano, nonostante elevati livelli di tassazione e significative restrizioni della spesa pubblica con effetti particolarmente negativi per la sanità e l’istruzione. Amartya Sen ha inoltre magistralmente messo in evidenza come la carenza di opportunità di lavoro abbia effetti negativi di natura anche non economica. La determinante fondamentale della forte carenza di occupazione è la carenza di competitività delle produzioni del Mezzogiorno. Nelle regioni del Mezzogiorno l’impatto sulla domanda di lavoro della finanza pubblica, misurato da spesa pubblica meno tassazione è fortemente espansivo, questo effetto espansivo è tuttavia più che compensato  da un valore estremamente basso di domanda di beni prodotti nel Mezzogiorno proveniente da altre regioni o paesi e da un valore molto elevato della quota del reddito disponibile nel Mezzogiorno speso nell’acquisto di beni prodotti in altre regioni e paesi.

Non essendo politicamente praticabile un aumento significativo dell’effetto espansivo della finanza pubblica,  l’unica via realisticamente perseguibile per stimolare  un forte aumento delle opportunità di lavoro nelle regioni del Mezzogiorno sembra essere un forte aumento della competitività delle produzioni del Mezzogiorno esposte alla concorrenza internazionale, in modo da stimolare un forte aumento della domanda per i beni prodotti nel Mezzogiorno proveniente da altre regioni e paesi e una forte diminuzione della quota della domanda interna del Mezzogiorno rivolta a beni prodotti in altre regioni e paesi. Ciò può essere efficacemente perseguito concentrando la fiscalità di vantaggio sui beni a mercato internazionale, così da consentire con un lungo orizzonte temporale un drastica riduzione del costo del lavoro per le produzioni nel Mezzogiorno di beni a mercato internazionale, senza oneri rilevanti per la finanza pubblica. Mediante una fiscalità di vantaggio drasticamente selettiva ma molto forte e con un lungo orizzonte temporale sarebbe possibile innescare nelle regioni del Mezzogiorno un vigoroso processo di crescita dell’occupazione e del reddito trainato dalle esportazioni nette (Net exports led growth) in grado di avviare verso la normalità la relazione fra domanda e offerta di lavoro senza oneri rilevanti, e probabilmente con effetti nel lungo periodo addirittura positivi, per la finanza pubblica.

Circa tre milioni di posti di lavoro separano in complesso  le regioni del Mezzogiorno da un tasso di occupazione analogo a quello delle regioni del Nord dell’Italia, a sua volta sostanzialmente analogo a quello medio dei principali paesi industriali (fra 65 e 70 occupati per ogni cento persone in età da lavoro. Un aumento di occupazione di un tale ordine di grandezza potrebbe essere ottenuto stimolando un aumento dell’ordine di un milione di unità della domanda di lavoro per le attività produttive di beni a mercato internazionale localizzate nelle regioni del Mezzogiorno,  portando così l’occupazione in queste attività dalle attuali circa 800 mila unità verso quasi  due milioni di unità. Un aumento di occupazione di tale ordine di grandezza potrebbe essere stimolato da una  “svalutazione fiscale” tale da ridurre di circa il 40 per cento il costo del lavoro per le produzioni a mercato internazionale, mantenendo al contempo  le retribuzioni di chi lavora in queste imprese pienamene competitive rispetto a quelle ottenibili nelle produzioni a mercato esclusivamente locale, e in particolare nel pubblico impiego. Il reddito aggiuntivo prodotto in queste attività, ipotizzando un valore pari a 2 per il moltiplicatore keynesiano, potrebbe stimolare una domanda aggiuntiva di lavoro nelle attività produttive a mercato esclusivamente locale localizzate nelle regioni del Mezzogiorno dell’ordine di due milioni di unità. Il reddito aggiuntivo prodotto in queste attività potrebbe a sua volta generare entrate fiscali e contributive addizionali tali da più che compensare  gli iniziali sgravi fiscali e contributivi per le attività produttive di beni a mercato internazionale.

Soltanto per le produzioni di beni a mercato prevalentemente non locale una fiscalità di vantaggio volta  a ridurre il costo del lavoro  può stimolare un aumento significativo della domanda di lavoro nelle regioni del Mezzogiorno. Ciò perché per queste produzioni una riduzione del costo del lavoro può determinare significativi spostamenti di domanda sia interna che esterna verso le produzioni localizzate nel Mezzogiorno. Per le produzioni a mercato esclusivamente locale, invece, la domanda di lavoro è determinata pressoché esclusivamente dalla dimensione della domanda locale. Per le produzioni di beni a mercato internazionale un forte aumento della domanda di lavoro richiede però un fiscalità di vantaggio così forte da determinare una riduzione del costo del lavoro tale da più che compensare la minore produttività in queste attività delle imprese localizzate nel Mezzogiorno; essa  inoltre dovrebbe diminuire molto gradualmente, soltanto nella misura in cui diminuisce il divario di produttività. A parità di onere per la finanza pubblica gli effetti di sgravi fiscali e contributivi sarebbero molto più forti se venissero concentrati selettivamente sulle produzioni localizzate nelle regioni del Mezzogiorno di beni a mercato internazionale (principalmente prodotti dell’industria manifatturiera e servizi informatici). Paradossalmente, una espansione significativa dell’occupazione nelle produzioni a mercato esclusivamente locale potrebbe essere determinato proprio dalla concentrazione degli sgravi contributivi nelle attività produttive esposte alla concorrenza esterna, per via dell’aumento di occupazione e reddito in queste attività, e quindi della domanda interna nel Mezzogiorno.

Dopo alcuni anni l’aumento di reddito generato nelle attività produttive a mercato internazionale determinerebbe ulteriori aumenti di reddito nelle produzioni a mercato locale e quindi aumenti delle entrate fiscali e contributive che potrebbero più che compensare nel lungo periodo le iniziali riduzioni di entrate fiscali e contributive. Un altro effetto positivo sarebbe rappresentato dagli aumenti di produttività stimolato dal fenomeno del “learning by doing”, particolarmente significativo in particolare nelle produzioni manifatturiere. Gli oneri delle iniziali riduzioni delle entrate fiscali e contributive possono essere in realtà considerati come spese per investimento in capitale umano, e in particolare in quel capitale umano la cui carenza è all’origine della carenza di opportunità di lavoro nelle regioni del Mezzogiorno: le abilità e capacità necessarie per essere competitivi nella produzione di beni a mercato internazionale. Infine, l’aumento delle opportunità di lavoro potrà anche a stimolare un aumento del “capitale sociale” nelle regioni del Mezzogiorno, per i suoi effetti sulla fiducia nelle istituzioni, e rendere più efficaci le azioni di  contrasto alle attività illegali.

In sintesi, per avere un impatto significativo su occupazione e reddito nelle regioni del Mezzogiorno con un onere contenuto, o addirittura con effetti positivi nel lungo periodo, per la finanza pubblica, la riduzione degli oneri fiscali e contributivi dovrebbe: 1) essere applicata soltanto alle produzioni  a mercato internazionale, e in particolare alle attività manifatturiere; 2) determinare una riduzione del costo del lavoro per le imprese  di almeno il 40 per cento[7]; 3) essere credibilmente garantita alle imprese per almeno 20 anni, con una possibile graduale, lenta  riduzione negli anni successivi, man mano che diminuisce il divario di produttività fra Nord e Sud dell’Italia nelle produzioni a mercato internazionale.

Carlo Azeglio Ciampi, durante la sua Presidenza, aveva sottolineato più volte come il Mezzogiorno sia l’area dell’Italia con le maggiori potenzialità di crescita della produzione e del reddito per  la grande disponibilità di lavoro non utilizzato. Fino ad oggi, tuttavia, il lavoro non utilizzato nelle regioni del Mezzogiorno ha rappresentato un problema, invece che una opportunità di crescita per l’Italia. Neppure la “nuova programmazione” impostata negli anni novanta anche su impulso del Presidente Ciampi è riuscita a stimolare nel Mezzogiorno una significativa crescita dell’occupazione. Se il Mezzogiorno fosse un paese politicamente indipendente, la piena occupazione sarebbe raggiunta mediante salari nominali dell’ordine del 60 per cento di quelli del Nord dell’Italia, in tutti i settori produttivi, incluso il pubblico impiego. Il fatto di non essere politicamente indipendente comporta per il Mezzogiorno, da un lato la possibilità di ottenere trasferimenti da altre regioni di una entità che non sarebbe possibile per una paese politicamente indipendente, dall’altro però ha precluso la possibilità di perseguire efficacemente un livello dei salari nominali compatibili con un equilibrio competitivo di piena occupazione. Considerato il clamoroso fallimento delle politiche “strutturali” volte ad aumentare la produttività nel Mezzogiorno al livello del Nord dell’Italia, l’unica possibilità che potrebbe oggi essere efficace per la piena occupazione nelle regioni del Mezzogiorno sembrerebbe essere quella di una forte “svalutazione fiscale” che comporti per un lungo periodo di tempo una riduzione dell’ordine del 40 per cento del costo del lavoro  per le imprese che producono nel Mezzogiorno beni a mercato internazionale.

Considerato che essa verrebbe inizialmente applicata a circa 800 mila lavoratori, pari a circa un quarto di quelli per i quali la fiscalità di vantaggio  è prevista dal decreto legge del 14 agosto, l’impatto iniziale per la finanza pubblica sarebbe dello stesso ordine di grandezza di quella preventivata (circa 5 miliardi all’anno). Man mano però che per effetto di uno shock fiscale di questa dimensione si innesca  un forte processo di crescita di occupazione e reddito nella produzione di beni a mercato internazionale, il reddito aggiuntivo provocherebbe un aumento della domanda di beni a mercato esclusivamente locale prodotti nel Mezzogiorno, con un conseguente aumento di entrate fiscali e contributive. A regime l’impatto complessivo per la finanza pubblica potrebbe essere neutrale o addirittura significativamente positivo. Con il passar del tempo, inoltre, per effetto del “learning by doing” particolarmente importante nelle produzioni a mercato internazionale, la differenza di produttività fra Mezzogiorno e Nord dell’Italia potrebbe significativamente diminuire e quindi potrebbe diminuire anche l’intensità della fiscalità di vantaggio. (aa)  [Courtesy Opencalabria.com]


 

  • Antonio Aquino è Professore Emerito di Economia Politica presso il Dipartimento di Economia Statistica e Finanza DESF “Giovanni Anania” dell’Università della Calabria. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università L. Bocconi di Milano nel 1970. PhD presso la London School of Economics. Nel 1987 ha ricevuto il Premio Saint Vincent per l’economia.

COVID-19: SUD E CALABRIA MENO COLPITI,
MA PER LA SVIMEZ CRESCERÀ IL DIVARIO

I numeri sono impietosi e il nuovo allarme che proviene dalla Svimez, l’Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno, con la pubblicazione delle Previsioni regionali 2020-2021 non danno spazio ad alcun dubbio: il Mezzogiorno e la Calabria, “risparmiati” dalla pandemia con numeri di contagio molto bassi, patiranno in modo pesante gli effetti economici della crisi. Ovvero il divario Nord-Sud anziché restringersi andrà ad allargarsi: secondo quanto scrive la Svimez «resiste la chiave di lettura Centro-Nord/Mezzogiorno, ma le previsioni per il 2021 mostrano i segnali di una divaricazione interna alle due macro-ripartizioni: le tre regioni forti del Nord ripartono con minori difficoltà; il resto del Nord e le regioni centrali mostrano maggiori difficoltà; un pezzo di Centro scivola verso Mezzogiorno; il Mezzogiorno rischia si spaccarsi tra regioni più resilienti e realtà regionali che rischiano di rimanere “incagliate” in una crisi di sistema senza vie di uscita».

Secondo l’autorevole Istituto di studi e ricerca sul Mezzogiorno, «la differenziazione territoriale dei processi di resistenza allo shock e di ripartenza nel post-Covid pone al governo nazionale il tema della riduzione dei divari regionali come via obbligata alla ricostruzione post-Covid. Creare le condizioni per restituire alle regioni del Centro in difficoltà i tassi di crescita conosciuti in passato, liberare le regioni più fragili del Sud dal loro isolamento che le mette al riparo dalle turbolenze ma le esclude dalle, ricompattare il sistema produttivo nazionale intorno ad un disegno di politica industriale volta a valorizzare la prospettiva euro-mediterranea l, sono tutte premesse indispensabili per far crescere, insieme, l’economia nazionale. Anziché affannarsi a sostenere la causa delle tante questioni territoriali (del Nord, del Centro, del Mezzogiorno) che si contendono il primato nel dibattito in corso sulle vie di uscita dalla pandemia, è tempo di compattare l’interesse nazionale sul tema che le risolverebbe tutte se solo l’obiettivo della crescita venisse perseguito congiuntamente a quello della riduzione dei nostri divari territoriali».

In poche parole, le previsioni regionali «aprono la “scatola nera” del differenziale di crescita tra Mezzogiorno e Centro-Nord nel 2021 svelando una significativa diversificazione interna alle due macro-aree nella transizione al post-Covid». Dai dati diffusi si evince che l’unica regione italiana che recupera in un solo anno i punti di Pil persi nel 2020 è il Trentino. A seguire, le tre regioni settentrionali del “triangolo della pandemia” guidano la ripartenza del Nord: +7,8% in Veneto, +7,1% in Emilia Romagna, +6,9% in Lombardia. Segno, questo, che le strutture produttive regionali più mature e integrate nei contesti internazionali perdono più terreno nella crisi ma riescono anche a ripartire con più slancio, anche se a ritmi insufficienti a recuperare le perdite del 2020. Maggiori le difficoltà a ripartire di Friuli V.G., Piemonte, Valle d’Aosta e, soprattutto, Liguria.

«Le regioni centrali – evidenzia la Svimez – sono accomunate da una certa difficoltà di recupero, in particolare l’Umbria e le Marche. Alla questione settentrionale e a quella meridionale intorno alle quali tradizionalmente si polarizza il dibattito nelle crisi italiane, sembra aggiungersi una “questione del Centro” che mostra segnali di allontanamento dalle aree più dinamiche del paese, scivolando verso Sud».

Tra le regioni meridionali, le più reattive nel 2021 sono, nell’ordine, Basilicata (+4,5%), Abruzzo (+3,5%), Campania (+2,5%) e Puglia (+2,4%), confermando la presenza di un sistema produttivo più strutturato e integrato con i mercati esterni. A fronte del Sud che riparte, sia pure con una velocità che compensa solo in parte le perdite del 2020, nel 2021 ci sarà anche un Sud dalla ripartenza frenata: Calabria (+1,5%), Sicilia (+1,3%), Sardegna (+1%), Molise (+0,9%). Si tratta di segnali preoccupanti di isolamento dalle dinamiche di ripresa esterne ai contesti locali, conseguenza della prevalente dipendenza dalla domanda interna e dai flussi di spesa pubblica.

L’impatto sui redditi delle famiglie nel 2020 è in media meno intenso nel Mezzogiorno (-3,2% contro il -4,4% del Centro-Nord) anche per effetto degli ingenti trasferimenti previsti dalle misure di sostegno al reddito previsti dal Governo. Il calo riguarda in particolare l’Emilia Romagna (-6,3%), Marche (-5,7%), Umbria (-5,2%) e Piemonte (-5,2%). Per il 2021 è atteso un recupero in tutte le regioni del Centro e del Nord, soprattutto nel “triangolo della pandemia”. Le regioni meridionali condividono una riduzione meno intensa dei redditi nel 2020 ma, al tempo stesso, un recupero più debole nel 2021. È questo il caso, in particolare, di Calabria, Molise, Sardegna e Sicilia, che non recupereranno le perdite del 2020.

Anche dal punto di vista del reddito, nel post-covid, ci sono evidenti condizionamenti sui consumo delle famiglie. La spesa delle famiglie cala bruscamente in tutte le regioni italiane con una variabilità interna alle due macro-aree piuttosto correlata alla dinamica dei redditi. Nelle Marche (-12,3%) e in Umbria (-12.2%) i crolli più evidenti; in Lombardia (-7,3%), Molise (-7,4%), Trentino (-7,7%) e Sicilia (-7,7%) quelli meno intensi ma di entità comunque eccezionale. La forbice si allarga se si guarda alla ripresa della spesa delle famiglie nel 2021. Nelle regioni del Centro e del Nord, in media, i consumi delle famiglie aumenteranno del 5,0% recuperando solo la metà della perdita del 2020; nelle regioni del Mezzogiorno il recupero sarà meno di un terzo: +2,7% dopo la caduta del -9,0% del 2020. Particolarmente stagnante sarà la spesa delle famiglie in Sardegna, Sicilia e Calabria.

Non meno significativa la differenziazione per quel che riguarda gli investimenti delle imprese. Su base regionale mostrano caratteristiche comuni alla spesa delle famiglie: una maggiore differenziazione nella ripartenza, comunque stentata, del 2021 rispetto alla caduta del 2020. Al Nord il crollo è particolarmente intenso in Emilia Romagna (-17,9%) e Piemonte (-18,0%); al Centro in Toscana (-17,5%); nel Mezzogiorno in Campania (-16,3%).  Gli investimenti torneranno a crescere a tassi più sostenuti, ma comunque insufficienti a compensare le perdite del 2020, in Lombardia (+9,8%), Veneto (+9,5%) ed Emilia Romagna (+8,2%). Debole la ripartenza degli investimenti in Calabria (+2,2%), Sicilia (+2,5%) e Campania (+2,7%).

La domanda estera, infine, in profonda contrazione nel 2020 (-15,3% in media nel Mezzogiorno; -13,8% nel Centro-Nord), tornerà a crescere nel 2021 – secondo la Svimez – a ritmi più sostenuti nelle economie regionali dalle vocazioni produttive più orientate all’export. (ed)

Tab. 1: Previsioni per il Pil, Regioni, Circoscrizioni e Italia, var. %.

Regioni201920202021
Piemonte-0,2-11,05,3
Valle d’Aosta0,3-7,03,7
Lombardia0,0-9,96,9
Trentino A.A.-0,4-6,05,9
Veneto1,0-12,27,8
Friuli V.G.0,6-10,14,5
Liguria0,1-8,53,7
Emilia-Romagna-0,5-11,27,1
Toscana0,7-9,55,5
Umbria1,6-11,14,7
Marche0,6-10,65,0
Lazio0,7-8,14,1
Abruzzo0,1-8,33,5
Molise1,7-10,90,9
Campania0,3-8,02,5
Puglia0,6-9,02,4
Basilicata1,4-12,64,5
Calabria1,1-6,41,5
Sardegna0,7-5,71,0
Sicilia1,1-5,11,3
Mezzogiorno0,9-8,22,3
Centro-Nord0,4-9,65,4
Italia0,6-9,34,6

Fonte: Modello NMODS.

 

Tab. 2: Previsioni per spesa e redditi delle famiglie, investimenti e delle esportazioni, Regioni, Circoscrizioni e Italia, var. %.

RegioniSpesa famiglieReddito FamiglieInvestimentiEsportazioni
201920202021201920202021201920202021201920202021
Piemonte0,8-10,55,0-0,6-5,26,50,7-18,06,1-4,3-16,27,8
Valle d’Aosta0,3-11,24,10,1-5,06,01,5-10,44,6-6,3-2,03,9
Lombardia0,0-7,35,5-1,2-3,57,50,9-16,59,8-1,4-5,911,1
Trentino A.A.0,4-7,74,40,8-3,97,30,8-15,87,70,9-16,15,6
Veneto0,3-11,75,3-0,1-4,28,02,0-15,99,50,2-18,210,5
Friuli V.G.0,6-10,84,9-0,5-4,16,31,9-9,85,2-1,6-15,66,9
Liguria0,8-8,25,1-0,8-2,74,61,4-15,24,2-7,3-17,17,4
Emilia-Romagna0,6-10,25,6-0,2-6,37,00,7-17,98,22,7-15,910,2
Toscana0,4-10,45,20,4-4,56,71,9-17,56,813,6-17,04,0
Umbria1,0-12,24,40,5-5,25,22,8-11,45,6-0,9-2,24,5
Marche1,2-12,34,22,2-5,76,11,9-16,15,12,6-20,411,8
Lazio1,0-9,26,0-0,5-3,15,81,9-11,05,313,5-18,88,9
Abruzzo0,9-9,12,73,1-3,24,21,5-13,35,9-1,9-13,49,7
Molise1,1-7,42,83,9-4,02,23,0-12,83,211,1-19,23,8
Campania1,0-10,12,61,8-3,54,61,5-16,32,77,5-16,811,9
Puglia0,5-9,13,3-0,6-1,83,91,7-14,34,0-4,3-13,27,1
Basilicata1,0-9,44,83,7-3,54,12,1-12,84,2-17,6-32,120,8
Calabria0,8-9,41,32,1-2,92,12,5-9,22,2-17,0-8,57,0
Sardegna1,2-10,12,22,6-3,62,12,1-11,34,68,2-10,17,5
Sicilia1,2-7,71,92,3-3,02,33,3-12,22,5-1,9-9,510,1
Mezzogiorno1,0-9,02,72,4-3,23,22,2-12,83,7-2,0-15,39,7
Centro-Nord0,6-10,25,00,0-4,46,41,5-14,66,51,0-13,87,7
Italia0,8-9,74,11,0-3,95,11,8-13,95,4-0,2-14,48,5

Fonte: Modello NMODS.

Quasi 43 i milioni per i comuni della Calabria
destinati a iniziative sociali, scuole e comunità

Dei 300 milioni destinati ai Comuni del Mezzogiorno dal Fondo Infrastrutture sociali, ben 42.878.013 andranno alla Calabria: lo ha annunciato il ministro per il Sud e la Coesione Sociale Peppe Provenzano. La somma, ripartita in quattro anni, è stata sbloccata, dopo un confronto con l’Associazione dei Comuni d’Italia (Anci) e con la presa d’atto della Conferenza Stato-Città. Sono risorse destinate a privilegiare le amministrazioni locali del Mezzogiorno e in particolar modo le città piccole e medie. I fondi sono destinati a nuovi interventi, manutenzioni straordinarie, su scuole, strutture e residenze sanitarie, edilizia sociale, beni culturali, impianti sportivi, arredo urbano, verde pubblico e altri ambiti della vita sociale.

Ripartizione fondi sociali Calabria

Le somme sono state ripartire secondo un criterio inversamente proporzionale alla popolazione di riferimento, proprio per avvantaggiare i piccoli comuni. In questo modo viene garantito anche a un comune di 500 abitanti un contributo totale di 32.000 euro (mentre un comune con popolazione maggiore di 250.000 abitanti riceverà un contributo totale pari a 655.000 euro), relativamente maggiore in pro capite. Si abbandona il criterio storico di attribuzione delle risorse e si pone attenzione alle zone deboli del paese per offrire a tutti i cittadini le medesime opportunità.

Soddisfatto il ministro Provenzano, convinto meridionalista (è stato vicedirettore della Svimez), il quale ha voluto sottolineare che «Grazie a questi trecento milioni le amministrazioni locali potranno investire subito per garantire servizi sociali e spazi pubblici, anche con piccoli interventi che contribuiscono a rilanciare, soprattutto dopo la pandemia, l’economia locale e la qualità della vita. Il decreto mette al centro i Comuni, e finalmente riconosce risorse adeguate anche ai piccoli e piccolissimi per prendersi cura delle persone e delle comunità, in ragione delle fragilità troppo spesso ignorate da un’azione pubblica che non deve più fare parti eguali tra diseguali».

Il ministro, in un post, ha sottolineato che «anche il rilancio della Strategia Nazionale Aree interne va avanti, lo dimostrano i 120 milioni di euro stanziati nel dl Rilancio a sostegno delle attività economiche, artigiane e commerciali e la nomina che ho appena firmato di Francesco Monaco coordinatore del Comitato nazionale delle aree interne, che con il suo profilo aiuterà a rinnovare la centralità e l’importanza di un punto di vista attento al protagonismo locale nella governance. Le aree interne, i comuni medi e piccoli sono un’opportunità. Lo abbiamo visto durante la fase più acuta della pandemia, mettiamola ora al centro della ripartenza».

Ha espresso la sua soddisfazione anche il Presidente dell’Anci Antonio Decaro, secondo il quale, «grazie alla collaborazione collaborazione tra il sistema dei Comuni e il governo, questo fondo potrà incidere su territori che hanno maggiori bisogni, come i centri piccoli e medi del Sud, e soprattutto in un settore che, mai come ora, ha esigenza di cure, quello del sociale: scuole, verde pubblico, impianti sportivi, arredo urbano, edilizia sociale potranno godere di interventi piccoli e grandi spesso indispensabili e urgenti. I Comuni sono ottomila centri di spesa diffusi su tutto il territorio. Ogni risorsa che ci viene affidata per realizzare o anche solo apportare migliorie al patrimonio di luoghi in cui si erogano i servizi sociali coglie due obiettivi, entrambi essenziali: migliorare l’aspetto e la fruibilità delle nostre città e paesi e attivare un’immediata circolazione economica a livello locale».

La dotazione più cospicua delle risorse destinate alla Calabria spetta a Cosenza con oltre 16 milioni (150 comuni), seguono Reggio con quasi 10 milioni e mezzo (97 comuni), Catanzaro con poco più di 8 milioni (80 comuni), Vibo Valentia 5 milioni (50 comuni) e ultima Crotone con poco più di 3 milioni (27 comuni). (rp)

E SUI BILANCI COMUNALI CONTE RASSICURA I SINDACI

Il sindaco metropolitano di Reggio Giuseppe Falcomatà. responsabile Mezzogiorno dell’Anci, ha riferito che «Il Presidente Conte ha accettato tutte le priorità sottolineate dai Sindaci e sono convinto che il Governo manterrà la parola data. Ci aspettiamo che al suo impegno personale ora seguano i fatti. Al più presto il Ministero delle Finanze deve individuare norme e risorse per mettere a disposizione i 3 miliardi indispensabili per far fronte ai servizi essenziali per i cittadini, oltre alle norme per mettere in sicurezza i bilanci comunali. Staremo a vedere».

«In queste settimane – ha detto Falcomatà – abbiamo lavorato insieme ai sindaci metropolitani per individuare gli aspetti prioritari per questa fase di rilancio servono più risorse, il doppio di quelle fino ad oggi previste, e strumenti normativi più incisivi per velocizzare le procedure e sburocratizzare i processi su alcuni aspetti fondamentali: le politiche per il sostegno alla famiglie, a partire dal rinnovo dei buoni spesa, il rilancio delle imprese, il trasporto pubblico locale, il turismo, ma anche una maggiore flessibilità finanziaria per i bilanci comunali, la sospensione dei piani di riequilibrio e poteri commissariali per procedure più veloci e meno burocratiche su appalti e lavori pubblici». «Su questi temi abbiamo ricevuto piena condivisione dal Presidente Conte – ha concluso – Ora ci aspettiamo che alle parole seguano velocemente gli atti necessari per dare seguito al piano per la ripresa socioeconomica dei territori». (rrc)

Svimez: «Il Mezzogiorno non è una causa persa» La Calabria cenerentola d’Italia a -0,3 % di Pil

di SANTO STRATI – È l’unica regione, non solo nel Mezzogiorno ma anche in Italia, ad accusare una flessione del Pil, -0,3% nel 2018: la Calabria è la cenerentola del Paese e, al contrario delle altre regioni meridionali che mostrano timidi segnali di ripresa, rivela la sua ormai cronica debolezza nella crescita. Il Rapporto Svimez 2019 offre una fotografia reale della disuguaglianza Nord-Sud, impietosa nei confronti di chi ci ha governato in questi ultimi dieci anni, spiega come la politica italiana si sia dimenticata del Mezzogiorno. Di come abbia indebolito il contributo del motore interno della crescita, trascurando il Sud e la sua gente. Il risultato è che rispetto al 2018 siamo sotto di dieci punti rispetto ai livelli di dieci anni prima.

Luca Bianchi, direttore dello Svimez, introdotto dal presidente Adriano Giannola, espone con chiarezza e lucida convinzione i dati che, implacabili, le slides del Rapporto mostrano sullo schermo numeri incontrovertibili che segnano inequivocabilmente il cosiddetto divario, non solo territoriale, ma anche sociale tra Nord e Sud. Quello che colpisce di più è la povertà in campo che si registra in campo educativo (300mila ragazzi nel Mezzogiorno si fermano alle III media), preludio alle altre povertà economiche e di crescita sociale.

Non è sufficiente la considerazione che le disuguaglianze fanno sì che possa parlare solo di debole recessione, se non di stagnazione, a livello nazionale, il punto che emerge dall’affollato incontro alla Sala dei gruppi parlamentari della Camera, è che – a politiche invariate – il Mezzogiorno viaggia al 6,1% contro il 21,6 % nazionale della spesa pubblica. Lo scippo continuerà fino a che non sarà riaffermata, in modo univoco, la centralità della clausola del 34% da destinare al Mezzogiorno. Non solo per la spesa corrente, ma per ogni utilizzo di fondi strutturali e di fondi addizionali (di provenienza UE), così da annullare quella che il ministro per il Sud, Peppe Provenzano, ha significativamente indicato come “divergenza”. Ecco, il divario che non è solo territoriale, ma, ben più in profondità, sociale, va colmato con iniziative, investimenti, con progetti di cui andrà valutata non solo l’efficacia ma anche l’efficienza.

Proprio questo aspetto, quello dell’efficienza, mostra la parte debole del discorso investimenti. C’erano a disposizione circa 110 miliardi, il nostro Paese ne ha appena utilizzati 2. Non mancano le risorse finanziarie, manca la capacità di spesa. Viene meno l’efficienza dell’apparato pubblico che non risponde alle esigenze di imprenditori, investitori pubblici e privati, e lascia decadere ogni iniziativa.

L’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, su questo tema, provocatoriamente, ha detto se dobbiamo chiederci se il Sud vuole lo sviluppo. Certo che lo vuole, ma occorre dare una svolta all’abitudine di valutare le iniziative in termini di obiettivi e di strumenti. Il vero elemento di competizione – ha detto Arcuri – è il tempo. Il riferimento alle capacità straordinarie della nostra gente viene da due esempi: l’Autostrada del Sole, costruita in cinque anni (e consegnata con sei mesi di anticipo) e i lavori sul canale di Panama (a matrice italiana): si scopre, poi, che in Italia per fare trenta km di ferrovia ci vogliono vent’anni. La risposta a questo “giallo”, a questo mistero che avvolge la tempistica assurda che caratterizza ogni progetto sta – secondo Arcuri – nella moltitudine di attori interessati alle dinamiche dello sviluppo. Occorre sfoltire in termini di età media la pubblica amministrazione e, soprattutto, fornire ai responsabili la tranquillità di firmare senza il terrore di essere poi perseguiti dalla giustizia contabile per eventuali errori, anche se commessi in buona fede.

Marcella Panucci
Da sinistra: Domenico Arcuri, Ad di Invitalia, Adriano Giannola e Luca Bianchi della Svimez e il direttore generale di Confindustria Marcella Panucci

Il direttore generale di Confindustria, la calabrese Marcella Panucci, ha insistito proprio su questo punto: la pubblica amministrazione è debole al Sud, va rinforzata e preparata ad affrontare i problemi autorizzativi, con competenza e autorevolezza, ma senza la spada di Damocle di una giustizia amministrativa pronta a richiedere il danno erariale. D’altro canto – ha evidenziato il ministro Provenzano – l’età media nella pubblica amministrazione è di 55 anni: come si può parlare di innovazione se non si svecchia questa classe dirigente inserendo le migliaia di giovani preparati e capaci di captare le trasformazioni e i vantaggi nelle valutazioni che la tecnologia offre?

Il presidente Giannola ha detto che occorre guardare alla storia per capire le problematiche del Mezzogiorno. La crisi non è solo di natura economico-finanziaria: c’è una crisi di natalità, che è il fenomeno più preoccupante – ha rilevato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – che deriva dalla grande disuguaglianza che affligge il territorio. Servono tre milioni di posti di lavoro per il Mezzogiorno, senza i quali si andrà a svuotare ancor di più il nostro Meridione. E Conte, ribadendo il suo ormai abituale ritornello «Se riparte il Sud riparte l’Italia» si è detto soddisfatto delle misure previste dalla manovra a favore del Mezzogiorno e ha annunciato il prossimo varo del Piano per il Sud.

«Un piano per l’Italia – gli ha fatto eco il ministro Provenzano – perché occorre pensare soprattutto ai giovani e alle donne (anche qui il divario in termini occupazionali col Nord è terribile) guardando alla bio-economia, all’agricoltura, all’energia da fonti rinnovabili. Contro la logica della contrapposizione del territorio che indica stupidamente al Sud l’assistenza, al Nord lo sviluppo, bisogna radicalmente cambiare registro. «L’Italia vive della sua unità» ha esordito nel suo intervento il segretario generale aggiunto della Cisl Luigi Sbarra: la dispersione scolastica è un problema intollerabile e servono misure che fermino questo inaccettabile gap.

Il lavoro, gli investimenti, nuove progettualità e voglia di innovare. Il presidente Conte è ottimista: le risorse saranno distribuite con la clausola del 34% (che corrisponde alla percentuale degli abitanti del Mezzogiorno). Ma, avverte Conte, non basta stanziare risorse, bisogna saperle spenderle. «Definanzieremo i progetti che non vanno avanti: una task force avrà il compito di controllare e verificare l’attuazione degli investimenti fino al loro completamento». Basterà per il rilancio del Sud? Intanto è una buona base di partenza. (s)

Svimez, la Calabria a -0,3% del Pil. In corso la presentazione del rapporto 2019

Uno scenario insostenibile, quello che emerge nel Rapporto 2019 della SvimezL’economia e la società del Mezzogiorno, in corso di presentazione al Palazzo dei Gruppi Parlamentari della Camera di Roma.

«Entro i prossimi 50 anni – si legge nel Rapporto – il Paese si ritroverà con una popolazione molto più piccola e decisamente invecchiata, in particolare il Mezzogiorno il destinato a un lento e pesante declino demografico».

Secondo quanto emerge dal Rapporto, «per effetto della rottura dell’equilibrio demografico – bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione – il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, sopratutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso».

I dati più preoccupanti, però, riguardano la Calabria, che è l’unica regione del Mezzogiorno – e in Italia – ad accusare una flessione del Pil nel 2018 (-0,3%), mentre la Campania ha registrato crescita zero, la Puglia, insieme all’Abruzzo e alla Sardegna, hanno registrato, nel 2018, il più alto tasso di crescita.

Nel corso della presentazione, è intervenuto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha dichiarato che «il Governo intende promuovere un piano strutturale di investimenti e di misure e di rilancio per il Mezzogiorno».

«Entro la fine dell’anno – ha proseguito il presidente Conte – sarà varato un Piano per il Sud. Una delle priorità del nostro Piano, è quella di realizzare un vero riequilibrio territoriale della spesa ordinaria per investimenti che, negli ultimi decenni, non è stata distribuita tra le Regioni italiane in misura proporzionale alla popolazione residente». (rrm)

COSENZA – Il convegno su Mezzogiorno e Regionalismo differenziato

Questo pomeriggio, a Cosenza, alle 17.00, nella sala degli spechi del Palazzo del Governo, il convegno su Mezzogiorno. Valorizzazione dei tesori e dei talenti nascosti tra vocazione euro mediterranea e Regionalismo differenziato: strumenti.

L’iniziativa, presieduta e coordinata dalla giornalista Carmen Lasorella, si terrà proprio in occasione della presentazione alla Città della Rivista MYRRHA – Il dono del Sud – pubblicazione trimestrale, telematica e senza scopo di lucro, che nasce per dare rilievo e visibilità alle realtà culturali e imprenditoriali del Mezzogiorno d’Italia.

I lavori saranno introdotti dal presidente della Provincia di Cosenza, Franco Iacucci, dal presidente della I Commissione del Consiglio Regionale – Presidente Koinos, Franco Sergio, e dal direttore della Rivista “MYRRHA – Il dono del Sud”, Giorgio Salvatori.

Ne discutono Cesare Imbriani, presidente della Università degli Studi di Roma “Unitelma Sapienza” – Ordinario di Economia Politica, Carlo Curti Giardino, ordinario di Diritto dell’Unione Europea Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Giuseppe Soriero, componente Comitato Presidenza Svimez;, Paolo Naccarato, dirigente generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Angela Dalmazio Tarantino, notaio del Distretto di Cosenza e Francesco Saverio Sesti, civilista – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. (rcs)

La ‘ZES’ di Gioia Tauro è finalmente operativa. E il Governo impegna il 34% delle risorse al Sud

di SANTO STRATI – La Zona Economica Speciale (ZES) di Gioia Tauro è finalmente operativa, da ieri funziona il credito d’imposta per gli investitori e le imprese e sulla pagina dell’Agenzia delle Entrate è apparso il modulo per accedere alle agevolazioni per progetti fino a 50 milioni di euro. Questo significa che l’attrattore principale di investimenti (un forte credito d’imposta) può davvero diventare un elemento determinante per il rilancio non solo dell’area ZES (vedi in fondo i comuni interessati) ma per tutta la Calabria. È un importante traguardo, anzi un buon punto di ripartenza sia per le imprese che già operano nell’area sia per quelle che verranno. Il punto, adesso è come “convincere” industriali e imprese a scommettere sulla Calabria, ovvero come costruire una reputazione per un territorio vessato non solo da effettive e pericolose presenze di mafia (in parte debellate grazie all’incessante lavoro di magistrati, forze dell’ordine, esponenti della società civile), ma anche e soprattutto dalla cosiddetta “cattiva stampa”. La Calabria sconta anni di articoli e inchieste che hanno tratteggiato solo il suo lato malavitoso, senza mai considerare la presenza delle sue eccellenze in ambito universitario, nel campo dell’impresa, della cultura, del turismo: i grandi giornali, ancora oggi, pur con meritevoli eccezioni, parlano della Calabria solo in occasione di morti ammazzati o di grandi retate di mafia. Il territorio calabrese è ricco di cultura, tradizioni, sentimento: motivi più che validi per far avvicinare gli imprenditori del Nord e farli innamorare di una terra irresistibile. E soprattutto offrendo loro una situazione di vivibilità aziendale rassicurante, che dev’essere regola non un’opzione. Richiamare, con il pretesto della ZES, investitori in Calabria può davvero significare capovolgere una situazione  sconfortante e offrire delle vere opportunità di crescita alla nostra migliore gioventù. Quei laureati che si sentono dimenticati dalla madre terra, ma apprezzati e richiesti da ogni parte d’Italia e del mondo. Quei giovani cui la politica di questi ultimi 25 anni ha letteralmente rubato il futuro, senza nemmeno sentire il bisogno di chiedere scusa. La ZES non è una parola magica, ma rappresenta il segnale che qualcosa sta cambiando: proprio qualche giorno fa il Consiglio dei ministri, il Governo, ha indicato i punti qualificanti del piano per il Mezzogiorno che il nuovo ministro per il Sud, Peppe Provenzano, dovrà coordinare restando fianco a fianco col premier Giuseppe Conte. C’è il vincolo di impegnare il 34% delle risorse a favore del Mezzogiorno, quindi riparte un ampio programma per riattivare gli investimenti pubblici e finanziare quelli privati, destinando aiuti ai nuovi imprenditori (soprattutto ai giovani con Resto al Sud) e favorendo contratti di sviluppo che prevedano fiscalità di vantaggio per chi vuol fare impresa al Sud. Non sono parole o promesse, ma impegni di spesa.

La Zona Economica Speciale di Gioia Tauro ha una storia lontana. Era il 27 giugno 2013 quando il Consiglio regionale calabrese aveva inviato al Senato un disegno di legge che prevedeva l’istituzione della Zes nella Piana di Gioia Tauro. Un progetto che aveva l’obiettivo di offrire sgravi fiscali alle imprese, sia esistenti che di futura creazione, con margini particolarmente appetibili: esenzione totale dalle imposte per 8 anni per tutte le imprese e ulteriore sgravio del 50% per altri tre anni alle piccole e medie imprese. Prevedeva esenzione IRAP (la tassa sulle attività produttive che avvilisce le aziende) e altre esenzioni di vario genere, come benefici fiscali e agevolazioni per le nuove attività. Quel progetto originario il 25 settembre 2015 venne riformulato, sempre dal Consiglio regionale, tenendo conto delle limitazioni imposte dalla UE sugli aiuti di stato: il 25% di benefici per le grandi aziende, il 35% per le medie imprese, il 45% per quelle piccole, come misura massima dell’intensità dei contributi. Non aumento della spesa pubblica ma incremento di domanda: secondo quanto afferma su OpenCalabria il prof. Antonio Aquino, docente di economa industriale all’Unical «le agevolazioni fiscali concesse alle nuove attività stimolate dalla ZES non costituirebbero un onere effettivo per la finanza pubblica, poiché in assenza della ZES queste attività non ci sarebbero e, quindi, non ci sarebbero neppure le relative entrate fiscali per imposte e contributi. In effetti, l’impatto effettivo sulla finanza pubblica sarebbe probabilmente in complesso positivo, se si tiene conto sia delle imposte e contributi che comunque sarebbero pagati, sia pur parzialmente, anche dalle imprese incentivate, sia delle imposte e contributi che pagherebbero i lavoratori impiegati nelle nuove attività incentivate. Il potere di acquisto generato dalle attività incentivate genererebbe, inoltre, una domanda aggiuntiva di prodotti calabresi e, quindi, ulteriori aumenti di occupazione, reddito ed entrate tributarie e contributive».

La ZES di Gioia Tauro è stata poi istituita con la legge 123 del 3 agosto 2017: ci sono voluti due anni abbondanti per vederla finalmente operativa. Il Comitato d’indirizzo, qualche mese fa, aveva ultimato gli adempimenti che ancora ostacolavano l’avvio, e si attendeva che l’Agenzia delle Entrate definisse le modalità per la fruizione del credito d’imposta. «È stato un percorso lungo – ha detto il Presidente Mario Oliverio – partito dalla dura crisi del 2016 che vedeva il porto di Gioia Tauro in forte declino, in una situazione che necessitava di essere affrontata con determinazione. Insieme alle forze sociali, all’Autorità Portuale ed al Governo, si è definito, così, nel luglio di quell’anno un accordo di programma basato sul rilancio del porto, che prevedeva la nascita dell’Agenzia portuale per salvaguardare il lavoro di circa 400 persone che da lì a poco avrebbero perso il lavoro, la realizzazione di opere portuali e del bacino di carenaggio e la nascita della ZES Calabria. Oggi l’Agenzia ha assolto il suo compito, la banchina di appoggio nel lato ovest finanziata dalla Regione, è in corso di progettazione e, soprattutto, la ZES Calabria è concreta realtà che apre rosee aspettative per il futuro del porto alla luce del grande interesse che suscita in grandi investitori nazionali ed internazionali».
Secondo il Governatore «Ora che le imprese hanno la possibilità di attingere a nuova linfa e che il traguardo più importante è stato raggiunto si apre una nuova fase di sostegno alle imprese che vogliono investire nelle aree ZES calabresi con nuovi servizi ed ulteriori investimenti infrastrutturali, nonché, immateriali come l’istituzione del SURAP (Sportello Unico Regionale per Attività Produttive) volti a migliorare l’accessibilità e la sicurezza delle aree oltre che la promozione e la valorizzazione del tessuto imprenditoriale e sociale presente in quella che è ormai divenuta una delle aree strategiche più importanti per lo sviluppo della nostra Regione e del nostro Paese».

Adesso si tratta di puntare al rilancio del Porto di Gioia Tauro: l’annunciato – imponente – investimento di MSC dev’essere seguito da un altrettanto poderoso piano operativo di sviluppo e crescita di tutta l’area portuale. Occorre che sia resa possibile l’intermodalità, ovvero la connessione ferroviaria che permetterebbe ai container scaricati a Gioia di poter proseguire verso le destinazioni “terrestri” di tutta Europa. Secondo il documento licenziato dalla Regione, il Piano di Sviluppo Strategico della ZES Calabria si integra pienamente con la pianificazione strategica portuale che, a sua volta, è pienamente raccordata con il Piano Regionale dei Trasporti. L’azione 5 del Piano dei Trasporti è dedicata al sistema logistico e portuale regionale e nazionale e quella successiva indica le Misure per lo sviluppo del Sistema dell’area di Gioia Tauro nei contesti euro-mediterraneo e intercontinentale nel sistema economico e trasportistico di Gioia Tauro. In poche parole ci sono una grandissima serie di opportunità che si aprono utilizzando la caratteristica di “zona franca” che la ZES offre e serve un impegno adeguato perché il mostro burocrazia non finisca per strangolare, come di consueto, ogni iniziativa seria. Il documento sulla ZES della Regione si sviluppa in 474 pagine: il futuro Governatore, chiunque esso sia, dovrà trasformarlo in vangelo e spingere perché ogni singola annotazione si trasformi operativamente in realtà produttiva. Non mancano, naturalmente, rettifiche necessarie (il porto di Reggio e di Villa sono stati assegnati all’Autorità Portuale di Messina-Milazzo: chi deciderà gli interventi?), ma verranno al momento dovuto. È tempo di agire, ora. (s)

Ricadono nella ZES di Gioia Tauro i seguenti comuni, con riferimento alle singole macroaree:

1. Macronodo Gioia Tauro (Area del Porto di Gioia Tauro e Area del Retroporto):
Gioia Tauro
Rosarno
San Ferdinando

2. Aree dei Porti:
Reggio Calabria
Villa San Giovanni
Crotone
Vibo Valentia
Corigliano Calabro

3. Aree degli Aeroporti:
Lamezia Terme
Reggio Calabria
Crotone

4. Aree degli Agglomerati Industriali:
Gioia Tauro
Crotone
Corigliano Calabro
Lamezia Terme
Vibo Valentia

Lo scippo al Sud: anche l’Espresso racconta dei miliardi sottratti al Mezzogiorno

Su L’Espresso online appare un servizio a firma di Primo Di Nicola (giornalista e senatore del M5S) sulle decine di miliardi destinati al Mezzogiorno usati per altri scopi. Lo scandalo dello scippo al Sud, scoperto e ampiamente documentato da Roberto Napoletano direttore del Quotidiano del Sud/L’AltraVoce dell’Italia che dal primo giorno delle pubblicazioni (10 aprile di quest’anno) instancabilmente conduce una convinta battaglia a favore delle popolazioni meridionali.

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Scrive Di Nicola: «Un tesoro da oltre 50 miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni. Che poteva servire per terminare eterne incompiute come l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e che invece è andato a finanziare i trasporti del lago di Garda e i disavanzi delle Ferrovie dello Stato. Una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare l’economia del Sud e che è stata utilizzata per risanare gli sperperi e i buchi di bilancio dei comuni di Roma e Catania e per la copertura finanziaria dell’abolizione dell’Ici».

«La vera sagra della dissipazione – fa rilevare Di Nicola – si consuma all’interno del fondo Infrastrutture (12 miliardi 356 milioni di dotazione iniziale) dove il Sud vede poco o niente. Le sue dotazioni se ne vanno per mille rivoli a coprire i più svariati provvedimenti governativi: 900 milioni per l’adeguamento dei prezzi del materiale da costruzione (cemento e ferro) necessario per riequilibrare i rapporti contrattuali tra stazioni appaltanti e imprese esecutrici dopo i pesanti aumenti dei costi; 390 per la privatizzazione della società Tirrenia; 960 per finanziare gli investimenti del gruppo Ferrovie dello Stato; un altro miliardo 440 milioni per i contratti di servizio di Trenitalia; 15 milioni per gli interventi in favore delle fiere di Bari, Verona, Foggia, Padova.
Ancora: 330 milioni vanno a garantire la media-lunga percorrenza di Trenitalia; 200 l’edilizia carceraria (penitenziari in Emilia Romagna, Veneto e Liguria) e per mettere in sicurezza quella scolastica; 12 milioni al trasporto nei laghi Maggiore, Garda e Como. Pesano poi sul fondo Infrastrutture l’alta velocità Milano-Verona e Milano-Genova; la metro di Bologna; il tunnel del Frejus e la Pedemontana Lecco-Bergamo. E poi le opere dell’Expo 2015 che comprendono il prolungamento di due linee della metropolitana milanese per 451 milioni; i 58 milioni della linea C di quella di Roma; i 50 per la laguna di Venezia; l’adeguamento degli edifici dei carabinieri di Parma (5); quello dei sistemi metropolitani di Parma, Brescia, Bologna e Torino (110); la metrotranvia di Bologna (54 milioni); 408 milioni per la ricostruzione all’Aquila; un miliardo 300 milioni a favore della società Stretto di Messina. E non per le spese di costruzione della grande opera più discussa degli ultimi 20 anni, ma solo per consentire alla società di cominciare a funzionare». (rrm)

 

VIBO – L’incontro “Dal Sud per l’Italia”

Un appuntamento a cui i presidenti delle Province del Mezzogiorno non possono mancare, quello in corso questa mattina, nella sala consiliare della Provincia di Vibo Valentia, dove si confronteranno sul tema Dal Sud per l’Italia, il ruolo delle Province nel contesto nazionale.

L’evento, che si svolgerà durante l’evento Il Mediterraneo nel Borgo, è stato organizzato dalla Provincia di Vibo con il patrocinio delle Province d’Italia.

«Le Province del Sud – ha affermato, nell’illustrare l’iniziativa, il presidente della Provincia di Vibo Valentia, Salvatore Solano – con le proprie peculiarità mediterranee, possono e devono giocare un ruolo di primo piano nelle politiche di sviluppo del Paese, in quanto rappresentano sia sotto l’aspetto culturale che logistico, l’anello di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa. Il Sud è, pertanto, strategico per gli interscambi di natura sociale, culturale e commerciale. Interscambiche se adeguatamente promossi possono innescare dinamiche di crescita economica, dalle quali l’Italia tutta non può che trarne benefici».

Di queste opportunità, per le Province, per il Mezzogiorno e, quindi, per l’Italia, discuteranno, a Vibo Valentia, i presidenti degli enti intermedi del Sud.

«Lo faremo – ha dichiarato il presidente Solano – in maniera propositiva e costruttiva, senza pietismo, consapevoli delle grandi potenzialità dei nostri territori».

Presente, all’iniziativa, Mario Oliverio, presidente della Regione Calabria, Antonio Di Maria (Benevento), Giorgio Magliocca (Caserta), Michele Strianese (Salerno); Alfredo Ricci (Isernia), Nicola Giorgino (Barletta-Andria-Trani), Riccardo Rossi (Brindisi), Piero Marrese (Matera), Rocco Guarino (Potenza) e Domenico Biancardi (Avellino), Franco Iacucci (Cosenza), Ugo Pugliese (Crotone) e Sergio Abramo, (presidente della Provincia di Catanzaro e dell’UPI regionale), che concluderà un’apposita sessione di lavori.

«Un’iniziativa importante – ha evidenziato il presidente Solano – che siamo riusciti a portare a compimento grazie al sostegno dei presidenti dell’UPI regionale e nazionale, Sergio Abramo e Michele De Pascale».

«Sarà, dunque – ha proseguito il presidente Solano – un appuntamento dal forte contenuto simbolico, in quanto Vibo è la Provincia cenerentola d’Italia. Una Provincia che però, nonostante lo stato di default, sta pian piano risalendo la china. In virtù di una condotta amministrativa esemplare che l’ha portata ad avere, nell’ultimo biennio, più entrate che uscite».

Nel corso dell’iniziativa, oltre alla situazione politica e istituzionale, verranno analizzati aspetti di natura tecnica, finanziaria e legislativa, grazie alla presenza del prof. Francesco Delfino, (esperto in finanza provinciale), e del direttore nazionale dell’Upi, Piero Antonelli, con il quale il presidente Solano, in quest’ultime settimane, è stato in stretto contatto.

«Occorre – ha dichiarato il presidente Abramo – avviare immediatamente con il Parlamento e il Governo un dibattito istituzionale costruttivo sul futuro delle Province , rifiutando qualunque implicazione di tipo propagandistico e nel pieno rispetto delle istituzioni. Al fine di assicurare nella prossima Legge di Bilancio interventi tali da garantire ai territori e alle comunità risorse per i servizi essenziali assegnati alle Province, nel rispetto dei diritti dei cittadini». (rvv)

Investimenti zero, Mezzogiorno dimenticato. Indignano le desolanti cifre della Banca d’Italia

di SANTO STRATI – La parola d’ordine è una sola: investimenti. Non dove, perché è chiaro dove vanno fatti, ma soprattutto come farli. Non serve proporre incentivi per le assunzioni, quanto agire sulla struttura dei costi per abbassarli: è questa la lettura che dà sugli investimenti la dettagliata relazione sul mancato sviluppo del Mezzogiorno del Direttore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta. Una precisa fotografia del dramma del Mezzogiorno dove svetta la Calabria, ancora una volta ultima tra gli ultimi, e la cui emergenza è fin troppo evidente. Numeri e dati che indignano chiunque abbia a cuore il destino del Mezzogiorno sempre più abbandonato dal Governo centrale, anche se, in prospettiva, s’intravede finalmente qualcosa di nuovo, quantomeno un po’ in termini di buone intenzioni. Il premier Conte è un uomo del Sud, come il nuovo ministro per il Sud, Peppe Provenzano, che ha il bagaglio di competenze necessarie che gli derivano dalla Svimez: da loro possiamo aspettarci finalmente un piano per il Mezzogiorno degno di tale nome. La Calabria non vuole assistenzialismo ma strumenti per avviare crescita e sviluppo, ovvero investimenti e risorse. E soprattutto progettualità e pianificazione che dovranno essere in grado superare gli assurdi ostacoli burocratici ancora attivi.

È come fare gli investimenti la chiave di volta del problema, perché essi producano un prima-durante-dopo che generi occupazione continua e faccia scomparire il precariato imperante. Occupazione che significa sviluppo e utilizzo delle migliori risorse umane che la Calabria è in grado di prestare (oltre quelle già prodotte e mai utilizzate): progettazione, realizzazione e quindi attività che si traducono in opportunità di lavoro per laureati, diplomati, disoccupati, operai, ingegneri, imprenditori. Il volano della crescita funziona coinvolgendo tutti gli attori in campo, a qualsiasi livello: costruire una strada significa dare lavoro ai progettisti, equivale a occupare manovali e operai, creare opportunità per chi si occupa di logistica, di ricettività, ristorazione: ricordiamoci che chi lavora “consuma” nel produrre. Insomma, per fare un esempio banale, ce ne sarebbe per tutti, anche per il chioschetto che va a vendere panini e salsiccia vicino al cantiere.

Quali sono gli impedimenti? La risposta va cercata nell’insipienza e nell’incapacità della classe politica di dare concrete – e sottolineo concrete – soluzioni all’esigenza di investire, utilizzando fondi comunitari che, regolarmente, vengono restituiti al mittente per mancato utilizzo e pianificando adeguatamente le risorse che dovrebbero venire dallo Stato. Ma nulla è cambiato in questi ultimi vent’anni, indipendentemente da chi stava al governo centrale o in quello regionale. Oltre, ovviamente al mostro “burocrazia” regionale (e nazionale) che soffoca nel nascere molte nuove iniziative imprenditoriali, anche e soprattutto di giovani, e scoraggia gli investimenti privati dei pochi temerari che scommettono sulla Calabria. Investimenti al minimo, dunque, nel Mezzogiorno e troppe “dimenticanze” nei confronti delle regioni meridionali, trascurate, abbandonate a se stesse, lasciate a precipitare nella decrescita infelice che è l’esatto contrario dello sviluppo possibile.

Parole, promesse e mancate realizzazioni: è questa la sintesi che emerge dalla relazione del Direttore generale di Bankitalia, ed è l’amara constatazione a cui i calabresi ormai hanno fatto l’abitudine. Non sarà possibile cambiare? Se in Calabria il 55% degli aventi diritto al voto, nelle passate elezioni regionali del 2014, ha deciso di disertare le urne ci sarà pure una ragione. Il rischio è che quel 55% cresca ancora alla prossima tornata e invece occorre che i calabresi tornino alle urne a esprimere a pieno la loro indignazione e dire basta a un sistema che, appare evidente, è guasto, totalmente guasto. La lettura della lunga relazione di Panetta non è noiosa, anzi fornisce chiari elementi di valutazione su quello che è stato fatto fino ad oggi (a partire dagli anni Cinquanta) e soprattuto su quello che andrà fatto.

I calabresi, cittadini di un Mezzogiorno che non riesce ad esprimere il suo grande potenziale, devono far tesoro di queste indicazioni perché possano essere attori protagonisti di un rilancio, di una crescita non più rinviabile. Occorre, da un lato, ripristinare la reputazione della Calabria nei confronti degli investitori (ovvero sradicare, come dice Panetta, il “triangolo illegale”, evasione fiscale, corruzione, criminalità), ma dall’altro serve che i calabresi stessi siano artefici del proprio destino, consapevoli che la rassegnazione non appartiene al loro dna. Siamo un popolo che dell’indignazione ha fatto il pane quotidiano, ma i calabresi non si sono mai arresi. La storia, la millenaria storia della Calabria, insegna che la fierezza e l’orgoglio ha reso in molte occasioni questa gente protagonista di vittorie impossibili. È una “guerra” contro l’auspicata rassegnazione (che vorrebbero gli altri) quella che ci aspetta, non una semplice battaglia con vuote scaramucce verbali, per pretendere che la “questione Calabria” sia in primo piano nell’agenda del Governo sul Mezzogiorno. Bisogna insistere con i propri rappresentanti in Parlamento, nella Regione, nelle Province, nei Comuni, per esigere non più promesse, ma fatti concreti. Lo diciamo da tempo su queste colonne, lo ha ribadito il premier Giuseppe Conte: se riparte il Mezzogiorno, riparte l’Italia. Rimbocchiamoci le maniche e alziamo la voce: non servono rivolte di piazza né iniziative con pericolose derive antidemocratiche, ma la convinzione che lo sviluppo è possibile e va chiesto, senza se e senza ma. Per i nostri figli e per quelli che verranno. (s)

Un sottosviluppo ultradecennale

Il dg di Bankitalia Panetta (pronto alla chiamata da Bruxelles per un prestigioso incarico alla BCE) ha parlato a Foggia dello «sviluppo del Mezzogiorno, che rappresenta il problema irrisolto dell’economia italiana». Panetta ha sottolineato che «Per debellare un sottosviluppo ultradecennale occorre una strategia complessiva e coerente volta ad ampliare la base produttiva e a rendere competitivo il contesto economico locale. La spinta deve essere forte, duratura e basata su un’ampia gamma di strumenti; per essere credibile ed efficace deve contare su un volume di risorse adeguato, nel rispetto dei vincoli di bilancio. Puntare su un’unica strada sarebbe errato: gli interventi devono agire sia sull’offerta, rafforzando la competitività del settore produttivo e l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, sia sulla domanda, sostenendo i redditi familiari. Assume centralità il rilancio degli investimenti pubblici, che può favorire la creazione di lavoro; ma poi occorre sostenere la dotazione tecnologica, la capacità innovativa, l’accumulazione di capitale fisico e umano».

Prima di affrontare il tema degli investimenti pubblici, il dg di Bankitalia ha “fotografato” e storicizzato l’attuale situazione: «Nelle regioni meridionali – ha detto il dott. Panetta – il PIL pro capite è la metà di quello del Centro Nord; la disoccupazione è prossima al 20 per cento, il doppio di quella del resto del Paese. Le disuguaglianze e l’incidenza della povertà sono ampie. La dotazione infrastrutturale e la qualità dei servizi pubblici essenziali sono insoddisfacenti. Se non riusciremo a portare il Mezzogiorno su un sentiero di crescita robusto, duraturo non ci potrà essere vero progresso per l’Italia. È un obbligo verso un terzo dei cittadini italiani, cui vanno garantiti servizi adeguati, diritti, opportunità. Ma è anche un problema per tutta l’economia nazionale: un Mezzogiorno stagnante comprime il mercato domestico, a danno anche dell’economia del Centro Nord».

L’irrisolta questione meridionale

«Di questione meridionale – ha detto Panetta – si parlava già al tempo dell’unificazione del Paese come problema economico e sociale. Le prime politiche per il Sud furono avviate all’inizio del Novecento dal governo Giolitti, per poi essere messe da parte durante il fascismo. Alla fine della seconda guerra mondiale il divario economico tra Sud e Centro Nord toccò il massimo storico. L’attenzione si riaccese dopo la Liberazione, grazie a meridionalisti quali Saraceno, Giordani, e il Governatore Menichella. Nei primi anni Cinquanta gli interventi per il Mezzogiorno si concentrarono sulle infrastrutture e sull’industria. Negli anni Sessanta assunsero importanza le imprese a partecipazione statale, con impianti nell’industria pesante. Fu questo il periodo di massima convergenza tra le due aree del Paese. Il PIL pro capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro Nord aumentò dal 55 per cento degli anni Cinquanta al 65 di metà anni Settanta. Da allora la convergenza si è interrotta. Gli interventi di industrializzazione, gravati da un uso politico delle partecipazioni statali, persero incisività. Con il primo shock petrolifero più settori dell’industria pesante entrarono in crisi; gli investimenti pubblici si ridussero; le svalutazioni della lira sostennero soprattutto le imprese esportatrici del Centro Nord. Negli anni Ottanta la politica per il Mezzogiorno perse visione strategica. Anche per la mancanza di un sistema imprenditoriale privato, il sostegno venne da politiche assistenziali che favorirono il clientelismo. Nel 1992 fu soppresso l’intervento straordinario e smantellata la Cassa per il Mezzogiorno. Gli sgravi fiscali sul costo del lavoro, introdotti nel 1968 in connessione con l’abolizione delle gabbie salariali, vennero ridimensionati e poi aboliti. Solo più tardi iniziò un ripensamento delle politiche per il Sud, che vennero basate sul coordinamento tra Commissione europea, Stato e Regioni. Nel 1998 prese avvio la cosiddetta “nuova programmazione”, incentrata sulla legge 488/92, volta a stimolare investimenti e occupazione, e su misure – la “programmazione negoziata” – miranti a incentivare la partecipazione delle amministrazioni locali al disegno delle politiche. I risultati furono modesti, anche per la riduzione delle risorse disponibili e per il loro frequente utilizzo per investimenti pubblici ordinari invece che aggiuntivi. Con la crisi finanziaria, nel 2008, la politica economica si è concentrata sulle difficoltà dell’intero Paese. Dopo decenni di interventi, il ritardo del Mezzogiorno rispetto al Centro Nord in termini di PIL pro capite è oggi maggiore rispetto agli anni Settanta.

Si può tornare su un sentiero di crescita stabile? Secondo Panetta «L’economia meridionale non è uniforme. Essa presenta esempi di successo che dimostrano che la convergenza è un obiettivo possibile. Vi sono aree industriali vitali sia in comparti tradizionali come l’abbigliamento e l’alimentare, sia in settori avanzati quali l’aerospaziale, le apparecchiature elettroniche e della misurazione. Nel turismo si sono affermate aree che, anche grazie allo sviluppo di voli a basso costo, hanno accresciuto la capacità di intercettare la domanda internazionale. Ma questi esempi non bastano». Servono gli investimenti: «L’Italia – ha affermato il dg Panetta – necessita di un ammodernamento delle sue infrastrutture, materiali e immateriali. La spesa pubblica per tale finalità si è fortemente ridotta negli anni della crisi: tra il 2008 e il 2018 gli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione sono diminuiti di oltre 10 miliardi di euro, a 37 miliardi, con un calo di un quinto in termini nominali. Si sono quindi ridotte le risorse destinate all’ampliamento e alla manutenzione delle infrastrutture, aggravando il ritardo rispetto ad altri paesi europei. Nel Mezzogiorno gli investimenti pubblici in rapporto alla popolazione sono risultati sistematicamente inferiori rispetto al Centro Nord. Tra il 2008 e il 2016 il calo degli investimenti al Sud è stato del 3,6 per cento all’anno; più debole e in maggiore flessione rispetto al resto del Paese è stata anche l’attività di progettazione di opere pubbliche. La dotazione di infrastrutture al Sud è inferiore a quella del Centro Nord in termini sia quantitativi sia qualitativi. Il divario è ampio in settori cruciali per l’attività economica. Nel campo dei trasporti le regioni meridionali presentano un’estensione della rete autostradale e ferroviaria, in rapporto alla popolazione, assai inferiore a quella del resto del Paese. Il divario si accentua se si considera la velocità dei collegamenti. Il potenziamento delle infrastrutture è essenziale per accrescere l’interconnessione con le altre regioni italiane, con l’Europa, con il Mediterraneo, per aumentare il potenziale di mercato del Mezzogiorno, rendendolo attraente per i capitali privati, l’attività di impresa, i flussi turistici. A tal fine è necessario un forte impegno pubblico da attuare tenendo conto, oltre che dei vincoli di bilancio, della sostenibilità ambientale e della sfida della digitalizzazione. In base a un nostro lavoro, un incremento degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno pari all’1 per cento del suo PIL per un decennio, ossia 4 miliardi annui, avrebbe effetti espansivi significativi per l’intera economia italiana».

Il moltiplicatore degli investimenti

Non è utopia: «Al Sud – secondo l’approfondita relazione del dg di Bankitalia – il moltiplicatore degli investimenti pubblici potrebbe raggiungere un valore di circa 2 nel medio-lungo termine, beneficiando della complementarità tra capitale pubblico e privato e dei guadagni di produttività connessi con la maggiore dotazione di infrastrutture. L’economia del Centro Nord ne beneficerebbe per via della maggiore domanda nel Mezzogiorno e dell’integrazione commerciale e produttiva tra le due aree. Sebbene lo stimolo pubblico ipotizzato abbia dimensioni ridotte rispetto all’economia del Centro Nord, le simulazioni indicano che il PIL di quest’area potrebbe aumentare fino allo 0,3 per cento. Ma spendere soldi non basta, occorre spenderli bene. I risultati appena descritti non considerano i frequenti casi di sprechi e inefficienze, che comprimono il moltiplicatore della spesa. Per creare sviluppo, gli investimenti pubblici vanno adeguatamente selezionati, dotati delle risorse necessarie e completati in tempi brevi. Ciò richiede un innalzamento dell’efficienza delle stesse amministrazioni meridionali: in Italia i tempi di realizzazione delle opere pubbliche sono lunghi ovunque, ma lo sono ancor più nel Mezzogiorno a causa di attività accessorie, quali iter autorizzativi e burocratici, di pertinenza delle Amministrazioni locali. Le opere incompiute, più numerose al Sud che al Centro Nord, riguardano in gran parte infrastrutture sociali – plessi scolastici, centri sportivi, strutture ospedaliere – di pertinenza degli Enti locali. Il fenomeno è di dimensioni rilevanti: dei 647 progetti che nel 2017 risultavano avviati e non completati, il 70 per cento è localizzato al Sud, per un valore totale di 2 miliardi. In più casi lo stallo è dovuto alla mancanza di fondi».

Non meno rilevante per il mancato sviluppo è la bassa occupazione che si rileva nella differenza tra domanda e offerta di lavoro: «Nel Mezzogiorno – ha fatto notare Panetta – la piaga della disoccupazione coinvolge 1.400.000 persone, il 18,4 per cento delle forze di lavoro; il divario rispetto al Centro Nord è ampio – 11 punti percentuali – e, rispetto al 2010, è aumentato. Ma il sottoutilizzo del lavoro affligge una platea ben più numerosa: al Sud vi sono 2 milioni di persone disponibili a entrare nel mercato a condizioni più favorevoli e 880.000 che vorrebbero poter lavorare più ore. Questa situazione assume risvolti drammatici per i giovani. Tra quelli con meno di 35 anni il tasso di disoccupazione è del 33,8 per cento, 19 punti percentuali in più che al Centro Nord. Circa 1.700.000 giovani meridionali non lavorano né accumulano conoscenze (partecipando a un percorso scolastico o formativo): si tratta del 36,6 per cento del totale, un valore tra i più elevati d’Europa e persistente nel tempo, con effetti che condizionano negativamente l’intera vita lavorativa delle persone. La bassa occupazione è una delle principali fonti di diseguaglianza tra i redditi familiari nel Mezzogiorno. Mentre al Nord gran parte dei nuclei familiari può contare sul reddito da lavoro di due o più componenti, al Sud prevalgono le famiglie con un solo occupato o senza alcun occupato stabile. A questa differenza è dovuta larga parte della maggiore diseguaglianza che si registra al Sud rispetto al Centro Nord, dove i valori sono allineati alla media europea. Un recente studio mostra che se l’occupazione nel Mezzogiorno salisse ai livelli del Centro-Nord, la diseguaglianza tra le famiglie meridionali scenderebbe sui valori osservati nell’Italia centro-settentrionale; l’Italia nel suo complesso si allineerebbe ai valori medi europei».

Le soluzioni e le misure di welfare

Come si può intervenire? «La presenza di strumenti di welfare volti a contrastare la povertà e la disuguaglianza, fornendo assistenza e sostegno alle famiglie in difficoltà, è doverosa e l’Italia vi ha provveduto in ritardo. Ma una riduzione duratura della povertà e delle disuguaglianze, la creazione di opportunità di progresso economico e civile possono derivare soltanto dalla crescita dell’economia e dall’aumento dei posti di lavoro. La via maestra per sostenere l’occupazione è una riduzione del costo del lavoro da attuare nel rispetto degli equilibri delle finanze pubbliche. Una riforma fiscale organica che porti a una ricomposizione del gettito a favore dei fattori della produzione e in particolare del lavoro è una priorità per l’intero Paese; nel Mezzogiorno essa assume connotati di urgenza. È possibile prevedere duraturi sgravi fiscali e contributivi per le categorie di lavoratori deboli e marginalizzate, come giovani e donne, e per i salari bassi, diffusi al Sud. Condizioni economiche favorevoli per gli investimenti privati sono già previste nelle Zone Economiche Speciali. Tuttavia, nel caso del Mezzogiorno pare necessario modificare la convenienza del fare impresa abbassando l’intera struttura dei costi invece di operare con misure che incentivino soltanto nuove assunzioni. Date le condizioni di estrema difficoltà economica del Sud, va attentamente valutata la possibilità di riaprire in sede europea la discussione sulla fiscalità di vantaggio per le regioni in forte ritardo di sviluppo».

«Secondo nostre simulazioni – ha fatto notare Panetta – un taglio del cuneo fiscale al Sud pari all’1 per cento del suo PIL – una riduzione di circa 2 punti percentuali dell’aliquota fiscale e contributiva pagata dalle imprese – favorendo l’aumento della domanda di lavoro, avrebbe effetti espansivi sulle ore lavorate totali, pari all’1,4 per cento al picco; l’attività economica beneficerebbe, soprattutto nel medio termine, del rafforzamento dei consumi, dell’accumulazione di capitale, dell’accresciuta competitività. Il PIL del Mezzogiorno potrebbe aumentare fino all’1,2 per cento. Le nostre stime indicano inoltre che un aumento degli investimenti pubblici accompagnato da misure volte a ridurre il costo del lavoro rafforzerebbe l’aumento dell’occupazione rispetto a quanto ottenibile agendo sui soli investimenti. Il sostegno alla domanda di lavoro non è però sufficiente in un contesto in cui a causa dell’invecchiamento demografico la popolazione in età di lavoro è destinata a ridursi nel tempo, comprimendo il potenziale di crescita dell’economia. Secondo l’Istat, la riduzione è già in atto al Sud, mentre nel Centro Nord si avvierà nel 2040. Occorre quindi incentivare la partecipazione al mercato del lavoro, bassa in Italia nel confronto internazionale ma ancor più al Sud, dove il tasso di partecipazione femminile sconta un ritardo rispetto al Centro Nord di ben 22 punti percentuali. Iniziative in tale direzione possono consistere nella riduzione della tassazione sul secondo percettore familiare e nel rafforzamento dell’offerta di servizi pubblici per l’infanzia».

La bassa crescita nella produttività

«L’Italia tutta e il Sud in particolare – ha detto Panetta – soffrono di una bassa crescita della produttività. Per contrastare questa tendenza occorre rafforzare la capacità innovativa e tecnologica, anche accrescendo e valorizzando il capitale umano. Nel Mezzogiorno la quota dei giovani con età tra i 20 e i 24 anni che hanno completato le scuole superiori è del 76,8 per cento, contro l’83,5 nel Centro Nord; è minore la quota di adulti che partecipano ad attività formative e di istruzione. Gli atenei del Mezzogiorno, che soffrono di una limitata capacità contributiva delle famiglie e di una bassa disponibilità di finanziamenti privati sul territorio, negli ultimi anni hanno registrato un calo del numero di studenti; al dato demografico negativo si è aggiunta una accentuazione dei flussi migratori verso il Centro Nord: un quarto dei diplomati del Mezzogiorno sceglie di studiare altrove, anche alla ricerca di migliori possibilità di lavoro una volta laureati. È cruciale agire per colmare questi ritardi. Nella scuola primaria e secondaria le valutazioni dell’Invalsi possono essere utilizzate per interventi rivolti alle scuole in difficoltà, che nel Mezzogiorno sono più frequenti. Vanno rafforzate le strutture di ricerca e la qualità del sistema universitario, a beneficio dell’intero sistema sociale e produttivo meridionale. Una politica che investa sul sistema universitario nazionale, sotto finanziato rispetto al resto d’Europa, potrebbe prevedere una specifica dotazione per gli atenei del Sud senza rinunciare a qualità ed efficienza ma ripartendo i fondi secondo i criteri dei costi standard e premiali già in parte in uso. Interventi dal lato dell’offerta di istruzione sono efficaci se associati a una maggiore richiesta di lavoratori istruiti da parte delle imprese. Va in tale direzione la creazione di poli che, secondo lo spirito dei competence center inclusi nel piano Impresa 4.0, favoriscano l’aggregazione e l’interazione tra le principali iniziative imprenditoriali locali e le infrastrutture di ricerca universitarie, stimolando il trasferimento tecnologico. Anche la nascita di imprese può concorrere a creare lavoro. Dal 2012 sono state varate misure in favore delle nuove aziende innovative. Esse si sono rivelate efficaci sia al Sud sia nel Centro Nord: delle 10.000 start up innovative iscritte nell’apposito registro del Ministero dello sviluppo economico e attive alla fine dell’anno scorso, un quarto era localizzato nel Mezzogiorno ed era concentrato nella manifattura, nell’informatica, nella ricerca. Queste imprese hanno registrato incrementi di fatturato e investimenti in linea con quelli delle analoghe aziende del Centro-Nord. La legge di bilancio per il 2019 ha introdotto ulteriori incentivi fiscali per chi investe in start-up innovative. Lo sforzo profuso va nella giusta direzione: serve ora garantire risorse adeguate e continuità di azione, in particolare al Sud. Misure credibili, di ampia portata possono limitare il drenaggio di capitale umano dal Sud verso il Nord e l’estero. Come mostra un recente lavoro, ne discenderebbero effetti positivi sull’imprenditorialità, soprattutto nei settori tecnologicamente avanzati».

Come finanziare le imprese?

«Un nodo da sciogliere per stimolare lo sviluppo del Mezzogiorno – ha sottolineato Panetta – riguarda il finanziamento delle imprese. Le aziende meridionali sono altamente indebitate e dipendenti dal credito: la loro quota di prestiti bancari sul totale delle passività finanziarie è del 70 per cento, a fronte del 50 nel Centro Nord. Queste caratteristiche limitano la capacità di crescere, investire, creare occupazione. Per le imprese del Sud l’accesso al mercato creditizio è meno agevole che nelle altre aree del Paese: la quota delle aziende che dichiarano di non ottenere i finanziamenti richiesti è più alta rispetto al Centro Nord. Anche il costo del credito è più elevato al Sud: il divario medio è di 1,6 punti percentuali, con valori più alti per le aziende minori. La fragilità finanziaria, la dipendenza dalle banche, la difficoltà di accesso al credito riflettono caratteristiche sia delle singole imprese sia del sistema economico meridionale. Tra le prime rilevano la minore dimensione e la limitata dotazione patrimoniale; quanto al contesto locale, pesano le inefficienze delle istituzioni – quali la giustizia civile – che tutelano il rispetto dei contratti. L’insieme di questi fattori riduce anche l’accesso al finanziamento diretto degli investimenti. Negli anni scorsi l’indisponibilità di risorse alternative al credito ha aggravato la recessione e frenato la successiva ripresa dell’economia meridionale: quando la crisi ha provocato una restrizione dell’offerta di prestiti bancari, le imprese del Sud – al contrario di quelle del Centro Nord – non sono state in grado di far ricorso al mercato dei capitali. Per favorire l’accesso ai finanziamenti esterni occorre ridurre il grado di rischio cui gli operatori devono far fronte quando investono nel Mezzogiorno. Ciò richiede l’impegno degli stessi imprenditori al fine di conferire trasparenza ai bilanci, di aprirsi al vaglio da parte di soggetti esterni. Va rafforzata la base patrimoniale, segnalando per questa via la fiducia dello stesso imprenditore nella solidità dell’azienda. Un impulso rilevante è stato fornito dagli incentivi fiscali all’aumento dei mezzi propri – la cosiddetta ACE. La legge di bilancio sul 2019 ha cambiato le modalità di incentivazione, legando i benefici agli utili non distribuiti. Il nuovo schema è meno vantaggioso per le imprese del Mezzogiorno, caratterizzate da bassa redditività. L’efficacia al Sud delle misure che legano il beneficio fiscale al rafforzamento del capitale di rischio potrebbe essere migliorata prevedendo maggiori vantaggi fiscali per le aziende più piccole».

Il credito “impossibile”

Per quel che riguarda il mercato creditizio, secondo Panetta «L’obiettivo non deve essere quello di ricreare “banche del territorio”, i cui limiti sono apparsi evidenti con la crisi. La sfida è dar vita a intermediari coinvolti nelle sorti dell’economia meridionale ma operanti alla frontiera dell’efficienza, in grado di far ricorso alla tecnologia e di fornire alle imprese del Sud – in concorrenza con altre banche – una adeguata assistenza creditizia e finanziaria».

Da tutto ciò emerge un ritardo economico del Mezzogiorno che è – sostiene Panetta – «al tempo stesso inaccettabile e ingiustificabile. Inaccettabile perché non consente a un terzo della popolazione italiana di godere appieno di diritti, opportunità, prospettive che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini. La mancanza di lavoro sta inducendo persone giovani e preparate a emigrare, con costi economici e sociali che condizionano le prospettive di crescita e di progresso. Ingiustificabile perché le ricchezze culturali, ambientali, di capacità produttive inespresse presenti nel Mezzogiorno possono e devono essere utilizzate per il rilancio dell’economia dell’intero Paese. Lo sviluppo dell’economia meridionale offrirebbe un mercato di sbocco, un volano di crescita anche per le produzioni di altre aree, avviando un circolo virtuoso di investimenti e crescita sia al Sud sia al Centro Nord».

La conclusione, ottimistica, del direttore generale di Bankitalia induce a pensare positivo: «Il raggiungimento di questi obiettivi è possibile. Vi sono azioni di politica economica – incentrate sugli investimenti pubblici, sulla fiscalità e sul costo del lavoro, sull’innovazione, sul potenziamento del capitale umano, sulla valorizzazione dell’ambiente – in grado di collocare il Mezzogiorno su un più elevato sentiero di sviluppo. Queste azioni richiedono il buon funzionamento delle amministrazioni pubbliche, a ogni livello di governo. Soprattutto, richiedono che sia sradicato l’inaccettabile “triangolo illegale”, evasione, corruzione, criminalità: la sicurezza e il rispetto delle norme – civili, penali, fiscali – sono prerequisiti irrinunciabili per la crescita e il progresso sociale, sui quali non è possibile transigere». (rrm)