Ripartire dalla Calabria per rilanciare tutto il Paese: è un interesse nazionale

di DOMENICO NUNNARI – Oggi l’Italia  – ha scritto Walter Veltroni qualche settimana fa sul Corriere della Sera –: è un Paese fermo, immobile: crescita demografica sotto lo zero, stipendi fermi a prima del 1990, crescita del Pil che negli ultimi anni è stata tra le più basse del mondo, collocandoci al 182° posto su 196. Un Paese paralizzato da una politica incapace di trovare regole di funzionamento nitide che rendano efficiente, trasparente, razionale il rapporto tra esecutivo e parlamento, in un equilibrio che garantisca una stabilità autentica e una alternanza tra schieramenti ugualmente legittimi perché ancorati ai valori democratici e antifascisti della nostra Costituzione». Questa di Veltroni è la fotografia di un’Italia immobile come una statua di sale, drammaticamente stretta tra un Governo (Meloni) con grosso deficit di competenza che tira a campare e un’opposizione (Pd in prima fila) che ha una visione di futuro uguale a quella di un amministratore di condominio. Veltroni, saggista e narratore, è stato politico di primo piano, vice di Prodi a Palazzo Chigi, finito, in buona compagnia, ai margini della politica nella stagione grigia della strategia suicida dei partiti, che puntano ad escludere, non a includere, come accadeva nel tempo ormai lontano della politica pre-Tangentopoli.

Ma questo oggi passa il convento: ministri dai quali non compreremmo un’auto usata e politici dell’opposizione “buoni a nulla, ma capaci di tutto”, per dirla con Leo Longanesi. E il problema del Pd non è solo Elly Schlein; se guardiamo a chi c’è intorno alla Italo-svizzera-americana leader piddina, ci viene in mente quel trafiletto di Fortebraccio (pseudonimo di Mario Melloni, penna dall’ironia urticante, famoso negli anni Sessanta e Settanta) sull’Unità, quando scrisse: “Si fermò una macchina, s’aprì la portiera, non scese nessuno. Era Nicolazzi”. Franco Nicolazzi, piemontese, veterano della prima Repubblica, era ministro, esponente del Psdi; se cambiamo il nome, scegliendo uno a caso, tra quelli che stanno intorno a Elly, dalla macchina continuerà a non scendere nessuno. Il Pd [il campo largo] vorrebbe mandare a casa Meloni presto o alle prossime elezioni, ma per riuscirci serve un’idea di Paese, una strategia, una visione, che non c’è. L’unica cosa chiara, a sinistra, dove sono ammalati del complesso della superiorità (complesso che nasce in realtà da un profondo senso di inferiorità o insicurezza) è la confusione: “La sinistra è sparita. Da trent’anni non rappresenta più il popolo” (Copyright Massimo Cacciari).

Che fare, dunque? Ricette non ce ne sono e in ogni caso per scrivere una ricetta ci vuole il medico e il medico non c’è. Mancano strategie, manca l’idea di paese capace di tirarsi fuori dalle dipendenze e dalle subalternità esterne, per poter scrivere il futuro dell’Italia nella rivoluzione geopolitica mondiale in corso. Non è facile fare uscire dall’immobilismo l’Italia, o meglio le Italie, perché è inutile nascondere che sotto la stessa Costituzione convivono due paesi distinti e separati, che camminano in parallelo da sempre, mai insieme. Non vogliamo essere ripetitivi o apparire ossessionati da una antica irrisolta questione, ma il vulnus Nord-Sud [il nodo] è la grande ferita nazionale, mai rimarginata: il divario economico, infrastrutturale e sociale tra Settentrione e Mezzogiorno è come un corpo nato intero e poi mutilato già nella culla. L’aver tenuto separate le aree dello sviluppo e del sottosviluppo ha giovato a un modo di gestire la società civile e il mondo del lavoro in maniera utile soltanto alle esigenze della parte sociale dominante del Paese; al mondo del benessere e al mondo capitalistico, interessati entrambi più al dominio del mercato del lavoro che alla crescita armonica del paese.

Oggi, nell’Italia fondata sul lavoro solo sulla carta, ma in realtà basata sull’immobilismo e sulla confusione, i limiti del sistema emergono ancora più evidenti, ma nessuno vuole vederli; né la classe politica e ancora meno la classe intellettuale, che ha perso voce e autorevolezza, con la scomparsa della figura dell’intellettuale inteso come coscienza critica del proprio tempo; sostituito da ciarlatani mediatici che sfruttano una facciata di competenza e un linguaggio pseudo-accademico per sedurre il pubblico dei talk show. C’è stato un tempo in cui gli intellettuali, per esempio, erano in grado di rimproverare la classe dirigente per l’indifferenza e il disprezzo verso il Sud dell’Italia. Trovo, sul tema, un vecchio – vecchissimo – ritaglio del Corriere della Sera, con le critiche (lagnanze) del napoletano Raffaele La Capria, uno dei più grandi narratori del secolo passato: “L’Italia non sente più la voce del Sud,  siamo sempre fermi a Eboli; inutilmente Levi, Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai a livello della classe intellettuale, l’ha semplicemente ignorata, per inseguire le proprie trame non sempre lecite”. Si sperava, a quel tempo di La Capria, che la classe politica migliorasse, fosse in grado di raggiungere il livello di quella intellettuale, ma è successo il contrario: gli intellettuali, prigionieri di logiche spettacolari che oggi dominano l’industria culturale, si sono trasformati in star mediatiche, più funzionali alla creazione di consenso, che suscitatori di pensiero critico. Sono scesi loro, al livello della classe politica, nel frattempo scivolata più in basso, rispetto a quella – pur criticabile – sulla quale puntava il dito La Capria. L’aver fatto sparire dall’agenda governativa, politica, e sindacale, l’annosa questione delle disuguaglianze Nord Sud, significa aver fatto sparire il problema – centrale –  dell’unità nazionale italiana, dello sviluppo distorto.

L’anomalia delle due Italie, come causa della mancata evoluzione italiana, è stata spesso registrata più all’estero che da noi. Anni fa, a The Economist, appariva incomprensibile la questione italiana, per di più in una democrazia occidentale: “Mamma mia, un paese due economie”, titolava un’inchiesta del settimanale britannico sull’assurdità del dualismo italiano, e avvertiva: “Se  l’Italia vuole crescere dovrà trovare un modo per ridurre le sue divisioni interne”. Che fare? Il problema, resta quello: crescere insieme, convincendosi – tutti – che uno sviluppo armonico conviene al Paese intero. Si può cominciare col recuperare culture – come quella del Mezzogiorno – rimaste ai margini del contesto nazionale, pur avendo potenzialità in grado di contribuire efficacemente alla costruzione dell’identità nazionale. In questa prospettiva, la riconciliazione Nord-Sud, appare l’unica via per guarire ferite di vecchia data e lacerazioni nuove, per poi ripartire tutti assieme.

Rammendare l’Italia, era il suggerimento – a nome di tutta la Chiesa – fatto qualche anno fa dal cardinale Gualtiero Bassetti, predecessore al vertice della CEI del cardinale Matteo Zuppi: “Occorre – diceva Bassetti – una riconciliazione sui fondamenti del nostro vivere insieme; dalle Alpi a Lampedusa, siamo un unico Paese, siamo veramente fratelli e sorelle d’Italia, che si riconoscono come tali, non solo in virtù della lingua e del territorio, ma anche in virtù di valori comuni”. Parole inascoltate, mentre pregiudizi, vittimismo, rancore, razzismo strisciante, restano gli ostacoli principali alla ricucitura dell’Italia, a una vera, salutare, riconciliazione. Se non si rimuovono tutti questi ostacoli, dando agli italiani una aspettativa soddisfacente di futuro, c’è il pericolo, col perpetuarsi di una storia nazionale incompiuta, di finire tutti nella voragine del fallimento. “Rimuovere gli ostacoli”, non è fare un favore al Sud, è un dettato costituzionale, finora rimasto applicato. Recita l’articolo 3 della Costituzione: “…È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese…”. La centralità dei principi costituzionali, non dovrebbe essere messa in discussione, se si vuole davvero cambiare. Per cambiare, serve una rivoluzione culturale, un mutamento di mentalità, capace, prima di tutto, di svegliare le popolazioni del Sud dal sonno in cui dormono da molto tempo. Perché questo accada basterebbe osservare e rispettare la Costituzione; porre fine, all’idea di una presunta cronica inferiorità del Mezzogiorno; smetterla, con l’idea che una parte (un terzo abbondante) di Paese è freno allo sviluppo; allontanare, dalla mente di molti, l’idea che del Mezzogiorno converrebbe fare a meno e convincersi che senza questo pezzo meridionale di paese l’Italia in futuro non esisterà. Da dove partire, per ricucire quest’Italia sfilacciata? Bisognerebbe partire dalla Calabria, e non lo dico per senso di appartenenza a questa regione, ma perché la sfida è civile, economica, culturale, sociale, e la Calabria, che è Sud del sud, è l’emblema di tutti i mali del Mezzogiorno. Ha un senso partire dalla Calabria di oggi, regione che malgrado i ritardi e i problemi endemici, ha tutte le potenzialità per diventare modello di sviluppo proiettato nel Mediterraneo. Partire dalla Calabria è un’opportunità, per tutti. Perché, lo spieghiamo qui di seguito.

“La Calabria è forte”, dice lo scrittore e ambientalista Francesco Bevilacqua. E ha ragione. Se un territorio, da cui da più di un secolo e mezzo, uomini e donne vengono strappati alle famiglie, alle comunità d’origine, agli affetti, alla cultura e alle tradizioni, per andare a creare – con fatica e sudore – sviluppo e ricchezza in altre parti del mondo, vuol dire che è solido, che è forte nell’anima.

Se chi in Calabria resta, tra difficoltà enormi [tradimenti di Governi, partiti, sindacati, diritti violati, mancanza di lavoro, prepotenza mafiosa], e non si perde d’animo, ma cerca l’alba dentro l’imbrunire, metabolizza le crisi, resiste alla mafia, che lo Stato non riesce a sradicare, e progredisce malgrado tutto, vuol dire che possiede una forza morale tale capace di rispondere a ogni avversità e all’estrema solitudine.

Se chi abita in Calabria – nonostante il deficit civile innegabile e l’oppressione mafiosa – resta ancorato alla Costituzione, come o meglio di cittadini di altre regioni, vuol dire che in questa porzione di Sud esistono tutte le condizioni e le potenzialità per guardare al futuro, con speranza; che le delusioni e i rancori, comprensibili e giustificati, nei confronti dello Stato lontano, non hanno incrinato il sano sentimento nazionale dei calabresi, il loro senso di appartenenza all’Italia, come accadde\accade col nordismo della Lega e di élite politiche e culturali che hanno una visione distorta, dell’essere nazione tutti assieme, trovando inconsapevole ispirazione in quel “moderatismo risorgimentale” preunitario, che immaginava l’Italia divisa in due: con da una parte “un grasso Belgio” [il Nord profondamente inserito in Europa]  e dall’altra “l’Africa” [il Sud abbandonato a se stesso, cit. Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi , 1991) ].

Quando si parla di Calabria, non bisogna pensare solo a chi vive nella regione di ormai scarsi due milioni di abitanti, ma anche alla Calabria della diaspora, anch’essa di quasi altri due milioni di anime, che in molte parti del mondo e della stessa Italia ha saputo plasmare il tessuto sociale, economico e culturale dei luoghi dove gli emigrati sono andati a vivere. Basterebbe leggere le interviste domenicali di Pino Nano su Calabria.Live, per rendersi conto del contributo [fondamentale] dei calabresi allo sviluppo delle regioni e delle città dove la ricerca di opportunità e lavoro li ha portati. Recentemente, Limes, l’importante rivista di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, ha pubblicato un saggio di Lorenzo Noto (analista e studioso del Mediterraneo), con questo titolo: “Roma capitale della Calabria”, in cui si spiega che la comunità numericamente più ampia nella capitale d’Italia è quella calabrese: più di trecentomila residenti a Roma sono originari calabresi. Buona parte di loro è ai vertici di pubblica amministrazione, presidi sanitari, centri di ricerca ed enti economici e fa parte delle cosiddette  eccellenze. Sfatiamo dunque l’idea del calabrese pigro o incapace.

Se potessi dare un consiglio al presidente della Giunta regionale, Roberto Occhiuto, e anche ai sindaci delle maggiori città, e perché no anche dei centri minori, direi loro: “Sedetevi attorno a un tavolo, magari in campagna, sotto una pergola, mettetevi a ragionare tutti insieme, lasciate da parte tatticismi politici e appartenenze, che in questo momento storico non hanno senso. Tutti insieme potete contribuire a far diventare la Calabria prima regione d’Italia: basta crederci! Le condizioni ci sono, tutte. Alla Calabria di oggi non manca niente, sotto l’aspetto umano e culturale; manca molto per altri aspetti, ma è inutile fare elenchi di lagnanze. Ciò che serve chiedetelo, magari alzando la voce e tenendo la schiena dritta, e stop alle sudditanze. Ha fatto bene Occhiuto, a respingere al mittente le pretese a stelle e strisce trumpiane di allontanare i benemeriti medici cubani, che tanto stanno dando alla Calabria. Non servono elemosine, spiccioli, favoritismi, lezioni saccentelle di opinionisti tuttologi della domenica. Bisogna avere l’ambizione di fare bene, prestando attenzione ai centri del sapere, come le Università [l’Unical è l’esempio da imitare] ; occorre un’azione profondamente innovativa, imparando proprio dal metodo sperimentato con successo dell’Università della Calabria, che primeggia a livello mondiale. E l’Università Mediterranea di Reggio, con l’ottimo super attivo rettore Giuseppe Zimbalatti è sulla scia.

Il Signore abbia in gloria Beniamino Andreatta – ideatore e fondatore del campus di Arcavacata [fortemente voluto da Riccardo Misasi e Giacomo Mancini, due indimenticabili leader ] –  professore, economista e politico, una delle figure pubbliche più originali e creative del Novecento. Non bisogna dimenticarli i pionieri delle Università calabresi come Andreatta: a Reggio, va ricordato il politico ed esponente cattolico Giuseppe Reale; a Catanzaro, il magistrato e operatore culturale, promotore di molte battaglie civili, Salvatore Blasco. Ad Arcavacata i successori di Andreatta: Cesare Roda, Pietro Bucci, Rosario Aiello, Giuseppe Frega, Giovanni, Gino Mirocle Crisci e Nicola Leone, che hanno fatto volare in alto l’università. E dopo Nicola Leone, che ha dato una spinta decisiva per  la trasformazione dell’Università della Calabria in un’eccellenza internazionale, Gian Luigi Greco – scienziato di fama mondiale – ambisce a consolidare e migliorare gli eccellenti traguardi già raggiunti. L’obiettivo, per tutti, istituzioni, società civile, segmenti intermedi della società, dev’essere il raggiungimento di un posto in prima fila, nel cammino faticoso della Calabria verso il futuro. Bisogna, prima di tutto, costringere gli “altri”, a capovolgere lo sguardo sulla Calabria storicamente considerata un’anomalia: scivolata, nel corso della sua storia, verso una marginalità sempre più estrema, per colpe esterne, ma anche interne [mediocrità e sudditanza delle classi dirigenti, malaburocrazia, sistemi corruttivi e mafiosi] , fino a diventare fanalino di coda dell’Europa, appena un gradino sopra delle enclavi spagnole Ceuta e Melilla, in terra africana.

Per capire qual è stato il “mal di Calabria”, bisognerebbe analizzare pezzo a pezzo le stagioni che hanno scandito la vita di un popolo spesso privato della sua libertà e dei suoi diritti, elementi fondamentali in una società giusta e democratica. Bisognerebbe analizzare ogni cosa con scrupolo, partendo da memorie lontane e interrogarsi su com’è potuto accadere che la Calabria sia passata da una civiltà di cui l’Europa le è debitrice, ad una situazione di decadimento civile, economico e culturale inarrestabile. Ma, oggi, non è più tempo per queste analisi; anzi, non servono più. C’è l’ultimo treno che passa [l’innovazione e il Mediterraneo] e bisogna prenderlo al volo, guardare al futuro. I tempi – regionali, nazionali, internazionali – suggeriscono l’urgenza di agire, di essere concreti. Occhiuto, molto opportunamente, ha detto che “pacificazione” sarà la parola chiave di questo suo secondo mandato. Gli suggeriremmo di aggiungerne un’altra parola, quasi simile: riconciliazione.

La riconciliazione è lo scatto che manca alla Calabria che conserva ancora nella sua anima il rancore scaturito da quella sventurata vicenda del capoluogo regionale del 1970, quando città sorelle – Catanzaro e Reggio – entrarono in conflitto per responsabilità di uno Stato che pasticciò tanto, al punto di scatenare una guerra tra poveri. Allora, serviva una mediazione, ma lo Stato si rivelò come sempre un’entità lontana, incapace di comprendere, di ascoltare e di trovare una soluzione equa. Oggi, il primo passo è riconciliare la Calabria con se stessa, superare gli strascichi rancorosi di quel periodo infausto, che resta il nodo da sciogliere nella complessa storia della regione. Riconciliare la Calabria è necessario, per considerarsi calabresi tutti alla stessa maniera ed essere più forti, con l’obiettivo di portare la regione nel cuore [al centro] dello Stato. Nell’Italia, che ha un Governo con una leader potenzialmente capace, Giorgia Meloni, con però dentro casa incapaci e nostalgici del fascismo, e con un’opposizione irrilevante e inaffidabile, la Calabria può diventare laboratorio politico, e fare la differenza. Può diventare riferimento, per uscire dalla gabbia della polarizzazione che sta indebolendo la nostra democrazia. Se Occhiuto, che si sta ritagliando un ruolo interessante nella politica nazionale, imbocca la strada della riconciliazione della Calabria al suo interno, e poi col resto del Paese, l’antica derelitta regione Sud del sud potrà volare. Non si tratta di avere una visione ottimistica del futuro, bensì di capire che le traiettorie della storia a volte cambiano e certe occasioni sono irripetibili. La sfida vera – non solo per la Calabria, ma per l’Italia intera –, sta nel Mediterraneo; a patto che ci sia a livello governativo, consapevolezza che investire sulla marittimita’ italiana è nell’interesse nazionale. L’Italia ha bisogno del suo mare, la sua area di azione è il Mediterraneo, e la Calabria, con la possibilità – potenzialità che ha di diventare  «frontiera avanzata» dell’Italia, nell’ottica di rapporti intercontinentali con l’Africa e con l’Asia, può essere avanguardia e ponte dell’Occidente, verso l’Oriente e l’Africa del Nord. Questo ruolo le compete, per la sua storia antica, che risale al tempo della Magna Grecia, dell’epoca longobarda, bizantina, araba e normanna. Partire dalla Calabria – la cui posizione geopolitica è cruciale – con l’obiettivo di rilanciare il Paese è interesse nazionale. La Calabria, se si apre ad una narrazione nuova, sarà in grado di contribuire a fermare il declino di un paese dove, in mancanza di un progetto nazionale, altri si preparano a decidere per noi. È questo il rischio.

È il Mezzogiorno la vera locomotiva del Paese: senza di esso non riparte

di LUIGI SBARRA – Nelson Mandela amava ripetere che il mondo deve far leva sui vincitori. Perché i vincitori altro non sono che sognatori che non si arrendono. Bene, io oggi vedo in questo Paese, al Sud, tanti sognatori che insieme ad altri vogliono  essere parte integrante di questa giusta battaglia per la crescita, per lo sviluppo, per la qualità del lavoro, e per la libertà dai bisogni. Ci sono anch’io.

Quelli che viviamo non sono tempi ordinari, è una fase molto complessa. Avevamo in parte gioito nel pensare che dopo l’emergenza sanitaria e pandemica, a cui è seguita la crisi energetica, il rincaro delle materie prime, la guerra in Ucraina, l’esplosione dell’inflazione, poi Gaza, e oggi, ancora di più, in un teatro di guerra come è il conflitto in Iran, ci saremmo rialzati.

Tutto questo invece determina effetti e ricadute, pesanti, sulle economie globali, europee, sul nostro Paese alle prese, tra l’altro, con una transizione anche qui evocata dal punto di vista tecnologico, digitale, energetico, industriale, demografico a cui, amo ripetere, deve corrispondere anche una transizione di natura sociale.  La storia di questo Paese è una storia orizzontale e io penso che, da questo punto di vista, oggi il vero tema, come richiama Franco Napoli nel suo libro, è capire come governiamo la crisi, e come cogliamo il senso di nuove, inedite sfide difficili, sfide che alla fine diventano anche le grandi opportunità che abbiamo davanti a noi.

Il riferimento al suo passato

Ci animano e ci tengono insieme, mi permetto di dire,  valori passioni e principi comuni, di chi magari si è abbeverato alla fonte del cattolicesimo democratico e popolare, del riformismo sociale, di chi crede nel valore dei corpi intermedi, che possono rappresentare un formidabile sostegno e incoraggiamento ad un sistema politico che rischia di essere un sistema politico centralizzato, verticalizzato, personalizzato. E che è l’esatto opposto della storia di questo nostro paese, che è cresciuto dal dopoguerra, attingendo alla sorgente dei grandi soggetti collettivi delle associazioni, dei movimenti, e del sistema delle autonomie locali.

Qualche settimana fa il Senato ha approvato il piano annuale sulle piccole e medie imprese per liberare risorse finalizzate a incentivare la rete delle piccole e medie imprese, a semplificare e agevolare l’accesso al credito, semplificando procedure burocratiche, ad accompagnare anche forme di ricambio generazionale, riconoscendo al tema delle piccole e medie imprese un assoluto e grande valore.

Nell’ultima legge di stabilità, in modo particolare, risorse importanti sono state destinate a sostenere le imprese. Penso al nuovo piano Transizione 5.0, innovato con la  misura dell’iper ammortamento. Penso ai contratti di sviluppo. Penso alla nuova legge Sabatini per agevolare anche qui l’accesso al credito. Penso poi  ad una esperienza importante e innovativa come quella  della Zes Unica Mezzogiorno, che sta configurandosi non come una misura di emergenza, ma come una strategia vera di politica industriale.

La Zes Mezzogiorno in ragione dei risultati positivi, allarga il suo perimetro territoriale anche ad aree e regioni centrali del Paese, come le Marche e l’Umbria. Franco Napoli richiama spesso questo tema, di agevolare la crescita della nostra rete delle piccole e medie imprese attraverso due interventi potenti, forti, lui scrive: Semplificazione amministrativa da un lato, e detassazione o riduzione delle tasse dall’altro.

Perché sta funzionando la  Zes Unica nel Mezzogiorno? Perché agisce su due parametri effettivi. La semplificazione delle procedure burocratiche e amministrative attraverso le autorizzazioni uniche. L’investitore massimo in 45-50 giorni ha tutte le autorizzazioni sul tavolo per poter avviare la propria  iniziativa  d’impresa  oppure ampliare quella già esistente. L’altra condizione interessante per agevolare investimenti è legato ai vantaggi fiscali attraverso il credito di imposta sul quale il Governo Meloni ha impegnato risorse importanti in questi ultimi di anni d che oggi ha rafforzato con uno stanziamento di più di 4 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Questo combinato disposto rende la misura di politica industriale estremamente interessante per gli investimenti agevolando così la crescita economica e l’occupazione Sud.

Nell’autunno del 2023 Giorgia Meloni decide di mettere mano a questo tema e di operare una vera riforma, allargando il perimetro a tutte le regioni del Mezzogiorno e ad alcuni territori dell’Abruzzo. Bene, in due anni, la struttura di missione della Zes ha rilasciato 1.010 autorizzazioni uniche.

Significa 1.010 investitori che si sono presentati per avere tutte le necessarie autorizzazioni per fare imprese.

6 miliardi di investimenti, 14.500 nuovi posti di lavoro, solo con le autorizzazioni uniche. Cos’è successo col credito di imposta riconosciuto direttamente dall’Agenzia delle Entrate, col beneficio fiscale? In due anni sono arrivate 17.500 domande di beneficio fiscale per 12,5 miliardi di investimenti, con ricadute occupazionali molto consistenti. Quando la Meloni dice che il modello di politica industriale nel Paese deve riflettere quanto sta maturando al sud con la Zes, da un giudizio positivo e di esplicito riconoscimento ai risultati raggiunti. Dobbiamo stimolare, aiutare la crescita e l’innovazione, per rendere i territori e il sistema delle imprese più competitive, per modernizzare, per aiutare, si diceva, anche una prospettiva concreta per i giovani, soprattutto al Sud.

Fortunatamente, in una situazione così complicata, difficile, di bassa crescita, di bassa produttività, con tensioni geopolitiche enormi, in profilo commerciale, economico, militare, il Mezzogiorno cresce. Molti si chiedono, è un miracolo questa crescita del Sud che si sta sempre di più rafforzando, stabilizzando negli ultimi quattro anni? Io penso che non si tratti di nessun miracolo, ma è il frutto e il risultato della convergenza di interventi, di misure, di una visione unitaria, coordinata della crescita e dello sviluppo del Sud, senza frammentazioni, senza sovrapposizioni.

Al Sud ha funzionato benissimo l’impatto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che riservava al mezzogiorno il 40% del totale delle risorse disponibili. E il sud ha risposto bene, centrando e migliorando, in termini di programmazione, di capacità di spesa, di tiraggio, quel 40% di risorse destinate. Attraverso un fatto nuovo, che dovremmo valorizzare, e che è un protagonismo importante dei sindaci, che hanno lavorato con performance ancora di più e migliori della dimensione regionale o nazionale, nella messa a terra delle risorse per crescita e sviluppo .

L’impatto del PNRR al sud è assolutamente positivo e io ascrivo a questo il fatto che il PIL nel Mezzogiorno, negli ultimi tre anni, cresce più che nel resto del paese, che ripartono gli investimenti pubblici e privati, che si rafforza l’export e che al Sud c’è tanta occupazione. Vero è che nel Paese, negli ultimi tre anni, abbiamo un milione e duecentomila occupati in più, ma questo è anche trascinato da un Mezzogiorno che realizza il massimo storico di occupazione, con il 50,2% che è il dato più alto dal 2004, quando sono iniziate le rilevazioni.

Bene il Pnrr, bene dunque le risorse della coesione, adeguatamente riformate, rimodulate da questo governo per evitare sovrapposizioni con le risorse del Pnrr attraverso gli accordi regionali sottoscritti dal Presidente del Consiglio con tutti i governatori delle regioni d’Italia. Risorse della coesione che non vengono più dispersi  in mille rivoli, ma concentrati su scelte di priorità precise per lo  sviluppo economico, la transizione ambientale, il sistema dei trasporti, l’occupazione, l’istruzione e la formazione, rigenerazione urbana e aree interne, economia della cultura, del turismo, del mare. Tutto questo sta determinando un impatto positivo di queste risorse sugli indicatori economici e sociali.

Questo governo negli ultimi tre anni, nelle leggi di stabilità, ha destinato risorse per incentivare l’occupazione, soprattutto al Sud, di giovani, donne, bonus Zes.

Grazie a queste misure e non solo il tasso di occupazione nel Mezzogiorno ha raggiunto il 50,2 % con crescita consistente tra donne e giovani e nella componente a tempo indeterminato. Ecco perché penso che tutto questo si scontra con quella visione un po’, ripeto, stereotipata, di una narrazione sul Sud consegnato ad una condizione di abbandono. Oggi il Sud, il nostro Sud, fatemelo dire con un po’ di orgoglio, è la vera locomotiva del Paese.

Senza il Sud questo Paese non riparte.

Qui possiamo creare le condizioni perché il Sud non perda le sue energie migliori, rappresentate da centinaia di migliaia di giovani diplomati e laureati che lasciano quelle comunità per trasferirsi al nord del Paese, in giro per l’Europa o per il mondo. Vi dico come la penso. Ai giovani noi dobbiamo assicurare la libertà di muoversi in un mondo sempre più interconnesso, globalizzato, ma nel contempo dobbiamo anche garantire il diritto a restare o a rientrare.

Che significa far fare un salto  di qualità alle dinamiche di crescita degli in investimenti  nelle filiere ad alto valore aggiunto, alla nostra dimensione delle imprese, agli interventi su formazione, competenze, conoscenza, innovazione, ricerca e sviluppo. Qui lo scatto in avanti, investimenti sulle nuove tecnologie, sull’innovazione, sulle competenze.

Noi dobbiamo fare potenti interventi sulle politiche attive, sulla formazione, sul sapere, sulle conoscenze, sulle competenze, perché nel presente e nel futuro conterà più il sapere che l’avere. È qui l’investimento vero che dobbiamo fare sui giovani tenendo insieme cambiamenti, trasformazioni, con la centralità della persona, con la dignità del lavoro, con il valore dei corpi intermedi.

Mi ritorna sempre alla mente quel grande monito di Papa Francesco, quando ci spronava a tenere in equilibrio digitalizzazione, intelligenza artificiale, automazione, robotica, tecnologie con un nuovo umanesimo del lavoro, mettendo al centro la dignità, la qualità, il valore della persona e del lavoro.

Questo Governo è fortemente interessato a sostenere le ragioni del nostro mezzogiorno, ma anche le prospettive di crescita e di sviluppo del Paese. Oggi più che mai dobbiamo guardare al presente e al futuro con grande ottimismo.

(Sottosegretario per il Sud) 

«Fottersene del Sud»: classico sport nazionale che piace a tutti i governi

di MIMMO NUNNARI – “Fottersene del Sud” [la frase non è elegante ma rende l’idea] è uno sport nazionale da sempre praticato volentieri da Governi di ogni colore, politici di tutti i partiti, burocrati famelici, giornalisti improbabili, intellettuali della domenica e opinionisti salottieri che considerano il Meridione un “fastidio”; sostenuti nel loro insolente e mal celato menefreghismo, da un’opinione pubblica indifferente, seduta sugli spalti, come una qualunque bifolca tifoseria. Ancora oggi è così. Lo abbiamo visto di recente col ciclone “Harry” e in questi giorni con la frana di Niscemi. Ci sono stati, con i primi stentati interventi governativi, solidarietà nazionali somiglianti alle lacrime artificiali dei film, che Anna Magnani chiamava “lacrime di mezza lira”.

Questa partecipazione incerta e miseria, non spontanea, verso la sofferenza delle persone colpite dalla furia di “Harry” l’ha spiegata bene con una lettera a Francesco Merlo, titolare della rubrica “Posta e risposta”su la Repubblica, un lettore di Bolzano (sic): «Caro Merlo, ho (ri)scoperto che esiste l’indifferenza nei confronti del Meridione. In Sardegna, Calabria e Sicilia sono state distrutte dal devastante ciclone spiagge, strutture economiche e commerciali, interi quartieri delle città. La triade geografica del Sud non è come l’Emilia Romagna: nessuna mobilitazione dei partiti, delle associazioni nessuna sottoscrizione indetta dai quotidiani (anche la Repubblica, il mio quotidiano che leggo dal 1978) e, infine, notizie riportate nelle pagine interne e nelle tv solo spazio marginale. E già tutto dimenticato. Quale amarezza. È la sedimentazione razzista che appare e ritorna quando si tratta del Sud?». [Firmato Antonio Testini – Bolzano]. Merlo, firma di prima grandezza del giornalismo italiano, catanese d’origine, uno che non le manda mai a dire, ha risposto: «Ha ragione a indignarsi: la disgrazia al Centro e al Nord fa esplodere gli animi e stimola la fraternità e le sottoscrizioni, mentre la disgrazia al Sud provoca rassegnazione e diffidenza, addolorate alzate di spalle, una stanca pietà che mai diventa solidarietà, aiuto e partecipazione. Un po’ perché nel nostro disgraziato Sud la disgrazia è considerata endemica, il prolungamento della normalità. E un po’ perché prevale l’idea che è meglio farsi gli affari propri, evitare di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso, dove anche l’aiuto chissà poi dove andrebbe a finire: persino nella pietà si può bagnare il becco. Da tempo ho smesso di pensare che il buon giornalismo possa cambiare il mondo. Sono però sicuro che il cattivo giornalismo lo danneggia.

Buon giornalismo sarebbe chiederci, raccontare, spiegare perché quelle terribili immagini di distruzione del ciclone Harry, che ha colpito il Sud, fanno più paura che pena». Bene Merlo, giornalista raro è straordinario, e bene il lettore di Bolzano. Ma una cosa possiamo fare se un pezzo grande di Paese pensa (sbagliando) che è meglio «evitare – come scrive Merlo – di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso». Possiamo smetterla di restare in silenzio e di usare, per denunciare l’insolenza storica, le discriminazioni, i pregiudizi nei confronti del Meridione, un linguaggio corretto, civile. Abbiamo sempre parlato con educazione, cedendo anche alla rassegnazione, al fatalismo. Ma basta. La nuova narrazione sul Sud non aspettiamola da fuori. Cambiamola, cominciando ad alzare la voce, usando un linguaggio “robusto”, aspro e legittimo quando occorre, senza atteggiamenti di riverenza, prudenza, o complessi di inferiorità. Serve solo controllo, per non uscire fuori dalle righe. Aristotele diceva che le parole sono dei suoni che diventano linguaggio quando attribuiamo loro un significato: quale miglior suono nel dire che c’è una parte d’Italia [Governi, politica, opinione pubblica] che del Sud “se ne fotte”? Per trovare una qualche verità sulla questione “differente” del Sud – la vera anomalia italiana – abbiamo dovuto aspettare non un meridionalista, un antropologo, uno storico ma un lettore (di Bolzano) che scrive al suo giornale e un signor giornalista che gli risponde, ricavando in sintesi la conclusione che “fottersene del Sud” è uno sport nazionale. Praticato da sempre.

Un esempio illuminante, per capire quando l’Italia cominciò a “fottersene del Sud”, lo troviamo negli atti parlamentari del primo anno di vita (1861) dell’Italia appena diventata nazione. Allora, con un voto vergognoso, si capì che direzione prendevano i programmi di sviluppo del nuovo Regno d’Italia. Successe che in una delle prime sedute del Parlamento fu approvato un progetto di legge per rilanciare i porti di Livorno, Genova e Venezia; e contestualmente si respinse analoga misura in favore dei porti di Napoli, Salerno e Palermo. Nessuno diede spiegazione per i due pesi e due misure. Era questo, all’inizio del cammino della nuova Nazione, l’andamento. E niente è cambiato nel modo di procedere. Tutte le promesse di fare dell’Italia un Paese veramente unito caddero nel dimenticatoio già all’inizio e seguitarono con tutti i Governi, alimentando fratture rancori e disuguaglianze. Quello dello sguardo indifferente e/o di disprezzo, che umilia terribilmente i meridionali, è quel primo tradimento compiuto dall’Italia verso il suo Sud e quel che ne venne dopo, diventando un modello. Negli anni di fuoco, a ridosso dell’Unità, l’antimeridionalismo (il “fottersene”) ha svolto un preciso ruolo nell’immaginario sociale italiano: ha creato categorie mentali e schemi interpretativi che hanno via via condizionato politiche, strategie, alleanze e scelte di campo, fino a “istituzionalizzare” l’esistenza delle due Italie, fenomeno unico nell’Europa democratica. L’esodo per fame, di dimensioni bibliche, con la prima e la seconda ondata migratoria, ha fatto il resto. Negli anni cruciali per la riedificazione della Nazione italiana gli emigrati del Sud hanno consentito al sistema del Nord Italia di funzionare ai massimi regimi e di agganciarsi alla locomotiva dell›economia europea.

Al contrario, al Sud l’esodo massiccio ha provocato, con l’impoverimento progressivo [e lo svuotamento dell’anima del Sud], una forte incrinatura nell’identità dei territori, favorendo lo stabilizzarsi di quella forma estrema di marginalità sociale che ha provocato tanti guai e continua a produrli . Alle regioni meridionali è stato poi cucito addosso il vestito di periferie assistite, precludendo loro tutti gli spazi possibili di crescita. La versione del welfare che il Sud ha conosciuto è stata centrata esclusivamente sulla diffusione non di servizi, ma di sussidi una tantum, funzionali all’assistenza, non alla produzione e allo sviluppo. E queste forme di assistenza sono state inoltre sempre mal indirizzate, diventando col passare degli anni forme di indebolimento della coscienza civile e della solidarietà collettiva.

Ognuna delle regioni del Sud ha cominciato ad aspettare paziente infrastrutture e servizi che altrove già si realizzavano, e velocemente; cosicché, quel poco di sviluppo che ha sfiorato le esteriorità di queste terre, fermandosi solo alla facciata, è stato uno sviluppo “distorto”, che ha favorito, insieme a illegalità, omologazione ai modelli di consumo del Nord, senza che ci fosse un corrispondente vero progresso. Con la conseguenza del riprodursi di una spaventosa crisi economica e civile: causa prima di una incontrollata espansione del fenomeno mafioso e motivo principale dell’aspetto [ad arte disegnato] di palude del Sud, di acqua stagnante, dove ogni cosa rimane immobile e maleodorante. Di questo Sud così mal nato e così malcresciuto, non per sua colpa, l’Italia se ne fotte. Lo abbiamo visto anche con la scarsa emozione di fronte al ciclone “Harry”: niente titoli in prima pagina o servizi adeguati, sui giornali nazionali, niente approfondimenti o servizi speciali nei Tg. Solo cronache scarne: il minimo sindacale. Se non ci fossero state le proteste sui social, la vicenda sarebbe passata in cavalleria, perché nei Tg e sui giornali si parla di… politica estera: un classico, quando si vogliono oscurare temi scomodi e seri. “Lacrime di mezza lira” anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha proposto di utilizzare i fondi già stanziati per il Ponte sullo Stretto per gli interventi nelle zone colpite dal ciclone.

Cioè, se abbiamo capito bene l’ideona sarebbe impiegare fondi già destinati al Sud; cioè, pagarsi i danni con i propri soldi. È la filosofia del menefreghismo. La conferma che la sinistra – ma non solo –  sul Sud improvvisa ed è distratta, non ha una visione di lunga gittata.

Vecchia questione, sulla quale non è più tempo di sorvolare, continuando a usare un linguaggio da educande. Anche il linguaggio può essere ribellione, ribellione contro chi del Sud “se ne fotte” da più di un secolo e mezzo. Bisogna solo evitare – va detto chiaro a scanso di equivoci – di avere nostalgie per i tempi borbonici, quando al Sud le classi più povere furono impoverite ancora di più e furono soffocati ideali e tentativi riformistici per migliorare le condizioni di vita della gente. Cioè, ricordiamocelo, anche i Borboni se ne “fottevano” del Sud. (mn)

IL CASO DELLE OPERE INFRASTRUTTURALI
AL SUD È SEMPRE UNA BATTAGLIA PERSA

di MASSIMO MASTRUZZOQuando si tratta di grandi opere infrastrutturali nel Sud Italia, improvvisamente la macchina burocratica e politica sembra diventare iper attenta, quasi ossessiva, nel cercare il proverbiale pelo nell’uovo. Norme, vincoli, ricorsi, opposizioni: tutto si complica. Al contrario, nel Nord del Paese, si costruisce prima e si discute – eventualmente – dopo.

È questo il paradosso che emerge con chiarezza anche in merito al ponte sullo Stretto di Messina. Il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, ha espresso forte contrarietà agli emendamenti 1.46 e 3.038, presentati in Parlamento, definendoli un attacco alla trasparenza, alla legalità e alla partecipazione democratica. Si teme, legittimamente, un’accelerazione forzata nella realizzazione dell’opera. Tuttavia, colpisce la differenza di tono rispetto a interventi analoghi nel resto d’Italia, dove simili procedure sono già state adottate – e senza clamore – per eventi come le Olimpiadi Milano–Cortina 2026 o il Giubileo 2025, con la creazione di società speciali come stazioni appaltanti.

Perché tanto clamore proprio adesso? Perché ci si “sveglia” con il ponte? E dove sono finite le lezioni del cosiddetto “modello Genova”, osannato per l’efficienza nella ricostruzione del ponte Morandi?

Il Mezzogiorno italiano da decenni attende opere strategiche che altrove sembrano addirittura in eccesso. A Genova si realizzano la Gronda autostradale, il Terzo Valico ferroviario, la Diga foranea. In Veneto si investe sulla Pedemontana. Nel Sud, invece, si litiga ancora sul raddoppio della linea ferroviaria fra Termoli e Lesina, bloccato da oltre vent’anni per presunte incompatibilità ambientali legate alla nidificazione del fratino, un piccolo uccello. Un caso emblematico di paralisi che diventa freno allo sviluppo.

Eppure, gli investimenti in infrastrutture hanno un impatto economico diretto e documentato. Creano occupazione nel breve periodo, stimolano l’indotto e, nel lungo termine, rafforzano la competitività del Paese intero. Gli economisti parlano di “effetto moltiplicatore”: ogni euro speso in infrastrutture genera una crescita del PIL superiore al valore iniziale dell’investimento. E questo effetto è ancora più forte nei territori che partono da una situazione di carenza.

Lo spiegano bene anche Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis nel loro libro L’economia reale del Mezzogiorno: un’Italia che punta sullo sviluppo industriale e infrastrutturale del Sud diventerebbe più competitiva persino di Francia e Germania. Portare il Sud ai livelli delle regioni più avanzate del Nord sarebbe, in questa prospettiva, la vera “operazione Paese”, con benefici diffusi per l’intera nazione.

Dimostrare che un’autostrada o una ferrovia è più utile lì dove mancano – e non dove già abbondano – non dovrebbe essere un’impresa difficile. Lo stesso articolo 3 della nostra Costituzione, che sancisce l’uguaglianza dei cittadini, dovrebbe guidare le scelte politiche e progettuali.

E invece, in Italia, ogni infrastruttura al Sud sembra dover superare un processo a ostacoli. Non per mancanza di fondi, non per carenza di progetti, ma per una sistematica mancanza di volontà. (mm)

[Massimo Mastruzzo, direttivo nazionale Met – Movimento Equità Territoriale]

 

EMIGRAZIONE, È RECORD: IN DUE ANNI SONO
PARTITI IN OLTRE 241 MILA DAL MERIDIONE

di MASSIMO MASTRUZZONel biennio 2023-2024, oltre 241.000 cittadini del Mezzogiorno si sono trasferiti nelle regioni del Centro-Nord, contro appena 125.000 nella direzione opposta. Lo segnala l’Istat nel rapporto “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente”, tracciando un quadro ormai strutturale dello spopolamento del Sud Italia.

Il saldo negativo è preoccupante: 116.000 persone in meno in due anni. Una vera e propria emorragia demografica, che però ha anche impatti economici rilevanti e spesso sottovalutati, soprattutto dal punto di vista fiscale.

Lombardia prima destinazione: un terzo dei pugliesi e lucani migranti finisce qui

Secondo l’Istat, tra le mete più scelte spicca la Lombardia, che da sola accoglie circa il 30% dei migranti interni dalla Puglia e dalla Basilicata. Province come Milano, Bergamo e Brescia attraggono forza lavoro giovane e qualificata che spesso non trova adeguate opportunità nel Sud d’origine.

Il peso delle tasse locali: un trasferimento che vale milioni per il Nord

L’aspetto meno discusso ma estremamente rilevante riguarda la redistribuzione delle entrate tributarie locali, legate in particolare all’Irpef regionale e comunale. Prendendo come esempio reale una busta paga di un lavoratore residente in provincia di Brescia: 41 euro al mese vanno alla Regione Lombardia; 21 euro al mese vanno al Comune di residenza

In totale, 62 euro al mese solo in tributi locali, ovvero 744 euro l’anno per contribuente.

Applicando questo dato medio ai 241.000 nuovi residenti al Nord: 241.000 x 744 € = circa 179 milioni di euro all’anno versati in imposte locali a favore delle regioni e comuni ospitanti.

Al contrario, si tratta di 179 milioni in meno che le regioni del Sud perdono annualmente, aggravando ulteriormente la debolezza dei bilanci pubblici locali.

Le regioni meridionali in perdita doppia: persone e risorse

Il trasferimento di popolazione non è solo una questione numerica. Ogni residente che parte porta con sé: Reddito da lavoro; Contributi previdenziali; Consumi locali (commercio, servizi) e, soprattutto, entrate fiscali che finanziano sanità, trasporti, istruzione e servizi sociali.

Se consideriamo una permanenza media di 10 anni al Nord, la perdita potenziale per il Sud potrebbe arrivare a quasi 2 miliardi di euro di mancate entrate locali in un solo decennio.

Non è solo fuga di cervelli, ma un “trasferimento fiscale” strutturale

Il rapporto Istat fotografa una tendenza consolidata e profonda: l’Italia continua a muoversi, ma in una sola direzione. E mentre il Sud si svuota, il Nord non solo guadagna in forza lavoro, ma incassa ogni anno centinaia di milioni di euro grazie a queste migrazioni.

L’emigrazione interna, da questo punto di vista, non è più solo una questione sociale o demografica, ma un meccanismo di redistribuzione fiscale silenzioso e progressivo.

Chi governa sa, ma non agisce

L’Istat informa la politica italiana da sempre, ma questo governo e quelli precedenti non hanno mai voluto cambiare rotta. Il Sud resta, nei fatti, un bacino di voti da gestire, ma non un territorio da sviluppare. Le segreterie dei partiti, quasi tutte localizzate al Nord, continuano a sfruttare questa disomogeneità territoriale.

Una situazione in aperto contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini e l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali.

In questo contesto, il Movimento Equità Territoriale si batte per invertire questa tendenza, denunciando l’abbandono istituzionale del Mezzogiorno e proponendo un nuovo modello di sviluppo realmente equilibrato tra Nord e Sud.

 

[Massimo Mastruzzo, direttivo nazionale MET – Movimento Equità Territoriale]

LA CALABRIA “TORRIDA” IN UN SUD CHE
BRUCIA MENTRE LE ISTITUZIONI TACCIONO

di FRANCESCO GRAZIANOIl Sud Italia è intrappolato in una morsa climatica che non accenna a mollare la presa. In questo weekend, temperature oltre i 40 gradi colpiscono la Calabria, la Sicilia e la Puglia. Un’ondata di calore che, da evento eccezionale, è ormai diventata la nuova norma. E mentre i cittadini boccheggiano e i campi si seccano, si fa fatica a scorgere una reazione concreta da parte delle istituzioni. Peggio ancora: si moltiplicano voci che negano l’evidenza scientifica dei cambiamenti climatici.

La normalità della siccità

In Calabria e in Sicilia le piogge sono ormai un ricordo lontano. La siccità, un tempo considerata una crisi passeggera, è diventata un elemento strutturale del paesaggio. I dati dell’Isac-Cnr (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima) confermano che le giornate piovose si sono ridotte del 70% negli ultimi vent’anni in molte aree del Sud. L’Altopiano della Sila, noto un tempo per le sue abbondanti nevicate, ha più che dimezzato i giorni di neve all’anno. Le foreste si stanno ritirando, le sorgenti si prosciugano, e le falde acquifere sono sotto stress. La desertificazione, secondo l’Ispra, avanza ormai in oltre il 30% del territorio meridionale, con le zone interne della Sicilia e della Calabria tra le più colpite d’Europa.

Agricoltura al collasso

L’agricoltura, motore economico di molte zone del Mezzogiorno, è in ginocchio. Le colture tradizionali – ulivi, agrumi, ortaggi – non reggono più l’assenza di acqua e l’aumento costante delle temperature. La Coldiretti ha denunciato perdite per oltre 1 miliardo di euro solo nel primo semestre del 2025. I raccolti sono dimezzati, le spese per l’irrigazione sono insostenibili e molti piccoli agricoltori sono costretti a chiudere.

Sanità sotto pressione

Il caldo estremo non è solo un problema ambientale ed economico. È un rischio diretto per la salute. Gli ospedali calabresi e siciliani registrano un’impennata di ricoveri per colpi di calore, disidratazione e scompensi cardiaci, soprattutto tra gli anziani. La Croce Rossa ha lanciato l’allarme: le strutture sanitarie del Sud, già provate da anni di tagli e carenze, non reggono l’urto delle emergenze climatiche ricorrenti.

Turismo invernale compromesso

Il cambiamento climatico sta riscrivendo anche le mappe del turismo. L’Appennino meridionale, un tempo meta per sciatori e amanti della montagna, non garantisce più la neve, né per quantità né per durata. Le stazioni sciistiche della Sila, del Pollino e dell’Etna registrano stagioni sempre più corte e non redditizie, con ricadute sull’indotto e sull’occupazione locale. Il futuro del turismo montano al Sud appare appeso a un filo.

E le istituzioni?

Di fronte a questa emergenza, le Regioni appaiono smarrite, spesso divise tra annunci e immobilismo. Nessuna strategia unitaria, pochi piani di adattamento climatico, scarsissimi investimenti in prevenzione. Il Governo, da parte sua, ha rimosso ogni riferimento ai cambiamenti climatici dall’agenda politica. Nessun piano nazionale di transizione ecologica è stato rilanciato. Peggio ancora: si moltiplicano segnali negazionisti.

Dagli Stati Uniti, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha recentemente dichiarato: «Non c’è bisogno di combattere per l’energia pulita: il cambiamento climatico è solo una bufala». Un’affermazione che rimbalza anche in Italia, alimentando l’inerzia politica e disorientando l’opinione pubblica. Ma i dati parlano chiaro: l’Italia è uno dei paesi europei più esposti agli effetti del riscaldamento globale.

«Il Sud rischia di diventare la prima area semi-arida stabile d’Europa», ha dichiarato il climatologo Luca Mercalli. «Senza un piano nazionale di adattamento climatico, rischiamo una crisi ambientale, economica e umanitaria», ha avvertito Enrico Giovannini, direttore ASviS. «I cambiamenti climatici sono reali, misurabili, e già qui. Negarli oggi è come spegnere l’allarme mentre la casa brucia», ha scritto la climatologa Serena Giacomin.

L’impressione è che ci si stia arrendendo. Alla sete, al caldo, al fuoco, all’abbandono. Ma questa non è una condizione inevitabile. È il risultato di scelte (o non-scelte) politiche. Di un ritardo culturale e amministrativo che rischia di condannare il Sud a una spirale di degrado e spopolamento. Non si tratta più solo di tutela ambientale: è una questione di giustizia sociale, coesione territoriale, sopravvivenza economica. (fg)

[Courtesy LaCNews24]

ZES UNICA, LA RIFORMA VOLUTA DA FITTO
HA PORTATO RISULTATI SODDISFACENTI

di ERCOLE INCALZA – «Abbiamo rilasciato 571 autorizzazioni uniche che attivano investimenti per 10 miliardi di euro e creano 10 mila nuovi posti di lavoro». È quanto ha detto Giosy Romano, Coordinatore della Zona Economica Speciale Unica, alla Fiera dell’Industria di Hannover, una delle più importanti al mondo, a promuovere la Zes Unica. 

«Qui nell’incontro di Hannover abbiamo partecipato a diversi incontri e abbiamo potuto verificare che gli imprenditori stranieri con cui abbiamo dialogato si sono mostrati sorpresi dei vantaggi offerti dalla autorizzazione unica che riusciamo a rilasciare in 30 giorni. Questa è la vera rivoluzione della Zes Una innovazione che sta trasformando il panorama degli investimenti in Italia e costituisce un esempio semplificativo di semplificazione e rapidità nei processi amministrativi».

Queste due dichiarazioni non solo testimoniano la rilevanza del successo della Zes Unica ma, al tempo stesso, dimostrano quanto sia stato utile e innovativa la riforma portata avanti dall’ex Ministro Raffaele Fitto. Una riforma che giustamente viene ulteriormente valorizzata da Giosy Romano in quanto ha vissuto prima da Commissario la esperienza di una delle 8 Zes. Ritengo però doveroso ricordare oggi dopo questo grande e misurabile successo ricordare il danno prodotto in passato da una norma assurda come quella delle otto Zes.

Nel 2022, in un mio articolo, avevo ribadito che, dopo sei anni dal varo del Decreto Legge sulle otto Zes, il provvedimento si era trasformato in un inutile strumento: di circa 600 milioni previsti dalla norma erano stati attivati appena 30 milioni di euro. Ricordai anche che il fallimento della norma era da riscontrarsi non nell’operato dei Commissari ma in almeno quattro fattori: La limitata disponibilità delle risorse (circa 600 milioni di euro; Il numero rilevante di siti (solo in Sicilia entro il 2021 si sarebbero dovute istituire e rese operative due Zes, per un totale di 5.118 ettari in 43 aree dichiarate idonee dalla apposita Commissione di valutazione. Cioè nella sola Sicilia erano state identificate ben 43 aree elette a Zes, in tutta la Unione Europea le aree elette a ZES erano solo 91. La mancata interazione tra distinte realtà territoriali del Mezzogiorno, cioè l’assurdo isolamento tra distinti Hub logistici (porti della Calabria non interagenti con porti della Puglia, ecc.); Il lungo iter istruttorio soprattutto da parte degli Enti locali.

La miopia dei promotori istituzionali del richiamato Decreto Legge e la incapacità dei Governi Conte 1 e Conte 2 nell’aggravare con norme correttive la stessa norma iniziale, hanno praticamente fatto lavorare tantissimo i vari Commissari per tentare, in tutti i modi, di dare concreta attuazione al provvedimento ma, per la serie di negatività prima riportate, il loro apprezzabile impegno era rimasto all’interno di un dettagliato quadro programmatico, all’interno di una misurabile prospettazione di potenzialità e di interessi imprenditoriali ma non aveva prodotto nulla, non aveva in nessun modo incrementato il Pil.

Ed allora la soluzione prodotta dall’allora Ministro Raffale Fitto con la Zes Unica ha praticamente posto la parola fine ad un tragico fallimento dei Governi che, dal giugno del 2017 (data ripeto del varo del Decreto Legge 91 istitutivo delle otto Zes), si erano succeduti.

Ma proprio perché oggi siamo in possesso di un dato: «10 miliardi di euro e 10 mila nuovi posti di lavoro», non possiamo non stigmatizzare la rilevanza del danno prodotto dall’azione, soprattutto, dei Governi Conte 1 e Conte 2 e, in parte, anche Draghi che, per quasi quattro anni, hanno reso inutile un provvedimento che se rivisitato solo formalmente, sì anche senza un adeguato supporto finanziario, avrebbe quanto meno reso possibile l’attivazione di un volano di risorse di 600 milioni di euro.

Ho voluto ricordare questo fallimento, ho voluto denunciare questo danno perché, spesso, mi meraviglio della assenza di una adeguata e documentata denuncia da parte dell’attuale maggioranza parlamentare. Mi meraviglia, infatti, il sistematico attacco del responsabile del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte all’operato dell’attuale Governo, un attacco che non trova una immediata risposta sulle gravi responsabilità generate dalla imperdonabile incapacità gestionale proprio dei suoi due passati Governi.

Dove erano sia Giuseppe Conte che i vari Ministri del Movimento 5 Stelle quando gli stessi Commissari, preposti alla gestione delle varie Zes, prospettavano proposte di rivisitazione della norma e come giustificano oggi il danno all’erario provocato proprio dalla loro incapacità?

La Corte dei Conti spero affronti queste diffuse responsabilità di uno schieramento che, come ho avuto modo di ricordare in passato, ha accumulato rilevanti danni alla crescita del Paese. (ei)

INFRASTRUTTURE, VISIONI E COMPETENZE
PER CAMBIARE IL FUTURO DEL MERIDIONE

di MARIA RITA GALATI – Infrastrutture, giovani, futuro. Sono le parole chiave che hanno scandito l’XI Convegno del Mezzogiorno dei Giovani Imprenditori Edili Ance, dal titolo evocativo “Amò il Sud”, svoltosi nella Sala delle Culture della Provincia di Catanzaro.

Un appuntamento ormai centrale nel panorama economico e infrastrutturale del Sud Italia, che ha visto protagonisti decine di giovani imprenditori edili provenienti da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, pronti a confrontarsi sulle sfide dello sviluppo del Mezzogiorno.

L’evento, moderato dal giornalista Rai Marco Innocente Furina, ha visto l’apertura affidata a Carlo Barberio, presidente Ance Giovani Calabria, Giuseppe Catizone, presidente Ance Giovani Catanzaro e Roberto Rugna, presidente Ance Calabria.

Proprio Rugna ha voluto sottolineare come la Calabria resti una terra che deve ancora esprimere appieno il proprio potenziale: «Eventi come questo rappresentano non solo un riconoscimento per il nostro lavoro – ha affermato – ma soprattutto un punto di partenza per costruire nuove prospettive di sviluppo».

«Le infrastrutture restano la chiave – ha evidenziato – per collegare la nostra regione al resto del Paese e permetterle di diventare davvero competitiva e attrattiva. C’è una Calabria che lavora, che investe, che guarda al futuro, e dobbiamo creare le condizioni affinché questa energia si trasformi in crescita stabile e duratura».

Un messaggio di fiducia, ma anche di responsabilità, rilanciato dal sindaco di Catanzaro Nicola Fiorita, che ha parlato di un tema strategico che «va ben oltre gli interessi del comparto edilizio» e che rappresenta la base per costruire un futuro solido per tutto il Mezzogiorno.

Dello stesso avviso il prefetto Castrese De Rosa, che ha ricordato come lo Stato sia presente sul territorio e al fianco delle imprese, ma ha invitato tutti a fare sistema: «L’Europa rappresenta per noi una sfida, ma anche una grande opportunità. Possiamo fare molto, soprattutto per i giovani».

Il presidente di Unindustria Calabria Aldo Ferrara ha posto l’accento sulla dinamicità dell’industria calabrese: «La Calabria è una regione in movimento. I numeri sull’export, sugli investimenti e sull’occupazione lo confermano. Ma sappiamo bene che la qualità dello sviluppo dipende dalla qualità delle infrastrutture. Solo infrastrutture moderne, integrate e sostenibili possono consolidare la crescita e trattenere i nostri giovani».

Dal palco, l’assessore regionale allo Sviluppo economico Rosario Varì ha ribadito il ruolo centrale che la Regione assegna al potenziamento infrastrutturale e al sostegno alle imprese: dalla Statale 106 agli aeroporti, dal porto di Gioia Tauro ai nuovi collegamenti ferroviari.

«Ma accanto a questi elementi materiali – ha aggiunto – dobbiamo continuare a creare un contesto favorevole alla crescita, capace di attrarre nuovi investimenti e generare occupazione di qualità».

Il dibattito ha visto poi il contributo di Marco Oloferne Curti, coordinatore nazionale macro area Sud di Ance Giovani, che ha ricordato come le infrastrutture debbano essere vissute e progettate come moltiplicatori di valori e non solo come opere materiali: «Dietro ogni cantiere ci sono persone, processi e comunità che cambiano. E come tali dobbiamo affrontarle».

Cuore del convegno è stata la tavola rotonda “Infrastrutture e sviluppo: il Mezzogiorno che verrà”, con interventi della professoressa Francesca Moraci, dell’architetto Massimo Crusi, del presidente dell’Autorità portuale Andrea Agostinelli, del giornalista Tommaso Labate e di Giovan Battista Perciaccante, vicepresidente Ance per il Mezzogiorno.

Agostinelli ha illustrato il nuovo documento strategico che definisce il piano regolatore di tutti i porti calabresi, sottolineando che «il vero nodo resta l’intermodalità: porti, strade, ferrovie e aeroporti devono dialogare tra loro per rendere competitivo l’intero sistema logistico regionale».

Labate ha lanciato un messaggio chiaro: «Il dilemma non è più fare o non fare, ma fare bene o fare male. Servono competenze, visione e responsabilità».

Perciaccante ha ribadito i progressi compiuti, dagli aeroporti di Crotone e Reggio Calabria all’alta velocità e alla SS 106, ma ha anche ammonito: «Non basta aprire cantieri, bisogna completarli. E bisogna farlo velocemente, abbattendo la burocrazia che rischia di bloccare opere già finanziate».

Dal fronte dei giovani imprenditori, forte il richiamo a rendere le infrastrutture strumento di sviluppo reale e contrasto al disagio giovanile, come sottolineato da Vincenzo Scarano (Ance Puglia), mentre Marco Colombrita (Ance Sicilia) ha ribadito il ruolo chiave del Ponte sullo Stretto e dell’alta velocità per connettere Calabria e Sicilia all’Europa.

Le conclusioni sono state affidate alla presidente nazionale di Ance Giovani Angelica Krystle Donati, che ha lanciato un messaggio al sistema Paese:
«Non possiamo più permetterci di agire solo in emergenza. Serve pianificazione di lungo termine, visione strategica e nuove competenze, sia nelle imprese che nella pubblica amministrazione».

«Il Pnrr ha dimostrato che il nostro settore è pronto – ha evidenziato – a fare la sua parte, ma tra un anno finirà e serve una strategia chiara per non disperdere i risultati. Dobbiamo continuare a spingere per un piano industriale di settore e di Paese che metta al centro le costruzioni e le infrastrutture, perché senza di esse non c’è sviluppo economico, sociale e territoriale possibile». (mg)

AL SUD C’È UN “CAMBIO DI PARADIGMA”
COSA SIGNIFICA E LE SUE CONSEGUENZE

di ERCOLE INCALZA – Ricordo spesso la delusione di Pasquale Saraceno, consigliere di Amministrazione della Cassa del Mezzogiorno, fondatore dello Svimez e grande meridionalista, quando nel 1973, dopo praticamente 23 anni di attività della Cassa del Mezzogiorno, precisò che, purtroppo, non era cambiato praticamente nulla e ricordò gli indicatori che erano rimasti quasi identici a quelli del 1950 e cioè: Il reddito pro capite; Il tasso di occupazione; Il costo del denaro e l’accesso al prestito.

Ma, sempre Saraceno, ricordò che il Mezzogiorno possedeva tutte le condizioni per “cambiare paradigma”; si usò proprio la frase “cambiare paradigma” e portò come riferimento, in difesa di questo suo “ottimismo della ragione”, alcuni punti chiave come: La portualità campana ed il suo retroporto ricco di attività commerciali; La elevata produzione agricola della Regione Calabria e la rilevante potenzialità industriale di Gioia Tauro (allora si pensava di realizzare un secondo centro siderurgico); La elevata capacità produttiva della Regione Sicilia e degli hub portuali di Catania e di Palermo; L’avvio dei lavori di costruzione del porto canale di Cagliari, determinante piastra logistica all’interno del bacino del Mediterraneo; La rilevanza strategica del porto di Taranto e del nuovo centro siderurgico; La grande produzione agro alimentare presente nelle Regioni Basilicata, Molise ed Abruzzo.

Sono passati più di cinquanta anni, sì sono passati un numero enorme di anni, però oggi finalmente stiamo misurando davvero un cambiamento di paradigma sostanziale. Tre anni fa, al primo Festival Euromediterraneo svoltosi a Napoli, nelle conclusioni dei lavori fu prodotta la “Carta di Napoli” in cui venne chiaramente denunciato il cambiamento della narrazione del Mezzogiorno ed emersero subito le conferme ed i dati che confermavano un simile cambiamento, emersero i dati che davano ragione alle previsioni di Saraceno e cioè: Il Mezzogiorno stava diventando un riferimento determinante della ricerca, stava diventando un polmone di eccellenze tutte comparabili con analoghe realtà a scala comunitaria ed internazionale; Il Mezzogiorno, anno dopo anno, si confermava come elemento determinante del sistema agro alimentare, un sistema che incideva per oltre il 25% nella formazione del Pil nazionale e che in tale percentuale il Sud era presente con oltre il 50%; Gli Hub portuali ed in modo particolare Gioia Tauro diventava sempre più il porto transhipment più strategico dell’intero Mediterraneo; La Regione Campania aveva al suo interno un Hub logistico, formato dai porti di Napoli e di Salerno e dagli interporti di Nola, Marcianise e di Battipaglia, che lo rendevano, in termini di movimentazione, paragonabile ai grandi Hub comunitari; Crescevano sempre più, proprio nelle attività commerciali e produttive, le Regioni Basilicata, Puglia, Molise ed Abruzzo; Il Mezzogiorno diventava in modo inequivocabile un teatro di crescita del turismo, una crescita testimoniata dalla vera esplosione della domanda passeggeri negli aeroporti del Sud: oltre 50 milioni di passeggeri (un aumento del 30% in soli dieci anni).

Ebbene, questo cambio di paradigma si è ulteriormente consolidato sicuramente grazie anche alla istituzione della Zona Economica Speciale Unica e si potrà ulteriormente rafforzare se le 8 Regioni del Sud cercheranno, in modo sinergico, di: Utilizzare in modo organico ed in tempi certi le risorse già assegnate e disponibili dal Pnrr; Utilizzare le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021 – 2027. Più Istituti di ricerca hanno in più occasioni anticipato che se a questo cambiamento di paradigma facesse seguito anche una misurabile capacità della spesa allora la incidenza del Mezzogiorno nella formazione del Pil del Paese passerebbe dall’attuale soglia del 22% ad oltre il 30 – 32% ed una simile percentuale non rappresenterebbe un dato sporadico di una felice annualità ma diventerebbe un riferimento stabile. (ei)

INFRASTRUTTURE, AL SUD VINCOLATO IL
40% DEGLI INVESTIMENTI DEI FONDI PNRR

di ERCOLE INCALZA – Il Ministro Tommaso Foti lo scorso 7 gennaio ha dichiarato che «la spesa effettiva dei fondi Pnrr si attesta a circa 60 miliardi di euro di cui 22 miliardi nel 2024. Il 50% delle risorse spese rientra tra quelle a fondo perduto e i pagamenti effettivi sono superiori del 10 – 12% rispetto a quelli rilevati ufficialmente».

Appare evidente che, per centrare l’obiettivo di una piena attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), bisognerebbe spendere oltre 130 miliardi di euro in 18 mesi.

Questo ultimo dato dimostra che siamo già oggi di fronte alla constatazione che è impossibile rispettare la scadenza imposta dalla Unione Europea e, sempre il Ministro Tommaso Foti, di fronte a questa constatazione ha precisato: «Non dobbiamo avere l’incubo di spendere a tutti i costi perché vorrebbe dire spendere male. Se una quota non riesce ad essere spesa perché le misure non sono attrattive, dopo che le abbiamo cambiate, ben venga il prendere atto che ci sono misure che non hanno mercato».

Sulla base di questa obbligata constatazione il Ministro Foti ha anticipato che, entro il mese di febbraio, il Governo varerà un Piano in cui non compariranno più gli interventi irrealizzabili entro i prossimi sedici mesi e saranno inserite opere potenzialmente realizzabili entro la scadenza del giugno 2026.

In questa operazione, ha precisato sempre il Ministro Foti: «sarà inserito il vincolo di destinare almeno il 40% degli investimenti nel Mezzogiorno, anche perché il Mezzogiorno ha dimostrato di utilizzare al meglio i fondi e di farne volano per una crescita che, sempre nel 2024, è stata superiore a quella del Nord».

È quindi in corso, nei vari organismi preposti alla attuazione delle opere, nei vari organismi responsabili della progettazione e della realizzazione degli interventi, un lavoro capillare mirato a cercare da un lato possibili ulteriori modalità per velocizzare l’avanzamento delle attività e dall’altro identificare l’inserimento di interventi sostitutivi in grado di essere portati a termine entro il mese di giugno del 2026.

Senza dubbio questo si configura come un lavoro obbligato e, al tempo stesso, senza dubbio, tutto questo rappresenta un ultimo tentativo per evitare un vero e pesante fallimento nell’attuazione del Pnrr; un fallimento che l’ex Ministro Fitto aveva già cercato, riuscendoci, di ridimensionare trasferendo già molti interventi all’interno del Fondo Sviluppo e Coesione 2021 – 2027.

In altre mie note ho ricordato le grandi responsabilità dei Governi Conte 1, Conte 2 e dello stesso Governo Draghi nell’aver sottovalutato l’obbligato rispetto della “spesa” entro il mese di giugno del 2026 ed in particolare l’aver perso praticamente un biennio nella identificazione delle opere e nell’avvio concreto delle procedure di gara.

Oggi, quindi, non possiamo più rinviare questa triste fase di ammissione della impossibilità di attuare il Pnrr e, come ribadisco da almeno due anni, riconoscere che la possibilità della spesa non potrà attestarsi su un valore superiore alla soglia di 80 – 90 miliardi di euro.

Sempre in alcune mie considerazioni avanzate poche settimane fa ho precisato che dovremmo trovare delle soluzioni per evitare non solo di perdere circa ulteriori 120 miliardi ma di dover subire anche delle penalty.

Avevo anche ribadito che la corsa a cambiare il Piano attraverso l’inserimento di nuove opere e l’annullamento di altre ormai non più difendibili, sia una soluzione rischiosa anche perché l’annullamento di alcune opere scatenerebbe gli Enti locali (Regioni e Comuni), scatenerebbe alcune grandi Aziende come il Gruppo delle Ferrovie dello Stato, darebbe origine ad un vero contenzioso da parte del mondo delle costruzioni.

L’unica soluzione, o meglio, l’unico compromesso penso potrebbe essere quello di trasformare la quota a fondo perduto pari globalmente a circa 68 miliardi (di cui finora utilizzati circa 30 miliardi e per la data del 30 giugno 2026 spendibili fino ad una quota di 45 miliardi) in prestito (cioè dovremo trasformare in prestito un importo di circa 23 miliardi di euro) e incrementare gli interessi anche della quota in prestito restante e quindi dovremo definire con la Unione Europea un accordo attraverso il quale il  nostro Paese dovrà dal 2027 in poi onorare un prestito globale di circa 118 miliardi di euro  (23 miliardi di euro + 95 miliardi di euro).

Senza dubbio questa proposta trova un supporto adeguato nella serie di cambiamenti, nella gestione del nostro Paese, vissuti dal 2020 ad oggi; in soli quattro anni si sono alternati tre distinti schieramenti il primo con il Governo Conte appoggiato essenzialmente dal Partito Democratico e da 5 Stelle, il secondo con il Governo Draghi con la presenza di tutti gli schieramenti politici escluso quello di Fratelli d’Italia e dalla fine del 2022 ad oggi una compagine solida formata da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati.

La instabilità dei Governi Conte 2 e Draghi ha inciso in modo rilevante sulla concreta attuazione delle scelte del Pnrr e questo penso possa essere una valida motivazione per supportare la proposta di rivisitazione avanzata non delle opere ma delle modalità di uso delle risorse.

La ipotesi avanzata dal Ministro Foti invece genera automaticamente, come detto prima, uno scontro con gli Enti locali, con le grandi Aziende come Ferrovie dello Stato ed Anas, una vera presa di posizione non solo degli schieramenti politici oggi alla opposizione ma anche di quelli che appoggiano il Governo.

Insisto, quindi, nel ribadire la opportunità di verificare attentamente la mia ipotesi di lavoro perché quanto meno evita: una riapertura procedurale delle istruttorie sulle nuove opere; un contenzioso tra le opere già assegnate anche attraverso l’attestato di “opera giuridicamente vincolante” (OGV); l’impossibilità di identificare in appena 20 mesi interventi capaci di essere portati a compimento entro il 30 giugno 2026

Una grave penalizzazione, soprattutto per il Mezzogiorno, in quanto le opere avviate dalle Ferrovie dello Stato e relative all’asse Salerno – Reggio Calabria, Palermo – Catania e Catania – Messina, per un valore globale di circa 8 miliardi di euro sarebbero bloccate generando un contenzioso perdente per il committente pubblico.

Non credo che, in questo delicato momento storico, il Governo voglia incamminarsi verso una scelta divisiva e ingestibile. (ei)