LA GENEROSA ACCOGLIENZA AI MIGRANTI
CHE I CALABRESI HANNO NEL PROPRIO DNA

La Calabria è sempre stata terra d’accoglienza, soprattutto nei confronti di chi scappa dalla guerra. Un esempio lampante è Roccella Jonica che, negli ultimi tempi, nonostante le gravi difficoltà in cui si trova, non volta le spalle a chi ne ha bisogno. Ma prima dell’oggi, c’era un calabrese – o meglio reggino – che, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ha formato più generazioni di reggini all’accoglienza ed al dialogo tra culture e religioni: don Domenico Farias.

Una storia, quella di don Domenico Farias che, insieme a quella del Beato Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, anche se appartiene al passato, è quanto mai più attuale, offrendo una visione lucida e straordinariamente attuale delle dinamiche migratorie e del valore culturale, sociale, politico e religioso dell’incontro tra i popoli. È di questo che si è parlato nel seminario di studio Migranti ieri e oggi: persone, non numeri, organizzato dal Centro Diocesano “Migrantes” e dalle Cooperative Demetra e Res Omnia, nel giorno, il 21 maggio, in cui si fa memoria dell’approdo a Reggio di San Paolo, fondatore della prima comunità cristiana in Calabria. 

Don Domenico Farias è una figura che ha formato più generazioni di reggini all’accoglienza ed al dialogo tra culture e religioni; ha messo in relazione le persone; ha offerto alla società il suo fondamentale contributo di insegnante e pensatore e la sua lettura, potremmo dire profetica, degli eventi locali e mondiali. La sua casa di Via Palestino, lasciata in donazione all’Arcidiocesi reggina, è oggi luogo di accoglienza e sostegno spirituale e materiale di chi giunge nella nostra terra. E la comunità filippina lo ricorda sempre come colui che più seguì con amorevole dedizione i primi arrivati a lavorare come badanti e collaboratori domestici presso le famiglie di Reggio Calabria.

Il ricordo di Scalabrini e Farias offre un importante strumento di comprensione del presente e, quindi, di azione ancora più mirata ed efficace per giungere a quella che gli ultimi tre Papi hanno definito una “famiglia dei popoli”, in cui nessuno perde la propria identità ma aggiunge ricchezza col proprio patrimonio di valori culturali, sociali e religiosi. 

È stato Padre Gabriele Bentoglio, direttore del Centro diocesano “Migrantes”, a tratteggiare la figura del Beato Scalabrini, definito da Giovanni Paolo II “Padre dei migranti”. Pur consapevole delle ingiustizie e dello sfruttamento insiti nelle migrazioni, e condannando duramente gli agenti che lucravano sulle partenze, monsignor Scalabrini individuava in esse una sfida piena di speranza, «una delle leggi provvidenziali che presiedono ai destini dei popoli e al loro progresso economico e morale»; «una valvola di sicurezza sociale; perché apre i sentieri della speranza, e qualche volta della ricchezza, ai diseredati; perché offre concrete possibilità alla diffusione del Vangelo, allargando il concetto di patria oltre i confini materiali e politici, facendo patria dell’uomo il mondo».

Ne vide a migliaia partire verso l’America a fine Ottocento,  o spostarsi verso Lombardia e Piemonte per il duro lavoro nelle risaie. Il vescovo Scalabrini capì che bisognava intervenire a monte sulle cause dell’emigrazione e nelle terre di approdo con un’azione integrale di assistenza religiosa e tutela legale, morale, culturale, sanitaria e sindacale, attraverso tre figure cardine: i sacerdoti, i medici ed i maestri. Fondò i Missionari di San Carlo per assistere queste masse, ma si impegnò affinché tutti, clero, laici, la Santa Sede e lo Stato con leggi specifiche, operassero per la promozione dei migranti e la tutela dei loro diritti. Comprendendo di trovarsi di fronte una tematica complessa, cercò la concertazione di tutte le sinergie possibili ed i contatti con studiosi ed operatori dell’emigrazione internazionali, oltre a studiare appassionatamente il fenomeno, pubblicare i risultati delle sue analisi e divulgarli in visite pastorali e conferenze. Una metodologia attualissima, ancora oggi sollecitata dalla Chiesa, come ha sottolineato Padre Bentoglio.  

Particolare lungimiranza – e sintonia con la visione scalabriniana – dimostrò anche don Domenico Farias, indimenticato sacerdote reggino, scomparso nel 2002, di cui non è semplice tratteggiare la poliedrica figura: la propensione sconfinata per lo studio, lo sguardo aperto sul mondo pur nel radicamento convinto nel Meridione, la capacità di intessere relazioni tra culture e religioni, tra i vicini ed i lontani, di coltivare una generazione di giovani proiettata a comprendere e vivere la mondialità dalle rive dello Stretto.

Tanti ne mandò a Roma alla Caritas internazionale come obiettori di coscienza, ma anche in viaggio in Terra Santa, in Turchia, in Tunisia, abbracciando la visione ideale di legami duraturi e seri nel Mediterraneo.

«Voleva che ampliassimo il nostro orizzonte vitale e culturale, che ci sprovincializzassimo. Alcuni di noi hanno avuto con don Farias una frequentazione ed una sintonia superiore di quella avuta con i genitori», ha spiegato il magistrato Augusto Sabatini, che ha vissuto come un dono la lunga vicinanza al sacerdote, «un persona speciale, capace di grande penetrazione e stupore», definito anche atipico in quanto non operò mai in una parrocchia, ma si dedicò alla Chiesa attraverso l’insegnamento – prima Matematica e Fisica al Seminario di Catanzaro, poi Filosofia del diritto all’Università di Messina – la catechesi, la sollecitudine alla vita sacramentale e un’intensa attività di assistenza spirituale degli universitari della Fuci, dei medici e dei giuristi cattolici e del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Nutrì la sua curiosità e l’attitudine allo studio ed al confronto attraverso l’amicizia con figure come Ivan Illich, il filosofo austriaco fautore della società conviviale, Maurice Borrmans, padre missionario curatore dei rapporti con l’Islam per la Santa Sede, il Cardinale Camillo Ruini, il vaticanista Luigi Accattoli.

Ai giovani inculcò quello che lui stesso incarnava: esercitare la mondialità come fondamento della presenza del cristiano nella vita della Chiesa. Nell’ultima fase della sua vita, don Domenico Farias evidenziò il processo che stava portando  alla caduta delle identità nazionali e alla mescolanza tra diversi popoli. Non parlò di multiculturalità, ma di policromia culturale, da coltivare, appunto, attraverso la bellezza delle relazioni, dell’amicizia e della conoscenza. Colse, nondimeno, l’impreparazione della Chiesa e dello Stato ad affrontare le nuove sfide e sottolineò l’importanza anche dei piccoli gesti, dei comportamenti, quando non si possono offrire servizi strutturati: una mensa in un locale parrocchiale, una camera data in affitto al giusto prezzo, un sorriso a chi ci lava il vetro, la prassi della carità come parte integrante dell’evangelizzazione. Don Domenico rilevò come il territorio della Diocesi fosse rimasto estraneo ad episodi di violenza, ma ricordò che violenza è pure lo sfruttamento del lavoro dei migranti, la clandestinità, i fitti esosi richiesti per abitazioni fatiscenti.

Se questa è la traccia lasciata dalle due luminose figure della Chiesa ricordate nel seminario di studio, naturale chiedersi cosa avviene oggi nella Diocesi reggina. La risposta ha il volto, finalmente sereno, di tante donne e uomini che sono stati accolti ed hanno impresso un corso diverso alla propria vita, attraverso la felice collaborazione tra laici e religiosi realizzata nel progetto Libero di essere me stesso, sostenuto economicamente dalla Conferenza episcopale italiana e curato dalle Cooperative Demetra e Res Omnia, con il Centro diocesano Migrantes ed i padri scalabriniani  della Parrocchia di Sant’Agostino. 

Le due cooperative nascono da giovani desiderosi di impegnarsi nella propria terra, mettendo al servizio della comunità le rispettive competenze, l’entusiasmo e la capacità di fare rete, trovare soluzioni insieme ed attivare risposte tempestive, elemento sicuramente non trascurabile in una società in cui si è abituati a fare da soli.

Libero di essere me stesso è l’ultimo segmento di un lavoro avviato da anni, con progetti già conclusi e proficue collaborazioni con altre realtà del sociale, come il Centro comunitario Agape, con cui Demetra e Res Omnia hanno avviato uno Sportello orientamento, da cui sono passate 1365 persone.

Bashir era ospite di una Comunità sulla jonica, senza speranze, malato, rinchiuso nello scoramento e nel silenzio. Il progetto l’ha preso in carico, ha creato su di lui un percorso di formazione ed inclusione ed oggi il ragazzo indiano ha ritrovato il sorriso e la fiducia in sé stesso, attraverso il lavoro agricolo sui terreni confiscati in contrada Placanica di Melito Porto Salvo. Kati, giovane georgiana, ha avuto aiuto per sé e i suoi figli. A Dam, arrivato dal Gambia, si sono aperte le porte di Casa Farias.

Resterà il tempo necessario per trovare una sistemazione stabile, intanto ha cominciato un tirocinio di lavoro. Ma non tutti i casi possono essere seguiti, tiene a precisare Cristina Ciccone, presidente della Cooperativa Demetra. È necessaria una scelta convinta da parte del migrante e la sottoscrizione di una sorta di accordo con l’equipe che ascolterà i suoi desideri, valuterà le sue inclinazioni e le sue capacità e con lui disegnerà un percorso di studio e di formazione con un approccio olistico, che mette al centro la persona nella sua dimensione bio-psico-sociale. I dati raccolti dal 2018 dicono che il 90 per cento di chi è stato inserito continua a lavorare e, di questi, l’80 per cento rimane nello stesso posto, da leggere anche come un’integrazione realizzata nella società reggina ed una capacità dei migranti di svolgere le mansioni richieste con professionalità e passione. 

«Le migrazioni ci inducono a comprendere che c’è un cambiamento in atto nella Chiesa» è stato il pensiero di Monsignor Franco Agnesi, vicario generale e vescovo ausiliare di Milano, membro della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana, giunto in riva allo Stretto per portare il suo contributo al seminario e per conoscere direttamente le esperienze di accoglienza nella Diocesi locale.

«A Reggio Calabria – racconta – ho trovato tanto calore ed entusiasmo, che denota un ricco vissuto ecclesiale e sociale. Qui si tocca con mano la volontà di non fare accoglienza banale, ma di rendere le persone capaci di trovare la propria strada, di diventare autonome, coltivare relazioni significative e migliorare le proprie vite». 

Per monsignor Agnesi, nella Diocesi di Reggio-Bova si è concretizzato quel percorso che passa dalla paura dello straniero alla relazione, quell’orientamento della Chiesa espresso efficacemente da Papa Francesco con i quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. E non ci sono state solo le conclusioni del seminario di studio a testimoniarlo. La presenza all’incontro dell’Imam di Reggio Calabria è stata un abbraccio reale tra le comunità, mentre il pranzo con l’arcivescovo Fortunato Morrone e gli arcivescovi emeriti Vittorio Mondello e Giuseppe Morosini ha rappresentato un gioioso momento di convivialità e di conoscenza di sapori e culture diversi. (rrm)

PROMUOVERE I MUSEI DELL’EMIGRAZIONE
PER RACCONTARE LA STORIA DELLE RADICI

di GIOVANNI MARIA DE VITA – La presenza di grandi comunità di italiani e italo-discendenti residenti all’estero costituiscono una risorsa straordinaria per il nostro Paese. Sono più di sei milioni e mezzo i nostri connazionali nel mondo, cui si aggiungono circa ottanta milioni di persone che, pur non avendo il passaporto, sanno e sono orgogliose di avere radici italiane. In Italia esiste una importante presenza di musei dell’emigrazione. Essi raccontano le storie dei nostri connazionali che sono partiti per l’estero, un’importante pagina di storia dell’Italia post unitaria rappresentata dalla diaspora, purtroppo ancora non adeguatamente conosciuta dall’opinione pubblica del nostro Paese.

Si annoverano tra queste istituzioni il Museo regionale dell’emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino (Perugia) che ogni anno organizza il prestigioso concorso video “Memorie Migranti” che da la possibilità a ricercatori e registi di divulgare le proprie opere sul tema dell’emigrazione italiana (www.emigrazione.it), il Museo regionale dell’emigrazione di Castel Lagopesole (Potenza), noto per l’attenzione al racconto delle storie di vita dei lucani che si sono distinti oltre i confini regionali e nazionali; La nave della Sila, di Camigliatello Silano (Cosenza), è il museo narrante dell’emigrazione calabrese alla quale si uniscono le storie dei nuovi migranti che descrivono la Calabria non solo come terra di abbandono, ma anche di accoglienza (www.lanavedellasila.org). Vi sono molti altri piccoli musei in ogni regione d’Italia, alcuni dei quali sono riportati nella Guida alle radici italiane vol. 1 e 2 (da scaricare al seguente link:https://www.esteri.it/it/servizi-consolari-e-visti/italiani-all-estero/turismo-delle-radici/). Anche i musei della memoria contadina possono contenere al loro interno delle sezioni dedicate alla storia dell’emigrazione o alcuni musei tematici che narrano le storie di personaggi di origini italiana e famosi a livello internazionale – come il museo di Frank Capra a Bisacquino (Palermo) o il My Way Museum, dedicato a Frank Sinatra, a Lercara Friddi (Palermo).

Un altro esempio di museo che ha dedicato una sezione al tema gli italiani all’estero è la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo) con il progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano”, sostenuto dalla Direzione Generale degli Italiani all’Estero e delle Politiche Migratorie della Farnesina (https://www.idiariraccontano.org/).

«I musei dell’emigrazione in Italia costituiscono una grande ricchezza e sono un importante strumento per conoscere la storia della nostra emigrazione e sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a questi temi, anche in vista della creazione di una mirata offerta turistica rivolta ai viaggiatori delle radici e prevista dal progetto “Turismo delle radici – una strategia integrata per la ripresa del settore del turismo nell’Italia post covid-19”, finanziato nell’ambito del PNRR. Non si parla quindi di emigrazione soltanto a Genova ma in tutti i territori, ognuno con le sue piccole storie che appartengono a una storia collettiva», afferma il Direttore Generale Luigi Maria Vignali. «È indispensabile valorizzare questi attrattori culturali e turistici, promuovendone l’organizzazione in forma di una vera e propria “rete”, anche per renderli più facilmente fruibili all’interno di itinerari creati appositamente per i viaggiatori delle radici. Bisogna inoltre fare in modo che non rimangano solo dei contenitori di oggetti e antichi documenti ma vengano vissuti al proprio interno, attraverso delle attività che possano permettere agli italiani – ad esempio agli studenti delle scuole primarie e secondare o agli operatori che accoglieranno il target turistico di cui ci stiamo occupando – di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana attraverso seminari, workshop e laboratori che seguano metodologie di apprendimento innovative e alternative». 

«Inoltre, e soprattutto, dare la possibilità ai nostri connazionali all’estero, e i loro discendenti, di sentirsi protagonisti di una storia scritta da loro o dalle loro famiglie, affinché ritrovino nella stessa quel senso di orgoglio e quel desiderio di continuare a tessere il legame con la terra d’origine». (gdv)

IL NUOVO ALLARME COVID VIENE DAL MARE
SANTELLI: GOVERNO INTERVENGA SUBITO

L’allarme Covid torna a farsi avvertire in tutta la sua drammaticità: 28 migranti del gruppo di 70 sbarcati a Roccella da un’imbarcazione sono risultati positivi al coronavirus. È la conferma  degli enormi rischi connessi agli sbarchi di persone che arrivano da Paesi in cui l’epidemia è ancora fuori controllo. «Siamo stati facili profeti – ha dichiarato la presidente della Regione Jole Santelli – quando abbiamo avvertito il Governo circa i pericoli relativi a un’immigrazione fuori controllo. Purtroppo, però, non abbiamo avuto ascolto e ora ci troviamo tutti a dover far fronte alle conseguenze di queste non scelte.

«Per mesi – ha detto la governatrice – abbiamo combattuto il Coronavirus, al costo di grandissimi sacrifici esistenziali, sociali ed economici. Ma ora, a causa di questa incomprensibile indifferenza nei confronti della minaccia rappresentata dagli sbarchi incontrollati, tutti gli sforzi compiuti dai calabresi e dagli italiani rischiano di essere vanificati. Non possiamo consentirlo. Lo Stato, il Governo, devono essere presenti e affrontare una situazione che, da qui in avanti, potrebbe diventare ancora più esplosiva. Peraltro, gli sbarchi incontrollati mettono in evidenza tutte le contraddizioni di un esecutivo che, giustamente, blocca tutti gli ingressi da 13 Paesi a rischio, ma poi rimane incomprensibilmente inerte rispetto ai barconi che arrivano dall’Africa, che oggi è uno dei mega focolai più preoccupanti del mondo. Non serve un mago specializzato nelle previsioni del futuro per capire che gli sbarchi continueranno anche nei prossimi giorni e per tutta la durata del periodo estivo; e di certo non possiamo approcciare il problema facendo finta che non esista o, peggio, per mezzo di pregiudizi ideologici che non cambiano di una virgola la difficile situazione in cui si trovano regioni mete di sbarchi come la Calabria. Serve, dunque – conclude Santelli – una risposta immediata al fine di non vanificare i tanti sacrifici fatti finora e di garantire il diritto alla salute dei cittadini italiani e della Calabria, una regione in cui l’epidemia è stata contenuta meglio che in tante altre realtà. Noi Calabresi abbiamo fatto il nostro dovere, ora è lo Stato che deve difenderci».

La Santelli ha scritto una lettera a Conte in cui avverte il presidente del Consiglio del serio rischio che si sta profilando per la regione. «Negli ultimi giorni – si legge nella lettera –, sono stati registrati, come noto, diversi sbarchi di immigrati sulle coste della Regione Calabria. Tali sbarchi non possono, all’evidenza, essere affrontati con le ordinarie misure, attesa la situazione di emergenza sanitaria derivante dalla diffusione del virus COVID-19 che, sebbene si sia ridotta nelle sue dimensioni, non può dirsi affatto superata. Solo nella giornata di ieri, ben 27 migranti, sbarcati nel porto di Roccella, sono risultati positivi ed altri, probabilmente, si positivizzeranno nei prossimi giorni.

«Chiedo, pertanto, al Governo di intervenire, adottando misure volte ad evitare che gli immigrati vengano gestiti, da un punto di vista sanitario, solo dopo il loro sbarco a terra. L’unica soluzione in grado di evitare pericoli per la salute della popolazione calabrese non può che essere quella di procedere alla requisizione di unità navali, da dislocare davanti alle coste della regione italiane maggiormente interessate dagli sbarchi, a bordo delle quali potranno essere svolti i controlli sanitari sugli immigrati e potrà essere assicurata, in caso di positività, l‘effettuazione del periodo di quarantena obbligatoria. Mi aspetto una risposta rapidissima da parte del Governo e avverto che, in caso contrario, non esiterò ad agire, esercitando i miei poteri di ordinanza per emergenza sanitaria, vietando gli sbarchi in Calabria. Voglio evitare un braccio di ferro con il Governo, ma ho l’obbligo di difendere i calabresi e chi ha scelto di passare in Calabria le proprie vacanze».

L’assessore regionale al welfare Gianluca Gallo, da parte sua, ha voluto stigmatizzare la gravità della situazione che rischia di non poter essere adeguatamente messa sotto controllo. «L’arrivo di decine di migranti ammalati di Covid-19 sulle coste calabresi – ha detto Gallo – è un’emergenza e come tale va trattata: ci sono vite umane da salvare e nuovi focolai da evitare. Ci auguriamo che Pd e M5S dimostrino responsabilità e si adoperino, insieme a noi, per ottenere risposte concrete da parte del Governo. Già mesi fa – ricorda Gallo – alcuni studi avevano segnalato la possibilità di un ritorno al Sud del contagio attraverso le rotte delle migrazioni. Insieme al presidente Santelli avevamo lanciato l’allarme, rimanendo inascoltati».

Aggiunge Gallo: «Oggi, purtroppo, si verifica quanto invano denunciato, ma a fronte della giusta fermezza del presidente Santelli e della giunta regionale, nonostante l’oggettiva gravità del problema si registra un atteggiamento pilatesco da parte di Pd e M5S, all’opposizione in Calabria ma al Governo a Roma e forse per questo sospesi tra un insostenibile tentativo di addossare alla Regione responsabilità altrui ed un incredibile silenzio nei riguardi dell’Esecutivo Conte, cui sono invece riconducibili sia le competenze in ordine alla tutela dei confini sia quelle legate all’emergenza sanitaria. La Calabria non ha bisogno di strumentalizzazioni e silenzi, ma di concretezza. Va salvaguardata la salute pubblica come, del resto, quella dei tanti disperati lasciati liberi di attraversare il Mediterraneo sulle carrette degli scafisti. Per questo confidiamo che da parte di M5S e Pd ci sia spirito di collaborazione e volontà di richiamare al proprio dovere il Governo. Dovessero persistere atteggiamenti diversi, di matrice meramente strumentale, ne prenderemo atto senza sottrarci al ruolo che ci compete, assumendo con urgenza decisioni anche forti, nell’interesse dei calabresi».

Su questa vicenda è intervenuto anche il coordinatore provinciale reggino di Forza Italia on. Francesco Cannizzaro. «Quando il governatore della Calabria Jole Santelli, a fine aprile e dopo due settimane senza casi di coronavirus, aveva deciso di consentire ai locali di riaprire con i tavolini all’aperto, il Governo delle tre sinistre di Conte, Zingaretti e Di Maio ha fatto fuoco e fiamme facendo ricorso contro la Calabria e portando la Regione al TAR: anche se non c’erano rischi, dovevamo rimanere chiusi non si sa per quale motivo mentre loro da Roma continuavano ad alimentare allarmismi e psicosi con la strategia del terrore di una comunicazione martellante rispetto alla pandemia. Adesso, però, dopo mesi di sacrifici e mentre i cittadini continuano ad essere costretti a norme anti-contagio particolarmente stringenti, assistiamo a sbarchi clandestini che rischiano di vanificare tutto: è una situazione inaccettabile.
«Sono al fianco della Regione Calabria e del Governatore Santelli che ha chiesto al Governo di intervenire: bisogna chiudere i porti agli immigrati con urgenza, con il fine di scoraggiare nuove partenze verso l’Italia. Contemporaneamente, invece, il Governo vuole depotenziare il DL Sicurezza e prorogare lo stato d’emergenza: un contro senso clamoroso! Sono vietati gli assembramenti, tutte le attività commerciali devono rispettare norme molto rigide per essere in regola, e poi arrivano decine di clandestini positivi rischiando di vanificare tutto e far esplodere nuovi focolai: è l’ennesimo pasticcio del Governo Pd-M5S sulla pelle degli italiani. È l’ennesima offesa ai sacrifici e all’intelligenza dei cittadini. Nelle prossime ore ci faremo sentire in Parlamento affinché il Governo intervenga con urgenza per tutelare la salute della popolazione ed evitare che il contagio torni a propagarsi a causa degli sbarchi fuori controllo nelle Regioni del Sud», ha concluso l’on. Cannizzaro.
Analoga posizione viene dal deputato leghista Domenico Furgiuele: «Se qualcuno al governo pensa di trasformare la Calabria nel lazzaretto d’Europa, si sbaglia di grosso. Reagiremo con determinazione alla politica della indifferenza del presidente Conte e dei suoi ministri verso le migrazioni incontrollate.  La nostra terra nei duri mesi del covid ha dimostrato  buon senso e spirito civico. Ciò ha permesso di ridurre al minimo il rischio del contagio come dimostrano le evidenze dei bollettini quotidiani. Per tale motivo nutro la viva preoccupazione che la scellerata e irresponsabile politica del governo sul fronte degli sbarchi possa mettere a repentaglio gli sforzi che le nostre popolazioni hanno compiuto non senza l’impegno dell’esecutivo regionale guidato dalla Presidente Santelli. Accoglienza non può significare esporre a grandi  rischi di ordine sanitario una regione».
Secondo la deputata Wanda Ferro (FdI) che annuncia un’interrogazione al presidente del Consiglio Conte «Gli italiani non hanno sopportato i lunghi mesi di lockdown per vedere vanificati i loro sacrifici dall’apertura incontrollata dei porti. I calabresi hanno contenuto il diffondersi dell’epidemia con il rispetto delle regole, e ora vedono i loro confini spalancati a chi proviene da Paesi in cui sono presenti vasti e pericolosi focolai. La Calabria è sempre stata terra di accoglienza, ma deve continuare a proteggere il proprio fragile sistema economico e sanitario dalla minaccia del coronavirus e non può essere sacrificata sull’altare delle battaglie ideologiche. Come ha rimarcato l’assessore al Turismo Orsomarso, essere una regione libera dal covid ha consentito alla Calabria di proporsi come meta turistica sicura, con riscontri incoraggianti in termini di presenze e prenotazioni. Il turismo è linfa vitale per l’economia regionale, ma se si trasforma la Calabria nel pre-triage covid dell’Europa ogni sforzo delle istituzioni, degli imprenditori e dei cittadini sarà mandato in fumo. Occorre un impegno straordinario per controllare le coste ed impedire gli sbarchi di soggetti positivi al coronavirus che rischiano di fare esplodere una pericolosa ondata dell’epidemia, che rappresenterebbe un colpo letale per le regioni del Sud»
Il segretario-questore del Consiglio regionale Graziano Di Natale non nasconde «forti preoccupazioni per la notizia appresa ieri del trasferimento ad Amantea di tredici  migranti risultati positivi al covid 19. La Calabria in generale non è in condizioni di fronteggiare emergenze di questa portata ed una situazione del genere va assolutamente scongiurata. È necessario, pertanto, senza ulteriori perdite di tempo, un intervento immediato del Governo per evitare che possa accadere il peggio».
Aggiunge Di Natale: «Ritengo che la scelta di trasferimento di Amantea sia infelice sia per il posto  individuato che si trova al centro della città sia per motivi di chiara opportunità trattandosi di una cittadina che da sempre è meta di tanti turisti.  Fortemente preoccupato, in modo particolare, per l’adeguatezza sia della struttura che dell’assistenza, chiedo – conclude Di Natale-,  quindi un intervento immediato del presidente della Regione Calabria  perché è impensabile che si possa gestire l’emergenza sanitaria in questo modo».
Secondo il senatore forzista Marco Siclari «Non abbiamo strutture adeguate per garantire ne una quarantena idonea, ne un’assistenza sanitaria efficace a centinaia o migliaia di immigrati che giungono e possono continuare a giungere in questi giorni nel nostro Paese. Per essere chiari, affinché sia idonea e sicura la quarantena, eliminando il rischio che possano evadere dai centri di assistenza, gli immigrati che arrivano in Italia con i gommoni o con le navi (cariche di persone) devono stare dai 30 ai 60giorni in quarantena in caso di presenza di un positivo Covid19 nell’imbarcazione. Da diversi stati dell’Africa (es. Libia, Egitto) possono arrivare centinaia di persone affette da Covid. Così come abbiamo bloccato ingressi la aerea dal Brasile e da altri paesi, è necessario bloccare gli sbarchi in Calabria e Sicilia prima che sia troppo tardi. Non possiamo rischiare un altro lockdown. Il governo blocchi gli sbarchi o lo facciano le regioni autonomamente».

Il sindaco di Roccella Jonica Vittorio Zito ha voluto raasicurare la popolazione con un post su Fb: «Roccella – scrive Zito – ospita 20 migranti, minori non accompagnati, sbarcati la scorsa notte. Lo fa perché è un suo preciso dovere dettato dalla legge. Ma lo fa anche perché crede che quando si è chiamati a svolgere il proprio dovere lo si deve fare fino in fondo. E se è tuo dovere organizzare l’accoglienza dei minori non accompagnati – ragazzini di 13, 14 o 15 anni che hanno negli occhi la tristezza della fuga dalla propria casa, il dolore per quello che hanno visto e la paura per il futuro – lo fai al meglio e basta. Poi, quando ti dicono che tra di loro ci sono 5 casi di positività al COVID 19 , ti metti subito al lavoro per gestire in piena sicurezza questa situazione, al fine di non generare alcun pericolo per i cittadini e i turisti. Ma facendo attenzione a non abbandonare nemmeno per un istante la preoccupazione di garantire il pieno rispetto della dignità di questi esseri così fragili.

«Sai che è possibile farlo. Perché puoi contare sulla straordinaria professionalità e disponibilità delle forze dell’ordine, sulla competenza dei medici dell’USCA e della task force regionale, sul supporto istituzionale della Prefettura, sul lavoro di magnifici volontari, sull’aiuto di una splendida squadra di amministratori e dipendenti comunali. E sai di poter contare sulla serietà dei tuoi concittadini. Sappiamo che dobbiamo farlo, perché è nostro dovere di uomini farlo. Abbiamo deciso di informarvi quotidianamente sull’andamento di questa vicenda, per evitare il diffondersi di false notizie, delle quali non abbiamo assolutamente alcun bisogno. Chiediamo agli organi di informazione di far riferimento a questi comunicati e a tutti voi di fidarvi del lavoro che stiamo facendo. E siamo certi che tutti insieme supereremo anche questa prova». (rp)

MAGORNO (PD): MIGRANTI, ACQUAFORMOSA UN MODELLO DI ACCOGLIENZA

“Una realtà gioiosa e solidale, dove l’immigrazione è una ricchezza, un momento di crescita e, anzi, identitario perché si coniuga con l’integrazione”. Ad affermarlo è il senatore del Pd, Ernesto Magorno, che ieri è stato in visita ad Acquaformosa (CS), dove è in corso il festival delle Migrazioni e da 10 anni ormai rappresenta un’eccellenza nel campo dell’accoglienza, grazie al progetto Sprar ideato dall’allora sindaco, Giovanni Manoccio, oggi delegato alle politiche dell’immigrazione della Regione Calabria.
“Conosco questa realtà da tempo – spiega Magorno – ma ogni volta per me è una felice sorpresa, un barlume di umanità soprattutto in questi tempi bui e assai difficili per i temi dell’accoglienza e dell’integrazione”. Il senatore Magorno è stato in visita al centro d accoglienza Roberta Lanzino, dove vive e lavora una parte della comunità straniera ospitata nel paesino del Cosentino che dal 2008 accoglie, include, si apre a chi fugge da guerre, dittature e carestie.
Il parlamentare si è poi spostato nei locali dell’associazione “Don Vincenzo Matrangolo” che in questi anni si è adoperata in diverse attività, tra cui non solo l’organizzazione del Festival delle Migrazioni ma soprattutto tutti i servizi necessari di informazione, accompagnamento e assistenza ai richiedenti asilo che arrivano ne paese.
“Acquaformosa – aggiunge infine Magorno – è la dimostrazione che la buona accoglienza esiste, lontana dalle dimostrazioni di forza e di disumanità a cui siamo costretti ad assistere anche in questi giorni con il caso della nave Diciotti. Qui il motto del festival “Nessuno è straniero” è declinato nel quotidiano, con una felice combinazione fra accoglienza e salvaguardia del borgo, perché il progeto funziona dal punto di vista economico e fa bene culturalmente al paese che lo ospita”.

MODELLO RIACE: LO SCIOPERO DELLA FAME DEL SINDACO LUCANO

3 agosto – Il Sindaco di Riace Mimmo Lucano ha iniziato uno sciopero della fame per denunciare che da settembre 2016 la Prefettura di Reggio Calabria non eroga le risorse e questo, nei fatti, non permette a quest’esperienza di continuare a vivere, mentre per il 2018 il Comune di Riace non è stato compreso tra gli Enti beneficiari. «Faccio lo sciopero della fame – ha detto – per salvare l nostro paese».
Sull’iniziativa è intervenuto il Presidente Oliverio: «Sono vicino a Mimmo Lucano Sindaco di Riace – ha detto – costretto allo sciopero della fame per difendere una esperienza di accoglienza, che ha saputo affermarsi come punto di riferimento sul piano internazionale. Riace non può morire soffocata da logiche burocratiche che di fatto gli tolgono l’ossigeno. Quanto denunciato da Mimmo Lucano è grave. Non procedere al trasferimento delle risorse del progetto SPRAR dal settembre 2016 ed aver escluso Riace dal saldo luglio-dicembre 2017 e per il 2018 non averla compresa tra gli enti beneficiari impegnati nel primo semestre fa sorgere legittimamente il sospetto che è in atto un disegno cinico per affossare l’esperienza di Riace.
«È inconcepibile che un modello di accoglienza come quello portato avanti, con generosità ed abnegazione da Mimmo Lucano, possa essere fermato con motivazioni meramente formali. Abbiamo il dovere – conclude il Presidente della Regione – di difendere e valorizzare l’esperienza di Riace, per far crescere una cultura ed una pratica dell’accoglienza come risposta possibile ad un fenomeno che coinvolge uomini, donne e bambini provenienti dal Sud del Mediterraneo spinti da guerre, fame e disperazione».

LAMEZIA: L’INCONTRO IL CAMMINO DELLA SPERANZA DELLA FIOM

16 luglio – È cominciato stamattina, a Lamezia Terme, presso la Sala Comunale “Napolitano” l’incontro sull’ accoglienza e lavoro “Il cammino della speranza. Migranti: accoglienza, dignità, lavoro” organizzata dalla Fiom-Cgil nazionale.
«Abbiamo scelto la Calabria – si legge in una nota della Fiom – perché è una delle regioni al centro dei flussi migratori, in cui molti migranti lavorano in condizioni disumane. Questa iniziativa vuole essere un contributo per contrastare la terribile disumanità a sfondo xenofobo di chi ci governa».
Nel corso dell’incontro, sono previste testimonianze e interventi da parte di Giulia Anita Bari, di Marco Bertotto, di Medici senza frontiere, Peppe Cannella, medici per i diritti umani, Valerio Cataldi, presidente “Carta di Roma”, Ivana Galli, segretario generale Flai-Cgil, Mohammad Musevi, Save The Children, Giorgia Linardi, Sea Watch, Mimmo Lucano, sindaco di Riace, Giuseppe Massafra, segretario nazionale Cgil, Mario Oliverio, presidente Regione Calabria, Angelo Sposato, segretario generale Cgil Calabria, e Federico Tsucalas, Unhcr.
Conclude Francesca Re David, segretario generale Fiom-Cgil. (rcz)