PONTE, INCAUTO “SCIVOLONE“ DI BOCCIA:
MA È IL PD A DIRE CHE NON SI DEVE FARE?

di ROBERTO DI MARIA – Lasciano a dir poco perplessi la dichiarazioni di Francesco Boccia, (PD) rilasciate durante in una intervista a Radio Immagina, una webradio a diffusione nazionale: «Non venga in mente a nessuno di togliere le risorse da una finalità e spostarle su un’altra. Non si tolgono le risorse dalla transizione ecologica per metterla sul Ponte sullo Stretto, per dire una cosa nemmeno tanto a caso. Su questo niente scherzi, patti chiari e amicizia lunga». 

La prima considerazione, a caldo, è che questo Ponte sullo Stretto sia diventata veramente un’ossessione, per il partito di Boccia. 

Una sorta di mostro da tirar fuori all’occorrenza, per lisciare il pelo alla parte più estremista del proprio schieramento politico, contrario, da sempre, alle Grandi Opere, di cui il Ponte è l’emblema più significativo. Un simbolo da ostacolare in ogni modo, come ci hanno chiaramente dimostrato le iniziative dei Ministri delle Infrastrutture degli ultimi due governi, esponenti del Pd o ad esso riconducibili.

Ma quello che ci meraviglia di più è il tono dell’ultimatum, degno di miglior causa.

In particolare, ci risulta incomprensibile la conclusione ”patti chiari, amicizia lunga”. 

Qualcuno avverta Boccia, che il suo partito è all’opposizione, ovvero in una condizione in cui parlare di “amicizia” peraltro “lunga”, appare quanto meno fuori luogo. Ed è pertanto incomprensibile che venga messa in dubbio un’amicizia che non ha motivo di esistere, a meno di clamorosi accordi sotterranei, ignoti non solo a chi scrive, ma anche agli stessi iscritti del PD.

Nel merito, ovviamente non ci risulta nulla di vero in quello che vuol far credere l’esponente dem, ovvero che il governo mediti di finanziare il Ponte togliendo risorse alla transizione ecologica. 

Appare, casomai, come l’ennesimo tentativo di offuscare l’immagine dell’Opera, sulla quale è stato detto di tutto, soprattutto a sinistra. Concentrandosi sull’aspetto che può destare maggior sdegno: il danno ambientale.

Peccato che Boccia ed i suoi suoi colleghi di partito dimentichino che proprio sotto il profilo ambientale la realizzazione del Ponte porterebbe con sé indubbi vantaggi. Innanzitutto per la drastica riduzione del traffico navale tra una sponda e l’altra, con abbattimento di tutte le emissioni inquinanti: per la sola CO2 è stata stimata una riduzione di 140.000 tonnellate l’anno pari al 93% di quella attuale. Ma sarebbe soltanto l’effetto più immediato.

Come è noto, le merci dalla Sicilia al continente e viceversa viaggiano quasi esclusivamente su gomma. Infatti, la necessità di traghettare i treni pone praticamente fuori mercato il trasporto delle merci su ferro, a causa dell’incidenza sui costi delle operazioni di sbarco ed imbarco. Occorre, inoltre, fare i conti con il limitato numero di traghetti disponibili e di approdi sulle due sponde.

Non a caso, il trasporto merci su ferro è ormai pressoché scomparso dalla rete ferroviaria siciliana, essendo limitato alla tratta Messina-Bicocca che conta una o due coppie di treni al giorno. 

La presenza del Ponte e l’eliminazione della “rottura di carico” dello Stretto, comporterebbe il trasferimento su ferrovia di una quota significativa di merci, riattivandone il traffico nell’intera isola.

Il che non rappresenta un optional, ma un obiettivo di sostenibilità ambientale che la UE ha fissato da tempo, dandosi dei termini precisi: il 30% delle merci, su tutto il territorio europeo, deve viaggiare su ferrovia entro il 2030. Tale quota deve salire fino al 50% entro il 2050. Due obiettivi che, se non rispettati, non soltanto comporterebbero danni all’ambiente, ma anche pesanti sanzioni a carico del nostro Paese.

Quindi, almeno per i due effetti sopra rammentati, potremmo tranquillamente affermare che il Ponte sullo Stretto rappresenta un elemento fondamentale per la transizione ecologica. E, qualora fosse vero quanto paventato da Boccia, non ci sarebbe alcuna riduzione delle somme ad essa destinate.

Si rilassi, quindi, l’ex ministro per gli affari regionali e le autonomie, e pensi piuttosto a far recuperare credibilità al suo partito. Quella dell’opposizione alle grandi opere, soprattutto al Sud, non ci sembra una strada che abbia fruttato grandi consensi. Da uomo del Sud, dovrebbe comprenderlo molto bene. (rdm)

Manna (Anci) incontra una delegazione del PD: Focus su idrico e rifiuti

Proficuo incontro si è svolto, nella sede regionale del Partito Democratico di Lamezia Terme, tra una delegazione del Direttivo di Anci Calabria guidata dal Presidente, Marcello Manna, ed il Gruppo Consiliare Regionale del Pd. Oggetto dell’incontro, le grandi e importanti tematiche che riguardano il territorio calabrese.

Il residente Manna ha ringraziato il capogruppo Mimmo Bevacqua ed i Consiglieri Regionali presenti per l’invito e la disponibilità dimostrata.
Nel confronto sono intervenuti i componenti del Direttivo di Anci Calabria Stasi, Varacalli, Panetta e Celi e si è discusso in primis sulle problematiche riguardanti il settore idrico e sui rifiuti, che adesso fanno capo alla Multiutility Calabrese che li gestisce.
Si è poi passati ai fondi del Pnrr, ad Azienda Zero, alla legge regionale sulla polizia locale, al digitale, alla legge sulla forestazione, ai CIS fino alla questione inerente il caro bolletta. Infine, sulla realizzazione delle opere pubbliche che per il lievitare esponenziale dei costi e considerando che in Calabria ci sono 37 Comuni in dissesto e 25 in pre-dissesto potrebbe portare in seguito ad un peggioramento di tale situazione con un notevole disagio per gli enti locali e relative popolazioni.
Tutti i partecipanti all’incontro hanno ritenuto opportuno che ci sia una attività di coinvolgimento e di partecipazione attiva degli Enti Locali, delle Associazioni di categoria ,delle Parti Sociali e del Terzo Settore di condivisione delle criticità affinché in concerto ed in collaborazione sinergica con la Regione Calabria si possa progettare un percorso che porti un miglioramento globale per le comunità calabresi.
L’Anci Calabria rimane disponibile ad ulteriori incontri con le altre forze politiche al fine di raccogliere idee, nonché a partecipare ad iniziative di confronto per raggiunger il fine comune che è quello di sviluppare le condizioni di vita dei nostri territori.  (rcz)

Consorzi di Bonifica, il PD: Regione trovi risorse per pagare crediti da lavoro

Il gruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale ha presentato una mozione per chiedere un intervento finanziario urgente della Regione in favore dei Consorzi di bonifica, unitamente a un organico intervento normativo.

Una mozione che è stata fatta a seguito della visita fatta da Mimmo BevacquaFranco Iacucci per esprimere la propria solidarietà ai lavoratori del Consorzio dello Jonio Cosentino in sciopero.

«I Consorzi di bonifica calabresi versano in una grave situazione finanziaria – si legge nella mozione presentata dai consiglieri regionali dem Mimmo Bevacqua, Ernesto Alecci, Franco Iacucci, Nicola Irto e Raffaele Mammoliti – causata in gran parte dalla mancata copertura  relativa ai crediti derivanti dai piani attuativi di forestazione e dalla drastica riduzione dei trasferimenti regionali».

Ricordando il ruolo nevralgico che i Consorzi svolgono per la tutela e la difesa del suolo e per la prevenzione del dissesto idrogeologico, i consiglieri del Pd chiedono alla giunta di «intervenire senza ulteriori indugi in favore dei crediti da lavoro  (stipendi e Tfr) vantati dai dipendenti dei Consorzi e provvedere alla presentazione di un organico provvedimento normativo di riforma». 

Il gruppo del Pd chiede a tal fine che venga attivato, con la massima urgenza, un tavolo di concertazione con i sindacati e l’Anbi per arrivare nel più breve tempo possibile ad una proposta di riforma non più rinviabile. (rrc)

Gestore unico servizio idrico, Bevacqua (PD): Occhiuto non ha rispetto per il Consiglio regionale

Il consigliere regionale del Partito Democratico, Domenico Bevacqua, è intervenuto sulla questione del Gestore unico del servizio idrico, sottolineando che «Occhiuto continua ad andare avanti a colpi di annunci e iniziative solitarie. Nessun rispetto per il Consiglio regionale».

«Appena qualche giorno fa – ha ricordato – eravamo tornati in Consiglio regionale per modificare, per la terza volta, il provvedimento di istituzione dell’Autorità idrica per recepire i rilievi dell’Anac. Come gruppo del Pd, avevamo messo in evidenza la mancanza, da parte di questo centrodestra, della capacità di individuare un percorso legislativo razionale ed efficace, essendosi manifestato un livello di approssimazione inaccettabile».

«In realtà, si tratta,  ancora una volta, di un annuncio  vuoto di contenuti  – ha detto ancora Bevacqua – in quanto abbiamo davanti soltanto un decreto del commissario straordinario Bruno Gualtieri che individua formalmente in Sorical il soggetto Gestore unico. Prima di concludere l’iter, insomma, ci sarà molta strada da percorrere. Non è ben chiaro, infatti, come e in che forme avverrà il passaggio delle quote societarie da Sorical ai Comuni. Fra l’altro, il trasferimento del 40% delle azioni sembra non garantire il controllo analogo che la legge affida ai sindaci. Non si comprende, poi, come avverrà da parte di Sorical l’acquisizione di tutto il segmento della depurazione, così come dubbi operativi insistono sull’ipotesi di una riscossione affidata a Sorical (non si capisce se in house o attraverso una concessionaria esterna)».

«Per non parlare dei debiti ereditati da Sorical, sui quali permane il silenzio assoluto – ha proseguito –. Peraltro, oltre alla solita “annuncite”, si conferma un atteggiamento della giunta regionale che non è più tollerabile. Dall’inizio della legislatura, chiediamo che vengano rispettate le prerogative e i compiti del Consiglio regionale che, invece, vengono puntualmente calpestati. Su temi così importanti, serve un diverso tipo di concertazione e coinvolgimento, altrimenti il rischio è quello di andare avanti in maniera confusa e di dovere ripetutamente tornare indietro per procedere a continui aggiustamenti delle proposte di legge e dei provvedimenti successivi».

«Il Pd chiede, per l’ennesima volta – ha concluso – che il Consiglio torni ad essere il luogo istituzionale della discussione e del confronto e non sia più il semplice passacarte dell’esecutivo regionale. Inoltre, la “rivoluzione” che si vorrebbe produrre nel settore idrico, non può avvenire a freddo ovvero senza un preventivo coinvolgimento dei sindaci e dei loro organi di rappresentanza. Anche in questo caso, come è stato per i rifiuti, i primi cittadini, che hanno competenza sulla materia, sono stati messi di fronte al fatto compiuto, senza alcuna preventiva sinergia ed efficace concertazione». (rrc)

 

REGGIO – Al CineTeatro Metropolitano la riunione dell’Assemblea e della Direzione dei democratici

Si è riunita nei giorni scorsi, al CineTeatro Metropolitano di Reggio Calabria, l’Assemblea e la Direzione del Partito Democratico reggino. L’assemblea è stata convocata dalla presidente Tania Bruzzese, che si è aperta con la relazione del segretario Antonio Morabito.

Presenti anche i dirigenti del PD Giuseppe FalcomatàSebi Romeo.

Non un nuovo Partito ma una nuova comunità, coesa ed inclusiva, capace di intercettare le energie dal di fuori, dialogando con la società e rappresentandone i problemi, ascoltando le necessità reali dei cittadini, riannodando i fili della rappresentanza e del consenso e costruendo momenti di confronto con le categorie e le forze sociali del territorio. Da Reggio Calabria un messaggio di rigenerazione che parla all’intero partito nazionale. Si è svolta presso i locali del CineTeatro Metropolitano di Reggio Calabria la riunione dell’Assemblea e della Direzione della Federazione Metropolitana del Partito Democratico.

Convocato dalla Presidente Tania Bruzzese, alla presenza dei dirigenti nazionali Pd Giuseppe Falcomatà e Sebi Romeo, assente giustificato il Segretario regionale Nicola Irto impegnato nei primi passi dell’attività senatoriale, l’incontro si è aperto con la relazione del Segretario della Federazione Antonio Morabito: una disamina ampia ed articolata, che ha preso in esame i dati delle ultime elezioni politiche sul territorio ed una traccia di lavoro per i prossimi appuntamenti congressuali ed organizzativi, sia a livello territoriale che sul piano nazionale.

Quasi trenta gli interventi dei membri dell’organismo Pd, per una discussione ampia e partecipata che ha messo in evidenza il risultato solido ottenuto dal Partito nel territorio cittadino e metropolitano, al di sopra della media nazionale del PD, prima Città in Calabria e tra le prime del Mezzogiorno, con il risultato raggiunto di aver eletto rappresentanti del territorio in grado di dar voce alle istanze della comunità reggina, a partire dal Senatore reggino Nicola Irto, anche in questa complessa fase che si apre con il governo nazionale guidato dalla destra sovranista.

«Da Reggio Calabria – hanno detto i Dem – parta un messaggio di speranza per la ricostruzione del Partito nazionale. Parteciperemo alle prossime assise congressuali in maniera strutturata, dando voce alle istanze della città e dell’intera Calabria nel dibattito politico nazionale ponendo al centro alcuni irrinunciabili obiettivi politici che in tante occasioni sono stati premiati dagli elettori sul nostro territorio».

Non si spiegherebbe in altro modo, si afferma ancora, «il fatto che il Pd in questi anni ha vinto le proprie competizioni elettorali nelle principali città italiane, a partire da Reggio Calabria dove per due volte ha affermato una coalizione ampia alla guida del Comune e della Città Metropolitana, ma non è riuscito negli ultimi tempi a tramutare il consenso ottenuto in una proposta politica nazionale, pesantemente bocciata dai cittadini e sconfitta dalla destra sovranista, a causa di errori tattici e strategici compiuti a livello nazionale nella costruzione della proposta politica in occasione delle ultime elezioni».

Per ciò che riguarda il territorio, hanno detto ancora i Dirigenti Pd «stiamo assistendo in queste ultime settimane ad interventi scomposti e fortemente scorretti dal punto di vista istituzionale, da parte di rappresentanti della destra eletti sul territorio che stanno gettando la maschera dimostrando di voler mettere in difficoltà il percorso di risanamento e di crescita inaugurato dal centrosinistra reggino, in nome di interessi elettoralistici, proponendo anche a livello culturale un tentativo di revisionismo storico, finalizzato a riabilitare la funesta stagione dello scioglimento del Comune e degli enormi debiti causati ai danni dell’intera comunità reggina».

Al termine della discussione i Dem tracciano la linea in vista delle prossime scadenze politiche ed organizzative.

«Una campagna di ascolto che parta dai territori – tra le proposte condivise dall’Assemblea – la costruzione di momenti di confronto con le categorie, con l’associazionismo, con le realtà più rappresentative del contesto cittadino e metropolitano. Ed al contempo – si dice ancora – il completamento della campagna congressuale territoriale, entro il mese di novembre, con l’indizione dei congressi di circolo in tutti i Comuni e nei quartieri cittadini, il rilancio dell’organizzazione giovanile, per la costruzione di una compagine politica capace di dialogare tra i ragazzi e rappresentarne istanze e speranze, ed il completamento dell’organizzazione interna attraverso la costituzione di una segreteria metropolitana e dei diversi dipartimenti tematici, utili all’elaborazione di una proposta politica che sia sempre più rappresentativa delle istanze territoriali». (rrc)

A Lamezia si è riunito il PD regionale: al centro analisi del voto e futura attività politica

Si è riunito, a Lamezia Terme, il gruppo consiliare del PD, presieduto da Mimmo Bevacqua. Al centro del confronto, l’analisi del voto e la funzione del gruppo regionale nell’attuale scenario politico regionale e nazionale.

A tal fine si è deciso di mettere in campo una serie di iniziative con le forze sociali, economiche, del terzo settore e delle istituzioni locali per porre al centro dell’agenda politica calabrese i bisogni e le aspettative dei cittadini: sanità, Pnrr, fondi comunitari, mobilità, lavoro, terzo settore e i rapporti con gli enti locali, a partire da Anci e Upi  che si svolgeranno nelle prossime settimane.

Il Pd vuole tornare ad essere centrale nel dibattito politico calabrese e riannodare i rapporti con il territorio e i cittadini che, anche attraverso l’alta percentuale di astenuti, hanno dimostrato la propria distanza da partiti e istituzioni.

All’incontro ha preso parte anche il consigliere e segretario regionale del Pd Nicola Irto, appena eletto a Palazzo Madama, al quale sono stati formulati i migliori auguri per la sua nuova esperienza politica e manifestata, contestualmente, la disponibilità a lavorare insieme per il rilancio dell’attività del partito in Calabria. 

Pertanto il gruppo del Pd proseguirà la propria attività in massima sinergia con il partito regionale per potenziare e accelerare il percorso di rigenerazione avviato con il rinnovo degli organismi territoriali. (rcz)

Tariffe Trenitalia, Bevacqua (PD): Si faccia chiarezza anche sul ruolo do ArtCal

Il consigliere regionale del Partito DemocraticoDomenico Bevacqua, ha presentato una interrogazione scritta al presidente della Regione, Roberto Occhiuto e all’assessore regionale alla Mobilità, Fausto Orsomarso, in merito alle tariffe di Trenitalia, chiedendo di fare chiarezza anche sul ruolo di ArtCal.

Ricordando che le politiche tariffarie sono disciplinate dal contratto di servizio, sottoscritto tra la regione e società ferroviaria nel 2019 e valido fino al 2032, che dettaglia minuziosamente le varie scadenze relative agli incrementi tariffari e che, quindi, le stesse erano note da tempo al competente Dipartimento, il capogruppo del Pd, tramite la sua interrogazione, ha evidenziato la carenza di scambio di informazioni tra la struttura burocratica e gli organi di direzione politica che ha costretto la Giunta regionale a dover intervenire all’ultimo momento per cercare di sterilizzare gli aumenti che avrebbero avuto ricadute pesanti sugli utenti dei servizi ferroviari.

Inoltre, si evidenzia ancora con l’interrogazione, «la Calabria è dotata dal 2015 dell’ente di governo del trasporto pubblico locale, l’ArtCal, titolare di funzioni fondamentali in materia ma lo stesso non è mai entrato pienamente a regime infatti, dopo 7 anni, non sono stati ancora costituiti gli organi e risulta gestito da un Commissario».

Pertanto, con l’interrogazione Bevacqua ha chiesto «se e in quale data Trenitalia abbia comunicato alla Regione e all’ArtCal l’aumento tariffario e se gli stessi sono stati approvati, se gli incrementi si riferiscono esclusivamente a quanto riportato nella delibera della Giunta regionale o gli stessi siano il portato di un aumento inflattivo, quali provvedimenti intendano adottare per evitare il ripetersi di situazioni quale quella verificatasi recentemente e, infine, quale utile azione intendano intraprendere per favorire con urgenza la costituzione degli organi di governance di ArtCal». (rrc)

L’OPINIONE / Raffaele Malito: la crisi del PD parte da lontano

di RAFFAELE MALITO – È sorprendente il concerto di opinioni, analisi, suggerimenti che si stanno sovrapponendo, dopo l’esito elettorale del 25 settembre, sul Pd, la sua  grave crisi e  le responsabilità del suo fallimento, sulle scelte da fare per evitare la sua definitiva estinzione. Ed è singolare che provengano pressoché tutti da dirigenti che, non hanno mai espresso riserve e critiche e, comunque, da osservatori, intellettuali che si sono sempre riconosciuti appartenenti a un’area politico-culturale  che aveva, ed ha, il Pd come punto di riferimento.                                           

L’ultimo, spietato giudizio è arrivato da Filippo Andreatta, figlio dell’ideatore dell’Ulivo, fratello  politico di Enrico Letta, direttore al dipartimento di Scienze politiche di Bologna: «il Pd è in  crisi perché non ha mai risolto il vizio delle origini che  era l’ambiguità tra la continuità con la Ditta comunista e un nuovo sentiero riformista attento ai bisogni sociali delle persone. Sin dall’inizio i posti venivano spartiti tra ex Margherita e ex Ds senza dare spazio a chi non era ex qualcosa. E’ per questo che si è parlato di fusione a freddo o amalgama mal riuscito».” 

Le conclusioni di Andreatta non ammettono dubbi: «o si taglia con il passato, rottamando tutti, ma proprio tutti, i dirigenti che hanno avuto un legame con i partiti fondatori o si prende atto del fallimento, rompendo con l’antica ossessione comunista di non avere concorrenti a sinistra, e ci si scinde in due partiti, uno riformista e l’altro massimalista, rimanendo alleati alle elezioni».                                                                   

Di fronte al partito massimalista di Giuseppe Conte, Andreatta  rivela di  preferire un Pd più vicino all’esperienza del governo Draghi, una scelta riformista, gradualista in grado di interpretare i bisogni sociali ed economici  anche dei lavoratori delle periferie e dei piccoli centri. Non c’è altra scelta se si vuole costruire dalle macerie un progetto politico e un partito con una sua anima.            Se Andreatta ha compiuto un deciso salto in avanti, dentro il Pd, dopo il trauma delle elezioni, si assiste a un autentico caravanserraglio di analisi e di candidature alla segreteria, nell’illusione di risolvere tutto con un nuovo segretario che dovrebbe arrivare, nientedimeno che tra almeno sei mesi, dopo una lunga faida fratricida.                                    

Il confronto sul destino del Pd incrocia le sedimentazioni politico-culturali della Ditta, rappresentata dai vari Orlando, Provenzano, Bettini e dai prossimi al rientro, Speranza e Bersani, tutti suggestionati dai descamisados con pochette di Conte, impegnati  a fondare un nuovo partito statalista, populista, assistenzialista. 

Si spiegano così le critiche nette alla scelta del Pd di Letta di sostenere, se non identificarsi, nel metodo di governo di Draghi che si è espresso  con il coraggio delle scelte, senza incertezze, europeiste e atlantiste e con la capacità di gestire le grandi questioni economiche e sociali, derivate dalla pandemia e dalla crisi energetica, con i progetti di attuazione e utilizzazione dei fondi del PNRR.                      

Il metodo di governo di Draghi significa fare scelte definitive  sul progetto di una forza politica, un partito,quindi, riformista, gradualista che sappia cogliere l’opportunità offerta dalla crisi del neoliberismo per un’alleanza tra coloro che producono e coloro che creano, basata sui principi dell’equità sociale, della sostenibilità ambientale, della non discriminazione, di un patto tra le democrazie liberali per ricostruire la fiducia  delle classi popolari e  rompere ogni suggestione populista, illiberale o, peggio, autoritaria.                

Una linea, questa, di solidarietà con i paesi europei e dell’occidente apparsi uniti , senza riserve, nella difesa della democrazia e sovranità nell’Ucraina, invasa dal nuovo zar Putin.  

Il Pd non è venuto meno su questi principi e valori, fondanti di libertà e democrazia: è nato 14 anni  fa con il progetto di guidare il destino dell’Italia verso il riequilibrio economico e sociale del Paese superando il divario Nord-Sud, ammodernando, per renderlo più efficiente, il sistema istituzionale e costituzionale, amministrativo, riformando il sistema giudiziario bloccato dalle caste.  Questo ambizioso  progetto politico, da realizzare con una vocazione maggioritaria, senza alleanze  con altri partiti, aveva suscitato anche l’emozione di una storia nuova  tutta da costruire guardando al passato delle componenti culturali e politiche che vi davano vita, senza rimpianti e, soprattutto, senza, mai più, lasciarsene condizionare nei comportamenti e nelle scelte politiche. L’emozione di cui si era fatto interprete il primo segretario Walter Veltroni si trasmise anche negli elettori del 2008 con un 34% di consensi. Un inizio di buoni  auspici per il futuro. Ma un successo che fece scattare le antiche pratiche delle congiure di scuola comunista contro il leader emergente, per appiattirlo alla gestione ordinaria e impedirgli di proseguire nell’ascesa. Capofila dell’azione demolitoria, come era accaduto già con la caduta del segretario del Pds, Occhetto, Massimo D’Alema: la sconfitta alle elezioni regionali in Sardegna del 2009, un risultato circoscritto ma una  grande occasione da non perdere per dar vita all’opera di accerchiamento e annientamento di Veltroni che, di lì a poco, si dimise.  

E cominciò la girandola dei segretari: Franceschini, Bersani, Epifani e, poi, Renzi, per due volte, Orfini, Martina, Zingaretti e Letta.  

Renzi, eletto con il 67%, quasi due milioni di voti, nelle primarie del 2014, il 69%, nel 2017 un milione  trecentomila preferenze, subìto, non è stato mai accettato dalla Ditta fino al punto di essere indicato come un vero e proprio usurpatore. Il  quasi 41% dei voti, un dato mai ottenuto se non dalla Dc negli anni ’50, fece scattare l’opera di rigetto, prima cospirativo, poi apertamente, fino alla scissione capeggiata da Bersani e Speranza, sostenuta da D’Alema. Un Renzi troppo forte per non far paura alla vecchia dirigenza di origine comunista. Un’ostilità  che ha avuto  il culmine nel boicottaggio del referendum sulla riforma costituzionale che puntava a dare più forza decisionale al governo, ridefinire i poteri e la sfera di competenze tra Stato e  Regioni, riequilibrare i rapporti di forza fra potere rappresentativo e potere giudiziario, eliminazione, di fatto, del bicameralismo perfetto di Camera e Senato. Una riforma contestata e non accettata dai conservatorismi, di destra e di sinistra, temuta per  un malinteso rafforzamento della posizione politica di Matteo Renzi.                                              

Il no al referendum ha decretato la sconfitta politica  di Renzi che, di lì a poco, nel 2018, dopo la sconfitta elettorale, si dimise da segretario. Insomma, la grande occasione di un radicale cambiamento del sistema-paese, quasi un recupero del sogno delle grandi riforme vagheggiato, negli anni Ottanta, da Bettino Craxi era definitivamente perduta. Si concludeva anche  una fase che identificava nel Pd il partito delle innovazioni politiche in grado di influire sugli assetti politico-istituzionali, economici e sociali dell’Italia. 

Chiusa questa finestra storica si è ripiombati nella vecchia politica con la miopia di una classe dirigente preoccupata solo di gestire il potere, mentre, nel frattempo prendevano corpo i populismi, antitutto, dei Cinque Stelle che si aggiungevano alle smargiassate di Salvini e alle sue voglie di “pieni poteri”. Il Pd, in questo tempo di incertezze sulle scelte politiche, rinchiudendosi nel cerchio di impotenza e di rinuncia alla sua primigenia vocazione maggioritaria, subiva il fascino delle Cinque Stelle e si lanciava sul miraggio della costruzione del campo largo che, escludendo tutti gli altri protagonisti dell’area progressista, Renzi, Calenda, si restringeva a un campetto senza respiro.                                         

La prova definitiva dell’inconcludenza del progetto da realizzare con il sognato ”punto di riferimento del campo progressista”, rappresentato da Conte, cadeva fragorosamente con la crisi del governo Draghi. Una responsabilità,  gravissima, dei Cinque Stelle che  poneva  fine a qualsiasi  idea di alleanza  e il Pd chiudeva, così,  al progetto del campo largo. 

E, oggi, la crisi  con una sarabanda di gridi di dolore che provengono dal cuore a dalla testa di personaggi che appartengono alla cultura politica della Ditta, rimasti, finora, rigorosamente silenziosi: con proposte e suggerimenti che vanno dallo scioglimento alla rifondazione del partito, temi di una sorta di cupio dissolvi, che impatta con le lungaggini di un congresso che dovrebbe trascinarsi per mesi fino all’elezione del nuovo segretario, prevista, in un primo momento, a marzo prossimo.                                                                       

A entrare a piè pari nel fuoco di questo doloroso confronto la novella “girotondina” Rosy Bindi che ha invocato lo scioglimento del partito per dar vita a un non meglio definito fronte progressista. A riportare, invece, i piedi a terra, un accreditato aspirante alla segreteria come Bonaccini: il problema – ha detto – non sta nel nome o nel simbolo ma nella capacità di rappresentare le persone e costruire un progetto coerente e credibile, con una nuova classe dirigente attinta dai territori, segnatamente gli amministratori, che hanno  dimostrato di saper vincere. Fine, dunque, della nomenclatura e dei potentati dei capicorrente.

Che cosa accadrà è difficile prevederlo: di sicuro, ignorare la sfida aperta da Calenda e Renzi non è un segnale di lungimiranza e di strategia di lungo respiro. Una sfida che, in poco più di un mese, ha avuto un risultato elettorale di tutto rispetto, e che, soprattutto, ha lanciato un progetto centrato sul senso di responsabilità, su programmi credibili che fanno i conti con i dati, non felici, della situazione economica e finanziaria, italiana e internazionale, che ha come orizzonte il consolidamento dell’unità e solidarietà europea, taglia il rapporto con ogni forma di populismo e pone fine alle suggestioni massimalistiche, assistenzialiste e stataliste che ha, infine, come bussola il metodo e l’agenda di governo di Draghi.                                                                                                                        

C’è una parte cospicua di dirigenti del Pd che su questi non parla perché sogna, nonostante tutto, la grande alleanza con i nuovi descamisados di Giuseppe Conte. (rma)                         

PD Calabria: Occhiuto apra un confronto ampio sui trasporti

I consiglieri regionali del PD, apprezzando la decisione del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, di approvare una delibera per tenere indenni i calabresi agli aumenti di Trenitalia, hanno chiesto di aprire un ampio confronto sui trasporti.

«Non c’è nessun contratto capestro firmato dalla giunta Oliverio – hanno detto i dem –. C’è semplicemente un contratto che rispetta obblighi di legge, nazionale e comunitaria, approvato dall’Autorità Nazionale di Regolazione dei Trasporti e dal Comitato della Mobilità (istituito dalla legge regionale n. 35/2015), che si aggiorna annualmente ma che, per tre anni, è rimasto bloccato. Ed è lo stesso accordo che assicura più km/treno di percorrenza, più qualità nei servizi, maggiori controlli e sicurezza per i viaggiatori, e, non da ultimo, il rinnovo della flotta dei treni, 26 dei quali di nuova produzione».

«Ricordiamo, poi – hanno proseguito – che per la consegna di una parte di essi, avvenuta non più di qualche mese fa, ha espresso soddisfazione  l’assessore al ramo dell’attuale giunta regionale. Ci vorrebbe, pertanto, più rispetto verso contesti e atti frutto di continuità istituzionale. Al presidente Occhiuto, chiediamo, pertanto, di mettere da subito in atto azioni su scala regionale per incentivare l’uso dei mezzi pubblici abbattendo anche dell’80% la spesa per abbonamenti scolastici e dei pendolari meno abbienti. Se ci sarà occasione di discutere di questi provvedimenti, il Pd farà la sua parte a sostegno di queste iniziative, la cui gestione operativa richiede un grosso sforzo amministrativo che assicuri tempi brevi affinché i pendolari possano beneficiare di queste norme». 

«C’è anche un problema molto più ampio con le società “statali” nel loro complesso – hanno concluso i consiglieri dem – Rfi e Anas hanno nei loro portafogli un mare di risorse già erogate ma non mettono a terra i progetti per cui quelle risorse sono state assegnate. È questo che denunciamo da tempo ma il governo regionale “dimentica” di chiedere conto. Se il presidente Occhiuto vuol cominciare adesso, noi siamo pronti». (rrc)

L’EDITORIALE / Filippo Veltri: Il vero nemico del PD è il PD

di FILIPPO VELTRI – «Ci sarebbe da riflettere davvero senza scorciatoie se questo partito ha ancora una funzione e se mai l’ha avuta. Un partito che si dice di sinistra senza esserlo è un non senso, una contraddizione vivente o forse morente».

«Io penso che non serva un congresso per riconsegnare alle correnti il potere di scegliere l’ennesimo segretario da suicidare dopo qualche tempo. Io penso davvero e non senza dolore che questo PD vada sciolto e rifondato, ucciso e resuscitato, distrutto e ricostruito dalle fondamenta e con coordinate nuove, radicali, pensate e pensanti, futuribili e al passo con le nuove esigenze di giustizia sociale, ambientale, territoriale, di genere e generazionale. Non è una sconfitta come un’altra e stavolta non abbiamo neppure alibi da sventolare».

«È una sconfitta che ha il sapore di Partito socialista francese, di quel partito cioè che intendendo il riformismo come il governo per il governo ha finito per estinguersi. Ecco, io vorrei che per noi ci fosse un altro finale».

Questa lunga riflessione che poniamo oggi in testa a questo editoriale è di un giovane (ma non più giovanissimo) dirigente di quello che una volta era il Pci, poi Pds, Ds e infine PD. Si chiama Luigi Guglielmelli e viene dalla Presila Cosentina, un tempo bacino storico della sinistra calabrese e italiana, lì dove venne ospitato e nascosto Pietro Ingrao negli anni bui del fascismo.

Guglielmelli ha avuto un paio di giorni fa il coraggio di mettere i piedi nel piatto e di dire la cosa forse più vera, quando è già iniziata la folle, ennesima corsa al nuovo toto segretario e anzi ci sono già le prime candidature per sostituire Letta (poveri noi! Non hanno capito nulla!).

Non serve a nulla, infatti, cambiare il settimo segretario in 14 anni (manco la bonanima di Zamparini avrebbe fatto meglio con i suoi allenatori cambiati e riciclati!) se non cambia tutto il contesto! Il PD, questo PD, non serve a nulla, in mano a capicorrente, a Roma e poi in cascata in periferia, che hanno in mente solo la loro autoconservazione. Un partito che in tutti questi anni è sembrato vivere in una bolla, che non si è accorto minimamente di quello che agitava il corpo della società. Che non ha capito perché per troppo tempo ha vissuto al di sopra, in un circuito autoreferenziale dentro il quale non c’erano la vita e i problemi del Paese, ma una loro rappresentazione deformata. 

Ha scritto Pietro Spataro, un altro che viene da lontano e che ha fatto il caporedattore all’Unità (quella vera) e oggi scrive su Strisciarossa, il blog di quel che resta di quel meraviglioso giornale fondato da Antonio Gramsci: « …non si spiega altrimenti l’insistenza su Draghi e sulla sua misteriosa agenda. Avere immaginato che il paese fosse rimasto talmente colpito e indignato per la crisi di quel governo e per l’uscita di scena del grande finanziere da riversare i suoi voti sul Pd, è stato un errore che solo un partito sordo e cieco poteva compiere. Il Problema del Pd è il PD».

Questo è il vero problema.

Aveva ragione Massimo D’Alema (un altro che non si può, però, nemmeno citare pena la forca, a sentire quella sinistra che più sinistra non si può, che non è però mai responsabile di nulla e che il 25 settembre è arrivata all’ iperbolica percentuale dell’ 1 per cento!): quel partito, nato dall’incontro di culture politiche diverse, non ha mai definito la propria identità e si è trasformato nel tempo in una sorta di taxi sul quale si può salire per andare ognuno dove desidera. Nella maggior parte dei casi la destinazione richiesta è stata il governo, il potere: è stata questa la massima aspirazione, a prescindere spesso dai programmi e dagli alleati.

«Questa ‘torsione governista’ è stata – ha scritto Spataro – la rovina del Pd perché lo ha tenuto chiuso dentro le stanze che contano, sempre più distante dal popolo che dice di voler rappresentare e che non sa più chi è. Qual è, infatti, il blocco sociale del Pd? Chi sono i suoi referenti? Dov’è il suo insediamento? Tutte domande a cui è difficile rispondere, perché nemmeno al Nazareno lo sanno, o meglio ognuno lo sa a modo suo. Ma senza identità un partito non esiste. Non è niente, oppure è tutto e il contrario di tutto: si può essere il partito del Jobs Act e quello contro il precariato e contro le disuguaglianze, per fare un solo esempio».

«Insomma,a 14 dalla sua nascita ancora non è chiaro se il Pd è un partito di sinistra, un partito centrista, una nuova Dc, un partito socialdemocratico, un partito liberale. L’idea di voler essere tutto questo insieme costituisce il male oscuro che lo sta corrodendo. Pensare che cambiando di nuovo segretario si possa risolvere ogni problema è una grande illusione. Pensare che Stefano Bonaccini o Elly Schlein o chissà chi altro possa salvare un partito in crisi solo con la sua bella presenza è un’idea completamente sbagliata e fuorviante».

«Il Pd, infatti, si trova difronte a un bivio. O meglio, si trova in una situazione da anno zero. Se non scioglie i nodi che abbiamo tratteggiato e non riesce a capire finalmente chi è e che cosa vuole, è destinato a consumarsi. Bisognerebbe avere il coraggio e la forza diaprire una discussione seria, anche aspra, come si faceva nei partiti della vituperata prima repubblica. Bisognerebbe avere il coraggio di farla, questa discussione, anche mettendo nel conto una separazione: i moderati-centristi da una parte, i socialdemocratici da un’altra. Meglio dividersi piuttosto che reiterare i compromessi che annichiliscono e rendono impotenti, piuttosto che tenere in piedi un partito indefinito, piuttosto che coltivare, come cantava Francesco Guccini ai tempi della Dc, “una politica che è solo far carriera”».

«I prossimi mesi saranno decisivi. Se il Pd avrà il coraggio di fare questo e di mettersi in discussione, di pensare a nuove idee per nuove aggregazioni, di rinnovare una classe dirigente che si è consumata nei giochetti tattici, di capire qual è la sua “costituzione ideale” e i suoi referenti sociali, di riconquistare un’autonomia politico-culturale consumata nell’inseguimento di “papi stranieri”, allora forse si potrà aprire una nuova stagione. Altrimenti il declino sarà inesorabile. Finirà che il partito che voleva essere pigliatutto (la famosa vocazione maggioritaria) non piglierà più niente».

«Ma sarebbe, sia chiaro, un problema serio non solo per il Pd. Questo processo di ripensamento, infatti, riguarda anche tutti quelli che ancora credono che possa esistere una sinistra del cambiamento nel nostro futuro. Nessuno si senta escluso». (fv)