Il Pci, la Calabria e il Mezzogiorno a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma

di MIMMO NUNNARI – Una questione rimasta nell’ombra nell’Italia repubblicana riguarda il rapporto tra Pci – a lungo maggior partito d’opposizione – e il Mezzogiorno. Questione non da poco, in considerazione che il movimento comunista ha storicamente rappresentato classe operaia e ceti deboli e il Meridione non c’è dubbio che, in quanto parte di territorio italiano penalizzato dalle disuguaglianze e dalle trascuratezze dei Governi di prima e di dopo la liberazione dal fascismo, sarebbe dovuto rientrare nel perimetro di lotta del Pci. Ma il meridionalismo, è stato un tema presente, in maniera costante e concreta nell’agenda comunista?

La storia di questo rapporto Pci Mezzogiorno –  è controversa. Più di cinquant’anni fa Sidney Tarrow, allora professore di Scienze Politiche alla Cornell University e noto studioso di fenomeni dei movimenti sociali, affrontò la questione nel libro: “Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno (Einaudi, 1972) spiegando come, il partito divenuto dopo le elezioni del 1948 il maggiore partito di opposizione, avesse in pratica voltato le spalle al Mezzogiorno. 

«Il problema di fondo del Pci, nel Mezzogiorno – secondo Sidney Tarrow – non era solo l’estrema difficoltà delle condizioni oggettive, ma la mancanza di una convergenza tra i presupposti empirici della sua strategia generale e tali condizioni oggettive. Qualsiasi azione intraprendesse il Pci, si veniva a scontrare con un dilemma: se fossero state previste due strategie fondamentalmente diverse, per il Nord e per il Sud, il partito avrebbe messo a repentaglio la sua stessa integrità in quanto partito leninista; e d’altro canto, se la strategia prevista per la Valle Padana e per le città industriali del Nord, fosse stata applicata meccanicamente al Sud, ne sarebbero conseguite certe sconfitte politiche. I dirigenti del partito furono restii ad operare una scelta, anche se sembrarono essere stati continuamente consci del loro dilemma».

Nel cuore della via italiana al socialismo è insita, concludeva Tarrow,  “una contraddizione di fondo”.  L’aver in sostanza tenuto separate le aree del non sviluppo dalle aree dello sviluppo, ha finito, perciò, stando al ragionamento dello studioso americano, col coinvolgere anche il Pci. Mezzo secolo dopo, sul rapporto tra Pci e Mezzogiorno, arriva un’altra analisi, approfondita e ampia, meritevole di attenzione, considerato il periodo di osservazione, che parte dalla nascita dello stesso movimento comunista, negli anni Venti, per arrivare al dopoguerra. Lo studio riprende le relazioni del convegno nazionale dell’Icsaic (Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea) Il Pci dalle origini al partito nuovo in Calabria e nel Mezzogiorno 1921 – 1953 svoltosi all’Università della Calabria nel novembre 2021.

Nel volume dal titolo Il Pci, la Calabria e il Mezzogiorno (1921 – 1953), a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma, edito da Pellegrini (pagine 519, euro 25) la traccia seguita riguarda il “partito meridionalista e le sue contraddizioni”, quasi a spiegare perché, il più forte partito europeo dei lavoratori, abbia avuto una posizione mai chiara e decisa, nei confronti del Meridione. L’ambiguità è già in origine. Come spiegano Coscarella e Palma, nella presentazione del volume, il Pci, nato a Livorno nel 1921, fu una forza spiccatamente meridionalista solo da quando Gramsci ebbe il sopravvento su Bordiga, il segretario generale, nel 1924. Nella concezione bordighiana, non c’era infatti posto per una “questione meridionale”, come questione avulsa dall’unica – da Nord a Sud – “questione capitalistica”.

Fu Gramsci, dunque, a dare importanza alla questione meridionale, prima mai citata, nei programmi del partito a guida bordighiana. Naturalmente il meridionalismo del Pci rimase, per ovvi motivi, stante il lungo periodo di dittatura fascista, soltanto una componente culturale e ideologica e poi quando dopo la caduta del regime e l’avvento della Repubblica, i partiti cominciarono  a disegnare le strategie per la rinascita del Paese, Togliatti, nuovo leader del Pci, prese le distanze dall’impostazione gramsciana. La sua idea di lotta è infatti ecumenica, nel senso che guarda alla “solidarietà nazionale” ante litteram, di tipo sociale, che però comporta l’indebolimento della lotta, teorizzata da Gramsci, del partito della classe operaia a favore dei braccianti e dei contadini poveri. Sono sedici i saggi scritti da intellettuali, studiosi e politici, raccolti nel volume, che analizzato aspetti dell’attività del Pci al Sud in un trentennio e in particolare in  Calabria. Alcuni contributi documentano in particolare le difficoltà e le contraddizioni del Pci negli anni del “ribellismo contadino, culminato nell’eccidio di Melissa, nel 1949.

In particolare è Franco Ambrogio a mettere in risalto quella che può essere considerata una “mentalità insurrezionalista” del movimento comunista calabrese,  aspramente criticata da Togliatti, soprattutto dopo i fatti di Roccaforte del Greco e Caulonia. Fu in quel periodo, che alcuni leader calabresi, come Gullo e Musolino, al contrario di Togliatti, avrebbero preferito una lotta più incisiva e determinata, del mondo rurale meridionale. La sintesi della vicenda calabrese e meridionale dell’occupazione delle terre potrebbe essere racchiusa nelle parole di Mario Alicata, “amendoliano”, che in quegli anni scrisse che si era sviluppato al Sud uno dei più vasti movimenti di contadini poveri nella vita del Paese, ma non si era riusciti a trarne una spinta e un respiro democratico per un’azione politica più vasta. Il libro, che approfondisce le relazioni presentate a quel convegno all’Unical, rappresenta, oltre a una esplorazione documentata della vita del Pci nell’area del Mezzogiorno, in particolare in Calabria, un contributo importante alla narrazione meridionalistica che nonostante le numerose qualificate e fondamentali cose già scritte ha sempre bisogno di nuovi contributi che diano conto di come le politiche dei partiti, dei Governi, delle istituzioni tutte, abbiano inciso nel bene e nel male sulla società meridionale. (mnu)

Il Pci, la Calabria e il Mezzogiorno a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma

di PINO NANO  –  L’on.Paolo Palma, Presidente dell’ICSAIC, lancia in Calabria un saggio che non mancherà di far discutere e di alimentare nuove riflessioni sulla nascita della sinistra in Italia e sul peso del Mezzogiorno nelle scelte ideologiche del Partito Comunista di allora.

«Riteniamo, che questo volume, porti un ulteriore mattone alla costruzione della narrazione meridionalista del Partito comunista italiano, che soffre però, a nostro avviso, di un eccesso di dispersione in mille rivoli. Esiste infatti una miriade di studi locali, per lo più saggi su riviste storiche, ma anche alcune monografie, ai quali bisogna aggiungere, come è stato rilevato di recente, i profili biografici dei dirigenti meridionali, ovvero che del Mezzogiorno si sono occupati» quali Amendola, Li Causi, Grieco, Chiaromonte, Sereni, La Torre e, più di recente, per la Calabria, Fausto Gullo nella biografia di Giuseppe Pierino. Chissà che prima o poi – è un augurio – non si riesca ad avere un’opera complessiva che dia conto di come e quanto la politica del Pci abbia inciso sulla società meridionale».

Così il Presidente dell’ICSAIC Paolo Palma, intellettuale e giornalista di grande tradizione cattolica, già parlamentare, e oggi alla guida dell’ICSAIC ha presentato l’ultima “creatura” del suo Istituto di ricerca, “Il PCI, la Calabria e il Mezzogiorno. Da Livorno al partito nuoto (1921-1953)”, saggio curato dallo storico Lorenzo Coscarella e dallo stesso Paolo Palma per Pellegrini editore, e che rientra nelle attività di ricerca e divulgazione dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea.

«In epoca di sovranismi, di emotività capace di evolvere in odio per ogni diversità, abbiamo bisogno di rinforzare quei valori capaci di promuovere socialità e democrazia della convivenza. Oggi – precisa un grande sociologo quale è il prof. Ercole Giap Parini , direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Unical – si riflette su un centenario importante per la storia di questo paese, la nascita del Partito comunista italiano, che, tra luci e qualche ombra, ha svolto un ruolo essenziale nella storia italiana e occidentale, soprattutto in senso emancipativo». 

Il testo – spiega il Presidente di ICSAIC Paolo Palma – raccoglie gli atti del convegno organizzato dall’Istituto in occasione del centenario di fondazione del Partito comunista d’Italia, e al suo interno presenta saggi di storici, docenti universitari e studiosi del territorio che analizzano ad ampio spettro aspetti di questa attività del Pci nel Sud Italia: Franco Ambrogio, Lorenzo Coscarella, Guido D’Agostino, Michele Fatica, Guido Liguori, Giuseppe Masi, Katia Massara, Prospero Francesco Mazza, Antonio Orlando, Paolo Palma, Christian Palmieri, Ercole Giap Parini, Martino Antonio Rizzo, Domenico Sacco, Pantaleone Sergi, e Francesco Spingola. 

Il volume – sottolinea il vecchio giornalista  «si propone di esaminare i connotati meridionalisti dell’azione del partito, con particolare attenzione alla questione contadina che esplose nell’immediato dopoguerra con occupazioni di terre ed eccidi».

Un lavoro di grande pregio e di grande interesse storico e scientifico, se non altro per la meticolosità e il rigore con cui studiosi locali ed esperti di storia contemporanea raccontano le fasi fondamentali della nascita del vecchio Partito Comunista in Calabria e nel resto del Mezzogiorno, un frammento di storia Repubblicana senza pari, e una esperienza politica che ha profondamente attraversato la vita del Paese e segnato la storia stessa di milioni di italiani.

Dopo i saluti del presidente della BCC Mediocrati Nicola Paldino e del presidente dell’ICSAIC Paolo Palma, sono intervenuti la storica Katia Massara, del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’UniCal e membro del Direttivo ICSAIC, Marta Petrusewicz, dell’Università della Calabria e della City University of New York, e il prof. Massimo Veltri, già senatore della Repubblica e docente UniCal. L’iniziativa, coordinata dal direttore scientifico dell’ICSAIC Vittorio Cappelli, ha visto la partecipazione dei curatori e di alcuni degli autori dei significativi saggi inclusi nel volume.

Fondamentale il lavoro del giornalista Pantaleone Sergi. «La voce del nuovo soggetto politico – scrivono nella prefazione Paolo Palma e Lorenzo Coscarella – veniva portata in Calabria da fogli e testate di impronta comunista, più o meno organiche al partito, che Pantaleone Sergi passa in rassegna con un approfondimento sulla stampa dei comunisti in regione tra il 1920 e il 1947. Già prima della scissione di Livorno, per fare un esempio, in Calabria si pubblicava il quindicinale Vita nuova che, alla ripresa delle pubblicazioni nel 1920 dopo la pausa bellica, si diede la testata di «quindicinale comunista» diventando poi ufficialmente nel 1921 Quindicinale del Partito comunista Italiano. Anche la stampa dei comunisti nasceva dunque in seno al mondo del socialismo, distaccandosene man mano che aumentava la percezione della necessità di un’azione politica più incisiva. I primi anni ’20 furono un periodo molto florido per il giornalismo politico locale e non solo, durante il quale, però, all’elevato tasso di natalità di testate corrispondeva una loro diffusione in un raggio d’azione meramente locale, che in pochi casi riusciva a coinvolgere un’area più grande del collegio elettorale di riferimento».

Il ruolo della stampa fu dunque fondamentale alla crescita del Partito. Da questo saggio viene fuori che in questa prima fase la provincia di Cosenza si caratterizzò come quella più attiva, e un certo fermento era riscontrabile anche nel Reggino, mentre nel Catanzarese non si segnalavano iniziative di rilievo. Durante il regime fascista- spiega nella sua analisi il giornalista Pantaleone Sergi, storico inviato di Repubblica con la chiusura dei giornali non allineati col governo, «molte testate chiusero e solo poche flebili voci riuscivano a circolare nella clandestinità, come l’edizione de l’Unità che si stampava occasionalmente a Palmi. La caduta del regime e la ripresa della vita democratica, fase della storia italiana caratterizzata da una eccezionale e comprensibile vivacità politica, portò a partire dal novembre ’43 alla diffusione di numerosi fogli di argomento politico. Le federazioni comuniste delle tre province si dotarono così dei propri organi di stampa che, con pregi e difetti, costituivano il cuore dell’informazione politica del partito». 

Un libro di storia contemporanea, dunque, che non mancherà di aprire nuovi dibattiti e nuove riflessioni, ma questo “è il bello della diretta”. (pn)

L’OPINIONE / Giuseppe Soriero: Umanità e politica nel ricordo di Costantino Fittante

di GIUSEPPE SORIERO – Signorilità dei modi e forte passione politica: così ricordo la personalità di Costantino Fittante, parlamentare della Repubblica, Consigliere regionale della Calabria, autorevole dirigente del PCI e della sinistra.

Sento di sottolineare le doti umane di una figura di tanto rilievo nella storia politica, istituzionale e civile della regione ancor più oggi in questa fase segnata, in Calabria più che altrove, da sbiadite fotocopie prive di solidi ancoraggi politici, da discussioni generiche e inconcludenti sui grandi temi dell’antifascismo, dell’autonomia delle Regioni, del rapporto tra politica e intellettuali.

Altri amici e compagni hanno già efficacemente ricordato quanto il percorso di Fittante sia coinciso con l’evoluzione dei caratteri democratici della comunità regionale, dagli anni ’60 ai giorni nostri.

Io ho avuto modo di conoscerlo subito appena rientrato a Catanzaro, dopo la laurea in architettura a Napoli. per impegnarmi come giovane funzionario del PCI. A incoraggiarmi tra gli altri fu proprio Fittante che assieme a Giovanni Lamanna e Franco Politano era impegnatissimo a qualificare il ruolo della federazione di Catanzaro nel nuovo gruppo dirigente regionale guidato da Franco Ambrogio che, assieme a Tommaso Rossi, Francesco Martorelli, Peppino Guarascio e altri autorevoli personalità, tenacemente si misurava sulla sfida per quegli anni ardua protesa a rafforzare e rinnovare il PCI  e contemporaneamente a contribuire da protagonisti alla costruzione di una originale alleanza democratica e antifascista, dopo i moti drammatici del ’70.

Fittante uomo di parte politica e uomo delle istituzioni, fu tra coloro che propugnarono subito l’antifascismo come valore ispiratore di nuove e più ampie aggregazioni civili e culturali per dare legittimità popolare al nuovo Istituto regionale. Il legittimo dibattito odierno sui vistosi limiti ed errori del regionalismo, non può limitarsi all’ambito delle leggi e dei regolamenti, ma deve saper affrontare  la ricucitura del rapporto interrotto tra istituzioni e popolo.

È stato questo il faro delle classi dirigenti dopo il 1970 ispirati dall’autorevolissimo appello all’autocritica espresso da Enrico Berlinguer nella Conferenza nazionale tenuta a L’Aquila nel 1972.

Così assieme a Fittante e altri giovani dirigenti ci impegnammo a ricercare il contatto diretto con i lavoratori, con la diffusione dell’Unità e la partecipazione agli scioperi dei forestali e dei giovani in cerca di lavoro. E all’impegno militante, sia chiaro, corrispondeva di necessità la lettura dei giornali, lo studio attento dei testi, la frequenza periodica alla Scuola di formazione delle Frattocchie.

Attento alle istanze dei lavoratori – suscitò scalpore sulla stampa la presenza di Fittante, Presidente della III Commissione del Consiglio regionale, davanti a Palazzo Europa nel 1978 a fianco dei Forestali e dei Sindacati per il lavoro e lo sviluppo.

Egli contemporaneamente seppe essere tra i più attenti e tenaci interlocutori degli intellettuali e delle energie universitarie. Forte delle proprie competenze di amministratore, Fittante rispettava la competenze dei tecnici e apriva spazi di dialogo di cui poteva giovarsi la politica, per non razzolare nel genericismo.

È il caso di ricordare che proprio negli anni della formazione dell’Istituto Regionale, dalla elaborazione dello Statuto alle leggi per l’avvio della Programmazione, proprio Fittante fu incaricato a organizzare le prime tappe di discussione con Edoardo Salzano, Vezio De Lucia e Giuseppe Orlando sulla pianificazione del territorio e sulla priorità del recupero delle zone interne e dei centri storici, mentre lungo le coste e nelle periferie urbane dilagavano il cemento e l’abusivismo di speculazione, che apriva le porte alle incursioni della mafia.

Nel 1977 Catanzaro ebbe l’onore di ospitare la Conferenza nazionale dei Consigli regionali segnando un messaggio alto nella ripresa del dibattito meridionalista e nel confronto ravvicinato con importanti provvedimenti approvati dal Parlamento: per la riforma dell’intervento straordinario (legge 183), per investimenti riconversione industriale (legge 675) e per la formazione e il lavoro dei giovani (legge 285).

Il rispetto delle competenze per Fittante rientrava nel sua convinta propensione al  rispetto più generale dei rapporti umani, anche nei confronti degli avversari.

Non a caso pensò a Riforme, democrazia e diritti come i cardini essenziali cui ispirarsi  per dare nome all’associazione da lui fondata successivamente.

E il suo impegno associativo trovo anche nuovi interlocutori autorevoli a livello nazionale in questi anni, attraverso l’associazione degli ex Parlamentari e quella degli ex Consiglieri regionali, poiché il suo assillo era quello di rispondere alle superficiali banalizzazioni sulla casta con la dimostrazione dell’utilità e del valore dell’associazione, promuovendo una ricerca importante condotta assieme alla Svimez sui “Giovani talenti” che si formano e resistono in Calabria costruendo esperienze di eccellenza nell’impresa giovanile più innovativa.

Questa forse è l’eredità più impegnativa che ci lascia Costantino Fittante ironico e tagliente, puntiglioso sostenitore delle proprie idee e convinto propugnatore del dialogo come leva preziosa per qualificare sia la politica che la società civile. (gs)

[Giuseppe Soriero è già Segretario regionale e componente la Direzione del PCI]