SALUTE, VACCINAZIONI E LAVORO: CHANCE
PER PROGETTARE IL FUTURO CON IL PNRR

di ETTORE JORIO – Cinquantasei mesi all’alba oppure al tramonto. Questo è il tempo che ci rimane per utilizzare al meglio le occasioni che offre al Paese il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ad agosto 2026 è, infatti, fissato il termine per la definizione dei lavori di quanto finanziato, in larga parte a fondo perduto, e della maturazione di far proprio il saldo dei relativi fondi, pena la ripetizione di quanto percepito in caso di inadempimento. Una sanzione grave, dal momento che anche tutto ciò che è stato impegnato nei processi lavorativi intermedi dovrà ritornare al mittente.

In tutto questo calendario dai termini non dilazionabili e da rispettare pertanto con assoluta puntualità, si contrappone la presenza prolungata del Covid, oggi peggiorato in aggressività dalla variante Delta-plus. È invero ovunque in agguato, tanto da lasciare verosimilmente presumere la possibilità di una quarta ondata. Un pericolo che sta portando alcuni Stati europei a prevedere lockdown lunghi.

Dunque, nasce una più che doverosa valutazione sull’obbligo di vaccinazione. Un dovere pubblico richiesto da più parti, fatta eccezione per alcuni giuristi che ne smentiscono l’applicazione legislativa, nonostante i dicta costituzionali che ne consentono il ricorso in presenza di precise ragioni scientifiche, che nel caso sembrano esserci atteso che la pratica del vaccino è da ritenersi a tutti gli effetti trattamento sanitario riconosciuto dai massimi organismi europei e nazionali.

Stante le assicurazioni offerte dalla scienza, lo imporrebbe la doverosità e la ragionevolezza politica di mettere tutta la nazione, soprattutto quella impegnata nella burocrazia e nelle professioni, nella certezza di ossequiare con puntualità e professionalità agli adempimenti richiesti al Paese, perché possa avere più chance di godere dei 208 miliardi di euro messi a disposizione dalla Next Generation Eu.

Dunque, non solo un obbligo, con la palla passata dall’Ema all’Aifa, che certamente farà canestro in questi giorni, autorizzando il vaccino obbligatorio per i bambini dai 5 agli 11 anni. Il tutto, in corrispondenza delle altre dieci vaccinazioni obbligatorie cui gli stessi sono sottoposti da decenni per andare a scuola.

Quindi: da una parte, l’art. 32 della Costituzione, che consente al legislatore ordinario di disporre l’obbligo del trattamento sanitario (tale è comunque da ritenere il vaccino anti Covid); dall’altra, il Pnrr che deve necessariamente godere di una burocrazia efficiente e certamente impegnata a lavorare in presenza e non diversamente.

Tale è il requisito di minima per stare bene nei tempi utili alla progettazione, attivazione e definizione dei lavori abilitativi della attribuzione in definitivo godimento dei ratei del Pnrr, che saranno erogati, è bene ricordare, a “stati di avanzamento”; contravvenire a questi due importanti appuntamenti significa assumersi delle responsabilità importanti, prima fra tutte quella di eliminare le pericolose discriminazioni, del tipo di obbligare gli insegnanti e non già gli studenti.

La prima colpa, sarebbe quella di non garantire, lo stato di salute alla totalità degli individui presenti sul territorio nazionale, quantomeno in via teorica.
La seconda, di utilizzare tale stato di salubrità per essere puntuali al meglio negli appuntamenti che il Pnrr impone al Paese intero.

In alternativa, chiedere all’Ue un differimento dei termini posti a decadenza dal disposto generoso finanziamento unionale. (ej)

[Courtesy Quotidiano Sanità]

La sottosegretaria Dalila Nesci: Recovery, 4,7 miliardi grande opportunità per il Sud

La sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci, ha ribadito che «i 4,7 miliardi di euro assegnati all’Italia per sostenere la ripresa sociale ed economica post pandemia, così come previsto dal programma React-Eu, rappresentano una grande opportunità per il Sud».

«Una nuova iniezione di risorse – ha spiegato – che servirà soprattutto a finanziare le politiche attive del lavoro nel Mezzogiorno e nelle aree dove c’è più necessità. Con questi fondi sarà possibile sia sostenere la formazione e l’inserimento di nuovi lavoratori, sia proteggere i posti esistenti nelle piccole imprese in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, dando particolare attenzione alle donne e ai giovani».

«Come Governo – ha concluso – continuiamo a gettare le basi per ricostruire il tessuto economico e produttivo e per promuovere l’equità territoriale nel nostro Paese». (rrm)

GLI IMPRENDITORI DEL SUD FANNO RETE
CONTRO CHI “RUBA” QUOTE DEL RECOVERY

di PINO APRILE – La Rete Imprenditori Sud, Ris, appena costituita, ha visto già affluire un centinaio di adesioni e si allarga velocemente, come accaduto, pochi mesi fa, con l’associazione dei sindaci meridionali (Rete Recovery Sud), e per lo stesso scopo: vigilare perché al Mezzogiorno non siano sottratte le risorse che, con il Recovery Fund, l’Unione Europea invia all’Italia, per ridurre il divario costruito in un secolo e mezzo di politiche nazionali squilibrate a danno del Sud.

Ma potrebbe esserci una differenza importante fra la strategia di comunicazione adottata dalla Rete Recovery Sud dei sindaci e quella degli imprenditori: i primi hanno cominciato cercando di far valere le proprie ragioni dinanzi alle autorità nazionali (ministri, sottosegretari…), poi le hanno portate a Bruxelles; i secondi pare siano orientati a fare il contrario: presentare ufficialmente la Rete a Bruxelles, come prima uscita, appena avranno definito la loro struttura organizzativa. Come dire: l’Europa (madre del Recovery Fund) quale punto di partenza e non arrivo. Che non è un modo per saltare gli interlocutori istituzionali o Confindustria, il sindacato degli imprenditori, assicurano, ma, visti i tempi stretti, per affiancarli e far giungere prima e con maggior chiarezza la voce degli interessi legittimi del Mezzogiorno.
Oggi, la Rete dei sindaci meridionali rappresenta più di cinquecento grandi e piccoli Comuni, è interlocutore del governo e della Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, e costituisce, di fatto, l’embrione di una sorta di “Camera istituzionale” della rappresentanza dei diritti del Mezzogiorno che rischiano di essere ancora una volta calpestati.

Un peso che potrà/dovrà essere accresciuto dall’analoga iniziativa degli imprenditori meridionali. Il ruolo è completamente diverso, l’obiettivo no. Per dire delle differenze: mentre per i sindaci la crescita numerica più veloce possibile delle adesioni era un fatto assolutamente positivo, per gli imprenditori non è detto lo sia. Perché? Perché se i sindaci hanno in comune (e in Comune) gli stessi strumenti, le stesse norme, un modo di procedere istituzionalmente regolato e dal quale non possono allontanarsi, gli imprenditori hanno percorsi differenti a seconda dei campi di attività, dei tempi imposti da quelle e da altre collegate. Insomma: se per i Comuni la strada è una, per gli imprenditori sono tante: diciamo che partono insieme ognuno a modo suo, per ritrovarsi all’arrivo.

Questo non vuol dire non concertare l’azione, ma chi opera nel settore turistico si raccorderà con i colleghi, chi nelle costruzioni, idem, e così per l’agroalimentare, la meccanica, la comunicazione, eccetera. Quindi la prima cosa da fare è strutturare la Rete, in modo che gli aderenti trovino subito, oltre alla ragione della presenza di ognuno, la possibilità di poter subito essere operativi.

E a questo si sta lavorando, come riferiscono i due primi promotori, che ora coordinano le cose: Vincenzo D’Agostino, calabrese, creatore di Omnia Energia, e Raffaele Cariglia, pugliese, una sorta di incubatore vivente di società e cooperative. Significa che la Rete potrà partorire studi e servizi per iniziative individuali e collettive, perché non vadano perse opportunità di crescita, innovazione, lavoro. E chi se non i diretti interessati possono conoscere punti deboli, necessità e punti di forza? Chi fa impresa è abituato ad agire senza perdite di tempo, senza fronzoli, insomma, “a cavarsela” da solo. Ma sa che è più facile raggiungere risultati se si opera insieme ad altri che condividono metodi e fine; quindi ci si può attendere molto da una intesa con la Rete dei sindaci, l’affiancamento di alcuni parlamentari, forse dei presidenti delle Regioni del Sud (considerando che, per la prima volta in mezzo secolo, si sono mossi insieme, proprio in difesa delle quote di Recovery Fund spettanti al Sud e dei finanziamenti alle aziende agricole) e hanno la possibilità di farsi ascoltare a Bruxelles.

Quello che manca al Sud è una voce che abbia autorevolezza per chi rappresenta (la politica, l’economia, gli interessi), per quanti rappresenta, per come lo fa. Questa voce si comincia a sentire e ora deve trovare il modo per diventare potente. Il più efficiente che si conosca è il coro. (pap)

[Pino Aprile è direttore de LaCNews24] 

(courtesy LaCNews24)

SBARRA: IL CORAGGIO DEL MEZZOGIORNO
PER RISCATTARE LO SVILUPPO CALABRESE

di LUIGI SBARRA – Unitariamente a Siderno, nel cuore della Locride, a rinnovare l’impegno coerente di Cgil, Cisl, Uil sulle tante criticità dell’estremo Sud della nostra penisola, a sostenere la voglia di riscatto della comunità calabrese che non vuole perdere le opportunità del Recovery Fund e dei piani di sviluppo e crescita previsti dal Governo.

È stato un segnale importante, fortemente sostenuto dalla Cisl, l’approvazione dell’emendamento al decreto Semplificazioni che ‘blinda’ il capitolo Mezzogiorno nel Pnrr prevedendo che il 40% delle risorse, anche nei bandi, sia indirizzato al Sud. Avviare il motore sociale e produttivo delle nostre zone deboli significa, infatti, far ripartire l’intero Paese: un obiettivo che riguarda tutti e che deve vedere ogni soggetto sociale e istituzionale coinvolto nel cantiere dello sviluppo. Quello che serve ora è una attivazione rapida ed efficace degli investimenti pubblici, con un controllo stringente su crono-programmi, trasparenza, legalità, qualità e stabilità del lavoro.

La ripartenza economica e sociale attraverso un vero governo della transizione digitale, ambientale, energetica va concertata, anche e soprattutto al Sud, per garantire il pieno utilizzo delle risorse senza la polverizzazione dei progetti, per assicurare tempi certi di realizzazione, buona qualità della spesa e condizioni chiare che leghino le dotazioni finanziarie a forti incrementi occupazionali.

Questo è per la Cisl un punto centrale. È ora di smetterla con gli incentivi a pioggia per imprese che non si impegnano a investire nel Sud, ad assumere a tempo pieno giovani, donne, disoccupati meridionali. Basta con le multinazionali che una volta incassati benefici fiscali e benefit, scappano via, come sta facendo in maniera inaccettabile la Whirpool a Napoli che, senza vergogna, rompe i patti e si defila in cerca di paradisi fiscali e di purgatori contrattuali, dove applicare il peggior dumping salariale, senza alcun rispetto per la dignità delle persone.

Il Mezzogiorno, con i sui gap infrastrutturali, con l’aumento della povertà, con le tante famiglie monoreddito, intercetta e amplifica tutte le criticità economiche, sanitarie e sociali. Riscattare il Sud alla crescita, alla coesione significa da sempre, e in questo momento più che mai, realizzare la migliore politica di sviluppo per tutto il Paese. Ma, questo processo di ricostruzione, ha bisogno di riforme concrete per cambiare la pubblica amministrazione, velocizzare i tempi della giustizia, tagliare le tasse a chi investe stabilmente nel sud, puntare ad un grande piano per la formazione delle nuove competenze. Solo agendo con determinazione su questi fronti, solo facendo vera convergenza, potremo raggiungere i livelli di crescita auspicati dal Governo nei prossimi anni.

Dalla nostra abbiamo due opportunità straordinarie. La prima: un’Europa che finalmente parla il linguaggio della solidarietà e della coesione. Il Recovery Plan guarda al Sud del continente ed il nostro meridione è la punta di lancia di questa sfida comunitaria. La seconda occasione è la “pax politica”, che assicura al Parlamento e al Governo Draghi una stabilità essenziale per le riforme. L’auspicio è che questa coesione duri e sappia agganciarsi stabilmente alla progettualità sociale, attraverso un nuovo patto ed una vera politica di concertazione che metta in priorità la ripartenza delle realtà deboli. 

In quest’ottica, la Calabria è la quintessenza della questione meridionale, e dunque il distillato di tutte le problematiche nazionali. Lavoro, sanità, infrastrutture, politiche industriali, povertà, legalità: non c’è voce che non trovi in questi territori le ferite più profonde. Sono nodi da sciogliere insieme, all’interno di un Patto per la Calabria che muova un pezzo importante del Next Generation Italia sul territorio, per sbloccare infrastrutture e investimenti produttivi, politiche sociali e occupazionali, fiscalità di sviluppo e strategie industriali.

Vanno riscattate le aree interne, rilanciata la portualità e le reti viarie, avviato un grande piano per il risanamento idrogeologico. E, poi, bisogna sbloccare le assunzioni pubbliche, stabilizzare il precariato storico, ammodernare le scuole, gli ospedali ed i servizi pubblici, con una guerra ad ogni forma di criminalità e malaffare. Questo serve alla Calabria e al Sud. Bisogna estendere il perimetro delle responsabilità e pretendere dalle amministrazioni regionali e locali il massimo della trasparenza, della rapidità decisionale, della competenza.

Lo diremo con forza a Siderno: il Mezzogiorno è il terreno dove si combatte una battaglia morale ed economica che non possiamo perdere. Il costo sarebbe altissimo, da ogni punto di vista. Fallire significherebbe marginalizzare un terzo della popolazione, cristallizzare un’economia perpetua della sopravvivenza e “meridionalizzare” l’intero Paese, condannandolo a bassi tassi di crescita e sviluppo. Tutto questo il sindacato non può permetterlo. Per questo siamo mobilitati, in Calabria e nel resto del Paese. Va aperta una stagione di riforme e di investimenti che non lasci indietro nessuno e punti ad unire il Paese con il protagonismo dei lavoratori. 

Luigi Sbarra è Segretario Generale Cisl.

Il testo è la lettera che il segretario della Cisl ha inviato al Direttore del Quotidiano Del Sud / L’Altravoce dell’Italia Roberto Napoletano, in occasione della manifestazione di Siderno.

[Courtesy Il Quotidiano del Sud]

PNRR, CALABRIA: ILLUSIONI E PROMESSE
80% AL NORD E SOLO 20% AL MEZZOGIORNO

di SANTO STRATI – A conti fatti, l’«equa» ripartizione delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vedrà assegnare l’80% al Nord e un misero 20% al Sud. Altro che superamento del divario economico, territoriale, culturale, sanitario, industriale, etc: qui si tratta proprio di sottrazione autorizzata di risorse ai danni delle popolazioni meridionali, con un’evidente ripresa anche dell’emigrazione “povera” verso le regioni ricche. Non solo fuga di cervelli, inevitabile vista la mancanza di opportunità e di occasioni di lavoro per i nostri laureati e ricercatori che si formano a Cosenza, Catanzaro, Reggio (tre Atenei che hanno dimostrato di saper “produrre” eccellenze), ma anche il richiamo di manovalanza dal Sud (muratori, elettricisti, carpentieri, etc) necessaria al Settentrione per realizzare infrastrutture, ospedali, scuole, edifici pubblici, impianti di pubblica utilità etc. Visto che saranno insufficienti le forze lavoro dei migranti che sono già integrati nel processo produttivo e industriale del Nord, secondo alcune stime saranno almeno 500mila i giovani che il Recovery Plan costringerà a lasciare il Sud nei prossimi sei anni (quelli della durata del piano). Ai quali, per la cronaca, è bene sottolineare, andrà aggiunta l’emorragia giovanile dal Sud degli ultimi venti anni: un milione e mezzo. L’equivalente di una città come Milano, due terzi di una regione come la Calabria. Di cosa stiamo ancora a discutere?

Al Sud, se si esclude l’ipotesi Ponte sullo Stretto, per la cui realizzazione (?) al primo anno ci potrebbero essere 25mila nuovi posti di lavoro, non s’intravvedono grandi opportunità di occupazione. Del resto se la ripartizione delle risorse finanziarie rimane quella da più parti messa in evidenza (a partire all’economista pugliese Vincenzo Viesti che per primo ha lanciato l’allarme) c’è poco da illudersi: 175 miliardi andranno al Nord, 35 miliardi al Sud, con buona pace della ministra per il Sud Mara Carfagna che con un emendamento ha fatto portare la quota minima delle risorse destinate alle regioni meridionali dal 34 al 40%. La matematica non è un’opinione: se fosse realmente il 40%, il Sud avrebbe oltre 80 miliardi a disposizione, come si arriva a 35? Ovvero meno della metà? E pensare che, sulla carta, appaiono “appena” 22 dei 35 miliardi stimati.

Qualcosa, evidentemente non torna. L’autonomia differenziata richiesta a gran voce da Lombardia, Veneto ed Emilia, cacciata fuori dalla porta, rientra in maniera furba dalla finestra. E se della Calabria – come, purtroppo, abbiamo scritto fin troppe volte – non interessa niente alla politica romana, diversa è la situazione dell’intero Mezzogiorno, ovvero di un terzo d’Italia che si sente “dimenticato” e trascurato. E ha un bel ripetere l’ex premier Giuseppe Conte che «se non parte il Sud non parte l’Italia»: da buon meridionale, però ormai integrato nel Palazzo, sa bene che le intenzioni e le promesse portano consenso anche se poi non vanno a termine. E così sta accadendo.

Ecco perché la manifestazione di ieri dei tantissimi sindaci della Rete Recovery Sud accorsi in piazza Montecitorio a Roma, pur essendosi rivelata un flop di presenze, assume il tono di un preavviso chiaro al Governo di Mario Draghi. Non ci può essere sviluppo se non vengono attuate le condizioni minime per superare il divario sempre più forte tra Nord e Sud.

Ernesto Magorno con alcuni sindaci alla manifestazione del 21 luglio

Unico parlamentare calabrese presente il sen. Ernesto Magorno che è anche sindaco di Diamante (CS), il quale ha sottolineato a Calabria.Live che è tempo che la rete dei sindaci del Recovery Sud cominci a fare sul serio, facendosi sentire nelle stanze del potere. E gli altri parlamentari calabresi? E i sindaci della Calabria? Scarsa organizzazione per quanto riguarda i sindaci (ricordiamo la folta partecipazione alla manifestazione dell’Anci lo scorso novembre con la delegazione ricevuta da Conte) ma nessuna giustificazione per deputati e senatori della regione che hanno clamorosamente snobbato l’iniziativa, forse perché promossa dal Movimento 24 Agosto – Equità territoriale che fa capo a Pino Aprile.

È bello che a perorare la causa del Sud sia stato il sen. (ora del gruppo Misto) De Falco, il famoso comandante del «torni a bordo, cazzo!» dello sciagurato naufragio della nave Costa ai comandi di Schettino, ma, a quanto pare, anche ai parlamentari calabresi interessa poco della Calabria e del Mezzogiorno, come al resto di Camera e Senato. Se ne ricordino gli elettori quando torneranno alle urne. (s)

DA DRAGHI I SINDACI DEL RECOVERY SUD
INTOLLERABILE SCIPPO AL MEZZOGIORNO

Quante sono le risorse destinate al Sud dal Recovery Fund? È necessario fare chiarezza ed è quanto chiederanno a gran voce i sindaci del Recovery Sud  che oggi si riuniscono a Roma per incontrare (si spera) il presidente del Consiglio Mario Draghi. I sindaci della Rete Recovery Sud saranno in piazza, a Montecitorio, per chiedere l’equità territoriale tra Nord e Sud. E, a tal proposito, il senatore di Italia VivaErnesto Magorno, che ha confermato la sua partecipazione, ha rivolto un appello «a tutti i Primi Cittadini calabresi e al neo Presidente Anci Calabria, Marcello Manna, affinché la Calabria possa essere presente con il maggior numero di Sindaci possibile. È un momento cruciale e dobbiamo essere uniti. Ora come non mai».

È una questione spinosa, ma soprattutto intollerabile: si profila un ulteriore scippo al Sud che nessuno può permettere. Ricordiamo che la grande dotazione finanziaria destinata all’Italia – la più importante in Europa – è stata “generosa” giusto per garantire azioni destinate a ridurre il divario nord-sud: proprio l’esistenza di una situazione economica e sociale molto precaria nelle regioni meridionali ha giustificato l’incremento degli aiuti. Che, a conti fatti, apparentemente non supereranno neanche i 30 miliardi, altro che quota di riserva del 34% garantita da una legge del Governo Conte per gli investimenti nel Mezzogiorno.

In realtà, la ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha ottenuto, grazie a un emendamento al “decreto semplificazioni”, che i bandi del Pnrr siano vincolati a impegnare il 40% delle risorse in progetti legati alle Regioni del Mezzogiorno.

«È un vero e proprio vincolo di destinazione territoriale fissato con una norma. Le risorse ci sono e, oggi, ci sono anche le norme di tutela della loro effettiva destinazione territoriale – ha spiegato la ministra per il Sud, ricordando che  la quota Sud del Piano e del Fondo complementare (“il famoso 40% delle risorse territorializzabili, circa 82 miliardi”) si compone di «interventi infrastrutturali definiti e geograficamente collocati”, ma anche di “misure ad assorbimento, come il Superbonus, per i quali abbiamo usato criteri di riparto molto prudenziali, basati su dati storici».

«L’assegnazione delle risorse – ha aggiunto la ministra per il Sud e la Coesione territoriale – sarà accompagnata da un monitoraggio puntuale dell’effettiva localizzazione degli interventi, svolto al massimo livello dalla Cabina di Regia. In caso di scostamento, è prevista l’adozione di misure compensative e correttive».

La Carfagna, infatti, ha auspicato che «le tante discussioni e polemiche dei mesi e delle settimane scorse, le giuste preoccupazioni ma anche le incomprensibili (per il momento che stiamo vivendo) strumentalizzazioni, lascino ora il passo a un impegno comune e condiviso», quando, in realtà, quello che viene chiesto è soltanto «l’equità territoriale tra Nord e Sud» sulle risorse del Recovery, concetto che sarà ribadito a Roma, in piazza Montecitorio, nella manifestazione dei sindaci della rete del Recovery Sud, composta da circa 600 primi cittadini del Sud». Non ci saranno, ovviamente, tutti, ma sarà una rappresentanza alta, con l’auspicio che non si risolva tutto come nel precedente incontro di Conte con i sindaci calabresi lo scorso novembre che si è fermato a belle dichiarazioni d’intenti e grandi promesse (poi regolarmente disattese, come da copione).

«Una richiesta più che legittima – ha dichiarato la Carfagna –, sopratutto se il Mezzogiorno è stato, nuovamente, protagonista dell’ennesimo scippo: del 70% di 209 miliardi previsti, sono stati ridotti a 82 e, sicuri, ne arriveranno 35, mentre altri «47 saranno messi a gara in ambito nazionale, con bandi che metteranno in competizione le amministrazioni di tutto il paese».

Una gravissima mancanza, che è stata scoperta grazie al docente universitario dell’Università di Bari, Vincenzo Viesti, e che ha innescato una vera e propria indignazione, Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva delle Fonti (BA), a nome dei 600 amministratori meridionali, ha presentato alla Commissione Europea una petizione, chiedendo «di modificare il Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal Governo Italiano, favorendo un’equa suddivisione territoriale dei fondi», che ha ottenuto l’importante risultato che «il Parlamento Europeo vigilerà sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, per verificare se sarà rispettato il Mezzogiorno nella distribuzione dei fondi».

«La scelta del Governo italiano – si legge – di destinare al Sud il solo 40% teorico delle risorse del Pnrr, rischia invece di creare i presupposti per un’ulteriore gravissima divaricazione. 80 miliardi di euro (di cui solo 22 certi, come ha dimostrato l’economista Gianfranco Viesti) sembrano una cifra enorme. Non lo sono, se si considera quanto sia cronico e difficile da sradicare il nostro deficit di sviluppo».

«La quota di fondi destinata al Mezzogiorno – ha scritto la rete Recovery Sud – distribuita in Italia in netta difformità rispetto ai criteri europei, che ritenevano più meritevoli di sostegno le regioni ad alto tasso di disoccupazione e a basso Pil procapite, potrebbe ora ridursi al lumicino. La ragione è semplice: i fondi destinati ai territori saranno assegnati attraverso bandi che i Comuni meridionali (decimati nel personale, spesso colpiti dal dissesto e privati di risorse grazie al sistema della spesa storica introdotto dal federalismo fiscale) con difficoltà riusciranno a intercettare».

«La ministra Carfagna  – ha proseguito la Rete – ha annunciato che la quota destinata al Sud sarà blindata con una norma ad hoc, ma al momento è solo un annuncio e abbiamo subito troppi artifici e ritardi sulla nostra pelle (spesa storica, Lep, definanziamento di opere, riproposizione come nuove di altre opere già finanziate, ecc) per poter fidarci anche della più sincera delle promesse. Ecco perché è importante essere presenti dopodomani a Roma. Per evitare che un governo a trazione nordista possa vanificare ciò che chiede l’Unione Europea, ovvero che dalla pandemia si risollevi l’intera Italia, e non solo una parte, e che si riducano drasticamente le condizioni di disuguaglianza in cui versa l’Italia da un secolo e mezzo».

A sottolineare come la quota del 40% al Sud delle risorse del Pnrr «rischia di creare un’ulteriore divaricazione nei livelli di sviluppo a discapito del Sud, e acuire le difficoltà socio-economiche delle aree depresse le cui condizioni si sono vieppiù deteriorate a seguito della Pandemia da Covid 19», è stato Nicolò de Bartolo, responsabile Enti Locali del Coordinamento Cambiamo! della Provincia di Cosenza.

«La spesa nazionale per interventi a favore del Sud – ha sottolineato de Bartolo – è scesa dallo 0,47% del Pil degli anni Novanta allo 0,15% del 2015. I fondi europei hanno sostituito soltanto in minima parte le politiche di riequilibrio. Al Sud e alla Calabria che evidenzia più disparità  delle altre regioni  del Sud, deve essere dato ciò di cui ha effettivamente bisogno: a cominciare dal personale competente necessario ad elaborare progetti di sviluppo , come richiede il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza».

Per Francesco Bevilacqua, coordinatore regionale di Cambiamo!, «circa 87 miliardi di euro dovrebbero essere destinati a Regioni, Comuni, Province, città e Metropolitane del Sud, e, sicuramente, i Comuni sono i maggiori investitori pubblici e, dunque, è necessario che sappiano che cosa dovranno fare, con quante risorse e quali sono le regole per amministrarle».

A ribadire la necessità di una forte presa di posizione «per evitare che i fondi del Pnrr, che sono già stati ridotti al Sud, finiscano in prevalenza al Centro-Nord», il sindaco di Marcellinara, Vittorio Scerbo, sottolineando che «bisogna fare il modo che le istanze dei Comuni del Sud siano messe in grande risalto per quanto concerne, in primo luogo, i fondi da destinare alla progettazione e soprattutto all’assunzione di nuove professionalità tecniche da mettere a disposizione degli enti, a partire da quelli piccoli: le gravi criticità emerse per il reclutamento dei 2800 tecnici per gli interventi previsti dalla politica di coesione dell’Unione europea e nazionale per il ciclo di programmazione 2021-2027 hanno dimostrato, per ora, che i Comuni sotto i 3mila abitanti sono stati tagliati fuori dall’assegnazione di tali figure».

«Senza l’azione di coordinamento dell’Anci, e delle Anci meridionali soprattutto – ha concluso il sindaco Scerbo – anche quest’ultima opportunità di ripresa che può derivare dalle risorse del Pnrr rimarrà l’ennesima chimera per il riscatto del Meridione che vedrà drammaticamente aumenterà il divario di cittadinanza con le altre aree del Paese. In Calabria il 95% dei comuni è al di sotto dei 15mila abitanti, ebbene, ad oggi, senza i fondi del Pnrr, non ci sarebbero le risorse per progettare la rigenerazione urbana di questi territori: sarebbe un disastro!».

Anche  il tedesco Peter Jahr, a sostegno dei Popolari, ha ricordato che «l’Unione europea esiste anche per migliorare le condizioni di vita sul piano sociale rendendole uguali per tutti. È necessario ricordare al governo italiano che i fondi devono essere distribuiti con questa filosofia, dobbiamo esortare la commissione perché verifichi cosa si fa con i fondi stanziati».

Il laburista maltese Alfred Sant, invece, ha ricordato che «i piani dovrebbero contribuire al miglioramento della coesione economica e nazionale,  e le regioni meridionali devono recuperare molto terreno rispetto alle regioni del Nord. Tutto questo dovrebbe essere valutato nel contesto degli ultimi dati emergenti che mostrano le diseguaglianze economiche e sociali negli ultimi anni sono addirittura aumentate nell’Unione Europea e le regioni meridionali sono state le più colpite. Chiedo che la petizione resti aperta per un’ulteriore analisi, e vorrei chiedere alla commissione petizioni una lettera alla commissione europea per chiedere chiarimenti e un ulteriore follow up su questa situazione».

Angel Catalina Rubianes, della Dg Recover, ha sottolineato come «abbiamo ricevuto numerose lettere da portatori d’interesse che chiedono più risorse per il Sud.  Il regolamento prevede che le raccomandazioni specifiche per i Paesi siano rispettate e qui c’è una raccomandazione specifica per superare il divario infrastrutturale e per la coesione territoriale. Per il fondo di ripresa e resilienza l’unità di riferimento non sono però le regioni ma lo Stato membro. E molte misure, come la 3 e la 5, prevedono misure dedicate alle regioni del Sud. Inoltre, ci sarà un accordo operativo che sarà negoziato con il governo italiano che fisserà ulteriori dettagli sulla portata geografica di alcune misure contenute nel piano. E sono in corso negoziati per l’accordo di partenariato e i programmi operativi politica di coesione 2021-2027: ci saranno risorse specifiche per le regioni del Sud».

La Rubianes ha ricordato la scarsa capacità delle regioni del Sud ad assorbire le risorse europee, e la necessità di investimenti e risorse per il recupero delle acque reflue, molto importante per le regioni del Sud: «Noi siamo uno dei pochi comuni in Italia che, grazie a un investimento da 4 milioni di euro, già fa affinamento delle acque reflue. Questo dimostra che se siamo messi in condizione di presentare progetti, siamo in grado di intercettare i fondi. Ma non si vuole comprendere la gravità del problema. Nel Pnrr non abbiamo ritrovato progetti fermi dal 1971, come il completamento dell’autostrada Bari-Taranto, che arriva a 30 chilometri dal capoluogo ionico. E non vi è una riga sul grande Parco della transumanza che dovrebbe attraversare tutte le regioni meridionali, proposto da Recovery Sud. Dite al Governo italiano di ascoltare i Comuni meridionali, di dar loro urgentemente i fondi per affidare incarichi oppure si rischierà ancora una volta il flop».

Insomma, è fondamentale preservare e garantire le risorse del Recovery Sud al Mezzogiorno che «rappresenta il potenziale inespresso del nostro Paese» aveva dichiarato la sottosegretaria al Sud, Dalila Nesci che, dopo il nuovo emendamento che vincola i bandi del Pnrr a vincolare il 40% anche ai bandi, ha ribadito la necessità di «mettere gli enti locali nelle condizioni di operare. Poi, dovremo vigilare affinché i soldi siano spesi tutti e al meglio».

«Abbiamo risorse e opportunità – ha concluso – per superare, finalmente, il divario fra il Sud ed il resto del Paese. Il Sud ce la deve fare e ce la farà». (rp)

L’OPINIONE/ Marcello Manna: La Calabria e il futuro

di MARCELLO MANNA – È un tempo in cui è necessario, oltre che opportuno, chiedersi quale progetto per il futuro della nostra regione. Ci sono le risorse del Recovery fund, nello stesso tempo sono previste le elezioni del nuovo governo regionale, ci sono emergenze che da tempo attendono risposta. Una classe politica degna di questo nome deve affrontare con estrema determinazione e in poco tempo questi temi.

Servono programmi realizzabili, progetti esecutivi che consentono di aprire immediatamente i cantieri. Serve una idea di valorizzazione dei nostri territori, che sono particolarmente ricchi di attrattive turistiche e enogastronomiche, e di tanto altro.
Abbiamo numerosi impianti di acque termali; piccoli ma indispensabili porti turistici; siti che consentono anche il turismo religioso; siti archeologici e per ultimo, ma non per ultimo, eccellenze enogastronomiche, tanto da far dire alla ambasciatrice del Libano in Italia, di recente in visita in Calabria, di quanto sia attrattiva la nostra regione e dell’interesse che suscita ad importanti investitori economici.

L’elenco potrebbe continuare, ma qui è necessario capire se e come intervenire per il rilancio della nostra regione. Le emergenze sono tante. Quella occupazionale e sociale in primis. L’emergenza abitativa (da quanto tempo non si propone una politica che si occupa della richiesta abitativa della nostra regione.)

Bisogna programmare la autosufficienza degli impianti sul tema dei rifiuti. Il ritardo su questa materia è enorme. Predisporre quanto necessario per intercettare i finanziamenti per gli impianti idrici e depurativi. Su questo tema, siamo tra le ultime regioni d’Europa. Tanti temi che meriterebbero un nuovo modo di affrontare la programmazione regionale.

Un cantiere delle idee da predisporre velocemente per individuare gli obiettivi primari, e scongiurare il distacco della regione dallo intero paese. Il ruolo centrale che abbiamo geograficamente nel mediterraneo possa diventare centrale anche per scambi commerciali economici e culturali di tutti i paesi che si affacciano sul mediterraneo. Abbiamo bisogno di tutto questo. Di progetti ambiziosi ma possibili.

Un ruolo concreto dovrà svolgerlo l’Anci regionale. Sono gli amministratori e i sindaci calabresi che possono concorrere verso una idea progettuale concreta, determinata e pragmatica. I sindaci e gli amministratori locali ai quali va riconosciuto la conoscenza capillare del territorio e dei problemi. Quelli che sono in prima linea ogni giorno a fronteggiare le grandi criticità del nostro territorio e del nostro tempo, privi per lo più di adeguati mezzi.

L’Anci, ritengo, non dovrà più solo intervenire quando c’è da risolvere una emergenza o una criticità. L’Anci dovrà essere un organismo consultivo e propositivo per il governo regionale. Pensare di costituire degli ambiti territoriali omogenei che possano presentare una offerta turistica, enogastronomica e naturalistica che ponga le basi per uno sviluppo anche della politica del lavoro e dalla occupazione. I nostri territori e le nostre città, legate da una idea di sviluppo di ambito territoriale, che deve esser fatto proprio dalla politica regionale e nazionale. Le politiche sociali devono vedere le amministrazioni comunali in prima linea nei progetti di riforma ripensando allo assetto regionale complessivo.

Mai più imbarazzanti silenzi in campo urbanistico, di sviluppo del territorio o ancora peggio sulla sanità. L’ambizione di avere un ente regionale che funziona le cui riposte non tardano ad arrivare, superando i gravi e inescusabili silenzi che hanno accompagnato da sempre e accompagnano la macchina amministrativa.

Il ruolo dell’Anci che interrompe, per il ruolo ambizioso che deve avere ,il distacco della nostra regione dall’Italia.
La Calabria non deve diventare una isola staccata per crisi finanziaria economica, lavorativa dal resto dell’Italia. Non è questa l’isola che vogliamo. Il cambiamento non passa guardando gli altri. Siamo noi, chi parteciperà alle elezioni e verrà eletto, quelli che dovranno far percepire che una delle più belle regioni del nostro paese è anche una delle più efficienti, solidali e moderne. (mn)

Sindaco di Rende

Pnrr, Nucera: Un furto senza precedenti che manda in fumo il futuro della Calabria e del Meridione

Il presidente del movimento La Calabria che vogliamoGiuseppe Nucera, ha criticato aspramente il documento ufficiale del Governo all’Unione Europea del Pnrr che, secondo un’analisi del prof. Gianfranco Vesti, destina al Sud soltanto il 10%, invece del 70% indicato inizialmente dalla Commissione, né il 40% ipotizzato in un secondo momento.

«Gli ascari romani, per usare l’espressione utilizzata da Giolitti, colpiscono ancora. Solo una classe politica così incompetente e del tutto asservita agli ordini che arrivano dal Governo, poteva permettere l’ennesimo scippo nei confronti del Mezzogiorno» ha detto Nucera, definendolo «un furto che non ha precedenti nella storia. Così si manda in fumo il futuro della Calabria e di tutto il Meridione».

«Il Movimento ‘La Calabria che vogliamo’, da mesi  – ha spiegato – conduce una battaglia forte e decisa sul tema del Recovery Fund e delle risorse che spettano al Sud, battaglia che ci ha visti arrivare sino alla Commissione Europea senza il supporto di alcun amministratore locale o deputato del Meridione».

«Il Governo italiano – ha evidenziato l’ex Presidente di Confindustria Rc – invece che favorire una rinascita del Sud, sviluppo utile a tutto il paese in un quadro di rilancio generale, pensa bene di saccheggiare il Mezzogiorno e portare al Nord le risorse che spettano alle regioni meridionali. Abbiamo una classe politica di accattoni, che come iene affamate si ciba dalla carcassa di un Sud sempre più abbandonato al suo destino».

«Se la riduzione delle risorse destinate al Meridione, dal 70% indicato dall’Ue arriverà davvero sino all’imbarazzante miseria del 10% – ha concluso – il Mezzogiorno naufragherà senza possibilità di appello. Con la responsabilità chiara ed inequivocabile di chi all’interno del Governo invece che recepire le indicazioni europee ha scelto in modo ponderato di condannare metà della popolazione italiana». (rrm)

Nuova rapina al Sud: Dal Recovery spetteranno tra i 22 e i 35 miliardi e non gli 82 iniziali

Nei confronti del Sud si tra profilando, per quanto riguarda i fondi destinati dal Recovery, una nuova beffa: degli 82 miliardi di euro che spetterebbero al Sud, soltanto tra i 22 e i 35 miliardi. È quanto ha scoperto il docente universitario dell’Università di Bari, Vincenzo Viesti che, delinea quella che Pino Aprile ha definito «la più grande rapina ai meridionali di tutti i tempi».

Ernesto Magorno, candidato alla presidenza della Regione Calabria, ha definito la situazione «un clamoroso passo indietro che compromette l’intero impianto del Pnnr» e ha sottolineato che «questa battaglia necessiti di una mobilitazione ampia e più generale e chiami in causa coloro che oggi hanno intenzione di candidarsi alla guida della Calabria. Loro, per primi, dovrebbero unire la loro voce alla nostra, perché soltanto attraverso una presa di posizione collettiva e potente potremmo creare un fronte comune che punti a tutelare i nostri diritti».

Sul tema è intervenuto anche il deputato di Alternativa c’èFrancesco Sapia, che ha interrogato il premier Mario Draghi e la ministra per il Sud, Mara Carfagna, sull’esatto ammontare delle risorse nel Pnrr destinate al Meridione.

«Se non fosse una faccenda tremendamente seria – ha spiegato Sapia – da cui dipenderà il futuro dei cittadini meridionali per i prossimi decenni, parrebbe di assistere al gioco del lotto. Infatti, secondo il docente dell’Università di Bari Giancarlo Viesti, al Sud toccano appena 22 miliardi, mentre la ministra Mara Carfagna ha dichiarato che i miliardi per il Mezzogiorno ce ne sono 82, cifra che il sottosegretario Giancarlo Cancelleri ha addirittura arrotondato a 90 miliardi».

«Questa differenza di – ha incalzato Sapia – è gravissima. A riguardo, condivido l’indignazione e le perplessità espressi dallo scrittore Pino Aprile, che ha denunciato il caso. Ricordo che secondo la Commissione europea i fondi stanziati devono essere impiegati per ridurre il divario di cittadinanza tra i cittadini meridionali rispetto a quelli del Centro-Nord. Uno dei pilastri del piano, secondo la Commissione europea, deve essere, infatti, la coesione sociale e territoriale».

«Mi aspetto che la ministra Carfagna ed il presidente Draghi – ha concluso Sapia – rispondano in maniera chiara e completa alla mia richiesta di sapere quanti soldi, nel Pnrr, sono effettivamente previsti per il Mezzogiorno, perché deve cessare per sempre la gravissima disparità di assegnazione delle risorse, che da troppo tempo penalizza il Sud, favorisce le mafie ed impedisce a tutta l’Italia la crescita economica, sociale e civile».

Indignata la senatrice di Alternativa c’èBianca Laura Granato, che ha sottolineato come «si scrive Piano nazionale di ripresa e resilienza, si legge grande beffa, o fregatura che dir si voglia, ai danni del Sud visto che solo 10 per cento del Recovery approderà a queste nostre latitudini e il resto andrà a rinvigorire l’economia già molto più florida della nostra, al Nord. Dalla promessa alla realtà c’è di mezzo la matematica: dovevano arrivare 145 miliardi di euro e si è passati a un Recovery-beffa da 13 miliardi. Un vero e proprio inganno svelato dal docente di Economia applicata dell’Università di Bari, Gianfranco Viesti. Ci piacerebbe tanto sapere cosa hanno da dire la ministra per il Sud e la Coesione, Mara Carfagna, e la sottosegretaria per il Sud Dalila Nesci, calabresi doc».

«Come senatori di L’Alternativa c’è – ha spiegato – ci eravamo premurati di presentare una nostra risoluzione, emendamenti al cosiddetto “Decreto Fondone”, per poi vederci costretti a votare contro la risoluzione di maggioranza – afferma ancora Bianca Laura Granato -. Prima sono stati calpestati i usati dall’Unione Europea vale a dire la ripartizione delle risorse in rapporto alla popolazione, al reddito pro-capite e al tasso di disoccupazione, poi il Governo italiano di assegnare al Sud solo il 40 per cento (82 miliardi) che saranno assottigliati ulteriormente perché quella percentuale si riferisce non già al totale, ma ad una parte che in buona parte andranno finanziamenti già fatti con soldi nazionali».

«Insomma – ha concluso – delle due l’una: o considerano assolutamente incapaci gli amministratori meridionali di progettare, costruire e realizzare opportunità di sviluppo per questi territori con le risorse europee (e in alcuni casi potrebbe anche essere); o vogliono mettere il Nord nelle condizioni di “comprare” il Mezzogiorno d’Italia pezzo dopo pezzo, come se fossero iniziati i saldi. Altro che misure per superare il divario tra Nord e Sud! Anche perché, e non ce lo dimentichiamo, parliamo di soldi a prestito che dovranno essere restituiti anche da chi non ne ha visto nemmeno l’ombra».

A parlare di ‘beffa’, anche il sindaco di Acquaviva delle Fonti e coordinatore della Rete Recovery Sud, Davide Carlucci, alla manifestazione a Roma dell’Anci, che sollecita  la modifica di alcune norme che ad oggi rendono difficile lo svolgimento delle attività del primo cittadino, sottolineando che «arriviamo, così, all’appuntamento del Recovery Fund senza progetti da presentare e senza personale che li possa redigere e attuare. Ancora una volta il Meridione è condannato». (rrm)

 

 

Il sindaco Giuseppe Falcomatà: I territori siano coinvolti a proposito del Recovery Plan

«I territori vengano coinvolti maggiormente su indirizzo, gestione e monitoraggio delle risorse» del Recovery Fund, infrastrutture, lavoro e reingegnerizzazione. Lo ha dichiarato il sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, nel corso del webinar sul Recovery Fund, a cui hanno partecipato il ministro alle Infrastrutture, Enrico Giovannini, i prof. dell’Università della Calabria, Demetrio FestaGabriella MazzullaCaterina Cittadino, presidente del Comitato nazionale Dibattito Pubblico, e Andrea Agostinelli, presidente dell’Autorità di sistema portuale dei mari Tirreno meridionale e Ionio.

I prof. Festa e Mazzulla hanno illustrato l’importanza dell’Alta velocità Salerno-Reggio Calabria con un’attenzione particolare allo sviluppo dei collegamenti fra Gioia Tauro e Lamezia Terme ritenuti «gli assi portanti della crescita per l’intera regione Calabria».

«Siamo pienamente consapevoli dell’importanza straordinaria, strategica e probabilmente unica ed ultima rispetto all’utilizzo delle risorse del Pnrr per lo sviluppo del Sud», ha detto Falcomatà aggiungendo: «Finalmente, in questi giorni, abbiamo vinto una battaglia che, come Anci, avevamo ingaggiato sin dall’inizio della discussione nazionale su temi così importanti. Ovvero, l’abbattimento del criterio della spesa storica per la distribuzione delle risorse nazionali che, da sempre, ha rappresentato il motore di crescita delle disuguaglianze e differenze fra il Settentrione ed il Meridione del Paese».

«In quest’ottica – ha detto il primo cittadino – vediamo che alcune scelte sono già state inserite all’interno della programmazione del Recovery, come l’idea e la volontà di fare arrivare l’Alta velocità anche fino in Calabria. È una cosa sicuramente importante, ma non ci rallegriamo perché lo reputiamo un atto dovuto per chi interpreta l’evoluzione del Paese in maniera unitaria e vuole vedere l’Italia andare ad una sola velocità».

«Dunque – ha proseguito il sindaco – siamo d’accordo sull’importanza di investire nel Porto di Gioia Tauro che è cresciuto molto, ma che potrebbe farlo ancora di più se si sviluppa il retroporto e, soprattutto, se si collega l’infrastruttura alla rete ferroviaria. Rispetto a questo, la politica locale può fare tanto se, però, viene coinvolta. Infatti, il tema fondamentale sul quale dovremmo concentrarci, oltre a quello su come investire i fondi, è relativo a chi quei fondi li dovrà gestire e dovrà dare un indirizzo rispetto al tipo di investimenti da fare».

«Questo tipo di incontri, sicuramente utili e interessanti – ha spiegato l’inquilino di Palazzo Alvaro – possono assumere un ruolo determinante nel fare emergere una voce unica sulla necessità che i territori possano e debbano assumere un protagonismo indispensabile per modificare in responsabilità quella che, ad oggi, resta solo e soltanto una proposta di crescita delle singole comunità. Se le decisioni arrivano da fuori, invece, si continuerà con una politica di colonizzazione del Mezzogiorno che credo abbia fatto già abbastanza danni». (rrc)