Il tormentone estivo della Calabria: ma servono o no i Sottosegretari voluti da Roberto Occhiuto?

di MICHELE DROSI  – Da qualche tempo in Calabria non si parla d’altro – è diventato un vero tormentone – che dei Sottosegretari che il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, potrebbe nominare in seguito a una modifica dello Statuto approvata dal Consiglio regionale in seconda lettura a gennaio di quest’anno.

Le opposizioni hanno immediatamente gridato allo scandalo al punto che qualcuno, molto esperto di strutture e sottostrutture dei vari meandri del sottobosco regionale per averle abbondantemente frequentate, ha definito incautamente quella approvata “una legge porcheria”.

Una protesta così scomposta nei toni e nella sostanza è l’ennesima concessione, da parte di alcune forze politiche che dovrebbero, per poter costruire una possibile alternativa, ispirare la loro azione a una cultura di governo, al populismo e alla demagogia. E mette in evidenza un deficit di cultura politica, purtroppo largamente presente nella stagione che stiamo vivendo. Mentre, invece, da parte di tutti bisognerebbe tenere in grande conto, almeno in determinate circostanze, l’art. 2 della Costituzione-troppe volte evocata ipocritamente-laddove considera “inderogabili” i doveri di “solidarietà politica” e non i colpi bassi che stanno facendo evaporare sempre di più il sistema politico.

L’introduzione dei Sottosegretari, tra l’altro, è una prassi ormai abbastanza consolidata nelle differenti esperienze regionali come la Lombardia, l’Emilia Romagna, l’Abruzzo, il Veneto, il Molise, la Toscana, il Piemonte. E anche in Calabria, sotto la presidenza di Giuseppe Chiaravalloti, la Commissione per le Riforme, presieduta da Paolo Naccarato, influente collaboratore del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, licenziava, nel 2014, il nuovo Statuto della Regione che al comma 10 dell’art.35 introduceva la figura dei Sottosegretari.

La nuova normativa, abrogata poi nel 2012, venne utilizzata dal presidente Agazio Loiero, che nel corso del quinquennio ne nominò dapprima tre, Giuseppe Nola, Vincenzo Falcone, Paolo Naccarato e successivamente anche un quarto, Ottavio Bruni, già presidente della Provincia di Vibo Valentia; e anche dal presidente Giuseppe Scopelliti che indicò Giovanni Dima, Alberto Sarra e Franco Torchia. Non c’è traccia nei polverosi archivi dell’informazione regionale di proteste, di anatemi, di richieste di referendum per le nomine di questi Sottosegretari.

Nei giorni scorsi il presidente Occhiuto con un decreto ha indetto un referendum popolare, su richiesta di sette consiglieri dell’opposizione che contestano le modifiche allo Statuto relative all’introduzione della figura dei sottosegretari. La Regione Calabria ha presentato ricorso al TAR di Catanzaro che ha fissato per il 2 settembre l’udienza per esaminare nel merito le argomentazioni avanzate dalla maggioranza che sostiene che, secondo la legge regionale, per le modifiche parziali non può essere previsto il referendum.

Nei primi giorni di settembre, quindi, sapremo quale sarà l’esito di questa “querelle”. Se resterà in vigore la legge n.9 del 2026 che consente nuovamente di nominare fino a due Sottosegretari o se si resterà in balia, in caso di bocciatura, del risultato della consultazione referendaria, il cui svolgimento avrà un costo rilevante-ben 7 milioni di euro, che la Regione ha già stanziato.

Una cifra enorme che potrebbe essere utilizzata per risolvere tanti problemi che riguardano la vita quotidiana  dei calabresi e che supera abbondantemente la previsione di spesa riferita ai Sottosegretari.

Ecco perché sono davvero prive di qualsiasi efficacia e credibilità le argomentazioni dei tanti moralisti in casa d’altri che non perdono l’occasione di esercitarsi sull’aumento dei costi della politica. Aumento chiamato in causa a sproposito e in maniera del tutto strumentale se sganciato da un discorso complessivo relativo agli assetti generali delle strutture dei Gruppi consiliari, dei consiglieri regionali, degli assessori, dei dipartimenti e quant’altro e che meriterebbe una presa di coscienza collettiva per una ridefinizione più efficace e più efficiente dell’apparato organizzativo e istituzionale della Regione.

Anche perché l’aumento dei costi della democrazia, se non si riduce esclusivamente a mera compensazione degli equilibri politici- una pratica che tutti, senza alcuna eccezione, nel corso degli anni hanno utilizzato-e viene indirizzato per elevare il confronto, la partecipazione e la competenza, la riflessione, l’approfondimento e la ponderazione al fine di compiere le scelte giuste, opportune e necessarie, diventa un costo utile e positivo per tutta la comunità.

Naturalmente tutto sta a esercitare il potere con misura e a non abusarne. E affinché non si possa abusarne, come ci insegna Montesquieu con la sua celebre opera “L’esprit des lois” del 1748, “occorre che il potere stesso arresti il potere”.

Insomma è ora di finirla con l’antipolitica permanente, causa non secondaria della crisi – speriamo non irreversibile – del sistema politico del nostro Paese. (md)

 

 

 

 

L’agenda riformista, liberista e anche libertaria di Roberto Occhiuto: idee e suggestioni per il futuro del Paese

Con una lunga intervista al Foglio, il governatore della Calabria Roberto Occhiuto espone “un’agenda liberale, liberista e anche un po’ libertaria – scrive Alberto Mattioli –, quella che manca al Paese e, forse, anche al centrodestra“.  Ancora l’articolista: “Non semplice, in un Paese che sembra ostaggio degli opposti populismi e con il conducator Vannacci che incombe: senza, stando a quel che dicono i sondaggi, non si vince; con, stando a quello che dice lui, non si governa o almeno non si governa in maniera sensata”. Un’intervista nel centro dell’estate che movimenterà non poco l’attività politica mentre il Parlamento va in ferie fino al 1° settembre.

Occhiuto – ala riformista di Forza Italia, di cui è vicesegretario – non le manda a dire: “Se ti metti in mano ai populisti forse vinci, anche se io non ne sono sicuro, però è difficile che poi tu possa governare”. “E le elezioni – si legge sul Foglio – servono appunto per de­cidere chi deve guidare il paese. Giorgia Meloni è una leader straordinaria, capace di trovare e recuperare consenso, inter­prete di una destra europea non populista. La parte liberale che la appoggia, cioè Forza Italia, deve approfittare dello sbanda­mento a sinistra sempre più ac­centuato del campo cosiddetto largo per rilanciare le sue ricet­te liberali”.

Mattioli incalza il Governatore: “pare di capire che lei Van­nacci in casa non se lo mettereb­be… “No e non ne parlo nemme­no volentieri, perché così si fini­sce per enfatizzare un fenomeno presente in tutta Europa, la de­stra populista, invece di combat­terlo. Con Vannacci in coalizio­ne, Meloni, che è la nostra risor­sa più importante, sarebbe co­stretta a ribattere a un generale che le sparerebbe ogni giorno sempre più grosse, quindi a fare una campagna elettorale su un terreno che non è il suo. Proprio Meloni ha dimostrato di saper governare da destra ma senza cedere al popu­lismo”. E all’osservazione del giornalista “ma il centrodestra i populisti li ha in casa: fra Salvini e Vannacci le differenze sono sempre più labili… ” Occhiuro replioca che “La Lega che ho conosciuto io si è sempre se­gnalata per capacità di governo, è quella di Fedriga, di Zaia, adesso di Stefani”.

“Si parlava di Matteo Salvini, però” – rintuzza Mattioli –  “Da governatore della Ca­labria, posso dire che Salvini si è dimostrato un ministro delle In­frastrutture che non cerca il con­senso facile delle sue valli ma cerca di fare qualcosa di storico come il Ponte sullo Stretto. Chi l’avrebbe mai immaginato che il Ponte sarebbe diventata la gran­de battaglia di un ministro leghi­sta?”.  Insomma, Aldo Cazzullo ha torto quando scrive che Salvini è il peggior ministro dei Trasporti dall’invenzione della ruota … “Non sono d’accordo con Cazzul­lo, Salvini è un ministro delle In­frastrutture che viene dal nord ma alla mia regione ha assegna­to risorse mai avute in passato, quattro miliardi e mezzo solo per le strade. Se fosse in cerca di consenso dalla sua base eletto­rale, quei soldi non li avrebbe certo dati alla Calabria”.

Il giornalista osserva che “Tuttavia, non sembra che il go­verno Meloni brilli per incisività riformista”: “A Giorgia Meloni presidente del Consiglio do un voto che oscilla fra il nove e il dieci. Prima di fare il governato­re, ero capogruppo di FI e l’ave­vo conosciuta in Parlamento. Avevo sempre pensato che fosse brava ma, alla prova del gover­no, nonostante molto scettici­smo, ha dimostrato un piglio e uno standing che nemmeno quelli che la apprezzavano già riuscivano a immaginare. Però non può fare tutto lei, non può coprire tutto e sostituirsi a tutti. La parte più riformista e più li­berale della coalizione è stata a volte con le braccia conserte aspettando che Meloni facesse il lavoro. Ma lei interpreta in chia­ve europea il suo essere di de­stra. Il motore riformista e libe­rale della coalizione dev’essere Forza Italia, che deve continua­re a portare avanti anche le sue storiche battaglie garantiste. E qui bisogna sfatare un mito: quando si parla di riforme, sem­bra sempre che ci si rivolga a un’élite, come se fossimo il vec­chio Partito liberale fisso al 2 per cento. Invece una coalizione liberale è quella che scrive la propria agenda e non se la fa scrivere dalla cronaca. Non vuol dire che non bisogna commenta­re i fatti del giorno, ma proporre alla pubblica opinione delle ri­forme concrete e condivisibili”. E al giornalista che osserva: “Che però sembrano anche uto­pistiche, nel paese più immobile del mondo”, Occhiuto risponde convinto: “Io in Calabria le ri­forme le ho fatte, sui rifiuti, sul sistema idrico, sul baraccone clientelare dei consorzi di bonifica che ho ereditato, e adesso sto lavorando sulla Sanità. Ce l’ha insegnato Berlusconi, il più grande liberale degli ultimi 50 anni, che però sapeva sempre comunicare in maniera geniale e incisiva”.

Mattioli chiede: “È quello che dovrebbe fare Forza Italia?” La risposta di Occhiuto è puntuta: “Premetto che io di FI sono il vicesegretario, quindi il mio giudizio riguarda tutto il partito. Non si tratta di gettare la croce addosso a qualcuno: senza Antonio Tajani, probabilmente Forza Italia sarebbe scomparsa insieme a Berlusconi. Detto que­sto, vorrei un partito capace di mettere in pratica quotidiana­mente un’agenda riformista, a cominciare dal metodo”. Il meto­do? “Consiste nel non scrivere le leggi sotto la dettatura delle cor­porazioni”. A questo punto serve un esempio. “Il mercato dei taxi. La mia regione è l’unica dove è attivo Uber X. Abbiamo trovato gli strumenti e l’abbiamo fatto, mettendoci dalla parte del citta­dino utente e non della lobby dei tassisti. La lezione è che bisogna scegliere ciò che è giusto anche se al momento è impopolare, consapevoli che, se è giusto davvero, popolare lo dioventerà”.

E a proposito dei cervelli in fuga Occhiuto propone una considerazione: “Mi piacerebbe che il mio partito lanciasse una grande discussione sulla valorizzazione dei giovani nel mondo del lavo­ro, altrimenti dagli stessi giovani saremmo percepiti come una parte politica ingiallita. Chie­diamoci perché le start up cre­scano soprattutto in America. Per definizione, le start up han­no un’alta possibilità di fallire. Se lo fai in America, hai una se­conda chance; se lo fai in Italia, finisci sulla black list delle ban­che e nessuno ti dà più un’altra possibilità. Questo Paese non ri­schia solo di invecchiare, ma di invecchiare male”. (rrm)

 

Voglia di centro: Occhiuto da Roma lancia una scossa liberal a Forza Italia

di SANTO STRATI – Non è stata una semplice operazione nostalgia – come qualcuno,  superficialmente, è stato portato a pensare – bensì un atto politico di spessore, pur con tutta la prudenza che la materia impone.

La convention “In libertà” a Palazzo Grazioli, ideata e condotta da Andrea Ruggeri, ex parlamentare e attivissimo giornalista-comunicatore ha segnato un nuovo battesimo politico di Roberto Occhiuto che, in realtà, mangia pane e politica da quando era ancora all’Università. Un nuovo battesimo perché ha dato una sorta di patente extraregionale a un vero e – spesso – invidiabilmente inimitabile governatore. Occhiuto ha conquistato con l’evento di Palazzo Grazioli la visibilità nazionale, quella notorietà necessaria a staccare tutti gli altri eventuali “pretendenti” alla futura guida del partito (tanto per non fare nomi,  il Presidente del Piemonte Alberto Cirio). In vista di una (più che certa) volata finale verso un nuovo corso (prevedibile, auspicabile, atteso, ma di fatto congelato) del partito fondato da Silvio Berlusconi.

Alla sua scomparsa erano rimasti in 6.000 iscritti e più di una Cassandra “de’ noantri” ne aveva profetizzato una dissoluzione pressoché imminente: oggi gli iscritti sono vicini a raggiungere le 250mila unità, anche se Forza Italia rimane a galleggiare intorno all’8%. Una miseria in termini di consenso elettorale, ma ancor peggio  se rapportata al reale numero di chi ha votato, con la sola eccezione – isola felice della Calabria – dove non solo risulta il primo partito ma continua a macinare numeri a doppia cifra.

In questo frangente, occorre dare atto ad Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, di aver saputo abilmente aggirare la evidentissima crisi in cui stava per cadere Forza Italia, ma bisogna ugualmente rimproverargli una poca efficace politica di fidelizzazione e rinnovamento.

C’è una fortissima voglia di centro, lo hanno immaginato in tanti, ma solo Roberto Occhiuto ha captato quel sentiment che potrebbe davvero cambiare ruolo e posizione degli azzurri nel panorama politico nazionale. Non è un negromante né un taumaturgo il Governatore della Calabria, è, invece, un homo politicus, nel senso pieno del termine che annusa l’aria, avverte il mutamento di umori, coglie le sfumature di certe reazioni da parte della popolazione attiva (imprenditori, lavoratori) nei confronti delle iniziative del Governo Meloni.

Il “destro-riformismo” o presunto tale che il governo Meloni cerca di far intravvedere non convince le opposte parti sociali: non ci sono convincenti misure per incentivare investimenti e avviare nuove iniziative industriali, né la politica sociale tiene conto della realtà quotidiana con cui si confrontano non soltanto gli operai e la classe intermedia, ma anche gli ex-benestanti della classe media. L’aumento ridicolo delle pensioni minime equivalente al costo di un cappuccino con brioche al mese ha minato la credibilità sociale del Governo, che – sarà bene osservarlo – viaggia a gonfie vele esclusivamente per mancanza di una seria opposizione e con buona probabilità farà, senza affanno, il bis alle prossime elezioni del 2027. Naviga, però, è bene rilevarlo, per rotte tempestose a causa di continue – evitabili – frizioni nella stessa coalizione, ma regge i flutti perché nessuno – sia chiaro – s’azzarderebbe ad abbandonare la nave e provocarne il naufragio.

In questo contesto, la voglia degli italiani di “centro” (che – diciamolo chiaramente – per molti altro non è che il rimpianto della Balena bianca e il sogno di una rinata Democrazia Cristiana) è un richiamo irresistibile per chi vive di politica e sa mettere a frutto capacità e competenze maturate negli anni. Roberto Occhiuto,  prima di diventare Governatore della Calabria, era capogruppo azzurro alla Camera: oggi è vicesegretario di Forza Italia in un ruolo che gli sta decisamente stretto, vista la sua inguariibile e ammirevole “irrequietezza” di politico del fare. Quindi, quale migliore occasione, peraltro sostenuta da un endorsement chiaro di Marina e Piersilvio Berlusconi, di lanciare un sasso nell’acqua cheta e verificare, stando ben saldo a riva, l’effetto che produce?

Non a caso, nel suo intervento Occhiuto ha ribadito che le correnti sono un polveroso ricordo del passato e la sua voleva – vuole – essere una scossa al partito: pronto a mettersi in gioco – ove necessario – ma comunque ritagliandosi subito un ruolo primario.

Il sogno liberale (che aveva motivato Berlusconi) è il miglior viatico per riconquistare le masse che oggi disertano le urne e non si lasciano incantare dalle sirene (si fa per dire…) di destra o di sinistra. Questo spiega anche il successo di un partito pressoché inesistente come AVS (che però raccoglie voti che lo tengono in vita) e la contenuta perdita di consenso da parte del Movimento 5 Stelle pur in costante caduta libera, della cui seria crisi nessuno dei pentastellati sembra evidentemente rendersi conto.

Ecco, allora, un colpo teatrale di pieno valore politico che rivela le capacità di un (non più) “oscuro” Governatore del Sud, ma di un ambizioso (e legittimato) protagonista a tutto campo della politica nazionale.

Di sicuro, l’incontro di Palazzo Grazioli non è stata una rimpatriata di nostalgici del Cav, ma una vera prima conta delle forze in campo. E ha sicuramente richiesto decise dosi di Maalox per i fratelli di Giorgia e i leghisti di Salvini, che comprendono bene che l’iniziativa di Occhiuto non solo andrà a risvegliare la voglia di voto tra gli avviliti e i disamorati della politica, ma inciderà anche tra le loro truppe, raccogliendo i consensi dei delusi e di chi si sente oppresso tra una destra troppo conservatrice e una Lega che deve ancora decidere il suo futuro, nonostante l’attivismo di Salvini.

L’ipotesi – suggestiva, diciamolo – di far resuscitare la vecchia DC non sta in piedi, soprattutto perché i tempi sono radicalmente cambiati e non basta la malinconia a ricaricare animi depressi e spassionati, però l’idea di un centro che si ispiri anche solo formalmente alla Balena bianca suscita parecchi pruriti dalle parti di Montecitorio e Palazzo Madama. Se si guarda alla evoluzione/involuzione che ha investito il partito dello Scudo Crociato si scopre che non è stata solo tangentopoli quanto la pervicace mancanza di visione da parte del gruppo dirigente che ne firmò la scomparsa. Sarebbe bastato captare l’esigenza anche solo di un pizzico di modernità, guardando alle future generazioni, e al futuro del Paese per mantenere in vita – forse – una forza politica che ha segnato in modo indelebile la prima Repubblica.

E Occhiuto, crediamo, senza timore di sbagliare, un po’ democristiano lo è sempre stato, navigando in un centro a lui congeniale e raccogliendo, senza enfasi inutili, consensi a piccole dosi, ma decisamente efficaci per la sua visione politica e per edificare la sua crescita politica.

Ma perché adesso e non dopo la chiusura dei procedimenti giudiziari ancora aperti a suo carico? Dai quali Occhiuto si dice convinto di uscire senza danni, perché “il fatto non sussiste” (che è la formula che abitalmente viene fuori, ahimé dopo anni di giogo giudiziario e di gogne mediatiche).

La risposta Occhiuto non la dà, ma la lascia intuire: i tempi sono maturi non per agire ma per osservare le reazioni. E non gli si può certo dare torto: nell’affollatissima sala della Stampa Estera lo scorso mercoledì, c’erano 17 deputati e cinque senatori di Forza Italia, un terzo della rappresentanza azzurra in Parlamento, oltre a parlamentari di altre forze politiche. Se serviva a misurare l’effetto mediatico dell’incontro il risultato è positivo: anche il feedback su stampa e tv ha giocato a suo favore, financo con le tradizionali stilettate acide del Fatto Quotidiano e del Domani, ma nel complesso l’operazione mediatica ha dato buoni frutti, ovvero lo ha “incoronato” in maniera incontrovertibile come player nazionale efficace e insostituibile dell’attuale agone politico.

Non è una sfida a Tajani, che ha annunciato la sua ricandidatura a segretario al congresso dei primi del 2027, quando si dovranno decidere le strategie elettorali per il voto alle Politiche, quanto piuttosto un “avviso bonario” agli amici della coalizione.

In questo caso, il peso politico che Occhiuto ha mostrato di poter e saper esprimere ha un valore intrinsecamente più serio di qualsiasi dichiarazione d’intenti.

Se Forza Italia vuol diventare la nuova Balena bianca, Occhiuto va considerato un nemico del capitano Achab (o presunto tale), se non piuttosto un irrituale (ma non irriverente) ammaestratore di balene. L’oceano della politica italiana  mostra acque agitate e ogni giorno gli osservatori osservano (non come il compianto e inimitabile Giampaolo Pansa con il cannochiale da ippodromo) da un fittizio congresso permanente dove si tesse e si disfa una tela che solo pochi avranno l’ardire e la capacità di completare.

Le ambizioni politiche di Roberto Occhiuto non sono un elemento da sottovalutare: la Regione Calabria è la sua roccaforte da cui immagina far partire una controffensiva di idee e di contributi che pochi saranno in grado di confutare o controbattere.

È una sfida, mettiamola così. E gli errori (non pochi) commessi fino ad oggi dovrebbero preservare il Presidente dal ripetere gli stessi, magari se solo decidesse di farsi affiancare da gente capace e competente e non solo compiacente: far politica non è da “uomo solo al comando”, ci vuole una squadra!

Ma, alla fine, tutto questo, per la Calabria, è, a conti fatti, un carico di positività di cui i calabresi sentono, decisamente, il bisogno ed è davvero una “scossa” all’apparato per seguire percorsi di crescita e sviluppo, che, certo, non mancano.

Servono non solo idee, però, ma anche fatti. Vedremo.

Roberto Occhiuto “in Libertà” promuove la conta degli azzurri a Roma

di SANTO STRATI – A buona ragione il governatore della Calabria Roberto Occhiuto rivendica il diritto di una conta “aggiornata”di Forza Italia. I numeri realizzati in Calabria da Forza Italia (32%a, grazie anche e soprattutto all’instancabile supporter Francesco “Ciccio” Cannizzaro, giustificano la nascita di una nuova corrente di Forza Italia (ma ce ne sono mai state quando c’era Silvio?). E nonostante Occhiuto ripeta che «è solo un’iniziativa per discutere insieme su come rendere Forza Italia e il centrodestra un po’ più liberali», da troppe parti si mormora che si tratti di una manovra, da fine e gran politico, per usurpare il “trono”  del segretario Tajani e prenderne il posto.

A ben vedere, però, non sarebbe un obiettivo di immediata realizzazione, ma va considerata, piuttosto, come una significativa “prenotazione” per il futuro, mettendo avanti numeri e risultati.

La Calabria ha una solida storia di personaggi politici che hanno “amministrato”da posizioni diverse il Paese: Giacomo Mancini, Riccardo Misasi, giusto per fare qualche nome, e non è inimmaginabile la proiezione “nazionale” di Occhiuto come futuro segretario di un partito ancora in cerca di una precisa identità “liberal-centrista” dopo la scomparsa di Berlusconi.

In tanti avevano profetizzato  la scomparsa di Forza Italia, dopo la morte del fondatore e “padrone”, ma avevano sottostimato la voglia di centro che è radicata tra gli italiani, sempre più smarriti tra una sinistra divisiva e rancorosa e una destra che conosce poco la moderazione. C’è, obiettivamente, una grande voglia di centro, soprattutto tra i non-elettori volontari, ovvero tra molti di coloro che non vanno più a votare perché disgustati dalla politica e privi di qualunque motivazione ideologica, pur mantenendo, in realtà, una forte propensione a seguire e occuparsi di politica.

Quest’area, a dir poco immensa, di elettori mancati non soltanto costituisce un pericoloso vulnus al sistema democratico, ma rivela la necessità che la politica torni sul territorio ad animare le piazze, a ricreare “scuole di partito”, ad avvicinare e formare i giovani.

E qui risalta in assoluta evidenza che esiste un vuoto al “centro”, nel senso che serve agli elettori un riferimento più concreto e deciso che riaccenda gli animi e rifaccia palpitare i cittadini (come avveniva fino agli anni Settanta). In questi ultimi 55 anni, dalla nascita delle regioni in avanti, s’è registrato un continuo senso di disillusione e di stanchezza nei confronti della politica, oggi più che mai meno rappresentativa e sempre più spesso con una classe dirigente raccogliticcia e priva non soltanto di qualunque appeal politico, ma anche di competenze e capacità.

Occorre tornare a fare Politica (con la lettera maiuscola) perché è il popolo che lo richiede, lo stesso che si ritiene legittimato a disertare le urne, stante l’attuale legge elettorale che, non a caso, è stata ribattezzata porcellum dal suo stesso ideatore Calderoli. Una nuova legge elettorale è quanto mai indispensabile se si vuol far tornare alle urne gli elettori, tenendo conto, ovviamente, della necessità di legalizzare con apposita legge il voto a distanza (dai più considerato terrore della destra e  company) che consenta a lavoratori, studenti e comunque a tutti i fuori sede di poter partecipare alle elezioni.
Solo per fare un esempio, si consideri la vicenda Calabria col suo modesto 44% di votanti alle ultime consultazioni di ottobre: su un milione e ottocentomila circa di aventi diritto al voto, almeno seicentomila vivono fuori della regione pur conservando la residenza. Cosa significa? che la percentuale di voto rapportata agli effettivi residenti sarebbe non del 44% bensì oltre il 55%. E questo valore si potrebbe applicare alle altre astensioni registrate nelle ultime elezioni regionali, senza tuttavia sottovalutare l’impatto negativo di quanti per fare pace con se stessi preferiscono disertare le urne, esprimendo indifferenza (e qualche volta disprezzo) verso la politica e per come viene fatta oggi.

In questo scenario, l’iniziativa di Roberto Occhiuto di mettere in piedi una “corrente” battezzata “in libertà” esprime in pieno l’intuito politico del Presidente della Calabria e  una lunga visione che gli deriva da tantissimi anni spesi da politico. Ha cominciato a 23 anni come consigliere comunale e prima di diventare, la prima volta, Presidente della Calabria era capogruppo dei deputati azzurri alla Camera.

Qual è il vero obiettivo? Gli osservatori sono divisi, ma ai più risulta evidente che i tempi non sono maturi per un “rovesciamento” dell’attuale Segreteria: bisognerà aspettare il prossimo anno (2027) quando andranno gestite le elezioni politiche che vedranno, con larga probabilità, la riconferma dell’attuale premier con un successo non inaspettato. Quello che, invece, conterà, riguarda la coalizione che dovrà costituire il futuro esecutivo del Meloni 2: ci sono all’orizzonte gli spazi del centro che Lega e Fratelli di Giorgia non riescono a captare e le piccole formazioni (Noi Moderati) stentano a far propri. E qui prevale l’idea che sia Forza Italia, una “nuova” Forza Italia, a seminare e raccogliere nuovo consenso mettendo in crisi (si fa per dire…) il partito di Giorgia Meloni e la Lega, quest’ultimo in affanno di identità. Salvini ha avuto l’intelligenza di sorridere e far sorridere il Sud, con poco entusiasmo dei veteroleghisti, ma la raccolta non ha dato i risultati sperati, nonostante la buona semina.

Ci sono, però, da considerare gli investimenti prossimi futuri che riguardano il Mezzogiorno e in particolare, Calabria e Sicilia: Ponte, Alta Velocità, strade e autostrade. Una barca di miliardi che andrà gestita – si spera – tenendo solo in mente il bene comune e non interessi personali o elettoralistici.

Si tratterà di avviare un nuovo modo di intendere la politica avvicinandola al territorio per venire incontro alle esigenze dei cittadini e far partire, al Sud, un vero piano di crescita e sviluppo che – se decollasse – sarebbe davvero inarrestabile.

L’intero Paese, questo è chiaro, non va da nessuna parte senza l’apporto più che significativo del Mezzogiorno, probabile locomotiva di un futuro di crescita e benessere. Quindi, la mossa di Occhiuto  non è “sabotare” Tajani e la sua segreteria, ma mettere una seria ipoteca (viste anche le simpatie e gli endorsement rivelati da Marina e PierSilvio Berlusconi nei suoi confronti) sul futuro management di Forza Italia. Cominciando anche dalla comunicazione: da questo punto di vista è molto probabile che il Presidente della Calabria, da vicesegretario diventi presto anche portavoce di Forza Italia, perché – è evidente – che la narrazione di un centro da rendere coeso e politicamente fruttuoso richiede una strategia di non basso profilo. E in questo, Occhiuto ha sempre mostrato di saperci fare, seguendo visione e prospettive, anche se qualche volta – sbagliando – fa prevalere la logica dell’”uomo solo al comando”, ma spesso indovinando le mosse strategiche che gli hanno portato successo.

Per Tajani, a fine mandato, nei primi giorni del 2027 (quando si tratterà, appunto, di preparare le elezioni politiche) non mancano alternative di livello: il Quirinale (dove, tranne Draghi e Casini, non ci sono seri competitor), oppure un incarico internazionale che premi le esperienze maturate prima come Presidente del Parlamento   Europeo e poi come ministro degli Esteri.

Con queste premesse, domani a Palazzo Grazioli (che fu la casa romana di Berlusconi) e oggi ospita la Stampa Estera) non ci saranno scintille, ma evidentemente una prima conta su chi sta con chi.

Maliziosamente, qualcuno, ha addebitato a Tajani il suggerimento di “disertare” l’invito di Andrea Ruggeri (ex deputato azzurro, giornalista e uomo onnipresente nei salotti che contano), ma riteniamo troppo intelligente il ministro degli Esteri per temere attacchi sotterranei. Non convengono a nessuno, ma una prima conta farà solo che bene al partito-non partito che deve decidere un suo ruolo preciso nello scenario della politica nazionale.

La tentazione (e l’ambizione) di far crescere consenso in quel centro smarrito e in cerca di riferimenti è fin troppo evidente e questo, sì, potrebbe creare qualche fibrillazione nella coalizione, che – in tal caso – peccherebbe di superficialità ignorando i guai veri della sinistra che cerca di capire dove andare e come recuperare credibilità. Così come sono ingiustificate le palpitazioni dei neo consiglieri azzurri calabresi: Occhiuto non ha alcuna intenzione di abbandonare la “nave” calabrese (almeno per il momento) per fare il segretario azzurro. Ci sono tempi e modi e il Presidente, pur nel suo frenetico e inarrestabile modo di agire, capisce bene che, qualche volta, correre non è salutare. Piccoli passi portano benessere e stabilità: l’obiettivo vero è far crescere il consenso.

Il modello di seduzione – è chiaro – è quello mutuato da Silvio Berlusconi: Roberto Occhiuto (56 anni) ha dimostrato di saper conquistare contemporaneamente grandi industriali che guardano a nuove attrazioni d’investimento al Sud e semplici cittadini che difendono il proprio territorio e quanti chiedono, amareggiati per i figli che vanno via, di fermare l’emorragia di giovani dalla Calabria. Impresa ai più impossibile, ma non per lui. Auguri.

La nuova Giunta regionale e le deleghe del Presidente

di SANTO STRATI – È stato un parto rapido, com’è nello stile dell’”uomo del fare”, qual è Roberto Occhiuto, ma non indolore, visti gli inevitabili malumori provocati soprattutto negli alleati di Noi Moderati che saltano un giro, in attesa della Giunta a nove. Ma è un governo regionale che ha le carte in regola per affrontare con piglio deciso le sfide che attendono la Calabria già nei prossimi mesi e negli anni a venire. Competenza e capacità sono i criteri che hanno guidato le scelte, ma parliamo di politica e, si sa, l’arte del compromesso fa parte delle regole del gioco. La scelta di sei consiglieri come assessori equivale a creare altrettanti consiglieri “supplenti” (e sappiamo che in molti scalpitavano in attesa dei nomi…), ma è da mettere in evidenza la scelta di un tecnico (Minnenna) al Bilancio, dove servono esperienza e capacità operative. Libero da “ingiustificate” indagini che avevano legittimato inevitabilmente ingenerosi sospetti sulla sua persona, Minnenna avrà modo di mostrare quanto sa lavorare con i numeri, soprattutto con la scadenza ormai prossima (a fine 2026) del PNRR.

Il Presidente Occhiuto ha tenuto per sé le delghe più pesanti e cruciali per  alimentare la visione e l’idea di sviluppo che ha in mente: gli asset strategici (cultura, turismo, infrastrutture  – ovvero Ponte, Ue, etc) saranno la leva per svegliare questa terra da un torpore non più tollerabile.

I calabresi le hanno ridato fiducia con grandi numeri: Presidente persegua la sua visione e non li deluda.

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Le deleghe del Presidente

Il Presidente Occhiuto ha tenuto per sé le deleghe più pesanti, quelle strategiche, in attesa di riassegnarne qualcuna quando sarà varato il provvedimento che porta a nove il numero degli assessori, allineando lo Statuto regionale alle nuove norme vigenti in materia di Regioni.

Sono dleghe cruciali, soprattutto quella Alle Infrastrutture e sistemi infrastrutturali complessi: il pensiero corre subito al Ponte sullo Stretto e alla sua valenza strategica per lo sviluppo non solo delle due regioni interessate da di tutto il Mezzogiorno e dell’intero Paese. A questo proposito, c’è da mettere in evidenza che mentre in Sicilia hanno predisposto una valanga di richieste di opere compensative con relativi progetti, in Calabria tutto ancora tace, forse anche per l’indisponente atteggiamento negativo e contrario del sindaco metropolitano Giuseppe Falcomatà (oggi diventato consigloiere regionale del PD, della sindaca di Villa San Giovanni Giusy Caminiti e del sindaco di Campo Calabro Sandro Repaci. Si deve guardare oltre il Ponte e immaginare uno sviluppo del territorio che può “usufruire” delle opportunità offerte dalla grande Opera che il Parlamento italiano ha varato. Lo stop temporaneo della Corte dei Conti non ferma il progetto, ma ne ritarda l’avvio, però sulle proposte per le opere compensative sul territorio calabrese non si può aspettare ancora oltre.

Inoltre, Occhiuto trattiene per sé la Cultura e gli asset strategici: marketing territoriale, promozione, protezione civile e, soprattutto, salute. Fino a quando ci sarà il commissariamento non è possibile nominare un Assessore alla Sanità, ma farebbe bene Occhiuto a cominciare a pensarci su. Con una botta di “coraggio”  politico potrebbe fare una scelta trasversale (Rubens Curia, di sinistra, medico e con ampia competenza di conti nella sanità) e raggiungere due risultati eccellenti: l’uomo giusto al posto giusto e l’opposizione che avrebbe poco da ridire sulle scelte del Governo regionale per la sanità.

Poi c’è la Cultura, che richiede competenza e capacità: Occhiuto ce l’ha entrambe, ma gli manca il tempo, quindi sarebbe un assessore dimezzato. Deve trovare l’uomo o la donna giusti.

Ultima annotazione: non c’è una delega specifica per l’Ambiente che richiederebbe la massima attenzione. Ma questa è una Giunta in fieri: vedremo come finirà la schermaglia con Noi Moderati che pur avendo portato voti (4%) è  stata “rimandata” nonostante le aspettative del partito di Lupi, che pensava di poter partecipare al Governo. È stato uno schiaffo a Lupi e si attendono reazioni. Intanto si cominci a lavorare, a litigare c’è sempre tempo. (s)

L’intervista di Calabria.Live al Presidente Roberto Occhiuto

di SANTO STRATI – Buongiorno Presidente.

– È stata una campagna elettorale brevissima, ma intensa. Aspra e feroce, con frequente mancanza di fair play da entrambi le parti. Se dovesse dare una valutazione, spassionata, sul suo impegno – obiettivamente notevole – in questa campagna elettorale che voto si darebbe? Può spiegare, a elezioni vinte, qual è stata – a suo avviso – la strategia vincente?

«Sono un perfezionista, e non mi accontento mai. Quindi mi do 8. È stata una campagna elettorale dura, purtroppo anche cattiva. Io l’ho condotta con grande serietà, raccontando ai calabresi tutto ciò che ho fatto in questi quattro anni e spiegando loro come avrei voluto continuare a cambiare la Regione. Penso sia stata premiata la mia concretezza, la mia autorevolezza, il fatto che i cittadini hanno potuto vedere quanto realizzato dandomi dunque fiducia per i prossimi cinque anni. Non ho fatto promesse roboanti, ho avanzato proposte sostenibili e nelle quali credo».

– Quali ritiene siano state le cose della campagna elettorale che oggi non rifarebbe? Può, comunque darne una spiegazione? Ha teso la mano al suo avversario Tridico, che molto elegantemente le ha fatto i complimenti non appena si è visto come la sua vittoria era ormai scontata. Probabilmente, il prof. Tridico tornerà a Bruxelles. Pensa davvero di poter davvero costruire una collaborazione trasversale con lui?

«Come le dicevo sono un perfezionista. Dunque, rifarei tutto, migliorandolo. Tutti coloro che vogliono collaborare per il bene della Calabria troveranno sempre porte aperte. Spero, in questa legislatura, di avere un’opposizione più stimolante e collaborativa. Negli scorsi quatto anni, tranne qualche rara eccezione, la sinistra non ha mai partecipato attivamente alla vita politica regionale: tanti attacchi politici, nessuna proposta concreta».

– Come valuta il lavoro della stampa in questa campagna elettorale? Da politico navigato è certamente in grado di esprimere un giudizio non affrettato o di maniera. Com’è cambiata la comunicazione politica su stampa, radio e tv da quando lei è entrato in politica? Che giudizio dà sui social, spesso sguaiati e dispensatori seriali di fake news e falsità, pur immediatamente riconoscibili come tali?

«Soprattutto nella fase precedente alla presentazione delle liste abbiamo avuto, contro il sottoscritto, una campagna mediatica e di odio senza precedenti. Per settimane alcuni media hanno inventato di tutto pur di tentare di indebolirmi. Fake news, attacchi, falsità che purtroppo hanno coinvolto anche i miei figli. Qualcuno si è inventato anche un genere letterario, le ‘voci’. Voci che dicevano questo, voci che dicevano quello. Quelle voci sono rimaste voci, chissà se mai esistite, certamente mai verificate, e chi sentiva le voci avrà dovuto fare una scorta di limoni e bicarbonato».

– Quali sono – secondo lei –  i punti del suo programma che hanno convinto i calabresi a ridarle fiducia? O ritiene sia prevalsa soltanto la fiducia conquistata in quattro anni di governo regionale?

«Come le dicevo prima, i calabresi hanno potuto sperimentare in questi quattro anni la mia concretezza. Se dico una cosa, poi la faccio. Altri promettevano migliaia di assunzioni e reddito di cittadinanza per tutti. Io raccontavo i risultati raggiunti nel corso della prima legislatura e lanciavo proposte mirate e precise. È stata premiata la serietà e la visione».

– I primi cento giorni sono, per ogni presidente, un momento importante per indicare il percorso che si intende seguire. Quali sono le sue priorità e quali interventi ha in mente di attuare da subito?

«Una delle prime cose che farò sarà il ‘reddito di merito’. Come ho raccontato in campagna elettorale, la migrazione nella nostra Regione inizia spesso all’Università. Chi va a studiare fuori difficilmente poi torna in Calabria. Eppure abbiamo Atenei straordinari, che il Censis inserisce tra i migliori d’Italia. Dunque voglio dare un incentivo, legato al merito, ai ragazzi calabresi che scelgono le nostre Università: 500 euro al mese a chi sarà in corso con gli esami previsti e avrà almeno la media del 27».

– La sanità è il “lato oscuro” della regione: quale strategia potrebbe trasformare – a suo avviso – quell’ “è” in “era”? Alcune sue scelte molto criticate (tipo il reclutamento dei medici cubani) sono state poi adottate anche da altri governatori…

«Il prossimo obiettivo sarà quello di liberarci dalle camicie di forza del commissariamento prima e del piano di rientro dopo. Subito dopo, tornando dopo 15 anni nel pieno governo della sanità, saremo finalmente nelle condizioni di poter riformare radicalmente il sistema sanitario regionale. Il nostro piano prevede l’accorpamento di tutti gli ospedali provinciali (sia Spoke che Hub) sotto uniche Aziende ospedaliere provinciali, con le Aziende sanitarie provinciali che invece saranno specializzate esclusivamente sull’assistenza territoriale (gestione e organizzazione delle case di comunità e degli ospedali di comunità, delle Aggregazioni funzionali territoriali, dei medici di medicina generale, delle guardie mediche, degli ambulatori, degli erogatori convenzionati di prestazioni sanitarie). Con questa grande riforma avremo un’immediata ottimizzazione organizzativa, nella gestione delle risorse, del personale, dei posti letto».

– Ha in mente un piano di incentivazioni per far tornare i medici calabresi in Calabria? Negli ospedali del Nord o di Roma, solo per fare un esempio, la lingua più parlata è il dialetto calabrese (quello dei medici e quello dei pazienti che vanno lì a farsi curare). E lo stesso vale per gli infermieri e i tecnici di laboratorio: molti hanno le famiglie al Sud e tornerebbero di corsa. È solo un problema di soldi?

«Se in anni complessi siamo già riusciti a realizzare riforme profonde e migliaia di nuove assunzioni, con l’uscita dal commissariamento la Calabria sarà pronta a varare un vero e proprio maxi-piano di reclutamento di medici e infermieri, per dare ancora più forza e futuro alla nostra sanità. Già nel 2026 potremo assumere circa 1.300 unità di personale di cui circa 350 medici, 375 infermieri, 181 operatori sociosanitari e il restante negli altri ruoli.

Avremo, inoltre, un piano strategico per reclutare nuovi medici, attraverso speciali incentivi economici che utilizzeremo per attrarre camici bianchi in servizio o pensionati che vogliono venire a risiedere e a lavorare in Calabria».

– La Calabria le ha ampiamente confermato la fiducia che già le aveva concesso nel 2021. Dopo quell’elezione su “Calabria.Live” abbiamo scritto che aspirava a diventare il Presidente dei calabresi e non della Calabria. A che punto ritiene di essere, oggi, in questo ammirevole proposito? È stato il presidente di tutti i calabresi o di una parte? E in questo caso cosa ha impedito la realizzazione di progetti che avrebbero trasformato il territorio? Fermo restando che ha davanti a sé cinque anni per portare a termine la sua visione…

«Mi sono sempre comportato come il presidente di tutti i calabresi, e continuerò a farlo. Come ho detto subito dopo la vittoria, dopo una campagna elettorale dai toni spesso feroci, adesso la Regione ha bisogno di una fase di pacificazione. Spero di avere un’opposizione incalzante, ma consapevole della reciproca necessità di abbassare i toni, per il bene della Calabria e dei calabresi”.

– Il capitale umano di cui dispone la Calabria è immenso e potrebbe davvero cambiare il volto di questa terra. Lei ha introdotto una narrazione diversa – bisogna dargliene atto – indicando una Calabria positiva che utilizza i suoi giovani e le sue donne per costruire il futuro delle nuove generazioni. Ma intanto ancora troppi cervelli sono costretti a fare la valigia, sapendo che hanno quasi sempre un biglietto di sola andata. Come pensa di fermare quest’esodo che si traduce in un impoverimento del territorio?

«Sta cambiando la percezione della nostra terra, in Italia e nel mondo. Non più come territorio segnato solo da problemi irrisolti, ma come una Regione che vuole e sa raccontare le proprie eccellenze. La Calabria, oggi, non è più la Regione che subisce le narrazioni altrui: è la Regione che scrive la propria storia, che rivendica con orgoglio la propria identità e che guarda al futuro, ai prossimi cinque anni, con la certezza di poter offrire al Paese e al mondo il meglio di sé. Le ho raccontato della mia ricetta per tentare di far restare quanti più giovani possibile. Sul resto continueremo a lavorare per attrarre investimenti e dunque opportunità. Il futuro di un territorio non si costruisce con l’assistenzialismo, ma con lo sviluppo e la crescita. Dobbiamo creare sempre più un habitat regionale ideale per le imprese e per le multinazionali che voglio scommettere sulla Calabria».

– Lo spopolamento non è solo un fenomeno calabrese. Borghi troppo piccoli sempre più abbandonati, dove rimangono solo gli anziani. Cosa ha in mente per rigenerare questi paesi, cui non bisogna sottrarre l’identità ma garantire servizi e innovazione. In quest’ultimo caso la rete è scarsa ed è difficile pensare di promuovere il South Smart Working se non ci sono connessioni a ultra banda che permettano il lavoro da remoto.

«Per contrastare il fenomeno dello spopolamento e favorire il ripopolamento dei piccoli comuni delle aree interne, la Regione attiverà il programma “Casa Calabria 100”, che prevede la concessione di un contributo fino a 100.000 euro destinato all’acquisto e alla ristrutturazione di abitazioni. Il contributo sarà riconosciuto a quanti decideranno di trasferire la propria residenza in un comune delle aree interne, con l’obiettivo di generare nuova domanda abitativa, stimolare l’economia locale attraverso il comparto edilizio e contribuire al rilancio sociale ed economico dei borghi calabresi».

– A Reggio e a Crotone si è tornati a volare. E nessuno può toglierle il merito. Ma non crede che la Calabria abbia bisogno di un grande piano per allargare la ricettività e i servizi turistici? Non basta far arrivare gli stranieri (che irrimediabilmente si innamorano subito di questa terra) ma bisogna offrire loro servizi, logistica, mobilità. E disegnare percorsi alternativi al tradizionale binomio mare/montagna. C’è il turismo culturale, religioso, quello degli escursionisti, etc. E quello delle radici.

«Noi abbiamo portato migliaia di turisti, soprattutto stranieri, con numeri record per tutti gli aeroporti calabresi. Bisogna continuare a migliorare le strutture ricettive, in Calabria abbiamo bisogno di alberghi a 5 stelle, e sulla mobilità: da qualche tempo abbiamo anche Uber. Per sviluppare questi punti occorre stimolare le imprese e attrarre investimenti. Ma mi aspetto tanto dagli imprenditori e dai giovani calabresi che vogliono mettersi in gioco. Noi stiamo mettendo a disposizione la canna da pesca e l’esca, ma adesso serve che qualcuno inizi realmente a pescare».

– I calabresi del mondo sono rappresentati all’interno della Regione da una Consulta voluta da una legge del lontano 2000. La Consulta in 25 anni ha finanziato con grande parsimonia tarantelle e sagre della salsiccia negli Stati Uniti e in Canada, solo per fare qualche esempio, ma in realtà dovrebbe diventare, con le necessarie risorse, il motore propulsore di un modello di attrazione non solo turistica per chi vuole riscoprire le proprie radici, ma un attrattore formidabile per investimenti di calabresi che hanno fatto fortuna all’estero e amerebbero fare impresa nella propria terra. Quale sarà il suo impegno in questo senso? Concorda sul grande patrimonio costituito dai calabresi nel mondo e di quanto possa valere il loro essere testimonial (gratuiti) della propria terra?

«Credo che i calabresi nel mondo rappresentino uno strumento importante per lo sviluppo e la promozione della nostra regione a livello culturale e la Consulta è senz’altro un’opportunità per costruire un ponte necessario per il ritorno dei cittadini calabresi sparsi nel mondo. Io credo molto nel Turismo delle radici. Nel Piano di promozione del turismo 2025 abbiamo inserito, tra le azioni prioritarie, anche il progetto “Turismo delle radici 2025. Il Giubileo dei Calabresi”. La promozione della riscoperta delle origini ha anche ricadute significative da un punto di vista economico e di sviluppo del territorio, soprattutto in termini di contrasto allo spopolamento dei nostri borghi. Mi piacerebbe che la Calabria si vestisse a festa per uno-due mesi all’anno e in questi due mesi potesse accogliere tutti i calabresi di seconda, terza, quarta generazione incentivando l’arrivo in Calabria magari attraverso la contribuzione sui biglietti aerei».

Quali nuovi scenari per la Calabria e il Paese
dopo la vittoria di Roberto Occhiuto

di DOMENICO NUNNARI – Occhiuto ha vinto, anzi ha trionfato (e con lui Forza Italia) e il Pd (con campo largo e sinistra woke) può portare i libri in Tribunale: sezione fallimentare. Vince il centro, in Calabria, perde la sinistra “woke” (Elly Schlein e i suoi smarriti compagni ) che scambia i diritti sociali con quelli civili, che, parlando di priorità, è un po’ come quando a Maria Antonietta dissero “maestà non c’è più pane” e lei rispose “mangino brioche”.

Perdono anche i 5 Stelle, che sperano di rifarsi a Napoli con Fico, l’ex presidente della Camera, che il giorno dell’elezione prese l’autobus per andare al lavoro, si fece un selfie, e poi non lo prese più.

In Calabria, mancano pane e lavoro, infrastrutture e servizi, e i 5 Stelle in campagna elettorale avevano promesso di abolire il bollo dell’auto. Mah. Occhiuto, forte di quattro anni di lavoro apprezzabile (quantomeno se paragonato ai disastri fatti prima di lui) ha promesso di finire il lavoro della legislatura da lui stesso interrotta, ed è stato creduto. L’errore da evitare, tuttavia, nell’after day elettorale calabrese – che ha una sua proiezione nazionale – è esaltare oltre il dovuto la cavalcata del riconfermato presidente; e sparare sulla “coalizione per addizione”: Pd, 5 Stelle, Avs, denominata campo largo. Sarebbe facile ma esagerato celebrare più di tanto Occhiuto, che ha avuto coraggio e fatto una mossa astuta, da politico navigato, e sarebbe ingiusto sparare a pallettoni sull’aggregazione guidata da Pasquale Tridico, l’uomo dei 5 Stelle, economista sociale, uomo perbene, ma vittima sacrificale della disfatta dell’Armata che non aveva  le munizioni per vincere la battaglia, e lo sapeva.  Un’armata senza idee e senza leader, formata da sudditi acquattati alle corti romane. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, meglio evitare. Rischieremmo di sentirci rimproverare con quella celebre frase “Vile, tu uccidi un uomo morto!», pronunciata dal mercante fiorentino Ferrucci, quando Maramaldo si avvicinò per ucciderlo. Ma queste cose accaddero nel 1527, a Firenze, quando un tumulto repubblicano abbatte la Signoria de’ Medici. Noi, adesso, dobbiamo ragionare sul futuro della Calabria, parlandone in Calabria, sui nostri giornali, nelle nostre università, nei circoli giovanili, nelle associazioni culturali, nelle parrocchie, tra la gente e con la gente; quella che si alza all’alba e fatica e fa girare il motore del mondo. Dobbiamo anche tapparci le orecchie, per non sentire i giudizi bizzarri che arrivano da fuori, dai talk show televisivi che, più che a bar dello sport assomigliano alle vecchie cantine, dove saliva l’odore acre e pungente del vino andato a male. Posti – i talk show – dove qualcuno, l’altra sera, per commentare il voto calabrese, se n’è uscito così: «Beh, la Calabria è bella, ma si sa che è una regione particolare».

Particolare? Che significa? Nessuno, nello studio televisivo, ha chiesto spiegazioni al giornalista pop, che ha pronunciato quell’aggettivo “particolare”; forse hanno condiviso, o loro hanno capito quel giudizio enigmatico. Ci sarebbe voluto il Carlo Verdone del dialogo esilarante con la Sora Lella, di Bianco, Rosso e Verdone, per chiedere: «Che vor dì?».  E poi dare la risposta: «Che te la piji inderculo». Scusate, ma pure il vecchio cronista, non ne può più, di pregiudizi stupidi sulla Calabria, di ignoranza grassa, nei confronti di questa regione, e può perdere l’aplomb che molti – immeritatamente – da sempre gli riconoscono. Non si è capito, invece, che questo voto calabrese è una lezione esemplare, che viene da una Calabria stanca, avvilita, ma democratica, e in fondo anche speranzosa. Una lezione, che dovrebbe far riflettere l’opinione pubblica nazionale e la sinistra woke, che conosce la Calabria molto meno degli scrittori viaggiatori del Gran Tour, sui quali la regione più povera d’Europa esercitava una certa attrattiva. La straordinaria performance del Centro (Forza Italia di Occhiuto) è anche una lezione all’Italia smarrita, confusa, obbligata a tenersi stretta – in mancanza di alternative credibili – la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, politica di lungo corso, le cui radici affondano nella destra postfascista italiana. Lei stessa, ha rivendicato con orgoglio il suo ruolo antico nel Fronte della Gioventù, che era il movimento giovanile dell’Msi. A Meloni, evitando di cadere negli stereotipi preconfezionati, va riconosciuto di essere capace ed abile, e di essere riuscita –  facendo a volte quel che dovrebbe fare la sinistra – ad attrarre un elettorato sfiduciato e senza casa; un elettorato che, senza magari aver mai letto l’Ernest Hemingway de “Il vecchio e il mare”, si ritrova a condividere alcune parole di quel romanzo: «Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare, con quello che hai»; che è lo stesso consiglio che Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti negli anni ‘40, diede ai suoi connazionali: «Fai quello che puoi con quello che hai, nel posto in cui sei». Meloni, è quel che passa il convento. In mancanza di alternative si resta a casa, ed è quello che fa ormai in tutte le elezioni la maggioranza degli elettori italiani. Non sempre, ci si può pur  turare il naso, e andare a votare, come consigliava Indro Montanelli. Ma allora si parlava della Democrazia Cristiana, da accettare turandosi il naso, non della sinistra woke, che è destra, ma non lo sa. Forse, tra opinionismo folkloristico, e sparate preconcette, di giornalisti pop, la sintesi più azzeccata del voto in Calabria, l’ha fatta “Dagospia”, sito online cliccatissimo di Roberto D’Agostino: “La vittoria di Occhiuto in Calabria straccia ogni alibi al Campo largo…”. Dagospia, più veloce di tutti, ha dato al voto calabrese la dignità di test nazionale. Seguito da Marcello Sorgi, che su “La Stampa”, pur ragionando sul voto regionale, ha ammesso che gli effetti del voto calabrese sono deleteri [per la sinistra], oltre i confini calabresi: «Sono tali da uscirne tramortiti». L’interpretazione più approfondita, più avanti – se non saranno distratti – toccherà ad analisti e politologi, dato che questa virata al “Centro” in Calabria apre scenari, a destra e sinistra, finora non ipotizzati.

Pur premettendo, che le elezioni regionali, come le elezioni europee, sono altra cosa, rispetto alle elezioni politiche, Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”, ha preso spunto dalle elezioni calabresi per spiegare perché la sinistra ha perso: «L’attenzione era tutta concentrata sui leader (Schlein, Conte, Landini, eccetera) e su ciò che fanno o non fanno. Come se gli elettori non esistessero. Come se gli elettori fossero pacchi, spostabili di qua o di là a seconda di ciò che decidono i leader. Ma gli elettori non sono pacchi, hanno le loro idee, i loro interessi, i loro tic, le loro abitudini. E i leader devono tenerne conto».

Anche in Calabria, la coalizione di sinistra, ha considerato gli elettori come i pacchi di Panebianco, con un atteggiamento anche di stampo coloniale. Come giudicare la candidatura della filosofa Donatella Di Cesare (che non ce l’ha fatta), candidata per Alleanza Verdi, Sinistra? Si è detto che ha origini calabresi, e va bene, ma null’altro giustificava questa candidatura, se non sfiducia evidente verso gli esponenti calabresi di Avs, ritenuti non meritevoli di essere candidati. Si è fatto come quando in nazionale si convocano gli oriundi, per inadeguatezza dei calciatori italiani. Ma adesso lasciamo queste riflessioni, apparentemente superficiali, che  hanno però il loro valore, e proviamo a spoilerare il dopo vittoria di Occhiuto, leader di Forza Italia – un “democristiano 2.0.” – cresciuto nella Cosenza dei giganti politici Mancini e Misasi: l’uno socialista, l’altro democristiano, due leader che hanno lasciato, nel tessuto socio-culturale della città bruzia, la scia del loro profilo umano e politico alto; un piccolo tesoro, a cui ognuno, che entrando in politica abbia buone intenzioni e passione, può attingere sempre. Il maggiore successo di Occhiuto, è aver spostato la Calabria politica al “Centro”, con notevole ridimensionamento delle ambizioni di FdI, lasciando inchiodato ai suoi numeri piccoli la Lega, nonostante gli aiutini dell’ex presidente della Regione Giuseppe Scopelliti (storico leader della destra), a Reggio Calabria. L’ha intuito Antonio Tajani – successore di Berlusconi in Forza Italia – il significato della vittoria di Occhiuto, e si è affrettato a lanciare un’opa, offerta pubblica di spazi, per gli ex partiti di centro: «Il compito di Forza Italia è quello di coprire lo spazio che era della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista».  Un avvertimento, anzi una notifica, non solo ai suoi alleati, ma anche al Pd di Schlein – partito in origine plurale – che il centro va cercando, dopo averlo allontanato, diventando sinistra woke, che – come dice Susan Neiman, filosofa di origine ebraica nel libro “La sinistra non è woke” – significa che la sinistra è diventata come la destra, «ma, poverina, nemmeno lo sa».

C’è, infine, un altro aspetto [positivo] da cogliere, nell’elezione calabrese, e riguarda il fair play finale del confronto tra gli sfidanti, culminato nella telefonata dello sconfitto Tridico al vincitore Occhiuto: «Ho chiamato Occhiuto e gli ho fatto i complimenti. È stata una battaglia intensa, vera, difficile». Ottenendo, come risposta, a stretto giro: «A Tridico, ho rivolto due inviti: collaborare con me in qualsiasi ruolo decida di farlo e lavorare per pacificare questa regione». È un finale incoraggiante, questo che viene dai titoli di coda, del film delle elezioni. La parola pacificazione, è una bella parola, come riconciliazione. Ne abbiamo bisogno, tutti. Per uscire dal tunnel buio, in cui da decenni la Calabria si è cacciata, non si può, senza unire le forze vive e le lucide intelligenze della società democratica e della politica. Occhiuto, ha il dovere di provarci, a unire la Calabria, a pacificarla, riconciliarla e Tridico – da posizioni diverse, anche nel caso torni a Bruxelles, cosa legittima e forse anche utile alla Calabria – deve saper tendere la mano. (mn)

Dalla Calabria la vittoria di Occhiuto è un segnale per il Paese

di SANTO STRATI –La vittoria formidabile, anche se pressoché scontatissima, di Roberto Occhiuto dà un segnale chiaro al Paese, che solo chi non vuole non riesce a captare.

Gli italiani hanno voglia di “centro”, non si fidano più dei Cinque Stelle e di questa sinistra “sparsa” che dovrebbe ripensare a quello che ha presentato, come campo “larghissimo”, nel candidare il prof. Tridico.

E allo stesso tempo i Fratelli di Giorgia dovrebbero capire che la destra “esagerata” non ha futuro e occorre, necessariamente, studiare e avviare un percorso dove il centro abbia un ruolo ben definito.

Un ruolo di tutto rispetto che, volere o volare, solo Forza Italia con i suoi alleati “moderati” è riuscita a comprendere. Non ci voleva una laurea in psicologia per interpretare le aspirazioni del Paese: stanco di una conflittualità perenne destra-sinistra (che in realtà non esistono più come entità politiche) e, a volte, persino trovato a rimpiangere i tempi della “balena bianca”, quando i partiti erano “partiti” e per la politica si usava la maiuscola. Altri tempi e nessun ricambio della classe dirigente che ha costruito il Paese, lo ha fatto crescere, nel confronto (ma anche scontro) dialettico che indicava priorità e percorsi ben delineati per lo sviluppo.

Il campo largo non funziona e solo il PD di Elly Schlein continua a fingere di non capire che le “nozze” con Giuseppe Conte contengono qualcosa che gli italiani fanno fatica a digerire. Quegli italiani che sono stati illusi dal guitto incantatore Beppe Grillo e dal gran regista Casaleggio, ma che ben presto hanno scoperto che le formule, alla fine, sono uguali per tutti i partiti e le chiacchiere pentastellate non facevano certamente rimpiangere i programmi (solo a parole) della prima Repubblica.

Certo, la scadenza elettorale di oggi nella rossissima Toscana ridarà fiato a questa coalizione più raccogliticcia che coesa, ma, tra qualche mese, quando si andrà a votare in Campania, non sono da escludere clamorosi colpi di scena.

Per le elezioni calabresi, la sensazione è che questa coalizione ha giocato con l’idea di perdere, rassegnata a trovare un agnello sacrificale (Pasquale Tridico) che sì è trovato fuori ruolo e disperatamente “abbandonato” in pasto alle volpi del voto (ogni riferimento a Francesco Cannizzaro è espressamente voluto).

Da fine apprezzatissimo docente, qualificato e ascoltato economista, Tridico si è smarrito, probabilmente anche per la mancanza di buoni consiglieri, nel marasma della politica regionale e le sue genuine e sincere intenzioni sono diventate oggetto di meme e di sberleffi (che si dovevano sicuramente evitare) da parte di diversi rappresentanti del centrodestra.

Anche a Napoli il Pd ha abdicato: non ha saputo esprimere un proprio candidato in grado di rappresentare quella sinistra erede di grandi idee (e finte rivoluzioni) che si riconosce nei padri nobili dell’Ulivo (e forse con qualche rimpianto del vecchio Pci).

Fico è un altro pentastellato che non ha mai amministrato e porta in dote una opaca presidenza della Camera, di cui si ricordano più le gaffes che i discorsi, e che non ha lasciato tracce sensibili persino tra i suoi sodali.

Un perfetto “inadatto” per la poltrona di Governatore della Regione Campania la quale sta guidando, con orgoglio un rinascimento partenopeo di respiro mediterraneo e internazionale di cui il Paese dovrebbe essere orgoglioso.

La sinistra, con un nuovo improbabile campo largo, è convinta di raccogliere messe di voti, a prescindere, ma nessuno è in grado di sapere cosa farà De Luca, il Presidente spodestato da una legge “infame”, che avrebbe voluto governare a vita. Appoggerà incodizionatamente Fico, facendo prevalere il senso di appartenenza a un partito che non gli è congeniale, o metterà in atto qualche diabolico scherzetto di cui solo i politici d’alto lignaggio sono capaci?

Il segnale che viene dalla vittoria di Occhiuto dovrebbe aprire gli occhi a Giorgia Meloni. Conquistare la Campania non è una missione impossibile, anche se bisogna tener presente la legge dei numeri e a Napoli, soprattutto, la sinistra ha sempre fatto risultato, ma questo potrebbe avvenire  se la destra di governo capta questa voglia centrista e ne fa un progetto vincente.

Il candidato prescelto, il viceministro Edmondo Cirielli, già generale dei Carabinieri, non è proprio quello che ha una concreta idea di centro, però potrebbe raccogliere il consenso dei moderati che guardano con sospetto all’attuale governo, ma sono completamente delusi da una sinistra che ha smarrito il cammino.

L’eventuale perdita della Campania (ammettiamolo, non è difficile per il campo largo) significherebbe per gli elettori di sinistra l’ammissione che il re è nudo e nessuno fino a oggi ha avuto il coraggio di dirlo. Servirebbe il bambinetto della favola di Andersen a far capire all’attuale dirigenza pd e compagnia varia che non si può continuare a raccontare fandonie.

I calabresi lo hanno capito e, di conseguenza, castigato il campo largo in cui non credevano. Gli italiani, tranne quelli che guardano a Landini come futuro “imperatore” della sinistra (in disarmo), forse non ci metteranno molto a farlo capire – a volte con le lacrime agli occhi da ex compagni fortemente delusi – all’intera sinistra. Che continua a ignorare il bisogno di riformismo che il Paese esprime e la necessità di recuperare un’intesa bipartisan con il vecchio depauperato centrismo d’antan. (s)

 

La super vittoria di Roberto Occhiuto: 57%
Tridico: Non mi aspettavo un risultato così

di SANTO STRATIÈ un risultato che va al di là di ogni ragionevole aspettativa: Roberto Occhiuto e la sua squadra non volevamo vincere, ma stravincere. In pochi ci credevano, eppure il sorprendente dato che emerge dalle urne (57% contro 41%, punto più, punto meno, non importa) non solo premia un centrodestra coeso e unito, ma segna il fallimento totale del campo largo. Un’invenzione che non è servita a raccogliere consensi, ma soprattutto a spingere al voto i cosiddetti astenuti, i delusi della politica, gli avviliti, i protagonisti di un dissenso palpabile che si manifestacon la diserzione dalle urne.

Intendiamoci, il 43,14% di affluenza è fasullo, giacché si basa sul numero degli aventi diritto al voto (dove figurano diverse centinaia di migliaia di calabresi iscritti all’Aire, cioè residenti all’estero, ma titolari del diritto di voto. Che possono esercitare – alle elezioni politiche – mediante la preferenza espressa a distanza, per corrispondenza, ma che sono esclusi dal voto se non vanno a votare nella sezione dove figurano iscritti. E a questi vanno aggiunti almeno altri 250mila calabresi che, pur mantenendo la residenza in Calabria, vivono fuori: studenti, lavoratori, insegnanti, etc. Per loro la mancanza del voto a distanza (una pratica di facilissima applicazione se solo la politica lo volesse) si traduce in un astensionismo non voluto, forzato da ragioni soprattutto economiche: un viaggio per votare, pur se scontato significa qualche centinaio di euro, che sono soldi per la stragrande maggioranza di chi vive, studia o lavora fuori. Quindi sarebbe opportuno che si ripescassero i disegni di legge per il voto a distanza (partiti dalla lodevole iniziativa del Collettivo Peppe Valarioti, “Voto sano da lontano”, del 2020), bocciati dal Parlamento.

Ma anche applicando i valori percentuali dell’affluenza su un realistico numero di effettivi votanti (1.200.00 rispetto al milione e 888mila dell’Istat) avremmo comunque un’affluenza più o meno del 50%. Il che equivale, comunque al segnale più evidente di una irreversibile disaffezione per la politica.

Ma non è l’affluenza (un punto in percentuale in meno rispetto al 2021) l’elemento che domina questa tornata elettorale. È il distacco tra i due candidati che certifica, senza bisogno di notai indipendenti, la clamorosa sconfitta del centrosinistra e del campo “larghissimo” che doveva sbaragliare Occhiuto e centrodestra.

Sbagliata la strategia politica, sbagliata la strategia elettorale, sbagliata la comunicazione: Tridico, che può vantare un curriculum di stimatissimo accademico di lungo corso, si è fidato di Giuseppe Conte e dei compagni del PD, mostrando un dilettantismo spaventoso nella gestione della campagna elettorale. Ha combattuto contro l’avversario come fosse un nemico da battere, in un duello da Ok Corral, dimenticandosi che come insegna Sergio Leone «quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, è un uomo morto».

Sarebbe bastato un po’ di buon senso e qualche consigliere esperto a suggerire pacatezza e controllo nelle promesse e nelle dichiarazioni d’intenti. Il suo bel programma ai più è apparso il solito libro dei sogni, ma i calabresi ne hanno piene le tasche di promesse e suggestioni da campagna elettorale. Non ci sono cascati. Ed è prevalsa la logica dell’usato sicuro (con tutto il rispetto per il bis-Presidente), ovvero hanno preferito ridare fiducia al governatore uscente piuttosto che affrontare la via dell’incognito.

Tutto questo richiederà un serio esame a livello nazionale: la sinistra deve decidere se completare il lento suicidio o darsi una svolta. Le lezioni (e le “bastonate”) servono anche a questo. (s)

Urne aperte da stamattina alle 7 fino alle 23.
E domani dalle 7 alle 15.
E allora tutti a votare!

di SANTO STRATI – A parte le schiere di supporter, addetti ai lavori e pochi intrepidi nel cui cuore batte ancora un briciolo di passione politica, si ha la netta impressione che sia scarsa la palpitazione dei calabresi per questa competizione elettorale.

Frutto anche di una campagna elettorale sguaiata e irrimediabilmente infettata da un ingiustificato livore, dall’una e dall’altra parte. Una campagna elettorale che non è riuscita a scuotere gli animi, che non ha acceso la miccia di una qualsiasi “rivoluzione” gentile finendo allo scontro armato (di buone intenzioni e improbabili promesse) tra due “nemici” piuttosto che avversari politici.

Non è piaciuta per niente questa campagna elettorale ai calabresi, costretti a subire il carosello continuo di slogan logori e deprivati di qualsiasi appeal che l’uno e l’altro, Occhiuto e Tridico, si sono recitati a vicenda (il terzo “incomodo” – Francesco Toscano – col suo candido zerovirgola è un gran simpatico ma non fa testo), ripetendo all’infinito improbabili disvalori (l’uno dell’altro) come se fosse questo l’elemento in grado di spostare voti da una parte o dall’altra.

I calabresi, diciamo la verità, hanno rimpianto le vecchie tribune politiche alla Jader Jacobelli, dove prevaleva il rispetto tra gli avversari, con un immancabile filo di ironia che induceva più al sorriso che al ghigno. Complici anche il tempo troppo ridotto e la fin troppo evidente impreparazione di un centrosinistra, incredibilmente “unito” in un campo largo destinato a produrre un “perdente di successo”, questa volta sono prevalsi tra gli elettori l’indifferenza e un malcelato distacco dall’agone politico. Una battaglia senza eserciti che non assomiglia nemmeno vagamente a un risiko a tavolino, dove, comunque, serve un pizzico di strategia per sconfiggere gli avversari.

Qui la strategia è diventata merce rara, con Occhiuto che sembrava il protagonista de I pirati dei Caraibi e Tridico, il prof, impacciato come un novellino al primo colloquio per un posto di lavoro. Intendiamoci, Occhiuto in questa partita era cartaro e Tridico un giocatore poco esperto, ma queste sensazioni le hanno colte gli addetti ai lavori, gli specialisti della comunicazione, non certo la platea degli elettori, rimasta insensibile allo scambio reciproco di “insulti” basati sul “non fatto” dell’uno – governatore uscente – e sulle debolezze “stilistiche” dell’aspirante.

Ma chi ha curato la campagna elettorale di Tridico? Da quanto si è visto, probabilmente un dilettante, ovvero una squadra di dilettanti allo sbaraglio che non ne ha azzeccata una. Lasciamo perdere gli svarioni verbali, ma Tridico, a chiusura della campagna possiamo dirlo, ha fatto di tutto per offrire il fianco a poco divertenti prese in giro, non ultimo l’accostamento ad Antonio Albanese, alias Cetto LaQualunque, con la differenza che il comico attore faceva ridere (è il suo mestiere), ma Tridico ha fatto mettere le mani nei capelli su quanti lo avevano immaginato nell’angelo vendicatore della sinistra in declino. No, nulla di tutto questo. Da candidato Tridico poteva mettere il naso nella formazione di tutte le liste (ma non l’ha fatto), poteva sganciarsi (con eleganza) dal macigno del “vaffa” grillino (ma non l’ha fatto) mostrando di avere gli attributi giusti, poteva raccontare una storia diversa, vincente della sua idea di Calabria. E invece si è perso a inseguire i “guasti” nella sanità provocati dall’avversario (dimenticando, purtroppo per lui, che i commissari “disastrosi” della Sanità li ha nominati il Governo Conte), si è fatto prendere la mano a rintuzzare l’avversario, al posto di ignorarlo: doveva – a nostro modesto avviso – dire solamente “signori, si cambia” e snocciolare idee e proposte, che avessero basi di concretezza (e disponibilità dei fondi necessari). Poteva tralasciare di ripetere che il Ponte è “una sciagura”, guardando allo sviluppo del territorio e alle infrastrutture che – senza il Ponte – difficilmente saranno realizzate. Invece ha giocato “a perdere”, ma probabilmente nessuno glielo ha fatto notare.

L’ex presidente dell’Inps ha perduto un’opportunità grande quanto una casa e quando gli ricapita? Certo, le urne si aprono stamattina e tutto può ancora succedere (in politica è quasi normale, ricordatevi cosa è successo per il Comune di Catanzaro con l’inaspettato successo di Fiorita…) ma è evidente che Tridico ha giocato male, malissimo, la sua partita: un bel programma di buone intenzioni (e poca concretezza) non è sufficiente a smuovere l’elettorato silente, quello che volontariamente diserta le urne perché stanco, avvilito, a volte disgustato da una politica fatta di nulla ricoperto di niente.

Quella fascia di elettorato che il centrosinistra unito (?) avrebbe potuto-dovuto intercettare non con la promessa di un improbabile reddito di dignità da 500 euro al mese, ma con un serio e articolato progetto di crescita e sviluppo del territorio. Così Tridico s’è trovato a recitare la parte del pifferaio magico, senza sapere che i “topi” se n’erano già andati via da soli, sconfortati e delusi dall’impolitica, e scoprendo tardi che non c’erano nemmeno “bambini” da irretire per punire il borgomastro cattivo. Scusate la metafora, ma ci sta tutta: Tridico doveva attuare una campagna di comunicazione fatta non di deboli promesse (tipiche di chiunque si candidi per qualsiasi ruolo, in politica) ma di programmi – davvero realizzabili – non da libro dei sogni.

La Calabria è una terra difficile da governare, lo sanno i 18 presidenti e i due vice facenti funzione che hanno segnato 55 anni di regionalismo. Qualcuno dirà “ma erano altri tempi” e, in parte è vero, ma oggi esistono condizioni forse più favorevoli per capovolgere la narrazione di una Calabria che va a pietire aiuti e sussidi al Governo centrale.

Certo bisogna battere i pugni, ma soprattutto avere la capacità di saperli battere: i calabresi non sono mai stato un popolo rassegnato, sfiduciato e avvilito sì. Eppure dal Nord, che insiste per bocca di Calderoli sull’autonomia differenziata (senza possibilità di successo), vengono chiare e non equivoche indicazioni che la vera locomotiva del Paese è il Mezzogiorno. Ma per farla camminare serve un vero Piano per il Sud che preveda delocalizzazioni di aziende della parte ricca del Paese, che offra e garantisca incentivazioni per il South smart working, che preveda la defiscalizzazione dei contributi dei nuovi assunti al Sud. E ci sia una grande impegno di investimento per la formazione, con la massima attenzione alla scuola, sempre più fanalino di coda degli impegni di tutti i governi.

Occhiuto s’è lanciato anche lui in promesse in parte difficilmente realizzabili, ma può vantare il vantaggio di avere già governato (bene o male ce lo diranno i voti che prenderà).

Le polemiche a risultato definitivo non finiranno, ma sarebbe bello immaginare un impegno trasversale di tutti (maggioranza e opposizione) per il futuro dei nostri ragazzi.

E, naturalmente, andiamo tutti a votare. (s)