Urne aperte da stamattina alle 7 fino alle 23.
E domani dalle 7 alle 15.
E allora tutti a votare!

di SANTO STRATI – A parte le schiere di supporter, addetti ai lavori e pochi intrepidi nel cui cuore batte ancora un briciolo di passione politica, si ha la netta impressione che sia scarsa la palpitazione dei calabresi per questa competizione elettorale.

Frutto anche di una campagna elettorale sguaiata e irrimediabilmente infettata da un ingiustificato livore, dall’una e dall’altra parte. Una campagna elettorale che non è riuscita a scuotere gli animi, che non ha acceso la miccia di una qualsiasi “rivoluzione” gentile finendo allo scontro armato (di buone intenzioni e improbabili promesse) tra due “nemici” piuttosto che avversari politici.

Non è piaciuta per niente questa campagna elettorale ai calabresi, costretti a subire il carosello continuo di slogan logori e deprivati di qualsiasi appeal che l’uno e l’altro, Occhiuto e Tridico, si sono recitati a vicenda (il terzo “incomodo” – Francesco Toscano – col suo candido zerovirgola è un gran simpatico ma non fa testo), ripetendo all’infinito improbabili disvalori (l’uno dell’altro) come se fosse questo l’elemento in grado di spostare voti da una parte o dall’altra.

I calabresi, diciamo la verità, hanno rimpianto le vecchie tribune politiche alla Jader Jacobelli, dove prevaleva il rispetto tra gli avversari, con un immancabile filo di ironia che induceva più al sorriso che al ghigno. Complici anche il tempo troppo ridotto e la fin troppo evidente impreparazione di un centrosinistra, incredibilmente “unito” in un campo largo destinato a produrre un “perdente di successo”, questa volta sono prevalsi tra gli elettori l’indifferenza e un malcelato distacco dall’agone politico. Una battaglia senza eserciti che non assomiglia nemmeno vagamente a un risiko a tavolino, dove, comunque, serve un pizzico di strategia per sconfiggere gli avversari.

Qui la strategia è diventata merce rara, con Occhiuto che sembrava il protagonista de I pirati dei Caraibi e Tridico, il prof, impacciato come un novellino al primo colloquio per un posto di lavoro. Intendiamoci, Occhiuto in questa partita era cartaro e Tridico un giocatore poco esperto, ma queste sensazioni le hanno colte gli addetti ai lavori, gli specialisti della comunicazione, non certo la platea degli elettori, rimasta insensibile allo scambio reciproco di “insulti” basati sul “non fatto” dell’uno – governatore uscente – e sulle debolezze “stilistiche” dell’aspirante.

Ma chi ha curato la campagna elettorale di Tridico? Da quanto si è visto, probabilmente un dilettante, ovvero una squadra di dilettanti allo sbaraglio che non ne ha azzeccata una. Lasciamo perdere gli svarioni verbali, ma Tridico, a chiusura della campagna possiamo dirlo, ha fatto di tutto per offrire il fianco a poco divertenti prese in giro, non ultimo l’accostamento ad Antonio Albanese, alias Cetto LaQualunque, con la differenza che il comico attore faceva ridere (è il suo mestiere), ma Tridico ha fatto mettere le mani nei capelli su quanti lo avevano immaginato nell’angelo vendicatore della sinistra in declino. No, nulla di tutto questo. Da candidato Tridico poteva mettere il naso nella formazione di tutte le liste (ma non l’ha fatto), poteva sganciarsi (con eleganza) dal macigno del “vaffa” grillino (ma non l’ha fatto) mostrando di avere gli attributi giusti, poteva raccontare una storia diversa, vincente della sua idea di Calabria. E invece si è perso a inseguire i “guasti” nella sanità provocati dall’avversario (dimenticando, purtroppo per lui, che i commissari “disastrosi” della Sanità li ha nominati il Governo Conte), si è fatto prendere la mano a rintuzzare l’avversario, al posto di ignorarlo: doveva – a nostro modesto avviso – dire solamente “signori, si cambia” e snocciolare idee e proposte, che avessero basi di concretezza (e disponibilità dei fondi necessari). Poteva tralasciare di ripetere che il Ponte è “una sciagura”, guardando allo sviluppo del territorio e alle infrastrutture che – senza il Ponte – difficilmente saranno realizzate. Invece ha giocato “a perdere”, ma probabilmente nessuno glielo ha fatto notare.

L’ex presidente dell’Inps ha perduto un’opportunità grande quanto una casa e quando gli ricapita? Certo, le urne si aprono stamattina e tutto può ancora succedere (in politica è quasi normale, ricordatevi cosa è successo per il Comune di Catanzaro con l’inaspettato successo di Fiorita…) ma è evidente che Tridico ha giocato male, malissimo, la sua partita: un bel programma di buone intenzioni (e poca concretezza) non è sufficiente a smuovere l’elettorato silente, quello che volontariamente diserta le urne perché stanco, avvilito, a volte disgustato da una politica fatta di nulla ricoperto di niente.

Quella fascia di elettorato che il centrosinistra unito (?) avrebbe potuto-dovuto intercettare non con la promessa di un improbabile reddito di dignità da 500 euro al mese, ma con un serio e articolato progetto di crescita e sviluppo del territorio. Così Tridico s’è trovato a recitare la parte del pifferaio magico, senza sapere che i “topi” se n’erano già andati via da soli, sconfortati e delusi dall’impolitica, e scoprendo tardi che non c’erano nemmeno “bambini” da irretire per punire il borgomastro cattivo. Scusate la metafora, ma ci sta tutta: Tridico doveva attuare una campagna di comunicazione fatta non di deboli promesse (tipiche di chiunque si candidi per qualsiasi ruolo, in politica) ma di programmi – davvero realizzabili – non da libro dei sogni.

La Calabria è una terra difficile da governare, lo sanno i 18 presidenti e i due vice facenti funzione che hanno segnato 55 anni di regionalismo. Qualcuno dirà “ma erano altri tempi” e, in parte è vero, ma oggi esistono condizioni forse più favorevoli per capovolgere la narrazione di una Calabria che va a pietire aiuti e sussidi al Governo centrale.

Certo bisogna battere i pugni, ma soprattutto avere la capacità di saperli battere: i calabresi non sono mai stato un popolo rassegnato, sfiduciato e avvilito sì. Eppure dal Nord, che insiste per bocca di Calderoli sull’autonomia differenziata (senza possibilità di successo), vengono chiare e non equivoche indicazioni che la vera locomotiva del Paese è il Mezzogiorno. Ma per farla camminare serve un vero Piano per il Sud che preveda delocalizzazioni di aziende della parte ricca del Paese, che offra e garantisca incentivazioni per il South smart working, che preveda la defiscalizzazione dei contributi dei nuovi assunti al Sud. E ci sia una grande impegno di investimento per la formazione, con la massima attenzione alla scuola, sempre più fanalino di coda degli impegni di tutti i governi.

Occhiuto s’è lanciato anche lui in promesse in parte difficilmente realizzabili, ma può vantare il vantaggio di avere già governato (bene o male ce lo diranno i voti che prenderà).

Le polemiche a risultato definitivo non finiranno, ma sarebbe bello immaginare un impegno trasversale di tutti (maggioranza e opposizione) per il futuro dei nostri ragazzi.

E, naturalmente, andiamo tutti a votare. (s)

Regionali: Sanità, Inclusione e Sviluppo
I nodi di un’elezione molto complessa

di SANTO STRATI –  Inclusione e sviluppo sono il vero nodo delle prossime elezioni regionali. Se si dà per scontata la priorità assoluta rappresentata dalla disastratissima Sanità calabrese, su questi due temi si vanno a confrontare i due candidati Occhiuto e Tridico (forse ce ne sarà un terzo, Francesco Toscano per Democrazia Sovrana e Popolare, se raccolgono le firme necessarie per la presentazione delle liste). Il confronto non appare scontato viste le ben chiare posizioni, ma riguarda essenzialmente la scelta di strategia che sarà adottata.

Un manifesto di intellettuali indica in Pasquale Tridico la svolta necessaria di cui la Calabria ha estremamente bisogno, e non c’è da eccepire sulle qualità accademiche e le capacità di serio economista (oltre al fatto di essere una persona perbene), però la sua candidatura, spinosa per molti versi per Occhiuto e tutto il centrodestra, mostra alcune debolezze, su cui il tempo ristretto gioca sicuramente a sfavore.

Tridico è il padre del reddito di cittadinanza e punta sull’inclusione sociale per raccogliere consensi: l’idea di un “reddito di dignità” è ammirevole sotto tutti i punti di vista e alle critiche del centrodestra che mancano le risorse finanziarie necessarie, il professore originario di Scala Coeli (CS) replica che si possono reperire facendo una “raccolta indifferenziata” tra i vari fondi europei che prevedono misure per l’inclusione sociale. Anche il Pnrr, di cui la Calabria ha, allo stato, impegnato poco più del 10% delle risorse a essa destinate, prevede misure finalizzate a contrastare la povertà.

Non abbiamo dubbi sulle affermazioni di Tridico sul reperimento dei fondi (300/500 milioni l’anno) che non possono essere individuati nel bilancio regionale (nel 2023 il consigliere PD Raffaele Mammoliti propose qualcosa un assegno regionale contro la povertà, ma il progetto venne bocciato dall’aula), ma il problema non sono solo i soldi. È l’idea di un ritorno all’assistenzialismo che non genera nuova occupazione e non spinge a cercare il lavoro: i guasti dell’anche benemerito reddito di cittadinanza (che ha risolto problemi a tantissime famiglie fragili e incapienti) sono sotto gli occhi di tutti. Una buona idea che, al di là del penoso e fallace slogan pentastellato lanciato dalla finestra di Palazzo Chigi “abbiamo abolito la povertà”, si è rivelata una pacchia per i soliti furbetti del Paese (pare che qualche mussulmano abbia ricevuto l’assegno moltiplicato per il numero delle tre-quattro mogli – legittimamente – a carico). Con il risultato che tantissimi giovani e moltissimi disoccupati hanno – soprattutto al Sud – rifiutato il lavoro (magari facendolo poi in nero) perché era più comodo il RdC che consentiva di continuare a restare in ozio (pagato). Dall’altra parte, non si può non riconoscere che, accanto alle storture e agli abusi perpetrati, in realtà il RdC ha dato respiro a molte famiglie realmente in povertà.

E a proposito di povertà in Calabria i numeri sono contraddittori: secondo l’Istat ci sono 70mila poveri assoluti, secondo altre stime il numero va decuplicato. In ogni caso la lotta alla povertà con l’obiettivo di ridare dignità (e lavoro) alle persone senza sussidi, è certamente un traguardo degno di un Paese civile.

Ma l’inclusione sociale su cui punta Tridico può prevalere su un’idea di sviluppo senza la quale non ci potrà essere riscatto sociale? Tridico non è certamente contro lo sviluppo, ma se, nel programma, dovesse essere costretto a far proprie le posizioni oltranziste e abitualmente schierato sul No a tutto (il famoso “vaffa” che si è rivelato una beffa per gli elettori che ci hanno creduto) il suo consenso popolare sarebbe destinato a una decisa sforbiciata. Uno su tutte il Ponte sullo Stretto su cui – per sola ideologia e nulla di più – Pd, Cinquestelle e tutta la sinistra continuano, ostinatamente, a mostrare opposizione, e che invece è un ineccepibile e indiscutibile volano di sviluppo non solo per i territori della Calabria e della Sicilia, ma di tutto il Mezzogiorno e dell’intero Paese. Può permettersi la Calabria, a fronte di un progetto divenuto legge dello Stato – a giorni la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – un Presidente che, contrario al Ponte, dovrà vigilare ed essere attivo su tutte le opere compensative e di complemento che servono a preparare la realizzazione dell’Opera? Come si potrà conciliare una posizione intransigente su una mega infrastruttura che lo Stato ha deciso di realizzare, con voto democratico del Parlamento, con l’idea di sviluppo che il Ponte stesso porta in dote?

È un bel problema e, probabilmente, il prof. Tridico si è già chiesto quale potrebbe essere la soluzione migliore. E qui ci permettiamo un suggerimento: non sia l’inclusione sociale il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, perché, sì, raccoglie facilmente il consenso popolare, ma non soddisfa le reali esigenze della regione, che ha bisogno di crescita e sviluppo, mediante anche un corposo piano infrastrutturale. Ma punti sullo sviluppo (da cui ovviamente deriva implicitamente l’impegno per l’inclusione) indicando priorità e le idee che possano offrire un salto di qualità all’immobilismo cronico che caratterizza la Calabria.

D’altro canto, il Presidente uscente Roberto Occhiuto punta tutto sullo sviluppo della regione, per convincere gli elettori a riconfermargli la fiducia, ma non dovrà trascurare il problema povertà e inclusione sociale che affligge troppe famiglie con conseguenze nefaste per le nuove generazioni. Il rischio è di vedere crescere in povertà un quarto della popolazione calabrese, soprattutto quella che vive nelle aree più depresse (quasi tutte…) e quindi abituarsi all’idea di un 25% di giovani dannatamente poveri e deprivati di qualunque prospettiva di benessere. Non ce lo possiamo permettere e non intervenire a favore di chi ha bisogno (bambini denutriti, anziani privi di cure, famiglie con disabili che vivono di aiuti occasionali) è una vergogna per un Paese civile e, soprattutto, per una regione che ha nel proprio dna i valori dell’accoglienza e della solidarietà.

In buona sostanza, non ci può essere sviluppo senza inclusione sociale, ma quest’ultima non può guidare (o, peggio, condizionare) il percorso di crescita dei territori. Dare l’assegno sociale a chi ne ha diritto (e davvero bisogno) è un impegno che entrambi gli schieramenti –possibilmente in modo trasversale, al di là di chi vince e chi perde in questa competizione elettorale – devono obbligarsi a rispettare. Poi, le modalità di utilizzo (c’è chi giocava alle slot machine con il RdC…) vanno studiate perché il sussidio sia davvero tale. Ma allo stesso tempo si rifugga dall’idea di un nuovo provvedimento di assistenzialismo: la Calabria e tutto il Mezzogiorno non vogliono aiuti sostitutivi, ma opportunità di impiego con stipendi dignitosi e, perché no?, formazione. In Sicilia hanno già formato e preparato giovani tecnici, manovali, carpentieri, etc per i lavori del Ponte: in Calabria non risulta alcuna iniziativa del genere.

Per chiudere, torniamo al punto cruciale, la sanità. Se non si azzera il debito (azzerare, non cancellare: sarebbe ingiusto nei confronti di chi legittimamente deve essere ancora pagato) non si va da nessuna parte. Occhiuto, avventatamente, alcuni mesi fa annunciava “a giorni” la fine del Commissariamento: siamo a fine agosto e sappiamo com’è andata a finire. Il problema è che sono tanti gli interventi necessari (si legga l’accurato Manifesto di Comunità Competente), ma se i fondi sono utilizzati a pagare le rate del rientro del debito, restano poche risorse da investire. Su questo, principalmente, si gioca la roulette del 5-6 ottobre. (s)

Regionali: la sinistra ha il candidato ideale:
Pasquale Tridico, oggi europarlamentare
Ma fatica a trovare l’accordo tra le sue varie anime divisive

di SANTO STRATI – Il candidato ideale per le prossime elezioni regionali la sinistra, con le sue tante anime divisive, ce l’ha: Pasquale Tridico, già presidente dell’INPS, nonché inventore del reddito di cittadinanza, economista di indiscutibili valore e capacità, ma non trova l’intesa che sancisce la necessaria e intelligente unità che dia corpo alla coalizione. Ieri a Lamezia c’è stato un incontro fiume del PD per individuare il candidato da contrapporre al governatore uscente, ma il comunicato emesso a fine lavori è un capolavoro d’inconcludenza che nemmeno i dorotei d’antan sarebbero riusciti a concepire. La conferma che vuol continuare nel ruolo del perdente di successo.

Roberto Occhiuto, se non lo stoppa alla vigilia delle elezioni l’inchiesta multipla della Magistratura, stravince, perché la coalizione di centro destra ha deciso, unanimemente (ma non senza qualche mugugno), di far convergere le proprie forze su di lui. La mossa delle dimissioni e della contestuale ricandidatura è stata politicamente azzeccata, ma ha rivelato diverse criticità,  perché è sembrata prima di tutto una sfida ai giudici che indagano, con tutti i rischi che la cosa comporta. Anziché tenere un profilo basso, Roberto Occhiuto ha, a modo suo, aperto un fronte di guerra contro la magistratura, e le sue continue rassicurazioni a piena voce sulla “certissima” archiviazione della sua posizione di indagato appaiono quasi “suggerimenti” inappropriati. Sarebbe stato più giudizioso un profilo basso con conseguente assenza di dichiarazioni, ma così non è stato. E la competizione pressoché vincente lanciata a una sinistra impreparata e continuamente lacerata in Calabria, si è trasformata in una pericolosa sfida alla magistratura con conseguenze imprevedibili,

Cosa succederà se l’inchiesta dovesse incarognirsi in queste poche settimane che ci separano dal voto? Nelle segrete stanze i Fratelli di Giorgia – si sussurra – hanno pronto un piano B perché non hanno mai nascosto di voler conquistare la Cittadella, nel caso Occhiuto fosse costretto a ritirarsi. Ma la sinistra potrebbe cogliere un’occasione d’oro per tentare una vittoria, a oggi, decisamente molto improbabile. Saranno settimane di campagna elettorale spietata, senza esclusione di colpi, ma mentre Occhiuto ha alle spalle molti buoni risultati di quattro anni di governo (pur con altrettanti flop che i calabresi non hanno gradito) la sinistra litiga sui nomi e glissa su un programma che i suoi elettori amerebbero valutare. Ma questa è storia della Calabria. (s)

Occhiuto conferma le dimissioni
e lancia le elezioni: si voterà a ottobre?
«Non potevo tollerare mesi di immobilità»

Agli Stati generali del Sud di Forza Italia in corso a Catona (Reggio Calabria) con la regia del deputato azzurro Francesco Cannizzaro, tiene la scena da protagonista il presidente Roberto Occhiuto. Dimissionario e candidato, «attuale e futuro presidente» lo presenta Cannizzaro, e lo sostiene il ministro degli Esteri Antonio Tajani, giunto a Reggio con grandi esponenti forzisti (praticamente tutto lo stato maggiore). Occhiuto ha confermato che ufficializzerà le dimissioni la prossima settimana: entro 10 giorni il presidente del Consiglio regionale dovrà convocare l’assemblea per decretarne lo scioglimento. Si voterà a ottobre e Tajani annuncia che la rielezione di Occhiuto sarà il trampolino di lancio per le elezioni politiche del 2027.

Occhiuto ha spiegato che i tempi della giustizia non sono quelli della politica: la Regione è ingessata, ogni attività è praticamente immobile: «Non potevo aspettare dicembre per la conclusione delle indagini e l’auspicata archiviazione delle accuse contro di me».

INDAGINI, IL LOGORAMENTO DI OCCHIUTO
IL PRESIDENTE ASPETTA L’ARCHIVIAZIONE

di SANTO STRATI – L’immagine del Presidente Occhiuto, rilanciata su Instagram, sorridente e rilassato, dopo l’interrogatorio richiesto e ottenuto dalla Procura sulle accuse di corruzione, non basta a nascondere i tanti affanni del Governatore. Travolto da una burrasca giudiziaria che – ci auguriamo e gli auguriamo – si risolverà in una bolla di sapone, Occhiuto in poche settimane ha perso tanti punti in reputazione (e sicuramente in serenità) a cui si affianca un lento e inarrestabile logoramento, che – decisamente – non merita.

Provate a chiedere in Calabria (ma anche negli ambienti che contano a Roma) un’opinione su Occhiuto Presidente e la risposta sarà pressoché unanime: uno dei migliori presidenti in 55 anni di regioni, “però…”. Ecco l’insidia del sospetto che si manifesta nella sua diabolica interezza in quel maledetto “però…”. Ovvero anche tra i suoi più sfegatati fans qualche turbamento emerge, pur nella netta convinzione dell’assoluta estraneità del Governatore in questo ulteriore pasticciaccio giudiziario che non solo turberebbe la tranquillità anche a un rinoceronte, ma ha provocato una spaventosa crisi di immagine per tutta la Calabria.

Premesso che ribadiamo la nostra personale stima a Occhiuto, più volte espressa su queste pagine, non possiamo non sottolineare alcuni “mostruosi” errori di comunicazione che, al contrario delle aspettative, si sono rivelati un boomerang negativo per il Governatore. Ma c’è qualcuno che consiglia mediaticamente il Presidente Occhiuto o fa – sbagliando – tutto da solo?

L’avviso di garanzia – sia ben chiaro – non è nessuna conferma di colpevolezza o, addirittura, una presumibile scontata condanna, bensì una comunicazione che la Giustizia sta indagando su di te. C’è una grande differenza tra indagato e accusato (in quest’ultimo caso lo si diventa in caso di rinvio a giudizio), ma ormai è invalsa l’abitudine, dai tempi di Tangentopoli (1992) di trasformare mediaticamente in “condanna” qualsiasi apertura di indagine. La mossa di Occhiuto di annunciare sui social l’apertura di un’indagine (per corruzione) sul suo conto non è servita ad attenuare la bomba mediatica che sarebbe comunque esplosa. Anzi, le due successive mosse, l’apparizione televisiva da Porro e una francamente deleteria conferenza stampa in Regione, hanno accentuato la pratica del sospetto. Si è rivelata una excusatio non petita che, come dicevano i latini, spesso diventa una accusatio manifesta. In buona sostanza, pare evidente che la difesa via social e attraverso i media non ha fatto che ampliare la portata dell’indagine accusatoria.

Certo, data la delicatezza del tema e la gravità delle accuse, sarebbe stato utile una maggiore previdenza mediatica da parte della Procura catanzarese: un’indagine sottotraccia, in attesa di riscontri obiettivi e prove inconfutabili, ma siamo abituati in Italia alla fuga di notizie e ai processi mediatici anticipati che portano a confondere e allarmare l’opinione pubblica. Quindi, Occhiuto ha pensato di anticipare i giornali a cui qualche gola profonda avrebbe rivelato l’apertura delle indagini, ma doveva fermarsi lì. Il processo mediatico (via tv e social, sostenuto poi da una certa stampa sempre meno credibile e autorevole) crea due opposte fazioni di innocentisti e colpevolisti, prim’ancora che siano formalizzate (e documentate) le accuse, con un risultato certo: l’indagato – in quanto tale – “qualcosa di certo ha fatto…”, immagina il popolino e nessuna sentenza (che purtroppo arriverà dopo anni di gogna mediatica e di vite e carriere politiche spesso distrutte) rimetterà le cose a posto. La “macchia”, ovvero il sospetto, resterà indelebile. In questo modo si rovina non solo la vita ma anche la reputazione del politico di turno.

E non mancano i sospetti della solita macchinazione politica volta a distruggere l’avversario (o l’”amico”) politico. La lentezza della giustizia nel nostro Paese non fa che accelerare il processo di un logoramento, spesso inarrestabile, che porta all’inevitabile disfatta del malcapitato di turno. Basta guardare indietro negli anni (l’ultimo clamore viene dalla sentenza su Rimborsopoli, con le assoluzioni “perché il fatto non sussiste” arrivate dopo anni di infamanti e infondate accuse) per osservare quante volte la Giustizia ha troncato promettenti o già avviate carriere politiche, per poi scoprire – molti anni dopo – l’insussistenza del benché minimo indizio, di una prova inoppugnabile del reato.

Con il sistema giudiziario italiano si è arrivati all’assurdità che è l’imputato che deve dimostrare la propria innocenza, quando invece dovrebbe essere la pubblica accusa a dimostrare la presunta colpevolezza (poi tocca ai giudici in giudizio stabilire la concretezza delle prove): in questo modo, soprattutto, nel mondo politico, tutti gli amministratori pubblici sono in costante “libertà vigilata” e sanno che dovranno dimostrare, in caso di accuse, la propria innocenza, anche e soprattutto in assenza di riscontri precisi di aver commesso illeciti.

Basta scorrere i precedenti delle assoluzioni  in Calabria, dopo anni di ludibrio politico: il presidente Mario Oliverio (a cui è stato addirittura impedito di andare alla Cittadella a esercitare le sue funzioni, in quanto costretto alla dimora obbligata nella sua casa a San Giovanni in Fiore) poi assolto senza alcuna scusa, o l’ex senatore Marco Siclari (“il fatto non sussiste”), assolto da infamanti e strampalate accuse, “bruciato” politicamente (era il più giovane senatore d’Italia) dopo l’ovvia gogna mediatica che non ammette errori giudiziari, e tanti altri ancora, vilipesi, feriti nell’orgoglio, distrutti fisicamente e politicamente da una giustizia “non giusta” perché troppo lenta a condannare o assolvere. Chiamiamole cantonate giudiziarie (anche i magistrati sbagliano, ci mancherebbe), ma non sono più tollerabili, ormai, i i tempi di ripristino della verità cui costringe un’inchiesta giudiziaria.

Occhiuto all’uscita dell’interrogatorio (da lui richiesto e concesso dalla procura) ha detto di confidare in una celere archiviazione: «mi sento sollevato perché penso di aver chiarito ogni cosa». Ma non ignora, il Presidente, che il logoramento a cui ogni giorno è sottoposto – con continui – pur se surreali – collegamenti alla sua persona in indagini che continuamente si allargano e distillano, goccia dopo goccia, ipotesi di reato a 360 gradi in Cittadella e dintorni, finirà per distruggerlo politicamente. La sua rielezione, data per scontata fino a pochi mesi fa, ha subìto non un semplice scricchiolio, ma un vero e proprio terremoto. Il timore è che un eventuale rinvio a giudizio (pur in assenza di elementi concreti) darà il colpo finale a un faticosissimo impegno (sapete quante ore lavora il Governatore?) che avrebbe diritto di vedere risultati e non accuse prive di fondamento.

Se prevale la logica del sospetto… Occhiuto nel tritacarne mediatico

di SANTO STRATI –Non sappiamo quali saranno i riscontri dell’apparizione televisiva del Presidente Occhiuto a Quarta Repubblica, ma  permetteteci, con franchezza, di manifestare una vistosa riserva. Quella che doveva essere un’autodifesa “pubblica” rischia di diventare un autogol, alimentando – ahimè – la logica e perversa cultura del sospetto. In Calabria, e non solo, la frase più generosa che si coglie in giro è “qualcosa c’è sotto”, e già questo alimenta il circo mediatico dell’odio politico e dell’invidia sociale: nel tritacarne c’è finito Roberto Occhiuto e non per la sua instancabile (e davvero logorante) attività politica in favore della Calabria (e su questo crediamo non ci siano riserve a concordare su un impegno ai limiti, considerando anche i postumi di una difficile operazione al cuore), ma su un’indagine “vecchia”, guarda caso rispolverata dal quotidiano Il Domani il giorno dopo il suo annuncio della volontà di ricandidarsi.  Non sta a noi giudicare eventuali ipotesi di reato, ma concordiamo col Presidente che azioni giudiziarie “preventive” (ma a scoppio ritardato) di questo genere contribuiscono solo a demolire la già malconcia reputazione della Calabria. Ben vengano le indagini e si perseguano i reati, ci mancherebbe altro, ma alla magistratura, sommessamente, bisognerebbe chiedere di non dimenticarsi di applicare un po’ di buonsenso. Facile distruggere politicamente chiunque, pressoché impossibile riparare ex-post ai guasti provocati, ove risulti la magica formula “il fatto non sussiste”. Peccato che, quando arriva, troppo tempo è passato, troppe reputazioni (colpevolmente) smantellate, troppi destini cambiati e, qualche volta, vite distrutte. Finisca il cerchio mediatico del sospetto, non se lo merita l’Occhiuto di turno, né tantomeno i calabresi. (s)

OCCHIUTO IN TV, C’È RISCHIO DI AUTOGOL
QUANDO IL PROCESSO SI FA SOLO SUI MEDIA

di FRANCESCO RAO – C’è una strana regola non scritta, radicata nei comportamenti collettivi, che trasforma l’opinione pubblica in un’aula di tribunale parallela. Un atteggiamento, spesso amplificato dai media, che spinge intere comunità ad assaporare un senso di appagamento istintivo, giustizialista, quasi catartico: l’individuazione del colpevole prima e la sua condanna morale poi.

È un rito antico quanto il mondo, aggiornato alla velocità dei social attraverso i like e dei titoli della stampa urlati ai quattro venti. Ma quanto è legittimo, dal punto di vista giuridico e sociologico, il giudizio mediatico che si abbatte su una persona prima ancora che la giustizia faccia il suo corso?

La storia è piena di esempi. Il caso più emblematico – e tragico – è quello della crocifissione di Cristo: una condanna popolare, accelerata, emotiva, alimentata dal bisogno di placare l’ira di un popolo più che dalla ricerca della verità. Quella stessa logica – una forma primitiva di panoptismo emotivo, per usare un’espressione cara alla sociologia della comunicazione – torna ogni volta che una figura pubblica è colpita da un avviso di garanzia.

Tutto ciò è già accaduto in Calabria ed ha riguardato altri Presidenti di Regione.

La notizia dell’indagine che ha coinvolto il Presidente della Regione, on. Roberto Occhiuto, ha innescato – come prevedibile – una corsa alla semplificazione. Ma la Costituzione italiana, frutto della visione lungimirante dei padri costituenti, non ammette la gogna mediatica come strumento di giustizia. La colpevolezza, ricordo a me stesso, in uno Stato di diritto, è sancita solo da una sentenza definitiva, in terzo grado, passata in giudicato. Sino ad allora, la presunzione di non colpevolezza è un diritto personale intoccabile.

Ed è proprio qui che entra in gioco la sociologia del diritto. Come sottolineava Niklas Luhmann, il diritto è un sistema autonomo che funziona secondo proprie logiche, distinte da quelle dell’opinione pubblica o dei media. Il diritto non è “giustizia emozionale”, ma struttura razionale volta a garantire la coesione sociale attraverso la previsione astratta e generale delle norme. Una garanzia per tutti, anche – e soprattutto – per coloro che rivestono ruoli pubblici. L’avviso di garanzia non è una condanna: è uno strumento di tutela dell’indagato, che ha il diritto di conoscere le contestazioni a suo carico e difendersi.

Tuttavia, la sociologia della comunicazione ci ricorda che il diritto rischia di essere sovrastato dal “tribunale dell’opinione pubblica”, alimentato dai media, dai social network, dalla logica del tempo reale. La velocità con cui una notizia si diffonde, unita al bisogno collettivo di una narrazione forte, spesso costruisce storie a tesi: il potente sotto accusa diventa, in automatico, il simbolo del “male da estirpare”.

È il fascino eterno – e pericoloso – della tragedia greca. In essa, il destino dell’eroe non si gioca nei tribunali, ma nella piazza, tra passioni e premonizioni. Così oggi, nell’Italia mediterranea, si assiste a una trasfigurazione moderna di quell’antica ritualità: il sospetto diventa colpa, l’avviso di garanzia diventa sentenza, e il dibattito pubblico diventa dramma collettivo.

Ma le istituzioni devono restare salde. E chi, come il Presidente Occhiuto, ha scelto di esporsi pubblicamente – come ha fatto durante la trasmissione condotta da Nicola Porro – dichiarando la piena disponibilità a chiarire la propria posizione e a continuare il proprio lavoro per la Calabria, merita, oggi più che mai, di essere giudicato con gli strumenti della democrazia, non della vendetta sociale.

La sfida, per tutti, è restituire alla giustizia il suo tempo, al diritto il suo linguaggio e alla comunicazione il suo dovere: informare senza infiammare, educare senza erigere forche mediatiche. Solo così, potremo davvero parlare di uno Stato civile e di una società matura.

[Francesco Rao è docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma]

OCCHIUTO, SANITÀ IRRISOLTA IN REGIONE
OPPOSIZIONE FIACCA E NUOVI GATTOPARDI

di SANTO GIOFFRÈ  – Al punto nefasto in cui è stata buttata la Calabria, dove il tragicomico è il tratto dominante dell’andazzo, è da pidocchiosi tacere. Partiamo da Occhiuto e dalla sua maggioranza che da 6 anni governa la Calabria. L’ultimo trionfo attraverso cui il Governatore è giunto in quel posto, più che merito suo, è stato per l’inconsistenza di chi diceva di essere, sempre, altro diviso in tre: un coacervo di niente, allegrotti partenopei in weekend nel blu mare calabro, dispersi nel deserto. Una passeggiata per Occhiuto che, da subito, individua nella sanità il facile strumento del buon e redditizio governo del consenso. Chiede e ottiene poteri assoluti, in quel campo, da Draghi, il peggiore governante di tutti perché cinico e bancario. Solo che Occhiuto, quando va a mescere dentro il ritenuto ricco carniere della Sanità calabra, non solo perde il cucchiaio ma ci rimette, pure, il braccio. In Calabria, l’assistenza sanitaria, come servizio da fornire alla gran parte dei Calabresi, non esiste più (Rapporto Gimbe, The Lancet, tele Meloni…).

Nella fornitura dei servizi ai cittadini, però! In altri compartimenti dello stesso settore, il grasso cola ancora. Eccome se cola! Tanto che viene istituita l’Azienda Zero, per regimentare e governate questo grasso, mentre l’osso rimane alle Asp e, contemporaneamente, per accompagnare al meglio le azioni del governo, l’idea e la messa in orbita di un apparato mediatico di diffusione della notizia tale da far apparire i tramonti come radiose Aurore, così care a Eos dalle mani colorate. Tenendo conto che non ci sono più medici, in Calabria, e che non ce ne saranno mai più, a causa dei disastri causati dal Piano di Rientro, mai voluto risolvere, unico caso in Italia, perché risolverlo avrebbe comportato la fine dei ventennali, tranquilli saccheggi di danaro pubblico, stimo io, di ben 3 miliari dal 2000 fin ora, da parte di un protetto sistema criminale che delle dinamiche di quel Piano ne gestisce e controlla le fasi ed ne esercita il dominio assoluto, qualche conto incomincia a non tornare.

D’altronde, fin dal 2009, il Governo, con complicità in loco, ci tratta non come persone, ma alla stregua di numeri. Occhiuto, allora, inizia una serie di manovre di contenimento. La prima, intuendo l’imminente collasso del sistema, che lo esporrebbe a gravi rischi, visto il ruolo preteso e ottenuto, fa arrivare ben 343 medici dalla Repubblica Comunista di Cuba, validissimi Professionisti, lui anti-comunista da sempre, da usare come tampone nelle postazioni più sensibili: PS, emergenza/urgenza a tempo determinato e, cioè, fino alla fine del suo mandato, calmierando, così e momentaneamente, le cose. La seconda cosa, dicevo, è l’Azienda Zero; la terza, la messa in opera di una poderosa campagna, da parte delle Asp, di transazioni, principalmente con BFF, con finalità di pagare i debiti della sanità, senza, però, fare una ricostruzione rigorosa della storia delle fatture, col rischio che il debito, attraverso titoli di riconoscimento del credito, conservati in casseforti o in tasche sicure, possa ripresentarsi negli anni che verranno.

In questa operazione, è stato aiutato dal Governo con una strana legge di contabilità unica in Europa. Dire che su queste cose c’è un’inchiesta della Procura di Milano, in atto, non m’interessa proprio, perché io parlo di politica. Forse, visto il suo prestigio, al suo governo, invece delle favole, avrebbe potuto suggerire, conoscendo lo stato dell’arte e dell’abisso in cui sono precipitati i parametri vitali della Regione, di fare 2+2. Dopo aver dato ben 15 miliardi per un’opera devastante e inutile, il Ponte sullo Stretto, di ritornarci altrettanti miliardi, a noi sottratti tra ruberie e trasferimenti di risorse al Nord per curarci, al fine di poter reperire medici, invogliandoli a venire in Calabria. Parlo, per capirci, delle materie non LEP, quelle che il Nord userà per abbuffarsi di servizi e oltre, con i nostri soldi e che Occhiuto, da vice-presidente di FI, gli ha concesso, mentre ai calabri vendeva la storiella dell’essere il tosto, feroce oppositore di ciò che lui stesso ha concesso al Nord, votando, con cognizione e volontà, la legge sull’Autonomia Differenziata.

Ma non solo… Ad ogni disastro sanitario che accade in Calabria, la potente macchina mediatica, con abilità che va riconosciuta, racconta altro: di aeroporti pieni (e ferrovie abbandonate), di strade favolose, di spettacoli strepitosi di fine anno, di fiere roboanti dove l’agricoltura calabrese, si e no, compete, quasi con i ranchero texani per, poi, ritrovarla in pieno medioevo, di rigassificatori e bombe ecologiche a iosa, di finanziamenti per ogni dove, soprattutto ai consoni, di una Film Commission che tutto fa, meno che promuovere la filmografia paesaggistica calabra, come da statuto.

Solo che, però, la narrazione, di colpo, si è rotta: la gente incomincia a morire per mancanza di medici, posti letto, divisioni ospedaliere, autoambulanze, strade. Certo, bisogna pur dire che gran parte delle responsabilità sono dell’altra parte, la cosiddetta opposizione consiliare, partitica, sociale, che tace sempre, oltre qualche folkloristico, raro sussurro e grida e che ha sempre accompagnato l’agire di Occhiuto, dentro un silenzio ecclesiale.

Addirittura, arrivando a proporre leggi da lui, o dalla sua maggioranza, suggerite. Certo, qualcuno, come l’ottimo Antonio Lo Schiavo, ha cercato, in solitudine, di non essere inutile, portando avanti battaglie che tutti dovevano ed avevano l’obbligo di fare. Ora, all’avvicinarsi del formaggio, rivedo movimenti delle solite facce e faccendieri, piccoli Gattopardi, che pensano che non importa, tanto, perdere è bello. L’importante è che ci siano sempre loro ad auto-garantirsi per continuare a tradire il proprio mandato. Io, a costo di rimanere solo, con mizzicu, non starò zitto e sapete cosa vuol dire il mio non silenzio, per la miseria. (sg)

BAKER HUGHES RESTA IN CALABRIA: 26 MLN
STANZIATI PER LO STABILIMENTO DI VIBO

di SANTO STRATI – Quando tutto sembrava perduto dopo l’assurdo ricorso al Presidente della Repubblica contro l’investimento da 60 milioni della multinazionale Baker Hughes, ecco dal cilindro di Mandrake-Occhiuto il recupero. Non ha fatto illusionismi, però, il Presidente della Regione, né ipnotizzato i suoi interlocutori, ha semplicemente esercitato il suo fascino di ammaliatore di industriali e ha convinto Baker Hughes a non scappare dalla Calabria.

Non ci sarà l’investimento da 60 milioni a Corigliano-Rossano, ma la multinazionale investirà 26 milioni di euro per potenziare lo stabilimento di Vibo Valentia. Un respiro di sollievo per tutta la Calabria, affamata più che mai di investimenti importanti per la creazione di occupazione e nuovi posti di lavoro.

«La nostra mission – ha dichiarato il presidente Roberto Occhiuto – è costruire in Calabria un contesto istituzionale favorevole all’attrazione di investimenti. Sono molto contento che aziende di primaria importanza come Baker Hughes, così come altre, abbiano trovato nella nostra Regione la sede di importanti investimenti. Continueremo le interlocuzioni con Baker Hughes per tentare di recuperare anche il resto dei 60 milioni inizialmente annunciati e farli rimanere tutti nella nostra Regione».

Occhiuto aveva incontrato ieri mattina, presso la Cittadella di Catanzaro, il presidente di Baker Hughes-Nuovo Pignone, Paolo Noccioni.

Durante la riunione – alla quale hanno preso parte anche l’assessore allo Sviluppo economico, Rosario Varì, e il vice presidente dell’azienda Paolo Ruggeri – è stato affrontato il tema degli investimenti di Baker Hughes in Calabria.

La multinazionale aveva inizialmente previsto di investire 60 milioni di euro nella nostra Regione, ma nelle scorse settimane è tramontata – com’è noto – l’ipotesi che riguardava il porto di Corigliano-Rossano.

Grazie alle interlocuzioni tra la Regione e la multinazionale, Baker Hughes ha però annunciato ieri l’intenzione di confermare ed aumentare gli investimenti per Vibo Valentia: 26 milioni di euro dei 60 rimarranno, dunque, sul nostro territorio.

Il piano per lo stabilimento vibonese, recentemente rivisto dall’azienda alla luce degli eventi che hanno interessato gli sviluppi delle proprie attività nella regione, prevede per i prossimi tre anni un investimento davvero importante, per l’appunto 26 milioni di euro – maggiore del 50% di quello inizialmente stabilito -, che porterà all’espansione delle attività industriali nel sito.

In particolare, gli investimenti sono funzionali al potenziamento del ruolo di centro di eccellenza dello stabilimento di Vibo nel panorama della catena globale di fornitura di Baker Hughes e prevedono anche la costituzione di un Engineering Digital Hub, quindi anche attività di ricerca e sviluppo ingegneristico.

Il sito Baker Hughes di Vibo è da più di 60 anni un centro di eccellenza per la saldatura, per la progettazione e la costruzione di scambiatori ad aria per diverse applicazioni nel settore dell’energia, per l’assemblaggio di centraline e per la fabbricazione e lavorazione meccanica di grossi componenti di materiale pregiato che vengono utilizzati nella produzione di compressori e turbine a gas.

Anche l’assessore Varì ha espresso viva soddisfazione per l’impegno di Baker Hugues su Vibo: «Sono molto contento che Baker Hughes, anche grazie all’ottimo rapporto instauratosi con il governo regionale, continui ad investire in Calabria, sullo stabilimento di Vibo Valentia, a Porto Salvo, dove è insediata da 60 anni e dove ha creato un ottimo rapporto con la popolazione.

La decisione dell’azienda è importante non solo per le ricadute occupazionali rilevanti che un investimento da 26 milioni di euro determinerà, ma anche perché dette risorse, oltre che per accrescere la produttività e produzione, saranno impiegate in ricerca e sviluppo, un ambito che determina di per sé attrazione di nuovi investimenti e occupazione per i giovani laureati calabresi che vorranno lavorare sul territorio per una grande azienda».

La gestione dell’investimento originariamente previsto per il Porto di Corigliano-Rossano è stata a dir poco disastrosa e non è un’opinione: l’Amministrazione Stasi aveva fatto sfumare non solo l’impegno della multinazionale, ma ispirato il completo disimpegno nei confornti della regione Calabria.

Il Presidente Occhiuto non aveva però perso le speranze e ha cercato in tutti i modi di ricucire lo strappo e riannodare i fili di una complessa trattativa fatta naufragare in modo così banale e assurdo.

Il nuovo investimento, destinato a Vibo, non solo conferma l’intenzione della multinazionale di restare sul territorio, ma lascia persino il margine (è un’idea di Occhiuto) per far destinare la rimanente parte dei famosi 60 milioni iniziali (ci sono 34 milioni in ballo) sempre sul territorio calabrese.

Senza tirare per la giacchetta alcuno, ci permettiamo di segnalare la grande opportunità che è offerta da un diverso utilizzo dell’area del Porto di Saline. Un’area immensa dove peraltro sarebbe bello immaginare il trasferimento della Hitachi Rail nell’ex Officina Grandi Riparazioni delle FS: ci sono le condizioni per invetsire e valorizzare questo territorio. (s)

 

L’OPINIONE / Sergio Dragone: Nella guerra sull’autonomia, chi si schiererà Roberto Occhiuto?

di SERGIO DRAGONEE ora che è scoppiata la guerra tra i Governatori sull’autonomia, con chi si schiererà Roberto Occhiuto? La domanda sorge spontanea dopo le ultime mosse compiute dalle Regioni per contrastare (o sostenere, a seconda dei punti di vista) la legge Calderoli che trasferisce all’autonomia regionale importanti materie finora concorrenti con lo Stato. 

E mentre Sardegna, Toscana e Puglia, nelle ultime ore hanno formalizzato il ricorso alla Corte Costituzionale per ottenere la cancellazione, totale o parziale, della legge, il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che presenterà un controricorso. Si profilo dunque anche un conflitto molto acuto tra le Regioni.

Ho molto apprezzato, per la sua fierezza, il discorso della presidente della Sardegna, Alessandra Todde, che pure avrebbe potuto infischiarsene vista la “specialità” della sua Regione.

Riporto testualmente un passaggio della sua dichiarazione: «Sono orgogliosa che la Sardegna sia capofila in questa battaglia, in difesa di chi ha di meno e contro la volontà di questo governo di aumentare una disparità inaccettabile tra i territori. La Sardegna non può tollerare una legge che favorisce le Regioni più ricche, a discapito dell’equità e della solidarietà nazionale oltre che delle prerogative costituzionali che ci sono state riconosciute attraverso il nostro Statuto. Stiamo lottando per garantire che ogni sardo e ogni cittadino italiano siano trattati con la stessa dignità e avere le stesse opportunità, ed è nostro dovere opporci a scelte politiche che indeboliscono il nostro Paese, vorrebbero silenziare le Regioni più povere e metterci gli uni contro gli altri».

Un manifesto dell’unità nazionale, quello di Todde, che è difficile non condividere. E l’appartenenza politica della presidente sarda non c’entra nulla con l’alto valore, oserei dire “patriottico”, di un richiamo forte a tutti gli italiani.

Diventa ora interessante comprendere l’atteggiamento che vorrà assumere il Governatore calabrese che sembra sospeso tra la fedeltà al centrodestra e le forti preoccupazioni per gli effetti che potrà avere sulla martoriata Calabria una legge che è destinata ad aprire forti disparità soprattutto in materia di sanità e istruzione. Alle dichiarazioni pubbliche, molto critiche verso la Calderoli, non sono seguiti atti concreti in sede istituzionale. Anzi, abbiamo assistito ad una melina che tende a rinviare più che possibile ogni decisione, in attesa degli eventi e degli sviluppi.

Occhiuto capisce bene che se il referendum si terrà (e sarà difficile per la Consulta dire no ad un milione di firme) ci sarà uno tsunami in Calabria e dunque la sua leadership ne uscirebbe molto indebolita. Non vorremmo essere nei suoi panni. Anche perché un atteggiamento “neutrale” gli procurerebbe l’ostilità di entrambi gli schieramenti in campo e le sue pubbliche perplessità sulla legge apparirebbero solo posizioni strumentali. Si capirebbe di più una posizione favorevole all’autonomia che una tattica attendista. Si dice, giustamente, che se pretendi di piacere a tutti (o meglio non scontentare nessuno), finirai per non piacere a nessuno. E qui c’è in gioco non una semplice partita politica, ma il futuro di una terra che – se dovesse andare in porto questa legge iniqua – rischia la desertificazione entro un decennio. (sd)