L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, A SCUOLA
SI RIVELERÀ UN VERO E PROPRIO DISASTRO

di SERGIO DRAGONE – A subire in Calabria gli effetti devastanti dal progetto di autonomia differenziata sarebbe, più di altri, il sistema scolastico. Se passasse nell’attuale stesura il progetto Calderoli, la nostra regione non potrebbe, per via di una spesa storica molto elevata in materia di istruzione, chiedere ulteriori risorse e dovrebbe perfino pensare di ridurre quelle esistenti per adeguarsi alla media nazionale. All’orizzonte ci sarebbero tagli, accorpamenti ulteriori e inevitabili chiusure di istituti ritenuti poco “produttivi”. Un disastro, insomma.

Un freddo ragionamento tecnico porterà a dire che il sistema scolastico calabrese costa già troppo, ci sono troppe scuole e pochi alunni, ci sono troppi docenti e peraltro con anzianità di servizio che determina maggiori costi in fatto di stipendi. Mentre, ad esempio in Lombardia, con una spesa storica pro capite inferiore alla media nazionale e con una maggiore efficienza del sistema (un numero maggiore di studenti per classe, docenti più giovani e meno costosi) il sistema potrebbe essere ulteriormente potenziato con un allineamento delle risorse.

La comparazione sugli effetti che l’autonomia differenziata potrebbe avere in Calabria e Lombardia in materia di istruzione è contenuta nell’interessante tesi di laurea brillantemente discussa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza dal catanzarese Giuseppe Tallini, dal titolo “Autonomia differenziata: evoluzione normativa, implicazioni pratiche e focus sull’istruzione”, nell’ambito del corso di laurea in Gestione d’Azienda.

Si parte da un dato fondamentale, la spesa storica in materia di istruzione che in Calabria è di 949,07 euro per abitante, mentre in Lombardia è di 653,70 euro/abitante. Ecco come lo spiega Giuseppe Tallini.

“Potrebbe ravvisarsi quale primaria motivazione la diversa conformazione orografica dei due territori che, in Calabria, è tale per cui maggiore è la dispersione geografica degli abitanti residenti sul territorio. Riprendendo qualche concetto già espresso in precedenza, infatti, un già basso valore di densità della popolazione della Calabria, contro quello della Lombardia, più di tre volte alto rispetto a quest’ultima, promuove seppur non da solo la crescita della spesa storica; stante la necessità di garantire un adeguato accesso all’istruzione in una regione dove non sempre ampie distanze sono colmate da un servizio di trasporto adeguato, è necessario accrescere le scuole esistenti che, quindi, per quanto troppo numerose rispetto alla popolazione studentesca e, per tale motivo di minori dimensioni, comunque impatteranno sul fabbisogno finanziario della Regione in materia di istruzione.”

Nello studio si evidenzia che il numero medio di studenti per scuola è 999,48 in Lombardia, mentre in Calabria è di 708,41, più basso della media nazionale che è di 889,45. Il numero di studenti per classe è di 21 per la Lombardia, mentre in Calabria è di 17 a fronte di una media nazionale di 20. Sintomi di scarsa efficienza, dunque.

“Una considerazione che è possibile trarre dalle risultanze di cui sopra è che, avendo la Calabria un numero medio di studenti per scuola inferiore rispetto alla Lombardia, il cui KPI è maggiore alla media nazionale, per garantire alla popolazione studentesca calabrese l’accesso all’istruzione sarebbero sufficienti in Calabria un minor numero di scuole rispetto a quelle esistenti ove, però, venissero raggiunti maggiori livelli di efficienza che alla luce delle caratteristiche orografiche del territorio sarebbe possibile perseguire adottando misure quali, per esempio, accorpamenti e miglioramento del servizio di trasporto.

A conferma delle considerazioni alle quali si è giunti, conseguono in Calabria, dunque, rispetto alla Regione Lombardia, ma anche alla media nazionale italiana, un maggior numero di scuole con un esiguo numero di iscritti e, conseguentemente classi numerose nella quantità ma non nel numero di frequentanti, come dimostra anche il numero medio di classi per istituto che in Calabria è nettamente inferiore alla Lombardia e alla media nazionale. Tale frammentazione, laddove maggiore, implica necessariamente, sebbene con una minore incidenza, un aggravio di spese strutturali per la manutenzione e, non solo, di ciascun edificio e di costi strettamente correlati al personale scolastico, docente e non docente, necessario al funzionamento di ciascuna scuola, come accade per la Calabria. Se, dunque, preponderante è la spesa per il personale sul complessivo fabbisogno finanziario in materia di istruzione è evidente come, un “obbligata” numerosità delle strutture scolastiche, a cui corrisponde, prima di ogni altra cosa, un maggior fabbisogno di risorse umane, contribuisca ad una sostenuta spesa storica rispetto alla Lombardia.”

Un altro elemento che emerge dalla ricerca è l’impatto sugli stipendi del personale.

“Oltre quanto appena concluso, non può essere tralasciato un altro aspetto che impatta sulla spesa storica, ovvero l’età anagrafica dei docenti. A tal proposito giova attenzionare la situazione economica e sociale attuale che vede i giovani emigrare per ragioni professionali verso il nord e, i lavoratori più anziani a rimanere al sud; se, dunque, l’anzianità di servizio implica un maggior stipendio per i docenti è evidente come inevitabile sia, anche a parità di personale, una maggiore spesa per le regioni meridionali e, quindi, anche per la Calabria.”

Esiste anche un notevole divario dal punto di vista qualitativo e dei risultati in questa comparazione Calabria-Lombardia.

“Se, dal punto di vista quantitativo quindi, si rileva in Lombardia un minor fabbisogno necessario a finanziare la funzione istruzione, ovvero una minore spesa storica pro capite, dal punto di vista qualitativo una minore dotazione di risorse non preclude migliori risultati rispetto alla Calabria in cui, da una valutazione dei risultati scolastici perseguiti dagli studenti si è rilevata una minore qualità dell’istruzione. Il divario, se poco significativo, emerge nei primi anni di scuola e, dunque, nella scuola dell’infanzia, segue un trend crescente man mano che gli studenti avanzano nel grado e ordine di scuola, divenendo particolarmente significativo negli ultimi anni del percorso scolastico. Tra le motivazioni sottostanti, pertanto, rilevano senz’altro le diverse dotazioni strutturali delle scuole a beneficio degli studenti (in Calabria, per esempio, solo il 20% delle scuole ha in dotazione una mensa e, addirittura, solo il 17% una palestra) oltre che un contesto economico e sociale differente e fenomeni diffusi quali la dispersione scolastica e una minore offerta di attività extra scolastiche da parte delle istituzioni.”

E dunque cosa potrebbe accadere se l’impianto di Calderoli restasse immutato?

“Ritornando all’istruzione, a parità di età i ragazzi del sud sono di qualche anno indietro rispetto a quelli del nord, il che rappresenta una seria problematica nell’ambito di una stessa comunità nazionale; si pensi, a tal proposito, a cosa potrebbe accadere se ogni Regione potesse gestire autonomamente e, sulla base del proprio gettito, l’ordinamento scolastico e, più in generale, l’intero comparto. Ne conviene, dunque, un problema non solo economico e finanziario; sebbene le Regioni che ad oggi detengono nella spesa storica di alcune funzioni un trend maggiormente crescente rispetto ad altre, alla luce dell’autonomia differenziata potrebbero subire tagli nella dotazione di risorse tali da peggiorare ulteriormente la qualità e quantità dei servizi offerti, a scapito della popolazione in essa residente. La questione diviene, per tale ragione, anche e soprattutto sociale al punto da suscitare l’interesse della Chiesa che, fin dalla fine degli anni novanta sostiene un’idea di sviluppo che metta al centro le persone, le risorse e le peculiarità dei territori e non solo indicatori economici.”

L’analisi di Tallini arriva a giudicare “insostenibile” il progetto di autonomia differenziata nell’attuale stesura.

“Viene ritenuto insostenibile il progetto di autonomia differenziata attualmente proposto poiché nella sostanza distante da una crescita unitaria coerente con i principi di solidarietà, sussidiarietà e coesione sociale stante una serie di peculiarità che, piuttosto, promuovono l’individualismo e una crescita difforme; basti pensare alla volontà di procedere alla determinazione dei costi e fabbisogni standard che rendono impossibile la valorizzazione delle potenzialità di un territorio o, ancora, all’impossibilità di sovraccaricare il bilancio dello Stato di ulteriori costi e oneri che, implicitamente, rende impossibile il perseguimento dei livelli essenziali delle prestazione. A distanza di anni, quindi, dall’introduzione di una tale riforma sarebbe, dunque, opportuno pensare ad interventi che, prima di ogni cosa, possano colmare le differenze attualmente esistenti tra le regioni, tra nord e sud in particolare e, poi, coerentemente con quanto sancito dalla Costituzione della Repubblica italiana, riconoscere maggiori e ulteriori forme di autonomia alle Regioni. Se opportunamente applicato e gestito, infatti, tale progetto potrebbe rivelarsi un adeguato volano ad una maggiore crescita e sviluppo, uniformi, del paese tutto”. (sda)

NON SERVE MAPPARE LA SPESA STORICA
HA GIÀ LEVATO I 61,5 MLD DOVUTI AL SUD

di MASSIMO MASTRUZZO – L’ultima uscita di Calderoli ha dell’incredibile sia per quanto riguarda la “mappatura di come in passato sono state spese le risorse che lo Stato ha erogato” ovvero la spesa storica, sia per l’assurda dichiarazione riguardante il timore di finire assassinato. 

Su quest’ultima, se fosse vera, non è comprensibile come non sia stata presentata una denuncia o come questa, visto che a fare la dichiarazione di un potenziale reato è un ministro in carica, acquisita la notizia del possibile reato, il pubblico ministero non abbia incaricato la polizia giudiziaria di effettuare tutte le investigazioni necessarie per verificare la fondatezza del presunto crimine.

Se non fosse vera… ça va sans dire.

Per quanto riguarda la dichiarazione sul lavoro di mappatura per capire come in passato sono state spese le risorse che lo Stato ha erogato, territorio per territorio, un lavoro che secondo il ministro smentirà “la balla che al Sud arrivino meno soldi rispetto al Nord“, probabilmente Calderoli si è dimenticato, o fa finta di farlo, che la “mappa” è già stata fatta. 

Nel 2009, quando i leghisti andarono al governo con Berlusconi, fecero passare la legge, nota proprio come legge Calderoli, sul federalismo fiscale, convinti che il “Sud fannullone” derubasse il Nord, “Roma ladrona”, etc… Analizzando i dati si scoprì che non era così, anzi, le regioni del Nord, nella redistribuzione, ricevevano molti più soldi procapite.

Nello specifico fu Giorgetti a scoprirlo, che dal 2013 al 2018 fu presidente della commissione per il Federalismo Fiscale. Su sua richiesta, ricevette i dati sulla redistribuzione dei fondi dal ministero dell’Economia e alla fine insabbiò tutto (i dati fornitigli ufficialmente non risultano infatti agli atti).

Chiese anche di fare una seduta segreta come in antimafia, la cosa risulta dagli atti, dando come motivazione che: “i dati sarebbero potuti essere scioccanti“. E in effetti i dati erano scioccanti, aveva scoperto, analizzando la spesa storica, che ogni anno al Sud arrivano miliardi in meno per la spesa pubblica.

Si scoprì, ad esempio, che se vai in due comuni italiani che hanno lo stesso nome e lo stesso numero di abitanti, come ad esempio Reggio Emilia e Reggio Calabria, dato appunto che i Lep non ci sono, e i fabbisogni continuano ad essere stabiliti principalmente sulla base della spesa storica: “tanto avevi speso tanto ti do”, sembra di trovarti in due nazioni diverse, addirittura in epoche diverse.

A Reggio Emilia, che offre più servizi, viene riconosciuto un fabbisogno standard di 139 milioni; Reggio Calabria, che di servizi ne ha molti meno, 104 milioni: 35 milioni di euro in meno, pur avendo quasi 10 mila abitanti in più. Un neonato di Reggio Calabria ha diritto a 570 euro di spesa pubblica pro capite; Un neonato di Reggio Emilia a 700.

E questo accade ogni anno, con dati visibili dal 2009, perché prima avveniva senza avere contezza, anzi pensando che avvenisse esattamente il contrario, il che moltiplicato per ogni comune del sud porta, ripeto almeno dal 2009, ad una mancata assegnazione di circa 60 miliardi di euro ogni anno.

Ovvero, il Sud con una popolazione pari al 34,3% di quella nazionale, riceve il 28,3% della spesa pubblica complessiva, mentre il Centro-Nord con il 65,7% della popolazione italiana percepisce il 71,7% del totale di denaro pubblico. In altre parole, al Sud viene tolto il 6% di quello che secondo la Costituzione gli spetta, per essere elargito al Centro-Nord. Un 6% che equivale a 61,5 miliardi di euro illegittimamente sottratti ogni anno al Meridione.

Quindi, ministro Calderoli nell’esprimerle la mia solidarietà per le eventuali minacce ricevute e al contempo invitarla a presentare denuncia, le suggerisco di chiedere al suo collega di partito, Giancarlo Giorgetti, lumi in merito ai dati sulla redistribuzione dei fondi ricevuti dal ministero dell’Economia, e visto che si trova chieda anche chiarimenti sui motivi che lo indussero a farseli inviare “in modo riservato o facciamo una seduta segreta come avviene in commissione antimafia” . (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento Equità Territoriale]

AUTONOMIA E DISTRIBUZIONE DI RISORSE
VA UNIFORMATA LA SPESA PRO-CAPITE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Bisogna superare la spesa storica. Credo che l’esigenza che la distribuzione delle risorse avvenga sulla base di una equità sostanziale non può essere messa in dubbio se non con argomentazioni molto discutibili. Per essere più precisi il tema riguarda l’esigenza che in un Paese, che voglia restare unito, ogni cittadino abbia diritto, al di là delle sue capacità reddituali, di una quota di spesa pubblica complessivamente uguale.

Poi essa sarà distribuita in modo diverso perché coloro che hanno più bisogno avranno una quota maggiore di welfare, per cui alcuni avranno moltissimo ed altri, meno bisognosi, non avranno nulla, ma come principio generale ogni individuo, nella distribuzione complessiva della spesa pubblica dovrebbe avere una quota uguale.

Sarebbe invece assurdo il contrario, cioè che si destini di più alle aree più sviluppate e più ricche. Sembra impossibile ma è quello che da anni avviene in Italia.

La somma sottratta rispetto ad una teorica equidistribuzione, contestata nella cifra ma non nel principio, sarebbe se includiamo gli oneri pensionistici, visto che per anni sono state retributivi e non contributivi, e gli investimenti del settore pubblico allargato, molto contestati perché si afferma che le società relative sono quotate in borsa e quindi in parte proprietà di azionisti privati, sarebbe di oltre 60 miliardi.

In tale  somma non sono compresi quei 20 miliardi che ogni anno vengono regalati, in parte, al netto delle emigrazioni all’estero,  al nord del Paese,  con il processo migratorio dei  100.000, che formati abbandonano il Sud.

Né la somma che le singole Regioni versano a quelle del Nord per i servizi sanitari, che da queste ultime vengono forniti a cittadini meridionali, né la sottrazione di risorse che avviene per un patrimonio immobiliare che ogni anno perde di valore per l’effetto spopolamento e che invece provoca un aumento del valore di esso  nelle aree che incrementano la popolazione.

Non serve ripetere che la spesa pro-capite di ogni cittadino riguarda quello che viene destinato all’infrastrutturazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare, a tutti i servizi che fornisce lo Stato, compresi quello per la sicurezza, per la difesa, per il funzionamento della macchina pubblica.

In realtà vi è chi vorrebbe semplicemente superare la problematica posta statuendo costituzionalmente, con l’autonomia differenziata, che le risorse rimangano alle Regioni che le producono, modificando il soggetto, previsto dalla Costituzione, che è l’individuo e sostituendolo, per il calcolo, con la Regione, che avrebbe diritto a trattenere le risorse che vengono prodotte sul territorio, sottratte piccole compensazioni da versare alla Stato centrale per le realtà meno sviluppate.

Quindi l’esigenza delle regioni meridionali è di quelle legittime e l’indignazione, che sale dai Presidenti delle Regioni del Sud, opportuna rispetto a una distribuzione delle risorse per la sanità che non rispetta il principio dell’equidistribuzione.

Ma bisogna essere realisti: se Reggio Emilia ha 66 asili nido e Reggio Calabria, con una popolazione superiore, ne ha tre pensare che le risorse non vengano date in base alla spesa storica significa chiedere a Reggio Emilia di chiuderne la metà.

È chiaro che tale prospettiva è assolutamente irrealizzabile, a meno di prospettive non auspicabili.

E allora bisogna aver chiaro che l’unico modo, perché gradualmente possa realizzarsi un processo di convergenza tra aree ricche e povere, è quello di avere crescite consistenti e risorse aggiuntive, come quelle del PNRR, ma anche una politica che metta veramente al centro il Mezzogiorno e che preveda un processo continuo che porti le due parti ad un percorso  di avvicinamento progressivo.

Come si sta vedendo nella preparazione della prossima finanziaria le risorse sono sempre estremamente limitate, la coperta è stretta ed è facile che non tutte le esigenze possano essere soddisfatte.

La richiesta che deve provenire dalle Regioni meridionali è che vi sia un piano di rientro che porti nel giro di qualche anno ad avere una spesa pro capite uguale per tutto il Paese. Richiesta che è in completa contraddizione e contrapposizione rispetto al percorso che si sta intraprendendo con l’autonomia differenziata, che prevede il trucco dei Lep, che presto sarà chiaro a tutti, che per i motivi detti, non potranno essere realizzati come peraltro è avvenuto nella sanità con i Lea (livelli essenziali di assistenza del SSN).

Ma ovviamente il tema non è tecnico, come si vorrebbe far credere, con il gruppo costituito da Calderoli per individuare i Lep, ma esclusivamente politico. I partiti nazionali, che devono dare risposte ai loro più esigenti elettori del Nord, avranno difficoltà, come si è visto anche con la distribuzione delle risorse del PNRR, a far accettare un riparto meno sbilanciato della spesa pubblica.

Le regioni settentrionali vogliono, giustamente, tenere il passo con le aree più sviluppate dell’Unione Europea e per questo hanno bisogno di spesa pubblica abbondante, per infrastrutturare il territorio con la quarta e quinta corsia per avere servizi adeguati mentre l’impresa privata, ma anche quella partecipata,  pressa per aiuti che riguardino la possibilità di innovare per essere competitivi sui mercati internazionali.

Per questo l’unica strada possibile è quella di una crescita che non sia dello zero virgola ma che metta in funzione quella che viene chiamata la seconda locomotiva e che per ora è rimasta ferma nei depositi delle ferrovie.

Pensare di far crescere un paese puntando su una sola gamba se non fosse ridicolo sarebbe da ingenui. Lasciare il 40% del territorio non utilizzato e il 33% della popolazione a un tasso di occupazione di una persona su quattro significa non capire le potenzialità possedute.

Il cambio di passo è proprio quello che serve ma non sembra ancora che tutti se ne siano resi conto, se ancora PD e Cinque Stelle si allertano per manifestazioni contro il ponte sullo stretto di Messina. Non capendo che la logistica è uno dei tre pilastri sui quali deve fondarsi il New Deal del Mezzogiorno, insieme al manifatturiero e al turismo. Mentre la proiezione euro-mediterranea, ormai indispensabile per l’Europa, è un altro degli elementi su cui si può fondare il Rinascimento del nostro Paese, partenendo da Sud. (pmb)

(courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

L’AUTONOMIA SI DEVE ANCHE SAPER FARE
UN TEMA CHE VA AFFRONTATO SERIAMENTE

di ETTORE JORIO – Oggi si sta discutendo tanto e male sul tema del regionalismo differenziato.

La lotta politica prevale sulla ragione, sulle regole precostituite, sulla coerenza. Le contraddizioni che emergono sono innumerevoli, specie in un centrosinistra che lo ha introdotto in Costituzione e ne ha goduto politicamente con gli esiti del referendum confermativo celebrato il 7 ottobre 2001.

Non solo. Quel centrosinistra che: attraverso la Regione simbolo, l’Emilia-Romagna di Bonaccini e poi anche della Schlein, ebbe a: 1) condividere con pronunce formali del Consiglio regionale (risoluzioni n. 5321, 5600, 6124 e 6129 perfezionate tra l’ottobre 2017 e il febbraio 2018) l’stanza di accedere alla facoltà di incrementare la propria competenza legislativa di cui all’art. 116, comma 3; 2) firmare il 28 febbraio 2018 con il Governo di allora (Gentiloni) l’Accordo preliminare propedeutico al riconoscimento della sua incrementata competenza legislativa in tutte le materie concedibili, fatta eccezione per l’istruzione; votò nelle assemblee legislative di Veneto e Lombardia favorevolmente per l’accesso alla facoltà di legiferare in esclusiva in tutte le materie concorrenti e nelle cinque statali individuate dal vigente art. 116, comma 3; elaborò, nel novembre 2019, durante il governo Conte II, il primo Ddl attuativo del regionalismo differenziato, a firma dell’allora ministro per gli affari regionali e le autonomie Francesco Boccia, di contenuto quasi identico al Ddl Calderoli.

Pertanto, al di là della corretta interpretazione di cosa possa o meno comportare l’accesso all’autonomia legislativa differenziata, così come prevista nel Ddl Calderoli condizionata com’è all’applicazione del federalismo fiscale e alla migliore disciplina della perequazione ordinaria e infrastrutturale, il dibattito che lo circonda avrebbe bisogno di affrontare più seriamente l’argomento. Magari, partendo da una seria riflessione intorno al tema dell’esercizio legislativo differenziato delle Regioni.

Invero, al riguardo non si comprende – prescindendo da come e da quale Regione poi verrà frequentata ed esercitata – la preoccupazione riguardante l’autonomia legislativa differenziata in quanto tale, senza considerare che nel nostro ordinamento costituzionale essa è presente da settantacinque anni. Un fatto, questo, che rende palesemente irragionevoli tante delle tesi che si sentono in giro. Ciò in quanto essa differenziazione è stata direttamente prevista e direttamente attribuita nel testo primitivo della Costituzione entrato in vigore l’1 gennaio 1948. Più esattamente, nel comma primo dell’originaria lettera dello stesso art. 116 della Carta, era stata prevista una chiarissima diversità istituzionale tra Regioni, sul piano legislativo, perfettamente conforme a quella sancita, a titolo invece di opzione, nel discusso contenuto del suo attuale terzo comma.

Quest’ultimo, quindi, da ritenersi redatto in perfetta sintonia e continuità con quanto (meglio) riscritto nei commi primo e secondo del testo revisionato il 2001, sostanzialmente confermativi della Carta scritta dall’Assemblea costituente eletta nel 1946. Quella Costituzione perfezionata, tra gli altri, sotto la presidenza di Terracini, dai vari De Gasperi, Togliatti, Nenni, Pertini, Moro nonché da grandi costituzionalisti come il Mortati.

Ebbene, sin da tale originaria versione della Costituzione, a cinque Regioni su allora diciannove (Friuli-Venezia-Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta) e alle due province autonome di Trento e Bolzano venne consentito quanto oggi nella facoltà delle Regioni a statuto ordinario: di assumere una condizione di particolare autonomia (legislativa), per l’appunto differenziata.

Fatta questa considerazione, delle due una. O i Padri costituenti, ai quali si fa di sovente riferimento ma spesso in modo improprio, erano da considerarsi eversivi e destabilizzanti della Unità della Repubblica e, dunque, pericolosi per aver consentito una resa dei servizi pubblici e delle prestazioni essenziali diseguale e discriminata in favore della Nazione oppure ciò che si dice oggi da parte di taluni ha necessità di essere abbondantemente rivisto.

A questi ultimi un invito. Di riflettere sulla differenziazione applicata, perché vigente da due terzi di un secolo, nel sistema autonomistico regionale attraverso il riconoscimento alle anzidette Regioni delle prerogative derivanti dall’essere a statuto speciale. In quanto tali godenti di “forme e condizioni di autonomia” diverse da quelle delle altre Regioni, sulla base delle quali alle medesime è consentito di legiferare in luogo dello Stato in numerose materie. Di conseguenza, rivedere i propri convincimenti oppure, alternativamente, sostenerli ma con la pretesa di modificare l’art. 116 ai commi primo e secondo e, con essi, cancellare dall’ordinamento le cinque Regioni a statuto speciale.

Da parte mia, ritengo che la mia condivisione tecnica (condizionata ad una chiara disciplina della perequazione) del Ddl Calderoli rintracci le ragioni nel rispetto di quanto previsto dai Costituenti, nella coerenza della mia appartenenza politica di sinistra, nella revisione costituzionale del 2001, nell’Accordo firmato da Bonaccini nel 2018 e nel testo del Ddl Boccia del 2019, salvo ad implementare quest’ultimo con la garanzia preventiva dei Lep e dei costi e fabbisogni standard, così come sancito dalla legge di bilancio 2023 cui fa esplicito riferimento il Ddl Calderoli.

Ciò nella convinzione che il ricorrervi, ovviamente per la Calabria per poche determinate materie tali da generare un ambito legislativo ottimale, costituirebbe l’occasione di: guadagnare risorse rispetto alla spesa storica che l’ha danneggiata; costruire un ceto dirigente che sappia finalmente essere tale; curare di conseguenza i fabbisogni espressi dalla collettività attraverso l’esercizio di poteri e l’assunzione di responsabilità in maggiore aderenza territoriale alle esigenze espresse dalla comunità.

Il sapere come fare è però lo strumento occorrente per riuscire! (ej)

GAP DELLA SPESA STORICA, QUANTO PESA
SUL DIRITTO ALLA SANITÀ DEI CALABRESI

di ENZO MAIORANA – Per essere cittadini di uno stesso Stato non è sufficiente il solo abitare lo stesso territorio ma bisogna anche avere gli stessi diritti, le stesse opportunità e una uniformità sociale e economica.

Voi ritenete che i Meridionali e, quindi, i Calabresi, sotto questo profilo possano considerarsi cittadini italiani? Anche per il più superficiali degli osservatori la risposta non può che essere negativa. Rispetto al resto d’Italia, infatti, questi hanno un reddito pro capite del 50% inferiore, povertà assoluta e relativa doppia disoccupazione generale, femminile e giovanile, del 100% in più. Al quale si aggiunge quella totale carenza di infrastrutture, dalla mobilità ad internet, per non parlare dei servizi primari ed essenziali, come la sanità e la scuola.

Lo Stato pro capite dà ogni anno ai cittadini della: Liguria euro 2054; Valle d’Aosta euro 2015; Emilia Romagna euro 1909; Lombardia euro 1904; Campania euro 1723; Calabria euro 1748; Sicilia euro 1765. 

Il quadro è, quindi, chiarissimo! Basta fare la differenza tra la Calabria e un’altra regione, moltiplicarla per il numero di abitanti e si vede quanto i calabresi ricevano in meno ogni anno. Ad esempio, 581 milioni e 400 mila euro l’anno in meno rispetto ai liguri.

La domanda, allora, è quella iniziale: “Questo significa essere cittadini dello stesso Stato?”

Come conseguenza delle carenze di infrastrutture e di servizi la Calabria e le regioni del Sud non sono competitive per la nascita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, da qui l’alta disoccupazione e l’alta emigrazione. Ogni anno decine di migliaia di giovani sono costretti ad abbandonare luoghi e persone care, nella speranza di una vita e di un lavoro dignitoso. “Questo significa essere cittadini dello stesso Stato?” 

Lo schiaffo più grande arriva da poi dalla famigerata Legge 42 del 2009 sul federalismo fiscale, nota come legge sulla ‘Spesa Storica’, approvata dal Parlamento. La quale ha stabilito che le risorse dello Stato fossero distribuite ai cittadini delle varie regioni non secondo la percentuale di popolazione, che avrebbe rispettato i dettami costituzionali, ma sulla base proprio di questo criterio. Molto sinteticamente: le regioni che negli anni precedenti avessero speso di più, avrebbero ricevuto di più e di meno chi avesse speso meno. L’inganno è dunque svelato. 

In pratica lo Stato ha stabilito per legge che i cittadini delle regioni povere dovessero essere sempre più povere e al contrario i cittadini delle regioni del Nord sempre più ricchi. Questo ha permesso che ogni anno venissero dati al Sud 61 miliardi di euro in meno ogni anno dal 2009. Al 34,3% della popolazione (Sud) arriva il 28,3% della spesa pubblica e al 65,7% della popolazione (Nord) il 71,7 per cento della spesa pubblica.

Il presidente della Svimez Giannola, qualche mese ha ufficialmente ammesso che ai cittadini del Sud rispetto alla percentuale di popolazione dal 2000 al 2019 sono stati dati 840 miliardi di euro in meno rispetto a quella del centro-nord.

La verità è questa! Il popolo meridionale è da sempre considerato ‘suddito’, in questo tradito anche e prevalentemente dai propri parlamentari e da una classe politica inadatta, se non compiacente.

Da qui nasce l’esigenza e l’obbligo morale di mettere fine a questo sistema di cose e di riportare il Meridione nell’agenda politica del governo nazionale. L’Italia del Meridione, da una prospettiva auspicabile, negli anni, si è concretizzata in un progetto politico vero e reale e oggi è una realtà politica che si pone e si propone come valida alternativa al potere di una classe politica fallimentare e allarga il suo orizzonte d’azione travalicando anche i confini nazionali. Già nell’identificazione del proprio nome ha inteso promuovere e si fa portavoce dell’Unione del Meridione, un’inversione non soltanto di termini ma di prospettive, dove non si parla o si scrive sul Meridione ma si agisce per esso e significa soprattutto rimarcare l’appartenenza e il ruolo di un programma che rilanci l’Unione del Paese fin qui negata. Senza separatismi e federalismi secessionisti, di bossiana memoria, negati dai principi stessi della nostra Costituzione, che esalta invece l’Unione delle Autonomie, dove si esprima l’esigenza imprescindibile delle soggettività territoriali autonome. Si tratta di pensare un modello istituzionale partecipativo, per una confederazione democratica delle autonomie, senza confini, senza esclusioni. “L’Unione è ormai la cifra di una politica nuova in corso di storia”, questo il messaggio e il progetto racchiuso in IdM e che si presenterà e opporrà a qualsiasi altra forma di gestione centralista e lobbista, di quella politica calata dall’alto e di chi intende “usare” il Sud come emblema di farse e falsi proclami. La partita, in questo momento, è decisiva. O si guarda al sud nell’interesse nazionale o questo Paese è destinato ad implodere su stesso!. (em)