IN CALABRIA LAVORANO POCHE DONNE
SVIMEZ: INTERVENIRE SU OCCUPABILITÀ

di FRANCESCO CANGEMI – Non è una regione per donne. Anche dal punto di vista lavorativo. La Calabria, e tutto il Sud in generale, fanno registrare dati non felici per quanto riguarda l’occupazione femminile nonostante un piccolo incremento rispetto al passato.

L’occupazione femminile in Italia cresce anche al Sud, infatti, ma il Mezzogiorno resta in fondo alla classifica europea sul lavoro delle donne con le ultime quattro posizioni per Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. È quanto emerge dalle tabelle Eurostat sull’occupazione nel 2022. Nell’anno solo il 30,5% delle donne tra i 15 e i 64 anni in Sicilia lavorava, in aumento rispetto al 29,1% del 2021 ma comunque distante di oltre 34 punti dal 64,8% medio dell’area euro.

In Campania nel 2022 lavorava solo il 30,6% delle donne contro il 29,1% del 2021 mentre in Calabria lavorava il 31,8% delle donne contro il 30,5% del 2021. La Puglia è quart’ultima per l’occupazione femminile con il 35,4% delle donne occupate (33,8% nel 2021).

Non solo l’Eurostat fotografa una situazione sfavorevole alle donne, anche la Svimez parla di dati non felici in un apposito studio.

La carenza di servizi al Sud penalizza il lavoro delle donne con figli e contribuisce all’inverno demografico: appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% del Centro-Nord. La conciliazione famiglia-lavoro è ancora, soprattutto, una “questione meridionale”.

A conferma di un mercato del lavoro “poco amico dei giovani”, nelle famiglie italiane si registrano tassi di occupazione sensibilmente più elevati per i genitori che per i figli (67,8% contro il 56,1%). E sono i genitori maschi, soprattutto, a determinare quest’esito: il tasso di occupazione dei padri italiani è pari all’83,2% a fronte del 55,1% delle madri. Con l’aggravante di tassi di occupazione strutturalmente più contenuti, nel Mezzogiorno il divario genitori-figli è di 11 punti percentuali (53,7 contro 42,8%) contro i 9 del Centro-Nord. Anche lo squilibrio di genere tra genitori è più marcato ne Mezzogiorno: 74,4 e 36,7% il tasso di occupazione rispettivamente per padri e madri meridionali (88 contro il 65,4% nel Centro-Nord).

Il tasso di occupazione delle donne italiane con figli in età prescolare è particolarmente contenuto (53,9% contro il 60,5% delle madri con figli da 6 a 17 anni). Nel Mezzogiorno il dato crolla al 35,3% per le madri con i figli in età prescolare (40,8% per le mamme meridionali con figli in età scolare).

A determinare questa problematica condizione delle donne nell’approcciare il mercato del lavoro contribuiscono la carenza di posti disponibili negli asili nido, gli elevati costi di accesso al servizio, la scarsa diffusione del tempo pieno nelle scuole dell’infanzia. Prima ancora che le opportunità di lavoro, queste carenze frenano la partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Una questione italiana in Europa che è determinata soprattutto dai divari tra Mezzogiorno e Centro-Nord: il divario sfavorevole al Sud nei tassi di attività si attesta tra i 25 e i 30 punti percentuali per tutte le tipologie familiari. In particolare, il divario italiano nel tasso di partecipazione femminile rispetto alla media UE è di circa 13 punti percentuali, media dalla quale il Centro-Nord è distante circa 5 punti, il Mezzogiorno ben 28 punti.

La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un freno per le prospettive di crescita dell’economia italiana, soprattutto alla luce di tendenze demografiche particolarmente negative, che già si stanno riflettendo in un calo della popolazione in età da lavoro.

«Risulta dunque evidente – scrive lo Svimez nel suo rapporto – l’importanza di interventi rivolti a incentivare l’occupabilità delle donne, soprattutto nel Mezzogiorno, rafforzando i servizi per l’infanzia e le infrastrutture scolastiche, favorendo una distribuzione più equilibrata tra generi delle attività di cura della famiglia e facilitando la conciliazione dei tempi di vita e lavoro». (fc)

IL PONTE CENTRALITÀ DEL MERIDIONE:
PERCHÈ SERVE UN PROGETTO DI SISTEMA

di LIA ROMAGNO – L’obiettivo è accendere il secondo motore economico dell’Italia, il Mezzogiorno, e ridurre allo stesso tempo la diseguaglianza sociale ed economica tra il Nord e il Sud. La chiave è la messa in campo di un “progetto di sistema” infrastrutturale con al centro il ponte sullo Stretto di Messina una delle porte d’ingresso in Europa da Sud, ovvero quella vasta, popolosa area del Mediterraneo che il Vecchio Continente ha riscoperto con la guerra in Ucraina e la “sete” di energia – di cui i paesi affacciati sul Mare Nostrum sono ricchi – determinata dalla chiusura dei rubinetti di Mosca e dalla volontà di affrancarsi dai combustibili russi.

Un “Progetto di sistema” per il Sud in Italia e per l’Italia in Europa è quello messo a punto da Svimez, insieme ad Animi (Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno), Cnim (Comitato nazionale per la manutenzione) e Arge, già presentato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, posto al centro di un confronto nella sede della Ficei, cui oltre al presidente della Federazione Italiana Consorzi ed Enti di Industrializzazione, Antonio Visconti e Andrea Ferroni, hanno preso parte, tra gli altri, il viceministro alle Infrastrutture, Galeazzo Bignami, Adriano Giannola e Aurelio Misiti, presidenti rispettivamente di Svimez e Cnim, l’architetto Pier Paolo Maggiora di Arge.

Il Ponte, che ha una rilevanza strategica, è quindi parte di un progetto più complesso che, ha sostenuto Aurelio Misiti, presidente del Cnim, vale circa 80 miliardi, di cui 30 e 20 sono rispettivamente il peso dell’alta velocità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria sulla linea tirrenica e dell’alta capacità sul fronte ionico.

Strategiche sono poi anche le altre due porte d’ingresso in Europa, ovvero i porti di Augusta – che deve intercettare e “rilanciare” quel 25% di ricchezza che passa dallo Stretto di Messina – e di Gioia Tauro. L’idea è poi quella di arrivare alla creazione nel retroporto di Gioia di una «città della piana, per fare di 160 mila abitanti una voce sola – ha spiegato Misiti – che insieme alla città metropolitana di Reggio-Calabria dialoghi con quella di Messina in modo da arrivare ad avere un’unica città metropolitana dello Stretto, con poteri simili a quelli di Roma Capitale». «L’obiettivo è far sì che il Mezzogiorno possa essere un motore economico alla stregua del Nord grazie alle ricchezze che passano dallo Stretto di Messina», ha sottolineato il presidente del Cnim, rilevando poi che la possibilità di collegare Roma e Catania in 3 ore e 30 (come Roma e Milano) grazie al ponte e all’alta velocità attiverebbe gli investimenti dei privati sulla rete autostradale. «Ci sono le condizioni perché il Sud possa svilupparsi, e possa farlo anche da solo».

Il Ponte, ha affermato il viceministro Bignami, «non è un’opera fine a se stessa ma un attivatore delle economie del territorio che dovrebbero mettere in connessione la Sicilia con il resto del Meridione e questo con il continente. E risponde anche all’esigenza di rendere più forte e strutturata la nostra nazione che oggi è tra le potenze manifatturiere mondiali nonostante la situazione del Meridione che consente di immaginare ampi margini di sviluppo per quest’area e di conseguenza per l’intero Paese».

Il viceministro ha poi  smontato le critiche di chi ritiene troppo elevato il costo dell’opera – circa 14 miliardi – come i “suggerimenti” di quanti considerano necessario un ripensamento sostanziale del progetto. Il ponte, ha sostenuto, consentirebbe di “elidere” i costi dell’insularità per la Sicilia, stimati in circa 6 miliardi l’anno, che verrebbero «ribaltati sulla realizzazione dell’opera che creerebbe anche sviluppo». Mentre «fare tabula rasa dei rapporti giuridici in essere, in caso di una nuova gara». considerando anche i contenziosi che ne deriverebbero, allungherebbe a dismisura i tempi.

L’opera trascinerebbe investimenti sulle altre infrastrutture, ha poi sottolineato: «Intendiamo realizzare il ribaltamento del paradigma che prevede prima la realizzazione delle opere complementari e poi l’innesto del ponte come completamento. É un approccio sbagliato, anzi la lunga storia del ponte sconta proprio questo errore. La realizzazione del ponte è la dimostrazione della volontà del governo Meloni di realizzare  la centralità del Meridione».

Adriano Giannola ha messo l’accento sul «piano straordinario di salvataggio» del sistema Italia messo in campo dall’Europa con il Pnrr, «un piano di rinascita», «condizionato al fatto che riduciamo le diseguaglianze e aumentiamo la coesione sociale», che vuol dire affrontare il nodo del dualismo Nord-Sud, soprattutto considerando il fatto che le regioni settentrionali si stanno progressivamente allontanando dalla media europea: «Lombardia, Emilia e Veneto, tanto amanti dell’autonomia, che è una follia, arretrano sempre di più, non trainano più nulla se non loro stesse», ha affermato il presidente di Svimez, sottolineando come il faro anche per l’imprenditoria del Nord debba essere diventare protagonisti della centralità del Mediterraneo che l’Europa oggi ha riscoperto dopo averla abbandonata per trent’anni.

«È il momento di recuperare sul ponte, sul Mezzogiorno che è il terreno su cui si innesca quella reazione a catena che può fare il secondo miracolo economico al Sud e al Nord». E in questo quadro Giannola ha posto la necessità di «cambiare radicalmente rotta sul Pnrr», la cui priorità, ha ribadito, è «l’unicità economica del Paese». (lr)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

Giovedì a Roma l’incontro operativo sul “Progetto di Sistema per il Sud e Ponte sullo Stretto”

Giovedì 15 giugno, a Roma, alle 11, a Via di Pietra, si terrà l’incontro Progetto di Sistema per il Sud e Ponte sullo Stretto, promosso da SvimezCnimArgeFicei.

Relazionano Adriano Giannola, presidente Svimez, Aurelio Misiti, Cnim, Pier Paolo Maggiora, Arge. Sono previsti gli interventi del prof. Ennio Cascetta, Università di Napoli, prof. Antonino Risitano, Università di Catania, prof. Giovanni Randazzo, Università di Messina.

Sono stati invitati il presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia MeloniMatteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, Raffaele Fitto, ministro agli Affari Europei e Pnrr, Nello Musumeci, ministro del Mare e Protezione Civile e i presidenti della Regione CalabriaSicilia, rispettivamente Roberto OcchiutoRenato Schifani.

Aprono i lavori Antonio Viscomi, presidente Picei e Andrea Ferroni, direttore Picei. Modera il giornalista Mario Primo Cavaleri.

Svimez ha già avuto modo di illustrare al Capo dello Stato Sergio Mattarella le analisi alla base del “Progetto di sistema” compendio di attente valutazioni sull’attuale divario Nord-Sud e sulla necessità di riconsiderare le politiche di sviluppo per recuperare ritardi, riaccendere il secondo motore senza il quale rischierebbe di regredire anche la parte oggi trainante dell’economia nazionale. In quest’ottica di riequilibrio che mette a sistema non solo il quadro trasportistico, nelle sue interrelazioni con porti, aeroporti, autostrade, piattaforme logistiche, si inseriscono aspetti socio-culturali di approccio politico-strategico, di rapporti transfrontalieri che dovranno contribuire a ridare centralità all’area mediterraneo in un disegno di prospettiva. Il Ponte rappresenta l’icona di tutto questo e, proprio per il buon esisto del programma costruttivo riavviato, merita anch’esso qualche ulteriore valutazione, di cui si parlerà ampiamente nell’incontro romano. (rmm)

ECONOMIA CALABRESE SEMPRE PIÙ A PICCO
E LE STIME DEL 2023 SONO SCONFORTANTI

di FRANCESCO CANGEMI – L’economia meridionale e, in particolare, quella calabrese non hanno molto da sorridere in questo 2023. Seppur iniziato da pochi mesi l’anno in corso farà registrare dei trend negativi nel Sud Italia. Lo segnalano il rapporto Svimez presentato alla Camera dei deputati e un rapporto di Confartigianato imprese Calabria.

Nel 2023 il Pil meridionale si contrarrebbe fino a -0,4%, mentre quello del Centro Nord, pur rimanendo positivo a +0,8%, segnerebbe un forte rallentamento rispetto al 2022. Il dato medio italiano dovrebbe attestarsi invece intorno al +0,5%. È quanto emerge dal Rapporto Svimez 2022, giunto alla sua 49esima edizione.

In base alle stime Svimez, l’aumento dei prezzi di energia elettrica e gas si traduce in un aumento in bolletta annuale di 42,9 miliardi di euro per le imprese industriali italiane; il 20% circa (8,2 miliardi) grava sull’industria del Mezzogiorno, il cui contributo al valore aggiunto industriale nazionale è tuttavia inferiore al 10%. Le previsioni Svimez segnalano per il 2023 il rischio di una contrazione del PIL nel Mezzogiorno dello 0,4%, un peggioramento della congiuntura determinata soprattutto dalla contrazione della spesa delle famiglie in consumi, a fronte della continuazione del ciclo espansivo, sia pure in forte rallentamento nel Centro-Nord (+0,8%).

Veniamo ora alle stime che fa Confartigianato Calabria per la nostra regione. Nel 2022 il Pil della Calabria segna un +1,8%. Per il 2023 si prevede un rallentamento del trend (-0,9%), con un valore del Pil che resta al di sotto del livello pre-pandemia (-3,8%).

È questo il principale dato emerso dal report dell’Osservatorio Mpi di Confartigianato imprese Calabria in merito alle prospettive e alle criticità per le imprese calabresi nel 2023.

Secondo il report, il raffreddamento della crescita è conseguenza del perpetuarsi del clima di incertezza che scaturisce da diversi fattori di criticità. Uno tra tutti l’inflazione che a gennaio 2023 in Calabria segna un incremento del +9,7%, dinamica che rallenta rispetto a quella del mese precedente (+11,2%) ma che resta ancora sopra di 4,6 punti rispetto ad un anno fa.
Alla crescita dei prezzi sta contribuendo in modo particolare, seppur in misura minore rispetto ai mesi precedenti, la dinamica sostenuta dei prezzi dell’energia: per il caro bollette si stima, nel 2022 rispetto all’anno precedente, una maggiore spesa per le Mpi calabresi di 505 milioni di euro di cui 188 milioni a Cosenza, 128 milioni a Reggio di Calabria, di 102 milioni a Catanzaro, di 45 mln a Vibo Valentia e di 43 milioni a Crotone.

Altra criticità segnalata nel report riguarda l’inasprimento delle condizioni di politica monetaria per contenere l’inflazione, condizione che determina un rialzo del costo del credito con ricadute negative sulla finanza delle imprese.

Tale scenario allarma in particolare le piccole realtà produttive che
sostengono, da sempre, costi del credito più elevati: a giugno 2022 il tasso applicato alle Mpi si attesta al 9,33% sopra di 360 punti base rispetto al tasso del 5,73% applicato alle medio-grandi.

In merito, Confartigianato Calabria rileva che «le ricadute sulle imprese della stretta monetaria sono pesanti – spiegano, infatti, il presidente e il segretario Roberto Matragrano e Silvano Barbalace –. A fronte delle tensioni appena descritte sulla finanza d’impresa lo Stato è chiamato a fare la sua parte sostenendo le imprese in questa delicata fase anche favorendo pagamenti puntuali. I Comuni della nostra regione impiegano in media 54 giorni per effettuare un pagamento, tale risultato posiziona la Calabria al primo posto tra le regioni per tempi più dilatati».

Dall’analisi della demografia delle imprese, comunque, si osserva come, a distanza di due anni, lo shock impresso dalla pandemia sulla natalità e mortalità delle imprese si sia riassorbito. Dopo il brusco stop del 2020 e il rimbalzo del 2021, con il 2022 il bilancio tra aperture e chiusure torna su valori medi degli ultimi quindici anni, attestandosi a mille attività in più tra gennaio e dicembre. A questo saldo corrisponde una crescita dello 0,69% più contenuta rispetto al +1,62% del 2021. A livello provinciale il tasso più elevato si registra per Vibo Valentia (+1,11%).

Per l’artigianato il tasso di crescita 2022 si attesta al +0,60%, con valori più elevati registrati per le province di Vibo Valentia (+1,16%) e Reggio Calabria (+1,05%). Alle ottime performance di crescita del 2022 ha contribuito in misura maggiore il settore delle Costruzioni, che nel nostro territorio ha visto il valore aggiunto registrare il secondo incremento più elevato di +24,5%, rispetto al pre-pandemia.

Ad oggi, infatti, nella regione a causa della situazione delle imprese del settore con crediti fiscali incagliati risultano a rischio 6mila posti di lavoro delle Mpi calabresi delle costruzioni di cui 2.140 a Cosenza, 1.300 a Catanzaro, 1.220 a Reggio Calabria, 500 a Crotone e 480 a Vibo Valentia. (fc)

POVERTÀ LA NUOVA EMERGENZA DEL SUD
CALABRIA: FORTE RISCHIO DI ESCLUSIONE

Al Sud è emergenza poveri. È quanto ha denunciato il presidente della Svimez, Adriano Giannola, spiegando che lo shock energetico e la comparsa di nuove emergenze sociali, dovute agli effetti dell’inflazione, rischiano di provocare da 500mila a 600mila nuovi poveri solo nel Sud.

E la Calabria non è esclusa. In una recente intervista al Corriere della Calabria, il direttore Luca Bianchi, aveva dichiarato che «in Calabria la povertà già era aumentata nell’ultimo anno anche se con ritmi non elevati. Le persone che vivono in famiglie a rischio povertà ed esclusione in Calabria sono circa 800mila (40% della popolazione in linea con la media meridionale) nel 2020 erano il 39,7%».

La Svimez, nel suo rapporto presentato nel mese di novembre, aveva denunciato come il Pil calabrese scenderebbe a -0,9%, innescando la recessione.

«L’economia regionale risente maggiormente, rispetto al resto del Paese – ha spiegato Bianchi – del rialzo dei prezzi a causa della presenza più diffusa nella regione di nuclei familiari meno abbienti, colpiti dai rincari dei beni alimentari e dei prodotti energetici, i cosiddetti “beni incomprimibili”. In Calabria oltre il 35% dei nuclei familiari appartiene alla fascia di popolazione più povera (il doppio della media nazionale), in queste famiglie le spese per bollette (+34% di inflazione) e generi alimentari (+9%) coprono oltre l’80% della spesa complessiva».

Nel rapporto, infatti, viene evidenziato come «nel Mezzogiorno una famiglia numerosa su quattro è povera (24,9% per le famiglie con cinque o più componenti), mentre raggiungono quota 14,3% quelle con quattro componenti. Fra le famiglie di soli stranieri, l’incidenza della povertà è particolarmente alta e raggiunge quota 30,6% a livello nazionale, salendo al 37,6% nel Mezzogiorno. La presenza di minori incide in misura significativa sulla condizione di povertà: nel Mezzogiorno il 13,7% delle famiglie in cui è presente almeno un minore sono povere, contro l’11,5% medio italiano».

La povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata nelle regioni meridionali è all’8,2%.

«Fra i lavoratori dipendenti, le incidenze di povertà per l’Italia e il Mezzogiorno raggiungono il 7,5% e l’8,6% rispettivamente – si legge nel Rapporto –. Le quote più elevate si osservano fra le famiglie di operai e assimilati, anche se con uno scostamento tutto sommato 8 limitato del Mezzogiorno rispetto all’Italia (13,6% contro 13,3%). Se si guarda la dinamica si osserva un ulteriore aumento della povertà nel Mezzogiorno per queste famiglie: rispetto al 2020 si passa dal 12,7% al 13,6%. Si conferma più elevata, infine, l’incidenza nelle famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione: per questa categoria si parla di oltre una famiglia su cinque a livello nazionale (22,6%) e di quasi una su quattro nel Mezzogiorno (24%). L’incidenza è cresciuta di 6 punti percentuali rispetto al 2020 (contro i 3 del dato medio nazionale».

Una emergenza che non ha assunto proporzioni drammatiche grazie agli interventi del Governo che, tuttavia, non bastano più. Per il presidente Giannola «occorre che il Governo s’inventi qualche cosa e che continuino a crescere le attività di servizi come turismo, ristorazione e commercio».

Soprattutto, «da un lato – ha spiegato Giannola – va assicurata continuità alle misure contro il caro energia per mitigare l’impatto sui bilanci di famiglie per le quali i rischi di una nuova povertà energetica sono più concreti, e a favore delle imprese per salvaguardarne l’operatività; dall’ altro, va accelerato il rilancio degli investimenti pubblici e privati dando priorità ad uno straccio di politica industriale attiva per ampliare e ammodernare la base produttiva e creare buona occupazione soprattutto al Sud».

La Regione è intervenuta con 75 milioni di euro contro la povertà per il triennio 2021-2023.

Il Piano individua le azioni e gli interventi nell’ambito della lotta alle povertà e al disagio sociale nell’ottica della progressiva definizione di livelli essenziali delle prestazioni da garantire nell’ambito dei servizi sociali e dell’integrazione e assistenza socio-sanitaria. Il Piano regionale poggia su tre pilastri: l’attuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni legati al Reddito di cittadinanza/Reddito di inclusione; l’implementazione di servizi ed interventi a favore di persone in condizioni di povertà estrema e senza dimora; l’avvio e sviluppo di interventi e servizi in favore di coloro che, al compimento della maggiore età, vivono fuori dalla famiglia di origine sulla base di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria (Care Leavers).

«Sono risorse – ha spiegato l’assessore regionale al Welfare, Emma Staine – che si inseriscono nella valutazione complessiva di un fenomeno che non è legato solo alla ridotta o alla mancanza totale di reddito, ma riguardano l’accesso alle opportunità che consentono di partecipare alla vita sociale ed economica della nostra regione, con l’obiettivo prioritario di uscire dal meccanismo dalla mera erogazione di risorse monetarie, e di ragionare in termini di inclusione reale». (rrm)

COL REDDITO DI CITTADINANZA, RIDOTTA
L’EMIGRAZIONE: SERVE MA VA MODIFICATO

di MASSIMO MASTRUZZOCon la Legge di Bilancio 2023, per tutti gli “occupabili“, si sopprime la parola “congrua”, tanto che, di fatto, si potrà perdere il Reddito rifiutando qualunque offerta di lavoro, qualunque essa sia, ovunque sia. La cancellazione della cosiddetta “offerta congrua”, costringerà difatti i beneficiari ad accettare qualunque lavoro e su tutto il territorio nazionale, pena la decadenza dal beneficio. 

Lo sblocco dell’emigrazione

Questo sembra essere il reale motivo di tale astio verso il RdC, uno strumento che volente o nolente, con tutti le auspicabili e necessarie correzioni, dalla sua comparsa ha comunque dato la possibilità di una scelta: restare (o per meglio dire resistere) o emigrare. Opzione che i cittadini del Sud-Italia, stante i milioni di emigrati, non hanno mai avuto. Il RdC, al momento, sta rallentando proprio l’emigrazione.  

E questo poco velato tentativo di “(ri)sblocco dell’emigrazione” è avvalorato dalla vicenda che ha visto il coinvolgimento della Intel, l’azienda americana che costruisce microchip, prevedeva un importante investimento in una località (anche) in Sicilia, nello specifico a Catania, dove oltre alla presenza di un centro importante, attorno alla St Microelectronics, che poteva rappresentare un nucleo di attrazione, si sarebbe potuto usufruire del valore aggiunto della locale facoltà di Ingegneria dell’Università che si è specializzata e attrezzata per fornire specialisti apprezzati in tutto il mondo.

Senza contare che Catania è all’interno di una Zes, e che queste sono state create proprio attrarre investimenti dall’esterno dell’area e visto che Catania ha un aeroporto internazionale a pochi chilometri dalla zona industriale, e poteva fornire dei vantaggi fiscali rispetto al costo del lavoro, oltre che dei vantaggi per quanto attiene agli utili che si sarebbero eventualmente prodotti, così come prevedono le Zone economiche speciali, sembrava la candidata perfetta, la ciliegina sulla torta di un serio progetto alternativo al Reddito di Cittadinanza: se il reddito di cittadinanza viene percepito nella aree dove la disoccupazione è maggiore, non serve un luminare per capire che la contromisura sia banalmente rappresentata da proposte reali e “congrue” di occupazione.

Offerte di lavoro dove congruo significa in scala 1 a 1: al cittadino residente nella provincia x viene sostituto il RdC con un posto di lavoro entro i confini della propria provincia di residenza (ed evito di sottolinea che in un Mezzogiorno senza le adeguate infrastrutture per la mobilità, bisognerebbe che il concetto di congruo tenesse conto anche della disponibilità di trasporto pubblico). Perché se la proposta di lavoro è a 1200 km più a nord, l’odore del marcio dietro all’eliminazione della “offerta congrua” è nauseante. 

Detto fatto, dopo la visita ministro leghista dello sviluppo Giancarlo Giorgetti, che da Ministro (leghista) di tutti gli italiani è andato personalmente ad incontrare i dirigenti della società americana negli Stati Uniti, il colosso statunitense sorgerà a Vigasio, una cittadina in provincia di Verona.

Si parla di un investimento da circa 4,5 miliardi che dovrebbe portare 1.500 assunzioni dirette e 3.500 posti di indotto e con governo italiano che sarebbe pronto a contribuire al 40% con fondi pubblici (pubblici, quindi anche dei cittadini siciliani) dell’investimento totale di Intel in Italia, o meglio nel Veneto.

Ennesimo esempio di disomogeneità di Stato rispetto a quanto previsto dall’art. 3 della costituzione: che logica ha l’aver creato le ZES proprio per attrarre investimenti, se alla prima occasione in barba al concetto stesso di coesione sociale si cofinanziano investimenti in un’area già satura di imprese e lavoro.

Ora fronte di una fabbrica che avrebbe portato 4.000 posti di lavoro, potenzialmente raddoppiabili, in una realtà, il territorio del Mezzogiorno d’Italia, con 20 milioni di abitanti, che per la sua condizione di minor reddito pro-capite e maggior disoccupazione tra gli altri territori degli stati membri dell’UE, ha dato il maggiore contributo negativo affinché all’Italia venisse assegnato la fetta più grande del PNRR, fabbrica e posti di lavoro che avrebbero  certamente contributo alla sottrazione del reddito di cittadinanza a tanti che ne usufruiscono perché non hanno opportunità lavorative, quante migliaia di meridionali dovranno trasferirsi nel Veronese per lavorare magari proprio in quella fabbrica? 

Che senso ha tutto ciò se non l’alimentazione della disomogeneità territoriale. 

Negli ultimi 15 anni quasi due milioni di meridionali si sono spostati al Centro Nord Italia (Dati Svimez). In sostanza, sono di più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o studiare al Centro Nord che gli stranieri immigrati regolari che arrivano in Italia. 

Gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017, si legge, sono andati via “132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità. Il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord nel 2018 “è stato pari a 2 milioni 918 mila persone. 

L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud, poi, incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza. Drammatici sono poi i dati che riguardano l’edilizia scolastica. 

A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primarie del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Rispetto a questi dati, e in totale assenza di offerte concrete per i diritti dei cittadini del Mezzogiorno d’Italia, la battaglia al Reddito di Cittadinanza condotta dal neoeletto governo, che dovrebbe governare tutta l’Italia, appare come il tentativo, peraltro  irrispettoso di quanto previsto dall’art 3 della Costituzione, di voler mantenere lo status quo di un sistema Italia duale, o peggio ancora coloniale.

Offrire le stesse opportunità, e soprattutto lo stesso diritto di accesso al lavoro in tutta Italia, sarebbe l’unica proposta politica seria da fare come alternativa al RdC… invece siamo al cospetto della genialata cancellazione della cosiddetta “offerta congrua”… (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento per l’Equità territoriale]

PER SVIMEZ, NEL 2022 IL SUD IN RECESSIONE
IL PIL DELLA CALABRIA SI FERMERÀ A -0,9%

di FILIPPO VELTRILe previsioni Svimez segnalano per il 2023 il rischio di una contrazione del Pil nel Mezzogiorno dello 0,4%, un peggioramento della congiuntura determinata soprattutto dalla contrazione della spesa delle famiglie in consumi, a fronte della continuazione del ciclo espansivo, sia pure in forte rallentamento nel Centro-Nord (+0,8%).

Il 2024 dovrebbe essere un anno di ripresa sulla scia del generale miglioramento della congiuntura internazionale, unitamente alla continuazione del rientro dall’inflazione che scende al +2,5% e +3,2% nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno nell’anno. Si stima che il Pil aumenti nel 2024 dell’1,5% a livello nazionale, per effetto del +1,7% nel Centro-Nord e dello +0,9% al Sud.

Il dato del Sud, di per sé apprezzabile visto che dovrebbe tornare in territorio positivo dopo il calo del 2023, sarebbe comunque sensibilmente inferiore a quello del resto del Paese. Un aspetto strutturale che contribuisce a spiegare la debole ripartenza meridionale è rintracciabile sul lato dell’offerta: a seguito dei continui restringimenti di base produttiva sofferti dal Sud dal 2008, si è sensibilmente ridimensionata la capacità del sistema produttivo dell’area di agganciare le fasi espansive del ciclo economico.

Dopo lo shock della pandemia, l’Italia ha conosciuto una ripartenza pressoché uniforme tra macro-aree. Il “rimbalzo” del Pil nel 2021, +6,6% a livello Paese, è stato sostenuto dalla ripresa degli investimenti, soprattutto quelli in costruzioni, e dalla domanda estera, interessando tutte le aree del Paese, ma è stata più rapida nel Nord (+7,5% nel Nord-Est; +7% nel Nord-Ovest), dove più pronunciata era stata la recessione del 2020. Il Mezzogiorno ha però partecipato alla ripartenza nel 2021: il Pil meridionale è cresciuto infatti del 5,9%, superando la media dell’Ue-27 (+5,4%), beneficiando dell’inedita intonazione espansiva delle politiche a sostegno dei redditi delle famiglie e della liquidità delle imprese che hanno contribuito a sostenere i consumi e a preservare condizioni favorevoli di continuità operativa per le attività economiche.

I sistemi produttivi delle regioni meridionali si sono mostrati meno pronti ad agganciare la domanda globale in risalita, registrando un ritmo di crescita dell’export più contenuto del resto del Paese. Gli investimenti delle imprese orientati all’ampliamento della capacità produttiva, inoltre, sono stati meno reattivi nel Mezzogiorno. Sono stati soprattutto quelli in costruzioni a crescere nel Sud, grazie allo stimolo pubblico (Ecobonus 110% e interventi finanziati dal Pnrr). Le dinamiche globali avverse, compreso il trauma della guerra, hanno esposto l’economia italiana a nuove turbolenze, allontanandola dal sentiero di una ripartenza relativamente coesa tra Nord e Sud del Paese. Nel corso del 2022 la Svimez ipotizza una crescita media dei prezzi al consumo dell’8,5%; dato che racchiude una significativa differenziazione territoriale: + 8,3% al Centro-Nord e +9,9% nel Mezzogiorno, con un differenziale sfavorevole al Sud dovuto in larga parte a un effetto composizione. o assunto proporzioni drammatiche.

Al netto del peggioramento delle condizioni rilevate nel corso del 2020, l’insieme di queste misure ha avuto effetti significativi nel contrastare la povertà. Nel 2020, dunque, i corposi trasferimenti governativi hanno preservato le condizioni economiche delle famiglie, limitando fortemente la contrazione dei redditi. Gli effetti delle misure per contrastare gli effetti della pandemia sono stati positivi anche nel mitigare le disuguaglianze. Senza questi interventi le famiglie povere sarebbero state quasi 2,5 milioni, quasi 450 mila in più rispetto al valore registrato nel 2020 (poco più di 2 milioni), cui corrispondono oltre un milione di persone in meno in condizione di povertà assoluta (-750 mila al Sud e -260 mila al Centro-Nord). Senza le erogazioni le famiglie in povertà assoluta sarebbero state il 9,4% anziché il 7,7%, l’incidenza per le persone sarebbe aumentata all’11,1% anziché fermarsi al 9,4%. In particolare, nelle regioni meridionali, senza sussidi l’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie avrebbe raggiunto un picco drammatico di circa 13 famiglie ogni 100 (13,2% al Sud e 12,9% nelle Isole), che grazie agli interventi cala di 3,4 punti al Sud e 4,5 punti nelle Isole. assoluta di 2,8 punti percentuali nel Mezzogiorno contro lo 0,4 del Nord e lo 0,5 del Centro.

In valori assoluti al Sud sarebbero circa mezzo milione di poveri in più. Il risultato stimato per il Sud è spiegato essenzialmente dalla maggiore diffusione nelle regioni meridionali di famiglie più numerose (numero di componenti maggiore di 3) e con minori a carico per le quali il rischio povertà è segnatamente più elevato rispetto ai nuclei più ridimensionati.

Nel Mezzogiorno la ripresa occupazionale è stata tuttavia di bassa qualità, alimentandosi all’aumento della precarietà è tornata sui livelli pre-pandemia, in anticipo rispetto al Centro-Nord attestandosi su livelli comunque inferiori rispetto al 2008 (–2,9%), al contrario di quanto avvenuto nel Centro-Nord (+2,6%). L’occupazione (media dei primi due trimestri), cresciuta in Italia del 3,6% (+791 mila unità) nel 2022, rispetto alla prima metà del 2021, ha premiato soltanto i maschi con un +0,2%, a fronte di un moderato calo dell’occupazione femminile a–0,8%. Più precari e più a lungo, in sintesi: ciò si traduce in una maggiore percezione di insicurezza del lavoro nelle regioni meridionali.

Tra i divari tra Nord e Sud rimangono preoccupanti quelli nella filiera dell’istruzione. I servizi socio-educativi per l’infanzia sono caratterizzati dall’estrema frammentarietà dell’offerta e da profondi divari territoriali nella dotazione di strutture e nella spesa pubblica corrente utilizzata dalle Amministrazioni locali. In Italia la percentuale dei bambini di età compresa fra i 3 e i 5 anni che frequenta una struttura educativa (93,2%) è più alta della media europea (89,6%).

Nella scuola d’infanzia, la carenza d’offerta a sfavore del Mezzogiorno riguarda soprattutto gli orari di frequenza. Nel Mezzogiorno è molto meno diffuso l’orario prolungato (offerto solo al 4,8% dei bambini); viceversa è più diffuso l’orario ridotto (20,1%) rispetto al Centro-Nord: 17,0% e 3,6% rispettivamente per orario prolungato e ridotto. Mentre nella scuola primaria la percentuale di alunni che frequenta a tempo pieno è più bassa nelle regioni meridionali (18,6%) rispetto al resto del Paese (48,5%). Nel Mezzogiorno circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. In Campania se ne contano 200 mila (87%), in Sicilia 184 mila (88%), in Puglia 100 mila (65%), in Calabria 60 mila (80%). Nel Centro-Nord gli studenti senza mensa sono 700 mila, il 46% del totale. Circa 550 mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano scuole dotate di una palestra. Solo la Puglia presenta una buona dotazione di palestre mentre registrano un netto ritardo la Campania (170 mila allievi privi del servizio, 73% del totale), la Sicilia (170 mila, 81%), la Calabria (65 mila, 83%). Nel Centro-Nord gli allievi della primaria senza palestra corrispondono al 54%. Analogamente, il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado.  (fv)

SVIMEZ, INCERTEZZA POLITICA E GUERRA
AMPLIERANNO IL DIVARIO TRA NORD-SUD

dalla REDAZIONE ROMANA – Quello tra il Nord e il Sud sembra essere un divario che è destinato ad ampliarsi sempre di più, piuttosto che ridursi, a causa dell’incertezza che indebolisce la ripresa a livello nazionale. È quanto è emerso dalle anticipazioni del Rapporto Svimez sull’economia e la società.

La Svimez, infatti, parla di «storiche fragilità strutturali» tra Nord e Sud che non solo non si riescono a risanare, ma che aumenteranno a causa delle conseguenze della guerra in ucraina e i rischi di instabilità politica, nonostante «il Sud abbia partecipato alla ripresa nazionale del 2021»: in quell’anno, infatti, il Mezzogiorno ha visto il Pil crescere del 5,9%, a fronte di una crescita nazionale del 6,6%.

Un riscatto del Mezzogiorno inaspettato reso possibile grazie «all’intonazione insolitamente espansiva delle politiche a sostegno dei redditi delle famiglie e della liquidità delle imprese» scrive la Svimez, ma che, con lo shock della guerra in Ucraina, ha completamente cambiato le carte in tavola, rovesciando quella ripresa che il Sud si è conquistata con tanta fatica.

Aumento del costo dell’energia e delle materie prime; comparsa di nuove emergenze sociali; nuovi rischi di continuità economiche per le imprese; indeterminatezza delle conseguenze di medio termine dei due “cigni neri” della pandemia e della guerra, la cui comparsa a distanza così ravvicinata, sono solo alcune delle conseguenze di questa guerra, che al Mezzogiorno è costato caro: l’inflazione è cresciuta dell’8,4% contro il 7,8% del Centro Nord; la ripresa è ancora più lenta.

Ma, forse, il dato peggiore sono le previsioni dell’Associazione: nel 2023-2024 al Sud crolleranno i consumi, così come ci sarà un rallentamento degli investimenti, mentre nel 2022 si è registrato il +12,2%, un dato più alto del Nord, che registra il 10,1%.

Mentre è stimata una crescita del Pil al +3,4% nel 2022, «a rallentare la crescita nazionale – quasi un punto sotto le previsioni pre-shock Ucraina – è soprattutto la frenata di consumi e investimenti – spiega la Svimez – in entrambi i casi con effetti di composizione sfavorevoli al Mezzogiorno tali da determinare la riapertura della forbice Nord-Sud nel ritmo di crescita (+2,8% nel Mezzogiorno, +3,6% nel Centro Nord) che prima del nuovo shock sembrava potesse rimarginarsi. Il Mezzogiorno, comunque, recupera nel biennio 2021-2022 i livelli di PIL pre-pandemia».

Nelle previsioni della Svimez, in Calabria il Pil crescerà dello 0,1% nel 2023, mentre dello 0,4% nel 2024. Dati allarmanti, considerando che, nel prossimo biennio, il Pil calabrese è quello che crescerà di meno a livello italiano. Ma non è solo la nostra regione a trovarsi in difficoltà: «il Mezzogiorno – ha rilevato la Svimez – fa segnare tassi di variazione del Pil inferiori al resto del Paese, nonostante il significativo contributo alla crescita del PNRR. Nel 2023, il Pil dovrebbe segnare un incremento dell’1,7% nelle regioni centrosettentrionali, e dello 0,9% in quelle del Sud. Nel 2024, si manterrebbe un divario di crescita a sfavore del Sud di circa 6 decimi di punto: +1,9% al nord contro il +1,3% del Sud».

La Svimez, poi ha denunciato come «con l’instabilità politica potrebbero tornare le tensioni sui mercati finanziari, con effetti depressivi maggiori sull’economia meridionale»: per l’Associazione, infatti, «una prolungata situazione di tensione nei mercati finanziari possa determinare una perdita di Pil, nel biennio 2022-2023, di circa sette decimi di punto percentuale a livello nazionale. Nel Sud, la perdita di Pil arriverebbe al punto percentuale, mentre nel resto del Paese risulterebbe più contenuta arrestandosi a sei decimi di punto».

L’Associazione, poi, ha rilevato che «le imprese nel Mezzogiorno sono quelle più esposte allo shock Ucraina», in quanto l’aumento dei costi dell’energia incide maggiormente sui bilanci delle aziende del Mezzogiorno perché qui sono più diffuse le imprese di piccola dimensione, caratterizzate da costi di approvvigionamento energetico strutturalmente più elevati sia nell’industria che nei servizi. Inoltre i costi dei trasporti al Sud sono più alti, oltre il doppio rispetto a quelli delle altre aree del paese. Quindi il sistema produttivo meridionale si dimostra più fragile rispetto all’impatto della guerra».

«Si stima, infatti – si legge – che uno shock simmetrico sui prezzi dell’energia elettrica che ne aumenti il costo del 10%, a parità di cose, determini al Sud una contrazione dei margini dell’industria di circa 7 volte superiore a quella osservata nel resto d’Italia, rischiando di compromettere la sostenibilità dei processi produttivi con possibili conseguenze sul mantenimento dei livelli occupazionali».

Per quanto riguarda i dati sull’occupazione al Sud, la Svimez ha rilevato che, nonostante ci sia una crescita (nel I trimestre del 2022 l’occupazione nel Mezzogiorno è tornata ai livelli del primo trimestre del 2020 con ancora 280mila posti di lavoro da recuperare rispetto al primo trimestre 2009), la qualità del lavoro è peggiorata.

«Il recupero dell’occupazione nel 2021 – scrive la Svimez – è però interamente dovuto al Sud ad una crescita dell’occupazione precaria (dipendenti a termine e tempo parziale involontario). Nel Centro-Nord, riprende a crescere anche il tempo indeterminato. Dalla crisi del 2008, il progressivo peggioramento della qualità del lavoro, con la diffusione di lavori precari ha portato ad una forte crescita dei lavoratori a basso reddito, a rischio povertà. Intervenendo in un mercato del lavoro già segnato da una crescita dell’occupazione «senza qualità», la ripresa dell’occupazione del 2021 nel Mezzogiorno si è concentrata sulla crescita del lavoro precario che ha «spiazzato» le forme di impiego più stabile».

Per la Svimez, è importante dare continuità al Pnrr «per colmare i divari sui diritti di cittadinanza: nelle infrastrutture scolastiche e nei ritardi e divergenze nei sistemi produttivi», a partire dall’istruzione.

«Nel Mezzogiorno – è stato rilevato – circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. In Campania se ne contano 200 mila (87%), in Sicilia 184mila (88%), in Puglia 100mila (65%), in Calabria 60mila (80%). Nel Centro-Nord gli studenti senza mensa sono 700mila, il 46% del totale. Circa 550mila alunni delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano scuole dotate di una palestra».

«Solo la Puglia – si legge – presenta una buona dotazione di palestre mentre registrano un netto ritardo la Campania (170mila allievi senza, 73% del totale), la Sicilia (81%), la Calabria (83%). Nel Centro-Nord gli studenti senza palestra raggiungono il 54%. Il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado. Da segnalare che quasi un minore meridionale su 3 (31,35%) nella fascia tra i 6 e i 17 anni è in sovrappeso, rispetto ad un minore su cinque nel Centro-Nord, in Basilicata il 40% (Svimez-Uisp, 2021)».

Al Sud, poi, è stato rilevato che il tempo medio per alunno nella Scuola Primaria è di quattro ore a settimana in meno rispetto al Centro-Nord, e che solo il 18% degli studenti del Mezzogiorno riesce ad accedere al tempo pieno, rispetto ai loro coetanei del Centro-Nord che sono il 48%.

La Svimez, poi, nel rapporto dedica uno spazio alla sfida dell’attuazione del Pnrr e ai relativi tempi di realizzazione e al ruolo degli Enti locali: «nell’ultimo decennio 2012-2021 emerge che su circa 46.277 opere monitorate e concluse, il 49,6% riguarda Infrastrutture sociali (di cui: infrastrutture scolastiche (40%), abitative (6%), sport e tempo libero (14%), beni culturali (8%), sanitarie (4%), direzionali e amministrative (5%), culto (1,6%) e altre (20%)); al Sud tale quota sale al 53%.Si tratta di un ambito di intervento decisivo per raggiungere gli obiettivi di coesione territoriale previsti dal Pnrr».

«Rispetto al dato nazionale (1.007 giorni) – viene rilevato – i comuni del Mezzogiorno impiegano mediamente circa 450 giorni in più per portare a compimento la realizzazione delle infrastrutture sociali. Considerando le tre fasi progettuali delle opere (progettazione, esecuzione e conclusine dei lavori) il Mezzogiorno presenta in tutte le fasi evidenti ritardi rispetto al Centro e alle aree Settentrionali. Oltre 300 giorni di ritardo si accumulano nella fase di cantierizzazione (esecuzione) se gli enti locali del Mezzogiorno non dovessero invertire il trend e rendere più efficiente la macchina burocratica necessaria all’affidamento dell’appalto, all’apertura del cantiere e alla realizzazione dei lavori, avrebbero dei tempi estremamente stretti per portare a conclusione le opere nel rispetto del termine ultimo di rendicontazione fissato per il 31 agosto 2026 (Regolamento RFF 2021/241)».

Per l’Associazione, «gli investimenti del Pnrr in infrastrutture sociali nel Sud dovrebbero essere avviati al massimo entro fine ottobre 2022 per riuscire a chiudere il cantiere entro la conclusione del Piano (agosto 2026). I tempi per le restanti macro-aree sono un po’ più diluiti: Maggio 2023 per il Centro e l’estate 2024 per le aree settentrionali».

Le difficoltà delle imprese del Sud nel recepire e sfruttare tutto il potenziale delle misure di politica industriale legate al 4.0 previste dal PNRR si scontra con vincoli fisiologici e patologici del sistema produttivo meridionale: «La priorità accordata – si legge – alla coesione economica, sociale e territoriale dal PNRR, in tema di imprese e lavoro, andrebbe declinata nel contrasto alle tendenze divergenti tra strutture produttive regionali, definendo un mix di strumenti di politica industriale bilanciato tra consolidamento dell’esistente nelle aree forti, e ampliamento e riqualificazione della struttura produttiva delle aree in ritardo».

Per la Svimez, «il Pnrr sconta la mancanza di una vera e chiara politica industriale. Interventi come le Zone economiche speciali, i contratti di sviluppo, i fondi per l’internazionalizzazione, gli accordi di innovazione non sono parte integrante di una strategia unitaria di politica industriale attiva. La debolezza degli interventi verticali e di filiera pregiudica anche l’opportunità di beneficiare della domanda aggiuntiva di beni e servizi avanzati incentivata dal Piano, alimentando importazioni piuttosto che un ampliamento dell’offerta nazionale che potrebbe trovare nelle aree del Mezzogiorno una possibile localizzazione strategica».

La soluzione, dunque, sarebbe quella di «potenziare e caratterizzare territorialmente le misure di politica industriale del PNRR, integrandoli in una strategia che ne precisi gli obiettivi (sostenibilità, qualità del lavoro) e le priorità settoriali, supporterebbe la capacità attrattiva del Mezzogiorno. Ne risulterebbe rafforzata la finalità di coesione del PNRR, e valorizzato il ruolo del Mezzogiorno nel riposizionamento del Paese nelle catene del valore che vanno riconfigurandosi dopo il doppio shock della pandemia e dell’invasione russa dell’Ucraina». (rrm)

ACQUA, AMBIENTE, ENERGIA: DALLA SVIMEZ
INDICAZIONI PER UTILIZZO RISORSE PNRR

In Calabria, l’attivazione in termini di valore aggiunto della produzione delle utilities (ambientale, idrico ed energetico), ha un’incidenza dello 0,5%. È il valore minimo rilevato nelle otto regioni meridionali dal Rapporto Sud I servizi pubblici locali nell’Economia del Mezzogiorno, elaborato da UtilitaliaSvimez.

Un dato che preoccupa, ma che deve far comprendere come sia importante investire le preziose risorse del Pnrr per migliorare la qualità della vita dei calabresi, partendo dall’acqua, dall’ambiente e dall’energia.

Soprattutto sull’acqua, la nostra regione ha un problema serio: è tra le più colpite per l’irregolarità nel servizio dell’erogazione dell’acqua e il 28,8% delle famiglie si lamenta del problema. Grave disagio, poi, anche sui consumi: il 38,2% delle famiglie ha dichiarato di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto.

Quello presentato è, infatti, un prezioso documento che analizza e valuta gli impatti economici e occupazionali nei vari settori in cui operano le utilities (ambientale, idrico ed energetico) nelle regioni del Mezzogiorno. Vengono messe a fuoco sia le criticità, legate ad alcuni ritardi storici e all’incalzare della crisi climatica e per la cui risoluzione vengono effettuate alcune proposte, sia le opportunità, moltiplicate dalla destinazione del 40% delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) alle regioni meridionali.

Secondo il rapporto, infatti, «i servizi di pubblica utilità, nello specifico quelli relativi alla gestione delle risorse idriche, ambientali ed energetiche, svolgono un ruolo particolare: sono vettori che possono accelerare il passaggio verso un’economia decarbonizzata, basata sulla circolarità delle risorse, sul miglioramento della qualità della vita e sul rafforzamento della resilienza dei sistemi economici e sociali».

«In quasi 290 mila gli addetti nel comparto delle utilities, di cui oltre 93 mila impiegati nelle unità locali situate nelle regioni meridionali. Il peso relativo del Mezzogiorno sull’Italia è dunque pari al 32%, in linea con il peso demografico di queste regioni e nettamente maggiore di quanto emerge da altri indicatori economici (la quota del PIL meridionale su quello nazionale, ad esempio, arriva a malapena al 22%). In termini di occupati, il peso relativo delle utilities sul totale dell’industria raggiunge l’8,9% nel Sud, ed è pari al 4,5% nel CentroNord».

«Passando, però – si legge – dal numero degli occupati alla produttività, l’equilibrio tra Nord e Sud viene ribaltato. Il valore aggiunto per occupato nelle utilities del Mezzogiorno è pari a circa 116 mila euro, mentre nel Centro-Nord si attesta a 166 mila euro, rispetto a valori pari, rispettivamente, a 48 e 67 mila euro per il totale dell’industria. Inoltre il Sud Italia è caratterizzato da una minore concentrazione di società rispetto al resto del Paese: delle 1.301 realtà a livello nazionale, soltanto 260 hanno sede nelle aree meridionali. Nel 2020, il valore della produzione (fatturato) dei servizi di pubblica utilità realizzato da 241 aziende con sede legale nelle regioni del Mezzogiorno ha sfiorato i 5 mld di euro, che corrisponde al 21% dell’intero fatturato prodotto su scala nazionale, nel medesimo anno, dalle aziende attive nei due settori considerati (idrico e servizio ambientale)».

«Il valore della produzione – viene spiegato – complessivamente attivato dalle utilities del Mezzogiorno qui considerate è pari, in valore assoluto, a circa 11 mld di euro a scala nazionale. Per offrire un termine di comparazione, quest’ultimo dato è pari a quasi lo 0,4% dell’intero valore della produzione nazionale al netto delle attività non market2 nel 2019. Per ogni euro di produzione realizzata nel Sud da parte delle utilities esaminate se ne attivano, in Italia, circa 2,2».

Tornando al discorso dell’attivazione in termini di valore aggiunto nelle otto regioni meridionali e la sua incidenza sul Pil, se la Calabria è quella che presenta il valore minimo, c’è la Puglia che, invece, presenta il valore più alto (1,6%).

Dunque, «In sei regioni su otto del Mezzogiorno, l’attivazione di valore aggiunto è uguale o superiore al punto percentuale (sul PIL regionale). Sono valori che indicano come, al di là delle funzioni di primaria importanza svolte da queste aziende (basti pensare a quelle attive nella raccolta dei rifiuti), esse presentano una “dimensione” economica non trascurabile. A fronte di un numero complessivamente esiguo di aziende, la loro capacità propulsiva appare comparativamente elevata».

Per Svimez e Utilitalia, poi, c’è un altro elemento da considerare, ossia che le aziende meridionali sono importanti attivatori di produzione e occupazione anche per le regioni del Centro-Nord. Se nelle regioni del Sud, per ogni milione di euro di produzione realizzata dalle utilities locali, si attivano dai 7 ai 10 addetti, la produzione totale attivata dalle aziende genera a livello nazionale da 2 a 3 posizioni lavorative aggiuntive che interessano le regioni del Centro-Nord. In altri termini, per ogni milione di euro di produzione realizzata dalle imprese meridionali, in media una quota prossima al 30% dell’attivazione complessiva di occupazione va a beneficio delle regioni centro-settentrionali».

Per quanto riguarda il settore idrico, è cosa nota che il Sud soffra di significativi ritardi sia sulla governance che sugli investimenti. Una condizione che aumenta il divario con il resto del Paese andando a creare quella che nel rapporto viene chiamata Water service divide.

«La presenza di piccoli operatori – si legge – spesso coincidenti con i singoli Enti Locali, e la mancanza di un ente di regolazione locale che coordini l’attività dei gestori sul territorio, hanno forti ripercussioni sulla pianificazione degli interventi e sulla determinazione delle tariffe: i gestori del servizio si ritrovano spesso in condizioni di difficoltà economica per cui l’obiettivo finale si focalizza più sulla necessità di contrastare eventuali squilibri di breve termine che su una pianificazione ottimale di lungo periodo che guardi all’efficienza della gestione. È dunque necessario garantire la piena operatività agli Enti di Governo d’Ambito, passaggio fondamentale per il superamento delle gestioni in economia (che al Sud servono il 26% della popolazione; vedi figura) e della frammentazione gestionale che rappresentano un freno allo sviluppo industriale e agli investimenti».

Per Svimez e Utilitalia, «sarebbe opportuno prevedere un’accelerazione nella realizzazione delle infrastrutture interregionali o comunque sovra-ambito (già previste nei piani di bacino e nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico) ecoerentemente, completare la costituzione di una nuova Società dello Stato (prevista dalla Legge di Stabilità per il 2018) che subentri all’EIPLI, ente definitivamente soppresso e posto ormai in liquidazione. Lo stallo sul destino di questo ente determina infatti un’elevata vulnerabilità del sistema di grande approvvigionamento di buona parte del Sud Italia, comportando un rischio significativo per l’uso civile dell’acqua ma anche per quello irriguo e industriale».

«Si tratta di interventi urgenti perché l’infrastruttura presente nelle regioni del Sud è stata in gran parte realizzata grazie alle risorse previste dalla Cassa del Mezzogiorno» viene evidenziato nel Rapporto, dove viene spiegato che il Sud deve fare i conti con la persistente scarsità della risorsa idrica.

Purtroppo, infatti, «in molte zone i problemi connessi alla disponibilità di acqua potabile costringono ogni anno le amministrazioni a emanare ordinanze di razionalizzazione delle acque, causando disagi alla cittadinanza soprattutto nel periodo estivo. Il quadro complessivo ha un impatto evidente sui consumi di energia elettrica: se da un lato il consumo di energia dell’acqua immessa in rete è abbastanza omogeneo, lo stesso non può dirsi in relazione ai volumi consegnati all’utenza».

E, proprio sulla dispersione dell’acqua, è stato rilevato come «in sei capoluoghi del Mezzogiorno si osservano perdite totali lineari sulla rete comunale di distribuzione dell’acqua potabile superiori a 100 metri cubi per chilometro di rete, che si traducono in perdite percentuali superiori al 50%. Basti pensare che la percentuale delle perdite di Siracusa è pari al 68% circa, mentre a Milano scende al 14%. %. Questa differenza è espressione del service divide che caratterizza il comparto idrico italiano, ovvero l’asimmetria in termini di qualità del servizio offerto tra Nord e Sud del Paese, che può essere riequilibrata solo con un piano di investimenti strategico per le regioni meridionali».

«Inoltre in 11 Comuni capoluogo di provincia/città metropolitana, localizzati tutti nel Mezzogiorno, si è fatto ricorso a misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua potabile, disponendo la riduzione o sospensione dell’erogazione idrica. A 10 Famiglie e servizio idrico: nel Mezzogiorno maggiore irregolarità nel servizio e bassa fiducia nel bere acqua del rubinetto Attivazione complessiva degli investimenti nel periodo 2018-2023: in termini di produzione 3,2 mld € con 42mila ULA Enna, Pescara, Cosenza e Reggio di Calabria le restrizioni nella distribuzione dell’acqua potabile sono state estese a tutto il territorio comunale. Le situazioni più critiche si sono registrate ad Agrigento e Trapani, dove l’erogazione dell’acqua è stata sospesa o ridotta in tutti i giorni dell’anno, con turni diversi di erogazione estesi all’intera popolazione residente».

Da questi dati, dunque, emerge come le sfide più importanti per le utilities del Sud sono legate essenzialmente alla riduzione del service divide, soprattutto nei settori idrico e ambientale. L’obiettivo è migliorare i servizi erogati anche nell’ottica di aumentare il grado di resilienza di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici.

A tal proposito dal rapporto emergono alcune precise proposte: è necessario sostenere e potenziare lo sviluppo industriale delle utilities nel Sud Italia favorendo le gestioni industriali per superare i problemi derivanti dalla frammentazione; migliorare e semplificare la governance, per garantire rapidità ed efficacia nel processo di evoluzione industriale, incentivando la completa realizzazione degli investimenti, e semplificare i procedimenti autorizzativi; completare il processo di costituzione di una nuova Società dello Stato, che subentri ad EIPLI, per garantire il riequilibrio della dotazione della risorsa idrica nel bacino distrettuale dell’Appennino Meridionale; incentivare il processo di digitalizzazione del comparto; e, infine, programmare lo stanziamento di nuove risorse destinate alle regioni del Meridione ed assicurare la realizzazione degli investimenti.

Nelle regioni del Sud inoltre – e in particolare in Sicilia, in Puglia e in Basilicata – è presente il maggior potenziale di sviluppo delle rinnovabili da solare ed eolico d’Italia. Ad oggi la produzione di energia rinnovabile da queste fonti, al Sud Italia, è pari a circa il 30% della produzione nazionale (dati Terna): un valore che può crescere sensibilmente, contribuendo al raggiungimento dei target previsti dalla normativa europea.

Per la Presidente di Utilitalia, Michaela Castelli, «l’unica strada percorribile per elevare il livello dei servizi pubblici al Sud è favorire una gestione industriale, ovvero una gestione unica che si occupi dell’intero ciclo dell’acqua come dei rifiuti. Come dimostrano le positive esperienze del Centro-Nord e quelle delle realtà industriali presenti nel Meridione, solo in questo modo è possibile ottenere un incremento degli investimenti e della qualità dei servizi offerti ai cittadini».

«Bisogna intervenire – ha evidenziato – nei territori in cui le amministrazioni locali non hanno ancora affidato il servizio a un soggetto industriale, con l’obiettivo di superare le gestioni in economia e la frammentazione gestionale. Per ogni euro di produzione realizzata nel Sud da parte delle utilities esaminate nel Rapporto se ne attivano, in Italia, circa 2,2: il comparto può dunque contribuire in maniera importante al rilancio economico del Meridione, anche dal punto di vista dell’impatto occupazionale diretto e indiretto».

Anche per il Direttore Generale della Svimez, Luca Bianchi «il comparto delle utilities risulta essere uno dei canali di trasmissione più idonei a mettere a terra con profitto le risorse del PNRR nel Mezzogiorno. La maggiore robustezza rispetto al resto dell’industria riscontrata nelle gestioni integrate idriche e dei rifiuti, così come la capacità progettuale e di governo del sistema dei Consorzi di Bonifica, sono gli elementi che lo studio mette in evidenza come leve cruciali per favorire la transizione digitale ed ecologica del Mezzogiorno».

«Puntare su modelli di governance – ha sottolineato – che si sono rivelati efficaci anche al Sud, rafforzandoli nei territori in cui ancora non si sono insediate le gestioni industriali e concentrandovi le maggiori risorse per investimenti del PNRR, può essere la soluzione per sopperire al deficit di capacità amministrativa che potrebbe compromettere l’efficacia del PNRR nel Mezzogiorno. Tanto più che l’impatto degli investimenti su questi settori risulta essere particolarmente incisivo nella formazione di nuova occupazione e riguarda gli ambiti più esposti alle sfide del cambiamento climatico».

«Gli investimenti sulla digitalizzazione delle gestioni idriche, dei campi agricoli, sulla depurazione e sul trattamento dei rifiuti possono produrre effetti a cascata (effetti spillover) nel lungo periodo di gran lunga superiori alle stime di impatto sul Pil e occupazione, peraltro già consistenti, elaborate in questo studio», ha concluso Bianchi. (rrm)

MA QUALI MERIDIONALISTI DI PROFESSIONE
GIANNOLA DIFENDE RUOLO DELLA SVIMEZ

di SANTO STRATI – È passato quasi un mese dal Convegno di Sorrento promosso dalla ministra per il Sud Mara Carfagna con l’organizzazione affidata allo Studio Ambrosetti, ignorando del tutto la Svimez, ma la sottile polemica sui “meridionalisti di professione” continua a strisciare insidiosa.

È un modo di pensare che, alla luce delle ultime proposte della ministra Gelmini sull’autonomia differenziata (che è tornata improvvisamente alla ribalta) va respinto in toto, perché non si può ignorare il grandissimo sforzo e il ruolo precipuo recitato dalla Svimez a favore del Sud.

Non si può immaginare un “Mezzogiorno senza Svimez”, anche perché si farebbe torto ai padri fondatori Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno non erano figli del Meridione, bensì esponenti della politica e dell’economia dell’Italia industriale del Nord: basti pensare a Beneduce, Menichella, Giordani, Cenzato e Saraceno e al loro impegno per sostenere una politica di industrializzazione e di crescita che vedesse protagonista l’intero Paese e non soltanto le già sviluppate economie del Settentrione.

A dar fuoco alle polveri, con la consueta amabilità che lo contraddistingue è stato qualche giorno fa il presidente della Svimez Adriano Giannola con una lettera al Corriere del Mezzogiorno che aveva pubblicato un editoriale di Marco Demarco che ascriveva l’ostracismo riservato alla Svimez a una guerra d’indipendenza della ministra per il Sud rispetto a De Luca e ai “professionisti del Mezzogiorno”.

Secondo Giannola, “l’enfasi sulla presunta novità del «Mezzogiorno senza Svimez» si deve, probabilmente, alla “scoperta di una novità a ben vedere vecchia di trent’anni; un fuoco fatuo, un abbaglio per l’acuto interprete (Demarco) di vicende nazionali «viste da Sud».

Si commenta da sola – scrive Giannola – l’allusione al «meridionalista di professione» della Svimez: tali sarebbero Saraceno (Iri), Rodolfo Morandi (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia), Menichella (istituto ricostruzione industriale-Banca d’Italia), la Cassa del Mezzogiorno presieduta da Pescatore, ecc… che furono in sintonia con i Governi, in autonomia e con discreto successo. Oggi – certo – non si può cercare di stare dignitosamente sulle spalle di quei giganti – chiosa Giannola nella sua lettera.

“A scanso di equivoci – prosegue il presidente della Svimez – Demarco commette un errore marchiano quando afferma che Sorrento inaugura l’era di un “Mezzogiorno senza Svimez». C’è da chiedersi dove egli fosse nella boriosa-sterile stagione dei boys della Nuova Programmazione, o in quella dei patti territoriali e da quale spiaggia abbia osservato i disastri delle politiche di coesione tanto case a Governi e «Governatori». In altri termini, non si è accorto che sul Mezzogiorno da più di trent’anni il Governo ragiona senza e spesso contro la Svimez.

“A Sorrento – scrive Giannola – la politica ha provato a verniciare a nuovo uno scenario preso a prestito; autorevoli sponsor contribuiscono da par loro con suggestioni che hanno un qualche distillato di analisi untradecennali. Certo fa effetto – a noi, non a Demarco – vedere all’improvviso declamati slogan Svimez mai assurti prima alle luci della ribalta del governo. Ben venga perciò se la volenterosa ministra saprà «cambiare rotta» al Paese costruendo quel «Secondo Motore», anche esso rigorosamente marcato Svimez pur non rivendicando copyright”.

Giannola rimarca nella sua lettera che “il quesito oggi non è se e come la Svimez sia in gioco, ma quale sostanza e credibilità possa attribuirsi all’annuncio di cambio di rotta. Ora (la ministra è baciata dalla fortuna) le risorse abbondano, vanno spese: è il progetto che rimane ignoto. In attesa di verificare la sequenza intenzioni-fatti non professiamo affatto granitica fiducia. Ministeri-chiave (mobilità sostenibile e transizione) a fronte di un’emergenza energetica che mette a rischio gli appuntamenti con la decarbonizzazione di Ue 2030 e 2050, palesano evidente inerzia, carenza di visione e di condivisione di questa opzione nel Pnrr. Di questo, sia consapevole la ministra e si attivi con fantasia. Serve a poco proclamare slogan Svimez (messi volentieri a disposizione) se dopo il maquillage non si passa in sala macchine ad accendere «il motore» per innescare quella sapiente, controllata reazione a catena che vale molto di più dell’ossessione del 40% al Sud. Per garantire un percorso di riequilibrio territoriale nei diritti di cittadinanza e va condiviso nel Paese grande malato d’Europa”.

È una replica, questa di Giannola che i nostri politici (ma non soltanto quelli carichi di pulsioni meridionalistiche) dovrebbero utilizzare come monito a una continua “distrazione” sui problemi del Mezzogiorno e sull’ – ahimè – crescente divario Nord-Sud. “Sul Sud– scrive ancora Giannola – si ha pieno diritto di ragionare: dico anzi che è tempo che Milano rompa il silenzio che, finora, segnala evidenze del suo malessere in fortuiti «fuori onda». Scenda invece in campo, magari aprendosi al confronto sul rivendicazionismo del «vento del Nord» e la bocconiana idea che per «far correre Milano» vale la pena di «rallentare Napoli» (Tabellini). Proporrei al presidente di Ambrosetti di ragionare sulla crisi di Milano che, per correre e non zoppicare, oltre a prendersela con Napoli crede di poter tornare locomotiva, con la scorciatoia di una incostituzionale autonomia che un’altra ministra di affretta a sfornare, senza che il presidente del Consiglio batta ciglio”.

Quest’ultimo riferimento alla Gelmini dovrebbe ulteriormente indurre a riflettere. Nel primo governo Conte la ministra Erika Stefani dovette battere in ritirata con le carte pronte per un’autonomia differenziata che mortificava il Sud e non aiutava, sicuramente il Nord. La Gelmini, si ritrova con una patata più bollente di prima che ha subito provocato la stizzita reazione della “collega” di partito Carfagna.

Il problema è e rimane ancora una volta la necessità di ragionare in termini di Paese e non di Nord-Sud dove l’uno corre e l’altro arranca. L’occasione del Pnrr è sicuramente più unica che rara e questo treno, una volta perso, non ha locomotive d’emergenza né corse aggiuntive su cui poter contare. Il Mediterraneo è la vera sfida (Giannola chiama “la via di Damasco – il cambio di rotta – da molti anni indicata dalla Svimez al Governo. Il vento gira e gonfia le vele di un Euro-Mediterraneo che da noi è ancora in cerca di identità, da costruire in casa prima che sull’altra sponda”.

Il fatto è che da troppo tempo gli illuminati rapporti della Svimez che avrebbero dovuto costituire un faro ideale per una sequela di governi insensibili al problema Mezzogiorno, non vengono presi in considerazione. Sono allarme circostanziati, con indicazioni di soluzioni affatto peregrine e che, anzi, potrebbero rappresentare il percorso più adatto per sostituire la parola crisi con ripartenza, la parola abbandono con ripresa, il termine degrado con sviluppo. La verità è che manca una precisa volontà politica a vedere finalmente crescere e avanzare il Mezzogiorno per un malcelato timore di un improbabile quanto impossibile “sorpasso”. I numeri del Pil sono impietosi e indicano ancora sofferenza in tutto il Meridione, ma senza i consumi delle popolazioni del Mezzogiorno – questo ancora non lo vogliono capire al Nord – le fabbriche e le industrie settentrionali si troveranno con ricavi dimezzati o azzerati. Ma alla popolazione del Mezzogiorno, oltre a offrire pari dignità abbattendo qualsiasi divario in qualsiasi campo, occorre offrire occupazione e lavoro stabile, garantire il futuro fino ad oggi rubato alle nuove generazioni del Sud. Se riparte il Sud, non dimentichiamolo, riparte il Paese. E non è uno slogan. (s)