IL TURISMO SOSTENIBILE IN CALABRIA È
POSSIBILE: TROPEA ESEMPIO VIRTUOSO

di FRANCESCO CANGEMI – E se da Tropea partisse una lezione utile per tutta la Calabria? Una lezione che ci racconta di un turismo sostenibile attento all’ambiente che ha, infatti, portato la perla del Tirreno vibonese ad ottenere le 5 vele che sono il massimo dell’eccellenza, per quanto riguarda la qualità e la bellezza del mare secondo Legambiente e il Touring Club italiano.

Paesaggi mozzafiato alla Calabria non mancano di certo come non mancano acque chiare e limpide (nonostante alcune zone sembrano non riuscire a superare il problema della depurazione), se a questo si uniscono provvedimenti virtuosi messi in atto dalle istituzioni allora si possono ottenere grandi risultati e grandi flussi turistici così come Tropea ci insegna.

Il riconoscimento alla cittadina vibonese è arrivato durante la presentazione nella sede nazionale di Legambiente della ventitreesima edizione de “Il mare più bello 2023”, la guida blu alle migliori località costiere di mare e di lago di Legambiente e Touring club italiano. La guida passa in rassegna oltre 400 Comuni costieri italiani premiando con il massimo riconoscimento, le Cinque vele appunto, quanti hanno saputo coniugare al meglio territori e luoghi d’eccellenza con coraggiose e innovative strategie di sviluppo sostenibili.

Sono 21 le località che hanno ottenuto il vessillo più ambito delle Cinque vele distribuite in 7 regioni. La Sardegna è risultata la regione più premiata con ben 7 località e che si posiziona al primo posto con Baunei (Nu), seguono la Toscana con 4; la Puglia e la Campania entrambe con 3 località e la Sicilia con 2. Chiudono la classifica, la Basilicata e la Calabria, new entry di quest’anno, che raggiunge la vetta con Tropea.

La Calabria torna nei posti più alti della classifica con le 5 vele di Tropea, punta di diamante della Costa degli Dei (Vv). Molto significativo il risultato di Roccella Jonica (Rc) nella Costa dei gelsomini che raggiunge le 4 vele. Numerose le località calabresi di tutte le province che raggiungono le 3 vele a partire dalle prime classificate per ogni provincia: Scilla (Rc) sulla Costa viola; Isola Capo Rizzuto (Kr) sulla Costa dei saraceni; Zambrone nella Costa degli Dei, (Vv); Badolato (Cz) Costa degli aranci e Diamante (Cs) sulla Riviera dei cedri.

Il giudizio attribuito a ciascuna località, dalle 5 vele assegnate alle migliori fino a 1 vela, è frutto di valutazioni approfondite. I parametri sono suddivisi in due principali categorie: qualità ambientale e qualità dei servizi ricettivi. La scelta degli indicatori e la loro attribuzione a differenti macroaree ha quindi tenuto conto di requisiti chiave, definiti in ambito europeo.

Tropea è considerata uno degli emblemi del turismo calabrese grazie anche al suo importante centro storico e alle sue spiagge. Il riconoscimento delle 5 vele si è basato sui concreti interventi messi in campo negli ultimi anni che hanno migliorato la qualità della vita e dei servizi e sull’attenzione posta dall’amministrazione ai temi della tutela ambientale. Tra le attività poste in essere l’adozione di diverse ordinanze e atti amministrativi da parte del Comune per la salvaguardia delle spiagge e del territorio anche in materia di rifiuti e di raccolta differenziata, il monitoraggio della qualità delle acque di balneazione e depurazione e la realizzazione di concreti interventi di manutenzione straordinaria ed efficientamento dell’impianto di depurazione. Ancora, sono state migliorate le condizioni di accessibilità alle spiagge da parte dei disabili con la realizzazione di stalli riservati e l’acquisto di sedie “job”, messe a disposizione gratuitamente, e realizzate misure per la mobilità sostenibile con la pianificazione e razionalizzazione degli accessi agli automezzi; inoltre è stata istituita la ztl e sono state attivate alcune ciclo stazioni di ebike sharing. Inoltre sono realizzate, anche con il contributo di Legambiente, numerose iniziative come il recupero della pineta di Tropea, la piantumazione di oltre 300 nuovi alberi e la realizzazione di una continua attività di educazione ambientale che ha visto le scuole cittadine coprotagoniste in un’azione sinergica con Legambiente e il Comune.

«La Calabria è una regione bellissima che deve guardare al proprio futuro intersecando le tematiche ambientali con lo sviluppo sociale ed economico – dichiara Anna Parretta presidente di Legambiente Calabria – Siamo lieti del risultato di Tropea che, con l’attribuzione delle 5 vele, riporta la nostra regione nella parte alta della classifica del mare più bello. Un risultato che non è un punto di arrivo, ma un incentivo per Tropea e per l’intera regione a proseguire sulla giusta direzione. Non dobbiamo però dimenticare le tante criticità calabresi a partire dalle questioni depurative ancora irrisolte, all’abusivismo edilizio, alla gestione del ciclo dei rifiuti che richiedono interventi celeri e risolutivi. Alla Regione ed alle amministrazioni locali chiediamo capacità di visione per realizzare forme di turismo ecosostenibile che si fondino sul rispetto della Natura e valorizzino le nostre spiagge, il mare, le montagne, i paesi, la grande biodiversità dei parchi e delle altre aree protette, la cultura, l’enogastronomia e la storia della nostra regione».

Apprezzamento è stato espresso anche dal locale circolo Legambiente Ricadi: «L’assegnazione delle cinque vele a Tropea – ha dichiarato Franco Saragò, presidente del circolo – è un riconoscimento per le attività svolte nel corso degli anni nel campo della sostenibilità ambientale e della qualità dei servizi. Le Cinque vele sono un punto di partenza che dovranno servire anche come ulteriore sprone all’amministrazione comunale di Tropea e agli altri comuni della Costa degli Dei, per investire sempre di più nella tutela dell’ambiente e in un turismo ecosostenibile». (fc)

FAR SCOPRIRE IL BELLO DELLA CALABRIA
LA MISSION CUI PUNTARE PER IL RILANCIO

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Se provassimo a diffondere bellezza, la Calabria, potrebbe essere finalmente una terra migliore di com’è? Praticare il bello, è un esercizio che sappiamo fare, ma fare bene, noi calabresi? Sul primo quesito lasciamo la risposta aperta, su quello seguente invece, la risposta esatta è: non proprio. Ma possiamo certamente imparare.

Migliorare le nostre performance, fino a essere straordinariamente bravi. In fondo non si tratta d’altro se non di diffondere la bellezza di cui la Calabria è già da principio dotata. Non sarebbe forse questa una buona pratica di marketing strategico per la Regione? 

La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è certamente il dubbio che fare bene e fare meglio (vivere rettamente) sia inutile. Corrado Alvaro affronta già nel 1948, e con sostenuta sollecitudine, la morale del dubbio, ma la verità è che a certe latitudini soprattutto, questo dubbio assale ancora. Oggi come allora. Serve dunque un’analisi autocritica che ingaggi nei calabresi la capacità di fare del bello il proprio massimo bene. 

Risorse limitate? Concentriamole sulle migliori opportunità.

Bene il food che fa provare gusto; ottima l’enogastronomia che rende onore ai sapori e agli odori, ai prodotti tipici del territorio; straordinari il mare e la montagna… Un mood che però è limitatamente sufficiente se si tratta di riuscire a essere competitivi con il resto del mondo. Dove il gioco lo fa sì la domanda, ma la soluzione è tutta nell’offerta.

Serve, al centro di tutto questo principio di cose, un dettaglio ulteriore a fare la differenza. E cioè una formula “strategica” in grado di far emergere il particolare nell’universale. 

Il mare non ci privilegia più. È stralucente alle Hawaii e pure in Liguria, non è dunque questo il particolare oggetto della nostra ricerca. La montagna non ci avvantaggia particolarmente neppure, è purissima in Svizzera e anche in Piemonte, dunque nulla di cui approvvigionarsi neanche qui. Il buon cibo, non è più un esclusivo segno di riconoscimento, vi sono eccellenti vie del gusto anche in Emilia e in Toscana. Perché allora far virare verso Sud, in Calabria, il flusso turistico italiano, europeo ed estero?

Ecco la necessità di una strategia di sviluppo mirata. 

Della Calabria, in termini di bello, nel contesto di una bellezza più grande e obiettivamente diffusa ovunque, si parla fin troppo poco. Un dato reale, da impianto statistico, secondo il quale la regione emerge maggiormente per fatti di cronaca nera rispetto alle pluriqualità possedute, in grado, tra le altre cose, di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione. La Calabria, nonostante le sue origini magnogreche, la spettacolarità dei bronzi di Riace, la genialità del teorema di Pitagora e il valore leggendario del tesoro di Alarico, resta tra le regioni italiane una misconosciuta terra d’Europa. Ovviamente al netto di tutto il bello che ha. 

Politiche errate, o piani di sviluppo poco credibili? Propagande troppo campanilistiche, o incapacità di orientamento verso la progressione nazionale e internazionale?

Certamente a influire su questo stallo della regione, pesano le troppe inconcludenti approssimazioni che fanno capo alla politica, ma anche e soprattutto ai calabresi della società civile conniventi alla politica stessa, tutti insieme fedeli alla leggenda metropolitana “u ciucciu chi vola”. Non sarebbe tempo di abbandonare il carattere di mitomani ereditato dai greci e smettere di raccontare favole su una vita in realtà disadorna?

I flussi turistici, negli ultimi decenni, hanno aumentato in maniera esponenziale le loro esigenze, conseguenza della progressione dello sviluppo economico e sociale a livello globale. Le migliaia di chilometri che distanziano la Calabria dal resto d’Europa, devono pertanto poter corrispondere al massimo dei servizi del bello, affinché da ovunque si decida di raggiungere una meta così lontana. Come? Con la capacità dei singoli di fare gruppo e quella del gruppo di trasformarsi in insieme.

La Calabria è bellissima. E i luoghi di cui dispone sono davvero tanti e soprattutto vari. Vanno semplicemente esposti. Messi in mostra. Saputi vendere. Come si fa coi frutti, l’olio, il pane, il bergamotto e il cedro. La Calabria ha una miriade di luoghi che sono musei a cielo aperto, set naturali gratuiti dove tutti potrebbero girare il film della propria vita, o magari realizzarvi dei sogni. La nota che stona è che però su questi stessi luoghi idilliaci, a giocare a svantaggio è l’oscurantismo, cioè l’essere conosciuti troppo poco, a volte per niente. 

Ma non è che si ha forse troppa paura di correre il rischio che la Calabria rubi il cuore agli ospiti in visita nei suoi meravigliosi luoghi? Anche se fosse, e lo rivelo proprio qui, è esattamente questo l’elemento segreto della strategia.

La nostra terra, e ne fa memoria l’inglese Edward Lear con i suoi artistici bozzetti, ha bisogno di essere mostrata per quel che è: il diamante grezzo d’Europa, lo straordinario itinerario italiano.

Una nuova proposta legata ai luoghi, in tutte le accezioni del termine. Alle pietre, alle vie, ai paesi. Con sottotitoli tratti dalla letteratura in cui gli stessi luoghi, oltre la materia di cui sono fatti, hanno un’anima viva. Sono essi il contenitore di tutto ciò che il viaggiatore cerca. Ma affinchè la promozione convinca, arrivi al livello della persuasione, il primo viaggio spetta ai calabresi, la cui conoscenza dei luoghi a cui appartengono è pigra e misera. Una ricognizione quindi destinata a confluire, a fine percorso, in quella agognata strategia di sviluppo regionale a cui abbiamo accennato nella parte iniziale. 

Per avere a disposizione una giusta chiave di lettura con cui far entrare ospiti e visitatori già a distanza, direttamente nel cuore della Calabria, affinchè questa possa rapirgli il loro, non resta che avviare un processo di interventi. Il primo, e mi sia concesso, sia riservato a Leonida Repaci, con l’augurio che la chiave che lo scrittore di Palmi è disposto ad offrirci, corrisponda, e corrisponderà, al dettaglio che fa la differenza nell’avvio di una forte e immediata strategia di marketing regionale che, auspichiamo, una volta attuata, si dimostri in grado di aprire le porte aperte di questa terra al mondo intero. 

Quando fu il giorno della Calabria Dio […] Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte, a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina, a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India, a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia, al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale, al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro, alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole. Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo, a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco, ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante, a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia, a Belmonte il marmo verde. Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone, Democede pure a Crotone, Almeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone, Filolao pure a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio, Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore a Celico, Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a Cosenza, il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella a Stilo, Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri a Taurianova, Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilèa pure a Palmi, Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami. Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion, ancora a Rossano l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna, a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone, a Santa Severina il Battistero a Rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta, a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale, a Crotone il Tempio di Hera Lacinia, a Mileto la zecca, pure a Mileto la Basilica della Trinità, a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale, a Tropea il Duomo, a San Giovanni in Fiore la Badia Florense, a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il Castello, a Reggio il Tempio di Artemide Facellide, a Spezzano Albanese la necropoli della prima età del ferro. Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria.[…] (Leonida Repaci)

Il Signore ha distribuito in Calabria più bellezza che altrove, vogliamo, noi calabresi, almeno a lui, rendere conto di ciò che ne abbiamo saputo fare? Non sono richieste strategie. (gsc)

TERRA STRAORDINARIA, MA TRASCURATA
CON IL PESO DI UN’IDENTITÀ CHE FA INVIDIA

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Se dovessi scrivere alla Calabria, scriverei a me stessa, allora scrivo ai calabresi, e più precisamente a quelli che, con nomine amicali il più delle volte, siedono in Cittadella regionale o giù di lì. 

Scrivo al Presidente della Regione Calabria e alla sua Giunta. Ai social media manager a cui è affidata la promozione regionale, e a quanti per “bontà dei cuori sciancati di questo e di quello”, si trovano nel circuito a correre la corsa per ogni genere di poltrona dirigenziale.

Cari voi tutti,

Vi scrivo perché se nascere in Calabria non si sceglie, essere calabresi sì. E la domanda che mi preme di porvi al quanto discreta, è la seguente: “Che genere di calabresi siete?”

Troppo qualunquemente viene trattata questa terra, ed io d’essere complice di questa ingratitudine, non me la sento. E mi dissocio. Sempre dalla parte della Calabria, ma non obbligatoriamente da quella dei calabresi (nemici dei calabresi stessi). 

Quando venne istituito il concetto di “terra dei padri”, nel 2021, dentro di me profondamente radicato partire dal ’78, che è l’anno in cui nacqui, e testimoni ne sono i miei scritti e le mie battaglie, sentii fiorirmi il cuore di soldanella. All’epoca nessuno o pochi sapevano cosa fosse questo fiore.  Ma io fiorivo dentro di me, perché la Calabria, che come aveva scritto Edward Lear ha già nel suo nome tanto di romantico, sembrava finalmente, voler riconquistare la propria identità perduta, riscoprendosi quel che è sempre stata: “terra dei padri”. 

I risvolti, però, furono deludenti e tristi. La terra dei padri, venni a scoprire mano mano, era una mera propaganda commerciale che mai poteva coincidere con la verità umana e morale, civile e culturale della Calabria. Serviva un approfondimento che non c’era stato. 

I 100 marcatori distintivi identitari con cui la terra dei padri intendeva proporsi al resto del mondo, facendo conoscere la propria storia, mancavano di tanti pezzi importanti. Dalla Certosa di Serra San Bruno, alla voce di Corrado Alvaro, ai giganti processionali Mata e Grifone, al Codice Romano Carratelli, e così via. 

Mi chiesi cosa fosse l’identità per la politica regionale. Se questa fosse una pratica manuale corrispondente al sogno di un pugno di amici, o invece l’urgente necessità di un intero popolo volta al bene di un’intera regione. Perché vedete, il resto del mondo, e lo sappiamo bene tutti, non aspetta altro che farci il culo, e quando la mancanza non c’è se la inventa. Figurarsi a servirla su un piatto d’argento. E non c’è da andare molto lontano. 

Tutti o quasi abbiamo avuto il piacere, io profonda ripugnanza, di leggere quanto nei giorni scorsi è stato pubblicato su “Visit Veneto”. Una campagna pubblicitaria che pur di sponsorizzare i siti veneti, denigra addirittura la Magna Grecia, definendola rovina. Una propaganda certamente ignobile, fatta sulla pelle della Calabria, ma ahimé, malgrado la ciotìa dei calabresi, la cui amministrazione si presenta sempre più approssimativa, improvvisata e qualunquista.

Alla Calabria Film Commission, mandiamo uno stilista. E sapete perché? Lui stesso lo dice: sono un grande amico del Presidente Occhiuto. Non avevamo per caso eccellenze a cui affidare la nostra cinematografia? Hai voglia se ne abbiamo. Forse ci rompevamo solo il cazzo ad andarle a cercare, individuarle, intercettarle. Ma che fesserie che andiamo facendo, e che perdite che facciamo gravare su noi stessi. Sul presente, sul futuro, sulla nostra storia. Sui nostri figli.

Per il 50° dal ritrovamento dei Bronzi di Riace, viene presentato un logo che, per dirlo alla Sgarbi, fa davvero cagare. “Capre, capre, capre”. Non potevamo bandire un concorso internazionale, per la creazione di un logo unico, coinvolgendo grafici da tutto il mondo? 

Ci sono errori che qui si compiono, e che si continuano ostinatamente a reiterare, e che la terra dei padri la trasformano in terra dei ciucci. E quelli come Zaia, lo sanno bene che a lavare la testa al ciuccio, si perdono acqua e sapone. E allora infilano il coltello nella piaga. Tanto sanno che noi sappiamo bene come fare a essere la piaga di noi stessi. 

Ma quando arriverà mai il giorno della Calabria? Con tutto quanto abbiamo, ci saremmo dovuti mangiare il mondo. E invece rieccoci qui, ancora una volta, a fare i conti con l’incapacità, l’approssimazione, le offese gratuite… Davvero magre consolazioni per chi nella Calabria crede e investe tutto ciò che ha. L’anima, lo spirito, il lavoro, i risparmi, la storia, la famiglia, la terra. Tutto. 

I padri dovevano essere l’esempio, la strada, il percorso, il viaggio. La rinascita, lo sviluppo, il riscatto. Con essi e per essi, bisognava partire dal concetto di Calabria come magnissima Colonna, dispensatrice di doti e di doni. Con uomini e donne a difesa della sua storia.

Una Calabria identitaria vera dunque, che sin dai nastri partenza abbia il vantaggio di appoggiarsi allo stato d’animo di chi la governa, e non sulle poltrone su cui ci si siede per governare. 

Avete idea, Presidente, assessori, consiglieri, dirigenti, ecc. di quanto genio dispone questa terra?

Io sì! Non avrei redatto altrimenti il Manifesto inviato al Miur, e anche alla Regione (da cui attendo ancora risposta), affinchè gli autori calabresi vengano studiati nelle scuole italiane. 

È tra quelle righe che chiedo venga istituita una legge regionale che preveda lo studio a scuola degli autori del ‘900; la prima Book Commission regionale, con la quale attraverso le opere dei nostri maggiori narratori vengano attuati progetti di sviluppo culturale e turistico; un ente regionale per la tutela della letteratura calabrese. 

Guardiamo per un attimo appena ai nostri vicini. Ai dirimpettai siculi. La Sicilia, vanta addirittura di un assessorato all’identità regionale. Difende i suoi autori, li fa studiare, mantiene la sua lingua siciliana, la protegge e la conserva… A che serve parlare di terra dei padri, quando i padri non vengono fatti rivivere nella vita politica, sociale, civile e culturale del paese? 

E qui la chiudo. Nei giorni scorsi, e quasi potrei gridare allo scandalo, l’assessore al Turismo della regione Calabria, pubblica sui suoi profili social, una poesia di Pablo Neruda, riportata su una sorta di carta intestata con il logo di Calabria Straordinaria, il nuovo progetto della Regione per lo sviluppo turistico del territorio. 

Bene direte. Io invece dico male, anzi malissimo. E boccio, assumendomene tutte le responsabilità, l’assessore Fausto Orsomarso, pur riconoscendogli in campo, un impegno che in pochi hanno avuto prima di lui. 

Ma davvero, caro assessore, serviva ricorrere a Neruda, che tra l’altro tanto amo come poeta, per raccontare una Calabria Straordinaria? 

Una terra vera, reale, va raccontata con le sue voci. Per essere identitaria, la Calabria, va fatta parlare con le parole dei suoi artisti. Diceva Saverio Strati, che do per scontato sappiate tutti chi sia, in altro caso Google vi sarà d’aiuto:  “Un popolo per capirsi deve conoscere i suoi artisti, altrimenti rimane indietro”. E allora, con tutto il rispetto per Pablo Neruda e la sua poesia, la Calabria Straordinaria, vi prego, raccontiamola così: 

Un arancio
il tuo cuore
succo d’aurora,
rosa nel bicchiere
(Franco Costabile)

Noi non sappiamo
da che anima nata
e sei da per tutto indifesa.
Io mi diffondo
per obbliviosi porti
ed imparo di te
l’azzurro e il sereno.
(Lorenzo Calogero)

Alla domanda: Chi siete? I nostri figli, ricchi di sapere e di conoscenza, con orgoglio, già oggi, dovranno poter rispondere: “La regione più bella del mondo”. Sempre più straordinaria, e meno sbronza. (gsc)

Confartigianato Imprese / Innocenza Giannuzzi: ripartenza sul turismo senza grandi idee

La presidente di Confartigianato Imprese Turismo di Catanzaro Innocenza Giannuzzi osserva con perplessità le iniziative in atto per la promozione turistica e la ripartenza. «L’estate 2021 – ha scritto in una nota – dovrebbe segnare la ripartenza economica e produttiva del nostro Paese, dopo mesi e mesi di dilagante incertezza. Ogni regione, con le sue peculiarità, potrebbe rappresentare un’importantissima attrattiva turistica, specie la nostra: peccato, però, che la promozione della Calabria come meta non brilli sulle emittenti nazionali. Quantomeno, noi non ne abbiamo contezza.

Un po’ di pubblicità indotta si è verificata attraverso il cortometraggio di Muccino, che però non ha riscontrato per nulla la gioia del popolo calabrese, in quanto quella descritta è una Calabria arcaica, ormai passata, per nulla identificabile in quella attuale. E ora si sta lavorando per la promozione turistica della nostra regione tramite il progetto “marcatori identitari”: peccato che l’identità e la storia della Calabria si siano modificate trasformando Alarico, il re dei visigoti, in “Talarico”. Inoltre si sta puntando sul turismo giudiziario, con un gran cartellone pubblicitario presso l’aeroporto internazionale di Lamezia Terme.

Siamo una regione con potenzialità turistiche inespresse: mare, montagne, colline e una storia invidiabile, possibile che non riusciamo a emergere sul palcoscenico mondiale? Forse è arrivato il momento di porci qualche domanda, perché a mio avviso puntiamo poco sul turismo di prossimità.

Probabilmente cerchiamo di copiare modelli che non ci appartengono, non vi è una chiara visione della situazione e non si investe sulle direttrici esatte, come il turismo delle radici o il turismo esperienziale oggi in auge. È nella semplicità che risiede la grandezza, forse è giunta l’ora di comprendere bene questa citazione di Albert Einstein!» (rcz)

[Foto di Angelo Laganà]