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Mons. Donato Oliverio

Domani da Papa Francesco gli italo-albanesi dell’Eparchia di Lungro

Di particolare suggestione e carico di significato l’incontro di domani mattina di Papa Francesco con i fedeli italo-albanesi dell’Eparchia di Lungro, guidati dal vescovo Donato Oliverio e accolti nell’aula Paolo VI. L’Eparchia di Lungro che quest’anno celebra i 100 anni è una piccola diocesi cattolica di rito bizantino che raccoglie i fedeli italo-albanesi che vivono nell’enclave arbëreshe del Cosentino. Emozione e devozione i due elementi che accompagneranno i calabresi di lingua arbëreshe in Vaticano: alle 16.30 oggi a San Pietro la Divina Liturgia in rito bizantino nell’Altare della Cattedra officiata dal vescovo Oliverio, domattina l’incontro col Pontefice, a suggello di una realtà che ha saputo non disperdere il prezioso e variegato patrimonio della tradizione bizantina nel culto della Chiesa Cattolica.

La storia dell’Eparchia di Lungro risale al 13 febbraio 1919, con la costituzione apostolica Chatolici fideles con cui papa Benedetto XV univa in un unico corpo ecclesiale e giuridico i discendenti dei profughi albanesi e greci dei secoli XV-XVIII. «A distanza di 100 anni dal lungimirante provvedimento, – scrivono Pietro Lanza e Demetrio Guzzardi nel bel volume dedicato al centenario  e pubblicato da Editoriale Progetto 2000 – constatiamo che esso, per i benefici che ne sono derivati, è venuto dall’Alto ed è stato uno dei tanti gesti di misericordia di Dio verso il nostro popolo. L’unità ecclesiale ha favorito il contatto di persone di vari paesi, distanti tra di loro, favorendo l’uso della lingua materna e del cuore e contribuendo a custodirne la memoria. Ma, soprattutto, è valsa a mantenere vivo il patrimonio ecclesiale di tradizione bizantina, elemento caratterizzante dell’Arbëria, fino al raggiungimento di una fisionomia di Chiesa Orientale pienamente inserita nella Chiesa Cattolica. I nostri fedeli mantengono un’identità ecclesiale propria, con caratteristiche peculiari che vivono quotidiani contatti e relazioni con quelli di tradizione latina, nella manifestazione di una piena respirazione del corpo ecclesiale a due polmoni, come ha sempre auspicato San Giovanni Paolo II».

Si legge nella Catholici fideles del 1919: «i fedeli cattolici di rito greco, che abitavano l’Epiro e l’Albania, fuggiti a più riprese dalla dominazione dei turchi, […] accolti con generosa liberalità […] nelle terre della Calabria e della Sicilia, conservando, come del resto era giusto, i costumi e le tradizioni del popolo greco, in modo particolare i riti della loro Chiesa, insieme a tutte le leggi e consuetudini che essi avevano ricevute dai loro padri ed avevano con somma cura ed amore conservate per lungo corso di secoli. Questo modo di vivere dei profughi albanesi fu ben volentieri approvato e permesso dall’autorità pontificia, di modo che essi, al di là del proprio ciel, quasi ritrovarono la loro patria in suolo italiano».

Era la risposta della Santa Sede alle pressanti richieste di tutela avanzate per lungo tempo dai discendenti del condottiero-eroe albanese Giorgio Castriota Skanderberg, a suo tempo insignito del titolo di “Atleta di Cristo” per l’impegno profuso coi suoi valorosi soldati a difesa, per un quarto di secolo, della libertà e dell’autonomia del proprio popolo e della cristianità europea. L’esodo dei greco-albanesi in Italia risale a dopo il Concilio di Firenze del 1439, la caduta di Costantinopoli del 1453 e la morte di Skanderberg nel 1468. A spostarsi era un popolo con un proprio patrimonio linguistico ed ecclesiale, orgogliosa della sua libertà e della sua cristianità.

La Cattedrale di San Nicola a Lungro
La Cattedrale di San Nicola di Mira, a Lungro

L’Eparchia di Lungro, nella sua istituzione, ha contato quattro vescovi, oltre quello attuale, Donato Oliverio. Il primo fu mons. Giovanni Mele, eletto ad appena 34 anni che resse l’Eparchia dal 1919 al 1979, cui successe mons. Giovanni Stamati (già coadiuvatore di Mele a partire dal 1967), e, prima di Oliverio, mons. Ercole Lupinacci dal 1988 al 2010.

L’attuale vescovo, mons. Donato Oliverio, ha ereditato una diocesi, saldamente piantata in Occidente dove rende visibile con estrema chiarezza le ricchezze della tradizione bizantina e la bellezza della possibile unità tra i cristiani di Occidente e di Oriente nella differenza delle tradizioni e nella diversità delle lingue.

Mons. Oliverio regge l’Eparchia dalla sede di Lungro, una bella cittadina di circa 3.000 abitanti, posta sul versante Sud-Ovest della Catena montuosa del Pollino, ai piedi del Monte Petrosa, a un’altitudine di 600 metri sul livello del mare. Il suo trono si trova nella Chiesa Madre di tutte le Chiese dell’Eparchia, la Cattedrale di San Nicola di Mira, costruita tra il 1721 e il 1825. Maestosa nella sua pianta romanico-barocca a croce latina, negli ultimi decenni è stata impreziosita da pregevoli mosaici e affreschi, che la rendono un luogo unico in cui arte bizantina e spiritualità orientale si coniugano felicemente, tanto da portarla ad essere considerata la Chiesa più importante del cattolicesimo bizantino arbëresh in Italia. Nella sua cupola domina il maestoso Cristo Pantocratore, volto della misericordia del Padre.

Il Cristo Pantocratore

Oggi i fedeli dell’Eparchia sono circa 40 mila nei paesi e altrettanti sono sparsi in varie città della penisola italiana. Ad assisterli nel loro cammino di divinizzazione ci sono una cinquantina di papàs. Sono 30 le comunità parrocchiali arbëreshe di rito bizantino, ubicate in piccoli centri sparsi, la stragrande maggioranza nel cosentino, ma anche in Basilicata, a Lecce, a Bari e a Villa Badessa nei pressi di Pescara. In questi centri gli abitanti, per strada e in famiglia, parlano l’arbrisht e nelle Chiese, durante le ufficiature liturgiche, i fedeli pregano e cantano in greco e in albanese. (mcg)